VA' E ANCHE TU FA' LO STESSO
Educazione morale nella catechesi dei ragazzi (11-12 anni)
(Fochesato Pietro)


autori
titoli

Indice:

Presentazione
Da parte della Chiesa
Da parte della famiglia
Educazione alla fede
Itinerario catechisitico
L’educazione morale
Conclusione

 

 

 

 

PRESENTAZIONE

Accanto all’educazione religiosa, quella morale è uno dei grandi obiettivi della catechesi.

Aiutare i ragazzi a crescere buoni, onesti, a diventare anche virtuosi, è una grande missione.

Le brevi riflessioni che proponiamo interessano tutti i protagonisti: i genitori, i catechisti, gli educatori, gli stessi ragazzi.

Parliamo prima della proposta religiosa fatta dalla nostra catechesi, perché le ragioni della fede stanno a fondamento della proposta morale. Il cristianesimo infatti è innanzitutto una fede; una fede da cui deriva anche la morale.

Siamo dunque lieti di essere utili, in qualche modo, ad assolvere un compito così importante com’è quello educativo.

DALLA PARTE DEI PREADOLESCENTI

1. La preadolescenza è come il risveglio primordiale della primavera, con una gran voglia di vivere. Non ci sono assolutamente i frutti della maturità; anzi, più esattamente, non ci sono neppure i fiori vistosi che la preannunciano. Eppure si sente benissimo che verranno presto; i sintomi sono evidenti.

Intanto il processo di imitazione che ha accompagnato fin qui i fanciulli, ora riceve un moderato scossone, almeno da due fronti diversi. Innanzitutto dallo sviluppo stesso. In quanto le capacità razionali, volitive e tendenziali (bisogni, interessi,..) sono cresciute e non bastano più le spinte emotive, affettive a mettere automaticamente in moto dei comportamenti sociali simili a quelli adottati dagli adulti, sia pure per riceverne apprezzamento e stima, nonché molto affetto. I l gusto di fare di testa propria - certamente provvidenziale da un punto di vista - fa capolino e la cosa si ripete sempre più frequentemente. Il fatto mette a disagio anche gli adulti più liberali, ma soprattutto i genitori distratti, che non si accorgono che i fanciulli sono cresciuti e diventati ragazzi; e che magari si attardano a pensare di avere sempre a che fare con dei fanciullini malleabili, prontissimi a fare per "affetto" tutto quello che non necessariamente erano tenuti a comprendere "con il cervello". Ora questi ragazzi cominciano a puntare i piedi, a mettere i punti sulle "i".

E poi c’è lo scossone determinato dalle nuove esperienze. In quanto i preadolescenti passano dalle scuole elementari, casalinghe e rassicuranti, alle scuole medie, con altri insegnanti, spesso altri compagni, altro mondo. Si aggiungano le nuove esperienze di gruppo, le nuove amicizie. Perciò altra percezione di sé e del prossimo; altre sensazioni, sentimenti e autovalorizzazione. Il processo di imitazione degli "adulti familiari" dunque riceve un buon scossone. Ma non scompare del tutto; anzi, per alcuni versi, la famiglia tiene ancora salde radici nella mente e nel cuore dei preadolescenti. Tuttavia gli orizzonti vitali ormai si allargano, altri modelli di comportamento allettano sempre più decisamente i ragazzi di 11-12 anni, competendo evidentemente con i modelli familiari.

2. Tra gli 11-12 anni accade un fenomeno globale di sviluppo psico-fisico e di socializzazione degno di grande attenzione. Qualcuno l’ha paragonato alla rottura del guscio ad opera dei pulcini. A dieci anni è come se i fanciulli si ponessero una domanda: rompiamo il guscio? Ma preferiscono rispondere di no. Perché si sta troppo bene, si è molto sicuri nell’abbraccio della famiglia. A 11-12 anni invece la domanda si fa più audace, le spinte alla rottura delle maglie protettive familiari urgono ulteriormente. E i ragazzi decidono; e rompono il guscio. Non vanno molto lontano però; anzi, per la verità, si può dire che non escono dal guscio familiare: provano soltanto ad annusare l’aria che tira attorno alla famiglia. Ma vi rientrano volentieri, magari precipitosamente, non appena si sono rotti il muso con il prossimo. È solo a partire dai tredici, quattordici anni che si decidono ad uscire allo scoperto per avventurarsi nel mondo più vasto.

Qual è dunque l’identikit dei preadolescenti di 11-12 anni?

Dal punto di vista dello sviluppo fisico, questi ragazzi proseguono la parabola maturativa della fanciullezza, tanto in direzione dell’allungamento che in quella dell’irrobustimento. In un certo senso, più che di rottura con il passato, si tratta di un ulteriore assestamento armonico, quasi in vista del successivo balzo in avanti. Questo sì, che segnerà un bel giro di boa! Per adesso i preadolescenti sembrano dei gran cuccioloni, sani e robusti, che si aggirano abbastanza soddisfatti tra le pareti domestiche, con le solite quotidiane puntatine a scuola, all’oratorio, al gruppo. O poco più. Solo verso la fine del dodicesimo anno si può notare una vistosa accelerazione in un verso o nell’altro. In particolare, evidentemente, nelle femminucce, sulla soglia di transitare in massa all’area della pubertà vera e propria.

Così dal punto di vista motorio la preadolescenza gode i benefici e gli effetti finali dell’irrobustimento della fanciullezza e si può permettere il lusso di passare dal semplice gioco di gruppo di tipo ricreazionale allo sforzo intenso dell’agonismo sportivo. Non a caso si nota in questa età la progressiva diminuzione di gruppi ludici spontanei attorno a casa, alla scuola; e la crescita accelerata dei gruppi sportivi, quasi a mettere il cappello definitivo appunto "sull’età dei giochi", per aprire quella dello sport vero e proprio.

La stessa sensazione di continuità, di sviluppo omogeneo, senza particolari dissesti, si ha di fronte alla crescita intellettiva e culturale. Nonostante il passaggio dalle suole elementari a quelle medie - che può ingenerare inizialmente qualche disagio in un ragazzo o l’altro - la condotta intellettiva dei preadolescenti manifesta un graduale irrobustimento delle capacità di intendere, di analisi e di ricerca, che sono però ancora quasi del tutto simili a quelle dell’età precedente. Non si avvertono ancora le capacità astratte e le capacità di fare delle sintesi lontane dall’esperienza sensibile. I ragionamenti, le estrinsecazioni del pensiero si arricchiscono appunto al contatto delle esperienze quotidiane. Quanto più esse sono varie e diversificate, tanto più i ragazzi hanno possibilità di rielaborarle in modalità diverse. Ma sempre per concetti terra - terra, descrittivi, molto concreti. Anche se è vero che l’idea di tempo si allarga in questa età fino ad abbracciare il passato storico, tuttavia in rapporto al futuro sono piuttosto bambini. Nei riguardi di se stessi poi restano ancora accartocciati sull’oggi, ben abbarbicati al presente, con scarsissima disponibilità ad una progettualità propositiva. Vale a dire: al proprio futuro davvero non riescono a pensare. Tanto meno progettare. Lo stesso discorso infine va fatto per gli elementi specifici che supportano direttamente la condotta morale.

Il giudizio morale infatti continua la sua lenta crescita già ben avviata nell’età precedente. Con poco di nuovo. Per cui i preadolescenti capiscono leggermente di più che nel passato quello che è bene e quello che è male. In particolare affinano ulteriormente i concetti di giustizia e di ingiustizia, soprattutto nei rapporti sociali (ludici, sportivi, ...), più che negli eventuali rapporti commerciali (esperimentati nel fare le loro piccole spese settimanali).

A sua volta la coscienza morale continua l’irrobustimento delle sue capacità applicative alle situazioni e ai casi della vita quotidiana.

È sempre più scaltrita, più chiara ed oggettiva, sia nella lode sia nel biasimo dei propri comportamenti, specialmente se si tratta di doveri scolastici o casalinghi.

Relativamente allo sviluppo delle capacità decisionali, alla buona volontà di comportarsi bene, il discorso è più sfumato ancora: varia infatti da ragazzo a ragazzo, dalla intensità degli sforzi, dal tipo di educazione. Resta vero che tra i preadolescenti ci sono soggetti molto in gamba, accanto ad altri che purtroppo iniziano abbastanza consapevolmente a battere la strada della devianza morale: violenza di gruppo, furtarelli, esperienze sessuali ecc.

Circa la percezione dei valori morali è da dire poi che certamente i preadolescenti hanno modo di allargare i loro orizzonti, sia mediante le esperienze scolastiche, e soprattutto mediante le esperienze gruppali ed ecclesiali. La giustizia, la generosità, la solidarietà, l’amicizia sembrano i valori maggiormente apprezzati. Ma cominciano a farsi strada nella mente e nel cuore di questi ragazzi anche i valori mondani del successo, del prestigio sociale mutuati specialmente dai mass-media. Il fenomeno è molto noto anche dalle ricerche di mercato. Sull’utenza preadolescenziale infatti, sui consumi tipici di questa età, molte industrie costruiscono le loro fortune.

Infine le capacità di inserimento sociale oltre l’ambito familiare, le capacità di assunzione di responsabilità nei gruppi di aggregazione, crescono in proporzione delle possibilità e delle occasioni reali offerte. I preadolescenti ambiscono molto ruoli attivi, meglio se anche significativi e prestigiosi, nei gruppi frequentati; ma non sempre vengono accontentati. Talvolta non vengono ritenuti idonei dagli stessi educatori, purtroppo perché più attenti al successo di una iniziativa di gruppo, piuttosto che alla promozione delle persone in quanto tali. Ma là dove si dà fiducia, si dà la possibilità di provare, in genere i preadolescenti non deludono. Segno evidente comunque del loro discreto progresso anche in questo settore.

