UN MEDICO IN MISSIONE
(Marchesini Aldo)


autori
titoli

Questo libro presenta, nelle pagine di un diario, la vita del medico che, per vocazione, esercita nei paesi della povertà: in condizioni di estremo disagio, con scarse attrezzature, senza un’organizzazione adeguata, affrontando da solo volta a volta la lotta per la vita, per la vita degli altri. Il fascino di questa figura è reale, ma ha ben poco di romantico: il medico in missione avverte soprattutto la sofferenza che ha attorno a sé e la precarietà della propria opera. Dal racconto di Aldo Marchesini, così sincero e ricco di sensibilità, balza in primo piano il medico-uomo, con le sue incertezze, i suoi dubbi, i suoi fallimenti: ma anche con la sua fede nella solidarietà tra gli uomini e nella presenza di quel Padre che vuole ogni piccola vita generata dall’amore e dall’amore salvata.

Introduzione

Ciò che vorrei trasmettere con i racconti di questo libro è l’esperienza dell’alba, di quando comincia a farsi giorno.
La prima alba del primo giorno!
Tutto è nuovo, tutto è sconosciuto, tutto desta ammirazione, tutto è degno d’essere raccontato.
Chi vive la prima alba del suo primo giorno pensa, senza accorgersene, che anche per tutti gli altri quella sia la prima!
Le albe si succedono alle albe e i giorni ai giorni. Subentra l’impressione che anche per gli altri tutto diventi già visto, già saputo, abituale, risaputo da tutti, che nulla valga più la pena d’essere raccontato.
Poi un giorno batte alla porta un giovane. Anche lui vuole partire, vuole andare ai confini del mondo, vuole fare il medico in missione. Vuole sapere, vuole che racconti.
Le storie che ormai consideravo vecchie, che non interessavano più a nessuno, ritornano giovani e fresche per il cuore di chi sta vivendo la prima alba del suo primo giorno!
Nulla rallegra di più un cuore di chi sta lentamente invecchiando, nello scoprire l’inesorabile giovinezza che Dio, nella sua bontà, immette continuamente nel mondo.
Finché il mondo sarà mondo, ci sarà sempre qualcuno per cui quell’alba sarà la prima alba del suo primo giorno!
E ci sarà sempre qualcuno per cui varrà la pena tornare a raccontare la prima alba del proprio primo giorno, con quell’entusiasmo di chi pensa che quella sia davvero per tutti la prima incantevole alba!

Quelimane - Mozambico
27 ottobre 1996
p. Aldo Marchesini s.c.j.

 

 

AMICA LEBBRA

La luna era rossa
nel cielo,
e calda la notte di vento,
quando correvo a vedere Matteus.
Ma in fondo al corridoio,
in ospedale,
l’infermiera
già usciva dalla stanza.
Sollevai il lenzuolo dal volto:
pareva riposare.
Nella morte
si era spenta la fatica
a cui era ridotta la sua vita.
Era morto da solo
Matteus,
da tutti
già da tempo abbandonato....
Il silenzio, all’uscita,
era immutato:
si dondolava lento sulle case,
nella brezza che calda
veniva su dal piano.
I monti erano fermi,
come sempre,
illuminati a un fianco dalla luna.
Tutto pareva identico,
e lo era,
perché non era morto che Matteus,
uno dei tanti,
uno di quelli che non contan niente.
Il mondo poteva riposare,
continuare placido a dormire.
Che Matteus fosse morto
nessuno
l’avrebbe mai notato.
Lui appena,
in fondo,
era il solo interessato.

 

UNA STORIA DI AMICIZIE

La lebbra è per me una storia di amicizie. Fu per il lavoro segreto di un amico, un lavoro alle spalle, se si vuole, che entrai nel mondo e nei problemi della lebbra.
Questo mio amico era, ed è, un padre missionario che assisteva un buon numero di lebbrosi nella sua missione di Ile, in Mozambico.
Per avere fondi sufficienti entrò in contatto con gli Amici dei Lebbrosi di Bologna. La relazione si approfondì fino al punto di pensare di allargare l’aiuto a tutto il Mozambico. Ma era necessario un "Esperto" che facesse da rappresentante della Associazione laggiù. Il padre Ottorino da Ile suggerì il mio nome, dovendo io, prima o poi, andare in Mozambico come medico.
Fui rintracciato a Lisbona, mentre facevo il corso di medicina tropicale. Quando tornai in Italia un certo Franco mi telefonò dalla sede della Associazione. Facemmo amicizia e alla fine mi convinse a partecipare al corso per medici sulla lebbra, che si faceva tutti gli anni in Etiopia, nei dintorni di Addis Abeba.
Passò un anno prima che riuscissi ad andare ad Addis Abeba. Nel frattempo andai a lavorare in un ospedale in Uganda.
Fino a quel momento, del problema della lebbra, sapevo solo quello che si studia in Medicina Tropicale.
Avevo visto un po’ di lebbrosi nella mia prima esperienza africana, ma abbastanza indirettamente, e senza averne la responsabilità.
Nella memoria avevo il ricordo di quando ero liceale, di una serata in un teatro gremitissimo, per ascoltare Follereau.
In Uganda incontrai un vecchio amico, prete e medico anche lui, don Palmiro, che, dopo aver fatto quel corso ad Addis Abeba era stato nominato dal Governo "Leprosy Supervisor" del nord dell’Uganda.
Un giorno mi invitò ad accompagnarlo in uno dei suoi viaggi di "Supervisor". Con pazienza da certosino mi fece un condensato di corso con molte dimostrazioni cliniche, riempiendo per me un centinaio di bigliettini che ricuperava da buste, agendine non finite, ritagli di fogli, e di cui aveva sempre piene le tasche.
Visitammo due lebbrosari, entrando nel vivo della problematica clinica. Mi fece notare la differenza tra i vari tipi di macchie, mi fece palpare nervi, vedere lesioni paralitiche, ulcere, osservare occhi. Tirò fuori perfino una lampadina a fessura, che gli oculisti hanno nei loro gabinetti, ma in formato portatile a pile, che si era procurato attraverso un complicatissimo intrico di beneficenza.
Anche nel mio ospedale arrivavano alcuni lebbrosi, ma non tanti. Tuttavia, quando partii dall’Uganda non mi sentivo ancora uno di famiglia coi lebbrosi.
Il corso di Addis Abeba cominciava in ottobre e Franco mi disse che avrebbe partecipato anche una suora dottoressa, alla prima esperienza di missione, destinata al Bangla-Desh.
Con suor Rosa mi incontrai solo all’aeroporto. Non l’avevo mai vista prima, per cui a tutte le suore che entravano nella sala di attesa di Linate, andavo incontro con un sorriso che non sapevo se avrebbe potuto continuare o se si sarebbe dovuto tramutare in una scusa.
Ricordo che mi impressionò un poco il numero di suore che viaggiano in aereo. Quando però vidi entrare tre suore accompagnate da un signore già sulla sessantina, mi dissi "ci siamo". Una è lei, le altre l’accompagnano e il signore è il suo papà.
Era proprio così.
Non c’è nulla che unisca come avere una formazione professionale in comune, gli stessi ideali, ed affrontare una esperienza nuova insieme.
In pochi minuti i nostri due gruppi si erano fusi in uno solo e quando partimmo, ciascuno di noi baciò tutti quanti.
Atterrammo in Etiopia di primo mattino: l’aeroporto di Addis Abeba è vicino al cielo, a più di duemila metri di altitudine. C’era un azzurro intenso e l’aria limpidissima. Ad attenderci c’era p. Battelli, il superiore dei Comboniani, amico nostro già prima di conoscerci. Ci era venuto ad accogliere con la sua macchina dalla città, distante qualche chilometro. Anche quando vestiamo in borghese noi padri e suore ci riconosciamo subito tra mille.
Ci portò a vedere Addis Abeba, il cui nome significa Nuovo Fiore: una splendida città con palazzi bellissimi e molti monumenti, sorridente sotto il sole smagliante del primo mattino, adagiata nel fondo ondulato di una amplissima conca.
Alla periferia però, come tutte le capitali, era circondata da quartieri poverissimi fatti di casupole, baracche e viuzze sconnesse.
Alert, la sede del corso, era molto carina: una serie di casette fra gli eucalipti e gli abeti, a cinque chilometri da Addis Abeba.
C’era anche l’ospedale per i lebbrosi, abbastanza grande, e un Centro di Ricerche sulla "Malattia di Hansen", come viene chiamata la lebbra quando si vuol togliere qualsiasi strascico di ripugnanza subcosciente all’udire il nome.
Ogni casetta aveva quattro stanze, un corridoio e un bagno. Arrivammo nel primo pomeriggio: era domenica.
Non c’era nessuno dei responsabili. Ci accolse l’incaricato delle stanze: i nostri nomi erano già nella lista. Le nostre casette erano vicine. Ci consegnò la chiave e ci aiutò a porre dentro le valigie.
I miei coinquilini erano due studenti inglesi che andavano a far pratica nell’ospedale della città, e un signore indiano, Mr. George, amministratore di un lebbrosario nel sud dell’lndia.
Con suor Rosa c’erano una ragazza australiana, Marion, e una giovane signora danese, infermiera, moglie di uno studente in medicina. Tutte e tre avevano passato un anno nello stesso ospedale dello Zambia.
La cena era prestissimo, alle diciotto. A quell’ora era già buio, e il freddo dei duemila e trecento metri si faceva sentire per intero.
Il refettorio era una stanza lunga con tavoli di quattro posti intorno ad un tavolo più grande, sul quale si appoggiavano le portate. Nell’altra estremità c’era un caminetto acceso, molto invitante per il suo tepore amico, ed alcuni divani e poltrone.
Noi, nuovi arrivati, entrammo alla spicciolata, un po’ impacciati senza saper bene cosa dire o dove metterci. Per fortuna c’era ad accoglierci Kelly, una simpatica anziana signora americana, una specie di prefetto degli ospiti. Si vedeva lontano un miglio che doveva aver passato la vita a dirigere e a voler bene a decine di generazioni di giovani che, anno dopo anno, arrivavano al suo "college". Aveva i capelli corti, quasi bianchi, gli occhiali grossi, giallastri, sottana tre quarti di panno grosso, una giacca lunga verdone scuro, scarponcini da montagna e calzettoni ripiegati tre quattro volte sulle caviglie.
Consapevole che per noi l’inglese non era la lingua madre e che per di più lei era americana, ci parlava lentamente pronunciando bene le parole, con frasi corte e fatte di termini i più banali possibili.
Lei era protestante, ma per deferenza a un padre e a una suora cattolici, venne al nostro tavolo per la cena inaugurale. Questo naturalmente ci fece molto piacere e fu un preludio alla bellissima esperienza di ecumenismo che dovevamo fare ad Alert.

 

IL CORSO

Il giorno dopo ci fu l’inaugurazione del corso. Eravamo, più o meno, una ventina di medici provenienti dalle più diverse nazioni. In più una decina di infermieri e fisioterapisti partecipavano ad un corso per loro, che aveva solo alcune lezioni in comune col nostro.
Provenivamo dal Sudan, dallo Zaire, dalla Tanzania, Uganda, Kenya, Pakistan, India, Danimarca, Svezia, Italia, Germania ecc. C’erano professori Inglesi, Scozzesi, Americani, Norvegesi, Irlandesi e Belgi.
La lingua ufficiale era l’inglese, naturalmente parlata nei più vari accenti. E per avere un’idea di quanto vasta sia quell’area di suoni parlati chiamata internazionalmente inglese, basta pensare alla confidenza che mi fece un’insegnante nata in Gran Bretagna dopo una riunione plenaria: "È veramente difficile capire qualcuno degli allievi: hanno un accento terribile!".
Al mattino c’erano lezioni dalle 8,30 alle 12 e al pomeriggio dalle 13,30 alle 16. A metà mattina c’era l’intervallo di mezz’ora per ciò che eufemisticamente veniva chiamato tè. In realtà era una via di mezzo tra una seconda colazione e un primo pranzo. Si faceva in una serie di salette dove si stava un po’ in piedi, un po’ seduti, tra un vocio e un movimento indicibili.
Alternavamo teoria e pratica. Poco a poco, nel corso dei giorni la lebbra prendeva consistenza nella nostra mente. In realtà più che di una malattia, si trattava di un mondo.
Entravamo nel laboratorio di ricerche, dove lavoravano alcuni brillanti scienziati. Stavano studiando, tra l’altro, a fondo i problemi delle reazioni immunologiche connesse con la malattia.
Era piuttosto difficile capire certe cose, per cui una sera andammo in un gruppetto, dopo cena, a chiedere spiegazioni più dettagliate in casa di un giovane ricercatore norvegese.
Era una famigliola con due o tre bambini di pochi anni.
La casa era arredata con fantasia. Ci sedemmo su dei cuscini, attorno ad un basso tavolino, mentre il nostro amico, con una serie di pennarelli colorati, ci chiariva con pazienza e soddisfazione i nostri dubbi.
Quando la moglie riuscì a mettere a letto l’ultimo figlio, venne anche lei a sentire il marito e ad offrire a tutti una tazza di tè coi biscotti.
La cosa più interessante delle prime settimane era la frequenza negli ambulatori. Nel succedersi ininterrotto dei malati di lebbra nei più vari stadi, le cognizioni teoriche delle lezioni prendevano lentamente un corpo reale.
Eravamo divisi in gruppetti di quattro e cinque, con un professore. Dovevamo interrogare il malato, visitarlo, esaminarlo e riconoscere le macchie, saggiarne col batuffolo di cotone l’insensibilità, cercare i nervi ingrossati nel collo, nei gomiti, nei polsi, nelle gambe, farli camminare, aprire le mani, sperimentare la forza delle dita, osservare gli occhi. Le varie forme della malattia si precisavano e imparavamo a fare la diagnosi del tipo di lebbra e delle complicazioni presenti. E un po’ alla volta apprendevamo anche a conoscere i malati e a tentare di penetrare il loro mondo.
Arrivavano imbacuccati nei loro mantelli e scialli di cotone logori, che all’origine erano stati bianchi, ma che ora non avevano più colore. Si toglievano pazientemente gli abiti, in silenzio, forse un po’ intimoriti al vedersi circondati da tanti dottori. Era difficile capire che cosa pensassero o provassero dentro di loro, ad essere malati. L’impressione che ne riportai in quei giorni era di pacata rassegnazione.
Una volta o due alla settimana c’era la visita ai degenti nelle sale. Lì c’erano i casi di lebbra più gravi. C’era da restare impressionati a vedere i malati in lepro-reazione: febbricitanti, doloranti, rannicchiati nei loro letti con le mani e la faccia gonfie, tutti arrossati.
Alcuni erano sensibili alla terapia e miglioravano rapidamente, ma altri rimanevano per settimane intere in questa prigionia. I medici di Alert sperimentavano vari schemi terapeutici controllati in modo scientifico, secondo le leggi della statistica: l’unico modo per tirare delle conclusioni attendibili.
Questo particolare di fare esperimenti per provare scientificamente le cose, mi colpì più volte durante la mia permanenza
ad Alert. Non immaginavo che da così poco tempo si studiasse sul serio la lebbra. Molto di quello che si afferma è soltanto una impressione, seppur fondata sull’esperienza. Ma, per progredire, questo non basta: ci vogliono dati sicuri su cui poggiarsi.
Al martedì pomeriggio il reparto da visitare era quello dei malati con lesioni paralitiche o con ulcere e mutilazioni, in una parola i lebbrosi di interesse chirurgico.
Qui si apriva un mondo a parte. La percentuale di chi ha lesioni di questo tipo, nell’insieme di tutti i malati, non è certamente alta. Tuttavia il vederli concentrati in alcune decine, nella parte più antica ed isolata dell’ospedale, in una serie di casettine in fondo al parco, colpisce certamente.
Le ulcerazioni e le ferite non sono lesioni provocate direttamente dal bacillo di Hansen. Sono una conseguenza della mancanza di sensibilità, dovuta alla interruzione dei nervi sensitivi. Il malato non si accorge se i tessuti soffrono per una ferita o per mancanza di flusso sanguigno in una parte sottoposta a carico, come può essere la pianta dei piedi.
A noi capita, quando camminiamo più del solito, o quando rimaniamo fermi un certo tempo, che i tessuti irritati o schiacciati avvisino di essere entrati in sofferenza, provocandoci dolore. Così noi ci fermiamo o cambiamo posizione, facendo cessare la causa che ci faceva soffrire. I lebbrosi che, invece, hanno avuto lesioni nervose, con interruzione della trasmissione sensitiva, non sono avvertiti dal dolore che certe parti del corpo stanno soffrendo. Così non se ne prendono cura e la cosa peggiora, si forma un’ulcera che, infetta, resta trascurata, e, alla fine, può provocare osteomielite, un’infezione cioè che porta a colliquidazione frammenti dell’osso, che poi si fanno strada all’esterno mediante fistole purulente.
Nella visita del martedì pomeriggio il chirurgo di Alert, Dr. Fleshman, un americano dalla pronuncia un po’ difficile, ma che spiegava con pazienza, esaminava lo stato generale dei malati e selezionava quelli che al mattino dopo dovevano sottoporsi a piccoli interventi di pulizia chirurgica.
Il mercoledì mattina nella sala di chirurgia settica c’era un andirivieni degno di una catena di montaggio di un’industria moderna. Oltre che per i ricoverati, era in funzione anche l’ "Ulcer Clinic" per gli esterni.
Tutti quelli che avevano ulcere, osteomieliti, calli ipertrofici, ferite infette, passavano per di lì.
Non c’è niente di efficace come il bisturi per accelerare la guarigione. Asportando i tessuti in necrosi e in sofferenza, o i frammenti di osso, o il fondo sanioso delle ulcere, si mette la parte sana in condizione di sviluppare tutte le risorse della sua forza rigeneratrice: la "vis medicatrix naturae" degli antichi.
Il Dr. Fleshman si prendeva cura anche di un altro grande settore delle lesioni della lebbra: la chirurgia ricostruttrice.
La lebbra può scatenare reazioni infiammatorie acute, su base allergico-immunitaria, dei tronchi nervosi che scorrono superficialmente. Nell’arto superiore tutti e tre i nervi: radiale, ulnare e mediano possono essere interessati, dando paralisi dei gruppi muscolari che sono da loro innervati.
Le lesioni possono combinarsi in modo variato, ma comunque portano sempre a delle deformità delle mani che, lasciate a se stesse, provocano retrazione dei tessuti molli: pelle, legamenti, tendini, e alla perdita dei movimenti di afferramento delle cose.
Inoltre la pelle diventa secca, perde elasticità, si fissura, e priva di sensibilità com’è va incontro ad ulcerazioni, osteomieliti e mutilazioni.
Negli arti inferiori il nervo più di frequente interessato è il popliteo esterno, che muove i muscoli della loggia esterna della gamba. Sono loro che evertono e flettono il piede verso l’alto. Le conseguenze della paralisi di questi muscoli sono fondamentalmente due. Il "piede cadente", incapace di rimanere ad angolo retto con la gamba durante la marcia, per cui la punta resta volta verso il basso, e per evitare di inciampare bisogna camminare sollevando molto i ginocchi, come si fa quando si marcia il passo nelle parate.
La seconda conseguenza è che il piede, per il prevalere dei muscoli della parte interna, posa per terra solo la parte esterna della pianta, riducendo così la superficie di appoggio, e facilitando la comparsa di lesioni ischemiche e ulcerazioni, con tutto il corteo di conseguenze che già conosciamo, quando il dolore non avverte della sofferenza dei tessuti.
Ora, la chirurgia ricostruttrice ha studiato a fondo questi problemi, ed ha messo a punto una serie di ingegnosissime operazioni di trapianti di tendini e reinserzioni di capi muscolari, che riescono a ristabilire sorprendentemente i movimenti di base, permettendo una vita normale o quasi.
Di tutti noi medici studenti, solo tre eravamo anche chirurghi e il Dr. Fleshman ci invitò a partecipare alle sue sedute operatorie, facendoci aiutare a turno.
A mettere le mani in pasta con un vecchio del mestiere, pareva che tutto fosse estremamente facile e semplice.
Noi facevamo molte domande e lui ci spiegava il perché segreto di certi accorgimenti.
Peccato che le sedute operatorie, che interessavano solo il nostro piccolo gruppetto, fossero in parte contemporanee ad altre ore di lezione, per cui dovevamo correre, entrare, scappare, rientrare, sacrificare il tempo del tè, e, a volte, anche il pranzo perché, come in tutte le sale operatorie del mondo, gli orari di lavoro non seguivano mai troppo da vicino quelli biologici.

 

TRE "TIPI"

Oltre al ricordo interessantissimo dei segreti di questa branca superspecializzata della chirurgia, serbo quello caldo e umano dell’amicizia che era sorta tra noi.
Gli altri due miei colleghi erano un chirurgo ortopedico nero del Sudan - che lavorava ad Ondurman, una grossa città del Nord non molto distante da Kartum -, sui 35-38 anni, magrissimo, con un occhio che di tanto in tanto assumeva una posizione strabica nel ridere. Aveva delle cicatrici di tatuaggio, quasi impercettibili, ai lati degli occhi, che, unendosi alle pieghe del riso e al lieve strabismo, davano un aspetto affascinante al suo volto di intellettuale negro, sbocciato sul tronco dell’Africa millenaria e misteriosa. Era mussulmano e, con me prete, gli piaceva molto parlare di religione, specialmente quando si prendeva il lungo caffè nelle enormi ciotole, dopo la fine delle lezioni del pomeriggio con gli ultimi raggi del sole che entravano di sbieco nel refettorio.
Il nostro argomento preferito era la preghiera e le riunioni liturgiche; la funzione del ministro del culto e la sua preparazione.... Penso che, per tutti due, uno dei frutti più impensati e più belli della chirurgia ricostruttiva sia stato una certa ammirazione e rispetto per il mondo religioso dell’altro.
L’altro collega che veniva ad operare con noi era un giovane medico svedese, ancora proprio all’inizio della carriera di chirurgo, e che lavorava in un ospedale missionario della "Covenant Church" dello Zaire, la stessa chiesa alla quale apparteneva il celebre dottore Monganga Paul, ucciso dai Simba nel ’64, quando i parà belgi presero Stanleyville.
Il nostro collega era molto giovane e timido, compitissimo, con gli occhiali da miope, una barbetta alla Cavour, alto allampanato, e i denti direi quasi "arruffati" in bocca, che rendevano il suo inglese nordico, di uomo abituato a parlare francese, aggravato dal tono di voce bassissimo, molto difficile da afferrare.
Le nostre conversazioni vertevano principalmente sulla maniera di essere medici in Africa e sull’organizzazione degli ospedali di missionari. Non so come, capitavamo sempre assieme a tavola, e lo sforzo per afferrare ciò che diceva era ancora più intenso per il lavoro supplementare di isolare, nella corteccia cerebrale, l’esile traccia del suo sussurro dal vocio arruffato di una trentina di persone che mangiano.
Un altro amico, la cui conoscenza contribuì ad arricchire ed abbellire l’esperienza della chirurgia ricostruttiva, era un infermiere scozzese, grande, grosso e rosso quanto può esserlo un vero scozzese. In sala operatoria fungeva da anestesista e il problema più serio era riuscire ad imbrigliare dietro maschera e cappello la sua folta barba e i riccioli esuberanti.
Era ancora piuttosto giovane, sotto la trentina, direi. L’aspetto che, così d’istinto mi si unisce alla sua immagine nella memoria, è la giovialità e la cortesia, unite ad una estrema agilità, che sembrava tanto più meravigliosa quanto meno era attesa in una mole così grossa.
In sala operatoria la sua presenza era molto silenziosa e discreta, secondo il suo compito di anestesista.
Le nostre relazioni erano più vive e variate fuori. Le occasioni d’incontro con lui, che non insegnava a scuola e che viveva in una delle casette dello "staff" di Alert, con la moglie e i due figlioletti, erano le serate di ritrovo in refettorio e le riunioni di preghiera biblica che si facevano settimanalmente, dopo cena, nelle case private dei laici missionari protestanti che insegnavano e lavoravano ad Alert.
Non mi ricordo bene a quale chiesa evangelica appartenesse; alla Metodista, mi pare. Si era convertito da una vita indifferente, circa due anni prima e da lui emanava un fascino speciale, per la cordialità, l’umiltà e lo spirito di servizio, che comunicavano pace e serenità solo a vederlo.
Una sera, mentre si aspettava, cantando, che arrivassero tutti alla riunione di preghiera, chiese che si facesse un canto speciale, in cui c’erano le parole: "prendi questa candela, che è la fede, e passala".
Ci raccontò che, due anni prima, si trovava in una celebrazione liturgica alla quale lui, indifferente, era andato per accompagnare la moglie.
Cominciarono questo canto, passandosi di mano in mano la candela, e quando arrivò a lui si stavano proprio cantando le parole che identificavano quella fiammella con la fede. Ne rimase come fulminato e da lì cominciò la revisione della propria vita, che lo portò ad accettare in pieno con entusiasmo, la fede.
Tutti noi lì presenti lo ringraziammo per questa confidenza e ci congratulammo con lui. È chiaro che, da allora, diventò d’obbligo eseguire quel canto nelle nostre riunioni di preghiera.

