URGENZA DI COSTRUIRE LA PACE
(Bottacin Francesco)


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titoli

Indice:

Introduzione
1. La globalizzazione dell’economia
2. Gli armamenti
3. Necessità del cambiamento per i cristiani.
4. Proposte per un cambiamento
5. Conclusioni
6. Appendice

 

 

 

Introduzione

La pace, direttamente o indirettamente, è oggi al centro dell’attenzione di diversi ambienti: ecclesiali, politici, economici, associativi...
Il discorso chiama in causa i rapporti personali, tra gruppi di persone di diverse idee o di diversa nazionalità, tra etnie; ogni giorno si ha notizia di tragedie che hanno come protagonisti tanti poveri che si uniscono in movimenti armati contrapposti ai poteri costituiti; ci sono poi i conflitti che dilaniano intere regioni della terra e i pericoli legati a scenari di guerra planetaria con la possibilità dell’uso delle armi atomiche.
Si tratta di realtà già presenti che fanno intravedere pericoli ancora più gravi, qualora si esaminino le cause di questi fenomeni, tanto inquietanti per chi vi assiste da lontano e tanto drammatici per chi li vive in prima persona. Tuttavia la gran parte delle persone preferisce non pensarci e chi si cimenta nello studio del problema non poche volte si scoraggia di fronte alla difficoltà di trovare rimedi a una situazione tanto complessa.
All’origine della divisione fra i popoli e dei loro conflitti si incontra ben presto, infatti, il problema economico, in primo piano nelle pagine dei giornali come preoccupazione per il nostro futuro di prosperità e benessere e svincolato - per colpevole dimenticanza - dal prezzo che esso fa pagare alla gran parte della popolazione mondiale. Non è un caso infatti che le notizie e le immagini che ci giungono dai paesi più indigenti della terra siano difficilmente messe in relazione alle nostre condizioni di vita.
Il lavoro che segue vuole essere una riflessione, senza troppe preoccupazioni scientifiche - che comunque potrebbero essere soddisfatte dai tanti studi oggi a disposizione - e senza facili irenismi o semplificazioni, sui reali problemi legati all’instaurazione della pace, che Gesù di Nazareth ha promesso come sicuro dono messianico e che quindi impegna i cristiani nella loro ricerca del Regno di Dio. Dal punto di vista cristiano, Gesù ha già instaurato la pace: si tratta di accoglierla, e cioè di adeguarsi alla logica del Regno.
Innanzitutto si darà uno sguardo al sistema economico globale in cui siamo immersi e che giustifica il meccanismo finanziario che sta dietro alla produzione di armi e alla proiezione per il futuro della costruzione di armi. Successivamente, posta la necessità per il credente di reagire a questo stato di cose, si cercherà di rispondere al "cosa fare" in vista di un vero cambiamento: alcune risposte sono già in atto, si tratta di convincersi che sono valide e che vale la pena ed è moralmente doveroso non escluderle a priori - non si può continuare a dire che "non c’è niente da fare: le cose non cambieranno mai", o scoraggiarsi rassegnandosi all’impotenza -; altre risposte e riflessioni sono allo studio e aspettano il contributo di tutti per essere operative.
Le risposte sono mezzi; il fine è la pace.
Se la pace è un’urgenza per il mondo di oggi e di domani, nessuno, e tanto meno i cristiani che ne conoscono la sua origine trascendente, può negare il proprio mattone al fine della sua edificazione.

 

1. La globalizzazione dell’economia

Oggi tutti ne parlano. È un tema originariamente economico: poi si è esteso anche ai temi culturali, politici, religiosi ecc...
Ormai da tempo, da una quindicina d’anni, vi è un unico sistema economico planetario. Non c’è un’economia italiana, un’economia tedesca e un’economia cinese. Esiste un unico sistema economico, con centrali di potere che lo governano nel suo insieme, presente ovunque; i singoli stati e i singoli governi non possono fare molto, qualora non siano d’accordo con tale sistema: possono in qualche modo cercare di adattarsi a questa situazione o adattare questa situazione alle proprie esigenze interne. Ma non possono decidere quasi niente.
Il sistema funziona secondo le sue regole e le sue logiche: anche tutto il sistema politico militare è globale e planetario, perché si inserisce ed è in funzione di quello economico. Le strutture militari e gli eserciti dipendono, sia come finalità che come strumenti, dal sistema economico globale. È una prospettiva che è necessario comprendere: il rifiuto del mondo militare, che veicola la guerra, importa il rifiuto di tutta una logica di convivenza globale della famiglia umana.
Queste affermazioni vanno dimostrate almeno con qualche cenno.
‘Economia’ significa ogni attività mirante a produrre beni e servizi e a distribuirli. Questa produzione è sempre a scala planetaria. I beni sono prodotti per componenti, ognuna delle quali può essere fatta in qualunque parte del mondo: di solito là dove conviene farlo. Un esempio è costituito dalle videocassette della Sony: la cassetta è fatta in Tailandia, il nastro in Giappone, i circuiti integrati sono prodotti in Sud Corea o in Taiwan e la commercializzazione avviene in Francia dove c’è la rappresentanza per la Sony in Europa. Quindi la cassetta in vendita nei negozi è francese, giapponese, tailandese, coreana. E così è per la gran parte dei prodotti. Si produce su un’offerta di prodotti a livello planetario. E non solo per le parti , le componenti: anche interi prodotti, ad esempio le camice, sono confezionati in paesi dove non vengono poi commercializzati, perché la produzione avviene là dove è più conveniente.
Può anche avvenire che un professore che non voglia perdere tempo faccia digitare i suoi testi in India, perché in India costa pochissimo e in Italia gli costerebbe tre volte tanto. Le spese di trasporto delle carte è irrisorio rispetto al guadagno sulla digitazione. Si va a produrre dove conviene produrre.
Spesso, non sempre, il motivo che stabilisce il luogo della produzione è il costo del lavoro: è un fenomeno importante che spiega, ad esempio, l’emergere di alcune aree di relativo sviluppo in zone che non ne potrebbero essere all’origine. Nel 1994, secondo i dati del "The Economist", il costo complessivo di un’ora di lavoro (comprensiva di assicurazione, previdenza, stipendio...) per il datore di lavoro in Germania arrivava a 25 dollari USA, mentre la media europea e statunitense era intorno ai 15 dollari, come in Italia; il salto avveniva quando si passava al mondo del Sud, quello dei poveri: dai 15 dollari italiani si arrivava ai 5 dollari in pochissimi paesi, Singapore, Taiwan, Sud Corea e Hong Kong - ancor oggi sono queste le "tigri emergenti" del Sud Est asiatico; ma tutte insieme contano 70 milioni di abitanti, e quindi statisticamente non hanno molta rilevanza -; poi si arrivava ai 2, 3, 0,5, 0,2 dollari per ora di lavoro nella gran parte dei paesi del Sud del mondo.
Si capisce che se una lavorazione non richiede operai qualificati, conviene produrre dovunque costa meno: i costi di lavoro sono abissalmente diversi e conviene spendere di meno. Ora, il lavoro non si assegna solo in base al costo: ci sono produzioni che richiedono qualifiche speciali e si va laddove il lavoro qualificato costa meno; oppure si va a produrre in un paese che politicamente si ha convenienza a sostenere, per avere, ad esempio, un paese prospero ai confini, ecc...
La globalizzazione a livello di produzione, che è sotto gli occhi di tutti, avviene anche ad altri livelli più importanti. Si pensi ad esempio alla globalizzazione a livello di ricerca e sviluppo, un momento ignorato da molti e che invece è fondamentale per la ricerca applicata, di base, verso qualcosa di nuovo: ci vogliono laboratori attrezzati con personale qualificato tali che ce ne sono pochissimi nel mondo, visti i loro costi. Ad esempio la tecnologia genetica in realtà viene studiata solo in cinque o sei laboratori in tutto il mondo ed ad essi le grandi case farmaceutiche vanno a comprare le conoscenze e a commissionare le ricerche per fare poi i loro farmaci.
Accanto a questo c’è il mondo finanziario. Il mondo della finanza è un mondo complessissimo. Quando avviene un versamento in banca, la banca ne investe subito l’80%, talvolta nel giro di un’ora o due, attraverso una comunicazione via computer dalla filiale alla banca più grande, fino al luogo dell’investimento, ovunque. Ma dove vengono investiti questi soldi? In piccola parte, generalmente, in bisogni e piccole industrie locali, e questo ha poca rilevanza. Ma soprattutto vengono investiti in altre società finanziarie che controllano la banca e che decidono dove mettere questi soldi. Queste finanziarie di grado superiore sono società che devono fare profitto. E il profitto lo traggono non nella produzione di beni ma dallo spostare capitali. A loro non interessa affatto cosa si produce, dove vanno a finire i loro investimenti: non lo vogliono sapere. Sono finanziarie pure: muovono capitali in modo tale che invece del 3 possano ricevere il 3,15% di interesse. Quando la tendenza cambia, si sposta ancora una volta il capitale. Questo avviene spesso anche due o tre volte al giorno.
Ci sono quindi diversi livelli: le banche che hanno rapporto col pubblico, la finanziaria che controlla la banca, che può essere più di una; poi c’è la finanziaria che controlla la finanziaria; la finanziaria è una società per azioni e gli azionisti di riferimento decidono dove mettere i soldi della società. Si possono avere due o tre livelli diversi ognuno dei quali opera senza sapere a che servono i capitali e cosa si produce con essi: a loro interessa solo manovrarli, spostarli. Ogni giorno si calcola che sono almeno diversi trilioni di dollari, cioè migliaia di migliaia di dollari, che si muovono sulla faccia della terra senza sosta, da Hong Kong a Francoforte, di notte e di giorno, dove i mercati finanziari sono aperti. E si muovono non mirando a cosa si produce con questi soldi, ma mirando esclusivamente alla massimizzazione del profitto. Si aspetta che, ad esempio, le azioni o le valute salgano di prezzo e allora si comprano; se poi altrove si attende un maggiore profitto, si vende e si compra laddove è più conveniente. Questo avviene quotidianamente per le valute rifugio, che si comportano come azioni, che sono il dollaro ed il marco: i risparmi si possono investire comprando dollari, o marchi o yen, le valute più forti; di norma quando sale il dollaro scende il marco, rispetto alla lira, e viceversa: questo perché quando il marco sale, ci si aspetta che continui in questa tendenza e si vendono i dollari per comprare i marchi.
Quindi non c’è nessun interesse sull’utilizzo di questi soldi: essi servono soltanto a produrre profitto dal loro movimento.
I capitali si muovono al di là e al di fuori di ogni possibile controllo da parte degli stati. Nessuno stato, per potente che sia, può controllare o monitorare questa quantità infinita di movimenti. Il vero motore dell’economia, e cioè gli investimenti, perché non si produce senza di essi, è al di sopra e al di fuori del potere di controllo dei singoli governi, per quanto potenti essi siano, compreso quello degli Stati Uniti.
Questo sistema è ovviamente planetario ed è nato circa vent’anni fa; è stato reso possibile dalla tecnologia del silicio, l’informatica e le telecomunicazioni: senza di esse non si poteva attuare. Ancora vent’anni fa c’era il divieto di trasportare i capitali all’estero: oggi farebbe sorridere pensare al divieto di esportazione dei capitali. I capitali si esportano digitando su una tastiera: se servono a Tokyo si digita il comando di spostamento e nessuno ci può fare assolutamente nulla. È un fatto nuovo a cui molti professori di economia, che ragionano in termini di aree nazionali o continentali, non sono ancora abituati a pensare: il capitale gira per conto suo, sopra la testa di tutti e con la logica finora descritta.
Il risultato di questo sistema è la tragedia umana, che ora si cercherà di descrivere attraverso l’analisi di una tabella che rappresenta la situazione della famiglia umana.
Il primo indice da considerare è il prodotto nazionale lordo pro capite: non è il reddito, bensì, espresso in dollari, la somma di tutto quanto comunque viene prodotto in uno stato (polizia, magistratura, strade, scuole, servizi...) in un anno diviso per il numero degli abitanti. È un indicatore molto importante. Questa cifra dice quanta ricchezza è resa disponibile in quel paese in un anno, diviso per il numero degli abitanti: con tutte le differenze e le disparità che ci sono.
Il mondo si divide in due parti: in alto, nella tabella si vedono alcuni esempi del mondo chiamato "Nord", il mondo ricco. In esso i paesi hanno un PNL che va dai 15.000 agli oltre 30.000 dollari annui. I paesi dell’Europa dell’est, invece, hanno un PNL che corrisponde a un decimo dei paesi sviluppati. I paesi dell’America Latina vanno dalla poverissima Bolivia al miserabile Honduras a quelli che a prima vista sembrano i ricchi Messico e Brasile, che si aggirano anch’essi sul livello di un decimo del nostro PNL.
Se andiamo in Africa, salvo il Sud Africa, che ha una storia diversa, e qualche paese del Magreb, nella regione subsahariana i paesi sono tutti sui 100 - 300 dollari all’anno, che significa che come disponibilità globale non c’è neppure un dollaro al giorno. Questo è un disastro totale.
L’Africa, con pochi stati che fanno eccezione, è un continente che non ha nessun interesse economico per nessuno.
L’Asia non è in condizioni migliori: se togliamo alcuni paesi emergenti, Sud Corea e Taiwan - che emergono, ma a prezzo di grandi ingiustizie sociali: il Sud Corea è stato a lungo governato da un regime dittatoriale; poi sono state fatte le elezioni, ma appena eletto, il presidente ha convocato segretamente i membri necessari per avere il quorum di maggioranza, senza che l’opposizione lo sapesse, e ha fatto votare una legge che permettesse il solo sindacato di stato e la libertà di licenziamento senza tutele di sorta per i lavoratori. Questo è il prezzo, e sono fatti di fine 1996. Taiwan, pur avendo molti poveri, sta abbastanza bene perché deve essere il baluardo capitalista davanti alla Cina - gli altri paesi, come ad esempio India e Cina, che insieme contano più di 2 miliardi di persone, cioè più di un terzo dell’umanità, facendo la media fra i 290 dollari indiani e i 490 cinesi, non arrivano ad un dollaro al giorno per abitante. E questo per più di un terzo dell’intera famiglia umana che i due grandi paesi costituiscono. Senza contare gli altri paesi. È una situazione disperata, almeno per quanto concerne il dato di base.
La seconda colonna, i cui dati sono disponibili solo per alcuni paesi, indica quanta parte della ricchezza va al 20% più ricco del paese, e quanta parte al 20% più povero. In Giappone il rapporto è di 3 a 1: il Giappone è un paese senza poveri. Ma se si va in America Latina, in Messico e Brasile, il rapporto è tra 1 e 10, mentre nella normalità il rapporto è tra 1 e 3, 1 e 5. In Messico e Brasile c’è un abisso tra ricchi e poveri, tra pochi ricchi ed enormi masse di poveri. In Brasile ci sono più o meno 150 milioni di persone e 300 miliardi di dollari globalmente: in media, circa 2000 dollari a testa. Però il 66% della ricchezza va la 20% più ricco, cioè a 30 milioni di persone; e il 2,4% va ai 30 milioni più poveri. Quindi in Brasile ci sono 30-40 milioni di persone che stanno bene come un operaio o un professore di scuola media da noi - e sono già un mercato, quindi in Brasile conviene investire e produrre perché c’è un grosso mercato - e poi c’è una massa di 100, 120 milioni di persone ridotte alla miseria. Questo è il problema dell’America Latina, un problema di distribuzione.
L’Africa è povera e basta.
Si noti poi la mortalità infantile, e cioè quanti bambini muoiono nel primo anno di vita su mille nati vivi: da noi muoiono dai sei agli otto bambini ogni mille nati; in America Latina siamo nell’ordine di sessanta, settanta che muoiono nel primo anno di vita ogni mille nati, con l’unica eccezione di Cuba il cui dato è europeo; se si va in Africa si arriva a 100, 120, 150 bambini che muoiono nel primo anno di vita ogni mille nati vivi; in Asia le cose non vanno molto meglio.
Significativa è anche la cifra dell’attesa media di vita: da noi è tra i 75 e gli 80 anni; in America Latina è tra i 60 e i 70; in Africa, fatta eccezione di Egitto, Sudafrica e Tunisia, l’attesa media di vita è tra i 45 e i 48 anni e in Asia sui 50 e poco più.
Tutto questo dà una misura precisa di come è fatto il mondo.
I dati della Banca mondiale del 1994 danno poi il quadro globale: quattro miliardi e seicento milioni di persone, e cioè i paesi poveri, hanno mediamente 1000 dollari all’anno di ricchezza, non di reddito, disponibili (PNL annuo lordo pro capite), e 828 milioni hanno 22.000 dollari all’anno di disponibilità. La crescita poi del PNL dei paesi ricchi è molto più forte di quella dei paesi poveri: cioè la forbice si apre, salve le eccezioni del Sud Est asiatico di cui si è detto.
La proiezione delle Nazioni Unite per la conferenza mondiale del Cairo sulla possibilità media di sviluppo demografico delle varie aree del mondo dà, in modo cauto, questo dato: se nel 1990 il 22% della popolazione mondiale era nei paesi ricchi e i 78 % nei paesi poveri, nel 2020 l’83.4% della popolazione mondiale sarà povero e il 16.6% sarà ricco. Con i disastri sociali ed umani che sono facili da immaginare.
Il "The Economist" del 7 settembre 1996 informava sulla produzione di cibo per persona facendo cento nel 1961: nei paesi emergenti dell’Asia la produzione di cibo per persona è cresciuta moltissimo; l’America latina è stabile, mentre nell’Africa subsahariana, che è il paese più miserabile di tutti, c’è sempre meno da mangiare rispetto al 1961.
Dietro a questi dati c’è la logica di cui si diceva più sopra. La situazione mondiale in cui viviamo ne è una conseguenza. Da un punto di vista economico questa situazione è stabile, in equilibrio con piccolissime oscillazioni da vent’anni a questa parte: i dati del 1996 sono del tutto simili a quelli della commissione Brandt, quella che creò il titolo del rapporto Nord Sud, del 1980: caso mai le cose sono peggiorate per i poveri.
Il punto è questo: il capitale va dove si prevede di massimizzare il profitto. Quindi al mondo della finanza non interessa che cosa si produce o per chi si produce: non interessa se si produce per chi ha bisogno o per chi non ce l’ha; non interessa se si produce medicinali o armi o droga o mafia. C’è un mondo della finanza che non ha più niente a che vedere con il mondo della produzione. Questa è la realtà economica in cui ci muoviamo.
Si investono enormi capitali per ricerche di biotecnologie sofisticatissime che servono poi a una piccolissima minoranza di casi speciali, ma nei grandi ospedali dell’Africa centrale mancano gli antibiotici.
Se non capiamo questo si ritorna ai tempi di Adamo Smit che, teorizzando il libero mercato, non ha mai pensato a un mercato mondiale di capitali e che ha giustificato il libero mercato solo a parità di opportunità tra i concorrenti. Ma oggi c’è un vero e proprio abisso tra le possibilità, ad esempio, del Mozambico e quelle dell’Italia.
Dunque stiamo assistendo ad una tragedia planetaria che è sotto gli occhi di tutti coloro che stanno attenti. E questa tragedia è immane: ci sono paesi emarginati dal mondo economico (in America Latina) e ci sono paesi esclusi, che non esistono neppure dal punto di vista statistico o da quello della finanza mondiale: non conviene investire là dove non ci sono infrastrutture - strade e scuole - e dove quindi non c’è quel minimo di alfabetizzazione che permetta l’uso di tecnologie anche modeste. L’Africa in questo momento non esiste. Essa non è più riportata nelle statistiche dell’Economist.
Quindi la famiglia umana è spaccata in due, con qualche fenomeno di transizione che ovviamente c’è - miglioramenti in qualche paese e peggioramenti in altri, ma sono sempre fenomeni che si equilibrano -, e tale spaccatura è ritenuta una condizione di equilibrio, perché non c’è in atto nessuna autorità, nessuna strategia per modificare le cose.
Certo, non sono i paesi ricchi ad aver generato la miseria dei paesi poveri. Di fatto, però, attualmente hanno convenienza a mantenere le cose come stanno, salvo piccoli accomodamenti che certamente ci sono, come nel Sud Est asiatico, dove c’era convenienza a farlo. Il punto è che mantenendo la situazione attuale si massimizzano le convenienze dei paesi ricchi, i quali pur non avendo creato la povertà e pur avendo la possibilità di debellarla, o quanto meno di attenuarla, non hanno convenienza a farlo.

