STORIE DEL VECCHIO ABATE
(Marchesini Aldo)


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Introduzione

Il vecchio abate arrivò da me la sera del 27 dicembre del 1978. Era già notte, una notte afosa, com’è usuale qui da noi in Mozambico, in questo mese dell’anno. Ero seduto sul divano, nella sala, mentre il padre Antonio era nella poltrona alla mia sinistra. Davanti a noi su un tavolino c’era il Signore, esposto nel piccolo ostensorio dorato. Era un venerdì sera e come tutti i venerdì, aspettavamo la mezzanotte noi tre insieme, facendoci reciprocamente compagnia.
Il vecchio abate viveva in un santuario antico in cima ad un monte. Abitava da solo. Però, a dire il vero, da solo non s’era mai sentito. Con lui infatti viveva il Signore, anche se sarebbe stato più esatto dire che era lui, il vecchio abate, a vivere col Signore!
Nel suo santuario, tra pochi giorni, sarebbe stata la sera di fine d’anno e da tempo accarezzava l’idea di aspettare in preghiera la mezzanotte. Per quei modi di fare imprevedibili, che tanto piacciono aI Signore, s’era trovato di colpo seduto accanto a me, quasi per fare con me e con padre Antonio la prova generale!
Rimase con noi fin oltre la mezzanotte. Quella visita doveva restare storica, perché, dopo che ci salutammo, mi resi conto che ormai la nostra amicizia e comunione sarebbero durate per sempre!
E difatti fu così. La nostra intimità e conoscenza reciproca sono andate crescendo col trascorrere del tempo. Man mano che gli anni passano, e ne sono trascorsi ormai quasi venti, ho sempre più la convinzione che per la nostra amicizia gli anni non si succedano gli uni agli altri.
Le cose che capitano al vecchio abate mi danno l’impressione come se galleggiassero sul tempo: potrebbero benissimo appartenere al passato così come al futuro. Può darsi che la spiegazione stia nel fatto che in cima al monte ci viva il Signore e che il vecchio abate si sia completamente uniformato al suo modo di essere e di fare, per cui un giorno è come mille anni e mille anni come il giorno di ieri che e trascorso. Il tempo, inevitabilmente, passa in secondo ordine di fronte alla sua presenza!
E qui sta la ragione del fascino che il vecchio abate esercita su di me: il suo essere testimone umile e discreto - ma tanto convincente - di quella appassionante verità che un giorno Paolo annunciò parlando nell’Areopago agli Ateniesi: "In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo’’!

Quelimane, 22 dicembre 1996
p. Aldo Marchesini

 

 

FINE D’ANNO

Era l’ultima notte dell’anno. Nel santuario in cima al monte non era rimasto nessuno. Gli ultimi pellegrini erano partiti all’inizio del pomeriggio, perché stava scendendo la nebbia e un vento gelido annunciava una nevicata imminente. Solo il vecchio abate era rimasto lassù. E il Signore, in chiesa, nel tabernacolo.
Il vecchio abate si era rallegrato di quella solitudine e aveva progettato di passare la sera in preghiera e prolungarla fino a mezzanotte. Amava molto la solitudine per riempirla di preghiera. Tutto contento, stropicciandosi le mani per il freddo, aveva cominciato ad organizzarsi per trascorrere in chiesa, indisturbato, quella fine d’anno.
Aveva portato legna in abbondanza nella sacrestia, vicino al caminetto di grosse pietre grigie, perché potesse bastare per tutta la notte. Da lì avrebbe poi rifornito, di tanto in tanto, di tizzoni ardenti il suo scaldino. Poi era andato a mettersi tutti gli indumenti di lana possibili e un consunto mantello nero, che era stato del suo predecessore.
Aveva messo la sedia vicino ai gradini dell’altare, in modo che un po’ del calore del caminetto potesse arrivare fino a lui. Quando tutto fu pronto per la grande orazione, fuori era già buio.
Le prime due o tre ore passarono rapide, occupate nella recita dei vespri, del rosario e delle litanie dei santi. Quella delle litanie era una sua devozione segreta. Le recitava lentissimamente, fermandosi un po’ con ogni santo. Li conosceva ormai uno per uno, ed era convinto che quando sarebbe venuta per lui l’ora di morire, sarebbe stato bellissimo vederli apparire tutti di colpo, suoi amici di vecchia data. Chissà chi sarebbe stato più felice dell’incontro: lui o i santi? Lui voleva bene a tutti e desiderava conoscerli anche di vista. Ma loro erano santi, possedevano la pienezza dell’amore, e anche se lui non valeva niente, per loro era sempre un caro, simpatico vecchio abate.
Dopo le litanie dei santi voleva ricordare tutte le persone a cui era legato, o perché aveva in comune con loro gli stessi desideri e segreti dello spirito, o perché si era impegnato a pregare per loro, o perché aveva ricevuto qualcosa di bene, o semplicemente perché le aveva incontrate. Molte erano già morte, ma sapeva che lo erano solo in apparenza, perché per lo spirito la morte non è una barriera.
Così in questa preghiera, che gli occupava l’anima e l’attenzione, si era fatta l’ora di cena. Chiese permesso al Signore e scese in canonica per scaldarsi un po’ di minestra e mangiare due patate lesse con la buccia, intinte nell’olio, aceto e sale. Era per lui una cosa splendida, che gli piaceva molto. Rapida a prepararsi e facile a farsi, dal gusto semplice che si legava molto bene con le altre cose semplici che amava tanto, come il silenzio, la notte, il cielo, la pioggia, la neve e il vento.
L’unica cosa semplice che proprio non gli riusciva d’amare era il freddo, e lassù in cima al monte, d’inverno, di freddo ce n’era parecchio. Per consolarsi pensava che il freddo se non riusciva a farsi amare, aveva per lo meno un aspetto positivo: gli portava il fuoco di legna nel camino. Il calore del fuoco lo penetrava come un balsamo, gli dava allegria e pace e gli riempiva l’animo di riconoscenza per questo dono che il Signore aveva fatto agli uomini.
Senza freddo non avrebbe mai apprezzato ed amato tanto il fuoco, che con moltissima ragione, ne era convinto, san Francesco aveva chiamato "fratello".
Mangiò in silenzio, un po’ in fretta, tutto contento, pensando che gli restavano alcune ore da passare in chiesa in orazione.
Riattivò il fuoco nel camino, riempì bene lo scaldino e cominciò la seconda parte. Ormai aveva esaurito gli argomenti che occupano il cervello e sentiva di dover cominciare l’orazione, che soleva chiamare di verità: senza parole, senza bugie, senza finzioni e senza difese, stare lì insieme al Signore ad ascoltare reciprocamente il silenzio dell’altro.
Qui non c’era più tempo né contenuto e gli pareva di entrare nell’eternità. Il più delle volte non c’era neppure gusto. Era solo una coscienza che quanto più vera e profonda, tanto meno era verbalizzabile. A volte gli pareva addirittura una lotta, che faceva, per mantenere pura e nuda questa coscienza di comunione.
Questa preghiera così spoglia e povera, che tuttavia gli pareva la più alta e perfetta, poco a poco faceva sentire il suo peso.
Ecco, allora, che entrava in gioco la più singolare delle virtù evangeliche: la violenza. Una violenza differente da quella degli uomini, diretta in un certo modo nientemeno che contro il Signore, ma benedetta perché era uguale a quella di Giacobbe, quando lottò di notte con l’Angelo (che poi si rivelò essere JAHVÈ in persona).
Il tempo gli pareva essersi fermato: fra un suono e l’altro dell’orologio a pendolo in sacrestia, a volte, passava un secolo.
Si alzò e andò all’organo, per dare corpo al silenzio.
Una volta aveva sentito definire la musica "espressione sensibile del silenzio" e gli era rimasto impresso nella memoria, perché gli pareva verissimo.
Lasciò scorrere le mani sulla tastiera, perché gli uscisse quello che sentiva dentro. Pregò così, non seppe quanto. Poi tornò alla sedia presso i gradini dell’altare e si immerse in Dio. Si scosse quando lo scaldino si esaurì e il freddo cominciò ad intirizzirlo.
Ormai mancava poco a mezzanotte: nemmeno mezz’ora. Si rifornì bene di tizzoni e ritornò al posto della preghiera. Ma poco dopo, il sonno, invisibilmente, lo vinse senza che se ne rendesse minimamente conto.
I dodici rintocchi riempirono la chiesa, ma il vecchio abate non li sentì. Col capo reclinato sul petto entrava nel nuovo anno senza accorgersene.
In chiesa a pregare era rimasto solo il Signore, che sorrideva guardando il suo caro vecchio, che nella lista delle cose semplici da amare aveva lasciato da parte il sonno, perché a volte gli giocava qualche tiro, proprio come quella mezzanotte di fine d’anno, che aveva aspettato con tanto amore.

ASSUNZIONE

Il santuario in cima al monte era una chiesa molto antica, fatta di mura grosse e di grandi pietre squadrate.
Sui libri d’arte non se ne parlava, però non c’era posto al mondo come quello, per pregare. Forse questo non era vero in senso assoluto, ma per il vecchio abate era così.
Era un luogo isolato; ci si arrivava per una strada di terra battuta, e attorno si vedevano solo cielo e boschi. Il vecchio abate ci viveva da molti anni e ormai gli era difficile distinguere la sua preghiera dal luogo della sua preghiera.
Il santuario era diventato veramente il luogo santo, dove Dio e il vecchio abate si incontravano. Non erano molti i pellegrini; non c’era bar, né trattoria né si vendevano ricordi. Chi ci andava ci andava solo per pregare.
Il vecchio abate non pretendeva di essere un maestro di orazione.
Non aveva studiato teologia spirituale né sacra scrittura, però tutti i giorni della sua vita, da quando poteva ricordare, aveva chiesto il dono della sapienza, che fa capire e gustare, senza parole, le cose di Dio. E quando qualche pellegrino veniva a pregare nel santuario, se la cosa gli sembrava opportuna, gli piaceva scambiare qualche confidenza sui segreti del mondo dell’orazione.
Quel vecchio, povero e solitario, che aveva abbandonato il mondo dell’avere per immergersi nell’avventura senza confini dell’essere e dello spirito, era manifestamente un uomo felice e libero, ed esercitava su chi veniva al santuario un fascino indefinibile.
Si stava avvicinando la festa dell’Assunta e il vecchio abate aveva cominciato per tempo a fare i preparativi. Ancora in luglio, per non rischiare di trovare i negozi chiusi per le ferie d’agosto, era sceso in città con la corriera, che fermava sulla strada asfaltata a mezza costa.
Aveva comprato una borsa piena di candele, lumini, colla e carta colorata. Preferiva farsi da solo le corone di carta colorata da mettere attorno a lumini e candele, un po’ perché era più economico e un po’ perché, a dire il vero, gli piaceva molto fare quel genere di lavoretti. E poi i preparativi della festa, quanto più erano lunghi e laboriosi, tanto più contribuivano a farlo entrare nel clima interiore della celebrazione. In agosto erano venute solo tre famiglie. La prima aveva due ragazzi e una bambina e con loro aveva preparato le luminarie. Lui e il babbo disegnavano le sagome, i figli le ritagliavano e la mamma le incollava. La seconda famiglia era una coppia di sposi di mezz’età, i cui figli erano andati in campeggio, ed erano venuti per riempire con un po’ di preghiera quei giorni d’insolita calma familiare. Si era fatto aiutare a tirar fuori il calice d’oro, i candelabri preziosi, la pianeta col ricamo dell’Assunzione – originale del settecento – le tovaglie dell’altare delle grandi occasioni, e tutto l’occorrente.
L’ultima non era ancora del tutto una famiglia: erano due fidanzati, che si sarebbero sposati alla fine dell’anno e che erano venuti a pregare per chiedere al Signore che la loro fosse, prima di tutto il resto, un’unione degli spiriti nello Spirito.
Con loro aveva stirato le tovaglie dell’altare, il camice, e tutto ciò che si usa per la messa. Col fidanzato aveva preparato il fuoco di carbone di legna per il grosso ferro da stiro: un pezzo da museo che aveva tirato fuori per l’occasione, perché al santuario in quei giorni non arrivava la luce elettrica. La ragazza non sapeva neppure che esistessero ferri da stiro di quel tipo, ma aveva imparato subito, appena il vecchio abate le aveva mostrato come si faceva.
Mentre lavorava insieme con i pellegrini, gli piaceva raccontare che le cose che accadevano in paradiso accadevano anche sulla terra, per davvero. La chiesa era un’unica realtà, un tutt’uno che aveva due versanti: quello del cielo e quello di questo mondo. La festa che noi celebriamo quaggiù, dell’Assunta, è celebrata anche in paradiso, e con grande splendore. Il segreto per vivere le feste liturgiche era, per lui, quello di "passarle in paradiso", di trasferirsi, cioè, con lo spirito nell’ambiente e nell’atmosfera del cielo.
La vergine Maria non era un personaggio passato, il cui ricordo era scritto sul vangelo, era una persona viva, in carne ed ossa, che si trovava in un posto preciso, e questo posto era il paradiso.
In paradiso c’erano miriadi e miriadi di anime, di ogni lingua, popolo e nazione, il cui numero nessuno poteva contare, esattamente così come era scritto nell’Apocalisse.
Il vecchio abate immaginava di essere uno di loro e gli pareva di provare le stesse emozioni.
Che tipo di festa e di manifestazioni avrebbero fatto in cielo per la vergine Maria nella ricorrenza della sua assunzione? Ripensava a ciò che dovevano essere stati i "trionfi" degli antichi imperatori, re e faraoni, quando entravano vittoriosi nella capitale tra grida, canti, danze, fiori e feste, di ritorno da una lunga e dura guerra vittoriosa. Sentiva che in paradiso c’era qualcosa di più, e di grande, e gli pareva che ciò consistesse nella verità. Verità intesa nel senso più pieno e totale. La grandezza celebrata era vera e reale, attingeva alla radice dell’essere della festeggiata. Non importava se era essenzialmente un dono di Dio, anzi, proprio perché era un suo dono, era cosa grande, assoluta, senza pentimenti, definitiva ed eterna.
La gioia che le moltitudini manifestavano aveva la sua sorgente nell’amore profondissimo – cioè, in una parola: vero – che le univa alla vergine Maria. Non erano "pubblico" o "popolo", erano comunità: Maria era una di loro e loro erano la sua famiglia. La santità e il privilegio che festeggiavano nella persona al centro della festa, erano vissuti come un dono che Dio aveva fatto a tutti: l’Assunta era un suo regalo fatto alla comunità intera. Dio era quindi il termine ultimo della gloria e della lode e il suo compiacimento verso la prediletta e verso la comunità chiudeva il cerchio della felicità e la rendeva perfetta ed assoluta.
Il vecchio abate aveva cominciato a parlare di queste cose ai pellegrini. Cercare di comunicarle lo aiutava a precisare le idee e chiarire meglio, anche nella sua immaginazione, ciò che realmente doveva accadere in paradiso. Ciò gli era di molto aiuto anche per la preparazione dell’omelia della festa, e per entrare nel clima spirituale.
Alla mattina della vigilia si svegliò pieno di una sottile allegria spirituale: ormai la festa era cominciata nel mondo interiore di ciascuno che vi avrebbe partecipato: tutto era orientato verso il giorno di domani. Nella mattinata portò a termine la pulizia del santuario; dispose tutte le candele, i lumini, e appese alle colonne della chiesa gli antichi drappi di damasco rosso che davano un’aria di grande solennità solo a guardarli.
Per i vespri solenni della vigilia aveva pensato di esporre sul tronetto, sopra l’altar maggiore, il quadro della Vergine che si trovava in un altare laterale. Ai suoi piedi avrebbe disposto alcune rose, adagiate sulla base ricoperta di pizzo.
Alle cinque del pomeriggio nessun pellegrino era ancora arrivato. L’unica persona presente, oltre al vecchio abate, era il figlio di una famiglia di contadini, che abitava sull’altro dosso del monte. Era un ragazzo sui dodici anni, che veniva spesso a suonare le campane del santuario e a muovere il mantice dell’organo.
Se per quell’ora non c’era nessuno, non valeva la pena aspettare oltre: ormai per i pellegrini era troppo tardi per arrivare e avere tempo per tornare a casa.
Il vecchio abate non si lasciò rattristare: mandò il ragazzo a suonare a distesa, mentre egli poneva sul trono l’immagine della Vergine. Poi salì all’organo. Gli pareva che anche il paradiso lo stesse ad ascoltare, anzi ne era più che sicuro. Suonò solo un quarto d’ora per non stancare il ragazzo; poi lo rimandò a casa.
Si vestì dei paramenti solenni ed entrò nel presbiterio. Si sedette sullo scanno di pietra, antico come la chiesa. Non c’era nessuno, e quindi poteva prendersela con tutta calma, come piaceva a lui.
Poteva aspettare per iniziare i vespri, che il sole si apprestasse a tramontare. Circa mezz’ora prima del buio, a quell’epoca dell’anno, il sole si infilava attraverso il rosone sopra la porta di fondo, e correva sul pavimento, saliva sulle colonne ed arrivava fin sull’altare.
Il vecchio abate s’immerse nella preghiera: non formulava pensieri né immagini: si sentiva felice, felice e basta, e felice per il motivo della festa.
Quando il sole entrò, cominciò il canto gregoriano dei vespri. Com’erano belle quelle melodie e quelle parole! Da tutte le parti del mondo, dovunque ci fosse un membro della chiesa in orazione, salivano a Dio e alla Vergine le stesse parole e le stesse lodi.
Anche se il santuario era vuoto, il vecchio abate non si sentiva – e non era – certo, solo. Mentre cantava gli pareva che ogni barriera visibile fosse caduta: tutta la terra era lì con lui e il sole, e così pure tutta la comunità del cielo con le sue miriadi di miriadi.
La luce del sole s’era andata facendo sempre meno intensa e sempre più rossa e quasi irreale. I ceri dell’altare e le luminarie brillavano con intensità.
Mentre scendeva dallo scanno di pietra per andare ai piedi dell’altare per cantare l’oremus finale ebbe una piccola distrazione.
Il sole era giunto sull’abside, un po’ a lato della metà: chissà se ce l’avrebbe fatta a raggiungere l’immagine della Madonna sul tronetto, tra le candele, prima di tramontare.
Chiese mentalmente perdono a Dio per la distrazione e cantò l’oremus senza alzare gli occhi dal libro. Guardò in su solo per il "Deo gratias" di chiusura. Mancò poco che stonasse, per il nodo di commozione che gli si formò in gola, nel vedere il quadro della Vergine baciato in pieno dalla luce rossa del sole e nello scoprire che gli occhi della Madonna e del Bambino gli sorridevano tranquillamente da sopra l’altare.

LA GIORNATA DELLE MISSIONI

Il vecchio abate, prima di essere vecchio, e prima di essere abate, era stato per più di vent’anni missionario, ma ormai quasi nessuno lo sapeva. Ne erano passati altri venti abbondanti, e per tutti era diventato soltanto "il vecchio abate".
Le missioni però aveva continuato ad averle nel cuore: solo chi non ha mai vissuto in missione può pensare che uno se ne possa scordare. Non ne parlava quasi mai, con nessuno: gli dava l’impressione di una certa vanità, come se ne volesse fare un vanto.
Tuttavia nei suoi lunghi e silenziosi colloqui col Signore, nella solitudine dell’antica abbazia in cima al monte, le missioni, o meglio la missione, riempivano gran parte della sua preghiera.
Tutti gli anni celebrava con grande solennità la giornata mondiale delle missioni, anche se raramente, per quell’occasione, c’erano pellegrini nel suo santuario così fuori di mano.
Al vecchio abate piaceva molto pensare che tutta la chiesa di Cristo si univa per celebrare nello stesso giorno la medesima realtà, ossia la sua missione, il suo invio agli uomini di tutta la terra e di tutti i tempi. A volte gli accadeva di passare più di un’ora solo per farsi penetrare dalla coscienza della comunione con tutta la chiesa, in Cristo.
La contemplava estesa nello spazio, su tutti i continenti, in ogni angolo della terra, ed estesa nel tempo, dalla pentecoste fino al presente.
Dappertutto sentiva la presenza poderosa e dolce, ineffabile dello Spirito santo, e se ne rimaneva lì a contemplarla, la sua chiesa, e a perdercisi dentro come una stella nella via lattea.
Orbene, in quel giorno, la chiesa intera raccoglieva la coscienza della sua caratteristica di essere "inviata". Il vecchio abate era convinto che se tutti i membri della chiesa, anche quelli che la grazia dello Spirito ungeva solo un poco per di fuori, avessero celebrato bene questa festa, ci sarebbe stato un cataclisma cosmico, nel mondo dello spirito.
Era sicuro che molte delle vocazioni che il Signore continuava a mandare – lasciare la barca, famiglia e reti per andare a pescare uomini, magari lontano, in una terra che avrebbe indicato più tardi – erano seminate in questa giornata.
Per tutto ciò pregava, e se qualcuno arrivava al santuario in quel giorno, cercava di convincere anche lui a fare del suo meglio, perché qualche seme fosse buttato nella terra.
Si rivedeva ragazzo, la prima volta che si era accorto che un seme era caduto proprio nel suo pezzetto di campo. Rivedeva le difficoltà della decisione e poi la felicità che subentrava dopo, quando nella sua carne aveva sentito la gioia di vivere, in prima persona, l’esperienza di avvertire il seme trasformarsi in pianta e dare all’inizio fiori e poi frutti.
Come desiderava che in molti potessero fare la stessa esperienza...
Ripensava agli anni passati nella sua missione, alle sue comunità cristiane, che solo in parte aveva fondato, ma che nella totalità aveva unito e fatto crescere nella vita di Cristo; ai catechisti, ai gruppi di mamme, ai ragazzi delle scuole sparse nei luoghi più lontani e impervi, ai canti, ai tamburi nelle cappelle, alle danze di gioia nei giorni di festa. Gli tornavano alla mente i suoi viaggi, i primi anni a piedi e in bicicletta, e poi con la jeep, o quelli in canoa alle cappelle lungo il fiume. Il caldo e la luce accecante del sole, gli improvvisi acquazzoni e la semplicità che la gente gli aveva insegnato, di lasciarsi inzuppare i vestiti...
Appena arrivato, si era un po’ scandalizzato vedendo i suoi confratelli missionari che consumavano tante energie nell’organizzare scuole, posti sanitari, centri di cucito, cooperative, ecc.
L’evangelizzazione avrebbe dovuto, secondo lui, occupare a tempo pieno il padre missionario.
Poi aveva capito, ed ora che era vecchio lo vedeva ancor più chiaramente, che incarnarsi nella società a cui era stato inviato era parte essenziale dell’annuncio della buona novella. Doveva condividerne i pensieri, la saggezza, lo stile di vita, doveva sentire come sua la loro sofferenza, patire per le loro malattie, assaporare l’impotenza, la povertà terribile dell’ignoranza e della miseria, sentirsi oppresso con gli oppressi per le ingiustizie e lo sfruttamento.
Una volta diventato uno di loro, come poteva starsene immobile, quando con l’aiuto di tanti, che restavano nelle retrovie, poteva contribuire alla liberazione di quella gente?
Aveva ripensato a lungo a quella frase di Gesù, che raccomandava ai suoi apostoli di non portare nulla con sé, né denaro, né bisaccia, né due paia di sandali. Questo pensiero gli procurava un po’ di disagio, mentre egli si affaticava e si preoccupava per tutte quelle opere. Era solito parlarne con il crocifisso di legno e di ferro che gli era stato consegnato alla partenza, perché fosse il suo unico compagno di viaggio, e che teneva attaccato al muro ai piedi del letto, per poterlo guardare e parlargli di notte, nel gran silenzio della fioca luce della lampada a petrolio. Sperava che il crocifisso, per lo meno, gli mettesse nella mente una risposta; invece restava sempre immobile, sul muro, con le braccia aperte e gli occhi bassi, senza una parola. All’inizio pensò che il Signore non gli volesse rispondere, ma poi cominciò a capire che la risposta era solo quella: il Crocifisso in sé, senza aggiunte. Gesù sulla croce era l’estremo limite a cui poteva giungere la solidarietà e la condivisione: gli era successo per aver voluto essere uno di noi, senza scappare. Pur immune da peccato, aveva voluto condividere la nostra situazione di peccato. Seppure morente e senza più forza di parlare, era lui la parola suprema del Padre, che ci comunicava la buona novella del perdono e della liberazione. Era rimasto a contemplarlo senza parole, con il fiato sospeso, per paura che il respiro facesse scappare quella comprensione. Ma subito gli era parso di sentire dentro di sé questa frase: "non temere, sono venuto per restare con te". E infatti aveva mantenuto la parola.
Quando era stato espulso, il crocifisso l’aveva seguito, ed ora continuava a guardarlo da sopra l’altar maggiore, anche se lui non aveva più una missione da seguire ed era ormai soltanto e semplicemente un vecchio abate.