3. Questa veloce carrellata sui tratti caratterizzanti la preadolescenza non dà la percezione di una età particolarmente nuova, diversa dalla precedente. Ma solo di uno sviluppo ulteriore del già visto. Come, del resto, è nei fatti. In realtà però ci sono anche dei mutamenti specifici nella condotta dei preadolescenti, che li caratterizzano in modo particolare e che evidenziano la reale originalità di questa età.

Innanzitutto il graduale trapasso dall’interesse per l’attività esteriore, ludica in particolare, al nuovo gusto per la vita e l’attività di relazione. Il richiamo degli amici - anche se ancora (per poco) dello stesso sesso - si fa sempre più seducente. I dodicenni cominciano ad andare più d’accordo tra di loro che con mamma e papà, soprattutto le ragazze. Dagli amici, tra l’altro, si hanno più informazioni immediate sulla sessualità, settore di emergente interesse. È naturale che il tempo libero dagli impegni scolastici o domestici venga speso soprattutto in loro compagnia: fuori casa, sulla strada, al campo sportivo, se si tratta di ragazzi; tra le pareti domestiche nel caso delle ragazze.

Anche nella dinamica di gruppo i preadolescenti immettono qualcosa di nuovo: in particolare il grande bisogno e il forte desiderio di essere oggetto di attenzione, di ascolto e di considerazione personale. Le ragazze ancora più dei maschi. Ma mentre infatti gli uni tendono a farsi apprezzare soprattutto per le loro vere o presunte doti di abilità esteriori, le altre curano ormai anche la bella presenza e desiderano essere apprezzate per quello che dicono, per i servizi che prestano, per i sentimenti che esprimono.

Discreto indizio dunque dell’incipiente spostamento dell’interesse dall’attività esteriore alla focalizzazione sulle persone in quanto tali. La diversità propositiva delle ragazze comunque evidenzia chiaramente l’anticipo del loro processo evolutivo, tanto nella linea della interiorizzazione delle esperienze e della percezione di sé, quanto nella linea delle abilità ad esteriorizzare se stesse, dando volto, espressione sociale all’immagine di sé.

D’altra parte è anche vero che le aspirazioni dei maschi per intanto sono più nella direzione del prestigio sociale, del successo competitivo, che non nella direzione del successo affettivo e relazionale, tipico delle femminucce. Tanto è vero che i modelli attraenti dei ragazzi ora sono coloro che incarnano tale prestigio: divi del cinema, dello sport, e anche della musica. Mentre le ragazze tengono ancora per buoni quelli "colorati d’affetto": la madre, l’educatore, l’amica.

Stando così le cose, per inciso, si possono intuire gli effetti, le incidenze non indifferenti sul piano etico di questi modelli.

Quando un dodicenne si sente dire, dopo un successo sportivo: sei un campione! - certamente ringalluzzisce più del dovuto. Bisogna vedere se la risonanza interiore è a favore di un campione senza macchia e senza paura, ossia coraggioso ma onesto; oppure di un campione vincente, ma perdente sul piano dei valori morali. Le conseguenze per la formazione morale dei ragazzi appaiono evidenti.

Anche l’area degli interessi si modifica e si allarga. Alla nuova cura per l’aspetto esteriore della persona e alla nuova, sia pure mitigata, curiosità per l’altro sesso, come al nuovo interesse per la vita di relazione si è già accennato. Ma va evidenziatà la nuova anche se aurorale attenzione al proprio io; alla nuova consapevolezza della propria dignità e dei propri diritti; alla pretesa di maggiori spazi di libertà e di movimento. I maschi formulano questi interessi in modalità talvolta goffe o addirittura grossolane; mentre le ragazze sanno essere più diplomatiche, sebbene già affettivamente più complicate. Queste ultime manifestano anche maggiore sensibilità e interesse per l’autoprogettazione immediata (di breve respiro), soprattutto nel settore scolastico e professionale. Tanto è vero che - mediamente parlando - quanto sono disastrosi i voti scolastici mensili dei maschi, tanto sufficienti, discreti sono quelli delle femmine. In quanto più ordinate, metodiche e maggiormente orgogliose del successo scolastico.

In un punto - si diceva - ragazzi e ragazze sono convergenti: che non hanno la più pallida idea, o molto confusa, circa il loro futuro, anche relativamente a una professione ben definita.

Il fatto però che stiano transitando dall’imitazione dei modelli familiari alla interiorizzazione dei modelli sociali, dalla famiglia al gruppo amicale ecc.. la dice lunga sull’iter significativo verso una ulteriore affermazione di sé, della propria autonomia di pensiero e di azione. Che poi costituiscono gli interessi sempre più sentiti e ricercati da tutti i ragazzi.

Volendo puntualizzare - prima di concludere - i tratti più significativi della condotta religiosa, si può dire che i preadolescenti conservano ancora "la religione del padre". Non ci sono delle grosse contestazioni in vista. Soprattutto da parte dei maschi. In gruppo poi adempiono le pratiche religiose, le iniziative catechistiche e caritative anche con entusiasmo. Evidentemente se opportunamente stimolati.

Di specifico si può notare che mentre i maschietti smettono a questa età di fare i chierichetti nella parrocchia - perché troppo grandi e perché preferiscono stare in assemblea liturgica con gli amici - e colgono generalmente la fede in modo oggettivo, materializzato; le ragazze invece colgono la fede in modo più soggettivo, spiritualizzato, intimistico - relazionale. Quasi a dire: i ragazzi - più giustizialisti - pagano a Dio il tributo che gli spetta e a Cesare - agli amici - quello che è di Cesare. Le ragazze invece versano a Dio anche un tributo di cuore e di tenerezza.

Tocca agli educatori cristiani dare una mano agli uni e alle altre perché crescano interiormente nella fede genuina e la testimonino poi nella famiglia, nella scuola, nella comunità ecclesiale, nel gruppo amicale.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfodimento

- L’età negata, CSPG - CIPG, ELLEDICI (TO)
- Ciao infanzia, Valerio Bocci, ELLEDICI (TO)
- Il grande balzo dagli 11 ai 14 anni, Rosina e Gino Costa, ELLEDICI (TO)

 

 

DA PARTE DELLA CHIESA

1. Se la preadolescenza è stata dichiarata "età negata", non è perché le manchi una propria fisionomia, ma perché gli studiosi l’hanno lasciata ai margini delle loro ricerche scientifiche, ritenendola forse meno importante e comunque meno significativa di altre fasi dello sviluppo umano. Anche se poi - per contrasto - ci sono gli scaltri ricercatori di mercato che si guardano bene dal dimenticarsene, in vista della commercializzazione dei loro ghiotti prodotti. Resta comunque un dato di fondo, lapalissiano: che i preadolescenti esistono, con o senza coloro che cercano di interpretarne il vissuto evolutivo. Vivono nelle nostre famiglie, nelle scuole, nei gruppi, nella società, con la loro indole, con i loro interessi, con le loro speranze e conflittualità. Meglio sarebbe se gli studiosi riservassero loro più attenzione: ne guadagnerebbero genitori ed educatori, e gli stessi ragazzi. Ma stando così le cose, le famiglie fanno del loro meglio e gli educatori pure.

Dal canto suo la chiesa, esperta in umanità, non ha mai spento i suoi riflettori su questa età. Anzi, sulla base della sua esperienza educativa passata e soprattutto recente, riserva ai preadolescenti una attenzione specifica. La chiesa italiana in specie considera infatti l’età degli 11-12 anni preziosa per se stessa e per quello che essa vale in relazione al futuro.

Per se stessa: perché anche questo arco di età è un dono di Dio, una storia di salvezza già in atto, un progetto originario degno di essere vissuto. Senza alcun bisogno di attendere chissà che cosa, o di strumentalizzarla in vista di chissà quale evoluzione. Non è forse vero - tra l’altro - che la chiesa annovera tra i santi una schiera di preadolescenti virtuosi?

Per il futuro: perché una crescita armonica, una formazione seria anche in questa fase dello sviluppo, fa da pedana di lancio, sorregge bene la successiva, permettendo ai ragazzi di intraprendere la lunga marcia adolescenziale opportunamente equipaggiati.

Ma in particolare la chiesa si impegna moltissimo con i preadolescenti affinché portino a compimento la iniziazione cristiana, avviata ormai da anni. Sarebbe un controsenso abbandonare questi ragazzi a se stessi, ora che sono tutti intenti a perfezionare l’opera intrapresa.

La chiesa dunque cammina con loro, procedendo per tappe decisive verso grandi obiettivi della professione della fede e della testimonianza cristiana.

Consapevole pertanto sia della maturità umana e cristiana raggiunta da questi ragazzi, sia dell’importanza del dono dello Spirito Santo per poter vivere pianamente il mistero cristiano, essa è convinta - e oggi più che mai, vista la società secolarizzata in cui viviamo - che questa sia l’età più giusta per accedere anche al sacramento della cresima. Sacramento appunto che conferma il battesimo, corona l’iniziazione alla vita di fede, e conferisce abilitazione definitiva alla vita eucaristica e alla vita ecclesiale.

2. Sulla base della sua esperienza e della sua continua prossimità con i preadolescenti, la chiesa italiana dunque conosce bene l’indole di questi ragazzi - fanciulli cresciuti, laboriosi, vivaci tutto sommato ancora molto malleabili. Ma conosce anche la loro prorompente vitalità, con i primi tentativi per conseguire maggiori spazi di movimento e di libertà, con l’accresciuto gusto dell’amicizia gruppale. Nonché la loro disponibilità al bene, alla testimonianza di altruismo e di generosità verso il prossimo.

Propone loro un iter formativo serio e impegnativo.

Innanzitutto sul piano dell’annuncio. A compimento - si diceva - della iniziazione cristiana, la chiesa propone ai preadolescenti una piccola sintesi dei contenuti del mistero cristiano. Vale a dire: l’opera del Padre, l’azione redentiva del Figlio, l’azione rigenerante e santificante dello Spirito Santo; e poi l’azione mediativa della chiesa, mistero e sacramento del Signore. Come fa fede il testo ufficiale: SARETE MIEI TESTIMONI.