 

UNA DONNA NECESSARIA

Strettamente legata alla chirurgia ricostruttiva c’era un’altra disciplina, indispensabile come la pioggia ed il sole dopo la semina, se si vuole ottenere il raccolto. Era la fisioterapia.
D’accordo: togliere una fettuccia di "fascia lata" dalla faccia esterna della coscia, formare una specie di fionda a quattro corde, infilarla in quattro piccoli tunnel preparati ad arte sotto il palmo della mano, suturarla a certi tendini del polso e certi altri delle dita, calcolarne il grado esatto di tensione, suturare con filo d’acciaio cinque zeri, e ingessare in posizione corretta, tutto questo è meraviglioso, ma quando poi si toglie il gesso, dopo tanti giorni, la mano non è tanto differente da una splendida musica scritta solo sulla carta.
Per trasformarla in suono, per ridiventare, fuori dall’esempio, mano viva che ricominci a fare tutto o quasi quello che faceva prima, c’è bisogno di esercizio paziente, assiduo, snervante, che non lasci spazio allo sconforto, perché i primi risultati sono lenti. È necessario che tra fisioterapista e malato si instauri un rapporto di amicizia, di incoraggiamento e di compiacimento per i risultati raggiunti. Bisognerebbe insomma che la fisioterapista fosse una donna dall’animo sensibile, fine e sorridente. Ad Alert c’era la donna giusta. Era una signorina sui trentacinque anni, nata nel Kent, ma grande ammiratrice delle danze scozzesi. Era stata una decina di anni in Malaysia, sempre in un centro di rieducazione fisica per lebbrosi, ed ora, da poco più di un anno, era stata trasferita ad Alert dall’organizzazione della Chiesa Evangelica alla quale apparteneva.
Suor Rosa era diventata sua grande amica. Mentre io andavo in sala operatoria, lei si recava nella ampia stanza di fisioterapia, da Miss Flower, che le spiegava il perché di certi movimenti, la necessità di rinforzare certi muscoli della mano e di mantenere elastici i tessuti di certe articolazioni.
Le faceva i disegni, con pennarelli colorati, dei gruppi di muscoli innervati da questo o quel nervo, e suor Rosa, diligente e attenta, prendeva nota di tutto, desiderosa di immagazzinare, per poi utilizzare quando sarebbe stata nel suo lebbrosario nel Bangla-Desh.
Un aspetto interessante e umanissimo della fisioterapia di Alert, era il fatto che quasi tutti i tecnici che aiutavano Miss Flower erano lebbrosi con vari tipi di paralisi alle mani, già operati qualche anno prima ad Alert, e che ora guidavano ciascuno un suo tavolo di pazienti negli esercizi di recupero, mete viventi e speranze tangibili, per i malati, di ciò che avrebbero potuto riguadagnare.
Tra i nervi che vanno con frequenza incontro a fenomeni infiammatori acuti e conseguente paralisi, c’è anche il facciale, coi suoi tre rami, che si irradiano sull’occhio, sulla regione mascellare e mandibolare.
Delle possibili paralisi, la più frequente e anche la più pericolosa, è quella che colpisce le palpebre, che non riescono più a chiudersi bene, restando una fettuccina d’occhio sempre scoperta, esposta alla seccura, alla polvere, ai microtraumi, e che, poco a poco, col passare degli anni, si opacizza. Nei casi più gravi può essere interessata la cornea nella sua totalità, che allora si logora, diventa opaca e provoca la cecità.
Un’altra conseguenza comune è il cosiddetto lagoftalmo, che si ha quando la palpebra inferiore, per paralisi dei suoi muscoli non riesce più a stare aderente al globo oculare, per cui le lacrime, invece di infilare il canale lacrimale inferiore, scorrono liberamente sulle guancie. Anche per questi inconvenienti la chirurgia ha messo a punto alcune semplici e ingegnose operazioni, che restaurano le palpebre nel loro servizio di protezione della cornea e di drenaggio.
L’oculista di Alert, che si occupava di questo settore era in ferie quando iniziammo il corso, per cui la serie di lezioni che riguardava l’occhio fu rinviata verso la fine del nostro periodo. Era un medico giovane, degli Stati Uniti, di St. Louis, nel profondo sud.
Era atletico, gioviale, biondo, di taglia grande ma molto gentile e fine. Aveva una pronuncia impossibile, apertissima e gutturale e i primi giorni servirono fondamentalmente per mettere a punto nel nostro cervello una serie di meccanismi automatici che riducessero le sue "a" e "o" in altrettante "e" e "u".
Una volta superato questo ostacolo, passammo insieme molte ore simpatiche. Aveva la passione dell’oculistica e godeva un mondo a spiegare le cose. Alla fine, quasi senza accorgercene, ci trovammo a chiedergli delle lezioni supplementari, fuori orario, anche su altri argomenti di oculistica, non in relazione con la lebbra, specialmente di malattie tropicali.
Fu una complicazione terribile della lebbra che ci spinse ad allargare l’orizzonte: l’irido-ciclite acuta, scatenata da un processo di reazione immunitaria.
Si formano aderenze fra l’iride e il cristallino che impediscono il deflusso del liquor prodotto nel segmento anteriore dell’occhio, provocando una ipertensione improvvisa del globo oculare o, come si dice, un glaucoma acuto che, se non si riesce a interrompere entro 48 ore, provoca una lesione irreversibile del nervo ottico, con conseguente cecità.
Questa complicazione si prestava moltissimo ad una serie progressiva di allargamenti del discorso, e noi, in maggioranza medici pratici della savana africana, che oltre alla lebbra avremmo incontrato anche tutte le altre malattie, ci tenevamo particolarmente ad approfittare di ogni occasione per apprendere o chiarirci qualcosa di utile.

 

LA LEBBRA È UN MONDO

È proprio vero che la lebbra è un mondo, più che una malattia. Oltre a tutti gli aspetti medici, chirurgici, scientifici, di riabilitazione ecc., che la lebbra porta con sé, ci sono i casi umani di coloro cui si sono dovuti amputare, a varia altezza, uno o entrambi gli arti inferiori, o che hanno delle deformazioni tali dei piedi, per cui non possono camminare agevolmente, o, se lo fanno scalzi o con scarpe comuni, si formano subito ulcere, con le conseguenze di infezioni e di ulteriori mutilazioni che già si conoscono.
L’incaricato di questo settore di Alert era un uomo straordinario: Mr Philips, un calzolaio inglese sulla trentacinquina, grassoccio, calmo, sempre sorridente, con la voce perpetuamente raffreddata, padre di cinque figli, che, umile e semplice, dirigeva serenamente l’officina di scarpe e protesi.
Il suo primo aiutante, nel settore delle gambe artificiali, era un ragazzo eritreo che sapeva dire qualche parola di italiano, e che rimase particolarmente contento quando suor Rosa e io gli chiedemmo se potevamo capitare nelle ore libere nel suo laboratorio a prendere appunti e fargli domande.
A volte rimandava certi passaggi nella costruzione delle protesi - o il calco in gesso, o la gettata della resina o l’applicazione dello snodo cardanico che si usa per mettere il piede in posizione corretta rispetto alla gamba - perché potessimo assistere. O chiedeva al malato se non gli importava di aspettare una mezz’ora, finché non arrivasse l’intervallo delle lezioni e noi potessimo vedere come si faceva dal vivo.
Ci prestò i suoi appunti e ci raccontò di quando era stato in India, in un grande centro antilebbra, ad imparare. Si interessò presso l’amministrazione e l’ultimo giorno ci consegnò l’indirizzo delle ditte che fornivano le resine e altro materiale necessario.
Mr. Philips invece si interessava più direttamente della fabbricazione delle scarpe speciali per i lebbrosi con piedi deformi. Il nocciolo del problema consisteva nel riuscire a distribuire il peso del corpo non solo su di un punto o due, come era nel piede deforme, ma sulla maggior superficie possibile, in modo da evitare che si formassero aree di sofferenza da compressione. Per fare questo aveva una plastica speciale che metteva a scaldare in una stufetta. Attorno a questo calco Mr. Philips costruiva il resto della scarpa.
Per ogni piede era necessario un apposito calco, e lo faceva con tanto interesse e con tanto desiderio di aiutare l’ammalato che, penso, si potrebbe dire così se è vero che un padre ama tutti i suoi figli, e una madre li ama uno per uno, Mr. Philips amava.... tutti e due i piedi, uno alla volta.

 

UN’ESPERIENZA DI CAMPO

Oltre alle attività nel centro di Alert, ogni tanto c’erano le "esperienze di campo" per avere un’idea di come si organizza un servizio di lotta contro la lebbra, a livello di Salute Pubblica Nazionale.
Difatti, una volta che si sappia tutto su questa malattia, il problema fondamentale è un problema di organizzazione e di collaborazione cosciente da parte dei pazienti. Le medicine sono efficaci nel controllare l’infezione del bacillo di Hansen, ma sono necessari periodi di cura di parecchi anni, a volte per la vita intera, per poter dichiarare un lebbroso guarito.
Non è difficile immaginare gli ostacoli tecnici che bisogna vincere per riuscire a far arrivare a un lebbroso le pastiglie regolarmente, per una media di sette/dieci anni. Senza contare la mobilitazione psicologica necessaria perché lui sia fedele e non resti lontano, ogni tanto, per periodi di qualche mese, altrimenti può perdere tutto il beneficio accumulato in anni di assiduità.
È qui che si gioca soprattutto la battaglia della lebbra. Come si vede non è innanzitutto una questione di denaro, in sé, quanto un enorme sforzo di organizzazione e di perseveranza; una somma di lavoro oscuro e monotono, fedele e silenzioso, di migliaia di agenti sanitari che sono sparsi nelle aree rurali più distanti e scomode, che ogni giorno vanno in bicicletta con le loro schede e le loro pillole verso i punti di raccolta dei malati, situati a volte sotto un albero o presso un masso, o in riva a un fiume, oppure a un incrocio di strade, a volte sotto il cielo, a volte in una capanna o all’ombra di una tettoia di paglia.
I lebbrosi si radunano e siedono pazienti in attesa che ci siano tutti o quasi. Frattanto l’agente sanitario medica le piaghe e le ulcere, distribuisce un fiaschetto di olio o un pacchetto di grasso che serve per ungere la pelle secca e screpolata delle mani e dei piedi che hanno già subito un primo "avvertimento" di lesione nervosa, come il blocco della sudorazione.
Poi, quando ci sono tutti, ne approfitta per svolgere un argomento di medicina preventiva. Il più delle volte batte il chiodo di non trascurare le ferite delle parti insensibili, perché non si infettino, non evolvano in osteomielite e in conseguente mutilazione.
Secondo le comunità o le caratteristiche socio-economiche e geografiche della zona, le riunioni sono settimanali, quindicinali o mensili.
Per poter partecipare in modo utile a queste attività, ci dividemmo in gruppi di quattro o cinque alunni, accompagnati da un membro della direzione del Servizio di lotta alla lebbra, o come si dice in inglese, da un "Leprosy Supervisor".
L’attesa per il viaggio era abbastanza viva tra di noi, perché si doveva uscire per oltre cento chilometri da Addis Abeba, e si poteva così conoscere un po’ più da vicino il vero volto dell’Etiopia, e soprattutto della gente. Partimmo, con una Land Rover Station a passo lungo, poco prima dell’alba. Entrammo in Addis Abeba quando i lavoratori cominciavano ad apparire per le strade della periferia avvolti, o meglio, imbacuccati, nei loro scialli di cotone bianco.
Ci fermammo a raccogliere una suora cattolica irlandese, delle Medical Sisters, che era vice-responsabile del servizio di Epidemiologia di Alert.
Il sole era ancora basso sull’orizzonte, in un cielo tersissimo, quando imboccammo la strada asfaltata che attraversa tutta l’Etiopia del Nord fino ad Asmara.
La nostra meta era Debra-Baran a cento e più chilometri di distanza.
Il panorama era verdissimo, e l’aria di una limpidezza eccezionale.
L’orizzonte dell’altipiano etiopico, a 2300 metri di altitudine, si estendeva senza confini, ondulato e ricco di coltivazioni.
C’erano molti eucaliptus e conifere, che a me, ignorante di botanica, parevano abeti e larici.
Incontrammo sulla strada piccole carovane di asini che si dirigevano in città carichi di rami e foglie di eucaliptus.
Quando fummo in aperta campagna, superammo e incrociammo diversi viaggiatori solitari che andavano in groppa a cavalli snelli e mansueti. Avevano un certo fascino a scorgerli da lontano, come un puntino bianco nel verde immenso e brillante dei campi, che poco a poco prendeva forma e si voltava sorridente salutando con la mano quando gli passavamo a lato.
La campagna immensa, tutta coltivata, con pochissime abitazioni qua e là, dava un’idea abbastanza chiara della struttura ancora feudale dell’Impero Etiopico. C’era stato da poco l’inizio del capovolgimento del regime. Il Negus era in quei giorni a domicilio coatto nella sua reggia e quell’altipiano verdissimo e silenzioso, che si perdeva con una sensazione di immenso, al di là dell’orizzonte, pareva trattenere il fiato, attendendo una svolta nel suo destino più che millenario.
Passammo vicino a un villaggio. In cima ad una altura, in mezzo a massi ciclopici, c’era una serie di casupole e al centro sorgeva una chiesa copta, gestita da un gruppetto di monaci contadini.
Il clero in Etiopia è prevalentemente del tipo monacale, e si dedica alla coltivazione dei campi, oltre che al culto liturgico. La struttura architettonica della chiesetta era molto tipica: c’era un vano centrale, il "Santo", con un altare avvolto tutto intorno da tendaggi: il "Santo dei Santi", dove si celebrava l’Eucaristia. Attorno al "Santo" c’era un corridoio circolare, circondato da una veranda.
L’azione si svolgeva così fuori dalla vista diretta della comunità dei fedeli che stava nel corridoio circolare o sotto la veranda.
A quell’ora i monaci erano tutti fuori, nei campi. Incontrammo solo alcuni ragazzini che pascolavano il bestiame.
Il paesaggio si fece più ondulato e vario e passammo ad alcuni chilometri da una profondissima spaccatura, una specie di gigantesco canyon, che scendeva verso una piana che si intravedeva all’orizzonte un migliaio di metri più in basso di noi.
Poi finalmente dal dosso di una collina vedemmo in lontananza la macchia bianca delle case di Debra-Baran, distesa come un grande serpente lungo la strada tortuosa, all’ombra degli eucaliptus che ondeggiavano silenziosamente alla brezza dell’altipiano.
Il via vai della gente era impressionante. Pareva che tutti gli abitanti fossero sulla strada. Ci colpì il sistema del trasporto pubblico: decine di calessitaxi, trainati da cavallucci dimessi o da asini, trotterellavano in tutte le direzioni sgusciando abilmente nella confusione della folla.
La cittadina era lunga tre o quattro chilometri e con pochi centesimi si poteva andare da un capo all’altro, risparmiando tempo e fatica, perché sopra i duemila metri lo sforzo fisico è più sensibile.
La nostra meta era l’ospedale, con una cinquantina di letti, costruito subito dopo la conquista coloniale. Quel giorno c’era il raduno di tutta l’area. Al nostro arrivo se ne era già radunato un buon numero presso una costruzione in pietra e lastre di zinco, che sorgeva in un prato dall’erba alta, dietro all’ospedale.
Ci salutarono tutti cerimoniosamente con profondi inchini secondo il costume locale. Un gruppo che aveva delle ulcere e delle callosità molto pronunciate, stava già coi piedi a bagno in catinelle di acqua per rendere più facile la pulizia chirurgica e per reidratare la pelle secca, le cui ghiandole sudoripare non funzionavano più.
In questo caso, senza asciugarsi, si sarebbero spalmati con olio o vaselina, per mantenere la pelle entro limiti sopportabili di secchezza, in modo che fosse meno esposta alle fissurazioni e conseguentemente alle ferite ed infezioni.
Tutti i convenuti erano esaminati attentamente, controllando sulle cartelle cliniche per notare se dall’ultima volta c’erano delle differenze nelle macchie, nelle lesioni nervose, ulcere, occhi e stato generale.
Un agente sanitario in servizio a Debra-Baran, fece una piccola lezione di educazione sul come evitare che le piccole ferite si infettassero. Poi il giovane medico che era in servizio là ci accompagnò a vedere l’ospedale, che era piuttosto dimesso come attrezzature, ma decoroso e ordinato.
Era il secondo anno che quel medico stava là con la moglie, anche lei funzionario dello Stato. Non vedevano l’ora di tornare ad Addis Abeba. La vita di provincia, specie in Africa, è un po’ dura per un intellettuale.
A mezzogiorno, dopo un giretto per vedere di respirare la vita cittadina, andammo tutti insieme alla trattoria.
La suora e il Supervisor ci invitarono a mangiare cibi tradizionali. Ordinammo una schiacciata cotta sulla piastra, con un intingolo rosso, bellissimo a vedersi e con un profumo stimolante, che conteneva anche delle patate e delle uova sode. Era piccantissimo e bisognava bere molta acqua per riuscire ad andare avanti. Il Supervisor rideva divertito al vedere le nostre bocche aperte, mentre lui, imperturbabile, faceva delle specie di pacchettini con la focaccia e l’intingolo e se li portava alla bocca con le mani.
Non c’è niente che stimoli l’intesa e la fraternità come mangiare insieme, specie se in un posto un po’ insolito e se si proviene da nazioni differenti. E se per motivi contingenti si deve aspettare due o tre minuti fra un boccone e l’altro, la conversazione riesce ancora più sciolta e prolungata...

 

LA FESTA DEL SANTO RE

Due o trecento metri fuori dal recinto di Alert, dalla parte che dava sull’aperta campagna, c’era una chiesa copta dedicata ad un antico Re etiope, la cui ricorrenza annuale cadeva proprio durante la nostra permanenza. I lavoratori della cucina ci avvisarono che da lì a due o tre giorni ci sarebbe stata una grande festa al santuario. Capitava in un giorno in mezzo alla settimana, e ad Alert continuavano le lezioni e le attività abituali. Con suor Rosa, le due ragazze che vivevano nella sua casetta e due colleghi tedeschi, ci organizzammo per andare ad assistere a parte delle cerimonie al mattino presto.
Ci alzammo alle cinque, quando era ancora tutto buio e ci ritrovammo alla spicciolata davanti al refettorio, imbacuccati fino agli occhi per cercare di vincere il freddo pungente.
La chiesa sorgeva in mezzo ad un grandissimo prato, ben tenuto e circondato da un recinto di picchetti di legno.
Per quanto si cominciasse appena allora a distinguere una persona dall’altra, mentre l’infuocata ed incredibile aurora africana si annunciava debolmente verso oriente, si erano già radunati molti fedeli. I monaci, convenuti da differenti comunità della zona, avevano cominciato da un’ora il canto solenne dell’Ufficio del Santo, accompagnando le elaboratissime nenie con tamburi, sistri o cembali, proprio come i leviti nell’Antico Testamento.
Erano tutti radunati nel corridoio circolare che abbraccia il "Santo", al lume dei ceri, con in mano grossi libroni scritti nel misterioso alfabeto amarico e decorati a mano, già vecchi di secoli.
Appena ci avviammo alla porta che immette nel corridoio, ci venne incontro per accoglierci, cerimonioso e sorridente, un giovane sacerdote rivestito dei paramenti sacri.
Ci presentammo brevemente e gli dicemmo che eravamo loro fratelli cristiani, delle chiese evangeliche e cattolica, e che desideravamo unirci alla loro preghiera ed assistere alle loro cerimonie.
Approvò con un sorriso il nostro desiderio ecumenico e ci fece strada fra le due file di monaci che ci salutavano inchinandosi profondamente. Il terreno del corridoio era ricoperto da uno strato di erba secca e molti fedeli vi si erano seduti in devoto ascolto del canto dell’Ufficio.
Il giovane sacerdote ci fece entrare nel "Santo", privilegio eccezionale, se si pensa che è lo spazio riservato ai sacerdoti, e che con noi c’erano tre donne, due delle quali per giunta, in pantaloni!
Ci portò alcune sedie perché sedessimo e poi, in piedi vicino a me, suo collega nel sacerdozio, rispondeva alle nostre domande, spiegandoci come si svolgeva la cerimonia.
Il canto dell’Ufficio durava circa quattro ore, fin verso le otto. Dopo sarebbe cominciata la Messa, anche essa della durata di alcune ore.
La maggioranza dei fedeli sarebbe rimasta fuori nel prato, o seduta nel corridoio e avrebbe pregato per mezzo dell’ascolto dei canti sacri. Di tanto in tanto alcuni dei celebranti avrebbero fatto delle processioni in mezzo alla folla, in forma solenne, con baldacchini, incenso, ceri e accoliti, portando libri sacri o altri oggetti liturgici e, infine, il pane e il vino consacrati.
Frattanto nel "Santo" si erano radunati alcuni sacerdoti più anziani. Il nostro amico ci spiegò che c’erano sei classi sacerdotali: lui era di una delle inferiori, mentre quelli nel "Santo" erano tra i membri più alti del clero. Ci accompagnò dal più eminente che ci sorrise e s’inchinò profondamente. Poi tornò ad appoggiarsi al "bastone della preghiera". Era una specie di mazza, alta fino alla gola, che terminava in cima a mo’ di gruccia. Ci appoggiavano sopra le due mani con le dita intrecciate, e sulle mani, una guancia.
Potevano così mantenere la posizione eretta, tipica e tradizionale, fin dall’Antico Testamento, della preghiera, per lungo tempo, senza stancarsi troppo, aiutati e sostenuti dal bastone.
Esaurite le spiegazioni, date tutte a bassa voce, cominciammo anche noi finalmente la preghiera di ascolto del canto. Rimanemmo lì quietamente in silenzio per più di un’ora, cercando di penetrare nella comunione di fede di quella Chiesa copta radunata solennemente. Veramente l’orazione d’ascolto era per noi un’esperienza nuova e interessante.
Una vera preghiera. Pensare quante generazioni di fedeli avevano pregato sul fondo di quella nenia antica di secoli.....
Frattanto, in preparazione immediata alla Eucaristia, era iniziata una processione
Fuori, il giorno era già pieno, ed il prato pullulava di una immensa folla di scialli e veli bianchi.
Dalla fermata della corriera che veniva dalla città vicino al dispensario degli esterni, nella strada che attraversava Alert, c’era una fiumana di persone che andava e veniva, in un brusio sommesso. Mi fece l’impressione di una schiera di formiche indaffarate che si incrociano nelle due direzioni.
Quella folla durò tutto il giorno, fino al pomeriggio, segno tangibile della fede millenaria di un popolo religioso.

