VIENI E VEDI
Appunti di viaggio dietro il tempo
(Marchesini Aldo)


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titoli

PREMESSA
(e spiegazione del titolo)

Negli anni in cui passavo dall’infanzia all’adolescenza, il mondo rimaneva sbalordito dall’impresa dei primi aerei che infrangevano il muro del suono. Questa conquista impressionò molto la mia fantasia di ragazzo. L’aereo, aumentando la sua velocità comprimeva sempre più davanti a sé le onde sonore, che opponevano una resistenza progressivamente crescente fino a diventare compatte e dense come un muro. Era come se la natura, persa la sottomissione all’uomo dopo la caduta originale, volesse fare l’ultimo disperato tentativo per impedire al suo antico signore di sfondare la porta che gli chiudeva l’accesso ai suoi segreti.

Mi immaginavo che l’aereo, immerso e circondato da ogni parte dal suo stesso assordante rumore - quasi ne fosse imprigionato - aumentando la sua velocità arrivasse al punto di essere capace di rompere e far crollare come un muro quella barriera, che cedeva di colpo con un fragoroso "bang". Da quell’istante l’aereo entrava in un nuovo mondo, e volava nel silenzio e nella libertà.

Quante volte ho sognato di essere io quell’aereo, capace di passare al di là della barriera di ciò che è segreto! al di là "dell’al di qua"! Come sarebbe stato bello rompere ogni laccio e impedimento e percorrere le regioni della libertà, dove i segreti sono rivelati e lo spirito penetra e disvela ogni cosa. Là il tempo avrebbe cessato di farla da padrone e avrebbe ceduto la sua bacchetta di direttore di orchestra all’eternità. Vi avrei potuto incontrare lo Spirito di Dio perché lì doveva regnarvi indisturbato. Da lui avrei potuto apprendere la sapienza che altro non è che il suo modo di pensare e di essere. E alla sua scuola avrei potuto io stesso diventare suo confidente e suo amico.

Diventato grande, questo richiamo è aumentato sempre più, fino a riempire di sé il mio cuore, quasi mi giungesse un invito di andare e vedere. In Africa ho trovato l’ambiente ideale per coltivare quest’avventura, perché tra i poveri, proprio come nelle regioni che si trovano dietro il tempo, regna indisturbato il Signore.

I miei pensieri, la mia preghiera, la mia fantasia sostano ora volentieri ai confini, e si compiacciono immensamente di varcarli. Anzi, la contemplazione si rende assai più chiara e gratificante se la faccio col quaderno e la penna in mano. Il pensiero diventa cosciente e lo sforzo di vestirlo di parole contribuisce molto a precisarlo e a fissarlo.

Così, seppure in maniera irregolare, con innumerevoli interruzioni, soste, alternanza di ispirazione bruciante e di aridità che non sa aprir bocca, ha cominciato a prendere corpo la serie di questi tre scritti:

1. Il papavero rosso, col sottotitolo: Come Elia, Isaia, Geremia o uno dei profeti.

2. Appunti nel deserto.

3. Scuola di eternità.

Sono tre racconti distinti, indipendenti l’uno dall’altro, ma uniti dall’unico desiderio di forzare i confini delle regioni che stanno al di là "dell’al di qua", al di dietro del tempo.

 

 

 

IL PAPAVERO ROSSO
(come Elia, Isaia, Geremia o uno dei profeti...)

Introduzione

Una delle cose che più mi affascinano è leggere gli scritti dei profeti, ai quali il Signore si rivelò attraverso visioni.

I lacci dell’adesso e del qui si rompono, e l’uomo di Dio è sradicato per essere trasportato nel mondo dell’Altissimo senza tempo e senza spazio.

Mi piace leggere questi racconti in prima persona, mettermi al posto del profeta, e immaginare che stia accadendo a me quest’avventura. Così mi sorprendo nella valle enorme delle ossa aride di Ezechiele, o sulla riva del mare dell’isola di Patmos al posto di Giovanni, o rapito nella gloria dell’Antico dei giorni di Daniele, o sorpreso dalla dolce violenza dell’invincibile forza di JHWH che cambia il giovane timoroso Geremia nel profeta che sarà come un muro di bronzo di fronte ai suoi nemici.

Mi sorprendo a pensare: chissà se ancora oggi accadranno cose simili ai mortali?

Se il Signore strapperà ancora dal campo di grano papavero rosso che ha scelto per farlo volare a suo piacimento nel vento del suo Spirito?

Così passo alla preghiera: Signore prendimi con te, fammi vedere le cose coi tuoi occhi, liberami da questo cerchio di tempo e di spazio, per diventare contemporaneo ai passati e a chi non è ancora venuto, per circondare con lo sguardo la storia, invece di esserne avvolto e avviluppato, adagiato come un granello di sabbia in un avvallamento tra le dune del deserto. Fammelo sorvolare, questo deserto, come il vento che lo percorre senza ostacoli, o come il raggio del sole dell’alba che gli ridona il colore che la notte aveva cancellato.

Mi accendo di desiderio, mi animo in attesa, poi il silenzio del Signore mi ricopre. Tace, ma non di indifferenza. Diventa per me come una goccia che scava la pietra del mio cuore. Capisco che il suo silenzio mi vuole rivelare qualcosa. Così io pure taccio, per unire il mio silenzio al suo; taccio, ma capisco che non basta il silenzio della bocca, bisogna che la mia vita diventi silenzio, anzi che io stesso diventi silenzio.

Solo quando sarò diventato silenzio, come tu sei silenzio, Signore, il tuo silenzio mi aprirà le tue porte perché lo legga, lo ascolti, e lo possa capire.

Mi pare di essere come un blocco di ghiaccio che galleggia sull’oceano che sei tu.

È necessario che mi sciolga, poco a poco, fino a scomparire, per diventare acqua della tua acqua. Allora non avrò più confini né limiti...

Sarò allora contemporaneo ai tuoi santi, potrò parteciparne alla vita dal di dentro, potrò vedere le cose nella loro verità, nella tua verità... E non avrò più bisogno di parole, perché capirò totalmente e non ci sarà più necessità di spiegazioni, sarò libero della tua libertà, perché nulla mi potrà più separare dall’amore che tu hai per me.

Così passano i giorni e gli anni, e invecchio al ritmo lento della vita. Ma ciò che passa sento che non passa. Non è un tempo prefissato che deve finire, non è una clessidra dalla sabbia misurata, ma è come una catena di monti che prende forma e colori man mano che esce dalla notte.

Così il tuo silenzio non è tacere, non è ignorare; è più somigliante a una melodia semplice e incantevole, che tu mi vai ripetendo dolcemente nell’orecchio, con pazienza infinita, finché non l’abbia appresa senza più possibilità di stonare.

Perciò il tuo silenzio non mi sgomenta, non mi rattrista, perché lungi dall’essere indifferenza, è somma comunicazione. E’ come le onde del mare, che con perseveranza e senza sosta rodono il banco di sabbia su cui la mia barca sta pesantemente adagiata, finché verrà il giorno in cui riusciranno a staccarla, e a portarsela finalmente, docile e senza più resistenza, al largo.

 

TRA LE STELLE

Sono venuto sulla spiaggia del mare per contemplare l’opera delle tue dita. Sono steso su una coperta e guardo il cielo stellato che si apre come uno schermo enorme da un punto all’altro dell’orizzonte.

In questa posizione mi trovo parallelo alla volta del cielo: non devo alzare la testa e guardare in alto: le stelle stanno lì, davanti a me.

Mi pare quasi che allungando il braccio le possa sfiorare.

C’è pure una piccola falce di luna crescente che con la sua candida luce lascia brillare solo le stelle più grosse.

Il mare è come un’ombra davanti ai miei piedi, nella quale si formano strisce bianche di spuma che battono sulla spiaggia con cadenza grave. E’ l’unico rumore che si ode.

Come sono belle, Signore, le tue stelle!. Queste dell’emisfero australe, poi, sono speciali. La croce del Sud è alta sull’orizzonte, e proprio di fronte a me, nel mezzo, c’è lo Scorpione, brillante, che con la sua coda ad uncino e le sue chele abbraccia più di un terzo del cielo.

Le stelle stanno qui, buone, avvolte di silenzio. Io le guardo, cercando di ascoltarle. Ma loro tacciono. Mi lascio restare senza pensieri, per entrare in comunione con loro.

Mi pare che il tempo scompaia, e con esso la terra, la spiaggia e il mare. Sono in mezzo alle stelle, uomo, senza epoca, senza lingua, senza popolo, senza storia, uomo e basta.

Avverto e capisco solo una cosa, che le stelle sono tue, Signore, appartengono a te, e ce ne vuoi fare parte... loro sono obbedienti, una frotta infinita, sparse su distanze incredibili, che non basta la storia per percorrerle, lontanissime le une dalle altre, eppure a me, piccolo uomo, è dato di abbracciarle tutte in un solo sguardo, di scorgerne e di capirne l’unità. Non so più, Signore, se restare ammirato per la loro infinità o per la loro unità.

Io guardo loro, ma sento crescere sempre più in me la tua presenza, mio Dio, e il desiderio di lodarti, perché non solo le hai fatte, ma me le mostri, perché le ammiri e ne goda.

E allora lascia che ti lodi, Signore.

Ormai, slegato dal tempo e dallo spazio mi pare di correre e volare tra una stella e l’altra e sento contemporanei e in me tutti gli uomini che lungo milioni di anni hanno guardato il cielo per lodarti.

Li sento presenti nel mio spirito, come se fossi ciascuno di loro, e ciascuno di loro fosse me, unico e molteplice, fuori dal tempo e compresente a tutta l’estensione del tempo.

Ecco Davide, di tremila anni fa, che dice "O Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza. Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cos’è l’uomo perché te ne curi?".

Ecco Amos, il profeta che era pastore: "Colui che ha creato le Pleiadi e Orione, colui che muta le tenebre in aurora e trasforma il giorno in notte, che chiama le acque del mare e le riversa sulla faccia della terra, il suo nome è Signore!".

Sento gli antichi sacerdoti d’Egitto e di Babilonia, che scrutavano il segreto degli astri, sento Zaratustra con la sua religione di millenni fa, sento i saggi dell’antica Cina, i monaci sperduti tra i ghiacciai dell’Himalaya, sento Copernico, che con amore passava le notti a misurare distanze e angoli e a interpretare il moto delle stelle, sento Galileo che per primo le osservò col cannocchiale: la prima lode che nacque sulla terra per vedere le stelle da vicino! E poi il numero infinito dei poeti, degli innamorati, dei naviganti, dei bimbi e dei vecchi, dei mistici, il numero infinito di tutti gli uomini che sapendolo o senza saperlo, ti hanno lodato, guardando ciò che hai scritto nel cielo.

Col cuore pieno di questa lode, mi sento felice Signore, e la mia gioia capisco ora che è piena, non a causa delle stelle, che hanno originato la tua lode, ma a causa di te, che sei il termine della nostra lode, e che nel lodarti hai voluto porre il termine della nostra felicità.

 

IL GIORNO DEL SIGNORE

Cammino in riva al mare in un mattino di domenica. È una spiaggia deserta, sull’oceano Indiano, piatta e sabbiosa, che si estende a perdita d’occhio. Sono assolutamente solo. La brezza è tesa e nelle orecchie mi provoca una specie di suono che pare mi isoli e mi porti lontano. O meglio trasformi questo mattino domenicale, mio, e qui, in una esperienza universale, estesa come la terra e estesa come l’eternità.

Guardo le rondini che arrivano in velo sottile, mormorando silenziosamente, con la forza tenue della bassa marea.

Quest’acqua che batte sommessamente sulla sabbia ai miei piedi è la stessa che bagna tutte le altre spiagge della terra. Accompagno col pensiero l’Oceano e vedo tutte insieme le spiagge del mondo. In tutta la terra oggi è domenica. Guardo le nuvole bianche, lente, nel cielo azzurro pieno di sole di questo mattino, e sento la tua presenza, Signore, nella tua gloria di Risorto. Continuo a camminare, con lo sguardo alle tue nuvole e al cielo, e con le ondine ai piedi, ma ormai non sono più su questa spiaggia. Mi pare di essere come sparito: è solo un’immagine di me, quella che cammina in riva al mare. lo sono con te, su tutte le spiagge insieme allo stesso tempo, insieme con te, in te, glorioso nella tua risurrezione.

Vuoi farmi sentire in una volta sola cos’è il tuo giorno, su tutta la terra. Il giorno che tu hai fatto: tua creatura, tuo, tuo dominio, tuo possesso, tuo dono, nel quale ci inviti a entrare come fosse la tua casa, la tua dimora.

Dici: vieni, entra nel mio giorno, oggi sarai mio ospite.

Guardo le nuvole bianche, ma non più coi miei occhi. Le vedo con gli occhi di tutti gli uomini che le guardano da tutti i luoghi della terra, e le sentono come segno di festa: le nuvole gioiscono, brillando al sole nel cielo terso di questo tuo mattino.

E gli uomini che le guardano gioiscono con loro: contenti perché questo è il tuo giorno.

Mi ricordo di quand’ero ragazzo: guardavo un albero di pesco in fiore, i suoi rami si disegnavano nel cielo: vagavo con la fantasia: forse un giorno avrei visto tra i suoi rami il cielo della Cina, o quello di un altro continente lontano.

Oggi, Signore, li vedo tutti insieme.

Sento sorgere in me un ritmo di tamburi, un coro di canto, piedi che battono sulla terra nuda un ritmo di gioia. E’ questo continente che calpesto che vibra: lo sento, lo tocco con i miei piedi nudi. Migliaia e migliaia di comunità sono riunite, hanno accolto il tuo invito e fanno festa nel tuo giorno. Fanno festa per te, sei tu la loro gioia, e tu, Signore, vuoi mostrarmi oggi la tua gloria. Vuoi che ti accompagni per sentire un po’ ciò che tu senti, per vedere con i tuoi occhi questo mattino di domenica che brilla sulla terra.

Sento cori di organo, canti, campane, sento il bisbiglio sommesso delle confessioni, il silenzio che ascolta le tue parole sul pane e sul vino, sento la pace dei chiostri, sento il battito dei cuori dei tuoi santi che oggi tu hai sulla terra: battono per te, solo per te, con tutte le loro forze per te.

Fanno più rumore di tutti i tamburi, sento vibrare, non più la sabbia sotto i miei piedi, ma il mondo intero: pulsa, batte, trema: sono i milioni di cuori che battono per te, in te, all’unisono col tuo cuore felice.

 

SENZA PAROLE

Sono uscito stamani presto per vedere nascere il sole dal mare. Ed eccomi qui su questa immensa spiaggia, unico essere vivente, se si escludono i pesci del mare.

Ci si vede appena, e il cielo sta perdendo la tinta gialla, per diventare poco a poco bianco.

La sabbia asciutta sotto i piedi è fredda. Mi pare di avvertire una specie di alito caldo che riposa sull’acqua. Mi avvicino al mare e davvero la temperatura dell’aria s’intiepidisce un poco. Cammino adagio sulla sabbia bagnata, appena lasciata libera dalle ondine che stanno retrocedendo lentamente con la bassa marea.

La cosa più bella per gli occhi è il gioco dei riflessi sull’acqua. Bianco, grigio, rosa, giallo, azzurrino vibrano in piccoli frammenti in una danza leggera sull’acqua che fruscia in velo sottile fino ai miei piedi e poi si ritrae, per ritornare di nuovo e così via senza posa.

Sono venuto qui per pregare. Cerco di passare dalla contemplazione del mare e dei colori alla presenza di Dio.

Mi viene facile lodarti, Signore, e dirti quanto sei grande, e come fai bene tutte le cose. Ma stamattina ciò non mi basta. Mi pare di stare a dirti tutto ciò, io da una parte del muro e tu dall’altra. È una preghiera di parole: sono contento: sono cose che ti invio. Comunichiamo per mezzo di qualcosa, e l’intermediario è la lode, per la bellezza di ciò che mi mostri. Hai ragione a dirmi che è una vera preghiera. Ma stamattina ciò non mi basta. Oggi sono ardito, Signore, oggi voglio toccarti, senza intermediari. Mi fermo e chiudo gli occhi: ti cerco dentro di me, vicino a me, intorno a me: mi pare che il mio spirito stenda le mani per toccarti, come si fa in una stanza buia per cercare le cose a tentoni. Cerco di pensarti, forse di immaginarti: non ti afferro. Anzi sento nascere in me una tensione. Capisco che qui non ci sei. Non sarà con lo sforzo psicologico che ti raggiungerò.

Signore, tu sei avvolto di silenzio. Il silenzio è somma comunicazione, lo so, ma è anche indeterminazione, è lasciare il fascino del non detto, del non specificato. La parola da noi uomini è preferita, perché definisce e precisa: ci trasmettiamo una cosa alla volta, non confusa con il resto.

Ma stamattina, te l’ho già detto, ciò non mi basta. La parola che da me va a te, quella di lode, sì, oggi non mi basta. E perciò non posso neppure pretendere da te che mi dica parole.

Non voglio mezzi di comunicazione, te l’ho detto. Voglio te, stamani. Ma te, Signore, capisco che non posso toccarti. Per quanto mi concentri non ti racchiuderò mai nel mio spirito.

Che fare, allora, Signore? Solo tu puoi manifestarti, se lo vorrai. Se lo vorrai...

Ma oggi sono ardito. Farò la preghiera del lebbroso: se vuoi puoi guarirmi. Quello a cui tu rispondesti: lo voglio! sii guarito. E questa preghiera oggi la faccio così: non ti dico nulla, userò il linguaggio del silenzio anch’io, come fai tu con me. Metto davanti a te il mio silenzio: cerco che sia il più totale e indeterminato possibile. Ma non è vago. È concentrato in un punto solo: toccarti, comunicare con te senza intermediari. Un desiderio puro, umilissimo, arditissimo, senza null’altro.

Da parte mia è tutto, Signore. Questo mio silenzio coincide col desiderio di te, e coincide con me. Questo silenzio, questo silenzio, Signore, sono io.

Sono qui, senza intermediari, in povertà assoluta... Se vorrai entrare, Signore, ecco ti apro la porta.

Prendo la maniglia e socchiudo la porta. Fuori ci sei tu, Signore, e stavi bussando!

Da quanto tempo, mio Dio, aspettavi?...

 

PREGHIERA SULL’ESSERE

Il sole è appena tramontato e il cielo sta trasformandosi in luce pura, che lentissimamente si veste di una serie di colori che sfumano uno nell’altro in modo impercettibile e sempre più immateriale. Il profilo delle palme all’orizzonte e il corpo degli alberi più vicini diventano sempre meno cose e sempre più disegni che paiono fatti con l’inchiostro di china.

Non c’è un filo di vento, il silenzio è assoluto: solo quello del corvo in lontananza. La sensazione che si ha sempre più cosciente è quella della immaterialità.

Dico: Signore, non ci dev’essere situazione più propizia per capire qualcosa del mistero che ti avvolge, tu che sei spirito puro, immaterialità assoluta, semplicità totale...

Signore ti ascolto.

Guardo il cielo nel silenzio completo. Ormai questo mondo scompare, per restare, unica realtà apprezzabile, la luce.

La mente si rifiuta di pensare, e a pronunciare una parola mi parrebbe di fare un sacrilegio.

Rimane solo la luce sempre più tenue e sempre più indefinibile. Di lei, l’unica cosa che posso dire, ora, è che esiste.

"La luce è" - penso.

Penso senza parole.

È…

Cancello tutti i pensieri, tutte le immagini, mi lascio pervadere dal suo essere.

Diventa di troppo anche quel "suo". L’unica cosa che mi importa è l’essere, considerato e contemplato in sé.

Ormai è notte, ma non me ne accorgo: sta prendendo corpo nel mio spirito una coscienza, una comprensione, una verità: tu, che dal roveto ardente mi dici: "Io sono colui che sono". Tu sei l’essere, Signore, vero e totale.

Essere, essere... essere...

Non oso più pensare, non mi riesce più. Direi che lo ascolto, o meglio che lo aspiro, questo tuo essere, cancellando tutto il resto, come si fa quando si vuole captare un profumo delicato. In questa attenzione sospesa capto una evidenza, che mi riempie di tacita gioia: ho raggiunto la radice di me, anch’io sono!

Anch’io sono essere!...

Io pure "sono", così come tu "sei", mio Dio: entrambi siamo; nella mia radice ti tocco, abbiamo tutt’e due la stessa fondamentale esperienza dell’essere.

Mi sto smarrendo: non so più dove finisce il mio essere e dove comincia il tuo. Non perché mi confonda con te, ma perché sono in comunione con te. Scopro ora, Signore, che l’essere non ha guscio, non ha pareti: è aperto - la sua caratteristica più piena è la comunione e la comunicazione. Da te ricevo il mio, non come cosa, ma come partecipazione, come amore, come dono. Lo vedo chiaro ora: l’amore è l’unica possibile legge dell’essere, proprio perché è senza pareti, proprio perché la sua esigenza è la comunione, non contatto o vicinanza, ma compenetrazione.

Tu in me, ed io in te, Padre, Figlio e Spirito santo: tu sei talmente comunione, che le tre Persone siete un solo essere. Tu, così fatto - un solo essere in tre Persone - sei in me e io in te...

Come possiamo non amarci, tu ed io, se la nostra comunione è radicale, Signore? Se la nostra comunione è perché noi "siamo"? Se la nostra comunione è nell’essere, se il nostro amore è perché "siamo", e "siamo in comunione", essa è anteriore e in certo senso non dipendente dalle nostre azioni reciproche.

Il tuo amore per me precede assolutamente tutto. Tutto ciò che io posso fare, tutto ciò che mi può accadere, perfino tutti i peccati che io possa commettere.

Per questo ti amo, perché è la legge radicale del mio essere che io ricevo da te, e che possiede la tua stessa legge: "in questo consiste l’amore: non che noi abbiamo amato te, Dio, ma che tu hai amato noi per primo...

Mi fermo per cogliere il tuo essere che si comunica al mio. Capisco che essere e amore coincidono, sono in fondo la stessa cosa, non solo perché l’essere è amore, ma molto più perché l’amore è essere. Cioè è nell’esercizio dell’amore, nel manifestarsi come amore che l’essere "è", pienamente, totalmente.

Sento il tuo amore penetrare in me, e accendere di amore il mio essere, che tu mi comunichi. Quanto più amo, tanto più "sono", tanto più il mio essere è vivo, tanto più è comunione...

Son finite le parole, Signore. Resta solo l’essere, col suo silenzio, con la sua pace e la sua stabilità.

Mi accorgo ora, che la luce è sparita, e si è fatto notte. È bello, sai, che sia notte, Signore. Spero che sia una notte lunga per poter conservare, meditare, assaporare, contemplare, gustare, senza fretta, ciò che la luce mi ha detto prima di sparire.

 

LA VISITA DI S. TERESINA

Oggi ho ricevuto la visita di s. Teresa di Gesù Bambino. È venuta a trovarmi perché mi vuole bene e perché io le voglio bene. Siamo amici e ci conosciamo dal di dentro.

Lei è molto gentile e delicata e ha voluto invitarmi con molto garbo a fare un passo al di dentro di me. Mi ha fatto ricordare che ieri l’altro, 29 settembre, festa dei santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, s’è concluso il primo anno della mia professione di monaco nel mondo. C’era bisogno di risvegliare la coscienza, perché in questi ultimi mesi ci avevo pensato poco.

Sono andato a rileggere alcuni passi del diario dei due anni di noviziato conclusosi. Ciò mi ha aiutato a recuperare il clima interiore. Ho ritrovato i miei amici santi che hanno fatto comunità con me in quei due anni canonici: s. Teresina, s. Teresa, s. Giovanni della Croce, s. Caterina, s. Francesco, s. Benedetto. Li ho sentiti di nuovo vicini e in comunione.

La semplicità e la confidenza di s. Teresina mi hanno dato coraggio per accettare di credere una realtà, che forse perché troppo bella, mi è un po’ difficile da accogliere come vera e operante nella mia coscienza: che tu mi ami Signore, con un amore grande come quello che avevi per questi santi miei amici e fratelli, mentre vivevano su questa terra.

Perché pensare che tu mi ami meno di quanto amavi Francesco o Teresa, Caterina, Giovanni della Croce o Teresina? lo sì, posso amarti molto meno di loro, ma non c’è motivo di pensare che tu mi ami meno di loro. Se il tuo amore è infinito e indipendente dalla risposta, le differenze del tuo amore per ciascuno di noi devono essere minime e riguardanti solo la modalità più che la quantità. Pare tutto logico, ma quando si tratta di crederlo in pratica e di viverlo, vedo che mi è parecchio difficile farlo diventare pensiero dei miei pensieri, vita della mia vita.

Ma poi m’è ritornata alla mente una preghiera di s. Teresina che ti chiede che si avveri anche per lei la tua preghiera sacerdotale: "Padre, voglio che quelli che mi hai dato (le anime che hai legato alla mia) siano là dove sarò io, che vengano con me". E io sono una di queste anime che tu hai legato alla sua.

Questa orazione io l’interpreto come una petizione che lei ti ha fatto e ti fa continuamente, che tu mi amassi con lo stesso amore con cui amavi lei. Questo pensiero mi ha accompagnato e rallegrato intimamente lungo tutto il giorno. Al punto che stasera m’è venuta la voglia di vegliare un po’ a lungo con te.

Ora sono tutti a letto e io sto qui in cappella con te. Faccio una preghiera di ascolto. Ascolto il tuo amore.

Con tutta l’umiltà possibile accetto, indegnissimo, il tuo grande amore di predilezione, e ciò mi riempie di una gioia tranquilla.

All’ufficio delle letture ho letto il brano del breviario che riporta quel passo di Teresina in cui racconta come scoprì la sua vocazione più intima in relazione a te e alla chiesa: chiamata ad essere il cuore della chiesa, l’amore che dal centro porta in tutto il tuo corpo mistico e che gli dà vita e forza.

Sono rimasto a pensare a questa mia sorellina così ardita e semplice, che umilmente prende coscienza della grandezza a cui è chiamata e non si spaventa.

Poi m’è venuto da pensare qual era il posto che tu mi davi nella chiesa. Anch’io capisco che non mi sento "vero" a considerarmi una mano del tuo corpo mistico per il fatto di operare, oppure la bocca per il gusto che ho della recita dell’ufficio come sacrificio di lode, né di essere i piedi grazie ai quali ti dislochi a evangelizzare i poveri perché sono missionario.

Sento che è nella contemplazione e nella comprensione del tuo mistero dal di dentro che mi colgo al mio posto, pienamente realizzato.

Come potrei definire questa consapevolezza?

E’ differente dal cuore, ma come il cuore anche il mio posto è presente in tutto il corpo.

Pure a me hai dato una vocazione centrale. Come potrò definire il posto a cui tu mi hai invitato?