IL SEGRETO DEL PRIMO ABATE

Accanto all’abbazia c’erano i resti di un antico chiostro. Erano dietro l’abside un po’ sulla destra guardando la chiesa. C’erano rimasti solo tre archi in piedi, sia del porticato in basso che della loggia in alto. La pavimentazione si poteva seguire fino al primo angolo nelle sue vecchie lastre consunte che sbucavano fra la terra e l’erbetta che il vecchio abate teneva sempre ben curata e che, tanti secoli prima, doveva essere stato il cortile del chiostro. Ma di colonne e di pezzi di muro non c’era neppure l’ombra.
Il vecchio abate era molto affezionato a quel rudere, che era bellissimo nella rozza semplicità delle sue pietre squadrate, che il corso di molti secoli aveva imbottito qua e là di muschio, e che l’edera aveva in parte abbracciato. E poi racchiudeva un segreto. C’era un particolare che non aveva mai visto in nessun chiostro.
Normalmente sia il porticato che la loggia erano aperti solo all’interno, mentre all’esterno erano chiusi da un muro. Qui invece, nella loggia, la prima arcata era aperta anche all’esterno, esattamente come all’interno, con le stesse colonnine, ed in più aveva una larghezza di quasi una volta e mezzo quella delle altre unità.
I muretti del parapetto erano piuttosto alti e, sia da una parte che dall’altra, c’erano due bassi sedili di pietra, che invitavano a sedersi e ad appoggiare la schiena al muro.
Per vera fortuna la scala di sasso che dava accesso alla loggia era rimasta intatta. Il vecchio abate vi era salito molte volte per recitare il breviario o per contemplare il panorama. Ma quando si sedeva, non vedeva più nulla dei monti e dei boschi. Bisognava per forza che restasse in piedi appoggiato al muricciolo se voleva ammirare la natura.
Tutte le volte che si sedeva provava una certa delusione, ed invariabilmente si poneva la domanda del perché avessero fatto i sedili così bassi rispetto al parapetto. Gli pareva evidente che l’apertura sui due lati doveva essere stata fatta per la contemplazione, e provava grande ammirazione per l’abate fondatore, che, nell’anno mille o giù di lì aveva avuto tanta libertà di spirito da apportare una variante così singolare all’architettura dei chiostri. Ma, francamente, non capiva perché avesse fatto fare i sedili tanto bassi, in modo che non si potesse vedere nulla del panorama.
Forse, pensava, l’avrà fatto per mortificazione, o forse gli sarà stato imposto da qualche superiore, che non vedeva bene che dei monaci passassero troppo tempo a guardare alberi e vallate. Ma in fondo al cuore sentiva che quel suo antico predecessore aveva uno spirito troppo grande per basarsi su simili motivi. Così l’aveva definito "il segreto del primo abate".
Aveva provato a parlarne con qualche pellegrino, verso il quale si sentiva ispirato da una certa confidenza, ma nessuno gli aveva mai dato alcun suggerimento valido per indovinare il segreto.
Finché, un giorno, guidò lassù una coppia di fidanzati. Chissà perché i fidanzati gli erano tanto simpatici. Con loro si fermava volentieri a parlare e a confidare certe sue riflessioni. Forse era dovuto alla sua età già avanzata, che gli faceva sentire tutto il fascino della freschezza della gioventù e dell’amore appena sbocciato e ancora fragrante di ideali. Ideali che la vita gli aveva rivelato essere comuni solo ai molto giovani e ai vecchi come lui, che avevano già oltrepassato una certa età, quando la speranza della gioventù era rimasta morta abbastanza a lungo, per avere avuto il tempo di rinascere come fede.
Aveva appena finito di spiegare i termini del segreto, e, fattili sedere, stava dicendo: "come vedete, da seduti, non si scorge nulla del panorama".
"È vero" aveva detto il ragazzo "non si vede che il cielo".
"Allora, forse, l’avranno fatto apposta per poter vedere solo il cielo", aggiunse la fidanzata con evidente logica.
"Ecco!, fece l’abate battendosi una mano sulla fronte, come avrò fatto a non pensarci prima a una cosa così semplice? Se si vede solo il cielo è perché chi ha fatto il chiostro voleva che si potesse vedere solo il cielo, senza nessuna distrazione. Se è così bisogna venirci stanotte".
Fu un vero peccato che i due fidanzati non potessero aspettare fino all’apparire delle stelle.
Si era in piena estate e il sole pareva facesse apposta ad attardarsi nel cielo. Il vecchio abate salì in cima quando il sole mandava ancora tanta luce. Si sedette guardando verso ponente. Nel riquadro delle colonnine dell’arcata il cielo gli appariva delineato, quasi fosse la scena d’un teatro o il telone di un cinema. Il mondo non si vedeva più al di là del parapetto, era come se fosse sparito, e al vecchio abate pareva di essere rimasto solo, in mezzo al cielo.
Si stava facendo scuro a poco a poco, e le stelle apparivano una ad una, discretamente, silenziosamente, mentre l’aria della sera si profumava d’erba.
Quando il cielo fu tutto nero e pieno di stelle, si sedette sull’altro sedile, per aspettare il sorgere della luna.
Lo spettacolo più antico del mondo non aveva perso niente del suo magico fascino. La luna entrava come protagonista nella notte, accolta dal rispettoso e attento silenzio della natura.
Il vecchio abate restò seduto ad aspettare che la luna compisse il viaggio da una colonna all’altra dell’arcata del chiostro. Ci vollero alcune ore e nel loro scorrere lento fece una delle scoperte più belle che mai gli fosse capitato.
Il fatto di non vedere altro che cielo, contribuiva poderosamente a slegarlo dalla terra, dandogli una percezione di libertà e di distacco, che sottolineava la sua qualità di esistere e basta, senza più relazione ad affanni e contingenze.
Pure il tempo veniva profondamente modificato: non solo pareva avere cessato di scorrere, ma anche la sua relazione con la storia si faceva via via più debole, fino a scomparire. Il cielo, con la sua immutabilità, l’aveva attratto nella propria sfera di gravitazione ed ora si sentiva atemporale. Gli pareva di essere uscito dalla terra e di essere anche lui una particella di cielo. Anzi, molto meglio e molto più profondamente, si sentiva di dare coscienza al cielo che vedeva, di esserne come l’anima.
Una pace profonda e una grande libertà gli riempivano il cuore ed era sicuro, anche se non sapeva bene come, che quella che stava vivendo era una preghiera.
Finché gli attraversò la mente il ricordo di un salmo, che diceva:
"I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani".
Per far questo però avevano bisogno di qualcuno che li guardasse, o meglio che si accorgesse di loro. I cieli erano una preghiera, una preghiera grande come il mondo, che aspettava solo di essere pregata, e l’abate si sentì commuovere al pensiero che il cielo, quella notte, chiedeva al suo vecchio cuore il favore di poter ricevere da lui la vita.

IL PRESEPIO

Alla prima svolta della strada non asfaltata che conduceva al santuario, il vecchio abate si fermò per riprendere fiato. La salita era ripida e gli anni pesavano. Era uno di quei cortissimi pomeriggi d’inverno, dalla luce livida, che in un attimo diventano sera, e subito notte. I monti e le valli gli chiudevano l’orizzonte: ci mancava ancora un bel po’ per arrivare in cima. Si affrettò a ripartire, per il timore di arrivare col buio.
Era stato in città per un po’ di spese. Tra l’altro aveva comprato dei lumini speciali, che bruciavano lentamente: li voleva provare quest’anno nel presepio.
Era l’antivigilia di natale, e ancora non era stata riallacciata la corrente elettrica al santuario. Ormai si sarebbe andati all’anno nuovo e il presepio senza luci, per il vecchio abate, non era un vero presepio.
Mentre camminava a passo lento su per la salita, ripensava all’aspetto di festa della città. Le strade erano illuminate da festoni di lampadine, i negozi erano pieni di ogni ben di Dio, e la gente girava carica di pacchi e pacchettini.
Gli pareva che ci fosse anche più chiasso del solito.
Gli era venuta un po’ di nostalgia a vedere tutta quella gente che aveva amici, parenti, famiglie, che avrebbe passato i giorni delle feste a cenare in casa gli uni con gli altri. Egli invece era solo, in cima al monte, e per di più senza luce elettrica.
Si accorse di questi pensieri, e cercò di scacciarli, come fossero tentazioni. Ma per quanto ci mettesse buona volontà, non poteva negare a se stesso e al Signore che si sentiva triste.
Quando era ancora giovane questi scoramenti gli procuravano un certo senso di colpa, ma ora, da vecchio, dopo che la vita gli aveva fatto conoscere com’era fatta la misericordia di Dio, non se ne meravigliava neppure più. Era abbastanza umile per non lasciarsi rammaricare dalla propria debolezza.
Il giorno si avviava di corsa verso la fine, e quando la strada giunse sul falsopiano in cima al monte, un vento gelido ed impetuoso lo investì d’improvviso facendolo intirizzire.
Entrò nel santuario: dalle finestre alte e strette entrava solo un filo di luce. Andò ad inginocchiarsi sui gradini dell’altar maggiore, davanti al Signore.
Sperava di ricevere un po’ di conforto nell’orazione, ma invece nulla. Rimase lì un pezzo, senza parole. Voleva pensare al Signore, invece gli ritornavano continuamente nella fantasia le immagini della festa della città, e l’animo continuava a restare triste.
Solo mentre usciva di chiesa per andare in casa, sentì nascergli dentro il desiderio di non aspettare l’indomani per il presepio, ma di farlo subito, quella sera, anche se era ormai notte e non c’era luce.
Andò in cucina per prepararsi un po’ di cena e per accendere la vecchia stufa a legna.
Ormai ci voleva la lampada a petrolio. Mentre il fuoco scoppiettava sotto la piastra di ghisa, un certo tepore cominciava a diffondersi nell’ambiente. La luce del giorno spariva del tutto, in fretta, e quella del lume diventava sempre più viva. Mise la cena al fuoco e, mentre aspettava che cuocesse, andò al ripostiglio per tirar fuori lo scatolone con le figurine del presepio. Lo portò in cucina e cominciò a togliere la carta di giornale che avvolgeva le singole statuine e ad appoggiarle sul grande tavolo.
La prima che gli capitò in mano era un pastore, dai calzoni di pelle, chino in avanti, in atteggiamento estatico, col cappello rosso in mano.
Il vecchio abate lo rigirò adagio osservandolo attentamente. Lo appoggiò con cura sul tavolo, rivolto verso la lampada a petrolio. In quel preciso momento gli accadde qualcosa di nuovo e di bello. Quel pastore di terra cotta gli aveva aperto una porta dentro l’anima, dalla quale entrava, insieme a ricordi e a sensazioni mille volte vissuti, un certo che di nuovo, una comprensione, una luce, uno stato d’animo che cancellava di colpo la tristezza, la nostalgia e perfino il ricordo della cena sul fuoco e di tutto il resto.
Capitava che la preghiera di poco prima di fronte al Signore, che gli era parsa piena di distrazione e di incapacità, era stata immediatamente esaudita. Svolgeva le statuine dalla carta e le metteva una accanto all’altra: ognuna gli ripeteva l’invito della precedente, e lo faceva diventare sempre più desiderabile: "Su, vecchio abate, vieni anche tu con noi, nel nostro mondo incantato". La sua anima si faceva prendere per mano e condurre. Cominciava a comprendere la loro lingua, fatta di parole di silenzio e a capire le leggi profonde che ne regolavano la vita.
Rimise i pastori e gli altri personaggi nello scatolone e portò tutto in chiesa.
Aveva già preparato lo scenario nei giorni precedenti: mancavano solo le figurine.
Portò lì accanto le poche candele accese che restavano nel santuario, per vederci bene. Faceva molto più freddo che in cucina, ma il vecchio abate non se ne accorse quasi nemmeno. Ormai era entrato nel mondo del presepio.
Metteva a posto i pastori, le pecorine, i viandanti, le case. Ecco, finalmente, da un piccolo cartoccio uscì Gesù bambino! Lo tenne un po’ tra le mani, e lo depose adagio nella grotta. Poi cercò uno di quei lumini speciali che aveva comprato in città e lo accese ai piedi della mangiatoia.
Subito trovò anche san Giuseppe e la Madonna e glieli mise accanto.
Una volta a posto Gesù bambino, per il vecchio abate era come se il presepio fosse già finito. Eppure dovette lavorare ancora più di mezz’ora, per sistemare tutto il resto. Fece i fiumi con la stagnola, il laghetto con lo specchio, sistemò i re magi in cima all’ultima collina, fissò la stella cometa sulla grotta e diede anche una spruzzatina di neve con piccoli fiocchetti di lana di vetro. Si poteva dire davvero finito, anche se aveva l’impressione di aver dimenticato qualcosa. Accese tutti i lumini e riportò al loro posto le candele ormai prossime a spegnersi.
Il vecchio abate si fermò a contemplare il presepio e al tempo stesso a cercare di decifrare ciò che stava provando e qual era la fonte della tranquilla gioia che lo riempiva.
Guardava Gesù bambino sorridere, nella mangiatoia. Chissà perché sorrideva? Che Gesù bambino dovesse sorridere, al vecchio abate pareva ovvio. Ciò che però non si era mai chiesto era il perché Gesù sorridesse. Rimaneva lì, con questa domanda nella mente e con quella strana contentezza nel cuore. Guardava le fiammelle che, col loro palpitare, facevano tremolare le ombre incerte, guardava san Giuseppe e la Madonna, anche loro contenti. Ma la loro contentezza era facile capire da dove veniva. Osservava i pastori in cammino verso la grotta. Venivano da più parti, ma tutti guardavano verso Gesù bambino. Perfino il dormiglione da dentro la grotta, vicino al fiume di stagnola, si era rizzato metà a sedere e guardava in quella direzione.
Tutti i personaggi avevano un aspetto sorridente: nel presepio, tutti, dal primo all’ultimo, erano contenti. Anche se era la prima volta che ci badava, il vecchio abate sapeva da sempre che lo erano. E come non potevano esserlo? Era nato finalmente Gesù, e loro per primi, lo andavano a vedere e a conoscere. Anche lui era contento, capiva però che quel motivo poteva spiegare solo una parte della contentezza che aveva dentro. L’altra parte se la sarebbe potuta spiegare solo quando avesse capito il vero motivo del sorriso di Gesù bambino. Era sicuro che l’altra metà del suo cuore e Gesù bambino avevano lo stesso motivo di gioia.
Il vecchio abate si conosceva. Di queste domande strane gliene venivano spesso in mente: erano, in un certo senso, segreti che riguardavano il Signore. Egli non l’avrebbe mai trovata la risposta. Gliel’avrebbe dovuta dare il Signore stesso. E alla fine gliela dava sempre. Così chiese scusa un momento, fece un salto in sagrestia a prendere lo sciarpone di lana e il berretto da abate: era deciso a restare in preghiera davanti al presepio per delle ore, se fosse stato necessario.
Avvicinò una sedia e si appoggiò con i gomiti sul piano dell’inginocchiatoio. Lasciò da parte le domande, smise di guardare il resto del presepio. Rimase a contemplare Gesù bambino e ad assaporare quella metà della contentezza che aveva per la venuta di Gesù bambino. L’altra metà, che gli rimaneva misteriosa e coincideva con quella del Signore, sarebbe stato lui stesso a fargliela capire, quando fosse venuto il momento giusto.
Il vecchio abate fermò i pensieri: era contento e basta, insieme al bambinello, a Giuseppe, a Maria e a tutti i personaggi del presepio. Questa era la sua preghiera semplice e totale. Nell’antico santuario in cima al monte, avvolto nel silenzio dell’ultima notte prima del natale, sotto la neve che aveva cominciato a scendere senza far rumore, s’era fermato il tempo. Nella città piena di luci e di chiasso nessuno poteva immaginare che cosa grande stesse avvenendo lassù. Cosa grande e semplice allo stesso tempo, come tutte le cose in cui c’entrava il Signore che, dalla mangiatoia, osservava sorridendo il vecchio abate. Gli pareva che lui pure fosse una statuina, una statuina viva, la prediletta fra tutte. A Gesù bambino faceva piacere stare lì sotto gli occhi e l’amore del vecchio abate. Voleva gustare per un po’ la sua preghiera. Ad un certo punto non ce la fece più a starsene zitto e passivo: il vecchio abate aveva vinto, se così si poteva definire, quel "braccio di ferro" con lui. Il motivo della sua contentezza era questo: essere finalmente diventato un uomo. Era contento perché era in mezzo a loro, ai poveri, ai pastori, ai bambini, perché aveva fatto svegliare il dormiglione, e perché il vecchio abate gli dava la possibilità di stare insieme con lui, nonostante facesse freddo e non ci fosse corrente elettrica.
Dalla luce che si accese negli occhi del vecchio abate Gesù bambino capì che era riuscito a fargli intendere la risposta.
Il vecchio abate sorrideva, ed ora che aveva capito il motivo della contentezza di Gesù bambino, gli diventava chiara la ragione dell’altra metà della sua gioia: era contento perché il Signore era contento di stare in mezzo agli uomini. Era davvero una cosa semplice, come tutti i segreti del Signore, del resto. Una cosa tanto semplice che quasi l’avrebbero capita anche il bue e l’asinello.
Il bue e l’asinello... già, ecco cos’era che mancava nel presepio. Frugò meglio negli scatoloni. Sì, c’erano anche loro. Li tolse dalla carta da giornale, e mentre li metteva al loro posto dietro la mangiatoia, un pensiero gli attraversò la mente: nella misura in cui un bue ed un asino potevano essere contenti, lo erano certamente anche loro!.