 

LA PREGHIERA ECUMENICA

L’esperienza ecumenica con la Chiesa copta non fu l’unica del periodo di Alert. Molti dei medici responsabili dell’insegnamento erano inviati dalle loro Chiese evangeliche, come veri e propri missionari, con le loro famiglie.
La presenza di suor Rosa e mia, padre cattolico, fu un’occasione speciale per la Comunità protestante per vivere un’esperienza di fraternità di Chiese.
Avevamo l’abitudine di riunirci in una ventina, compresi i figli e le mogli, una volta alla settimana, dopo cena, per leggere e commentare insieme la Bibbia.
La sede variava: ora in casa di uno, ora in casa dell’altro. Noi due venivamo sempre invitati, con molta amicizia, e così pure un gruppetto di nostri colleghi profondamente credenti.
L’orario era abbastanza presto, verso le otto di sera. Le case di Alert erano molto confortevoli, con una grande sala munita di caminetto a legna. Dato il freddo pungente della notte, il fuoco era sempre acceso e contribuiva, non poco, a creare un clima di fraternità. A causa della mia proverbiale freddolosità, mi era sempre riservato il primo posto vicino al caminetto.
Mentre si aspettava che i convitati arrivassero tutti, si cominciavano i canti. Ce n’erano due o tre raccolte, in inglese, con molte copie ciascuna, per cui era facile seguire e cantare. Ce n’erano di bellissimi.
Anche noi ospiti fummo stimolati a cantarne qualcuno nella nostra lingua. Io sono stonatissimo, mentre suor Rosa se la cavava discretamente, e fu anche complimentata.
Ma la persona più richiesta e complimentata era la infermiera danese, che veniva dallo Zambia. Aveva una voce formidabile ed era intonatissima. Non ci si stancava mai di ascoltarla. Nell’ultima settimana fu raggiunta dal marito, anche lui bravissimo. Per cui la volta dell’addio fu una vera ora di Paradiso.
Prima di cominciare la lettura della Bibbia si faceva qualche minuto di silenzio in preparazione. Poi l’incaricato di turno a guidare la riunione, faceva una preghiera improvvisata, piena di unzione, dopo di che si leggeva il capitolo scelto.
Mi ricordo che cominciammo con la lettera ai Filippesi. Chi guidava l’incontro cercava di stimolare soprattutto commenti che si riferissero all’applicazione del versetto in esame a casi concreti vissuti. Una specie di lettura di fede sia della Bibbia alla luce dell’esperienza personale, sia della propria vita alla luce della Bibbia.
Debbo dire che mi sorprese la capacità dei fratelli protestanti di scendere al concreto, ed anche l’assoluta mancanza di inibizione nel fare applicazioni o nel rivelare situazioni interiori con grande semplicità.
Basta dire che in quattro o cinque sere non riuscimmo a finire il primo capitolo della lettera. Il commento durava circa tre quarti d’ora, poi, a qualunque punto si fosse, si interrompeva e si iniziava il lungo giro della preghiera spontanea. Ognuno si raccoglieva nella sua poltrona, a testa bassa, e interveniva secondo l’ispirazione del momento, con una preghiera di lode, o di ringraziamento o di intercessione. Erano frequenti e ben scelti i riferimenti alla Scrittura: si vedeva fino a che punto la fede aveva impregnato la vita di quei nostri fratelli.
A poco a poco gli interventi si esaurivano, ed allora un’orazione conclusiva e un canto o due chiudevano la serata.
Mentre si deponevano le Bibbie e ci si alzava per muoversi un po’, e per fare due chiacchiere a capannello, le donne presenti portavano in sala il carrello con le teiere, le tazze e il dolce. Ognuno si andava a servire, mentre la padrona di casa gli offriva un piattino con una fetta di dolce. Verso le dieci tutto era finito, e dopo strette di mani fraterne e calorose, noi alunni ci incamminavamo in gruppetto verso la nostra residenza, lungo i viali alberati di Alert, parlando sottovoce, col bavero alzato fino al naso e il cuore pieno di letizia.

 

DALL’ETIOPIA AL MOZAMBICO

Non saprei se definire il viaggio di ritorno da Alert una fine o un inizio. Là avevamo appreso molte cose, ma era necessario che questo periodo tanto bello e interessante finisse, per poter cominciare il capitolo seguente dell’esperienza pratica.
Così mi ritrovai, dopo nemmeno una settimana, in Mozambico, finalmente con i piedi ben per terra in un campo di lavoro concreto.
Gli "Amici dei Lebbrosi" mi avevano nominato loro "rappresentante fiduciario" e avevo con me l’indirizzo di tutti i Centri missionari dove l’Associazione mandava aiuti per la lotta contro la lebbra. Ero un po’ preoccupato, a dire il vero, sul come avrei fatto per organizzare o coordinare una rete dalle maglie così larghe. Ma di lì a poche settimane era già evidente che difficilmente avrei avuto ancora preoccupazioni di questo genere.
Il governo mi collocò nell’ospedale di Quelimane, e dopo due mesi mi trasferì a Mocuba. Lì ero solo e il lavoro era tanto, che non c’era neppure la possibilità di pensare ad allontanarsi per una mezza giornata. Cominciai, con molta fatica, un giro di contatti epistolari, ma era evidente che non erano sufficienti. Dopo pochi mesi, la nazionalizzazione di tutte le attività sanitarie fece passare sotto la responsabilità dello Stato i centri delle missioni che assistevano i lebbrosi. E così si chiuse rapidamente e umilmente la mia attività di coordinatore dell’assistenza degli Amici dei Lebbrosi.
Come medico dello Stato - "Delegato della Salute" - di un’area molto grande, avevo anche il compito di controllare il servizio della lotta alla lebbra.
A Mocuba i malati si riunivano una volta al mese per ritirare le pastiglie di sulfona, ma il servizio era scaduto a tal punto che ormai i lebbrosi mandavano un figlio o un vicino a prendere i "chinini della lebbra".
La prima volta che andai ad assistere alla distribuzione, sotto il grande albero di mango vicino alla infermeria dei tubercolotici, nella parte posteriore del recinto dell’ospedale, di lebbrosi ne vidi sì e no due o tre, tutti gli altri erano "rappresentanti".
Ci fu un piccolo comizio nel quale fu spiegato che era arrivato il dottore e che voleva vedere tutti i malati per controllare e selezionare chi avrebbe potuto essere operato.
La volta seguente, quando arrivai, sotto l’ombra del grande albero c’erano già alcune decine di lebbrosi ad aspettarmi, seduti, chi sulle panche, chi per terra.
L’interesse di un dottore per loro li aveva animati, ed ora erano quasi tutti lì a guardarmi pieni di fiducia. Il loro sguardo, tuttavia, mi imbarazzava molto, perché leggevo nei loro occhi una speranza eccessiva, che il dottore avrebbe fatto chissà quale meravigliosa operazione per ridare loro l’integrità fisica. La prima cosa da fare era aggiornare lo schedario, controllando le macchie, i noduli o le lesioni e mutilazioni.
Selezionai alcuni malati con paralisi palpebrali o con entropion, cioè con le ciglia girate in dentro.
Con una piccola operazione si poteva correggere il loro difetto. Ci fu anche una sessione di educazione sanitaria per insistere sul punto numero uno della lotta contro la lebbra, che è la fedeltà, senza stancarsi, al trattamento.
I mutilati e quelli con lesioni nervose erano abbastanza pochi, per cui il lavoro era più di animazione e di controllo che di intervento ricostruttivo.
C’era l’infermiera incaricata che pensava alla routine dell’assistenza.
Per cui, dopo il primo turno di operati, non ci fu molto lavoro personale diretto in questo campo, ma solo supervisione.

 

COLLABORATORI

Nei primi mesi di Mocuba fu possibile realizzare alcune grosse iniziative nel campo della medicina preventiva ed educativa.
Aiutato dall’entusiastica collaborazione di ‘gruppi dinamizzatori’ del Distretto e dagli infermieri, facemmo un corso di quindici giorni per un centocinquanta "soccoristi" volontari, che si sarebbero dedicati all’educazione sanitaria e alla "predicazione" di misure di prevenzione delle malattie, come la costruzione di latrine, la bollitura dell’acqua, la fabbricazione di scarpe con pneumatici vecchi o corda di agave.
Essi dovevano anche fare il lavoro di segnalazione dei malati di lebbra e di tubercolosi, perché potessero essere curati.
In tutto questo fervore di iniziative feci amicizia con alcuni ragazzi e ragazze della scuola secondaria che si erano offerti come miei collaboratori.
Un ragazzo, fra tutti, si mise in risalto per l’interesse profondo che dimostrava. Aveva quindici o sedici anni e desiderava anche lui studiare da medico.
Era figlio di pachistani emigrati in Mozambico molti anni prima della sua nascita. Si chiamava Javid.
Veniva spesso a casa mia per leggere libri di medicina, specialmente la domenica mattina.
Sulla lebbra non c’era nessun libretto divulgativo chiaro e completo in portoghese. Io ne avevo uno in inglese: "Leprosy" del Dr. Leiker, accompagnato da una buona serie di diapositive a colori. Era ben fatto e avevo desiderio di tradurlo in portoghese, ma mi mancava il tempo necessario. Mi confidai con Javid su questo mio progetto. Si offrì subito con entusiasmo a collaborare. Anche lui sapeva abbastanza l’inglese. Combinammo di fare un lavoro di équipe: durante la settimana Javid avrebbe tradotto alcune pagine e alla domenica mattina sarebbe venuto a casa mia per rivedere insieme la traduzione, in modo che non ci fossero affermazioni inesatte o mal espresse. L’impegno si rivelò più duro del previsto. Ogni tanto lui aveva compiti in classe o interrogazioni e non poteva dedicarvisi per un’intera settimana.
Da parte mia non era infrequente passare buona parte della domenica in sala operatoria per qualche urgenza. Nei giorni feriali, poi, non c’era spazio per un respiro neppure più lungo del normale.
Tuttavia, anche se faticosa, fu un’esperienza molto bella, che durò alcuni mesi. Per prima cosa cementò la nostra amicizia, e ci permise di provare una gioia serena e particolare, fino allora sconosciuta, di preparare - nel segreto della stanza illuminata dalla luce smorzata che veniva dalla veranda, avvolti nell’aria calda dell’accecante mezzogiorno africano, nella quiete di quell’assoluto silenzio, rotto soltanto dalle instancabili cicale - un testo, dicevo, che avrebbe potuto essere usato da migliaia di persone nel mondo tropicale di lingua portoghese, in Africa, America del Sud e Asia.
Era un po’ la gioia del seme nascosto che nel silenzio si prepara alla fecondità.

 

IL VILLAGGIO DI IRMA MARIA

L’anno e mezzo di Mocuba passò rapido e lento nello stesso tempo. La mia nuova destinazione era la provincia di Tete, il luogo più caldo e arido di tutto il paese.
Vi arrivai in uno splendido, assolatissimo pomeriggio. Il cielo era di un azzurro intenso, limpidissimo, le rocce e i sassi, enormi, erano magnifici nella loro nudità, rivestita solo dall’ombra traforata di solenni e spogli baobab.
Lo Zambesi era blu come il cielo e le case di Tete erano una sagoma controluce, sulla collina di là dal fiume, che scendeva fino all’acqua.
Quello scenario così africano mi affascinò e stimolò le energie consumate dallo sforzo per finire le cose da lasciare compiute a Mocuba, prima di partire.
L’ambiente di Tete era abbastanza diverso da quello della Zambesia, sia geograficamente che socialmente.
Anche in ospedale il lavoro era d’altro stile. Eravamo in tre medici e io mi interessavo solo della chirurgia e della maternità.
L’ospedale era più grande, quasi il doppio di quello da cui venivo, per cui c’era abbastanza servizio per riempire il giorno anche lì.
Venni presto a conoscenza di un lebbrosario sull’altra sponda dello Zambesi, una quindicina di chilometri più a monte. Chi me lo fece conoscere fu Irma Maria, una suora spagnola che aveva fatto il corso di Frontilles in Spagna e aveva cominciato da poco a seguire quel gruppo di lebbrosi. Quando scoprì che mi interessavo di quella malattia, mi invitò con molto entusiasmo ad andare con lei a visitare il centro.
Il Medico Capo mi nominò consulente e dopo qualche giorno partimmo con un vecchissimo autocarro Dodge, di dimensioni ridotte.
Verso le due del pomeriggio attraversammo il ponte sospeso, che è il vanto architettonico della città di Tete. Appena giunti sull’altra sponda infilammo una strada che definire sconnessa è dir poco.
Correva in mezzo a vegetazione rinsecchita, costellata di pittoreschi baobab, saliva e scendeva per le asperità del terreno con mille curve, fino ad arrivare ad una spianata abbastanza grande, in fondo alla quale sorgeva il villaggio dei lebbrosi.
Il cuore della comunità era una scuola fatta di lamiere di zinco, che aveva davanti una specie di cortile di terra, ben livellato e pulito.
Sul dietro si apriva un piccolo vano, che era originariamente l’infermeria della scuola. Era lì che Irma Maria aveva sistemato il suo "hospital", come lo chiamava la gente. Il rumore del camioncino era il segnale dell’inizio della riunione, rinforzato da allegre strombettate di clacson.
La prima cosa che accade, in qualunque posto d’Africa, quando giunge una macchina, è lo sbucare da tutte le parti di una frotta di bambini che si dispongono a semicerchio, per osservare chi arriva e non perdere nulla, neppure un minimo particolare dell’avvenimento. Il loro gruppo poi si apre per lasciar passare i nuovi venuti, far loro ala e seguirli fino alla meta.
L’ "hospital" era una stanza rettangolare, lunga e stretta, con una finestra in fondo e la porta in cima. C’era un lettino, delle mensole, un tavolinetto e delle sedie con accanto dei secchi di plastica per buttarci le fasce e le garze sudice.
Tutto era molto povero, ma estremamente pulito ed ordinato. Mentre Irma Maria mi mostrava le cose della stanza e mi spiegava il registro dei malati, fuori erano cominciati ad arrivare, alla spicciolata, i lebbrosi. Chi arrivava camminando sui ginocchi e le mani, chi sul sedere, chi condotto per mano o per mezzo di un bastone la cui estremità era guidata da un bambinetto, chi appoggiandosi a grucce, e chi, colpito da piede cadente, sollevando i ginocchi a squadro ad ogni passo per non inciampare.
La percentuale di minorati fisici era impressionante, e poteva indurre ad una conclusione errata sulla lebbra, se non si teneva presente che quel luogo era un lebbrosario, cioè un villaggio abitato da malati per i quali era molto difficile poter vivere nella società normale.
Man mano che arrivavano, si sedevano a gruppetti all’ombra di alcuni alberelli striminziti che sorgevano dietro la scuola.
Per quel giorno Irma Maria aveva convocato soltanto una cinquantina dei trecento circa che vivevano lì. Tutti i casi più gravi. Anche questo particolare contribuiva a spiegare il povero campionario di umanità che rispose quasi in coro al mio saluto, quando mi affacciai alla porta.
Cominciarono ad entrare uno ad uno per essere esaminati e fissare la diagnosi con la descrizione delle complicazioni. Mentre li visitavo, facevo notare a Irma Maria certi particolari, selezionando i casi che potevano trarre beneficio dalla chirurgia e tra me e me osservavo il loro modo di fare, per cercare di capire che cosa sentissero ad essere lebbrosi.
La risposta vera non la saprei dare, tuttavia una cosa è certa: avevano tutti una serenità e, soprattutto, una semplicità che mi richiamava quella dei poveri di cui parla il Vangelo. Gente che mi pareva liberata per opera della stessa schiavitù che l’affliggeva: perdendo tutto, non avevano nulla da lasciare per cui erano disponibili a sorridere a quel che è loro dato (e che passa inosservato a coloro che hanno) come erano, quel pomeriggio, le cure e l’amore di Irma Maria e la visita del dottore.

 

UN VILLAGGIO NELLA FORESTA

Il gruppetto selezionato per la chirurgia era formato da una decina di malati. C’era da operare alle palpebre e fare della pulizia chirurgica alle ulcere. Non ci sarebbe stato posto per tutti all’ospedale di Tete, per cui cercammo di combinare un trasporto per loro, nel giorno fissato per le operazioni.
Alcuni potevano poi ritornare subito a casa, data l’assistenza quotidiana di Irma Maria.
Ormai ero il consulente ufficiale della lebbra e quasi ogni settimana andavo al villaggio di là dal fiume. Tutte le volte, o quasi, c’era qualcuno da operare, così diventò abituale per il reparto chirurgia di Tete ospitare lebbrosi.
Parlando di quei viaggi, non posso non ricordare lo spettacolo stupendo che si godeva al ritorno.
La strada percorreva circa due chilometri quasi sulla riva del fiume, prima di infilare il maestoso ponte sospeso. Era all’ora del tramonto che, di solito, passavamo lo Zambesi. I colori del cielo erano indescrivibili a parole, bisognava vederli. La meraviglia era che in quel punto il fiume faceva un’ampia curva, venendo da occidente, per cui il cielo era come raddoppiato dallo specchio delle placide acque. Non si sarebbe mai finito di guardare il succedersi lento dei colori, sempre più caldi e sfumati, finché si accendeva la grossa luce di Venere, e un po’ alla volta veniva lo scuro.
A Tete rimasi tre mesi e mezzo, e verso la fine di quel periodo, Irma Maria mi comunicò raggiante che era riuscita a convincere le "strutture", cioè i responsabili del governo della provincia, a trasferire il lebbrosario in un posto più fertile e dal clima più mite, fuori dal calore di forno della piana dello Zambesi.
Un po’ alla volta il progetto prese corpo, e invece di essere un lebbrosario sarebbe stato un villaggio aperto a tutti, anzi, addirittura una "Aldeia comunal", cioè una comunità strutturata sul possesso, lavoro e godimento collettivo della terra e di eventuali altri beni di produzione.
Il malato di lebbra avrebbe così potuto sentirsi di nuovo integrato, a parità di diritti, in una società aperta e comunitaria.
L’idea piacque molto a tutti coloro che avevano contribuito ad elaborarla, e così, detto fatto, si passò alla realizzazione. Il posto scelto era a circa centoventi chilometri a nord di Tete sulla strada che va verso il distretto dell’Augonia, in un terreno ancora boscoso e attraversato dal rio M’Condedzi. La terra era molto fertile, il fiume era perenne, in più c’era una sorgente che poteva servire per irrigare i campi.
L’Agricoltura e le Opere Pubbliche misero a disposizione autocarri, trattori e "pacchere", per cui i lavori andavano avanti a vista d’occhio.
Il primo drappello di lebbrosi, gli uomini più validi, si offrirono per cominciare l’insediamento umano e costruire le capanne che avrebbero accolto il resto della famiglia.
Il primo camion partì pieno di gente, attrezzi, pentole e coperte, perché nessuno sarebbe più tornato indietro. Si andava a fondare una nuova città!
Si ripeteva nel cuore dell’Africa e nel secolo ventesimo l’avventura e lo spirito dei coloni greci e latini, che lasciavano le loro comunità per andare a fondarne una nuova, portando con loro, sulla nave, il fuoco della città.
Anche Irma Maria era su quel camion, per partecipare alla gloria e ai disagi.
"Irma Maria è la nostra madre, - dicevano i lebbrosi -, ma non è una donna, è un uomo..."
Io andai a visitarli dopo due o tre settimane che il primo gruppo era partito, alla vigilia del mio trasferimento a Songo.
Avevano già costruito un certo numero di piccole capanne, per ripararsi di notte, ed erano alle prese con la preparazione degli scheletri di legno per le capanne più grandi, definitive.
Bisogna dire che si respirava un’aria singolare, piena di un fascino segreto, a camminare per il bosco, ad attraversare i "larghi" ottenuti abbattendo piante e tagliando erba e cespugli, a percorrere viottolini tracciati di fresco, a vedere capanne accostate al tronco di alberi vigorosi, e qua e là il fumo di fuochi accesi sotto le pentole in mezzo a tre sassi.
Un po’ più in basso, sulla costa degradante dolcemente verso il fiume, i trattori avevano già disboscato un buon tratto, e ora stavano pulendo il terreno dalle radici e dai sassi.
Il fiume era largo pochi metri, ma l’acqua era abbondante e pulita. Il corso era cosparso di grossi massi e le rive erano ricche di vegetazione. C’erano piccole insenature con sabbia e ombra, che si sarebbero prestate molto bene per un pic-nic. E fu proprio in uno di questi posticini che ci sedemmo per mangiare i panini e fare due chiacchiere di commento a quella bella e, al tempo stesso, rude avventura.

 

DA LORO HO IMPARATO MOLTO

Pochi giorni dopo la visita a M’Condedzi, passai a Songo, il villaggio costruito dal personale che lavorava nella diga e nella centrale elettrica di Cahora Bassa, sul fiume Zambesi.
Il mio nuovo ospedale era la postazione sanitaria più avanzata dell’alto Zambesi. Ero l’unico medico per tutto il territorio tra Tete ed il confine con la Rhodesia e lo Zambia, circa trecentocinquanta chilometri in linea d’aria. Purtroppo potevo esserlo solo di nome, perché la maggior parte del territorio era irraggiungibile essendo teatro di guerriglia tra Rhodesia e Mozambico. Le strade, già pochissime e sconnesse, erano tutte minate, per cui le popolazioni dovevano rassegnarsi a vivere senza comunicazioni col resto del Paese, all’infuori di qualche camion di soldati di tanto in tanto.
Il territorio che potevo assistere, dal punto di vista sanitario, era quello verso Tete. A Songo non c’era molto da operare, perché era un posto fuori mano, che bisognava raggiungere apposta, e perché era un’area con poca popolazione.
Così, dopo un primo periodo di adattamento e di studio della situazione, cominciai a visitare tutte le settimane, i posti sanitari di Estima e Marara.
Marara era l’ospedaletto di una missione, nazionalizzato recentemente. Nei pressi si erano costruite le capanne di alcuni lebbrosi, che vivevano nel loro campo insieme alla famiglia, e che erano accettati dalla gente con semplicità.
Erano quasi tutti minorati fisici, che avevano nell’ospedaletto un appoggio per la medicazione.
Ben presto cominciai a farne conoscenza, settimana dopo settimana. Quasi tutti avevano bisogno di qualche ritocco chirurgico, per cui li portai a scaglioni a Songo per essere curati. Rimasero lì parecchio tempo, specialmente quelli con le ulcere.
Erano gente semplice, simpatica, sorridente e pacata, uomini e donne dai nomi pittoreschi, come Buambuluca, Dkirani, Otilia ecc.
Anche gli altri ammalati cominciarono ad amarli e ad accettarli senza nessuna difficoltà.
Come si può non voler bene a gente così serena e pacata, che era sempre d’accordo su tutto?
Otilia era fra la più malridotte: senza mani né piedi, camminava a quattro zampe, coi ginocchi protetti da cuscinetti di panno e cotone ormai ridotti a stracci. Aveva delle ulcere profonde tra le enormi callosità dei ginocchi e, a causa della paralisi delle palpebre, le lacrime le scorrevano continuamente sul viso.
Rimase molte settimane a Songo, e quando ritornò a Marara guarita da questi inconvenienti, preparò una gallina da offrirmi la settimana seguente in segno di ringraziamento.
Così era fatto il cuore di Otilia, e come il suo era quello di tutti i lebbrosi che ho incontrato.
Da loro ho imparato molto, non cose da libri, ma ciò che serve per vivere. Cose importanti sulla pazienza, sulla povertà profonda dello spirito, che inaspettatamente sbocca nella libertà. Sulla tolleranza e la benevolenza, e soprattutto sulla grandezza d’animo, che li rende più grandi della loro impotenza fisica.
Uomini e donne che non contano nulla agli occhi del mondo, ma che invece hanno un grande peso sulla sapienza che arricchisce il mondo.
Per cui lasciate che io vi ringrazi, e con tutto il cuore, per il bene che mi avete fatto, tutti voi, che mi avete sorriso, lebbrosi, amici miei.

 

RICORDI DI KALONGO

Sono stanco, Signore,
e lo sai.
Da ieri al tramonto fino ad oggi
è durata la preghiera.
Una preghiera strana
e faticosa, una preghiera
che si chiama gozzo.
Ieri sera in cappella
ho fatto tardi, sul breviario
dell’atlante delle operazioni.
Per me tiroide è uguale
a penitenza, perché è una
chirurgia che non conosco
bene, e perché le altre volte
ho dovuto soffrire ad operare.
Così mi è venuta l’idea
di farne questa volta
una preghiera.
Una preghiera dolorosa e tesa,
fatta d’amore per te e per
quella donna. Perciò ho studiato
in cappella, ripassando
il da farsi, a mani giunte.
Per tutta la notte ho sognato
di operare, ma forse era
il mio cuore che non smetteva
di pregare. Dopo è venuta
l’alba, il giorno, e finalmente
il momento d’iniziare.
Per paramenti avevo
un camice, due guanti,
un berretto e una maschera.
Poi, in silenzio, è cominciata
l’orazione. Difficile, lunga,
e di tensione. Come Giacobbe
quella notte a lungo, ho lottato,
mentre pensavo
che la tua morte in croce
è stata l’orazione tua sublime.
Un’orazione aperta, nella quale
tutti eravamo invitati
liberamente ad entrare.
Tiroide, fatica ed attenzione,
erano la mia preghiera
esistenziale,
e che soffrissi un po’
non mi spiaceva, perché dava
coraggio alla mia voce
di mescolarsi
al silenzio della croce.