Ad un certo punto si fa chiara la risposta, accompagnata da una gioia dovuta alla certezza della verità: io sarò la coscienza nel tuo corpo. È nel percepirti, nel capire, nell’essere consapevole, solidale con te, con ciò che tu sai e vedi, col tuo silenzio inesprimibile, eppure comprensibile, nel condividere, pure molto parzialmente e superficialmente, il tuo segreto e mistero, che io mi sento io, mi sento vero, al mio giusto posto. E mi sento pure estremamente felice, perché questa vocazione l’hai data a molti, alcuni di questi molti me li hai posti a fianco. Oltre ai santi che mi hai mandato per il mio noviziato, mi hai posto a fianco i fratelli e le sorelle della comunità interiore del convento del mondo. Anzi dicevamo, e ora capisco con quanta profonda verità, che il nostro convento, più che il mondo era il tuo cuore di Dio: il luogo nascosto e inaccessibile, eppure aperto e abitabile da dove si capisce tutto. Forse ancora loro non lo sanno, come anch’io non lo sapevo fino a ieri, eppure lo vivevamo e lo vivono già. Ma lo sanno però, e con un grado di consapevolezza perfetto, i membri già nella gloria della nostra comunità.

Qui davvero mi smarrisco nella meraviglia e nella gioia, a considerare che questa vocazione me l’hai voluta dare non per godermela da solo, ma da condividere e da farla crescere con altri, perché i tuoi doni sono perfetti e ci fanno felici solo nella misura in cui li possiamo condividere con gli altri che tu ami.

 

L’ULTIMO CIELO

Non so più dire se è stato un sogno, o realtà, oppure una visione. Forse lo è stato tutti e tre insieme.

Attraversavo un bosco di notte, da solo, nell’oscurità quasi completa. Vedevo solo le sagome indistinte degli alberi, le cui chiome impedivano la visione del cielo. Ero in una delle regioni più meridionali della terra e mi dirigevo verso il sud. Mi era di guida la direzione della brezza tesa, che mi batteva sulla faccia. Bastava che mi allontanassi di pochi gradi dalla direzione giusta, per accorgermi che il vento mi soffiava più su un orecchio che sull’altro.

Dopo aver camminato non so quanto tempo, ormai nelle ultime ore della notte, arrivai all’improvviso su una spiaggia dell’oceano del sud.

Fu così grande l’impressione di vedere aprirsi un orizzonte infinito, illuminato dal tenue chiarore delle stelle, e di sentir finire di colpo l’impressione dell’opprimente peso del fogliame sopra il mio capo, che a tutt’oggi mi vien fatto di dubitare se si trattasse di realtà, di sogno o di visione.

Cominciai a correre sulla spiaggia immensa: il mare l’udivo lontano, senza riuscire a vederlo ancora.

Provavo l’inebriante esperienza della libertà, ma libertà che non posso dire ottenuta e guadagnata: la sentivo ricevuta, donata, inaspettatamente. Alla gioia della libertà si univa quella della sorpresa e del dono.

Ma non era ancora finito: basse sull’orizzonte stavano tre costellazioni sconosciute, che non avevo mai visto. Erano stelle così grosse e luminose, così "presenti" e importanti nel cielo e in tutta quella magica atmosfera, che mi imponevano di fermarmi e di mettermi a guardarle.

Non dico che mi pareva: in quel momento ero sicuro che il mondo finisse lì all’orizzonte, e che quelle stelle, le ultime, chiudevano a sud il cielo.

Nessuno, credevo, le aveva mai viste. Il primo uomo ero io.

Compresi i sentimenti di Ulisse, quando, dopo aver passato le colonne d’Ercole, vide sorgere dall’orizzonte del mare la montagna del Purgatorio.

Mi sedetti sulla spiaggia per contemplare le tre costellazioni misteriose, e per godermi e assaporare quelle impressioni affascinanti che d’improvviso avevo cominciato a vivere quella notte.

E poi in fin dei conti dove andavo ancora?

Per quanto non ricordassi più dov’ero diretto e per qual motivo avessi camminato tutta la notte, o quasi, sapevo che ero arrivato.

Mi pareva che il giorno non dovesse mai più arrivare: anzi era ovvio per me in quel momento che il tempo aveva cessato di scorrere. Su quella spiaggia finiva la terra, e con la terra il tempo.

Guardavo le stelle, ascoltavo il rumore del mare, gustavo la libertà, ma ad un certo punto mi accorsi che pensavo soltanto a te, Signore.

Senza te non avrei saputo che farmene di quella magica notte. In fondo, perché ero felice a star lì seduto sulla sabbia?

Le stelle erano incantate, la libertà inebriante, ma non erano loro la felicità che germogliava in me. Loro erano solo messaggere. La felicità eri tu. Guardavo le stelle, ma contemplavo te, gustavo la libertà, ma la ricevevo come tuo dono.

Lì finiva la terra, e le stelle erano davvero le ultime che chiudevano a sud il cielo, perché lì cominciavi tu.

Nessun uomo le aveva mai viste prima, perché tu sei inesauribile e ti mostri a ciascuno di noi in modo originale e irripetibile.

E se dovessi dire come finì quella notte, sono sincero, davvero non lo so. Anzi dirò di più: come finì non credo che abbia nessun interesse in sé, né che in fondo importi a nessuno; e non so neppure se di fatto quella notte finì o no.

L’unica cosa che importi fu che mi fece incontrare con te.

 

TUTTO IL MIO CUORE

"... Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è comandamento più grande. Fa’ questo e vivrai!".

Appoggiai il segnacolo di seta rossa sull’altra pagina, mi chinai e baciai il messale.

Gli occhi di tutta l’assemblea erano rivolti su di me.

Mi ricordai di te, Signore, di quando eri arrivato a Nazareth e il capo della sinagoga ti aveva invitato a commentare la Scrittura. Dopo aver letto la celebre profezia di Isaia dello Spirito del Signore che si era posato su di te e ti aveva inviato a guarire i derelitti e a proclamare un anno di grazia del Signore, avevi riavvolto il rotolo e l’avevi consegnato al custode, poi ti eri seduto e tutta l’assemblea aspettava che tu spiegassi loro il significato di quelle parole.

Volevo aprire la bocca e spiegare. Spiegare loro. Spiegare loro cosa significasse che loro amassero te con tutto il loro cuore.

Ma la mia bocca non si apriva. Tu me lo impedivi.

Mi portavi lontano, o meglio vicino; non so: è difficile dirlo. Mi portavi nel punto di me dov’era "tutto il mio cuore".

Questo punto era dentro di me, eppure devo confessartelo, non c’ero mai stato. Se tu non mi ci avessi condotto non l’avrei mai scoperto.

Non so se si possa descriverlo a parole, perché neppure tu probabilmente ci riusciresti. Per farmelo capire decidesti di mostrarmelo perché lo vedessi coi miei occhi. La caratteristica fondamentale di questo luogo era quel "tutto".

Nel mio cuore c’ero già stato, ma non ero mai stato nel punto di "tutto il mio cuore". E’ la nostra cosa più segreta. E la più grande.

È il centro del nostro essere, il punto dove tu hai depositato la nostra somiglianza con te, la tua immagine.

Nel "tutto il nostro cuore" noi ti assomigliamo, noi siamo simili a te che sei l’assoluto. È questa la tua tenda, il posto dove tu ami dimorare, l’unico che ti può accogliere "per intero".

Mi pareva che tu mi tenessi per mano, mentre mi mostravi "tutto il mio cuore".

Tu tacevi accanto a me. Anch’io tacevo, capivo d’istinto che li non era il posto per parlare.

A che potevano servire, lì, le parole? A che avrebbero potuto servire? Cosa avrebbero potuto aggiungere al silenzio? Nulla c’era da aggiungere, nulla da togliere. Lì c’eri tutto tu, lì c’ero tutto io. Tutto era talmente semplice, tutto talmente chiaro.

"Tutto il mio cuore" era un luogo bellissimo, che incantava. Il suo incanto era per me nel suo "vuoto". Non c’era nulla, nulla di nulla. Era senza confini, come il deserto, vuoto fino a perdita d’occhio, senza nulla, senza nessuno, intatto, nuovo e fresco come il mondo nel mattino della creazione.

C’era un altro aspetto che mi affascinava: la sua "estensione". E’ fuor di luogo parlare a suo proposito di dimensioni, tuttavia era un luogo grande, molto grande, ma al tempo stesso non più esteso di un punto. Mi pareva uno spazio infinito concentrato in un punto. Mi comunicava l’idea di forza e di intensità, insieme con quella di semplicità.

Un luogo dove non c’era posto per nulla, eppure fatto e progettato per contenere il tutto. Non per concentrarci tutto, ma solo "il tutto", quel tutto che sei solo tu.

Mi era diventato di una chiarezza luminosa che in nessun altro punto di me tu avresti potuto abitare.

Questo era il luogo di me che tu avevi creato di proposito, solo per questo, per accogliere te.

Tu stesso me ne avevi fatto scoprire il vero e unico nome, un nome che più bello non si poteva immaginare: "tutto il mio cuore".

L’assemblea continuava a puntare i suoi occhi su di me, ma io non potevo ancora parlare. Il silenzio, il tuo silenzio era più forte di me.

Io ero ancora lì con te, nel "tutto il mio cuore".

Non potevo distrarmi, perché stavo capendo la cosa più importante di tutte: che quel luogo di me non esisteva da solo, non poteva esistere da solo.

Stavo lì e lo ammiravo perché c’eri lì tu, con me.

Il suo silenzio, il suo vuoto, la sua purezza e la sua semplicità, infinita e puntiforme, ripieno del tuo profumo d’amore...

Tutto questo lo era perché lo riceveva da te, era frutto e dono della tua presenza.

"Se qualcuno mi ama, il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui, e porremo in lui la nostra dimora".

Solo allora, solo a essere venuto e avervi preso dimora, il mio cuore sarebbe potuto diventare "tutto il mio cuore", sigillo e prova della tua potenza creatrice.

Ora ero pronto, potevo parlare.

Aprii la bocca e lasciai che le parole uscissero da "tutto il mio cuore"; mentre tutti gli occhi dell’assemblea erano rivolti su di me.

 

LA PREGHIERA PERFETTA

Molto tempo fa feci un sogno strano. Mi pareva di stare facendo esperimenti per scoprire il segreto della preghiera perfetta, quella nella quale si vede e si tocca Dio. Sentivo incrociarsi in me, nell’atmosfera incantata del sonno, desiderio, attenzione, sforzo, tensione, soddisfazione. Ero sul punto di carpire il segreto, ma questi mi sfuggiva nel momento in cui si accendeva la gioia perché ormai lo avevo scoperto. Mentre il tempo scorreva infinito, racchiuso nello spazio di un periodo senza dimensioni, sentii un ritornello nascere in me, come se fosse recitato da un angelo invisibile: "notte per notte, per tre e quattordici".

L’angelo lo ripeteva ed in me cresceva la gioia perché lì stava concentrato il segreto che ormai avevo scoperto.

Il sogno si spense così; mi svegliai nel cuore della notte col cuore felice ripetendo la formula dell’angelo: "notte per notte per tre e quattordici".

Da allora è passato parecchio tempo: il segreto racchiuso nella formula svanì col sogno, ma le sue parole mi sono rimaste dentro. E col sogno però non è svanito quel desiderio sempre rinnovato di trovare il sentiero che conduce alla preghiera perfetta.

Spesso ci ripenso alla formula dell’angelo - non dico per capirla, perché non è certo un enigma cifrato in codice segreto - ma per gustarne il sapore, il profumo.

Mi piace rimmaginarla come il profumo di un fiore mai visto. Aspirandone il profumo non conoscerò mai il fiore così com’è, ma potrò per lo meno capirne "l’animo", coglierne lo stile e rimanerne conquistato.

"Notte per notte" mi richiama l’atmosfera di preghiera della notte: col suo silenzio, la sua solitudine, la sua pace, la sua lunghezza e brevità, con la sua povertà e nudità, la sua atmosfera di unzione ricevuta per aver accolto te in preghiera, Signore, per essere stata l’unica testimone della tua orazione nell’orto.

Così pure notte evoca la notte dello spirito, l’aridità, il non sentire, non gustare, ma anche il non cedere, il credere, lo sperare e soprattutto l’amare.

Il tre e quattordici mi riporta sui banchi di scuola, mi fa ricordare quel famoso numero fisso di Pitagora, che ha una quantità infinita di decimali, perché non si riesce mai a definire in numeri, per iscritto, la quantità esatta che è rappresentata dalla misteriosa sigla "Pi greco", che serve per misurare l’area del cerchio.

Per questa ragione l’area esatta del cerchio non è scrivibile in numero, ma solo con una sua approssimazione.

Così forse è anche per la preghiera perfetta: ci si può avvicinare, ma mai "possederla" in modo esatto e definitivo, mai scriverne "il numero".

Così oggi sono qui, Signore, con questi pensieri, avvolto da questa atmosfera di indefinibile pathos, immerso in questo profumo.

Un profumo che in fondo viene da te, perché la preghiera perfetta, io credo coincide con te: tu sei quel fiore che sulla scia del profumo vorrei scoprire.

Eccomi - allora - qui, Signore. Sono disposto a tutto, a perdere tutto, pur di incontrarmi faccia a faccia con te, non con l’immagine di te, ma con te vero, così come sei, senza intermediari.

Tu raccomandi di entrare nella mia stanza e di chiudere la porta. lo l’ho fatto. Sono qui, solo, ed ora capisco che la porta che devo chiudere non è solo quella materiale. Devo chiudere "la porta" - cioè lasciar fuori tutto il resto, tutto il resto. Povertà, distacco, castità... Con l’espressione purezza di cuore tu raccogli tutto ciò: beati i puri di cuore perché mi vedranno, hai detto.

Mi sento libero, senza più legame con nulla. I pensieri scompaiono, l’immaginazione si ferma.

Adesso sta a te Signore: io sono uscito da me per venirti incontro.

Mi pare di essere al centro di uno spazio infinito, completamente deserto: è questo il luogo dell’appuntamento. Mi fermo e ti aspetto.

Sto provando la tentazione di immaginarti. Dico la tentazione, perché se ti volessi immaginare non mi incontrerei più con te, ma con qualcosa prodotto da me e uscirei dalla verità. Non posso farmi immagini di te, perché sei puro spirito.

Ti sei fatto uomo, sei conoscibile come Gesù di Nazareth, ma la tua amabile divinità non la si può vedere. Anche in Gesù, continui a essere in certo modo puro spirito. E’ con te, mio Dio, che voglio incontrarmi, con la tua verità.

Sono qui fermo, al centro di questo deserto infinito, non penso, non immagino. Aspetto. Così, vuoto di tutto, senza più nulla, né di mio, né di creato, il mio essere è ridotto a una sola attività: l’attesa. Sono qui, fermo, che ti aspetto. Non ti voglio dire nulla, non ho nulla da dirti. Non ti porto cose mie: non ne ho. Sono qui "io", e sono solo, così come mi hai detto.

Ti aspetto. In questa parola c’è tutto. Non posso accelerare i tuoi tempi. Non lo voglio. Voglio solo te, vero. Tu assoluto, libero, amore. Se uno desse tutti i beni della sua casa, in cambio dell’amore, sarebbe disprezzato. Per questo non ho fretta, non ti voglio forzare. Ti devi manifestare perché lo vorrai tu, liberamente.

Ti devo dire però che ti desidero. Ti desidero, ma in una maniera povera.

Se non ti desiderassi non starei qui. Ma non mi muovo e non faccio nulla per forzarti perché ti desidero in modo povero. In questa povertà sta concentrato tutto il mio amore per te.

Se non ti amassi non starei qui immobile rinunciando a qualunque iniziativa per forzarti a manifestarti. Mi pare che questa sia la prova del massimo amore. Proprio perché ti amo non faccio nulla, perché non amo il tuo amore, ma amo te che sei l’amore. Per questo non posso far null’altro che attendere.

Attendo contento, senza impazienza.

So bene che potrai restare silenzioso, invisibile a me, non captabile in nulla. Ma questo mio amore per te che sei l’amore, questo mio rispetto assoluto della tua assoluta libertà mi fa capire che anche nella tua "non manifestazione" ci sei tu.

Puoi manifestarti attraverso l’astenerti dal manifestarti, perché se così deciderai, lo deciderai perché mi ami, perché non vorrai che scambi il tuo amore con te che sei l’amore; la manifestazione di te, con te "inconoscibile".

Così questa mia attesa è già piena del tuo silenzio, è già immersa in te. Già ti tocco non toccandoti e ti vedo non vedendoti, sono amato da te non sentendo il tuo amore.

Tu sei al di là di me. E proprio nel rispettarti e amarti così come sei, "al di là" è che passo questa barriera.

Tu non puoi passare al di qua, senza rinunciare a qualcosa del tuo tutto.

Potresti mandarmi al di qua il tuo amore. Ma ti ho già detto che non è questo che voglio. Voglio te, puramente, esclusivamente, totalmente. Così hai deciso di rispettare il mio desiderio.

Non passerai al di qua - tu porterai me al di là.

Ma al di là tutto è impercettibile. Tutto è invisibile, inconoscibile.

So che non ti vedrò, e non ti vedo, perché non posso vederti.

So che non ti toccherò, e non ti tocco, perché non posso toccarti.

So che non sentirò il tuo amore, perché vi ho rinunciato per amore di te che sei amore.

Ma so, lo so con certezza, che sono al di là, che ho passato la barriera, e la prova è questa, che tu sei amore, e io credo che per questo, perché sei amore, senza che io lo possa in alcun modo controllare, tu mi hai portato di peso, al di là, con te.

 

TU CHE VIENI

È cominciata la novena di natale, ed io ti aspetto, Signore. Vivo in un’atmosfera di gioia, in cui si immergono gli avvenimenti del giorno, il lavoro, gli incontri, la fatica, gli imprevisti, le urgenze, i malati, le cose che rallegrano e quelle che rattristano. Al punto che mi chiedo qual è "la cosa vera": se gli avvenimenti giornalieri o l’impalpabile sentimento di allegria per il tuo arrivo imminente.

In questo momento sto visitando malati, sto operando e sto aspettandoti. Sono contento, Signore, per questo tempo di avvento, perché il protagonista sei tu. Questo è il "tuo" tempo, il tempo in cui tu vieni. Sei tu che ti muovi, tu che hai deciso di venire, tu che desideri arrivare per essere accolto da me e da tutti noi. Ciò che fai tu si compie, e per questo sono contento, perché arriverai per davvero. La mia è una attesa contenta perché sa che sarà soddisfatta, tu verrai.

In questo tempo mi sento in grande intimità con Maria e Giuseppe. Eravate gli unici due, penso, a "sapere" e ad aspettare. Mi immagino i vostri pensieri, i vostri sentimenti. So che siete contenti di far parte con me del mondo interiore di quei giorni: aspettiamo insieme. Non so se sono io che sono indietro nei secoli o voi che rivivete quei giorni con me. Mi piace di più pensare che sia vera questa seconda ipotesi, perché ora potete rivivere quei momenti con la comprensione totale del "dopo".

Ma non vorrei sciupare quel vostro aspettare, pieno soltanto di amore. L’amore riempiva tutto, faceva la parte anche della comprensione, perché in quei giorni le parole dell’angelo erano per voi ancora molto oscure.

Penso che ripensiate con dolcezza a quel modo umile e oscuro, "piccolo", di vivere una cosa tanto più grande di voi. La comprensione del "dopo", con la sua luce, è ciò che vi fa rivivere con tanta dolcezza quell’allora" di umile credere senza capire. E’ questo umile credere senza capire, questa gioia di attendere un arrivo non pienamente capito in tutta la sua grandezza e bellezza, che oggi anch’io vivo.

Ma lo vivo, in certa maniera, un po’ come voi oggi lo rivivete nella memoria perché anch’io ho la comprensione del dopo. "So" per mezzo della fede. Ma è un "so" e "non so" allo stesso tempo, che mette l’accento sull’amore - La causa della gioia che l’attesa fa nascere è l’amore per chi arriva, non la comprensione del significato del suo arrivo.

Giuseppe e Maria, mi pare di capire che "l’attesa", quel sapere che il bambino che stava arrivando sarebbe stato il figlio dell’Altissimo e quell’amore felice con cui l’aspettavate, sommergevano con la loro "verità" tutte le varie cose che accadevano. Anzitutto ciò che accadeva doveva avere un significato di preparazione, doveva essere un segno dell’Altissimo che confermava la sua benevolenza verso di voi, unici sulla terra a condividere il suo grande segreto. In questo modo l’editto di Cesare, la fatica del viaggio, la delusione dell’arrivo a Betlemme, dove non trovaste neppure uno dei parenti che pensavate di incontrare, il caravanserraglio già pieno di gente e di confusione, il disagio di attendere il parto in una grotta che fungeva da stalla, tutto questo e il resto delle vicissitudini assumevano un colore differente, grazie al capire che ogni cosa era trasformata in bene dall’amore con cui Dio vi amava.

L’amore con cui Dio vi amava e trasformava in bene tutte le cose era lo stesso amore che muoveva i passi del figlio dell’Altissimo verso di voi. La gioia dell’attesa coincideva con la gioia di sapervi oggetto del dolcissimo e ineffabile amore di Dio.

La scoperta di questo vostro segreto mi stimola a cercare di imitarvi. Al mattino presto recito l’ufficio delle letture, per chiedere di credere come tutto ciò che mi capiterà durante il giorno sarà per me fonte di bene, dovuto all’amore che Dio ha per me. Lo chiedo per me e per chi recita con me. E chi recita con me lo chiede per sé e per me.

Come è bello fare ciò in comunità!

L’attesa è vera attesa e piena di gioia se condivisa. Prima chiedevamo di "credere" che tutto si sarebbe trasformato in bene per noi che tu ami, Signore.

Ma ora in questi ultimi giorni dell’avvento, sopraffatti dalla gioia del tuo venire, "contagiati" dall’attesa di Maria e Giuseppe, "sappiamo" che tutto ciò che avviene non sarà più trasformato in bene dal tuo amore, ma "è" ciò che il tuo amore ha scelto per noi.

Allora partecipiamo della libertà interiore di Maria e di Giuseppe, che li scioglieva dal temere e preoccuparsi, dal soffrire e dal rattristarsi, per potersi consegnare interamente all’unica cosa che veramente stava accadendo: che tu venivi, Signore!

 

"SACERDOTE PER SEMPRE"

Oggi, Signore, è l’anniversario di quando mi facesti entrare nel tuo sacerdozio per condividerlo per sempre.

Mi sono alzato prima dell’aurora per recitare il "tuo" salmo, quello che tra tutti a me piace pensare come il "tuo".

Mi sono alzato presto per poter vivere alla lettera quel tratto che dice:

- "Dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato".

- "Il Signore ha giurato e non si pente:
tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchisedech".

Queste parole sono state scritte per te. Per secoli e secoli sono state recitate dal tuo popolo. Accendendo la speranza del tuo arrivo, ne hanno alimentato "il sospiro" di desiderio. Poi sei venuto, Signore. Sei apparso tra noi, come la rugiada che la si trova al mattino appena si fa chiaro, di cui nessuno conosce il modo con cui si forma, perché generata nella notte, misteriosamente. Così tu, avvolto nel segreto della tua origine sei apparso in mezzo al tuo popolo.

Il Padre solo sapeva il tuo segreto e, compiaciuto, ti ripeteva in quelle tue notti di preghiera, prima che il sole sorgesse:

"Dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato".

Io ti ho generato. Io ti ho generato.

Non so dire bene come, ma sento che questo versetto è vero anche per me. Che la partecipazione al tuo sacerdozio, il condividerlo, mi ammettono all’interno di questa ineffabile generazione. Tutto ciò che è tuo è mio, Signore. Non alla lettera, ma per partecipazione di amore.

Mi sento scomparire per immergermi in te, per immedesimarmi in te. Sono con te che preghi, ora che la notte comincia a schiarirsi nell’aurora. Sono con te sulle colline della Galilea, nella pianura di Gerico, sulla riva del lago, nel giardino della casa di Lazzaro, Marta e Maria a Betania.

Sono con te mentre gioisci nella silenziosa parola del Padre che ti dice:

"Dal seno dell’aurora,
come rugiada io ti ho generato".

Sento il suo onnipotente amore che ti inonda e il tuo giubilo e la tua appartenenza a lui. Ed io nel mezzo, scomparso e presente allo stesso tempo.

Le parole finiscono, sommerse nel silenzio di questa generazione, simbolizzata dal silenzioso passaggio della notte nell’aurora.

Tu, Signore sei l’unico sacerdote, perché il tuo sacrificio è perfetto e perché vivi in eterno. Ma lungo gli anni senza numero della storia degli uomini, tu hai deciso di scegliere alcuni perché condividessero il tuo unico sacerdozio e agissero tra gli uomini in tuo nome. 0 meglio perché in loro tu potessi renderti presente con la tua azione in mezzo agli uomini.

Signore, tra questi hai scelto anche me…

Quando penso che si vive una sola volta e che in questa unica possibilità tu mi hai voluto amare a tal punto da prendermi per farmi condividere il tuo sacerdozio, mi vengono meno i pensieri, mi sento senza forze, senza meriti, senza spiegazioni. Rimane solo il salmo, il tuo salmo, impregnato dell’amore del Padre:

- "Dal seno dell’aurora,
come rugiada io ti ho generato".

- "Il Signore ha giurato e non si pente:
tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchisedech".

Questo salmo è troppo grande per me, ma nascosto in te lo posso sopportare.

In te chiedo al Padre: perché mi hai scelto? Non chiedo perché hai scelto proprio me fra un numero così grande di uomini, poiché con questa domanda mi pare quasi di mancare di delicatezza verso la libertà dei tuoi segreti.

Padre, quello che vorrei capire è il motivo che ti ha spinto a chiamarmi.

Ma il salmo non lo dice...

"Il Signore ha giurato e non si pente: tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedech".

Il Signore ha giurato e non si pente...

Gesù, in te devo udire queste parole, perché in te sono sacerdote per sempre al modo di Melchisedech.

Il motivo per cui il Padre mi parla così è nascosto e fa parte del motivo per cui lo dice a te.

Il Padre ha giurato e non si pente. Gesù di Nazareth, tu sei "il luogo" dove vive il figlio, e a te come figlio non m’è difficile intuire perché il Padre ti abbia giurato e non si pentirà mai.

Vorrei andare avanti nel ragionamento, ma sento che tu me ne dissuadi: l’amore non si può ridurre a un perché. Devo solo accettare di sentire che l’amore del Padre mi dice queste parole mentre le dice a te. Solo in te me le sento dire e solo in te le potrò gustare e assaporare. In te, volentieri, rinuncio a indagare: in fondo non c’è nulla da capire. C’è solo da accettare e da adorare.

Non potrò mai esaurire il segreto di Dio, e di questo ne avverto tutta la felicità nascosta, perché potrò ripetere per tutti i secoli senza mai perderne il sapore le parole del salmo, scritte per te, Signore:

- "Dal seno dell’aurora
come rugiada io ti ho generato".