Quando si dice depressi (ovvero a proposito di riconciliazione)

Da un po’ di tempo il vecchio abate si sentiva depresso. Forse era l’età che avanzava o forse era il freddo eccezionale di quell’inverno, che isolava il santuario in cima al monte da quasi due mesi. Qualunque fosse la causa, egli non poteva negare né a se stesso né al Signore, suo unico compagno lassù, di sentirsi depresso.
Fu nel bel mezzo di questo suo stato d’animo che riaprirono la strada e gli arrivò in un colpo solo la posta di due mesi.
C’era anche una lettera del vescovo, che gli chiedeva di appoggiarlo con la sua preghiera: doveva andare al convegno della Chiesa italiana sulla riconciliazione e, se non ci fosse stato il sostegno della preghiera, a Loreto si sarebbero udite solo voci e non parole.
Il vecchio abate rimase con quella lettera aperta davanti, senza dir nulla né a se stesso né al Signore: si sentiva così triste e scorato, che gli pareva di non poter far nulla. Solo ogni tanto ripeteva fra sé: riconciliazione... riconciliazione...
Non era solo al rapporto tra gli uomini che si riferiva quella parola. Prima di ricevere la lettera del vescovo, non ci aveva mai pensato; ma ora cominciava a vedere che anche lui aveva bisogno di riconciliazione: riconciliazione con se stesso, con la vita, e un po’ anche con il Signore. Quella depressione interiore non era forse una rottura dei rapporti di cordialità con se stesso? Come poteva pregare per la riconciliazione, se lui stesso non era riconciliato? Gli pareva che prima avrebbe dovuto vincere il suo stato d’abbattimento e solo dopo avrebbe potuto pregare per la riconciliazione.
Con questi pensieri, che non gli lasciavano via d’uscita, s’avviò verso il santuario. Non sapeva come fare per uscirne fuori e così si mise a pregare i suoi grandi amici, i santi, perché lo illuminassero e gli dicessero come avevano fatto loro: la maggior parte, per non dire tutti, erano passati per situazioni depressive.
Mentre, con la testa tra le mani, pregava nell’ultimo banco, gli pareva che i santi si fossero stretti in cerchio attorno a lui, per consolarlo e raccontargli la propria esperienza.
Il primo a parlare al suo spirito fu san Paolo. Gli disse di quando arrivò a Corinto, reduce dalla derisione di cui era stato oggetto all’Areòpago di Atene: non l’avevano neppure lasciato finire e gli avevano detto che sulla risurrezione dei morti e simili assurdità l’avrebbero sentito un’altra volta. Quando entrò in Corinto era pieno di timore e tremore: quella era una città difficile, piena d’orgoglio e di corruzione. Non aveva coraggio di cominciare, ma poi pensò che Gesù ci aveva salvati nella sua qualità di crocifisso, cioè in stato d’assoluta impotenza, scardinando così il potere delle tenebre.
Dunque Paolo s’appoggiò al Signore crocifisso e, consolato e sostenuto da lui, cominciò a predicare in Corinto parlando della stoltezza della croce. Il successo fu grande, la croce del Signore fu davvero forte, al punto che Paolo ne potè trarre un principio, una specie di legge dello spirito: "Quando sono debole, è allora che sono forte, perché è nella mia debolezza che si può manifestare appieno la forza del Signore".
Mentre san Paolo concludeva ricordando queste parole, al vecchio abate pareva di vedere molti santi far cenni di consenso con il capo e più d’uno appressarsi a parlare. Rendendosi conto che altri volevano parlare, ognuno cedeva agli amici la parola. Alla fine tutti fecero cenno a san Francesco di parlare del suo caso, perché si riferiva al ben noto Cantico di frate sole.
"Forse ti può rincuorare – cominciò Francesco sorridendo al vecchio abate – sapere che quel cantico, così pieno di lode e di gioia, lo composi in una notte in cui mi sentivo disperato. La malattia degli occhi m’aveva ormai reso cieco e non avrei mai più visto né frate sole, né sorella luna, né sorella acqua, né tantomeno le stelle, che ricordavo così clarite et belle. Non riuscivo a dormire, nonostante il decotto che Chiara mi aveva mandato con tanta premura nella capanna di frasche sotto il suo convento. Mi ci ero ritirato in solitudine con frate Leone, spinto dal dolore delle ferite alle mani e ai piedi, che non s’alleviava mai e che s’irradiava fino all’ultima fibra del mio corpo. Gran parte dei miei frati s’era allontanata dallo spirito dei primi giorni e ciò mi rattristava sopra ogni cosa e avevo bisogno di stare solo. Dei topi erano entrati nella capanna e mi tormentavano i piedi. Nel buio della notte e nella cecità non riuscivo a difendermi. Il dolore fisico e morale era al culmine e la disperazione s’insinuava nel mio cuore. Pensai che neppure Gesù sulla croce poteva aver sofferto più di me. Quel pensiero fu la mia salvezza: Gesù crocifisso ed io eravamo ormai una cosa sola. Senza che la sofferenza s’allentasse, sentii la sua forza penetrare nel mio dolore: nulla poteva resistere alla sua potenza che dalla croce attirava tutto a sé. Chiamai frate Leone e gli chiesi d’ascoltarmi: dalla croce volevo chiamare a raccolta la creazione intera, perché lodasse come conveniva il Signore. Prendi nota, frate Leone, di questo canto – gli dissi – per poi metterlo per iscritto. Vorrei farlo conoscere al mondo intero. Comincia così: Altissimu onnipotente, bon Signore, tue so le laude, la gloria e l’onore et onne benedizione.... Questa è la vera storia delle Laudi delle creature".
"Anche a me – disse san Giovanni della Croce – è capitata un’esperienza simile. Il mio poema del Cantico Spirituale, in cui parlo dell’anima che giunge all’unione trasformante con Dio, fu da me composto in quei mesi di carcere che passai a Toledo, maltrattato e umiliato peggio di un animale".
Ancora molti avrebbero voluto parlare, ma s’era fatta avanti la Madonna.
"Caro figlio – disse – è proprio nelle situazioni in cui non si vede e non si capisce che si compiono gli atti di maggior coraggio: ricordati di ciò che accadde quando l’angelo m’annunciò che sarei diventata madre senza conoscere uomo. E di quell’altra volta a Cana, quando chi udì il nostro colloquio pensò che Gesù avesse rifiutato di collaborare. Fatti dunque coraggio, e prega per la riconciliazione. Non aspettare di essere riconciliato con te stesso per farlo. Mai come adesso, mentre tu stesso hai bisogno di riconciliazione, la tua intercessione sarà così efficace sul cuore di mio figlio. Da quando morì, gli è rimasto un debole per quanti provano, come lui, la croce".
Il vecchio abate alzò il capo dalle mani: i suoi occhi non vedevano nessuno accanto a lui. Si sentiva sempre triste, ma gli pareva che, pur restando tutto uguale, tutto fosse al tempo stesso cambiato.
Lo sguardo, vagando, si posò sul crocifisso dell’altar maggiore. Per la scarsa luce nella chiesa, da lontano non poteva distinguere bene; tuttavia gli parve che il crocifisso lo guardasse. Quello sguardo aveva una luce strana, stava cercando comprensione, qualcuno che lo confortasse e capisse. Nel profondo del suo cuore addolorato il vecchio abate si commosse.
"Se al mondo c’è qualcuno che ti possa capire, quello sono io" gli disse e s’alzò per andare a fargli compagnia un po’ più da vicino.

Il servo inutile

In cima al monte nevicava. Dicembre era già inoltrato e i pellegrini erano molto rari. Il vecchio abate si rallegrò di tutto quel bianco, del grande silenzio e della solitudine che la neve gli regalava. Aveva molti ricordi di bambino, legati alla neve, e tutti bellissimi...
Ma in quei giorni ce n’erano altri che gli tornavano più frequentemente al cuore: i ricordi legati alla sua ordinazione sacerdotale. Si avvicinavano, anno dopo anno, le nozze d’oro, e il pensiero del suo sacerdozio era sempre più ricorrente. Pregava, rifletteva, e gli pareva di non aver neppure cominciato a varcare la soglia della comprensione della realtà che lo avvolgeva.
Seduto vicino alla finestra della cucina – l’unico locale ben riscaldato della canonica – guardava la neve che cadeva silenziosa. Si rivedeva giovane, nella settimana che precedeva l’ordinazione. Era andato, assieme a tre compagni, a fare gli esercizi spirituali in un paesino di montagna, dove viveva una comunità di sacerdoti che assistevano cinque o sei parrocchie dei dintorni. Piccole greggi di poche centinaia di anime, ma anche loro bisognose di crescere nella fede e nella conoscenza dell’ineffabile amore di Dio.
Anche allora nevicava, faceva un gran freddo e l’unico locale riscaldato della casa era la cucina, con i ciocchi nel camino e la stufa a legna per cucinare. Vi passavano ore ad ascoltare le conversazioni del ritiro, a pregare, a meditare e anche – e molto – a sognare... Fuori i fiocchi, che attraversavano lenti lo spazio dei vetri, con quel ritmo sempre uguale parevano i granelli di una fantastica clessidra che il buon Dio aveva loro regalato per scandire soavemente quei pochi giorni che li separavano dal grande avvenimento.
Uno dei momenti più belli era dopo cena, quando si trattenevano a parlare delle esperienze vissute con i sacerdoti della comunità. Cosa si provava a celebrare la messa? Che impressione faceva dire le parole della consacrazione? E riguardo al ministero del perdono? Era difficile confessare? Ci si trovava spesso in imbarazzo? Se il penitente non diceva con chiarezza i suoi peccati, come si doveva fare? Era meglio accettare in silenzio l’esposizione del fedele, o bisognava domandare? E come si assistevano i moribondi? Si doveva parlare o no della morte? C’erano state delle situazioni difficili nel loro ministero?
Le ore passavano rapide ed era necessario aggiungere legna più volte nel camino, prima di decidersi ad interrompere e andare a dormire.
Un pomeriggio era uscito sotto la neve. Aveva bisogno di pensare, da solo, in silenzio. Per le strade non c’era quasi nessuno. Arrivò in fondo al paese, alla prima fermata della corriera. L’oltrepassò; dopo la curva c’era solo la valle davanti a lui, tutta bianca. Si fermò. Ciò che voleva sondare era un pensiero solo: "Tu hai chiamato me. Tu, l’Infinito, hai chiamato me.. Io, che non so nulla, che ho appena cominciato a vivere, che ancora non ho capito nulla della vita, io sono stato chiamato da te! Cosa vuol dire? Perché? Ora che mi hai chiamato e sono qui, avrebbe senso che io esistessi fuori di questa situazione? Potrei pensarmi non chiamato? E soprattutto, tu, Signore, potresti pensarmi non chiamato? Se potessi capire cosa vuol dire vivere solo una volta e, in quest’unica volta, essere stato chiamato da te!" Guardava la valle bianca e avvertiva la sensazione di silenzio indotta dalla neve che cadeva. Gli pareva che il pensiero gli spalancasse il segreto di quella visione. Capiva il significato della neve, della valle, del cielo e della terra, di quella luce invernale che sfumava nella sera, della sua solitudine in quel luogo.. Ma quel pensiero rimaneva ancora senza spiegazione. Restò fermo a lungo, finché si rese conto che il mistero sarebbe perdurato e che era bene fosse così.
Quel pensiero l’aveva accompagnato per tutta la vita e ora la neve fuori dalla finestra lo richiamava alla sua memoria. Come avrebbe potuto capire il segreto di Dio? Chi sarebbe stato in grado di spiegare il perché dell’amore?
Ora che era verso la fine della vita e aveva trascorso quasi mezzo secolo di sacerdozio, aveva un altro pensiero: quante volte aveva celebrato la messa? E ancora non aveva capito nulla. Quante migliaia di volte aveva recitato il breviario? E ancora non lo conosceva. Quante volte aveva perdonato i peccati in nome di Dio? E ancora non sapeva come avvenisse che quanto lui perdonava rimaneva perdonato. E quanto e in quanti modi diversi aveva amato? Eppure non sapeva ancora che cosa fosse l’Amore.
Guardava indietro a tutta la sua lunga vita; una considerazione si precisava sempre più e coincideva con la verità della parola di Gesù: "Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che dovevamo fare" (Lc 17,10).
La vita era al tramonto e il vecchio abate si trovava a mani vuote. Questa riflessione lo lasciava un po’ depresso, non poteva nasconderselo. Ma gli era di conforto pensare che, se Gesù aveva detto tale frase, era per il suo bene. Ora capiva che quella era la verità radicale della somma della sua vita e si sentiva liberato. Era un’affermazione di salvezza e di conforto, non di giudizio: "Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che dovevamo fare".
Guardò il crocifisso appeso alla parete, come per cercare istintivamente conforto in lui. A vederlo morto, con il capo reclinato, il cuore ferito e vuoto, gli parve che anche Gesù dalla croce dicesse le stesse parole assieme al numero infinito dei suoi fratelli sconfitti: "Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare".
Ora capiva: "Gesù era davvero morto così... obbediente al punto di dire al Padre: "Sono un servo inutile, ho fatto quanto dovevo fare: tutto è consumato!" Nessuna pretesa, nessuna richiesta. Soltanto l’estrema umiltà di sussurrare: "Nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46).
Anche lui era voluto arrivare davanti al Padre a mani vuote: aveva radunato solo un piccolo gregge e ora che lo avevano ucciso esso s’era disperso..
Le parole del canto del servo del Signore, da sempre riferite a Gesù, risuonavano nel cuore del vecchio abate: "Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze..." (Is 49,4).
La luce del giorno ormai stava spegnendosi in quel silenzio ovattato di neve. Andò nel santuario per recitare i vespri. Nonostante fosse un giorno feriale, sentiva il desiderio di celebrarli solennemente. Accese tutti i ceri e collocò il Signore nell’ostensorio, sopra l’altar maggiore. Voleva ringraziarlo per essere morto a quel modo, a mani vuote come chiunque di noi, come lui, povero vecchio abate.
Il freddo era intenso e gli penetrava nelle ossa, come quel pensiero si insinuava nel suo spirito. Cantò tutti i salmi per intero, antifone comprese. Poi lesse la lettura breve; era dal "Cantico dei Cantici": "Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio" (Ct 8,7).
Al vecchio abate sussultò il cuore nel leggere queste semplici parole: se avesse avuto dei beni nella sua casa, dei meriti nella sua vita, avrebbe forse potuto volerli offrire al posto del suo poco amore. Avrebbe voluto nascondersi dietro i beni. Ma nessun bene, anche immenso, avrebbe sostituito l’amore. Sarebbe stato oggetto di disprezzo di fronte a tutti i santi del cielo, se lo avesse tentato. Per fortuna, però, non aveva nulla: povero servo, aveva fatto solo ciò che doveva fare. Ma aveva la possibilità di offrire l’amore. Era piccolo ancora, pur dopo tanti anni, tuttavia avrebbe potuto offrirlo e nessuno l’avrebbe mai disprezzato.
Guardò il Signore umilmente, ma pieno di contentezza; sì, un po’ d’amore era sicuro di averlo: non era stato lui a donarglielo? Era intirizzito dal freddo, e i denti gli battevano un po’. Così, poveramente, gli offrì il suo piccolo amore.
S’era alzato in piedi, per fare la sua offerta. Di colpo non sentì più freddo e smise di tremare: il Signore gli stava rispondendo! Un pensiero gli riempiva la mente, un pensiero che scacciava tutti gli altri. Neppure lui, il Signore, voleva essere disprezzato offrendogli tutti i beni della sua casa in cambio del suo piccolo amore. Per il piccolo amore di lui Dio avrebbe dato in cambio il suo stesso infinito, incomprensibile e incompreso amore!
I due rimasero a lungo uno di fronte all’altro, a guardarsi, a capirsi, a scambiarsi l’unica cosa che veramente era loro e che coincideva con loro stessi. Al vecchio abate pareva di capire, in quel momento, tutto il mistero del mondo. Nulla aveva più segreti di fronte a lui. E non aveva più bisogno di alcuno dei beni della casa del Signore!
La prova di questa libertà fu quando lo scambio d’amore si placò e tornò la normalità. Il vecchio abate cominciò a sentire il freddo pungente del santuario, a tremare e a battere un po’ i denti. Per tutta la vita non era mai riuscito ad amare il freddo. Tuttavia in quel momento sentì di amarlo e gli vennero spontanee alla mente le parole dei tre giovani nella fornace ardente: "Benedite, rugiada e brina, il Signore; ... benedite, gelo e freddo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli!" (Dn 3,68-69).
Tutto era come prima, eppure tutto era, ormai per sempre, diverso da prima...

Più felice di Dio

Il vecchio abate passò quasi tutto il sabato pomeriggio a confessare i pellegrini che erano venuti al santuario in cima al monte. Il giorno dopo sarebbe cominciato in città il congresso eucaristico; un gruppo di padri di famiglia di una parrocchia aveva deciso di noleggiare una corriera e di prepararsi a quella settimana di meditazione celebrando il sacramento del perdono. Intuivano, nella semplicità della loro fede, che l’eucaristia era strettamente legata al perdono dei peccati. Il sacerdote sull’altare, alla consacrazione, non diceva forse: "Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi" e "Questo è il calice del mio sangue, sparso per voi e per tutti in remissione dei peccati"?
Quando il vecchio abate era uscito dal santuario al rumore della corriera che s’era fermata sullo spiazzo, per salutare e dare il benvenuto ai pellegrini, s’era sentito dire dal presidente dell’Associazione dei padri di famiglia – un signore di mezz’età che faceva il macchinista sui treni –: "Reverendo, abbiamo pensato di venire a confessarci in questo bel posto, nella convinzione che solo dopo essere stati perdonati avremmo potuto capire un po’ meglio le intenzioni di Gesù nel lasciarci l’eucaristia. Siamo trentacinque padri di famiglia, ma non si spaventi: non abbiamo molta fretta. Sono appena le tre del pomeriggio; possiamo restare fino alle otto, perché la messa della veglia comincerà solo stanotte alle dieci in cattedrale".
Il vecchio abate si sentì commuovere di fronte a quegli uomini – giovani, di mezz’età e già anziani – che esprimevano con semplice schiettezza il loro desiderio.
Era forse il suo amore per il Signore che si rallegrava per vederlo amato o non era piuttosto la gioia del Signore stesso nel vedere alcuni suoi figli ritornare pentiti a lui che si comunicava al suo vecchio cuore sacerdotale?
Non stette a sottilizzare e si lasciò riempire da quella letizia, qualunque fosse la sua origine.
Entrò in chiesa con i pellegrini e propose di usare, per la liturgia della celebrazione comunitaria, il testo del vangelo del giorno dopo: le tre parabole della pecorella perduta, della moneta smarrita e del figliol prodigo.
Il vecchio abate lesse e commentò il vangelo, facendo risaltare l’interesse che il Signore aveva a ritrovare ciò che era stato perduto e soprattutto la felicità che provava per un solo peccatore pentito. Sentiva che in quelle parabole c’era qualcosa di più profondo, che sul momento gli sfuggiva, ma gli dava la sensazione che era solito chiarire a se stesso con le parole dei discepoli di Emmaus: "Non si riscaldava forse il nostro cuore, mentre nel cammino ci svelava le scritture?". Il suo cuore avvertiva un messaggio indistinto; aveva bisogno di silenzio e preghiera per riuscire a decifrarlo.
Così concluse la preparazione e si mise in confessionale, tutto contento per la grazia di Dio che in virtù del suo ministero poteva dispensare. Ogni tanto ripensava al vangelo e alla buona cosa nascosta che avrebbe potuto ricercare con più calma, alla fine.
Il sole stava tramontando lentamente in quel sabato di fine estate, quando dette l’assoluzione all’ultimo papà di famiglia. Il vecchio abate uscì sul sagrato per salutare i pellegrini; rimase a lungo con la mano alzata, mentre la corriera imboccava i tornanti che scendevano a valle. Un grande silenzio pareva rimasto impigliato nell’aria calda di metà settembre, mentre la luce a poco a poco diminuiva e si cominciava a sentire il profumo dell’erba e del bosco nella leggera brezza che s’era alzata. Il vecchio abate rimase a gustare quella pace, finché ne fu sazio; con il cuore pieno di lode per il buon Dio, che gli dava tante gioie, si avviò a lenti passi verso il santuario.
Il suo cuore era ancora acceso da quell’invito che il vangelo gli aveva fatto: dal suo spirito era stato captato qualcosa di nascosto, cui egli voleva dar modo di manifestarsi. Pensò che la cena potesse aspettare, tanto più che tutta la diocesi stava preparandosi quella notte per cominciare il congresso eucaristico.
Espose solennemente il Santissimo sull’altare maggiore, accese tutti i ceri che c’erano e tutte le candele degli altari laterali. Il santuario risplendeva di quelle tenui luci. Il Signore era sul suo trono; il vecchio abate s’era sistemato davanti a lui in adorazione e lo pregava umilmente di aiutarlo a decifrare quella gioia nascosta che l’aveva fatto vibrare quando commentava le sue parabole. Prese in mano il messale e lo aprì al vangelo di quella domenica, che era già iniziata. Lesse il testo con molta attenzione, parola per parola. Entrò nei panni di Gesù che parlava, per tentare di capire cosa volesse comunicare con quelle parabole. Il testo cominciava così: "Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo". Il vecchio abate intuì che, se voleva capire qualcosa, doveva anche lui avvicinarsi allo stesso modo, con la consapevolezza di essere, in fondo, un pubblicano e un peccatore, che aveva bisogno, estremo bisogno, della misericordia e del perdono del Signore.
Ripensò a tutto il male che aveva compiuto nella sua lunga vita, ne provò contrizione, e con fiducia e umiltà lo mise davanti al Signore lì presente tra i ceri luminosi, per essere ancora una volta abbracciato e riscaldato dalla sua misericordia.
Ora capiva bene il gusto che i pubblicani e i peccatori dovevano provare ad ascoltare il Signore, così diverso da tutti gli altri predicatori del tempo, intransigenti e superbi, come, per esempio, gli scribi e i farisei.
Il vangelo, neanche a farlo apposta, continuava: "I farisei e gli scribi mormoravano: ‘costui riceve i peccatori e mangia con loro’". Il vecchio abate ora riusciva a immaginare cosa doveva provare l’animo di Gesù. L’ottusità e la durezza del cuore dei farisei e degli scribi stavano davanti a lui come una muraglia di pietra inscalfibile. In che modo spiegare loro che il Padre suo l’aveva inviato non per condannare il mondo, ma per salvarlo? Che lui non era venuto per gridare nelle piazze? Che mai e poi mai avrebbe finito di rompere la canna spezzata o avrebbe spento con un soffio il lucignolo fumigante?
Non gli restava che inventare una parabola, per comunicare ciò che gli premeva di dire sull’amore del Padre, una parabola che fosse compresa dai peccatori e li incoraggiasse al ritorno, e che potesse essere ricevuta senza rigetto anche dai cuori induriti; gli scribi e i farisei non erano anche loro canne spezzate e lucignoli fumiganti? Non una sola parabola, ma tre uscirono dal cuore appassionato di Gesù.
Il vecchio abate le lesse e rilesse. Di che cosa voleva parlare veramente Gesù? Chi era il vero protagonista delle tre? Era ciò che era stato perduto e che dava il titolo alle parabole? Erano la pecora, la moneta, il figlio prodigo? O non era piuttosto il Padre, adombrato nel pastore, nella donna anziana, nel padre di famiglia?
Sì, di tutti loro voleva parlare Gesù, ma al vecchio abate pareva che tutto fosse mezzo per comunicare una verità più profonda, la verità che bruciava nel cuore di Gesù e del Padre.
Era quella la cosa nascosta che lo aveva riscaldato quel pomeriggio. Ora lo capiva chiaramente.
Il vecchio abate chiuse il messale e restò a guardare il Signore nell’ostensorio. Gli pareva di vederlo mentre parlava, circondato dalla folla, tutta di peccatori, alcuni coscienti di esserlo, come i pubblicani e le meretrici, ed altri ben lungi dall’ammetterlo, come gli scribi e i farisei. Chiese al Signore di farlo entrare nel suo intimo, di fargli sentire ciò che provava. Fece silenzio interiore. Rimase senza pensieri, senza tempo, in uno stato di umile unione con il suo Signore.
Gli parve di essere il pastore quando ritrova la pecorella, la vecchietta che sente la scopa battere contro la moneta sotto il letto, il padre che corre verso il figlio e lo abbraccia. Sentì una gioia inesprimibile crescere dentro di sé, la stessa gioia traboccante che doveva provare il Padre quando un suo figlio perduto veniva ritrovato, morto tornava alla vita. Pensò alla gioia del Padre quando fece risuscitare alla vita il suo figlio Gesù, morto e sepolto.
La gioia che si provava in cielo per un peccatore che si pentiva era di quelle dimensioni, perché, per farlo ritornare a vivere, il Figlio vero, l’Unigenito, il molto amato, era morto e in lui – morto che gloriosamente tornava alla vita – tornava alla vita pure il peccatore perduto. Come non fare un’unica grande festa per tutti e due insieme? Come non uccidere il vitello grasso? Come non uscire incontro al figlio maggiore che non capiva, per spiegargli, per far entrare pure lui a mangiare e danzare? Come non raccontare questa parabola agli scribi e ai farisei, poveri figli maggiori scontenti, perché anche loro potessero tornare alla vita, risorti, con il Figlio risorto?
Il vecchio abate stava con gli occhi chiusi, concentrato in quella letizia che lo invadeva, che Gesù gli aveva comunicato e che faceva sussultare di danze il cielo, ogni volta che un figlio perduto tornava alla vita. In lui un’altra felicità si sommava a questa, anch’essa molto grande: quella di aver decifrato il messaggio indistinto che gli aveva riscaldato il cuore.
Restò a contemplare tutto ciò, finché ne fu sazio. Poi si chiese se lui non fosse in quel momento più felice del Signore, per avere avuto una gioia in più di cui rallegrarsi. Aprì gli occhi e lo guardò in mezzo alla luce dei ceri. Gli parve di vedere un sorriso di compiacenza sulle labbra del Signore per essere riuscito finalmente a far sì che il suo caro vecchio abate fosse – almeno una volta – più felice di Lui.

