UN DIO CHIAMATO "PAPÀ"
(Gazzotti Ezio)


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Dal Dio di Israele al Padre di Gesù
Osiamo dire: Padre nostro

 

 

 

 

 

DAL DIO DI ISRAELE AL PADRE DI GESÙ

Andando a messa, ogni domenica, noi diciamo: credo in Dio. Non siamo gli unici al mondo ad esprimere una professione di fede.
Credono in Dio gli Ebrei, gli Islamici, i Testimoni di Geova... Ogni religione ed ogni setta, però, ha un suo modo di vedere Dio.
Lo si può capire dalla diversità dei riti, delle osservanze morali. Gli Islamici pregano curvi a terra, quasi identificati con la polvere del suolo; i cristiani pregano stando in piedi con le braccia allargate. La stessa parola "Dio" evoca immagini anche opposte tra gli stessi cristiani, secondo l’educazione familiare da loro ricevuta. Chi pensa ad un giudice inflessibile che scruta le coscienze e annota ogni nostro gesto. Alcuni lo sentono come persona vicina, affettuosa che dà coraggio. C’è chi lo invoca perché i suoi affari vadano bene. C’è chi, al contrario, gli chiede solo di poter spendere la vita per il prossimo.
In realtà Dio è uno solo. Gesù ce ne ha rivelato il volto autentico. Non ci ha lasciati nella incertezza e nel dubbio. Possiamo fare una riflessione seria su Dio solo a partire dalla esperienza del Cristo che si è fatto incontro a precise persone: gli apostoli e discepoli.
Non basta dire: Io credo in Dio. Occorre trovare una risposta precisa a queste domande:
• Qual è l’autentica immagine di Dio?
• Dio è "un qualcosa" o Qualcuno? È l’universo stesso? È l’interiorità dell’uomo? È l’assoluto, il tutto?
• Sta lontano o vicino a noi? Si occupa del mondo o lo ha lasciato in balia del caso?
Noi ci impegnamo in una ricerca appassionante che potrebbe avere questo titolo: Cerchiamo il tuo volto Signore! Non procediamo come dei vagabondi. Ci lasciamo prendere per mano dalla primitiva comunità apostolica che ci ha preceduti in questo travagliato e luminoso cammino. Essa ha messo per iscritto la sua esperienza nei vangeli, nelle lettere di Paolo, di Pietro, di Giovanni...
Ci vogliamo chiedere in particolare:
• Come e perché i discepoli sono giunti a comprendere che Dio è comunione di 3 persone?
• Qual è stata per loro l’esperienza rivelatrice? La contemplazione della natura? La riflessione sull’uomo? Il ragionamento filosofico?
Diamo la risposta mediante un racconto.