Per la riflessione

Intestata all’amico magistrato Giampaolo Meucci, questa lettera di don Milani non fu terminata. Molto probabilmente il Priore pensava di farne un articolo per qualche giornale. La minuta porta di suo pugno il titolo: Università e pecore.

 

Barbiana, 30.3.1956

Caro Gianni,
cercami per piacere nel Codice penale un articolo che preveda il reato che ora ti dirò. E se non c’è dì a qualche amico deputato che lo facciano subito, ma in settimana e carico di pene esemplari.
Il titolo dev’essere press’a poco così:
"Circonvenzione di contadino giovandosi di circostanze storiche favorevoli per le quali senza mai fare alcunché di legalmente perseguibile gli fa però un danno umano così enorme che se ne accorgerebbe anche un bambino e che solo il Codice per una sua inspiegabile anomalia non vede".
Ma almeno se tu non trovi verso di far figura giuridica a questo delitto promettimi che lo dirai ai tuoi amici dell’Archivio di Stato. Dì loro che l’appuntino su qualche foglio perché ne resti memoria. Se no domani quando tutto il nostro mondo sbagliato sarà stato lavato in un immenso bagno di sangue e quando doman l’altro gli storici inorriditi da tanto sfacelo che avrà travolto insieme tanto bene e tanto male tenteranno di scriverne le origini e i motivi, non riusciranno a leggere fatti come questi che t’ho detto. Perché gli analfabeti non vengono menzionati dalla storia altro che quando uccidono i letterati. E questo avviene proprio perché sono analfabeti e prima di quel giorno non sanno scrivere né farsi in altro modo valere e così son condannati a scrivere solo colla punta dei loro forconi quando è già troppo tardi per esser conosciuti e onorati dagli uomini per quelli che erano innanzi a quel triste giorno...
Un contadino parte perché trova un podere migliore. Ha lavorato dieci, venti, talvolta duecento, trecento anni su quella terra e ha vissuto lui e i suoi magrissimamente perché in tutti quegli anni ha fatto vivere, non solo vivere ma studiare, il nonno del padrone e poi il padrone e poi il signorino.
Loro hanno frequentato tutte le scuole e si son riempiti la casa di libri e la mente di potenza dialettica e pratica enorme senza aver mai bisogno di guadagnarsi il pane perché il pane lo guadagnava Adolfo e i suoi bambini. Adolfo che non ha fatto neanche la prima perché il signorino ha passione per le pecore e non permette che si vendano. Il signorino dice che le pecore rendono molto tanto a lui che al contadino (ed è vero) e così non permette che si vendano.
E così Adolfo ha passato la sua infanzia colle pecore e ora è grande e lavora invece il podere e colle pecore manda Adriano. E Adriano ha già 10 anni ma è analfabeta come il suo babbo solo perché non può andare a scuola perché ha da badare le pecore che hanno da fare la lana e gli agnelli e il cacio. E poi si vende la lana e gli agnelli e il cacio e la metà d’Adolfo basta solo per campare mentre la metà del signorino messa insieme a altre metà di altri poderi basta bene per andare a scuola fino ai 35 anni e far l’assistente universitario volontario cioè non pagato e vivere nei laboratori e nelle biblioteche là dove l’uomo somiglia davvero a colui che l’ha creato che è sola mente e solo sapere.
Sono trecent’anni precisi che la famiglia secolarmente analfabeta di Adolfo mantiene agli studi la famiglia secolarmente universitaria del signorino. C’è nell’archivio parrocchiale documenti ingialliti e ammuffiti che lo attestano.
Il fatto è già in sé d’una tragicità che non richiede commento.
Ora i figlioli di Adolfo sono stufi del lumino a carburo e gli han fatto cercare un podere dove c’è l’acqua e la luce. E Adolfo s’è deciso anche lui a partire per contentare loro e anche per sé perché è stufo fino agli occhi. Ma pure credi che anche partire di quassù è sempre uno strappo non foss’altro perché in trecent’anni s’è imparentato un po’ tutte le case della zona e poi qui ormai conosce troppe cose o persone utili nella vita: mediatori, compratori, vicini, ladri, galant’uomini, esperti, inesperti...
Quando il signorino seppe che Adolfo aveva trovato un podere meglio, gli mentì per la centesima volta che avrebbe messo la luce. Ma Adolfo ormai conosce l’uomo e non c’è caduto più. Ha poi dentro una tale carica di rancore che ormai al Sasso non ci torna più neanche se ci fanno l’autostrada. Allora per un anno il podere del Sasso è restato sodo, e per esser sodo un anno solo è costato tanto quanto occorreva per metter la luce e l’acqua e rimetter la casa e fare qualche fossa.
E il signorino ha cercato disperatamente un altro grullo che venisse a campare agli studi lui e il suo figliolo e i suoi nipoti per altri trecento anni.
E il grullo purtroppo l’ha trovato. È un infelice che là dove è ha anche la luce, ma per un complesso di circostanze è costretto a dividersi dal fratello.
Ha posto un patto solo e cioè che prima di gennaio quando ci tornerà lui ci sia la luce.
Ed ecco il signorino promettere a questo sconosciuto cui non deve nulla ciò che ha negato a Adolfo che per trecent’anni l’ha campato agli studi.
Già questo è un insulto alla miseria e al sacrificio che è molto più che uno schiaffo e molto più che una scarica di legnate. Ma se Adolfo dà uno schiaffo o una scarica di legnate al signorino tu lo metti in galera, mentre quando il signorino fa questo a Adolfo tu non ci ravvisi ombra di reato. Anzi forse il signorino è un tuo compagno di studi. Forse stasera lo incontrerai alla San Vincenzo a spendere generosamente i soldi del cacio del Sasso, i soldi dell’analfabetismo di Adolfo. Oppure lo vedrai a far dottrina ai bambini col distintivo di dirigente di Azione Cattolica.
Ed ecco ora il signorino in azione per convincere il contadino nuovo a venire. Ecco che non gli dice che a togliere le cimici da quella casa non è bastato neanche il camioncino della prefettura con tre giorni di gas. Gli dissero: "Per levare le cimici da questa casa, signor Professore, non le resta che darle fuoco e ricostruirla a nuovo".
Ecco che gli sfodera un foglio della Valdarno per mostrargli che a giorni al Sasso c’è la luce.
Il contadino nuovo è un po’ più smaliziato d’Adolfo e sa un po’ leggere e pensa: "Io non mi chiamo Adolfo. Io so leggere, a me non me la fa". Guarda dunque quel foglio e vede che è intestato Selt-Valdarno ecc. ecc. Beh, allora basta così, questa volta si dev’esser deciso.
Torna ai suoi monti e trasloca. Lascia i parenti, gli amici, danneggia i pochi mobili nello sgombero, spende per il camion, fa interrompere le scuole a Pierino a gennaio in pieno anno scolastico. Insomma io non voglio stare a farti l’elenco completo delle cose che perde per quel trasloco. C’è di mezzo anche un mezzo fidanzamento della sua maggiore ecc. ecc. Fammi il piacere mettiti te nei panni d’un trasloco.
Senza che ti faccia tanti esempi lo capisci da te che somma di valori umani si può spezzare in un trasloco. Basterebbe quell’essere eterni viandanti. Non per nulla il nomadismo è segno di civiltà ormai sparite e antichissime. Ma ciò che avviene tra i contadini oggi è nomadismo puro come quello dei pastori dell’Asia e porta con sé tutto il bagaglio delle sue conseguenze disumananti.
Sai cos’era quel foglio che il signorino professore ha mostrato al contadino nuovo?
Era uno di quei moduli di richiesta di preventivo che la Valdarno dà gratis a chiunque li richieda.
Di fronte alla tua legge il signorino è a posto.
Quando il preventivo verrà (se verrà) vedrà che la spesa è troppa e non ne farà di nulla. Poco importa. Basta che il Sasso per quest’anno non resti sodo come l’altr’anno.
Tu, Procuratore d’una Repubblica fondata sul lavoro, non manderai le forze dell’ordine a sanare questo disordine estremo. Fai pure. Peggio per te e per il tuo e mio mondo e per il mondo del signorino.
Ma domani, quando i contadini impugneranno il forcone e sommergeranno nel sangue insieme a tanto male anche grandi valori di bene accumulati dalle famiglie universitarie nelle loro menti e nelle loro specializzazioni, ricordati quel giorno di non fare ingiustizie nella valutazione storica di quegli avvenimenti.
Ricordati di non piangere il danno della Chiesa e della scienza, del pensiero o dell’arte per lo scempio di tante teste di pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti.
La testa di Marconi non vale un centesimo di più della testa di Adolfo davanti all’unico Giudice cui ci dovremo presentare.
Se quel Giudice quel giorno griderà "Via da me nel fuoco eterno" per ciò che Adolfo ha fatto colla punta del suo forcone, che dirà di quel che il signorino ha fatto colla punta della sua stilografica?
E se di due assassini uno ne vorrà assolvere, a quale dei due dovrà riconoscere l’aggravante della provocazione? A quale dei due l’attenuante dell’estrema ignoranza? D’una ignoranza così grave da non essere neanche più uomini. Neanche forse più soggetti d’una qualsiasi responsabilità interiore.
Inoltre chi investe vuole ottenere il profitto a breve termine; non può aspettare il lungo processo di sviluppo dell’Africa, investendo sul quale sicuramente si potrebbe ottenere profitto. Se i potentati finanziari fanno investimenti a lungo termine, come avviene ad esempio per il militare, questi devono essere sicuri, basati su garanzie di governi che non cambiano politica da un giorno all’altro. Poiché poi questi imperi finanziari hanno il controllo dei mezzi di comunicazione, hanno anche la capacità di creare tensioni o opinioni, di forgiare maggioranze o di scioglierle: e quindi possono influenzare anche i governi.
C’è in effetti una contraddizione risolta dal fatto che il profitto deve essere quasi immediato: investire sull’ecologia massimizzerebbe il profitto, sarebbe conveniente, ma a lungo termine; e così si preferisce ottenere profitti immediati nonostante l’inquinamento. Sul militare invece si investe a lungo termine per avere prodotti migliori e più appetibili: ma i tempi di attesa sono garantiti dall’acquirente che di solito è un governo, meglio se democratico perché maggiormente influenzabile da chi detiene i mezzi di comunicazione, che solitamente sono di proprietà dei produttori di armi.
Si noti poi che oggi il responsabile del capitale non è mai il padrone del capitale: il responsabile deve garantire il profitto a breve termine e non guarda a ciò che produce.
In questo quadro va visto anche il problema degli armamenti. Esso non è più un problema ideologico (dove la produzione per chi è buono è giustificata e per chi è cattivo no): oggi si producono armi per chi le compra, per chi ha soldi per comprarle o se conviene produrle. Tutto il sistema militare, che senza armi non funziona, è legato a questa logica, che ignora completamente i bisogni della gente.
La tragica situazione umana, che si è cercato di descrivere, è aggravata dal fatto che tutte le spese del militare sono potenzialità sottratte ad altre possibilità: il capitale va dove c’è più profitto, non dove c’è più bisogno. Chi non ha soldi per pagare non va sul mercato. Da un punto di vista di teoria economica si potrebbe dire, in questi casi, che il bisogno non riesce a diventare domanda sul mercato, perché la domanda c’è solo se ci sono i soldi per pagare.
È una doppia tragedia: da un lato la tragedia che investe la gran parte dell’umanità, dall’altra una folle corsa agli investimenti nel campo del militare, che è sempre più grave.
La produzione di armi, e quindi anche la creazione di tensioni e di guerre, è legata e non si può scindere da questo fenomeno. La produzione di armi, che richiede oggi enormi capitali, dipende dal sistema planetario finanziario.

 

 