 

QUI I REGALI SI FANNO SUL SERIO

Da appena due notti ero arrivato in Uganda, e, mentre attendevo che la corriera si muovesse, osservavo con interesse la vita e il movimento della gente nel piazzale delle partenze di Kampala. C’erano africani che leggevano i vari giornali della capitale, gruppetti di distinte signore sontuosamente vestite di splendidi colori dal collo ai piedi, e con in testa un variopinto fazzoletto legato in modo da ricordare un cilindro.
Mi richiamavano alla mente la regina Nefertiti, dell’antico Egitto, come la si ammira su tutti i libri di storia. C’erano anche molti taxi collettivi: auto di varia foggia, su cui potevano prendere posto da 6 a 10-12 persone stipatissime, con borse, masserizie e fagotti sistemati in ogni buco libero, o legati sul tetto.
Credevo che la corriera dovesse partire alle 8. Quando però feci il biglietto, mi dissero che lo "start" era per le 9. In effetti partimmo alle 9.30 passate. Un po’ alla volta i posti si riempivano. Salì un distinto signore che si mise a leggere un libro. Davanti a me si sistemò un militare altissimo, con una quantità di bagagli. Tutti i viaggiatori avevano con sé un mucchio di roba, che stipavano sotto i seggiolini e tra le gambe, tenendo il resto sulle ginocchia.
Il soldato aprì un pacchetto: c’erano due pezzi di torta e due contenitori di latte. Si voltò e mi offrì metà della torta senza dirmi nulla. Rimasi un po’ perplesso: non ci eravamo parlati e nemmeno salutati. Era ancora presto e nel nostro angolo eravamo praticamente soli: forse fu per questo?
Pensai che doveva essere un omaggio, ma, per non cadere in malintesi, chiesi quanto dovevo.
"Ah, niente, è un regalo!".
Ringraziai con effusione, per mascherare la mia pochissima fame e la mia ripugnanza per il latte. Dovevo pur far capire che gradivo: così mi misi a mangiare la torta e aprii il contenitore di latte. Per fortuna lui sedeva davanti a me e non era un tipo di molte parole, né si voltava.
Così, dopo un tempo ragionevole, quando egli poteva pensare che avessi finito di mangiare, infilai la torta nella borsa da viaggio sotto il sedile. Quanto al latte, finsi di bere qualche sorsata allorché pensavo che potesse vedere, poi lo misi via.
Poco prima della partenza salì una ragazza, che si sedette nell’unico posticino libero, accanto al soldato, tutta di sbilenco per via dei pacchi, fagotti e valigie che occupavano ogni centimetro cubo libero fino all’altezza di mezzo metro da terra.
Il biglietto indicava che il mio percorso era di 284 miglia. Poiché un miglio è 1609 metri, dovevano essere circa 450 chilometri.
Per fare il conto a mente ci misi quasi mezz’ora, ma a dire il vero cercavo più che altro di ingannare il tempo. Il bigliettaio mi aveva detto che saremmo arrivati a Lira alle 16 circa. Per fortuna la corriera faceva il servizio "espresso"; così le fermate sarebbero state pochissime. Il paesaggio era tutto verde e a me, che venivo da una zona di siccità, pareva un paradiso terrestre.
Verso l’una cominciai a sentire un po’ di fame e, cercando di non farmi vedere, finii la torta del soldato.
Alle due circa entrammo in una cittadina, Masindi, e ci fermammo davanti all’Apollo Hotel, che di raffinato aveva solo il nome.
"Siamo quasi arrivati" - pensai. Ma proprio in quell’istante un’altra corriera sbucò dal fondo della strada e si fermò placida davanti allo stesso locale: sotto la polvere si riusciva a leggere "Lira-Kampala express".
Se anche quella era partita attorno alle nove, voleva dire che aveva impiegato cinque ore a fare il tratto che ci rimaneva da percorrere...
Capii allora che la nostra era una sosta di ristoro, e scesi anch’io insieme agli altri. Quando mi alzai, sentii che i calzoni di tela mi si erano incollati alla pelle e intuii che dovevo avere una larga macchia di sudore ben visibile sul colore avana chiaro.
Presi una pepsi-cola e mangiai delle frittelle che il negoziante prelevò, rispettando le regole di asepsi, con una larga forchetta, ma che poi finirono in un vecchio pezzo di giornale tirato fuori da sotto il banco...
Seguendo la fila e l’odore di ammoniaca riuscii a trovare i gabinetti, ma per tenere chiusa la porta bisognava usare un piede, perché non c’erano serrature funzionanti. Tutto sommato quella sosta ci voleva proprio.
Verso le quattro attraversammo il Nilo alle rapide di Karuma. Il ponte, fatto da italiani, fu costruito in questo punto così vorticoso del fiume, per sfruttare la minor distanza fra le sponde. Seppi poi che quello era anche l’unico ponte del nord dell’Uganda.
Verso sera ci fermammo in un villaggetto e un nugolo di bambini e donne corse sotto i finestrini a offrire frittelle, pannocchie lesse o abbrustolite di granturco, pezzetti di carne allo spiedo, pane ed altro.
Il soldato era sceso a Masindi ed ora davanti a me c’era soltanto la ragazza salita a Kampala, comodamente seduta sul sedile tutto libero per lei. Comprò uno spiedino di pezzi di carne e una pannocchia.
Prima di cominciare a mangiare mi offrì lo spiedo. Ringraziai e presi un pezzetto di carne, senza più stare a chiedere quanto costava... Ne prese uno anche lei e me ne offrì ancora. Rifiutai con la maggior gentilezza possibile. Finita la carne, prese la pannocchia, la spezzò e me ne diede metà, sempre senza parlare. Ringraziai ancora e mi misi a sgranocchiarla. Era buona, ma bisognava masticare con tanta forza che dopo un po’ avevo i muscoli della mandibola indolenziti. Bevvi un sorso d’acqua della mia inseparabile borraccia gialla di plastica.
La ragazza si voltò e mi chiese se avevo da bere. Mi ricordai del latte che avevo tra i piedi, per offrirle qualcosa di più della semplice acqua, e per fare anch’io il generoso. Ma, appena se lo portò alla bocca, fece una smorfia disgustata: era andato a male, aperto così, dalla mattina, e con quel caldo. Avrei voluto sprofondare, mentre, col mio consenso, lo buttava fuori dal finestrino; ma, con un colpo di reni psicologico, prima che potesse fare cattivi apprezzamenti sul mio conto, le porsi la borraccia, dicendole: "Se gradisce, ho dell’acqua soltanto...".
Sorrise contenta e cominciò a bere a garganella. Dopo un minuto la borraccia era vuota ed essa si asciugava la bocca col dorso della mano.
Aveva gli occhi soddisfatti e mi disse un "thank you" pieno di entusiasmo.
Da queste parti i regali si fanno sul serio, e, a quanto pare, si accettano anche sul serio!
Dopo cinque ore precise dalla partenza da Masindi il bigliettaio mi venne a dire che eravamo di fronte alla parrocchia di Lira.
Ormai era notte.
Augurai buon proseguimento alla ragazza e scesi dalla corriera semivuota, mentre il bigliettaio mi porgeva la valigia.

 

IL PADRE E IL FIGLIO

Ero in dispensario quando venne, accompagnato dal padre, un bambino karimojong di sette, otto anni con una enorme, sfigurante tumefazione nella parte alta dell’addome, a sinistra.
Il babbo era un uomo alto, imponente, asciutto e muscoloso, con una piccola barba al mento, calzoni corti e canottiera, sandali con le suole tratte da un vecchio copertone di automobile e gli immancabili bastone, tabacchiera e seggiolino.
Il bambino non aprì bocca durante la visita. Solo qualche occhiata al papà. Al termine questi lo aiutò a rivestirsi, a infilare cioè una canottiera sul corpo nudo.
Rimasi colpito dall’evidente amore e dall’intesa che legava i due, così pieni di dignità e tanto silenziosi, in mezzo a gente così diversa, parlante una lingua a loro sconosciuta.
Restarono all’ospedale per più di un mese, per prepararsi all’operazione e per la prima convalescenza. (Fu trovata nella milza un’enorme cisti da echinococco, con oltre un litro e mezzo di liquido: una vera rarità di patologia chirurgica, tanto che solo quattro casi figuravano descritti in tutta la letteratura sull’argomento).
Un giorno li vidi mentre il padre cuciva un paio di calzoni, con ago e filo, e il figlio lo guardava estatico.
Sempre insieme, sempre nella stessa atmosfera di affetto. Quando il papà preparava da mangiare, il bambino gli stava seduto accanto, accoccolato davanti alla polenta, in silenzio, e poi mangiava come un grande, insieme ad altri due o tre adulti karimojong, coi quali avevano fatto amicizia.
Era commovente vederli: uno così grande e poderoso, e l’altro tanto minuto, infagottato in un pigiama bianco datogli dalle suore. Coi calzoni a metà polpaccio e un’ampia blusa che l’enorme escrescenza sull’addome spingeva sempre da parte.
Poteva essere, ancora non lo sapevamo, un tumore maligno...
Durante la visita al reparto i parenti dovevano uscire. Ma, quando si arrivava al letto del bambino, il babbo si affacciava da fuori, alla bassa finestra per sentire se c’erano novità, incrociando intanto gli occhi con suo figlio che guardava indietro sopra la testa, interrogativamente.
Quando finalmente il piccolo fu guarito, se ne andarono, a piedi, a prendere il bue per ritornare nella loro terra, uno accanto all’altro.

 

I SEGNI DELL’AMICIZIA

Dietro la nostra bianca abitazione c’erano le capanne di una famiglia di profughi sudanesi. Il primo di essi che conobbi fu Tiberio, uno dei figli, sui 12 anni.
Cantava nel coro della parrocchia della missione.
Feci amicizia con lui e i suoi compagni e ci fermavamo spesso a chiacchierare. Erano tutti senza un soldo in tasca, e, quando stavano poco bene, venivano da me a chiedere aiuto.
- "Perché non andate al dispensario a chiedere le medicine alla suora?" - chiesi un giorno.
- "Ah, una volta era buona, ma ora il suo cuore è diventato crudele, perché vuole i soldi."
Gli ospedali di missione fanno tutti pagare qualcosa, altrimenti non potrebbero tirare avanti. Ma se quella risposta era veramente l’eco di uno stato d’animo diffuso tra la popolazione, ci sarebbero state tante domande da porsi.
Un pomeriggio di pioggia Tiberio venne da me a chiedere aiuto. Suo padre alla mattina l’aveva mandato via di casa digiuno perché era caduto di bicicletta col fratellino e questi si era fatto male. Aveva molta fame e chiese se avevo qualcosa da dargli.
Andai nella casa dei padri e gli portai pane, formaggio e arachidi; poi gli feci il tè. Mi chiese quindi se potevo curare il fratellino. Lo feci venire al dispensario: aveva solo qualche sbucciatura. La mattina dopo rividi Tiberio: suo padre l’aveva perdonato e l’aveva ammesso a dormire in casa.
Nei mesi successivi un po’ alla volta conobbi il resto della famiglia. La sorella più grande, Assunta, lavorava come inserviente all’ospedale. Aveva smesso di studiare alcuni anni prima, quando faceva la terza o la quarta elementare. I ragazzi di laggiù devono pagare una tassa al maestro perché esso non riceve stipendio dallo Stato. Soldi non ce n’erano abbastanza e così Assunta era andata a lavorare.
Un giorno passò da Kalongo un missionario diretto in Karamojia e acconsentì di caricare una famiglia di profughi sudanesi dimessa dall’ospedale. A mezzogiorno Assunta seppe che essi avrebbero fatto la strada di Morulem, dove le suore tenevano una scuola per ragazze. Prese il catino di ferro, ci mise dentro le sue cose, l’avvolse nella coperta e chiese un passaggio per Morulem. E così, senza dir niente in casa né all’ospedale, se ne andò con i suoi risparmi per poter continuare gli studi.
Tutti i figli hanno una grande libertà. Escono di casa e i genitori non stanno in pensiero, nemmeno se non tornano a mangiare o a dormire. Al momento del bisogno si fanno rivedere. Questo asseriscono concordi i missionari. E quei medici che sono laggiù con figli sui 4-5 anni hanno un bel daffare ad esigere che i piccoli non si allontanino senza dir niente, imbrancati coi loro liberi amici africani, oppure che tornino a casa a mezzogiorno, e non solo quando durante la concentrazione del gioco affiorano alla coscienza i morsi della fame.
In dispensario conobbi i due fratelli più piccoli, portati a più riprese dalla mamma. Durante il tempo dei lavori agricoli essa andava con altre donne nel campo di un africano benestante a strappare erbacce, dietro compenso di due scellini (160 lire) al giorno. Spesse volte al tramonto le vedevo tornare in gruppo verso casa con un fascio di legna sul capo e i piccoli dietro la schiena, addormentati, mentre i più grandicelli trotterellavano attorno, succhiando un pezzo di canna da zucchero. Una mattina dopo la messa, Tiberio mi fermò per chiedere appoggio. Aveva perso un libro di scuola che costava 15 scellini e il "preside" gli aveva detto che non poteva più andare alle lezioni se non portava il libro o i soldi.
Avrei voluto darglieli, ma, non so perché, preferii seguire il consiglio ripetuto da tutti: non dare mai nulla per niente, se non c’è gravità.
Così risposi che non doveva preoccuparsi: avrebbe potuto fare un lavoro all’ospedale o presso la Missione per guadagnare la somma necessaria.
Mi ricordo l’aria impacciata e vergognosa e il silenzio negli occhi grandi.
Non potevo dargli da fare qualcosa io?
Gli precisai allora che saremmo andati insieme da suor Silveria, all’ospedale, giacché essa trattava con i lavoratori fissi e occasionali.
I 15 scellini furono promessi in cambio di una mattinata di lavoro. Ormai erano le 11: si presentasse dunque l’indomani alle otto.
Qualche giorno dopo, incontrata suor Silveria, le chiesi se Tiberio si era comportato bene.
- "Non s’è più visto" - mi fu risposto.
A scuola però il ragazzo continuava ad andare.
Provai a chiedere a qualche suo compagno se sapeva nulla della storia del libro.
- "Non so: glielo chiederò".
Non volli spingere più a fondo le indagini: avevo paura di scoprire che era stata una bugia per avere da me 15 scellini.
Ad ogni modo per circa un mese Tiberio evitò la mia vicinanza.
Una sera, verso le cinque, mentre il vento soffiava freddo, vidi la mamma che, seduta sul muricciolo aspettava che io passassi. Aveva in collo Maddalena, piccola piccola, tutta nuda, e vicino giocava Elia, di 3 anni, coi calzoni e le bretelle soltanto. Tiberio era un po’ più lontano, timoroso.
Appena mi scorge, la donna si alza con confidenziale saluto: - "Aldo, come stai?" - Una stretta di mano, educati convenevoli e infine la preghiera di accettare una gallina, in segno di riconoscenza e di amicizia.
Accetto sorridendo e la mamma dà un ordine a Tiberio ed Elia, che tornano dopo un po’ con una gallina ciascuno, già con le zampe legate.
- "E voi cosa mangiate, ora?" - chiedo - "Me ne basta una".
- "Ah, no! Queste sono tue."
Ringrazio: i doni dei poveri commuovono.
Un’altra volta, invece, era pieno mezzogiorno. La mamma di nuovo, seduta sul muricciolo, aspettava che tornassi dall’ospedale.
C’era un gran sole a picco.
- "Aldo, come stai? Cibo finito, soldi più" - mi dice con quel loro linguaggio stringato più del latino di Tacito.
So che siamo a tre giorni dalla fine del mese, che la paga è già consumata tutta e che anticipi è difficile ottenerne. La guardo addolorato. Maddalena mi sorride nuda sul petto della mamma. È una bambina bellissima.
La mamma strizza la mammella afflosciata.
- "Non c’è latte" - mi dice. Forse ha frainteso il mio sguardo a Maddalena e teme che non l’aiuti.
Tiro fuori 10 scellini. - "Bastano?"
Il suo volto si illumina:
- "Apwoyo matek, rubanga konye" (Grazie tante, il Signore ti benedica).

 

STORIE DI BAMBINI

Questa è la storia di Lauretta.
Sugli otto anni, era bella e gentile. Con lei c’erano il babbo, la mamma e un fratellino: tutti profughi sudanesi.
Avevano un’aria mite e educata, e c’era dignità nei loro poveri vestiti rattoppati ma puliti. A Lauretta le suore, sempre sensibili alla bellezza e alla semplicità, avevano regalato un vestitino grigio con una riga bianca sulla gonna e sulle maniche a tre quarti. Però dalle maniche spuntava solo un braccino. L’altro, il destro, avevo dovuto amputarglielo io, all’altezza del gomito.
Il babbo sapeva parlare in inglese, e la mamma mi diceva "Aldo" tutte le volte che mi incontrava, ma quello che ricordo di più è il silenzio dei loro occhi neri che mi guardavano trepidanti.
Un serpente durante la notte aveva morso l’avambraccio di Lauretta addormentata nella capanna.
Quando arrivò all’ospedale, portata in collo dal babbo dopo un viaggio in autobus di 10 ore, la febbre era alta e il braccio si presentava come un ammasso di pus fetido colante da brandelli di carne.
Gli occhi del padre mi scrutavano con preoccuzione. Padre Ambrosoli, il direttore, chirurgo esperto, con quindici anni di pratica in Africa, doveva partire l’indomani e star via una settimana. Il caso veniva dunque affidato a me.
- "Bisognerà amputarglielo;" - mi sussurrò in italiano - "aspetta che si demarchi il tessuto sano da quello necrotico."
Lauretta mi guardava dolorante, senza capire il significato delle mie parole, mentre informavo in inglese il papà.
Tutte le volte che andavo a medicarla piangeva per il dolore, e posava l’altra mano sulla mia, quasi cercando di renderla più leggera.
Alla sera la febbre era oltre 41 gradi. L’associazione di antibiotici, la più potente che avessi a disposizione, pareva inefficace. Il margine fra la parte sana e quella malata non si demarcava.
Decisi allora che era più prudente operare subito anziché seguire alla lettera il consiglio di Padre Ambrosoli.
- "Domattina tagliamo il braccio qui" - dissi anche alla mamma, arrivata da poco; non aprì bocca.
Non avevo mai amputato da solo.
Studiai a lungo sul libro di tecnica operatoria.
Mi assistettero suor Giacoma, con la sua trentennale esperienza di sala chirurgica e il dott. Manolo che aveva imparato ad operare in Spagna.
Che pena disarticolare al gomito quel braccino!
Ma la mattina dopo la bimba mi sorrise con quei suoi occhi senza più febbre né dolore.
Una mattina di febbraio avevo fatto da concelebrante principale nella Messa in lingua Acholi alla chiesa parrocchiale di Kalongo. Era la prima volta, e tutti si erano complimentati con me.
Ancora pieno di soddisfazione, fui il primo dottore ad arrivare all’ospedale, e subito un’infermiera della pediatria mi chiamò perché un bambino con la pertosse era in coma.
Tutto si svolse, credo, in cinque minuti, ma mi parve un’ora.
Mandai un biglietto in laboratorio perché il tecnico venisse per fare d’urgenza l’azotemia e la glicemia. Arrivò quasi subito anche il Dr. Donini, responsabile della pediatria.
Mentre cercavamo di capire di che tipo di coma si trattasse, il bambino, di cinque anni, ebbe un violento attacco di pertosse.
Furono circa trenta secondi, in fondo non molti, ma alla fine non seguì nessuna inspirazione.
Quasi per riflesso lo afferrai per fargli la respirazione artificiale. Sentii le braccia diventare sempre più fredde tra le mie mani e il corpicino trasformarsi in una cosa inerte. Era la prima volta che vedevo morire una persona, e dovetti per di più sentirne la vita sfuggirmi tra le mani.
Alzai gli occhi: sulla porta c’era Alfredo, il tecnico di laboratorio, pronto con provette e siringhe sul vassoio.
La sorella maggiore del bambino, 18 anni circa, che per tutto il tempo era stata contro il muro, con le mani giunte e il fiato sospeso, piangendo silenziosamente, cominciò a dondolare la testa e a battere i piedi con piccole urla.
Un’altra donna entrata nel frattempo col proprio bambino, le disse qualcosa, inginocchiandosi accanto, e quella tacque di colpo. Radunò tutte le sue cose: una pentola, un po’ di farina, due stracci, e le legò nella coperta facendone un fagotto. Poi prese il fratellino morto, se lo caricò ciondolante sulla schiena e lo fissò con quel pezzo di stoffa annodata sul petto, che usano là, mise il fagotto in testa, singhiozzando in silenzio, s’incamminò quasi di corsa verso il villaggio, tra le madri ignare, sedute col loro bambino al sole.
Una domenica mattina, abbagliante di sole, mentre salivo dalla chiesa all’ospedale, mi vidi venire incontro Viola, una paffutella bambina di tre anni, col suo vestitino verde della festa.
Mi prese per mano e si fece accompagnare da me come una smaliziata civettuola, mentre tutta la gente si voltava a guardarci.
Vidi la sua mamma seduta in fondo sullo spiazzo davanti alla pediatria, chiacchierare con le altre donne, al sole. Le condussi Viola, ed essa si mise a ridere contenta vedendoci apparire insieme, lì accanto.
Si chiamava Erminia: un nome ormai famoso a Kalongo, perché era ricoverata dalla metà della gravidanza, ed ormai la piccolina che portava al seno aveva un mese abbondante; l’aveva chiamata Maddalena.
Era entrata con una tossicosi gravidica e con un vizio cardiaco. Comunque, ce l’aveva fatta lo stesso, ma dopo il parto, come spesso capita, il cuore si era scompensato sul serio, e così era rimasta per un altro mese. Ora stava benino.
Ma più che per la sua malattia, Erminia era nota per i suoi bambini. Ne aveva tre adesso, e il più grande, John, avrà avuto sì e no cinque anni. Un giorno, siccome il cibo che si erano portati appresso stava per finire, Erminia diede qualche scellino a John e lo mandò col "bus" al suo paese: a Patongo, 23 miglia distante, per prendere da mangiare.
Con la massima serietà e semplicità John andò e il giorno seguente a mezzogiorno tornò, col suo fagottino sulla testa.
Quei bambini sembrano (o sono?) più anziani della loro età. Ad ogni modo sono più responsabili: all’ospedale sono molto silenziosi e giocano tra di loro. Di solito stanno con la mamma buoni e zitti, o girano e rigirano nelle manine qualcosa di affascinante e insolito, come una scatola vuota di medicinali, dai colori vivaci. E si comportano così tutti i bambini, non solo quelli ammalati. Come se intuissero quello che deve o no essere fatto... La disinvolta bravura del cinquenne John me ne diede ulteriore conferma.
Piangono più facilmente quando qualcosa li spaventa, e corrono subito ad attaccarsi alla mamma. Anche Viola, i primi due giorni che entrai nel reparto dove era ricoverata la sua mamma, scappava spaventata, con urla altissime; forse era la prima volta che vedeva un uomo bianco, per di più con camice ed occhiali, dirigersi verso di lei.
Decisi di conquistarla. L’ indomani la mamma era seduta fuori del reparto e Viola ancora una volta le corse vicino appena mi vide, guardandomi spaventata e piangente. Tirai fuori di tasca una caramella e gliela porsi da lontano. Smise di piangere. Feci un passo verso di lei, confidando nella magia della caramella. Nuovo fallimento: si tuffò con la faccia nel seno della mamma, urlando. Mi fermai chiamandola per nome. Tutti i presenti guardavano divertiti, ciascuno dal loro posto, nell’ombra della veranda o da sotto gli alberi. Deposi la caramella per terra, bene in vista, ed entrai nel reparto. Poco dopo, nascosto dalla semioscurità dell’interno, la vidi avanzare trotterellando per raccoglierla.
Il giorno seguente venne senza piangere a prenderla dalla mia mano, mentre la mamma le suggeriva - "Di’ grazie!".
Un po’ alla volta facemmo amicizia, tanto che quando l’avvicinavo, infilava la manina nella tasca del camice per cercare qualcosa di buono. Si lasciava anche prendere in collo, però niente bacini, perché in Africa non è usanza.
Erminia andò a casa per un mese, poi tornò tutta gonfia per gli edemi e col cuore un’altra volta in scompenso.
L’assistetti per i primi giorni: era contenta di ritrovare una faccia amica.
Ma proprio allora mi ammalai di epatite e restai a letto per un mese e mezzo. Un lunedì mattina, adagio adagio ricomparvi in ospedale, senza camice, per andarmi a pesare. Ormai nessuno dei malati mi conosceva: erano tutti "nuovi". Però all’improvviso mi sentii chiamare da dietro. - "Aldo" - Erminia si dirigeva verso di me, con in collo Maddalena.
Mi strinse con effusione e grandi sorrisi la mano. - "Come stai?" - mi chiese. - "Benino, ma...." - e non sapendo come si diceva "dimagrito" in lingua Acholi, glielo espressi a gesti.
- "Vedo" - rispose - "sono stata preoccupata per te. Grazie per averti visto".
Conoscendo la sua disastrosa situazione famigliare (povera, malata e per di più abbandonata dal marito) le chiesi se aveva bisogno di qualcosa.
- "No" - mi disse - "sono contenta. Grazie per averti visto".

