TERRA SANTA
(Marchesini Aldo)


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Capitolo 1

La prima volta che vidi il monte Nebo fu con gli occhi della fantasia. Ciò avvenne alcuni anni fa, quando suor Donata mi inviò a sorpresa qui in Mozambico una cartolina dalla Terra Santa. Precedentemente mi aveva scritto dall’Inghilterra, dove si trovava da quasi un anno. Di qui la mia sorpresa. Cui si aggiungeva la gioia di ricevere posta da una persona fra le più care, a me legata da un’amicizia sorta in gioventù, durante la prima esperienza di vita missionaria per entrambi, in quel meraviglioso paese che è l’Uganda.

Inoltre quella cartolina accese la mia curiosità, poiché vi era fotografato uno strano monumento in ferro battuto, che assomigliava vagamente ad un serpente su un bastone di pastore, oppure ad una croce, o a un fiore stilizzato, o a una sciarpa di seta che ondeggiasse sulla testa di un beduino al vento infuocato del deserto. Un’altra ambiguità era quale fosse la reale dimensione di quell’opera d’arte in cima al monte. Non c’era alcun altro oggetto accanto, che facesse da termine di confronto. Per di più, il monumento era fotografato leggermente dall’alto e si stagliava contro lo sfondo desolato e brullo delle colline del deserto di Giuda, che circondavano una macchia azzurra, certamente le ultime propaggini del Mar Morto. Un po’ più a destra c’era una zona verde scuro, che immaginai fosse il palmeto di Gerico.

Rimasi a guardare quella cartolina costruendomi nella fantasia il resto del monte. Me lo raffiguravo alto e deserto, con uno spiazzo in cima, cui si giungeva dopo una salita gagliarda, tutta tornanti. Mi pareva di essere lì, con le orecchie piene di silenzio, in mezzo al deserto, cercando di lasciarmi penetrare dai sentimenti che doveva aver provato Mosè nel vedere per la prima volta la terra promessa. Volevo sentire sulle spalle il peso delle prove che Mosè aveva dovuto attraversare: la sfida con il faraone, la notte dei primogeniti, la fuga, il passaggio del Mar Rosso, l’incontro con Yahweh sul Sinai, le infinite peripezie, gioie, dispiaceri, disillusioni, speranze, ansie, pericoli, battaglie, fame, sete, vita e morte. Mi chiedevo se, ora che la terra promessa era davanti ai suoi occhi, prevalesse la gioia nel constatare che la promessa di Dio alla sua gente era divenuta realtà o la delusione di essere còlto dalla morte, proprio quando stava per concludere vittoriosamente la sua grande epopea di liberatore di un popolo.

Il fascino del monte Nebo era il fascino di Mosè. Da queste meditazioni mi distolse la poesia che in quel luogo era sgorgata dal cuore di suor Donata e che mi veniva gentilmente inviata. Magia della poesia! Quante cose sa dire, non dicendo, con quelle poche parole di cui è fatta... Ora non ricordo le singole parole, ma la poesia m’accompagna ancor oggi. La poesia è spirito e lo spirito non muore!

La seconda volta che vidi il monte Nebo fu non più con la fantasia, ma con i miei occhi.

Eccomi, sono qui sul ciglio del dirupo che scende verso le ultime propaggini del Mar Morto. C’è uno spiazzo selciato ora, con una balaustra di pietra, davanti ai resti di una chiesetta dei primi secoli. Ecco pure il celebre monumento di ferro battuto, evocatore di tante possibili immagini: è molto alto, per lo meno quattro metri. Lo osservo con ammirazione: mi appare come una poesia senza parole, scritta nel ferro, volutamente ambigua, per non rinunciare a nessuna delle sue discrete allusioni. Mi lascio attraversare dallo "spirito del luogo". Cerco di nutrire la verità nascosta in questo posto. Secondo la tradizione, Mosè sostò qui, prima di morire. Ora ci sono io. La stessa terra, gli stessi sassi, la macchia azzurra del Mar Morto a sinistra, la stessa foschia che rende indistinto il paesaggio, la stessa giallastra assolata solitudine del deserto di Giuda al di là del mare. Più a destra un’ampia zona di verde scuro: le palme e i frutteti di Gerico, la città più antica del mondo, di cui ci sono arrivati i resti. Da più di diecimila anni lì vivono uomini organizzati. Una specie di serpente azzurrino si perde nella foschia, verso il nord: è il Giordano, il fiume di Giosuè, il fiume del Battista, il fiume di Gesù.