2. GLI ARMAMENTI

Il 18 novembre 1996 il Pentagono (cioè il Ministero della difesa degli Stati Uniti) ha indetto un grande concorso per produrre il Joint Strike Fighter, un aereo da combattimento che servisse per marina, esercito ed aeronautica, con caratteristiche molto avanzate: sono entrate in gara la Mc Donnell Douglas, la Boeing, la cui produzione è per il 60% a finalità civile, e la Lockheed, che da una decina di anni produce solo aerei militari. Hanno vinto la gara Boeing e Lockheed.
Sono quindi state invitate a presentare un progetto operativo nel 2001, con un contributo federale di 2 miliardi di dollari per la ricerca e lo sviluppo finalizzate a tale progetto. Nel 2001 si confronteranno i due progetti e poi sarà assegnata la commessa al migliore dei due, secondo il giudizio del Pentagono: però tutti e due fabbricheranno un prototipo, grazie anche al finanziamento del governo. La commessa è di 3000 aerei di questo tipo a basso costo, cioè 40 milioni di dollari, che è più o meno il costo di un Tornado. Visto che si prevede che molti di questi aerei saranno venduti all’estero, secondo il calcolo fatto, l’affare si aggira sui 150 miliardi di dollari, come minimo. Questa è la cifra su cui contano e puntano Boeing e Lockheed.
Contemporaneamente è già in corso, sempre per la Lockheed e la Boeing, un’ordinazione per 442 aerei nuovi, F22 già sperimentati in prototipo, aerei da caccia con altissime prestazioni del costo unitario di 100 milioni di dollari, senza contare gli armamenti (i missili che tali velivoli porteranno) che hanno un costo a parte. Questi aerei sono attesi per la consegna operativa nel 2005.
E intanto la Mc Donnell Douglas ha ancora contratti in corso per gli F15 e gli F18, famosi aerei da combattimento, per i prossimi 10 anni: anche qui si va al 2007. Inoltre ha ordini per il C17, grande aereo da trasporto: 40 li deve consegnare prossimamente e 120 nel 2003. Ognuno di questi aerei costa 60 milioni di dollari.
Questi, negli USA, sono gli ordini interni venuti dal Pentagono nella seconda metà degli anni ‘90: poi ci sono le commesse per l’estero...
Quindi: tre ordinativi che richiedono investimenti enormi di capitali. Si tratta di aerei avanzatissimi che, come dimostra il primo caso di cui si è detto, richiedono addirittura cinque anni di lavoro solo per la ricerca e lo sviluppo, con un ritorno del capitale previsto dopo 10 o 15 anni. L’investimento oggi prevede il bisogno e la domanda di queste apparecchiature da guerra tra una decina d’anni. E sono spaventosi investimenti di capitali che devono per forza ritornare.
Tutto questo proietta il militare tecnologico sempre più sviluppato e terribile di qui a quindici anni: mentre oggi si parla di pace c’è chi si preoccupa che fra quindici anni ci siano con sicurezza quattro o cinquemila aerei con nuove capacità. E si parla solo di un tipo di aereo, senza contare navi, missili e quant’altro. Quindi si sta preparando una guerra che in qualche modo e in qualche luogo sarà combattuta tra quindici anni. E se non ci sarà la guerra ci devono essere tensioni, diversamente non conviene investire perché nessuno comprerebbe, con grave perdita del capitale investito dagli azionisti delle ditte che operano nel settore.
Ora, gli azionisti sono dei privati: possono essere persone singole oppure banche o finanziarie che rappresentano e gestiscono gli interessi di milioni di piccoli risparmiatori. Per salvaguardare il capitale privato, perché il capitale è tutto privato, salvo i due miliardi di dollari federali di cui si è parlato, è perciò necessario mantenere un assetto mondiale di tensioni e di rivalità che duri per decenni, se no l’investimento non rientrerebbe agli azionisti che in borsa puntano sulle azioni Lockheed o Douglas o Boeing. Sarà fatto tutto il possibile per mantenere uno stato di tensione, non importa dove, tale che i governi sentano il bisogno di avere queste armi. La massimizzazione del profitto, in questo caso di qui a 10 anni, è il fine da raggiungere anche in questo mercato, quali che siano i costi umani da pagare.
Questi dieci anni vedranno spese enormi in ricerca e sviluppo, tutte rivolte al militare, sottraendo così laboratori di ricerca e sviluppo, tecnici e scienziati ad altre ricerche molto più urgenti per la famiglia umana. Per fare un esempio, il famoso bombardiere B1B - inservibile e quindi non più in produzione - ha richiesto dal governo federale, per la fabbricazione di 20 esemplari, 44 miliardi di dollari suddivisi in questo modo: 24 miliardi di dollari per ricerca e sviluppo e 20 per la produzione dei 20 aerei che quindi costavano un miliardo ognuno. Sono più le spese per la ricerca e sviluppo che non le spese per la produzione dei 20 B1B. Tale è l’incidenza della ricerca e sviluppo nell’investimento totale.
È chiara dunque l’enorme necessità e quantità di capitali richiesta dalla macchina militare. Di qui la convenienza delle grandi Corporations che si dedicano al militare di fondersi fra loro. Di solito avviene che la più grande compra la più piccola. Nel 1985 c’erano negli USA otto costruttori di aerei militari, oggi sono tre; c’erano dodici costruttori di missili, oggi sono quattro.
Ora, le enormi concentrazioni economiche di capitali hanno un grande potere sui governi. La Boeing e la Mc Donnell Douglas separate avevano potere fino ad un certo punto; ma dal momento in cui si sono fuse alla fine del 1996, quando la Mc Donnell è stata comprata dalla Boeing, hanno un potere spaventoso che può condizionare qualsiasi governo: migliaia di impiegati e dipendenti che potrebbero essere licenziati con altissimi costi sociali, materie prime acquistate attraverso i governi, città intere fatte per chi vi lavora, come Seattle dove ha sede la Boeing...
Diverse sono state negli ultimi anni queste concentrazioni. La Mc Donnell, bocciata dal Pentagono nel concorso di cui si è detto, aveva poca richiesta per la sua produzione, che era in gran parte civile, mentre la Boeing aveva una grande domanda ma non aveva i tecnici per soddisfarla: di qui la convenienza per ambedue di fondersi, sulla conveniente scia di altri casi simili. La Northrop, ad esempio, specializzata nella produzione di missili, si era fusa con la Grumman, produttrice di aerei: questa fu la prima concentrazione. Nell’agosto del 1994 la Lockheed, che fabbrica aerei, aveva comprato la Martin e Marietta, che fabbrica missili, per 11 miliardi di dollari: cifra che si può assimilare al fatturato annuo della Fininvest in tutte le sue ramificazioni. Il fatturato unito delle due è stato, ed è annualmente, di 22,5 miliardi di dollari, di cui 11,6 vengono dal Pentagono e gli altri 11 dall’esportazione. Va da sé che chi fabbrica armi con investimenti costosissimi non può limitarsi al fabbisogno del paese in cui produce, deve per forza esportare - la Beretta italiana ha invaso il mondo-. Nel dicembre 1995 la Lockheed Martin e Marietta ha valutato l’importanza della guerra satellitare-elettronica. Oggi gli aerei più avanzati vanno a combattere contro altri aerei o postazioni tramite satellite: la posizione del bersaglio viene richiesta al satellite; questo la individua e la fornisce ad un aereo guida, che è una sorta di unico sistema ricevente e trasmittente che vola sopra gli aerei da caccia o da combattimento; l’aereo guida la dà all’aereo da caccia o al missile che gli vola sotto e questo viene guidato direttamente, via satellite, sul bersaglio, che quindi difficilmente può essere sbagliato. Inoltre attraverso il sistema satellitare, esperimentato nella guerra del Golfo, il GPS (global position sistem), chiunque, dovunque sia, attraverso un sistema di satelliti, può sapere le coordinate esatte della sua posizione e le coordinate esatte di un obiettivo militare, con un margine di errore di 10 metri. Il Pentagono naturalmente ha stabilito un codice per cui l’uso del sistema con precisione più alta è riservato solo all’apparato militare degli USA; gli altri, civili o militari che siano, possono usufruire del sistema ma con una approssimazione di 100 metri.
Chi produce per il militare deve quindi avere capacità di lavorare nell’elettronica, nel laser, nei satelliti ecc.: di qui la decisione della Lockheed-Martin di comprare la Loral, che lavora in tale campo, per sette miliardi di dollari. Dietro l’operazione Loral è venuta fuori quella della Raytheon, la più grande Corporation capace di produrre missili, che ha comprato la Huges Electronics, maggiormente specializzata in elettronica che aveva già comprato, poco prima, tutta la Texas Instruments: il tutto con un contratto di 10 miliardi di dollari in modo da opporsi direttamente alla fusione Northrop-Grumman. Contemporaneamente, per il solo sistema satellitare che per la guerra è fondamentale, la Lockheed si è unita all’Aicat e alla Stom francese per il Global Satellit Comunication Sistem, che serve al civile ma anche al militare, così da poter gestire il complesso produttivo.
È un elenco esemplificativo di ciò che sta succedendo nel mondo dell’investimento militare: sono cifre spaventose che si investono oggi ma che per forza devono avere la contropartita domani. Per forza di cose, tutti i prodotti di queste corporations sono sul mercato. E si verificano di conseguenza strani fenomeni. Ecco un esempio.
La Tailandia ha ordinato da poco negli USA aerei F18 per 600 milioni di dollari. Ha chiesto anche missili avanzati Amraams - missili per colpire altri aerei a media distanza, che vuol dire 50 km., quando cioè ancora non si vedono; missili che ebbero grande successo nella guerra del Golfo - ma le sono stati negati, perché in uso esclusivo degli USA, secondo il codice del Pentagono. La Tailandia ha risposto che se non avesse potuto comprare i missili Amraams, non avrebbe comprato neppure gli F18. Il produttore degli F18 ha fatto pressione sul Presidente, ed aveva il potere di farlo, affinché permettesse la vendita dei missili così da non perdere la commessa degli F18. Il Presidente ha dovuto cedere. È un caso esemplare del potere finanziario sul potere politico, sul più forte potere politico del mondo: d’altra parte se la Lockheed decide di licenziare migliaia di persone cosa può succedere?
A loro volta gli Emirati Arabi uniti, che nel 1995 hanno comprato 80 aerei da combattimento, specialmente F16, per 8 miliardi di dollari, hanno chiesto anche loro i missili Amraams. Dopo il dovuto braccio di ferro, l’amministrazione Clinton ha dato parere favorevole. Grazie a questo è crollato un ordinativo di Mirage francesi, che sono l’alternativa diretta agli F16 prodotti dalla Lockheed, perché i Mirage non sono in grado di veicolare i missili Amraams2 .
Questi sono i grossi problemi della pace. C’è una sorta di promozione nella vendita di armi: se un paese viene in possesso di un nuovo armamento, subito un altro lo richiede. Così, visto che la Tailandia ha ottenuto quello che voleva, la Malesia ha ottenuto gli F18 USA e anche i Mig29 dalla Russia. Nel febbraio 1996 il "The Economist" riportava questo elenco di vendite: la Cina oltre ai 24 Sucoi 27, i migliori aerei da caccia, ha comprato legittimamente anche gli F10 USA, tramite Israele perché non poteva comprarli dalla Lockheed direttamente - ma quest’ultima sapeva che vendendoli ad Israele sarebbero giunti poi in Cina. Quindi si può far guerra alla Cina, ma la vendita di armi alla stessa non è messa in discussione. La Cina ha due sottomarini russi, anche se Russia e Cina sono nemiche; anzi, la Cina ha già ordinato altri sottomarini alla Russia. Inoltre dall’Australia la Cina ha comprato una portaerei usata, per impararne la tecnica di costruzione, e ha contratti in corso con una piccola ditta spagnola, e la Spagna è della NATO, costruttrice di piccole portaerei, la Bazan. La stessa ditta vende portaerei alla Tailandia, un paese poverissimo dove il commercio sessuale dei bambini serve spesso a sfamare le loro famiglie: di fronte a tale povertà la Tailandia è preoccupata di comprare portaerei. Taiwan, in posizione forte di fronte alla Cina, ha comprato 250 aerei da combattimento, per la metà Mirage francesi e per l’altra metà F16 USA, mentre francesi e statunitensi fanno affari d’oro con la Cina. I francesi, ad esempio, hanno venduto una valida serie di locomotori e di materiale ferroviario alla Cina.
L’importante è guadagnare: con chi o contro chi non interessa. Si vende là dove si massimizza il profitto. All’inizio dell’agosto del 1997 l’amministrazione Clinton ha cancellato il divieto che per vent’anni ha impedito alle aziende statunitensi di vendere armi tecnologicamente avanzate in America Latina. "Dietro a questa decisione emerge il calo del mercato di armamenti degli USA con i paesi della NATO e la crescita di alcune economie dell’America Latina che si sono rivolte a Bielorussia e Corea del Nord per rifornirsi di missili e aerei da guerra: il tutto non poteva non attrarre le grandi Lobbies statunitensi che in poco tempo hanno fatto crollare il veto che Carter aveva imposto citando la necessità di premere sugli eserciti e sugli autoritari governi locali. Non sono mancati richiami al rischio della corsa al riarmo e al pericolo dell’instabilità nel Sud America: ancora una volta la legge del mercato ha prevalso"3.
Ancora si può citare il Sud Corea che ha dichiarato nel gennaio del 1996 di voler raddoppiare in 5 anni le proprie spese militari, e lo sta facendo, pur non avendo grandi minacce all’esterno; e mentre raddoppia la spesa militare licenzia gli operai che protestano contro i salari da fame che percepiscono.
Le guerre ed il militare non sono messi in questione da politiche governative ma da politiche economiche di grandi concentrazioni di capitali, che devono creare la situazione che permetta alla merce prodotta di essere venduta. Lo strumento ovvio sono i Media4, che possono anche avere la funzione di far piacere la guerra: si pensi alle immagini della guerra del Golfo che furono montate prima del conflitto dalla CNN per essere proiettate durante il conflitto stesso.
Ma non si deve pensare che la produzione di armamenti sia finalizzata solo ai grandi conflitti, quale è stato la guerra del Golfo: la quantità di esplosivo sganciata sull’Iraq ha superato quella della guerra del Vietnam che solo nel 1967 aveva superato il potenziale distruttivo impiegato dagli USA in tutta la seconda guerra mondiale; in Iraq sono morte più di 400.000 persone. Ci sono anche le piccole guerre locali: si tratta di un enorme mercato che ha sostenuto tutta la guerra della ex Iugoslavia e che sostiene tutta la guerra in Africa centrale in questi anni ‘90, perché né in Iugoslavia né in Africa centrale si fabbricano le armi che lì sono o sono state impiegate. Armi leggere, ma non sono fabbricate là. Tuttavia questi paesi sono poveri e bisogna chiedersi chi ha fornito loro il denaro per comprare queste armi: lo Zaire ha minacciato il Ruanda, che invase il sud est dello Zaire, attraverso i mercenari, che esistono con i loro capitani di ventura e che hanno combattuto, ad esempio, tutte le guerre suscitate dal Sud Africa razzista; il Kuwait, in cambio del piccolo contingente fornito dallo Zaire per la guerra del Golfo, ha fornito aerei militari allo Zaire, che possono essere di seconda scelta ma che comunque alimentano il mercato. I produttori di armi alimentano questo piccolo mercato: tedeschi e italiani hanno fatto affari d’oro nella ex Iugoslavia vendendo a tutti senza discriminazione. Così nella tensione di inizio anni ‘80 fra Libia e Egitto l’Italia vendeva contemporaneamente aerei all’Egitto e armi antiaeree alla Libia; il tutto senza veti da parte dei governi. A parte poi che dietro a una piccola guerra ci sono forti interessi economico-politici: si pensi alla competizione centroafricana fra area anglofona e area francofona con i rispettivi sostenitori.
Nel contesto dei drammi provocati dalla produzione di armamenti per ragioni di mercato va poi ricordato il rischio della guerra nucleare, che esiste ed è terribile. Alcuni pensano che sia evitabile attraverso la deterrenza delle grandi potenze sulle piccole: e così si giustifica il mantenimento degli arsenali militari. Così invece si mantiene il rischio della guerra nucleare: solo Russia e USA hanno più di 30.000 ordigni nucleari.
Bisogna puntare a eliminare tutte le armi nucleari. Invece Francia e Germania stanno accordandosi5 per creare una deterrenza nucleare autonoma europea, indipendente da quella statunitense. La tendenza è dunque nella direzione di aumentare la disponibilità dell’arma nucleare. E i nuovi modelli di difesa della NATO sono tutti impostati sulla deterrenza nucleare.
Di fatto le armi nucleari vanno eliminate; diversamente restano una mina vagante che può da un momento all’altro distruggere l’intera umanità: il generale Butler, che fino al 1994 è stato il comandante capo del comando strategico americano, quello che su ordine del Presidente aveva la responsabilità di azionare l’arma nucleare, andato in pensione, afferma la necessità dell’eliminazione delle armi nucleari: non ci sono motivi che ne giustifichino il mantenimento6 .
Discorso analogo andrebbe fatto per le armi chimiche: è in atto un tentativo di accordo per la loro eliminazione; ma eliminarle è rischioso ed eliminarle senza rischi è molto costoso. Quindi si preferisce lasciarle dove sono, sempre in nome del profitto. L’attuale convenzione delle Nazioni Unite vieta l’uso e la proliferazione delle armi chimiche, ma non ne vieta il possesso.
La caduta del muro di Berlino ha reso manifesto il problema degli armamenti: ci si poteva aspettare un cammino di riduzione delle spese militari, a cominciare dall’eliminazione degli ordigni atomici: Invece le spese mondiali per il militare sono rimaste invariate: si sono moltiplicati i paesi che hanno voluto un armamento proprio, sono scoppiate tensioni prima tenute ferme dalla bipolarità del sistema, è scoppiato il sistema di tensioni asiatico - di cui si sa poco ma che è uno dei punti cruciali per l’instabilità mondiale - e contemporaneamente gli stati occidentali si sentono in dovere di preparare armi per intervenire. Il bilancio del Pentagono USA, ad esempio, era di 302 miliardi di dollari annui, alla fine dell’amministrazione Regan, e ora è di 274, e quindi non è crollato. In tutto il mondo si continuano a produrre ogni anno qualcosa di più di 1000 miliardi di dollari di armi nuove: e le nuove si aggiungono alle vecchie, non le sostituiscono.
Chi crede nell’uomo, e a maggior ragione il cristiano, non può non essere impegnato contro questa realtà: e l’opposizione è possibile. L’opposizione alla realtà tragica di oggi è un dovere verso tutta la famiglia umana. Ognuno può fare la sua parte: "Poi forse qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e così non riusciremo a salvare l’umanità. Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere. Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima"7.

 

3. Necessità del cambiamento per i cristiani.

Il quadro della situazione presentato non è certamente confortante e non lascia molto spazio alla fantasia per prevedere in tempi brevi cambiamenti sostanziali. Ma ci sono dei motivi che inducono alla speranza e che spingono all’impegno per il cambiamento.
Da un punto di vista strettamente umano la storia insegna che l’uomo è giunto, nel corso dei secoli, a compiere grandi passi in avanti verso la costruzione di una società che fosse più conforme alla dignità della persona umana: si pensi all’abolizione dei giochi dei gladiatori, al superamento della legge del taglione e all’esclusione dei sacrifici umani dagli atti di culto. Si pensi soprattutto al bando, almeno ufficiale e legale, dell’istituto della schiavitù, dietro al quale non mancavano certo interessi economici e una lunghissima storia, che lo legittimava, che ne consigliassero il mantenimento. Anche il riconoscimento della libertà di coscienza e di religione fu una conquista per la persona umana, a scapito di interessi e poteri costituiti.
Dunque, l’umanità è capace di guardare non solo ai suoi piccoli interessi, ma sa interrogarsi e progredire sulla strada della giustizia, della pace e dell’equità.

Per la riflessione

Questa riflessione del Prof. Antonio Papisca (Università di Padova, Centro di studi e di formazione sui diritti dell’uomo e dei popoli) mostra come già in diversi ambiti qualificati (università, diritto internazionale...) si stia camminando verso nuove piste degne dell’uomo.