 

...E DI VECCHIETTI

Non riesco a ricordarmi come si chiamava: ad ogni modo era un vecchio venerando, alto, e coi capelli bianchi. Era un "Ladit", cioè un "grande"; capo o qualcosa di simile. Eppure era semplice come un bambino, anche se con grande dignità.
Quando arrivò all’ospedale era veramente ridotto male; aveva una grande infezione amebica al retto, nonché prostatite e broncopolmonite. Mi faceva pena vederlo così sofferente, e pensavo che forse sarebbe morto entro il mese.
Invece un po’ alla volta si riprese e guarì dall’amebiasi e dalla broncopolmonite.
Lo rimandammo a casa prescrivendogli una cura e gli dicemmo di tornare di lì a un mese o due, per farsi operare alla prostata.
Ritornò puntualmente, ma con un’anemia spaventosa e vari edemi da carenza di proteine.
Così decidemmo di ricoverarlo per rimetterlo in sesto. Restò con noi una decina di settimane, ed ebbi modo di fare amicizia con lui. Mi sedevo spesso sulla sponda del suo letto, cercando di chiacchierare in Acholi, però erano più i gesti che le parole.
Ma questo, invece che una difficoltà, fu un aiuto per l’amicizia, perché testimoniava un desiderio di comunicare, e direi quasi un affetto, che altrimenti con le parole, non sarebbe stato così palese. Spesso mi diceva qualche frase che non capivo. Allora la ripeteva, aiutandosi coi gesti.
A volte qualcuno tra i ricoverati sapeva un po’ di inglese, e traduceva. Mentre ascoltavo l’interprete, il vecchio mi fissava con la bocca semiaperta e quando vedeva il mio volto illuminarsi per il concetto afferrato, buttava indietro la testa, ridendo con un "Ehehehehhe..." pieno di soddisfazione. Tutta la camerata partecipava alla gioia.
Se poi nessuno sapeva tradurre, si rideva ugualmente al mio "pe awinyo" (non capisco), ma con meno soddisfazione. Ci lasciavamo allora con un gesto, come per dire "pazienza!".
Verso la fine della degenza il vecchio amico volle farmi una sorpresa: salutarmi in inglese. Capitò una sera, dopo che era già stato operato, mentre passavo per il reparto, alla fine della giornata di lavoro. Molti erano già sotto le coperte. Quando mi vide entrare, si alzò a metà e, levando un braccio, mi salutò con aria trionfale, ma invece di "good evening", gli uscì: "ghivining, doctor!"
Anche quelli che parevano dormire scoppiarono a ridere e di colpo nella camerata ci fu aria di festa. Mi avvicinai a lui per stringergli la mano, mentre, grondante di felicità, se la rideva come un bambino.
Durante il suo ricovero capitò in ospedale anche un suo fratello, più o meno della stessa età, ma assai meno distinto: "Io sono un grande, lui no", mi spiegò il mio amico.
Dopo pochi giorni arrivò di notte un uomo con un’ernia strozzata: era anziano e in brutte condizioni.
La mattina dopo vidi che il fratello del capo era al suo capezzale: "Questo è mio figlio" mi disse. Ma le cose si complicarono quando udii che anche il capo diceva che quello era suo figlio. Per chiarire la cosa portai entrambi i "genitori" davanti all’uomo dell’ernia, che a dire il vero pareva un loro coetaneo, così incartapecorito e coi capelli grigi.
- "Questo è mio padre e quello è mio padre" -, egli disse con la più grande naturalezza.
Mi tornò allora alla mente che lo zio paterno è "come un padre" per il nipote, ma non avrei mai pensato che lo fosse a tal punto.
Per capire finalmente quale era il vero genitore, ricorsi al verbo "ompvalo", quello che usano le mamme, e che significa "partorire", con la speranza che potesse avere anche il significato di "generare". Augurandomi che nessuno scoppiasse a ridere, chiesi in lingua Acholi chi fosse dunque "quello che l’aveva partorito".
- "L’ho partorito io." - rispose il capo. E tutti assentirono gravi, approvando la mia saggezza.
Era un giorno di sole a picco, uno di quelli in cui la propria ombra rimane sotto i piedi.
Uscendo dal cancello dell’ospedale vidi, un centinaio di metri davanti a me, un vecchio che camminava appoggiato ad un bastone, adagio adagio, tutto piegato su un fianco, in quel caldo afoso, pieno di silenzio immobile.
- "Zaccaria!" - chiamai ad alta voce.
Si voltò, e alzando il braccio in segno di saluto, si fermò per aspettarmi, col peso del corpo gravante sul bastone più alto di lui.
- "Come stai, dottore?" - mi chiese mentre mi stringeva la mano. Si vedeva che era sofferente. Era rimasto ricoverato circa due mesi. Ci conoscevamo bene ormai.
Pensavamo, dopo vari consulti fatti fra noi medici, che avesse un tumore alla base polmonare sinistra: il dolore lo faceva camminare così piegato da un lato.
Abitava a Kalongo, nel villaggio vicino all’ospedale.
Nell’ultimo periodo aveva avuto un piccolo miglioramento ed era voluto andare a casa per un po’. Non lo vedevo da qualche settimana, e mi parve peggiorato. Gli dissi allora che ero contento di rivederlo e gli suggerii di farsi ricoverare di nuovo.
- "Ci pensavo anch’io" - mi rispose - "verrò lunedì".
Zaccaria era una persona straordinaria per la sua fede e la sua bontà. Era anglicano, discepolo di un pastore che era ancora ricordato per rettitudine e santità. Conosceva bene il Vangelo, e spesso ne faceva delle citazioni.
Non si era sposato da giovane, cosa eccezionale almeno per quella tribù, perché non aveva trovato una ragazza che gli piacesse. Nessuno osava criticarlo o prenderlo in giro, perché diceva che se non aveva trovato moglie, significava che il Signore voleva così per lui.
In compenso il fratello aveva avuto cinque figli, di modo che la sua vita era stata lo stesso rallegrata da cinque bambini che chiamavano anche lui papà.
Una domenica sera li trovai tutti e cinque insieme nella sua camerata: ormai erano già avanti con gli anni e alcuni avevano perfino i baffi, la qual cosa li rendeva ancora più vecchi.
Zaccaria aveva nascosto un po’ di soldi in un ripostiglio, ma le termiti vi erano giunte e ne avevano rosicchiato un bel po’. Uno dei nipoti trovò quel che restava e lo portò alla missione per vedere se l’economo poteva cambiarli alla banca.
Zaccaria stava ormai molto male, quando qualcuno gli riferì che i parenti si erano presi i suoi soldi e li spendevano.
Ne ebbe dispiacere, ma poi trovò la forza di perdonare e di non chiedere nessuna spiegazione. Al cappellano dell’ospedale, con il quale era contento di stare a parlare di Gesù, disse che li perdonava perché il Signore aveva perdonato a lui, com’è scritto nella parabola del servo debitore.
Poco prima di morire disse a P. Gildo, il cappellano, che avrebbe desiderato fare la comunione, anche se era protestante, perché anche lui credeva, come i cattolici, che l’Eucaristia è il Corpo di Cristo.
P. Gildo, che lo stimava un santo, lo accontentò: e quello fu il suo viatico.

 

L’ERBA COMINCIA A SPUNTARE

Sabato Santo: era cominciata la stagione delle piogge. Partimmo di buon mattino, P. Manolo e io, per fare una escursione pasquale a Kaaborg, nel Karamoja, una grande steppa rimasta vergine, che nessuno di noi due aveva ancora visto. Ai lati della strada l’erba era secca, giallastra, mozzicata e affumicata dai fuochi.
Passammo attraverso un acquazzone, ma il pomeriggio era dorato, quando arrivammo a Kaaborg. Ricordo l’aria umida, sospesa nel silenzio di quell’oro, con le piante che ancora sgocciolavano, attorno alla missione.
Il sole stava ormai sparendo quando una suora del piccolo dispensario venne a chiamarci.
Aveva sentito che erano arrivati due giovani padri medici di Kalongo e ci veniva a cercare.
Si chiamava suor Laura, e nessuno di noi due pensava che ci saremmo ritrovati insieme con lei di lì a due mesi, a Matany, per i giorni del colera.
Dalla mattina essa assisteva un bambino di circa 10 anni, che ormai le sembrava prossimo a morire. Lo trovammo accanto alla silenziosa sua madre, seduto fuori della casetta che serviva da magazzino: l’unico locale disponibile. Appoggiato a dei cuscini pareva che, con tutte le sue forze residue, cercasse di mordere e deglutire l’aria fresca della sera. Soffriva di edema polmonare acuto, sovrapposto ad una broncopolmonite.
Suor Laura ci accompagnò nella stanzetta dei medicinali, dove tra le esigue riserve trovammo un po’ di strofanto e degli antibiotici.
Ce n’era abbastanza per arrivare fino a lunedì: poi avremmo potuto portare il malato a Kalongo. Bisognava però persuadere la mamma. Suor Laura cominciò con tatto l’opera di convincimento, un po’ alla volta.
La donna prima rispose che sarebbe venuta solo se la suora l’avesse accompagnata, ma poi si accontentò dell’assicurazione che a Kalongo avrebbe trovato altre suore altrettanto buone.
Ci si vedeva ormai appena appena, e cominciava a piovigginare, quando padre Manolo ed io ci preparammo a concelebrare la liturgia della vigilia pasquale. Celebrante principale era padre Giuseppe, il coadiutore della missione.
Si doveva usare, naturalmente, la lingua locale, ma per fortuna a noi bastava pronunciare le parole della consacrazione.
I cristiani andavano radunandosi presso la porta della chiesa, man mano che arrivavano dai villaggi.
Non erano molti, per via del tempo, ma la piccola chiesa, avvolta nel silenzio della campagna, e illuminata da alcune fioche lucine e da tante candele era viva e risonante di canti.
Ricevettero il battesimo una decina di ragazzi catecumeni.
Fu battezzato nella stessa notte anche il nostro malatino, catecumeno esso pure, ma non in chiesa. Suor Laura andata a vedere come stava, credendolo morente, gli aveva dato il Battesimo.
La mattina di Pasqua mi svegliai presto. Un giorno splendido in ogni senso. Il sole era ancora basso e l’aria fresca.
Il bambino stava già seduto fuori come la sera prima, e suor Laura tentava di fargli un’endovena di strofanto.
Mi raccontò della notte, e aggiunse che ora il bambino si chiamava Angelo.
Le vene erano introvabili e l’edema complicava le cose. Provai anch’io, ma senza successo. Alla fine mi decisi di andare a svegliare Manolo. Per addolcire la sveglia, gli augurai per prima cosa la Buona Pasqua. Venne subito, e forse per premiare il suo sonno interrotto, il Signore gli concedette di infilare la vena al primo colpo.
Si notò subito un lieve miglioramento e il giorno dopo Angelo era con noi a Kalongo.
Nei campi l’erba cominciava a spuntare e anche il ciglio della strada era tutto verde. Il viaggio di ritorno fu una meraviglia; sembrava di vedere altri posti: tutto era nuovo e, direi quasi, trionfante.
In due giorni di pioggia la natura si era svegliata e dava dimostrazione di come ancora l’Africa fosse vergine di energia.
Giunti all’ospedale, la suora della pediatria si prese subito cura di Angelo.
La madre, sempre tacita e fiera, non si lasciò disorientare dalla novità del luogo e dalla diversità della lingua.
Sistemati i fagotti, andò sotto la tettoia che serviva da cucina, prese un tizzone e accese la pipa.
Restarono più di un mese, e una mattina, quando Angelo stava ormai bene, sparirono entrambi senza dir niente a nessuno.
La donna aveva risparmiato ogni giorno sui soldi che la suora le dava per comperarsi cibo, fino a mettere da parte il prezzo del biglietto. Poi avevano preso la corriera per tornarsene a casa insieme.

 

UN CUORE E DUE MANI

Ancora il sole splendeva
quando l’angelo diede
l’annuncio. Era giovane, con
giacca e cravatta e a tutti fece
una buona impressione.
Presentò il suo documento
di funzionario del Cielo
"Angelo viaggiatore in missione
speciale". Quando tutti
facemmo il silenzio
tirò fuori una busta con i sigilli
di ceralacca rossa,
li aprì, e lesse, con un po’
d’emozione, l’annuncio:
"Per stanotte è fissato
il ritorno del Signore".
Ci fu molto brusio per alcuni
minuti. Poi, sotto gli occhi
ammirati di tutti estrasse
una tromba e suonò.
Era una melodia dolcissima,
struggente. Anche un cuore
di pietra si sarebbe commosso.
Quando finì ci fu un grande
silenzio. Poi disse:
"È con questa sonata che
il Signore verrà
così si compirà la Parola
che sta nella prima
dei Tessalonicesi.
E ora, se permettono,
a più tardi".
Fu così che pensammo
di preparare una festa.
Stanotte finalmente sarebbe
tornato!
L’allegria ci aveva pervasi.
Le ragazze coi giovani
che avevano la macchina
andarono al Super
per comprare le cose.
Le giovani spose, coi loro mariti,
si misero al lavoro
per fare da mangiare.
I più vecchi e i bambini
prepararono la sala.
Mentre il ragazzo spastico che
stava in carrozzella fu posto
sul terrazzo con in mano
il sestante per calcolare l’angolo
che il sole perdeva,
calando all’orizzonte.
Di cinque in cinque gradi,
ci avvisava.
Per il tramonto uscimmo
tutti fuori. Che emozione!
Il giorno finiva
e iniziava la notte,
la notte del ritorno.
Quando fu buio e già le stelle
stavano a brillare, rientrammo
per lavarci e mettere il vestito
della festa.
Eravamo bellissimi
e le ragazze profumavano
come profumano i fiori
a prima sera.
La tavola era pronta,
ma il banchetto l’avremmo
cominciato al suo arrivo.
I bambini servirono le bibite,
e il complesso iniziò
soavemente le suonate.
Cominciammo in circolo
le danze. Anche i vecchi signori
incravattati con un po’
di pancetta si misero a danzare
di fronte alle ragazze profumate.
E quando ci fu il tango,
le signore più anziane
insegnarono ai ragazzi
i movimenti.
Era d’estate e le porte
a vetri erano aperte.
Ad un certo punto il gruppo
che era fuori di vedetta
mandò a dire
di fare un momento di silenzio.
Si udiva di lontano
una tromba dolcissima a suonare.
Uscimmo fuori, invasi d’emozione e di lì a poco,
dalla notte chiara
sbucò l’angelo, commosso,
che suonava.
"Eccolo, viene!"
gridò dal cancello una ragazza.
Gli corremmo incontro, e la
ghiaia cantava sotto i piedi.
Ci abbracciò tutti,
chiamandoci per nome.
Non stavamo più in noi
per l’allegria. Baci, abbracci,
risa, gridi, pianti;
e in questa confusione
l’angelo in piedi
sopra una panchina continuava,
estatico a suonare.
A un certo punto quando
ci calmammo, cominciammo
a intonare un canto nuovo.
Un canto, che nessuno di noi
aveva udito. Ci pareva
un miracolo, eppure le parole
uscivano ed il canto,
senza nessun errore
o stonatura. E l’angelo ci disse,
che si avverava
così l’Apocalisse.
Entrammo, e ci ponemmo
intorno alla tavola imbandita.
Poi, dopo il benvenuto,
che molti si alzarono per dare,
il Signore intonò
la sua preghiera.
Pregò, e mentre lui parlava,
il mondo intero e tutto
il nostro io vibravano
all’unisono con lui.
Poi, benedisse,
e cominciò la cena!...

 

NON TUTTI GLI ANGELI HANNO

Anch’io, e così credo la maggior parte della gente, ho sempre pensato al chirurgo come, soprattutto, a due mani.
Persino quand’ero a Kalongo ad apprendere ed operare, pensavo così. E difatti tutti i libri di chirurgia insistono particolarmente sull’aspetto dell’abilità tecnica, e abbondano in illustrazioni che insegnano, appunto, come si fa a muovere le mani.
Poi mi capitò di trovarmi ad essere l’unico chirurgo di un ospedale africano in Uganda. Capii, allora, come prima delle due mani ci dovesse essere un cuore.
Quelle due, tre o cinque ore che si passano al tavolo operatorio possono essere, è vero, drammatiche, ma rappresentano solo una piccola parte delle emozioni, delle angosce, delle speranze, delle delusioni, dei timori, delle sconfitte, delle soddisfazioni e delle ansie di questa vita.
Ed è appunto di tale mondo segreto che vorrei parlare.
Arrivai ad Aber che il sole stava tramontando. L’ospedale era da un mese senza medico. La chirurgia era stata chiusa e agli altri reparti pensavano le suore con l’aiuto di un dottore che veniva due volte alla settimana da Gulu, distante circa 75 chilometri.
Le suore vennero incontro per salutarmi e poi, più tardi, quando ormai era buio, fu la volta delle ragazze che lavoravano nell’ospedale.
Tutti erano contenti e rassicurati, perché ormai "c’era il dottore".
Non avevo tralasciato occasione di prepararmi, ma, benché avessi ormai più di sette anni di laurea, la pratica vera forse non raggiungeva nemmeno due anni, senza contare che da molto tempo non toccavo più il bisturi.
Per fortuna il mio amico Franco mi aveva invitato per qualche giorno a frequentare la sala operatoria dove lui era anestesista. I suoi amici chirurghi erano stati molto simpatici e mi avevano aiutato con pazienza e comprensione a superare di nuovo il ghiaccio con la chirurgia.
Benedissi Franco in cuor mio per questo provvidenziale ripasso. Altrimenti il senso di insicurezza per la mia solitaria responsabilità, che cercavo di dissimulare quella prima sera di Aber (avevo addosso gli occhi di tutti), sarebbe stata angoscia.
La mattina dopo pensai di cominciare con i bambini. Ce n’erano ricoverati, più o meno una cinquantina. Mi riusciva faticoso concentrarmi su ogni caso: interrogare la mamma tramite suor Secondina che faceva da interprete, visitare il bambino, fare più o meno la diagnosi e dare la terapia.
Di quali medicine disponevamo? Che dosi si usavano per i bambini? Per fortuna la suora, anche se non era di quel reparto, ne sapeva molto, e mi fu di grande aiuto.
Tuttavia quasi ogni piccolo mi sollevava problemi e dubbi. Di diagnosi differenziale, di eziologia, di terapia. E per fortuna che i dubbi venivano limitati dalla mia ignoranza e dalla dissuetudine.
Avrei voluto fermarmi su ogni caso per consultare questo o quel libro. Ma se avessi fatto così non avrei mai finito il giro. E dopo c’era l’ambulatorio che aspettava.... "Però nel pomeriggio" - pensavo - "guarderò questo, e poi questo e poi questo. Bisogna che non mi dimentichi!".
Per quel mattino mi accontentai di farmi portare alcuni di quei foglietti che si trovano nelle scatole delle medicine, per vedere le indicazioni e i dosaggi.
Finii che mi sentivo stordito, dopo quattro ore senza un attimo di intervallo, con la testa piena di confusione e di problemi.
E c’era ancora da fare l’ambulatorio....
Entrai nella stanza delle visite: sul tavolo c’era il termos del tè, lo zucchero e i biscotti. Suor Egidia, che aveva più o meno l’età di mia madre, appena mi vide, sorridendo mi disse: "Adesso si sieda giù dieci minuti e si prenda il tè in pace. Sarà stanco, no?". Poi me lo versò, mi ci mise lo zucchero e mi costrinse a mangiare alcuni biscotti.
Rimase accanto al tavolo a conversare con me finché ebbi finito, e anche un po’ oltre, per assicurarsi che facessi davvero un po’ di intervallo. Quella pausa mi fece bene.
Le persone da visitare erano una decina, e mi ci volle fino alle tre. Poi andai a mangiare dalle suore, e mi avviai verso la casetta del dottore. Avevo un gran sonno e mi misi subito a dormire.
Ritornai in ospedale verso le cinque. C’era ad attendermi, sdraiato sul lettino della sala di medicazione, un bambino di circa 10 anni.
Era caduto mentre andava in bicicletta ed aveva una brutta ferita alla caviglia sinistra, con ampia perdita di sostanza, i tessuti connettivo e fasciale che pendevano sfilacciati e un buon tratto di tendini scoperti.
Vidi subito che la pelle non arrivava e neanche gran parte dei tessuti molli.
Chiesi una pinza per vedere meglio come era la situazione, ed intanto riflettere sul da farsi. Ma il ragazzetto cominciò a urlare e ritrasse bruscamente la gamba.
"Eccomi alle prese col mio primo problema chirurgico" - pensai.
La cosa più urgente era farlo star fermo. Che anestesia potevo fare? La locale non era indicata perché l’area era troppo grande e profonda. La generale? Mi pareva sproporzionata.
E poi come facevo lì, in sala di medicazione?
Mi imbarazzava molto non sapere le abitudini dell’ospedale. Come si faceva di solito? Ero appena arrivato e non mi sentivo ancora in grado di dare disposizioni.
La sala operatoria mi appariva una soluzione sproporzionata e non osavo proporla alla suora.
Avevo quasi soggezione di suor Fausta, che pure era molto mite e che conoscevo dai tempi di Kalongo. E per di più aveva circa la mia età.
Ero rimasto lì, con la pinza in aria, senza sapere che fare. Proprio in quel momento si aprì la porta ed entrò il dott. Corti, veterano sperimentato, e mio vicino. Era venuto per salutarmi e vedere come andava, mentre tornava da Kampala a Gulu.
Mi sembrò davvero l’angelo del Signore. E ancora oggi sono convinto che lo fosse: non tutti gli angeli debbono per forza avere le ali.
Mi consigliò di portarlo in sala operatoria, di fargli l’anestesia spinale monolaterale con la Nupercaina iperbarica (0,8 cc. potevano bastare).
Per fare la monolaterale era semplice, bastava lasciarlo adagiato sul fianco da anestetizzare per cinque minuti. Poi mi disse di coprire assolutamente i tendini, altrimenti avrebbero sofferto. Se la pelle non veniva non c’era da preoccuparsene. Avrei potuto fare un trapianto cutaneo in un secondo tempo.
La sua visita e i suoi consigli mi avevano rimesso a nuovo. Non mi aveva solo tratto dall’imbarazzo di un caso da risolvere. Il suo aiuto era andato al di là. Nessuno tranne me lo poteva dire.
Mi aveva dato il coraggio di usare liberamente la sala operatoria senza paura (di chi, poi?), di usarla per casi non drammatici. Mi aveva rammentato una forma di anestesia che una volta sapevo usare correttamente, e mi aveva ricordato i dosaggi e i particolari di tecnica.
Le sue parole avevano aperto una porta nella mia memoria ed ora, un po’ alla volta, mentre mi lavavo in silenzio in sala operatoria, con già indosso la maschera e il cappello, una quantità di ricordi, di sensazioni, di sicurezza di istinti, ritornavano a circolare dentro di me; come quando si toglie dal braccio informicolito il laccio emostatico, e il sangue torna a correre dentro, riportando la forza, il tatto ed il calore.
Mi aveva dato un senso di sicurezza che si consolidò quando sollevai con le pinze i lembi per iniziare la sutura degli arti, e il bambino non si mosse né urlò. Bene: l’anestesia aveva "attaccato".
Riuscii anche a coprire completamente i tendini, senza tensione dei tessuti. La pelle non era sufficiente, ma poco importava: sarebbe guarito lo stesso.
Quando finimmo, suor Fausta era soddisfatta del risultato. Anch’io lo ero. Non avevo quasi aperto bocca durante l’intervento.
Con quali parole avrei potuto spiegare che ciò che d’importante era avvenuto in quella operazione non era il fatto che i tendini erano stati coperti, ma che ad Aber aveva cominciato ad esserci un dottore?