Dal Dio di Israele al Padre di Gesù

Siamo negli anni tra il 26 ed il 30 d.C. in Palestina e, più precisamente, in Galilea. Gesù di Nazareth si presenta come un maestro itinerante. Dice: Il tempo è compiuto; il regno di Dio è qua. Convertitevi e credete al Vangelo (Mc 1,14).
Fa riferimento al Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Non annuncia - in questo - nulla di nuovo. Afferma solo che il Dio dei padri sta stringendo i tempi. Da sempre egli regna cioè interviene nella storia, nei fatti umani. Ora intende portare a compimento l’esodo, la liberazione del popolo.
Gesù esprime l’agire di Dio in gesti di benevolenza: liberazione degli ossessi, integrazione dei lebbrosi nella comunità cultuale, guarigione dei malati, perdono gratuito ai peccatori.
Quale idea di Dio possedeva già il popolo di Israele? Quella che era nata per le intuizioni degli "uomini ispirati" (patriarchi, re, profeti, saggi). Vi era la coscienza di un solo Dio vivente, personale, trascendente ma vicino, tenero, provvidente, liberatore. Per rispetto non lo chiamavano mai con il suo nome YAHVE. Usavano altre espressioni: "Il Santo", "Il Signore", "Il vivente", "Colui è benedetto", "il cielo"...
Le varie scuole, i vari movimenti divergevano proprio sul modo di intendere il regno di Dio. Secondo gli Esseni, Dio si sarebbe manifestato negli "ultimi tempi" come il giustiziere, il santo che annienta i "figli delle tenebre". Secondo i Farisei il regno di Dio era dentro le persone, si attuava ogni volta che il pio Israelita adempiva la legge. Secondo gli Zeloti (il "partito armato" del tempo di Gesù) l’intervento di Dio si sarebbe realizzato mediante un uomo da lui inviato che si sarebbe imposto militarmente e politicamente come re a Gerusalemme.
Anche i dodici ed i discepoli di Gesù condividono queste concezioni. Si rifanno anche loro ai vari movimenti, alle varie scuole esistenti. Nei loro discorsi si può cogliere l’abbinamento tra la venuta del regno di Dio e la spartizione dei ruoli e dei poteri (cf Mc 10,35-45; Lc 22,24). Tutti aspettano una manifestazione clamorosa e irresistibile di Yahvè.
Sono fisicamente vicini a Gesù e spiritualmente assai distanti. Per loro il Messia, il plenipotenziario di Dio deve ribaltare la situazione: far finire la sottomissione di Israele, eliminare l’ingiustizia, far cessare le malattie ed il dolore. Il regno di Dio è tutto per Gesù di Nazareth: è il suo cibo, il suo progetto di vita, la sua meta. Egli si rivolge a Yahvè usando un termine inconsueto, preso dal contesto familiare: lo chiama abbà cioè papà. Ai suoi occhi ogni realtà parla di Dio e del suo regno: il seme che lentamente cresce, i gigli del campo che si vestono di splendidi colori, la donna che soffre per le doglie del parto e poi non si ricorda nulla dopo la nascita del bambino...

La croce: lo spalancarsi del cuore di Dio

Contrariamente ad ogni aspettativa dei discepoli, Gesù incontra l’opposizione da parte dei "capi religiosi", viene sottoposto a processo; è condannato alla croce il 7 aprile dell’anno 30 d.C. I suoi seguaci restano sconcertati. Le interpretazioni di questa morte possono essere due:
a - Dio ha sconfessato Gesù; ha dichiarato falso tutto ciò che egli diceva e faceva a proposito del Regno. Per lui si adempie la parola della Scrittura: Colui che pende dal legno è maledetto da Dio (Dt 21,23). Questa è, naturalmente, la lettura degli Scribi, dei sacerdoti che lo hanno ritenuto ingannatore del popolo e posseduto dal demonio.
b - Gesù è nella linea dei profeti e dei martiri. Come loro ha annunciato la volontà di Dio. Per la parola che ha detto è stato ucciso.
Il gruppo degli apostoli e dei discepoli rischia di frantumarsi. La croce è proprio la fine di ogni loro attesa e speranza (Lc 24,21). Hanno l’impressione di aver imboccata una strada senza uscita: avanti non si va; indietro non si torna.
Per questo cominciano ad interrogare le Scritture. Proprio nel momento in cui fisicamente avvertono l’assenza di Gesù sperimentano una presenza nuova, misteriosa e potente. Si tratta dello Spirito santo. Gesù ne aveva parlato loro e aveva promesso di darlo in dono. Sentono che egli è dolce come il vento e forte come il fuoco. E un maestro interiore che spiega le parole di Gesù. È un consolatore. Li aiuta lentamente a capire la croce.
Questo fatto traumatico non è la fine di tutto: è lo spalancarsi del cuore di Dio.
Chi lo legge alla luce dell’Antico Testamento e sotto l’azione dello Spirito ha la grande rivelazione: Dio non è il guerriero, il giudice implacabile, il tutore della legge; è amore incondizionato (1Gv 4). La croce è la parola più bella, più chiara che si poteva dire sul mistero e sul volto di Yahvè. L’ha pronunciata Gesù che "conosce" il Padre. Così ha fatto capire tutto di Dio. Ne ha data la testimonianza più trasparente con il gratuito dono della sua vita. Così ha portato ad ogni uomo la notizia più attesa: Dio è padre universale; ama senza chiedere nulla. Perché gli uomini abbiano la vita non risparmia neanche suo figlio (Rm 8,32).
La croce è anche rivelazione dell’identità di Gesù. Egli non è un semplice maestro, un guaritore, un profeta. È il Cristo, il plenipotenziario di Dio. È colui che sta da sempre accanto al Padre. È la sua parola fatta carne.
È il suo volto umano. Gesù è l’autorivelazione di Dio, la sua presenza attiva nel mondo. I discepoli capiscono che Yahvè ha portato a compimento tutte le meraviglie operate nell’Antico Testamento. Ha fatto risorgere Gesù. Gli ha dato un tipo di esistenza totalmente nuova. Lo ha riconsegnato a noi trasfigurato ad opera dello Spirito. Ora Cristo risuscitato può farsi incontro a tutti, aprire ad ogni uomo il suo cuore, ridare speranza ad ogni creatura (cf Mc 16; Mt 28; Lc 24; Gv 20-21).