 

 

FORZE DI POLIZIA INTERNAZIONALE

- Il nuovo diritto internazionale (Carta delle Nazioni Unite e Convenzioni giuridiche internazionali sui diritti umani) ammette l’uso del militare soltanto per le finalità e nelle forme della polizia internazionale.
- La differenza tra un’operazione di polizia internazionale e un’operazione di guerra è netta: con la prima, si tratta di neutralizzare un criminale o un gruppo di criminali, nel rispetto della legge; con la seconda, di distruggere il nemico (che non è soltanto un esercito, ma anche uno stato, un popolo, un territorio), al di là e al di sopra della legge.
- La differenza sta, naturalmente, anche nel tipo di mezzi di coercizione impiegati e, soprattutto, nel tipo di testa che li usa.
- Il poliziotto internazionale non è, non può essere il soldato addestrato, nelle caserme e nelle accademie, a fare la guerra e quindi a distruggere il nemico. La sua testa dev’essere diversa da quella del soldato.
- La riconversione degli eserciti a funzioni di polizia passa attraverso la riconversione delle teste, cioè attraverso nuovi programmi di formazione e di addestramento.
- Chi è addestrato come soldato non può, con un training di due o tre giorni, diventare un operatore di pace delle Nazioni Unite.
- Ci vogliono nuovi programmi e nuovi centri di formazione e di addestramento.
- Tanto per cominciare (dalla testa dei capi), bisogna togliere lo scandalo della "Scuola di guerra" di Civitavecchia: se la guerra è vietata, non ci può essere una scuola di guerra. Occorre cambiare denominazione: "Scuola delle operazioni di pace" o "Scuola di polizia internazionale".
- Occorre profittare dell’ennesima "evidenza empirica" (gli scandali della Somalia, della Bosnia ecc.) per fare il salto di qualità definitivo.
- Bisogna trovare dei parlamentari che facciano interpellanze e avanzino proposte di riconversione: il momento è quello giusto!
- Ci vuole un parlamentare che presenti un "Nuovo modello di difesa" non più nazionale ma collettiva, fondato sui principi del nuovo diritto internazionale e rispondente alle esigenze di riconversione degli eserciti in forze di polizia internazionale.
Padova, 24 giugno 1997

 

Purtroppo la grande maggioranza di coloro che hanno lavorato per questi ideali non ne ha vista la realizzazione: essi insegnano che ricercare la verità dell’uomo è già trovarla.
Un discorso particolare va fatto per i cristiani, che trovano nel Vangelo di Gesù il criterio del loro comportamento e delle loro scelte. Essere cristiani non significa in primo luogo rispettare alcune norme o osservare alcune leggi: il cristiano è colui che avendo conosciuto Gesù crede e si affida alla sua Parola di salvezza e cerca di mettere i suoi passi sulla via che la prassi storica di Gesù ha segnato, dall’Incarnazione al Mistero della croce, nella speranza della Risurrezione. Le norme e le leggi che la Chiesa di Dio, guidata dallo Spirito Santo, propone sono una diretta conseguenza della sua fede e della sua obbedienza al Signore Risorto. La vita e la Parola del Signore sono la Rivelazione più alta del Mistero del Dio Amore e Padre di ogni uomo: il Dio di Gesù Cristo che nel comandamento dell’amore ci ha dato il compimento della legge ed il segreto della vita. Tanto basta per fidarsi del Vangelo, e cioè di Gesù, anche quando non tutto è chiaro e umanamente comprensibile o immediatamente conveniente perché chiama al rinnegamento di sé. Non occorrono molte parole per dire che al cuore del Vangelo di Gesù vi è la Pace, coronamento di ogni benedizione, e la fratellanza universale fondata sull’unica paternità di Dio. La fortuna dei cristiani è di essere già entrati nella consapevolezza di questo mistero d’Amore e di poter vivere nella speranza del suo compimento definitivo, pregustato nella Chiesa, popolo di Dio. L’impegno dei cristiani è l’annuncio dello stesso Mistero: l’evangelizzazione, con le parole e con le opere.
La Parola di Dio, dunque, interpella i credenti in Lui alla fede e all’obbedienza e all’abbandono nella sua volontà.

 

3.1.

Destinazione universale dei beni

"Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo" (Mt 23,8-9).
La fede nella paternità universale di Dio, affermata con ancora maggiore forza nella preghiera del Regno che è il ‘Padre nostro’ (Mt 6, 9-13), chiama i cristiani a considerare la loro condizione di fratelli in Cristo e a determinare di conseguenza il proprio comportamento.
Dalla verità della paternità di Dio e della fraternità in Cristo la chiesa ha tratto l’insegnamento, cogente per i cristiani di oggi vista la situazione mondiale di cui si è detto, sui beni della terra destinati a tutti gli uomini. Alcune parole del Concilio Vaticano II, se non bastassero quelle di Gesù, risuonano particolarmente attuali:
"Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene, all’uso di tutti gli uomini e popoli, così che i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e compagna la carità. Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli, in vista delle diverse e mutevoli circostanze, si deve sempre ottemperare a questa destinazione universale dei beni. Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono giovare non unicamente a lui ma anche agli altri. Del resto a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alle proprie famiglie. Questo ritenevano giusto i padri e dottori della chiesa quando hanno insegnato che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto con il loro superfluo. Colui che si trova in estrema necessità, ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. Considerando il fatto del numero assai elevato di coloro che sono oppressi dalla fame, il sacro concilio richiama urgentemente tutti, sia singoli che autorità pubbliche, affinché - memori della sentenza dei padri: ‘nutri colui che è moribondo per fame, perché se non l’hai nutrito, l’hai ucciso’ -, realmente mettano a disposizione ed impieghino utilmente i propri beni, ciascuno secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi...
La proprietà privata stessa ha per sua natura anche una funzione sociale che si fonda sulla legge della comune destinazione dei beni. Se si trascura questa funzione sociale, la proprietà può venire in molti modi occasione di cupidigia e di gravi disordini...
I cristiani che hanno parte attiva nello sviluppo economico-sociale contemporaneo e propugnano la giustizia e la carità, siano convinti di poter contribuire molto alla prosperità del genere umano e alla pace nel mondo. In tali attività, sia che agiscano come singoli, sia come associati, siano esemplari. Pertanto, acquisite la competenza e l’esperienza assolutamente indispensabili, mentre svolgono le attività terrestri conservino il retto ordine, rimanendo fedeli a Cristo e al suo Vangelo, cosicché tutta la loro vita, individuale e sociale, sia compenetrata dallo spirito delle beatitudini, specialmente dello spirito di povertà.
Chi segue fedelmente Cristo, cerca anzitutto il regno di Dio, e assume così più valido e puro amore per aiutare tutti i suoi fratelli e per realizzare, con l’ispirazione della carità, le opere della giustizia"8.
Il Concilio Vaticano II ha chiamato a sostegno del suo insegnamento la parola dei padri della Chiesa: vale la pena di riflettere sulle parole di Gesù sul giudizio finale e sul commento che ne fa s. Agostino.
"Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna" (Mt 25,31-46).
Questo il commento di s. Agostino:
"In effetti, noi non dobbiamo desiderare che ci siano dei miseri, per poter esercitare le nostre opere di misericordia.
Tu offri pane a colui che ha fame; ma sarebbe meglio che nessuno avesse fame, e che non ci fosse nessuno cui tu dovessi dare da mangiare. Tu offri dei vestiti, a colui che è ignudo; ma volesse il cielo che tutti avessero vestiti e che non ci fosse questa necessità di offrire vestiti! Tu dai sepoltura ai morti; ma volesse il cielo che arrivasse il momento in cui giungesse quella vita nella quale nessuno più morirà. Tu metti pace fra coloro che litigano; ma volesse il cielo che giungesse il tempo in cui ci fosse quella pace eterna di Gerusalemme nella quale nessuno sarà più in discordia.
Tutti questi sono dei doveri connessi a necessità. Elimina la miseria, cesseranno le opere di misericordia.
Ma se cesseranno le opere di misericordia si estinguerà forse anche l’ardore dell’amore?
Più fraterno è l’amore che tu hai per un uomo felice, al quale non c’è nulla che tu devi dare. Questo amore sarà più puro e molto più sincero.
Infatti, prestando aiuto a un misero, può accadere che tu abbia desiderio di metterti al di sopra di lui e che tu voglia assoggettarlo a te, in quanto è stato lui che ti ha fatto compiere il beneficio. Lui si è trovato nel bisogno, e tu gli hai dato del tuo. Dal momento che tu gli hai fatto dono, hai l’impressione di essere superiore a lui che ha ricevuto il dono.
Scegli, invece, di essere uguale, in modo che l’uno e l’altro vi troviate sotto la dipendenza dì quell’Uno, al qual non si può dare niente"9 .
Il cristiano non si può rassegnare neppure se uno solo degli uomini creati, voluti e amati da Dio vive in condizioni indegne della sua altissima dignità.

Per la riflessione

Dall’ultimo discorso pubblico di don Tonino Bello
"Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo! Amatelo con tutto il cuore. Prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù dice con semplicità di spirito. Inoltre amate i poveri! Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza. Ma amate anche la povertà. Non arricchitevi! È sempre perdente chi vince col gioco della Borsa. Vi abbraccio tutti, uno alla volta".

 

 

3.2.

Non uccidere

"Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti"
(Mt 5,21-22.43-45).
L’obbedienza a questa Parola e l’esperienza storica di Gesù, che ha realmente praticato la non violenza e l’amore ai nemici, sono criteri decisivi per i cristiani nell’affrontare il problema della guerra e degli armamenti.
Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante giustiziato pochi giorni prima della fine della guerra nel campo di concentramento di Flossembürg nel 1945, in una spiegazione biblica sul salmo 85, il 28 agosto 1934, così afferma: "All’obiezione: lo stato deve essere mantenuto, la chiesa risponde: Ma tu non uccidere. All’obiezione: la guerra crea la pace, la chiesa risponde: Ma tu non uccidere. All’obiezione: la guerra genera la pace, la chiesa risponde: non è vero, genera l’annientamento. All’obiezione: il popolo deve proteggersi, la chiesa risponde: hai già una volta osato nella fede rimettere a Dio la tua protezione, nell’obbedienza al suo comandamento?".
Uno splendido esempio di obbedienza alla Parola, al di là delle convenienze umane.
Il "Catechismo degli adulti" della CEI edito il 16 aprile 1995, segna una svolta teologica, almeno nella chiesa italiana, sul tema del ripudio della guerra e sulla nonviolenza: dopo che per molti secoli la dottrina della chiesa ha convissuto ed ammesso l’idea della guerra giusta, finalmente anche in un testo ufficiale viene proposta una riflessione che quantomeno permette di metterla in discussione. È un invito a continuare la riflessione, a non accontentarsi di luoghi comuni, a prendere sempre più sul serio la Parola di Dio.
"È la guerra ‘il mezzo più barbaro e più inefficace per risolvere i conflitti’. Il mondo civile dovrebbe bandirla totalmente e sostituirla con il ricorso ad altri mezzi... Appare pertanto urgente promuovere nell’opinione pubblica il ricorso a forme di difesa nonviolenta. Ugualmente meritano sostegno le proposte tendenti a cambiare forma e struttura dell’esercito per assimilarlo ad un corpo di polizia internazionale...
È dovere dei politici organizzare la pace: eliminare le armi di distruzione di massa e tenere a basso livello le altre, destinare le risorse risparmiate con il disarmo allo sviluppo dei popoli, sostituire sempre di più la collaborazione alla concorrenza. È dovere di tutti i cittadini educare se stessi alla pace: rispettare il pluralismo politico, sociale, culturale e religioso, favorire il dialogo e la solidarietà in ambito locale e a dimensione planetaria, tenere un sobrio tenore di vita che consenta di condividere con gli altri i beni della terra... In questo contesto risalta il significato educativo che può avere la scelta degli obiettori di coscienza di testimoniare il valore della nonviolenza sostituendo il servizio civile a quello militare, senza peraltro recare pregiudizio al valore e alla dignità del servizio dei militari quando operano come ‘servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli’"10.
Queste parole, tratte dal paragrafo ‘Abolire la guerra’, sono forse il frutto più maturo del seme gettato da quanti, in obbedienza alla Parola, hanno voluto fare della nonviolenza, del rifiuto della guerra e dei suoi strumenti i criteri della loro scelta cristiana.
Dunque, per i cristiani reagire alla situazione attuale in nome della benedizione della pace non è un’opzione fra le altre, un dettaglio più o meno trascurabile: è una questione di fede, di fiducia e obbedienza alla Parola di Dio che non può essere disattesa. Il Dio di Gesù ha già donato la pace ai suoi amici: tocca a loro accoglierla, testimoniarla, farle spazio, collaborare alla sua instaurazione universale che con potenza infallibile è già stata annunziata, si è manifestata in mistero nella Pasqua di Gesù, va via via diffondendosi nel Regno di Dio inaugurato nella predicazione di Gesù e troverà compimento alla fine dei tempi:

"Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà elevato sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
"Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri"
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra.
Casa di Giacobbe vieni, camminiamo nella luce del Signore"
(Is 2,2-5).

Per la riflessione

"L’Italia ripudia la guerra".
Così recita l’art. 11 della nostra Carta costituzionale.
Ma cos’è la guerra?
La guerra è il volto di Miguel, mozambicano, che torna felice dal fronte al termine di una guerra civile durata dieci anni: chissà cosa ha dovuto fare per sopravvivere! Ora è a casa, abbraccia la moglie ed i figli. Non ha più la casa, ma la pace gli permetterà di ricostruirla, di ricominciare. Poi, allontanandosi di pochi metri dalla sua famiglia, forse semplicemente per rivisitare luoghi conosciuti, incappa in una mina anti-uomo e muore... A guerra finita.
La guerra è la fine delle speranze dei due fidanzati, lui mussulmano, lei ortodossa, uccisi sul ponte di Vrbania a Sarajevo, perché non poteva essere possibile che convivessero.
La guerra è la morte di Gabriele Moreno Locatelli, morto sullo stesso ponte per dire al mondo di costruire ponti invece che frontiere, ucciso da un cecchino che sicuramente si era accorto che era disarmato.
La guerra è la morte di tanti nostri connazionali uccisi dai propri commilitoni perché "disertori", cioè perché ripudiavano la guerra.
La guerra è uno spaventoso numero: 56 milioni di morti alla fine del secondo conflitto mondiale. Stalin, preoccupato delle possibili reazioni, comunicò che i morti sovietici erano 16 milioni; Krusciov rivelò al mondo che in realtà la cifra era di 20 milioni; Gorbaciov infine, più di quarant’anni dopo, disse che i morti furono in realtà 27 milioni. La guerra è dunque anche una grande bugia.
Di tutto questo erano profondamente convinti, secondo la testimonianza di Giuseppe Dossetti, gli uomini della Costituente. Non ci fu problema per nessuna bandiera partitica: "L’Italia ripudia la guerra" sia come strumento di offesa che come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. È il dettato della nostra costituzione.

 

 

4. Proposte per un cambiamento

Opporsi alla situazione mondiale attuale è dunque un dovere morale cogente per ogni uomo che voglia rispettare se stesso e gli altri e, a maggior ragione, per ogni cristiano. Il problema è poi quello di come opporsi: ci si scontra spesso con una sorta di paralisi sul ‘cosa fare’.
Sul come reagire alla situazione economica mondiale, le risposte ci sono, ma sono tutte sul medio e lungo periodo; non ci sono risposte semplici e di veloce attuazione e realizzazione. Si pensi allo spirito nuovo che si respira nell’ufficio internazionale del lavoro delle Nazioni Unite, in cui, dopo i fatti di Corea, si cerca di stabilire un codice del lavoro che possa valere per tutti. È un passo nuovo, che esigerà magari vent’anni di fatica, ma ne vale la pena: è giusto e doveroso spendere vent’anni per cercare di fare un codice del lavoro, tale che assicuri un minimo di tutela, di autonomia, di garanzia, di sopravvivenza ai lavoratori, indipendentemente dallo stato in cui vivono, a cui tutti i paesi dovrebbero aderire. È una possibilità.
Ci sono altre possibilità di ordine culturale: modificare il modello mentale e culturale dominante, secondo il quale la massimizzazione del profitto e il libero mercato, dove il più forte mangia il più debole, è il vero e supremo motore dell’economia. Se non si accetta che il più forte mangi il più debole, cambia il modello culturale di riferimento. È anche questa un’operazione di lungo periodo, ma possibile, ad esempio con l’apporto delle chiese: il processo ecumenico di "Giustizia, Pace e Salvaguardia del creato" fa ben sperare sul ruolo delle chiese e dei cristiani nel sollecitare e farsi promotori del cambiamento culturale di cui si parla. I cristiani, che sono circa un miliardo di persone sparse su tutta la faccia della terra, potrebbero realmente far blocco su queste idee.
Anche l’Europa unita potrebbe parlare un nuovo linguaggio, degno dell’uomo, che ponga al centro la cooperazione fra i popoli ed il rispetto per ogni essere umano: e avrebbe un grande peso nel mondo. È una prospettiva realistica, non utopica, qualora il passo etico diventi politico: e cioè scelte di politica estera, industriale (la riconversione), commerciale. E nel mondo ci sono forze enormi che lavorano in questo senso, e sicuramente non invano.
La storia ci ha abituato ad avvenimenti strani e belli nello stesso tempo: su alcune idee si soffre, si discute, si opera molto senza cambiare nulla per diversi decenni; poi un avvenimento solo, non importa quale, fa da catalizzatore facendo scoppiare e rendendo operativi tutti i fermenti sotterranei che per anni non hanno prodotto effetti. Ma se i fermenti non ci sono, non scoppia niente. Si pensi a Gorbaciov o a Giovanni XXIII: quello che hanno fatto, capovolgendo realmente il sistema mondiale, non è stato solo merito loro, che hanno innescato il cambiamento, ma è stato merito anche di tutti coloro che formavano quel tessuto sociale, nascosto, che ha accolto le loro riforme. È importante tener vivo e fecondo il terreno: su di esso germoglieranno nuove realtà.
Dunque, attese di lungo periodo e speranze lontane che avranno compimento solo se le piccole scelte quotidiane forniranno ad esse un terreno favorevole dove fiorire. Le piccole scelte, inoltre, creano cultura, nuovi modelli di pensiero e stimolano la fantasia a ricercare nuove strade degne dell’uomo, di ogni uomo e donna che calca la nostra terra: è la base di una nuova politica.
E queste piccole scelte quotidiane ci sono, sono a portata di tutti: il loro primo effetto sarà il cambiamento e la verifica sulla coerenza, umana o cristiana, di chi le pratica; solo dopo avverranno i grandi rivolgimenti della storia.
Eccone alcuni esempi.

