VI DARÒ UN CUORE NUOVO
Educazione morale nella catechesi dei preadolescenti (13-14 anni)
(Fochesato Pietro)


autori
titoli

Indice:

Presentazione
Dalla parte dei ragazzi
Da parte della Chiesa
Da parte della famiglia
Educazione alla fede
Educazione morale
Conclusione

 

 

 

 

 

PRESENTAZIONE

Accanto all’educazione religiosa, quella morale è uno dei grandi obiettivi della catechesi.

Aiutare i preadolescenti a crescere buoni, onesti, a diventare anche virtuosi, è una grande missione.

Le brevi riflessioni che proponiamo interessano tutti i protagonisti: i genitori, i catechisti, gli educatori, gli stessi preadolescenti.

Parliamo prima della proposta religiosa fatta dalla nostra catechesi, perché le ragioni della fede stanno a fondamento della proposta morale. Il cristianesimo infatti è innanzitutto una fede; una fede da cui deriva anche la morale.

Siamo dunque lieti di essere utili, in qualche modo, ad assolvere un compito così importante com’è quello educativo.

 

 

DALLA PARTE DEI RAGAZZI

1. A tredici anni c’è un significativo giro di boa nel vissuto dei ragazzi. Mai la loro condotta è stata così effervescente di sensazioni, di pensieri, di desideri; e forse mai più vivranno un ciclo così incandescente. I tredicenni - rotto finalmente il guscio protettivo familiare - escono allo scoperto. Per loro inizia una fase nuova della lunga avventura giovanile allo scoperta del mondo circostante, soprattutto di quelle realtà capaci di interpretare le loro richieste, la nuova percezione di sé, i bisogni e gli interessi via via emergenti.

I genitori e gli educatori più sprovveduti entrano in fibrillazione di fronte a questi ragazzi, perché faticano a capirli, e ancor più a seguirli nei loro zig-zag emotivi e nei loro labirinti affettivi.

Invece i genitori e gli educatori più attenti e liberali provano la soddisfazione di vederli finalmente più dinamici, anche se avvertono chiaramente la necessità di stare al loro passo, di entrare il più possibile in sintonia con loro. E soprattutto avvertono l’urgenza di sostenere questa importante fase dello sviluppo dei loro ragazzi con un supporto nuovo di valori e di ideali di vita.

Tanto più che gli stessi ragazzi non sanno davvero che pesci pigliare di fronte al tumulto di sentimenti e di emozioni che si rovesciano sul loro animo. Sembrano abbandonarsi volentieri ai loro istinti, alla gran voglia di vivere in libertà, interpretata magari un po’ sopra le righe della normalità che li aveva contraddistinti nella lunga stagione precedente.

La voglia di trasgressione insomma in alcuni ragazzi si fa davvero sfacciata; in tutti comunque è quanto mai presente.

Se gli educatori hanno un po’ di pazienza e capacità di sopportazione, si accorgeranno presto che la cosa non dura eternamente: ha la sua parabola ascendente durante tutto il tredicesimo anno, ma la sua parabola discendente nel quattordicesimo anno. A metà guado i ragazzi cominciano a tirare i remi in barca, l’effervescenza va in calo.

È come se i quattordicenni si concedessero una pausa pensosa, quasi a fare il punto della situazione, a cercare le coordinate interiori e sociali del loro sviluppo impetuoso. È il segnale di un ulteriore giro di boa, oramai verso l’adolescenza vera e propria.

2. In rapporto allo sviluppo fisico di questi ragazzi non è possibile stabilire la data precisa dell’inizio e della fine del processo puberale. Intervengono infatti fattori molteplici e di varia natura: l’ereditarietà, l’ambiente, la razza, l’alimentazione, gli stimoli socioculturali. Ma oggi si conviene a fissare l’inizio del fenomeno puberale, in senso ampio, verso i 12 o 13 anni per le ragazze e i 13 o 14 anni per i ragazzi.

Tale sviluppo somatico è uno dei grandi fattori responsabili del passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, non è l’unico tuttavia: questo deve essere ben chiaro negli educatori. Altrimenti si rischia - soprattutto di fronte alle difficoltà - di addebitare ogni responsabilità alla imponderabilità anonima. "Tanto - si dice - è l’età balorda che gioca i suoi brutti scherzi. Non ci possiamo fare nulla" Come se i ragazzi non avessero una intelligenza, una coscienza e una volontà da mettere in moto e gli adulti la responsabilità di fare proposte educative adeguate.

Comunque lo sviluppo fisico influisce certamente su quello psicologico.

Per esempio, perché è una condizione importante per acquisire certi ruoli, per avere stima dai coetanei ed acquisire uno status specifico nel mondo dei coetanei e degli adulti. Per cui se un quattordicenne non possiede ancora le caratteristiche esteriori dello sviluppo fisico proprio, non viene considerato ancora alla pari dai propri compagni. E si possono intuire facilmente le conseguenze e le risonanze psichiche.

Questo sviluppo poi è alla base dell’arricchimento della sensibilità generale dei ragazzi e, per converso, della sensibilità specifica relativa alle emozioni, alle pulsioni, alle esperienze di ogni tipo, soprattutto nella sfera sessuale.

Connessa a questo fenomeno è l’importanza particolare che questi ragazzi attribuiscono all’aspetto esteriore della persona. Se ne preoccupano molto, soprattutto quando sono soggetti a cambiamenti improvvisi o fortemente accelerati. La statura che si allunga velocemente, la adiposità che va e viene o sparisce del tutto, le mestruazioni, il cambio della voce ecc. possono creare non pochi stati di ansia, paure oppure desideri, tendenze capricciose, arroganze e così via.

Anche la precocità o il ritardo dello sviluppo può ingenerare nei ragazzi alcune frustrazioni o addirittura inoculare dei nuclei patogeni di complessi di inferiorità abbastanza durevoli nel tempo.

Di conseguenza alcuni ragazzi possono manifestare dei sintomi che preoccupano gli adulti: forti ed esagerate domande di affetto, di approvazione, di sostegno, di accettazione, di conforto affettivo. La frustrazione di questi bisogni può ingenerare in alcuni soggetti particolarmente deboli forme vistose di ostilità, di aggressività verso gli altri, ritenuti responsabili del proprio fallimento, ma anche forme di chiusura, di depressione, quasi a punire se stessi, per l’insuccesso vissuto.

Infine si nota pure una significativa correlazione tra maturità fisica e aumento di interessi specifici; per i ragazzi, quelli maschili; per le ragazze, quelli femminili.

3. Per quanto riguarda lo sviluppo conoscitivo, i ragazzi di tredici-quattordici anni producono una condotta intellettiva che non si discosta se non in misura minimale da quella dell’età immediatamente precedente.

Questo per sottolineare che la crescita intellettiva avviene per gradi quasi impercettibili, che naturalmente vanno bene evidenziati e interpretati, al fine di una formazione adeguata. Si può dunque dire che in linea generale i ragazzi di questa età mettono finalmente la testa dentro alla stanza dei bottoni, dentro cioè a quelle capacità intellettive e decisionali tipiche delle persone adulte. Nel senso che questi ragazzi cominciano a fare uso sempre maggiore di idee e di concetti abbastanza liberi dalle incrostazioni meramente sensibili ed esperienziali.

Non sono ancora pervenuti alla produzione intellettiva pura, all’abilità di manipolare concetti astratti; ma vi sono vicini, vi ronzano attorno.

In sintesi si può dire che i ragazzi di 13-14 anni possiedono ormai una buona capacità di generalizzare le conoscenze, di manipolare idee più aperte alla astrazione pura. La capacità di considerare una realtà, un fenomeno, un evento, staccandolo dagli interessi personali, dal punto di vista egocentristico diventa sempre più consistente.

La capacità di ragionare partendo anche dal punto di vista degli altri e cioè di comprendere ipotesi alternative diverse dalle proprie, e comunque di entrare in dialogo intellettivo con gli altri, appare sempre più crescente.

Per quanto concerne la percezione intellettiva del tempo, questi ragazzi ormai sono pervenuti alla completa comprensione del passato storico; mentre invece la percezione delle distanze future sembrano ancora abbastanza incerte. Di qui, per esempio, un fattore di ritrosia a pensare al futuro professionale o vocazionale. Non sono per nulla sicuri di quello che potrà essere un’eventuale vocazione riuscita. Pertanto, è molto meglio restare all’oggi, adempiere bene ora i doveri scolastici e lavorativi: domani appunto si vedrà il da farsi.

4. Relativamente allo sviluppo tendenziale, ossia alla sfera dei bisogni dei sentimenti e degli affetti, nei ragazzi di 13-14 anni si nota - per così dire - una prima riformulazione generale sia degli affetti come dei bisogni. Forse una po’ meno dei valori degli ideali di vita. Comunque questi ragazzi cominciano a ristrutturare più a fondo i bisogni di sicurezza sociale, di indipendenza, di esperienza di sé e di partecipazione alle attività; di integrità e di libertà, di approvazione e di riconoscimento; nonché di conformità sociale (soprattutto al gruppo di appartenenza).

Così i valori cominciano ad essere più selezionati e organizzati. Anche se ovviamente siamo ancora molto lontani da una scala di valori ben definita e organizzata.

Ma soprattutto le emozioni subiscono una profonda trasformazione. Improvvise per natura, ora sono più forti, e poi maggiormente reattive di fronte a situazioni di tipo frustrante. È del tutto comprensibile che abbiano enorme influenza anche sul fisico, dando luogo, per esempio, a sintomi di nausea, inappetenza o cose simili. Le emozioni denotano spesso anche disadattamento di natura familiare o sociale, accompagnato da sentimenti di colpevolezza, soprattutto nei riguardi di persone adulte particolarmente significative e importanti. Talvolta possono occasionare l’insorgenza anche di fastidiosi complessi di inferiorità nei confronti dei coetanei, a motivo di insuccesso scolastico, affettivo o di competenza.

5. Strettamente collegato allo sviluppo tendenziale-affettivo è lo sviluppo psico-sessuale. In effetti i ragazzi di 13-14 anni vivono intensamente la loro veloce efflorenza fisica. Ma contemporaneamente maturano una nuova percezione di sé, del proprio io, del proprio ruolo sessuale di maschio o di femmina. E quindi l’approfondimento dei sentimenti e atteggiamenti sia nei confronti di se stessi che in rapporto agli altri, in particolare dei coetanei di sesso diverso. Con questo non si deve intendere che riescano ad autocomprendersi in maniera esaustiva e soddisfacente. Anzi spesso non riescono a capacitarsi di quanto capita loro, degli alti e bassi emotivi di cui si sentono in un certo senso vittime. Ma è anche vero che - rispetto agli anni precedenti - l’introspezione, la presa in rassegna dei sentimenti ed emozioni provate, comincia ad insediarsi nella mente di questi ragazzi in modo più evidente e più efficace.

6. Questo fatto - forse centrale a questa età - trova i suoi riflessi più vistosi nell’evoluzione sociale dei ragazzi.

Ora infatti essi scoprono la gioia esplosiva di stare insieme per il puro fatto di stare insieme, proprio in quanto maschi e femmine.

Se negli anni precedenti avevano sempre ricercato il gruppo per produrre qualche attività (soprattutto ludica) o per affinità sessuale (gruppo monosessuale) o per affinità di temperamento, età ecc., ora godono di stare insieme per l’attrazione e la ricchezza delle diversità. Nel gruppo misto acquistano conoscenze nuove, esperimentano sentimenti ed emozioni nuove, ricevono supporto per emanciparsi dagli adulti, provano sentimenti di reciproca attrazione mai sentiti in passato, avvertono desideri nuovi di esplorazione delle persone in quanto tali. Indubbiamente le relazioni interpersonali tra i coetanei di ambo i sessi costituiscono l’interesse maggiore: non c’è nulla che possa uguagliare l’importanza di questo interesse. E non c’è nulla di più importante del fatto di diventare competenti in questo settore. Sentirsi poi accettati, sentirsi oggetto di stima e affetto da parte dei coetanei, è la soddisfazione più ambita e ricercata.