Il volto autentico di Dio

La croce, capita alla luce degli incontri con il Risorto, fa cambiare agli apostoli ed ai discepoli l’idea di Dio che precedentemente avevano.
Nella morte-risurrezione di Cristo Yahvè appare come Padre di Gesù. È una persona viva da chiamare per nome, di cui il Cristo si è fidato sino ad affrontare anche la morte. È colui che ha messo il suo sigillo su ogni scelta, ogni parola di Gesù, facendolo risorgere. Non è la proiezione dei desideri dell’uomo o il frutto dei loro scompensi. Non è neanche un "ente supremo", glaciale, assente dalla storia. È il papà di Gesù che ha talmente amato il mondo da dare suo figlio (Gv 3,16). Egli agisce da sempre per mezzo del Cristo ed in forza dello Spirito. Lo si conosce a partire dalle Scritture, in particolare dagli scritti del Nuovo Testamento. Questi libri infatti raccontano le esperienze dei dodici e dei discepoli che hanno toccato il Verbo della vita e vedendo lui hanno capito chi era Dio (Gv 14).
Questo percorso ideale vale anche per noi oggi.
Credere in Dio significa concretamente:
a - fidarsi della parola di Pietro e dei discepoli che ci annunciano: Dio è colui che ha fatto risorgere Gesù e lo ha manifestato come suo Cristo donandogli lo Spirito. Questa "lieta notizia" è contenuta negli scritti del Nuovo Testamento che sono da approfondire ogni giorno.
b - vivere sacramentalmente la morte e risurrezione di Cristo. Questo avviene soprattutto con l’immersione ed emersione nell’acqua nel Battesimo e nello spezzare il pane con l’Eucaristia. Così si entra vitalmente (anima e corpo) nell’avvenimento in cui Dio si è pienamente rivelato e donato al mondo.
c - impegnarsi in una gratuita donazione per gli uomini. Chi ama conosce Dio perché Dio è amore (1Gv 4,7-8).
Se noi partiamo dalle parole, dai gesti, dalla croce di Gesù, troviamo il volto autentico di Dio. Ecco le sue note caratteristiche:
• È il signore della storia, il creatore di ogni vita che, per mezzo di Gesù e spinto dallo Spirito, si inginocchia di fronte all’uomo (cf. il gesto della lavanda dei piedi raccontato da Gv 13). Sua suprema gioia è servire, dare la vita agli uomini mediante suo Figlio.
• È colui che sta sempre dalla parte della vita. Ce lo rivelano le guarigioni operate da Gesù. Il suo regno sarà pienamente realizzato quando non ci sarà più il pianto del malato, il grido dell’innocente ucciso, il lutto nelle case degli uomini. Cristo è rivelatore di Dio per il fatto che è venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10). Egli libera dalla condanna a morte l’adultera (Gv 8,1-11), tocca il cuore a Zaccheo (Lc 19,110), accoglie nel suo regno l’assassino (Lc 23,43).
• È colui che dirige la storia e, nello stesso tempo, rispetta la libertà degli uomini. Chi accetta di lasciarsi condurre da lui è responsabilizzato al massimo. Il Dio di Gesù è un padre, non un padrone. Chi crede in lui non è esonerato dal dolore, dalla sconfitta, dal rischio. Da una parte Dio garantisce che ogni vita abbia un senso, una fecondità; dall’altra parte nulla è garantito a proposito del successo o dell’insuccesso, della salute o della malattia. Ciò che Dio dona sicuramente ogni giorno ai suoi figli è lo Spirito santo in modo che ognuno di noi possa affrontare la situazione.
Secondo la rivelazione cristiana in Dio c’è unità nella comunione. Unico è il progetto (quello del Padre), unico è lo stile, unica la finalità nella storia di salvezza. Tutto viene attuato per mezzo di Cristo e sotto l’ispirazione dello Spirito. Possiamo dire - per usare il nostro linguaggio umano - che Dio è una famiglia, una comunità di tre persone, il Padre, il Figlio, lo Spirito.