In fedeltà a Dio la proposta cristiana è formulata come storia della salvezza che viene offerta personalmente ai ragazzi, coinvolgendoli nella fede e nelle opere della fede.

In fedeltà ai ragazzi tale proposta viene formulata come un progetto impegnativo da conoscere - sia nei suoi contenuti che nelle sue implicanze - e poi da scegliere; da realizzare insieme ai coetanei, alla famiglia e al popolo di Dio; da manifestare coraggiosamente e fedelmente; da vivere giorno dopo giorno; e da celebrare con grande gioia e speranza. E da qui ripartire per attuare la grande missione affidata dal Signore ai ragazzi nella chiesa e nel mondo d’oggi.

Sul piano della celebrazione: l’obiettivo focale è costituito dal sacramento della cresima. Dono di Dio che abilita i ragazzi alla piena partecipazione del celebrare eucaristico, culmine e vertice della liturgia. Ma anche impegno da parte dei ragazzi ad aprirsi allo Spirito, a lasciarsi guidare e condurre da Lui - come ha fatto lo stesso Gesù e la Vergine Maria - e dai suoi doni e dai suoi carismi. Lo Spirito santo aiuta i ragazzi ad entrare appieno nella storia della salvezza, ad appropriarsene come un progetto personale degno di essere vissuto e testimoniato in ogni ambito di vita.

Infine sul piano ecclesiale. Si fa intravedere a questi ragazzi una opportunità unica, in un certo senso: quella di assumere finalmente il loro posto di collaboratori responsabili nella missione della chiesa. A questo proposito va senz’altro spalancato ai ragazzi l’orizzonte della vocazione consacrata, nel sacerdozio e nella vita religiosa. Sono posti d’avanguardia nella missione della chiesa: e la chiesa appunto ha bisogno di questi ragazzi e della loro generosità.

Sembra infatti soprattutto questa l’età buona per suscitare "i germi vocazionali" al sacerdozio e alla vita religiosa.

Una comunità cristiana, sensibile ai vari ministeri ecclesiali, non dimentica certo questo dato importante. E pertanto si preoccupa di notificare la cosa a tutti i ragazzi. Lo Spirito santo poi chiama e sceglie chi vuole, conferendogli carisma, luce e forza per una corrispondenza generosa.

3. Da questo progetto educativo, si intuisce che la pastorale della comunità cristiana verso i preadolescenti si configura come un autentico cammino di fede. Sostanziato quindi non solo da un’azione catechistica o da iniziative liturgiche sacramentali oppure da mere attività oratoriali. Ma come formazione pluriarticolata che comprende tutti i vari settori della pastorale. Appunto - si diceva - un cammino di fede, che procede intrecciando iniziative catechistiche, con iniziative liturgiche e attività caritative o di promozione umana.

È poi ben attenta a valorizzare tutti gli orizzonti vitali dei ragazzi. Tali orizzonti per altro non si limitano agli specifici ambiti ecclesiali, ma spaziano anche ai mondi vitali, tipici dei preadolescenti: scuola, gruppo di appartenenza associativa, amici, divertimento..

La pastorale della chiesa - tradotta al concreto - non si propone di programmare e organizzare tutte le iniziative inerenti ai diversi ambiti, interessi, necessità dei ragazzi. Per questi vi sono altri responsabili ed educatori; e non tocca certo alla chiesa proporsi come factotum. Se non in caso di necessità suppletiva. Per esempio, in caso concreto, non spetta alla chiesa occupare il posto che spetta alla famiglia cristiana. Ma spetta alla comunità ecclesiale tenerli presenti, apprezzarli e, nel limite del possibile e lecito, valorizzarli in vista dell’educazione morale e religiosa. In particolare la pastorale della chiesa valorizza - oltre gli strumenti che le sono propri - come l’annuncio, la celebrazione e la testimonianza - appunto la famiglia e i gruppi associazionistici, specialmente se cattolici, come lo scoutismo, l’Azione Cattolica e simili.

Tanto più che i preadolescenti manifestano forte interesse ad aggregarsi ad altri coetanei, sospinti da un forte bisogno di autorealizzazione e di nuova socializzazione. A ben guardare poi, una significativa esperienza di gruppo cristiano, in fondo, costituisce pure il modo e lo stile giovanile di essere chiesa, e chiesa vitale, a misura appunto di ragazzi o di giovani. Propedeutica al modo di essere e di fare poi comunità cristiana da adulti nella fede.

4. Se mai, dal punto di vista metodologico, dalla dinamica di gruppo la comunità cristiana mutua alcune indicazioni preziose.

La prima: che nelle iniziative formative (catechistiche, liturgiche,..) occorre essere vivaci, diversificati, creativi. Tenendo fermi gli obiettivi specifici dell’educazione religiosa e morale, non si può essere ripetitivi nello stile e nelle esperienze concrete che si vanno proponendo lungo l’iter formativo. Vale a dire: non si può, per esempio, svolgere un programma catechistico di un paio di anni attorno ad un tavolino, sempre con le stesse modalità. Al contrario, la creatività intelligente e programmata (non selvaggia quindi) entra in sintonia con i ragazzi, li entusiasma e li rende gioiosi nella partecipazione. Il rischio reale e grosso - oggi più di ieri - dell’itinerario formativo è la ripetitività: tanto più che il programma catechistico è davvero ripetuto anche in questo biennio. È ripetuto per ricapitolare l’iniziazione cristiana. Se dunque è ripetitivo anche nello stile, siamo alla noia, all’annullamento della ricerca di novità, che invece i preadolescenti ricercano insistentemente.

Si può dire che sulla dinamica di gruppo si gioca, oggi più che mai, l’avvenire, il proseguimento dell’educazione cristiana dei preadolescenti. Il gruppo affiatato, dinamico è forse il vero segreto della riuscita dell’iter formativo alla recezione della cresima e di quello post-cresima. Diversamente, dietro l’angolo, dopo la cresima ci può stare in agguato la fuga dei ragazzi. Così la comunità potrebbe assistere impotente ad uno sconcertante paradosso: che ragazzi cresimati, che hanno solennemente onorato gli impegni celebrativi, abbandonano in massa un posto ecclesiale pubblicamente assunto, di testimoniare cioè la loro fede nella chiesa e nel mondo. Davvero una sconfitta cocente per tutta la comunità cristiana.

La seconda indicazione che viene dalla dinamica di gruppo, è l’attenzione che si deve porre agli educatori cristiani. Se è vero che un gruppo (formativo, catechistico, ...) poco affiatato, monotono diventa peso per i ragazzi e appena possono lo scrollano di dosso, è anche vero che un gruppo vivace, affiatato, generatore di amicizia, sarà sempre gradito, sostenuto e ricercato dai ragazzi, anche dopo la ricezione del sacramento della cresima. Ebbene, si sa che l’anima del gruppo è l’educatore: a lui la comunità affida le sorti dei ragazzi. È evidente che non gli è sufficiente essere maestro, un bravo e fedele espositore dei contenuti della fede, già per altro noti a questi ragazzi; occorre che sia un educatore avveduto sui metodi più adatti all’educazione; e infine un testimone coerente, ossia un adulto che manifesta di credere davvero - prima con i fatti e poi con le parole - a quello che va proponendo ai ragazzi in nome della comunità.

Ma è altrettanto evidente che la comunità cristiana - consapevole dell’importanza della posta in gioco per il presente e per il futuro dei ragazzi e della stessa comunità - non può abbandonare a se stessi i suoi educatori.

In fondo tutto ciò che si fa e si spende - anche economicamente - per formare, qualificare, sostenere questi educatori, sarà sempre bene speso a beneficio di tutti. Sono comunque la grande risorsa della comunità cristiana.

L’educazione ecclesiale, l’educazione religiosa e morale dei preadolescenti è dunque opera di tutta la comunità: delle famiglie che occupano ancora lo spazio primario della mente e nel cuore dei preadolescenti; della comunità ecclesiale nella sua esemplarità, con i suoi sacerdoti, con i suoi educatori ed animatori.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfondimento

- Sarete miei testimoni, Conferenza Episcopale Italiana, Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano

 

 

DA PARTE DELLA FAMIGLIA

1. La famiglia difficilmente si accorge dell’impercettibile, ma graduale sviluppo dei preadolescenti di 11-12 anni. A meno che non si trovi nella necessità di cambiare taglia dei vestiti, perché improvvisamente troppo stretti o troppo corti; oppure non si trovi davanti a condotte nuove e fuori norma, nel senso di comportamenti patologici o altamente devianti o comunque chiaramente disarmonici. Ma non è il caso della massa dei preadolescenti delle nostre famiglie: fanciulloni cresciuti, forti, vivaci; ancora però tutto casa, scuola, gruppo ecclesiale e/o sportivo. In un certo senso poi questi ragazzi sono anche i custodi più intelligenti e interessati delle tradizioni familiari. Sono essi infatti a ricordare uno per uno i compleanni e gli onomastici familiari, a fare buona memoria delle visite di cortesia ai nonni, di condivisione con gli amici, di gioiosa partecipazione alle feste della comunità civile e religiosa. In generale la famiglia gode i benefici di un rapporto corretto e sereno con i propri preadolescenti. Tanto più che questi ragazzi sanno arrangiarsi da soli su una gamma vastissima di attività: dai compiti scolastici, al via - vai casa - scuola - oratorio - campo sportivo; al riassetto della propria stanza e delle proprie cosette; e via via a tanti piccoli eventi della vita quotidiana. Le femminucce in particolare sanno prestare preziose collaborazioni domestiche per il buon andamento della casa. Mentre i ragazzi sanno rendersi utili per qualche incombenza di buon vicinato con le altre famiglie del quartiere.