- "Il Signore ha giurato e non si pente:
tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchisedech".

 

VIGILIA Di NATALE

È scesa adesso la notte di questa vigilia di natale.

Sento un grande desiderio di nascondermi dagli occhi di tutti, di restare solo. Solo, ma non solitario, Cerco una solitudine che mi consenta tanta concentrazione da essere in comunione con tutti.

Vorrei essere la coscienza e l’intimo di ogni uomo. E non solo di quelli presenti in questa vigilia di natale sulla terra, ma di tutti gli uomini che lungo i secoli hanno adorato, coscientemente o incoscientemente il mistero del natale. Vorrei poter entrare nel cuore di chi ci ha preceduto, essere contemporaneo e presente a ogni uomo passato sulla terra.

Vorrei poter scoprire questo luogo nascosto, questo luogo meraviglioso dove si realizza l’avvenimento dell’attesa e della nascita del Signore. Esso è l’interiore e lo spirito di ogni uomo che ti ha atteso e accolto, è l’interiore e lo spirito di ogni uomo verso il quale, per entrare nel quale, hai fatto con amore il tuo grande viaggio.

E’ in questo luogo meraviglioso che tutta la storia è raccolta in un punto solo, il punto della tua venuta.

Eccomi nel cuore di Maria e Giuseppe: condivido il loro sentire, il loro amore che ti aspetta.

Stai per nascere e coi loro occhi di carne potranno vederti, con le loro mani di carne potranno prendersi cura di te.

Senza uscire da loro penetro e contemplo il cuore di tutti i santi che si sono succeduti sulla terra. Ci sono tutti, sono tutti presenti e l’amore di ciascuno mi si apre e mi accoglie. E’ come se facessimo un enorme cerchio tenendoci per mano per danzare e pregare in tua attesa. L’amore di ciascuno si apre e si somma a quello degli altri. Ne scopro l’intimità, il silenzio la dedizione, lo struggimento, la felicità, l’umiltà, il dono di sé, la purezza, la riconoscenza, l’adorazione, l’offerta di sé...

Ognuno ha un dono particolare, qualcosa di suo, ma stanotte si dà il miracolo, che ciò che ciascuno ha di suo e di irripetibile possa essere aperto, visto e condiviso da tutti. E’ come se ci fosse un unico grande cuore, che fosse la somma di tutti e questo grande cuore fosse il cuore di ognuno di noi che sta nel cerchio.

Ci sono tutti i santi. Riconosco i più cari e familiari: s. Francesco, s. Teresa, s. Giovanni della Croce, s. Aldo, s. Bernardo, s. Caterina da Siena, s. Benedetto, s. Carlo Borromeo, s. Vincenzo, s. Chiara, s. Scolastica, s. Agostino, s. Monica, s. Teresina, s. Giovanni Bosco, p. Dehon, il mio fondatore, s. Margherita Maria, s. Geltrude, il santo curato d’Ars, s. Gemma Galgani...

C’è da perdersi in questa meravigliosa comunità.

Quanto sei stato amato, atteso, desiderato, Signore!

Ma non è tutto: vengono ad aggiungersi tutti gli uomini: la moltitudine immensa che s. Giovanni contemplò nella visione dell’Apocalisse.

Ci sono i pastori di Betlemme, gli umili e i poveri di tutti i tempi, quelli che non contano nulla, quelli che tu hai amato più di tutti, di cui hai voluto condividere la povertà e l’umiltà.

Quanti sono Signore! Sono la quasi totalità dell’umanità. Com’è semplice e puro il loro amore, come si combina bene e si inserisce nel contesto del fuoco ardente dell’amore dei tuoi santi.

Vorrei che il tempo che ci separa dalla mezzanotte per un lato non finisse mai, per poter aver modo di contemplare, di gustare questa meraviglia, di immergermici, di perdermici, di farla mia. Ho la sensazione di avere il mio cuore grande come il mondo e che questo cuore sia unico e che pulsi nel petto di ognuno, che ogni cuore sia la somma e la sintesi di tutti...

Ormai manca poco alla tua nascita, Signore, e dal mio posto nascosto posso sentire nitidamente i canti, i tamburi, il battere delle mani tra loro e dei piedi sulla terra della comunità cristiana che si sta radunando per la messa. Sono centinaia e paiono scatenati.

Il loro ritmo e i loro canti sono un sottofondo che dà risalto al coro del quale faccio parte e mi pare di sentire che tutti ne siano contenti e rallegrati.

Ormai sei alle porte, Signore, e sto sperimentando un senso di pienezza e di sazietà.

Ma tanta grandezza quasi svanisce, come luce di candela all’apparire del sole: Signore, stai arrivando tu, e vuoi che tutti vediamo il tuo amore. Ancora il tuo sole non è nato e già il suo chiarore fa sembrare nulla il nostro, anche se tanto grande e sincero, anche se contiene e dà significato a tutta la storia, anche se capace di abbracciare e di accogliere il tuo che è infinito.

Siamo sempre in cerchio e ci teniamo per mano, l’amore di tutti si somma e appartiene a ciascuno; la nostra ricchezza e la nostra felicità parrebbe immensa, ma ora che arrivi tu, capiamo che non è nulla in confronto a te, non è nulla senza di te. Tu in noi, col tuo amore incredibile, infinito, che predilige e si compiace di ognuno, che ci chiama per nome, che desidera con tutto il suo fuoco infinito essere accolto e risiedere in noi.

Tu sei il centro, la sorgente di tutto, tu sei l’atteso, tu sei l’oggetto del nostro amore, tu sei il fuoco che tutto brucia e illumina.

E’ mezzanotte. Sei nato, Signore, sei arrivato. La tua pienezza riempie tutto. Non c’è più nulla da dire. Il silenzio e la gioia sovrastano tutto.

Benvenuto, Signore, resta con noi!

 

FINE D’ANNO

Oggi, Signore, è l’ultimo giorno dell’anno, e sono molto contento.

Nel passato, questo giorno aveva per me un certo velo di tristezza, perché un qualche cosa finiva, passava definitivamente e non tornava più.

Ma oggi mi inviti a guardare le cose con occhi nuovi. Oggi è giorno di gioia, perché si completa un’opera che resterà per sempre. Partecipo della gioia dell’artista, che finisce la sua opera e passa dallo sforzo alla contemplazione, di aver dato alla luce un qualcosa di suo che rimane. La può far vedere agli altri, la può condividere: ora è di tutti, e lui l’ha generata. E ciò dà gioia.

Ma soprattutto partecipo della tua gioia, Signore, di quando al settimo giorno, dopo aver visto che tutto ciò che avevi fatto era molto buono, ti fermasti, e dichiarasti benedetto il sabato del tuo riposo.

Quest’anno, che è passato, non è in realtà "passato", cioè finito, scomparso. E’ entrato a far parte di me, si aggiunge agli altri per unirsi ad essi e formare la "mia età". Quest’anno è ora una parte di me, e lo sarà per sempre. Non è passato, ma è entrato nella vita, al sicuro per sempre da qualunque probabilità di scomparire nel vuoto.

Quest’anno, sì, fa parte di me, perché io l’ho vissuto, ma non sono stato io a costruirlo. Io l’ho soltanto vissuto, l’ho ricevuto da te, Signore, per viverlo. Questo anno è un tuo dono: un dono che come tutto ciò che è tuo, è senza pentimento, un dono che rimane per sempre.

C’è una caratteristica in quest’anno di vita, che porta il tuo sigillo, che toglie ogni possibile dubbio che ci sia qualcosa di non tuo: è che tutto ciò che è accaduto è servito per il mio bene, perché tu mi ami.

Il tuo amore per me ha guidato tutto, perché tutto, senza resti né scorie, servisse per il mio bene.

Nulla sfugge al tuo potere di bene, neppure il mio peccato. Anzi proprio qui, nel male che ho fatto, brilla più che mai la tua opera trasformatrice, perché il bene che ne è nato è tra le cose più "tue": è l’esperienza, nella mia persona, della tua misericordia. È l’opera più tua tra tutte, dove hai potuto agire allo scoperto, senza intermediari: direttamente dal tuo cuore è uscito il tuo perdono per me.

Come il bene che io voglio a te mi richiama il bene che voglio ai fratelli, così il bene che tu vuoi a me mi richiama il bene che i miei fratelli mi vogliono.

I miei fratelli sono stati gli angeli che tu mi hai inviato per farmi il tuo bene. Ma, come strumenti nelle tue mani, sono stati ben lungi dall’essere passivi o incoscienti costruttori del mio bene. Vi hanno partecipato con tutto il calore del loro amore.

La loro presenza è stata fonte di gioia lungo l’anno, e ora che questo anno sta per entrare nella mia storia come parte di me, anche loro entrano a far parte di me, per sempre.

Non entrano a far parte di me le loro azioni, ciò che hanno fatto per me, ma loro, loro come persone.

Che meraviglia Signore, sentire questa comunione, avvertirla, gustarla, e soprattutto "volerla", cioè andare in cerca con la memoria, per non perdere nulla.

Fratelli apparsi per la prima volta sbocciati come un fiore, appena finito di creare per te.

O fratelli da sempre che mi "hanno voluto" amare "in te" e che anch’io ho voluto riamare in te, e che insieme in te, abbiamo voluto amarti; così come "insieme" tu ci hai riamato.

Perdonami Signore, se metto per primo il nostro amore per te.

Nulla di creato ti può precedere, ma tu hai voluto avere questa libertà di rispondere, di assicurarci che se ti ameremo, il Padre tuo ci amerà e voi verrete e prenderete dimora in noi.

A questo punto comincio a capire, Signore, che quest’anno non è solo parte di me: ad essere più esatti è parte del tuo corpo mistico. I lacci che mi uniscono ai fratelli sono senza numero, ma è la comunione con loro in te, che domina tutto.

È questa la cosa che vale e che resta, sopra tutte le altre.

Quest’anno, Signore, è parte del tuo regno ed è un frammento di eternità.

 

IL DESERTO

Oggi sono di malumore. L’assalto dei seccatori è stato troppo forte, e invece di vederti sorridere e farmi cenno che eri tu, da dentro di ognuno di loro, mi sono lasciato vincere dall’amarezza di essere usato senza rispetto.

Ed ora sono qui, già è sera, e tutti si sono ritirati.

Sento un grande sollievo di essere rimasto solo, e non ho parole per ringraziarti di questa pausa. Vorrei che durasse a lungo, un tempo sufficiente per poter svestirmi dall’amarezza, per poter lasciarla sciogliersi e scomparire.

Mi viene un desiderio ardente: Signore, portami in un deserto!

Non ho ancora finito di chiedertelo che già hai dato ordine a un tuo angelo di condurmi nel deserto scelto da te per consolarmi.

li viaggio è corto, dura un istante o poco più. Sono già nel deserto. Appena arrivato l’angelo si ritira e mi lascia solo.

Parte senza una parola e ci rimango un po’ male, ma capisco che è una esigenza della mia richiesta: il deserto è deserto, cioè senza nessuno. Mi giro da tutte le parti: niente. Non solo non c’è nessuno, ma proprio non c’è niente.

Mi viene voglia di camminare, ma subito mi fermo: come potrei sapere da che parte vado, se tutto è assolutamente uguale e tutto assolutamente senza confini?

Mi viene voglia di gridare. Grido con tutto il fiato che ho in petto. Quasi neppure mi odo: un silenzio infinito assorbe il mio grido.

Mi rendo conto di essere solo, assolutamente solo.

Mi siedo per pensare meglio. Che esperienza strana: sono assolutamente libero e al tempo stesso assolutamente prigioniero, una prigione senza sbarre e senza confini, dove la sua stessa infìnita libertà è al tempo stesso la custode inflessibile della mia prigionia.

Rimango in bilico fra queste due sensazioni di libertà e di prigionia. Me le rigiro nella mente, mentre il mio sguardo sonda il cerchio dell’orizzonte. In questo deserto senza nulla affiora sempre più forte la presenza di me a me stesso.

Senza più "altro" che mi circonda, senza più attività che mi distrae, è rimasto solo il mio io.

Ho l’acuta sensazione di esistere, di "essere io", ma anche di essere solo: sento cioè che questo mio io si sta sprecando, non potendo comunicarsi a nessuno e non potendo ricevere comunicazione da nessuno.

Mentre contemplo questa realtà con un velo di tristezza, sento crescere intorno a me, prendere corpo poco a poco la presenza del deserto. Non sono nel vuoto, sono nel deserto.

Il mio corpo ne sente il calore della terra, i miei occhi lo vedono tutto intorno, fino all’orizzonte, il mio spirito lo avverte come una realtà, anzi come l’unica realtà tangibile fuori di me.

Comincio a sentirmi più a mio agio: con me ora c’è il deserto. E il deserto me lo sento amico.

Mi alzo e provo a camminare: com’è differente da poco fa: ora c’è significato: in qualunque direzione mi muova, cammino nel deserto, la sua compagnia non mi lascia.

Posso correre, andare in fretta o adagio, posso fermarmi, tornare indietro; il deserto resta con me.

Posso parlare, posso gridare, sussurrare: la mia voce non si perde più come prima: il silenzio del deserto l’accoglie con riverenza.

Il mio cuore si riempie di pace e mi viene voglia di parlare col deserto.

Ma non mi vengono parole. Il deserto, col suo silenzio e la sua immensità, mi invita ad ascoltare.

Così mi siedo di nuovo, mi raccolgo e apro il mio spirito a lui.

Sto ascoltando il silenzio del deserto, Signore, ma mi viene una gran voglia di parlare con te. Anzi i miei occhi poco a poco si aprono e cominciano a vedere, la mia mente comincia a intendere: questo deserto così grande e accogliente, così infinito e così presente, così attento e discreto, così silenzioso e così parlante; questo deserto infinito, Signore, sei tu.

Sentivo ardere il mio cuore per la sua presenza, ed ora capisco perché eri tu.

Sentivo pace e sicurezza, mi sentivo abbracciato, senza possibilità di sottrarmi a quell’abbraccio, ed ora tutto diventa chiaro, perché eri tu.

Mi sentivo ascoltato, il più piccolo suono era accolto con riverenza e attenzione da quel silenzio infinito, perché quel silenzio infinito eri tu.

Sentivo il bisogno di tacere e ascoltare, di lasciarmi penetrare da quella immensità e da quella presenza, perché dal deserto aveva cominciato a spirare la brezza onnipotente dell’amore col quale io ero amato da te.

 

SORELLA QUARESIMA

Mentre in cappella facevo l’esame di coscienza sul tuo amore di quest’oggi per me, mi coglie improvviso e forte il pensiero che stanotte comincerà la quaresima.

Sento la quaresima come se fosse una creatura viva: sorella quaresima non tempo di penitenza, grigio-piovoso, ma tempo di Dio, tempo tuo.

Sorella quaresima è vergine e sprizza verginità da tutti i pori, sorella quaresima è tutta intera tua e porta a te tutti i fratelli che la amano.

Sorella quaresima è santa.

È ancora notte, prima dell’alba; tutto è silenzio e dorme. Ma tu, Signore, mi hai svegliato. Vuoi che stia con te, un po’, solo a solo.

Mi chiami in maniera indistinta, ma che posso intendere senza errore.

Vuoi che questa quaresima la viva in te. Me la fai vedere e desiderare come un grande ritiro di quaranta giorni.

Mi inviti a lasciare tutte le preoccupazioni: ci penserai tu a tutto.

Questi quaranta giorni desideri che li passi nel deserto: quel deserto che sei tu stesso.

Eccomi, è già la prima domenica di quaresima e ho ricevuto in dono da te un po’ di deserto. Sono nel "mato", a Namarroi, la casa è in mezzo al bosco e i padri sono usciti nelle cappelle. Sono rimasto solo. Solo con te e con sorella quaresima.

Ripenso alle letture di giovedì scorso, al vangelo con quelle tue parole "chi vuol salvare la propria vita la perderà, e chi la perderà per causa mia la salverà".

Chiedo a sorella quaresima che mi spieghi questa frase: se è una parola di minaccia o di consolazione.

Sorella quaresima mi guarda con occhi sorridenti, e in un sussurro mi dice: "Questa parola sono io. Che ti pare: mi trovi minacciosa?".

La guardo in silenzio: è una creatura giovane e bella che spira serenità e gioia.

"Se questa parola sei tu, sorella quaresima, vieni anche tu con me nel deserto del Signore per questi quaranta giorni".

Senza dir niente mi tende sorridendo la mano, e con un cenno del capo mi dice "andiamo!".

Sono contento, Signore, di trovarmi nel deserto che sei tu, di aver accettato il tuo invito, perché solo immerso in te, circondato da te, posso comprendere il significato di perdere e di salvare. Di fatto il succedersi degli avvenimenti è una continua proposta per perdere la mia vita. Mi spiego: continuamente si presentano occasioni in cui i fratelli, o il bene di tutti, o l’amore per te, o l’esigenza di verità, o il compimento di una promessa o del mio dovere, mi chiedono di rinunciare "per un momento" al mio bene immediato: al mio riposo, al mio divertimento, ai miei programmi, alle mie soddisfazioni, alla mia tranquillità, a "me", per aiutarli a poter esistere.

A essere sincero, esaminando spassionatamente le cose, devo dire che la vita, col suo giorno dopo giorno, mi invita a lasciarmi portare dal senso degli avvenimenti, che è quello di accettare di morire perché qualcosa che vale possa avere la libertà di esistere.

Questa però è una filosofia molto dura, il cui significato non è facile da scoprire.

Per questo, Signore, ti dicevo che sono contento di trovarmi con sorella quaresima dentro al tuo deserto, immerso in te. Perché ora soltanto mi è chiaro il segreto che spiega tutto: chi perde la sua vita "per causa mia". A causa di te. Solo così, circondato da te, come sono adesso, posso capire cosa vuol dire a causa di te.

Accettando le proposte "a far vivere" gli altri, predico con verità l’amore per te.

In fondo chi è che mi presenta un’occasione dopo l’altra, nello scorrere della mia esistenza, se non tu? E tu che altra legge hai all’infuori di quella di essere amore? E quindi il tuo amore che mi chiede di dar vita, e dando vita io accetto di farlo per rispondere con amore al tuo amore.

E’ vero, sì, per "obbedirti" è necessario che io "muoia", che "perda" la mia vita. Ma ciò che muore non sono però io, è quella parte del mio io che chiede di poter "vivere" per forza propria, di darsi la vita da sola, di autoaffermarsi come viva, e che perciò non ha bisogno di te per ricevere da te la vita.

Ma salvare questo tipo di vita è un’illusione di vita, perché nessuno ha in sé la sorgente della vita, all’infuori di te.

Se invece io accetto di rinunciare a me, di "morire" per rendere possibili le proposte del tuo amore, dandoti la possibilità di compiere il tuo amore negli altri attraverso di me, allora questa vita, che attraverso me tu vuoi far giungere agli altri, prima di raggiungerli mi impregna di sé, non già di quella mia vita di prima, inconsistente, ma di questa vita che è tua, anzi, meglio, di te, che sei la Vita.

Mi guardo attorno soprapensiero, rimuginando questi pensieri. Da ogni parte un’estensione senza confini di deserto, di questo deserto che è il tuo amore. Come sei grande, Signore!

E tu, sorella quaresima, dimmi: la vita che mi farai trovare, avrà, anche lei, le stesse dimensioni?

 

DIETRO L’AURORA

La notte poco a poco svanisce, e il primo chiarore dell’alba comincia a spegnere le stelle più vicine all’orizzonte.

Me ne sto solo a contemplare questo spettacolo. Mi dà l’impressione di un momento fatato, in cui tutto potrebbe accadere.

E’ in quest’ora in cui non ci sono testimoni, che tu Signore ami rivelarti. E’ in quest’ora che il tuo figlio Gesù veniva all’appuntamento con te. E dai giorni di Gesù è rimasta santa, perché benedetta e amata da lui fra tutte le altre ore del giorno.

Una brezza leggera accarezza il volto, ed ecco che ad un certo punto assume l’aspetto di un angelo del Signore e mi dice: "Vieni, salta con me dentro all’aurora, prima che il sole appaia".

Mi prende per un braccio, mi stacca da terra come se fossi una piuma, e passiamo attraverso l’aurora come fosse una porta.

"Ecco - mi dice - da qui si può vedere il mondo dal di dentro".

Mi sento sorpreso, a dir poco, spaesato, ma subito mi accorgo della tua presenza, Signore, e della contentezza che hai che io sia arrivato.

Sento il tuo cuore infinito, onnipotente, invincibile che mi riempie di felicità. È una felicità immeritata, sproporzionata, eppure capisco che non è lei che conta: lei è soltanto come un profumo inebriante e soavissimo, che esala da te, che è inseparabile da te.

Vorrei quasi fuggire, tanto è grande il senso di indegnità e di impurezza, ma al tempo stesso capisco che non saprei dove nascondermi. Eppoi ti mancherei di rispetto, perché l’iniziativa è tua e desideri che io rimanga.

Accetto perciò di restare, dimenticandomi di me, scomparendo dall’orizzonte della mia coscienza, immergendomi nel tuo essere.

Mi sento inebriato di felicità, ma non è una felicità "mia", non è da "godere": io è come se non esistessi più. E’ la tua felicità, Signore.

Dalla tua felicità, dal luogo dietro l’aurora, dove mi hai aspettato, mi mostri ora tutto l’universo. Mi concedi di abbracciarlo in uno sguardo solo. Ma non è una visione sintetica, riassuntiva, come se vedessi tutto da lontano. Mi ci immergi, me lo mostri infinito, me ne fai gustare l’estensione, coi suoi miliardi di galassie, distanti fra loro miliardi di anni luce, formata ciascuna da miliardi di stelle, ma non mi smarrisco in tanta grandezza.

L’ho già detto: io è come fossi scomparso: sono in te e mi mostri le cose coi tuoi occhi.

Ogni stella è bella e differente dalle altre, è amata singolarmente da te, amata nei particolari, ed è, per quanto può esserlo, una stella felice. Una felicità trasmissibile che passa in chi la vede e la conosce.

Mi mostri la luce, la prima di tutte le creature inanimate. La doni senza misura a tutte le cose, e tutte le cose la ricevono con gratitudine e la rioffrono trasformata in colore. Un colore capace di cambiare, di sfumarsi, di crescere, di brillare, di attenuarsi, di combinarsi e armonizzarsi con colori delle altre creature vicine.

È anche questo un linguaggio di felicità, un cantico che sale da tutto l’universo. Mi mostri la vita, con tutte le sue innumerevoli varietà di modi. Ogni modo è una creatura differente: dagli esseri microscopici come i virus e i batteri, agli insetti, ai pesci del mare e dei fiumi, agli animali della terra, agli uccelli dell’aria, agli alberi, alle piante, e ai fiori, ognuno con le sue leggi, con la sua maniera di nascere, di vivere e di riprodursi.

Ognuno con la sua bellezza, ognuno amato da te, pensato e realizzato nei particolari. Ognuno che ha bisogno di altri esseri per poter vivere, esseri che tu di fatto, hai creato e messo gli uni accanto agli altri, perché potessero essere felici e dare felicità, anche se inconsciamente.

Poi mi mostri l’uomo, l’essere che hai creato perché ti assomigliasse e somigliandoti potesse capirti e capendoti potesse condividere, questa volta coscientemente, il tuo amore e la tua felicità.

Ognuno differente da tutti gli altri, ognuno progettato, pensato, creato singolarmente, amato in maniera unica ed irripetibile, ognuno adornato di doni e qualità, armonizzate in modo da dare un risultato originale ed unico nella storia.

Tutta la creazione mi sta davanti, senza più segreti di "superficie". Volgo lo sguardo verso di te. C’è ancora un segreto da capire, il più profondo di tutti: perché hai creato e perché la creazione è così infinitamente "abbondante", in "eccesso", senza misura di numero e di meraviglie? E soprattutto perché in ogni sua parte e in ogni suo dettaglio la scopro impregnata di felicità?

Mi sorridi compiaciuto: è proprio per sentirmi fare questa domanda che mi hai fatto attraversare l’aurora e mi hai mostrato l’opera delle tue mani.

"Ebbene, il motivo è questo - mi dici - perché la creazione l’ho fatta per essere un regalo. Un regalo degno del destinatario, un regalo per mio Figlio, per il mio Figlio unico, Dio con me. Nulla è troppo per lui. E perché nessun segreto gli fosse nascosto l’ho invitato a creare insieme a me".

La felicità che esala da ogni essere e da tutto l’insieme è dovuta all’immenso amore per il mio Figlio e all’immensa felicità che sento nell’offrirgliela come regalo degno di lui.

E la mia felicità e il mio amore passano di sovrabbondanza in sovrabbondanza, perché il mio Figlio ha accettato di farne parte come creatura, di sottomettersi alle sue leggi, compresa quella della morte, per andare alla ricerca della più cara delle mie creature, dell’uomo che s’era perduto.

Ebbene l’ha ritrovato, se l’è caricato sulle spalle e l’ha riportato a me. Ed ora è rimasto con lui, fino alla fine dei secoli, perché non si possa più perdere, e per permettermi di poter essere tutto in tutti.

Quando ciò si realizzerà in pienezza, mi rioffrirà il dono della creazione che gli ho fatto, trasformata per opera sua in regno.

Rimango senza parole, immerso nel silenzio dell’adorazione. Poi si fa strada un ultimo perché, che non m’è chiaro.

"Spiegami, Signore, la parte dello Spirito santo". "E’ come il vento che soffia e nessuno sa com’è e dov’è, ma tutto pervade e impregna di sé.

È nello Spirito santo, Amore, che insieme al mio Figlio ho plasmato la creazione in ogni suo particolare e in tutta la sua immensità.

È pure in lui, felicità, che la creazione esulta di gioia, ed è attraverso la sua unzione ineffabile e silenziosa, capace di penetrare nel più intimo dell’anima, che io posso diventare tutto in tutti e che la creazione si trasforma in regno".

Ed è in te, Spirito Consolatore, che il Padre mi ha aperto i suoi segreti, in te mi immerge nella sua felicità, in te che mi ha fatto attraversare l’aurora, in te che mi riconduce sulla terra, adagio, perché non si faccia male il mio piede, è in te e per la tua azione che, poco a poco, lui sta diventando tutto in me, perché anch’io possa entrare a far parte per intero, per mia libera scelta, e felice, del regno, che gli sarà restituito come dono degno di lui, nell’ultimo giorno.

 

LA SCHIENA DI DIO

Sto bevendo il caffè, caldo e amaro nella cucina semioscura, quando una gioia improvvisa mi riempie il cuore. È ancora notte fonda e mi sono alzato per poter pregare un po’ a lungo.

Mi chiedo da dove arriva questa silenziosa, amica gioia. Provo a interrogarla, ma non mi dice nulla. Forse mi viene dalla notte: la interrogo, ma pure lei tace.