 

 

 

OSIAMO DIRE: PADRE NOSTRO

Il Signore ci ha donato il suo Spirito...

Abbiamo visto che la croce di Gesù, compresa alla luce della Resurrezione e dello Spirito Santo, è per i discepoli un avvenimento rivelatore. Mette in fuga le immagini inadeguate di Dio.
Nel dono totale che Gesù fa di sé al mondo si manifesta il volto autentico del Signore: Dio è amore sconfinato, gratuito, immeritato (1Gv 4). Non esiste un Dio terribile, un giustiziere implacabile. Gesù, morendo e risorgendo, dice la sua parola più alta e più chiara su Colui che gli è Padre.
I discepoli sentono presto la esigenza di vivere anche loro la croce e la resurrezione di Gesù. Lo fanno mediante il rito del battesimo. Come Gesù vengono calati nella tomba e muoiono; come Gesù risorgono e vivono una vita nuova dello Spirito Santo (Rm 6,3-7).
Qui fanno una ulteriore esperienza straordinaria. Sentono che lo Spirito a loro donato dal Cristo risorto nel battesimo si rivolge a Dio con la stessa parola familiare che Gesù pronunciava: - Abbà, papà! - (Gal 4,6; Rm 8,15). Perché succede questo? Perché con la fede ed il battesimo sono diventati una persona sola con il Cristo della Croce e della Resurrezione (Gal 3,26-28). Non sono più loro a vivere: è Cristo che vive in loro (Gal 2,20).
Si è compiuto il sogno di Dio, quello di avvicinarsi all’uomo e di renderlo partecipe della sua stessa vita.
I discepoli vivono "nel Signore": hanno il suo stesso principio di esistenza che è lo Spirito Santo. La storia di Gesù prosegue in loro.
È abolita ogni distanza tra cielo e terra, tra creatore e creatura, tra Dio e l’umanità.
Come Gesù, i credenti chiamano Dio "papà".

Padre nostro che sei nei cieli

Il Signore Altissimo, il creatore, il padrone assoluto della storia si è manifestato in Gesù come padre universale. La croce è stata la testimonianza più limpida della sua paternità e maternità. Dio ha superato ogni sua precedente meraviglia: è avvenuta con la Pasqua di Cristo la creazione vera, quella di Gesù uomo nuovo. C’è stato l’esodo, la liberazione definitiva dal peccato, dalla morte.
Di fronte a questo capolavoro, noi diciamo: Padre nostro.
Vediamo che con la morte e resurrezione di Gesù, si è pienamente rivelato il Dio che ama tutti senza pregiudizi, senza limiti.
Il Signore non sa chi siano gli "stranieri". Egli è quel Padre che manda il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,46).
Dicendo Padre nostro noi affermiamo la pari e massima dignità per ogni creatura umana. Non ci sono "vite inutili", "esistenze perdute".
Uomini e donne, ricchi e poveri, bianchi e neri, tutti stanno nel cuore grande di Dio come "figli".
La loro "importanza" non dipende dal fatto che sono sani o vivono a lungo, o diventano famosi. Sono grandi perché per ognuno di loro Dio ha donato liberamente suo figlio Gesù. L’umanità è quindi una famiglia. Ad essa il creatore ha donato la terra. Nessuno può possederla in maniera esclusiva. Ogni uomo deve poterne ricavare il cibo e la vita. Tutti gli uomini hanno una comune origine (nascono dal Padre) ed una comune destinazione (la casa del Padre). Gesù è il primogenito tra tanti fratelli (1Cor 15,20.23; Rm 8).
Il Padre di Gesù è nei cieli. Con questa espressione non si intende fornire il suo indirizzo; si vuole invece precisare la sua fisionomia: non è terrestre cioè mortale e fragile come noi. È eterno e solido come una roccia. Non manca mai alla parola data. Ama oltre ogni limite, oltre ogni aspettativa. È fedele sempre. Non nasce e non muore. È presente ad ogni uomo in ogni epoca della storia.