Forse la preadolescenza è l’arco di età di maggiore collaborazione tra figli e genitori. Certo i preadolescenti - finalmente più capaci di autogestirsi - concedono ai genitori più tempo per il loro lavoro, per i loro interessi, per i loro impegni sociali.

2. Tuttavia il rapporto preadolescenti - famiglia è un rapporto dinamico: normalmente le cose filano via lisce come su acque placide; ma a volte le acque si increspano. Come è nella natura delle cose vive.

Nel senso che i ragazzi - se non altro perché sono realtà in evoluzione - sotto le apparenze di fanciulloni cresciuti nascondono anche trasformazioni profonde del modo di pensare, di giudicare, di sentire; e perciò di comportarsi nella vita pratica.

I problemi principali che i genitori dei preadolescenti affrontano presentano grosso modo le caratteristiche degli anni precedenti: gli impegni scolastici, l’obbedienza, le relazioni familiari. "Roba di casa", insomma. Non ci sono in vista problemi di grandi evasioni, di iniziative extrafamiliari particolarmente roventi. Da questo punto di vista i problemi sono proprio casalinghi.

Tra l’altro "l’età del motorino" è ancora dietro l’angolo. Se mai è in pieno corso l’età della bici; ma è tutta un’altra cosa.

Sono le ragazze le prime a manifestare qualche sintomo di disagio nei confronti della famiglia. Soprattutto pensano di contestare al padre i suoi modi di pensare e poi di guidare la famiglia, in particolare la sua condotta troppo rigida nei loro confronti. "Ai maschi - dicono - papà concede tutto: di uscire con gli amici, di rientrare quando gli pare; mentre alle ragazze tutto questo è negato".

Giocano un po’ all’esagerazione, pensando così di riuscire a strappare qualche brandello di spazio in più anche per se stesse. Non sempre poi gradiscono le manifestazioni affettive troppo cariche dei genitori, anche se per altro verso le reclamano: le ritengono un ricatto per tenerle ancora al guinzaglio. Mentre aspirano invece a coltivare - alla pari dei maschietti - l’amicizia con le coetanee.

Sono le ultime tuttavia ad abbandonare il week-end settimanale trascorso insieme ai genitori. Mentre i maschi manifestano più scopertamente l’insofferenza per il solito giretto in macchina dai nonni, dai parenti o dai soliti amici di famiglia, dichiarando apertamente di preferire il solito giretto in bici attorno a casa, ma con gli amici; il solito campetto di calcio, ma con i compagni di squadra. Piuttosto che la noiosa compagnia degli adulti, mille volte meglio quella dei compagni.

Su un punto le ragazze - in media generale - battono i ragazzi: sull’impegno scolastico. E il profitto, e poi i voti mensili, lo palesano chiaramente. Evidentemente i genitori non possono tollerare questo scarto, questo insuccesso dei maschi. Allora fioccano i rimproveri e le minacce, che raramente arrivano a segno. È comunque la grande, tipica area di conflitto adolescenti - famiglia. I genitori di questi ragazzi si trovano nella necessità di sgobbare molto nella vita quotidiana: pretendono giustamente che anche i ragazzi lavorino a dovere.

Eccettuati dunque questi anelli deboli, l’armonia preadolescenti - famiglia sembra eccellente. In realtà c’è un punto dolente notissimo nel rapporto genitori preadolescenti, che va opportunamente tenuto in considerazione. Pare infatti che tale armonia riproduca al suo intero un modus vivendi non del tutto positivo. Si tratta del fatto che - come si è appena detto - i genitori di questi ragazzi, super impegnati nel lavoro e nei rapporti sociali, non abbiano tempo da dedicare all’ascolto dei figli. I ragazzi dal canto loro restano in casa lunghe ore da soli e fanno i fatti loro: musica, tv, scorpacciate, incontri amichevoli. I genitori sono contenti di questa condotta, perché così "i ragazzi sono al sicuro". Sono forse poco convinti che sentano il bisogno di dialogo, di comunicazione. In realtà i preadolescenti dichiarano apertamente - per esempio a scuola e con gli amici - che i genitori non hanno mai tempo per parlare con loro, perché vanno sempre di fretta e hanno tanto da fare. Questa contestazione - un po’ paradossale, un po’ estemporanea - mette i genitori in stato di irritazione, perché sembra loro una grossa esagerazione. E in parte forse lo è. Ma in profondità è un segno evidente d’un bisogno reale dei figli. Ha comunque il sapore di una invocazione, di un appello ai genitori affinché questo bisogno venga appagato. Perché in fondo è proprio vero che i preadolescenti non sono più dei bambini: le gelosie di gruppo, gli affetti amicali, i modelli di comportamento notati a scuola e in tv, e quant’altro mai, pongono grossi problemi ai preadolescenti: su di essi desiderano avere il parere autorevole dei genitori in un confronto e dialogo sereno e tranquillo da parte loro. I genitori devono capire che non è facile per i ragazzi di questa età affrontare questi problemi a viso aperto e in quattro e quattr’otto: ne va di mezzo il loro pudore e la loro personalità. Solo un tempo prolungato, arricchito dalla intuizione e da un attento ascolto, da parte dei genitori, può aiutare i ragazzi a chiarirsi interiormente e a superare la paure e le incertezze della vita e dell’età.

3. La famiglia che vuole educare sa dunque che ai propri figli non basta la scuola, pur tanto necessaria; non basta il gruppo amicale, pur ambito come ossigeno dell’età; e tanto meno la Tv, pur così attraente e spesso utile e istruttiva. Si propone dunque alcuni criteri educativi importanti.

Il primo: l’ascolto e il dialogo attento sulle attese e sulle speranze, i dubbi e paure dei ragazzi. Prima i figli e poi il lavoro.

Il secondo: indirizzi autorevoli sui doveri e diritti, sui valori e significati della vita, sulla validità o meno dei modelli di comportamento propagandati dai mass-media, da gente di successo.

Terzo: partecipazione affettiva e condivisione gioiosa ai nuovi e legittimi interessi dei ragazzi per il gruppo, gli amici, le varie iniziative gruppali.

Ma - quarta indicazione - rispetto della dinamica interna dei gruppi di appartenenza dei figli, senza ingerenze indebite, che rivelerebbero la difficoltà dei genitori a fidarsi, tanto invisa ai ragazzi.

Quindi - quinta indicazione - "redini lunghe" sulle nuove iniziative dei ragazzi: né troppo tese, né troppo allentate, perché il troppo stroppia, sia in un senso che nell’altro.

Infine sesta indicazione: coerenza tra prediche ed esemplarità, perché - come è noto - le parole volano, i fatti restano.

4. Sul fronte specifico dell’inserimento ecclesiale dei preadolescenti, molti genitori commettono l’errore di ritenere di avere già fatto tanto per la prima comunione dei figli e che ora è bene che i figli camminino con i loro piedi, facendo le loro scelte specifiche. Del resto nel settore tipicamente catechistico i ragazzi sanno già tutto. Infatti nel testo catechistico non c’è fondamentalmente nulla di nuovo rispetto a quello che già hanno appreso negli anni precedenti.

Il fatto è però che non si tratta di un iter formativo nozionistico, intellettualistico, se non in minissima parte; bensì di un cammino di fede, di una esperimentazione della vita cristiana e ecclesiale. È vero: si tratta pur sempre di conoscere e di amare lo stesso Dio, lo stesso Cristo, lo stesso Spirito e la stessa chiesa; ma da un punto di vista nuovo, della nuova percezione intellettiva ed emotiva, nonché sociale dei preadolescenti.

Anche i genitori dunque sono chiamati a vivere con i propri figli queste nuove realtà; perché appunto il cristianesimo non è un libro stampato, fosse pure la Bibbia o il catechismo che i ragazzi hanno tra mano, ma un realtà vivente, un mondo misterioso da vivere, da sperimentare, da testimoniare.

Del resto quanto è più proficuo un iter formativo che a partire dalla famiglia - chiesa domestica - passando per la comunità ecclesiale, sostenga i ragazzi a rendere testimonianza tra i banchi della scuola, tra gli amici dei gruppi sportivi. Non si chiede alla famiglia ciò che spetta alla comunità ecclesiale, ma che la famiglia accompagni, sostenga, partecipi generosamente al cammino ecclesiale dei propri figli. Ora che essi stanno per ricevere la cresima e assumere anche gli impegni che ne derivano, il ruolo della famiglia - chiesa domestica - diventa ancora più necessario e insostituibile. La comunità cristiana - si diceva - deve fare la sua parte, ma non senza la famiglia.

Comunque, se la famiglia si ricorda del suo essere chiesa domestica e del suo compito di animare tra le pareti domestiche la Parola di Dio, di celebrare la preghiera comunitaria familiare, di testimoniare con le opere l’amore vicendevole e la solidarietà verso il prossimo, allora i preadolescenti sono agevolati enormemente nella loro avventura di profeti e di testimoni giovanissimi nella chiesa e nel mondo che li circonda.

5. Al vertice del cammino di fede e dell’educazione religiosa preadolescenziale c’è la grande novità di vita: l’apertura e la disponibilità al vento dello Spirito di Dio, alla manifestazione del suo amore.

Che equivale: alla disponibilità a ricevere la pienezza dei suoi doni e carismi; prontezza a vivere di fede, di speranza e di carità; attitudine e abilità a lasciarsi guidare dallo Spirito verso le mete e le altitudini della santità.

Al vertice poi dell’educazione morale ci sono i grandi valori dell’onestà, della laboriosità, della giustizia e dell’amore.

La famiglia cristiana collabora con i figli affinché lo stile di vita e tutta la condotta sia testimonianza di questi valori. In effetti se opportunamente stimolati i preadolescenti sono capaci anche di virtù eroiche e di vera santità morale. Che è poi l’ultimo supremo obiettivo della educazione morale cristiana.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfondimento

- Prepararsi all’adolescenza, James Dobson, ELLEDICI (TO)
- Educare oggi per domani, Jean-Marie Petitclerc, ELLEDICI (TO)
- La verità sull’amore, Monchaux Marie Claude, Ed. Paoline (Alba, CN)

 

 

EDUCAZIONE ALLA FEDE

1. L’educazione alla fede dei preadolescenti tiene conto del cammino fatto negli anni precedenti e si prefigge di portare a maturazione l’iter di iniziazione cristiana.