ABBÀ!

Era andata via la luce. Il vecchio abate aspettò un po’, senza muoversi. La stanza era caduta nel buio, mentre fuori regnava il silenzio più vasto. La luce s’era dileguata al momento opportuno, quando il vecchio abate stava leggendo un libro di teologia che parlava del cuore di Cristo, cioè del suo mondo interiore, del centro del suo essere, di ciò che di più profondo sentiva ed era. L’autore si rifaceva all’inizio del vangelo di Giovanni ed in particolare al testo greco originale, di cui proponeva una traduzione più letterale e densa di significati. Il greco diceva, riguardo al Verbo, cioè al Figlio, che era pròs tòn theón, "rivolto verso Dio". Le traduzioni abituali riportavano invece "presso Dio" (Gv 1,1), espressione certamente molto più fredda. Il Figlio rivolto verso il Padre diceva infinitamente di più di quel semplice "presso il Padre"!
A quel punto la luce s’era dileguata. Il vecchio abate aveva già sentito la voglia di chiudere gli occhi e di restare a meditare quell’idea del Figlio, che non solo è presso il Padre, ma che è rivolto verso il Padre. Il buio improvviso aveva reso inutile il proposito di chiudere gli occhi. Anzi, il vecchio abate ebbe quasi l’impressione che la luce fosse stata spenta nientemeno che dal buon Dio, tanto aveva a cuore che egli penetrasse profondamente quelle parole. Era come se il tempo si fosse fermato in attesa che il vecchio abate finisse di gustare quella verità.
Con gli occhi aperti che guardavano il buio, nell’assoluto silenzio, in quella apparente sospensione della storia e del tempo, ripeteva tra sé, un po’ in greco e un po’ nella traduzione, pròs tòn theón, rivolto verso Dio, e gradatamente gli parve di essere immerso nel cuore del Verbo, lui pure figlio nel Figlio, una sola cosa con Lui, e di sentire in sé, umile e semplice vecchio abate, l’esperienza del Verbo rivolto verso il Padre! Il Figlio, generato dal Padre, destinatario dell’infinito dono che il Padre gli faceva di se stesso, apriva le braccia e si girava verso il Padre, per riceverne la pienezza, senza che nulla andasse perso, per accoglierlo totalmente e dirgli l’infinito "sì!" dell’obbedienza amorosa più totale.
Il vecchio abate si sentiva sommerso da una situazione che lo superava incommensurabilmente, ma che, nonostante tutto, non l’annientava, anzi gli dava una pienezza che non poteva descrivere.
Pròs tòn theón... rivolto verso il Padre... Sì... sì... sì. Sì, mio cibo è fare la volontà del Padre... Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete...
Gli venivano in mente tante frasi e situazioni dette e vissute da Gesù, che traducevano nella vita concreta e sminuzzavano in tanti esempi quell’atteggiamento eterno ed infinitamente profondo dell’essere rivolto amorosamente verso il Padre. Per esempio quella volta in cui Gesù esultò nello Spirito Santo ed esclamò: Io ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto (Lc 10, 21). Poi quando rispose a Satana nel deserto: Non di solo pane vivrà l‘uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4, 4). E quando replicò a Maria e Giuseppe nel tempio: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? (Lc 2, 49). E quando si ritirava di notte a pregare, passando lungo tempo in compagnia del Padre... E quella volta in cui i discepoli lo accolsero di ritorno dalla preghiera e gli dissero: Insegnaci a pregare! (Lc 11, 1). Rispose allora con le parole che rivelavano il mondo di cui ancora il suo spirito traboccava: Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome (Lc 11, 2).
Il vecchio abate intuiva che Gesù stava aprendo in quel momento il suo cuore ai discepoli, per mostrare loro ciò che riempiva la sua preghiera. Padre, sia santificato il tuo nome! Che tu sia riconosciuto, accolto, amato, lodato, adorato come l’unico e vero Dio! In principio, prima della creazione, il Figlio, in quel suo esser rivolto verso il Padre, santificava pienamente il suo nome! Lui che lo accoglieva, lo amava, lo lodava, gli obbediva, era Dio come il Padre. Ma ora il Figlio era diventato uomo, si trovava ad essere indissolubilmente una cosa sola con gli uomini, in un mondo che aveva rifiutato il Padre. Come doveva ardere il suo cuore dal desiderio che il Padre fosse accolto ed amato, che il suo nome fosse santificato! Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome.
Quando arrivò a Gerusalemme pieno di nostalgia per il tempio, la casa dove il Padre si lasciava trovare dai suoi figli, vide invece un luogo di commercio e di profanazione... Il suo zelo traboccò e lo sdegno per tale scempio lo indusse a rovesciare i tavoli dei cambiavalute e dei venditori di animali: quei mercanti stavano presso il Padre, nella Sua casa, ma non si rivolgevano verso di Lui, anzi gli avevano girato le spalle. Quando gli uomini erano tutti peccatori, era sceso nel Giordano, comprendendo fino a che punto il Padre aveva amato il mondo. Mettendosi dall’altra parte, aveva ricevuto il battesimo dei peccatori, Lui che non aveva conosciuto peccato! A quel punto, il Padre non s’era più contenuto ed aveva esclamato, mentre lo Spirito Santo si fermava su di Lui: Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto (Lc 3, 22). Mentre usciva dal Giordano, era pieno dell’incontenibile desiderio di compiere totalmente la volontà paterna di radunare tutti i figli dispersi e perduti. Aveva appena compiuto un gesto esteriore carico di obbedienza al desiderio del Padre, che quelle parole lo confermarono nella sua determinazione, lo rassicurarono dell’infinita compiacenza nei suoi confronti; il dono della pienezza dello Spirito che si era fermato su di lui lo inondava fino alle ultime fibre del suo essere uomo. C’era bisogno di riflettere, c’era bisogno di interiorizzare, c’era bisogno di sapere più chiaramente, c’era bisogno di stare cuore a cuore con il Padre, c’era bisogno di silenzio e solitudine, c’era bisogno di digiuno e orazione, c’era bisogno di deserto! Sospinto dallo Spirito, partì per la grande orazione. Quaranta giorni e quaranta notti dovettero passare prima che il fuoco, che gli bruciava dentro si calmasse e la fame cominciasse a sentirsi.
Il vecchio abate restò senza parole. Sentiva in sé, in modo inesplicabile, ciò che aveva provato Gesù e capiva come ci fosse stato bisogno di tanti giorni e di tante notti prima che la grande orazione si compisse e l’esperienza del peso dell’umanità in cui il Figlio s’era immerso, ritornasse a prevalere.
Al termine dei quaranta giorni arrivò Satana che con le sue tentazioni dette involontariamente a Gesù l’occasione per tradurre in parole e decisioni ciò che Egli, rivolto ed abbracciato al Padre tanto a lungo, aveva contemplato. Satana fu sbaragliato in un istante, ma, a partire da quella fuga, all’orizzonte del cuore di Gesù cominciò a spuntare il profilo della croce. Satana era fuggito, ma solo per qualche tempo. Sarebbe ritornato sicuramente. Sarebbe ritornato portando con sé la croce.
Queste considerazioni commuovevano il vecchio abate. La vita di Gesù gli appariva ora da un’estremità all’altra come un’unità perfetta, che si poteva abbracciare con un solo sguardo. Non gli era più necessario andare con la mente da un episodio all’altro, perché era tutta lì, aperta e senza ombre, davanti a lui. Non c’era più molteplicità di avvenimenti, di parole, di azioni, di pensieri, di orazioni, di sollecitudini, di commozioni, di miracoli, di benedizioni, di consolazioni, di insegnamenti. L’esistenza di Gesù era tutta lì, raccolta ed espressa in quella volontà amorosamente appassionata di realizzare sulla terra l’infinito desiderio paterno di radunare tutti i figli allontanati e dispersi, di indurli a volgersi di nuovo, liberamente, verso Lui e ad aprirgli totalmente il cuore per accoglierne l’amore. Poter effondere sugli uomini il suo Spirito di Figlio e il suo modo di essere, che si riassumeva in quell’ineffabile parola appresa dall’eternità e portata per la prima volta sulla terra: Abbà!
Abbà, Abbà... Il vecchio abate si sentiva inondato dallo Spirito del Figlio e pronunciava a fior di labbra quella parola. Intanto, tutta la pienezza di ciò che aveva meditato e il dono di comprensione che aveva ricevuto in quell’oscurità, lo riempivano. Tutto gli era talmente chiaro e semplice, che gli parve di essere contemporaneamente nell’eternità, prima dell’inizio del tempo, uno con il Figlio, rivolto con lui verso il Padre nell’infinito silenzio di quella comunione, e contemporaneamente nella storia, non però in un suo solo segmento, ma nella sua totalità, nel tempo inteso come un tutto, una sola cosa con il Signore Gesù, con colui che era, che è e che verrà.
Il vecchio abate aveva raggiunto la pienezza; il mondo poteva pure riprendere a girare e la storia a scorrere. A quel punto il buon Dio avrebbe potuto riaccendere la luce, sembrando proprio vero che fosse stato Lui a spegnerla.
Il vecchio abate rimase immobile un altro po’. Quindi si alzò per cercare a tentoni la candela e i fiammiferi. Mentre passava davanti alla finestra, un debole chiarore attirò la sua attenzione. Si avvicinò per veder meglio; dopo pochi istanti la luna, che sorgeva dai monti antistanti, inondò della sua silenziosa ed amabile luce la valle, la stanza e il vecchio abate.

OPERE TUTTE DEL SIGNORE, BENEDITE IL SIGNORE!

La primavera era già inoltrata e si stava bene fuori, all’aria aperta. Il bosco era di nuovo tutto verde e gli alberi da frutto avevano da poco cominciato a fiorire.
Il vecchio abate, ogni volta che si fermava a contemplare il dolce potere della primavera che copriva di sé la terra, sentiva il suo spirito riempirsi di felicità, gli pareva che il Signore dirigesse direttamente alla sua anima le parole del Cantico dei Cantici che lo sposo dedicava all’amata: "Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!" (Ct 2, 10-13).
Il vecchio abate viveva da solo, nel santuario in cima al monte; ma questa poteva essere l’opinione di chi osservava le cose da fuori. In realtà in cima al monte vivevano in due, il vecchio abate e il Signore.
La sua vita, apparentemente monotona e vuota, era invece intensa e piena. Il Signore era un compagno dalle infinite iniziative e risorse; quanto più il vecchio abate viveva con lui, tanto più lo conosceva. Stavano insieme, si parlavano, per qualche ora ciascuno faceva il suo lavoro, e poi si ritrovavano.
Con l’arrivo della primavera la loro vita a due s’era accelerata. L’invito del Signore, ripetuto ogni volta che il vecchio abate si lasciava riempire gli occhi dalla primavera: Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!, non era retorico né formale. Era una parola viva. Gli pareva di essere, lui pure, come la campagna, in fiore.
Aveva incominciato a ricercare nella Scrittura passi che lo aiutassero a cogliere frammenti di bellezza per trasformarli in lode e canto d’amore. Per il pudore dei propri sentimenti, forse avrebbe avuto un certo imbarazzo a confessare apertamente a qualcuno che l’aria di quella primavera e la vita di unione con il Signore lo ispiravano a comporre canti d’amore al buon Dio, all’altissimo e vicinissimo buon Dio. Ma dato che non c’era nessuno a cui parlare, non provava imbarazzo alcuno a intitolare come canti d’amore le sue preghiere.
Il testo che più di tutti gli piaceva era quello del cantico dei tre giovani ebrei buttati nella fornace ardente da Nabucodonosor, re di Babilonia. Essi lo avevano composto e intonato in mezzo alle fiamme, senza che il fuoco facesse loro alcun male. Rileggere come quei tre giovani non bruciassero, rallegrava molto il cuore del vecchio abate. Andava al libro di Daniele e leggeva: La fiamma si alzava quarantanove cubiti sopra la fornace [...]. Ma l’angelo del Signore, che era sceso con Azaria e i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese l’interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia. Allora quei tre giovani, a una sola voce, si misero a lodare, a glorificare, a benedire Dio nella fornace (Dn 3, 47-51).
Sapeva queste parole quasi a memoria, ma non si stancava mai di rileggerle e di rimanere a pensare a quel vento di rugiada, che era capace, con la sua soavità, di tenere a bada il terribile fuoco, alto più di quarantanove cubiti! Quante volte gli era capitato, nella sua lunga vita, di trovarsi in una situazione di sofferenza e angustia, che ben si sarebbe potuta paragonare a quel terribile fuoco del re Nabucodonosor; quante volte lo Spirito Santo lo aveva soccorso come il soffio di un vento di rugiada; quante volte, anche, gli era venuto spontaneo lodare e ringraziare il Signore, dopo aver scoperto, pur restando circondato dal fuoco, quanti motivi c’erano per innalzargli un canto d’amore!
Nella primavera di quell’anno, però, non c’erano fiamme attorno al vecchio abate, ma solo la natura in tutta la sua giovinezza e la presenza dell’amato che gli ripeteva: Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!
Il cantico dei tre giovani si recitava nelle lodi della domenica; la prima strofe cominciava così: Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli! (Dn 3, 57).
Queste espressioni erano parole di Dio e quindi efficaci. Se invitavano tutte le opere del Signore a lodarlo ed esaltarlo, voleva dire che tutte, proprio tutte, le opere del Signore erano capaci di obbedire a quell’invito e di lodarlo ed esaltarlo con tutto l’amore necessario. Ma c’era bisogno che qualcuno desse loro voce e coscienza.
Queste cose al vecchio abate vennero in mente mentre stava recitando le lodi della domenica, al sorgere del sole, nel chiostro sopraelevato, di fianco al santuario. Era appunto arrivato al secondo salmo, cioè al cantico dei tre giovani nella fornace, e aveva appena pronunciato le parole della prima strofe: Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli!, quando alzò gli occhi per guardare le opere del Signore e vedere in che maniera lo lodavano ed esaltavano nei secoli. Il primo raggio di sole stava forando l’orizzonte in quel momento e, dall’altra parte del cielo, la luna piena stava tramontando. Benedite, sole e luna, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli (Dn 3, 62).
Era proprio vero che lo lodavano ed esaltavano nei secoli: da quando la terra era terra, si rincorrevano nel cielo, illuminando e rallegrando i giorni e le notti. Gli uomini, al tempo in cui non avevano ancora imparato a parlare, guardavano già a loro e distinguevano i giorni e le lune.
E Giosuè? Quanti secoli erano passati da allora? Eppure già sapeva che erano opere del Signore e che a Lui dovevano obbedire. Fu così che diede loro un ordine il giorno della battaglia contro gli Amorrei: "Sole, fermati in Gàbaon e tu, luna, sulla valle di Aialon". Si fermò il sole e la luna rimase immobile [...]. Stette fermo il sole in mezzo al cielo e non si affrettò a calare quasi un giorno intero (Gs 10, 12-13).
Gli occhi del vecchio abate contemplavano il paesaggio. Guardava i monti e le colline, gli alberi e i prati, e cercava di fare silenzio per cogliere e intendere la lode senza parole che essi levavano al Signore. Chiuse il breviario, per vivere quel cantico e scoprire ciò che le opere tutte del Signore facevano da secoli con grazia e semplicità. Chiese al Signore, che gli stava accanto, di aprirgli il cuore per capire quel silenzioso cantico.
Si rese conto che era più facile del previsto, perché anche lui, il vecchio abate, era, in fondo, una delle opere del Signore e quindi poteva far parte di quel cantico.
Riaprì il breviario e continuò la lettura. In breve arrivò al versetto che diceva: Benedite, sacerdoti del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli (Dn 3, 84).
Fino ad allora aveva sempre lodato ed esaltato il Signore come sacerdote, come persona che intercede e prega a nome di tutti, ma non era mai arrivato a capire che anche lui faceva parte del grande esercito delle opere del Signore e che quindi poteva lodarlo alla stessa maniera delle stelle del cielo, delle piogge e delle rugiade, delle folgori e delle nubi, delle sorgenti e dei mari, della luce e delle tenebre. Poteva dar loro voce o, meglio, dar loro coscienza, perché esse stesse erano già la loro propria voce.
Il vecchio abate passò quella domenica con il cuore in festa, ripieno della sensazione di essere tanto unito all’infinita moltitudine delle opere del Signore, da sentirsi lui pure moltitudine. Quando venne l’ora dei Vespri, avvertì l’impulso interiore di non andare, come al solito, nel santuario per recitarli con il breviario, ma di salire sul chiostro sopraelevato, per celebrarli utilizzando quei salmi, inni e cantici viventi che erano le opere del Signore.
Per inno scelse la luce dorata del tramonto. L’ammirò mentre tingeva di colori ogni cosa. Era stata la prima di tutte le creature. Il racconto della Genesi cominciava da lei: Dio disse: "Sia la luce!" e la luce fu (Gen 1, 3).
La prima ad essere creata, la prima ad obbedirgli, la prima a lodarlo.
Come primo salmo prese le creature tutte che germinavano sulla terra (Cfr. Dn 3, 76).
E gli fu facile trovare pure un’antifona adeguata: i fiori di campo che a macchie coloravano i prati in cima al monte. Il primo salmo risultò solenne: quante creature che germinavano sulla terra poteva ammirare da lassù! I boschi si estendevano a perdita d’occhio e, dove non giungeva la vista, suppliva la fantasia: dalle sterminate foreste tropicali ai licheni oltre il circolo polare, agli arbusti spinosi che riuscivano a crescere ai margini dei deserti, soddisfatti appena di poche gocce di rugiada notturna.
Ripetè l’antifona dei fiori e rimase un po’ imbarazzato nella scelta del secondo salmo. Mentre cercava intorno con lo sguardo, un gruppo di rondini sbucò da dietro il santuario e si mise a disegnare ricami di voli nel cielo. Eccolo il secondo salmo: era arrivato da solo! Rimase a guardare estasiato le loro evoluzioni: ci voleva un’antifona tra cui racchiudere quei versetti alati. Quale migliore del cielo? Per la verità il cielo poteva sembrare un’antifona sproporzionata, di troppo più grande del salmo. Ma poteva essere un’antifona troppo grande per il creatore dell’universo?
Al posto del terzo salmo i Vespri avevano un cantico del Nuovo Testamento. Il vecchio abate scelse il santuario, che era espressione della fede e dell’amore di un popolo, delle generazioni che l’avevano costruito e di quelle che da secoli venivano a visitarlo. E aveva pure un’antifona: quel chiostro sopraelevato su cui si trovava!
C’era ora la lettura breve. Il vecchio abate fu attirato da alcune belle nuvole che si stagliavano, maestose e in grande pace, arrossate dal tramonto, contro il cielo che lentamente cambiava di colore. Le lesse e rilesse: la lettura, per quanto breve (bastava un’unica occhiata), gli dava l’impressione che non finisse mai.
Era arrivato al magnificat. Doveva proprio cantarlo, magari in latino, sulla melodia gregoriana del tonus solemnis. Era il cantico di lode e ringraziamento per eccellenza; tanta era la gioia che il vecchio abate aveva in cuore, che gli pareva che nulla di meglio servisse ad esprimere ciò che sentiva.
Cercava un’antifona adeguata; questa gli apparve subito allo spirito, quando avvertì presso di sé le schiere innumerevoli di pii e umili di cuore che lungo i secoli si erano associati alla vergine Maria per usare il suo cantico a lode ed esaltazione del Signore.
Era quasi buio quando incominciò le preci che precedono il Padre Nostro. Per quante intenzioni c’era bisogno di pregare! Per la chiesa, per la società degli uomini, per le tante sofferenze che ricoprivano la terra, per le persone cui aveva promesso di pregare, per i vivi e i morti.
Continuava a guardare verso il tramonto, che ormai s’era spento quasi del tutto. Recitò l’oremus finale e rimase in silenzio, immerso nel mondo, di fronte ed accanto al Signore.
Ad un certo punto si chiese se al Signore quei vespri fossero piaciuti come erano piaciuti a lui. Ma non riuscì a capire cosa il Signore ne pensasse, benché gli stesse accanto. Alla fine si decise a ritirarsi in canonica e si voltò per scendere le scale del chiostro. In quel momento da dietro i monti cominciava ad apparire il primo pezzetto di luna.
Era la risposta del Signore! Lo capiva, ne era sicuro. Rimase a guardare, finché la luna, immensa e rossiccia, entrò per intero nel cielo. La luna non aprì bocca, ma il vecchio abate avrebbe giurato che il Signore la mandava per comunicargli la sua risposta. Benedite, servi del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli!