Mosè vide tutto questo. Io vedo tutto questo!

Cosa ci separa? Solo il tempo. Prendo in mano la Bibbia per rileggere le parole con le quali il testo sacro racconta la sua morte. Il Signore disse a Mosè: "Sali su questo monte degli Abarìm e contempla il paese che io do agli Israeliti" (Nm 27,12). Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e di Manasse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore gli disse: "Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!". Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove fosse la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno (Dt 34,1-7).

Mi colpisce un fatto: la morte di Mosè è raccontata come un atto di obbedienza. Mosè morì qui dove sono io adesso, salì su questo monte dove io sono salito, guardò queste regioni ad una ad una come io le guardo. Mi sforzo di contemplarle con lo stesso sentimento di Mosè.

Nella foschia della valle cerco con gli occhi il posto dove si trova ancor oggi il suo corpo. Le sue ossa sono qui da qualche parte. Mi rendo però conto che il ritrovarle sarebbe forse un fatto negativo. L’attenzione si concentrerebbe sul suo sepolcro, sui suoi resti, sulla sua morte, mentre così, senza che si sappia dov’è il suo corpo, ciò che s’incontra qui ancora adesso è il suo spirito. Non Mosè morto, ma Mosè vivo!

Da quando aveva incontrato Dio nel roveto ardente, nella terra di Madian, quarant’anni prima, Mosè aveva speso tutta la vita, tutte le sue energie, tutta la sua obbedienza in vista di questo momento: poter vedere ciò che Dio gli aveva promesso, poter rendersi conto che l’impresa di strappare il popolo al faraone, di attraversare il Mar Rosso, di dare a Israele la legge, di farlo sopravvivere per quarant’anni nel deserto era sta compiuta da Yahweh, che si era servito proprio di lui protestatosi incapace. Consolazione, commozione, gratitudine dovevano riempire il suo cuore. No, non s’era sbagliato a giocare tutta la sua vita sulle parole che Yahweh gli era andato dicendo per quarant’anni. Non s’era sbagliato ad obbedirgli in tutto. Ora che Dio gli chiedeva di morire lì, prima di entrare nella terra promessa, dopo aver avuto la prova che la parola era stata mantenuta, come si sarebbe potuto rammaricare di obbedire per l’ultima volta e morire? La sua morte sul monte Nebo avrebbe gridato per il resto dei secoli che non lui, Mosè, ma Dio in persona aveva liberato il suo popolo e aveva saputo guidarlo per tanti anni. Ora Mosè lasciava la gloria di fare entrare Israele in quella terra solo a lui, a Yahweh.

Per questo non si doveva avere memoria della sua tomba, perché ogni uomo che ripetesse l’ultimo sguardo di Mosè potesse essere ricolmato del suo spirito, della sua gratitudine, della sua commozione, della sua umiltà, della sua obbedienza.

0 Profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? 0 chi mai è stato suo consigliere? 0 chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccanibio? Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia gloria nei secoli. Amen (Rm 11, 33-36).

Rimaniamo due o tre ore sul posto e celebriamo anche la messa nella chiesa, che gli scavi e i lavori di restauro hanno restituito all’ammirazione dei turisti e al culto. La chiesa è aperta, ma non c’è nessuno, nemmeno nei dintorni. Dei cartelli indicano dove sono i paramenti, il messale, le ostie e il vino. Prepariamo tutto e celebriamo. Il messale riporta la messa della festa di Mosè. Non ricordo di aver mai celebrato prima d’ora questa festa. Con una certa soddisfazione scopro che la prima lettura è quella che poco prima avevo cercato nella Bibbia. Lo spirito di Mosè è più che mai presente!

Ripartiamo percorrendo a ritroso l’altopiano che termina a strapiombo sulla valle del Mar Morto. Il monte Nebo può essere considerato monte solo da chi lo guarda dal Mar Morto. Per chi come noi viene da Amman è soltanto un sito ondulato e brullo, che si estende per molti chilometri.

È per me l’unico aspetto deludente della visita, poiché m’ero costruito nella fantasia un monte alto, isolato e scosceso. Ma la Bibbia riferisce che Mosè vi salì partendo dalle steppe di Moab, cioè dalla piana circostante il Mar Morto. Per lui fu quindi un monte vero, che dovette salire con fatica lungo l’erto pendio. Come era avvenuto quarant’anni prima sul Sinai, anche in cima al Nebo incontrò Yahweh, ebbe una rivelazione e ricevette un mandato. Come allora Mosè, il più umile di tutti gli uomini, l’amico di Dio, obbedì.

