SIEDITI CUORE MIO
(Marchesini Aldo)
INDICE
Introduzione
La mia parte di eredità
Il povero diavolo
Il monaco (Quasi una parabola sulla contemplazione)
La tua presenza
Scuola di maratona (Storia di agenti segreti e di preghiera)
Storie del vecchio abate
Dove finisce il tempo
Professione perpetua di Irmã Jacinta
«Buon anno, amici miei!»
Cose dAfrica
Vita di medico
Nel mondo della preghiera
Gesù e la luna
Dunque, dovete sapere che...
Il 19 novembre 1974 ero in piedi sul piccolo spiazzo in cima alla collina dove sorge il seminario di Alfragide, dietro Lisbona. Il sole era appena tramontato oltre la linea dellAtlantico che chiude lorizzonte alle alture digradanti verso occidente, e nel cielo, ancora pieno di luce, era apparsa la prima sottilissima falce della luna nuova.
Sarebbe stata unoccasione splendida per lasciarsi prendere dalla contemplazione, ma per me non era il momento più opportuno: ai miei piedi avevo due valigie e una borsa, e nel giro di unora, dovevo essere allaeroporto per partire come missionario in Mozambico.
A dire il vero ero un po emozionato, anche se non era la prima volta che andavo in missione: la particolare situazione politica del Mozambico, ancora allinizio del periodo di transizione verso lindipendenza, e un grosso margine di ignoto sulle caratteristiche del mio lavoro laggiù, mi tenevano un po sulla corda.
A complicare le cose riguardo alla contemplazione cera un altro fatto: il confratello che mi doveva accompagnare allaeroporto non era ancora arrivato, e io vedevo passare il tempo e con esso la possibilità di riuscire a partire.
Cominciavo a diventare nervoso; tuttavia non mi era possibile sottrarmi al fascino di quella falce di luna e di quellincanto di forme e di colori. Come avrei voluto essere libero da altre preoccupazioni in quel momento! Ma ciò non era possibile: dovevo accontentarmi della luna così, e basta.
Questo episodio mi è rimasto scolpito vivissimo nella memoria, e più la storia della vita si dipana negli anni, più me ne diventa chiara linterpretazione: era lantifona di un salmo che il Signore preparava per me in Mozambico.
Il desiderio di godermi la contemplazione, non solo delle cose belle, ma soprattutto di lui, avrebbe dovuto fare i conti con molti ostacoli e impedimenti che egli stesso mi avrebbe inviato abbondanti e imprevedibili, non per distogliermi dal suo fascino su di me, ma per farmelo apprezzare più intensamente per la forza del contrasto.
Anche come andò a finire quellepisodio può essere considerato parte dellantifona. Quel confratello non arrivò, ma trovai altri amici che mi condussero, ancora in tempo, allaeroporto.
Fin da ragazzo ho avvertito il fascino della preghiera; ma solo a trentanni, già sacerdote, religioso, medico e missionario (per la precisione a quellepoca ero in Uganda), essa ha cominciato a diventare il problema progressivamente sempre più centrale della mia vita.
Il regalo che il Signore mi fece, per il giorno del mio trentesimo compleanno, fu una signora epatite, di quelle che ci vuole un anno per guarire. Per molti mesi la mia principale attività fu quella di riflettere e guardare: mi mancavano le forze e il desiderio per fare qualcosaltro.
Le lunghe ore di inattività a poco a poco cessarono di pesarmi sulla coscienza come tempo perso, nella misura in cui io mi «accorgevo» di esistere. Esistere e basta; gustarlo, questo dono dellesistenza, ascoltarlo, rigirarselo fra le mani: mi rendevo conto che, per trentanni, avevo vissuto senza saperlo!
Avrei quasi voluto prolungare la malattia per poter dilatare e perfezionare la capacità di crescere nellautocoscienza, per far passare attraverso la ragione della consapevolezza lavventura fino allora praticamente sconosciuta del vivere. La discesa allinterno di me influenzò naturalmente moltissimo anche la maniera di pregare.
La scoperta del silenzio e del «non fare» mi introdussero nella nuova terra e nei nuovi cieli che sono la contemplazione. Essa veramente si può definire nuova terra e nuovi cieli: è costituita da spazi sconfinati, inesplorati, in cui uno si sente piccolo e incapace, ma talmente attratto dalla novità che non ne vorrebbe più tornare indietro.
Lepatite mi fece anche due altri regali molto strani; cioè molto strani come regali: la stanchezza fisica e lansia. Lì per lì è chiaro che non li considerai affatto come doni. Lo capii solo molto più tardi, quando mi resi conto che, con la loro indesiderata, ma daltra parte ineliminabile presenza, mi avevano insegnato a scoprire che nello spirito esiste una regione nella quale né la stanchezza né lansia possono impedire la pace che vi si gode. Chi riesce a entrarvi, scopre la vera libertà, il territorio nazionale di se stessi, dove regna assoluta la propria sovranità.
Di questi tre temi: desiderio di contemplazione, fatica fisica e preoccupazioni sarebbe stato composto in gran parte (per restare nella metafora dellinizio) il salmo che il Signore mi voleva far cantare in Mozambico. Per mezzo dellepatite e delle sue lezioni mi aveva voluto preparare, per riuscire a trovarne, almeno in parte, la chiave.
In Mozambico, finora, mè sempre capitato di lavorare da solo: unico medico per un ospedale di circa 150 posti letto. Fare il medico da solo in Africa vuol dire pensare alla chirurgia (e alle operazioni durgenza, che capitano spesso nel momento in cui farebbero meno comodo, magari a metà della notte), alla maternità, alla medicina, alla pediatria... Vuol dire malati degenti in ospedale e visite in ambulatorio; vuol dire risolvere tutti i problemi da solo, studiare sui libri, pensare, applicare, aver paura. Ci vuole molta pazienza, molto coraggio morale.
Per qualunque complicazione o urgenza, di notte e di giorno, di sabato e di domenica, sono sempre io a essere chiamato.
In questo contesto di vita si è sviluppato il desiderio di contemplazione, lesigenza di lunghi silenzi per pregare. Forse per contrasto con il superlavoro, per un desiderio di pace e di tranquillità. Per un tentativo di sfuggire alla morsa dellalienazione da eccesso di attività.
Anzi, addirittura, ha preso corpo il progetto di lasciare tutto per la trappa. Una soluzione radicale, ma che ho sempre considerato come una tentazione di fuga, anche se segretamente speravo che, prima di morire, mi fosse concesso di varcarne la soglia.
Il desiderio di preghiera, spesso costretto alla sola possibilità di desiderio, il disappunto per essere troppo «mangiato», la ruvida esperienza della stanchezza fisica si sono in più modi mescolati, amalgamati, combattuti.
Ho cominciato a parlarne e a condividere: e ho scoperto come queste ansie e desideri fossero molto sentiti da altri missionari e missionarie. A poco a poco ne è nato un gruppo che vuole essere una vera comunità contemplativa che ha per convento il mondo. Vivere allinterno di una comunità queste esigenze dello spirito è molto bello e dà forza. Ci comunichiamo esperienze e intuizioni, desideri e difficoltà.
Io poi sento anche il bisogno di mettere per iscritto luci, proiezioni, desideri, sogni, intuizioni. Scrivere delle cose dello spirito è difficile; viene più semplice servirsi di parabole, di apologhi, allegorie o addirittura di poesie. Molte volte è un pathos, uno stato danimo, un «silenzio», che si vuole comunicare, ed è più facile dirlo in «parabole».
Sono nati così una serie di scritti, che sono legati tra loro solo dallunica tensione provocata dal desiderio della contemplazione, che si scontra con i tanti ostacoli della vita di ogni giorno.
Voglio mettere qui, come introduzione e come sintesi del mondo interiore di questi anni, la poesia «La piazza», quella che, fra tutte, credo di amare di più.
Dove sta la vera identità di una piazza., nellessere attraversata da tutti senza limitazioni, o nella sua struttura architettonica che appare nella sua bellezza solo di notte, quando finalmente è vuota? E nel lavoro o nella contemplazione? Questa piazza mi assomiglia, anzi questa piazza, col suo interrogativo, sono io.
«La piazza»
Stanotte cè luna
sulla piazza.
È deserta e in silenzio,
le case si guardano,
ed il selciato
finalmente tace.
Ci sono solo io
nel mezzo, ad ascoltarla.
Sento il respiro
e il battito del cuore.
Non ha più voglia di parole,
ma mi parla.
Mi dice che di notte
è il suo ristoro,
che le pare
che sia solo quandè vuota
che lei si può vedere
comè fatta,
e sentirsi di essere una piazza,
anzi una piazza
di palazzi antichi.
Poi tace...
e dopo un po si chiede
cosè però alla fine
che più conta:
che lei sia piazza
o che la gente,
che tutti i giorni lattraversa
e sincontra e parla,
e grida, ride
e la calpesta,
sia contenta
che sia una piazza?
In fondo è piazza
perché è aperta per la gente
e perché non ha porte
né barriere,
o perché ha un selciato
e bei palazzi,
e di notte
dimora in lei la pace?
Piazza, di giorno tu sei grande,
rumorosa, affollata,
sei usata, sei aperta,
e per questo noi ti amiamo.
Ma di notte, deserta e silenziosa,
con quellaspetto tuo quasi di cella,
piazza, per noi,
sei soprattutto bella.Aldo Marchesini
Forse è bene, prima di passare a leggere le «avventure di contemplazione», dare un rapido sguardo al piccolo mondo, che mi circonda e nel quale vivo e lavoro. Piccolo, ma in un certo senso anche grande.
I due brani che seguono sono tolti da due racconti che sto scrivendo. Il primo dal titolo esotico «Pa citatu», che significa «mercoledì» e narra le storie e i personaggi che costituiscono la trama di unesperienza faticosa, ma ricchissima: la visita che al mercoledì faccio ai malati della foresta.
Il secondo, «Mocuba», racconta il modo, più interiore che esteriore, della mia iniziale esperienza in Mozambico: un anno e mezzo, che vorrei definire eroico, assaltato giorno e notte dai malati. In quel tempo avevo un milione e mezzo di pazienti, sparsi su settantamila chilometri quadrati. Mocuba è il nome della cittadina dove cera lospedale.
«PA CITATU»
I fiori rossi, a ciocche, delle acacie, fittissimi, fanno come una tettoia incredibile sopra lambulanza, mentre percorro il vialetto che dal Centro di salute di Estima immette sulla strada che va a Songo. Il cielo, proprio in faccia a me, è rosso come il fuoco per il sole appena tramontato.
A destra i monti, e a sinistra la grande distesa di bosco, che arriva fino al confine con lo Zimbabwe.
Questo è il momento più intimo e di pace del mercoledì, il giorno dedicato ai malati della foresta.
Sono stanco morto dopo una giornata intera di visite e, come me, sono stanchi anche i due infermieri che mi accompagnano sempre e la suora che è venuta ad aiutare per la prima volta. Dentro lambulanza cè già scuro e dal posto di guida accendo le luci del cruscotto.
Siamo tutti in silenzio; per sentirsi a vicenda bisognerebbe gridare, perché il motore della Land-Rover fa un rumore assordante. Lambulanza è senza barelle, e i due sedili lungo le pareti sono strapieni di malati. Qualcuno è seduto o accoccolato anche nel mezzo, sopra o sotto o di lato alle innumerevoli cose che ingombrano ogni angolo. Ci sono i vecchi scatoloni strapieni di medicine, pomate, colliri, garze, bottigliette, sacchetti cotone, ecc., che ci servono per distribuire nelle visite. Ci sono i fagotti dei malati, con dentro una vecchia coperta, striminzita, lisa, sudicia (perché ci si avvolgono per dormire per terra), il piatto di ferro smaltato, due o tre latte con un po di farina di miglio, o di arachidi, e una più piccola che serve da bicchiere. Una cosa che non manca mai è la «capulana», un pezzo di stoffa colorata che serve per tutto: da sottana o da soprasottana per le donne, oppure per avvolgere e fissare il bambino sulla schiena, o per farsene un mantello quando è freddo o piove, e per cento altri usi. Per quanto lambulanza possa essere stracarica, cè sempre la maniera dinfilarci dentro anche lultima donna col bambinetto disidratato per la diarrea o in fin di vita per lanemia, che è rimasta ad aspettarci fin dalla mattina.
Perché tutti sanno che oggi è mercoledì e che il dottore passa con lambulanza. Cè chi fa più di venti chilometri per arrivare alla strada coi bambino sulle spalle e il fagotto in testa. Quando in famiglia qualcuno si ammala, i parenti si dicono tra di loro pa citatu (mercoledì prossimo). E i malati ricoverati che stanno già meglio dicono a me pa citatu, per tornare a casa mercoledì prossimo, senza pagare i soldi della corriera.
E pa citatu, penso tra me, mentre guido in silenzio lambulanza stracarica, che ansima sotto il peso eccessivo. È vero, pa citatu è più che un giorno qualunque della settimana. Pa citatu è un mondo a sé, è stanchezza, è incontri, è malati, è bambini, è caldo asfissiante, sudore, polvere, ritardi, imprevisti, arrabbiature, pace, silenzio, rumore assordante del motore, boschi verdi o sterpaglie secche che bruciano, secondo i tempi dellanno, è ore sul ciglio della strada per avarie, è soliloqui, è il lavoro che sfinisce, è sonno, è contemplazione.
Pa citatu comincia a correre sulle bocche dei malati il lunedì durante la visita ai reparti. Quelli che stanno meglio o che vogliono tornare a casa per un loro motivo particolare, dicono subito «sto bene, pa citatu vado a casa con te».
Lì comincia la schermaglia di domande trabocchetto per capire se sta bene davvero o se finge. Alla fine, a quelli che dicono la verità do un biglietto di dimissione da presentarmi al mercoledì, quando si riempie lambulanza, per distinguere i malati dagli approfittatori, che si intrufolano per fare il viaggio gratis.
Cè poi unaltra categoria da considerare: sono quelle mamme incoscienti che, se non do loro il permesso, fuggono col bambino ancora malato. Per evitare mali maggiori scendo al compromesso di dimettere il bambino, ma portando con sé medicine per alcuni giorni ancora.
Cè unaltra persona che il lunedì comincia i preparativi: è Damiano, il fedelissimo infermiere, che da più di tre anni fa coppia fissa con me il mercoledì. È incaricato della distribuzione delle medicine ai malati che visitiamo lungo la strada, ed è specializzato nellestrarre denti.