LA GLORIA DI DIO

Se c’era una cosa che il vecchio abate aveva desiderato da sempre, quella era poter vedere Dio.
Per quanto andasse indietro con la memoria, non riusciva a risalire ad un’epoca della sua vita in cui non avesse già presente nel suo intimo questo desiderio.
Però non aveva mai visto Dio! E sapeva pure che in questa vita avrebbe continuato a non vederlo. Tuttavia sapeva anche che avrebbe sempre desiderato di vederlo...
Aveva cercato di scoprire se nella Bibbia ci fosse stato qualcuno che l’avesse visto o, per lo meno, avesse desiderato vederlo. Tutti i profeti l’avevano incontrato, ma solo udendo la sua voce. Gli pareva che, fra tutti loro, soltanto tre avessero avuto un’esperienza così immediata ed evidente di Dio, da potersi concludere che, in qualche modo, l’avevano visto. Erano Mosè, Elia ed Isaia. Ma dei tre, uno solo, Mosè, aveva desiderato di vederlo senza veli, a tal punto e con tanta intensità, da avere il coraggio e la confidenza necessari per chiedergli: Mostrami la tua gloria! (Es 33, 18).
Iddio allora gli aveva detto: Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere (Es 33, 21-23), perché nessun uomo può vedermi e restare vivo (Es 33, 20).
Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore.
Quando leggeva e rileggeva queste parole, il vecchio abate si metteva accanto a Mosè, sulla rupe, anzi, più ancora, si immedesimava in Mosè, gli pareva di sentire la mano di Dio sul suo capo e, appena la ritirava, alzava subito la testa, per poter vedere la Gloria di Dio ancora presente, prima che si allontanasse.
A poco a poco il vecchio abate era diventato amico di Mosè. Gli pareva di conoscerlo, come si conosce una persona viva; quando rileggeva quell’episodio del libro dell’Esodo, se lo sentiva vicino; allora gli faceva a lungo compagnia continuando la lettura dei quarant’anni del deserto e della difficile lotta contro il Faraone. L’amicizia con Mosè lo consolava, è vero, ma non lo metteva, né poteva metterlo, in condizioni di vedere Dio. Gli aveva però acceso una piccola speranza, di cui conservava il più geloso segreto: per quello che poteva sapere, solo un uomo, in tutta la storia della Bibbia, aveva avuto l’ardire e la fiducia di chiedere a Dio di vederlo, e quell’unico era stato esaudito!
Solo Mosè sapeva di quella speranza e, naturalmente, il buon Dio...
Dal tempo di Mosè erano passate già alcune migliaia di anni, per cui il vecchio abate poteva pensare che Iddio fosse di nuovo disposto a fare un’eccezione. Anche se gli pareva che la Bibbia non menzionasse più nessuno che avesse avuto il desiderio di vedere la Gloria di Dio, il vecchio abate non era così presuntuoso da ritenersi sulla terra il primo uomo dopo Mosè a coltivare un desiderio così struggente! Ma, seppure uno fra tanti, certamente lui era uno di loro e ripeteva al Signore la stessa preghiera di Mosè. Il vecchio abate si sentiva piccolo e pieno di difetti, ma tutto ciò non gli pareva di grande importanza, perché nessuno mai sarebbe potuto essere degno di una tale grazia. Per questo nutriva una piccola speranza: piccola, piccolissima, più piccola del famoso seme di senape di Gesù, ma una vera, sincera, coraggiosa speranza!
Il profeta Elia presentava una singolare coincidenza con Mosè: aveva incontrato Dio sullo stesso monte. Vi giunse dopo quaranta giorni e quaranta notti di fuga nel deserto, senza mai fermarsi, con la forza misteriosa ricevuta dal pane e dall’acqua offertigli dall’angelo, quando scappava per non essere ucciso dagli emissari della regina Gezabele. Entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco che Dio gli parlò: Elia, esci e férmati sul monte alla presenza del Signore (1Re 19, 11).
Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce, ma Iddio non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma non era neppure lì. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Elia rimase interdetto. Nessuna delle abituali manifestazioni della presenza di Dio di fatto accompagnava il Signore. Elia era l’uomo di Dio per eccellenza, il suo profeta di fuoco: conosceva Jahvè e nessuno poteva ingannarlo al suo riguardo!
Il vecchio abate leggeva sempre con ammirazione quel passo. Qualunque altro uomo avrebbe creduto di riconoscere Dio nelle forze scatenate della natura, abituali annunciatrici della sua presenza. Ma Elia no. Che grande libertà interiore e che obbedienza alla verità, per affermare che lì Dio non c’era, nonostante tutte le apparenze! Oh Elia - gli diceva in cuor suo, pieno di ammirazione, il vecchio abate - ti sei veramente meritato il titolo di profeta di fuoco!
Elia taceva immobile all’entrata della caverna. La notte era diventata serena e piena di stelle, come all’inizio, quando la voce di Dio l’aveva svegliato nel primo sonno e l’aveva chiamato. Il deserto si perdeva fin oltre l’orizzonte, per una distanza di quaranta giorni e quaranta notti, un cerchio di solitudine e silenzio. Quand’ecco, dopo un tempo che Elia non poteva calcolare, ci fu il mormorio di un vento leggero, un sussurro impercettibile. Sì, c’era Dio! Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò davanti alla caverna a conversare con lui... All’uomo che bruciava per lo zelo del nome del Signore, che era pronto ad usare la forza per sbaragliare i nemici di Dio, che era stato per loro come un vento impetuoso e gagliardo che spaccava i monti e spezzava le rocce, che li aveva fatti tremare come il terremoto o fuggire come il fuoco, Dio si era voluto rivelare come brezza leggera.
Al vecchio abate non sfuggiva la lezione che Iddio aveva voluto dare ad Elia, rivelandosi a lui in un a tu-per-tu straordinario, preparato con tanto cammino, silenzio, solitudine e purificazione, avvenuto nella tranquillità di una notte seguita allo sconvolgimento della natura. Come non pensare alle parole che Gesù avrebbe detto a tutti gli uomini molti secoli più tardi: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore (Mt 11, 29).
Anche Elia gli era caro; se lo sentiva vicino ad incoraggiarlo a coltivare la sua piccola speranza.
Il terzo era Isaia, il più grande dei profeti di Israele, che Iddio aveva chiamato per avere al suo servizio quel grande talento che gli aveva donato. Ad Isaia Iddio si era manifestato all’inizio del suo ministero, quando questi ancora non lo conosceva, a differenza di Mosè ed Elia, che avevano visto la Gloria di Dio quando erano profeti già da tempo, uomini maturi, avvezzi alla sua parola.
Il vecchio abate gioiva nel considerare la sovrana libertà di Dio, che faceva cose sempre impensate, senza ripetersi mai. Per ciascuno sceglieva modalità proprie, inattese e belle: belle in sé e belle per la novità. Non per nulla Isaia aveva la stoffa dello scrittore e non si era lasciato sfuggire l’occasione di narrare in prima persona la visione che aveva cambiato per sempre la sua vita. Il vecchio abate leggeva con reverenza ed estrema attenzione quel racconto eccezionale: con quale coraggio avrebbe potuto cambiare anche una sola parola di quel diario così unico nella storia del mondo?
Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro: "Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria". Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: "Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti". Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: "Ecco, questo ha toccato le tue labbra perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato". Poi io udii la voce del Signore che diceva: "Chi manderò e chi andrà per noi?". Ed io risposi: "Eccomi, manda me!" (Is 6, 1-8).
Che bello! C’era lo splendore di Dio, circondato dal giubilo e dall’amore dei serafini della corte celeste; c’era la potenza di Dio che faceva vibrare gli stipiti del maestoso tempio di Salomone, che di fronte a quella maestà pareva solo lo sgabello dei suoi piedi; c’era tutta la sorpresa e lo stupore del giovane Isaia e la coscienza della sua nullità. Infine, c’era la cosa che commuoveva di più il cuore del vecchio abate: l’umiltà della voce di Dio, che manifestava all’attonito e spaventato Isaia, dopo tanto splendore e maestà, il suo bisogno di qualcuno tra gli uomini: Chi manderò e chi andrà per noi? Più in quella domanda che nella gloria Isaia aveva conosciuto di colpo Dio e gli aveva risposto senza lasciare intervalli, senza più timori: dopo aver udito quella richiesta, non c’era più spazio per la paura. Eccomi, manda me!
Il vecchio abate contemplava la sconfinata e, al tempo stesso, piccola gloria di Dio, contenuta in quella domanda: Chi manderò e chi andrà per noi? Nel suo vecchio cuore non c’era la più piccola esitazione a riconoscere in quell’umile richiesta una gloria immensamente più grande di quella che faceva tremare gli stipiti del sontuoso tempio di Salomone. Il giovane Isaia, di fronte alla piccolezza di Dio, aveva alzato gli occhi e aperto liberamente il suo cuore per sempre: Eccomi, manda me!
Il vecchio abate non poteva fare a meno di alzare lo sguardo al crocifisso. Quell’estrema, infinita, umile impotenza coincideva con la manifestazione della gloria di Dio: tutto, assolutamente tutto ciò che esisteva era inesorabilmente attirato e salvato da lui in croce.
Questo era il mondo interiore del vecchio abate, quando gli giunse una lettera della curia per comunicargli che di lì a due domeniche i vescovi di tutta quella regione sarebbero venuti in pellegrinaggio al santuario; gli si chiedeva di fare loro una meditazione durante la messa, commentando nell’omelia il vangelo del giorno. Il vecchio abate rimase un po’ scosso da quella notizia: era la prima volta in vita sua che doveva fare una meditazione a dei vescovi e aveva qualche titubanza su come condurre l’omelia. Ma poi ricuperò al più presto la serenità: se la Parola da commentare era già scelta non c’era da fare altro che lasciar parlare la verità della Parola. Doveva solo andare a documentarsi un po’, leggendo qualche commento del brano fatto dagli studiosi, e poi pregare su quella parola per coglierne il senso.
Andò innanzitutto in sacrestia a cercare sul messale quale fosse il vangelo di quella domenica. Era il brano della trasfigurazione, dal capitolo 17 di Matteo. Lo lesse subito: la prima impressione fu di contentezza, perché due dei suoi grandi amici, Mosè ed Elia, erano tra i protagonisti del racconto. Anche il tema lo faceva vibrare: si parlava di una visione della gloria di Dio. Il suo desiderio di vedere Dio e la sua piccola speranza segreta si riaccesero subito. Pietro, Giacomo e Giovanni lo rappresentavano in quell’episodio, ciò che era stato vissuto da loro, egli lo sentiva come suo. Gesù si era trasfigurato davanti a loro, assumendo un aspetto di gloria. Erano apparsi Mosè ed Elia che conversavano con Gesù, ma quella non era ancora la visione di Dio. Eppure la beatitudine era piena, anche solo così! Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia (Mt 17, 4).
Ed ecco, mentre Pietro diceva queste parole, apparve Dio, il Padre, nel suo splendore. Li avvolse nella sua nube luminosa dicendo loro: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo (Mt 17, 5).
Ma i discepoli non resistettero alla gloria di Dio, non poterono contemplarla e, sopraffatti dalla grandiosità dell’evento, caddero con la faccia a terra. Questo atteggiamento dispiaceva al vecchio abate, che si sentiva presente in loro. Oh, se ci fosse stato lui! Era sicuro di avere abbastanza ardire per abbandonarsi alla contemplazione che realizzava il suo grande desiderio!
Ma bisognava stare al testo... Andò alla ricerca di tutti i commenti che riuscì a trovare nella biblioteca del santuario. L’interpretazione concorde era che l’episodio costituiva un incoraggiamento offerto ai tre discepoli, destinati ad assistere all’angoscia terribile del Getsemani perché potessero superare lo scandalo dell’estrema umiliazione di Gesù.
Il vecchio abate non si reputava certo in grado di controbattere quell’opinione così autorevole, tuttavia quell’interpretazione non coglieva, secondo lui, la verità che la parola di Dio voleva comunicare. Non riusciva ancora a decifrarla, ma capiva che il punto di partenza per arrivarci era la valutazione del ruolo di Mosè ed Elia in quella visione. I commentatori vedevano in Mosè la legge e in Elia i profeti, cioè, fuori di metafora, tutto l’antico testamento, che veniva a parlare con Gesù nella sua qualità di Parola definitiva del Padre. Il vecchio abate però non riusciva a convincersene in pieno. Tutto ciò era vero; ma per lui quell’episodio significava qualcosa sulla visione di Dio possibile ai discepoli qui sulla terra. Mosè ed Elia erano presenti non tanto come simbolici rappresentanti dell’antico testamento, quanto come persone che, avendo già visto con i loro occhi la gloria di Dio, erano chiamate ad assistere ad un nuovo modo di farsi vedere da parte di Lui.
Qual era questo modo? Il vecchio abate intuiva che era contenuto nel testo, ma non gli riusciva di spiegarlo a parole.
C’erano ancora due settimane, per pregarci sopra, fare silenzio e meditare. Però i giorni passavano e la luce non veniva. Cominciava a sentire l’ansia crescere in lui e, con l’ansia, il timore di non riuscire a capire in tempo, prima dell’omelia. Ma ormai era abbastanza vecchio e saggio da non lasciarsi sopraffare dall’agitazione. Stava al Signore fargli capire; se Lui non voleva illuminarlo, il vecchio abate avrebbe accettato di buon grado. Non sarebbe stato quel silenzio a fargli pensare che il Signore gli volesse meno bene. Se non fosse riuscito a vedere la verità nascosta, si sarebbe adattato a riferire nell’omelia le idee degli altri, vere pure quelle, anche se non vere di quella verità che continuava a restargli occulta.
Cominciò la messa con tutta umiltà, ma con quella convinzione che tante volte nella sua lunga vita aveva sperimentato essere vera e che ripeteva a se stesso usando le parole di S. Paolo: Quando sono debole, è allora che sono forte (2Cor 12, 10).
Andò all’ambone a leggere il vangelo. S’inchinò verso l’altare per recitare con tutta l’intensità di cui era capace la preghiera al Padre, prevista dalla liturgia: Purifica il mio cuore e le mie labbra, Dio onnipotente, perché io possa annunciare degnamente il tuo santo vangelo. Incensò il messale, fece l’inchino e cominciò a proclamare solennemente il vangelo del giorno. L’oscurità continuava per lui, nonostante le parole di luce che stava leggendo. Una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo". All’udire ciò i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore (Mt 17, 5-6).
Com’erano vere quelle parole! Si sentì diventare rosso di vergogna fino ai capelli di fronte a Dio, per avere pensato che, se fosse stato là pure lui, avrebbe alzato il capo e si sarebbe lasciato andare alla gioia di guardare nel volto la maestà di Dio. Che presunzione, che superbia, travestita con i panni dell’amore.
A leggere quelle parole il vecchio abate si sentì trafiggere dalla verità, che Iddio gli faceva capire, si vergognò fino alla radice del suo essere, si pentì e chiese perdono. Cadde pure lui, assieme ai tre discepoli, con la faccia a terra.
Fece una pausa, di un istante solo. Tutti i vescovi intesero che era per un’esigenza del testo e ne rimasero edificati, perché quel vecchio abate sapeva dare risalto alle parole del vangelo.
Ma di fatto era accaduto che Dio aveva usato quell’istante per ricondurre il vecchio abate alla verità, per perdonarlo ed esaudirne la preghiera: gli aveva purificato il cuore e le labbra, rendendolo capace di annunciare degnamente il suo santo vangelo.
L’abate riprese a leggere: Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: "Alzatevi e non temete" (Mt 17, 7).
La gloria di Dio li aveva atterriti; essi, temendo di essere sopraffatti, si erano gettati a terra. Ma ecco il fatto nuovo: il vangelo riprendeva con un ma e con un protagonista diverso, Gesù. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: "Alzatevi e non temete". I discepoli avrebbero voluto scomparire, allontanarsi. Gesù invece si avvicina. Avrebbero voluto interrompere il contatto con Dio. Gesù invece li tocca. Avrebbero voluto rimanere prostrati. Gesù invece dice loro di alzarsi. Erano pieni di paura e Gesù dice loro di non temere.
Il vecchio abate commosso continuava a leggere: Gesù lo invitava, insieme con i discepoli, ad alzarsi pure lui, a non avere paura e a contemplare nella pace la visione della gloria del Padre. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo (Mt 17, 8).
A queste parole il vecchio abate si sentì invadere da una gioia e da una luce straordinarie: la verità, cercata da lui così a lungo ed insistentemente, senza che mai egli la trovasse, stava lì davanti, nella semplicità ed umiltà della sua evidenza: il volto e la gloria del Padre risiedevano nella mansueta presenza di Gesù, il Figlio tanto amato!
Sì, la gloria di Dio era lì, totalmente presente, in tutto il suo splendore, nella sua incredibile semplicità. Il vecchio abate poteva finalmente fissarvi gli occhi senza rimanerne abbagliato. La sua preghiera di sempre era finalmente esaudita. La sua piccola segreta speranza si era avverata!
Adesso capiva le parole udite nella nube della gloria di Dio: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo. In lui il Padre voleva mostrarsi. Egli era una cosa sola con il Figlio e chi vedesse Gesù vedeva veramente il Padre.
Adesso comprendeva la presenza di Mosè e di Elia: avevano visto la gloria di Dio dell’antico testamento, ma quella era una gloria parziale, una rivelazione ancora imperfetta: Mosè aveva visto solo le spalle, ed Elia al passaggio della brezza leggera si era coperto il volto con il mantello. Dio si era rivelato loro velandosi. Ma ora non più: era giunto il tempo della pienezza, il tempo in cui tutti erano invitati a vederlo, il tempo di inviare il Figlio prediletto sulla terra. Perciò Mosè ed Elia erano presenti: il Figlio era veramente per tutti, anche per quelli che erano già passati nella dimensione dell’attesa, e perciò Iddio, il Padre, aveva voluto che anche loro vedessero la sua gloria senza più reticenze.
Ma il vangelo non era finito. C’era ancora una frase e pure questa era ormai trasparente per il cuore del vecchio abate: E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti" (Mt 17, 9).
Gli apostoli non potevano comprendere, e in effetti non compresero, ma il vecchio abate sì. La rivelazione attraverso il Figlio non era completa: Gesù doveva mostrare ancora la totalità della gloria di Dio, perciò era meglio che attendessero e non parlassero di quella rivelazione. Solo sulla croce e nella risurrezione Gesù avrebbe reso visibile il mistero della gloria di Dio; sulla croce doveva morire e, dopo la morte, il suo cuore doveva essere trafitto e fare uscire sangue ed acqua. Lì, con quell’ultimo atto, finiva veramente tutta la rivelazione misteriosa della gloria infinita di Dio. La risurrezione sarebbe stata la proclamazione, senza più dubbi, né scandali, né veli che nel Figlio prediletto, morto e dal cuore trafitto, c’era la pienezza della gloria di Dio!
Il vecchio abate aveva un nodo alla gola e non gli riusciva di pronunciare Parola del Signore, per concludere la lettura del vangelo. Aspettò un istante, ma la voce non gli usciva. Si decise allora a baciare il vangelo, senza dire nulla.
Qualche vescovo si accorse di questa omissione ed ebbe la tentazione di giudicare negativamente il vecchio abate; ma nessuno di loro poteva certo sospettare che, in tutta la storia della chiesa, mai nessuno aveva baciato il vangelo con un amore così grande!