Anche l’amicizia è vissuta intensamente, in modo più selettivo e più duraturo rispetto al passato. Talvolta è anche più esclusiva, con la possibilità di grande aiuto reciproco; ma anche con il pericolo di impoverimento culturale e spirituale, di conformismo piatto.

In effetti - riferendoci a questi ragazzi di 13-14 anni - non si parla ancora dell’amicizia matura, con i tratti della gratuità, dell’aiuto reciproco, della consonanza di idee e ideali di fedeltà assoluta, ecc... Ma semplicemente di un’amicizia al primo abbozzo, ancora informe, allo stato nascente. Quindi anche instabile, destinata ad evolversi ancora.

7. Sul versante dello sviluppo morale, i ragazzi di 13-14 anni manifestano una abilità sempre più scaltrita di giudicare il bene e il male, non soltanto dal punto di vista teorico (giudizio morale), ma anche dal lato pratico (coscienza morale). Un’altra caratteristica importante contrassegna lo sviluppo morale di questa età: l’irrobustimento del carattere morale, cioè la tendenza di fondo ad agire sempre di più mossi dall’ottimismo o dal pessimismo, dall’altruismo o dall’egoismo, dal rigorismo o dal liberalismo-possibilismo ecc. e persino dall’amoralismo, ossia dalla tendenza ad agire non in base a principi ben assimilati, ma piuttosto in base al sentimento, all’interesse e al tornaconto del momento.

Tuttavia il vero problema di questi anni effervescenti deriva soprattutto dall’incostanza della volontà, insidiata continuamente dagli alti e bassi d’ordine emotivo, dai sentimenti in altalena, dalle emozioni e dagli affetti che si accavallano velocemente.

È comprensibile pertanto anche l’altalena di resa, in rapporto alla acquisizione degli atteggiamenti virtuosi. A volte questi ragazzi sanno essere generosissimi, altruisti, altamente solidali. Altre volte invece manifestano una serie di condotte arroganti, aggressive, disobbedienti e capricciose. E naturalmente sono anche facili allo scoraggiamento e alla svogliatezza. Guai a demonizzarli tuttavia, anche in pieno parossismo immorale; perché essi non si sentono tali, non si percepiscono cattivi. In effetti sono solamente sotto il torchio e la pressione delle emozioni, più che governati dalla ragione e dalla buona volontà. Che esistono, ma latitano un po’.

8. In rapporto alla fede, i ragazzi di 13-14 anni vivono un passaggio delicato: dalle certezze indiscusse dell’età precedente al momento di registrare i primi dubbi su un punto o l’altro del credo religioso. Si può dire che dalla "religione dei padri" ora si introducono alla "religione dell’esodo", della ricerca, della riformulazione più personalizzata dei contenuti della fede. Non meraviglia che mostrino chiaramente contrarietà a certe manifestazioni della religiosità a volte anche in forme e contestazioni plateali.

Se si somma questo fenomeno concernente la religiosità in se stessa alla contestazione emergente verso i genitori e pertanto anche della loro religiosità, si può capire lo spessore e la delicatezza del passaggio evolutivo vissuto da questi ragazzi.

Ma la pratica religiosa riceve il suo contraccolpo più grave non tanto da un ateismo - per così dire - incipiente, quanto piuttosto da una serie di interessi nuovi, di mondi vitali che attraggono e impegnano sempre di più l’intelligenza e la volontà di questi ragazzi. Molti di essi - pur appena cresimati - se ne vanno dalla parrocchia e dalla pratica religiosa non tanto per dubbi di fede, quanto piuttosto perché quel mondo ecclesiale cala di significato; altri mondi vitali stuzzicano e stimolano i loro interessi: stare con gli amici, coltivare iniziative amicali che gratificano. E poi divertirsi, a suon di musica, di sport ecc.

9. In conclusione, si deve dire che questi ragazzi da un punto di vista non sanno nemmeno loro ciò che vogliono dalla vita, da se stessi e dagli altri, se non per tendenze ed emozioni. Appaiono molto goffi da questo punto di vista. Eppure al fondo del vissuto evolutivo sentono l’urgenza di passare oltre, di esperimentare qualcosa d’altro.

Sentono che non possono essere più bambini, non possono agire da bambini; dovrebbero agire da adulti, ma non ce la fanno. E allora? Allora è necessario che gli adulti diano loro una mano: di fiducia e di sollecitazione per progredire, ma anche di proposta formativa saggia e previdente.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfondimento

- Adolescenti allo specchio, Tonino Lasconi, ELLEDICI (TO)
- Adolescenti, Tierno Bernabè, Ed. Paoline (Alba CN)
- Adolescenza, Avanti Gigi, Ed. Paoline (Alba CN)

 

 

DA PARTE DELLA CHIESA

1. L’idillio tra la chiesa e i ragazzi di 13-14 anni è durato a lungo: praticamente fino al dodicesimo anno, l’età della cresima.

Ora comincia ad incrinarsi. Il rapporto va "quasi naturalmente" in crisi, come va in qualche distonia il rapporto adulti-ragazzi, genitori-figli, padre-figlio, madre-figlia. Non c’è da farsi alcuna meraviglia di questo fenomeno, perché fa parte del gioco vitale dell’età evolutiva, delle variabili dello sviluppo umano. Il fatto è che i ragazzi non sono e non si sentono più dei bambini, sia dal punto di vista fisico, che sociale e culturale. E consapevoli di questa nuova situazione, reclamano - a volte arditamente se non sfacciatamente - di essere trattati "alla pari" dei grandi anche dalla chiesa. Cioè non vogliono più essere "indottrinati"; e infatti tendono ad abbandonare in massa una catechesi che venisse da loro percepita come indottrinante. Mentre invocano iniziative di ricerca - "nuove piste significative da percorrere" e in cui esercitare un ruolo "non finto" o solo metodologico di protagonisti e di corresponsabili. Sotto sotto reclamano il diritto a fare da sé, indipendentemente dagli adulti, anche a costo di sbagliare, di rompersi le ossa. Magari dopo la ricerca arrivano a quelle stesse conclusioni già belle e preconfezionate della catechesi e del credo, ma quanto più saporose e interessanti, se maturate in proprio. Appunto perché farina macinata dalla propria intelligenza o tirate fuori dal sacco prezioso della propria coscienza.

Evidentemente non sono in questione - in primo piano - le verità della fede in se stesse, quanto piuttosto le persone dei ragazzi in quanto tali e il loro vissuto psichico attuale. In altre parole, emergendo nei ragazzi di 13-14 anni il bisogno forte di autorealizzazione e di autoconduzione - con qualche vampata di trasgressività - essi lanciano anche nella chiesa un appello di rispetto dei loro diritti (anche di poter sbagliare), un invito a sostenerli con simpatia e con convinzione sincera.

2. La chiesa capisce molto bene la situazione umana e spirituale di questi ragazzi. Ed è consapevole che il suo rapporto con essi comincia a farsi più adulto e inevitabilmente più complesso, ma anche più sostanzioso.

Tanto è vero che la prima cosa che le sta a cuore è assicurare a questi ragazzi la sua umana simpatia. Simpatia e comprensione per la loro voglia di autorealizzazione e responsabilizzazione; simpatia per i loro nuovi interessi e per i loro mondi vitali. In questo non è mossa da un calcolo astuto, da una mera strategia di difesa o di cattura, ma semplicemente da una intenzionalità di prendere atto e riconoscere gli aspetti validi e positivi dello sviluppo umano di questa età. In fondo si tratta anche di riconoscere e apprezzare convenientemente il complesso dinamismo evolutivo presente nei ragazzi di questa età: è opera della natura umana, quindi del suo Creatore, Dio.

Come sempre, la saggezza educativa della chiesa non le permette di approvare in tutto e per tutto i comportamenti dei ragazzi, per esempio le condotte trasgressive. Il che sarebbe quanto mai deleterio, sia dal punto di vista oggettivo, come dal punto di vista formativo; in quanto a medio e a lungo termine una falsa comprensione non paga. Ma senza alcun dubbio la chiesa vede bene l’evoluzione umana e spirituale di questi ragazzi.

È evidente tuttavia che non basta dichiarare ai ragazzi una simpatia teorica, stampata sui libri. Occorre che essa sia percepita chiaramente anche dai destinatari, mediante le esperienze concrete della convivenza. La chiesa pertanto visibilizza, manifesta la sua simpatia ai ragazzi mediante le persone concrete che convivono con loro e gli animatori di gruppo. Sono questi soggetti ecclesiali che rendono credibile o meno la dichiarazione della chiesa. Anzi - e la cosa si fa evidentemente ancora più esigente - passa (anche) per i loro atteggiamenti e comportamenti concreti la verifica della dichiarazione di Gesù "Vi ho chiamati amici".

Le conseguenze pratiche di questo primato attribuito agli educatori ecclesiali e alla loro capacità di empatia con i ragazzi sono molteplici e di varia natura. Vista l’estrema importanza del fatto - soprattutto in rapporto al futuro ecclesiale di questi ragazzi - vale la pena richiamarne almeno qualcuna.

La prima, la più ovvia: appunto la capacità empatica degli educatori. Che comporta: l’atteggiamento di accettazione incondizionata delle persone dei ragazzi, assumendoli così come sono, appunto ragazzi di una certa età anagrafica e psichica, di una certa indole vivace ecc.; la capacità di entrare facilmente in sintonia con loro e con i loro interessi, dimostrando di saper leggere la realtà e gli eventi anche con i loro stessi occhi, dal loro punto di vista, magari molto diverso da quello degli adulti; infine la capacità di produrre segni, gesti concreti di amorevolezza, di affetto e di preoccupazione nei loro confronti.

La seconda cosa necessaria agli educatori di questa età è la capacità dialogica, ossia l’atteggiamento interiore, la predisposizione costante al dialogo ricercante la verità delle cose e della vita.

Non si tratta di una semplice tecnica di dare e avere la parola. Si tratta di molto di più: vale a dire della disposizione interiore a mettersi al servizio di persone specifiche, che iniziano una lunga ricerca personale della verità e della libertà, anche in campo religioso e morale. Non sempre la scoperta della verità è immediatamente dietro l’angolo di una ricerca o di una discussione, anche vivace e appassionata.

Talvolta addirittura pare allontanarsi, nonostante le chiarificazioni apparentemente convincenti; perché c’è l’interferenza e l’aggrovigliarsi dei sentimenti, delle emotività ... e del capriccio. L’educatore empatico sa pazientare, dà tempo al tempo. Dà soprattutto credito all’intelligenza e alla coscienza dei ragazzi; oltre che alla grazia dello Spirito, naturalmente. Insomma sa proporre con chiarezza la verità (religiosa, morale..) sia con le parole che con la testimonianza di vita, ma rifugge sempre di più dalla imposizione "delle sue idee" anche se ottime. Sa proporre un cammino di libertà "da e per" una direzione ideale umana e cristiana, ma rifugge sempre di più dal contraddire nei fatti e nelle parole il rispetto di questa libertà. Del resto, l’uomo propone e Dio dispone. Traducendo per i nostri casi: ogni crescita cristiana - ogni conversione o cammino di fede - è opera convergente, dialogante di Dio che dà la grazia e dell’uomo che liberamente accetta il dono. Se Dio rispetta per primo la libertà umana, non si vede perché non dovrebbero rispettarla gli educatori.

La terza cosa necessaria agli educatori di questi ragazzi è la convinzione che davvero è arrivato il tempo di svolgere non tanto un programma (di catechesi, di liturgia, di bibbia o altro), quanto piuttosto di aiutare i ragazzi a "svolgere al positivo se stessi". Il loro diventa ora un cammino "di ricerca" di fede, comunque lo si voglia avviare; e gli educatori sono contenti di proporsi come solleciti compagni di viaggio.