 

Capitolo 2

È nell’ora più calda del giorno che attraversiamo la desolata regione dei monti a sud del Mar Morto, in direzione di Macheronte, la fortezza dove Giovanni Battista fu imprigionato e morì. La strada, stretta e tortuosa, è deserta; gira e rigira a mezzacosta, sale su un dosso e ridiscende, in mezzo ad un paesaggio aridissimo, senza un albero. Qualche pendio, più scosceso degli altri, nasconde grotte e anfratti, di cui s’intravedono appena le anguste aperture. Tuttavia, anche in questa solitudine, nascono qua e là minuscoli cespugli d’erba. Si apre di lato una piccola valle un po’ più ricca di verde. Sulla costa, a metà, si vedono due tende nere, lunghe e strette, di pastori nomadi, con pecore e capre che brucano nei dintorni.

Penso alla tenda di Abramo. Non doveva essere molto differente. Non credo che i tre millenni trascorsi da allora abbiano migliorato di molto la qualità della vita dei nomadi in Palestina, Quando Abramo attraversò queste regioni, già era stato scoperto tutto quello che c’era da scoprire per vivere sotto le tende come pastori erranti.

Ma non sono i tempi di Abramo né la sua storia che stiamo rivisitando, bensì la vicenda cruda e dolorosa di Giovanni Battista.

La sua coscienza di profeta lo aveva costretto a biasimare aspramente Erode e questi l’aveva fatto catturare. In che punto della Palestina successe? Non si sa.

Giovanni deve aver percorso questa regione montagnosa, battuta dal sole implacabile, avvolta in un silenzio che doveva far sembrare interminabili le ore del giorno e della notte, in modo ben più faticoso e scomodo di quello in cui la percorro io oggi. Deve aver camminato a piedi, con le mani impedite dalle catene. Ma per lui, abituato ai digiuni, al caldo torrido del giorno nel deserto e alle sue notti gelide, non fu forse un trasferimento penoso. Perfino la perdita della libertà credo che non lo turbasse più di tanto. La parola di Dio, che gli era stata rivolta nel deserto, nell’anno quindicesimo di Tiberio, quando Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, Filippo suo fratello tetrarca dell’Iturea e della Traconitide e Lisania tetrarca dell’Abilene, s’era ormai compiuta. Aveva potuto vedere davanti a sé l’agnello, l’aveva battezzato e, all’uscire di Gesù dal Giordano, aveva assistito alla discesa dello Spirito su di lui e udito la voce del Padre che indicava in lui il suo figlio prediletto. Da quel momento Gesù doveva crescere e lui diminuire. La sua missione era compiuta. Il maligno era libero di riportare su di lui la sua sterile vittoria.

Ripercorro questi pensieri, mentre i miei occhi si posano sui profili delle stesse colline osservate da Giovanni. Le stesse immagini entrano nei miei occhi e nella mia coscienza. Anche i pensieri e i sentimenti saranno gli stessi?

Prendimi con te, Giovanni, mentre ormai la tanto celebre fortezza di Macheronte sta per comparire davanti ai miei occhi. Eccola, infatti. Si staglia all’improvviso, più vicina di quanto supponessi. E’sulla cima di un colle conico, quasi isolato, circondato da ogni parte da avvallamenti profondi e scoscesi. Un luogo impervio e al tempo stesso incantevole, come un’isola in un mare deserto, rimasto senz’acqua.

Ci fermiamo con il pullman su uno spiazzo a lato della strada. Da lì parte un sentiero di terra, in alcuni tratti ancora selciato, che scende in fondo alla valle e risale di fronte, girando dietro il monte. Siamo contro-luce, nel pomeriggio già avanzato. Ai miei occhi appaiono solo i resti dell’antica fortezza. I lavori di restauro hanno da poco cominciato a rimettere una sull’altra le pietre che da quasi duemila anni giacciono riverse e sparse sul terreno e sui pendii. L’ordine dell’imperatore romano di radere al suolo quella fortezza fu eseguito nel più letterale dei modi.