PASQUA

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio... (Gv 20, 1).
Il vecchio abate non seppe resistere alla tentazione di alzare gli occhi dal messale e guardare verso il grande rosone che sormontava il portale d’ingresso, in fondo alla chiesa; le prime luci dell’alba non riuscivano ancora ad accenderlo dei suoi colori variopinti.
Poteva continuare a leggere adagio il vangelo del mattino di Pasqua; anche quell’anno sarebbe arrivato al sepolcro esattamente nel momento in cui vi era giunta Maria Maddalena. Sentì che l’aver ceduto a quella distrazione gli era stato perdonato, come negli anni passati, da quando viveva nel santuario in cima al monte: il Signore gliela contava come una distrazione per amore.
Al vecchio abate piaceva leggere episodi del vangelo in circostanze il più possibile uguali a quelle descritte nel racconto, perché lo aiutavano a compartecipare meglio all’esperienza dei protagonisti. Così, da quando viveva lassù, aveva preso l’abitudine di celebrare la prima messa del giorno di Pasqua di buon mattino, proprio quand’era ancora buio. Voleva rivivere la sorpresa di Maria Maddalena nel momento esatto in cui lei aveva scoperto la pietra del sepolcro ribaltata. Voleva essere anche lui, ad ogni Pasqua, il primo al mondo ad arrivare al sepolcro e scoprire che Gesù era risuscitato. Non voleva che fosse qualcun altro a dargli la notizia che Gesù non era più lì.
Finì il vangelo, baciò il messale e si sedette. Il santuario era deserto, rischiarato solo dalla tenue luce delle candele e del cero pasquale. Non c’era assemblea alla quale poter indirizzare l’omelia. Così il vecchio abate chiese al Signore risorto di farsi sentire presente, proprio come aveva fatto con Maria Maddalena.
Il Signore venne e riempì di gioia il cuore del vecchio abate. Non era una gioia qualunque, ma la gioia della novità, della nuova creazione. Gesù risorto era il primogenito di un nuovo mondo, un mondo ultimo, definitivo, che doveva durare per sempre. La freschezza, l’entusiasmo, la felicità traboccante di Gesù, da pochi minuti risuscitato dai morti, riempivano il santuario. Il vecchio abate quasi non credeva al suo cuore: il suo santuario antico, sgretolato, che avrebbe avuto bisogno di qualche restauro, era il luogo che Gesù aveva scelto per cominciare a rinnovare tutte le cose. Il prototipo di tutto ciò che sarebbe stato fatto di nuovo era lui, Gesù risuscitato.
Il vecchio abate era inondato da questa novità; sentiva il potere infinito che Gesù aveva ricevuto dal Padre infiltrarsi in tutti i pori del suo essere, avvertiva la decisione irreversibile di Gesù di raggiungere tutti gli uomini e tutto l’universo, per rifare tutto daccapo, nuovo e definitivo, partecipe della sua immortalità, della sua felicità di vittorioso.
Il vecchio abate rimase ad assaporare tutta quella meraviglia che Gesù gli aveva messo nel cuore. Quando alzò gli occhi, il rosone in fondo alla chiesa splendeva di colori nel primo mattino; non l’aveva mai visto così bello: era la luce dell’alba di Pasqua che ne esaltava il fascino; il vecchio abate, emergendo dai suoi pensieri, si chiese se per caso il rosone non facesse già parte della nuova creazione. Celebrò il resto della liturgia con una comprensione profonda della presenza del Signore, che continuava sensibile nel centro del suo essere.
Si trattenne a pregare, poi entrò nella cucina della canonica: era ancora primo mattino. Si preparò il caffè e andò a centellinarlo, come sempre, al tavolo sotto la finestra, che guardava sul giardino; si vedeva la cima d’un albero con le foglie appena nate e, sullo sfondo, il crinale dei monti ricoperti da folti boschi.
La contemplazione dell’albero, del cielo e dei monti, a quell’ora in cui la gente ancora dormiva, era diventato un rito per il vecchio abate. Immaginava di essere all’inizio del mondo, come se i suoi fossero i primi occhi coscienti che, pieni di meraviglia, ammiravano tutt’intorno la creazione appena uscita dalle mani di Dio, nel suo primo mattino d’ esistenza. Era la sua preghiera d’ adorazione al Padre, creatore di tutto, che in quello stesso momento, assieme al Figlio e allo Spirito Santo, stava guardando le medesime cose dall’altro versante del mondo, commentando: È tutto molto buono! (Gen 1, 31). Il vecchio abate da questa parte faceva eco, pieno di ammirazione e lode: Sì, è davvero tutto molto buono!
Mentre pregava e contemplava, beveva a piccoli sorsi il suo caffè. Avrebbe voluto che quel tempo durasse infinitamente, ma, quando terminava il caffè, s’alzava, seppure a malincuore, per attendere alle occupazioni della giornata. Lavando la tazzina e mettendo in ordine, sentiva acutamente il peso della situazione su questa terra, dove tutto era destinato a finire. La caducità lo assediava, penetrava nei suoi pensieri, nelle sue azioni, nei suoi programmi. Tuttavia capiva che non poteva essere destinato lui pure alla caducità. L’ultimo desiderio dell’uomo era quello di durare.
Questi pensieri accompagnavano da tempo il vecchio abate, che vi meditava spesso. Era convinto che la caducità si manifestasse perfino nella tendenza, così spontanea, di vivere più immerso nel futuro immediato che nel presente. Ciò che stava vivendo era talmente passeggero e volatile, che il centro dei suoi pensieri e delle sue energie era proiettato molto di più su ciò che avrebbe dovuto fare in seguito, quando l’attività in corso sarebbe finita. Il presente era tanto effimero, che per lui era come se fosse ormai finito: stava già, dentro di lui, vivendo il dopo.
Da uomo di fede qual era, il vecchio abate sapeva che lo attendevano la risurrezione e l’eternità. Ma tutto questo riguardava il dopo morte. Sentiva di aver bisogno di un aiuto interiore per fare procedere la vita, mentre sulla terra era oppresso dal succedersi senza fine delle cose da fare, delle cose che finivano e che necessitavano sempre di altre cose dopo di loro.
Il rito della contemplazione del primo mattino del mondo, mentre sorseggiava il caffè, gli aveva aperto un cammino, portandolo al di fuori dello scorrere del tempo e collocandolo all’inizio, prima che esso cominciasse la sua corsa sfrenata. Capiva che il tempo, se lo osservava da vicino, correva troppo in fretta, quasi lo travolgeva con la sua velocità. Quanto più invece lo guardava da lontano, tanto più aveva l’impressione che il tempo si lasciasse cogliere nella sua vera essenza, che era quella non già di correre, ma di durare. Aveva ragione quel salmo, che diceva rivolto a Dio: Ai tuoi occhi mille anni sono come il giorno di ieri che è passato (Sal 90, 4). Che sono mai, per l’Eterno, mille anni? Sono meno che l’intera nostra vita per noi. E così pure, anche per noi, essa è di poco più lunga del giorno che è passato...
Se il vecchio abate immaginava le antiche civiltà che s’erano succedute nel corso dei secoli e, prima di loro, le ere geologiche e i milioni di anni che avevano preceduto la comparsa dell’uomo, allora il tempo gli appariva come qualcosa di stabile, un’interminabile estensione. Di fronte a quell’immensità, capiva che anche un giorno solo poteva essere lungo come mille anni.
C’era però una difficoltà: il vecchio abate poteva pensare in astratto ad un’estensione illimitata di tempo, oppure poteva ragionarci su cercando di dare un contenuto a quegli spazi immensi di tempo, ma non gli riusciva quasi mai di rappresentarsi in modo sensibile migliaia di milioni di anni.
Per riuscirci aveva bisogno di condizioni speciali di calma e, anche così, solo di rado era capace di lasciarsi penetrare dalla lentezza dello scorrere dei millenni senza numero; ma si trattava sempre di un risultato parziale. Era un esercizio che esigeva circostanze ambientali favorevoli ed anche un certo dispendio di energie interiori, ma non creava uno stato abituale. Era necessario trovare un’ altra via, più completa e definitiva.
Quella mattina di Pasqua il vecchio abate, riguardando l’albero, il cielo e i monti, sentì la gioia del mondo appena creato, impaziente di correre e saltare lungo i milioni di anni che lo attendevano, scalpitante come un cavallo da corsa all’inizio della gara. Egli capì che, assieme al mondo pieno di giovinezza, il Padre stava per creare anche il tempo. Appena quest’ultimo fosse uscito dalle mani del creatore, sarebbe stato il compagno fedele del mondo, incaricato di trasformare la sua corsa in storia. Gesù, il primogenito della nuova creazione, aveva già cominciato a penetrare con la sua novità tutte le cose, iniziando proprio dal tempo.
Era il giorno di Pasqua, il giorno dopo il sabato, come diceva il vangelo di Giovanni, l’ottavo giorno, il giorno definitivo, il giorno che cominciava dopo l’ultimo, il giorno destinato a durare per sempre. Il tempo era già stato trasfigurato dalla novità della risurrezione: non era più costituito, come anticamente, da un prima e da un poi; non avrebbe più dovuto correre: era diventato un presente che durava.
Il vecchio abate esultò: un presente che non passava più... Non s’era ingannato quando il suo cuore gli aveva detto che la vera vocazione del tempo non era quella di correre, ma di durare. Che pace lo stava invadendo! Gli pareva che la novità della risurrezione stesse già penetrando anche nella radice del suo essere. Gesù lo aveva fatto entrare nel suo giorno, dove era solo il presente, un presente che non finiva più.
Ripensò a quando si sforzava d’immaginare estensioni infinite di tempo, per allentare la tensione delle cose che continuamente cessano, incalzate da cose sempre nuove che premono per diventare presenti, per durare il loro attimo ed anch’esse finire.
In quel mattino di Pasqua il vecchio abate non aveva più bisogno di concentrarsi e sforzarsi per cercare una libertà momentanea: era stato già liberato. Gli era stato donato di entrare nel presente definitivo della nuova creazione, un presente che, tuttavia, non esisteva da solo, a parte, ma cominciava con la persona del Primogenito, di Gesù risuscitato. Certo: le cose sarebbero finite come prima, ma solo apparentemente; la verità assoluta della nuova creazione non poteva essere intaccata da quell’apparenza illusoria. Gesù era risorto. Il mondo nuovo era cominciato.
E la riprova il vecchio abate l’ebbe subito, quando volle pensare, messe a posto le cose, ad un’estensione infinita di tempo. Istintivamente cominciò ad immaginare la successione lenta dei millenni, le civiltà sepolte, le ere geologiche, la formazione delle stelle. Che fatica pensare a tutte quelle cose... E che fatica doveva aver fatto il tempo a portarle avanti!
Sentì nel suo cuore il contrasto con la freschezza e la gioia della novità che portava con sé Gesù risuscitato, e sentì pure la felicità del tempo, che era stato sciolto dalla sua antica schiavitù di correre e che si godeva la libertà di riposarsi nel presente.
Il vecchio abate s’unì al tempo, per condividerne la felicità. Subito il presente prese consistenza nel suo spirito e una grande pace interiore lo avvolse. Egli capì che anch’essa sarebbe potuta durare per sempre.

LA PREGHIERA DAI SETTE SIGILLI

Il secco esplodere di una saetta nelle vicinanze del santuario fece svegliare di soprassalto il vecchio abate. Pioveva a dirotto, il vento sibilava nel bosco vicino e faceva cigolare le persiane.
Il vecchio abate stava facendo un sogno meraviglioso. S’era addormentato la sera prima mentre leggeva, forse per la millesima volta nella sua vita, il libro dell’Apocalisse. Era arrivato al punto in cui Giovanni era stato levato al cielo ed assisteva alla grande liturgia. Dio era seduto in trono con il rotolo dai sette sigilli in mano. Nessuno era stato trovato degno di aprirlo e Giovanni era scoppiato in pianto. Ma uno dei vegliardi l’aveva consolato, invitandolo ad aprire gli occhi e a guardare di nuovo. Accanto al trono era apparso l’Agnello immolato e lui, che aveva riscattato con il suo sangue ciascun uomo di ogni lingua, popolo e nazione, sarebbe stato capace di aprire quei sette sigilli misteriosi.
Il sogno era cominciato a questo punto. Il vecchio abate si trovava davanti al trono di Dio, e al posto dell’Agnello c’era lui. Iddio gli stava porgendo qualcosa che egli non riusciva a distinguere. Non era un oggetto vero e proprio, tuttavia conservava quel che di misterioso che i sette sigilli davano al rotolo offerto all’Agnello.
Nel sogno il vecchio abate si volgeva verso uno dei ventiquattro anziani, nella speranza che gli potesse spiegare qualcosa. Il vegliardo gli sorrise e accompagnò la sua mano per ritirare da quella di Dio ciò che gli porgeva. Appena la cosa toccò le sue dita, una luce interiore si fece strada nella sua coscienza. Dio gli comunicava la propria benevolenza e gli faceva sentire che avrebbe esaudito la sua preghiera, qualunque essa fosse.
La prima sensazione fu di gioiosa sorpresa per la predilezione che il Signore gli mostrava. Ma subito si rese conto che quell’invito portava con sé qualcosa di estremamente impegnativo e misterioso.
Dio non poteva averlo fatto venire davanti a sé e al suo trono con tanta solennità per avverare un desiderio qualunque. Si trattava dell’esaudimento di una preghiera globale, che lo riassumesse e ne traducesse l’ultima verità. Lui pure, come l’Agnello, avrebbe dovuto aprire pazientemente sette sigilli, prima di poter giungere a quel momento supremo.
La saetta s’abbattè all’improvviso. Nulla di meglio dell’assordante crepitio del tuono avrebbe potuto sottolineare la solennità di quel sogno e dell’impegno che gli lasciava. Il vecchio abate si domandò se il fulmine appartenesse al sogno o alla realtà. Rimaneva così vivo in lui ciò che aveva appena vissuto, che gli pareva di stringere ancora nella sua mano l’amabile invito di Dio.
Mentre il vento faceva gemere il bosco e il tuono continuava a brontolare nel pieno della notte, il vecchio abate riandava con la memoria alle molte volte in cui si era domandato quale sarebbe dovuta essere la cosa da chiedere al Signore. Molte volte aveva avvertito la grande differenza che c’era tra le richieste di ogni giorno, cose piccole e passeggere, increspature evanescenti della vita, e ciò che veramente gl’importava e che una volta venuto alla coscienza, avrebbe occupato tutto l’orizzonte del suo spirito e sarebbe stato la sua unica e definitiva preghiera. Quante volte vi aveva pensato! Eppure non era mai riuscito a trovare un contenuto soddisfacente da dare alla grande preghiera, una sola cosa che veramente valesse la pena chiedere. Ora capiva che la risposta non poteva essere data su due piedi. Era necessario riflettere e creare una condizione di spirito che permettesse di scendere al centro della propria persona e della realtà.
Com’era vera l’impressione, avuta in sogno, dell’invito avvolto dai sette sigilli! Rendeva bene l’idea dell’itinerario interiore che egli avrebbe dovuto percorrere per arrivare alla luce della verità.
Al tempo stesso, però, il sogno ne sottolineava pure l’inderogabilità. Non poteva più rinviare all’infinito il confronto con se stesso: i sette sigilli non potevano attendere, il Signore lo invitava ad aprirli.
Il vecchio abate passò il resto della notte a ripensare alla sua vita e a richiamare alla propria coscienza i molti aneliti che avevano via via acceso e riscaldato il suo cuore. Sentiva che doveva scavare nel suo passato, per cercare il filo conduttore della sua esistenza. La storia di sé l’avrebbe aiutato a capire com’egli era in quel momento, mentre l’invito che aveva ricevuto lo proiettava verso ciò che sarebbe voluto essere. La preghiera da fare avrebbe dovuto aiutarlo a raccogliere tutto il suo passato e ad aprire il passaggio verso ciò cui anelava e che sarebbe stato per sempre il suo futuro.
La prima cosa che gli pareva di poter assodare era che la preghiera doveva riguardare lui e il suo Dio, o, per essere più precisi, lui e la persona del Padre. Sempre più chiaramente vedeva che il Padre era la fonte e il termine di tutto: solo in lui si poteva acquietare ogni tensione e desiderio. Quel pensiero, che allora gli appariva evidente, gli era divenuto chiaro solo dopo molti anni di vita. Cominciò quindi a passare in rassegna quanto fino a quel momento aveva desiderato in relazione al Padre. La prima cosa che gli venne in mente fu il desiderio struggente, che per tanti anni aveva dato interesse alla sua relazione con Dio: Signore, mostrami il tuo volto!
Questa preghiera, che era stata ed era tuttora sua, aveva qualcosa di affascinante. Il vecchio abate l’aveva ritrovata pure nella Storia Sacra. Essa aveva riempito il cuore di Mosè e da allora, lungo i secoli, s’era gonfiata della passione dei profeti, del gemito degli esuli, della poesia dei Salmi, dell’ardore degli apostoli, del silenzio dei monaci, della speranza dei moribondi.
Rimase a lungo in quella preghiera, ma quanto più la considerava e trovava bella, tanto più si convinceva che non poteva sceglierla come preghiera definitiva. In fondo l’obiettivo finale, anche se dettato dall’amore, non oltrepassava il suo io. L’obiettivo ultimo sarebbe restato pur sempre la sua propria felicità. E questo lo metteva a disagio di fronte al Padre. Bisognava andare più avanti.
La notte finì e l’alba pregna di vento e di pioggia lo trovò ancora in piena ricerca. Quel sogno gli aveva infuso un sentimento profondo di felicità, anche se trattenuto ed in certo modo frustrato dalla difficoltà di arrivare ad una formulazione chiara di ciò che sentiva.
Quando fu giorno, dopo qualche ora di silenzio nella chiesa deserta sentì che l’insoddisfazione, dovuta all’incapacità di chiarire a se stesso e al Signore ciò che veramente desiderava chiedere, stava dileguandosi, lasciando il posto ad una grande pace intrisa di quell’indefinibile gioia che riempie un’attesa destinata ad essere soddisfatta.
Sostanzialmente stava già facendo la grande preghiera... Quelle ore di silenzio erano prive di parole ed anche, forse, di pensieri, tuttavia erano caratterizzate da un’attenzione e un vuoto che cominciavano a far posto nel suo cuore alla verità che voleva scoprire e che già viveva in lui, senza che egli la conoscesse.
Si ricordò di san Paolo, il quale affermava che lo Spinto Santo veniva in soccorso all’incapacità umana di pregare. Sentì il bisogno di rileggere quelle parole, poiché si stavano avverando in lui in quel momento. Aprì la Bibbia e cercò il passo della Lettera ai Romani. Si ricordava che doveva essere al capitolo ottavo. Cominciò a scorrerne i versetti, finché giunse al ventiseiesimo. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.
Quelle ore gli avevano fatto intravedere una verità, la più radicale di tutte, in relazione al Padre: che egli era sempre il primo nell’amore. Il Padre gli era apparso in sogno, gli aveva porto l’invito, vi aveva messo i sigilli volendo che, nella misura possibile al vecchio abate, quella preghiera fosse veramente sua. Ed ora lo soccorreva nella sua debolezza, per non farlo sbagliare, e gli aveva inviato il suo Spirito, affinché lo guidasse soavemente e discretamente ad arrivare in piena libertà a quella preghiera che desiderava da lui.
Ormai quella ricerca aveva riempito per intero il suo spirito. Anche dopo essere uscito dal santuario, mentre accudiva alle occupazioni del giorno, non era mai abbandonato da quel pensiero. Doveva spostare da sé verso il Padre l’accento della preghiera. Non tanto vedere il suo volto, quanto piuttosto fare in tutto la sua volontà, realizzare i suoi desideri. Gli pareva di sentire in sé il sì dei profeti, di intendere quelle parole che Isaia aveva detto nel tempio: Eccomi, manda me! (Is 6, 6); o di Samuele: Parla, perché il tuo servo ti ascolta (1Sam 3, 10); o quelle di Maria: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto (Lc 1, 38); o addirittura quelle del Figlio quando entrò nel mondo: Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: "Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà" (Eb 10, 7).
Questa preghiera costituiva indubbiamente un passo in avanti in relazione alla prima. La compagnia e l’esempio dei profeti, e soprattutto quello di Maria e di Gesù, lo confortavano e gli davano sicurezza. La preghiera rientrava in un filone che aveva attraversato tutta la storia e riassumeva l’atteggiamento fondamentale di chi aveva interamente consacrato se stesso alla persona di Dio.
Ad un certo punto il vecchio abate si chiese se non avesse già trovato la preghiera che cercava. Volle verificare se fosse quella o no, giudicando dall’effetto che produceva nel fondo del suo essere. Si mise in compagnia di coloro che lungo l’interminabile storia del mondo l’avevano fatta propria: Padre, che io possa compiere la tua volontà, realizzare i tuoi desideri!
Rimase tutto il giorno in questa preghiera. Quanto più s’immergeva in essa, tanto più capiva non solo di poter coabitare con tutti i suoi pensieri e tutte le sue azioni, ma di essere pure in un atteggiamento che colorava di sé tutte le dimensioni del suo essere. Ciò rendeva realizzabile, in certo modo, la raccomandazione di Gesù di pregare sempre.
Capiva che la grande preghiera doveva passare per questa, assumerla in sé; ma mancava qualcosa... Cosa?
Da solo non ci sarebbe mai arrivato. Il vecchio abate s’affidò allo Spirito Santo, che intercedeva per lui con gemiti ineffabili, perché mostrasse a lui, piccolo vecchio abate, qual fosse il desiderio ancora inespresso che lo stesso Spirito aveva seminato nel suo cuore.
Pregò con fiducia e attese: sapeva che lo Spirito Santo avrebbe trovato il modo di manifestargli ciò che chiedeva.
I giorni passavano lenti, uno dopo l’altro...
Avvertiva che la soluzione doveva trovarsi nel segreto della vita d’amore della santissima Trinità. La preghiera di poter riuscire a fare in tutto e sempre l’amabile volontà del Padre era stata la preghiera di Gesù sulla terra, aveva occupato la sua vita da un capo all’altro. Ma essa non abbracciava per intero la relazione di Gesù con il Padre. C’era qualcos’altro che per il momento sfuggiva al vecchio abate, qualcosa che veniva dall’eternità, qualcosa che era proprio del Figlio e che precedeva da sempre l’intera creazione, qualcosa - tuttavia - che il Figlio, facendosi uomo, aveva fatto diventare terreno e vivibile da chiunque desiderasse essere figlio nel Figlio. Ma questa era la vocazione di tutti e perciò tale preghiera doveva già esser dilagata in un’infinità di cuori, riempendoli di sé. Il vecchio abate non pretendeva certo di essere il primo ad arrivarvi ma non poteva non provare la stessa felicità di tutti quelli che ne prendevano coscienza. Si lasciò quindi pervadere dallo Spirito del Figlio...
Si rivide davanti al Padre, come nel sogno, figlio nel Figlio. Il Padre tendeva la mano verso di lui, per consegnargli l’invito dai sette sigilli. Ora che in piena coscienza era figlio nel Figlio, comprendeva senza più veli l’infinitezza dell’amore benevolente del Padre, che desiderava esaudirgli la sua preghiera più vera. Il Padre lo amava, prima di ogni suo merito o bontà. Lo Spirito del Figlio che era in lui aprì gli angusti confini del suo cuore, perché potesse accogliere, lui che di per sé non aveva alcuna possibilità di contenerlo, l’infinito amore che il Padre gli manifestava. Sentiva che non doveva preoccuparsi di rispondere per il momento. Prima doveva finire di capire!
Intuiva che quella mano del Padre tesa verso di lui aveva essa pure le sue radici nell’eternità. Da sempre il Padre precedeva tutti nell’amore. Da sempre la felicità degli altri era la sua felicità.
Man mano che lo Spirito del Figlio penetrava nel vecchio abate, tutto diventava facile. Come rispondere all’amore del Padre se non con l’amore, alla felicità se non con la felicità? Egli comprendeva che, dopo quell’esperienza, l’unica cosa che gl’importava non riguardava più lui stesso: voleva essere capace di far felice il Padre! Da lui gli veniva tutto, in lui doveva terminare tutto. Desiderava essere reso capace di fare in tutto ciò che piaceva a lui, non per obbedienza, ma per l’incredibile voglia che s’era accesa in lui di essere causa di felicità per il Padre.
Si chiedeva se avesse ancora l’uso della ragione: piccolo vecchio abate, pieno di mancanze, come poteva pretendere di diventare fonte di felicità per la stessa infinita e originaria Felicità? Ma sentiva lo Spirito del Figlio in sé. Non poteva essere lui pure fonte di gioia per il Padre, proprio come il Figlio faceva dall’eternità?
Quanto più ci pensava, tanto più era dubbioso. Temeva di uscire dai confini della verità...
Ma, mentre era turbato da questo dubbio, si ricordò che il Padre stava ancora con il braccio teso e lo invitava a formulare la sua preghiera: qualunque essa fosse, egli l’avrebbe esaudita.
Allora il vecchio abate si fece coraggio e pregò così: Padre santo, che io possa farti contento. Ciò che desidero è che tu sia felice con me.
Ebbe la netta impressione che i ventiquattro vegliardi sobbalzassero di fronte al trono di Dio, per così inaudita pretesa; e gli parve che i cherubini e i serafini fermassero le loro ali per un momento.
Il suo, però, era non orgoglio, ma amore. Ciò che chiedeva era impossibile agli uomini, lo sapeva. Ma Dio ormai s’era impegnato ad esaudire qualunque cosa egli avesse chiesto, e il vecchio abate era certo di essere ascoltato. Anzi avrebbe potuto giurare, di fronte a chiunque, che stava vedendo un sorriso di soddisfazione sul volto di Dio, mentre gli restituiva aperta la sua preghiera e si buttava con amabile indifferenza il settimo sigillo dietro le spalle.