La scruto meglio, l’assaporo: il buio fuori delle finestre, le rane nei pantani che cantano ininterrottamente dal tramonto, i grilli sugli alberi intorno alla casa, il silenzio sovrano che fa da sfondo a questi tenui suoni.

Sì, può darsi: un po’ di felicità mi viene anche dalla notte, e specialmente dalla solitudine; anzi, direi meglio, dalla "solitarietà". Cioè non dall’essere solo, ma dallo stare momentaneamente solo.

C’è un’altra sensazione piacevole che forse mi può influenzare in questa gioia: è quel po’ di fresco che entra timidamente dalle finestre aperte e che interrompe per qualche ora il caldo torrido e umido della stagione delle piogge.

Entro nella cappella, accendo il cero rosso e poi scosto le tendine del tabernacolo in forma di capanna per prendere l’ostensorio e metterti sulle tovaglie candide del tavolino che funge da altare. Ora capisco da dove mi viene la gioia che provo: mi viene da te. È per stare con te che mi sono alzato presto, per poter stare ben sveglio che ho preso il caffè, per non essere interrotto e distratto che la notte mi accoglie, contenta di poterci fare (a me e a te) questo servizio.

Mi siedo sulla poltrona di vimini per poter rimanere davanti a te e in te, in silenzio. Tu in silenzio e io in silenzio. Tu solo ed io solo. Tu nel seno della Trinità e io nel seno della Trinità. Tu nel tuo corpo mistico sparso sulla terra in parte e in parte nel cielo e io pure nel tuo corpo mistico, una cosa sola con quelli della terra e con quelli del cielo.

Mentre sono immerso così in questa realtà si fa strada un pensiero: mi ritorna in mente quella sensazione di gioia improvvisa che mi ha rallegrato mentre prendevo il caffè.

Mi ha toccato il cuore, ma era silenziosa. Davvero, ti dico che mi ha un po’ colpito il suo silenzio, il fatto di tacere sulla sua origine, di non dirmi chi era e da dove veniva.

C’è stato un "prima" in cui non c’era, e un "dopo" in cui c’era. Ma non l’ho vista arrivare. Me ne sono accorto subito e me ne sono rallegrato, ma non ho capito chi era: per me era avvolta di mistero.

Poi sono venuto in cappella e solo qui mi hai fatto capire che eri tu.

Ti guardo in silenzio, rimuginando questi pensieri, quasi a cercare di capire il perché. Si fa strada la convinzione che questo piccolo avvenimento sia solo un esempio, più chiaro degli altri di una tua maniera di essere e di fare.

Mi viene in mente l’episodio di Mosé, quando ti chiese di vedere il tuo volto e tu gli rispondesti che non era possibile vederti e restare vivo. Gli proponesti tuttavia di andare sul monte all’entrata di una grotta. Lì passasti davanti a lui e mentre gli eri di fronte, faccia a faccia, gli copristi la testa con la tua mano perché non morisse al vederti, poi appena passato la ritirasti, perché ti vedesse, ma solo di schiena. Adesso comincio ad intuire qualcosa: solo dopo di essere passato è che ti posso "vedere". Ma vedere di schiena, cioè riconoscerti negli effetti del tuo passaggio. Posso vederti nelle orme che hai lasciato, come pure più semplicemente posso riconoscerti appena sparito, come accadde ai discepoli di Emmaus, e rivivere nella memoria e nella contemplazione la situazione appena vissuta e da lì risalire a te, "vederti", ma quando già sei passato.

Nel momento in cui stai di fronte, faccia a faccia, mi metti una mano sulla testa, perché "non possa" vederti, altrimenti morirei. Però la ritiri subito perché "possa" vederti appena passato, mentre sei ancora vicino.

Per questo non ho capito da dove veniva quella gioia e perché lei taceva. E così penso che sia per tutto ciò che mi capita: solo dopo è che posso riconoscerti.

Continuo a guardarti, sempre più contento, ma sento che ancora non ho capito tutto. C’è rimasto qualcosa da chiarire.

Vorrei capire meglio, Signore, com’è la faccenda della mano sulla testa: nel momento in cui mi sei faccia a faccia, sei tu stesso che mi impedisci di vederti con la tua mano sui miei occhi. Di per sé io potrei vederti, ma tu non mi lasci, perché dopo non riuscirei più a vivere. Per ora perciò, è bene per me vederti solo di schiena.

Lasciami continuare. Dimmi, ti prego, se il mio ragionamento è giusto: se è vero che quando sei faccia a faccia non ti vedo, posso concludere che in qualunque delle occasioni in cui non ti vedo, potrebbe essere che non ti vedessi proprio perché tu mi stessi guardando negli occhi.

Allora la preghiera che ti faccio è questa: non vorrei perdere tali momenti.

Continuo in silenzio con questa orazione senza parole, messo di fronte a te. Ormai il cielo si schiarisce e fuori dalla finestra si cominciano a distinguere le sagome delle palme. Non mi resta più molto tempo. Mi torna alla mente Mosè: tu gli dicesti "mettiti sulla rupe"; quando passerò "metterò la mia mano sulla tua testa". Allora Mosé si curvò in fretta e si prostrò.

Mosé non ti vide, è vero, però ti adorò mentre passavi. Credette alla tua parola e si prostrò in adorazione...

Non ti posso vedere, Signore, ma ti posso aspettare, non ti posso vedere in volto, ma posso curvarmi e adorarti.

Questo è il mio desiderio, Signore: quando passerai, di curvarmi e di adorarti.

Non avrai più neppure bisogno di coprirmi gli occhi, perché io sarò curvato in adorazione: mi basterà credere sulla tua parola, che tu ti sei fermato di fronte a me.

 

LA PREGHIERA DEL SEPOLCRO

Venerdì santo. Sto confessando dopo la via crucis e la preparazione comunitaria. La chiesa è piena e siamo solo tre sacerdoti a confessare. Le ore passano lente; viene la tentazione della stanchezza e vorrei dare un’occhiata alla fila dei penitenti per vedere se ce ne sono ancora molti.

Mi sorprendo a desiderare che fossero pochi, ma mi raggiunge il tuo sguardo di crocifisso: nella terra ora in cui stai morendo per rimettere i nostri peccati io sono qui a permetterti di applicare oggi a questi tuoi figli, in un angolo della terra, il frutto della tua morte.

I secoli spariscono: tu ed io siamo contemporanei. Sento che c’è un’intima unità fra te e gli avvenimenti di quel pomeriggio e me e le confessioni di questo pomeriggio.

Non guarderò più, Signore, la fila dei penitenti. Vorrei che fosse lunga, senza fine, per poterti dare la soddisfazione di applicare a tutti la tua benevolenza di crocifisso.

Il sole si avvia al tramonto. Il soldato ha già trafitto il tuo corpo morto e Giuseppe di Arimatea sta aspettando impaziente che Pilato firmi l’ordine di togliere dalla croce e di consegnargli il tuo cadavere per la sepoltura.

Le confessioni si susseguono. I primi fedeli cominciano a rientrare in chiesa per la celebrazione del venerdì santo.

Ormai il tuo corpo è già steso per terra, sul lenzuolo, e ti stanno cospargendo con gli aromi.

Ti fasciano con le bende e ti depongono adagio nel sepolcro.

Rotolano la pietra e tutti se ne vanno.

In chiesa ormai non ci si vede più: si accendono le luci e si cominciano i canti.

La celebrazione è appena iniziata quando l’ultimo fedele riceve l’assoluzione.

Sei nel sepolcro, Signore. Morto, immobile, in silenzio.

Intuisco che è iniziato un grande mistero.

Ti voglio rimanere accanto a meditare, ad attendere, a condividere con te, questo "stare morto", chiuso nel sepolcro con la pietra rotolata all’entrata.

Ti guardo a lungo: immobile nella morte, avvolto nella sindone, che ti ricopre completamente.

Ricordo le tue ultime parole: "Tutto è compiuto!".

Sì, la Scrittura s’è avverata per intero, in tutti i particolari, ma penso che in quel "tutto" che s’è compiuto c’è molto di più: c’è tutta la storia del mondo, che dopo l’infinità dei peccati, è ricondotta all’obbedienza e all’amore in te che muori; c’è il grido innalzato al Padre da tutti gli uomini buoni che splendettero come stelle in mezzo a una generazione perversa; c’è l’immensa fatica della storia di oscuri millenni di tenebre, che finalmente trovano il loro significato, perché spesi per raggiungere la pienezza dei tempi, necessaria perché apparissi tu; ma soprattutto c’è l’insondabile, l’infinito, l’indicibile tuo amore che non ha più nulla da bruciare, che s’è esaurito per aver raggiunto l’assoluto della sua pienezza, il limite invalicabile dell’infinità.

Tutto è stato veramente compiuto, eppure mi pare di capire, mentre ti contemplo cadavere dentro la terra, che questo tuo startene morto sia in qualche modo un’aggiunta a quel tutto.

Quello che mi impressiona è l’assoluta assenza di avvenimenti, il silenzio, il vuoto: tu che sei morto, e come tale non puoi più avere nessuna iniziativa; per parte tua hai accettato di restare morto per sempre.

Fino a questo punto è giunta la tua offerta: ti sei consegnato alla morte senza condizioni ed ora il tuo cadavere è ai miei occhi una preghiera, meglio, uno stato di preghiera: l’offerta di te stesso così totale che accetta di restare nel nulla della morte. Il tuo restare immobile nella morte è la forma esteriore di questa tua preghiera senza parole, così definitiva che non può più cambiare, così senza pentimento che è disposta a durare per l’eternità.

Le ore passano lente, e mentre lo scorrere del tempo consolida il tuo stato di morto, la tua preghiera diventa sempre più grande e universale. La vedo abbracciare il mondo intero in quanto soggetto al regno della morte.

Tutto ciò che nel mondo è morte, conseguenza della morte o caparra della morte è assunto da te, condiviso.

Nessun fatto in relazione con la morte, nessun uomo in quanto mortale è più solo: è abbracciato dalla tua preghiera del sepolcro, è trasfigurato dall’effetto capovolgente della tua preghiera della morte.

Da condanna e punizione tutto si sta trasformando in accettazione, offerta e adorazione da quando sei entrato a far parte come suddito obbediente del regno della morte, questo regno si sta trasformando da regno di pianto in regno di amore.

Il mondo intero, la storia sta cambiando di significato.

Eppure tutto tace, tutto continua uguale. Questo sabato santo pare interminabile, e di fatto in certo senso lo è: raccoglie nei suoi confini e nel suo significato tutta la storia della terra.

Ora ti guardo alla luce di questa comprensione. Il tuo amore mi ha riempito il cuore. Penso al Padre, che infinitamente al di là dei miei confini vede tutto ciò e intende, penso al suo amore infinito per te.

E per me, uomo abituato al mio modo di essere e di amare, pare impossibile che questa tua preghiera del sepolcro non ti renda ancora più amato dal suo cuore di Padre.

Mi nasce nell’animo una curiosità: quanto potrà resistere il Padre senza intervenire di fronte alla tua preghiera di "morto per sempre"?

Tu, Signore, da parte tua non hai posto limiti né condizioni, ma il Padre aveva svelato ai profeti che avrebbe resistito tre giorni e tre notti.

Ma questa era una "previsione". Ora invece la tua preghiera è presente, in pieno svolgimento.

E talmente infinita, talmente perfetta, talmente assoluta, che va al di là di ogni possibile previsione.

È talmente amante che l’amore di risposta del Padre trabocca, non può resistere più a lungo, diventa anch’esso, in certo modo, "compiuto per intero".

È la notte di sabato, la tua seconda notte di preghiera, della tua preghiera per sua natura senza fine.

La notte è ancora a metà quando il silenzio del sepolcro è scosso dall’irrompere improvviso del suono dei tamburi e da voci di canto. Provengono dal piazzale della chiesa dove si sta accendendo il fuoco nuovo di pasqua.

Ma ascoltando meglio sento che provengono da tutta la terra, da tutti i secoli, da tutta la storia.

Coprono, accompagnano, celebrano, si confondono col rumore della terra che trema per la gioia della tua risurrezione.

Celebrano, accompagnano, cantano, annunciano per tutti i secoli, fino alla fine del mondo che l’amore del Padre non ha saputo resistere di fronte alla tua preghiera del sepolcro, e ti ha risuscitato prima che si compisse il terzo giorno.

 

SORELLA ETERNITÀ

Sono sul battello che fa servizio sul fiume. Siamo fermi all’attracco per aspettare non so che. Il motore continua al minimo col suo monotono rumore; tutto il resto è notte. Le fioche luci dell’imbarcadero impediscono di vedere le stelle e le oscure sagome lontane dell’altra riva.

Me ne sto un po’ annoiato quando mi pare che qualcuno mi tocchi perché gli presti attenzione. È qualcuno che mi hai inviato tu, Signore. Mi invita discretamente a uscire dal tempo. È una creatura delicata e silenziosa, che con la sua presenza poco a poco cancella dal mio spirito il rumore del motore, le luci dell’imbarcadero, la gente annoiata che mi siede accanto. Tutto intorno a me è come scomparso e avverto acuta la percezione della tua presenza.

Mi pare di non ricordarmi più del "prima" e di non sentire interesse per il "dopo".

Ci sei solo tu, che mi stai fermando persino i pensieri e questa tua creatura silenziosa e cara.

Chi sarà mai? Mi pare di vederla sorridere e di porsi un dito sulla bocca come se mi dicesse di far silenzio e di aspettare.

Me ne rimango lì con te, a gustare tranquillo la tua pace e il nostro tacere reciproco.

Il battello è partito e ora corre sul fiume. Non ci sono più luci che disturbino le stelle. Proprio di fronte a dove sono seduto c’è l’enorme costellazione dello Scorpione che occupa quasi un quinto del cielo. È appena sorta dall’orizzonte e pare sdraiata, immobile come uno scenario. Un corpo celeste di grande splendore, forse Giove vi è incastonato lì accanto come uno splendido diamante su una spilla. Il battello va, ma quel pezzo di cielo rimane fermo, di fronte a me.

Questa visione fa un tutt’uno nel mio spirito con la tua presenza e potenzia quell’impressione di starmene in una regione isolata e separata dal "prima" e dal "dopo". Quelle stelle mi sembrano il simbolo dell’immobilità, della stabilità, del permanere al di sopra del via vai di ciò che si muove nel tempo. Non sono loro però, che mi trattengono fuori dal fluire del tempo, ma tu.

Questo stato d’animo che accompagna la preghiera mi chiede che lo esamini meglio. Non temo di distogliermi da te perché mi fai intendere che ciò che avverto è qualcosa che tu mi vuoi dire.

Mi fermo a osservarci, tu ed io mentre ce ne stiamo insieme. Come ti ho appena detto, mi riempie lo spirito questa libertà di fronte al "prima" e al "dopo" del nostro stare insieme ora, sul battello. E poi c’è la presenza di quella creatura cara e silenziosa che discretamente ci accompagna. È qualcuno che tu vuoi che stia con noi, come un’ancella o un angelo o una sorella.

Mi volgo a guardarla con l’animo aperto alla comunione: anche lei vuole comunicarsi, manifestarsi, aprire ai miei occhi il suo segreto. In te Signore la guardo, e in te sono guardato.

Ecco, finalmente la riconosco: è sorella Eternità.

Me la immaginavo seria e distaccata e invece è cara e sorridente e soprattutto desiderosa di stare insieme. Sento crescere in me una gioia intima per la sua presenza, per averla conosciuta, per essere da lei amato, e soprattutto perché lei sta sempre con te, e ti accompagna ovunque ed ama coloro che tu ami ed è amata da coloro che ti amano.

Sto cercando di assaporare la gioia che mi dà la sua presenza. Si confonde in gran parte con la gioia della tua presenza, e mi fa sentire acutamente quella libertà di cui ti parlavo poco fa, di percepirmi staccato e indipendente dal "prima" e dal "dopo".

La sua presenza mi fa sentire libero dal tempo, e contemporaneamente mi dà la certezza che questo "intervallo" occupato esclusivamente da te, Signore, "dura". Non è misurabile in termini di tempo, libero com’è dal prima e dal dopo: è inesteso, e, pur "finendo" a un certo punto, non termina. Sento che rimane in me, come se quella regione libera dal prima e dal dopo fosse una parte di me, che rimane sempre aperta e desiderosa di essere riempita dalla tua venuta. Sorella Eternità mi è davvero sorella, perché c’è qualcosa di comune tra lei e me.

Arriviamo al pontile di attracco: il nostro viaggio è finito. Mentre cammino sulla passerella ho l’impressione che questa sia come un ponte levatoio che mi fa ritornare nel "dopo", e quindi nel regno’ del tempo. Mi viene il desiderio di ricercare sorella Eternità confusa tra la folla in mezzo alla quale si svolge abitualmente la mia vita. Ora che l’ho vista e ci vogliamo bene la saprò riconoscere se per caso i nostri occhi si incroceranno in qualche momento.

Stamani mi sono svegliato molto presto e senza sonno. Così ora sono qui in cappella di fronte a te, mentre ancora è notte. Ho nel cuore il sapore del nostro incontro dell’altra sera, e avevo voglia di quel nostro incontro dell’altra sera, e avevo voglia di rivedere accanto a te sorella Eternità.

Cerco di gustare a fondo questa esperienza che mi guidi a fare: di accorgermi e di riconoscere ciò che di eterno ha lo stare con te.

Vado col pensiero lungo l’itinerario della mia vita di tutti i giorni e ora che ho visto bene com’è sorella Eternità, sto scoprendo quante volte l’avevo già incontrata senza riconoscerla. L’esempio più chiaro è nelle conversazioni. Ci sono vari modi di parlarci tra noi sulla terra: ci possiamo raccontare "cose" o possiamo raccontare "noi", la nostra verità interiore, la tua presenza in noi, la verità di noi che sei tu.

Ebbene, sia io che le altre persone con le quali ho avuto occasione di "comunicare" cioè di fare esperienza di comunione, ci siamo spesso detti che ciò dava una gioia e un sapore speciali, una gioia e un sapore "tuoi", che venivano da te presente e parte della comunione.

Ci veniva fatto di pensare a come sarebbe stato bello dopo la risurrezione, quando la comunione sarebbe stata totale, e con tutti, in te. Ma già adesso facciamo un’esperienza della stessa qualità. Ci mostravamo a vicenda quella vita eterna che è in noi, quell’aspetto di eternità che è il fondo della nostra vita e del nostro essere.

Mi vengono in mente altre volte in cui sorella Eternità mi ha fatto visita. Piccole esperienze fugaci, ma al tempo stesso durevoli: "gocce di eternità". Quando per esempio ti offro la lode di un "parola di silenzio" cioè quando "non dico" una parola per tuo amore e per amore di un fratello e di una sorella.

O quando nel mezzo del lavoro mi chiami un momento, non visto da nessuno, per offrirmi un piccolo "buco" nel tempo, in cui il tempo non scorre, e che perciò non arresta l’attività, e nel quale, in segreto, possa accorgermi di te e sorriderti con un cenno d’intesa.

O quando dopo aver perso la pazienza con qualcuno, questi mi sorride come se nulla fosse, nascondendo nella sua magnanimità la mia colpa momentanea.

O quando ricevo un favore o un atto d’amore totalmente gratuito da qualcuno, solo perché mi vuol bene. È quella gratuità che mi sorprende e mi fa capire che quel gesto non finisce lì, che è in certo modo eterno, perché la fonte ultima è il tuo amore.

Di giorno in giorno siamo arrivati ad oggi, Signore, che è la tua festa: domenica della ss.ma Trinità.

La celebrazione di questa solennità mi riempie il cuore. Non so spiegare di che cosa e come. So solo che me lo sento "pieno". Mi comunichi qualcosa che è tuo, specificamente tuo, ma che non è più "solamente" tuo, perché lo dai regalmente con magnificenza, a tutti noi che ti amiamo.

È qualcosa che ci fa entrare nel tuo seno e ci fa sentire un po’ ciò che è la tua vita nella quale viviamo, ci muoviamo ed esistiamo: è qualcosa che capisco che non ha principio né fine, qualcosa che dura, che non si consuma, perché ce la dai senza pentimento, qualcosa che ci accompagna e ci sorride tutti i giorni della nostra vita, come una sorella che ci vuol bene e che resta con noi: sorella Eternità.

 

SAN TEMPO

Sono in viaggio, spogliato e libero dalle responsabilità di tutti i giorni. Mi fermo a notte per riflettere e stare un po’ con te solo a solo, per ringraziarti del sapore di nuovo che per me ha questa sera di libertà.

Senza pesi e senza timore di essere svegliato a metà del sonno, ho davanti a me la notte. Una notte che vorrei dedicare a te; non tanto nel senso di occuparla in tua compagnia, quanto piuttosto nel senso di offrirla come un dono di ritorno a te, per ringraziarti del dono che lei stessa, libera e intatta, è per me. La prendo perciò sulle mie due mani per mostrartela, per ringraziartene, e per offrirtela. Vorrei cercare di definirla meglio, di capirla e di penetrarla nel suo significato. Non nel suo significato di creatura notte, ma in quello di creatura dono, dono tuo a me e dono mio a te.

La sua prima qualità è la santità. Non una dote conquistata, ma come un profumo che esala da un fiore: è qualcosa che fa parte della sua essenza, nato insieme con lei e da lei indistinguibile.

Tuttavia la notte non mi appare come una "cosa", rimane quello che è: un tempo. Orbene, questo tempo è santo. Santo per via della tua presenza: allo stesso modo di come era diventata santa la terra attorno al roveto ardente quando apparisti a Mosè.

Sei tu, santo, che rendi questa notte santa, che rendi il tempo di cui essa è intessuta, santo. Ciò vuol dire che ogni minuto, ogni frazione più piccola di tempo, è veicolo della tua santità; e perciò è santo e santificatone. Mi investe col suo dolce potere, inarrestabile, "inesorabile".

Il tempo nel suo fluire è, questa notte, veicolo della tua presenza. Vieni a me non in un luogo, ma in qualcosa di molto più immateriale, e quindi in fondo, più adatto, a essere usato da te per comunicarti: in un tempo, che non ha lunghezza e larghezza, che non ha peso, non ha colori, che non saprei bene come descrivere né come immaginare: che in un certo senso soltanto "è", così come tu, in pienezza, soltanto "sei".

Mi chiedo se il tempo di cui è fatta questa notte santa esisterebbe in sé, fuori dalla mia coscienza, fuori dal dono che tu me ne fai. Esisterebbe come scorrere di un prima verso un poi, ma non nella sua qualità più essenziale di dono che me ne fai. Per esistere come tale ha bisogno di te e di me.

Ha bisogno di te che la costituisci dono e ha bisogno di me per poter prendere corpo ed essere intesa come dono. Signore, io credo che il tuo dono più grande sia la consapevolezza che mi hai dato di accorgermi di lui, tempo che costituisce questa notte, come tempo impregnato di te, abitato da te, penetrato, santificato dalla tua presenza, dono per me, perché attraverso di lui mi manifesti il tuo amore per me.

Perché mi ami fai tutto questo e perché mi ami di un amore che vuole essere riamato, me ne fai accorrere con tanta potenza.

Che dire ancora, Signore? Il tempo è così trasparente, ora, che già non riesco più a "vederlo". La realtà è per intero occupata da te. Come la voce che comunica la parola, cessa col suono che la produce, perché la parola continui a vivere in chi l’ha udita, così, ora che mi hai raggiunto esisti solo tu: il tempo ti ha portato a me, ma ora può finire, col finire della notte, perché colui che ha portato è venuto per restare.

 

 

 

APPUNTI NEL DESERTO

Introduzione

Nel 1984 mi si presentò l’occasione di poter scegliere liberamente il periodo delle mie ferie. Era l’occasione d’oro per poter realizzare un antico desiderio: quello di andare alla ricerca di Gesù nel deserto. Si sarebbero dovute verificare due condizioni contemporaneamente: prima, la solitudine, per poter entrare sul serio nel deserto, e seconda, la coincidenza del periodo dell’anno, per poter davvero incontrarci Gesù.

Scelsi così gli ultimi trenta giorni prima della pasqua, quando nessun altro poteva essere libero per farmi compagnia, all’infuori del Signore che si era fermato a metà deserto per aspettarmi.

Con me portai quaderno e penna, per fissare in appunti, giorno per giorno, ciò che avrei visto, pensato, capito, scoperto. Volevo scrivere a caldo, senza lasciare al tempo il potere di trasfigurare il vissuto. Volevo fare una cosa vera: anche se non fossi riuscito a ritrovare Gesù, avrei scritto lo stesso tutto quanto. Sarebbe valsa in ogni modo la pena di documentare l’ansia e la delusione di una ricerca senza frutto. La solitudine del deserto da sola sarebbe bastata per riempire di sé i miei appunti.

 

AL DI LÀ DEL TEMPO

Oggi è il quinto giorno che ho cominciato l’avventura del deserto. Volevo, nella misura del possibile, rivivere in me l’esperienza di Gesù nei quaranta giorni e quaranta notti. Non che io possa rifare quello che ha fatto lui, non è in questo senso che dico rivivere in me.

Vorrei semplicemente accostarmi a lui, solitario, senza testimoni, ed essere ammesso io, come testimone, a conoscere quello che accadde.

Non però soltanto un testimone esterno: quello che chiedo è di poter entrare nel mondo interiore, nel mondo dei pensieri, della preghiera, degli affetti: del silenzio - se si vuole - di Gesù.

Ho preso le mie ferie negli ultimi 30 giorni di quaresima, proprio per poter essere libero, senza molte preoccupazioni, di seguire l’avventura di Gesù.

Mi sono ritirato in un luogo più o meno isolato e solitario e qui, aiutato dalla solitudine esteriore, essere facilitato a comprendere ciò che lui visse.

Per quanti sforzi possa fare, però, sono cosciente che non potrò mai oltrepassare il muro del segreto. E solo per tua grazia, Signore, che i miei occhi potranno vedere, le mie orecchie udire o il mio cuore intuire, e ciò è senz’altro più esatto, perché da vedere e da udire ci deve essere ben poco.

Chi mi ha messo nel cuore questo desiderio, se non tu? Per questo ti seguo con fiducia che qualcosa mi farai capire. Non so se si potrà dire con parole, perché furono quaranta giorni e quaranta notti di digiuno e di silenzio: vorrei dire di vuoto. Non importa: se non potrò dire nulla, tacerò. Ma vorrei prendere appunti, quasi un diario, per fissare giorno per giorno le impressioni di questo viaggio alla ricerca di te, che solitario ti spingi nel deserto, condotto dallo Spirito.

Oggi, dicevo, è già il quinto giorno. Ho pensato di cominciare con l’esperienza esterna: di cercare cioè di star solo e in preghiera.

Ho cancellato tutti i miei pensieri, ho fermato il corso del tempo, ossia quell’inconscia presenza nel mio animo, del "dopo" che sovrasta anche senza ansietà il presente. Questo mi è facilitato dal fatto che sono ancora all’inizio del mio mese di vacanze, per cui l’avere davanti a me tanto tempo libero mi toglie dalla visuale interiore il "dopo".