Se pertanto i ragazzi desiderano iniziare questo viaggio di lunga ricerca partendo dalla sessualità, oppure dall’uso di una sala parrocchiale, oppure dall’amicizia, mentre invece il testo catechistico ufficiale propone di riflettere dapprima sulla vita e poi sull’autore della vita, Dio; e poi su Gesù, sullo Spirito Santo, sulla chiesa ... non importa. In fondo i grandi contenuti della fede proposti ufficialmente anche a questi ragazzi sono gli stessi degli anni precedenti, anche se affrontati da punti diversi; e in due anni di cammino si avrà tempo e modo di affrontarli tutti, proprio a partire dalle domande dei ragazzi. Quello che conta in questa delicatissima fase di sviluppo è partire dalle domande dei ragazzi e aiutarli a trovare le risposte della fede e della morale cristiana. Verrà nelle fasi successive dello sviluppo l’esigenza di dare ordine logico, consequenziale e strutturale al sapere della fede e della morale.

La quarta cosa importante - corollario della precedente - riguarda il metodo da adottare. Se i ragazzi di 13-14 anni sono ricercatori "nati", evidentemente anche gli obiettivi, gli strumenti, le tecniche del cammino vanno caratterizzate dal punto di vista della "ricerca", di modo che poco o nulla sia preconfezionato. E persino i sussidi stessi siano inventati o almeno ricostruiti dai ragazzi. Una parola pertanto deve essere centrale in questo metodo: la partecipazione. Una veglia di preghiera, ad esempio, va progettata, costruita, recitata insieme, distribuendo anche i singoli interventi. Così una serie di incontri catechistici su un tema specifico va programmato con il contributo di tutti. Con il metodo della ricerca partecipata, in apparenza si fa poca strada, si affrontano pochi capitoli di un testo; ma in sostanza profonda i ragazzi camminano in modo più significativo e personalizzato. Del resto gli educatori che hanno le mani in pasta, sanno benissimo che la partecipazione è uno dei grandi segreti della buona riuscita dell’educazione dei ragazzi di questa età. Perché viene incontro al loro bisogno centrale di autorealizzazione e di protagonismo. È evidente che, come non tutte le ciambelle vengono con il buco, così la perfezione di una iniziativa di questi ragazzi bisogna scordarsela. Ma una imperfezione formale è ben poca cosa, è uno scotto minimo da pagare, rispetto alla crescita integrale della mente e del cuore di questi ragazzi. Che vale infinitamente di più, sul piano educativo a medio e a lungo termine.

Non basta tuttavia l’impegno degli educatori, dei catechisti, degli animatori di gruppo per dire la simpatia della chiesa ai ragazzi di 13-14 anni. Occorre l’attenzione concreta di tutta la comunità ecclesiale: sacerdoti, religiosi, laici. Perché spetta a tutta la comunità cristiana farsi carico di questi ragazzi, che - normalmente - hanno appena ricevuto il sacramento della cresima e si sono ufficialmente dichiarati disponibili ad assumere un posto di adeguata corresponsabilità nella stessa comunità. Non stonerebbe davvero un incontro (o più incontri) del Consiglio pastorale con questi ragazzi: essi potrebbero esporre alla comunità le loro esigenze di spazio, di locali, di iniziative (liturgiche, caritative, musicali...); a sua volta il consiglio può esprimere le molteplici necessità lavorative della parrocchia, e offrire anche l’appoggio concreto, la stima, l’affetto verso di loro. Fra non molti anni alcuni di questi ragazzi potranno occupare adeguatamente il posto di responsabilità degli stessi consiglieri.

La comunità ecclesiale però non ha esaurito tutto il suo compito per il fatto che si preoccupa comunitariamente di questi ragazzi. Prima ancora ha il dovere di prendersi in carico gli animatori.

La formazione generale e specifica degli educatori dei ragazzi di 13-14 anni non va assolutamente lasciata allo spontaneismo e all’improvvisazione; e nemmeno alla pura disponibilità degli stessi. Ci sono infatti educatori ecclesiali - catechisti per esempio - che vanno bene a certe fasce di età, poniamo per i fanciulli di 8-10 anni; ma non vanno assolutamente bene per i ragazzi di 13-14 anni. Concretamente: una maestra di scuola può fare la catechista rigorosa ed esigente dei fanciulli di 6-8 anni; ma forse è la meno adatta ad assumere con sprint, con convinzione creativa, con empatia un metodo di ricerca partecipata, che esula troppo dalle sue sensibilità didattiche della scuola. Tra gli effetti inevitabili e maggiori, forse, si dovrà constatare amaramente e presto l’esplosione dell’antipatia reciproca. Proprio quello che si voleva assolutamente evitare nei confronti di questi ragazzi di 13-14 anni, che vivono una fase delicatissima dello sviluppo e delle proprie relazione con la comunità ecclesiale, con conseguenze enormi sul futuro del loro cammino di fede, della pratica religiosa e dell’appartenza ecclesiale.

3. La pastorale della chiesa italiana per e con i ragazzi di 13-14 anni non prevede soltanto un itinerario catechistico adeguato - e riassunto autorevolmente nel testo ufficiale "Vi ho chiamati amici". Ma come per ogni altra fascia di età, prevede anche iniziative liturgiche, caritative, ricreative (oratoriali) ecc.. Non intende tuttavia arrivare dappertutto e organizzare, gestire in proprio tutte le iniziative utili e necessarie alla formazione integrale dei ragazzi.

In particolare tiene presente che ci sono altre istituzioni formative estremamente necessarie, comunque importanti: la famiglia innanzitutto, poi la scuola e infine le associazioni (specialmente cattoliche).

La chiesa nutre una grande stima verso queste benemerite istituzioni ed è interessata alla fattiva collaborazione con queste realtà formative. Chiede ed auspica che ognuna di esse adempia con profonda convinzione e grande senso del servizio il compito educativo che loro spetta.

In specifico chiede che tutti gli educatori si impegnino come lei e possibilmente con lei ad aiutare i ragazzi a crescere soprattutto moralmente e religiosamente. Vale a dire nelle dimensioni riassuntive e costitutive della formazione integrale.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfondimento

- Vi ho chiamati amici, Conferenza Episcopale Italiana, Libreria ed. Vaticana, Città del Vaticano
- Stare con gli adolescenti a rischio, Jean-Marie Petitclerc, ELLEDICI (TO)
- Inquietanti adolescenti, Bernard Golse, ELLEDICI (TO)
- I ragazzi domandano, Casale Umberto, EDB (BO)

 

 

DA PARTE DELLA FAMIGLIA

1. L’ambiente familiare offre ai ragazzi di 13-14 anni l’humus vitale che nutre e fertilizza la loro crescita. Accanto a questo ambiente primario ci stanno altri ambienti, ma opportunamente distanziati di importanza: la scuola, l’associazione, il gruppo amicale, la chiesa. I ragazzi instaurano un circuito particolarmente significativo - di comunicazione e di aggregazione - con tutte queste realtà educative. Ma indubbiamente l’asse portante della formazione poggia soprattutto sulle relazioni familiari. In effetti la famiglia è l’istituzione che offre ai ragazzi di questa età le maggiori e più consistenti risorse affettive valoriali e ideali di vita. È soprattutto in famiglia che i tredicenni e quattordicenni trovano gratificazione nei loro bisogni profondi di accettazione, di amore, di valorizzazione per quello che sono e per quel che valgono in quanto persone.

Pertanto la collaborazione tra genitori e figli - anche in rapporto al buon andamento della casa - è normalmente rilevante. Non di rado i genitori impegnati nel lavoro extradomestico affidano la conduzione della stessa casa proprio a questi ragazzi, certamente non ancora adulti, ma non più bambini. Capaci comunque non solo di badare a se stessi e ai loro impegni scolastici di studio, ma anche molto validi a gestire le uscite di casa dei fratelli più piccoli, di ricevere telefonate, di garantire alcuni servizi domestici indispensabili.

La collaborazione domestica tra genitori e ragazzi non avviene solo nel settore materiale. Essa è una grande risorsa anche e soprattutto nella dimensione spirituale. L’amore infatti dei genitori per i figli sostiene lo slancio vitale dei figli: e, viceversa, l’amore dei figli verso i genitori e l’intera famiglia, sostiene e appaga le fatiche, gli impegni gravosi quotidiani dei genitori. Altrettanto lo sforzo dei figli per crescere in consonanza spirituale e morale con l’ideale e il progetto dei genitori, appaga questi ultimi dei tanti sacrifici quotidiani. E anzi li stimola a migliorarsi ancora di più.

2. Certamente però la famiglia non è un’isola, sia pure - si diceva - ricca di risorse materiali, morali e spirituali. E se mai lo è stato nel passato di questi ragazzi, ora non più. Da quest’isola i ragazzi di 13-14 anni vanno e vengono, perché non gli basta più. Se ieri emigravano sempre sotto scorta istituzionalizzata - scuola, parrocchia, associazione - ora vanno e vengono sempre più in libertà. Esportano il loro linguaggio familiare, gli usi e la tradizioni familiari, i modelli di condotta appresi in famiglia, gomito a gomito con i genitori. Importano in ambito familiare nuove sensazioni, idee diverse, suggestioni nuove, modelli di linguaggio, di condotte diverse.

Se ieri il vasto mondo arrivava tra le pareti domestiche filtrato dalle istituzioni educative della scuola, della parrocchia, dell’associazione o anche dalla TV, decantata dal controllo familiare; oggi invece vi arriva con la faccia consueta dei ragazzi, ma con il cipiglio della novità e diversità di idee e di proposte.

È evidente che questa osmosi determina anche relazioni interpersonali familiari nuove, e naturalmente non sempre serene e tranquille. Anche per la naturale voglia matta dei ragazzi di dare qualche colpo di ariete alle torri di avorio familiari, alle sicurezze di sempre.

Sicché la famiglia - se non si sta bene attenti - rischia di vivere al suo interno una duplice crisi: quella dei figli e quella dei genitori. Dei figli che vengono suggestionati da modelli di condotta e ideali di vita proposti dalla società attuale, in dissonanza con quelli della famiglia. Lo sconcerto può essere tale da indurli in forte confusione interiore tanto da non sapere più che pesci pigliare: se seguire le proposte casalinghe o adeguarsi al grande mondo.

Dei genitori che si sentono spiazzati dal nuovo, dal cambiamento dei figli e perciò dal disagio educativo. Non sanno più se anch’essi devono adeguarsi al vento che soffia in certe determinate direzioni e assecondare le tendenze sociali in voga, oppure se devono contrastarle. Tanto più quanto hanno la sensazione che certe tendenze culturali della società rischiano di spazzare via un edificio morale e spirituale faticosamente costruito e tenacemente protetto. A questo disagio talvolta si aggiunge lo scoramento, il senso di inutilità per tanta fatica sostenuta e che ora sembra andare a picco, in fallimento.

I due poli della eventuale crisi sono abbastanza consistenti; ma non è per nulla evidente lo sbocco finale. Non è assolutamente detto cioè che la dinamica del conflitto volga al peggio. Una saggia politica delle forze in campo può addirittura ringiovanire e rilanciare la vitalità dell’intera famiglia.

3. Alla famiglia dei ragazzi di 13-14 anni spetta innanzitutto il compito della prevenzione. Più che mai cioè i genitori devono saper giocare d’anticipo sulla nuova condotta dei ragazzi in questione.

Innanzitutto con una analisi tempestiva dei segni e dei sintomi che rivelano il grado di evoluzione da essi acquisita. Ci sono infatti "crescite nascoste", poco manifeste, perché impercettibili e per niente vistose; ma che intorno ai 13-14 anni giungono a maturazione. Un attento monitoraggio di questi sintomi, rende consapevoli i genitori che è giunto il momento di rinnovare atteggiamenti e comportamenti nei confronti dei propri figli. Non serve più trattarli da bambini, anche se il fatto tornasse a beneficio apparente dei ragazzi (hanno tempo per diventare grandi! meglio che restino ancora bambini …innocenti!).