STORIA DI UNA PREGHIERA

Un’altra estate volgeva al termine e, come tutti gli anni, i pellegrini erano venuti numerosi al santuario in cima al monte. Il vecchio abate aveva passato ogni giorno molte ore in confessionale. Al santuario venivano non solo per chiedere perdono a Dio dei propri peccati, ma anche per rassicurarsi che arrivassero a Lui i loro drammi, le loro sofferenze, le loro difficoltà e tentazioni, le loro situazioni tante volte senza uscita o, per lo meno, senza un’uscita visibile.
Il vecchio abate metteva tutto se stesso in questo ministero. Non era indifferente a ciò che i penitenti gli raccontavano, anzi si sentiva coinvolto nelle difficoltà, nelle tentazioni, nei peccati veri e propri. Dio gli chiedeva di prestargli le orecchie per ascoltare ciò che i suoi figli gli dicevano, e la bocca per annunciare loro il suo perdono Ma questo non era sufficiente. Il vecchio abate lo sentiva ogni giorno di più: Dio chiedeva anche, e soprattutto, il suo cuore. All’inizio gli pareva facile capire per quale motivo il Signore pretendesse pure il suo cuore: affinché lui, il vecchio abate, provasse gli stessi sentimenti di Dio. Dio aveva bisogno che pensasse e reagisse come lui, si svuotasse di sé per lasciargli il posto. Solo così si poteva conoscere la verità del penitente, mettere in chiaro i suoi bisogni, vedere appieno la sua fragilità e malizia, non per inchiodarlo alle sue responsabilità, ma per capire quanto a fondo il sangue dell’Agnello immolato dovesse penetrarlo per perdonare e risanare, e per valutare chiaramente da che distanza doveva partire il cammino del ritorno. In base a queste considerazioni, egli poteva, nel suo ministero di confessore, trovare le parole giuste per commentare e rendere più intelligibile il perdono e l’immensità della grazia di cui il penitente aveva bisogno.
Ma quanto più gli anni trascorrevano, tanto più il vecchio abate intuiva che tutto questo non era sufficiente. Tale sensazione di inadeguatezza l’aveva accompagnato durante l’estate, invadendogli, negli ultimi giorni, lo spirito. Passate alcune ore per confessare tutti i pellegrini che giungevano in gruppo, egli non sentiva più il desiderio, come un tempo, di uscire fuori sul piazzale o, meglio ancora, di salire tra i resti dell’antico chiostro, per passeggiare e respirare a pieni polmoni. Ciò di cui aveva bisogno era rimanere in silenzio, con il capo chino, seduto in uno scranno del coro, non visto da nessuno, per restare immerso in Dio, come un pesce nel mare. Sentiva sempre più forti ed evidenti le parole così felicemente trovate da san Paolo per esprimere quella verità: In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17, 28).
Il vecchio abate restava lì anche più di un’ora. Non gli ritornavano in mente i peccati che in nome di Dio aveva appena perdonato, non ricordava i penitenti uno ad uno, ma li sentiva tutti presenti in sé. Interpretava tale stato d’animo, che gli durava a lungo, come conseguenza inevitabile per aver prestato il suo cuore a Dio. Sapeva che questa era una preghiera di risonanza al sacramento di cui era stato ministro con tanta intensità. Tuttavia non avrebbe saputo darle un contenuto. Anzi, capiva che era bene così. Non aveva voglia di contenuti e avvertiva molto bene che neppure il Signore gli chiedeva di averne.
Al vecchio abate pareva che si stesse realizzando una fusione: di lui, come esistente, con Dio, come esistente. Egli esisteva e basta, senza specificazioni, virtù e difetti; Dio esisteva e basta, senza attributi e perfezioni, tranne quella radicale di essere la pienezza dell’esistere. Dire fusione con Dio, però, non bastava al vecchio abate, il quale preferiva definirla più esattamente fusione con il Padre, origine e fine di tutte le cose, termine di ogni cammino. Essa tuttavia non era immediata, ma si realizzava solo quando gli pareva di non essere più lui a vivere, ma di aver lasciato il posto a Cristo Signore, il Figlio molto amato.
Se avesse dovuto raccontare a qualcuno queste cose, il vecchio abate prima sarebbe sprofondato dalla vergogna. Ben pochi avrebbero inteso che non era un’esperienza mistica, né che era necessario essere dei santi. Come avrebbe potuto far capire che tutto avveniva semplicemente, senza rapimenti e senza mistero? Soltanto come figlio nel Figlio si poteva fondere con il Padre in una sola esistenza. Sapeva bene che ciò avveniva esclusivamente per opera dello Spirito Santo. Un’opera tanto sicura, quanto inafferrabile. Infinite volte il vecchio abate aveva cercato un qualche minimo segno di quella presenza. Ma l’unico risultato era di accorgersi - ad un certo punto - che s’era molto distratto. Finalmente aveva rinunciato a vedere lo Spirito Santo. Doveva accontentarsi soltanto di sentire in sé il frutto della sua opera.
Il vecchio abate, raccolto nello scranno del coro, era immerso in questa preghiera. Quel giorno i penitenti erano stati particolarmente impegnativi per il suo cuore. Alcuni di loro avevano estremo bisogno di aiuto. La loro volontà era assai fragile, la situazione di vita difficile, esposti com’erano a pressioni ruvide e pesanti da parte dell’ambiente che li circondava. Il vecchio abate capiva che avevano bisogno di un sovrappiù di grazia. Sentiva una forte pulsione ad intercedere per loro presso il Padre; avvertiva anche che era proprio per avere il suo cuore occupato da Dio che quei suoi fratelli gli erano tanto intensamente presenti. Non era logico raccomandarli al Padre, quando ciò che egli sentiva era una partecipazione all’interesse che il Padre provava per quei suoi figli in difficoltà.
Il vecchio abate non sapeva che fare. Allora, com’era sua abitudine quando era dubbioso, decise di lasciar da parte i pensieri con i loro contenuti e immergersi nella preghiera. Ritrovò il silenzio interiore e, per la prima volta, gli parve di afferrare qualcosa della presenza dello Spirito Santo, che lo sosteneva e pregava per lui secondo il desiderio del Padre. Avvertiva oscuramente che quel suo immergersi in Dio con il cuore pieno del ricordo dei penitenti era il più valido aiuto che poteva offrire loro. Gli pareva di capire che il suo unirsi al Padre faceva bene ai suoi penitenti, li esponeva all’azione poderosa dell’amore di Dio, li tratteneva a lungo di fronte a lui e alla sua azione.
Alla fine prese coscienza di questa realtà che si compiva in lui - o in Dio? - e il suo cuore si riempì di una pace rassicurante. Ormai era buio e il santuario deserto. Si alzò ed andò a prepararsi la cena. Mentre cucinava, ripensò al senso di pace che aveva provato alla fine della preghiera. Gli era sembrata così definitiva, da non lasciargli nessun dubbio. Eppure aveva la sensazione che gli fosse sfuggito qualcosa: il Signore non aveva finito e lui, senza accorgersene, se ne era andato lasciando le cose a metà. S’affrettò a cenare, per poi mettersi a riflettere da qualche parte.
Era una notte afosa di fine estate e si stava bene solo all’aperto. Mancava un paio di giorni alla luna piena. Il vecchio abate salì sul chiostro elevato e si sedette sul sedile di pietra da cui si poteva vedere solo il rettangolo di cielo, dove a quell’ora campeggiava la luna con un resto di stelle che sembravano abbagliate dal suo chiarore. Riandò con la mente alla preghiera nello scranno del coro. Si pose in ascolto e restò immobile abbastanza a lungo, per cogliere il cammino della luna in quella cornice di cielo. Affiorarono alla sua memoria le parole di san Paolo, che tanto amava e che descrivevano stupendamente quel modo di pregare: In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Gli pareva quasi di essere la luna che si muoveva nel cielo di Dio.
Eppure ciò non era tutto. Sentiva che il Signore aveva deciso di fargli fare un passo ulteriore. Restò in attesa. Come poteva scoprire una novità che non conosceva se Dio non prendeva l’iniziativa? Chiuse gli occhi e rimase in silenzio...
Si ricordò di Elia all’entrata della caverna sul monte Oreb, in attesa che Dio gli si manifestasse dopo che tutte le forze scatenate della natura, il vento, il terremoto, il fuoco, non erano riuscite a portarlo a lui. Fu una sottile voce, come per Elia, che si fece a poco a poco strada nella coscienza del vecchio abate. Gli veniva in mente una frase della Scrittura, che gli riscaldava il cuore: Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3, 20).
Il vecchio abate aprì la porta... E il Signore entrò!
Che differenza con la preghiera di prima! Non era più lui che andava a trovare Dio, ma Dio che veniva a trovarlo, e non per una visita di cortesia, bensì per mangiare e bere con lui. Il Signore voleva che gli preparasse la cena, per godere della sua compagnia, per vivere con lui la sua stessa vita. La tavola del vecchio abate era già piena di commensali quella sera. Ma prima che gli passasse per la mente di chiedere al Signore se ci fossero degl’inconvenienti, ebbe la netta sensazione che egli ne fosse lieto e che, anzi, avesse fatto apposta a venire proprio in quell’occasione. Avrebbe voluto proseguire con l’immaginazione nel considerare i tanti begli aspetti di quella cena, ma capì che non era più lui a condurre ormai...
Intanto un’altra frase stava a poco a poco occupando la sua coscienza e non sarebbe bastata quella notte per assaporarla: Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato (Gv 17, 23).
Queste parole sospinsero il vecchio abate nella dimensione di quella notte in cui Gesù le aveva pronunciate: era l’ora suprema e il Figlio si apprestava a passare da questo mondo al Padre, raccogliendo sulle sue spalle tutta la storia con il suo peso terribile.
Seduto di fronte alla luna, il vecchio abate sapeva che il mondo era ben lungi dall’aver riconosciuto che il Padre aveva inviato sulla terra suo figlio Gesù.
Ne faceva un’esperienza evidente nel suo ministero e, ora, capiva che non bastava amministrare il perdono: la preghiera formulata da Gesù nell’ultima cena stava percorrendo il mondo, per realizzare nella coscienza di quanti più cuori possibile quell’Io in loro. Per questo stava alla porta e bussava, per questo sperava che, quando qualcuno gli aprisse, il padrone di casa avesse già riempito la sua tavola di commensali per poter cenare con tutti loro, e tutti loro con lui!
Il vecchio abate capiva: non più la pace suprema della fusione con Dio, ma la fiamma ardente della preghiera del Figlio era entrata in lui e lo occupava interamente. Fiamma che premeva sulla storia, che accelerava i tempi, che cercava accoglienza, che non s’estingueva finché non incendiasse tutto il mondo.
Capiva che Gesù non cercava intercessori, ma persone che si mettessero a sua disposizione, perché potesse portare a compimento la grande preghiera. Aveva bisogno che fossero sempre più numerosi questi loro, perché il Padre che era in lui entrasse - per suo mezzo - in loro, trasformandoli in testimoni convincenti, con cui accendere la fede sulla terra e consentire al Regno di raggiungere la pienezza, fino al momento in cui il Padre fosse stato tutto in tutti.
Il vecchio abate rimase estatico, sprofondato in se stesso, a lasciare che l’Ospite compisse in lui la sua opera. Era una preghiera che poteva coesistere con qualsiasi occupazione, anzi doveva! Così pensò di riprendere a contemplare la luna. Quando riaprì gli occhi, quasi non riuscì a credere che potesse essere già tanto alta nel cielo!

CON QUALE GLORIA?

Il cuore del vecchio abate traboccava di gioia per la solennità con cui il Signore aveva voluto fargli celebrare la festa di Cristo, re dell’universo.
Al santuario in cima al monte non c’era mai molta gente dopo la fine dell’estate. Neppure in quell’ultima domenica dell’anno liturgico ne era arrivata tanta. Ma la solennità non si valuta solo dal numero!
Poco prima dell’inizio della messa era giunto dalla città un gruppo di una trentina di coppie di fidanzati. Erano convenuti per un raduno diocesano ed avevano deciso su due piedi, essendo il cielo sereno e la temperatura mite, di andare ad offrire il loro amore nascente a Cristo re, nel santuario in cima al monte. Uno di loro studiava organo in conservatorio e parecchi cantavano nel coro delle loro parrocchie. Avevano atteso che il vecchio abate finisse di confessare alcuni pellegrini e poi lo avevano circondato per chiedergli il permesso di suonare l’organo e cantare durante la messa. Il vecchio abate, che tanto amava l’organo, se ne rallegrò immensamente, ma appena s’accorse di quanto grande fosse la sua contentezza, capì che essa non era motivata solo dalla prospettiva della musica ma dall’opportunità di festeggiare degnamente Cristo re.
La messa era stata solenne e la musica, eseguita all’organo con tanta maestria, non avrebbe sfigurato neppure se fosse stata suonata nell’ultimo giorno, quando il Figlio dell’Uomo sarebbe ritornato in tutta la sua gloria, circondato dagli angeli.
La gloria del Figlio dell’Uomo!
Ecco ciò che riempiva il suo cuore. Quel sentimento lo aveva accompagnato durante tutta la messa e poi in sacrestia, mentre ringraziava e salutava i fidanzati. Ma ora che stava spegnendo uno dopo l’altro i sei ceri dell’altare maggiore, cominciava ad avvertire qualcosa nel fondo del cuore, che lo invitava a riflettere meglio sulla gloria di Cristo re, sulla gloria con la quale il Figlio doveva ritornare alla fine del mondo. Era quel sentimento che sorgeva ogni volta che il Signore lo invitava a non dare per scontata una certa convinzione, a non pensare di essere già arrivato in fondo alla verità di Dio. Gli era successo spesso e sarebbe potuto accadere un altro milione di volte, ma sempre avrebbe sentito quel misto di contentezza per la verità nascosta che stava per svelarsi e di timore di non riuscire a scoprirla fino in fondo; sapeva già che quel sentimento l’avrebbe accompagnato per tutta la durata dell’avventura.
La gioia per la gloria con cui Cristo sarebbe ritornato alla fine del mondo, celebrata quella mattina con giubilo e intensità, dominava ancora su tutto il resto. Discese i gradini dell’altare maggiore e si voltò per fare la genuflessione. Guardò in su verso il grande crocifisso: era di un’intensità drammatica, il capo reclinato, gli occhi chiusi, la ferita sanguinante del costato. Pensava: "Chi ti potrà riconoscere, quando ritornerai glorioso? Chi ravviserà, quel giorno, nello splendore della tua Gloria, la tua fisionomia sfigurata dal dolore della croce?". Ma si rese conto che era meglio non pensarci: gli pareva un’offesa a Gesù crocifisso, un’offesa alla totalità dell’abbandono in cui era morto, paragonabile all’insulto del soldato che, pur vedendolo già privo di vita, aveva voluto trapassarlo con la lancia. Con il più grande silenzio nel cuore e con infinita reverenza il vecchio abate s’inginocchiò. Voleva fare una semplice genuflessione, ma sentiva che era necessario fermarsi e caricare quel gesto usuale di un peso infinito: radunare in sé tutta l’adorazione del mondo, l’adorazione di tutti coloro che durante i secoli erano stati capaci di riconoscerlo re sulla croce. Pilato non gliel’aveva fatto scrivere sopra la testa in tre lingue? Gesù era re! Non l’avevano letto tante persone presenti alla sua morte? Il rappresentante di Pilato sotto la croce, il centurione romano, non ne aveva già compresa la verità quando, battendosi il petto, aveva esclamato: "Costui è veramente il figlio di Dio!"?
Mentre era lì, in ginocchio, con il cuore in adorazione, il vecchio abate si chiese se Gesù avrebbe potuto avere nell’ultimo giorno una grandezza maggiore di quella in cui lo vedeva rifulgere sulla croce.
Questo pensiero lo turbò un poco. Si accorgeva di non saper rispondere alla domanda: in che cosa consisteva la gloria del Figlio dell’Uomo? Chi avrebbe potuto spiegarglielo? Pareva una delle verità che solo lo Spirito Santo sa far capire.
Il vecchio abate s’alzo e tornò in sacrestia. Bisognava lasciar maturare le cose con il tempo e la preghiera...
L’Avvento sarebbe cominciato la domenica seguente. Tutti gli anni il vecchio abate cercava un argomento, un’idea, un tema per dare tensione, gusto e interesse a quelle quattro settimane che preparavano al Natale. Per quell’anno non aveva più bisogno di andare alla ricerca di nulla; il tema c’era già: con quale gloria sarebbe ritornato Gesù alla fine dei tempi? Ci pensava al mattino presto, quando seguiva dalla finestra il finire della notte e l’approssimarsi della luce: Gesù sarebbe spuntato all’orizzonte con uno splendore più grande? Ci pensava in chiesa nella celebrazione della messa feriale, quando i banchi erano vuoti o quasi. Il santuario era visitato dal gelo invernale, e il vecchio abate celebrava, riscaldato soltanto dalla sua fede. Quanto diverso sarebbe stato il giorno del ritorno del Signore! L’immensa folla dell’umanità intera l’avrebbe accolto...
La meditazione, il breviario, l’adorazione erano accompagnati e ravvivati da quel pensiero, che si fece intenso quando, con l’inizio della novena di Natale, cominciò a vibrare l’attesa gioiosa per l’imminente nascita di Gesù. Aveva tirato fuori le statuine ed aveva incominciato l’allestimento del presepio nel santuario. Negli anni precedenti s’era servito di un altare laterale, ma quella volta sentiva che c’era qualcosa di nuovo e di più solenne: così aveva deciso di prepararlo sotto l’altare maggiore. In attesa della notte di Natale aveva portato la statuina di Gesù bambino in camera sua. Quella presenza negli ultimi giorni d’Avvento, si dimostrava ricca di significati silenziosi. Il vecchio abate sostava a lungo davanti a quel bambino di terracotta, con le braccine aperte e un amabile sorriso sul volto.
Aveva o non aveva gloria su quella mangiatoia piena di paglia?
Il vecchio abate s’accorse che era un quesito fondamentale per capire qualcosa di più sulla gloria del ritorno. Ma comprendeva pure che solo il cuore avrebbe potuto rispondervi. E con il cuore capiva che, se a Betlemme Gesù aveva ben poca gloria, non era più così ora, sotto il suo sguardo. Per lui Gesù bambino rifulgeva di gloria! Cos’era cambiato da Betlemme ad ora?
A Betlemme c’erano solo Maria, Giuseppe e i pastori. Erano pieni di fede e d’amore, ma non capivano pienamente la verità di Gesù. Ora invece il vecchio abate, contemplando Gesù bambino, sapeva che era veramente il figlio di Dio, che era venuto per noi, che per noi era morto sulla croce e che era stato risuscitato dal Padre e costituito Signore e capo di tutto, con il potere di inviare a noi lo Spirito Santo.
Ecco cosa era cambiato: il velo era stato tolto!
Il cuore del vecchio abate sapeva riconoscere in quel neonato il Salvatore e lo adorava e ne gioiva con tutto il suo essere. Con lui c’era una moltitudine immensa che in tutto il mondo lo riconosceva e l’adorava. Al vecchio abate parve persino di riuscire a captare la gioia dell’attesa che cresceva come un alone di luce in grado di far brillare il nostro sperduto pianeta al pari di una stella di prima grandezza!
Ecco in che cosa doveva consistere la gloria del ritorno nell’ultimo giorno: per tutti sarebbe stato palese il mistero nascosto di Cristo. La conoscenza della verità di Gesù, figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, proclamato re dell’universo, avrebbe riempito i cuori dell’umanità, come l’acqua del mare riempiva per intero gli abissi. Sarebbe stato amato e adorato da tutti.
La gloria dell’ultimo giorno sarebbe stata quella che l’intera umanità gli avrebbe tributato, ricolma di riconoscenza.
Il vecchio abate si rallegrò molto di questa luce. Gli pareva un buon passo avanti, una specie di verità provvisoria che doveva però controllare meglio. Doveva controllarla davanti al crocifisso dell’altare maggiore, per capire se valeva anche per Gesù morto in croce.
Il santuario era deserto e Gesù pendeva dalla croce in solitudine, nel gelo immobile dell’inverno che riempiva di sé ogni cosa. Vedendolo così, il vecchio abate sentì che il pensiero della gloria del ritorno stonava un po’ in quel contesto. C’erano ancora troppi uomini da salvare, troppe violenze da spegnere, troppe ingiustizie da raddrizzare, troppe inimicizie da rappacificare, troppi millenni da aspettare... Sì, la gloria poteva attendere! Era il crocifisso il compagno di cui il mondo aveva assoluto bisogno: non poteva rinunciare alla sua presenza, alla sua compagnia infinitamente paziente e misericordiosa. Il silenzio di Gesù doveva rimanere tale fino a quando avesse avuto ragione di tutti i clamori e le urla.
Il vecchio abate era rimasto senza parole, senza più domande sul come e sul quando delle gloria del ritorno. Perché preoccuparsene? Ora l’evidenza era totale: non poteva esistere un amore più grande e fedele di questo. Ogni pensiero sulla gloria doveva rimanere congelato, finché non si fosse totalmente realizzata l’antica profezia di Zaccaria: "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto".
Allora, quando tutti i clamori fossero finiti di fronte all’amore di colui che avevano trafitto, ognuno avrebbe capito che il Gesù della gloria non poteva essere differente dal Gesù crocifisso, mite ed umile di cuore. Era necessario che tutti i soldati romani del mondo, colpendogli con le verghe la corona di spine sul capo, capissero che quella era sul serio la corona di gloria del Re e che tutte quelle genuflessioni di scherno erano inconsapevoli anticipazioni di ogni ginocchio che si sarebbe dovuto piegare di fronte a lui in cielo, in terra e sotto terra. Era necessario che tutti i saccenti scribi e sommi sacerdoti, che lo invitavano a mostrare la sua potenza scendendo dalla croce, sapessero che nessun segno di forza sarebbe mai stato più grande di quello di aver rinunciato alla forza di Dio per farsi obbediente fino alla morte di croce. Era necessario che tutti i crocifissori della storia, che gli avevano inchiodato le mani perché non le muovesse più, comprendessero che sarebbero restate aperte e immobili fino alla fine del mondo, affinché nessuno le trovasse chiuse, quando si fosse deciso ad avviarsi verso di lui. Era necessario che tutti i Pietro, che per paura l’avevano rinnegato, incontrassero il suo sguardo di comprensione e perdono. Era necessario che tutti i Tommaso che s’erano rifiutati di credere in lui, lo vedessero con i loro occhi e si lasciassero guidare la mano per mettere senza paura il loro dito nelle ferite delle mani e in quella del cuore e - come si fa quando si dice ad una persona ti amo - gli sussurrassero: "Signor mio e mio Dio!".