Con due giorni di anticipo comincia a vedere cosa manca nella cassa di legno dove, con un disordine sovrano, sono trasportate le medicine. La cassa di legno è stata uninnovazione recente e, in un certo senso, radicale. Succedeva che gli scatoloni di cartone, cominciavano a rompersi negli angoli per il continuo maneggio e il fondo a poco a poco si andava sciupando a forza di venire strisciato sul pavimento della Land-Rover. Già da qualche mese, tutti i mercoledì restava stabilito che per la prossima settimana era necessario cambiare lo scatolone, ma al mercoledì mattina non si era ancora potuto trovarne uno nuovo. Finché un giorno capitò che un malato, che tornava a casa, invece di strisciarlo sul fondo, sollevò lo scatolone di peso, e tutto il contenuto usci dal basso come una valanga, sparpagliandosi nella macchina.
Dopo aver fatto la lista delle medicine di cui abbiamo bisogno per ricostituire lo stock, ed averle scritte su un foglietto con davanti il numero di codice del formulario nazionale, Damiano entra da me nellambulatorio e con un ineffabile sorriso sulle labbra aspetta che lo legga e che lo firmi, per poterlo portare in farmacia. Tutte le volte ho qualche osservazione o domanda da fare, come: «Perché, Damiano, hai chiesto tanta quantità di clorochina: tremila pastiglie? e perché 50 bottigliette di sciroppo di cloramfenicolo?». «La farmacia dà sempre la metà di quello che si chiede, perché cè scarsezza. Così adesso chiedo il doppio per poterne avere a sufficienza ...».
A volte aggiungo qualche altra richiesta di cose nuove, di cui abbiamo notato la mancanza lultimo mercoledì. Così di mese in mese, di anno in anno, la varietà di medicine che portiamo con noi cresce e si specializza sempre di più.
Passa mezzora e Damiano batte di nuovo alla porta. Questa volta non sorride, ma con aria desolata annunzia: «È finito questo e questo. Di quellaltro ce nè solo per dieci malati. La farmacista chiede con cosa si può sostituire».
Allora cominciano i salti mortali per escogitare terapie alternative. Non vorrei alzarmi e abbandonare le visite: la sala daspetto è sempre strapiena di malati, che non riuscirò a smaltire prima delluna. Se vado un quarto dora o mezzora a rovistare tra i campioni gratuiti che tante anime buone ci inviano, significherà che lintervallo per mangiare e «riposare», prima di ricominciare alle due del pomeriggio, sarà di quarantacinque minuti o di mezzora invece che di unora.
Daltra parte, se rimango seduto a racimolare le energie morali per aver la forza di diminuire il riposo, questo riposo sarà ulteriormente ridotto di tutto il tempo passato a decidermi.
Così già da qualche tempo, appena sento bussare mezzora dopo che Damiano è uscito per la prima volta, mi alzo in piedi e gli vado ad aprire, tanto so già per esperienza che è lui con il funereo annuncio. Mi faccio spiegare ciò che manca mentre andiamo insieme in farmacia e subito si costituiscono nel mio cervello una serie di circuiti nervosi, che propongono ipotesi di terapie alternative. Quando rimescolo gli scatoloni devo verificare se ci sono le medicine presupposte. Ma il più delle volte la fortuna si intenerisce e ci fa trovare soluzioni impreviste.
Le operazioni chirurgiche del martedì sono abbastanza impegnative e molto spesso finisco dopo le otto di sera.
La stanchezza si fa sentire, e anche se il giorno dopo è il più faticoso della settimana, tuttavia il pensiero di uscire da Songo, per visitare la foresta, incontrarmi con la gente semplice e buona, insomma vivere un giorno differente, contribuisce a darmi un certo senso di euforia.
Però so bene che lindomani il mio grande nemico sarà il sonno. Nulla costa tanto come sentirsi chiudere gli occhi, i muscoli rilassarsi nel torpore, e dover continuare in una occupazione, che esige il cento per cento della concentrazione. Per questo il martedì sera cerco di andare a letto il più presto possibile, nella speranza di non dovermi alzare per correre allospedale durante la notte.
A volte però capita che mi chiamino, e allora, quasi inconsciamente, faccio il possibile per non svegliarmi completamente, ma per tenere il sonno come sotto la cenere, lasciando una frazione della mia psiche con lincarico di portare avanti il lavoro del dormire. Naturalmente non sempre ciò è fattibile. Capita a volte che arrivi qualcuno vittima di un incidente stradale o della guerriglia dello Zimbabwe, o che ci sia da fare un parto cesareo, o venga un bambino con unanemia gravissima, per cui sia necessario somministrargli una trasfusione urgente, e magari non ci sia nessun flacone di sangue pronto in frigorifero.
La prima operazione del viaggio è il carico dellambulanza. Bisogna farci entrare: le medicine da usarsi nelle visite, spesso uno scatolone o due da consegnare a Marara o a Estima, i malati che devono ritornare a casa, con i loro fagotti, pentole e sacchi, e, se possibile, un certo numero di familiari che li hanno assistiti. Anche di questa delicata operazione è incaricato Damiano. Ci vuole un certo senso dinventiva e di diplomazia per far entrare nellambulanza un volume di persone e di fagotti, che, a vederlo fuori in fila per terra, si giurerebbe che è per lo meno tre volte la cubatura disponibile. Bisogna separare gli abusivi, che si fingono malati per scroccare un viaggio gratis, da quelli che hanno diritto di tornare a casa, muniti del mio regolare foglietto di dimissione e che i privilegiati sventolano come fosse il biglietto vincente della lotteria di capodanno. Una volta individuati gli «aventi diritto», si comincia col dare le varie precedenze.
Per prime salgono le mamme che hanno dei bambini piccoli, e i vecchi che fanno fatica a camminare. Poi è il turno di quelli che devono smontare nel tratto di strada dove non passa la corriera. Se cè ancora posto, entrano quelli che abitano lungo la strada asfaltata principale, a cominciare dai più lontani, così se qualcuno rimane a terra può andare con la corriera, e fa un viaggio relativamente corto e poco costoso. Nei casi disperati, quando anche con la migliore buona volontà proprio tutti non ci entrano, e magari non hanno un centesimo, do loro un biglietto di autorizzazione, da presentare alla segreteria dellospedale, per prelevare i soldi della corriera dal «Fondo sociale», costituito da offerte e contributi volontari di qualche malato benestante o di tecnici della centrale, che hanno voluto dimostrare riconoscenza per il servizio ricevuto allospedale.
Quando lultimo passeggero è salito, viene chiusa la portiera e tutto sembra risolto, dobbiamo salire noi dellequipaggio: io, Damiano, la suora di turno: Teresa o Teresina (che però sono di eguale volume), e linfermiere che viene lasciato a Chirodzi. Tre si sistemano nei sedili davanti, ma il quarto deve infilarsi, in maniera che di solito è altamente acrobatica, tra le gambe e le masserizie del reparto dietro. Per fortuna, se così si può dire, la portiera posteriore è incompleta. Cè solo la metà della parte inferiore che è molto solida e fissabile con tutta sicurezza. La parte superiore è rimasta nella foresta, un giorno, durante la stagione delle piogge dellanno scorso. Lambulanza era andata in servizio per una strada impervia e, nel risalire la sponda di un torrente senza ponte, era slittata allindietro sbattendo contro un albero. Questa «mutilazione» presenta, nelloccasione del mercoledì, un insospettato vantaggio: qualcuno cioè può star seduto su quella specie di parapetto posteriore, scovando in tal modo un posto per appoggiare quella parte del corpo che, oltre ad essere la meno nobile, è anche, la più ingombrante.
Così, finalmente, si parte! O si dovrebbe partire... Spesso infatti capita che la chiave dellaccensione non funziona, o che la marcia indietro, necessaria per girare lambulanza, non entra. Allora lautista corre e mi spiega quale trucco bisogna usare perché entri. «Dia tre colpi di frizione», oppure «Passi dalla prima alla seconda due volte e poi senza fermarsi metta la retro», od anche «Faccia un metro avanti in prima, e poi vedrà che entra».
Finché si è ancora nel recinto dellospedale tutto può essere rimediato, ma quando capita che in una stradaccia, una marcia cominci a fare dei capricci, specialmente se è la prima o la seconda, allora sono guai seri. Se poi è in salita, e nel percorso ce ne sono due molto ripide e di alcuni chilometri di lunghezza, cè da farsi venire i sudori freddi.
Quando invece è il motorino davviamento che non funziona cè festa per tutti i bambini, sempre in maggioranza nel pubblico che assiste allo spettacolo della partenza dellambulanza. Quando non savvia dicevo è una festa. I grandi si mettono dietro a spingere e i piccoli fanno a gara per riuscire a toccare con almeno una mano la Land-Rover e aiutare anche loro in quella eccitante esperienza.
La strada che scende a Maroeira, dove comincia il falsopiano, è molto ripida e piena di curve pericolose. Prima di cominciare la discesa, alluscita di Songo, cè una fermata che ormai è entrata nella tradizione. Le prime volte succedeva così: appena usciti dallospedale, Damiano esclamava, battendosi una mano sulla fronte, che ci eravamo dimenticati di prendere lacqua per il radiatore. Però ci potevamo fermare a casa sua, allinizio della discesa per riempire una tanica. Quando usciva da casa con lacqua, un figlio lo seguiva trotterellando con un fagotto sulla testa: era qualcosa da lasciare lungo la strada: in genere acquisti che aveva fatto per commissione di qualcuno, nelle botteghe di Songo. Col passare del tempo, il rito dellacqua finì, mentre la commissione dei fagotti di cose comprate entrò saldamente nella tradizione.
La discesa è piena di curve insidiose, è anche se le so fare ormai ad occhi chiusi, tuttavia in due o tre punti provo sempre un po di ansia: con lambulanza che pesa il doppio di quello che dovrebbe, devo frenare fino quasi a fermarmi, altrimenti la seconda non entra. E se non entra allora sono guai seri. Purtroppo tutti gli anni capita che qualche camion o corriera non abbia i freni buoni e non riesca a rallentare abbastanza per riuscire a scalare la marcia in tempo. Ciò che ne segue lo so bene io, che devo passare ore ed ore in sala operatoria, per operare i feriti che, a volte, arrivano a decine. Lanno scorso due corriere uscirono di strada nello stesso punto, a distanza di pochi giorni, e andarono a fermarsi a pochi metri luna dallaltra. Alcuni anni fa, nel giorno della visita del presidente dellAngola a Songo, uscì di strada addirittura un carro armato.
In fondo alla discesa cè Maroeira, un posto di blocco fisso della polizia, con tanto di catena che sbarra: controllo dei documenti e rilascio dei permessi scritti per i visitatori che vogliono entrare. Ma quando dallultima curva sbuchiamo noi con lambulanza, il poliziotto di turno abbassa la catena e ci fa cenno di proseguire senza fermarci.
Dopo alcuni chilometri di falsopiano, si attraversa una piccola catena di alture e poi si scende nella sconfinata distesa ondulata, che per centinaia di chilometri procede verso il mare. Questorizzonte, che quasi dimprovviso si apre senza limiti, dà un senso di libertà e di pienezza. Si corre così tra campi e boschi per unaltra trentina di chilometri, fino alla nostra prima fermata, una località chiamata Chirodzi (che si pronuncia Sciròzi). Al tempo dei portoghesi, cera qui una grossa base militare, con accanto un cosiddetto «aldeamento», cioè una specie di villaggio fatto di capanne allineate, dove veniva concentrata la popolazione dei dintorni, per «proteggerla» dalle insidie dei guerriglieri. Oggi della base restano solo mozziconi di case, diventate cave di blocchi di cemento e di mattoni e il tracciato di una vecchia pista di atterraggio in terra battuta, ingombra derbacce e di sassi. Anche laldeamento è semidistrutto. La maggior parte della gente se nè tornata dove stava prima. E unarea molto abitata, resa fertile dal pigro passaggio del rio Chirodzi, anche se nel tempo del gran secco è soltanto una pista di sabbia infuocata.
Chirodzi è lultimo, in ordine di tempo, degli «ambulatori della foresta», in compenso è il più attrezzato. Ora abbiamo un posto fisso: una stanza in una vecchia bottega abbandonata dal padrone. Rimane un po fuori dalla strada, in uno spiazzo erboso, dal fondo irregolare, dove affiorano grossi pezzi di roccia. Due giganteschi baobab, uno alla sua sinistra e uno proprio di fronte, dominano lambiente con la loro mole.
Quando, dopo unora di rumore assordante della Land-Rover, spengo il motore e scendo, mi avvolge come un manto quel silenzio tranquillo, trapassato soltanto dal canto degli uccelli. Verrebbe voglia di fermarsi lì unora o due sotto lombra dei baobab, in assoluta solitudine e tranquillità a gustare quella pace. Invece il mercoledì è impossibile. Oggi è «pa citatu», e tutta la gente che abita in una fascia di 30 chilometri dalla strada lo sa. Allora in cui arriviamo, verso le nove, non cè ancora molta gente, ma da tutte le direzioni ci sono malati in cammino. Da qualche tempo arrivano anche da oltre il fiume Zambesi. Lattraversano in canoa e poi camminano quattro o cinque ore. Di solito arrivano dopo mezzogiorno. Ma non cè fretta, perché qui lascio un infermiere. Lo riprenderò alla sera, al ritorno, insieme ai malati più gravi, che hanno bisogno di essere ricoverati.
Credo che valga la pena raccontare comè nato questo ambulatorio della foresta: è una storia simpatica. Dovete dunque sapere che, nei primi anni, ci passavo sempre davanti senza fermarmi. Anzi, per fermarmi mi ci fermavo spesso, ma soltanto per far scendere i malati che ritornavano a casa. Proprio sul ciglio della strada cera, e cè tuttora, una botteguccia, anzi quell«uccia» è un diminutivo ancora troppo grosso per le sue dimensioni. Sono quattro muri coperti da pezzi di lamiera arrugginita, che però sporgono sul davanti, fino ad appoggiarsi a due grossi bastoni che fungono da pilastri della veranda. Un giorno tra la gente che doveva scendere a Chirodzi cera un simpaticissimo vecchietto, dai capelli bianchi, molto gentile e minuto, accompagnato dalla moglie, anche lei piccola e amabile. Lavevo operato di cancro alla prostata ed ora doveva continuare a fare delle iniezioni di estrogeni-ritardo ogni quindici giorni, per molto tempo. Andammo insieme dal padrone della bottega per chiedere se accettava che ogni due settimane potessimo entrare e fare liniezione nella sua bottega. Naturalmente diede il permesso con molto entusiasmo, ben contento che il suo locale diventasse un centro, in certo qual modo, ufficiale. Un mercoledì sì ed uno no, il vecchietto era seduto ad aspettare sul ciglio della strada, stringendo un sacchettino di plastica nel quale conservava le fiale. Mi veniva incontro sorridente, col cappello in mano. Al che, io pure mi toglievo il cappello e ci salutavamo. Il padrone della bottega era già in piedi sulla porta, insieme ai pochi avventori presenti, che mi riverivano con un inchino ed aspettavano fuori, in rispettoso silenzio, che facessi liniezione.