Ma tu, Giovanni, vedesti quella costruzione ergersi in tutta la sua superbia e aspra bellezza. Ora io scorgo, invece, solo due o tre colonne con i loro capitelli, rimesse in piedi dagli archeologi, e moltissime macerie. Quanto lavoro dev’essere costata quella costruzione! E non molto di meno dev’essere costato distruggerla... E’stato rimesso in sesto anche il pavimento di una sala con alcune colonne ai lati. Il padre che ci fa da guida dice che lì probabilmente sorgeva il triclinio, dove Erode, nella famosa notte del suo genetliaco, festeggiò la ricorrenza con molti convitati e dove Salomè danzò sublimemente.

Bisogna per forza sostare e in silenzio rivivere la storia che si svolse tra queste pietre, testimoni perenni dell’insignificanza di una gloria costruita sull’arroganza di un potere senza freno. Siamo qui non per ammirare un reperto archeologico, resto dell’effimera grandezza di un regolo orientale, né per ripercorrere le orme dell’intransigenza distruttrice di Roma, che dominò il mondo intero per secoli. Ciò che fu grande giace al suolo, visitato per secoli solo dal vento.

Invece tu, Giovanni, che sei rimasto rinchiuso per mesi nei sotterranei bui e fetidi di questa fortezza e vi fosti decapitato, vivi per sempre e la tua morte rende grande questo luogo, che attira a sé pellegrini da tutto il mondo. I tuoi uccisori, se ancora hanno un nome nella storia, è solo perché assassinarono te, il più grande dei figli nati da donna.

Ho bisogno di rimanere solo, di camminare fuori del tempo e della compagnia degli uomini. Mi allontano dal gruppo e girovago tra le enormi pietre adagiate sul terreno e ormai semicoperte dal terriccio portato dal vento. Affiorano le fondamenta con i sotterranei. Li ripercorro tutti. Forse, senza saperlo, passo proprio accanto alla prigione in cui tu soffristi e fosti decollato. Quello che cerco è non tanto il punto preciso della tua detenzione, quanto l’insieme dei tuoi pensieri e sentimenti.

Vedo in lontananza che il mio gruppo è riunito nella sala del triclinio, mentre una persona legge il vangelo. E’senz’altro quello che racconta di Salomè, del giuramento di Erode e della tua morte. Ma non quell’episodio mi interessa ora rivivere. Sono alla ricerca dei mesi che tu passasti in solitudine, nel silenzio dei tuoi pensieri. Ogni tanto qualche tuo discepolo aveva il permesso di visitarti e di parlarti. Il vangelo dà un solo cenno di quel tempo di cattività ed è per me il testimone più drammatico di come la pena interiore sia stata smisuratamente più pesante della prigionia del corpo. La parola di Dio ti aveva raggiunto nel deserto. Eri stato il profeta delle certezze di Yahweh. Colui che avevi annunciato si era presentato a te. L’avevi riconosciuto, battezzato, additato a tutti, gli avevi ceduto alcuni discepoli. Eri stato tu il prescelto da Dio per indicare al mondo il messia. Eri stato tu la certezza di Israele, il nuovo Elia, il profeta di fuoco.

Ma nell’isolamento della prigionia anche tu senti il terribile silenzio di Dio. La parola ormai tace per sempre: la tua missione è finita, Giovanni. I tempi s’allungano, il messia non mette ancora la scure alla radice degli alberi, Erode esercita senza ostacoli il suo potere ingiusto. La parola di Dio ti ha solo inviato a riconoscere il messia, ma non ti ha rivelato il contenuto della sua missione né la maniera in cui avrebbe riportato al Padre i figli dispersi. Il dubbio ti assale, Giovanni. Sarà Gesù il messia? Non ti sarai ingannato nel riconoscerlo? Non ti sarai illuso di prendere per parola divina una parola che di Dio non era, quella che udisti nel deserto?

Capisco il tuo dramma, intendo ciò che passò nel tuo cuore, con quale trepidazione attendesti che due tuoi discepoli venissero a visitarti per inviarli da Gesù a chiedergli la conferma di tutta la tua vita di profeta. Era lui il messia o bisognava aspettarne un altro?

Che prigionia terribile devi aver vissuto, per giungere anche tu, il più grande di tutti i profeti, ad implorare Dio affinché rompesse il suo silenzio per un’ultima volta e facesse risuonare sulla bocca di Gesù una parola diretta a te.

Gesù capisce e ti manda la risposta, una risposta che possa servire per sempre, fino alla fine del mondo, come chiave per decifrare la parola di Dio anche quando si veste di silenzio doloroso. Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella (Lc 7,22).