IL LUNGO VIAGGIO

Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni... e partì (Mt 25, 14-15c).
Il vecchio abate sollevò gli occhi dal vangelo e rimase a lungo a guardare nel vuoto. Non vedeva nulla, non pensava nulla, non sentiva nulla. Più vicino al vero, però, sarebbe stato dire che vedeva, pensava, sentiva la sua solitudine. Non la solitudine dovuta allo star solo nel santuario in cima al monte; anzi, egli l’amava. Era la solitudine di chi è rimasto solo dopo esser sempre vissuto in compagnia.
Il Signore era partito. Per lui il santuario era diventato vuoto. Quelle mura così amate tacevano silenziose ed insignificanti. Il crocifisso era soltanto un’opera d’arte del Rinascimento e il tabernacolo era solo il luogo di una memoria. Una memoria struggente. Si faceva violenza per credere che ancora il Signore si manteneva sotto l’apparenza di quelle ostie bianche nella pisside. Prolungava la genuflessione, allungava la preghiera seduto nello scranno del coro più vicino al tabernacolo. Tutti i pomeriggi esponeva il Santissimo nell’ostensorio - con solennità - e restava in adorazione un’ora intera, anche quando il santuario era senza pellegrini. Era riuscito, aggrappato alla sua nuda fede, a trovare un po’ di pace interiore puntando tutto su un "distinguo". L’eucaristia era veramente il corpo di Cristo, questo lo credeva, voleva crederlo! Il Signore, come corpo "in sé", era lì, presente; invece, in quanto corpo "per lui, vecchio abate", il Signore era partito. Ecco dove stava il "distinguo".
Il vecchio abate abbassò gli occhi sul vangelo e ritornò a leggere quei versetti.
Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni... e partì.
Partì...
Partì...
Partì...
Senza accorgersene, ripeteva mentalmente quelle tre ultime parole, un po’ per verbalizzare la sua solitudine, un po’ per rendersi conto che proprio a lui stava accadendo quella desolante esperienza, un po’ per commentare sommessamente quello che sentiva e per supplicare di esserne liberato.
Ma non un lamento! La solitudine gli pesava - e quanto! - ma non avrebbe mai presentato rimostranze al Signore perché se ne era andato.
Come avevano fatto, quei servi, a superare il vuoto dell’assenza del loro padrone? Al vecchio abate pareva evidente che la stessa cosa stava capitando anche a lui; perciò la sua posizione si sovrapponeva a quella dei servi. Ritornò quindi con rinnovato interesse al testo. Chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
Allora il vecchio abate pensò che il Signore con lui era stato più brusco. Non lo aveva chiamato prima di andarsene, né lo aveva preavvisato in alcun modo. Almeno così gli pareva. Restava la seconda metà della frase: Consegnò loro i suoi beni.
Dal contesto della parabola gli parve subito che quello era un punto importante. Quei beni avevano riempito la vita e gl’interessi dei servi, durante l’assenza del padrone; e lo stesso padrone, al suo ritorno, li aveva attentamente esaminati. Quali beni il Signore aveva lasciato a lui, nuovo servo della parabola?
Beh, gli aveva lasciato in primo luogo il santuario e la sua cura, con l’assistenza ai pellegrini e soprattutto con l’impegno di mantenerlo ripieno di preghiera, anche nei giorni senza visitatori.
Considerando le cose con questi occhi, benché il vuoto del suo cuore comportasse un’enorme dissipazione di energia interiore, tuttavia il lavoro pastorale del santuario era per lui una fonte di coraggio e di equilibrio per poter andare avanti senza essere schiacciato dalla pena. Sentiva l’importanza del suo passato, come radice di solidità. L’adempimento dei compiti, che riempivano la sua giornata, lo sosteneva passo passo nel lento e monotono - ahi quanto lento e monotono! - scorrere delle ore. Innanzitutto la celebrazione della messa, la recita del breviario, l’adorazione, tutti gli atti di liturgia e di culto erano beni consegnati dal Signore. Capiva adesso perché egli prolungasse istintivamente il tempo in cui rimaneva vicino al tabernacolo e davanti all’ostensorio. Poi c’era la Bibbia. Ahimè, era diventata una parola arida, priva di gusto, luce, consolazione. Eppure era sempre parola, comunicazione, contatto.
Il vecchio abate leggeva e rileggeva; ma, dato che tutto rimaneva inespressivo, non gli riusciva più di soffermarsi ad assaporare quei messaggi, di lasciarsi penetrare da quelle luci di comprensione che l’avevano consolato e riscaldato per tanti anni. Leggeva senza interruzioni. Aveva deciso di cominciare dall’inizio; i libri sacri scorrevano davanti a lui in tempi brevi, di pochi giorni. Anche se tutto gli rimaneva freddo e pressoché privo di interesse, non poteva negare di stare facendo un esame completo e abbastanza rapido di tutto l’antico testamento. Non gli era mai capitato di fare prima di allora una lettura così continuata e a ritmo sostenuto. I libri passavano, uno dietro l’altro, ed esercitavano, anche senza segni sensibili, un influsso pacificante sul suo cuore.
E che dire dei pellegrini? Il contatto con loro era sempre cordiale; le loro necessità spirituali lo spingevano a passar sopra alle sue, ad allargare il cuore alle pene, ai peccati e ai rimorsi degli altri, ai loro buoni propositi, alle ricadute, alla generale fragilità, ma anche all’abbondanza della pazienza di Dio.
I giorni passavano interminabili. Il vecchio abate metteva tutta la sua buona volontà per non lasciarsi vincere dalla tristezza e per considerare quanti beni il Signore gli aveva consegnato. Non voleva lasciarsi andare. Ma un po’ alla volta - non poteva nasconderselo - anche quella consolazione finì e il vecchio abate entrò in un’aridità estrema.
Che fare? La tentazione di lasciare la preghiera, l’adorazione, la messa, il breviario era forte. Decise di fare una passeggiata nel bosco. Era pieno inverno, e nessun pellegrino visitava il santuario in quei giorni. S’inoltrò tra gli alberi secchi sotto un cielo uniformemente grigio, in un silenzio opprimente. La neve scricchiolava sotto i suoi piedi, unico rumore in tutto il bosco. Camminava spedito: sentiva che l’esercizio fisico gli faceva bene e lo aiutava a sentirsi vivo. La percezione del proprio corpo in movimento e del freddo pungente occupava tutto l’orizzonte della sua coscienza. Seguiva un sentiero che correva a mezza costa. Un po’ alla volta aveva fatto il giro del fianco della montagna. Entrò in un avvallamento dove il sole non riusciva a penetrare durante l’inverno. Mise il piede, senza accorgersene, su una piccola lastra di ghiaccio, scivolò e cadde battendo con violenza per terra.
La caduta fu talmente rapida e improvvisa, che la sorpresa non fu minore del dolore. Non riusciva a muoversi. Sofferente e umiliato rimase per terra. Non aveva altra scelta che restare fermo ed aspettare; forse il dolore si sarebbe calmato dopo un po’. Il suo sguardo corse verso gli alberi che, visti da sotto in su, sembrava stessero a guardarlo in silenzio. Tale impressione era potenziata dal fatto che il vecchio abate si trovava nel fondo di un avvallamento, il cui pendio accentuava l’incombere di tutti quegli alberi su di lui. Si mise ad osservarli con attenzione, per decifrare meglio l’effetto che gli facevano. Non li sentiva superiori a sé, né suoi giudici, ma piuttosto suoi colleghi. Ora che non poteva muoversi si sentiva parte di quella strana comunità fissa al terreno, rinsecchita, senza foglie, silenziosa e raggelata.
Gli venne in mente che anche lui, in fondo, era come loro, avvolto dal gran freddo e dal silenzio dell’aridità. Capiva che da loro gli proveniva un incoraggiamento; non gli sembravano rattristati o angosciati dalla loro situazione. Semplicemente stavano lì, senza fuggire, senza lamentarsi, senza preoccuparsi. Resistevano. Esercitavano la virtù della costanza...
Mentre la sua vista si posava su ognuno di loro, gli sembrava che tutti gli altri costituissero una risonanza di quell’immobilità, di quel resistere senza pena né ansia, quasi fossero un’eco che centuplicava non un suono, ma un modo d’essere, anzi - meglio - un silenzio. Costretto anche lui a rimanere fermo, in contatto così intimo e per lui così insolito con la terra, si sentiva in qualche modo membro di quella singolare comunità. Il dolore gl’impediva ancora di rialzarsi. Pensò che la cosa migliore fosse di restare lì un po’ e di approfittare dell’occasione per diventare albero con gli alberi.
Una strana pace gli entrava nell’essere. Il ritmo dei pensieri s’era fermato, il passato e il futuro svanivano, il presente prendeva corpo: se lo sentiva addosso come qualcosa di fisico. L’evanescente mutare del suo mondo di pensieri, fantasie, ricordi, desideri, aneliti, illusioni, conoscenze lo aveva lasciato. Era diventato un albero che soltanto esisteva!
Ma un attimo dopo si sorprese ad assaporare la bellezza di essere albero: gli era difficile resistere all’abitudine di essere uomo e quindi di esaminare la propria coscienza. Gli pareva di oscillare come un pendolo tra l’essere albero e la coscienza di come fosse bello sentirsi albero.
Le oscillazioni divennero sempre più piccole, finché il pendolo si fermò. Ora soltanto esisteva...
Quel presente durò fino a quando il vecchio abate si accorse che poteva rialzarsi, essendosi il dolore ormai attenuato. Mentre ritornava adagio verso il santuario, ripensava alle parole del vangelo: Chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni... e partì. Capiva che gli alberi potevano considerarsi pure loro come appartenenti alla schiera dei servi. Anche a loro il Signore aveva distribuito i suoi beni. Da loro il vecchio abate era stato aiutato a scoprire un bene di cui non s’era mai accorto: il dono di esistere.
Nello stato di completo abbandono in cui s’era venuto a trovare, in cui tutti gli altri beni non riuscivano più a fargli sopportare la solitudine, quel cogliersi albero tra gli alberi, raggelato, rinsecchito, silenzioso, resistente, immobile, compenetrato di presente, senza ansie né paure, lo aveva elevato ad un livello più alto di verità, consolandolo nella sofferenza. Si riprometteva di continuare a fare l’esercizio dell’albero: era un’esperienza che meritava di essere esplorata.
La vista del santuario riapparve alla fine del sentiero. L’abate fu investito da raffiche di vento gelido; in pochi minuti un nevischio pungente cominciò a battergli sul viso. Ma ormai era arrivato. Quella passeggiata nel bosco gli aveva giovato. Intuiva che ce l’avrebbe fatta a resistere. Aprì il portone della chiesa e guardò dentro: tutto vuoto...
Si segnò con l’acqua santa e mentre faceva la genuflessione si ricordò che la parabola aveva una continuazione: Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò. Ma quando?
Si girò per chiudere il portale. Lo sguardo cadde sui tanti alberi del bosco che restavano fuori - fermi e in pace - pronti a resistere per il resto dell’inverno. Chi ne poteva contare il numero? La vista di tanti che, come lui, soffrivano e resistevano lo confortò. In fondo anche tutti gli altri servi rimasti soli facevano parte dei beni che il Signore aveva consegnato ad ognuno!

IL PELLEGRINO

Il vecchio abate sciolse l’ultimo legaccio del velo viola che copriva il crocifisso e cantò per la terza volta, in latino, un mezzo tono più alto, Ecce lignum crucis! Depose il crocifisso sui cuscini davanti all’altare maggiore. Sistemò i due candelabri ai lati, scese dal presbiterio, si girò e s’inchinò di nuovo profondamente. Poi risalì verso l’altare per baciare il crocifisso. Si fermò un momento, bloccato dall’indecisione. Baciarlo sui piedi? Era un gesto di omaggio all’umiltà di Gesù. Ma troppo scontato. Forse sul volto... Alla fine vide chiaro e si chinò per baciarlo sulla ferita del costato, perché gli era venuta alla mente la frase del vangelo: Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua (Gv 19, 34).
Il vecchio abate aveva sete, una sete insaziata già da molti mesi, sete di Dio. Ma tutto era chiuso ai suoi occhi e al suo cuore. Quanto avrebbe voluto abbeverarsi a quel sangue e a quell’acqua, per poter riaprire la porta dell’accesso a Dio! Così si chinò e baciò il crocifisso sulla ferita del costato. Avrebbe voluto indugiare, formulare una preghiera, ma nella liturgia non si doveva cedere a sentimenti troppo vistosi: questo aveva appreso fin da giovane. Il suo fu, perciò, un bacio breve, sfiorato, ma accompagnato da un desiderio intenso di luce e di comunione.
S’alzò. In chiesa non c’era nessuno... Quell’anno il vecchio abate aveva celebrato senza fedeli. Al dolore della sua solitudine non ci sarebbe potuto essere un contesto più intonato. Si sedette al suo posto, dove il celebrante avrebbe dovuto attendere che i fedeli sfilassero davanti al crocifisso e lo baciassero. Non c’era nessuno, ma il vecchio abate rimase lo stesso, immaginando di essere contemporaneamente in tutte le chiese del mondo: doveva attendere che passassero tutti. S’immedesimava in ogni credente che si chinava per baciarlo: voleva fare suoi i sentimenti e l’amore di ciascuno. Sperava che, se fosse entrato in consonanza con quanti quella sera, in tutto il mondo, baciavano il crocifisso, gliene sarebbe derivato un aiuto poderoso per rompere il muro di solitudine che lo separava dal Cristo. Gli sarebbe bastato entrare nel cuore di uno soltanto, di uno che non avesse avuto veli sulla sua fede, per riuscire a raggiungere Gesù, sotto l’immagine del crocifisso di legno. Come desiderava essere preso per mano e, come per incanto, ritornare a vedere!
Ma quanto più con gli occhi della mente guardava baciare, tanto più gli sembrava di penetrare non già nello spirito di chi baciava con fede, bensì nella fredda e rigida immobilità del corpo morto di Cristo.
La processione del bacio terminò e così pure la liturgia del venerdì santo. Mentre sistemava il crocifisso per la notte, gli pareva di trovarsi insieme con Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo a depositare Gesù nel sepolcro e a chiuderne l’entrata con la pietra. Anche per lui era così: una pietra gl’impediva l’accesso, e dietro la pietra Gesù giaceva nell’immobile silenzio della morte. Non poteva esserci un venerdì santo più vero...
Durante tutta la notte il vecchio abate non s’allontanò dal sepolcro. Al mattino nessun sogno gli era rimasto nella memoria, tuttavia era sicuro di non essersi allontanato mai, neppure per un istante, dalla comunione con lo stato di morte di Gesù. La sua solitudine era una cosa sola con quella. Avrebbe voluto chiedere di esserne liberato, ma gli pareva una preghiera stonata in quel momento: ora che erano nel sepolcro insieme, come sarebbe potuto andarsene lasciando da solo Gesù? O tutti e due o nessuno!
S’annunciava una brutta giornata; il cielo era solcato da nuvoloni neri che si rincorrevano, sospinti da un ventaccio che faceva fremere il bosco. Certamente nessuno sarebbe arrivato neppure in quel giorno al santuario e forse nemmeno per la Pasqua...
Fu perciò grande la sorpresa del vecchio abate quando sentì nel silenzio della chiesa vuota il rumore del grosso battente del portale. Preso dalla solitudine del sabato santo, si era dimenticato di aprire il santuario. Andò a vedere chi potesse essere così presto e con quel tempaccio.
Era un pellegrino solitario. Il suo sguardo sembrò rasserenarsi quando il pesante portale si aprì ed egli potè entrare.
Il vecchio abate aveva l’occhio allenato a leggere nei volti e quello gli parve che rivelasse un profondo dolore interiore, espressione di una verità che la persona non cercava per nulla di nascondere.
Il pellegrino si trattenne per un po’ nel fondo della chiesa e poi lentamente avanzò fino al primo banco, a breve distanza dal crocifisso adagiato sui cuscini. Il vecchio abate s’era seduto nel coro, senza riuscire ad entrare in preghiera. Stava semplicemente lì, come semplicemente lì stava Gesù morto. Il pellegrino s’alzò e venne a chiedergli se poteva parlare con lui. Frattanto era cominciato a piovere e ad intervalli, secondo il capriccio del vento, si sentivano gli scrosci della pioggia contro le vetrate del santuario.
Il pellegrino entrò in argomento senza molti preamboli. Si trovava in un’aridità interiore che durava da mesi, anzi cresceva senza tregua. Aveva intensificato la preghiera, anche se essa rappresentava ormai solo un tormento; aveva aumentato l’aiuto ai poveri e cercava di essere più disponibile con chi gli chiedeva un favore. Avrebbe voluto anche sorridere di più, ma doveva ammettere di non riuscirci: la tristezza che lo attraversava era più forte della sua volontà.
Man mano che il pellegrino descriveva la sua situazione, al vecchio abate pareva di ascoltare la descrizione della sua propria storia. Come avrebbe potuto confortare e illuminare il pellegrino, se anche lui non trovava risposta a quelle stesse domande e sollievo a quello stesso dolore? Aveva tanto chiesto a Gesù crocifisso ed abbandonato di essere aiutato, di avere anche solo una piccola luce, ed ora, quasi come una beffa, invece di ricevere conforto e luce, doveva fornirne lui stesso. Avrebbe dovuto dare al pellegrino un bene che non aveva!
Si erano seduti assieme, uno accanto all’altro, nel primo banco. Il crocifisso era lì di fronte, a pochissima distanza. Il vecchio abate guardava il crocifisso, mentre il pellegrino parlava. Continuò a guardarlo in silenzio, quando questi finì. Tutti e tre desolati, tutti e tre crocifissi, tutti e tre abbandonati...
Gli pareva che anche Gesù sulla croce s’associasse al pellegrino per essere confortato. Povero vecchio abate! Gli si chiedeva di portare un peso più forte di lui, quando avrebbe dovuto essere Gesù a consolare... Questo pensava il vecchio abate guardando il crocifisso e facendo di questo pensiero una supplica accorata. Ma Gesù taceva o almeno così sembrava.
Il vecchio abate riflettè che forse sarebbe stato più facile trovare una parola di conforto per Gesù che per il pellegrino. A pensarci bene, esisteva davvero una separazione tra il crocifisso e il pellegrino? Nella sua croce, morte, solitudine e sepoltura non aveva Gesù attirato tutti a sé? Non aveva assunto ogni solitudine e sofferenza?
Con questo pensiero nel cuore il vecchio abate cominciò a parlare. Non sapeva di dove trarre i pensieri, tuttavia sentiva che questi gli nascevano spontanei. Avvertiva per la prima volta, in modo così chiaro da sentirsene sorpreso, che sia il pellegrino sia lui stesso pretendevano di udire la voce di Dio intelligibilmente. Ma questo era, in fondo, un desiderio che aveva per oggetto non tanto Dio, quanto una sua manifestazione rassicurante, perciò, alla fin dei conti, loro stessi.
Guardò il crocifisso. Avrebbe potuto dire anche a lui le stesse parole? Il suo infinito dolore, la sua infinita solitudine erano lì, davanti a lui, ma non erano lamento. Erano soltanto infinito silenzio. Dolore e solitudine erano l’effetto del silenzio di Dio. Ma erano anche la sua risposta di accettazione e conformità a quell’infinito silenzio: erano il suo sì d’amore, forte ed assoluto come la morte.
C’era allora un modo diverso dalla parola e dalla visione per conoscere direttamente Dio: amarlo così com’era in sé, senza nessuna immagine o parola, al di là di ogni comprensione.
Silenzio con silenzio, amore con amore.
Dio è amore - disse il vecchio abate e mentre lo diceva non sapeva più distinguere se parlava al pellegrino o al crocifisso oppure a se stesso - e chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1Gv 4, 16).
Tacque e il silenzio che seguì si riempì di una verità, in cui luce e oscurità si univano. Non c’era più bisogno di pensieri e di parole. C’era la realtà, così com’era vera in sé. Era tutta intrisa di Dio, dell’amore di Dio, di Dio che era amore.
Il pellegrino seguiva lo stesso filo di pensieri? Gesù crocifisso li condivideva? Lo guardò: aveva gli occhi chiusi, era immobile nella morte. Lui, che era la parola del Padre, aveva taciuto per tanti anni... Poi aveva parlato, spiegato, raccontato parabole. Aveva parlato con i gesti e i miracoli, immergendosi nella vita degli uomini. Ed ora taceva, nel silenzio della morte. Eppure nulla poteva superare l’estrema perfezione di quell’ultima parola di silenzio. Quale commento avrebbe potuto arricchirla di verità?
Il vecchio abate si chiese se anche il suo silenzio interiore, così doloroso che nessuna parola, preghiera o lacrima era capace di scalfire, potesse partecipare dell’infinita verità d’amore dell’ultimo silenzio di Gesù morto in croce.
Desiderava che fosse così, ma non osava ammettere questo pensiero nel suo cuore. Aveva bisogno che un altro glielo dicesse e confermasse.
È vero - disse allora il pellegrino - "l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio" (1Gv 4, 7).
Queste parole colpirono il cuore del vecchio abate. Per la prima volta, dopo tanto tempo, provava un po’ di conforto. Il suo desiderio inespresso era stato esaudito. Un altro aveva detto quelle parole di cui intensamente desiderava la conferma. Chi dei due aveva veramente parlato, il pellegrino o il crocifisso? Rimase ad interrogarsi, ma poi si chiese che importanza avesse quel quesito. C’era tanta distinzione tra lui, il pellegrino e Gesù morto?

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