Poco a poco Chirodzi diventò un luogo che cominciò a imporsi alla mia attenzione. Mi accorsi che il numero di coloro che scendevano li era sempre più consistente, segno che da quellarea provenivano molti malati. Sarebbe stato un gran servizio per quella gente aprire lì un centro di visita medica, ma ne avevo già quattro lungo la strada, oltre ai due ospedaletti di Marara e di Estima, e mi mancava il tempo necessario. Fu Giuseppe, il fratello infermiere, che viveva con me, a suggerire di lasciare a Chirodzi qualcuno dellospedale tutto il giorno. Avrebbe visitato i malati e fatte le medicazioni delle piaghe e delle ferite. Ne parlammo con le autorità locali, che furono ben contente e ci offrirono una stanza della vecchia bottega abbandonata, dietro laccampamento.
MOCUBA!
Era nellora più bella della notte, che a volte mi chiamavano, quando brillavano quelle stelle che salgono nel cielo, in segreto, mentre il mondo dorme. Dalla casa allospedale cera un vialetto, che frusciava di sabbia sotto i piedi, nel gran silenzio, e a lato, in cima agli eucaliptus, che facevano ombra con la luna, dormivano le gazze, bianche e nere. Il mio passaggio ne svegliava sempre qualcuna, che scendeva in volo per sapere chi era. lo non la vedevo, tranne che nelle notti di luna piena: solo la sentivo battere le ali sopra la mia testa. In meno dun minuto ero allospedale, ma quei pochi secondi mi bastavano per immergermi profondamente in me, per toccare il fondo della mia identità, per vincere la battaglia contro lalienazione che il continuo «fare», lungo tutto il giorno, mi lasciava addosso incessantemente.
Era la folla dei malati, poveri, mal vestiti, che veniva con fiducia sproporzionata a chiedermi aiuto, che minacciava di alienarmi, di trasformarmi in una macchina, costretta sempre a dover fare, senza poter fermarsi per pensare. Si accalcavano al mattino sotto latrio dellospedale e allombra degli alberi, per aspettare il turno della visita; dividevano in due il posto letto e riempivano il pavimento, sdraiati su stuoie e coperte, nei reparti; invadevano il terreno attorno allospedale con fuochi e pentole, fascine di legna, sacchi e catini con un po di farina e di fagioli; dormivano alladdiaccio sotto gli alberi, e si schiacciavano contro il muro, in piedi, sotto le grondaie per ripararsi alla meglio dallacqua, quando pioveva.
Ma erano ancora loro, quando mi svegliavano di notte, che mi regalavano quel cielo di stelle segrete, perché vi potessi ritrovare, come in uno specchio, la mia fisionomia.
Di giorno, il tempo per pregare, proprio non cera. Lassenza di possibilità me ne acuiva il desiderio. E il desiderio pareva nel mio cuore la tentazione subdola e terribile della fuga. Poter essere liberato dal peso di unattività senza tregua, dedicarmi alla contemplazione in unoasi di pace e di tempo ormai unicamente mio, per poter essere libero di invitare Dio e condividerlo. Sarà stata questa, poi, una tentazione? O era una vocazione che nasceva in me?
Da sempre si era abituati a pensare che la vita di orazione e di clausura passasse sopra a qualunque altra vocazione; che fosse veramente un lasciare tutto e seguirlo. Ma forse ciò valeva solo quando il tutto che si lasciava era piacevole ed attraente, e non quando si lasciava una dura fatica, senza tregua. A considerare il dilemma da fuori, la soluzione e le basi per una composizione del problema sarebbero potute sembrare facili, o addirittura ovvie, per alcuni; ma per me, che lo vivevo da dentro, il nodo continuava a restare ben stretto.
Ne parlavo spesso quando passava per Mocuba qualcuno che mi pareva sensibile a tali questioni. E anche la liturgia, talvolta, si prestava, con le letture, a sviscerare un poco il problema. Ricordo che il brano, considerato ormai un classico sullargomento quello di Marta che serviva a tavola e di Maria, che se ne stava seduta ad ascoltare Gesù, lodata da lui alla fine si presentò due o tre volte in quellanno. E per di più sempre in occasioni con parecchi ospiti, che si interessavano sinceramente allargomento. Tuttavia nessuno ebbe il coraggio di spingere la valutazione di Gesù, che pur giudicava prioritaria lesigenza dellorazione pura, fino al punto da consigliare a tutte le Marte, di smettere di servire e di venire a sedersi accanto a Maria. Ormai mi trovavo nel ruolo di Marta, e al massimo potevo solo rammaricarmi di non aver ricevuto fin dal principio quello di Maria.
Nessuno però poteva distogliermi dal desiderare segretamente di essere sciolto da quella situazione, e di poter, senza tradimento o fughe, trasformarmi in un contemplativo. Latteggiamento da assumere era ormai solo quello di aspettare che il Signore prendesse qualche iniziativa.
Iniziative vere e proprie, per lo meno a giudicare con gli occhi di ora, non ce ne furono. Forse, però, un segno profetico mi fu dato, per quanto stranissimo e molto soggettivo.
Era una mattina presto, ancora col buio. Mentre mi guardavo nello specchio per farmi la barba, i miei occhi si incrociarono col riflesso dei miei, e quellimmagine mi trasmise in un attimo un messaggio senza parole, come se fosse stato un angelo del Signore apparso per un istante. Sentii lo sbocciare in me di una gioia profonda ed improvvisa, assieme con la certezza che, un giorno, sarei diventato contemplativo. Fu questione di un attimo, ma la gioia restò, anche se non sapevo né come né quando si sarebbe realizzata quella strana profezia. Di fronte a me restava solo la mia faccia assonnata, ma molto soddisfatta, un po dubbiosa sul come poteva essere accaduto di essere stato angelo a me stesso, ma non troppo desiderosa di indagare a fondo questultimo perché, per paura di sciupare la gioia di una certezza tanto fragile, anche se così grande.
Cera una volta un povero diavolo. Per quanto fosse un povero diavolo, da un certo tempo gli era venuta la voglia di imparare a pregare.
Sulle prime aveva pensato che per dedicarsi alla preghiera sarebbe stato necessario cambiare molte cose nella vita. Così passò un buon periodo a pensare e fare progetti. Gli pareva perfino conveniente cambiare lavoro, per scegliere unattività che gli desse più tempo libero. Una volta pensò addirittura di entrare in un convento di clausura, per risolvere alla radice i problemi di introduzione nel mondo della preghiera.
Ma i mesi, e quasi anche gli anni, passavano e lui restava il povero diavolo di sempre. Se voleva tutte le condizioni non avrebbe mai cominciato il cammino nel mondo dellorazione. Una cosa però si era rivelata positiva: tutto quel lavoro di immaginazione e quel desiderio, anche se di pappa fatta, lavevano ormai convinto che non poteva più tornare indietro.
Un giorno lesse la parabola del pubblicano che entrò nel tempio di Gerusalemme per pregare: se Gesù lodava quel suo antico predecessore della categoria dei poveri diavoli, per aver avuto la fiducia di mettersi a pregare, anche lui poteva cominciare a dedicarsi allorazione pur essendo ancora un povero diavolo.
Così chiuse il vangelo, e, pieno di un misto di felicità, di timore e di speranza cominciò a pregare.
Nelle sue fantasie, di quando faceva progetti radicali, si era immaginato grandi e profondi sentimenti avvincenti, capaci di cambiare una vita, lumi di orazione, cose e segreti di Dio che avrebbe penetrato. Lavevano confermato in ciò alcuni scritti di grandi mistici, che, nella sua ignoranza completa di questa dimensione dello spirito, lui leggeva ed interpretava alla sua maniera.
Pensò di cominciare col rimanere seduto di fronte alleucaristia un certo tempo. Lesperienza era nuova per lui. Sentiva, oltre al desiderio di pregare, un certo sentimento di curiosità, per vedere cosa sarebbe accaduto, e cosa avrebbe cominciato a capire di meraviglioso in questo mondo nuovo della preghiera, di cui cominciava lesplorazione. Dopo un certo tempo, si accorse che stava lì seduto in chiesa, come avrebbe potuto stare seduto su di un molo, in attesa di vedere il momento in cui la nave avrebbe suonato la sirena e si sarebbe staccata dalla banchina per iniziare la traversata. Pensò che non era proprio un atteggiamento corretto di preghiera, e che doveva essere più serio.
Si aggiustò sulla panca, poi alla fine si inginocchiò un poco, per vedere se in quellatteggiamento di supplica le cose sarebbero migliorate. Quasi senza accorgersene si trovò a chiedere al Signore che lo perdonasse, perché era solo un povero diavolo, pieno di difetti e di mancanze, e che, per tutto il male che aveva fatto nella sua vita, non lo punisse col rifiutargli di farlo entrare nel mondo nuovo dellorazione.
Aveva parlato di getto al Signore, ed ora stava come in ascolto di una risposta. Aspettò un poco in ginocchio, ma tutto restava in silenzio. Cominciava a sentire in fondo al cuore una certa delusione, e si mosse per sedersi. Proprio nel girarsi per vedere il posto, scorse sul sedile il vangelo e si ricordò della parabola, che aveva letto, del pubblicano, che se ne era ritornato a casa giustificato, dopo aver finito di fare una preghiera simile alla sua.
Quel pensiero gli attraversò lanima, quasi come una spada di gioia: anche lui, allora, era già stato «giustificato», cioè il Signore lo aveva accettato e gli aveva perdonato: ormai era già dentro e per sempre se avesse voluto, tra i confini della terra promessa. La parabola del pubblicano era vera allora! Era vera davvero, perché aveva coscienza di averla vissuta.
Tutto quello che lì era scritto, era proprio capitato anche a lui. I pensieri e i sentimenti si accavallavano, mentre di nuovo seduto aveva ripreso a guardare verso il tabernacolo.
Come tutto gli pareva diverso, ora! Prima guardava, mentre ora vedeva e capiva. 0 per lo meno gli pareva di capire.
Era appena allinizio, ma già insieme a quella gioia nuova sentiva una certa spinta che non sapeva ben definire, e che, intuiva, sarebbe potuta diventare la rovina di tutto. Era la tentazione dellorgoglio, per sentirsi già dentro nel mondo del grande segreto di Dio, quasi non fosse passato meno di un minuto da quando aveva vissuto lavventura del pubblicano.
La luce, però, che riceveva, di accorgersi di quella spina, era anchessa un dono di Dio, forse più grande ancora della risposta di benevolenza e di perdono che aveva captato.
Sì, se voleva continuare il viaggio meraviglioso, avrebbe dovuto restare sempre con gioia quel povero diavolo che era. Cera anche scritto qualcosa di simile nel vangelo, vero pure quello della stessa verità, anche se non si ricordava bene le parole né il posto dove si trovava.
Come poteva sapere il vangelo a memoria? Alla fine era vero pure questo: che era proprio un povero diavolo!
Lorologio a muro pareva riempire, col suo tic-tac, tutta la stanza dove stava a pregare. Guardare leucaristia, nel piccolo ostensorio sopra il tavolino, con la testa vuota di pensieri e le orecchie piene di quel monotono ticchettìo.
Apparentemente non accadeva nulla, e gli pareva perfino che neppure il tempo si prendesse la briga di scorrere: forse lorologio era solo un suo agente, incaricato di fare tutto quel fracasso per mantenere le apparenze, ma lui, il tempo, se ne stava fermo e beato da qualche parte a riposare. Il povero diavolo non sapeva bene che pensare. Lui era un principiante, e per di più un povero diavolo, e non pretendeva di capire nulla, né di avere idee brillanti, né di avvertire sentimenti profondi e nobilissimi.
Lunica cosa che gli restava era pregare. In fondo, non sapeva bene neppure cosa fosse pregare. Se avesse dovuto cominciare a pregare, solo dopo aver capito fino in fondo cosera la preghiera, chissà quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare prima di iniziare.
Il Signore glielavrebbe spiegato, poco a poco. Ununica idea gli era ben chiara nella mente: il Signore aveva un debole per i poveri diavoli, soprattutto per quelli che avevano un debole per lui. Così non pretendeva nulla: né lumi né grazie speciali: gli pareva che la base della preghiera avrebbe dovuto essere il disinteresse, la gratuità assoluta. Per questo non si preoccupava se la testa gli continuava ad essere vuota di pensieri e di cose da dire, e le orecchie piene di quellimportuno tic-tac, che forse per di più era solo un alibi per il tempo vero.
Al di là ed al di sopra di ogni possibile consolazione restava quella sua convinzione del debole reciproco che cera fra il Signore e lui. E questo gli bastava.
Non avrebbe saputo dire se questa era preghiera. In fondo, a pensarci bene, era proprio importante sapere o no se quella era preghiera, o se la preghiera era così o cosà?
Non era un oggetto da produrre e da porre allesposizione, o un compito da far correggere al professore per vedere se era esatto. Quelle erano cose da filosofi. Ma i poveri diavoli, per fortuna, proprio perché poveri diavoli, erano gente alla buona, che vivevano subito, distinto, la libertà dello spirito. E anche questo ci doveva essere scritto da qualche parte, perché tutti i poveri diavoli lo sapevano, in qualunque parte del mondo fossero, che essere poveri era una beatitudine.
E ora questa beatitudine se la viveva in pace, tranquillamente, seduto in silenzio e in pazienza di fronte alleucaristia. Tutte le cose fatte e da fare, il va e vieni della vita di tutti i giorni, le preoccupazioni e perfino i dispiaceri non esistevano più. La realtà era dominata da quel semplicissimo fatto di presenza reciproca, che non produceva idee e contenuti, e che dava leffetto di staccare linterruttore del tempo.
La beatitudine, quella detta da Gesù, prendeva corpo a poco a poco, impalpabile, inspiegabile a parole, ma reale, avvolgente. Era un dono, grande, non meritato, ma inesorabile; cera una forza dentro, infinita, prepotente, dominatrice. Era la forza della parola che, uscita una volta dalla bocca di Gesù, doveva realizzare, al cento per cento, il compito affidatole. E lui, il povero diavolo, cera caduto nel mezzo, ed ora stava lì, meravigliato di ciò che gli accadeva, travolto dal potere di quella parola damore, che il Signore aveva pronunciato una volta per sempre, annunciando che il regno di Dio era dato in possesso a tutti i poveri diavoli come lui.