Ti ringrazio, Giovanni, per l’umiltà di aver chiesto a Gesù luce per i tuoi dubbi. Quella risposta vale anche per i miei dubbi e per quelli di tutti i credenti, per sempre. Nel tempo del silenzio di Dio, non sono pronunciate più parole nuove: le parole antiche si compiono e testimoniano, avverandosi, che fu Dio stesso a pronunciarle!

 

Capitolo 3
Il deserto

Per chi, dal Mar Morto, volesse seguire la valle dell’Araba per arrivare fino al mare aperto, ci sarebbe in serbo, per lui, una sorpresa, che credo sia unica al mondo: invece di scendere verso il mare, quella valle sale verso di esso!

Noi vi siamo sbucati a metà, scendendo dagli altipiani. Prima d’arrivarvi c’è da attraversare un deserto. È una regione piatta, desolata, che si estende a perdita d’occhio. Il terreno è cosparso di sassi di piccole dimensioni e di radi ciuffi d’erba ormai rinsecchita dal sole e dal vento. Ci fermiamo ad un certo punto, per assaporare il deserto un po’ più da vicino. Ci sparpagliamo per qualche centinaio di metri, chi in gruppetto, chi da solo. Per sentire il gusto del deserto penso che bisogni lasciarsi penetrare dal suo spirito, che io immagino abbia come ingredienti essenziali il silenzio e la solitudine.

Così mi allontano in una direzione dove nessuno mi segue. Ecco, comincio a udire soltanto il rumore dei miei passi sulla terra secca.

Il cielo sopra di me è senza una nuvola. Alzo gli occhi a contemplarlo. È stupendo nella sua unità. Chissà perché, l’idea che mi suscita è questa dell’unità. Mi pare un monoblocco, un pezzo unico, fatto di un materiale che non vale la pena paragonare a null’altro al mondo. È fatto di cielo: è cielo e basta!

Non c’è bisogno di descriverlo o raccontarlo ad alcuno. È qui sopra di me. Lo guardo e lo attraverso con la vista: vorrei quasi impadronirmene, interiorizzarlo, possederlo. Un desiderio ingenuo, come se potessi arrotolarlo e metterlo in una custodia dentro di me.

Ad un certo punto mi convinco che non è la strada giusta per entrare nello spirito del deserto. Nel deserto il cielo è in alto e lì deve restare.

È da contemplare nella sua verità, e la sua verità è quella d’avvolgermi da ogni parte, presente, immanente e, allo stesso tempo, irraggiungibile.

C’è il sole, oggi, eppure non fa caldo. Forse è per causa del vento, non tanto forte, ma costante. In questo spazio sconfinato, senza alcun ostacolo, può farla facilmente da padrone incontrastato!

Fino all’estremo orizzonte non c’è un solo albero.

Per di qui è passato Mosè con il popolo ebreo.

Sono trascorsi tre millenni da allora e ben poco dev’essere cambiato.

Non m’è difficile immedesimarmi nei sentimenti di quella gente. Migliaia e migliaia di persone, col loro bestiame, coi loro bambini.

L’Egitto alle spalle, ormai distante, nello spazio e nel tempo…

La terra promessa davanti, soltanto promessa!

Essi avevano rifiutato di conquistarla e nessuno di loro sapeva bene quando sarebbe stata loro concessa di nuovo.

Il popolo ebbe paura, paura di morire. Deserto davanti, deserto dietro, deserto da tutte le parti…

Fu proprio qui che il popolo cominciò a lamentarsi e a perdere la fiducia nel Signore.

Iahwèh e Mosè, con la loro mania di libertà e di grandezza li avevano messi in una situazione senza sbocco!

Com’è facile comprenderli, Signore, stando qui anch’io sullo stesso luogo, vedendo ciò che essi vedevano e immaginando ciò che essi immaginavano. Francamente mi sorprende sempre più il tuo giudizio di considerare un peccato gravissimo la loro disperazione.

Sei veramente esigente, intollerante di fronte alla mancanza di fiducia in te!

Scegliesti la mano di ferro: mandasti i serpenti velenosi per richiamarli a te. Solo quando molti cominciarono a morire per il morso dei serpenti e non per la fame o per la sete, il popolo iniziò a capire che aveva peccato contro la tua persona.

L’arrivo della morte reale, per un’altra causa, ben differente da quella temuta, fece rientrare in sé il popolo.

Solo tu, l’Assente, il Silenzioso, l’Insensibile, l’Impossibile, avevi il potere di liberarlo dalla morte dei serpenti.