Lo spazio di tempo che ho davanti fa come da cuscinetto tra me e il dopo.

La cosa più bella è l’aver sospeso i pensieri: mi limito a guardare, ad ascoltare, ad "assaporare" ciò che mi circonda. Tuttavia l’attenzione non si ferma sulle cose "contemplate", ma passa al di là. Proprio così: "al di là", che devo scrivere fra virgolette perché non so dire in cosa consista esattamente: è un qualcosa, un significato o una realtà, che non so definire se non con queste tre parolette.

Guardo il mare, guardo il cielo, guardo gli alberi, ascolto i più vari suoni; di sera, dopo il tramonto, ascolto il silenzio; ma c’è qualcos’altro che guardo e che ascolto ed è in questo qualcos’altro che c’è "di là" dalle cose che mi pare consista la "realtà".

Per ora non so, o forse non oso, definirla: voglio mantenermi in atteggiamento di immagazzinare dati, registrare, captare, intuire, ricordare e soprattutto attendere.

Non so, Gesù, se anche tu hai la stessa sensazione. Ti dico hai, perché, per virtù della libertà che lo Spirito mi consente, queste mie vacanze sulle tue orme le considero, e penso possano davvero essere, contemporanee alla tua permanenza nel deserto. La sensazione, dico, di non voler prendere iniziative. Pensi che esprima a livello interiore, ciò che il corpo sta facendo: entrare nel deserto. Inoltrarsi soltanto. Nient’altro che inoltrarsi, lasciare il resto, entrare nel vuoto, nel silenzio, nella solitudine e perciò nell’ascolto.

È lo Spirito che conduce nel deserto. E noi obbediamo: gli andiamo dietro, aspettando. Apriamo gli occhi per guardare, gli orecchi per udire, il cuore per intendere e accettare: notiamo tutto, ma non tocchiamo nulla: siamo in digiuno!

E intanto camminiamo.

Ancora nessuna novità, e questo è il quinto giorno, ma me l’aspettavo che doveva essere così. Siamo ancora troppo vicini ai confini della terra da cui siamo partiti.

Frattanto si va consolidando un primo dato, che sta riempiendo di sé la mia coscienza: il deserto è grande!

E dalla sua grandezza comincio a intuire qualcosa della maestà di questa tua esperienza, Signore, anzi, se così posso dire, di questa nostra esperienza.

 

IL DIGIUNO E LA FAME

Ieri sera tardi sono cominciate le tentazioni. A dire il vero non me le aspettavo, perché il vangelo nota che il diavolo venne dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno, quando Gesù ebbe fame.

A scrivere queste parole il pensiero mi si devia un poco, per mostrarmi una chiave d’interpretazione di questo "digiuno" e di questa "fame", che voglio fissare qui, anche se non è il posto, prima che mi sfugga.

Mi vien fatto di intendere questo digiuno come un modo globale di relazionarsi di Gesù col deserto, ma soprattutto con lo Spirito, che lo "conduce", dicono Matteo e Luca; "lo spinge", dice Marco. Gesù si lascia condurre e sospingere, ma non come uno spaesato, un novellino, mi si passi la parola, che si guarda attorno in un mondo sconosciuto.

Gesù era "pieno di Spirito santo" dice Luca. Ora lo Spirito santo che lo conduceva e da cui si lasciava condurre, lo riempiva, non come la farina può riempire un sacco, ma come la luce riempie di sé il sole.

Ecco allora il digiuno di Gesù che traduce in una immagine comprensibile la relazione di "essere a disposizione", di offrirsi, di lasciarsi penetrare dallo Spirito di Dio, di "diventare" cioè il Messia che il Padre voleva. Il Messia doveva avere un modo di pensare, di fare, di "essere" uguale a quello del Padre. E l’uomo Gesù va nel deserto, condotto dallo Spirito del Padre che lo riempie e lo conduce, per digiunare, cioè per eliminare qualunque opposizione o qualunque aggiunta alla volontà del Padre. Per diventare "obbedienza".

Un’obbedienza non subita o passiva, ma un essere bruciato dalla volontà del Padre, un ardere di un solo fuoco con lui, un abbracciare e condividere con tutta la potenza della sua perfezione di uomo il volere e l’amore del Padre.

E dopo quaranta giorni di questo digiuno ebbe fame. Quei quaranta giorni che sono tanti, dovevano per forza essere tanti, per dare tempo all’uomo Gesù di assaporare, di penetrare, di assimilare, di "saziarsi" di questa volontà.

Dopo quaranta giorni Gesù è sazio di "digiuno" e ha fame. Fame di "compiere", di esercitare ciò che ha appreso. Ed ecco allora il tentatore.

Nelle tre tentazioni Gesù sente la gioia del combattimento, sente lo strapotere di fronte a satana "principe di questo mondo", della obbedienza alla parola di Dio.

Gli basta ricordare a satana "ciò che sta scritto", perché il poderoso per eccellenza, colui che detiene il potere del mondo intero debba fuggire sconfitto.

E’ solo un saggio della lotta, Gesù lo sa. Quella vera, della passione e morte verrà quando sarà giunta "l’ora", ma già fin da adesso Gesù ha capito, perché l’ha provata, l’onnipotenza infallibile e misteriosa dell’obbedienza. E può aspettare, a piè fermo, il ritorno di satana.

Dicevo delle tentazioni. Sono cominciate ieri sera e mi hanno un po’ sorpreso, perché le aspettavo, se mai, per la fine.

Tentazioni di voler giudicare (e condannare) comportamenti e modi di pensare di persone. Questi pensieri, o meglio questi desideri di giudicare, mi hanno frullato per la testa per parecchio tempo. Mi hanno disturbato. Non ci facevo caso, e cercavo di concentrarmi su altro, ma poi tornavano. Mi interrogo ora sul loro significato e sul perché del loro arrivare prima del previsto.

Ripensandoci adesso, dopo la digressione sul digiuno di Gesù, mi pare di capire: è stato per non essere sufficientemente abbracciato allo Spirito, per non stare proprio "in digiuno". In questa fase di deserto Gesù era tutto preso dalla contemplazione del modo di essere del Padre, nella comprensione che gli dava l’essere "pieno" dello Spirito santo.

Mi pare di aver capito, adesso, Gesù, che se voglio entrare anch’io nel tuo segreto dei quaranta giorni, debbo starmene con te, debbo nella misura che la mia pochezza e il mio peccato me lo consentono, lasciarmi riempire e condurre dallo Spirito. Ormai è il sesto giorno, siamo già abbastanza "dentro" nel deserto. Non sono più solo le "cose" da guardare e da ascoltare, è ormai lo Spirito, col suo misterioso silenzio e la sua luce.

 

L’ATTESA

Dopo che mi si è chiarito, almeno così mi pare, il perché delle tentazioni anticipate, riprendo con più tranquillità e slancio il "digiuno".

Com’è ormai costume, al tramonto porto fuori l’eucaristia nel piccolo ostensorio e la metto davanti a me sulla veranda. Accendo una candela che appoggio su un bracciolo della poltrona di legno e me ne sto lì a "digiunare". Questo digiuno lo potrei definire un "digiuno applicato" per distinguerlo da quello fondamentale di Gesù che ho capito ieri.

Un digiuno cioè applicato all’orazione. Vuol dire cercare di starmene in unione: essere con essere, senza sottrazioni e senza aggiunte. Tempo fa leggevo un’opera di un mistico inglese ignoto del medioevo, La nube della non conoscenza. Il suo consiglio mi ha illuminato: bisogna mettersi di fronte a Dio senza cedere alla voglia di immaginarlo, vuotandosi dei pensieri "attorno a Dio": essere con essere, appunto. E cancellare pure tutti i pensieri attorno alle cose create, agli uomini, alle situazioni, per concentrarmi nello stare con lui e in lui. Nel mio silenzio e nel mio vuoto mi potrà riempire. Proprio così ho cercato di pregare e mi pareva di aver avuto una idea brillante per interiorizzarmi con la preghiera di Gesù.

Dopo un certo tempo, perché è chiaro che questa preghiera di digiuno ha bisogno di una durata un po’ prolungata per prendere consistenza, m’è venuto in mente che Gesù doveva essersi portato dietro qualche libro della Scrittura, per farne oggetto di riflessione.

Ora mi ricordo che già da molti anni qualche predicatore e qualche professore di Scrittura mi fece notare che le tre parole che Gesù cita per vincere il diavolo sono tutte e tre del Deuteronomio. Ne concludo che la cosa più probabile fosse che Gesù lesse nel deserto questo libro.

Così ieri sera ho cominciato la sua lettura per esteso. Anche questo libro comincia parlando del deserto: Mosé fa un discorso in cui riassume i quarant’anni passati, appunto, nel deserto. Ne fa la storia e ne spiega il significato.

Più che i particolari ho cercato di captare lo spirito dei primi capitoli: JHWH è presente, è colui che libera, che vuole, che dà la legge, che ama, e che vuole essere riamato. È "tutto" e vuole essere riconosciuto come "tutto", senza altri rivali.

Non c’è che dire: l’affinità con il "digiuno" di Gesù è molto grande: tutto ciò che non è il Padre e la sua volontà deve scomparire, per poter essere tutto riempito dall’obbedienza.

Comincio a pensare che davvero Gesù ha pregato sul Deuteronomio, ma più che ispirarsi a quelle parole per derivarne uno stato d’animo, Gesù doveva "mangiarle": cioè in quelle parole ardeva lo stesso fuoco che lo bruciava e a leggerle doveva sentirsi saziato.

Stamani il sonno è fuggito alle tre e mezzo e così ne ho approfittato per un poco di preghiera prolungata, di silenzio davanti all’eucaristia. Non lo posso dire con certezza, ma son quasi sicuro che è stato Gesù a svegliarmi, per invitarmi a pregare insieme.

E’ la sua ora preferita, prima del nascere del sole.

Conclusione di questa preghiera: il deserto è grande: bisogna immergercisi, bisogna lasciarsi penetrare dal suo spirito, dal suo vuoto, dal suo silenzio, dalle sue immensità, dal suo mistero. Se dovessi dire solo una parola, ora direi a colpo sicuro: attesa.

Sì, davvero: comincio a farmi ardito e sicuro nelle opinioni che mi nascono e nelle sensazioni che vado notando. Che sia forse un regalo del "deserto"?.

 

OLTRE IL CAPIRE

Oggi sono un po’ arido, e non scriverò molto.

Tuttavia mi s’è accesa una luce molto consolatrice. Finora la mia attenzione era concentrata sul "capire", cioè su contenuti che dicono particolarmente riguardo all’intelligenza. Stavo tutt’occhi e tutt’orecchi con un po’ di tensione: è inevitabile.

Forse l’aridità che sta sopraggiungendo mi ha un po’ smorzato quest’attenzione, che per quanto sia, porta sempre con sé una certa ansietà.

Ho sentito il peso della mia limitatezza, ed ecco che qui sei entrato in gioco tu, Gesù, per comunicarmi qualcosa di cui io non m’ero ancora accorto.

Mi hai fatto capire che questo deserto non è un luogo di solitudine e di vuoto, è abitato in lungo e in largo dall’amore del Padre.

Più che rimanere teso in uno sforzo di captazione, devo invece rilassarmi, decontrarmi, lasciarmi andare, perché l’amore del Padre è un amore affettuoso, simpatico, dolce e ristoratore.

Vuole che resti nella tranquillità e nella pace.

Nel deserto le condizioni ambientali sono molto più favorevoli per "allinearmi" su questo invito, di quelle in cui vivo, e posso dire viviamo tutti noi abitualmente.

Le "cose" ansiogene e perturbatrici sono rimaste al confine del deserto. Nel deserto è venuto solo il mio io, la mia struttura psicologica, che forse è poi, alla fine, la sola responsabile dell’ansietà e delle preoccupazioni. E se fosse davvero così, tanto meglio, perché ora, Signore, hai tutto il tempo e il modo di ritoccarmi e di aggiustarmi, affinché io diventi più conforme al tuo desiderio di vivere abitualmente nella tranquillità interiore e nella pace.

Certo non per insensibilità, ma per aver scoperto la fonte inesauribile, "fedele", che non viene mai meno, che è questo tuo amore calmo e compiacente, paziente e misericordioso, benevolente e che rallegra continuamente per tutto ciò di buono che mi capita e che riesco a compiere. Il tuo amore, che mi sorride e che si frega le mani per la contentezza per tutto ciò che mi fa crescere e assomiglia a te.

È la volontà di questo amore che Gesù penetra in questi giorni nel deserto. Ma l’accento non è sulla volontà, o almeno così mi pare oggi, ma proprio sull’amore, sulla "persona" che ama, sul "tu" che è il Padre per lui.

E io questo lo riesco a capire: ma perché Gesù me l’ha mostrato, solo per questo. Eppure sono arido, ma non è un male, anzi...

Senza risonanze affettive posso capire meglio, sperimentare con più verità la forza tranquillizzante che riempie questo deserto, che guarda caso, è all’apparenza anche il più arido!...

 

IL SILENZIO

Comincia oggi la mia seconda settimana. Ieri è piovuto tutto il giorno e sono rimasto in casa, sotto la veranda. Al calar della sera ho voluto fare una piccola maratona di preghiera, secondo un’antica tradizione del venerdì notte.

Ci siamo messi tutti e tre insieme in silenzio: io, Gesù (nell’eucaristia) e il Padre. Lo Spirito santo non lo si conta mai perché c’è sempre ed è "l’ambiente" in cui avvengono gli incontri.

Ti ho osservato a lungo, Gesù, nella tua preghiera: e al tempo stesso ogni tanto ascoltavo il grande silenzio della notte.

Non pioveva più, per cui non c’era nemmeno il ticchettio delle gocce d’acqua sul tetto. Mi veniva fatto di paragonare la tua preghiera a quel silenzio. Il silenzio, quanto più è totale tanto più evoca in me una sensazione di vastità, come se i rumori lo restringessero al cerchio da dove possono essere originati, e la loro assenza gli togliesse tutti i confini di spazio. Così immaginavo che fosse la tua preghiera: estesa nello spazio: fin dove si spingeva il deserto, esso era riempito della tua preghiera. Esso trasbordava anche fuori, oltre i suoi confini, era la preghiera del Messia, inviato a salvare tutti gli uomini.

Sono rimasto lì a lungo, conscio della mia pochezza: mi bastava stare accanto.

Stamani invece c’è il sole e la natura è tutta pulita, lavata di fresco e luccicante sotto i raggi. Un altro giorno, un’altra situazione psicologica. Ripenso a ieri notte con un certo desiderio di capire meglio. Ho detto che eravamo in tre, ma poi ho ristretto la mia attenzione solo a Gesù. Dirò perfino che a un certo punto mi sono messo in modo che la fiamma del lume a petrolio riflesso sul vetro dell’ostensorio cadesse esattamente sul petto dell’immagine del crocifisso che è sempre impresso nelle ostie grandi.

Mi sembrava cosi di contemplare la realtà ben più profonda del fuoco d’amore che arde nel cuore di Gesù.

Per ritornare ai tre: del Padre non mi sono neppure accorto.

Stamani capisco chiaramente che questa è stata una mancanza di abilità come esploratore del segreto di Gesù.

Posso ben pensare che nel deserto Gesù ci andò soprattutto per ascoltare il Padre e quindi devo cercare tutte le occasioni per captare ciò che lui mi dice e fa. Ma non dipende da me intendere: è un dono dello Spirito santo: io devo stare solo con il desiderio sempre acceso per cogliere ogni minimo segno.

 

RIGUARDA ME!

Colpo di scena! Ieri sera la stanchezza mi ha colto molto presto. Alle 20.30 ho spento il lume a petrolio per dormire. Ho cominciato a svegliarmi verso le due e mezzo. Ma mi sentivo ancora stanco, così ho cercato di dormire fino all’ultima goccia di sonno possibile.

Alle quattro ero però già completamente sveglio. Orbene, il colpo di scena è avvenuto proprio lì, mentre mi rivestivo della coscienza. Prima ancora che potessi ricordarmi che ero nel deserto, tu Gesù mi hai parlato. Immagino che tu fossi già sveglio, sulla coperta accanto alla mia, incostati entrambi alla medesima duna.

Forse avevi già pregato a lungo, e stavi aspettando che mi svegliassi. Appena aprii gli occhi mi dicesti: "Tu cerchi di penetrare il mistero di questi miei quaranta giorni, con tensione e sforzo. Stai concentrato e in una certa misura ansioso. Non va bene. Né il Padre, né io vogliamo che tu viva con tensione. Ricordati che sei in ferie, e le ferie son fatte per riposare, e noi non possiamo permettere che, seppure involontariamente per colpa nostra, tu perda anche solo in parte il loro frutto. Vivi senza preoccuparti di capire, senza misurare la parte di segreto che si sta chiarendo. Devi starmi al fianco, senza pensare a nulla circa la "strategia" di questi giorni. lo penserò anche a te!

E’ piaciuto al Padre e a me di comportarci con te come dice il salmo 126: "Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore. Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno!"".

Sono rimasto con gli occhi aperti nel buio a ripensare a queste parole. Mi ero ingannato o davvero il Signore mi aveva parlato?

Di parole non ne avevo sentite, ma il messaggio era arrivato, e ora io lo stavo assaporando dentro di me.

Non era un’illusione: sentivo già la pace e la decontrazione penetrare e diffondersi beneficamente non solo nella mia anima, ma anche nel mio corpo, fino alla sua estrema periferia, sì, proprio fino alle dita dei piedi! Accesi il lume e cominciai a recitare, restando a letto, l’ufficio delle letture, con questo nuovo spirito e con la contentezza di cui mi riempiva quella svegliataccia alle quattro, ma tanto cara.

Recitando i salmi capii una seconda parte del messaggio, che era rimasta implicita: era su di me che avevo bisogno di concentrarmi: non dovevo sforzarmi di capire ciò che il Padre voleva da Gesù, bensì quello che voleva da me. Non ero andato nel deserto per "assistere" all’incontro di Gesù col Padre; cioè, a dire il vero c’ero andato proprio per questo, ma ora capivo che ero io, in prima persona, che dovevo vivere l’incontro.

Così finii i salmi, dato che per sbadataggine non m’ero portato dietro il fascicolo del breviario con i testi della seconda parte della quaresima, andai avanti, al posto della lettura biblica, col libro del Deuteronomio e poi, per la lettura dei padri, rimasi un momento a riflettere. Se dovevo pensare a quello che il Padre voleva da me, non c’era nulla di meglio che cominciare la lettura delle costituzioni della mia congregazione.

All’inizio cominciai con lo spirito della congregazione e con il ricordo del carisma del nostro fondatore.

Lessi con attenzione, come se il Padre in persona mi stesse parlando attraverso quelle righe. E difatti, mi parlava per davvero: sono la specificazione, posta per iscritto, non solo di ciò che lui vuole da me, ma addirittura di ciò che lui vuole costruire in me con la sua benevolenza: sono quel pane di cui parlava prima il salmo "che lui darà ai suoi amici perfino durante il sonno"!

 

L’UNICO NECESSARIO

Scrivo di notte, alla luce del lume a petrolio, davanti all’eucaristia. Oggi è stato un giorno di vento, dopo una notte di pioggia. Mi sentivo stanchissimo e sono rimasto sempre sotto la veranda seduto. Al pomeriggio sono uscito a fare quattro passi sulla spiaggia spazzata dal vento, il cielo percorso da nuvoloni densi. Un magnifico complesso di grigi: mare, cielo, spiaggia: quasi anche il vento mi pareva grigio. Il vigore della natura e poi quattro chiacchiere e un caffè al bar, parlando con i due soci padroni, mi hanno dato un poco di energia.

Così ora prego, in un angolo della veranda riparato dal vento.

Da ieri mattina, dopo quello che avevo chiamato "colpo di scena", mi era venuta addosso una profonda aridità e un po’ di depressione. Non avevo avuto pensieri, nessun interesse, avevo passato del tempo in preghiera, ma una preghiera che un salmo paragona a quella del giumento, "sicut iumentum coram te" (come un giumento davanti a te). Proprio così. Per rianimarmi, nel tardo pomeriggio avevo cominciato a leggere un libro giallo, un classico. Poi al sopraggiungere del buio m’è nata nel cuore una voglia di pregare, che non so da dove veniva. Così ho portato fuori il Signore e l’ho messo davanti a me sul tavolino accanto al lume a petrolio.

È stata una grazia. Quella voglia nata dal niente era un tuo desiderio di dirmi qualcosa. Per questo mi sono messo a scrivere, per non lasciar svanire il ricordo di ciò che mi hai voluto dire.

Hai continuato con la correzione di rotta fatta ieri. Non troverò te allungando il collo per cercare di vedere il tuo cuore solitario nel deserto. È nel mio cuore che devo guardare: lì troverò e capirò il tuo. È nel mio, che tu rivivi quei quaranta giorni, ed è attraverso ciò che passerà nel mio che mi farai conoscere i tuoi segreti. Devo compromettermi, impegnarmi a vivere, essere vero, per poter ricevere in spirito e verità la tua visita. La via per conoscerti l’hai rivelata attraverso le parole di san Giovanni: "l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio". Una conoscenza non intellettuale ma pratica: solo se vivo l’amore posso sapere in che cosa esso consiste, e quindi posso conoscere il Padre che è amore.

Così, solo accettando di mettermi nell’obbedienza di ciò che il Padre vuole da me, potrò "conoscere" l’obbedienza che scopristi nel deserto, e che il Padre voleva da te. È quella tua stessa obbedienza di quei quaranta giorni di quell’anno quindicesimo di Tiberio, essendo Erode tetrarca della Galilea, e Ponzio Pilato governatore della Giudea, che oggi tu vuoi vivere in me, ma come mia, incarnata in me in questa quaresima dell’anno santo 1984. Se io saprò scoprire e compiere la volontà del Padre su di me, oggi, sarò penetrato, in maniera viva, radicale, "vera", nel tuo segreto del deserto di Giuda, anche se non riuscirò a dirlo in parole.

Solo vivendo l’obbedienza nella mia carne, potrò "conoscere" e capire la tua, nella tua carne, nella tua "verità".

Allora ho aperto, come avevo fatto ieri, le costituzioni, per rivedere la fonte della tua volontà su di me. Ed ecco che sono giunto alle parole "siamo chiamati, nella chiesa, a cercare e a realizzare come l’unico necessario una vita di unione all’oblazione di Cristo".

Proprio le parole che mi aspettavo per confermare ciò che avevo iniziato a intravedere davanti a me, questa notte.

Nel deserto raggiungesti e portasti alla perfezione la tua disponibilità, la tua obbedienza previa a tutto quello che sarebbe successo, in una parola la tua "oblazione".

Ed ecco che attraverso le costituzioni mi dici che anche per me è lo stesso: "l’unico necessario" è una vita di oblazione in unione con la tua. Non è questo, esattamente, ciò che sto cercando di rivivere in questa "quaresima a due" con te? Non è la tua oblazione il tuo grande segreto? E non è attraverso il vivere la mia che tu rivivrai la tua in me, aprendomi l’accesso a farne una sola cosa con la tua e quindi a conoscere e sondarne, dal di dentro, l’ineffabile segreto?

 

"ECCE VENIO"

Molti giorni di silenzio. Il cammino nel deserto è stato fatto senza più aprire bocca. Ma ormai mi è diventato chiaro che il segreto di Gesù consiste nell’abbracciare con sempre più chiarezza di particolari la volontà del Padre. La vede, la conosce, la penetra in tutte le sue sfumature. E di conseguenza l’ama, la fa sua, comincia ad ardere dello stesso fuoco. Ormai il posto delle parole non è più necessario. La volontà del Padre è contemplata, intesa in tutta la sua estensione e profondità di amore, compresa e adorata in tutte le sue motivazioni e perché. Che dire ancora? Gesù vi si abbandona con tutto il potere del suo cuore.

Ed io che debbo fare? Me ne sto lì, ma non in disparte. Non sono un intruso. Ormai mi sono convinto, ripensando alle circostanze di come mi sono trovato con Gesù da solo nel deserto, di essere stato invitato anch’io, seppure in modo molto umile e modesto, vi sono stato condotto dallo Spirito. Perciò sento che la mia presenza non è tollerata o accidentale: no, è voluta e amata.

Gesù me l’ha già fatto sapere: il suo segreto non lo capirò "dal di fuori": lo devo cogliere nella misura in cui lui lo potrà vivere nel mio cuore. Così anch’io cerco, ma senza tensioni e ansietà, di abbracciare e amare la volontà del Padre. Non però autonomamente, ma "nel Signore Gesù".

L’altra sera, nell’adorazione sotto la veranda, mi è parso che mi entrasse dentro, nell’anima, nel più profondo, con la sua totalità di oblazione. E’ entrato in me e mi ha sbalordito.

Ho sentito scricchiolare i limiti così angusti del mio egoismo. Non ho capito particolari della volontà del Padre, cioè applicazioni a questo e a quello, no; mi si è fatta chiara alla coscienza la radice di ogni compimento particolare, essa sta nell’atteggiamento di oblazione, di offerta di sé senza condizioni. Diventano sempre più sonore e più onnipresenti le parole della Lettera agli ebrei: "Entrando nel mondo Cristo dice: sacrifici e olocausti non hai voluto; allora dissi: ecco, io vengo, o Dio, per fare la tua volontà!".

Per spiegare meglio l’esperienza dell’altra sera: non ero io a dire le parole della Lettera agli ebrei; Gesù era venuto a dirle a me.

Le diceva lui, di sé, ed io me le sono sentite dire dentro. Tutto lo spazio del mio io ha tremato, come scosso da un terremoto: ne sono stato attraversato in ogni direzione, e ho sentito struggente la volontà di identificarmi con quell’oblazione.

Chi può resistere a tanto potere di conquista? Tuttavia al tempo stesso, ho avuto chiara la pochezza e la meschinità della mia disponibilità. Come dicevo prima ho sentito scricchiolare i limiti angusti del mio egoismo.

Allora ho intravisto quale cammino devo percorrere nel proseguire la esplorazione del mondo interiore di Gesù nel deserto: lasciare che questa esperienza fugace dell’altra sera mi riempia, si fermi in me e continui secondo la maniera della fede, che porta avanti senza sensazioni apprezzabili la verità colta in un lampo.

 

DIVENTARE UNA COSA SOLA

Da ieri un pensiero sta invadendo lo spazio interiore del mio spirito: la volontà del Padre non consiste in ciò che mi accadrà nella vita. Mi spiego meglio: fare la volontà del Padre non è accettare dalle sue mani gli avvenimenti e viverli secondo i suoi comandamenti e secondo i suoi desideri, che in un modo o nell’altro mi rende noti.

Si, è anche questo, ma non vi si identifica. La volontà del Padre è molto più grande: è ciò che lui desidera, ciò che ama, ciò che pensa, ciò che crea, "ciò che lui è".