In secondo luogo è necessario che i genitori assumano un atteggiamento positivo fondamentale di fronte al nuovo che avanza, alla nuova fase evolutiva: cioè di sincero benvenuto. Ben venga questo nuovo passo in avanti dello sviluppo fisico, intellettivo, emotivo, sociale, morale e anche religioso. Perché la crescita è un bene per se stessa, perché inscritta nel destino dell’uomo e della donna; è una legge della natura umana. Ma poi è soprattutto nei desideri e nei bisogni profondi dei ragazzi quello di diventare grandi, diventare adulti come i genitori. Anche se impone - come si diceva - un rinnovamento delle relazioni interpersonali genitori-figli, improntandole maggiormente sullo stile della corresponsabilità, collaborazione, compartecipazione. Del resto anche il guardaroba viene rinnovato, non appena ci si accorge che i vestiti sono troppo stretti.

Dall’analisi preventiva di questa età evolutiva, i genitori avveduti si premuniscono di un altro atteggiamento importante: quello di andare a restauro educativo.

La lunga consuetudine educativa infatti può giocare dei brutti scherzi a certi genitori: di non accorgersi appunto dei cambiamenti dei figli. E di fargli credere che sia giusto continuare come hanno sempre fatto, con lo stesso stile, con le stesse raccomandazioni. I genitori pertanto devono rendersi conto che è quanto mai opportuno darsi una mossa. Se non sono mai stati giovani con i loro figli, devono diventarlo ora. Nel senso che la nuova vitalità, vivacità, (turbolenza emotiva, affettiva, ecc.) dei ragazzi di 13-14 anni impone ai genitori un supplemento di giovinezza, di slancio, di fantasia e creatività. Sapere giocare d’anticipo, si diceva sopra. Nel senso che prevedendo per tempo le nuove tendenze dei ragazzi - per esempio la voglia matta di stare insieme, maschi e femmine - i genitori sanno indicare tempestivamente le coordinate direttive ed educative di queste esperienze, dimostrando appunto di apprezzarle e di valorizzarle al meglio, con grande saggezza.

Diversamente, i genitori che non si sentono di rinnovare atteggiamenti e comportamenti positivi di fronte al nuovo che avanza, rischiano di aggravare le cose fin dall’inizio. Da una parte i figli che appunto tirano al nuovo; dall’altra i genitori invecchiati (spiritualmente e culturalmente) che tirano indietro, al vecchio, al passato, al "si è sempre fatto così in casa nostra". Con l’effetto finale di rendere ancora più difficili le relazioni interpersonali, complesse e tendenzialmente conflittuali.

Da un atteggiamento generale di cordiale benvenuto alla nuova fase dello sviluppo, i genitori avveduti passano a qualificare i rapporti con i figli tredicenni - quattordicenni con specifici atteggiamenti positivi concreti. Innanzitutto con l’accoglienza incondizionata delle persone dei ragazzi, così come si presentano oggi, con i loro pregi e con i loro limiti; accoglienza simpatica della nuova efflorescenza fisica, sessuale; accoglienza e attenzione del loro mondo affettivo ed emotivo, dei nuovi interessi e dei nuovi bisogni; accoglienza benevola della loro voglia di stare insieme, maschi e femmine; di organizzare in proprio il tempo libero, il week-end settimanale non più con i soliti parenti, ma con i propri amici; accoglienza benevola delle manifestazioni delle loro idee e di loro progetti.

Questo atteggiamento va in simbiosi stretta con quello della fiducia. I genitori devono dare vera e autentica fiducia ai ragazzi che tentano di esprimere i loro desideri, le loro iniziative perché i ragazzi procedono - come tutti del resto - per tentativi ed errori.

Occorre dare fiducia alla volontà dei ragazzi di comportarsi bene nel gruppo di amici; credere al buon utilizzo del tempo libero e quanto altro proposto dai ragazzi. Si sa che essi sono particolarmente sensibili sul tasto della fiducia; qualcuno ne fa una vera e propria malattia.

Ma nulla si dà per scontato in campo educativo: anche la fiducia non la si dà a scatola chiusa. Tanto più che i genitori di questi ragazzi sanno benissimo che la volontà non è robusta e decisa come viene sbandierata; ma ancora fragile, immatura, ancora particolarmente soggetta alle fibrillazioni delle emozioni e delle suggestioni.

Pertanto il metodo che sembra più opportuno per questi ragazzi sembra quello che ricorre all’uso equilibrato del bastone e della carota, dell’autorevolezza e della mitezza.

Dio scampi i ragazzi da genitori troppo rigidi! Perché quelli con forte temperamento trovano infiniti sotterfugi, suggeriti dalla fantasia e dalla furbizia per apparire obbedienti e sottomessi, per non perdere la fiducia; ma scaltriti e fantasiosi per concedersi la soddisfazione di appagare i loro bisogni e progetti. Dietro l’angolo, purtroppo, lo sviluppo ulteriore di una doppia personalità, infingarda.

Mentre i più fragili e remissivi tendono a dare - per timori reverenziali - tanta soddisfazione ai genitori, ma poca sostanza all’irrobustimento del carattere personale e dei progetti personali di vita.

Ma Dio scampi i ragazzi anche da genitori troppo teneri! Che le danno tutte vinte ai ragazzi di questa età.

Perché i ragazzi di forte temperamento, diventano ancora più esigenti, più capricciosi e viziati.

E, diversamente, perché i ragazzi deboli e fragili non hanno stimoli sufficienti e adeguati a progredire lungo le linee di una maturazione personale, di una giusta autonomia e indipendenza dagli adulti. Il rischio di questi ragazzi è che restino degli eterni bambini, incapaci in un prossimo futuro di agire in autonomia morale e responsabilità.

Il troppo stroppia, sia in una direzione che nell’altra. Ed anche se è vero che ogni persona è unica e irripetibile - e in campo educativo il fatto postula interventi formativi differenziati e personalizzati - resta anche vero che, in linea generale - vista l’età dei ragazzi in questione - occorre certamente il bastone, l’intervento autorevole per mantenere l’adempimento di un dovere, mantenere una parola data, essere fedeli alla verità, alla giustizia, all’onestà. E certamente occorre la mitezza e la dolcezza, quando c’è da confortare, confermare un buon progetto, approvare delle condotte corrette, oneste.

Il metodo del bastone e della carota è tutto sommato un metodo democratico che dà credito all’intelligenza, alla coscienza e alle enormi capacità dei ragazzi di 13-14 anni, ma tiene conto anche della loro fragilità decisionale, dell’altalena dei sentimenti dovuta all’età.

Si avvale del dialogo come strumento di lavoro (educativo). Nel senso che non si tratta di un parlare e di un ascoltare inchiestatorio, indagatorio, poliziesco, ricattatorio o peggio; ma di un dono reciproco della parola che fa procedere la giusta comunicazione, le informazioni necessarie e utili, ma soprattutto la conoscenza reciproca della situazione (attuale). E quindi: i ragazzi comunicano liberamente, senza patemi, desideri, gioie speranze; ma anche paure, angosce, punti di vista diversi. Mentre i genitori comunicano a loro volta stimolazione ai valori, rinforzando la buona volontà nell’acquisizione di atteggiamenti virtuosi.

In questo orizzonte dialogico e di accettazione reciproca, i ragazzi trovano nella famiglia la scuola più concreta, più vera e più nobile per agevolare a se stessi l’apprendimento del mestiere di uomo e di donna.

Il metodo educativo che per semplicità esplicativa abbiamo chiamato del bastone e della carota, applicato ai ragazzi di 13-14 anni si qualifica pure per alcune linee operative concrete e significative.

La prima: parlare con chiarezza, farsi capire, escludendo sottintesi e malintesi. Di modo che i ragazzi abbiano chiari soprattutto i valori, gli ideali, i doveri e i diritti, che la famiglia intende proporre.

Non è detto che i ragazzi di questa età vi aderiscano; ma se non altro portano dentro di sé, dentro alla loro coscienza, un utile elemento di confronto chiaro.

La seconda: stimolare l’autonomia operativa dei ragazzi, soprattutto nei settori in cui sono chiamati a misurarsi e a collaborare con i coetanei, la scuola, l’associazione, il gruppo amicale. La giusta autonomia sviluppa la libertà interiore liberandola da paure, angosce, emotività e affettività troppo cariche; fa progredire le capacità decisionali, la coscienza morale e l’assunzione delle proprie responsabilità concrete.

Inoltre occorre che la famiglia aiuti i ragazzi di questa età a motivarsi bene nella condotta e nei singoli comportamenti. Il che significa stimolare a darsi una ragione (morale e religiosa particolarmente) nel passare alle loro piccole e grandi scelte, gerarchizzando - per ciò stesso - i valori e gli ideali in campo. Per esempio, scuola, tempo libero, ascolto di dischi e della TV, sport ecc. non sono attività alla pari, anche se tutte buone. I ragazzi vanno aiutati a discernere il dovere dal piacere, l’utile dal dilettevole, il comportamento incompatibile da quello compatibile. In particolare i ragazzi di questa età vanno aiutati a mettere a fuoco la retta intenzione nell’agire, perché ormai sono maturi per capire bene l’importanza di agire con la propria testa, e non più per fare "come fanno tutti", per mero conformismo, o per piacere agli adulti.

Una ulteriore linea operativa della famiglia è quella di sapere fare delle proposte, più che delle imposizioni. Aiutare i ragazzi a scegliere bene comporta la percezione e conoscenza di varie possibilità e di diverse alternative. I ragazzi vanno aiutati a vagliare le possibilità e naturalmente stimolati a scegliere non solo quelle che piacciono di più, ma anche tenendo conto dei dettami della propria coscienza e dei valori morali e religiosi in campo.

Da ultimo - ma forse prima per l’importanza - la famiglia deve sapere offrire ai propri figli di 13-14 anni dei modelli di comportamento, non solo come riferimento ma soprattutto come ideali, sia in campo morale che religioso, oltre che ecclesiale. Insomma devono essere modelli di condotta ben visibili e credibili. Si educa infatti con il dialogo, la predica, ma molto di più con i buoni esempi, che sono predica a tutto tondo, messaggi cioè che i ragazzi capiscono e interpretano benissimo anche senza ulteriori spiegazioni.

In particolare vanno offerti ai ragazzi modelli di atteggiamenti genuini e di comportamenti credibili in campo religioso e morale.

Se la famiglia si manifesta davvero come piccola chiesa domestica per la fede genuina e non bigotta o farisaica, anche i figli ne subiranno il fascino. Se la famiglia testimonia solidarietà non pelosa, apertura autentica al prossimo, anche i figli sentiranno il fascino di questa etica cristiana aperta, liberante, promovente.

Evidenziato il complesso ma insostituibile ruolo educativo della famiglia resta da evidenziare i limiti di questa sua pure vastissima competenza.

La stessa famiglia è pienamente consapevole che essa da sola è insufficiente a sopperire a tutte le necessità educative dei ragazzi di 13-14 anni. Ha necessità oggettiva di ricorrere alle altre istituzioni educative complementari. Oltre alla scuola e alla chiesa, anche alle associazione.