Sia santificato il tuo nome

Il Dio di Gesù ha un nome. Si chiama Jahvè (Es 3,15). È una persona precisa che si può invocare e sentire presente. Non è una forza della natura, un "pezzo" dell’universo. Parla, chiama, vede, sente, ama, si fa incontro agli uomini.
Con questa invocazione noi, guidati dallo Spirito, ci mettiamo nell’atteggiamento di Gesù: sua ragione di vita, sua gioia profonda è stata quella di dipendere da Dio, quella di rivelare il volto autentico del Padre. Chiediamo che Dio sia riconosciuto come Dio. Questo avviene quando la nostra vita è tutta un riflesso del suo splendore, come è avvenuto nella esistenza terrena del Cristo. Vedendo le nostre opere buone tutti gli uomini possono rendere gloria al Padre che sta nei cieli (Mt 5,16).
La nostra prima richiesta è quella che venga santificato il Suo nome. Già qui si nota la rivoluzione della preghiera vera, quella dei figli.
Noi non facciamo come i pagani che, pregando, tentano di piegare la divinità al loro volere. Noi guidati dallo Spirito di Gesù, chiediamo di essere riflesso autentico del Suo volto, di aderire totalmente al volere del Padre. Già con questa prima richiesta, noi affermiamo che la nostra felicità più profonda è dar gloria a Dio. Siamo anche sicuri che, facendo la volontà del Padre, si realizzerà in realtà ciò che è più utile per noi. Chiediamo che il nome di Dio sia oggetto di lode e di benedizione. Domandiamo che la sua Persona appaia qual è agli occhi di ogni creatura, trascendente, grande nell’amore, fonte di bene e di gioia.

Venga il tuo regno

Nella sua esistenza terrena Gesù ha parlato di Dio come di un re. Ha mostrato visibilmente e concretamente che cosa succede quando Dio esprime la Sua signoria: i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono mondati... (Mt 11,5), ogni uomo (malato o sano, giusto o peccatore) è integrato nella comunità; ha un nome, una dignità, un riconoscimento. Tramonta il regno di Satana con le sue ombre e le sue paure. I pregiudizi sono vinti, la malattia è sconfitta. Anche la morte non ha più potere sulla creatura umana.
Il regno di Dio si è manifestato, al massimo livello di splendore, in Gesù risuscitato. In Lui è apparso l’uomo vero totalmente dedito al Padre ed agli uomini, vivente in eterno della esistenza dello Spirito Santo.
Noi chiediamo che Dio affretti il Suo "giorno" e renda noi efficaci collaboratori nel suo regno. Domandiamo di potere anche noi, attraverso la professione che esercitiamo, dare un contributo alla eliminazione dei pregiudizi, della sofferenza, della dipendenza, del peccato. Quando noi accettiamo che Dio regni in noi, diventiamo più adulti, più responsabili verso la vita degli altri. Lo Spirito ci conduce lungo la linea di Gesù: egli si è talmente occupato della causa del Padre da non occuparsi più neanche della Sua sopravvivenza.

Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra

Nella croce di Gesù è apparsa chiara la volontà di Dio: egli desidera che Cristo si occupi di ogni singola esistenza umana in modo tale che nessuno "perisca" e ogni creatura abbia la vita eterna (Gv 6,39).
Dio, quindi, non è neutrale o indifferente rispetto al destino dell’uomo. Esiste una sola predestinazione: quella di diventare figli nel Figlio (Ef 1,5).
Per questa meta Dio ha predisposto ogni fase, ogni momento: la creazione, la storia di Israele, la vicenda di Gesù, il tempo della chiesa, il paradiso.
Nessuno è predestinato alla morte, al fallimento, all’inferno.
Credenti e non credenti restano interlocutori liberi e responsabili di fronte a Dio. Noi chiediamo di aderire alla Sua volontà. Domandiamo di ricevere lo Spirito Santo in modo che il progetto di Dio diventi nostro cibo (Gv 4,34)
Spesso anche noi - come è successo a Gesù - noteremo che il nostro desiderio va nel senso diametralmente opposto a ciò che Dio ci chiede. Il Cristo ha vissuto questa esperienza soprattutto nell’Orto degli Ulivi.
Pregando con insistenza è riuscito a dire alla fine: "Però sia fatta la tua e non la mia volontà" (Mc 14,36).
Il volere di Dio è sempre da ricercare. Il Signore ce lo manifesta lentamente, gradualmente, progressivamente, attraverso gli avvenimenti. Ci palesa il suo progetto mediante una comunità umana e visibile che è la chiesa.
Ci fa scoprire la nostra vocazione, cioè il nostro posto nel mondo.
Dio tende lentamente a catturare tutta la nostra vita. Chi prega sente il respiro e la compagnia di Dio. Chi non prega non comprende nulla di sé, della vita, del mondo, della storia. Esistono delle creature che già hanno uniformato totalmente il loro volere a quello del Padre: sono gli Angeli ed i nostri fratelli morti e risorti in Cristo. Noi li sentiamo vicini e solidali. Chiediamo di mettere i nostri passi sui loro passi. La volontà di Dio, a proposito degli Angeli, appare chiara nella Bibbia: Essi sono i messaggeri, recano le notizie del Signore alle creature. Sono al servizio del Cristo e, ora, della chiesa. Fanno sentire agli uomini la provvidenza, la vicinanza, la salvezza di Dio.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Con questa invocazione lo scenario cambia. Ci siamo anzitutto rivolti al Padre; abbiamo chiesto di scoprire il Suo volto, la Sua volontà, il Suo progetto. Ora il nostro sguardo scende sulla terra. Esprimiamo ciò che è più essenziale per la nostra vicenda terrestre: ci serve il pane, il perdono, la lucidità contro le tentazioni. Dio provvede anche a questo. È felice se noi glielo chiediamo.
Dopo che ci siamo messi nell’orizzonte del Suo progetto possiamo capire ciò che è essenziale ora, e qui Dio è custode e garante della nostra quotidianità.
Chiediamo anzitutto il pane, cioè il cibo. Non vogliamo né la abbondanza né la miseria. Questi due estremi sono contro il progetto del Padre; chiediamo di vivere: Dio ci ha fatti per questo. Il cibo che il Padre ci offre è molteplice: il Pane della Parola, il Pane dell’Eucaristia, le risorse della terra.
Noi domandiamo di potere e sapere lavorare. Così siamo nutrimento per noi e per i nostri cari. Chiediamo il pane per oggi: Dio non desidera che accumuliamo, che ci lasciamo esasperare dal "domani". Gesù ci ha mostrato che i gigli del campo non lavorano e non filano, eppure Dio li veste più sontuosamente di Salomone. Egli ci ha anche offerto la giusta gerarchia dei valori: i vestiti valgono meno del cibo; la vita vale più del nutrimento; Dio è al di sopra di tutte queste realtà e ci invita a goderne (Mt 6,25-34).
Chiediamo un pane che sia nostro. Ritorna qui la affermazione dell’umanità come famiglia. Ogni creatura ha bisogno del cibo. I bambini, i vecchi, i malati non possono procurarselo. Gli altri diventano per loro provvidenza. Così deve essere anche nella relazione tra regioni, stati, continenti.
Ognuno deve aiutare l’altro ad aiutarsi da sé, come avviene in una famiglia. Non si devono creare dipendenze. Ognuno riceve e dà. Tutti siamo debitori al Padre. La terra è comune spazio di crescita e sviluppo. La tecnica e la scienza devono aiutare questa ricerca del pane nostro.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Ogni uomo è debitore insolvente presso Dio.
Dal Padre riceviamo la vita, la fede, tutto. Ciò che noi dobbiamo a Dio è infinito. Ciò che gli altri ci devono (Mt 18,23-35) corrisponde a pochi spiccioli; ogni uomo è peccatore. Chi si ritiene "giusto" è un bugiardo.
Dio, nella croce di Gesù, ha risposto con il perdono. Ha riconciliato a sé il mondo. Ha rimesso ogni colpa, ha redento ogni uomo (2Cor 5,19). Ha risposto con il bene al male. Ha mandato suo figlio a morire per noi che siamo "empi" (Rm 5,6). Dio è sempre pronto a "rivolgersi" a noi. Sua gioia e sua festa è far tornare in vita il figlio che lo ha tradito (Lc 15,11-32). Noi invece con molta difficoltà perdoniamo. Ci resta impresso a lungo ciò che l’altro ci deve. In realtà siamo ciechi. Spesso siamo noi ad offendere. Spesso sono gli amici ed i parenti che ci devono sopportare. Non possiamo "andare da Dio" se non siamo disponibili ad "andare verso gli altri". Nel Padre nostro chiediamo a Dio di saper perdonare. Il Padre vuole insegnare a tutti i figli questa arte. Non possiamo credere di amare il Dio invisibile se non amiamo il fratello che è visibile (1Gv 4,20). Dopo la croce e resurrezione di Gesù, la fede in Dio e la stima dell’uomo vanno di pari passo.