 

 

4.1.

Banca etica

Ne parlano ormai anche i giornali e la televisione: è un progetto nuovo e rivoluzionario. La banca etica è un nuovo tipo di banca che favorisce un diverso uso del risparmio e del denaro.
Il denaro, il risparmio, come si sa, può essere utilizzato in diversi modi. Solitamente la gran parte delle persone cerca di trarre dal proprio risparmio il maggior profitto possibile: quale cittadino, prima di depositare i suoi sudati risparmi in una qualsiasi banca, non controlla se l’interesse propostogli non sia conveniente e sufficientemente alto? D’altra parte la banca, per garantirsi il maggior numero di clienti possibili, cerca di investire il suo capitale nelle attività più redditizie; e non è un caso che, per ottenere questo risultato, i risparmi finiscano nei giri finanziari che fruttano di più e, cioè, attualmente: criminalità organizzata, droga e traffico di armi. Cose con le quali nessun cittadino onesto vorrebbe avere a che fare, perché moralmente - eticamente appunto - cattive. Ed infatti i soldi finiscono in queste attività indipendentemente dalla volontà del risparmiatore e spesso anche indipendentemente dalla volontà dei direttori di banca che lui può conoscere. È quel meccanismo perverso di cui si è parlato nel capitolo sulla globalizzazione: meccanismo perverso soprattutto per i frutti che porta senza che nessuno, apparentemente, ne abbia la responsabilità.
Come si può capire il problema sta all’origine: non è eticamente buono usare il denaro solo per produrre altro denaro. I risparmi possono essere finalizzati in modo diverso, più buono, senza per questo essere improduttivi.
Da queste riflessioni, supportate da esperienze alternative da anni in atto in Italia e all’estero, nasce il progetto della banca etica, promosso da alcuni grandi enti, impegnati, a diverso titolo, per l’uomo e la sua dignità: ACLI, AGESCI, Associazione Botteghe del Commercio Equo e Solidale, Cooperazione Terzo Mondo, Emmaus Italia, Gruppo Abele, Mani Tese... Una banca che sarà soprattutto trasparente, nel senso che il risparmiatore saprà dove andranno investiti i suoi soldi, anzi, lo deciderà egli stesso scegliendo uno dei settori dove investe questa banca, tutti volti a sostenere progetti di solidarietà facenti capo al cosiddetto ‘terzo settore’.
Data la finalità del risparmio, gli interessi dei ai risparmiatori saranno probabilmente più bassi di quelli di un’altra normale banca: ma saranno comunque decisi dall’assemblea dei soci. Ed ecco quindi la seconda nuova caratteristica della banca etica: la partecipazione dei soci ad indirizzare l’andamento della banca stessa, oltre che a costituirla.
In questo momento la banca etica non esiste ancora: esiste invece una Cooperativa verso la banca etica che da quasi due anni sta raccogliendo il capitale sociale necessario alla costituzione della banca stessa, e cioè i 12 miliardi e mezzo richiesti dalla Banca d’Italia per dar vita ad una Banca Popolare cooperativa. Ogni persona può diventare socio della cooperativa verso la banca etica comprando una o più azioni del valore di 100.000 £. Nessuno tuttavia può possedere più dello 0,5% del capitale complessivo: questo per garantire il massimo di democraticità all’assemblea dei soci.
Si sono attivati diversi "gruppi di iniziativa territoriale", vale a dire un gruppo di soci appartenenti alla stessa provincia, con lo scopo di favorire la diffusione della cultura della banca etica e la raccolta del capitale sociale entro il 31 dicembre 1997. L’apertura del primo sportello della Banca Etica è prevista per il settembre 1998.
Si può dunque promuovere anche subito un diverso uso del denaro favorendo la nascita della Banca Etica con l’acquisto di qualche quota del capitale sociale. Domani sarà possibile investire in essa i propri risparmi sottraendoli dal circuito drammatico di cui si è parlato e mettendoli a disposizione di cause degne dell’uomo: la cooperazione e l’animazione sociale ( per la cura ed il reinserimento, anche lavorativo, delle persone che si trovano in situazione di disagio fisico, psichico, sociale e per l’assistenza verso le fasce più deboli); la solidarietà internazionale (per una maggiore e più efficace cooperazione con i paesi del Sud del mondo); l’ambiente (per le attività sia economiche che di sensibilizzazione, dirette alla salvaguardia dell’ambiente e delle sue risorse ed alla produzione di tecnologie a basso impatto ambientale e di materiali ecologici); la cultura e lo sport (per la crescita della società civile attraverso le attività culturali e sportive); l’educazione e la formazione (per le iniziative orientate verso le persone in cerca di occupazione e che necessitano di una riqualificazione professionale); la salute (per le attività di prevenzione ed educazione e per la gestione di servizi non offerti dalla struttura pubblica). Questi settori di investimento a servizio dell’uomo sono quelli che solitamente non trovano le normali banche disponibili a rischiare a motivo del basso profitto che queste attività promettono: c’è quindi la necessità di un cambiamento di mentalità che rimetta al centro l’uomo, ogni uomo. Al centro anche del risparmio e dell’uso del denaro, che non sono fini ma mezzi in vista della vita e della crescita dell’umanità11.

 

 

4.2.

Obiezione di coscienza al sevizio militare

Il 15 dicembre 1972 entrava in vigore in Italia la legge 772 che regola la materia dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Da allora, il giovane che deve assolvere gli obblighi di leva può, in osservanza dei suoi convincimenti religiosi o filosofici e alla sua impostazione della vita - in obbedienza ai dettami della sua coscienza - dichiararsi obiettore di coscienza al servizio militare. Lo Stato, mediante il Ministero della difesa sotto il quale ricadono gli obiettori, non può far altro che accogliere questa dichiarazione: infatti lo Stato è per l’uomo, non il contrario; in ciò che concerne una materia così importante, come la coscienza di un individuo che si oppone all’addestramento alla guerra omicida e che quindi si oppone di essere strumento di morte dell’uomo, lo Stato non può opporsi alla persona: sarebbe una contraddizione. In sostituzione al servizio militare l’obiettore di coscienza è chiamato ad un servizio civile in favore della comunità degli uomini; servizio che la Corte Costituzionale ha definito un modo di difendere la patria alla pari del servizio militare. Un servizio rivolto ai poveri, agli emarginati, almeno nei gruppi di obiettori più impegnati. Un servizio che mette i giovani a confronto con aspetti e volti della società che spesso si dimenticano.
La legge 772 fu una conquista ottenuta dopo anni di proposte di diversi parlamentari di varia estrazione politica; anni di carcere di molti giovani disposti a pagare di persona il loro rifiuto della guerra e della violenza; anni di proteste di piazza a sostegno del diritto e del rispetto della coscienza della persona.
Questa legge, sicuramente carente sotto diversi aspetti, ha fatto fare all’Italia, grazie a coloro che ne hanno usufruito, un salto di civiltà.
Non è retorica. Infatti, quale paese si può definire civile se non rispetta la libertà di coscienza delle persone? Al di là dei benemeriti servizi resi alla società dagli obiettori di coscienza, questi ultimi hanno reso alla patria il servizio di ricordare a tutti che abbiamo una coscienza, e che questa va rispettata e seguita anche a costo di pagare col carcere o con qualsiasi altra punizione la disobbedienza civile a una legge ingiusta.
La legge ingiusta era ed è quella che obbliga i cittadini maschi a imparare ad usare un fucile, o un’altra arma micidiale, al fine di uccidere un’altra persona, fosse anche per il fine più nobile, quale qualcuno ritiene la difesa della patria. Gli obiettori continuano, in nome del dettame della propria coscienza, a dire no al servizio militare da rendere alla patria per la sua difesa, dicendo sì al servizio civile che essi rendono alla patria, sempre per la sua difesa.
In questo modo, è utile chiarirlo, gli obiettori di coscienza al servizio militare, ne siano coscienti o meno, cercano di portare l’Italia, e la comunità internazionale, ad un ulteriore salto di civiltà: quello di bandire una volta per tutte le guerre dalla faccia della terra. L’obiettore è infatti convinto che la legge della sua coscienza non sia diversa da quella degli altri: per questo ricerca il confronto, il dialogo, la discussione, affinché a tutti risulti evidente l’imperativo che è nel profondo di ogni uomo: "fai il bene e fuggi il male". Un imperativo cogente non in forza di una legge scritta, come può essere quella che obbliga al servizio militare, ma in forza di se stesso, della sua evidenza. Un imperativo che se verrà messo in luce ed osservato da tutti porterà naturalmente alla fine delle guerre.
Aver ridato dignità al valore della coscienza, sempre fatta tacere o obnubilata da ogni potere tendenzialmente totalitario, è stato il merito della legge del 1972 e di chi l’ha sostenuta. Far diventare legge universale, per riconoscimento libero ed unanime di tutti, il dettame della coscienza, ivi compreso il rifiuto incondizionato di ogni guerra e di ogni suo strumento, come l’esercito, sarà il merito delle prossime lotte degli obiettori di coscienza al servizio militare: a partire dall’approvazione della legge di riforma della 772 che riconoscerà finalmente il diritto soggettivo all’obiezione, trasferirà l’amministrazione degli obiettori dal Ministero della difesa ad un apposito ufficio presso la Presidenza del consiglio, permetterà agli obiettori di impegnarsi in missioni di pace in territori di guerra e favorirà la formazione degli obiettori e lo studio e l’applicazione della difesa popolare nonviolenta.
L’urgenza dello studio e dell’applicazione della difesa popolare nonviolenta è testimoniata dall’appello ai capi di stato dei paesi membri dell’ONU, firmato il 2 luglio 1997 da venti premi Nobel per la pace, tra i quali Nelson Mandela, Frederick De Klerck, Mikhail Gorbaciov e madre Teresa di Calcutta. In tale appello essi hanno chiesto che l’Assemblea Generale dell’ONU proclami un "Decennio della nonviolenza", a profitto di milioni di bambini che "soffrono in silenzio le conseguenze della violenza... Noi trasmettiamo ai bambini del terzo millennio - affermavano i premi Nobel - una tecnologia magnifica", ma anche "un pianeta malato, una mondializzazione della guerra economica al servizio della tecnologia del mercato, una famiglia umana in piena confusione e lacerata. I nostri bambini avranno bisogno della saggezza di cui noi manchiamo per rinunciare ad una violenza diventata oggi suicida". All’Assemblea Generale dell’ONU si chiedeva quindi che durante il decennio 2000 - 2010 "la nonviolenza sia insegnata a tutti i livelli della società, allo scopo di rendere i bambini coscienti del suo significato reale e pratico, e dei suoi benefici nella vita di ogni giorno".
La legge di riforma in materia di obiezione di coscienza, con i risvolti di civiltà cristiana che essa veicola, da tanti anni in discussione ed insabbiata in Parlamento, arriverà finalmente in porto solo se ci sarà un movimento di persone che la richiederanno, a partire dai 60.000 ragazzi che ogni anno si dichiarano obiettori di coscienza: essi vanno sostenuti e appoggiati nei grandi ideali che intendono seguire12.
L’obiezione di coscienza al servizio militare è l’opposizione al sistema di convivenza della famiglia umana basato sulla deterrenza, sulla paura, sulla violenza, sull’aggressione, sulla vittoria del più forte sul più debole. Tutto questo non ha niente a che vedere col Vangelo né con un minimo senso di umanità e con il rispetto dei più basilari diritti dell’uomo: schierarsi dalla parte degli obiettori di coscienza al servizio militare non è una scelta contingente, valida per un certo periodo o per una certa area geografica e basta: è una battaglia culturale e politica.

 

4.3.

Obiezione di coscienza alle spese militari

Ormai da diversi anni qualche migliaio di persone, in Italia e all’estero, con un gesto di disobbedienza civile cerca di rifiutarsi di contribuire alla spesa militare del proprio Paese: in Italia, ad esempio, le tasse che confluiscono al Ministero della difesa ammontano, attualmente, a 30.000 miliardi di £.
Il motivo del rifiuto è, più o meno, quello che si evince dalle riflessioni fatte nel precedente capitolo sugli armamenti. Come si è visto, al di là della difesa armata - che pure si deve discutere - la produzione delle armi non è certo un bene a servizio dell’uomo e non ha niente a che fare col comandamento del Signore: essa risponde soprattutto ad esigenze di profitto, quali che siano i costi umani che ne derivano in morte e distruzione. E la produzione degli armamenti, per gli alti costi che oggi esige, è incentivata soprattutto dai governi che dispongono di tanto capitale finanziario, proveniente dalle tasse del contribuente. Senza parlare della funzione degli eserciti dei paesi più avanzati, in vista non più della difesa dei confini, bensì degli interessi vitali - e cioè le materie prime presenti nel Sud del mondo - ovunque si trovino: una sorta di condanna alla povertà per i più miserabili della terra.
Per questi motivi alcune persone decidono ogni anno di mettere al sevizio della pace un piccolo gesto di civiltà che, se posto da un grande movimento, potrebbe avere un enorme valore politico, oltre a quello morale, educativo e simbolico che già possiede. Infatti la Campagna di Obiezione alle Spese militari (che riunisce questi cittadini e varie associazioni tra cui Pax Christi) si propone di: ottenere dallo Stato italiano una legge che consenta l’obiezione fiscale alle spese militari ad ogni cittadino e che preveda l’istituzione di un ente statale, Ministero o altro, con lo scopo di sviluppare ed organizzare una Difesa Popolare nonviolenta; l’inserimento all’interno della dichiarazione annuale dei redditi (I.R.P.E.F.) di una opzione fiscale, per cui ogni cittadino possa scegliere se finanziare con le sue tasse la difesa popolare nonviolenta anziché la difesa armata attuale; cominciare a diffondere ed attuare tale nuova difesa con gli strumenti nonviolenti; promuovere la legge di riforma sull’obiezione di coscienza al servizio militare.
L’obiezione di coscienza alle spese militari è il rifiuto di versare quanto del proprio imponibile è destinato al bilancio militare (il 5,5% delle tasse pagate con l’I.R.P.E.F). Secondo la legislazione attuale, che la campagna vuole cambiare, si tratta di evasione fiscale: ma non è così. Infatti i soldi che non vengono versati all’erario vengono consegnati ogni anno, il 4 novembre, al Presidente della Repubblica affinché li destini ai fini nonviolenti che la campagna si propone. Siccome poi il Presidente non li accetta essi vengono impiegati per lo studio e l’attuazione, in Italia e all’estero, della difesa popolare nonviolenta. Questo atto di disobbedienza civile porta poi, circa cinque anni dopo, al pignoramento di beni equivalenti alla somma ritenuta evasa: l’obiettore di coscienza alle spese militari paga dunque due volte.
Ultimamente si è anche cercata la via dell’opzione fiscale senza nessuna violazione della legge vigente: così alcuni, senza conseguenze di ordine giuridico, hanno dedotto dal proprio imponibile nella dichiarazione dei redditi la somma che hanno versato ad Organizzazioni non Governative che attuano la difesa popolare non violenta. In questo modo una parte del contributo fiscale è stata comunque sottratta dal bilancio della difesa.
Infine è anche possibile aderire alla campagna di obiezione di coscienza alle spese militari semplicemente finanziandola o finanziando (con un modesto contributo) uno dei progetti nonviolenti degli enti che la sostengono.
Qualsiasi scelta venga fatta essa viene comunicata al Presidente della Repubblica che così ha il sentore democratico di una parte così qualificata della cittadinanza13.
Sulla stessa linea viene proposta ogni anno la Campagna "Venti di pace": un cartello di numerose associazioni pacifiste che in occasione della legge finanziaria si adoperano affinché almeno una parte della spesa militare venga stornata verso capitoli di spesa socialmente più utili come la sanità, l’istruzione, la cooperazione internazionale... A questo scopo un gruppo di esperti studia il modo di proporre emendamenti tecnicamente possibili che poi sono presentati da alcuni parlamentari più sensibili al problema della pace. La loro azione istituzionale viene supportata da alcune iniziative nonviolente (volantinaggi, digiuni, manifestazioni...) di sostegno.

Per la riflessione

Il diritto alla non cooperazione

Dichiarazione conclusiva della Quinta assemblea internazionale degli obiettori di coscienza alle spese militari tenutasi a Hondarribia (Spagna) nei giorni 16-17 settembre 1994.

Tutte le persone hanno diritti e doveri, sia come individui sia come membri delle proprie comunità, e hanno anche la responsabilità di mantenere quei diritti e doveri in equilibrio.
Nessuno dovrebbe essere forzato a violare una profonda convinzione di coscienza. Il nostro obiettivo è di contribuire alla pacifica risoluzione dei conflitti; un aspetto di ciò è il nostro ineludibile impegno per il riconoscimento del diritto a non essere coinvolti, attivamente e passivamente, nell’uccisione di esseri umani nostri fratelli. La maggior parte dei cittadini sono educati a credere che gli strumenti militari siano una parte necessaria delle relazioni internazionali. Ma abbiamo la forte convinzione che nessuno dovrebbe sostenere azioni o preparativi militari, sia con il servizio personale, sia con contributi fiscali o con ogni altro mezzo.
Riteniamo anche che costituisca violazione di coscienza il fatto che qualcuno debba essere forzato a dare tale supporto. Ci appelliamo ai nostri cittadini e governi affinché essi rispettino con un riconoscimento legale la nostra obiezione di coscienza alle spese militari. Il nostro scopo finale è quello di abolire tutte le spese e le attività militari. Dobbiamo lavorare tutti insieme per costruire una società in cui non esistano più le armi e in cui tutti i diritti umani siano rispettati.

 

 

4.4.