Per conoscerla devo conoscere lui, il suo modo di essere, di fare, di pensare, di rispondere, di inventare, di avere l’iniziativa, di chiamare, di scegliere, di inviare. È una sola cosa con lui e col suo amore.

Per conoscerla, devo conoscere il suo amore, la maniera con cui ama. Per conoscere la volontà del Padre devo perciò conoscere le applicazioni concrete del suo amore: in quest’occasione, in quell’altra lui si comporta così e così, perché lui è fatto così e così.

Gesù, ora capisco perché sei dovuto restare tanti giorni nel deserto: non era solo per far tua la volontà del Padre, nella linea dell’esecuzione e dell’accettazione, ma per far penetrare nella tua psicologia di uomo, il modo infallibile di essere di Dio. Hai contemplato in tutta la dimensione e in tutte le sue applicazioni il tuo amore. Per esempio: di fronte al lucignolo fumigante o di fronte alla canna spezzata: non si spegne e non si spezza. Di fronte all’adultera colta in flagrante: non condannare e non lasciar condannare, convertire. Di fronte a storpi, ciechi e lebbrosi: curare. Di fronte al sabato: usarne per il bene. Di fronte a una imprevista intercessione della madre: anticipare il tempo dei miracoli. Di fronte alla fede di chi non fa parte del popolo eletto: esaudire. Di fronte a pubblicano e meretrici: chiamarli a seguirti lasciando tutto. Di fronte alla ipocrisia degli scribi e farisei: avvertire senza riguardo e senza paura del castigo che sovrasta. Di fronte alla minaccia di morte prima del tempo: prudenza. Di fronte alla morte che attendeva a Gerusalemme: andarvi incontro intrepido. Di fronte ai discepoli che stai per lasciare: consegnare loro il memoriale del tuo corpo e del tuo sangue. Di fronte alla passione: berne il calice. Di fronte all’abbandono del Padre: gridare il tuo strazio e piegare il capo affidandogli il tuo Spirito.

A prima vista tutte queste cose sembrano "compimenti" della volontà del Padre, ma a pensarci bene sono molto di più: sono identificazione col suo modo di essere: sono "conoscenza" nel senso più pieno, sono amore, sono lode, sono "essere una cosa sola con lui".

Ecco un altro passo nel segreto del deserto: si potrebbe descriverlo come il tempo in cui ti sei identificato, in cui hai sondato in tutta la sua profondità e in tutte le sue implicazioni ciò che tante volte avresti poi dovuto ripetere ai tuoi: "Il Padre e io siamo uno".

E io me ne rimango in mezzo a tutto questo "con la bocca aperta". Sono entrato in un mondo senza confini, senza previsioni di ciò che potrà mostrare di essere. Non sento nessun altro desiderio che restarmene a "contemplare tutte queste cose", proprio come faceva la Madonna quando si trovava di fronte a qualcosa che in quel momento la superava. Ne faceva oggetto di contemplazione e di adorazione.

E poco importava se ciò era troppo più grande di lei.

 

TUTTO È DATO AL FIGLIO

Da tre giorni Gesù s’è fermato. Non cammina più nel deserto: al punto in cui è giunto non c’è più motivo di spostarsi, di entrare più profondamente tra le sabbie e le rocce.

Nei primi giorni il camminare aveva un senso in quanto traduceva in forma corporea l’itinerario spirituale. Gesù cercava, entrava, penetrava, scopriva, attraverso la sua sensibilità e intelligenza di uomo, il mistero della sapienza del Padre, nascosto persino agli angeli fin dalla fondazione del mondo, e che ora doveva essere rivelato al mondo in lui, attraverso la sua opera di Messia.

Ma adesso Gesù è penetrato nel centro più segreto del Padre, là dove il Figlio è continuamente generato.

L’uomo Gesù deve fermarsi: non può muoversi, non riesce più a muoversi, perché è adesso che il Padre dà al "Figlio dell’uomo" ogni cosa. E’ qui nel segreto e nella solitudine del deserto, che in questi giorni si sta realizzando e completando ciò che Gesù ha consegnato con queste parole del vangelo: "Tutto mi è stato dato dal Padre".

E io? Mi pare di essere scomparso, di non esistere più, sommerso dalla grandezza ineffabile di ciò a cui assisto. L’altra notte Gesù mi promise che avrebbe vissuto nel mio cuore il suo mistero. Dovevo concentrarmi in me per cogliere il segreto che cercavo.

Sì, è attraverso il mio cuore che vedo e capisco tutto questo, ma io non sono il Figlio dell’uomo, non posso "conoscere", distinguere con chiarezza il contenuto di questo "tutto" del Padre che è consegnato al Figlio. Ma in qualche modo vi assisto.

Non vedo, non posso vedere, ma intuisco, "so che". Partecipo al mistero, ma nella fede: non vedo, ma credo. Mi domando cosa devo fare. Non lo so di preciso. Certo neppure io riuscirei a camminare, adesso. Sento che non devo, anzi non posso "fare" nulla. Non sono io ad agire.

Assisto "all’azione" per eccellenza, a ciò che milioni di anni di storia hanno sospirato, atteso, preparato, ciò a cui generazioni senza fine hanno anelato. Assisto al culmine di tutta la storia dell’umanità, a ciò che sancisce la "pienezza dei tempi", perché al di là di qui non esiste più nulla, la storia non può più andare. Assisto alla consegna del "tutto" del Padre al Figlio dell’uomo!

Una sola cosa posso fare: il "non fare" per eccellenza di fronte a Dio: adorare.

 

GESÙ

Ieri sera m’è venuta l’idea di rileggere il Vangelo, guardando Gesù con l’occhio di chi sa, di chi ha assistito alla consegna del "tutto" del Padre a lui, consegna fatta con quella pienezza di compiacenza e amore di cui è capace il Padre.

Leggevo il Vangelo di Marco, che avevo cominciato due o tre giorni prima. Leggevo gli episodi che succedono a ritmo serrato, brevissimi, ma uno dietro l’altro, che quasi non lasciano respiro. A leggere Marco mi dà l’impressione che abbia fretta di spicciarsi perché vuoi dire tutto, nel più breve tempo possibile, premuto da un’ansietà di annunciare tutto, subito, per trasmettere "Gesù intero", come lo si coglie in un colpo d’occhio unico, che non lo lasci diluire in mille particolari.

Portato dunque da questa maniera di raccontare di Marco e un po’ predeterminato dal proposito di non staccare gli occhi da Gesù, ero attento a tutti i più piccoli segni del suo comportamento che mi potessero rivelare il "tutto" del Padre, che era entrato a far parte di lui come uomo e che perciò doveva "venir fuori" in ciò che faceva.

Con gli occhi fissi a Gesù, cercando di capire il suo cuore, mi parve di "entrare" dentro il vangelo, e di trovarmi là in carne e ossa, anch’io in Galilea.

Vidi Gesù chiamare Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, che stavano nelle loro barche sul lago, entrare con lui nella sinagoga e assistetti alla liberazione dell’indemoniato.

Fummo alla casa di Pietro e vidi sua suocera guarire e alzarsi e poi, all’apparire della prima stella, quell’indimenticabile spettacolo dei paesani di Cafarnao e dintorni che continuarono per un’ora o due a venire coi loro malati, perché li guarisse. Chi veniva appoggiato ai familiari, chi era portato in barelle improvvisate, chi, ed erano mamme, col loro bambino ammalato in collo. Soprattutto mamme: anche allora i bambini erano i più fragili di fronte alle malattie.

Poi si andò a dormire, ma Gesù ancora di notte si alzò e senza svegliare nessuno si rifugiò in luogo appartato a pregare. Nostalgia di quei giorni nel deserto - pensai - ancora così vicini, ancora così necessari per rievocare, da far rivivere, da "portare continuamente nel mezzo" dell’azione e della vita di tutti i giorni.

Il "tutto" del Padre era suo, definitivamente suo, ma com’era necessario, impellente il bisogno di riimmergervisi, di ritrovarsi solo a solo, uno di fronte all’altro, uno nell’altro, senza testimoni, senza distrazioni, senza fretta...

E poi lo ritrovano. Allora si alza e va, con loro, per i villaggi a predicare la dottrina nuova, a scacciare demoni, a guarire malati, ad annunciare che il regno di Dio è vicino. Incontra un lebbroso che gli dice "Se vuoi, puoi guarirmi!". Gesù si ferma. Pare che rimanga a pensare a quell’espressione "se vuoi". Si commuove: "Certo che lo voglio; guarisci!". Lo tocca e quello guarisce.

I giorni passano rapidi. Gesù rimette i peccati al paralitico calato dal tetto, e poi, ma solo dopo, lo guarisce, scatenando - si potrebbe dire - un pandemonio. Tutti si meravigliano e dicono: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!".

Poi chiama Levi il pubblicano, va a mangiare con i suoi colleghi, scandalizzando tutti. Allora spiega che non è venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori.

Non lascia digiunare i suoi discepoli, perché finché lui è con loro la gioia dell’arrivo del regno di Dio in mezzo a loro passa davanti a tutto, anche ai digiuni.

Di sabato fa miracoli, di sabato insegna, di sabato lascia che i suoi discepoli strappino le spighe per calmare la fame.

Poi spiega a tutti che il sabato non è violato a fare tutte queste cose, perché il Padre ha fatto il sabato per l’uomo e non l’uomo per il sabato.

E le folle arrivano; forse non hanno chiaro in mente nulla su Gesù, su chi sia, su che faccia, su che voglia. Ma c’è qualcosa che le attira: il loro istinto non si può sbagliare: Gesù porta qualcosa di cui l’uomo ha assoluto bisogno, porta ciò che è capace di dare pace all’inquietudine, al vuoto, al dolore, all’assurdità apparente della vita, all’ingiustizia.

Le folle non sanno definire, non sanno precisare, e anche Gesù pare imbarazzato a far capire che cosa è ciò che esse cercano e cos’è ciò che egli porta. Anche se solo lo dicesse non potrebbero capire, non sono pronte per capire. Allora parla in parabole, per far sorgere la scintilla, per precisare un sentimento, per dare una certezza, che solo più tardi potrà essere intesa - solo quando verrà lo Spirito santo - ma che già ora è capace di dare la pace.

Questo qualcosa che tutti captano senza decifrare, che è tanto nuovo e tanto bello, è il regno di Dio.

Ma dov’è, cos’è, com’è fatto? Gesù parla, inventa parabole, fa paragoni, compie miracoli; "sbriciola" il "tutto" del Padre sotto i loro occhi, lo fa entrare nella loro carne di malati, nel loro spirito di posseduti dal demonio, nel loro stomaco di affamati, nel loro cuore scoraggiato di pecore senza pastore, nelle loro orecchie ignoranti del mistero di Dio.

Il regno di Dio è in lui, il regno di Dio è lui, è Gesù. Per ora è solo lui. Il regno di Dio è il "tutto" del Padre che diventa presente in qualcosa di creato, di toccabile, di contemporaneo, di "qui e adesso". E per ora solo Gesù lo possiede.

Ma non sarà sempre così. La sua missione è proprio questa, di spargerlo, di diffonderlo: "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come desidero che divampi!".

Ma prima il chicco di frumento deve morire!

Sì, bisogna superare prima la tentazione di satana, quella vera, quella di cui l’incontro nel deserto fu solo la prova.

Bisogna prima bere il calice della passione e della morte di croce. Ma questo neppure in parabole Gesù lo potrebbe far capire alle folle. Tenta di dirlo ai dodici, ma neppure loro intendono nulla. Pietro perfino si scandalizza. Non resta che il segreto del Padre, dove sempre più spesso si rifugia, di notte, solitario. Ma quel giorno verrà!

Nessun uomo, credo, potrà mai entrare fino in fondo in quel desiderio bruciante di Gesù, in quella "corsa" verso la battaglia finale, risolutiva, verso la vittoria sul dominio di satana, che rendeva l’uomo schiavo, incapace di ricevere la comunione di Dio.

Ma se nessuno sulla terra può capire e intendere, Gesù però sa. Conosce la volontà del Padre, conosce qual è il piano fino in fondo.

Il segreto del deserto: dell’aver ricevuto il "Tutto" del Padre in misura infinita, non sarà un segreto per sempre, non sarà un’esclusiva del Figlio dell’uomo. No, quel regno di Dio, che s’accese sulla terra là nel deserto, e brucia nel suo cuore di uomo, è destinato a incendiare il mondo.

Quell’esperienza ineffabile di ricevere il "Tutto" del Padre nelle sue mani di Figlio dell’uomo, è destinata a essere un’esperienza di tutti gli uomini, di ciascuno di noi che tocchiamo coi nostri piedi la terra.

Sì, non ci è noto nei particolari il modo e il tempo, ma quel giorno verrà, perché sta scritto.

E quando quel giorno verrà, allora, veramente, non ci sarà proprio più niente da aggiungere alla storia, né da compiere nella terra, perché "Dio sarà tutto in tutti"!

La storia non avrà più motivo d’esistere. E allora finirà per dar inizio alla vita.

 

 

 

SCUOLA DI ETERNITÀ

Introduzione

Ci vollero milioni d’anni prima che l’uomo scoprisse che il tempo fisico può essere soggetto a rallentamenti e accelerazioni. Ma che il tempo interiore fosse un’estensione dell’anima, e che fosse docile alle esigenze dello spirito della persona che lo viveva, questo l’uomo l’aveva scoperto fin da quando sulla terra erano apparsi i primi sapienti. A chi tenta di penetrare nel mondo della sapienza, e desidera incontrare e conoscere il Signore, accade ben presto di essere colpito dall’apparire di una nuova dimensione, che in certo senso ha qualche relazione col concetto e con l’esperienza del tempo di tutti i giorni, ma che la supera e la fa scolorire. Mi riferisco all’eternità.

L’eternità fa un po’ la parte, nel mondo della preghiera e dello spirito, di ciò che il tempo fa nella vita quotidiana. Quando ci si accorge della sua presenza ci si sente dolcemente attratti dal suo fascino, e si vorrebbe conoscerla meglio. Ma l’esperienza che è possibile fare di lei non porta a una sua descrizione o definizione intellettuale: ci si accorge che non è riducibile a un concetto. Per conoscerla e per comprenderla più intimamente e più vitalmente, la cosa più bella sarebbe che chi ne è il Signore aprisse una scuola e ci desse delle lezioni. Penso che un desiderio come questo sia presente in molti cuori, ma soprattutto che a molti cuori si presenti davvero l’occasione di frequentare una scuola così: una "scuola di eternità".

 

PORTATO DALLA PREGHIERA

La notte finisce e viene l’alba, i rami delle palme stormiscono ondulando nella brezza che viene dal mare: sono l’unico suono nella solitudine del mattino. Ma solitudine non c’è, perché sono molti i cuori che ti salutano in quest’ora. Siamo in tanti di fronte a te, ad amarti, ma è come se fossimo uno solo, Padre, perché uno solo è il tuo Spirito che mormora silenziosamente in tutti la stessa, unica, eterna preghiera. Così pure è uno solo il mattino, dall’inizio del mondo, in cui tutti quelli che ti amano si mettono di fronte a te. Migliaia di giorni, migliaia di anni, migliaia di secoli...

Sento la comunione allargarsi, diventare di dimensioni infinite, e quanto più è immensa, tanto più diventa semplice e una. Non sono più io a pregare, è l’uomo che prega.

Quest’unico infinito mattino si precisa, si colora, prende la forma e i colori del mattino in cui Gesù pregava.

Quest’uomo che sta di fronte a te, e ti ama, diventa sempre più uno, è il Figlio tuo Gesù. Lui è tutti noi, e noi tutti siamo lui.

Non so bene precisare cosa avviene in me in questa preghiera, né cosa ti dico e ti chiedo, né cosa ascolto. Non so se questa preghiera ha un contenuto. So solo che non è "uguale" a quella del tuo Figlio Gesù: è la stessa, è la sua: c’è una sola preghiera, indicibile, semplice e proprio perché estremamente semplice, infinitamente totale, che non si può "dire" senza che si perda qualcosa della sua pienezza.

Mi lascio penetrare da questa preghiera, mi ci abbandono, un po’ come una barca a vela che si affida al vento. Voglio lasciarmi portare da lei: mi pare che mi guidi verso di te, che mi introduca nel tuo segreto, che mi insegni a conoscerti. Non sarà certo col "pensarti" o con l’immaginarti che ti potrò conoscere. Questa preghiera mi introduce in una comprensione che mi dà la prova di cominciare a conoscerti. Un conoscerti senza immaginarti. È come se tu cominciassi a esistere in me, come se il mio cuore cominciasse a sentire e a fare ciò che tu senti e fai. È una conoscenza per comunione: mi comunichi te stesso e nella misura in cui riesco a essere come te, ti conosco perché i miei pensieri li fai diventare uguali ai tuoi, perché i miei occhi guardano gli altri come li guardi tu, perché le mie mani toccano alla stessa maniera delle tue, perché il mio cuore desidera e compie ciò che tu stesso desideri e compi.

Mi vengono in mente le parole di tuo Figlio Gesù: "Se qualcuno mi ama, il Padre e io andremo da lui e prenderemo dimora in lui".

La preghiera del mattino è soltanto questo: amarti. E tu vieni, fedele al desiderio del tuo cuore, per prendere dimora in noi, per farti conoscere nel tuo figlio Gesù. "Nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare".

E a chi, con più desiderio, il Figlio ti vorrà rivelare, se non a quelli che formano tutti i giorni una sola cosa con lui?

 

SCUOLA DI ETERNITÀ

Eccomi con te, Signore Gesù. Sono come uno scolaro, desideroso e contento di poter imparare. Sono uno di quelli a cui hai deciso, lo sento, di rivelare il Padre.

La prima cosa che mi dici è di venire con te in quello che potremmo chiamare l’edificio scolastico: il luogo appropriato e "attrezzato didatticamente" per poter seguire bene le tue lezioni. Mi guardo intorno: questa scuola non ha muri né banchi, anzi capisco che è fondamentale che non li abbia: è luogo per eccellenza senza muri, senza impedimenti, senza confini, senza pregiudizi, senza idee precostituite.

Signore, questa scuola mi fa venire in mente l’otre nuovo, di cui parli nel vangelo; mi fa venire in mente il deserto, ma un deserto particolare, assolutamente vuoto e assolutamente senza confini: il suo confine è costituito soltanto dalla sua immensità.

C’è un’altra caratteristica, in questa scuola; l’ho intuita e avvertita appena ho messo piede in essa, ma mi è molto difficile descriverla. E’ un po’ l’equivalente interiore di ciò che esternamente è il deserto. Si potrebbe paragonare alla lingua in cui tu parlerai e che io devo conoscere per poterti capire; è simile alla chiave che si usa per decifrare un codice segreto.

È anche una caratteristica che si comunica allo spirito di chi vi vuole essere alunno, e ne costituisce al tempo stesso la materia fondamentale di insegnamento. Se io non l’assimilo, fino a esserne imbevuto, non potrò capire il segreto del Padre, non potrò "conoscerlo".

Penso che potrei chiamare tutto ciò "eternità". Eternità non come assenza di tempo, ma come pienezza di tempo, in cui il prima e il poi sono assenti e contemporaneamente presenti; tutto il prima e tutto il poi insieme.

Sentirmene compenetrato equivale ad avvertire i limiti e il niente di tutto ciò che passa, ma al tempo stesso il suo valore, o meglio il suo "valere".

Mi pare di capire fino in fondo, in questa luce, la frase che dice "mille anni sono per te come il giorno di ieri che è passato e un giorno solo come mille anni".

Vivere di questa eternità aiuta a capire la grandezza del Padre.

È la luce che fa capire i tuoi consigli che, altrimenti, parrebbero paradossali: di non preoccuparmi del domani, di dare anche la tunica a chi mi chiede il mantello, di porgere l’altra guancia a chi mi schiaffeggia, di capirmi beato se perseguitato per te o per la giustizia.

 

DIO È PIÙ GRANDE

La prima lezione la terrai tu. Mi dici che è come l’introduzione al corso di questa scuola. E’ un argomento che ti sta molto a cuore e sul quale non ti stanchi mai di parlare e di insistere, perché noi uomini facciamo molta fatica a intenderlo e a viverlo.

Il titolo è dato da un versetto di s. Giovanni nella sua prima lettera, capitolo 3: "Davanti a lui riassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa".

A sentire questo, Signore, mi vengono alla mente le parole della samaritana "Vedo che sei davvero un profeta". Hai centrato il bersaglio. L’ostacolo più nascosto del nostro cuore, e più difficile da superare, che ci blocca impedendoci di abbandonarci senza remore al tuo amore, è proprio quello di non riuscire a credere quanto tu sei grande. Grande soprattutto nell’amore.

La coscienza del nostro limite, del nostro essere peccatori ci blocca di fronte a te. Quando mi sento buono, quando sono riuscito a rimanere paziente e misericordioso, quando sono riuscito a non dire una parola che poteva ferire.... allora mi sento capace di credere che mi ami e mi è facile restare nella preghiera e nella comunione con te; ti sento vicino e nessun ostacolo ci fa da barriera.

Ma quando ho peccato, quando ho chiuso il mio cuore di fronte a chi aveva bisogno o non ho accettato di fare eccezioni alle regole che mi sono dato per il mio lavoro.... allora non so più abbandonarmi al tuo amore, né vivere in pienezza la gioia dello stare con te.

Quando ci sentiamo santi ti amiamo con facilità, ma quando siamo peccatori ci ritraiamo, ci sentiamo a disagio e un po’ cerchiamo di nasconderci, come faceva Caino. Ma questo ci fa molto male. Blocca la relazione con te, la riduce a pochi momenti "di santità", e soprattutto distorce la verità, facendo apparire che dipende da noi la santità e la comunione con te.

La lezione comincia, ma non mi dici parole. Mi porti dentro al tuo cuore perché ne capisca un po’ le dimensioni. Per prima cosa me ne fai vedere l’eternità. Quando ci guardi e consideri le nostre vicende, i nostri dolori, i nostri peccati e la nostra santità, lo fai usando misure di considerazione eterne.

Come tutto diventa semplice e piccolo quando è misurato in relazione all’eternità nel tuo cuore!

Tu abbracci, vagli, giudichi, accogli, perdoni, benedici tutto: nel tuo cuore eterno c’è pazienza e attesa per aspettare la fine di tutte le cose, per abbracciarle nella loro completezza.

Anche noi sappiamo come la comprensione e il giudizio sulle persone e sulle cose cambi, quando ne conosciamo la storia sin dall’inizio, e ancor più quando possiamo seguire e conoscere l’evoluzione fino alla conclusione ultima.

La dimensione eterna del tuo cuore, ora che la vedo con i miei occhi, mi fa capire come sia facile per te non solo sapere tutto, ma "capire", nel senso più pieno della parola, tutto.

Mi è chiara ora la parola di Giovanni: "Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa".

Come misurare le dimensioni del tuo amore? Anche s. Paolo si trovò in difficoltà quando volle parlare della sua altezza, larghezza e profondità. Vedo che è al di là della mia capacità di descrizione. Tuttavia, dopo averne contemplato l’eternità mi è già più facile capire come la grandezza del tuo amore sia intuibile nello stesso ordine di misura dell’eternità.

"Qualunque cosa il mio cuore mi rimproveri, davanti a te posso rassicurare il mio cuore".

La ragione di questa sicurezza e di questa pace non sta nella perdita d’importanza del mio peccato: giustamente il mio cuore deve continuare a rimproverarmi. Il motivo della sicurezza sta nell’aver compreso il tuo cuore: nell’aver capito che, per quanto grande possa essere il mio peccato, tu sei l’amore. Non posso più nascondermi come faceva Caino o fuggire disperato come Giuda, ma devo aspettare in piedi di fronte a te, restare lì, anche se tutti gli altri che stavano con me se ne sono andati.

Come l’adultera capisco che il mio peccato non trova giustificazione di fronte a te: chi trova giustificazione sono io peccatore.

Tu non mi condanni, ma mi perdoni perché, liberato dal peso del peccato, mi sia più facile restare con te e proseguire nella crescita del mio amore per te. Tu non vuoi, Signore, la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Ricordo, Signore, l’episodio di quella notte quando ti avvicinasti alla barca degli apostoli, mentre il lago era in tempesta.

Al vederti si spaventarono e tu dicesti loro "Sono io, non temete". Al che Pietro ti gridò "Signore, se sei tu, dimmi di venire da te sull’acqua". E tu dicesti "Vieni!" e gli facesti gesto con la mano.

Pietro uscì dalla barca e cominciò a camminare sul lago. Ma poi si spaventò per la tempesta, cominciò ad aver paura e con la paura cominciò ad affondare. In quel momento, disperato, gridò verso di te: "Signore salvami!". E tu stendendo la mano lo prendesti per il braccio e lo rimettesti in piedi sulle onde. Poi insieme camminaste fino alla barca e di colpo la tempesta finì.

Ecco, quando un peccato ci accusa, noi siamo un po’ come Pietro che vuole venire da te sulle onde della tempesta. Vogliamo vincere l’ostacolo che il nostro peccato ci pone dinanzi per arrivare a te. Abbiamo bisogno della tua rassicurazione. E allora tu ci dici: "Vieni!" e ci incoraggi con un cenno della mano. Tu sei molto contento quando noi ti chiediamo di poter venire da te, così come certamente il tuo cuore si rallegrò a sentire la richiesta imprevista e originale di Pietro. Perciò ci rassicuri e ci dici: "Ma certo che puoi venire, anzi: Vieni!".

Ma poi mentre camminiamo contro tutte le logiche verso di te, il senso della realtà delle cose, il nostro peccato di fronte alla tua santità, ci fa temere di esserci sbagliati, di essere stati temerari, così come accadde a Pietro. Egli cominciò ad affondare perché dubitò.

Così noi, spaventati al pensiero di essere stati temerari a camminare verso di te con l’entusiasmo che al massimo sarebbe consentito ai santi, cominciamo a dubitare che tu sia più grande del nostro cuore che ci accusa, e non abbiamo più la forza di arrivare fin da te.

Ecco allora ciò che ci resta: il grido verso di te "Signore salvami!". L’angoscia e il dramma del momento tolgono dall’anima ogni ragionamento e considerazione di convenienza, di dignità, di merito. Stendiamo il braccio verso di te, e tu ci afferri e ci metti in piedi al tuo fianco: d’autorità, per virtù della tua potenza, per decisione del tuo cuore. Poi fai calmare la tempesta e in quel silenzio che regna dopo, nella barca, seduti uno accanto all’altro, io salvato e tu salvatore, ho modo di capire ciò che è accaduto e di confortarmi definitivamente, perché la parola che Giovanni ci ha riportato è vera!

Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. "Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa!".

 

VIVERE NELL’ETERNITÀ

Sto pensando tra me, Signore, che a vivere nell’eternità si deve sperimentare una grande libertà interiore. È come un grande tesoro senza fondo da cui posso attingere a larghe mani benevolenza e pazienza verso chiunque voglia mettermi alla prova.