Dal canto suo la famiglia offre e chiede innanzitutto la collaborazione concreta con queste istituzioni. Ognuno nei propri ambiti specifici, ma tutti insieme per il bene oggettivo della maturazione di questi ragazzi. In secondo luogo la famiglia domanda e offre un convenire di tutte le iniziative formative, anche le più diversificate, verso dei valori morali autentici. La famiglia non tollera che queste agenzie educative contrastino i suoi ideali morali, di giustizia e di onestà. La famiglia cristiana domanda in specifico alle istituzioni sussidiarie un contributo sostanzioso alla formazione religiosa. Non sempre questo è possibile nella società pluralista attuale. In tale caso la famiglia cristiana chiede e pretende che almeno i suoi principi siano rispettati e non solo tollerati; tanto meno derisi davanti ai ragazzi.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfondimento

- I nostri figli adolescenti, Rosina Tosco, ELLEDICI (TO)
- Genitori e adolescenti, Raspanti Antonio, Ed. Paoline (Alba CN)

 

 

EDUCAZIONE ALLA FEDE

1. L’esperienza insegna che probabilmente in nessun altro settore della personalità troviamo tanti residui infantili come nel settore degli atteggiamenti religiosi. Ci sono infatti adulti di trenta, quaranta anni che dal punto di vista religioso si comportano alla stessa stregua di quando erano piccoli: si rapportano a Dio, magari in determinate circostanze lo pregano, nelle disgrazie e nella sofferenza lo temono o ne sono ossessionati, quasi come nell’infanzia lo erano nei confronti dell’orco. Lo sviluppo della condotta religiosa si è bloccato troppo presto nella vita di questi soggetti.

Invece i ragazzi di 13-14 anni sono pronti al balzo in avanti, sia come effetto di tutto lo sviluppo globale (psico-fisico) sia come maturazione specifica indotta dalle nuove motivazioni riguardanti appunto la condotta religiosa; ma poi anche per la grazia di Cristo e la luce dello Spirito di Dio.

Pertanto se la religiosità infantile era accettata di autorità ora invece i ragazzi cominciano a rifletterci sopra, a vagliarne i pro e i contro, in proprio.

Se la religiosità del fanciullo era egocentrista, nel senso che la riferiva tutta a se stesso; ora invece comincia a comprendere e apprezzare le cose religiose anche se non intravvede in esse un tornaconto immediato.

Se la religiosità del fanciullo era antropomorfica, tendente cioè a raffigurarsi il divino in termini umani, prendendo alla lettera tutto ciò che si riferiva a Dio, ora invece i ragazzi di 13-14 anni cominciano a rapportarsi a Dio in termini più spiritualizzati.

Se la religiosità dei fanciulli era verbalistica e ritualistica, tendente cioè a ripetere gesti appresi, a imitarli, ora invece i ragazzi cominciano a caratterizzarli maggiormente dal punto di vista della intenzionalità.

Ancora: se la religiosità dell’infanzia era caratterizzata da ritualismo e dal "pensiero magico" - cioè dalla tendenza a credere che da preghiere e riti prodotti con precisione matematica ottengono automaticamente le grazie richieste - ora i ragazzi sono finalmente pronti a varcare per sempre le soglie della fede autentica, oltre ogni magia.

Infine se la religiosità infantile era contrassegnata da spontaneità, freschezze che la facevano apprezzare tantissimo agli adulti; ora invece la religiosità sta perdendo un po’ di questo smalto, ma potranno subentrare i valori non minori della libera decisione, della ricerca autentica, della sincerità.

Sempre che i ragazzi in questione trovino sui loro passi educatori pronti a farsi loro compagni di viaggio nell’itinerario di fede. Agli educatori cristiani spetta dunque il compito di aiutare i ragazzi di 13-14 anni a superare felicemente il guado evolutivo che stanno affrontando e a girare di boa con fiducia e con grande speranza.

2. Gli obiettivi di fondo che guidano il cammino di fede proposto dalla chiesa italiana per i ragazzi di 13-14 anni sono di due ordini: uno generale e l’altro specifico.

a) Gli obiettivi generali che l’educazione religiosa si prefigge sono sostanzialmente tre.

Il primo: che il rapido e sostanzioso sviluppo biopsichico vissuto dai ragazzi trovi accoglienza e benevolenza dagli educatori cristiani; e mediante questa accoglienza empatica dei loro educatori essi scoprano ed esperimentino l’accoglienza, la gioia e la compiacenza di Dio nei loro confronti.

Il secondo: che la loro giovinezza e la voglia di vivere possa trovare un grande sbocco e piena realizzazione nell’orizzonte di Cristo, nella amichevole esperienza dello stare con Lui.

Il terzo: che lo stare bene con Cristo da veri discepoli, facendo comunità, chiesa non sia per nulla mortificante, ma esperienza rigenerante che mette i ragazzi in stato di missione, nella chiesa e nel mondo, per un grande progetto di bontà.

Il perseguimento di questi tre obiettivi scandisce i tre momenti nei quali si snoda l’itinerario formativo.

b) Gli obiettivi di ordine specifico - strettamente connessi con i precedenti - formano una catena di montaggio per una grande impresa formativa; ma non più subita questa volta, ma liberamente voluta e perseguitata.

Il primo obiettivo può nascere dal sentire stesso dei ragazzi: questa effervescenza di vita che essi stanno sperimentando sulla loro pelle pone una domanda di fondo: che senso ha (sia dal punto di vista umano che dal punto di vista religioso) questa vita? La risposta nasce da una graduale scoperta dell’autore divino della stessa. Dio, amante della vita, è schierato a favore della vitalità piena dei ragazzi.

L’obiettivo conoscitivo - a mano a mano che si invera - si arricchisce dei valori dell’ammirazione verso se stessi e gli altri. E sfocia negli atteggiamenti della fede, della speranza, della fiducia e soprattutto dell’amore verso Dio e verso il prossimo, in particolare verso i coetanei e le coetanee.

Il secondo obiettivo può emergere anch’esso da una domanda inevitabile che i ragazzi di questa età si pongono: chi sono io? Un essere che scorre, che muta, fisicamente, sessualmente, intellettualmente, socialmente ... ma verso dove, verso quale direzione e verso quali mete? Alla ricerca di identità, di valori e di ideali sui quali posizionarsi, si aggiunge la ricerca di identità cristiana, anch’essa ineludibile per i ragazzi di questa età, quasi naturalmente cristiani.

Anche in rapporto a questo obiettivo - molto specifico e centrale nell’iter formativo a mano a mano che procede la dimensione conoscitiva - l’educazione religiosa è preoccupata che si sviluppi nei ragazzi l’amore di sé, della propria dignità, del proprio progetto e missione, oltre naturalmente l’amore agli altri (di altro sesso), diversi da se stessi, con una propria identità. Ma anche l’apertura verso il Signore; la disponibilità a seguirlo, la costanza, la sequela...

Di modo che scoperta razionale della propria identità (umana, di maschio di femmina; cristiana, o di laico, di religioso, di sposato…) e arricchimento degli atteggiamenti di testimonianza di fede procedano di pari passo.

Il terzo obiettivo può incentrarsi sulla necessità - probabilmente molto avvertita dai ragazzi - di darsi un quadro di riferimento unitario all’interno di una babele di idee, sentimenti ed emozioni da essi vissuta in questo periodo. All’orizzonte propulsivo di questa ricerca è importante far emergere la figura di Gesù, modello ideale di riferimento, sia come uomo innovativo, sia come figlio di Dio. Anche nella vita di Gesù c’è un punto di convergenza focale: l’ora pasquale. In effetti la Pasqua di Cristo visibilizza, fa esplodere una vita totalmente donata per amore. La vita ecclesiale appoggia anch’essa - come quella di Cristo - sulla pasqua celebrata, evangelizzata, vissuta come testimonianza coerente.

Anche la ricerca dei ragazzi deve pervenire alla scoperta della centralità vitale della Pasqua: da lì possono attingere luce, forza e grazia per una vita guidata e spesa, giocata sui valori evangelici; e governata da una legge: l’amore. In effetti la vita battesimale dei credenti, lo sviluppo di questa vita spirituale dei ragazzi di 13-14 anni trova il suo centro propulsivo nella fede e nell’amore a Cristo morto e risorto.

Il quarto obiettivo si propone di guidare i ragazzi alla scoperta dello scopo fondamentale per cui si vive e ci si agita tanto. Si tratta di una ricerca che fa da cerniera tra la scoperta della propria identità e appunto la scoperta del significato della vita.

Emerge il problema della vocazione personale il proprio posto compito e missione nella vita sociale ed ecclesiale.

All’orizzonte di questa ricerca emerge ancora una volta la vocazione e la missione di Cristo, il modello di ogni chiamato e inviato da Dio. Si delinea pure lo stile e gli atteggiamenti assunti da Gesù mentre attua la sua missione: la fiducia, la fedeltà assoluta, lo zelo, l’amore a Dio per l’avvento del Regno.

Ai ragazzi che - si diceva - nell’effervescenza della loro età si pongono la domanda: a che cosa serve la vita, il corredo bio-psichico e spirituale di cui sono corredati? l’educazione religiosa risponde proponendo loro l’imitazione degli atteggiamenti di Gesù: il suo amore gratuito, scelte coraggiose e libere, fedeltà, generosità a Dio, solidarietà con il prossimo.

Il quinto obiettivo può nascere nei ragazzi dal desiderio di proporsi (anche) un ideale di vita, un progetto attraente (piuttosto concreto, vista l’età dei ragazzi in questione), per cui valga la pena vivere, battersi, donarsi. Forse è impalpabile che a questa età i ragazzi abbiano una idea chiara d’un ideale di vita stabile e coerente, totalizzante; tuttavia tentare con loro una ricerca seria non nuoce. Più che altro si tratta forse di allenarli al primo approccio a questo grosso problema, che troverà negli anni più maturi il suo sbocco concreto. Per ora siamo solo ai primi assaggi; ma forse particolarmente interessanti.

Ebbene: mentre dal punto di vista evolutivo questi ragazzi sono alla ricerca di una persona ideale, capace di coagulare le loro simpatie e i loro desideri di imitazione, diventa quanto mai importante aiutarli a scoprire colui che incarna l’ideale, Cristo stesso.

È sperabile che, come nell’amicizia umana avviene una osmosi di pensieri, di interessi, di sentimenti, di comportamenti e di ideali tra gli amici, così nell’amicizia dei ragazzi con Cristo avvenga la stessa ricca osmosi. Comunque è importante aiutarli a non scoraggiarsi di fronte allo scarto tra ideale e vita reale. Anzi giova moltissimo sostenere il loro impegno nel superare gli ostacoli a vincere le tentazioni al male e riscattarsi dall’incostanza e dalla fragilità.

Il sesto obiettivo, di natura ecclesiologica, può scaturire dal fatto che i ragazzi di 13-14 anni stanno scoprendo l’importanza vitale del gruppo di riferimento (dell’associazione, dello sport, dell’amicizia).

Mentre sono intenti in questa ricerca e costruzione di questo gruppo di appartenenza, fatto a misura delle loro capacità e sensibilità, viene offerto loro la possibilità di scoprire e di aggregarsi in modo responsabile al gruppo ecclesiale. E, tramite esso, alla comunità più vasta, che è la chiesa popolo di Dio.

In questa comunità c’è spazio per il gruppo dei tredicenni e quattordicenni; e c’è un posto di impegno responsabile e per ogni ragazzo che lo voglia. È estremamente importante che i ragazzi percepiscono chiaramente questa enorme possibilità; ma anche che la comunità invogli i ragazzi con iniziative molto concrete, o almeno con stimolazioni adeguate. Agli educatori religiosi preme in modo particolare far maturare nei ragazzi l’attaccamento e l’amore alla chiesa che animarono il Fondatore della stessa. Gesù ama la chiesa e dà tutto se stesso ad essa, rimettendo nelle sue mani la sua eredità spirituale e salvifica, nonché la sua missione evangelizzatrice.

Se passa ai ragazzi un po’ dell’amore che anima Gesù verso la chiesa, allora c’è da attendersi da essi dei comportamenti consequenziali.

Nel delicato itinerario di fede dei ragazzi di 13-14 anni non è di rigore svolgere il programma sequenziale come è proposto dal testo ufficiale della CEI, ma è strettamente necessario raggiungere gli obiettivi di fondo e cioè: che i ragazzi assaporino la gioia e la piena soddisfazione di sentirsi accettati e amati da Dio per quello che sono; e poi l’orgoglio di essere cristiani e di appartenere ad una chiesa che li valorizza nelle loro enormi aspirazioni di protagonismo.