Il povero diavolo si sentiva piuttosto arido, però col continuare nel tentativo di pregare, a poco a poco si accorgeva che il Signore gli rivelava qualcosa. Ma poi, dato che era un povero diavolo in tutti i sensi, si dimenticava di tutto o quasi.
Perdere quello che gli pareva di capire era un grosso dispiacere che lo affliggeva un po.
Un giorno gli passò per la mente di fare un esperimento: di andare allincontro col Signore con quaderno e penna. Scelse con cura la biro migliore, che scriveva con un tratto fino e di una bella tonalità di blu. Per il quaderno andò addirittura dal cartolaio, perché vedendone tanti tipi potesse essere ispirato a scegliere quello che si prestava meglio, come aspetto, per raccogliere i segreti di Dio.
Così, ben preparato e attrezzato con tanta cura, si mise a pregare. Certo nessuno, al vederlo, avrebbe mai sospettato che era un povero diavolo.
Guardava leucaristia con intensità, pronto a non farsi sfuggire nulla, col quaderno li accanto e la penna nel taschino. Passò una buona mezzora, ma il Signore taceva sempre.
Il povero diavolo cominciò a sentirsi a disagio. Fece un esame di coscienza, per vedere se il suo progetto conteneva qualche errore. No, tutto gli parve giusto. Il Signore non poteva aversene a male che lui volesse fissare per iscritto ciò che gli avrebbe fatto capire. In fondo era una dimostrazione di amore e un desiderio di non perdere nulla dei suoi doni.
Passò unaltra mezzora, ma il Signore taceva sempre.
Il povero diavolo non sapeva più che pensare. «Che significato avrà questo silenzio?», si chiedeva. Restava lì un po triste, a guardare leucaristia. Sentiva crescere in sé, in modo quasi straziante, la coscienza di essere un povero diavolo.
Sulle prime ne sentiva quasi vergogna, ma poi, un po alla volta, si rendeva conto che era la pura verità, e man mano che la sicurezza, che era verità, cresceva, si sentiva sempre più libero, liberato, secondo la parola del Signore, quando dice che è la verità che fa liberi. Questa parola lo penetrava a poco a poco, lo possedeva. Il suo stare lì davanti alleucaristia era diventato un contemplare silenzioso il silenzio del Signore, che senza dir nulla lo imbeveva di verità. Il povero diavolo era rimasto senza parole, afferrato dallimprevedibile e inafferrabile maniera di amare di Dio.
Non si ricordava più del quaderno e della penna, ora che sarebbe stato il momento di scrivere. Passò più di unora prima che si rendesse conto di questo. Allora prese il quaderno e restò un poco a pensare come poteva rendere in parole ciò che aveva capito.
Poi guardò verso leucaristia col cuore pieno di riconoscenza. Non poteva averne la prova, ma ci avrebbe giurato che il Signore gli stava sorridendo divertito, mentre con la sua superbiro scriveva in letizia queste parole: «Ti ringrazio Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai poveri diavoli!».
Man mano che il povero diavolo progrediva nel suo meraviglioso viaggio nel mondo dellorazione, erano cominciate a sorgere difficoltà nella vita di tutti i giorni. In principio non ci faceva caso, né pensava di farne oggetto di preghiera. Ma poi le seccature erano diventate tali e tante, che la loro risonanza aveva cominciato ad occupare tutto lorizzonte interiore. A un certo punto arrivarono ad essere una vera e propria persecuzione. Ormai non poteva più ignorare questa realtà quando entrava nel mondo dellorazione. Non era cosa facile pregare in queste condizioni. Va bene che lui era un povero diavolo, ma a tutto cera un limite. Si sentiva angosciato e impotente, vittima delloppressione, e quella che gli pareva oppressione gli arrovellava il cervello, stimolando in lui un atteggiamento di rivolta. Ora con questi sentimenti non riusciva proprio a pregare.
Gli pareva di essere come uno spaccapietre che avesse di fronte a sé una montagna da spostare solo con martello, scalpello e carriola. Quella montagna era troppo grande per lui. Occupava, con la sua enorme mole e durezza di sasso, quella che era stata la pianura della sua preghiera. Sulle prime gli veniva da piangere di rabbia, ma poi a forza di tentare di pregare gli si aprì come uno spiraglio di speranza. Gli venne in mente che, invece di voltarsi indietro quando vedeva la montagna al posto della pianura, avrebbe potuto salirci fino in cima e mettersi a sedere lassù. Gli pareva che il modo migliore di fare questo fosse di farne parte al Signore: di parlargliene, di dividere con lui quel peso.
Ormai era abituato ai silenzi prolungati di Dio e quando saliva sul monte non si aspettava risposta. Seduto, in silenzio lui pure, cominciò ad accorgersi che da quellaltezza poteva vedere che aveva molti fratelli. Che loppressione riempiva la terra.
Finora aveva pensato che quella di essere un povero diavolo era solo una questione tra lui ed il Signore, e che quella condizione gli apriva la benevolenza del Signore.
Ora capiva che cera un altro modo di essere un povero diavolo: esserlo davanti agli uomini, disprezzato, angariato, calpestato nei suoi diritti. Quando il rapporto cogli altri non era più arbitrato dalla giustizia, ma dalla forza. E questa maniera era molto più dolorosa ed umiliante.
Però quanti fratelli gli faceva scoprire! Se prima poteva sentirsi a posto a pregare da solo, cioè a vivere lincontro con Dio come un rapporto a due, ora, lui, che aveva scoperto Dio, si sentiva come investito da un compito sacerdotale. Doveva aprire il suo cuore ad accogliere tutti, a dar voce e fede al gemito di quella moltitudine.
A forza di sedersi sul monte, col passare delle settimane e dei mesi si rendeva conto che qualcosa stava accadendo nella sua orazione, e soprattutto in lui. Si era quasi affezionato a quella montagna di sasso, e il silenzio di Dio gli pareva che dovesse essere una parola e non un tacere. Ormai sapeva che la maniera di fare e di comunicare del Signore erano fuori da qualunque schema e da qualunque previsione. Finché un giorno, quando arrivò in cima al monte, ci trovò già seduto, in silenzio, il Signore, che lo aspettava e lo guardava.
Il povero diavolo si fermò sorpreso, colle lacrime agli occhi, mentre faceva la più sconcertante e definitiva delle scoperte: che il Figlio dellUomo aveva liberamente scelto di diventare, lui pure, un povero diavolo, senza difese, senza diritti, solidale con lui e con tutti gli altri fratelli, uomo dei dolori, familiare al soffrire.
IL MONACO
(Quasi una parabola sulla contemplazione)Mi inginocchiai sul tappeto rosso un po sdruscito del salotto trasformato in cappella. Mancava poco alluna di notte. Ero molto amareggiato per essermi sentito manipolato come un oggetto. Una ragazza accompagnata dalla madre e da un parente era arrivata a mezzanotte, da lontano, per essere visitata. Non era nulla di urgente, ma per non aspettare al mattino, mi aveva fatto svegliare e andare allospedale. Mi ero arrabbiato, lacerato quasi, per essere stato usato come una cosa.
La mia stanchezza non era stata rispettata, e solo per un motivo di egoismo.
Li avevo trattati male, ma poi alla fine avevo visitato la ragazza. E ora ero inginocchiato lì nel silenzio buio della notte. Lunica cosa che si distingueva bene era la lucina rossa del tabernacolo. Ero triste per il loro peccato contro di me, e triste per il mio peccato contro di loro, per aver gridato. Uno era venuto a togliermi la tunica, ed io, invece di dargli anche il mantello, mi ero messo a litigare con lui.
Accanto alla lucina rossa cera il tabernacolo, e dentro al tabernacolo cera il Signore. Davanti a lui stavo senza parole, con lanimo amaro.
Che meraviglioso sarebbe stato possedere tanta libertà, da non essere toccati da una situazione come quella. Tanta libertà da poter rimanere sereni e in pace, benevolenti e misericordiosi.
Poter vivere in una trappa, tra Dio e il silenzio, nella pace, senza seccatori! Lì, sì, era facile amare Dio ed avere lanimo pieno di benevolenza e di misericordia per il prossimo.
Mi prostrai per terra, colla fronte sul tappeto rosso. «Signore, quando mi porterai nella tua libertà, nella trappa?».
Mentre ero lì, prostrato, e sentivo i peli duri del tappeto pungermi la fronte, mi accorsi che il Signore mi giudicava severamente. Avrei voluto raggiungere la libertà di amare il fratello fuggendo dalla sua presenza fisica e dalle situazioni spiacevoli, che mi avrebbero potuto provocare. Qui mi raggiungeva il giudizio del Signore. Non avrei potuto mettere piede nella trappa finché non fossi stato tanto libero da poter rimanere benevolo e misericordioso in qualunque situazione.
Doveva esistere, lo sentivo, un monaco perfetto che fosse già tanto di Dio da possedere pienamente quella libertà. Per lui sarebbe stato indifferente, in fondo, uscire dalla trappa o rimanervi: egli era totalmente di Dio. In questo stava la sua forza e la sua assoluta libertà.
Ebbene, questo monaco esisteva davvero, e il Signore decise di mandarmelo, perché mi accompagnasse e mi aiutasse, obbediente, umile e perfetto come era.
Lo avvertii dimprovviso accanto a me, presente in spirito al mio spirito, giunto da non so quale regione del meraviglioso regno di Dio.
Era un monaco di clausura e il suo unico fine era essere di Dio, totalmente. La prima cosa che capii di lui, fu che era a tal punto di Dio che non gli costava nulla lasciare il monastero, dove viveva nella pura contemplazione, per vivere e dividere la mia vita frenetica di lavoro, con un orario ed una attività che rasentavano lalienazione.
Intuivo, un po oscuramente, senza saper bene come, che lessere uscito dal contatto diretto di Dio, quasi fisico, del monastero, non era in fondo una cosa che gli importasse gran che.
La sua unione con Dio era tanto profonda che lo aveva liberato addirittura dal bisogno della sua presenza continuamente esplicita, cosciente, psicologica. Viveva in un piano in cui le modalità esterne non importavano più: il suo essere di Dio era di un altro ordine, intangibile.
Cominciavo ad intuire lestrema semplicità, in fondo, del modo di essere dello spirito: unione, libertà, povertà, distacco, amore, oblazione, obbedienza e perfino castità erano una cosa sola, semplicissima, umile e dolce, che anche un bambino capiva, o meglio, che solo il bambino di cui parlava Gesù nel vangelo poteva capire, perché era una verità troppo semplice per essere afferrata o addirittura sospettata dai sapienti e dagli intelligenti di questo mondo.
Il monaco era molto gentile ed estremamente..., non saprei come dire, mi manca la parola adatta. Per spiegarmi: qualsiasi uomo o avvenimento si vedeva che era da lui amato, e oserei dire abbracciato e baciato, era oggetto della sua compiacenza. A me piace chiamare questa attitudine misericordia. Da quando il monaco cominciò a vivere con me, iniziai a rendermi conto che quella era la virtù più alta, il culmine dellatteggiamento del cuore di un uomo.
Coglieva, per quanto potevo capire, laspetto più tipico e proprio di Dio. Mi ritornavano alla mente, e intuivo come erano vere, evidenti, le parole di Gesù, che definiva figli del Padre che è nei cieli, coloro che accettavano di fidarsi ad amare i nemici e a pregare per i propri persecutori. Della misericordia incondizionata non cera prova più evidente di questa; colui che la praticava era figlio di Dio, perché veramente era testimone dun modo di essere che non è di questo mondo.
Si vedeva che il monaco veniva dalla trappa: preferiva comunicare col silenzio piuttosto che con la parola. Questa sua caratteristica mi fece fare la scoperta, meravigliosa nella sua semplicità, di una cosa che non avevo fino allora notato: il sorriso è senza parole, e col suo fascino di silenzio e verità dice molto di più e con maggior chiarezza di tante parole. E inoltre non cè popolo al mondo che parli una lingua tanto differente, da non avere nel suo vocabolario questa semplice parola silenziosa.
Le sue parole di silenzio, forse perché non avevano voce, non finivano col cessare del suono che le comunicava. Avevano una dimensione di tempo senza tempo, che le faceva rassomigliare a un seme che porta con sé, dentro di sé, lalbero intero e perfino i suoi frutti.
Già questo aspetto delle sue parole-silenzio mi faceva meditare, con una gioia nuova, impalpabile, della stessa natura dello spirito, la realtà misteriosa dello spirito, dove si fondono in una unione che è semplicità, gli aspetti che nella vita della terra paiono addirittura opposti: il coincidere di silenzio e pienezza di parola, di senza tempo e di eternità, di pienezza e di vuoto, di povertà e di possesso, fino al culmine del coincidere, così mi pareva di intuire, di nulla e di tutto, di un certo «nulla» tra virgolette, con un certo «tutto», pure tra virgolette, la cui esplicitazione non mi era completamente chiara, ma la cui verità non mi lasciava dubbi.
Il punto che il monaco viveva con più forza, oserei dire con più violenza, era lunità tra preghiera e vita. La cosa che più facilmente capivo al riguardo, per me, ancora così grossolano su questo aspetto, era che per lui la contemplazione, che si vedeva essere lanima della sua anima, quasi lui stesso coincidesse con la contemplazione che viveva non era unattività, ma un atteggiamento.
Questa, per me, che avevo sognato di fuggire dal mondo per entrare nelloasi di pace della trappa, era una scoperta sorprendente. Capivo che qui stava la radice della sua forza e della sua libertà. La contemplazione non cessava mai, perché era il suo modo di stare in relazione con le cose e con Dio. Era un atteggiamento, oserei dire immutabile, di silenzioso sorriso, di apertura e disponibilità totale a Dio che lo penetrava, lo possedeva, lo amava; e di misericordia, di benevolenza, di servizio e di pace per gli uomini e le cose del mondo.
Viveva mi pareva di capire di fronte alle cose lintuizione grande e semplice di s. Francesco a riguardo della povertà, che è spoliazione e al tempo stesso possesso contemplativo, puro, «povero» di tutte le creature.
Poiché la sua contemplazione era atteggiamento «essere-in-relazione-con» non cessava mai, era lessere del suo essere. Cominciavo a capire il perché della profonda unità tra preghiera e vita, tra contemplazione e servizio.
Le ore che il monaco passava in orazione «pura», mi rendevo conto che pesavano, nella sua vita. Lo stare di fronte a Dio, esplicitamente, puramente, lo cambiava, o meglio, lo bruciava, lo purificava, lo faceva sempre più «coincidere» col Dio di fronte al quale stava. La relazione cogli uomini gli era presente in quel tempo di relazione faccia a faccia con Dio, e veniva profondamente impregnata del modo di essere di Dio. Sì, il monaco si meritava davvero le parole di Gesù: «Sarete allora figli di Dio».