 

LA PRIMA OPERAZIONE

L’episodio della caviglia mi aveva rinfrancato un poco, ma i problemi crescevano di giorno in giorno. Mi ero reso conto che il pensiero di studiare al pomeriggio le questioni sorte al mattino durante il giro risultava un’utopia.
Facevo molta fatica a ricordarmi i malati (tra bambini e adulti in quei primi giorni saranno stati un’ottantina), per cui ogni visita era come se fosse stata la prima, e di ciascun paziente dovevo ricostruire da zero l’immagine della sua malattia, la diagnosi, e ricontrollare la terapia. Questo processo esigeva una concentrazione continua che mi logorava. Sentivo il bisogno di dormire e anche ciò contribuiva a ridurre la possibilità di studiare.
Avevo spedito per aereo tutti i miei libri alcuni giorni prima della partenza, ma a Kampala non li avevo trovati ad attendermi. Pazienza. Speravo che sarebbero arrivati entro la settimana. Intanto avevo trovato un bel testo di terapia pediatrica e di trattamento delle fratture. Qualcuno, di libri, me l’ero portato con me, ma solo quelli che stavano nella borsa. Ciò che mi preoccupava di più era la mancanza di testi di dettagliata tecnica chirurgica.
Nella biblioteca dell’ospedale ne esisteva uno, ma era praticamente privo di illustrazioni, ed in poche parole chiudeva gli argomenti. Almeno arrivasse presto la mia serie di 14 volumi, in cui si trovava tutto o quasi l’operabile!
Col passare lento dei giorni e col crescere della casistica in parte mi andavo rassicurando e in parte mi imbattevo in casi più problematici.
Prima dello scadere della settimana venne all’ospedale una donna, con violenti dolori e una massa palpabile al basso addome. All’esplorazione vaginale si sentiva che nella piccola pelvi c’era qualcosa di duro, irregolarmente rotondo e dolentissimo.
La contrattura muscolare di difesa impediva di apprezzare con esattezza contorni e rapporti. Che ci fosse un’infezione mi pareva sicuro, ma non sapevo spiegarmi bene di che tipo esatto.
Propendevo per un ascesso tubo-ovarico, ma contro questo dato stava la consistenza piuttosto dura. Forse era duro perché non si era ancora ben colliquato. Mi pareva di ricordare che in questi casi bisognasse operare.
Sarebbe stata la mia prima vera operazione dopo due anni. Da solo, senza un libro dove poter ripassare l’intervento, su una regione di non facilissimo accesso e per di più con i rapporti anatomici alterati dall’infezione. Francamente non me la sentivo.
Mi venne in mente che avrei potuto accompagnarla a Gulu dove la moglie di Corti, Lucille, operava brillantemente da tanti anni.
Questo pensiero mi sollevò. Certo, come inizio non era un gran che. Dopo tre o quattro giorni che ero lì, al primo caso imbarazzante correvo da loro a farmelo risolvere. Tuttavia era in gioco la salute di una persona, ed ero convinto che una delle principali doti di un buon medico, fosse l’umiltà.
Così mi feci coraggio e ne parlai con le suore. Provavo un ritegno analogo a quando mi ero trovato imbarazzato per portare il bambino della caviglia in sala operatoria.
Chissà perché mi doveva sembrare che le suore potessero fare difficoltà? Invece furono molto comprensive e una di loro si offrì di accompagnarmi in macchina.
A Gulu i Corti furono gentilissimi e visitarono subito la donna. Si limitarono a mettere la mano sulla pancia e subito dissero: "È un fibroma uterino infettato. Adesso le diamo subito antibiotici, poi quando è guarita la mandiamo a casa e fra tre mesi la si potrà operare".
Loro dovevano ancora andare a tavola - erano le tre del pomeriggio - e io approfittai di quel tempo in cui erano liberi dal lavoro per bersagliarli di domande. Chiesi loro la soluzione di tutti gli interrogativi che mi si erano presentati in quei primi giorni e molti altri che mi venivano alla mente.
Anche in questo furono molto gentili e mi dissero anzi di non farmi riguardo e di tornare a Gulu, sia con pazienti che con questioni da risolvere o da chiarire.
Era stata davvero una bella idea quella di andare a Gulu. Mi aveva impedito di fare lo sbaglio di operare la donna, e in più mi aveva dato non solo l’occasione di risolvere tanti dubbi, ma anche di scoprire un modo nuovo di procurarmi le informazioni più urgenti.
L’unico inconveniente era che, di lì a poco, sarebbero andati per un mese in Italia...
I libri, allo scadere della settimana non si erano ancora visti. Mandai un biglietto a Kampala, tramite qualcuno che andava là a fare spese, perché alla Procura delle Missioni si interessassero presso l’aeroporto per avere notizie. A Kampala nessuno sapeva nulla e, quel che è peggio, i Corti sarebbero partiti la settimana seguente.
La voce che ad Aber c’era il dottore nuovo si stava spargendo e la gente da visitare e da ricoverare aumentava.
Mi ero deciso a partire con le operazioni. La visita a Gulu mi aveva rinforzato sulla capacità di osare.
La paziente che avevo portato là era come un tributo che avevo pagato alla prudenza e ora mi sentivo psicologicamente più pronto e libero di affrontare i rischi della riapertura della sala operatoria.
L’importante era sperare che ci fosse una certa gradualità nella casistica.
Dovevo per forza operare al pomeriggio, perché al mattino era d’obbligo sbrigare i malati dell’ambulatorio, che dovevano ripartire con le corriere che passavano dall’ospedale prima del tramonto.
Cominciare ad operare alle quattro o alle cinque non era una prospettiva molto piacevole, dopo aver lavorato sei o sette ore, mangiato di corsa e fatto un riposo affrettato. E poi c’era l’inconveniente che il tempo era scarso, se si voleva finire per un orario di cena accettabile. Però in diversi altri ospedali operavano al pomeriggio e quindi, se lo facevano loro, lo potevo fare anch’io.
Il primo intervento a pancia aperta che, insieme alla suora, programmai, doveva essere una salpingectomia: si palpava una massa irregolare lateralmente all’utero e dolente da parecchio tempo.
Mi ricordavo che non era una operazione difficile e mi pareva che sarei riuscito a portarla a termine senza troppi rischi. Ripassai su quel Iibro della biblioteca le poche righe in cui descriveva l’intervento e fissammo per le quattro e mezza l’appuntamento in sala operatoria.
Con questa salpingectomia pensavo di avere un inizio graduale nella chirurgia delle pelvi.
Avrei ripreso fra le mani l’utero, le tube, le ovaie e avrei rivisto i rapporti anatomici, avrei palpato gli ureteri e seguito il loro decorso. Sarebbe stato un utile ripasso. Ma se avessi dovuto fare un’isterectomia, così, per prima, non me la sarei sentita, e probabilmente l’avrei portata a Gulu.
Un po’ prima delle quattro e mezza mi recai in ospedale. Vidi una grande animazione attorno a una macchina, proprio nei pressi della sala operatoria. Sdraiato sul sedile posteriore c’era un uomo che aveva avuto un incidente stradale. La testa, sia pure fasciata, perdeva sangue. Gli abiti erano laceri e sporchi.
Gli accompagnatori avevano il foglietto di un dispensario governativo in cui si diceva come fosse stata fatta la prima fasciatura e come l’infortunato fosse stato inviato all’ospedale di Lira.
Ma loro erano passati prima da noi, anche se il nostro non era un ospedale governativo, perché per andare a Lira c’erano ancora 70 chilometri. L’animazione era dovuta al fatto che nel biglietto il paziente era stato indirizzato all’ospedale di governo. E poi, in questi casi c’erano sempre grane, perché sarebbe venuta la polizia e si sarebbe dovuto andare a testimoniare al processo.
Era meglio che andassero a Lira, tanto in un’ora o poco più si arrivava, e poi la strada era tutta asfaltata, tranne tre chilometri.
E tra l’altro oggi era giorno di operazioni.
La cosa non mi piaceva troppo, e prima di dire sì o no chiesi di poter vedere il malato. Entrai di sbilenco nella macchina. Il calore delle lamiere scaldate dal sole africano rendeva ancora più penetrante l’odore dolciastro del sangue che imbrattava tutto.
L’uomo era semi-cosciente. Il polso si sentiva a mala pena, debolissimo. Misi fuori la testa: - "Non ce la fa ad arrivare a Lira." - dissi - "Portate una barella e aiutatemi a farlo uscire."
La discussione finì e quando videro la faccia di quell’uomo in fin di vita ci fu un mormorio significativo.
In sala medicazioni per prima cosa cercai di riequilibrarlo quanto a liquidi, sali, pressione; di combattere l’infezione e di prevenire il tetano.
Tra gli accompagnatori fu possibile trovare anche un donatore di sangue.
Lo anestetizzai con il ketalar, un farmaco splendido, un altro dei frutti della mia visita a Gulu. Impiegai un’ora e mezza per pulire la amplissima ferita al capo e al volto, per fare l’emostasi, per suturare.
Erano le sei passate, ma ormai tutto era pronto per l’operazione in programma. In due ore al massimo pensavo di farcela, e di arrivare in tempo, più o meno, per la cena.
Operai all’addome, ma ahimè, quella massa invece di originare da una tuba, era dovuta ad un fibroma uterino asimmetrico. Sentii un tuffo al cuore. Ormai c’ero e dovevo asportarglielo...
Guardai negli occhi suor Fausta, mentre rigiravo tra le mani quell’utero, sforzandomi di richiamare alla mente, con tutte le mie energie, i lontani ricordi di Kalongo. Le dissi appena: - "Invece di due tube, bisogna tirarle via l’utero." - Non so se riuscì a leggere, dai soli occhi che spuntavano dalla maschera, tutto il resto del discorso...
Il primo passaggio me lo ricordavo: tagliare e legare i legamenti rotondi. I seguenti erano ancora confusi nella mia mente, ma quando avessi compiuto il primo punto, gli altri, pensavo, mi sarebbero divenuti più chiari.
Passarono i primi minuti. Il cammino in discesa verso le arterie uterine era iniziato. La concentrazione cresceva, e attorno non esisteva più nulla.
Il mio mondo si era ristretto a quel piccolo campo rosso in cui le uniche cose che contavano erano l’utero, con le sue connessioni, e le quattro mani dentro i guanti di gomma.
Ora non ricordavo più bene, per quanto mi concentrassi, come si doveva fare per aprire il legamento largo e come e dove si doveva tagliare l’utero ed annessi. No, proprio non mi veniva in mente il minimo elemento.
Decisi di procedere secondo il mio buon senso. Ma probabilmente mi tenni troppo vicino all’utero, perché il plesso venoso di quella zona cominciò a sanguinare nel tentativo di isolare l’organo.
Mi ci volle parecchio tempo per riportare asciutto il campo. Ora c’erano anche delle aderenze, che all’inizio non avevo ben valutato, a complicare le cose. Ma da questo punto non si poteva più tornare indietro. Adagio adagio l’utero si liberava dalle sue connessioni con le pelvi.
Sentivo il coraggio tornare dentro di me, ma non osavo rimetterlo a circolare col mio sangue. Rimanevano ancora alcuni passaggi e non sapevo se li avrei fatti tutti correttamente. Era come se stessi seguendo un giallo di cui pensavo di aver scoperto l’assassino, ma di cui non osavo dire il nome, finché non fossi arrivato in fondo.
Finalmente in fondo ci arrivai, pur tra molte incertezze. Solo quando ebbi l’utero in mano, rialzai la testa e sentii cuore, respiro e pressione cambiare marcia dentro di me.
Il mondo si riallargò alla sala operatoria, e mi accorsi che suor Secondina mi sorrideva, mentre mi tendeva una bacinella per lasciarci cadere l’utero. Chissà da quanto tempo era entrata in sala operatoria e stava a guardare in silenzio.
Francis, l’infermiere di sala, era già andato a casa e probabilmente mi aveva anche salutato. Ma forse suor Fausta parlandogli con gli occhi, gli aveva detto che poteva andarsene senza far rumore, purché fosse lì l’indomani alle otto per mettere tutto a posto, dato che quella sera era probabile che si sarebbe finito tardi.

 

LA MIA STORIA DI NATALE

Alla fine della settimana i Corti partirono. La loro vicinanza costituiva una sicurezza psicologica per i casi difficili. Ora invece me la sarei dovuta cavare da solo e dei libri ancora non si sapeva nulla....
Un pomeriggio assolato, finii la visita nel reparto medicina abbastanza presto. Mi sedetti sulla panca della veranda, cercando di scambiare coi malati qualche parola in Lango, la lingua del posto.
Dopo un po’ mi accorsi che un uomo e una bimbetta aspettavano in piedi, rispettosamente, in silenzio, a qualche metro di distanza. Li guardai e l’uomo si inchinò in segno di saluto. Mi portò la figlioletta, mostrandomi il suo braccio sinistro.
A metà tra il gomito e il polso, il radio si incurvava bruscamente e ruotava in dentro. La frattura era di quindici giorni prima e a casa, senza nessun trattamento, si era saldata male.
Mentre rigiravo quel braccino fra le mani e notavo che non riusciva a toccarsi la faccia col palmo della mano, né a girare la mano verso l’alto, si faceva chiara in me l’idea che un rimedio c’era, ed evidente: operarla, rompere il callo che si era formato, giustapporre i due monconi in asse e ingessare nella posizione corretta. Quello che non mi pareva per nulla chiaro era "come" bisognasse fare.
L’istintivo atteggiamento era quello di scaricare il caso a qualcun altro, o di considerare che, in fondo, poteva essere un difetto tollerabile.
Ma più palpavo e misuravo quel braccino e più sentivo che mi accusava di vigliaccheria. Era maggiore il peso di affrontare l’ignoto e la responsabilità di un eventuale insuccesso, o quello di avere un braccio semi-inutilizzabile e deformato per il resto della vita?
Altri che avrebbero potuto aiutarla al momento non ce n’erano.
- "Va bene" - dissi al babbo - "cercherò di aggiustarglielo".
Dovevo trovare un libro che spiegasse l’intervento e controllare se c’erano i ferri chirurgici necessari. Il libro della biblioteca sulle fratture non diceva nulla, tranne che bisognava "correggere chirurgicamente". Quanto agli strumenti, pensavo che potessero servire delle viti con una piccola placca e delle pinze per ossa.
Guardai accuratamente, chiesi anche a suor Fausta, ma proprio non li avevamo. Bisognava provare a Gulu.
Era un problema trovare anche un pomeriggio libero per andare fin là. La bambina aveva molta tosse e quindi avrei dovuto attendere qualche giorno, finché fosse guarita.
Mancavano pochi giorni a Natale e avrei dovuto approfittare delle festività per fare il viaggio. Mi chiedevo da tempo come sarebbe stato questo Natale africano, in un ambiente così differente, al caldo, in mezzo alla savana, e come avrei potuto ricordarmelo. Ed ora mi veniva la risposta: questa bambina sarebbe stata la mia storia di Natale.
Il regalo che chiedevo per me era un libro, una placca e qualche vite, e quello che avrei voluto fare io era un braccio diritto a una bimba di otto anni.
La vigilia di Natale andai a Gulu: trovai tutto quello che cercavo.
Nel tornare a casa ci fermammo a fare gli auguri alle suore che dirigevano un asilo lì in città. Stavano finendo il presepio e mettendo le lampadine all’albero. C’era anche uno sfondo con la stella cometa e tutte le altre stelle, grandi proprio come quelle che si vedono nel silenzioso cielo d’Africa.
Arrivammo a casa prima del buio e la cena della vigilia la facemmo tutti insieme coi Padri della Missione, sotto la veranda delle Suore.
Mentre aspettavo la mezzanotte per andare a celebrare la messa dalle Suore del nostro ospedale, cominciai a studiare quello che il libro consigliava di fare. Il caso specifico proprio non c’era, ma si sarebbe potuto ricostruire da quello che diceva a proposito di altre situazioni che avevano qualcosa in comune, alcune per un verso, altre per un altro.
Andai nella cappella a pregare. A ben pensarci, quel braccino diritto non era proprio il regalo che avrei voluto fare. Era piuttosto quello che avrei voluto ricevere...
L’operai due giorni dopo Natale. Non misi nient’altro in lista per quel giorno. Quel peso mi bastava. Procedevo coi piedi di piombo, timoroso di ledere qualche formazione anatomica. Finalmente arrivai all’osso.
Non ero riuscito a trovare nemmeno una parola nei libri, su come avrei dovuto fare per rompere il callo osseo. Per fortuna il callo era piccolo. Provai a grattarlo col cucchiaino tagliente, ma senza alcun risultato.
Mi venne in mente di saggiare con le mani la consistenza dell’unione fra i due monconi. Sentii che cedeva, e dopo un po’ di movimenti di va e vieni e di torsione, come si fa con un ramo secco e fragile di pino, con grande circospezione e col fiato sospeso sentii la congiuntura rompersi con un piccolo crack.
Provai ad allineare i due monconi e a togliere la rotazione errata. Vidi che potevano essere tenuti benissimo in asse col semplice gesso. Con un certo sollievo misi da parte il trapano, la placca e le viti e cominciai a chiudere.
Feci il gesso meticolosamente per non sbagliare la rotazione. Lo tenni immobile finché non fui più che sicuro che avesse fatto presa. Controllai ancora una volta: tutto era proprio a posto.
Anche per quell’anno il regalo di Natale non mi era mancato.

 

CONTRO IL TEMPO

La solitudine nel portare il peso della responsabilità, fa sentire quest’ultima più dura di quanto forse non sia in realtà. Di frequente sorgevano situazioni che richiedevano da me un’abilità ed una esperienza più grandi di quelle che mi sentivo addosso. E questo mi metteva in uno stato d’animo che non saprei, ora, ben definire: come una specie di malessere spirituale o di inquietudine.
Avrei avuto bisogno di tempo e di calma per studiare, per cercare nei libri quello che la mia esperienza non era in grado di fornirmi. E invece le cose da fare erano tante...
Mi pareva d’essere come quei pescatori che cercano di uscire quando il mare è grosso. Pare che guadagnino qualche metro durante la risacca, ma poi l’onda seguente, frangendosi, investe la barca e la rigetta a riva.
La tensione per guadagnare una manciata di tempo, faceva continuamente riprogettare alla mia mente i percorsi della giornata, come quando si fa la valigia e si tolgono e si rimettono le cose cento volte per vedere se, per caso, salti fuori un po’ di spazio in più.
Forse era meglio fare le medicazioni tutte insieme alla fine della visita, o forse, quando era in programma la pediatria, si poteva lasciare l’isolamento per il pomeriggio e andare un’ora prima in ambulatorio. E quando la visita degli esterni andava per le lunghe, probabilmente conveniva interrompere per pranzare, così, finito l’ambulatorio, potevo andare subito a casa a fare un pisolino, e non si perdevano quei dieci minuti a tavola, dopo il pranzo, prima di decidersi ad alzarsi. Ora questa corsa lungo la giornata uccideva gran parte della poesia e della contemplazione.
Al mattino presto il giorno iniziava in un tripudio di colori, ma non avevo il coraggio di assistere all’alba per intero, e di fermarmi ad ascoltare il canto degli uccelli che salutavano il sole nel gran silenzio della natura. Così non mi fermavo a rimirare, dalle finestre dell’ospedale, le cime degli eucaliptus che ondeggiavano maestosi nella brezza, bagnati di luce, contro lo sfondo di un cielo azzurro come il mare. Né mi sedevo qualche minuto sotto la veranda a godermi i bambini accoccolati accanto alla loro mamma, che giocavano con una scatola di medicine dai vivaci colori, splendidamente vestiti della loro nudità.
Passavo accanto ai ciuffi di oleandri sempre in fiore in mezzo al prato e neppure li guardavo. Soltanto quando mi sedevo a prendere il tè, nell’ambulatorio, prima di iniziare le visite, avevo la pace necessaria per guardare fuori, sopra le tendine, e accorgermi della grande, perfetta tela di ragno che il riflesso del sole faceva sembrare d’argento, tra i rami secchi.
Però, anche questa gioia era sciupata, in parte, dalla fretta di finire il tè, per cominciare prima, e quindi finire prima, le visite.
Ma nonostante tutto, i risultati, purtroppo, erano assai scarsi. Mezz’ora, o quaranta minuti per studiare erano già un grosso successo. E quando chiudevo, con un certo disappunto, il libro, ricominciavo a pensare a cosa avrei potuto modificare, per avere un po’ più di tempo a disposizione.
Tutti quei casi che non sapevo esattamente come condurre, i dispiaceri e i disappunti per complicazioni che insorgevano, il senso di impotenza di fronte a morti inattese e repentine di piccoli pazienti, quell’ansietà che si prova prima di un intervento difficile, la solitudine della responsabilità, tutto questo, e altre cose simili, impastate con l’atmosfera di corsa lungo la giornata, tesa verso l’accumulo di un modesto pugno di tempo, che il più piccolo imprevisto era capace di spazzare via, costituiva un peso, il mio peso, il peso che si chiamava Aber.
Ma il Signore mi concedeva delle luci, delle pause, che senza questo sfondo avrei forse perduto.
Una era suor Lorenzina, la cuciniera della comunità. Aveva il dono di un volto sorridente e spesso preparava dolci o piatti speciali e li offriva con l’intenzione di farci gustare una gioia, in mezzo alle preoccupazioni. Dal suo regno modesto, ma pieno di pace e di serenità della cucina, mi appariva, che so..., come una specie di fata, o di angelo, mandata dal Signore per testimoniare l’esistenza di una dimensione differente che non mi era concesso di possedere, ma che pure era fatta anche per me, e che per mezzo di lei riusciva ad entrare, in un modo o nell’altro, quasi dalle fessure, nella mia vita.
Un’altra grande luce mi si aprì durante la novena di Natale. Avevo combinato con le Suore di celebrare una Messa vespertina tutte e nove le sere, finito il lavoro all’ospedale. L’ora era fissata per le otto, ma in pratica era difficile cominciare prima delle otto e mezza.
Arrivavo di corsa, levandomi il camice mentre attraversavo l’oscuro tratto di viale coperto dalle chiome dei manghi. Entravo nella piccola cappella piena di luce e delle preghiere delle Suore che attendevano.
Era come entrare in un altro mondo, quello vero, della pace di Dio. Da lì si poteva osservare e valutare, come dal di fuori, con più ampia verità la propria vita. Questa esperienza, questa dimensione interiore cresceva e si precisava durante le letture e il loro commento e poi nel racconto della Cena e nella Comunione.
L’atmosfera dell’Attesa e dell’Avvento, saliva come una sinfonia che va verso il finale, nella liturgia della Novena. Mi veniva in mente come sarebbe stato bello poter passare la vita soltanto a pregare, per poter fissare quei momenti di pace e di comunione per sempre.
Ma poi cosa avrei potuto offrire di così pieno alla fine del giorno? Oppure come avrei potuto ancora sentire lo struggente desiderio, mentre ero in sala operatoria o quando faticosamente portavo a termine l’ambulatorio nel grande silenzio delle ore del solleone? O come avrei potuto sentire la gioia imminente, mentre mi toglievo il camice e correvo verso la Cappella sotto l’ombra che i manghi facevano alla luce delle stelle?

 

PERCHÉ?

Il nome di questa ragazza, nonostante gli sforzi della memoria, non mi è più tornato in mente, dal giorno della sua morte. Ma il ricordo di lei, di quei suoi occhi spaventati, delle sue grida di dolore dal timbro acutissimo, che attraversavano ogni muro, della stretta delle sue mani che afferravano il mio braccio con la forza disperata di un naufrago della vita, che insomma imploravano da me un dono che non fui capace di darle, non può più scivolare via in silenzio: ormai è parte di me.
Quando entrò in ospedale aveva solo una banale, seppur notevole, anemia. Poi, d’improvviso, una notte cominciarono le urla e i dolori.
Il male era alla bocca dello stomaco e molto forte. Mi chiamarono per vederla. Non capii da che cosa poteva essere causato. Alla palpazione non si provocava un aumento di dolore e l’addome era tutto trattabile. Esaminando con più attenzione, parevano riferirsi forse più allo sterno e alle coste, che all’epigastrio. Era molto agitata e collaborava pochissimo, assorta, quasi, nel suo dolore. Decisi di darle un analgesico e un sedativo per calmarla.
Il mattino seguente l’esaminai con grande cura. Il dolore era molto attenuato, forse ancora per effetto delle punture della notte. Tuttavia, nonostante l’attenzione, non riuscii a chiarirmi da dove originasse il male. Feci una serie di esami di laboratorio nella speranza di avere qualche luce. Ma niente.
L’unica cosa importante era l’emoglobina, che stazionava sui due grammi invece dei 14 -15 normali, nonostante le trasfusioni dei giorni passati, la cura per l’anchilistoma (le cui uova erano già scomparse dalle feci), il ferro, l’acido folico, la vitamina B/12, e l’alimentazione ricca di proteine.
I dubbi restavano intatti. Nei giorni seguenti la sintomatologia andò attenuandosi, ma il dolore a volte era percepito a livello delle vertebre lombari o dorsali e a volte scendeva nelle pelvi. Invece di capire qualcosa di più, osservando il decorso della malattia, mi crescevano gli interrogativi e le perplessità. Per fortuna i dolori lentamente si diradarono e poi cessarono del tutto. Il mistero restava, tuttavia la spontanea risoluzione gli faceva perdere molto della sua drammaticità, e la ragazza si avviava a restare soltanto una curiosità di patologia nella mia mente.
Quell’anemia soltanto, così grave, e che migliorava a stento, restava una sfida ancora aperta.
Passarono una decina di giorni, poi un pomeriggio, mentre tornavo all’ospedale, fui lacerato, è il verbo esatto, da quelle sue urla acutissime, intermittenti, sempre uguali, che, sapevo, sarebbero andate avanti per ore. Quel sentimento di impotenza e di sconfitta, che generava insieme pietà e angoscia e che avevo accantonato con sollievo, quasi di soppiatto nei giorni precedenti, mi saltava addosso di nuovo, all’improvviso, dolosamente, come un felino che balza sulla preda, con il suo corteo di pensieri, ipotesi, interrogativi.
La trovai in ginocchio sul letto, piegata in due, bagnata di sudore, fredda. Il dolore era più francamente addominale, ma la parete non era difesa nemmeno questa volta. La risonanza emotiva di paura, angoscia, quasi di terrore, che le si leggeva negli occhi, che si percepiva nel timbro delle sue urla, che mi entrava nel braccio stretto con forza dalle sue mani e che mi saliva al cuore, mi faceva restare perplesso.
Fino a che punto era soltanto un effetto? Non poteva entrare come concausa, con qualche meccanismo di riverbero, nel generare questo misterioso dolore, che per la mia ignoranza restava sempre più "sine materia"?
Scrissi in cartella una terapia, ma senza alcun entusiasmo, una terapia continua di sedativi, sperando, contro ogni speranza, che potessero migliorare la situazione.
Non ricordo più quanti giorni durò, se si può chiamare così, questa agonia. Gli attacchi si susseguivano a distanza di poche ore. Mi cominciavo a chiedere se fosse bene aprirla, per vedere con gli occhi e palpare con le mani sotto quella parete addominale. Ma l’emoglobina restava inchiodata sui due grammi. Quante speranze c’erano che uscisse viva dalla sala operatoria? Questo dilemma mi si presentò molte volte e giunsi molto vicino alla decisione di operarla, ma la paura di ucciderla fu sempre più forte. No, bisognava che mi sforzassi di trovare qualche altra possibile causa da verificare. Sempre più spesso i dolori si presentavano alla schiena e allo sterno, oltre che all’addome. Mi balenò l’idea che fosse un tumore maligno midollare, oppure qualche metastasi ossea originata da un cancro nascosto.
Il mattino seguente avevo l’appuntamento a Lira col medico distrettuale, che ancora non avevo salutato dal mio arrivo.
Ma appena tornato a casa nel pomeriggio avrei fatto il puntato sternale per studiare il midollo osseo e poi la radiografia della colonna e del bacino.
Tornai ad Eber subito dopo il mezzogiorno. Mentre scendevo dalla macchina vidi il parroco uscire dall’ospedale con la borsetta dell’Olio Santo.
Un’infermiera mi informò che la ragazza era gravissima. Entrai nella stanza di corsa. Ma ormai era già tardi. Era appena spirata.
La suora mi spiegò che aveva dormito tutta la mattina. Pochi minuti prima avevano messo una trasfusione e dopo le prime gocce aveva cominciato ad agitarsi. Parendole una cosa seria, aveva subito chiuso il sangue, messo l’ossigeno e pensato a farle dare gli ultimi Sacramenti. C’entrava la trasfusione con la morte? Non lo sapevo. Ma un altro interrogativo si aggiungeva agli altri.
Nel frattempo si era radunata parecchia gente alla porta della stanza, e tutti mi guardavano in silenzio. C’erano delle infermiere, i ragazzi del laboratorio, malati e parenti. Tutti avevano nelle orecchie ancora le sue urla degli ultimi giorni e tutti avevano visto che il dottore non era riuscito a guarirla.
Quegli occhi silenziosi che guardavano me, invece della ragazza, francamente mi imbarazzavano. Li sentivo quasi un’accusa, una materializzazione della mia coscienza: quella paziente era morta perché non avevo capito...
Non c’erano mezzi possibili per spiegare loro il perché del mio comportamento, del perché non avevo avuto il coraggio di operarla...
Ma forse quello era soltanto il desiderio di trovare un alibi verso me stesso. Quegli occhi avevano ragione, avevano centrato il cuore della verità: quella ragazza era morta perché non avevo capito, la sua implorazione di salvarla era caduta nel nulla, come un urlo che si spegne fra i monti.
Così in silenzio uscii da quella piccola stanza che era gremita, mentre la mamma piangendo cominciava il lamento.
Udii le prime parole: "Avevi solo sedici anni! Perché figlia mia sei morta? Perché?".