Ricorsero a te, e tu li liberasti, col serpente di rame sull’asta. Bastava guardarlo, per essere guariti ed avere la vita salva.

E allora fu chiaro a tutti che, se tu avevi il potere di liberarli dalla morte dei serpenti, avevi pure quello di liberarli dalla fame e dalla sete del deserto. E come il serpente di rame innalzato sull’asta aveva il potere di liberare dalla morte portata dai serpenti quelli che lo guardassero, così anche il tuo Figlio, innalzato sulla croce, avrebbe un giorno avuto il potere di liberare ognuno di noi, vittime della morte del serpente antico del paradiso terrestre, da ogni tipo di morte. Sarebbe bastato volgere il nostro sguardo, con la speranza che viene dalla fede, verso colui che abbiamo trafitto!…

Ho passato un giorno, in questi pensieri.

Sono ora al limite della valle che si butta nel golfo di Aqaba. Lo spazio s’è ristretto e ci sono monti a destra e a sinistra.

A sinistra comincia l’Arabia, a destra la penisola del Sinai. La piana è ancora desolata, seppure qualche alberello, qua e là, s’intraveda. Mi affascinano quei monti violacei, fatti solo di roccia, che si accumulano in una serie di profili sempre più scuri e lontani, verso la montagna di Dio, il Sinai.

Tra quei monti si svolse l’epopea drammatica e tremenda della fuga dalla schiavitù. Lì un popolo intero conobbe che prezzo di sofferenza porti con sé la libertà e quali tentazioni sia necessario vincere per rimanere liberi.

Lì, soprattutto, il popolo incontrò te, mio Dio! Lì celebrasti l’alleanza col popolo ebreo, ma in realtà fu alleanza con tutta l’umanità. Scegliesti fra tutti noi chi aveva la cervice più dura, il più inaffidabile, il più ribelle, il più ingrato di tutti i popoli. Fin da allora hai voluto manifestare il gusto che hai, di scegliere per le tue opere strumenti inadatti ai nostri occhi, perché a nessuno possa venire il dubbio di chi sia il merito e la responsabilità delle grandi cose che sai realizzare.

Eppure lì, tra quei monti, spogli e severi, non hai ceduto per un solo momento all’esigenza di possedere per intero il cuore del tuo popolo.

Sei stato intransigente e durissimo, come ho capito ieri nel deserto dei serpenti velenosi. A nessun prezzo e in nessun momento hai transigito riguardo alla fiducia nella tua onnipotenza, anche quando essa restava a lungo, troppo insopportabilmente a lungo, in silenzio. Ora soltanto mi pare di cominciare a capire quel perché che ieri m’era rimasto oscuro.

In effetti, non era la tua onnipotenza ad essere messa in gioco nel dubbio degli Israeliti, ma piuttosto il tuo amore, la serietà della tua fedeltà alla parola data.

Hai dovuto sottometterli alle prove più dure ed incomprensibili, come quella che mi hai mostrato ieri nel deserto, per far capire che non c’è nessuna situazione, per quanto estrema possa essere, che tu possa considerare sufficiente per dubitare - senza peccare gravemente - riguardo al tuo amore.

Guardo affascinato quei monti silenziosi e imponenti, fatti soltanto di roccia. Sono rimasti intrisi della tua presenza, della tua potenza, della tua incredibile intransigenza, testimoni perenni di una verità ultima che dev’essere tramandata fino alla fine della storia.

Presenza tua e trascendenza tua, amore appassionato e intransigenza.

Come poter scusare il più piccolo dubbio, visto che si tratta della verità più ultima di tutte: quella che tu sei Amore?

Rivedo Gesù, il Figlio prediletto, l’Amato, venire anche lui per quaranta giorni nel deserto pietroso. Non c’era acqua, non c’era cibo. Per quaranta giorni non bevve e non mangiò, ma non cedette a nessuna tentazione. Fu necessario che Satana in persona uscisse allo scoperto per tentarlo. Ma anche con l’Avversario, Gesù vinse.

Era però necessaria un’ultima prova, la più estrema, quella della croce, e, sulla croce, quella del tuo abbandono, della solitudine di separazione da te, il Padre. Da te, al cui riguardo Gesù aveva testimoniato: "Il Padre non mi lascia mai solo".

Quello fu il momento culminante della Storia. Un uomo, uno di noi, Gesù, tuo Figlio, ma vero uomo, non dubitò di te e del tuo amore.