Dopo un po di tempo, il monaco mi fece notare, con molta umiltà e dolcezza, che forse una delle radici della mia immaturità era che, in fondo, non credevo a sufficienza di essere amato da Dio. Mi disse che glielo faceva sospettare il mio modo di fare, un po troppo rigido ed esigente. Il mio senso del dovere era non eccessivo, perché è molto raro che possa essere eccessivo ma poco dolce e un po egoistico, perché tenevo poco conto dei collaboratori e della loro fatica. Ed inoltre ero troppo legato ad una certa atmosfera si potrebbe dire di giustizia.
Cioè mi sentivo facilmente ferito, quando mi si richiedeva qualcosa che mi pareva un abuso da parte di chi mi cercava, quasi venissi strumentalizzato dallegoismo dellaltro, trattato come oggetto, senza rispetto della mia stanchezza.
Ora, la causa di tutto questo, al suo occhio puro di uomo di Dio, era la poca fiducia esistenziale di essere oggetto dellamore e della benevolenza del Padre.
In fondo, questo mio modo di agire rivelava che il mio centro di riferimento era il mio io. Ero io che dovevo fare, io dovevo correre, io dovevo risolvere, io dovevo sacrificarmi. E così, poco a poco, lattività mi divorava e mi alienava.
Se invece mi fossi sentito bisognoso di essere oggetto di amore, di essere consolato, compreso, di avere un cuore amico con cui dividere la mia povertà: in una parola, di accettarmi piccolo e di sentirmi bisognoso di ricevere qualcosa anchio dai fratelli, attraverso di loro avrei potuto risalire ad un altro, dietro di loro, che per mezzo loro e sopra di loro, direttamente mi amava.
Ma, ecco un secondo difetto che aveva scoperto: anche lidea che io avevo di amore non era proprio giusta. Era troppo attiva, paternalistica. Poiché io amavo così, ero portato, può darsi, a pensare che lamore di Dio fosse somigliante al mio. Che cioè continuamente intervenisse per darmi regali o plasmarmi.
No, lamore di Dio era qualcosa di molto semplice, tanto semplice che quasi aveva paura di scandalizzarmi a descrivermelo. E difatti scandalizzava la maggior parte degli uomini. Era un amore di compiacenza, un sorriso di misericordia, che in silenzio e nella pace mi era continuamente e soprattutto discretamente e dolcemente rivolto.
Poiché Dio amava così, era per questo che Gesù era morto in croce, che il lumicino non era stato spento, e la canna non era stata spezzata.
Ed era per questo che tanti si lasciavano vincere dallamore solo in punto di morte, e nel mondo cera tanto peccato e tanto poca misericordia.
Ed era anche per questo che se non si diventava come bambini era impossibile scoprire comera fatto il regno dei cieli.
Avevo bisogno di pregare di più, e con più silenzio. Avevo bisogno di apprendere a pregare in atteggiamento di ascolto più che di comunicazione attiva, e non perché Dio volesse parlare. No, perché lui era soprattutto ascolto, attenzione a me.
Solo per due che si ascoltano, difatti, il silenzio poteva diventare parola...
Un mio grande desiderio era quello di fare esperienza di Dio. Sentivo che nellorazione mi avvicinavo a lui, ma se avessi dovuto dire che riuscivo a farmene unimmagine o per lo meno ad averne unesperienza delimitabile in concetto o in qualche descrizione definibile con parole, o anche solo unintuizione inesprimibile, ma chiara, sarebbe stato un tradire la verità.
Fu così che ne parlai al monaco. Egli che era già così perfetto e pertanto di Dio, aveva «visto» Dio qualche volta? Cosa mi poteva raccontare di lui, della sua conoscenza?
Il monaco mi guardò sorridente e tacque a lungo prima di rispondere. Cominciò con un paragone.
Come si poteva spiegare il silenzio con delle parole?
Il silenzio sopravanza qualunque descrizione. Cè un silenzio che è vuoto e uno che è presenza. Per esprimere il primo basta tacere. Per spiegare il secondo bisogna entrare in comunione. E un po così anche con Dio. Più che conoscenza si deve parlare di comunione. E quanto più la comunione è totale ed assoluta, quanto più è violenta, cercata, combattuta, espressa nel fare la sua volontà, tanto più si penetra il mistero di Dio. Ma è una conoscenza oscura, non descrivibile, a volte vestita di aridità e senza gusto.
Solo la fede e lamore riescono a captarla. Forse allude a questo la Scrittura quando dice che è lo Spirito santo che ce ne dà testimonianza.
E la sua presenza impalpabile, discreta, dolce, che ci dà la prova, o meglio la coscienza di Dio. Ma Dio mi disse ricordati che sta al di là di qualunque tentativo di immaginazione. Non devi immaginarlo quando pensi a lui, devi amarlo.
In fondo è molto bello non poter «vedere» Dio, perché lascia in noi un vuoto che si chiama presenza, e questo forse è il motivo più profondo dellesistenza.
«Quando verrò e vedrò il volto di Dio? Quando ...? Ma nel frattempo lo desidero, lo amo, lo cerco, ne faccio una ragione della mia vita ...».
Il monaco continuava a parlare, con pause di silenzio, quasi per attingere, parola per parola, dalla verità che si portava dentro, per essere certo di non sbagliare e tradire ciò che sentiva e intuiva.
«E tu? mi disse -. Mi interessa conoscere la tua esperienza!».
«Beh risposi io sono ancora agli inizi. Quando penso alla conoscenza di Dio, mi vien sempre fatto di paragonare ciò che provo, a quello che succede quando si guarda una stella molto tenue in un angolo buio di cielo. Se la fisso, smetto di vederla, se guardo a lato, riappare, ma non è nitida, la posso scorgere solo indistintamente. Così a volte mi pare di conoscerlo, di «vederlo», ma appena vi fisso sopra la coscienza, tutto dilegua.
Perciò, concordo con te, che il desiderio di lui è in certo modo la maniera che ci è data per conoscerlo qui.
Leggendo nel vangelo come faceva Gesù a pregare, mè venuta lidea di ripetere le circostanze e gli atteggiamenti della sua orazione.
Gesù di giorno era «assalito» dalla folla. A volte non aveva neppure il tempo di mangiare. Così si rifugiava nella notte. Si alzava quandera ancora buio, mentre gli uomini dormivano, per andare in solitudine e stare col Padre. Oppure si allontanava al tramonto e restava fuori a pregare.
Forse anche tu, monaco, avrai fatto la stessa scoperta: che la notte è fatta per pregare. Non so se Gesù lha scelta perché uscì così dalle mani di Dio fatta per pregare o se è rimasta benedetta perché Gesù lusava per pregare. Ma certamente la notte, il silenzio e la solitudine aiutano ad entrare in comunione con Dio.
O forse, il motivo sta nellessere la notte immagine della situazione spirituale che la ricerca e la vicinanza di Dio esigono.
È silenzio, pace, solitudine, è non possedere, non essere distratto da attività, piaceri, divertimenti o altri interessi.
La notte richiama e invita la semplicità assoluta che è necessaria per mettersi in attesa e in ascolto di Dio, per essere pronti a ricevere la visita. Invita alla povertà totale, che è latteggiamento dello struggente desiderio dellascolto.
E vero, non possiamo immaginare lessere di Dio, ma alcune condizioni che lo Spirito ci fa capire essere necessarie per incontrarlo, possiamo intuire qualcosa, e sperimentare lanticipo della gioia semplicissima che la sua vicinanza fa nascere in chi lo cerca».
Un giorno il monaco mi confidò che quellesperienza fuori dal convento era per lui un grande arricchimento. Gli dava loccasione di conoscere tanta gente e di scoprire come era grande il numero dei fratelli che «lo costruivano».
Quando faceva ancora il noviziato mi disse pensava, con lentusiasmo proprio degli inizi, che doveva impegnarsi, dare tutto, per poter raggiungere la contemplazione. Limmaginava come qualcosa che stava in alto, distaccata dal mondo, a cui bisognava arrivare con limpegno e la «violenza». Un qualcosa frutto del nostro sforzo, costruito da noi.
Poi cominciò a vivere nello spirito e dello spirito, e a poco a poco iniziarono ad aprirsi i suoi occhi. Dolcemente, senza fretta, con immenso rispetto, gli pareva che lo spirito lo smontasse pezzo per pezzo, per ricostruirlo secondo i suoi schemi, il cui segreto si svelava con estrema lentezza solo dopo molto tempo dagli avvenimenti.
Così gli si era fatta sempre più chiara la scoperta che la contemplazione è un dono del Signore. Da parte nostra dobbiamo soltanto desiderarla con tutta lanima, identificare sempre più la nostra volontà, le nostre scelte, i nostri pensieri, perfino i nostri riflessi, con i suoi desideri, la sua maniera di essere.
Quanto più disponibili, semplici, umili e poveri, nel senso più vero della parola, diventiamo, tanto più possiamo essere costruiti da lui.
Diventa man mano più chiara la verità profondissima della intuizione di s. Giovanni: «In questo sta lamore, che non noi abbiamo amato per primi, ma che lui ha amato noi».
Così si ripete senza posa la meraviglia di accorgerci di qualcosa di nuovo che è nato in noi, senza sapere dire né come né quando: una volta ancora Dio ci ha preceduti segretamente nellamore.
In questo modo la contemplazione nasce e cresce nella libertà dello Spirito che soffia dove vuole.
Ed ora che viveva nel mondo - mi diceva - stava facendo unaltra scoperta, che gli confermava lunità indissolubile tra lamore di Dio e del prossimo. I nostri fratelli, che tutti i giorni incontriamo, quelli con i quali viviamo e quelli che si incrociano con noi solo una volta, hanno un grande tesoro da comunicarci. La loro bontà, le loro virtù, anche se nascoste tra tanti difetti, ci costruiscono, ci modificano, ci correggono, ci fanno pentire, ci animano, ci rallegrano - in una parola- se così si può dire, ci santificano.
Per essere costruiti, gli pareva che fosse necessario un atteggiamento di fondo, che si poteva definire di umiltà, di misericordia, di benevolenza.
Solo così ci si poteva accorgere della «verità» che i fratelli ci offrivano silenziosamente. Gli pareva una spiegazione, in certo modo, della diffida di Gesù: «Se vi dicono: il regno di Dio, eccolo qui, eccolo là, non credeteci».
Il regno di Dio non si vede e non si tocca, non sta rinchiuso in strutture o schemi.
Partecipa della libertà dello Spirito, è sua opera.
Si infiltra negli uomini più impensabili, nelle situazioni più scandalose. Per questo è necessario appartenere allo Spirito, condividere il suo atteggiamento verso gli uomini, per poterlo scoprire e lasciarsi modellare e costruire. Tutto questo, concludeva il monaco, è contemplazione: un modo di guardare, ossia di contemplare, di entrare in relazione con gli uomini e con Dio. Essere semplici, aperti, umili: in una parola essere cioè i famosi bambini, che solo possono entrare nel regno dei Cieli.
I mesi passavano e la vita in comune col monaco, le sue riflessioni, le sue confidenze e il suo esempio, mi aprivano gli occhi sul meraviglioso mondo che viveva in lui e nel quale egli, a sua volta, viveva.
Quanta strada mi restava, per essere maturo per la trappa!
Ma se pensavo alla vita di contemplazione come a unoasi di «sereno egoismo», a un godimento della dolcezza e pace dello spirito, disincarnato dalla solidarietà cogli uomini, come avevo fatto allinizio, quando ero prostrato sul tappeto rosso della cappella, mi ingannavo.
Il monaco amava parlarmi a lungo dellinesauribile e ineffabile mistero della croce.
Era lì il vero centro di tutto.
Solo quando avessi cominciato a capirne qualcosa, potevo iniziare a risolvere il problema del mio futuro: se entrare nella trappa o rimanere del mondo. Anzi, per meglio dire, il problema si sarebbe dissolto nel nulla, ed egli avrebbe così concluso la sua missione affidatagli da Dio nei miei confronti.
La prima cosa che mi disse, e che gli occupava con la sua contemplazione gran parte del tempo di preghiera, fu che la morte in croce era stata la preghiera totale di Gesù, perfetta, assoluta, che dava significato a tutta la realtà delluniverso e della storia col suo potere di offerta e di riconciliazione.
Sulla croce aveva chiuso la bocca e aperto le braccia, e con questo semplice, silenzioso, terribile gesto, aveva veramente dato compimento a tutto, proprio come aveva mormorato con lultimo suo respiro: «Tutto è compiuto».
Questa sua morte-preghiera ce laveva lasciata come memoriale, perché ci fosse presente e contemporanea ad ogni momento della nostra vita. Perché ci abbracciasse, per essere abbracciata a sua volta da noi, perché potessimo entrarvi, confonderci con essa, per coincidere sempre più, radicalmente, assolutamente, volontariamente, con lui. Per realizzare al di là di ogni aspettativa la verità della sua parola: «Quando sarò elevato, attirerò tutto a me».
Non doveva intendere questa compartecipazione come una catena di penitenze e rinunce, cioè di dolore da mescolare al dolore di Cristo.
Il suo significato era di far coincidere la preghiera con lessere, era di farci diventare, radicalmente, esistenzialmente, preghiera. Io, cioè, come Cristo in croce, sarei diventato, allora, la mia preghiera.
Era chiaro che a tal punto non si poneva più distinzione tra vita attiva e contemplazione, tra azione e orazione.
E anche non cera più motivo di rammaricarmi o di sentirmi strumentalizzato quando qualcuno abusava di me.
Nella comprensione e condivisione della croce si risolvevano tutte le contraddizioni, cessavano di aver significato le delusioni, gli insuccessi e le offese. Lì era il punto si intuiva con evidenza nel quale coincidevano tutte le realtà dello spirito: la misericordia, la povertà, la mitezza, la gioia, la benevolenza, la pazienza, la semplicità, la comunione.
Da lì nasceva la libertà, vera, nuova, totale, dellessere assolutamente di Dio.
E allora, a quel punto, il monaco avrebbe potuto ritornare al suo convento, perché le distanze già non significavano più nulla, né la presenza fisica: lui ed io ormai coincidevamo in Cristo.
NOTTE TROPICALE
Perfino la fiamma della candela pareva avesse smesso di bruciare, tanto era immobile! Tutto era fermo. Lostia nella teca aperta sullaltare, i fiori nel vasetto, il crocifisso debano alla parete, la tenda verde che dava sulla veranda.
Non si muoveva un filo di vento nella notte tropicale. Da molte settimane non pioveva, e il sole aveva arroventato la terra come una fornace. Verso sera il cielo si era coperto, ed unaria umida rendeva appiccicosa ogni cosa.