Commercio equo solidale

il capitolo dedicato alla globalizzazione ha preso in considerazione l’ingiusto sfruttamento della manodopera industriale dei paesi poveri, che è un fatto relativamente recente. Non si è parlato di un’altra grande ingiustizia che affonda le sue radici in stagioni più lontane: la costrizione alla monocoltura.
I paesi del Sud del mondo sono stati per diversi secoli colonie dei paesi occidentali. In queste colonie venivano praticate, in modo estensivo ed in grandissimi spazi, le colture più adatte al clima locale: cacao, canna da zucchero, caffè, arachidi, banane... E questi prodotti erano poi commercializzati dalle grandi compagnie (delle Indie occidentali, delle Indie orientali ecc.). Quando nel nostro secolo, dopo la seconda guerra mondiale, le colonie ottennero l’indipendenza, si trovarono di fronte a due problemi: avevano bisogno di capitali per organizzare i nuovi stati e non potevano procurarseli che con l’unica attività che sapevano praticare, e cioè la coltura estensiva che da secoli avevano imparato. D’altra parte le compagnie commerciali, ormai trasformate in multinazionali capaci di controllare, ad esempio, tutta la produzione mondiale di cotone e di imporre le loro leggi di mercato anche agli stati più prosperi, avevano la possibilità di obbligare uno di questi paesi a estendere una certa coltura e di imporvi il prezzo: diversamente il tale paese non avrebbe venduto proprio niente. Nacquero così le cosiddette "repubbliche delle banane". Il guadagno era limitatissimo e continuamente minacciato, ad esempio, da una malattia della pianta o dalla buona produzione della stessa coltura in un altro paese che abbatteva il prezzo. I paesi poveri si sono indebitati per costruire le infrastrutture statali e per tentare di aumentare la loro produzione (oltre che per sostenere guerre civili e locali) e ora quanto guadagnano non basta per pagare annualmente gli interessi sui debiti contratti. La monocoltura, dimostratasi nel tempo un vero cappio, monopolizza tutto il terreno disponibile, tanto che si riduce lo spazio per la produzione alimentare locale. A fronte di tutto ciò la Banca Mondiale e la FAO continuano a proporre a questi paesi, come aggiustamenti strutturali, l’estensione della monocoltura e il taglio alle improduttive spese sociali. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Dalla presa di coscienza di questi enormi problemi è nato il commercio equo e solidale. Una piccola alternativa costruita dalla base più che dai vertici della società.
"Il principio di fondo del commercio equo e solidale (detto anche commercio alternativo) è di garantire ai produttori del Sud un compenso equo del loro lavoro. Nel commercio tradizionale questo obiettivo è ostacolato dalla presenza di commercianti locali ed internazionali che esercitano una mediazione strangolatrice.
La soluzione proposta dal commercio alternativo è di distribuire prodotti comprati direttamente dai contadini e dagli artigiani del Sud del mondo in modo da far godere a loro tutto il prezzo pagato. Un prezzo equo, naturalmente, stabilito dai produttori stessi, perché nessuno meglio di loro sa qual è la giusta retribuzione.
L’idea del commercio equo e solidale nacque in Olanda circa trent’anni fa, da parte di alcuni organismi che già erano presenti nei paesi del Sud con progetti di sviluppo al servizio dei più poveri. Come primo passo aiutarono gruppi di contadini e di artigiani ad organizzarsi in cooperative capaci di raccogliere i loro prodotti e di avviarli all’esportazione. Contemporaneamente in Olanda fu fondata una cooperativa di importazione per far entrare nel paese i prodotti del commercio alternativo. Inoltre, città per città, i gruppi più sensibili aprirono dei punti di vendita che furono battezzati ‘Botteghe del mondo’.
Sulla scia di questa esperienza, in tutta Europa sono nate delle organizzazioni che si occupano del commercio equo e solidale. Naturalmente ne abbiamo anche in Italia e sono addirittura quattro... Quanto alle Botteghe del Mondo, esse sono circa un centinaio ed è proprio qui che si possono comprare i prodotti come il caffè, il cacao ed il tè, con la coscienza tranquilla"14 .

 

 

4.5.

Boicottaggi

È una forma di manifestare il proprio pensiero, o la propria avversione ad una attività ingiusta, che ha una lunga storia ma che oggi, grazie anche alla facilità di comunicazione, può essere a portata di tutti e può ottenere risultati anche a breve termine.
Ci sono boicottaggi molto onerosi per chi li pratica: fermare un treno carico di armi, opporsi all’installazione dei missili a Comiso, porsi davanti ad un carro armato, come ha fatto il famoso giovane di Piazza Tienamann...
Ma ce ne sono altri che non richiedono tanto sacrificio e che pure sono efficaci.
In questi anni il Centro Nuovo Modello di Sviluppo ha reso noti i nomi di grandi imprese che guadagnano a scapito di ingiustizie vere e proprie, condannate dal Diritto, consumate generalmente nei paesi più poveri, ed ha invitato ad essere attenti a ciò che si compra in modo da non favorire il perdurare di tali ingiustizie: non comprare un certo prodotto significa già boicottarlo soprattutto se il motivo del proprio gesto viene spiegato a chi ne chiede conto e viene notificato, con una semplice cartolina, all’impresa in questione.
La "Campagna scarpe giuste" contro la ‘Nike’ e la ‘Reebok’, che nel Sud Est asiatico sfruttano il lavoro a basso costo, in poco tempo ha costretto il rappresentante della ‘Nike’ per l’Italia ad un confronto pubblico con Franco Gesualdi, direttore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
Sempre attraverso le cartoline postali ed altre iniziative, dopo quattro anni è giunta in porto, almeno in parte, la "Campagna anti-mine": il 31 luglio 1997 la Commissione esteri della Camera ha approvato in sede legislativa la legge per la messa al bando delle mine anti-persona. È un primo passo, in attesa che anche il Senato compia il suo dovere, verso l’eliminazione totale di questi ordigni micidiali.
Per maggiore chiarezza viene sotto riportato il testo che giustifica e invita ad aderire alla "Campagna giochi leali" partita nel marzo 199715. Si tratta anche di un esempio delle conseguenze dovute alla globalizzazione coniugata con la ricerca della massimizzazione del profitto, di cui si è parlato nel primo capitolo.

 

 

CRONACA DI UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA

Alle due del pomeriggio del 19 novembre ‘93 in una fabbrica di giocattoli di Kuiyong, una cittadina cinese a ridosso di Hong Kong, c’era l’inferno. Poco prima, al piano terra era divampato un incendio e le fiamme stavano già arrivando al 2° piano, dove stavano lavorando duecento ragazze fra i 15 e i 20 anni.
Gli incendi sono frequenti nelle fabbriche cinesi e appena comparve il fumo le ragazze si precipitarono giù per le scale.
Ma quando arrivarono al piano terra trovarono il cancello d’uscita chiuso a chiave. Le ragazze allora tornarono ai piani di sopra cercando una via d’uscita dalle finestre, ma anch’esse erano bloccate da inferriate. L’ossessione dei padroni cinesi per i furti le stava mettendo in una trappola mortale. In preda al terrore molte tornarono di nuovo al piano terra, nella speranza che il cancello fosse stato finalmente aperto, ma furono avvolte dalle fiamme. Altre, intanto, con l’aiuto di una leva, erano riuscite ad aprire un varco fra le sbarre, e trovarono salvezza gettandosi dal secondo piano. Il bilancio finale fu di 87 ragazze carbonizzate e di una quarantina ferite, dieci delle quali gravemente ustionate tanto da rimanere invalide per il resto della vita.
La fabbrica distrutta dalle fiamme si chiamava Zhili ed era di proprietà di una società di Hong Kong (la Tri-CO Industriai Ltd.) che produceva giocattoli per la Chicco.

 

 

LA CARTA DI IDENTITÀ DI CHICCO

Chicco è un nome familiare in Italia. Il suo slogan "Chicco, dove c’è un bambino" è entrato in tutte le case.
Molti credono che Chicco sia una società produttrice, ma in realtà è solo un marchio di vendita. La società proprietario del marchio è l’Artsana, che a sua volta fa parte di un gruppo ben più vasto, più noto come "gruppo Catelli", dal nome della famiglia proprietaria. Il gruppo Catelli trae origine dall’attività commerciale nel settore degli articoli sanitari e dei termometri svolta da Pietro Catelli nel dopoguerra. Verso la fine degli anni ‘50 prese avvio l’attività di produzione di articoli per l’allattamento e lo svezzamento con il marchio "Chicco". Poi la produzione si è gradatamente diversificata e oggi il Gruppo Catelli oltre a produrre i classici prodotti sanitari per la prima infanzia, produce anche aghi e siringhe (marchio Pic), prodotti cosmetici (marchi Lycia e Korff), scarpe anatomiche (marchio Plantas), profilattici (marchio Control), pannolini (marchio Serenity) e giocattoli a marchio Chicco, Baby e Disney.
Dal 1996 il gruppo Catelli si è ingigantito ulteriormente attraverso l’acquisto della Prénatal, che è una delle maggiori catene di distribuzione di abbigliamento per bambini. In questo modo ha messo a segno un colpo grosso ed è stato il modo migliore per festeggiare il mezzo secolo di vita dell’impresa. Grazie a questa acquisizione, il gruppo varca di slancio la quota 1.800 miliardi di fatturato annuo. All’Artsana neppure il calo demografico degli ultimi anni sembra aver provocato grosse difficoltà. Il giro d’affari è passato dai 412 miliardi dell’89 ai 725 dei 1995, con profitti che si aggirano intorno ai 20 miliardi e un indebitamento pressoché inesistente.
I prodotti dell’Artsana sono venduti attraverso 15.000 farmacie, 10.000 negozi per l’infanzia e 200 negozi esclusivi Chicco. Ad essi ora si aggiungono anche i 169 negozi della Prénatal.

 

 

LA DIMENSIONE MULTINAZIONALE DELLA CHICCO

Il gruppo Catelli ha circa 2.500 dipendenti. Alcuni lavorano in stabilimenti tessili, che continuano a produrre capi di abbigliamento a marchio Chicco. Ma il grosso dei dipendenti è addetto alle operazioni di confezionamento e di commercializzazione. Ormai anche Catelli sta seguendo le orme di molte altre industrie tessili e di giocattoli, che si orientano ad essere sempre più imprese commerciali e sempre meno imprese produttive, perché la produzione è più conveniente trasferirla in Paesi dell’Europa dell’Est o dell’Estremo Oriente, dove i salari sono anche 20 volte più bassi. La tecnica è quella dell’appalto, che consente alle imprese multinazionali di evitare tutti i rischi legati alla produzione e di non assumersi nessuna responsabilità rispetto alle condizioni dei lavoratori. Di solito succede che la multinazionale progetta un prodotto e dopo averne realizzato il bozzetto interpella il suo agente di Hong Kong affinché trovi un’impresa insediata in un Paese asiatico, disposta a realizzare la produzione al prezzo più basso possibile. Non a caso anche Catelli ha una filiale ad Hong Kong di nome Caben.
Naturalmente l’agenzia di Hong Kong non ci mette molto a trovare la soluzione al problema perché vari Paesi asiatici come la Tailandia, la Cina, l’Indonesia, le Filippine e perfino il Vietnam hanno fatto della produzione su contratto la loro specialità.
Gli artefici del sistema sono i governi locali e società originarie di Hong Kong, Taiwan e Corea dei Sud. Così, mentre i primi garantiscono vantaggi fiscali, basse paghe e uno stato poliziesco per tenere a bada i lavoratori, le seconde mettono i capitali per aprire gli stabilimenti. Alla fine sono tutti soddisfatti: i governi perché hanno richiamato capitale straniero che consolida il loro potere, le multinazionali asiatiche perché possono disporre di un’abbondante manodopera da sfruttare e le multinazionali europee e americane perché possono ottenere i loro prodotti a prezzi irrisori evitando ogni rischio ed ogni responsabilità.
I grandi perdenti, naturalmente, sono i lavoratori asiatici, che sono costretti a fare orari massacranti in cambio di salari da fame e a lavorare in fabbriche che mettono a rischio la loro vita.

 

 

IN CINA DOVE IL LAVORO UCCIDE

In Cina gli stabilimenti delle multinazionali asiatiche sono concentrati nel Sud del paese in alcune zone dette "franche" perché garantiscono agli imprenditori stranieri condizioni particolarmente vantaggiose come l’uso gratuito di terreni ed edifici, la libertà di espatriare i profitti senza pagare tasse, l’esenzione da dazi doganali. La lista delle agevolazioni, naturalmente, è molto più lunga e comprende l’assenza di vincoli di rispetto ambientale, la garanzia di bassi costi di lavoro, e misure poliziesche per impedire le proteste dei lavoratori. All’interno delle "zone franche" l’insoddisfazione nel lavoratori è molto grande. I salari non bastano a coprire neanche i bisogni fondamentali e sono pagati con un ritardo di mesi. Il lavoro straordinario supera spesso il limite legale di 44 ore mensili. Non è consentito l’uso del bagno più di due volte al giorno per un totale di pochi minuti. Non esiste nessuna garanzia del posto di lavoro e al contrario molte imprese trattengono illegalmente i documenti dei lavoratori, per poterli ricattare e licenziare con più facilità.
Non è ammessa la libertà sindacale ed è proibito scioperare. Per questo i lavoratori sono costretti a subire molte angherie comprese le punizioni corporali molto in uso nelle fabbriche di proprietà sudcoreana.
Le norme per la sicurezza dei luoghi di lavoro sono molto blande e nessuno controlla che siano rispettate. Ciò spiega perché negli ultimi anni in Cina si sono avuti in media 20.000 morti all’anno nel solo settore industriale.
Il problema della sicurezza è ancora più sentito dalle giovani contadine che per sfuggire alla povertà provocata dal nuovo corso economico che tassa i contadini all’inverosimile, vanno a lavorare nelle zone franche distanti anche 3.000 chilometri. Senza una casa dove stare sono spesso alloggiate all’ultimo piano dello stesso edificio in cui si trova la fabbrica, e se questa prende fuoco finiscono arse vive. Le ragazze che cucivano i giocattoli della Chicco lavoravano in una fabbrica-dormitorio della più importante zona franca cinese: quella dello Shenzhen.

 

 

ANCORA IN ATTESA DI UN EQUO INDENNIZZO

All’indomani dell’incendio alla Zhili, il Tribunale di Kuiyong ha aperto un’inchiesta. Ha giudicato l’impresa responsabile della tragedia e ha condannato il proprietario, Lo Chiu-Chuen cittadino di Hong Kong, a due anni di reclusione anche per aver pagato una tangente al comandante dei vigili del fuoco affinché falsificasse gli esiti dell’ispezione. Ma la detenzione di Lo Chiu-Chuen è durata molto meno: dopo 11 mesi è uscito di galera adducendo ragioni di salute.
La condanna di Lo Chiu-Chuen ha chiuso la parte penale del caso, ma non ha reso giustizia alle vittime e alle loro famiglie.
Secondo la legge cinese le vittime, o le loro famiglie, avrebbero dovuto ricevere dall’impresa una somma una tantum di circa 3 milioni di lire e un assegno mensile vitalizio pari all’80% del salario minimo.
In realtà non hanno ricevuto proprio niente perché non erano stati assicurati contro gli infortuni mentre la Zhili era corsa subito al riparo dichiarandosi fallita.
Vista la situazione, è intervenuto il governo cinese che ha elargito alla famiglia di ogni morto circa 5.000.000 di lire dichiarando chiusa la partita. Al superstiti gravemente ustionati, invece, non è stato dato niente. Senza nessun tipo di indennizzo non hanno potuto sottoporsi ad interventi di chirurgia plastica, né hanno potuto fare terapia riabilitativa ed oggi vivono in uno stato semivegetativo nei loro villaggi nativi.

 

 

LA CHICCO DEVE ASSUMERSI LE PROPRIE RESPONSABILITÀ

Quando succedono simili tragedie, chi rimane nell’ombra è sempre la ditta appaltante che fra tutti è quella che si arricchisce di più alle spalle dei lavoratori e dell’ambiente dei Sud dei mondo. Per questo, subito dopo l’incendio, alcuni gruppi di Hong Kong, svolsero varie manifestazioni per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle responsabilità della Chicco che al pari della Zhili aveva l’obbligo di garantire un risarcimento alle vittime.
La CISL italiana raccolse l’appello e pose la questione alla direzione dell’Artsana che in via di principio si dichiarò disponibile a partecipare al risarcimento. Tuttavia Chicco non ha mai sborsato una lira per motivi che non sono ben chiari.
Proprio per questo sono stati ripresi i contatti con i gruppi di Hong Kong e assieme a loro è stato deciso di riaprire il caso con la direzione dell’Artsana affinché faccia avere alle vittime della Zhili, e in particolare modo ai superstiti gravemente ustionati, quanto non hanno ancora ricevuto.

 

 

TUTTE LE IMPRESE DI GIOCATTOLI DEVONO ADOTTARE UN CODICE DI CONDOTTA

Ormai una grandissima percentuale dei giocattoli sono prodotti in appalto nel Sud Est asiatico e sono rivenduti nel resto del mondo col marchio dei grandi produttori tradizionali: Mattel, Hasbro, Sega, Nintendo, e, per venire all’Italia, Chicco, Trudi, Gig, Giochi Preziosi. Questo sistema consente alle imprese di ottenere vasti profitti, ma come hanno mostrato varie testimonianze, i lavoratori sono trattati in maniera quasi schiavistica. Per questo in tutto il mondo è in corso una campagna internazionale per indurre tutte le imprese di giocattoli ad adottare un codice di condotta che le impegni a rifornirsi solo da produttori locali che rispettano i fondamentali diritti dei lavoratori.
In Inghilterra il sindacato e le associazioni umanitarie hanno già raggiunto un accordo con l’associazione dei produttori di giocattoli ed è importante raggiungere lo stesso obiettivo anche in Italia.