Dopo aver gridato di fronte alla creazione intera la verità della sua esperienza di abbandono e solitudine, spirò dicendo: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito".

Comprendo.

I miei piedi sono posati sul deserto, memoria perenne dell’esigenza e intransigenza tua, ma il deserto - con la sua prova - non è ancora nulla di fronte alla croce e alla sua prova.

Che fatica per il popolo ebreo! Ma ora, noi, figli nel Figlio, siamo più che vincitori! Nessuna prova può ormai separarci dal credere al tuo amore!

"Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: «Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello». ( Sal 43,23).

Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di te, che ci hai amato!

Io sono, infatti, persuaso che né morte né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenza, né altezza, né profondità, né altra creatura potrà mai separarci dall’amore tuo, Padre, in Cristo Gesù, Signore nostro!". (Rm 8, 35-39).

 

Capitolo 4
Il profeta Elia

Scendiamo dalla corriera sul belvedere che domina il golfo di Haifa. Una vista splendida in un pomeriggio di sole. Tutta la costa è inondata di una luce dorata, che risalta come un’opera d’arte insuperabile sull’azzurro intenso del mare Mediterraneo.

Alti monti in lontananza, nella foschia dell’entroterra.

Il rumore della città e del grande porto non arriva fin quassù. Non finiremmo mai di guardare questo stupendo spettacolo!

Qualcuno mi fa notare una macchia bianca nel verde della costa. È S. Giovanni D’Acri, fortezza famosa all’epoca dei Crociati. Non è però per il panorama che siamo saliti quassù. Il posto dove ci troviamo è uno dei più celebri del mondo. Siamo sulla cima del monte Carmelo.

Qui soggiornò Elia, il profeta di fuoco, l’intransigente difensore dell’onore di Iahwèh contro il re Acab e, soprattutto, verso la perfida regina Gezabele.

Su questo promontorio, oggi pieno di boschi, alto non più di due o trecento metri, che si protende nel blu del Mediterraneo, accadde uno degli episodi più drammatici dell’Antico Testamento: la grande sfida tra Elia, rimasto unico profeta di Iahwèh, e i quattrocento profeti e del dio Baal, il culto introdotto e sostenuto dalla regina Gezabele.

Elia convocò il popolo sul monte, insieme ai quattrocento profeti, proponendo una sfida - diremmo noi oggi: «in diretta» - tra Baal e Iahwèh.

Si doveva offrire una vittima senza appiccare il fuoco alla legna.

Il dio che avesse mandato dal cielo il fuoco per consumare la vittima, sarebbe stato il vero Dio.

Cominciarono i profeti di Baal, che per tutto il giorno pregarono, danzarono, suonarono, cantarono e si fecero incisioni rituali sul proprio corpo.

Nulla!

Elia non risparmiava loro i propri sarcasmi. Verso il tramonto fu la volta di Elia. Preparò la vittima e comandò di versare sette volte acqua sulla legna, finché fu pieno il canaletto che circondava l’ara.

Si raccolse in preghiera; ed ecco un fuoco lampeggiante discese dal cielo, e in un colpo solo incenerì la vittima e tutta la legna.

Il popolo si prostrò per terra, gridando: "Iahwèh è il Signore, Iahwèh è l’unico Dio!".

Lo zelo per la causa di Iahwèh si impossessò dei presenti e tutti e quattrocento i profeti furono passati a fil di spada.

Sono sincero. Ogni volta che leggo questo brano, vorrei fermarmi al punto in cui il popolo grida: "Iahwèh è l’unico Dio!", lasciando da parte il truculento finale. Ma tant’è! Allora era il tempo dell’Antico Testamento e lo zelo per la causa di Iahwèh non aveva sfumature.

Con molto più godimento spirituale, invece, rivado col pensiero ad un altro episodio della vita di Elia, anche questo svoltosi sul promontorio del monte Carmelo.

Per richiamare il popolo al vero culto di Dio, il Signore aveva ordinato ad Elia di comandare al cielo di chiudersi e non mandare più pioggia.

Ed il cielo obbedì ad Elia!

Dopo tre anni e sei mesi Iahwèh cominciò ad aver pena della sofferenza del popolo, ed Elia se ne accorse.

Salì sul monte, ma non proprio sul punto più alto. Si accoccolò e mise la testa fra i ginocchi, per iniziare la preghiera di intercessione. Cominciò a supplicare perché il cielo tornasse a concedere la pioggia. Aveva ordinato al suo servo di restargli vicino, mentre pregava.