 

LE SFIDE PERDUTE

Ci sono dei giorni che rimangono storici, nella propria memoria. Sembra che tutto quello che deve accadere si dia appuntamento per arrivare insieme, come ad una festa di famiglia.
La data è di quelle facili da ricordare: 2 gennaio.
Il giorno precedente ero uscito illeso da un incidente automobilistico che poteva essere mortale, mentre, insieme a due suore, andavo ad una riunione di medici nel West Nile. La macchina era uscita di strada e si era fermata, dopo alcuni ruzzoloni, con le ruote in aria. Uscii faticosamente dal finestrino, meravigliato di non sentire neppure un’ammaccatura. Il cappello, che avevo in testa, era ad alcuni metri di distanza, sulla strada... Lo raccolsi con un sentimento misto di gioia e di spavento, ringraziando il Signore, perché la mia testa avrebbe potuto essere ancora lì dentro.
Suor Fausta invece aveva la mano destra con profonde ferite e una falange lussata. All’ospedale di Cingal, dove riuscimmo ad arrivare dopo alcune ore, fu possibile metterle a posto la mano, ma era chiaro che per molto tempo non avrebbe potuto usarla. Il problema era che suor Fausta era la ferrista della sala operatoria e non c’erano altre persone con un minimo di pratica.
Ed eccoci al 2 gennaio.
La prima notizia che ricevo appena alzato è che c’è un probabile parto cesareo da fare. Suor Agnese, l’ostetrica, era momentaneamente assente e la suora che la sostituiva non si sentiva ancora sicura della diagnosi.
La donna era in travaglio già da alcune ore, ma il feto non scendeva, e si palpava una cosa molle che non era la borsa delle acque, perché questa si era già rotta da tempo. La testa non pareva che fosse, perché non si sentivano né ossa craniche né suture né fontanelle. Non rimaneva che pensare ad una placenta previa, che impedisse il passaggio del feto.
Feci una rapida esplorazione vaginale con molta circospezione per non provocare emorragia. In effetti c’era una cosa molle, ma non tutto quadrava con la diagnosi di placenta previa. Tuttavia, dato che il parto non progrediva, decidemmo per l’operazione.
C’era da risolvere il problema di chi mi avrebbe aiutato ad operare. La scelta cadde su Milly, una ragazza africana che lavorava nel reparto di medicina e che dava fiducia per il senso di responsabilità e l’intelligenza. Suor Fausta l’avrebbe guidata. Arrivò in sala con l’avambraccio destro ingessato. Si fece lavare il sinistro e vestì il camice, chiudendo con una pinza la manica dalla parte malata.
Era quasi commovente vederla lavorare di sinistro, aiutandosi come poteva con quella specie di moncherino. Milly era sveglia e afferrava tutto al volo.
Stavamo per iniziare ad operare quando giunge la notizia che era appena arrivata una donna in doglie di parto col feto in posizione trasversale e che quindi bisognava operare. Feci un salto alla maternità: ancora non avevo indossato il camice. Questa volta la diagnosi non lasciava dubbi. Bisognava operare proprio anche lei.
Cominciammo il primo intervento. Aprii l’utero, e invece di una placenta previa trovai un feto morto con idrocefalo. Ci rimasi piuttosto male. Se avessi saputo fare una diagnosi giusta, avrei potuto risparmiare alla donna un’operazione, che ai tropici, dove l’assistenza è scarsa, può avere tristi conseguenze nelle gravidanze successive.
Sarebbe stato sufficiente estrarre il feto per via vaginale dopo semplice craniotomia. Ora mi rendevo conto del perché non si sentivano le ossa craniche: erano tanto scostate dall’idrocefalia che non si riuscivano ad apprezzare con le dita. Un’altra cosa non avevo capito: la superficie di questa massa molle era più o meno uniforme e consistente, perché ricoperta dalla pelle, mentre quella della placenta avrebbe dovuto essere irregolare e fragile e sanguinare moltissimo.
Avevo sbagliato diagnosi perché non avevo considerato l’ipotesi dell’idrocefalia, e, cosa molto più grave, perché non mi ero fermato a considerare se quello che la punta delle dita sentivano, poteva corrispondere in pieno o no ad una placenta previa.
Amareggiato per il danno fatto alla paziente e immerso in questa considerazione cominciai a chiudere l’utero.
Un altro giorno, molto presto, quando il sole non aveva ancora raggiunto le cime degli alberi e l’unico rumore era quello delle foglie scosse dalla brezza, suor Agnese, della maternità, mi avvertì che nella notte era nato un bambino con l’ano perforato.
I Corti erano in vacanza, e i libri ancora in viaggio. Questo proprio non ci voleva. Non sapevo nulla sul problema, tranne che bisognava operare al più presto. Corsi a vedere se per caso il libro della biblioteca diceva qualcosa. A dire il vero spiegava abbastanza bene, ma sempre in modo troppo succinto per chi non sapeva nient’altro che quello.
Divorai in mezz’ora tutto quanto, ma non avevo in mente ben chiaro quale delle possibili decisioni avrei preso.
Propendevo per fare un abboccamento dell’intestino alla parete, che sarebbe stato sufficiente a salvargli la vita. Poi con calma avrei potuto studiare la soluzione definitiva, possibilmente affidandolo alle mani esperte della dottoressa Lucille.
Andai a vedere il bambino e mi balzò il cuore in gola al pensiero di operare un esserino così piccolo, e coi tessuti così delicati. Sarebbe stato molto difficile: un lavoro più da intagliatore cinese che da chirurgo. Comunque, non c’erano altre alternative: bisognava operarlo e basta. Andai in sala operatoria per scegliere i ferri e per dare qualche disposizione. Di lì a una mezz’ora avremmo potuto cominciare.
Intanto cominciai la visita alle corsie, per portarmi avanti con le cose da fare quel giorno. Più o meno all’ora fissata andai a vedere la sala operatoria: tutto era pronto. Sentii che cominciava il confronto diretto tra me e quella malformazione.
La posta in gioco era la vita di un piccolo bambino prematuro.
Oltre a non aver mai costruito ani artificiali sulla parete addominale, non avevo nemmeno mai operato un neonato.
Ero entrato in quell’area, non so se chiamarla esistenziale, in cui gli altri era come se non esistessero più. Un’esperienza paragonabile a quella di un saltatore in alto, quando rimane l’ultimo in gara, in mezzo allo stadio gremito di folla, eppure solitario e silenzioso di fronte all’asticella e al record da battere.
Ero solo davanti ad un’operazione che non sapevo se avrei saputo fare, e fare bene. Ero solo ad averne la coscienza. Gli altri dicevano: "Il dottore adesso opera", ma nessuno sapeva in realtà tutto ciò che questa frase significava, nessuno aveva la bilancia per misurare il peso di queste cinque parole. Mi sarebbe bastato stare in sala operatoria un minuto e le persone lì fuori, sedute sulla veranda, sarebbero diventate indifferenti...
Mi diressi verso la maternità per un ultimo controllo al neonato, ma sulla porta incrociai un’infermiera che mi veniva ad avvisare che il piccolo era morto.
Rimasi colto di sorpresa, investito da un sentimento improvviso, difficile da analizzare. Restai fermo sulla soglia del reparto. Mi voltai adagio, verso la luce violenta del sole che tagliava, come una cesoia, l’ombra della veranda. Cercavo di capire dove cominciava la realtà delle cose o meglio come realtà e coscienza si amalgamavano o si dividevano.
Sotto la spinta di quell’improvviso sentimento di sollievo e insieme di dispiacere, mi chiedevo se quel mondo di solitudine e di sfida di fronte all’operazione, durato solo due minuti, ma che già mi aveva in un certo senso travolto, era la realtà vera dell’evento. Oppure se quella vera era stata solo una serie di gesti per preparare un’operazione morta sul nascere, proprio come il piccolo bambino cui era destinata...
Rimasi con gli occhi fissi nel vuoto, a pensare non so quanto, finché mi accorsi che le foglie degli alberi là in fondo si muovevano nella brezza, e che quello era ancora l’unico rumore, insieme al canto degli uccelli, in quel placido mattino.

 

I GIORNI DEL COLERA

Il sole è caldo
sulla terra secca.
Polvere e spini
come ieri e sempre.
Sassi e pianura
sotto il cielo intero,
senza una nube
che ne rompa il cerchio.
Tutto, anche oggi,
doveva essere uguale.
Invece quando il sole s’è levato
i baobab avevano le foglie!
Alberi secchi ormai
da tanto tempo, già si pensava
a loro come ai sassi
che nella piana stavano inerti,
a crogiolarsi al sole.
Stanotte è accaduto
qualche cosa. In ogni lato,
e fino all’orizzonte gli alberi
secchi tremano di verde!
Tutto è calore, polvere
e silenzio, tutto è rimasto
identico, eppure un messaggio
segreto è arrivato.
I sassi al sole
restano a scottare.
I pochi ciuffi d’erba, reclinati,
piegano il dorso, come sempre
han fatto. Tutto è rimasto
identico, eppure, un sussurro
inudibile è passato.
Nessuno nella piana
l’ha sentito. Solo i baobab
che stavano a vegliare
l’hanno afferrato,
ed ora sono verdi.
Un sussurro inudibile
è passato, ma chi
aspettava con l’orecchio teso
è riuscito a captarlo
ed ora il sole
grida di gioia per la sua
scoperta, e lo annuncia
al calore, alla polvere
e al silenzio.
Tutto è rimasto identico,
di fuori. I sassi, i ciuffi d’erba,
l’ora calda, polvere e spini,
sono lì, come sempre,
nella piana. Ma non è vero che
"Tutto" sia rimasto come prima.
È arrivato il messaggio.
Che ha cambiato qualcosa
che sta dentro. Solo i baobab
lo sanno, e inoltre quelli
che han gioito al vederli verdi.

LA GENTE DEL KARAMOJA

La gente del Karamoja è molto pittoresca, almeno così appare a chi vi giunge senza saperne la lingua, come me, e senza conoscerne quasi nulla, se si eccettuano i racconti dei vecchi missionari. È un popolo di pastori, dalla calma olimpica, che vive nella zona nord-est dell’Uganda.
Abitano in villaggetti completamente circondati da una fittissima palizzata di rami, tutti contorti, alti poco meno di due metri, proprio come la statura media della gente di qui. Si dice che con questo sistema, a forza di tagliare alberi, abbiano "pelato" il Karamoja, dove una volta scorazzavano gli elefanti, che, si sa, vivono solo dove c’è molto verde.
Al giorno d’oggi la regione, lunga duecento chilometri e larga un’ottantina, è piana come un tavolo e rivestita di alberelli alti un metro o poco più, con migliaia di spine ognuno, così che sembrano cespi di rovi più che piante.
Praticamente non c’è ombra, tranne quella che proiettano i monti all’alba e al tramonto. Ma i monti sono solo ai confini; da tutte le parti l’orizzonte è interrotto, ogni tanto, dai loro profili seghettati, di un azzurro confuso, che spuntano dietro la curva della terra. Solo al nord ci sono tanti mozziconi di colline, formate da enormi massi squadrati, sovrapposti in equilibrio bizzarro, che paiono giochi abbandonati da giganti bambini.
La gente gira "vestita" in modo uguale. Gli uomini sono quasi nudi, con un pezzo di stoffa annodata sulla spalla, un giro di perline ai fianchi e un paio di sandali, fatti con un pezzo di copertone d’auto trovato chissà dove. Qualcuno ha un’acconciatura dietro la testa, di fango e sterco di mucca, colorata in rosso e grigio. Sono inseriti in essa tanti tubetti, dove si infilano piume.
I bambini sono invece nudi del tutto, senza neanche le perline.
Le donne hanno una sottana di pelle, che davanti arriva a mezza coscia, mentre dietro scende fino alle caviglie, e in basso termina come i merli dei nostri vecchi manieri. Il collo è ornato da giri di perline in numero variante secondo lo stato sociale, e da cerchi di metallo bianco, se il marito ha pagato tutte e quaranta le mucche del contratto matrimoniale.
Le bambine portano un rettangolino di pelle ricoperto di perline colorate che pende davanti, legato con un filo attorno ai fianchi, oppure alcune catenelle pendenti, simili a quelle che da noi hanno i macellai alla porta nei mesi d’estate.
Tra i bianchi d’Uganda si dice che gli Inglesi hanno lasciato apposta tutto intatto nel Karamoja per poter far vedere un giorno agli altri africani come li avevano trovati, e quanto diversi li avevano lasciati.
Difatti non c’erano né scuole, né ospedali, né niente fino a pochi anni fa. Solo una bella strada per permettere ai turisti di vedere questo grande parco nazionale, dove l’uomo viveva come mille e chissà quanti anni fa.
Ma il Presidente Kenyatta ha deciso che bisogna cambiare.
D’ora in poi tutti devono andare vestiti di stoffa e senza quei cerchi al collo. I soldati hanno fatto capire subito, come sanno fare loro, che il Presidente non scherzava. Così ora, da due mesi, almeno quelli vicini alle strade hanno i calzoni e le sottane, e le canottiere. Solo i bambini restano liberi come prima, splendidi nella loro nudità, casti e semplici come i gigli dei campi. E quando vedono un bianco lasciano il bestiame che stanno pascolando, per correre a stendere la mano e chiedere, con i denti bianchi come il latte, un "tam-tam" (caramella). Se questa non arriva, allora i più "progrediti" chiedono una "bola", cioè una monetina, che, forse, useranno per farci un buco in mezzo e metterla al collo, perché di botteghe ce n’è solo un gruppetto ogni settanta-ottanta chilometri.
Il modo di vestire aveva un significato rituale, e distingueva a prima vista il grado di ognuno, come le stellette e i galloni nell’esercito. Ora, Iddio si è irritato di questo cambiamento, e ha mandato come castigo il colera.
Così dice la gente.
E si è servito, per farlo arrivare, dei Turkana, i nemici secolari che stanno al di là dei monti ad oriente. Armati di fucile, in bande di quaranta o cinquanta, i Turkana compiono frequenti scorrerie tra i Karimojong, che hanno solo lance e frecce per difendersi. Uccidono i bambini che pascolano il bestiame. A volte qualcuno riesce a fuggire e a chiamare aiuto; allora c’è battaglia, ma i Turkana hanno lo stesso quasi sempre la meglio. Poi si allontanano con le mandrie.
In una delle ultime razzie, insieme a loro è entrato il colera.
L’unico ospedale del Karamoja, a Moroto, non poteva farcela da solo contro l’epidemia, per cui hanno chiesto al Vescovo di far venire qualche medico dalle missioni dell’altra parte d’Uganda, per dare una mano.
Così sono arrivato anch’io, a fare il mio turno, nella seconda metà di giugno, diciotto giorni dopo che era cominciata la battaglia del colera. Sono andato nel primo fabbricato di un ospedale in costruzione, a Matany, distante venticinque miglia da quello del governo, e posto al centro dell’area colpita.
Personale di servizio: suor Laura, italiana, trenta anni circa, sorridente, con in bocca una esclamazione immutabile per ogni evenienza: ‘My goodness!’. Dorothy, un’infermiera africana che è in attesa del primo figlioletto; Enrica e Teresa, due sorelle karimojong, sui quindici - diciassette anni, dalla faccia rotonda e i capelli accuratamente acconciati, divisi in tanti piccoli settori, aderenti alla pelle.
Dieci minuti dopo il mio arrivo saluto il Dr. Grau, spagnolo, in partenza per Kampala, che mi ha preceduto in questi giorni.
Suor Laura mi presenta i malati, sono sistemati in un’ampia stanza della maternità, l’unico edificio funzionante, oltre l’ambulatorio per gli esterni. La camera è fatta a "L", con tredici letti di ferro, corredati di materassini di gomma piuma, una tela cerata e una coperta di lana. I pazienti sono 6 o 7, in condizioni discrete ormai! Se il colera non uccidesse per disidratazione, sarebbe una banale gastroenterite. Una volta infilato un ago in vena e immesso qualche litro di soluzione fisiologica e lattato di sodio, il coleroso riprende vigore, e il corpo da gelido diventa caldo, la pelle torna elastica, gli occhi non sono più in fondo alle orbite e la diarrea e il vomito si arrestano. Due capsule di tetraciclina ogni sei ore annientano i famigerati "bacilli virgola". Dopo due o tre giorni il malato si alza e senza dire parola ritorna a casa a piedi.
All’inizio dell’epidemia solo due ricoverati, giunti ormai moribondi all’ospedale, non sopravvissero.

 

"JURUSI?" "ELEKI?" MMMHMMHM!