Il silenzio era pressoché assoluto. Si udiva solo un grillo solitario in cima al prato e una specie di sottofondo di cicale lontane, che da ore continuavano il monotono canto di due note...
Da alcune ore stava seduto lì in cappella, tentando di pregare. Ma quella notte non ci riusciva... Appena si concentrava un poco, la presenza di Dio balenava nella coscienza e subito svaniva; se pensava a contenuti logici da dire al Signore, non gli veniva in mente nulla. Si avvertiva, al di là delle parole, in una fase di comunicazione che non voleva essere definita né limitata.
Ma la preghiera di quella notte non riusciva a definirsi, a prendere corpo in lui. Si sentiva arido e secco, tuttavia con pazienza «resisteva» di fronte alleucaristia. Col passare delle ore cominciò ad accorgersi che stava per «captare» Dio, come se il Signore fosse paragonatile ad una emittente radio.
Allora accadde il fatto nuovo di quella sera: la scoperta che lincontro con Dio avviene nella fede. Lo sapeva da sempre, questo. Ma, come di solito accade, le cose che si sanno da tempo è allimprovviso che si «capiscono». Si rompe il guscio in un attimo e si rimane sorpresi e felici di trovarsi in mano un po di verità, venuta chissà da dove: apparsa come per miracolo alla coscienza.
Laver capito che lincontro con Dio avveniva nella fede, e non per esempio nellimmaginazione e nel dominio del sensibile, lo stava riempiendo di una gioia, che difficilmente avrebbe potuto spiegare. Si sentiva liberato dalla tensione di ricercare a livello di coscienza intellettuale il «tu» di Dio, e di produrre contenuti da comunicare al Signore.
Doveva solo credere... o, forse, era più esatto dire, credere che si trovava nellamore di Dio: oggetto della sua benevolenza e del suo beneplacito. Credere, non «immaginare», e produrre nella sua fantasia il fatto di essere amato da Dio.
Tutto questo lo rendeva libero da qualsiasi tensione e sforzo. Sentiva il suo essere aprirsi, perdersi a poco a poco aldilà dei confini delimitati della sua corporeità. A poco a poco diminuiva limmaginazione per crescere la coscienza. Una coscienza sempre più pura e sempre meno delimitata.
La notte intorno a lui, forse, contribuiva a fargli comprendere questo fenomeno.
Silenzio, solitudine, immobilità, oscurità, e perfino, gli pareva, atemporalità, erano sempre meno qualcosa di esterno nel quale era «immerso», per diventare sempre più «situazione», il suo modo interiore di essere. Stava pensando che le qualità di quella afosa notte tropicale erano più assenza che possesso di doti, erano una concretizzazione del mistero della povertà e della semplicità. E Dio, anchegli, era semplice e povero. Estremamente semplice, perché si «esauriva» nell«essere», e estremamente povero perché non possedeva assolutamente nulla di nulla: era soltanto essere. Solo essere: così, a poco a poco, si coglieva anche lui «contaminato» dalla presenza di Dio, invaso silenziosamente da lui, abbracciato, penetrato, avvolto dal suo amore, proprio come il caldo asfissiante stava facendo con quella silenziosa, oscura e immobile notte tropicale...
UNA GOCCIA DI ETERNITÀ
È finita da poco la lunga orazione. In un gruppetto siamo stati quattro ore a pregare, fino a mezzanotte.
Ed ora mi chiedo che cosa resta della preghiera. Quattro ore di quasi ininterrotto silenzio, seduti nelle poltrone intorno al tavolino del salotto, di fronte alleucaristia nel piccolo ostensorio, sul corporale bianco, con la candela e i fiori a lato. Né parole, né emozioni, né letture meditate, allinfuori della scarsa e asciutta lettura della passione secondo Luca. E quasi neppure pensieri. Solo fede: star lì, pacatamente, sicuri solo della sua presenza. Le quattro ore sono passate, ed ora sono a letto a pensare.
Un tempo che non ha prodotto niente di visibile. Mi chiedo se sarà computato in qualche modo nella storia. Mi pare perfino di dover dire onestamente di non sentirmi più buono o più contento, o di conoscere meglio il Signore.
Quattro ore che potrebbero benissimo essere durate un secondo. Un secondo o una
eternità...
Cè forse differenza tra un secondo e leternità? Un secondo è così breve che non so dire se passa o se non passa. E leternità è così lunga che è difficile immaginarla contenuta per intero nel presente.
Forse sto trovando la risposta: nella preghiera non è accaduto nulla. Ed è qui la grande cosa, probabilmente. Proprio nel non produrre nulla e nel suo apparente vuoto sta la sua grandezza.
La lunga preghiera è stata una goccia di eternità e come tale vale. Rimane ad aspettare pazientemente, fino a quando non potrà congiungersi in quella vera e definitiva alla fine della vita.
Ora posso chiudere il quaderno, spegnere la luce, e dormire...
LANGELO
Non saprei dire con precisione quando langelo entrò. Mi accorsi di lui quando stava per finire la terza ora di preghiera. Era seduto, in silenzio, su uno degli sgabelli attorno al tavolino che fungeva da altare.
Ho parlato di terza ora di preghiera, ma sarebbe meglio dire terza ora di tentativo di preghiera, perché quella sera mi era difficile pregare. Stavo lì, seduto davanti alla bianca ostia rotonda, ma non riuscivo a mettermi in contatto di coscienza col Signore che si celava in quellostia. Avevo tentato di leggere qualcosa di spirituale. Poi mera venuto in mente di provare a scrivere. Di cose spirituali ne uscivano dalla penna, ma ero cosciente che non stavo pregando, in quella maniera. Solo passava il tempo.
Fu a questo punto che mi accorsi che langelo stava seduto quasi di fronte a me, un po spostato verso la mia destra, sul secondo sgabello. Se dicessi di averlo visto, direi una bugia: tutti sappiamo che gli angeli non hanno corpo. Per questo ho detto: mi accorsi di lui. Che stesse lì seduto non cera alcun dubbio. E poiché stava in silenzio e assolutamente immobile, mi ci volle del tempo, prima di notarlo.
Era immerso in profondissima adorazione e non ebbi il coraggio di parlargli e di dargli il benvenuto. Tuttavia, pur senza distogliersi dallorazione, mi fece sentire il suo caldo affetto di fratello: ora eravamo coscienti luno dellaltro e entrambi contenti di stare insieme.
Lo osservavo con grande interesse e attenzione, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo avere un angelo di Dio a meno di un metro dalla propria faccia. Subivo il suo fascino, di lui e dellassoluta trasparenza della sua santità. Io, che mi sentivo così carico di pesi sulla coscienza: dalle decine di maniere di manifestarsi dellegoismo: dal sentirmi irritato, cioè, quando venivano a chiedermi favori, allessere brusco nelle risposte, allimpazientirmi interiormente se lorario non correva secondo il programma, al cercare di evitare di dover rimanere a chiacchierare con gli altri...
Langelo poteva ben inabissarsi nella contemplazione: era santo, cioè simile a Lui. Non esisteva nessuna barriera per lui, nessun impedimento, per poter stare a tu per tu col Signore.
Osservavo langelo un poco assorto: pian piano capivo che lorazione era laccendersi nella coscienza di una presenza di Dio, già presente prima. Non cera in effetti separazione tra vita e preghiera. Quanto più santa la vita, tanto più vera ladorazione e più aperta la contemplazione. Era nello sbriciolarsi della giornata che si giocava la preghiera: nelle dure ore di lavoro, nellaccettare le contrarietà quotidiane e gli imprevisti come un dono di Dio, nellinteressarsi sincero e amorevole degli altri, nel sacrificarsi per far contento chi ci vive accanto, nella benevolenza verso tutti, nella gioia di vedere le cose belle, nella stanchezza e nel sonno, accettati o vinti secondo le necessità del momento.
Tutto questo era preghiera mentre era vissuto, prima ancora di diventare cosciente presenza di Dio.
Rimasi un po incerto prima di chiedere allangelo come poteva pregare chi si sentiva ancora tanto grossolano e difettoso. Ma, prima che aprissi bocca, mi sorrise e mi disse ciò che già lo Spirito santo aveva suggerito a Giovanni: se il peccato ci accusa la coscienza, il cuore di Dio è più grande del nostro peccato.
Solo chi ha la coscienza di essere peccatore riesce a capire il più caratteristico e sublime di tutti gli attributi di Dio, cioè la sua misericordia. Non è piccola preghiera mincoraggiava contemplare, gustare, assaporare lamore perdonante del Signore.
In fondo accadeva quasi linverso di quanto avevo capito dellangelo e della sua santità: nelle mie condizioni era nella preghiera che si mettevano le basi per la vita, per riuscire a vivere secondo il cuore di Dio. Il bagno nella sua misericordia mutava a poco a poco il mio cuore, e lo rendeva capace di essere benevolente, di sapersi sacrificare, di essere paziente, comprensivo, in una parola di essere simile a quello del Signore: misericordioso.
Cominciavo a provare gusto a pregare insieme allangelo. Un po guardavo il Signore e un po lui.
Stava completamente immobile e in silenzio. Questo suo atteggiamento non era certo casuale. Non era una caratteristica della sua preghiera. Era proprio questa sua immobile silenziosità, una preghiera lei stessa. Se era vero quello che aveva appena finito di spiegarmi, lorazione non consisteva tanto nel dire o nel far passare concetti e idee per la mente, sia pure concetti damore.
Era soprattutto identità di volontà, determinazione della scelta fatta di essere di Dio, era, in una parola, essere noi stessi preghiera. Cessava allora la necessità di esprimersi e rimaneva quella di essere.
Per questo langelo stava immobile e in silenzio. Ora lo capivo pienamente e capivo anche perché viveva nelleternità: perché tra lui e Dio il tempo aveva ormai cessato da un pezzo di avere il pur minimo compito da svolgere.
SOLO CON SOLO
Sono solo a Songo. I padri e le suore sono tutti via. Un giorno di solitudine e di silenzio è per me una delle gioie interiori più grandi.
Sono le otto e un quarto di sera. Fuori è tutto buio e silenzio. Sono in salotto sul divano, sotto la calda luce della lampada a stelo. Ho la stufetta elettrica accesa e un affettuoso tepore mi avvolge. La stufetta ha incorporato un ventilatore. Questo ed il tic-tac dellorologio a muro sono gli unici rumori. Sul tavolino ho preparato la tovaglia e il cero. Ho esposto nel piccolo ostensorio il Signore e mi appresto a passare una serata di solitudine con lui.
In questa pace cè solo unincrinatura: lincertezza di essere chiamato allospedale o di essere interrotto da qualche visita. In un certo senso me ne cruccio. Ma a pensarci bene ci vuole anche questo. Fa parte della mia condizione esistenziale qui a Songo. Ed è giusto che anche questo sentimento partecipi a questa mia preghiera.
È necessario che parli anche dei colori. La luce della lampada a stelo fa una specie di piccolo ambiente luminoso che sfuma nella penombra della sala. La tovaglia candida col corporale sono al centro della scena. Invece dei fiori ho messo accanto al Signore un frutto secco, fatto di tre foglioline aperte, con dei piccoli semi rossi e neri, come delle bacche. E bellissimo, umile e selvaggio. È un frutto di bosco.
Allestremità del tavolino, sul confine della penombra, dentro una base di legno scuro, cè il cero vestito di carta rossa. La luce della fiamma lo penetra e lo trapassa: pare un rubino incandescente. Tutte queste creature fanno comunità con me questa sera, accanto alleucaristia. Mi sono presenti alla coscienza e le sento come espressioni di un amore che me le ha messe accanto. Mi ricordo di quando vivevo il travaglio, tanti anni fa, della mia vocazione. Mi pareva che lasciare il mondo per la vita consacrata avrebbe significato labbandono di tutte le cose belle, e avrei dovuto rinunciare a gioire per la loro presenza e compagnia. Invece ora penso il contrario. Quanto più appartengo a Dio tanto più mi è dato di «possedere», inteso come avere coscienza e amare, come «contemplare», tutto ciò che di bello esiste.
Lessere di Dio mi facilita l«accorgermi» e il «possedere povero», che è il vero possedere. Mi facilita il comprendere esistenzialmente la verità della parola della Scrittura che dice: «tutto è vostro, voi siete di Cristo e Cristo è di Dio».
Cè un movimento discendente che mi fa accorrere delle cose: forse, chissà, è il partecipare della corrente creatrice di Dio. Dal Padre a Cristo, da Cristo a me: si forma un «percepirmi» esistenziale che mi fa accorgere delle cose belle. E cè un movimento ascendente che da me va a Cristo e da lui al Padre, che porta con sé tutta la creazione con le sue cose belle e me le fa «possedere».
Ma un possesso povero, casto, contemplativo, perché non è mio, non termina con me, ma è una cosa sola col mio essere posseduto da Cristo, e collessere posseduto di Cristo da parte del Padre. Insomma il Padre mi fa partecipare alla sua maniera di possedere la creazione intera, al suo possedere da padre, il cui possedere non è un prendere, uno sfruttare. Il suo possedere coincide col creare e con lamare. In questo modo di essere e di fare di Dio sta forse il segreto ed il fascino della vera povertà.
Tutto ciò è bello e penso che sia preghiera.
Ma non è questo il centro.
Sono qui per cercare di incontrami a tu per tu con Dio, per essere precisi con Cristo, con Gesù di Nazaret, che è presente qui, di fronte a me.
Presente, ma terribilmente silenzioso...
Il tuo silenzio mi pare un ostacolo, Signore. Se tu parlassi, forse sarebbe più facile pregare veramente, cioè essere presenti luno allaltro con la totalità del nostro essere e della nostra coscienza. La tua «metà di preghiera», cioè il tuo essere presente a me col tuo essere e con la tua coscienza, è completa, lo so.
La mia metà, invece è parziale, interrotta, oscura. Se ti vedessi, o ti udissi, forse sarebbe più facile.
Ma tu taci.
E a me pare di cercarti senza riuscire a vedere. So che sei vicino, che mi guardi, mi ascolti e mi ami. Ma non ti lasci vedere...
Comincio a pensare che invece di aspettare che tu rompa il silenzio, debba valorizzare questo tuo modo di fare, del tuo silenzio, che forse è un tuo modo di essere.
Forse è proprio il silenzio la porta che mi offri per entrare da te. Il silenzio che tu fai è un messaggio: tu vieni a me «da solo». Non porti nulla, non dici nulla, non fai nulla, non dai nulla. Perché tu vuoi comunicare nella tua assolutezza. Se portassi qualcosa, se dicessi qualcosa, se facessi qualcosa, se mi dessi qualcosa, ci sarebbe il rischio che io ti cercassi per questo qualcosa.