La ricerca delle strade per arrivarci è lasciata quasi del tutto alla creatività degli educatori e degli stessi ragazzi. Si possono usufruire iniziative liturgiche, catechistiche, caritative, musicali, missionarie. Ma quello che conta è la serietà dell’impresa, coniugata a slancio e ottimismo dinamico.

Non c’è per altro da farsi meraviglia poi, se a questa età i ragazzi procedono per tentativi (più o meno riusciti) ed errori (a volte marchiani). Ma la crescita nella confidenza e nella fiducia in Dio, nell’amicizia con Cristo e nella disponibilità all’azione dello Spirito; la maturazione nella stima della chiesa e nella gioia di appartenerle e di essere attori significativi della sua missione nel mondo, è un’opera inestimabile. Degna dunque di grande considerazione da parte di tutta la comunità cristiana.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfondimento

- Dio nel quotidiano, Zanetto Emmanuele, Ed. Paoline (Alba CN)

 

 

EDUCAZIONE MORALE

1. L’arco di età dei 13-14 anni sembra svilupparsi all’insegna di due motti dirompenti: rompete le righe! e: agite in libertà!

Rompete le righe delle tradizioni familiari, sociali, ecclesiali; dei comportamenti usuali e delle condotte infantili.

Agite in libertà, ragionando con la propria testa, decidendo con la propria volontà, assumendo in proprio ogni responsabilità.

Queste tendenze propulsive teoricamente sono una manna in campo educativo, specialmente in prospettive di lunga gittata: aiutano infatti i ragazzi ad uscire dall’infanzia, dalle condotte eterodirette, conformiste, irresponsabili. E aprono la via allo sviluppo della coscienza, delle capacità decisionali e all’esercizio della libertà matura. In altre parole si apre la grande fase o ciclo del processo verso la piena maturità personale, vera e propria.

Ma - come è noto - queste meravigliose tendenze dei ragazzi non prosperano allo stato puro e non producono sempre frutti buoni senza contorno di gramigna, effetti automatici positivi senza qualche effetto collaterale perverso. Il fatto è che intelligenza, volontà, libertà si mescolano con cadute di ragionamento, di cocciutaggini, di libertinaggio; si incrociano con sentimenti ed emozioni, desideri, paure, angosce; e si scontrano con fatiche, stanchezze, incostanza, insuccessi, scoraggiamenti quotidiani.

Insomma non è facile per i ragazzi di 13-14 anni essere, per esempio, onesti nel modo di pensare, equi e giusti nelle proprie decisioni, rispettosi nel modo di parlare e di agire o nei comportamenti e nelle condotte quotidiane.

Anche per essi la strada del bene è tutta in salita, e si snoda tra le curve e le ricurve della vita, tra turnichè insidiosi.

Tuttavia è percorribile; e questo è un’indicazione sommamente importante. È possibile che anche i ragazzi di questa età percorrano lunghissimi tratti della strada del bene, diventino santi e grandi santi.

2. Gli educatori dal canto loro si propongono di offrire ai ragazzi una relazione d’aiuto opportunamente adatta alla loro età.

Innanzitutto aprendo loro un nuovo orizzonte di conoscenza di sé, della propria dignità personale di maschio e femmina, di nuovi compiti esistenziali (oltre che affettivi, sessuali...) e corrispettive responsabilità umane e sociali (ed ecclesiali).

Poi sostenendo il loro desiderio di mettersi all’opera per costruire in proprio una bella personalità, con il marchio doc, originale, lontana dai conformismi, ma anche dalle meschinità e innervata dai grandi valori del vero, del bello, del giusto, del buono.

In particolare, in rapporto alla crescita morale di questi ragazzi, gli educatori si impegnano ad aiutarli nella formazione di un buon carattere morale. Si tratta di un aspetto molto specifico dell’età in questione. Non è infatti indifferente - anzi è determinante per l’assetto presente e futuro della personalità globale, la formazione di un carattere morale contrassegnato dalla razionalità più che dall’istintualità, dall’altruismo più che dall’egoismo, dall’ottimismo più che dal pessimismo, dalla speranza più che dalla rigidità mentale e dalla paura.

Gli educatori sanno benissimo che su questo terreno, su questa tendenza di fondo, i ragazzi di 13-14 anni giocano uno dei pilastri portanti della loro moralità futura.

Naturalmente continua lo sforzo degli educatori nel sostenere la crescita sia del giudizio sia della coscienza morale, ma anche della buona volontà, dell’impegno all’acquisizione degli atteggiamenti virtuosi (virtù morali della prudenza, della giustizia, della fortezza, della temperanza...). Consapevoli per altro che nella formazione morale autentica resta sempre vero che non basta conoscere ciò che è buono e giusto per essere tali, ma occorre metterlo in pratica. In effetti la bestia nera - la fatica insomma dei tredicenni e quattordicenni come del resto dei giovani e degli adulti - ormai non scaturisce più dall’astratto comprendere il bene, ma semmai dal dovere di incarnarlo nella condotta quotidiana, nei comportamenti casalinghi, scolastici, gruppali, amicali. Lo scarto tra teoria e prassi, tra il dire e il fare, tra l’ideale e la realtà nei ragazzi in questione raggiunge a volte delle punte scandalose. Ma i saggi educatori non si scandalizzano più di tanto, consapevoli che, nonostante tutto, anche i ragazzi apparentemente più cattivi, tengono in scrigno delle risorse di buoni desideri, di tendenze al bene, di buona volontà appena assopita, che fanno sempre ben sperare. E gli educatori cristiani inoltre sanno che la grazia di Cristo, i doni dello Spirito santo sono misteriosamente all’opera per sostenere fortificare e, in caso di necessità, rinnovare la crescita morale di questi ragazzi.

3. La catechesi ufficiale della chiesa italiana propone un iter formativo morale che molto opportunamente si riallaccia direttamente con quello dell’educazione religiosa e che tocca i grandi temi del valore della vita, la ricerca di identità umana e cristiana, la messa a fuoco di un quadro di riferimento etico cristiano, la scoperta del fine della vita, l’ideale del vivere etico cristiano e l’incarnazione di questo nell’impegno ecclesiale e sociale.

La prima tappa si apre e si dinamizza all’insegna della speranza (c’è speranza nel mondo). L’analisi e la ricerca mette sul tavolo l’abc dei problemi dei ragazzi di 13-14 anni, quello della vita.

La vita è un mistero che affascina tutti. Ma per i ragazzi di questa età tale mistero assume una valenza più forte, forse anche più tormentata, comunque più significativa. Sia perché urgono domande nuove relative allo sviluppo del proprio corpo e del sesso; sia perché incalzano nuove tendenze affettive, nuovi interessi e curiosità intellettuali, voglia nuova di autonomia dagli adulti. Soprattutto batte alle porte della mente e del cuore di questi ragazzi una spinta e un desiderio fortissimo di attualizzazione, di gestire in proprio appunto la vita.

Non tutto è pacifico. Innanzitutto nel territorio stesso della propria personalità, della coscienza, della volontà e della libertà. Perché ci sono slanci, desideri spasmodici di raggiungere in fretta grandi mete, poi si scontrano con un vissuto piuttosto prosaico, condito di insuccessi, di caduta degli ideali. E quindi dei facili scoraggiamenti: per esempio di fronte ad un insuccesso scolastico, ad una parola data e non mantenuta, di fronte anche al proprio peccato.

Ma poi la vita è ricca di sorprese anche relativamente al rapporto con gli altri, con gli amici, con gli adulti. Non sempre gli amici si rivelano tali, fedeli, per esempio, al segreto pattuito; non sempre i genitori e gli adulti sono tolleranti, comprensivi di fronte a certi comportamenti. Così la risonanza interiore, la rabbia o lo sconforto avvelenando facilmente il cuore di questi ragazzi.

Il messaggio catechistico muove i primi passi - si diceva - da questo vissuto dei ragazzi e fa di tutto per far risuonare alla loro mente e al loro cuore la grande risposta: sì, la speranza c’è ed è ben motivata. Infatti la vita umana, la vita di ogni singolo ragazzo - anche quella carica di sofferenza, per esempio, a motivo di handicaps fisici o mentali - trova in Dio, amante della vita, il suo pieno significato. È sempre comunque degna di essere vissuta in pienezza.

L’educazione morale dal canto suo tende a tradurre questa scoperta in una condotta degna di un figlio d’uomo e di un figlio di Dio. Il ragazzo che ha scoperto la grande stima di Dio circa la vita, che ne difende i diritti inviolabili, che scopre la fedeltà di Dio a questo grande dono, comunque esso sia interpretato poi dai singoli uomini ..., è invitato a impostare la propria esistenza quotidiana lungo l’asse portante di questa scoperta e incarnarne i valori dedotti. Si danno quindi stimolazioni opportune per far gustare, stimare, gestire questo dono composito (corporeità, sessualità, intelligenza, giudizio morale, coscienza, volontà, libertà; ma anche relazioni umane con gli altri, amicizia, amore…).

I comportamenti quotidiani più opportunamente suggeribili ai ragazzi sono tutti quelli che denotano cura per una crescita armonica della loro vita, sia corporea, sia psicologica, sia spirituale. Tuttavia non è possibile educare i ragazzi senza ricordare loro l’importanza dell’autodisciplina - e quindi del sacrificio feriale - per incrementare la buona salute sia del corpo che della psiche e dello spirito.

Ma senza dubbio per questi ragazzi ormai cresciuti, più che soffermarsi sulle minuzie, più che soffocarli con mille prediche su specifici comportamenti, vale soprattutto la stimolazione all’assunzione di atteggiamenti duraturi, all’acquisizione delle virtù utili e necessarie al raggiungimento delle grandi mete: oltre alla fede (di cui s’è detto), la fortezza, la magnanimità, la generosità. E soprattutto la speranza: perché se è vero che le grandi mete della vita umana a questa età sono appena appena intraviste, resta anche vero che sono possibili, avvicinabili, conquistabili. Appunto la speranza cristiana, ben motivata dalla fede, costituisce il carburante per la grande corsa di formula uno che ogni ragazzo è chiamato a percorrere sulla strada dell’onestà, della bontà, contro ogni scoraggiamento e oltre ogni caduta morale.

La seconda tappa si vivacizza attorno all’invito di Gesù a fare esperienza della sua amicizia e della sua prossimità (Venite e vedrete). Il ragazzo di 13-14 anni ha una voglia sfrenata di vivere, di realizzarsi anche se non sa ancora come vivere e realizzarsi: se da atleta o da semplice tifoso, da infermiere o da ingegnere, da giornalista o da semplice operaio, se da scapolo o da sposato. È certa intanto una cosa: vuole vivere, magari divertirsi molto, soprattutto con gli amici, e lavorare solo quanto è strettamente necessario.

Non conosce ancora a fondo se stesso, nelle sue reali possibilità, nel suo corredo fisico, psichico, spirituale. Tanto meno riesce a fare una visione prospettica del suo futuro. Infatti non è in grado a questa età di prospettare "uno stato di vita permanente", come si usava dire una volta. Perché non ha ancora interessi ben delineati, stabili; il carattere (psichico) e l’intera personalità sono ancora in fieri.

Eppure non è più un bambino, questo è certo. Così, ogni tanto, fa dei balzi in avanti, almeno nella dimensione dell’autonomia dai genitori. Si tratta di tentativi un po’ goffi, ma che per un verso lo mettono alla prova circa le sue capacità di responsabilizzarsi, di decidere da solo, di prendersi in carico gli effetti positivi o negativi dei suoi comportamenti. Il gruppo, soprattutto amicale, lo sostiene comunque.