Dal punto di vista dei contenuti di fede, si avverte la necessità di offrire ai ragazzi una prima sintesi, un quadro di riferimento globale: una specie di "sintetico credo", ad uso di questi ragazzi. La formula adottata del testo ufficiale della CEI è quella del "Progetto cristiano" esposto in sei unità didattiche: dal Dio della promessa, a Gesù Cristo, allo Spirito santo e alla Chiesa, dentro la quale i ragazzi cresimati sono invitati a prendere il loro posto di responsabilità.

Dal punto di vista dei destinatari - i preadolescenti, ormai a buon punto del loro cammino iniziatico - l’educazione religiosa mira a coscientizzarli "personalmente" sulla natura, la portata, l’estensione del progetto cristiano. In vista dell’assunzione personale degli impegni di cresimati, i ragazzi vengono stimolati via via non solo a conoscere, a riscoprire questo progetto; ma a farlo proprio, interiorizzarlo, a gustarlo, fino ad assumere il compito di diffonderlo in prima persona, da protagonisti, nella chiesa e nel mondo.

In verità, dal lato puramente psicologico, viene qualche dubbio sulla capacità oggettiva dei preadolescenti di capire in profondità la valenza del progetto cristiano. Anche perché i preadolescenti sono davvero molto poco teologi speculativi e sono soprattutto degli attivisti, dei pratici e concreti.

Eppure a ben guardare a fondo, i preadolescenti sono anche maturati intellettualmente e tendenzialmente, per capire e apprezzare per quel tanto che è necessario, l’incidenza vitale di questo progetto. Le capacità psicologiche dei preadolescenti fanno dunque ben sperare. Se di primo acchito la catechesi sembra lontana dal sentire dei ragazzi, avulsa dai loro mondi vitali, invece a mano a mano che si procede nell’itinerario formativo, le cose si appianano e i ragazzi possono gustare la gioia di entusiasmarsi attorno a questo progetto religioso.

D’altra parte è anche vero che il cammino di fede di questi ragazzi non si snoda lungo una sfilza di verità astratte e teoriche, come fossero appiccicate sulle pareti di un museo: ma si muove dentro le linee portanti di una storia antichissima, vetusta, ama anche attuale, personale. In effetti in questa storia di salvezza c’è sempre un posto anche per ciascun ragazzo, e la storia della salvezza procede in avanti anche per il contributo personale di ogni ragazzo.

E un preadolescente - opportunamente stimolato - può attingere dai protagonisti di questa storia di salvezza motivi e ragioni di fede, di speranza, di carità da tradurre nel proprio vissuto, da incarnare nella vita quotidiana.

 

 

ITINERARIO CATECHISTICO

1. Si apre con l’annuncio del "Dio della promessa". Il contenuto della promessa è la salvezza dell’umanità ferita dal peccato.

Colui che promette è un Dio fedele, che mantiene la parola data, oltre ogni infedeltà dell’uomo. C’è infatti una lunga storia di dialogo, di alleanza, di amicizia che manifesta e comprova questa fedeltà divina: parte da Abramo - anzi da Adamo - da Mosè, da Davide, dai profeti per arrivare fino a noi. È la storia della salvezza nella storia dell’umanità; ed è una storia della radicale fedeltà divina a fronte della pervicace infedeltà dell’uomo.

I ragazzi sono invitati a scoprire, sulla scorta della Bibbia, questa storia - progetto salvifico di Dio, affinché (con la luce dello Spirito) siano abilitati a credere e a sperare nell’adempimento di questa promessa nell’oggi degli stessi ragazzi.

2. Prosegue con l’invito a mettersi sulla strada di Gesù. In quanto Gesù realizza in pienezza i contenuti della promessa divina: è infatti il Salvatore, la via della vita.

I ragazzi vengono stimolati a scegliere il progetto Gesù, la sua vita, il suo vangelo; ad appropriarsene, a viverlo, a testimoniarlo.

3. Si arricchisce con la scoperta che il progetto di Dio avanza nel mondo "con la forza dello Spirito Santo". Promesso da Gesù, lo Spirito santo dalla prima pentecoste ad oggi continua a convocare i credenti del mondo per diffondere il regno di Dio.

I ragazzi sono avvertiti che oggi il progetto salvifico di Dio è da realizzare insieme: innanzitutto con lo Spirito di Dio e poi insieme con tutto il popolo di Dio, compresi naturalmente gli stessi ragazzi.

4. Nella quarta tappa l’itinerario catechistico presenta "il volto della Chiesa". Essa è nel mondo il popolo di Dio radunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. È una comunità ben compaginata attorno a Gesù come un corpo organico, ed è contrassegnata dalle eminenti caratteristiche dell’unità, della santità, della cattolicità e apostolicità. La sua missione è - per volontà del suo fondatore Gesù - quella di continuare l’opera stessa di Cristo, rivelando così il volto trinitario e unitario di Dio agli uomini di ogni tempo e di ogni spazio.

I ragazzi sono invitati a prendere coscienza che la chiesa è un progetto comunionale da condividere personalmente, confessando la stessa fede di tutto il popolo di Dio, celebrando gli stessi misteri divini, testimoniando la stessa missione e lo stesso amore a Dio e al prossimo.

5. La quinta tappa sviluppa la catechesi su "la Chiesa che vive nel mondo". Evidenzia il fatto che essa è presente dovunque, dove vivono dei cristiani: nelle case, sul territorio, nella diocesi, nel mondo intero. In essa lo Spirito di Dio suscita vocazioni e ministeri diversi, dispensando a ciascuno doni e carismi; tutti però hanno la stessa missione da compiere, in comunione con il ministero del papa e dei vescovi, che è quella di annunciare e diffondere il regno di Dio.

Ai ragazzi si fa intendere chiaramente la necessità di scoprire la propria vocazione e di assumere il proprio posto di responsabilità nella realizzazione della missione della chiesa nel mondo.

6. Infine la catechesi "Confermati dal dono dello Spirito", affronta la celebrazione della cresima. In essa, mediante segni sacramentali specifici, i ragazzi ricevono il sigillo dello Spirito santo che li ricolma di grazie e di carismi; li conforma maggiormente a Cristo, sacerdote, re e profeta; li inserisce in modo più perfetto nella chiesa e nella celebrazione dell’eucarestia; li abilita al compito di testimoniare coraggiosamente il vangelo nel mondo.

Ai ragazzi si propone quindi di celebrare il progetto di Dio nella vita rinnovando la propria appartenenza alla chiesa; accogliendo il dono e il compito missionario che vengono dal sacramento, operando in coerenza con gli impegni assunti con la confermazione.

2. I nuclei portanti del cammino di fede dei preadolescenti si incentrano dunque su : il Dio della promessa, il Cristo della vita, lo Spirito rinnovatore; la chiesa icona della Trinità e il suo compito missionario nel mondo. I primi tre nuclei costituiscono il trittico trinitario della professione di fede; il quarto e quinto, il dittico ecclesiale, riassunto nella formula "credo la chiesa una, santa, cattolica, apostolica". L’ultimo nucleo - celebrativo - sintetizza e personalizza tutto l’itinerario biennale, e rilancia i ragazzi verso l’attuazione della missione.

Il cammino di fede si snoda lungo tre dimensioni fondamentali:

- la prima presuppone una crescita conoscitiva del credo religioso (già per altro noto a questi ragazzi). Ma è nuova l’angolatura con la quale si propone l’approccio alla conoscenza della Trinità;

- la seconda postula in modo particolare lo sviluppo degli atteggiamenti interiori che devono caratterizzare il credente: la fede (la gratitudine, adorazione, la fedeltà a Dio, ...); la speranza (la fiducia, l’impegno, lo slancio missionario per le cose di Dio, ...); l’amore (rispetto, timore filiale, tenerezza, confidenza, abbandono in Lui, ...);

- la terza linea propositiva dell’educazione religiosa mira a tradurre gli atteggiamenti interiori in comportamenti esteriori, anche comunitari, sociali ed ecclesiali, a incarnare la fede nel vissuto quotidiano dei preadolescenti.

La novità del cammino di fede dei preadolescenti sta nel fatto che esso viene inserito nell’incessante fluire della storia della salvezza. Storia che oggi si fa cronaca per il protagonismo degli stessi ragazzi.

La prima tappa di questa storia di salvezza è un approccio al Dio della promessa. La preadolescenza è una promessa per se stessa e una scommessa sul presente e sul futuro. Ma per i ragazzi di 11-12 anni la promessa è una parola magica che suscita ancora profonda risonanza emotiva in relazione ad esperienze concrete della vita. Se papà promette un week-end molto esplosivo - poniamo ai monti o al mare - il preadolescente ci pensa tutta la settimana, vi si prepara con la mente e con il cuore; qualche volta lo sogna, e comunque si impegna a meritarselo. Le ragazzine sono capaci anche di belle ruffianerie pur di non distogliere papà dalle sue buone intenzioni. Sicché in ultima analisi, la promessa agli adolescenti è ancora una buona strategia attuata dagli adulti, per mettere in moto una serie di meccanismi psicologici, utili a rinforzare i comportamenti desiderati. Anche il cammino educativo alla fede parte dunque sotto il migliore auspicio. L’aggancio psicologico è azzeccato. Ma la promessa biblica ha ben poco da spartire con il week-end familiare; è lontana le mille miglia dal bel regalo natalizio, una bici, una radio, un bel personal computer. Come dunque rendere appetibile la promessa di Dio e fare in modo che risuoni attuale, venga davvero recepita come rivolta proprio al preadolescente?