Dopo un primo tempo di preghiera, Elia mandò il suo servo sul punto più alto del monte, per scrutare il cielo ed il mare. Il servo andò, scrutò e tornò: nulla.

Ecco, sono a questo punto del racconto.

Cerco anch’io il luogo più alto. È qui sul dosso, non lontano dal belvedere su Haifa.

Era un giorno come oggi! Il cielo è terso, azzurro e il sole fa specchio sul mare.

La natura è placida e silenziosa, inconsapevole, proprio come nel giorno di Elia. Mi guardo intorno. Cerco dove poteva essere Elia, mentre pregava. È quello, infatti, il punto più interessante. A poca distanza, un po’ più in basso, c’è un santuario, costruito sopra la grotta di Elia, dove il profeta si ritirava a pregare. Forse Elia era davanti ad essa, nella sua supplica per la pioggia. In ogni modo il luogo è questo.

Entro in comunione con Elia e il suo servitore.

Elia non si scoraggia, continua a pregare. Rimanda il suo ragazzo di nuovo sulla vetta: nulla.

Insiste.

Il ragazzo va di nuovo. Ancora il cielo è chiuso.

Elia non si scoraggia. Ha capito che Iahwèh s’è impietosito della sofferenza del suo popolo e che prima o poi concederà la pioggia. Ormai s’è impegnato nell’intercessione e non desisterà, finché non avrà convinto il suo Dio a far piovere subito, in quello stesso giorno.

La Bibbia narra che per sette volte Elia mandò il suo servitore a scrutare l’orizzonte. Sette, si sa, è un numero che ha valore di simbolo: vuol dire completezza, insistenza, cocciutaggine, fiducia che non si scoraggia, ostinazione che non si arrende finché non la spunta. La dice lunga sul temperamento d’Elia, sulla sua determinazione, ma anche sulla sua assoluta fiducia che quella preghiera stesse facendo breccia nel cuore di Iahwèh.

E la dice lunga pure sul cuore di Dio che resiste ad oltranza, non per negare, ma per il gusto di lasciar intendere quanto gli piaccia far la figura d’essere vinto da una sua creatura. Alla settima volta il servo tornò di corsa con la notizia: "È apparsa sul mare all’orizzonte una nuvoletta, ma è piccolissima, grande come il palmo d’una mano!".

Elia comprese: Iahwèh l’aveva esaudito ancora una volta!

Sollevò la testa dalle ginocchia e disse: "Presto! Vai ad avvisare il re che corra a mettersi al riparo, perché sta per arrivare una grande pioggia".

Questo luogo è intriso ancor oggi dallo spirito d’Elia. A questo monte si sono ispirati i fondatori dell’Ordine del Monte Carmelo, dedicato, specie nel ramo femminile, alla vita di preghiera e di contemplazione.

L’ordine dei Carmelitani ha costruito qui un santuario ed una casa di studi. Tutti i giovani studenti devono passare in questa casa un tempo prolungato di formazione.

Elia è venerato anche tra i musulmani. Molti bambini sono chiamati col nome di Elia e tanti sono portati qui dai genitori per essere benedetti dal santo profeta nel luogo santificato dalla sua preghiera. Guardo un’ultima volta il cielo che si confonde col mare, all’orizzonte. Non è apparsa nessuna nuvoletta, ma che importa? Mi sento di affermare che quando Elia pregò per la pioggia, c’ero anch’io!

I ventotto secoli trascorsi non rappresentano nessun ostacolo per le avventure dello spirito.

La grotta è tutta nera, più larga che profonda. Avrà sei o sette metri di larghezza e suppergiù tre o quattro di profondità. L’altezza non deve superare di molto i due metri, all’entrata.

La chiesa vi è stata costruita attorno, in modo che la grotta formi una specie di cripta da cui si accede dalla navata centrale, circondata da due scalinate, per le quali si sale al presbiterio e all’altare maggiore sopraelevato. Nel punto più alto troneggia la statua della madonna del Carmine.

Entro nella grotta e sosto in preghiera, in compagnia d’Elia.

Penso con intensità a tutte le suore carmelitane che conosco e colle quali ho una profonda amicizia spirituale.

Le ricordo una ad una: loro non potranno mai venire qui in pellegrinaggio. Mi sento investito di un compito di rappresentanza vicaria: visito questo luogo del loro santo Padre Elia in loro nome!

Aldo

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