E non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male

La esistenza dei figli di Dio rinati per il battesimo è una lotta continua. Ce lo ha mostrato il "primogenito" Gesù (Mt 4,1-11).
Lo Spirito stesso ci conduce a misurarci con il maligno. Dio non tiene al riparo i suoi figli. Dà loro lo Spirito Santo con cui Gesù è uscito vittorioso da ogni scontro.
Satana esiste. La Bibbia ci descrive la sua fisionomia. È una creatura e non un Dio. È un angelo ribelle e non un uomo. Continuamente lotta contro il progetto del Padre che è Cristo crocefisso e risorto.
Con la croce e resurrezione di Gesù egli è rimasto come fulminato (Lc 10,18). Ora è un essere che si agita molto ma è sostanzialmente impotente.
Esercita una forte suggestione su di noi: però non può nulla se noi non lo lasciamo entrare. Siamo stati immunizzati contro di lui con la unzione del battesimo.
Egli è bugiardo fin dall’inizio (Gv 8,44). Si tramuta in angelo della luce, ci fa apparire bello e giusto ciò che è malvagio. Se noi ascoltiamo lo Spirito Santo, vigiliamo e preghiamo molto, riusciremo sempre a scoprire il suo gioco.
Nel Padre nostro, noi non chiediamo di essere esonerati dalla tentazione. Essa fa parte della nostra esistenza dalla nascita alla morte.
Chiediamo di non cadere nella trappola di Satana. Domandiamo lo Spirito dei figli che sempre Dio vuole donarci (Lc 11,13). Ci impegniamo a non esporci alle occasioni di peccato. Infatti noi siamo molto fragili e molto infantili.

Amen

La nostra preghiera si conclude con un termine ebraico. Esso rappresenta un augurio ed un ad una proposta di alleanza (Es 24,7). Il Padre nostro è la preghiera che Gesù ci ha insegnato. Non solo ce ne ha suggerite le parole (Mt 6,9-13; Lc 11,2-4), ma vi ha inseriti tutti gli atteggiamenti.
Con la Croce ha svelato il volto di Dio, ha santificato il Suo nome, ha inaugurato la parte finale del Suo Regno, ha adempiuto la Sua volontà...
Questa preghiera, nei primi secoli della chiesa, era consegnata agli apprendisti cristiani come sintesi del vangelo.
In questo testo c’è l’autentico volto di Dio. Egli, in Gesù crocefisso e risorto, si è mostrato come padre e Signore, pane di vita, perdono, liberazione dal male.
C’è anche l’autentico volto dell’uomo: chiamato ad essere figlio, totalmente dipendente, collaboratore nel Regno, mortale, bisognoso di pane e di perdono, esposto alla tentazione.
Per tutti questi aspetti il Padre nostro fa parte essenziale della messa, il banchetto dei figli di Dio.

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