Se guardo il mio prossimo con gli occhi del presente, sono dominato da considerazioni di giustizia: i miei diritti si ergono potenti di fronte a me e sono portato a reagire per difenderli. Se invece lo guardo con gli occhi dell’eternità, allora la sua sfrontatezza si diluisce come una goccia di vino in un secchio d’acqua: viene sommersa, stemperata; la chiave di interpretazione e di comportamento non è più la giustizia, ma la misericordia e la benevolenza. Allo stesso modo a vivere da cittadino del tempo sono portato a reagire e a pensare in termini di egoismo e di superbia.

Quando invece sono con te, Signore, entrambi cittadini dell’eternità, allora egoismo e superbia non hanno più significato: l’unico atteggiamento logico è l’umiltà. "Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero".

Intendere queste parole come pronunciate dal versante dell’eternità, passare dalla tua parte, venire da te e vedere le cose con i tuoi occhi eterni, mi dà una nuova luce insospettata e mi sento invogliato a penetrare nel mondo che le tue parole mi dischiudono. È una vita diversa quella a cui mi inviti: la vita eterna.

Finora la pensavo come la vita che comincia dopo la morte, una realtà nella quale avrei dovuto entrare un giorno. Ora invece capisco che è già di adesso, un modo di vivere già ora tessuto di cose "eterne", di cose cioè che "non periscono".

Se per esempio accetto di restare un po’ con te, con semplicità e amore reciproco, questo non è una cosa caduca, che appassisce e ritorna nel nulla. Resta per sempre, perché ha una qualità di eternità in sé che non la fa perire.

Se, leggendo la Scrittura, una tua parola mi colpisce e mi apre come un varco nello spirito per entrare di là, dove "abita" la parola, e io mi fermo a gustarla e a contemplarla, io mi sento trasportato nell’eternità. E anche se vorrei a volte rispondere risentito, o lamentarmi, mi sento portato a tacere. E questa "parola di silenzio", questa parola non detta, diventa, nella mia intenzione, un atto di lode e di adorazione.

Così una parola non detta è divenuta eterna; è stata offerta a te, eterna, e resterà davanti a te per sempre.

Tutte le volte che offro una cena a storpi, ciechi e poveri, che non hanno da contraccambiare, io faccio qualcosa che entra nell’eternità, e rimarrà per sempre davanti a te, e non perderà la sua ricompensa. Perciò sono beato.

Quante cene ogni giorno posso offrire! Quanti servizi a quanta gente che non potranno mai essere ricambiati! Che meraviglia e che beatitudine essere inviati per servire i più poveri della terra!

E quando offro un bicchiere d’acqua per amor tuo? Non l’hai forse detto tu che questo gesto rimane per sempre e riceverà una ricompensa eterna? Così pure quando facciamo l’elemosina o diamo qualcosa a chi ha bisogno, fosse anche solo il nostro tempo o la nostra attenzione, o la nostra capacità professionale: tu ci hai insegnato che equivale ad accumulare tesori nel regno dei cieli dove né la tignola consuma né i ladri possono rubare. Per farla breve, tutte le volte che tu entri in qualche modo in una mia azione, o pensiero o altra manifestazione della mia vita, tutto ciò si colora d’eterno, è destinato a "restare".

Se guardo alla mia vita, dalla mattina alla sera vedo che è costellata, trapunta, tessuta di eternità. E se guardo alle ripercussioni che queste azioni di eternità hanno su di me, mi accorgo che fanno nascere in me sentimenti di amore, gioia, pace, stati d’animo che s. Paolo dichiarava essere frutti del tuo Spirito santo nei nostri cuori.

Frutti, cioè manifestazioni della presenza dello Spirito santo in noi. Lui è amore, gioia, pace, bontà, fedeltà, misericordia, e quando anch’io lo "sono", sento nascere in me un’esperienza che è della stessa natura della tua. Lo Spirito santo è il tuo Spirito e quindi tu sei fatto di amore, gioia, pace, misericordia. Se io pure dal tuo Spirito sono trasformato in amore, pace, gioia, ecco che io posso conoscerti dal di dentro, perché mi sento fatto come sei fatto tu.

Hai fatto così anche tu, Signore, per arrivare a "conoscermi". La conoscenza che tu avevi di me come creatore è stata superata in "qualità" da quella che hai acquisito diventando uomo.

Ora sai cosa vuol dire vivere da mortale su questa terra: sai cosa sono i vincoli del sangue, sai cos’è l’amicizia, sai cos’è il sonno, cos’è lo stancarsi col lavoro, cos’è potersi lavare quando si è sudati e sporchi, cos’è partecipare a una festa, cos’è pregare di mattino presto fino a quando il cielo si sbianca e nasce il sole, cos’è essere traditi e aver paura, cos’è essere amato dalla gente, cos’è insegnare, cos’è mangiare e bere, cos’è il dolore, cos’è avere una madre, e per ultimo cos’è morire.

Da tutte queste esperienze ora mi conosci, sai cos’è "essere uomo".

Allo stesso modo tu pure vuoi che io ti conosca, che impari un po’ anch’io cos’è "essere" Dio, cos’è essere eterno, cos’è essere libero, cos’è essere amore, essere pace, essere gioia, cos’è in fondo, semplicemente "essere" e poiché l’Essere sei tu, cos’è in definitiva "essere te"!

 

TUTTO È NOSTRO, PER SEMPRE

Mi chiami e mi dici: "Chi vorresti essere: il figliuol prodigo nel mezzo della festa, quando tutti erano per lui, tutti mangiavano e bevevano in suo onore, mentre i musici suonavano arie di festa, ed il padre passava da un invitato all’altro sottobraccio per brindare di gioia, oppure il primogenito, stanco per il lavoro, di ritorno da solo, in silenzio verso casa, quando ormai già si faceva buio?

Quando senti la musica e i tamburi e vide il via vai e le danze, pensò di essere dei due il figlio meno amato, perché il padre non gli aveva mai dedicato una festa solo per lui. Per questo diventò triste e cominciò a pensare che io fossi stato ingiusto verso di lui.

Questa tristezza fu per me in certo modo un rimprovero, per non avergli spiegato prima, per tempo, la vera realtà che stava vivendo da sempre e di cui non si era mai accorto. E allora, come al figlio ritornato avevo fatto un banchetto, così al mio figlio fedele aprii gli occhi del cuore per intendere il grande segreto che dava ragione di tutto e gli dissi: "Figlio mio, tutto quello che è mio è tuo, e tu sei sempre con me!". Dimmi un po’ allora, quale dei due vorresti essere? Vorresti la gioia della festa o la comprensione di fin dove giunge la tua comunione con me o la mia con te?".

Non ho esitazioni, Signore. Apri il mio cuore a capire fin dove giunge la tua comunione con me e la mia con te. A capire che tutto quello che è tuo è mio e che tu sei sempre con me.

Bene, cominciamo con un esercizio: vediamo qualcosa di tutto ciò che è mio.

Signore, comincio con la parola dei salmi: "del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene, il mondo e quanti in esso abitano".

Bisogna che mi fermi a considerare bene queste parole. Tua è la terra e tutto ciò che essa contiene! Rivedo in spirito tutti i panorami, tutti i paesaggi, i monti, le valli, i mari, i fiumi, i deserti, i boschi, i prati, gli alberi, i fiori, le case, le strade, le colline, le nuvole e il vento; tutto ciò che ho visto coi miei occhi e quello che ho visto in fotografia, negli atlanti, nelle riviste, nei libri, nella pubblicità delle agenzie di viaggi, al cinema e in televisione. E, pure così, ho visto solo una piccolissima porzione della terra.

Anche tutto il resto, che non conosco, ma che posso immaginare, è tuo. E’ tutto tuo. E tu mi dici che in quanto tuo è anche mio. Mi pare "differente" il possedere la terra così, semplicemente, e il possederla in quanto tua.

Il motivo per cui "è mia" è perché "è tua". Se non fosse tua non sarebbe mia. Allora "in te" la possiedo: cioè prima "possiedo" te e con te possiedo tutto ciò che è tuo.

Ti possiedo perché tu ti doni a me. E’ un possesso senza possessione, senza padronanza: un modo di "essere mio" che esige, per essere vero, che io sia tuo: per possederti devo donarmi. Potrai essere mio solo nella misura in cui io sono tuo, in cui io accetto di appartenerti e di donarmi a te.

E’ il possesso dell’unione della comunione. Tutto resterà mio finché tu sarai mio. Se si dovesse rompere la nostra comunione, tutto quello che è tuo cesserebbe di colpo di essere mio.

Ma questo, per quanto possibile, non deve oscurare con la sua ombra la realtà della nostra comunione. Per sua natura essa è eterna: perché ha la sua fonte nel tuo donarti, e tu non conosci pentimento.

Ne segue che tutto ciò che è tuo è mio per sempre, in eterno. Ma in un possesso senza possessione: è un "avere" libero, che non perderò mai, perché ciò che in realtà è mio non sono le cose ma sei tu.

E il mio possederti non è un averti al mio servizio, ma un essere io al tuo. Anzi neppure questo è vero: il mio possesso consiste nel volerti bene senza paura di perderti mai: nel volerti bene in eterno. E al tempo stesso sapere che innanzitutto tu mi vuoi bene in eterno. Ciò mi dà un godimento, una radice di gioia su cui potrò contare per sempre.

E’ in questa stabilità di godimento che mi pare consista il "possederti". Allo stesso modo avviene per tutto ciò che è tuo. Tu lo condividi con me con la stessa stabilità con cui mi ami, per cui, in te, tutto è mio definitivamente, per sempre...

Non sono soltanto le cose della terra che sono tue, molto più "tuoi" sono i suoi abitanti.

Qui, però, Signore, non riesco più a capire bene in che modo i miei fratelli e le mie sorelle che a miliardi popolano la terra, possono essere miei, perché il modo in cui gli uomini ti appartengono (come creature al loro creatore) mi pare che tu non lo possa condividere con me.

Allora mi spieghi: "Tutti i figli che ho creato sono miei. Ma tu sai che ciò che io voglio da loro è il cuore. Cioè che loro spontaneamente si donino a me. Il fatto di averli creati liberi è come se io avessi rinunciato al loro possesso: sarà mio solo chi vorrà essere mio e nella misura che vorrà.

Di ogni uomo considero mio soltanto ciò che lui mi offre di sé, la parte di cuore che mi dà perché io la abiti.

Orbene, ciò che di ogni uomo è veramente mio, quello diventa anche tuo. Ciò che gli uomini mi hanno donato io lo condivido con te. Medita e rifletti bene e scopri che mondo meraviglioso si apre dinanzi a te".

Sì, Signore, gli occhi mi si aprono. Comincio con le persone che io amo e con le quali apro il mio cuore ed esse lo aprono a me. Sono tante, e veramente la parte di noi che è in comunione, che cioè è aperta, manifestata, offerta e ricevuta, capita e condivisa, diventa possesso bilaterale, appartiene ai due, direi quasi: in uguale misura, almeno nell’intenzione di chi apre il suo cuore.

Dire possesso bilaterale però è incompleto, perché la comunione avviene all’interno di te, è in te. E perché ciascuno di noi è tuo e tu sei di ciascuno di noi che si può realizzare tale comunione fino al centro della nostra anima. Si tratta di una comunione a tre, e solo se tu ne fai parte diventa vera.

Le tue parole: "tutto ciò che è mio è tuo", intese in questa luce, mi riempiono di gioia e di stupore: mi fanno intendere cioè fino a quale profondità desideri che giunga la nostra comunione, e quindi il nostro amore. Tutto ciò che in una persona è tuo, tutto ciò che veramente ti appartiene perché ti è stato donato, è per sua natura aperto e desideroso di essere condiviso e offerto anche agli altri. Alla stessa maniera tutto ciò che io ti dono è aperto e offerto agli altri.

A questo punto vorrei fermarmi a ripensare a ciascuna persona in particolare, assaporare e gustare la bellezza del loro essere tue, la purezza del loro amore, la generosità del loro essere tue membra, la radicalità del loro dono a te e al servizio dei fratelli. Tutto ciò, così sacro, così santo, così "tuo", in te diventa mio, posso entrarvi anch’io, posso usarne, usufruirne, esserne arricchito, perché nell’atto di essere donato a te, è contenuto il desiderio che ciò sia aperto e a disposizione di chi è in te.

E quanto più vero diventa tutto ciò, quando esplicitamente è offerto all’altro per un bisogno di comunione con chi si capisce che è tuo!

Per quanto numerosi possano essere questi fratelli e sorelle con i quali sono in comunione esplicita, la gran parte di coloro che sono tuoi non la potrò mai conoscere qui sulla terra. In questo modo sono possessore di una infinità di tesori, costituiti dalla santità, generosità, umiltà, misericordia, pazienza dei cuori di chi ti ama.

Anche la ricchezza di questi miei fratelli non conosciuti tu la apri al mio possesso: è mia, così semplicemente, solo perché tu sei mio e tutto ciò che è tuo è mio.

Mi si apre davanti agli occhi una comprensione nuova dell’insondabile bellezza e ricchezza del tuo corpo mistico, di ciò che il tuo amore con il suo onnipotente desiderio di comunione è capace di fare.

Vedo chiaramente come tale comunione è una realtà sempre in cammino che cresce continuamente, per l’aggiungersi di sempre nuove persone che mi mandi incontro.

Ma c’è un altro aspetto che mi colpisce ancor di più: il legame di tutto questo con la santità. Se è vero che solo ciò che è stato donato a te può essere comunicato, può essere offerto in possesso a chi è tuo, ne segue che la comunione reciproca potrà crescere veramente solo nella misura in cui crescerà il dono di ciascuno dei due a te, cioè quanto più grande sarà la loro santità.

Questo sono convinto che è apprezzabile con gli occhi dello spirito: la gioia e la compiacenza che produce il veder crescere nella virtù, progressivamente, umilmente e in certo senso appassionatamente l’altro, non è forse un segno, proprio questa gioia, che la comunione sta diventando sempre più profonda, più pura, più tua?

E la tua "presenza sempre più presente", con la gioia che tu irraggi attorno a te, è l’irreversibilità radicale di ciò che è dono in te, è la stabilità che è rivelatrice della tua presenza, che col suo profumo di eternità ci inebria.

 

NULLA MAI PIÙ CI SEPARERÀ

Sto pensando che non è tuo solo ciò che ti appartiene, che è esterno a te: molto più tuo è ciò che tu sei. Tu pure, allora, entri a far parte di ciò di cui mi dici: "tutto quello che è mio, è tuo". Anzi, soprattutto tu!

Fa rimanere un po’ interdetti, una tale considerazione. Però, a pensarci bene, mi rendo conto che mi deve essere assai più facile capirlo di quanto non lo sia l’intendere che è mia la terra con tutto ciò che essa contiene e i cuori di chi ti ama.

Perché quando mi dici che tu sei mio, fai una cosa di cui pure io ho esperienza: perché è uguale la mia maniera di essere tuo. lo so molto bene che non conta che io condivida con te le cose che mi appartengono: ciò che conta, ciò che mi appaga è solo quando tutto l’io di cui sono fatto ti appartiene.

E’ importante che sia proprio tutto, proprio intero, che non resti fuori nulla, per essere davvero il mio io, ciò che ti offro.

Qui mi accorgo che, benché creatura imperfetta e fatta di parti, nel profondo del mio essere sono come te, indivisibile: il mio io è una cosa intera e solo se rimane intero può pretendere di continuare ad essere il "mio" io.

Quanto più ciò è vero per te, che sei l’Uno per eccellenza, l’assoluto, l’indivisibile!

In questo ci assomigliamo profondamente; sono davvero a tua immagine: per cui se voglio capire come tu ti doni a me, posso intenderlo solo se guardo a me e alle esigenze che sento in me, come conseguenza della maniera in cui tu mi hai fatto.

Ma dopo aver fatto il primo passo sulla strada di questa comprensione ed aver inteso qualcosa su di te e sul tuo dono di te, ecco che gli occhi del mio spirito si dirigono ancora verso di me e comincio a scoprire quanto profondamente differente dal tuo sia il dono "reale" di me stesso a te.

Scopro in modo sempre più evidente, e con dolore, che manca ancora qualcosa perché il mio io donato coincida col mio io pieno, totale, col mio io intero. Come fare per rimediarci, per imparare la via a diventare come te, totalitario, assoluto nel dono? Sono rimasto a pensarci a lungo, e non trovo nessun "metodo" per riuscirci. Solo se tu mi trasformerai con la forza onnipotente del tuo desiderio di bene verso di me.

Mentre attendo che la tua opera in me si compia, capisco che ne posso abbreviare i tempi apprendendo alla tua scuola: contemplando il tuo dono di te a me. Ciò mi riempie di ammirazione e riconoscenza nei tuoi confronti e mi accende del desiderio di imitarti.

Questo desiderio è la mia preghiera che continuamente sale verso di te, che giorno e notte geme finché tu non compierai per intero l’opera tua in me. Allora sarò davvero alle porte dell’eternità, di questo stato di quiete oltre il quale non c’è più nulla, perché "tutto" è fatto.

Quando anch’io sarò stato reso da te tutto tuo, così come tu sei tutto mio, quale altro compito potrà essere riservato al tempo? Quale avvenimento potrà più separarci uno dall’altro? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose, come dice s. Paolo, siamo più che vincitori per virtù di te che ci hai amati.

E allora più niente, neppure più nessuna creatura, né morte né vita, né angeli, né presente né avvenire, potrà separarci nel nostro amore. L’unica creatura, se creatura è, sarà l’eternità a poter continuare insieme a noi, a poter ancora dirci qualcosa.

Che meraviglia, Signore, ciò che mi attende, anzi - poiché è un avvenimento a due - ciò che ci attende.

Ma non è ancora tutto, mi dici.

Alla fine, quando il mio dono a te sarà perfetto, entrerò io pure a far parte del "tutto ciò che è tuo" a pieno titolo, e in piena verità.

E allora questo mio io, diventato tuo, ritornerà a me in dono in quanto tuo. Ma allora sarà diventato tuo, cioè sarà intriso di te, avrà il tuo calore, il tuo sapore, la tua luce, sarà una cosa sola con te.

In questo modo tu me lo donerai perché sia totalmente mio, nel modo nuovo inventato da te.

E io, io stesso sarò diventato tuo dono a me, luogo comprensibile ed esplorabile, con le mie deboli forze di creatura, del tuo dono di te, incomprensibile e inesplorabile, a me.

 

IO IN TE E TU IN ME...

Avevo in mente tanti bei temi, tante belle idee da proporti perché tu me li spiegassi qui a scuola, Signore. Poi invece, quando arrivo e apro il quaderno per scrivere davanti a te e chiederti di spiegarmi e insegnarmi questo o quello, nella mia mente si cancella tutto.

Non riesco a ricordare più nulla di ciò che avevo pensato e di quelle idee che mi erano parse tanto belle.

Mi viene addosso una specie di pigrizia che mi fa star bene solo se chiudo il quaderno, metto via la penna e rimango a guardarti: di tutte le cose su cui ragionare e pensare ne parleremo un’altra volta. Per questo motivo non ho nulla da proporti oggi e non ho neppure desiderio che tu spieghi qualcosa o svolga qualche tema.

Stiamo soltanto un po’ insieme, senza preoccuparci di parlare. Oggi non avranno importanza i nostri pensieri o le nostre parole: oggi saremo importanti solo noi, uno per l’altro: tu per me e io per te.

Non le nostre idee o i nostri atti saranno eterni oggi, ma noi. Noi così, puri e semplici, senza nessun’altra qualità o attributo che quella di essere ciascuno semplicemente e umilmente se stesso.

Sento una grande pace; anzi, più che pace la

definirei tranquillità, com’è tranquilla la luna nel cielo quando sorge, e come lo è la campagna sotto la neve d’inverno.

Mi dà la sensazione di qualcosa che s’è fermato, ma non per diminuzione di energie, piuttosto per pienezza. Sento che i miei pensieri non si muovono, che i desideri e i progetti si sono tutti fermati per perdita di ogni importanza di fronte a questo presente riempito di te, che mi sazia.

Che differenza ci sarà tra questo e l’eternità? Sono sincero: non lo so, Signore; solo tu lo sai. Eppure, mi sentirei sicuro di scommettere che la differenza è piccola.

Come dicevo prima, in questo starcene uno di fronte all’altro senza null’altro che essere ciascuno dei due se stesso, l’eternità non è un ambiente o un’atmosfera nella quale siamo immersi; è una qualità del nostro essere, del tuo e del mio io.

In questa veste di eterno, provo a esaminare me stesso per vedere che tipo di desideri e di interessi, che tipo di ricordi, che tipo di pensieri sono rimasti con me.

La prima cosa che ti posso dire, Signore, è che mi costa un po’ fatica esaminarmi: mi fa l’impressione di quando si sente il peso della pigrizia: sto così bene qui con te senza parole, senza azioni, senza pensieri...

Perché, poi, penso che esaminarmi voglia dire affaticarmi? Forse sta proprio soltanto qui, nella fatica a uscire da questo stato, tutto l’esame di me stesso che c’è da fare.

Non ho proprio nessun desiderio, nessun pensiero, nessun ricordo, nessun interesse. Tutto si è tanto semplificato, "trasparentizzato", che non lo vedo né lo sento più. Ci sei rimasto solo tu.

Pensieri: penso te.

Desideri: desidero quello che desideri tu, senza preoccuparmi del contenuto. Ciò che mi farai capire che è tuo desiderio, lo desidererò io pure.

Interessi: il tuo amore, cioè essere amato da te.

Ricordi: nessuno, e al tempo stesso tutti. Ti spiego subito, Signore, questo paradosso. I miei ricordi me li sento addosso, ne sono pieno, li porto con me. Non sono presenti in forma esplicita: non c’è posto per loro nella mia mente. Sono presenti in "carne e ossa", in quella carne e in quelle ossa che sono io oggi, costruito pezzo per pezzo dal mio passato. Voglio dirti insomma che il mio passato è in me: tutte le cose che ho fatto, di bene e di male, le persone che ho incontrato, tutto quello che ho imparato, che ho visto, detto, udito, scritto, immaginato, è tutto qui con me, di fronte a te. Fa tutto parte di quello che sono oggi.

Di questo ho coscienza: di essere ben intero qui con te. I miei "ricordi" sono presenti, tutti insieme, qui, alla stessa maniera di come lo sono io. E sono soggetti allo stesso fenomeno a cui sono soggetto io: siamo presenti, ma in forma tale che non occupiamo più spazio: quello che importa sei tu. Tutto ciò che resta - io e i miei ricordi - "importa" solo nella misura in cui siamo in te.

Un’unica realtà è rimasta, che riunisce e riassume tutto, che con la sua presenza e pienezza riduce al silenzio ogni altra cosa: la nostra comunione - tu in me e io in te - alla stessa maniera come tu sei nel Padre e il Padre in te.

Non si esplicita in pensieri, in desideri, in interessi, in ricordi, in azioni. Di essa non riesco a dire altro che questo: che c’è. Non m’importa nemmeno quanto a lungo resterà manifesta: la sua durata non è oggetto di desideri: resterà per il tempo che a te piacerà, e quando non sarà più avvertibile non me ne dispiacerà, perché così a te è parso bene.

Resterò contento, perché mi fido di te. Ma anche per un altro motivo, perché pur "finendo" a un certo punto esteriormente, non perde per questo la radicale caratteristica di comunicare la sua eternità.

 

O PROFONDITÀ!

"O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i tuoi giudizi e inaccessibili le tue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?" (Rm 11,33-34).

Mi hai fatto venire a scuola mentre ci sono ancora le stelle nel cielo e mi hai dato questo brano da leggere e gustare senza fretta, mentre assisto allo spettacolo dello spuntare del giorno sulla terra. Quante volte l’ho visto! Eppure è sempre pieno di fascino. Mi pare di sapere tutto sui perché che racchiude: so della terra che gira, della sua curvatura, degli strati caldi e freddi dell’aria e del loro potere di filtrare i colori, tuttavia rimane sempre avvolto in un alone di mistero.

Non so perché il gallo senta l’impulso di cantare quando manca un’ora alla fine della notte, né come ne calcoli il tempo; non so perché gli uccelli comincino a cantare, né perché le zanzare sentano d’improvviso fame e mi vengano a pungere; né perché in riva al mare i granchiolini comincino a correre come forsennati sulla sabbia.

Né tanto meno so, per quanto mi sforzi d’indagare, perché mai questo spettacolo mi riempia di gioia profonda e al tempo stesso inesplicabile.

Sì, mentre contemplo l’alba intuisco la verità di ciò che mi hai fatto leggere: "o profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!".

A un certo punto il mio spirito si distacca dagli occhi, che restano a guardare l’aurora, e segue un altro spettacolo che l’attira molto di più. E’ rimasto catturato da quelle parole e dal loro arcano e insondabile significato, come se si immergesse nelle profondità di un oceano, o si sperdesse negli sterminati spazi interstellari, oppure vagasse lungo i milioni di secoli della storia dell’universo.

"O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!". Dopo un po’ sento che questa frase non può più continuare in questa forma e diventa "O profondità della tua ricchezza, della tua sapienza e della tua scienza!". Ora sì che mi suona bene, che mi soddisfa in pieno, al punto che già mi pare di cominciare a capirla, poiché è qualcosa di personalizzato, di tuo.

Tutto ciò che è tuo è comunicabile, e tu lo vuoi comunicare. Anche se non penso esplicitamente a questa caratteristica di tutto ciò che è tuo, quando mi imbatto in essa istintivamente il mio cuore si dilata, e si trova a suo agio, perché mi hai stampato dentro, come un marchio a fuoco, la tua decisione: "tutto ciò che è mio è tuo".

"O profondità della tua sapienza! Quanto sono imperscrutabili i tuoi giudizi e inaccessibili le tue vie!".

Assaporo queste parole, e mi lascio portare da loro per adorarti nella tua grandezza, nella tua superiorità e perfezione inaccessibili e resto, una volta di più, senza pensieri. Mentre così ti adoro sento in me la confluenza di due correnti, una che viene da te e una da me: entrambi desideriamo che i tuoi giudizi imperscrutabili siano intesi e che le tue vie siano conosciute. Conosciute e intesi non per curiosità, ma per poterti adorare in pienezza, sostenuto e immerso nella tua sapienza. Avverto in me un anelito e un sospiro profondo come la storia, che raccoglie e si riunisce alla preghiera che percorre i secoli, nata nel cuore di tutti i tuoi santi, da Salomone fino ad oggi: "Signore, dammi la tua sapienza!".

Dammi la tua sapienza! Non la sapienza, ma la "tua" sapienza, quella i cui giudizi sono imperscrutabili e le vie inaccessibili.

Mi chiedo come potrò superare tale imperscrutabilità e inaccessibilità. Non sarà certo con l’intelligenza che la conoscerò, ma potrà essere solo col cuore.