L’educazione religiosa avverte queste difficoltà di mettere in sintonia Dio dal volto promettente con il ragazzo dal volto un po’ materialista. Ci prova la catechesi - ma non solo - mettendo in campo tutte le sue risorse pedagogiche e metodologiche, incentrate soprattutto sulla narrazione biblica della salvezza.

Gli esiti positivi, auspicati da questo avvio dell’iter formativo sono vari e molteplici. Sul piano della conoscenza: la scoperta di un Dio simpatico, promettente, capace di accettare l’oggi dei ragazzi, ossia così come sono, con i loro pregi e con i loro difetti; capace di scommettere su di loro e sui loro talenti; capace di grande stima e attenzione alla loro persona.

Sul piano della risposta personale si auspica:

- la fede, come quella di Abramo; la fiducia, come quella dei patriarchi; la fedeltà al patto di amicizia, come quella del popolo ebreo; la speranza, come quella di Davide; l’impegno per il regno di Dio, come quella di Mosè; lo slancio missionario, come quello dei profeti;

- la gratitudine a Dio, come quella di Abramo; la tenerezza verso Dio, come quella di Davide; il sentimento di riconciliazione, come quello di Adamo e di Davide; l’amore a Dio, come quello dei profeti.

Sul piano dei comportamenti mira a suscitare nei ragazzi la volontà di pregare, offrire al Signore le azioni della giornata, la partecipazione settimanale all’eucarestia, segno di comunione piena con Dio; la coerenza tra fede e vita nei modi di pensare, di parlare, di agire in famiglia, a scuola, in parrocchia, all’oratorio, al campo sportivo, nei gruppi associati.

Nella seconda tappa il cammino di fede si focalizza sulla Via di Gesù. Il Dio della promessa si trova infatti nel volto umano di Gesù, figlio di Dio. Gesù di Nazaret è l’icona, l’immagine vivente e perfetta di Dio. Gesù è una persona promettente come il Padre.

Seguendo Gesù si incontra Dio che ama l’uomo, che lo vuole salvare, che lo vuole liberare dal male, che gli diventa amico. Gesù si propone come via dell’uomo: come luce che guida all’adempimento del progetto di Dio coloro che si fanno suoi discepoli.

Il ragazzo di 11-12 anni si accorge sempre di più che non solo tra i suoi compagni di scuola o di gruppo c’è qualcuno che non frequenta la parrocchia e le sue assemblee domenicali; ma anche tra i suoi insegnanti c’è chi non crede e addirittura tra i suoi familiari e parenti qualcuno non è credente, o non praticante.

Si pone una domanda cruciale: quale via scegliere a questa età?

Il cristianesimo, la pratica religiosa, la testimonianza dei credenti si propongono ai suoi occhi e alla sua coscienza come proposta molto seria: un progetto che lo interpella personalmente. Si tratta di una scelta che si pone e impone proprio a partire da questa età.

La catechesi rende pressante la proposta di Gesù, chiarisce i termini della posta in gioco. Nessuno d’ora in avanti può obbligare il ragazzo a credere a certe cose, a praticarle, nemmeno ormai i suoi familiari. Ma Gesù di Nazaret gli va sicuramente incontro. È proprio Lui che lo invita a scegliere la sua proposta, il suo messaggio evangelico. L’annuncio catechistico perciò mira a tradurre davanti agli occhi dei preadolescenti un Gesù modello attraente di vita, credibile ed esigente; un Gesù che attua l’uomo nuovo, quello che tutti - in fondo - vorrebbero essere: una persona dinamica, santa, giusta, intraprendente, capace di grande autonomia da tutti, ma anche di grande fedeltà a Dio e di lealtà nell’amicizia. È per questo che Gesù, da vero amico dei preadolescenti propone loro se stesso come via al compimento delle loro.

La risposta personale dei ragazzi è convogliata verso la maturazione di una convinta condivisione del progetto di Gesù.

Sul piano della conoscenza l’educazione religiosa si propone di aiutare i ragazzi a scoprire un volto caratteristico di Gesù: uno che sceglie Dio e gli è sempre fedele; uno che parla chiaro, dice sempre la verità; uno che non si tira indietro sulla strada del progetto di Dio; uno che è coerente con le sue scelte. È la via dell’attuazione del regno di Dio nel mondo; è la vera via anche dei ragazzi, per l’attuazione del progetto che li riguarda personalmente. Sul piano degli atteggiamenti i ragazzi vengono stimolati a credere fortemente in Gesù, a scegliere le sue scelte; a maturare anche atteggiamenti di coraggio, di fiducia, di volontà di scegliere bene: ad amare il Signore con profonda amicizia e fedeltà.

Sul piano dei comportamenti i ragazzi vengono stimolati alla coerenza negli impegni derivanti dal battesimo; a tradurre la fede in pratica sacramentale attiva e costante, soprattutto alla domenica, il giorno appunto del Signore morto e risorto; a tradurre ancora la fede in modi di pensare, parlare e agire da "cristiani", amici di Gesù.

La terza tappa del cammino di fede approda al pianeta dello Spirito santo. Il più stratosferico per la mentalità dei ragazzi di 11-12 anni. In verità anche il più nuovo, rispetto alla catechesi degli altri anni. Eppure quello più decisivo e centrale nel cammino di fede di questi ragazzi, sia in rapporto alla (prevista) recezione del sacramento della confermazione, come in rapporto alla assunzione della propria vocazione e missione nella chiesa e nel mondo.

La catechesi è consapevole della importanza dell’argomento, ma anche della delicatezza della comunicazione di fede. Non è facile trasmettere ai preadolescenti il messaggio sullo Spirito santo con argomenti credibili e appetibili. Ancora una volta, sceglie la via che sembra più adeguata all’età: la narrazione biblica. Combinando così la memoria dell’evento della infusione pentecostale dello Spirito innovatore con l’origine storica e misteriosa della chiesa, la catechesi avvia i ragazzi alla scoperta e all’amore dello Spirito di Dio, rendendoli consapevoli del fatto che anch’essi con la forza dello Spirito santo stanno per dare il via ad una grande trasformazione e a un grande progetto missionario.

Sul piano degli atteggiamenti, l’educazione religiosa mira a coltivare nei ragazzi l’apertura allo Spirito santo, la docilità alla sua ispirazione, all’accoglienza dei suoi doni e carismi, ecc.

Invece sul piano dei comportamenti religiosi concreti si impegna a educare i ragazzi al gusto della preghiera e della lettura biblica, ma anche alla gioia di fare comunione con i coetanei, con la gente della parrocchia, con le varie associazioni cristiane, testimoniando l’amore e la solidarietà cristiana.

La quarta tappa introduce i ragazzi al mistero della chiesa: mistero di comunione, sacramento di salvezza. Icona della Trinità, visualizzazione della paternità divina, della riconciliazione - redenzione operata da Gesù, manifestazione dei doni e carismi offerti dallo Spirito che anima e guida la chiesa per la evangelizzazione del mondo. La chiesa è comunità - una, santa, cattolica, apostolica - che trova in Maria di Nazaret la figura e il modello più affascinante della sua profonda identità.

La catechesi non trova niente di meglio per comunicare concetti così difficili che ricorrere - come al solito - alla narrazione biblica (soprattutto degli Atti degli apostoli).

Lì i concetti vengono tradotti in vita, in esperienze concrete di vita ecclesiale, comunitaria. E perciò anche i ragazzi possono farsi una idea congrua del volto, dell’identità della chiesa, nella quale sono finalmente chiamati ad occupare il loro posto, da protagonisti.

Facendo memoria storica della chiesa primitiva in azione (come narrata negli Atti), la catechesi introduce i ragazzi alla comprensione profonda del recitativo del credo, della professione di fede cattolica: credo la chiesa, una, santa, cattolica, apostolica.

Ma è interessata a sostenere in modo particolare la fede, la fiducia in questa loro chiesa, luce e sale della terra; la volontà e la gioia di appartenervi, a partire magari dal proprio gruppo catechistico, una piccola ma importante chiesa sui generis; e poi alla collaborazione pratica nelle iniziative comunitarie liturgiche, caritative, di promozione umana.

La quinta tappa tocca l’attualità della missione della chiesa e interpella direttamente la responsabilità (nuova) dei ragazzi, smaniosi di essere trattati da adulti.

In quanto la chiesa è presente ovunque ci sono dei cristiani: nelle case, sul territorio, nella diocesi, nel mondo. Per esplicito mandato del suo fondatore, la chiesa è presente per uno scopo ben preciso: l’evangelizzazione del mondo, ossia l’annuncio e la diffusione del regno di Dio.

Ogni battezzato e cresimato è un convocato dalla Spirito, corredato di doni e carismi specifici, per fare comunione di fede e di amore con tutti i componenti del popolo di Dio; ma poi viene mandato tra la gente per evangelizzarla, ossia per annunciare il vangelo di Gesù, per vivere la carità, servire e difendere la dignità d’ogni uomo e costruire la pace.

La catechesi enuclea esplicitamente i mondi dei ragazzi: famiglia, scuola, territorio, gruppi, ecc.. perché luoghi possibili del loro eventuale impegno. Li stimola decisamente a credere con tutta la mente e con tutto il cuore alla bellezza e dignità della missione data da Gesù alla chiesa intera e ad ogni singolo credente. Li invita poi a non essere assolutamente parassiti, dei rimorchiati, ma trainanti, creativi nei gruppi di appartenenza, in famiglia, in parrocchia e ovunque ci sia da servire i piccoli, i poveri, la pace.

Molto meglio per dei ragazzi particolarmente amanti di stare in gruppo, agire insieme con vero spirito di corpo e di servizio, a beneficio del prossimo.

Infine il cammino di fede dei ragazzi giunge al momento celebrativo: la recezione della cresima è un grande traguardo, ma anche un immenso posto di rifornimento spirituale per ripartire ben equipaggiati per le tappe successive della formazione e della missione.