La catechesi - sulla scorta dell’evangelista Marco - propone di far fare ai ragazzi di 13-14 anni una grossa esperienza: la prossimità con Gesù in parallelo con la prossimità del prossimo. Meglio: una esperienza di vicinanza con Gesù, ma non solitaria - che forse sarebbe improponibile a questa età - ma coniugata da quella di stare insieme ad altri coetanei che desiderano fare la stessa ricerca approfondita e prolungata. La comunità cristiana è disposta a giocare le sue carte più importanti a favore di questa esperienza, in quanto sa benissimo che solo una vivace comunità, anzi solamente un gruppo affiatato, può davvero aiutare i ragazzi di questa età a scoprire che accanto a Cristo la vita umana, la gran voglia di vivere, di fare esperienza di vera amicizia, può sortire degli effetti significativi e duraturi.

L’obiettivo di fondo è dunque quello di aiutare i ragazzi a fare una esperienza personale e gruppale con Gesù, vero uomo, dice l’evangelista Marco, ma anche Figlio di Dio. E se a questa età i modelli di riferimento sono molto importanti - un cantante, un atleta, un professore simpatico - la comunità cristiana si impegna con tutte le sue risorse per aiutare i ragazzi a scoprire e gustare anche il Gesù modello di umanità, di vitalità, di generosità, di coerenza, di giustizia.

Nel settore specifico dell’educazione morale, si offrono dunque particolari stimolazioni ai ragazzi, affinché godano non soltanto di confrontarsi con questo sublime modello, ma avvertano via via la necessità di imitarlo, di conformarsi ai suoi modi di pensare, di parlare, di agire. Insomma imparino gradualmente a comportarsi come Lui, sia nei confronti di Dio, come nei confronti del prossimo. Di modo che la condotta di Cristo passi per osmosi in quella dei ragazzi. Ma soprattutto è protesa, la comunità cristiana, a sostenere i ragazzi nell’assunzione degli atteggiamenti morali di fondo di Gesù: la fedeltà, la coerenza, la solidarietà, il pagare in proprio, la generosità totale. In una parola, l’amore radicale a Dio e al prossimo.

La terza tappa, approfondendo l’esperienza cristiana, conduce i ragazzi alla scoperta di un grande tesoro: la potenza dello Spirito nel rigenerare l’uomo, la sua identità, il suo volto (farò nuove tutte le cose). Quello di fare cose nuove, diverse da quelle che vedono realizzate attorno a loro, specialmente dagli adulti - noiosi e ripetitivi - fa parte di un proposito covato a fondo nei ragazzi di 13-14 anni. Sia perché urge in loro la voglia della novità per se stessa, gustano gli avvenimenti improvvisi, vibrano con le sorprese; e sia perché la mutevolezza è quasi l’essenza di questa età, dei sentimenti, dei propositi, delle emozioni ed affettività.

Ma chi li può capire in questi loro desideri più o meno latenti? Ci può essere qualcuno capace di capirli e interpretarli correttamente? I compagni di scuola, di gioco, di sport, di hobby ... un poco. Gli amici, abbastanza. Ma già i fratelli di due tre anni più avanti sono fastidiosi. Il fastidio naturalmente è reciproco. I grandi poi non capiscono proprio niente di loro: è per questo che sono ritenuti e dichiarati classici "rompi".

È indubbio dunque l’intenso desiderio di novità dei ragazzi di 13-14 anni, ma altrettanto classica è la difficoltà a riuscire a gratificare in termini adeguati questa urgenza di novità. Sia perché gli adulti sono alquanto allergici a questo fatto, mentre d’altra parte i ragazzi dipendono ancora al novanta per cento da loro; ma soprattutto perché, pur volendo la novità con tutte le forze del cuore, in concreto non sanno come attuarla, come venirne a capo.

Chi dunque può dare una mano alla realizzazione di questo profondo desiderio? Dal suo punto di vista, la catechesi ci prova, comunque lo tiene fortemente in evidenza. In effetti con un opportuno itinerario fa memoria di Colui che per eccellenza è operatore di novità di vita: Gesù che risorgendo da morte, opera un rinnovamento dell’esistenza umana e ringiovanisce la storia dell’umanità. Lo Spirito santo, presente nella chiesa e nei sacramenti, continua nell’oggi della chiesa, dell’umanità e di ogni uomo - anche nei ragazzi - l’opera rinnovatrice di Cristo.

L’educazione morale muove il discorso da qui: da questa volontà dei ragazzi di progettare qualcosa di nuovo nella vita; da Gesù che è la Novità per se stessa, e che viene incontro ai ragazzi per dare al loro desiderio uno spessore più consistente e più qualificato. Tanto da far loro baluginare l’idea di essere chiamati e mandati tra la gente per essere una novità buona, una speranza meravigliosa anche per gli altri. Per ora per gli amici, domani per il mondo più vasto. Di conseguenza i ragazzi sono stimolati ad attivare una condotta morale in funzione di questi obiettivi; perciò accoglienza dello Spirito innovatore, coltivare i buoni propositi di realizzare qualcosa di buono e di bello nella vita; irrobustire la voglia di cambiare sé e gli altri, dare una mano generosa per purificare se stessi e il mondo dalle ingiustizie, dalle divisioni, dalla violenza, dall’immoralità pubblica e privata. E sostenere la volontà di portare ovunque giustizia, fraternità, pace, solidarietà, speranza, gioia.

È evidente che l’educazione morale stimola i ragazzi a costruire una novità di vita non finta e non ipocrita, ma fondata sui grandi valori morali. Perciò ricorda loro l’importanza della coscienza limpida che sa coniugare bene libertà e attività, sa riallacciare in modo adeguato pensieri, parole e azioni; il dire e il fare, oltre l’ipocrisia e ogni fariseismo. Il vecchio mondo, il vecchio uomo si fonda sul male, sulla falsità; il nuovo invece si progetta sulla verità, sulla libertà, sui valori morali.

La quarta tappa mette in campo una delle aspirazioni più emergenti nei ragazzi di 13-14 anni: la voglia di protagonismo (Protagonisti e Responsabili). Dalla testa ai piedi infatti essi avvertono i segni della novità in loro e attorno a loro. Le femmine prima; ma poi anche i maschi. Curiosità e voglia di vivere tuttavia si alternano a sconcerto e ansietà; protagonismo e timidezza si accavallano spesso; goffaggine e spavalderia si mischiano facilmente. Eppure questi ragazzi sentono che è venuto il tempo, o sta per maturare, per assumersi anche qualche bella responsabilità, sia nei confronti di se stessi, che nei confronti degli altri, degli amici in particolare. Non possono più ormai permettersi il lusso di fare gli eterni bambini e d’altra parte pretendere di essere trattati da grandi, di ricevere incombenze, ruoli, compiti da adulti.

Si sentono dunque nel guado dal quale bisogna pur uscire, se si vuole procedere in avanti, crescere davvero e realizzare qualche cosa di nuovo e di valido. Non c’è che una decisione da prendere, sia pure faticosa, magari con tergiversazioni, per tentativi ed errori: assumere cioè le proprie responsabilità, diventare concretamente responsabili di quello che si pensa, si dice, si fa.

La catechesi dal canto suo si propone di dare man forte alla crescita dei ragazzi, propone un itinerario di autoconoscenza, di autoresponsabilizzazione, per essere poi davvero soggetti attivi, protagonisti autentici di un progetto di vita (per intanto agli albori).

Il primo momento della ricerca conduce il ragazzo alla scoperta che la vita è un dono di Dio, affidata ora più che mai alle mani degli stessi ragazzi. È anzi il dono più prezioso, da trafficare con grande impegno e responsabilità, allo scopo di produrre frutti di nuovo vigore.

Il secondo momento conduce il ragazzo alla scoperta che ogni vita, sia di maschio che di femmina, porta in sé un patrimonio ed un corredo di doti e capacità personali non solo da conoscere, ma da sviluppare, anzi arricchire, soprattutto per allenarsi al dono di sé agli altri. In quanto ogni progetto di uomo e di donna è sostanzialmente vocazione all’amore. Il terzo momento conduce il ragazzo a fare memoria di quanto Dio ha operato per l’uomo, maschio o femmina, per aiutarlo e stimolarlo ad essere fedele a questa vocazione d’amore.

L’educazione morale, a questo punto, ha a che fare con parole grosse, molto pregnanti: progetto, vocazione, missione; e poi vita, corporeità, sesso, amore, donazione; e, riassuntive, protagonismo, responsabilità. Di fronte a questo spaccato di vocaboli i ragazzi di 13-14 anni sono curiosi, anche spavaldi talvolta, ma soprattutto ansiosi.

L’educazione morale mira comunque ad una informazione serena, scientifica quanto basta. Perché l’informazione oggettiva è sempre un valore. Serve d’altronde ad allargare e completare gli orizzonti conoscitivi degli anni precedenti. Mira anche a togliere di mezzo sia le morbosità eventuali (per esempio circa la sessualità), come le paure, talvolta vere angosce. Ma poi riferisce chiaramente ai ragazzi la visione cristiana della morale: ciò che è veramente male, peccato (per esempio l’abuso del sessualità, propria o degli altri...), distinguendo bene da ciò che è sensazione, emozione, turbamento psicologico, più che un fatto morale. Soprattutto addita ai ragazzi il grande orizzonte vocazionale dell’amore. Insomma non si può e non si deve tacere a questi ragazzi la visione oggettiva del cristianesimo, soprattutto sui temi della vita, della sessualità, sull’amore ecc.

L’informazione ampia e oggettiva tuttavia non è tutto nell’educazione.

A questo punto emerge l’importanza delle parole responsabilità, progettualità, protagonismo, che interpellano più direttamente la volontà, la libertà, la voglia di far bene dei ragazzi.

L’educazione morale stimola i ragazzi ad assumere comportamenti idonei alle nuove responsabilità. Per esempio alla valorizzazione e al rispetto della propria corporeità; ed anche a quella degli altri, in particolare dell’altro sesso. Oltre al rispetto, vengono opportunamente stimolati all’attenzione, all’apertura, al servizio verso gli altri. Appunto perché la vita, ogni vita umana, è vocazione all’amore.

Naturalmente l’educazione morale mira molto in alto, a suscitare cioè i grandi atteggiamenti interiori, ben oltre quindi alla stimolazione di comportamenti isolati nel tessuto connettivo della vita quotidiana. Tali atteggiamenti sono riassumibili nell’accettazione incondizionata di sé, come persona sessuata, e degli altri, per quello che sono concretamente; nella donazione di sé agli altri, con grande spirito di servizio; nella fedeltà agli impegni assunti, nella coerenza tra pensiero e azione; nella purezza, magari riconquistata dopo qualche caduta; nell’amore oblativo, gratuito verso tutti.

La quinta tappa prende a cuore uno dei valori centrali dell’esperienza umana dei ragazzi di 13-14 anni: l’amicizia. L’amicizia con il Signore e l’amicizia con il prossimo, ma in funzione di reciproca crescita (Non più servi, ma amici).

In effetti il lungo iter alla conquista della capacità di donarsi gratuitamente, di amare - chiamata centrale e missione costitutiva del progetto morale cristiano - parte dall’amicizia. Essa è il primo banco di prova della capacità di amare. Il ragazzo di 13-14 anni è ghiotto di amicizia; la compagnia non gli basta più. Per questo comincia a selezionare i suoi coetanei: inizialmente per simpatia, per consonanza di interessi e di sensibilità; poi per voglia di confidarsi, di sentirsi capito e accettato per quello che è, e infine per sentirsi appoggiato nelle nuove imprese. La catechesi, ancora una volta, accoglie volentieri e con simpatia queste istanze dei ragazzi, perché giuste e importanti, e anzi necessarie allo sviluppo delle tappe successive. Aiuta quindi i ragazzi a scoprire il vero identikit dell’amicizia, caratterizzato dall’accoglienza reciproca, dalla confidenza, dall’aiuto disinteressato, dalla gratuità. Ma nello stesso tempo aiuta i ragazzi ad affrontare anche un’amicizia aperta verso tutti, non esclusivista, non corporativista, non possessiva. In particolare è tesa ad aiutare i ragazzi ad una giusta apertura anche eterosessuale: dei maschi verso le femminucce e viceversa. Facendo sì che cresca la conoscenza reciproca, ma anche l’accoglienza dei modi diversi di vestire, di pensare, di giudicare, di parlare, di agire. E soprattutto ci sia accoglienza e rispetto dei valori diversi, testimoniati rispettivamente dai ragazzi e dalle ragazze. La diversità non impoverisce, ma arricchisce l’esperienza di ciascuno.