 

 

IL CODICE DI CONDOTTA PROPOSTO DAL SINDACATO INTERNAZIONALE

La CISL internazionale ha elaborato un codice di condotta che dovrebbe essere sottoscritto da tutte le imprese che appaltano la produzione nei paesi meno garantiti. Il Codice è composto di due parti: principi generali e impegni specifici.
- PRINCIPI GENERALI
L’impresa appaltante riconosce le sue responsabilità nei confronti di tutti i lavoratori che partecipano alla produzione degli oggetti che recano il suo marchio. In particolare riconosce il loro diritto a ricevere salari adeguati ai bisogni fondamentali e a lavorare nel rispetto delle Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale dei Lavoro n° 29, 87,98, 100, 105, 111 e 138.
L’impresa appaltante riconosce anche la necessità di sistemi di controllo indipendente per verificare il rispetto dei diritti dei lavoratori nelle fabbriche appaltate.
- IMPEGNI SPECIFICI
L’impresa appaltante passerà la produzione o si rifornirà solo da imprese che si impegnano al:
* Non utilizzare lavoro forzato (Convenzioni OIL 29 e 105).
* Garantire pari opportunità e pari trattamento indipendentemente da tratti somatici, sesso, religione, opinioni politiche, nazionalità, origine sociale o altre caratteristiche discriminanti (Convenzioni OIL 100 e 111).
* Non utilizzare lavoro minorile e ad assumere lavoratori che abbiano più di 15 anni (Convenzione OIL 138).
* Garantire la libertà di associazione sindacale e il diritto alla contrattazione collettiva.
* Pagare salari pari ai minimi legali e comunque adeguati ai bisogni fondamentali con disponibilità a maggiorarli per consentire standard di vita più elevati.
* Mantenere l’orario di lavoro entro le 48 ore settimanali e a non rendere obbligatorio il lavoro straordinario che in qualsiasi caso non deve superare le 12 ore settimanali. Inoltre deve essere garantito almeno un giorno di riposo settimanale e un periodo di ferie all’anno.
* Garantire un ambiente di lavoro sano e adottare adeguate misure antinfortunistiche e di sicurezza.
* Procedere ad assunzioni regolari, riducendo al minimo l’uso di lavoro temporaneo e precario. Gli impegni nei confronti dei lavoratori regolarmente assunti non devono essere evitati facendo ricorso ai contratti di subappalto, o ai contratti di apprendistato che non hanno nessun reale intento di insegnare abilità o di regolarizzare la posizione. Ai lavoratori più giovani deve essere garantita la possibilità di partecipazione a corsi educativi o professionali.
* Affiggere il presente codice in tutti i luoghi di lavoro nella lingua locale e non procedere a sanzioni disciplinari nei confronti dei lavoratori che forniscono informazioni sul rispetto del presente codice.
* Accettare sopralluoghi ed ispezioni tendenti a verificare il rispetto del presente codice. In particolare l’impresa appaltata deve impegnarsi a:
a. Fornire informazioni sul proprio funzionamento;
b. Consentire in qualsiasi momento l’accesso ai posti di lavoro agli ispettori concordati;
c. Registrare nome, età, ore lavorate e salari distribuiti ad ogni lavoratore, rendendo disponibili i dati su richiesta degli ispettori concordati.
L’adesione alla Campagna comporta il semplice invio di quattro cartoline, da richiedere già predisposte al Centro Nuovo Modello di Sviluppo: la prima all’Assogiocattoli, affinché promuova fra i suoi aderenti un codice di comportamento rispettoso dei diritti umani e intervenga presso l’Artsana per invitarla a risarcire le famiglie vittime dell’incendio in questione; la seconda al sindacato affinché si adoperi al ristabilimento della giustizia violata e alla proposta di nuovi comportamenti da parte delle imprese; la terza all’Artsana invitandola al risarcimento, pena il boicottaggio dei suoi prodotti; la quarta al Centro Nuovo Modello di Sviluppo, così che possa valutare l’impatto della campagna. Naturalmente aderire significa anche farsi promotori presso i propri conoscenti ed amici16 .

Per la riflessione

Il 12 febbraio 1991, 17 pacifisti avevano fermato per mezz’ora, con un’azione diretta nonviolenta alla stazione Pescantina, in provincia di Verona, un convoglio militare che trasportava carri armati americani del tipo m-88 provenienti dalla Germania e diretti in Arabia Saudita per la guerra del golfo. I pacifisti accusati di "blocco ferroviario", che prevede pene da 1 a 6 anni, sono stati assolti il 27 gennaio 1997 dal tribunale penale di Verona "perché il fatto non sussiste".
È stato un processo rovesciato che ha messo sotto accusa quelle istituzioni che preparano, finanziano e sostengono la guerra. Ed è stato un processo che ha raggiunto il suo scopo.
Nel corso dell’udienza sono stati ascoltati, oltre agli imputati che hanno letto la loro bellissima lettera ai giudici, anche due testimoni morali a difesa, per la prima volta ammessi dopo tanti anni di processi politici: Angelo Cavagna, prete dehoniano di Bologna, e Antonio Papisca, direttore della scuola di specializzazione sui diritti dell’uomo e dei popoli, dell’Università di Padova.
Padre Cavagna, dopo aver dimostrato l’evidenza dell’immoralità e dell’illegalità della guerra del golfo dal punto di vista etico, cristiano e costituzionale, ha concluso la sua difesa dicendo: "di fronte a tale immoralità, persone moralmente sveglie e lucide non solo possono, ma debbono opporsi con metodi ragionevoli e degni di una civiltà, come quelli nonviolenti".
Il prof. Papisca, da parte sua, ha tenuto una autentica lezione di diritto internazionale. Nella guerra del golfo, ha detto in particolare, "ci fu una vera e propria propaganda di guerra, nonostante l’esplicito divieto dell’art. 20 del covenant internazionale sui diritti civili e politici... Si attentò flagrantemente alla salute mentale e alla coscienza dei bambini e dei giovani e, più in generale, alla morale pubblica". Poiché il 24 ottobre 1996, giornata dell’ONU, su iniziativa del movimento pacifista, il presidente della commissione esteri della nostra Camera dei deputati ha dichiarato che il futuro dell’ONU è oggi al centro della politica estera italiana e nello stesso senso si è espresso il ministro degli esteri Dini alla cinquantunesima sessione dell’Assemblea generale dell’ONU, allora, ha affermato Papisca, "quanto oggi perseguito dallo stato italiano, fu chiesto dai pacifisti dell’epoca della guerra del golfo. Sicché le dimostrazioni nonviolente di allora devono, per verità storica, essere intese non solo come affermazione di legalità internazionale, non solo come feconda lezione di etica universale, ma anche come illuminata anticipazione politica dei legittimi comportamenti governativi ora richiamati".
La sentenza di assoluzione ha, per fortuna, scongiurato il curiosissimo e drammatico caso per il quale chi si è mosso a difesa della Costituzione e della Carta delle Nazioni Unite, solidale con la popolazione civile che subiva i bombardamenti, venisse condannato dopo essere stato messo sul banco degli imputati; mentre chi ha sganciato le bombe ha ricevuto medaglie al valore militare.
Al processo erano presenti anche alcune classi di studenti per assistere ad una lezione di educazione alla pace. È un bel segno. Ma sarà comunque arduo per gli insegnanti che vorranno spiegare il cammino della pace giustificare il fatto che sul banco degli imputati sono andati coloro che hanno fermato il convoglio della morte, e non i mercanti di armi che hanno fornito gli strumenti di morte in Iraq, in Bosnia e in Cecenia.
Saddam Hussein è ancora al potere; la guerra del golfo ha stracciato come immondizia la Carta dell’ONU; l’embargo ha continuato a calpestare i diritti umani del popolo iracheno: tutto questo passerà alla storia come legittimo. A meno che i giudici di Verona non vogliano dire una parola chiara, scrivendo il motivo di assoluzione che riaffermi la validità suprema dei principi costituzionali e delle Nazioni Unite e che assolva con formula piena un gesto di disobbedienza civile alla guerra, che è il più grande crimine contro l’umanità.
Questa sì, sarebbe una sentenza da studiare sui banchi di scuola.

 

 

5. Conclusioni

Forse, in questo testo, si sono spese fin troppe parole per affermare qualcosa che risulta evidente alla coscienza, umana o cristiana, di tutti. E d’altra parte per passare ai fatti, che sono le vere conclusioni, è necessaria la decisione personale o di gruppo che nessuno può imporre.
Buon lavoro!

 

 

6. Appendice

Vengono riportati, in questa sezione, alcuni documenti che testimoniano il desiderio e la ricerca di nuove vie di giustizia e di pace. Purtroppo pochi li conoscono e di conseguenza pochi riflettono su questi temi così importanti e vitali.

 

Carta per la pace di Camaldoli

è un documento redatto, nel 1996, dopo un lavoro di discussione di vari gruppi impegnati per la pace e con la collaborazione di alcuni parlamentari europei. L’estensore materiale è Francesco Pasetto, parroco di Camaldoli.

 

 

1. LA PACE è "FRUTTO DELLA GIUSTIZIA"

La pace, secondo una definizione classica, è "tranquillità dell’ordine". Non tranquillità comunque, ma nell’ordine, inteso come l’esatto contrario della conservazione pura, cara a tutti i regimi autoritari; ossia concepito come giustizia applicata, secondo la massima biblica: Opus iustitiae pax, la pace è il prodotto della giustizia (Isaia 22, 17).
Rassegnarsi alla "normalità dell’orrore" non è da pacifisti. Tranquilli si può stare solo quando l’uomo, e i suoi diritti sono rispettati, ovunque. In presenza di aggressioni, nei casi di sfruttamento, la pace-tranquillità appare un lusso imperdonabile. L’ingiustizia va corretta. Bisogna intervenire.
Ma come? E, soprattutto, da parte di chi?

2. LA PACE TROVA APPOGGIO IN MANIFESTAZIONI POPOLARI E INTERVENTI UMANITARI

Si lavora certo per la "pace tranquillità dell’ordine", promuovendo interventi umanitari, servizio civile alternativo al servizio militare, manifestazioni popolari, esperienze di Fair Trade o del "commercio equo e solidale".
Purché si sia coscienti che iniziative del genere appaiono indispensabili per lenire le sofferenze e denunciare situazioni, ma risultano insufficienti ad aggredire le cause. Alle cause si arriva solo mediante un’azione politica, che non si arresti di fronte alla necessità di governare l’economia in base anche alle leggi non scritte della solidarietà.

3. FAVORISCE LA PACE UNA DIPLOMAZIA VOLTA A SOSTENERE IL DIRITTO

La "pace-tranquillità dell’ordine" si può difendere con iniziative diplomatiche. A patto che esse perseguano interessi generali, cioè la giustizia tra i popoli, prima ancora che tranquillità particolari. E naturalmente a patto che l’azione diplomatica non pretenda di desumere proprio dalla guerra la sua efficacia. Insomma l’attività diplomatica convince solo se mira a instaurare il primato della politica sulla logica militare.
D’altra parte è anche vero che una diplomazia arrendevole, una diplomazia che presuma di rintuzzare con l’appeasement alla Chamberlain l’aggressività ingorda dei lebensraum di un Hitler porta dritto verso la vergogna di Monaco e poi alla guerra.

4. LA DIFESA DELLA PACE-GIUSTIZIA PUÒ ESIGERE L’USO DELLE ARMI

È allora il caso di riesumare la dottrina della "guerra giusta"? No. Perché - ammoniva già Giovanni XXIII nella Pacem in terris (1963) - "in questa nostra età, che si gloria della forza atomica, non è pensabile che la guerra valga a riparare le violazioni del diritto (alienum est a ratione bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda)". E poi perché una delle tre condizioni richieste per la possibilità della guerra giusta, cioè che la dichiarazione provenga dal principe, si colloca nel contesto del verticismo nazionalistico.
Eccoci così rinviati all’interrogativo: chi, in caso di necessità, deve intervenire militarmente? È almeno dal Settecento che è stato individuato l’unico soggetto adeguato di un simile intervento: un esercito con funzioni di polizia internazionale, agli ordini di un’istituzione mondiale; un esercito programmato finalmente per una "pace giusta". Se è da ingenui pensare che si possa sempre difendere il diritto senza le armi, è da conservatori miopi consentire che siano i governi nazionali a manovrare a piacimento i potenziali bellici disponibili e ad approntarne, in concorrenza fra loro, di sempre più devastanti.

5. LA DIFESA DELLA PACE È GARANTITA SOLO DA UN ORGANISMO SOVRANAZIONALE

Nella prospettiva di uno Stato mondiale si collocano importanti documenti e istituzioni del XX secolo. Dai Quattordici punti di Wilson alla Società delle Nazioni, dalla Carta atlantica alla Conferenza di San Francisco è stato un susseguirsi di tentativi miranti a ridurre gli armamenti e a creare organismi politici sovranazionali allo scopo di "costruire la terra".
A questo realismo illuminato s’ispira l’art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana, che non solo "ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali", ma consente pure "in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri pace e giustizia fra le nazioni", anzi "promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Principi del genere rappresentano un passo avanti decisivo sulla via della pace. Ne va favorita la diffusione e soprattutto l’applicazione.

6. SOLO UNA PROFONDA REVISIONE FARÀ DELL’ONU L’AUSPICATO ORGANISMO MONDIALE

Purtroppo l’ONU ha deluso le attese dei popoli. Non solo per inosservanze della Carta di fondazione, ma anche per evidenti limiti strutturali. Sicché il movimento pacifista, proprio perché consapevole dell’urgenza di creare un governo mondiale dotato degli strumenti adeguati alla difesa dei diritti di ogni uomo e di ogni etnia (dei ceceni, dei curdi, degli iracheni, come dei bosniaci... ), non può che dar voce alla domanda di una radicale revisione delle Nazioni Unite.
In particolare vanno superati tre suoi difetti:
a) La Carta delle Nazioni Unite, affidando il controllo della comunità internazionale a un direttorio delle grandi potenze, lede il principio dell’uguaglianza fra i suoi membri. Dopo che l’art. 25 ha conferito i pieni poteri al Consiglio di Sicurezza, l’art. 27 attribuisce il diritto di veto a ciascuno dei cinque membri permanenti. I vincitori dell’ultima guerra mondiale sono collocati al di sopra della legge comune, mentre ai paesi più deboli non viene data alcuna garanzia di giustizia. Così l’importante novità dell’art. 24, che prevede "una pronta ed effettiva azione da parte delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale", viene praticamente bruciata. E oggi non rimane che prendere atto delle rassegnate ammissioni di Akashi, rappresentante di Boutros Ghali. Intervenuto lo scorso settembre al congresso annuale dell’"International Institute for strategic studies", egli ha dichiarato: l’ONU sarà sempre obbligata a contare sulla capacità di "proiezione di forza" dei suoi membri potenti.
b) La Carta delle Nazioni Unite (più arretrata, in questo, del Patto della Società delle Nazioni) si disinteressa della questione disarmo. Quasi che la forza lasciata a sé non generi fatalmente soprusi e che l’ostentazione della potenza minacciosa non sia già di suo una ferita al diritto. Considerare il disarmo delle singole nazioni la via obbligata per elevare la legge al di sopra di tutti e renderla coercitiva per tutti, considerarlo una condizione per favorire lo sviluppo dei Paesi poveri non è affatto un’esagerazione. Il Rapporto Brandt illustrava equivalenze perfettamente in linea con la matematica e con un’effettiva cooperazione, non certo col neocolonialismo, né con l’economia del profitto ad ogni costo. Vi si leggeva che 1 carro armato costava quanto 1.000 aule scolastiche; mentre con i 30 miliardi di dollari, necessari a produrre un aereo Tornado, si potevano aprire 50.000 farmacie di villaggio. Si faceva notare che sarebbe bastato lo 0,5% delle spese militari mondiali per sanare, in un decennio, il deficit alimentare dei diseredati del mondo.
c) Più in generale si deve riconoscere che le Nazioni Unite, come del resto la Società delle Nazioni, sono rimaste a mezza strada fra il rispetto delle sovranità nazionali e la creazione di uno Stato mondiale. Non c’è dunque da sorprendersi se nessuna nazione ha fatto un passo indietro; nessuna ha rinunciato a un briciolo della propria sovranità, nonostante che documenti solenni (come appunto la Costituzione italiana) lo abbiano previsto e siano arrivati a suggerirlo.
Per la parità fra Stati grandi e piccoli, ma anche per una maggior aderenza ai problemi regionali, sono utili istituzioni intermedie fra l’organizzazione mondiale e le singole nazioni. Purché tali istituzioni, come potrebbe essere la CE, non nascano le une contro altre e non pretendano di avere una politica militarmente ed economicamente aggressiva o particolaristica.

7. LA PACE FRA I POPOLI RECLAMA UN "NUOVO ORDINE ECONOMICO INTERNAZIONALE"

A voler essere precisi, bisogna riconoscere che oggi funzionano, eccome, delle organizzazioni planetarie. Le multinazionali e le imprese mondiali operano ormai nei settori più disparati e per un mercato planetario (tra cui quello particolarmente florido della produzione e del commercio delle armi). Ma a tali organismi sono estranee preoccupazioni sociali. Basta loro la libertà di circolazione delle merci e dei capitali, che, sotto forma di investimenti e di prestiti, assicurano lauti guadagni a chi ha già troppo. Sicché le holding i conflitti li provocano, le sopraffazioni le alimentano, le disuguaglianze continuano ad esasperarle.
L’azzeramento o almeno la riduzione del debito estero dei Paesi poveri è un capitolo essenziale del progetto di un "nuovo ordine economico internazionale".