Venendo «da solo», se ti trovo, troverò solo te, da solo, assoluto. Comincio a capire che il tuo silenzio non è un nasconderti, ma uno scoprirti per quello che sei ...
Comincio a capire anche cosa vuol dire: «Nessuno può vedere Dio e restare vivo».
«Non significa che debba morire fisicamente, corpo. Deve morire di una morte misteriosa: «non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me». In questo senso di s. Paolo è obbligatorio morire.
Chi ti riesce a vedere, chi ti incontra, così, «solo», come ci vieni incontro, credo che debba capire, e desiderare con tutte le sue forze di venire anche lui incontro a te da solo.
Tutto quello che ha non gli serve a nulla, anzi gli impedisce di incontrarti, o meglio di poter rimanere con te. Non vuole più possedere nulla, pervaso dallunico desiderio di mantenere la comunione, di fermare il tempo, solo con solo, silenzio con silenzio!
SCUOLA DI MARATONA
(Storia di agenti segreti e di preghiera)Ci sono esperienze, realtà, intuizioni nel mondo dello spirito, che sono molto difficili non solo da comunicare, ma anche da precisare a se stessi. Allora può venire in aiuto tradurre in parole ciò che si sente, servendosi di una parabola.
Questo tipo di racconto permette di proiettare sulla storia che si narra quel che di indefinito si ha dentro, nel desiderio che il lettore, per lo meno, intuisca ciò che non si riesce a dire esplicitamente.
La parabola vorrebbe trasmettere nel modo più integro possibile quel «qualcosa» di esperienziale, esistenziale, con tutto il suo fascino e la sua atmosfera interiore non verbalizzabile.
Il protagonista della parabola che segue, non è tanto lagente segreto anche lui lo è in parte quanto piuttosto la corsa di maratona, progressivamente da lui conquistata.
La maratona, per chi non lo sapesse, è una corsa a piedi, antichissima e lunghissima, di ben quarantadue chilometri e più.
Nellantichità, la Grecia fu invasa dai persiani, molto più forti e numerosi. La battaglia decisiva fu combattuta a Maratona, un luogo distante appunto circa 42 km da Atene, la capitale. I greci vinsero salvando così la loro libertà e indipendenza.
Un soldato, di nome Filippide, dopo la battaglia, fece di corsa tutta la strada fino ad Atene. Giunse stremato sulla piazza della città. Pronunciò una sola frase «Abbiamo vinto!», poi cadde morto.
Da allora i greci inserirono nelle olimpiadi una nuova gara, a ricordo di quellimpresa: la corsa della maratona. E ancora oggi la si corre: è la più classica e la più epica di tutte le corse e di tutte le gare.
Nella parabola, la maratona non rappresenta soltanto un tipo di preghiera prolungata, o la preghiera stessa, quanto piuttosto il mondo della preghiera, linsieme dellesperienza interiore, lambiente spirituale che vive attorno alla preghiera.
Così lallenamento, le spiegazioni, le domande, le difficoltà, le intuizioni che il vecchio professore e lagente segreto si scambiano, vogliono essere degli accenni, dei suggerimenti, che dicono: «ecco, qualcosa di simile avviene anche nel mondo della preghiera».
Lagente segreto cominciava a sentirsi solo ed isolato. Il regno dei cieli laveva inviato in quella nazione. Sapeva che cerano parecchi altri suoi colleghi di lavoro, ma tutti come lui, terribilmente segreti. Lui era molto nuovo del mestiere: quella era la sua prima missione e a dire il vero si sentiva un po spaesato. Non aveva molta esperienza. Cercava di dedicarsi molto allorazione, ma anche in questo campo era un novellino. Aveva proprio bisogno di un maestro, o per lo meno di uno che gli fosse fratello e laiutasse, condividesse con lui il segreto che laveva condotto lì, e che, possibilmente lo fortificasse nella preghiera, arricchendolo della sua esperienza.
Man mano che il tempo passava, la sua attività di agente segreto del regno di Dio lo aveva cominciato a mettere in contatto con molti fratelli. Queste relazioni lo aiutavano parecchio, ma anche gli acuivano il bisogno di entrare sempre più a fondo nel mondo della preghiera e del contatto con Dio. Il Signore gli voleva bene, gli faceva capire molte cose. Ora questa situazione gli faceva crescere, giorno per giorno, il bisogno di condividere con qualcuno ciò che sentiva, capiva, e soprattutto ciò che avrebbe voluto capire di più. Qualcuno con cui crescere insieme. Finché un giorno venne a conoscenza di una scuola che insegnava una materia tanto strana, da rimanere molto insospettito che potesse essere un suo collega a gestirla. Si intitolava «Scuola di maratona» e aveva la sua sede un po fuori della città, tra le basse colline ricche di alberi che continuavano nellaperta campagna. Vi si recò in sopralluogo un pomeriggio di primavera, ma non andò direttamente. Salì su una collina a lato e rimase ad osservare la costruzione e le sue dipendenze.
Quellinsieme aveva unaria familiare, che gli dette quasi la certezza di aver fatto centro: più che una scuola gli pareva una trappa.
Col cuore che batteva un po scese la collina a passo quasi di corsa e suonò al cancello. Gli venne ad aprire un uomo anziano, minuto, con una barba bianca, gli occhi chiari e sorridenti. Lo salutò con molta affabilità e lo condusse fino alla sala delle visite. Lagente segreto aveva limpressione di averlo già visto da qualche parte, ma non ricordava dove. Ad ogni modo la maniera di fare gli era familiare. Mentre, seduto, attendeva il direttore della scuola, cercava di pensare come avrebbe potuto sapere con certezza se si trovava di fronte a un agente segreto del regno come lui, o se era un estraneo o addirittura se quella era una trappola. Quellavventura avrebbe potuto finire molto male se il suo fiuto lavesse tradito.
In quel paese i figli del regno dovevano circondarsi di grande segreto, per poter agire. Ma quando vide il direttore, tutte le sue apprensioni svanirono di colpo: era stato addirittura suo professore nellanno propedeutico al corso di agenti segreti del regno. Una gioia profonda si sostituì allapprensione, mentre si abbracciavano, e un sentimento di grande riconoscenza verso Dio gli riempì il cuore.
Passarono più di unora a raccontarsi la storia reciproca di quegli anni. Poi alla fine lagente entrò nellargomento che gli stava a cuore: quello della preghiera. Il professore gli disse che non poteva capitare meglio: quella «Scuola di maratona» era, in effetti, una scuola di orazione, insegnata con un metodo nuovo, insospettabile dalle autorità politiche.
La corsa a piedi e la maratona in particolare: la corsa di gran fondo, la classicissima, erano una parabola della preghiera.
Per non insospettire il governo, e poi perché ciò aveva cominciato a dare i suoi frutti, anche gli insegnamenti erano dati sotto forma di parabole.
Tutto si riferiva alla corsa: terminologia, metodo, allenamento, educazione al gusto della corsa ecc., ma tutto doveva essere applicato alla preghiera. Agli inizi aveva cominciato col dare lezioni anche sulle corse brevi di velocità, ma poi si era concentrato sulle distanze sopra i 1500 metri. Lagente segreto ascoltava quasi stordito il suo vecchio professore e si chiedeva come aveva mai potuto venirgli in mente una idea così bislacca. Certo, aveva avuto tutta la prudenza del serpente; quanto però alla semplicità della colomba aveva qualche piccolo dubbio, ma non voleva anticipare nessuna conclusione, prima di aver sperimentato di persona.
Lagente segreto pagò la sua tassa discrizione, ricevette la tessera e il diritto di noleggiare il vario materiale sportivo. Le lezioni sarebbero cominciate il lunedì seguente.
Il professore era già in tuta sullerba del prato, dietro la scuola. Lagente segreto si cambiò in fretta e uscì correndo, con lanimo pieno di una gioia sottile: non sapeva se era per la splendida mattina di primavera, per laria pungente, per la sensazione dellerba soffice sotto i piedi, per la novità e la curiosità dellesperienza che lo attendeva, o perché stava per entrare in preghiera, sia pure in un modo totalmente nuovo. La gioia dellincontro con Dio questa volta quanto mai libero e fuori dagli schemi consueti si proiettava, trasfigurandola, sulla corsa. Il professore parve aver intuito i suoi pensieri e, dopo averlo affabilmente salutato, si rallegrò con lui per laria di allegria che gli si leggeva in volto: la prima cosa, la più importante, era cominciare con lamare la corsa e lallenamento, perché anche la corsa, come tutte le creature, si lascia possedere e dona tutta se stessa e il suo segreto a chi lavvicina con amore.
La corsa gli avrebbe chiesto sacrifici, doveva sapere anche questo fin dallinizio. A correre ci si stanca, però avrebbe appreso, con lesperienza, che lallenamento avrebbe abituato il corpo alla fatica, fino al punto da non sentirla praticamente più. Non poteva pretendere di riuscire il primo giorno a correre la distanza della maratona, ma se non si fosse lasciato scoraggiare dalla fatica e dalle difficoltà che avrebbe incontrato, sarebbe arrivato al punto di «identificarsi» con la corsa, di abbandonarsi ad essa, diventare «essere-in-corsa», dare due gambe, un cuore, due polmoni, due occhi e unanima alla corsa, perché questa potesse «esistere».
Qui stava un altro punto importante da capire bene fin dal principio: la maratona non era una cosa, una distanza da coprire, un percorso, un qualcosa che preesisteva, che doveva essere «fatta».
La maratona era lui che correva, che viveva la sua corsa, lassaporava, lamava, vi si abbandonava: lui doveva trasformarsi in correre, con unautocoscienza sempre più profonda fino al punto di smaterializzare progressivamente lazione materiale del correre, per diventarne lo spirito, quasi che, ad un certo punto, il corpo e le gambe sparissero, per restare spirito che si esprimeva nella corsa: contemplazione, pace, felicità.
Mentre il professore gli trasmetteva queste riflessioni, si erano inoltrati, camminando, nel bosco.
Giunsero in uno spiazzo erboso e il professore propose di cominciare con esercizi fisici preparatori. Ma poi ci ripensò.
«No disse per capire la differenza che cè, tra cominciare a correre così, allimprovviso, e dopo una preparazione e concentrazione, è bene che facciamo una piccola esperienza di corsa «improvvisata».
Così dicendo cominciò a correre per un sentiero tra gli alberi. Lagente segreto gli tenne dietro a una decina di metri di distanza. Corsero circa un quarto dora, e quando si fermarono, lagente segreto aveva il fiato grosso e i muscoli duri. Ma non fu di questo che il professore gli parlò.
Gli chiese di raccontargli cosa aveva pensato durante la corsa, se aveva guardato il sentiero, o lui, o gli alberi, o che altro, e in che relazione si era posto con la natura che lo circondava. Aveva fatto caso alla temperatura dellambiente, allaria che entrava nei polmoni?
Lagente segreto confessò che non aveva fatto caso a nulla di tutto questo. Aveva corso e basta. Anzi, dopo pochi minuti, aveva sentito solo la fatica, ed il fiato corto era stata lunica cosa che gli si era impressa nella coscienza.
Il professore sorrise contento. Il suo allievo era semplice e sincero: prometteva bene per diventare un buon maratoneta.
«Ora disse cominciamo la preparazione. Facciamo saltelli, sul posto, in scioltezza, cercando di mettere armonia tra il ritmo dei piedi e quello del respiro.
Devi sentire laria entrare e scendere nei polmoni, e al tempo stesso le gambe che ti buttano in aria e ti accolgono morbide per terra. Quando ti pare di essere entrato nel ritmo e di percepire nella coscienza queste due dimensioni avvisami, senza fermarti».
Lagente segreto cominciò lesercizio. A dire il vero non ci aveva mai pensato che, a correre, le gambe lo buttavano in aria e lo accoglievano morbide per terra. Però, che bello sentirsi rimbalzare fra cielo e terra! Ci stava prendendo gusto. Ora bisognava sentire laria entrare e scendere nei polmoni, ma in sincronia con le gambe. Chiuse gli occhi per concentrarsi meglio. Era proprio vero: cera una relazione stretta tra gambe, polmoni, aria e terra, e stava scoprendone larmonia. Quasi non sentiva neppure lo sforzo dei muscoli, assorto comera nel captare quellinsieme.
«Ci sono», disse al professore, senza neppure aprire gli occhi per paura che tutto svanisse. «Bene, ora devi amare laria che entra, le gambe che ti buttano e ti accolgono, la terra sotto i piedi e il cielo sopra il capo».
Lagente segreto ancora una volta non ci aveva fatto caso. Ma quando il professore gli parlò, si rese conto che già stava amando tutte quelle cose.
Cercò di far crescere in sé quellamore prendendone coscienza, volendolo, dandolo volentieri alle gambe, alla terra, al cielo, allaria. «Quando cominci a sentirti stanco, fermati».
Lagente segreto aprì gli occhi e si fermò. «Non è bene stancarsi allinizio, altrimenti ti sarebbe troppo difficile continuare ad amare cose che ti producono fatica».
Continuarono a camminare nel bosco, in silenzio; arrivarono alla fine del sentiero che dava su un fiumiciattolo. Si sedettero un po a riposare e a sentire i rumori del bosco.
« Bene, disse il professore, la prima lezione finisce qui. Ci rivediamo fra una settimana. A casa devi ripetere lo stesso esercizio fino a riuscire ad avere coscienza di tutti gli elementi e ad amarli con facilità e spontaneità, senza che sia più necessario lo sforzo di concentrazione.
Lagente segreto passò tutta la settimana a provare e riprovare. Si sentiva pieno di entusiasmo, al punto di chiedersi quale ne fosse la causa: se la novità e loriginalità dellesperienza o la scoperta di una verità più profonda, che trascendeva la corsa e che lo introduceva in nuove dimensioni.
In tutti i momenti liberi approfittava per mettersi a saltellare sul posto, a prendere coscienza delle gambe, dei polmoni, della terra, dellaria e del cielo; a procurare il ritmo, e ad amarli. Prendere coscienza ad amare, prendere coscienza ad amare. A forza di concentrarsi cominciò a fare altre scoperte interessanti: prima di tutto che la coscienza riflessa e lamare non avevano una misura prefissata. Potevano crescere e crescevano di fatto, senza limiti. Era solo allinizio, ancora ai primi tentativi, ma aveva già capito che quel cielo non aveva tetto. La chiave del procedere stava nella violenza. Quella violenza buona di cui parla il vangelo.
Per crescere, bastava crescere nella «violenza» con cui prendeva coscienza e con cui amava. Finché ad un certo punto, nella seconda metà della settimana, fece una scoperta sensazionale. Scoprì che in tutto ciò che faceva poteva comportarsi come nellallenamento.