In effetti il Signore interviene con il dono del suo Spirito, affinché ogni cresimato assuma coraggiosamente le sue responsabilità nella chiesa e diventi testimone coraggioso del vangelo nel mondo. Tanto più che d’ora in poi può partecipare più compiutamente alla mensa eucaristica con i fratelli di fede, ma anche nella comunità cristiana per assumere nuovi impegni, nuovi servizi.

La catechesi mira a suscitare nella preparazione immediata del sacramento gli atteggiamenti interiori della fede gioiosa, della gratitudine, della disponibilità ai carismi dello Spirito. Ma anche si propone di suscitare la volontà di partecipare decisamente alla missione della chiesa; e a tradurre in servizi concreti tale disponibilità. Evidentemente tocca alla comunità fare buona accoglienza ai cresimati, attribuire loro spazi per iniziative liturgiche, caritative, oratoriali, che confermino senza dubbi di sorta l’attenzione, la stima, la fiducia verso di loro. Una parrocchia che chiude la porte ai ragazzi cresimati è una comunità senza avvenire. Comunque contraddice nei fatti le prediche e le promesse fatte, e i ragazzi la abbandoneranno perché si sentiranno traditi.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfondimento

- Vivere i sacramenti con i ragazzi, Luc Herens, ELLEDICI (TO)

 

 

L’EDUCAZIONE MORALE

1. In una visione personalistica - com’è quella cristiana - l’educazione morale mette al centro la crescita della persona. Tanto più se si tratta di preadolescenti, ormai davvero soggetti capaci di intendere e volere. Più che richiamare la lista di leggi e di precetti, di comandi e di divieti - che pure restano intatti e validi per tutti - essa si preoccupa sempre più che i ragazzi comprendano le ragioni, le motivazioni del bene (e del male); rinforzino la buona volontà di agire rettamente, secondo buona coscienza, sempre e dovunque.

C’è un altro dato di fondo nella visione cristiana dell’uomo: che non si tratta di un angelo incorrotto e incorruttibile, istintivamente proteso al bene. Purtroppo nell’uomo esiste anche la tendenza al male; a vedere il bene, magari a stimarlo e a desiderarlo, ma a cedere poi liberamente al male. Ossia a peccare. Tale contraddizione comincia ad essere evidente anche nei preadolescenti; e il cristianesimo ne tiene realisticamente conto appunto in vista di una educazione morale realistica, ma empatica e lungimirante.

Infine nella visione cristiana l’uomo non è per nulla abbandonato a se stesso, alle sue capacità razionali e decisionali pur grandi e nobili, ma fragili; e tanto meno lasciato in balia dei suoi istinti. Ma seguito da Dio con amore di Padre, confortato dalla grazia di Cristo, rinvigorito dalla forza dello Spirito santo. E ciò basta per aprire l’educazione morale dei preadolescenti alla speranza di grandissimi risultati sulla via del bene, nell’acquisizione dei valori e delle virtù morali.

2. Focalizzando dunque l’attenzione sulla persona dei preadolescenti l’educazione morale si prefigge di stimolare e incentivare la crescita della loro struttura psichica che supporta la moralità personale.

Innanzitutto lo sviluppo del giudizio morale. In modo tale che i preadolescenti acquisiscano sempre più l’abilità di giudicare correttamente la bontà o l’immoralità delle condotte umane, siano esse soltanto esteriori (come il gioco e il lavoro), oppure anche interiori (come il pensare o il desiderare). I ragazzi di 11-12 anni faticano ancora a giudicare con senso obiettivo le condotte interiori; e faticano pure a discernere il grado diverso del bene, del giusto, del lecito, oppure la diversa gravità e responsabilità delle loro condotte disoneste. L’educazione morali si pone il giusto obiettivo di aiutare i ragazzi ad affinare il giudizio morale, a sapere gerarchizzare in modo reale e oggettivo il bene minimo da quello ottimale; il male leggero da quello grave.

E quindi si prefigge di aiutare opportunamente i ragazzi a percepire ancora meglio i valori morali, a collegarli con un quadro progettuale e ideale, e a distribuirli adeguatamente su una scala oggettiva.

In secondo luogo l’educazione morale ha di mira lo sviluppo della coscienza. Nel senso che il grado di maturità raggiunta in questo specifico ambito dai ragazzi nell’età precedente, non deve assolutamente vanificarsi, ma irrobustirsi ulteriormente, mediante una abilitazione più qualificata nel sapere coniugare giudizi e valori morali alle condotte quotidiane. Formare le coscienze dei preadolescenti significa impegnarsi ad aiutarli a vivere in profondità i comportamenti e le esperienze (familiari, scolastiche, gruppali, ...) rilevando sempre più l’importanza della retta intenzione nell’agire, e la responsabilità personale di ogni comportamento, positivo o negativo che sia. Nel secondo caso - ossia in presenza del peccato - si impegna ad aiutare i ragazzi sia al rafforzamento del giusto rimorso, sia al risveglio delle ragioni della speranza per un pronto recupero di se stessi, anche mediante il sacramento della riconciliazione.

In terzo luogo l’educazione comincia a porre molta attenzione anche alla formazione del carattere morale dei preadolescenti. Il perseguimento di questo obiettivo - molto nuovo rispetto a quelli tenuti presenti negli anni precedenti - impone un perseverante invito alla costanza, alla fedeltà dei ragazzi ai doveri quotidiani, agli impegni associativi, alla parola data, all’amicizia. Ma anche alla speranza cristiana, all’ottimismo, alla fiduciosa scommessa in un futuro di bontà e di santità. In un certo senso questo carattere morale si appella al "carattere indelebile" prodotto dal sacramento della cresima. Certamente il sigillo dello Spirito sostiene e dà sostanza alla formazione di un carattere morale bello ed ottimista.

Queste tre aree di obiettivi primari si ricollegano necessariamente al sostegno della tendenza al bene e soprattutto alla formazione delle capacità decisionali dei ragazzi. L’acquisizione vera dei valori morali, l’avanzamento nelle virtù della prudenza, della giustizia, della forza e della temperanza, non avviene senza il concorso della buona volontà dei ragazzi. La chiamata alla santità tuttavia è anche, e prima di tutto, grazia di Dio; ed è lo stesso Spirito (della Cresima) che offre ai ragazzi la forza di rispondere generosamente a tale chiamata personale. L’educazione morale cristiana è per questo molto ottimista nei confronti dei preadolescenti: sa che essi, nonostante i loro limiti, con la loro buona volontà e con la grazia di Dio, possono raggiungere dei grandi traguardi sia nella virtù della giustizia - a loro così tanto cara - come nella prudenza, nella forza, nella temperanza.

Il contributo della nostra catechesi all’educazione morale dei preadolescenti va di pari passo con lo specifico itinerario di educazione alla fede. In successione tocca pertanto i temi dei rapporti comportamentali dei ragazzi con il Dio della promessa; con Gesù via alla vita; con lo Spirito santo datore di doni e forza di santità; poi la condotta di cristiani in quanto appartenenti ad una chiesa, impegnati a incarnare il vangelo nella vita appunto ecclesiale (nella piccola chiesa domestica, nel gruppo..) e in ogni relazione umana. Mentre l’educazione religiosa offre ai preadolescenti le ragioni della fede e gli stimoli della grazia alla maturazione delle virtù teologali, ossia della stessa fede, della speranza cristiana e dell’amore; l’educazione morale a sua volta offre ai preadolescenti il suo contributo di incentivazione alla purificazione, al distacco dal male e dalle tendenze al male, e soprattutto alla crescita della bontà, allo sviluppo delle virtù morali.

Tutte e due fanno perno sulla persona dei ragazzi: l’una sulla persona che è chiamata da Dio a maturare la fede; l’altra sulla persona che è chiamata a testimoniare la fede con le opere della vita.

Sia l’una che l’altra hanno di mira una crescita armonica verso il grande obiettivo globale: fare in modo che il preadolescente diventi sempre più "una persona retta che vive di fede".

E tutte e due infine si affidano alla capacità di intendere e volere dei preadolescenti; ma anche alla grazia di Cristo e alla forza dello Spirito santo, che vengono dati loro in abbondanza.

L’iter formativo viene presentato ai preadolescenti - come già quello della fede - come un progetto unitario, da scoprire e da vivere. Piuttosto di una rivisitazione di verità astratte (già per altro note fin dagli anni precedenti), siamo di fronte ad una proposta che nasce da un Dio che promette grandi cose e ad una risposta personale dei preadolescenti. In fondo, sulla scorta della memoria storica di un Patto, della prima Alleanza, di una profonda Amicizia tra Dio e l’uomo - narrata dalla Bibbia - si tratta di riscrivere un nuovo patto, una nuova alleanza: questa volta però tra Dio e i preadolescenti stessi nella cronaca della loro vita quotidiana. Questo nuovo patto, modellato su quello biblico, prevede l’esplorazione e l’attuazione di una serie qualificata di comportamenti e di condotte da iscriversi entro il quadro di una "grande amicizia".

La prima area di comportamenti attuativi del patto riguarda le relazioni tipicamente religiose dei ragazzi: i doveri verso Dio, i doveri verso Gesù Cristo, i doveri verso lo Spirito santo.

I doveri religiosi verso Dio si estendono dalle condotte esteriori - come la preghiera, la santificazione delle feste, il linguaggio rispettoso del nome di Dio, ... - alle condotte interiori, come l’adorazione, l’amore, la gratitudine ecc.

In più è dovere di questi ragazzi oramai cresciuti di approfondire - specialmente con la catechesi - la natura, il significato di questi doveri; in modo che il giudizio morale si affini sempre di più; e la coscienza sappia sempre meglio tradurli nell’esperienza pratica.

Ma soprattutto si chiede ai ragazzi fedeltà al Patto, coerenza nel dar vita al progetto, costanza nel dare a Dio ciò che gli spetta per pattuizione. A fronte di una fedeltà assoluta da parte di Dio stesso.