8. LA CURA DELLA PACE PRESUPPONE UNA FORTE CAMPAGNA CULTURALE

Mutamenti così radicali di strutture e di moduli d’intervento presuppongono il cambiamento della mentalità. Prioritaria e fondamentale appare sempre più una vera e propria campagna culturale. Occorre soprattutto mettere a fuoco nuovi strumenti concettuali sui diritti della persona umana, delle diverse etnie, delle minoranze; sui meccanismi economico-finanziari quali la politica dei FMI o la riconversione dell’industria bellica; sull’"ONU dei Popoli"; sulla difesa dell’ambiente.
La scelta di cambiare mentalità comporta che si vada nella direzione opposta a quella della Francia di Chirac o della Cina. Gli esperimenti nucleari sono dissennati non solo per le ferite inferte alla comune madre Terra, ma soprattutto per la cultura di cui si fa portatrice: la cultura della bomba o della guerra capace di generare (prodigiosa pietra filosofale dei nostri tempi) la pace e la vita; la cultura della violenza divoratrice di risorse in grado di partorire (come per magia) nientemeno che la civiltà.
Più in generale, occorre contrastare il Nuovo modello di difesa per gli anni ‘90, redatto in Italia dai vertici militari sulla falsariga di analoghi documenti USA e NATO. Abbandonata la prospettiva di un "nuovo Ordine internazionale", si è tornati a parlare di "tutela degli interessi nazionali", che possono trovarsi, ad esempio con le riserve energetiche, oltre confine e che vanno garantiti mediante una "presenza avanzata". Se per gli USA tale presenza non ha limiti, per Paesi come l’Italia essa può e deve farsi sentire in Europa, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, nel Corno d’Africa. Presenza ovviamente di mezzi bellici, potenziati al massimo, fino alla "deterrenza nucleare" e all’introduzione di eserciti non semplicemente di esperti, ma di veri e propri professionisti della guerra. Leggendo le 250 pagine del Nuovo modello di difesa, si ha l’impressione di scorrere un testo di politica estera. Tale impressione corrisponde a verità. Senza uno straccio di dibattito parlamentare (le questioni relative alla pace sembrano interessare i nostri deputati solo in occasione di emergenze), gli alti comandi sono riusciti a militarizzare la politica estera. La Dichiarazione universale dei diritti? La Costituzione italiana? Tante Risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU? Assenti, dimenticate, cancellate, contraddette. Tutti bene allineati sull’attenti. Dietro-front! Ed eccoci passati dalla "strategia internazionale per lo sviluppo" alla strategia nazionalistica contro la "minaccia da Sud", agitata come il nuovo spauracchio.

9. LA CURA DELLA PACE POSTULA LIBERTÀ E CORRETTEZZA DI INFORMAZIONE

Cultura è anche comunicazione. La pluralità e la libertà d’informazione, la sua esattezza, la diffusione delle notizie, con lo scopo precipuo di soddisfare i diritti dei cittadini dei mondo, non il business di pochi, sono alla base di un movimento pacifista che voglia raggiungere la società.
Domandò il giovane discepolo a un vecchio eremita: "Padre, quando verrà la fine dei mondo?". Rispose l’eremita, senza esitazione: "Quando nessun sentiero collegherà più l’uomo al suo vicino". I sentieri, le vie, le autostrade, le rotte marittime e aeree, le reti informatiche in strepitosa espansione nascono per sviluppare la comunicazione fra gli uomini e fra i popoli. Sul mondo di oggi incombe il rischio che a impadronirsi dei nuovi canali d’informazione siano i protagonisti dell’economicismo liberista: i popoli, specialmente del mondo che non conta, aspetterebbero invano di avere e la parola, e le notizie.

10. LA PACE È COMPROMESSA DALLA "VORACITÀ DEI CONSUMISTI"

Alcuni fattori di squilibrio rendono sempre più illusoria la "pace-giustizia".
Certe disuguaglianze non sono più sopportabili. Il 17% della popolazione consuma l’80% dei prodotti. Per soddisfare i bisogni del restante 83% di uomini è disponibile appena il 20% dei beni. La tendenza prospetta un futuro ancor più allarmante. Nel 1960, il 20% più ricco della popolazione mondiale aveva un reddito 30 volte superiore a quello del 20% più povero. Nel 1990, la differenza a favore del 20% dei ricchissimi è giunta a 60 volte.
Se un verdetto di miseria e di estinzione per fame grava sui due terzi dell’umanità, il terzo rimanente ha fondato il proprio benessere sullo sfruttamento dissennato delle risorse e sull’aggressione devastatrice dell’ambiente. L’opulenza e il progresso sembrano ormai inseparabili da immagini di morte. Agonizzano forme di vita, ecosistemi, la stessa madre Terra.
L’impegno per la pace non può che tradursi in contenimento del prezzo ecologico pagato per lo sviluppo tecnologico e in creazione di scorte alimentari e di infrastrutture minime a favore del terzo mondo, il mondo ormai dei dimenticati. "La Terra (ammoniva già Gandhi) è sufficiente per i bisogni fondamentali di tutti, non per la voracità dei consumisti."
Il fenomeno delle migrazioni va collegato al sottosviluppo e, per quanto riguarda la manodopera, alla libertà di circolazione delle merci. Non si può ridurre tutto, sbrigativamente, a problema di ordine pubblico, da affrontare con una legislazione di emergenza. Vanno tenuti presenti alcuni principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. In particolare gli articoli:
l. Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e in diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. (Le sottolineature, qui e nelle citazioni che seguono, sono nostre).
6. Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica. (è forse il caso di ricordare quale progresso civile abbia rappresentato l’introduzione della territorialità del diritto).
14. Ogni individuo ha il diritto di cercare in altri paesi asilo dalle persecuzioni. (Oggi, nel mondo del sottosviluppo, gli attentati più gravi all’integrità dell’uomo non derivano dalle mortificanti condizioni economiche e sociali?).
22. Ogni individuo (... ) ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale, (...) dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità e al libero sviluppo della sua personalità. 

 

 

7.

Obiezione di coscienza e novità cristiana della pace

Approvato definitivamente il 5 maggio 1992 e reso pubblico in una conferenza stampa a Roma il 22 dello stesso mese, questo documento della Commissione dehoniana "Impegno sociale - giustizia e pace" intende promuovere una svolta più decisa, dentro le comunità cristiane e nella società civile, verso la pace, la nonviolenza, la difesa non armata. Esso ha raccolto la sottoscrizione di numerosi e qualificati esponenti del mondo ecclesiale italiano: tre vescovi (A. Franco di Oria, A. Bello di Molfetta e L. Bettazzi di Ivrea), numerosi teologi, alcuni dei quali tra i più noti moralisti italiani (E. Chiavacci, L. Lorenzetti, G. Piana, V. Salvoldi...), il direttore della rivista ‘Il Regno’, A. Filippi, M. Elia, direttore di ‘Missione oggi’, e l’ex direttore della Caritas G. Nervo, presidente della Fondazione Zancan. I firmatari sono stati 145 in tutto, 47 dei quali dehoniani, tra novizi, religiosi e preti.
Il dibattito politico, pro o contro la legge sull’obiezione di coscienza al militare, tocca due problemi di fondo:
1. Il riconoscimento del diritto alla obiezione non contrasta con il dettato costituzionale, con il dovere della difesa e con il senso dello stato;
2. La guerra non è né giusta né necessaria; pertanto lo stato deve organizzare metodi non violenti di soluzione delle controversie.
Quanto al primo problema, la Costituzione sancisce il "sacro dovere del cittadino di difendere la patria" (art. 52), ma non specifica in modo univoco che debba trattarsi della difesa armata. La Corte costituzionale ha già sentenziato che la difesa non si identifica con l’apparato bellico (nn. 164/85, 409/89, 470/89). Ed il testo della nuova legge-obiettori parla esplicitamente di addestramento alla "difesa non militare e non violenta" (art. 8e).
L’art.11 della Costituzione poi sancisce a chiare lettere che "L’Italia ripudia la guerra come mezzo di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali". Ciò comporta il dovere di preparare e di attivare i metodi di difesa e di lotta non violenti, che vanno adeguatamente studiati, impostati e assimilati, partendo da varie esperienze storiche e da studi sistematici già elaborati a livello universitario.
Sempre a questo riguardo, sembra ancora attuale un pensiero di don Luigi Sturzo, maestro riconosciuto del senso dello stato. Scriveva: "Se vi sono individui veramente convinti che il loro dovere di coscienza è di rifiutare ogni servizio militare, in tempo di pace e in tempo di guerra, essi si sentiranno obbligati a seguire la voce della coscienza, e lo stato nel colpirli sarà moralmente il più debole. L’obiezione di coscienza non è che una negazione pratica e cosciente del diritto dello stato a fare la guerra. È un conflitto fra un ordine stabilito e un ordine ideale. Si dirà: ‘Così si fomenta la ribellione e l’anarchia’. Inesatto: se la gran parte dei cittadini fossero ‘obiettori’ di coscienza cesserebbero le guerre... Quando ci saranno in un paese di tali cittadini, non vi sarà pericolo di anarchia e ribellione, ma un movimento di rettifica morale, contro gli egoismi nazionali, l’educazione militaresca e gli odi dei popoli" (L’Aube nouvelle, Parigi, aprile 1933, in L. Sturzo, Opera Omnia, II serie, vol. VI, Miscellanea londinese vol. II, Zanichelli, Bologna, pp. 204-212).
Quanto al secondo problema, molti oggi ritengono superata la dottrina della guerra giusta, ma ne affermano la necessità, come di un male necessario, in mancanza di alternative.
In effetti, al rifiuto verbale della guerra e a una volontà sincera della pace deve corrispondere, anche da parte dei cristiani, un adeguato impegno di rifiutare gli elementi strutturali del "sistema di guerra" (ricerca - industria - commercio - addestramento - finanziamento bellici) e di predisporre un’effettiva difesa nonviolenta.
Si aggiunge il fatto che la logica degli eserciti conduce oggi le nazioni industrializzate a ipotizzare un "nuovo modello di difesa", che rende ancora più irrazionale l’idea di ricorrere alla guerra per risolvere le controversie internazionali.
Per l’Italia, i "Lineamenti di sviluppo delle Forze Annate negli anni 90", presentati dal Ministero della difesa in Parlamento nell’ottobre 1991, parlano di "concetti strategici di difesa degli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi" (p. 44), anche al di fuori dei confini nazionali, abbandonando il "tradizionale parametro ‘da chi difendersi’ a favore di una polarizzazione su ‘cosa’ difendere e ‘come"’ (p. 37). Per "riqualificare" l’esercito ai fini del "nuovo modello di difesa", il Ministero chiede una "legge speciale, i cui finanziamenti devono essere considerati non sostitutivi, bensì complementari di quelli del bilancio ordinario... dell’ordine di 20.000 miliardi l’anno, a valori monetari invariati rispetto al 1991" (p. 4). Gli "interessi vitali" da difendere "ovunque" riguardano "le materie prime necessarie alle economie dei paesi industrializzati" presenti nel Sud del mondo. In questo quadro, l’Europa, e in particolare l’Italia, avrebbe "il ruolo di ponte politico ed economico tra l’occidente industriale e il terzo mondo" (pp. 16-17).
Da questa e altre descrizioni del nuovo modello di difesa dell’Italia, della Nato, degli Stati Uniti, emerge che "Il nuovo ordine internazionale", di cui spesso parlano i politici, non è quello dell’"interdipendenza" e della "cooperazione", come auspicato nelle encicliche Populorun progressio (n.84), Sollicitudo rei socialis (nn. 24,33,38-40,47) e Centesimus annus (nn. 17-18, 21-23, 28,51), ma si intende "il mantenimento del predominio del Nord sul Sud del mondo, garantito attraverso lo strumento militare".
Come cristiani, per i motivi evangelici di sempre e per quelli contingenti della realtà contemporanea, diciamo un no categorico a questo nuovo modello di difesa. Diviene indilazionabile una svolta teologica e una concreta indisponibilità dei cristiani a far parte del mondo militare. Non mancano pronunciamenti e direttive vincolanti in tal senso.
Occorre sviluppare sistematicamente "i principi, la prassi e la strategia" della difesa nonviolenta (prop. 26a del "Sinodo dei laici"), ritenendo che "il principio etico del regolamento pacifico dei conflitti è la sola via degna dell’uomo" (Giov. Paolo II, Messaggio 8 dicembre 1983), rompendo l’incrostazione atavica tra cristianesimo e "sistema di guerra" (card. Lercaro in Il cristianesimo e il dialogo fra le culture, EDB), considerando che "la resistenza passiva (=nonviolenta) apre una strada più conforme ai principi morali e non meno promettente di successo" (istruzione della Congregazione per la dottrina della fede Libertà cristiana e liberazione, 22 marzo 1986, n. 79), convinti che "nuove strade converrà cercare... per comporre in maniera più degna dell’uomo le nostre controversie" e che "la Provvidenza divina esige da noi con insistenza che liberiamo noi stessi dall’antica schiavitù della guerra" (GS n. 81).
Non si deve contribuire finanziariamente alla preparazione della guerra, bensì alla preparazione di una seria difesa nonviolenta. Non si devono più offrire coperture morali/religiose, né alle prossime guerre, né a nessuna guerra.
Ancora una premessa fondamentale: nonviolenza non equivale a passività. Basti pensare ai grandi non violenti: sono stati grandi lottatori per la verità, per la libertà, per la giustizia, per l’uguaglianza, per la solidarietà. La difesa non militare e nonviolenta comprende anzi una gamma di azioni che, sebbene illegali, costrittive o di pressione fisico-morale, per giusti motivi, sono pienamente lecite: proposte alternative, appelli, boicottaggio, ricorso a istanze internazionali, obiezione, disobbedienza civile, sciopero, protesta, sit-in, digiuno, marce, organizzazione del dissenso, contro informazione, embargo delle armi ecc.
Tutto ciò considerato, proponiamo di:
1. Operare una scelta ecclesiale più chiara di nonviolenza;
2. Propugnare il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, in tempo di pace e in tempo di guerra;
3. Valorizzare la scelta degli obiettori come scelta di pace, alternativa alla difesa armata, e come scelta di solidarietà nel servizio civile;
4. Sganciare il ministero pastorale dei cappellani fra i soldati dalla gerarchia militare (rinuncia ai gradi e alle insegne militari);
5. Considerare l’opportunità che dei seminaristi facciano la scelta dell’obiezione di coscienza e del servizio civile, come testimonianza particolarmente significativa di pace e di solidarietà fra i giovani;
6. Sostenere la proposta-Caritas del servizio civile obbligato per tutti gli uomini milite-esenti e volontario per le donne;
7. Incoraggiare l’obiezione scientifica, quella industriale e quella fiscale al "sistema militare", per convogliare le energie intellettuali, produttive ed economiche del paese a scopi di vita, e di difesa della vita, con metodi non violenti;
8. Premere socialmente e politicamente per un’applicazione corretta dell’art.11 della Costituzione, contro l’idea di un modello di difesa imperniato sul predominio economico e militare del Nord sul Sud del mondo;
9. Esigere che i soldi della cooperazione italiana (legge 49/87) vengano destinati preferenzialmente ai veri progetti di volontariato internazionale, invertendo la piega commercialista invalsa negli ultimi anni e denunciata anche recentemente dai consulenti ecclesiastici della FOCSIV.

 

 

NOTE

1 Questo primo capitolo, sulla globalizzazione, e il secondo, sugli armamenti, costituiscono la materia di una conferenza tenuta a Prato da don Enrico Chavacci il 28 Gennaio 1997: il testo, ripreso dal registratore, non è stato rivisto dall’autore.

2 Cfr. "International Herald Tribune" del 24.01.97, articolo di R. Bonner.

3 cfr. "Il Sole 24 ore", Domenica 17 agosto 1997, pag. 3, articolo di M. Valsania.

4 G. Pontara, a cura di, Media, guerra e pace, ed. Gruppo Abele.

5 Cfr. "New York Time", 25 gennaio 1997

6 Internatrional Heral Tribune, 23.01.1997

7 L. Milani, L’obbedienza non è più una virtù,
Libreria editrice fiorentina, Firenze 1965, pag. 62.

8 Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, in Enchiridion Vaticanum 1/1551; 1558; 1560-61, EDB, Bologna 1981.

9 S. Agostino, Discorso VIII/4.

10 Conferenza episcopale italiana, La verità vi farà liberi, Città del Vaticano 1995, pp. 493-495.

11 Per informazioni più dettagliate, anche sulle modalità dell’adesione, e per avere materiale sull’argomento si può rivolgersi alla Cooperativa Verso la Banca Etica, Piazzetta Sartori 17 - 35137 PADOVA: tel. 049\651158 - fax 049\664922.

12 Per informazioni e per aderire alle campagne in atto per l’approvazione della nuova legge si può rivolgersi a P. Angelo Cavagna, via Bagnarola 52 - 40050 Bagnarola BO: tel\fax 051\6927098.

13 Per informazioni e per la guida alla Obiezione alle spese militari rivolgersi al "Centro per la nonviolenza", via Milano 65, 25126 Brescia: tel 030\317474.

14 Cfr. CentroNuovo Modello di Sviluppo, Guida al consumo critico, EMI, Bologna 1996, pag. 31-32.
Per informazioni e per sapere se nella propria zona è presente qualche bottega del commercio alternativo si può rivolgersi a CTM - Cooperazione Terzo Mondo, Via Macello 18 - 39100 Bolzano: tel. 0471\975333.

15 Il testo è tratto dall’opuscolo Per i nostri figli vogliamo giocattoli, non vittime, edito dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo per accompagnare la Campagna giochi leali.

16 Per informazioni su questa ed altre cmpagne in atto, si può rivolgersi al Centro Nuovo Modello di Sviluppo, via della Barra 32 - 56019 Vecchiano PI: tel 050\826354, fax 050\827165.

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