Poco prima di mezzogiorno, un ragazzo in bicicletta, sbucato dalla verde pianura, viene a chiamare: c’è una donna con la diarrea e il vomito nel tal posto. Andiamo, la suora ed io, con la Renault R4 dell’ospedale. Mentre ci prepariamo, compaiono quattro uomini con una barella sulle spalle, fatta di legno. Salgono da un’ondulazione del terreno, e paiono personaggi di un film irreale, stagliandosi neri contro il cielo chiaro, nascosti fino al ginocchio dai cespugli e dall’erba. Mentre infiliamo l’ago al malato, i quattro mantengono rispettoso silenzio, in piedi, sulla porta, grondanti sudore.
Quando siamo pronti, il ragazzino in bicicletta non c’è più. Che parte ha in ciò la difficoltà di capirsi bene con la lingua, e che parte il modo di fare di questa gente?
Suor Laura ha però capito dov’è il posto, e partiamo.
La strada fa un lunghissimo giro, per cercare i dossi di queste impercettibili colline, criterio necessario in Africa, se non ci si vuol impantanare nella stagione delle piogge. Ora siamo a metà stagione, e tutto il Karamoja è un immenso prato, cosparso di tanti villaggetti con intorno un po’ di granoturco, e un’infinità di mucche e capre, custodite da bambini nudi, che, appena vedono la macchina ci corrono incontro.
È un piacere andare in mezzo a questo verde, in un silenzio calmissimo, col cielo chiaro, pieno di tante piccole nuvole, che, quasi per miracolo, non passano mai davanti al sole. La temperatura è mite, nonostante l’equatore sia a due passi.
La meta è una casetta di mattoni, l’unica di tutta la zona. Sotto la veranda, tre madri col proprio bambino in collo, sono sedute per terra con le gambe distese, come è abituale da queste parti. Cinque o sei bambini che camminano da poco si fermano a guardarci con un dito in bocca.
Tutti ci osservano in silenzio. Suor Laura pronuncia alcune parole per me incomprensibili per chiedere se questa è la casa del tal dei tali.
"Mmmhmm!" è la risposta. Di per sé questo "emme" lungo intercalato da qualche acca, è semplice, ma purtroppo è usato sia per dire no che per dire sì; oppure è pleonastico e lo si emette per far finta di aver capito, quando invece non si è inteso quanto è stato detto. Il significato dipende dal contesto, dagli occhi, dalla testa e dal tono della voce. In questo caso, essendo il contesto poco chiaro, la suora passa alla seconda domanda: "C’è qualcuno con diarrea e vomito?". Una donna risponde per tutte: "Mam" (no).
Due uomini si alzano da sotto l’albero vicino e vengono a vedere. Si ripetono le stesse domande con identico risultato. Suor Laura cerca di ridire le stesse cose con parole più appropriate e con gesti significativi di accompagnamento. Nessuno sa niente. Avremo sbagliato casa. Ripartiamo, per chiedere a qualcun altro.
Appena fatti 100 metri, un ragazzetto ci ferma e ci dice che la donna con la diarrea è proprio in quella casa da cui veniamo. Monta in macchina e sull’aia ci mostra col dito la donna malata: è quella che aveva detto "mam". Il ragazzo le rivolge due frasi che sembrano una mitragliata, piene di "erre" e di "ti". Quella si alza, col bambino in collo: sta in piedi a fatica, a gambe larghe, e si vede il respiro di chi soffre.
Pronuncio le due parole magiche che ho imparato: "Jurusi?" (diarrea); "Eleki?" (vomito).
E lei dice di sì. Ha addosso una giacca da uomo, pesante, che le arriva all’ombelico. Vacillando sale in macchina, di dietro. Urla qualche cosa a qualcuno, e un bambinetto arriva di corsa portandole il suo tubo pieno di tabacco da annusare e masticare.
Tutti ci guardano muti, fermi, dal loro osservatorio. Torniamo all’ospedale un po’ sconcertati: il malinteso sarà stato solo una questione di linguaggio? Mmmhmmhm...
Quando mi alzo dal sonnellino pomeridiano, mi dicono che la donna non c’è più. Dopo tre bottiglie di flebo e due capsule di tetraciclina, si è alzata ed è tornata a casa sua, a piedi, col bambino in collo. Eliminata la disidratazione, le forze sono tornate, perché stare ancora in ospedale? Chi doveva avvisare per andarsene, se in quel momento non ha incontrato nessuno?
A conferma, mi raccontano un fatto capitato giorni prima a Moroto. Una donna ricoverata in brutte condizioni aveva rifiutato di farsi mettere la flebo. Dopo un giorno, sentendo che andava sempre peggio, accettò il trattamento.
Finite alcune bottiglie, visto che si sentiva meglio, e tuttavia non volevano toglierle l’ago, approfittando di un momento in cui nessuno vedeva, strappò a metà il tubicino che porta il liquido e fuggì con l’ago in vena.
L’indomani, appena finita la messa, arriva un uomo a chiamare. La suora non può venire. Così vado con lui, da solo. Abbiamo come piattaforma su cui intenderci tre parole (jurusi, cioè diarrea; eleki, cioè vomito; Mmmhmmhm) e i gesti.
Il posto doveva essere nei pressi di quello del giorno prima. È un giorno splendido, il sole è ancora basso, il cielo limpido. Partiamo. Ogni tanto la mia guida fa dei gesti imperiosi per indicare di qua o di là, accompagnandoli con un fiume di parole.
Io rispondo con ampi cenni del capo, alzando le sopracciglia e pronunciando diplomaticamente un "Mmmhmmhm" pieno di saggezza. Allora l’amico commenta con un "Eheeh" denso di orgoglio per essersi fatto capire così bene da uno che non sa la lingua. A un certo punto usciamo dalla strada e passiamo nei prati.
Il fondo è piano, la terra battuta e l’erbetta alta due o tre centimetri appena. Il suolo è cosparso di bassi cespuglietti spinosi, frammisti a qualche sasso. Per evitare di forare le gomme, gioco frequentemente di sterzo, tanto che mi pare di essere sugli autoscontri.
Impercettibili sentieri sono tracciati tra i ciuffi d’erba e i rovi.
Incrociamo mandrie di vacche o di capre che non si spostano fino a che non le tocchi col paraurti. I pastorelli, in piedi, con le gambe incrociate o appoggiate ad un bastone, salutano sorridenti. La guida è tutto un dimenio di gesti: la zona è piena di villaggi, circondati dalla tipica palizzata, larghi e lunghi un trenta-quaranta metri, con attorno qualche spiga verde.
Me ne indica uno con tanta foga e con tante parole, che credo sia quello giusto; però, quando sono lì, fa cenno di girarci intorno e di seguire il sentiero che lo lambisce, per proseguire oltre.
Finalmente, dopo due chilometri e non so quanti villaggi, mi fa passare per un corridoio strettissimo fra la palizzata e un campo di mais, finché giungiamo davanti ad un’apertura di cinquanta centimetri per cinquanta. Sono le loro porte. Ce ne sono quattro o cinque per ogni villaggio.
Da una parte c’è un groviglio di spine, che gli abitanti si tirano dietro alla sera, per sbarrare le entrate. Forse queste sono così basse, per poterle chiudere facilmente e proteggersi dagli animali.
Entriamo a quattro zampe. Mi appaiono tanti minuscoli recinti, tutti circondati dalle stesse palizzate. In ogni " compartimento" c’è una capanna, o meglio l’ingresso di una capanna, oppure un ripostiglio per i raccolti, poi un recinto più grande per le bestie.
Non sono riuscito a capire qual è il criterio delle divisioni e se c’è una regola fissa. Ho avuto l’impressione che ci sia una parte per gli uomini e una per le donne e i bambini, un’altra per i ragazzetti e una per le ragazze. Le capanne sono basse, e servono solo per starci sdraiati o seduti. Il pavimento è ricoperto di pelli di animali. L’entrata è ancora più piccola di quelle esterne.
Nel sub-recinto d’ingresso c’è un uomo nudo sdraiato al sole bocconi, su una pelle di bue. Avrà sessant’anni, età veneranda per qui, tutto grinze e grigio di capelli. Un nugolo di mosche ci assale.
Dalle porticine sbucano un mucchio di bambini, ragazzini e ragazzine, che stanno a guardarmi curiosi e sorridenti, con le mani sulle spalle e le braccia incrociate sul petto. È la posizione tipica di quelli che, nudi, hanno freddo. Se è molto freddo, allora si accovacciano, per scaldarsi l’addome con le cosce.
Mi chino per vedere com’è il malato. Il corpo è freddo. Il polso tanto debole che lo si sente appena; gli occhi sono infossati, e la pelle raggrinzita si lascia sollevare in pliche persistenti. A gesti faccio capire di portarlo in macchina.
Nel frattempo è uscita la moglie, una simpaticona dalla bocca larga, che ride, quando mi spiego con la mimica. Viene lei ad accompagnarlo. Si fa portare il tubo con dentro il tabacco e, per paura dei soldati, si toglie dal collo tutte le collane nonché il cerchio di metallo, e cerca di infilare la canottiera, per coprirsi, secondo gli ordini nuovi. La osservo mentre se la rigira tra le mani e cerca di richiamare alla memoria come aveva fatto ad infilarla la volta prima.
Vede il mio sguardo divertito e si mette a ridere. Anch’io rido. Mi porge la canottiera perché gliela infili, e allora anche tutti i presenti ridono.
Carichiamo il vecchio in macchina, e via, verso l’ospedale.
Verso le dieci del mattino, mentre stiamo infilando fleboclisi in serie, compare un giovanotto con l’"ananka" sul corpo nudo, cioè con un rettangolo di stoffa annodato per due capi in modo da posarsi su una spalla: il costume nazionale.
Chiede se possiamo andare a prendere la sua vecchia madre in un villaggio vicino. Gli diciamo di attendere, mentre andiamo a prendere la macchina.
Dieci minuti dopo, pronti per partire, lui non c’è più. Cosa avrà capito? Con la speranza di raggiungerlo usciamo, suor Laura ed io. Nessuno l’ha visto.
A qualche centinaio di metri ci sono alcuni villaggi. Forse è lì. Scendiamo sul ciglio della strada e proseguiamo a piedi, per un sentiero fra il granturco. In giro non c’è anima viva. Dietro una curva si finisce contro un muro impenetrabile di piante già alte. Dove sarà l’ingresso? Torniamo indietro.
Nei campi c’è una donna che zappa. La suora chiede se ci sono malati nel villaggio. No, tutti bene.
Intanto due ragazzini nudi, coi sandali di copertone d’auto e l’immancabile bastone del pastore, lasciano di corsa le mucche, per venirci incontro. Si fermano a un passo, a guardarci di sotto in su, sorridendo. Allungo una mano per fare una carezza, ma fanno un passo indietro. Faccio loro il verso, imitandoli, e ridono divertiti.
Non potendo parlare, il mimo è un gran mezzo di comunicazione e, anche se non c’è un contenuto logico da esprimere, fa capire l’amicizia. Mi ricordo di quand’ero ragazzo e mi divertivo, in questo gioco, con gli amici. Ora è diventato utile.
Visto che lì non c’è nessun malato, andiamo verso l’altro villaggio, sperando di indovinare il viottolo. Camminare sotto il cielo aperto, vedere l’orizzonte completo, con l’aria tiepida e tranquilla, unico rumore il canto degli uccelli, fa dimenticare che ci troviamo in mezzo al colera, e pare di essere in vacanza.
Siccome il metallo dell’orologio mi irrita la pelle, ho smesso di portarlo, e da allora il tempo è segnato dal sole, e ho visto che un mattino dura finché l’astro arriva in mezzo al cielo. Non ci sono più ore e minuti, ma solo il tepore che diventa caldo, lentamente. E tutto il verde che se ne sta lì, immobile, a crogiolarsi al sole!
Questa gente è nata così e vive così: che meraviglia c’è se non hanno fretta e non si spazientiscono per l’attesa?
Il nostro amico, quello dell’"ananka" sbuca d’improvviso tra il granturco, di corsa. Deve aver sentito il rumore delle nostre voci e viene a cercarci. Per correre più in fretta si è legato l’ananka intorno alla vita, come una cintura. Giriamo con la macchina al di là del campo, e più avanti, nella pianura vestita di cespi di spini, c’è un gruppetto che attende. La malata è una donna anziana, sdraiata per terra, fredda, senza polso, sfinita, asciutta come un sasso.
"Mi pare piuttosto brutta" - dico a suor Laura.
"Doveva vedere quelle dei primi giorni, my goodness! Questa è ancora bella".
"Jurusi?"
"Ehehehe!"
"Eleki?"
"Ehehe!" - fa il marito, tirando la testa indietro e in alto. Coi gesti spiego di caricarla sull’auto.
"Mmmhmmhm!" - risponde grave il vecchio.

 

LA FAME C’È E SI VEDE

In questo periodo dell’anno in Karamoja c’è la fame. È così da sempre. Le bestie non si mangiano, tranne che in rare occasioni, perché servono per sposarsi: una moglie costa quaranta capi di bestiame. Si beve invece il latte mescolato con sangue.
Due uomini tengono l’animale per le corna, mentre un terzo da quattro passi di distanza tira con l’arco una freccia nella giugulare. Il fiotto di sangue viene raccolto in un catino finché continua ad uscire. Hanno in questo procedimento un’abilità straordinaria.
Però la stragrande maggioranza delle mandrie sta lontano, dove c’è l’erba buona. Quelle che restano, a quanto pare, non sono sufficienti, perché la fame c’è, e si vede.
Da un po’ di tempo coltivano granoturco, sorgo, e altri prodotti simili, ma il raccolto, spesso abbondante non viene ben utilizzato. O lo vendono a basso prezzo ai mercanti indiani, o ne consumano un’infinità per fare la "birra" locale, che serve per allietare il cuore all’epoca in cui i giovanotti tornano dai pascoli per ballare e sposarsi.
Finché c’è abbondanza si mangia e si beve e si è allegri. Perché pensare ai tristi mesi della fame? In qualche modo si tirerà avanti, come da sempre.
Così al mattino, davanti alla missione, si raccoglie un centinaio di persone che aspettano un lavoro da cui ricavare il mangiare per qualche giorno. Li si vede sbucare all’alba dai vari sentieri, quando il sole è ancora dietro i monti di levante. Arrivano a tre, quattro alla volta. In genere sono donne e ragazzi, maschi e femmine.
Gli uomini, per tradizione, sono solo pastori, quando non sono filosofi o contemplativi, e passano lunghe ore sotto gli alberi con gli amici. Dicono che appena uno ha qualcun altro sotto di sé, o un fratello minore o un nipote o qualsiasi maschio più giovane e dipendente, fa fare a lui il proprio lavoro.
E nessuno si ribella, perché questa è la legge della loro società. Così pure se uno ha un vestito o un paio di sandali, e uno che ha autorità su di lui glieli chiede, deve darglieli: è la cosa più naturale del mondo.
Al mattino, quando arrivano, l’aria è fredda, e cercano di ripararsi come possono. Chi ha un pezzo di stoffa se lo tira su, e quasi ci si chiude dentro.
Le donne, dopo gli ordini del Presidente, hanno adottato il sistema delle altre tribù. Prendono un rettangolo di stoffa, che sia alto dalle spalle ai ginocchi e che sia lungo abbastanza da girarselo in vita. Una cintura attorno ai fianchi lo stringe sul corpo. La parte superiore viene passata sotto le ascelle e annodata davanti. Se c’è caldo, o se c’è da lavorare, si scioglie il nodo e si rovescia la parte superiore su quella inferiore che fa da sottana. Quando invece fa freddo, si prende il di sopra e lo si tira sopra le spalle, tenendo le cocche con le mani, in modo da rinchiudercisi dentro anche con le braccia.
Le gambe vengono incrociate una dietro l’altra per cercare di riscaldarsele a vicenda.
Chi invece è nudo, si accovaccia con le mani incrociate sulle spalle e le cosce contro l’addome.
Se arrivano durante la Messa, chi è cristiano entra in chiesa e con la massima semplicità va a fare la Comunione: vestito o no, non importa.
Il Padre dispone a semicerchio gli aspiranti lavoratori e nota i nomi. Poi distribuisce zappe, coltellacci, catini, badili. Alcuni aggiustano la strada sempre piena di buche, altri zappano l’orto o estirpano le erbacce nei campi, o fanno buche per gli alberi.
Verso le tre del pomeriggio, quando il Padre ritorna dalla catechesi, c’è la distribuzione della farina. A ognuno vien data una misura corrispondente ad una terrina per la pasta asciutta di una famiglia di tre, quattro persone. Bisogna vedere come ridono e scherzano volentieri, quando ricevono questo salario. Lo mettono nelle loro pentole, e poi, con le pentole sulla testa, via di corsa verso casa per cuocersi il mangiare.
Altri, specie i bambini, arrivano portando sul capo un fascetto di legna, che hanno tagliato chissà dove, perché vicino alla missione non ci sono alberi. Nel cortile ce n’è già una catasta enorme, che sta a marcire sotto l’acqua.
Però è meglio così, che regalare il cibo. Non sarebbe educativo. Questa gente, per domandare sembra fatta apposta. Come ti vedono ti corrono dietro con la mano tesa a chiedere una caramella o un soldino o da mangiare, o tabacco o da vestire.
Chiedono ancor prima di salutare, cosa che nelle altre tribù è considerata grave mancanza di educazione. Però non sono petulanti. Se non dai niente, non insistono troppo a lungo.
A noi urta un po’ questo modo di fare: ci sembra privo di dignità, e che favorisca il non reagire alle difficoltà.
A "noi", che siamo vestiti, che mangiamo tre o quattro volte al giorno, che giriamo in macchina e che siamo cresciuti in un clima di attività spinta a volte fino all’agitazione.
Ma, visto coi "loro" occhi, perché non chiedere a chi è più ricco? Chi ha, dia: è così naturale!
Quando uno di loro ottiene un lavoro fisso che gli assicura una buona paga, se resta fra i suoi, non ce la fa mai a migliorare le sue condizioni, perché tutti i parenti vengono a chiedere la loro parte. È una società che vuole procedere - o rimanere? - tutta compatta: o tutti, o nessuno.
Il "buco" concettuale più grosso del loro modo di pensare mi pare però che sia quello riguardante il futuro. Sembrano incapaci di imbrigliarlo nel pensiero, di organizzarlo, programmarlo, di capire insomma che esso dipende in tanta parte dal presente.
Il fatto è che tutta la loro vita, e anche il loro linguaggio, sono avvinghiati al concreto, al visibile, in una parola al presente e al passato. Il futuro è un’astrazione, che per loro è forse troppo ardua.
Una vita intera trascorsa tra i pascoli, praticamente nel silenzio, diluita in un tempo che trascorre lento, perché scarso di eventi, senza scrittura, senza comunicazione...
Non è facile uscire dall’"adesso".

 

GRAZIE, DOTTORE

A tutto ci si abitua, almeno si dice; anche a vedere i colerosi. Il fatto è che anche se arrivano disidratati, sfiniti, ghiacci come il gelo, senza polso, bastano alcune bottiglie di fleboclisi per vederli tornare normali in poche ore. Per cui il mio servizio in questa occasione non ha proprio nulla di drammatico, né tanto meno di eroico. Qualche volta mi chiedo perché il colera debba avere un nome che incute terrore, anche oggi, con i nuovi metodi di cura così efficaci.
Qui però c’è stata un’epidemia piccola, poco violenta. Proprio in questo periodo c’è il colera in India e nel Pakistan; ma così forte e diffuso che ospedali, medici, personale, farmaci, non sono sufficienti a fronteggiarlo. È come un fiume che ha rotto gli argini e dilaga.
Che il bacillo del colera non scherzi, l’abbiamo capito anche qui, quella sera che suor Laura fu colta da vomito e diarrea, nonostante la vaccinazione col richiamo dopo quindici giorni; e il lavarsi le mani col sapone e il passarle nel piattino col disinfettante.
Anche lei dovette essere infilzata con un agaccio capace di far passare mezzo litro in dieci minuti, e nutrita con tetraciclina per tre giorni, a due capsule ogni sei ore.
Però alla fine si disse contenta dell’esperienza diretta, perché così aveva potuto capire quello che si prova, e sentire anche che l’ago fa male, a tenerlo in vena per tante ore, lo stesso ago che lei infilava con tanta sicurezza ai suoi pazienti.
Mentre suor Laura era a letto, venne una donna a chiederci di andare a prendere un’ammalata. Esco con Teresa, una delle due ragazze Karimojong che lavorano all’ospedale, perché mi aiuti ad intendere, traducendo in inglese.
La donna indica che il villaggio è sulla destra dell’ospedale, ma appena fuori dal cancello capisco di infilare un viottolo secondario, in direzione perpendicolare a quella segnalata. La cosa non mi convince.
"Sì, sì, va bene, vai avanti" - mi traduce Teresa.
Ad un certo punto compare qualche tratto di fango nero, quello che fa piantare anche la Land Rover. Comunque è abbastanza secco e riesco ad oltrepassarlo. Andiamo verso il fondo valle, tra due rilievi e lì vedo addirittura un tratto paludoso.
Mi fermo e interrogo la donna. Candida e sorridente, mi dice che la via più corta era quella della strada maestra, ma che anche questo viottolo, attraversata la valletta, fa un giro e arriva al villaggio. Per evitare di arrabbiarmi, taccio, cercando di scusarla per via della lingua. Volto la macchina, ma su un tratto di fango nero, in salita, ci piantiamo.
Bisogna scendere e spingere. Teresa si toglie prudentemente le scarpe. Io invece sprofondo fino alla caviglia, ma questa volta tiro su i piedi di punta e così le scarpe mi rimangono addosso.
Un giovanottone vestito di ananka, sbuca tra il granoturco e si ferma immobile a due passi. Sul ciglio del fango nero, a guardare. Lo invito a darci una mano. Senza muovere un muscolo, fa un breve discorso. Teresa dice che aiuterà solo se lo pago.
Mi sento ribollire il sangue, ma non reagisco.
Tra l’altro non ho neanche un centesimo in tasca. Mi vien fatto di pensare che son sempre pronti a chiedere, e che quando uno ha bisogno di loro, invece ... Però i missionari cercano di non regalare mai niente - solo ai vecchi e agli infermi si provvede gratis -. Per far stimare le cose si richiede un lavoro, o comunque li si induce a guadagnare in qualche modo un compenso.
Ed ora io mi arrabbio, mentre questo karimojong sta facendo lo stesso con me!... per farmi stimare il suo aiuto, chiede di guadagnarmelo...
Armeggiando e provando, noto che una ruota anteriore è su terreno solido, mentre le altre tre sono sul fango nero.
Avvio il motore e attacco la frizione adagio, mentre mi chino fuori per vedere se le ruote slittano soltanto o scavano una buca. Con gioia noto solo ora che la macchina ha la trazione anteriore. Se una ruota è all’asciutto, siamo parzialmente fuori dai guai.
Mi ricordo che due giorni prima il Padre della missione mi aveva raccontato di essersi piantato con la Land-Rover, e di essere riuscito a muoversi mettendo dei sacchi sono le ruote. Per fortuna ci sono due sacchi, dove facciamo stendere i malati.
Intanto il karimojong si è commosso e vedo che spinge con tutti i suoi muscoli. L’istinto ha prevalso sull’educazione!....
Prendo i sacchi e, col suo aiuto, solleviamo il muso della macchina mentre Teresa li sistema sotto. Lo stratagemma funziona, e la Renault fa un salto in avanti, come un cavallo che esce dall’acqua.
Ho in tasca due caramelle, e le do al giovane, che sorride contento.
Il mattino dopo, alle 7.30, due uomini chiedono se possiamo andare con loro a prendere una donna. Il posto è a un miglio dalla strada maestra, con tratti di fango nero. Il p. Elia deve uscire per la catechesi con la Land-Rover. Come fare? Partiamo con due macchine. Io aspetterò sul ciglio della strada, e lui dopo essere andato a prendere l’ammalata con la Jeep, proseguirà per i suoi impegni.
Uno dei due uomini parla inglese. L’altro è andato a chiamarlo apposta a cinque chilometri, perché venisse a trattare coi bianchi. Deve aver fatto almeno una dozzina di chilometri prima di arrivare all’ospedale. E qui la luce permette di cominciare a distinguere un uomo dall’altro soltanto verso le sei.
Quando scendiamo di macchina per accordarci, al limite del tratto scabroso, arrivano tre ragazzi con la notizia che la donna si è messa in viaggio, portata a spalle dalla sorella più giovane.
Quindi bisogna cambiar piano. Ci separiamo, e io ritorno all’ospedale, sperando di incontrare e di caricare le due, strada facendo. I due uomini ci sono rimasti male, e ad ogni gruppo di gente che incontriamo, chiedono se hanno visto due donne così e così.
Nulla.
Pochi minuti dopo il nostro arrivo, mi avvertono che le donne sono al cancello. L’ultimo tratto, l’ammalata l’ha percorso camminando, e ora si butta adagio adagio per terra, muta, per prendere fiato. Mi chino: è fredda, asciutta, col polso che si sente appena e gli occhi infossati.
Fanno una certa impressione i colerosi, a vederli in faccia, con l’aspetto così sofferente. Sono dominati dallo sforzo di stare attaccati alla vita e quasi non si accorgono di te, e rispondono assenti, senza guardarti.
Eppure, anche questa donna, prima di sera stava già bene.
Tra i tanti casi, tutti di povera gente, ce ne fu uno di una famiglia benestante, di Moroto. Si trattava di un bambino di quattro o cinque mesi, accompagnato dalla mamma: una signora ben vestita, pulita e profumata, moglie di un impiegato di polizia.
Arrivano di mattina al dispensario. La suora mi chiama a vedere il piccolo ammalato: diarrea, vomito, disidratazione, lieve dispnea. Consiglio di ricoverarlo. Lo mettono in una stanza privata.
Non si riesce a trovargli nessuna vena, e così decidiamo di dargli il liquido per via intraperitoneale. Dopo aver ben disinfettato, foriamo con un grosso ago, un centimetro sotto l’ombelico. Diamo trecento centimetri cubi. Dopo alcune ore la disidratazione è un po’ diminuita.
Dato che il vomito e la diarrea continuano, bisogna fornirgli altri liquidi. Questa volta le vene sono più turgide e si riesce a infilarne una. Duecentocinquanta cc. di lattato di sodio, e altrettanti di soluzione fisiologica.
Verso sera sta un po’ meglio, ma ogni volta che la mamma tenta di dargli qualcosa da bere, vomita.
Alle nove dopo cena, una ragazza dell’ospedale viene a chiamarmi perché il bambino sta male.
Lo trovo in uno stato stuporoso, con gli occhi che guardano in alto e a destra, senza espressione; ad un certo momento fa un accenno di pianto e la bocca gli si storce da una parte. Gli tolgo la flebo, per evitare una possibile componente di edema cerebrale; tanto ormai, è ben reidratato.
Lo prendo fra le mani. È molto caldo. Gli occhi sono sempre deviati. Cosa può essere? Ha tutta l’aria di una lesione cerebrale di focolaio. Ma qual è la causa? Che io abbia insistito troppo con la flebo e gli abbia provocato un edema cerebrale? Però era così disidratato.... possibile che ci sia già una compressione?
Tasto la fontanella: è tesa... Ma dovrebbe esserci vomito e bradicardia. Sento il polso: batte in fretta, meno male... e poi il vomito compare solo dopo liquidi, non spontaneo. Che abbia una meningo-encefalite? Le gambe si lasciano flettere sul tronco, però la testa è un po’ rigida. I riflessi non riesco ad evocarli, ma gli arti non sono flaccidi.
Provo il riflesso di Moro: sostengo il bambino sotto il sedere, dorso e testa, e abbasso di colpo le mani di una trentina di centimetri. Sentendosi mancare, dovrebbe allargare braccia e gambe rapidamente e poi ritirarle adagio. Niente. È un brutto segno. Ma, forse, chi lo sa se a quattro o cinque mesi c’è ancora questo comportamento, o è solo nei neonati?
Ahimé, non intendersi troppo di pediatria! Tengo sempre tra le mani il bambino, semisollevato, e mentre ragiono così tra me, la madre e la suora mi guardano mute. E se fosse un attacco di malaria cerebrale? A volte dà dei sintomi encefalitici...
Mi accorgo che il bambino ora mi guarda: gli occhi non sono più deviati! Anche i riflessi pupillari sono presenti, e le pupille strette. Nel dubbio che sia un’encefalite decido una terapia antibiotica forte, col più largo spettro possibile, non potendo fare gli esami di laboratorio.
D’altra parte non c’è neanche un ago adatto per la puntura lombare. Penicillina cristallina 500.000 unitá ogni sei ore, strepto 1/8 di grammo, e tetraciclina per bocca (ma ha vomito...).
Sono gli unici antibiotici a disposizione. In più dò due terzi di centimetro cubo di Resochin, per la malaria.
Speriamo che tutto si risolva bene.
Ho ancora un giorno e mezzo da stare a Matany, poi l’ospedale resterà per circa una settimana senza dottore, prima che arrivi quello stabile...
La mattina dopo il bambino sta un po’ meglio: gli occhi hanno un’espressione più vivace. Dorme continuamente. Buon segno. Cerco di rincuorare la mamma, piangente, la quale ancora non crede che vada meglio.
La febbre c’è sempre, e così la diarrea, ma le feci cominciano a colorirsi. Rifiuta però il latte e lo vomita se la madre gliene dà un po’. Mi dice che le mammelle le fanno male, perché è già un giorno e mezzo che il bambino non succhia.
Verso sera la febbre cala e il piccolo non rimette l’acqua e beve. L’indomani parto. Prima di andarmene via vado a vedere. Il bambino, senza febbre, è in collo alla mamma, che sorride finalmente, mentre si appresta a dargli il suo latte.
"Thank you, doctor" - e mi saluta.

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