Naturalmente al centro dell’iter catechistico, campeggia una riscoperta personale dell’amicizia con il Signore, anche mediante il confronto con i grandi modelli biblici: Abramo, Maria di Nazaret, e inoltre S. Francesco d’Assisi. Tale riscoperta è destinata a stimolare a sua volta e arricchire la vera amicizia con il prossimo, i coetanei.

Dal suo punto di vista, l’educazione morale sa benissimo quanto sia importante l’amicizia per i ragazzi di 13-14 anni. Perciò mira non solo a notificare loro i tratti caratteristici di essa, ma anche ad assumerli con slancio e grande impegno. Infatti l’accettazione incondizionata reciproca, la confidenza, la fedeltà, la gratuità sono valori altamente significativi che arricchiscono la struttura morale dei ragazzi-amici. Tuttavia l’educazione morale è altrettanto attenta a chiarire ai ragazzi gli eventuali disvalori: per esempio la gelosia, l’egoismo a due, e naturalmente l’infedeltà alla parola data, lo sfruttamento dell’altro, la vendetta, la chiusura nei confronti degli altri. Si sa infatti quanto possa essere inquinabile e mutevole l’amicizia a questa età.

Paradigmatica comunque resta l’amicizia del Signore verso gli uomini: fedeltà assoluta, rigoroso rispetto della libertà dell’amico, il perdono e la riconciliazione gratuita, totale. Dal canto loro, Abramo, Maria di Nazaret, S. Francesco restano i modelli di una risposta amicale radicale verso il Signore.

L’educazione morale stimola i ragazzi a moltiplicare i comportamenti amicali sia relativamente al proprio gruppo, come nei confronti dei rapporti interpersonali ragazzi - ragazze, e soprattutto nell’amicizia quotidiana, normale.

Ma, come si è detto, tende in particolare modo a mutuare dall’amicizia di Gesù verso gli uomini, gli atteggiamenti costituivi di essa: la fedeltà, la perseveranza, la generosità, la solidarietà e gratuità. E inoltre la capacità di perdonare, di riconciliare, di fare del bene anche a coloro che quantunque amici ci hanno fatto del male. Perché resta sempre vero che l’amicizia è un grande valore umano, ma deve essere sostanziato dai valori della fede e della speranza cristiana, e soprattutto della carità. Si tratta insomma di un valore umano enorme che è chiamato a trascendersi, una perla preziosa che va arricchita ulteriormente con la grazia di Dio.

La sesta tappa sposta l’attenzione dei ragazzi dai loro bisogni individuali alle esigenze della comunità (Voi siete mio popolo).

In un certo senso mira ad allargare l’esperienza amicale fino ad abbracciare tutti, ma in modo particolare il prossimo più vicino, ossia la gente della propria comunità ecclesiale. Sottintesa - ma non troppo - c’è l’intenzione di coscientizzare i ragazzi non solo sul valore e l’importanza della comunione ecclesiale in quanto tale, ma anche sulla necessità di arricchirla ulteriormente con un contributo personale di protagonismo responsabile.

D’altronde è noto che il popolo dei ragazzi di 13-14 anni vorrebbe fa parte a pieno titolo del popolo degli adulti. E nella società passata avveniva proprio così. Oggi, per mille motivi, non più. Ma è un fatto che questi ragazzi premono in mille modi sugli adulti per contare di più, per essere accolti per quello che sono, e valorizzati per quanto sono capaci di fare, anche per il bene della collettività (familiare, scolastica, sociale...). Stridente il comportamento degli adulti di ieri e degli adulti di oggi nei confronti di questi ragazzi: ieri gli affidavano subito compiti e ruoli di adulti; oggi li pensano e li chiamano ancora "i nostri bambini", neanche "ragazzi".

Dal canto suo la comunità cristiana - almeno essa - dovrebbe essere più ardita della società attuale: dovrebbe fare di tutto non solo per accoglierli dignitosamente e amichevolmente, ma offrire loro spazi adeguati, ruoli opportuni, compiti e possibilità di esprimere la loro istintiva creatività. Del resto siamo stati proprio noi che agganciandoci alla loro psicologia, alle loro urgenze evolutive, abbiamo dato credito alla loro voglia di fare qualcosa di nuovo e di significativo, anche in campo ecclesiale. Se all’ora X, al tempo opportuno, invece che aprire loro le porte, le chiudiamo - per esempio dimostrando insofferenza per la loro vivacità - evidentemente così tenteranno altrove, faranno di tutto per essere accolti da altre comunità. E non dovremmo poi lamentarci dell’esodo dei ragazzi cresimati e sacramentalizzati, verso altri lidi sociali e gruppali, più accoglienti e soddisfacenti. La catechesi comunque prosegue imperterrita il suo iter propositivo: quello appunto di stimolare i ragazzi ad entrare a pieno titolo nella comunità ecclesiale e assumersi con coraggio e gioia le comuni responsabilità del popolo di Dio, non solo nel settore catechistico, ma anche in quello liturgico, caritativo e comunitario.

È anche molto attenta ad evidenziare i diversi carismi, perciò le diverse vocazioni dei ragazzi, all’interno dell’unica missione della chiesa, che è quella di evangelizzare, di diffondere il Regno di Dio.

Anche i ragazzi sono l’oggi di Dio, gli occhi, il cuore, le gambe sulle quali corre oggi il Vangelo della speranza e dell’amore.

L’educazione morale si pone nell’ottica della coerenza: è coerente Dio con la scelta del suo popolo, è coerente Gesù con la sua chiesa, è coerente lo Spirito santo con la sua presenza e con la sua assistenza. Anche il popolo deve essere coerente con il suo Signore. E così i ragazzi. Perché il popolo di Dio procede alla realizzazione della sua missione con la partecipazione coerente di tutti.

La fedeltà - come sempre - non è facile per nessuno. Non è davvero un punto forte neppure per questi ragazzi. Ma è pur sempre un punto d’onore.

L’educazione morale vi insiste molto, perché sa benissimo che essa è la chiave di volta non solo per lo sviluppo successivo del carattere morale e delle virtù morali, ma anche per lo sviluppo vocazionale, per la crescita del senso ecclesiale e della gioia di collaborare alla vitalità della propria comunità ecclesiale.

I comportamenti che l’educazione mette in campo spaziano opportunamente - come già si diceva - dall’ambito catechistico a quello liturgico, caritativo, missionario, ricreativo, musicale, sportivo. Presi singolarmente, possono dire anche poco sul piano educativo, ma disposti dentro un quadro programmatico, possono risultare efficaci mezzi, significativa propedeutica alla crescita della responsabilità personale sia morale che ecclesiale, oltre che sociale.

Naturalmente occorre ribattere il chiodo degli atteggiamenti permanenti che questi ragazzi devono assumere: la coerenza, la fedeltà, la generosità, la gratuità, la solidarietà ecc. Sollecitandoli continuamente ad evitare l’incostanza, l’istintualità, l’una tantum di bontà, cose tanto facili a questa età. Insomma protagonismo e responsabilità come stile di vita. Non è assolutamente da credere che questi atteggiamenti si improvvisino o si acquistino nei due anni in questione; ma intanto vengono evidenziati proprio nel momento giusto, nell’età opportuna. E comunque fungono da base solida in vista dello sviluppo morale ed ecclesiale successivo.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfondimento

- Libertà e legge, Guido Gatto, ELLEDICI (TO)
- Integrazione fede e vita, Luciano Maddi, ELLEDICI (TO)
- L’educazione solidale, Gioventù Operaia Cristiana, ELLEDICI (TO)
- Adolescente, i tuoi problemi sessuali, Alfredo Orlandi, ELLEDICI (TO)
- Amicizia, un dono per vivere, Alaiz Attilano, Ed. Paoline (Alba CN)
- Camminare nella libertà dell’amore, Majorano Sababino, Ed. Paoline (Alba CN)

 

 

CONCLUSIONE

Prima di concludere il discorso morale, ricordiamo ancora che, da un certo punto di vista, per i ragazzi di 13-14 anni la scoperta della vita comincia da capo. Ritorna la voglia di scoprirne il senso, la direzione, la complessità. Evidentemente non è la stessa cosa scoprire la vita a questa età e scoprire la vita a 6, 8, 10 anni.

È chiaro poi che tutta la condotta esistenziale è coinvolta e subisce una variazione significativa sia nell’ordine intellettivo che tendenziale (bisogni, emozioni, affetti..), sociale, religioso.

E poiché la condotta, i comportamenti singoli, non solo esteriori, ma anche - anzi soprattutto - quelli interiori, come il pensare, il dubitare, l’amare ecc... dipendono dalla maturazione psichica, dalle capacità intellettive e decisionali maturate, dal livello di giudizio e di coscienza morale raggiunto, è evidente che bisogna fare molta attenzione educativa a questa struttura psichica, a questi elementi interiori personali, che supportano tutto il discorso formativo.

A questa età comunque è molto meglio stare attenti a formare un oggettivo giudizio morale, una coscienza retta, una volontà adeguata, una libertà intelligente, un buon carattere morale, che non sperdersi nei meandri dei singoli comportamenti, che appunto - vista l’età - possono infastidire i ragazzi e isterilire le proposte educative.

Di qui la necessità di soffermarsi a lungo su questi elementi caratterizzanti lo sviluppo morale. Vale a dire: se in precedenza risultava fruttuosa la proposta di attività, di azioni buone, di comportamenti morali; ora invece occorrerà non tanto suggerire "cose da fare", condotte da effettuare, buone azioni da compiersi una tantum, ma piuttosto dare senso, dare significati, motivare l’agire. E quindi bisognerà "ragionarci sopra" alle condotte, ritornare a spiegare, riproporre con infinita pazienza le ragioni della fede e della morale cristiana.

Di qui anche - in logico corollario - la necessità del dialogo, della comunicazione piana, del confronto, sia con i grandi protagonisti della storia del cristianesimo, ma anche dentro al gruppo, e poi con il singolo ragazzo. Educare i ragazzi alla domanda, non solo immediata, ma anche sui grandi perché e valori della vita, è formazione di grande respiro.

Sarà necessario supportare bene le obiezioni, i contrappunti alle proposte della fede e della morale cristiana. Perché non basta certo un diniego, un divieto degli adulti, o ricordare che si è sempre detto e fatto così ... per distogliere i ragazzi da certe condotte immorali se non altro per il gusto di essere diversi, trasgressivi, più autonomi dagli adulti noiosi, ripetitivi.

Nell’educazione morale dunque si preparano per gli educatori tempi duri; non vale la pena nasconderlo. Se un tempo, due anni prima, bastava alzare il tono della voce, strillare le proprie proposte; ora questo stile non solo non serve più, non è più funzionale, ma diventa controproducente, per nulla educante. Non deve infatti essere la forza della voce che educa, ma la forza della motivazione. Qualche ragazzo può farcela capire anche in forme vistose. Se non altro per dirci chiaramente che ora lui è qualcuno, ha la sua personalità, non è più un bambino.

Ciò nonostante, malgrado le inevitabili difficoltà a educare moralmente i ragazzi di 13-14 anni, gli educatori si mettono all’opera con grande speranza. Gli alleati migliori sono, in verità, gli stessi ragazzi, la loro intelligenza e la loro buona volontà. Ma non manca certo la grazia di Cristo, la luce e la forza dello Spirito Santo.

 

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