In caso di infedeltà, di peccato - da prevedere sempre, con grande realismo, oltre ogni ingenuità - i ragazzi sono stimolati a rivedere le proprie posizioni interiori, a convertirsi e a riconciliarsi con Dio anche mediante la pratica del sacramento della confessione. E naturalmente promettendo di mettere in pratica i propri doveri religiosi.

I doveri personali verso Gesù Cristo si inquadrano nella cornice della sequela cristiana, iniziata con il battesimo. Condividere il progetto di Gesù significa avanzare sulla via dell’attuazione del progetto di Dio. Perché il progetto del PADRE e il progetto di Gesù coincidono: l’uno è in funzione dell’altro. Sicché, in ultima analisi, la sequela di Gesù - ossia l’amicizia dei ragazzi con Gesù - è la traduzione del PATTO di alleanza di Dio con il suo popolo. Pertanto lo sviluppo di questa amicizia con il Signore impone ai ragazzi: di riconoscerlo sempre meglio (frequentando, per esempio, assiduamente la catechesi, strumento per eccellenza di conoscenza religiosa), soprattutto dal punto di vista della sua concreta risposta al PADRE, sostanziata di obbedienza, di fedeltà totale; e poi anche delle sue scelte limpide e coraggiose nella vita quotidiana. C’è poi il dovere ancora più grande di imitare i suoi atteggiamenti interiori di fiducia, di coraggio, di fedeltà, superando le tentazione al quieto vivere. Infine c’è un forte invito a incarnare questi atteggiamenti in comportamenti e condotte coerenti. In modo da vivere da "veri cristiani".

I doveri personali verso lo Spirito Santo nascono dalla presenza e dall’opera incessante della terza Persona della Trinità nella attuazione del progetto salvifico e santificante in ogni battezzato, oltre che in tutto il popolo di Dio che è la sua chiesa.

I preadolescenti hanno il dovere di conoscere quest’opera trasformante e santificatrice (mediante lo studio, la lettura della Parola di Dio, la riflessione, ...); devono coscientizzarsi circa i doni e carismi dello Spirito e sulla necessità di corrispondere alle sue ispirazioni e grazie particolari. Anche perché è un grande dovere seguire la propria vocazione e attuare la missione a cui lo Spirito di Dio abilita ciascuno dei ragazzi.

Infine essi devono scoprire con l’aiuto degli altri cristiani le modalità concrete di collaborazione ecclesiale e missionaria, proprio per rendere visibile in loro l’opera dello Spirito.

La seconda area di comportamenti attuativi del progetto di Dio investe le relazioni preadolescenti - chiesa. In quanto la chiesa, mistero e sacramento di salvezza, fa parte integrante del progetto salvifico di Dio.

L’educazione morale pone l’accento innanzitutto sul dovere di scoprire l’identità misteriosa di questa parte del progetto di Dio, ma anche la natura e la portata della sua missione nel mondo.

Perciò si ricorda ai ragazzi cristiani che non è un optional la conoscenza della chiesa, ma un dovere preciso. Occorre conoscere gli elementi costitutivi sempre attuali di questa realtà umano - divina.

E naturalmente la volontà di viverci dentro e diventare veri collaboratori.

L’educazione morale pone l’accento anche sulle relazioni dei preadolescenti con il prossimo: familiari, compagni, amici, insegnanti, animatori, ecc.

I doveri verso il prossimo - elencati nel decalogo di Mosè e sintetizzati dal comando di Gesù di amare tutti come se stessi - potrebbero essere riassunti per i preadolescenti, sensibilissimi in tema di giustizia, dall’aforisma evangelico: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. È una regola d’oro per questi ragazzi. A partire da questa base, i ragazzi sono stimolati all’adempimento ulteriore delle varie sfaccettature della giustizia e della carità verso il prossimo: comprende il rispetto alle persone, e poi la generosità, la magnanimità, la tolleranza, il perdono reciproco. E ancora: la collaborazione, la condivisione dei pesi e delle fatiche... La testimonianza della carità nei modi di parlare, di stare insieme, di convivere (in famiglia, in gruppo...) è la prova evidente che il Regno di Dio, il progetto salvifico procede verso il suo compimento. E i ragazzi stanno davvero al Patto.

La terza area viene inaugurata dal momento celebrativo della confermazione. Essa immette i ragazzi nel cuore della chiesa e nella pienezza della sua missione.

Sul versante dell’educazione morale emerge la necessità che i ragazzi avvertano il dovere di una seria e adeguata preparazione alla recezione del sacramento. Essa implica lo sforzo di conoscere bene la natura e il significato dei segni liturgici del sacramento; e più ancora la necessità di vivere i contenuti delle promesse battesimali, nonché l’impegno alla conversione interiore della mente e del cuore (magari con la celebrazione della penitenza, o anche con alcune iniziative penitenziali, spirituali, caritative...).

Il momento celebrativo mette in moto anche tutta una serie di atteggiamenti e di condotte concrete per avvalorare, rinforzare l’appartenenza alla chiesa. Non deve accadere che i cresimati, una volta conclusa la catechesi di preparazione al sacramento, abbandonino la chiesa e le sue attività, le sue iniziative parrocchiali, gruppali, territoriali, ecc.. Perciò l’educazione morale aiuta i ragazzi ad attuare la fedeltà dovuta alla chiesa con iniziative concrete, sia nell’ordine della celebrazione, dell’annunzio, che della testimonianza della carità e della promozione umana (della pace, dell’attenzione ai poveri, alle missioni, ecc.).

Lo sviluppo morale dei preadolescenti procede se è sostenuto dalla loro buona volontà. Diversamente anche le metodologie e le tecniche educative, catechistiche, liturgiche più avanzate lasciano il tempo che trovano. Servono solo da palliativo. In generale però i preadolescenti sono ragazzi molto disponibili al cammino di bontà, nonostante la loro vivacità, movimentismo e apparente instabilità. Sono disponibili soprattutto alla grazia di Cristo e alla forza dello Spirito santo, per procedere speditamente sulla strada del bene indicata nel decalogo e riassunta da Gesù nel comandamento dell’amore.

Tuttavia dal punto di vista degli educatori - genitori, catechisti, animatori - pare opportuno mettere in evidenza alcuni elementi metodologici utili ad adempiere meglio il loro compito. Ricordando opportunamente l’aforisma classico: aiutati, che il cielo ti aiuta.

Innanzitutto la necessità di dialogare a lungo con questi ragazzi non più bambini e comunque desiderosi di capire le ragioni di una condotta da tenere nella vita quotidiana. Come è evidente, l’incontro dialogico serve alla buona comunicazione anche dei contenuti del progetto morale. Ma prima ancora è al servizio dei ragazzi: per instaurare relazioni umane empatiche tra educando ed educatore, tra compagni, amici di uno stesso gruppo. Ma nello stesso tempo rende un importante servizio di chiarificazione interiore circa i motivi che costituiscono buona o cattiva una condotta. Quindi rende un buon servizio al rinforzo del giudizio morale: che è quello che conta di più, in quanto i dialoghi, le discussioni, anche le più appassionate, passano. Mentre resta il ragazzo con l’abilità acquisita di giudicare rettamente, in base ad una oggettiva scala di valori.

In secondo luogo sono molto utili le periodiche verifiche, revisioni di vita sul cammino compiuto. Occorre che gli educatori aiutino i ragazzi a concedersi delle soste interiori personali per "fare il punto della situazione". Un tempo si chiamava esame di coscienza: ma il nome è relativo; l’obiettivo sostanzioso invece è soprattutto quello di irrobustire proprio la coscienza personale del preadolescente, affinché diventi sempre più corretta nelle sue applicazioni alle condotte concrete. Per aiutare i ragazzi a fare delle buone revisioni personali è opportuno e utilissimo allenare i ragazzi in revisioni gruppali serie e adeguate all’età: la cosa diventa molto funzionale alle revisioni individuali, personali.

Puntare sul gruppo è un ulteriore elemento metodologico da valorizzare. Una buona dinamica di gruppo, correttamente e sapientemente gestita - l’adeguato affiatamento, la creatività, la varietà delle iniziative su valori perenni - diventa una scorta positiva di risorse anche per il futuro. I ragazzi fanno in gruppo quello che da soli non si sognerebbero di fare. I classici "ragazzi della via Paal", insegnano.

Il gruppo catechistico (associazionistico, liturgico, canoro...) è una forza positiva per se stessa, se non altro per gli alti valori che media e trasmette. Occorre che l’animatore adulto sappia trasmettere i richiami al bene in giusto dosaggio, ma soprattutto trasmetta per contagio entusiasmo, fiducia, gioia di vivere e di stare insieme per un grande ideale. I ragazzi allora godranno "di fare chiesa" e vi resteranno fedeli. La fedeltà è un dato veramente importante per il presente e per il futuro di questi ragazzi.

BIBLIOGRAFIA

Per l’approfondimento

- Educare oggi per domani, Jean-Marie Petitclerc, ELLEDICI (TO)
- La verità sull’amore, Monchaux Marie Claude, Ed. Paoline (Alba, CN)

 

 

Conclusione

È superfluo ricordare infine a educatori cristiani l’importanza di aiutare i ragazzi ad usufruire periodicamente del sacramento della penitenza. È convinzione diffusa comunque che anche i preadolescenti non vivono nell’eden innocente, non fanno parte della categoria degli angeli; che anch’essi, come tutti, faticano alquanto a camminare con fedeltà sulla via del bene e dell’onestà.

La fede ci assicura che Dio non lascia soli questi ragazzi, alle prese con le loro difficoltà e tentazioni: Dio vede e provvede, con la grazia di Cristo e la forza dello Spirito santo.

Tanto più che chiama anche loro a santità e li invia nel mondo sempre più vasto, per testimoniare appunto la bontà, la santità.

 

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