Comincio a capire che questa preghiera non è una cosa semplice che si può fare con le labbra, oppure col desiderio. Questa preghiera la si deve fare con la vita, così come solo attraverso la vita potrà essere esaudita.

Come potrò conoscere, io, la "tua" sapienza se non nelle applicazioni alla mia vita: cioè in tutto ciò che la tua sapienza sceglie per me? Sono oggetto dei tuoi pensieri minuto per minuto, del tuo amore minuto per minuto, della tua provvidenza minuto per minuto; essi si manifestano e si rivelano in tutto ciò che la tua sapienza fa sì che mi accada minuto per minuto: io vivo immerso nella tua sapienza, essa mi accompagna, essa mi precede, essa mi ama.

È come un immenso fiume che al tempo stesso mi sostiene e mi trasporta. Quante le sue decisioni che non capisco, le sue amorevolezze che mi restano incomprensibili, le sue motivazioni che davvero sono inaccessibili! Ma ciò non mi avvilisce, anzi tali incomprensibilità sono fonte di pace, perché sono il sigillo della tua presenza.

Allora sento che il mio pregare per capire la tua sapienza si trasforma in adorazione della tua presenza. La mia petizione prende le vesti della fede. Come la preghiera del papà di quell’indemoniato che diceva: "io credo, aumenta la mia fede!".

Nella preghiera di adorazione di te che passi, io voglio dirti che ti amo. Anche se all’apparenza mi sento ferito, in verità io sono, in quel momento, amato da te. Quando mi riesce questa preghiera: di amarti, perché amato da te, mi pare di raggiungere l’apice della intensità della supplica per conoscere la tua sapienza. E al tempo stesso di ricevere la profondità dell’esaudimento.

L’esaudimento non consiste nel conoscere la spiegazione dei perché intermedi: l’esaudimento coincide col conoscere direttamente te, che sei la sapienza, e nell’amare te, amore che mi ama con sapienza.

E una preghiera dura perché fatta con la vita e non con le labbra, una preghiera sullo stile di quella lotta misteriosa di Giacobbe col tuo angelo. Una preghiera che a volte può far restare zoppi per i colpi ricevuti, appunto come capitò a Giacobbe, ma al tempo stesso una preghiera che strappa la tua benedizione, una benedizione così profonda e radicale che è capace di cambiare il mio nome per sempre, proprio come facesti a Giacobbe.

 

LA GIOIA DI RICONOSCERTI

Vorrei approfondire, Signore, questa orazione di sapienza.

Il suo segreto mi affascina, la sua pratica mi conduce in regioni dello Spirito ignote e inesplorate, mi fa nascere dentro una libertà che non conoscevo, mi introduce più profondamente nel mondo nuovo dell’eternità.

Il punto che fin qui mi è più chiaro è questo: è una orazione che si fa con la vita, cioè col vivere in un certo modo certe occasioni che istintivamente sarei portato a interpretare come moleste e di afflizione.

Questo "certo modo" con cui vivere tali avvenimenti consiste nel riceverli e abbracciarli come "luoghi" dove si trova nascosta la tua sapienza, e cioè che hai scelto tu per me quell’avvenimento, come dono che mi fa bene e di cui ho bisogno.

Ho cercato di esaminarmi per vedere dov’è il cuore di questa preghiera, di scoprire il criterio che mi fa dire d’essere riuscito a "fare" in quel dato momento questa preghiera di sapienza, e mi pare di averlo trovato nell’atto di fede e di pace interiore che ti fa riconoscere presente, proprio quando cominciavo a turbarmi per la contrarietà.

Questo passaggio, dalla contrarietà alla pace serena del riconoscerti, mentre avviene, sento che è qualcosa che tu mi comunichi, più che un moto che nasce da me.

Mi fa pensare all’esperienza avuta da Cleofa e dall’altro discepolo di Emmaus, quando ti riconobbero, all’improvviso, dopo che per quasi tutto il pomeriggio eri stato con loro.

Più che mai capisco che ciò può avvenire solo quando "ti fai" riconoscere. Non è perciò con l’esercizio e l’allenamento che potrò riuscire a pregare l’orazione di sapienza, ma solo con l’insistere fiduciosamente a chiedertela in dono.

Quando poi me la doni, e prende corpo in me, la trasformazione che avviene nel mio spirito mi toglie ogni dubbio sull’origine di quella preghiera, solo tu puoi essere la causa di quel cambiamento, che i due discepoli di Emmaus si descrivevano l’un l’altro con queste parole: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto?".

La maggior parte delle volte, tuttavia, la gioia di riconoscerti viene solo più tardi.

Nel momento in cui si vive, diciamo così, l’episodio che ti nasconde, il riconoscerti è un "volere riconoscerti", un atto di fede oscuro che costa. Dà una sensazione paragonabile a un digiuno che ci imponiamo: digiuno interiore che ci impedisce di lamentarci, di impazientirci, che blocca sul nascere qualsiasi moto di ripulsa. Bisogna tenere duro, cioè mantenere questo stato durante un certo tempo, a volte finché si finisce di vivere l’avvenimento. Allora, una volta finito, la tensione si allenta, la situazione di molestia cessa, e tu esci allo scoperto, la tua sapienza si fa manifesta e la tua presenza "fa ardere il cuore nel petto".

Per resistere, e "digiunare" sento che ho bisogno di una forza e di una "mentalità" che devo possedere, già in esercizio, prima dell’inizio della tua "visita".

Questa "forza" e questa "mentalità" hanno un nome, e tu me l’hai rivelato: è il tuo Spirito santo.

E una persona vivente, reale, della quale vorrei dire, se non fosse una contraddizione in termini, una persona in carne e ossa!

E quando il mio spirito si imbatte in te, Padre, Figlio e Spirito santo, tutto cambia, tutto diventa vivo, reale, tutto diventa "mio".

E’ con te, Spirito santo, che io potrò pregare l’orazione di sapienza: io in te e tu in me, che io potrò avere quella forza senza la quale è impossibile pregare così, e quella mentalità, che mi rende libero di fronte a qualsiasi situazione, per quanto molesta e di afflizione possa sembrare. Mentalità che è fatta dei tuoi pensieri, così diversi dai nostri, così distanti dai nostri, come il cielo dista dalla terra.

Fin da quando mi sveglio, il primo pensiero è: Padre donami il tuo Spirito, Figlio donami il tuo Spirito, Spirito santo vieni!

Al mattino, vieni! Al pomeriggio, vieni! A cena, vieni! Di notte, vieni! Quando lavoro, vieni! Quando mi interrompono cento volte, vieni! Quando studio, vieni! Quando sono stanco morto, e mi chiamano, vieni! Quando sono irritato e sto per scoppiare, vieni! Quando sto già voltando le spalle, vieni! E anche dopo aver ceduto e rinunciato alla tua sapienza, vieni!

Ho bisogno della tua forza, ho bisogno dei tuoi pensieri, ho bisogno del tuo modo di amare, ho bisogno di accorgermi di essere amato da te, ho bisogno di essere libero come sei libero tu, ho bisogno di te: vieni!

Io, temporale, ho bisogno di te, eterno, per vivere nel tempo con la libertà di chi appartiene più all’eternità che al tempo, vieni!

Spirito santo, sapienza del Padre e del Figlio, vieni, abita in me, comunicati a me, fammi vivere alla tua maniera, di modo che quando, minuto per minuto, mi accade ciò che la tua sapienza ha scelto con tanto mistero d’amore per me, io non abbia incertezze, ti sappia riconoscere, ti sappia accogliere, ti sappia ringraziare, perché dal mattino alla sera, minuto per minuto, non fai che esaudire la mia preghiera, e, nascosto in cento modi diversi e sempre nuovi, continuamente vieni!

 

LIBERATI DAL TIMORE

Mentre aspettavo che la notte finisse, ho sentito il desiderio di precisare un po’ meglio a me stesso, qual è il sentimento, lo stato d’animo che si sta delineando, qual è l’impressione globale che ho a frequentare la tua scuola di eternità.

Mi accorgo che mi stai cambiando poco a poco e che si va facendo strada un sentimento fondamentale, che unifica un po’ tutto, che dà serenità e forza, e che avverto semplicemente come contentezza.

Vorrei perciò chiederti quest’oggi di spiegarmi un po’ meglio ciò che mi sta succedendo.

Mi dici: "prendi quel brano del Benedictus che ti piace tanto". Lo so a memoria e non mi stanco di ripetermelo: "Si è ricordato del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, per concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia, al suo cospetto per tutti i nostri giorni".

Ti sei ricordato del giuramento che facesti mille anni fa al padre di tutti noi che crediamo, ad Abramo, e in lui a tutti i suoi figli.

È come il filo che tiene uniti i grani di una collana. I grani sono gli anni, i secoli, i millenni, le generazioni che passano e il tuo giuramento sussiste.

Anche i miei giorni passano e li posso dividere in due a partire dal giorno in cui ti "ricordasti" del giuramento e lo volesti applicare a me.

Chi di noi non ha vissuto nel timore, in balia delle mani dei suoi nemici? Non c’è bisogno di immaginare i nostri nemici, come quelli di Davide, con la spada in mano, né di pensare al timore come paura fisica della loro capacità di farci del male.

Il timore oggi lo chiamerei ansietà. A pensarci bene, dalla mattina alla sera, le ore immediatamente seguenti a quelle che vivo, hanno la tendenza a pesarmi sul cuore: sto facendo una cosa, e il pensiero dell’impegno che ho a seguire mi preme perché finisca in tempo, oppure mi opprime con la consapevolezza che non potrò riposare, o mi addolora per la consapevolezza della sua natura.

Il timore a volte si manifesta come "paura che non vada bene": o perché ciò che sto facendo è difficile e non so se ce la farò a finire tutto bene, o perché il buon esito dipende dalle circostanze esterne che sfuggono al mio controllo, o dalla capacità e buona volontà degli altri che io non posso influenzare.

Quando ho cominciato a rendermi conto di questa ansietà e timore che mi accompagnavano, allora ho capito che ero veramente oppresso e che avevo bisogno di essere liberato. Le mani di questi miei nemici senza volto mi impedivano l’accesso alla libertà e l’unica via di uscita era che tu mi liberassi, col potere del tuo Spirito, ricordandoti che ti eri impegnato a far ciò con un giuramento.

Quella contentezza, di cui parlavo all’inizio, che sta prendendo corpo a frequentare questa tua scuola di eternità, mi pare che venga proprio da questa liberazione che stai conducendo in me. Più che mai avverto in modo chiaro e sicuro che quanto mi sta accadendo viene da fuori, e più esattamente viene da te.

La contentezza che qualcuno mi sciolga dai lacci che mi legano si accresce e si mescola con questa, altrettanto intensa e cara, di vedere che sei tu colui che mi scioglie. Ciò mi conferma nella pace e nella sicurezza, perché la tua persona è la garanzia assoluta della libertà e della verità di ciò che mi sta succedendo, della fedeltà con cui proseguirai fino alla fine nella tua opera.

Mi accorgo poi, soprattutto, che tu mi liberi per amore, e il tuo amore per me ti fa contento di potermi liberare. Chi mai potrà comprendere fino in fondo la larghezza, l’altezza e la profondità del tuo amore?

La tua decisione sulla mia libertà non si ferma alla liberazione dai miei nemici: me ne libera non solo dal potere immediato che hanno su di me, ma anche di quello a distanza, che si attua perfino in loro assenza, che è costituito dal timore che fanno nascere in me.

È necessario uscire dal timore e rimanerne libero: questa parola "senza timore" ne sottolinea bene, mi pare, la sua scomparsa definitiva dall’orizzonte del mio spirito.

Ma c’è di più nel movente e nel disegno del tuo amore: la liberazione non è fine a se stessa, non lo è mai. Gli ebrei furono liberati dall’Egitto per entrare e vivere nella terra promessa. Noi che fummo immersi nella tua morte, non viviamo più per noi, ma per te che sei morto e risorto per noi.

La stessa cosa mi sta accadendo ora: "perché liberato dalle mani dei miei nemici, e senza timore ti possa servire in santità e giustizia, al tuo cospetto per tutti i miei giorni".

Questa tua presenza, ora che la sperimento, mi fa comprendere come la fortezza, necessaria a vincere il timore e che tu mi doni, sia la manifestazione poderosa di una realtà più profonda e radicale che è l’umiltà e la mitezza.

Ogni volta che sento in me questa forza che distrugge il timore e l’ansietà, avverto che essa emana dalla tua presenza umile e mite, accanto a me, e che non si spaventa di ciò che ci attende.

Che bello sperimentare la verità di quelle tue parole: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi. Imparate da me che sono mite e umile di cuore e io vi ristorerò!".

È la tua mitezza e umiltà che, come in un sorriso, fa dileguare nel nulla l’aspetto di nemico e di oppressore, di ciò che mi metteva paura.

La tua presenza non si limita a mettere in fuga i nemici. Come tutto ciò che è tuo, è stabile: è per restare.

E per rendere possibile, per la virtù che emana da te, di servirti in santità e giustizia per tutti i giorni della mia vita.

Chi potrebbe perseverare senza interruzioni, così come promette il tuo giuramento, nella giustizia e nella santità?

Solo coloro che restano al tuo cospetto, e al cospetto dei quali tu resti. È nella comunione con te, nell’essere una cosa sola con te e tu con noi, nel ricevere e mantenere il tuo Spirito, che tu rendi possibile ciò.

È non solo possibile, ma certo, perché ti sei voluto impegnare a fare ciò col giuramento che facesti ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

 

L’UNICO

"Oggi - mi dici - vorrei farti lezione all’ora del tramonto, momento più propizio per afferrare e intendere ciò che voglio spiegarti".

Tutto il giorno sono stato contento, perché ogni poco pensavo a ciò che mi attendeva al calar del sole: l’attesa e il desiderio hanno riempito di te e di tramonto il giorno intero.

Sono arrivato a scuola quando il sole era già rosso e molto grande, prossimo a sparire.

Anche tu guardavi lo spettacolo e attendevi il momento giusto. Il sole sparisce in un cielo di fuoco. E splendido, ma ancora taci . Aspetti finché tutto il cielo diventa chiaro, di un colore che non so più dire se è bianco o grigio o celeste.

"Ho atteso questo momento - cominci - perché nessun altro mi pare tanto propizio per intuire l’unità di fondo di tutte le cose e la loro estrema semplicità. Questo colore senza tinte, questo silenzio senza rumori, quest’ora senza confini, né col giorno né con la notte, questa semplicità senza parti, invita a riassumere il giorno senza pensieri e senza ricordi, a possederlo in un atto semplice, dolce e senza sforzo. Oggi vorrei che tu imparassi come anche nel mondo dello spirito tutto questo sia vero".

Rimango a pensare e queste tue parole mi danno animo, perché mi confermano e mi incoraggiano a proseguire nella contemplazione dell’unità verso cui tutto converge nel mondo dello spirito.

Già nel passato mi ero accorto che da qualunque punto si parta nel desiderio di camminare secondo il tuo cuore, i sentieri che si percorrono, prima si incrociano e poi confluiscono.

Si parte, per esempio, dal desiderio di penetrare nel mondo dell’orazione. Si cerca di leggere ciò che hanno scritto quelli che prima di noi hanno esplorato questo mondo, poi si sente nascere per loro (anche se sono in paradiso da secoli) una simpatia e un’amicizia che nel contatto diretto, anima con anima, fa capire e intendere al di là di ciò che le parole possono riuscire a dire.

S’incrocia a questo punto il sentiero della comunione dei santi: quella in cui abbiamo creduto da sempre, quella che proclamiamo con tutta la fede di cui siamo capaci quando recitiamo il credo e più ancora se lo cantiamo, quella che tu ci hai spiegato e descritto attraverso san Paolo. Eppure quando i nostri piedi battono davvero la terra del sentiero della comunione dei santi, essa ci sembra una cosa tutta nuova, in relazione a quella che conoscevamo per fede. Farne esperienza personale, viverla nella nostra carne e nel nostro spirito è un dono senza pari.

Ma non è tutto: lo spirito di orazione, che ci ha condotti fin qui, pare che si fonda, che faccia tutt’uno con la comunione dei santi. Ci appaiono come due aspetti di un’unica realtà, formano un’unità, o, forse ancora meglio e più esattamente, confluiscono e convergono verso un’unità ancora più profonda, non ancora nota, ma che ci sta davanti, più lontana, e che ci invita a proseguire verso di lei.

Quanto più ci inoltriamo nello spirito di orazione, tanto più ci rendiamo conto di come tutto ciò che è creato sia insignificante di fronte a te che sei l’Assoluto. Tu, la tua persona, il tuo essere, il tuo amore, diventano sempre più "solo tu", "solo la tua persona", "solo il tuo essere", "solo il tuo amore", tu solo tu.

L’orizzonte del nostro essere viene riempito sempre più totalmente e sempre più definitivamente da te. Ecco che da un versante del nostro spirito prende corpo e si delinea un atteggiamento abituale che nasce come una esigenza: lo spirito di povertà. Non come spirito di tutte le cose che non sono te, ma come lucida comprensione che sono da usarsi con riconoscenza se ce le metti a disposizione, e di cui non sentiamo la mancanza se ce ne privi.

Il creato è da contemplare per lodarti, non da possedere per finire posseduti.

Sentiamo la nostra volontà attratta dalla tua e, nel lasciare che si identifichi con la tua, scopriamo il grande segreto che dà la pienezza della pace e della libertà.

Ma non è esatto dire che protagoniste sono la mia volontà e la tua volontà. Parrebbe quasi che si trattasse di un’unione tra "qualcosa" che ci appartiene.

L’unione e la compenetrazione avviene tra il mio io ed il tuo io, tra la mia persona in tutto ciò che sono, che amo, che voglio, di cui godo, e la tua persona in tutto ciò che sei, che ami, che vuoi, di cui godi.

E vero, Signore! sto cominciando a vedere come tutto sia tanto semplice e uno. Mi diventa chiaro il tuo comandamento, il primo di tutti: "Ascolta Israele! Il Signore Dio tuo è l’unico Signore. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutto l’anima e con tutte le forze".

La mia comprensione consiste nel capire come questo non sia esattamente un comandamento quanto l’esposizione del contenuto più profondo e radicale della sapienza che ha creato l’universo, che lo governa e che si offre in dono a tutti noi che ella ama. Questo "comandamento" non è altro che il tuo assoluto che si offre alla comunione con ciascuno di noi, piccole creature limitate. Questo comandamento, in ultima analisi sei tu.

Mentre ascolto la tua lezione, continuo a guardare il crepuscolo: non ha parti, non ha colori, non ha suoni, non ha confini col giorno e non ha confini con la notte.

Tu pure guardi e ad un certo punto taci. Questo tuo silenzio non è casuale: è l’ultima spiegazione e, mentre lo ascolto, capisco la grande verità: tu sei l’Uno verso cui tutto converge, che rende tutto semplice ed intelligibile, che rende tutto facile e amabile, che non puoi non essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Sei l’unico che non ti dai pace finché ciascuno di noi non abbia trovato il riposo e la pienezza nella comunione con te.

 

OLTRE L’AFFANNO

Per oggi c’è in programma una revisione delle lezioni passate, con la possibilità di porre domande, fare riflessioni e osservazioni, chiedere chiarimenti.

Ne approfitto volentieri e comincio subito: "Io, Signore, ho una difficoltà pratica. Le ore che passo alla tua scuola mi riempiono di felicità e di pace. La tua bontà, la tua pazienza e soprattutto la tua presenza mi attirano verso di te e il tuo modo di essere eterno, al punto che mi sento davvero cittadino dell’eternità.

Poi quando la lezione finisce, e affronto le normali attività di tutti i giorni, e le responsabilità tornano a pesare, e mi rendo conto che le cose da fare sono più estese del tempo disponibile per farle, e sento il peso dei miei limiti d’intelligenza, di capacità, di bontà, e sono trafitto (questa parola rende proprio bene ciò che provo) dal sopraggiungere di imprevisti, complicazioni, emergenze e devo rinunciare a parte del sonno, e devo rimandare il riposo ad altra occasione, il tempo non mi appare più come un placido fiume su cui si possa navigare alla sua stessa velocità, ma come una rapida impetuosa che devo risalire controcorrente a forza di remi.

Può darsi che continui a essere, nella realtà più profonda e nascosta, cittadino dell’eternità, ma certo non appare per nulla all’esterno, né agli altri né alla mia coscienza".

"Figlio mio - mi dici - mi pare che tu parli dell’eternità come di una cosa, mentre non lo è. Forse la radice della tua difficoltà sta tutta qui. L’eternità non esiste per suo conto, esiste soltanto l’Eterno, che sono io. Per entrare nell’eternità bisogna entrare nella comunione con me. Quindi resta nella pace: anche quando remi contro l’impetuosa corrente delle rapide io continuo a essere con te e tu con me. Non affliggerti: la tua eternità non oscilla con le variazioni di velocità del fiume su cui navighi.

Però ti capisco: non ti basta il solo fatto di mantenerti nell’eternità: vorresti arrivare a possederne in continuità anche la consapevolezza psicologica. Questo mi rallegra, perché è ciò che io pure desidero per te e per tutti i miei figli. Ti voglio perciò dare un suggerimento: prova a spostare il centro del tuo mondo interiore dal "fare" all’"essere"".

"Come sarebbe a dire, Signore, dal fare all’essere?".

"Quell’angustia che ti prende quando i doveri sono più estesi del tempo a disposizione per compierli, è un segnale che ti deve far notare che in quel momento il centro di tutto, la soluzione ultima sta per te nel fare. Cioè nel fare nel modo più esatto possibile, più economico possibile, più rapido possibile, più efficiente possibile. Perciò tutti gli spigoli e le resistenze che incontri si ingigantiscono, perché la loro opposizione, proprio per una legge intrinseca della materia, aumenta con l’aumentare della velocità con cui pretendi di muoverti. Ed ecco perciò che l’orizzonte del tuo spirito si restringe e resta occupato per intero dalla tua lotta contro le inesorabili leggi della materia. In altre parole sei diventato prigioniero del fare! ".

"Si, Signore, è proprio così. Anch’io me ne accorgo. Ma come fare per non essere imprigionato dal fare?".

"Ti rispondo come risposi quel giorno a Pietro in Galilea: ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. lo ti condurrò dalle regioni del fare a quelle dell’essere, io te ne mostrerò l’ammirabile armonia, io che sono la pienezza dell’essere e al tempo stesso il continuo "facitore" di tutto ciò che esiste".

"Che gioia mi dai con queste tue parole, Signore! Parla, te ne prego".

"Devi abbandonarti a me con fiducia, lasciarti condurre, amare con pace ciò che io sceglierò per te.

Per farti intendere meglio mi servirò del salmo 90 che reciti tutte le domeniche a compieta.

Questo salmo è stato scritto per te, e con tutto il diritto puoi metterti nei panni del protagonista. Sei tu che "abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente", tu con tutti quelli che sono coscienti di essere uniti a me da un vincolo di amore reciproco: mio per loro e loro per me.

Ed ecco ora l’unico tuo lavoro, la tua piccola parte nel grande viaggio dal fare all’essere: dimmi, ma con tutto il tuo io, fino all’ultima radice di te stesso:

"Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido".

Una volta che ti sei rifugiato in me, che hai rinunciato alla tua forza, per usare solo la mia, e che hai posto la tua fiducia nella mia persona, e mi hai riconosciuto come tuo unico Dio, allora potrò prendermi cura di te fino in fondo, fino alla radice, perché mi avrai sciolto dal timore di violare la tua libertà.

Non pensare però che tutto ti corra liscio. Ricorda che io amo il combattimento: sono venuto a portare la spada e non la pace sulla terra; cioè la tattica che mi è congeniale non è fuggire, bensì combattere, e combattendo vincere. Avrai perciò difficoltà e sofferenze: ti sentirai stringere, per restare nel salmo, dal laccio del cacciatore, ti sentirai assalito dalla peste che ti vorrebbe distruggere, sperimenterai i timori della notte, incontrerai aspidi e vipere, affronterai leoni e draghi. Non pensare però che tutte queste immagini rappresentino persone o forze maligne che ti odiano: il più delle volte non avranno un volto preciso: saranno le circostanze, saranno le ingiustizie e le pressioni del sistema, della società, sarà la sofferenza originata dalla sproporzione fra i problemi da affrontare e le tue piccole risorse e capacità.

Ti sentirai schiacciato al punto di cedere allo sconforto, ma in quel momento, ricordati: la vittoria non ti potrà venire dal fare, cioè da te e dalle tue forze, ma ti sarà offerta in dono da me, in attenzione di ciò che sei, e ciò che io sono.

Scegliendomi come tuo rifugio, tua fortezza, tuo unico Dio hai rinunciato al fare e all’affidarti al fare per contare soltanto sul tuo "essere" spoglio di tutto di fronte a me, sulla pressione che il tuo essere piccolo, indifeso e confidente fa sul mio amore. Neppure nei miei confronti hai bisogno di "fare" qualcosa, perché la legge dell’amore è la gratuità. Come dice il Cantico del cantici:

"Doni uno ogni ricchezza della sua casa in cambio dell’amore, riceverà sempre disprezzo!".

Sì, io mi prenderò cura di te, "ti salverò perché a me ti sei affidato; ti esalterò, perché hai conosciuto il mio nome. Mi invocherai e ti darò risposta; presso di te sarò nella sventura, ti salverò e ti renderò glorioso".

Voglio però avvisarti di un’altra cosa: io sono un Dio nascosto. Il mio agire è misterioso e nessuno può dire di me "eccolo qui, o eccolo là!".

Ti capiterà di sentirti solo, ma non temere, io sono con te sempre.

Senza che tu sappia come, "la mia fedeltà ti sarà scudo e corazza".

Vedrai "mille cadere al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire".

Darò ordine ai miei angeli, e senza che te ne renda conto, "ti porteranno sulle loro mani, perché non inciampi nella pietra il tuo piede".

Non c’è bisogno, penso, che ti spieghi che non dovrai startene passivo, ma che pretenderò il meglio da te.

È necessario che tu continui a fare, e a fare nel modo più esatto possibile, più economico possibile, più rapido, più efficiente possibile. Questo tuo fare sarà però radicalmente diverso da prima, perché non porrai più in esso la soluzione ultima. La soluzione ultima sarò lo, con la cura che mi prenderò di te, perché in me hai posto la tua fiducia e il tuo rifugio. Allora il tuo fare sarà il mio fare, i tuoi nemici e i tuoi ostacoli diventeranno innocui perché i miei angeli ti porteranno sulle loro mani.

Sarai sciolto in tal modo dall’affanno, perché il tuo cuore possa essere libero di concentrarsi, in qualunque circostanza, in ciò che in te non muta, in ciò che in te, senza specificazioni e semplicemente, "è" il luogo in cui "mi tocchi", in cui ricevi da me, direttamente e senza intermediari, l’"essere" senza pentimenti e senza fine".

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