Prendere coscienza e amare: avvertire tutto nelle più piccole sfumature: le cose, le persone, gli avvenimenti, il lavoro, la lettura, gli incontri; insomma tutto ciò che gli accadeva, dentro e fuori di sé.
Che impresa gigantesca diventava il vivere!
A dire il vero si accorgeva sì e no del dieci per cento di tutto ciò di cui si poteva accorgere, e di tutto questo, quanto ne amava volutamente?
Cominciava a capire che la vita più semplice e monotona racchiudeva in sé una potenza di felicità e di amore senza limiti.
Ma al tempo stesso si rendeva conto che gli sarebbe stato necessario possedere energie spirituali e psicologiche quasi infinite. Leccesso di sforzo di coscienza e damore gli mettevano in serio pericolo la pace interiore.
Questo non doveva essere.
Ci sarebbe stata, lo sperava per lo meno, una maniera di combinare la pace e il riposo interiore con la violenza della coscienza e dellamore.
Lagente segreto passò un altro giorno in questi crucci. Poi non ce la fece più. Senza aspettare il giorno fissato, uscì di casa e andò a trovare il professore.
Il professore gongolava a sentire il suo allievo raccontargli le difficoltà e i dubbi. Quando un alunno fa sul serio scopre da solo molte apparenti contraddizioni: è la prova che fa di tutto per sviluppare e trarre conseguenze dal seme gettato dal maestro e per un professore non cè nulla di più gratificante che avere un allievo interessato.
Quando lagente segreto finì, il professore rimase a guardarlo con un tranquillo sorriso, per nulla turbato dalla sua descrizione un po drammatica.
Poi gli chiese per quanti giorni aveva continuato a concentrarsi sullavere coscienza e sullamare. Per una esperienza di pochi giorni non era lecito tirare nessuna conclusione. Si vedeva proprio che lagente segreto era giovane: subito voleva definire e concludere. Per fortuna stava frequentando il corso di maratona: gli avrebbe insegnato molte cose sul tempo, sulla resistenza e sulla pazienza.
La prima cosa da fare era non vedere le cose troppo drammatiche e continuare, senza paura. Laver coscienza e lamare erano il modo di vivere dello spirito. Lusare «violenza» per crescere nella coscienza e nellamore era la maniera di crescere dello spirito.
Allinizio, quando ancora lo spirito è «piccolo», ci vuole molta concentrazione, ma poi poco a poco si trasformerà in unesigenza insopprimibile, e il suo esercizio sarà la base della gioia e della pace. Era un po come imparare a suonare il piano. Allinizio costa fatica e impegno, poi diventa piacere e alla fine addirittura mezzo per esprimere il più segreto e sfumato mondo dellanima.
Quel fine settimana lagente segreto lo passò meditando le parole del professore. Gli avevano riacceso la speranza e lentusiasmo. Anche se il concentrarsi per prendere coscienza ed amare continuava a stancarlo, lassicurazione che avrebbe superato quella difficoltà gli dava animo.
Al lunedì, prestissimo, era già davanti al cancello della «Scuola di maratona».
Il professore gli chiese se gli riusciva spontaneo prendere coscienza delle gambe, dei polmoni, dellaria, della terra e del cielo. Se gli era facile regolare il ritmo del respiro con quello delle gambe. Sì, limpegno messo nel compito a casa, per tutta la settimana, era stato tale che ora allagente segreto pareva una cosa naturale tutto ciò.
Dopo una decina di minuti di saltelli sul posto come esercizio di ricapitolazione, il professore cominciò a spiegare la seconda lezione.
Ora che aveva capito bene e appreso latteggiamento interiore, doveva cominciare la parte più dura e difficile, essenziale per un maratoneta più che per chiunque altro.
Bisogna sconfiggere la fatica.
Propose di cominciare a correre appaiati, uno accanto allaltro. Il primo che cominciava a sentirsi stanco doveva dirlo. Da quel momento avrebbero dovuto continuare ancora due o tre minuti senza rallentare.
Il primo a sentirsi stanco fu, naturalmente, lagente segreto. Il professore, da vecchio maratoneta, aveva fiato da vendere.
I due minuti di corsa da affaticato, senza rallentare, furono molto duri. Sembrava che il cuore gli si spaccasse e che i polmoni fossero diventati di pietra, senza più capacità di espandersi e di vuotarsi.
Quando il professore schiacciò il cronometro sui due minuti, lagente segreto ebbe limpressione che fosse passata almeno mezzora. Continuarono a camminare senza correre, facendo esercizi di respirazione.
Quando il fiato grosso passò, il professore gli chiese se sapeva perché avevano continuato a correre dopo linizio della fatica.
Lagente segreto rispose che immaginava fosse per una legge fisiologica: per potenziare il cuore e i polmoni bisognava sottoporli a sforzo, un po come si fa con le scarpe strette, che, per allargarle, si mettono loro dentro delle forme, che si aprono con la vite e si lasciano in posizione per un certo tempo.
Il professore approvò. «Non è però solo per questo, disse. La fatica non è appena una questione di cuore e di muscoli. Ha una dimensione interiore, che forse è ancora più importante. Quando arriva lei, vuol comandare a tutti i costi. Ma per sconfiggerla bisogna cominciare a resisterle. Se tu le avessi obbedito, appena stanco ti saresti fermato. E così non potresti mai riuscire a correre la maratona.
Correndo quei due minuti ti sei reso conto che è possibile resisterle. E lei ha cominciato a capire che deve venire a patti.
Le prime volte che si sente la fatica si prova una sensazione molto sgradevole e si è tentati di pensare che le proprie relazioni con lei non possono cambiare né evolvere. Ma sperimentando a convivere, ti accorgerai che alla fine diventa sopportabile, e quanto più ti incontrerai con lei, tanto più potrai capire tante cose: dalla tolleranza allumiltà, alla pazienza, al silenzio e alla meditazione. E alla fine capirai che non potrai più fare a meno di lei per le grandi imprese: sarà la compagna inseparabile dei tuoi successi».
Avevano continuato a camminare e a fare esercizi di respirazione. Adesso che si sentiva riposato, allagente segreto pareva quasi che gli sarebbe stato facile amare la stanchezza.
«Però fece notare al professore in quei due minuti, limpegno per resistere alla fatica mi ha fatto dimenticare la coscienza e lamore».
Era più importante, allora, concentrarsi per vincere la stanchezza o per mantenere la coscienza e lamore?
Il professore lo guardò di sottecchi, scuotendo il capo. «Ah, questi giovani moderni!» pensò tra sé. «A correre la maratona, rispose, si apprende una lezione fra tante: che per tutte le cose fa comodo avere un cuore grande. Non devi lasciarti impressionare da queste piccole difficoltà iniziali.
Non devi scegliere su che concentrarti: devi farlo su tutte e due le realtà contemporaneamente: devi vincere la stanchezza con tutta lenergia, continuando al massimo grado della coscienza e dellamore. Devi sbaragliare il campo, non ottenere una vittoria diplomatica. Nella maratona ci vuole mentalità dattacco. Solo così riuscirai a entrare nella contemplazione a cui la maratona ti condurrà pian piano».
Così dicendo riprese a correre. «Questa volta continueremo quattro minuti alla stessa velocità, in compagnia della fatica ...».
Per quasi un mese continuarono a lavorare su questo punto.
Man mano che lallenamento cresceva, il correre diventava sempre più fonte di soddisfazione profonda. La coscienza e lamore, sotto labile guida del professore, si erano andate, progressivamente allargando ai prati, al bosco, ai campi, ai fiori, al profilo delle colline, ai colori del cielo e alle foglie nuove sugli alberi.
Il ritmo dei passi di corsa, sincronizzato col respiro e la docilità e leggerezza del corpo, che crescevano con lallenamento, posseduti e amati nellacuta coscienza di sé e dellambiente, gli davano la sensazione di essere come fuori del tempo, in una situazione di estrema libertà, e di puro esistere.
Questo stato durava finché il corpo era leggero. Poi, col sopraggiungere della fatica, il meraviglioso equilibrio cominciava a cigolare.
Sotto lenergica guida del professore, che esigeva di sbaragliare il campo, lagente segreto faceva progressi continui nel non lasciarsi sfuggire il controllo della coscienza e dellamore. Ma quella gioia profonda e spontanea dellinizio della corsa, poco a poco diminuiva di intensità, fino a sparire sotto il peso della stanchezza crescente. Sparire, però, non era detto bene, come gli aveva fatto notare il professore. Si trasferiva piuttosto su unaltra lunghezza donda, in una regione dello spirito in cui la gioia non era più in relazione col sentimento.
Il professore insisteva molto su questo punto. Gli premeva che il suo allievo diventasse padrone di questa regione. Una volta che fosse riuscito ad individuarla doveva abituarsi a viverci dentro, a prenderne possesso, ad allargarla, abbellirla, a farla completamente sua. Quando fosse raggiunta questa meta, il professore sapeva che gli restava il compito più delicato e importante della sua scuola: insegnare a passare la barriera, una specie di muro del suono, infranto il quale, lallievo sarebbe stato in grado di passare dal «fondo» alla maratona, ed entrare nella libertà, che solo al di là di quel muro si poteva godere.
Gli allenamenti si erano fatti più frequenti e più prolungati. Ormai correvano, senza fermarsi, per più dunora. Anche il tempo di durata della corsa aveva la sua importanza. Man mano che questo si allungava, lagente segreto aveva limpressione di inoltrarsi in un deserto, o in alto mare, o nellimmensità del cielo. Nonostante lacuta coscienza e lamore per tutto, gli pareva di essere sempre più solo. Una solitudine però che non era isolamento o chiusura. Una solitudine difficile da spiegarsi: le cose e le persone, da cui si separava, le ritrovava presenti in sé in una relazione di trasparenza, che non esigeva più il lento progresso del colloquio: ascoltare e parlare, con la fatica e le pause che ciò portava con sé. In questo nuovo modo di essere, la legge era il silenzio, comunicazione perfetta, senza interruzioni, e senza incomprensioni. Quando lo disse al professore, questi se ne rallegrò molto. Il suo allievo cominciava già ad essere maturo: si trovava a tal punto a suo agio e inserito nella realtà della scuola di maratona che riusciva già da solo a scoprisse i segreti e le meraviglie, ed era capace di comunicarli e farli capire con le parole giuste.
Ormai era giunto il momento di affrontare il «muro del suono». La più lunga delle gare di fondo è la corsa dei diecimila metri. Da lì si passa direttamente alla maratona, più di quattro volte maggiore, coi suoi quarantadue chilometri e qualcosa. Ciò vuol dire che, dopo aver corso per trenta chilometri, resta ancora da percorrere un tratto più lungo della più lunga corsa di fondo.
Lagente segreto, alla fine del secondo mese correva già agevolmente tra i dieci e i quindici chilometri, mantenendo ad un buon livello tutta lintensità spirituale della corsa.
A questo punto il professore decise di entrare in argomento. Si introdusse con un paragone.
«I primi dieci-quindici chilometri sono come la fase di salita di un aereo per arrivare in quota. A questo punto il volo cambia ritmo. Laereo si mette orizzontale e si stabilizza su una velocità di crociera sempre uguale. Si possono slacciare le cinture, inclinare i sedili, fumare; tutti si rilassano e le hostess servono la cena.
Nella maratona avviene qualcosa di simile. Si entra in fase di equilibrio. La fatica non si può farla arretrare più di un tanto. Bisogna accettarla come compagna per il resto della corsa. Anchessa entra nella schiera delle cose di cui bisogna avere coscienza, per amarle. E necessario riuscire ad amarla, perché solo chi passa per la sua soglia, può riuscire a correre per intero la maratona.
E un po come nella vita: solo chi non si ferma di fronte al sacrificio, anzi lo accetta e lo ama come mezzo attraverso il quale può compiere le grandi imprese progettate, riesce a passare questa specie di muro del suono, al di là del quale cè un altro mondo, cè silenzio che, fuori della metafora, coincide con la libertà.
Ma non è solo questione di rapporto con la fatica. Il passaggio è una realtà molto più ampia.
Per esempio non si avverte più la necessità di immaginarsi il traguardo, di avere davanti a sé uno spazio finito che poco a poco ci consuma.
La corsa è tanto lunga ancora, che il correre diventa una specie di presente continuo, in cui la coscienza e lamore occupano lintero orizzonte, senza più preoccuparsi né della fatica, né dellarrivare, né di altra cosa: una goccia di eternità e di contemplazione. Per quanto ti possa sembrare strano, tutta la violenza usata nellinizio e che ancora di per sé è forte, cessa di avere il carattere di aggressività, di pugno sul tavolo, per diventare una specie di vento costante, su cui aprire le ali per veleggiare senza muoversi.
Prova, corri la maratona una, due, dieci, venti volte, e a poco a poco scoprirai il più bello e insospettato dei suoi segreti: man mano che riuscirai a smaterializzarla, ad essere «spirito che corre», tutta la violenza e lattività impiegate si trasformeranno in passività.
Ti parrà allora di «ricevere» la maratona come un dono.
Ogni volta che la correrai sarà una storia diversa, un dono diverso, che ti sarà progressivamente sempre più difficile esprimere a parole, perché anche tu avrai imparato il linguaggio del silenzio e il silenzio lo si può esprimere adeguatamente solo col silenzio».
FINE DANNO
Era lultima notte dellanno. Nel santuario in cima al monte non era rimasto nessuno. Gli ultimi pellegrini erano partiti allinizio del pomeriggio, perché stava scendendo la nebbia e un vento gelido annunciava una nevicata imminente. Solo il vecchio abate era rimasto lassù. E il Signore, in chiesa, nel tabernacolo.
Il vecchio abate si era rallegrato di quella solitudine e aveva progettato di passare la sera in preghiera e prolungarla fino a mezzanotte. Amava molto la solitudine per riempirla di preghiera. Tutto contento, stropicciandosi le mani per il freddo, aveva cominciato ad organizzarsi per trascorrere in chiesa, indisturbato, quella fine danno.
Aveva portato legna in abbondanza nella sacrestia, vicino al caminetto di grosse pietre grigie, perché potesse bastare per tutta la notte. Da li avrebbe poi rifornito, di tanto in tanto, di tizzoni ardenti il suo scaldino. Poi era andato a mettersi tutti gli indumenti di lana possibili e un consunto mantello nero, che era stato del suo predecessore.
Aveva messo la sedia vicino ai gradini dellaltare, in modo che un po del calore del caminetto potesse arrivare fino a lui. Quando tutto fu pronto per la grande orazione, fuori era già buio.
Le prime due o tre ore passarono rapide, occupate nella recita dei vespri, del rosario e delle litanie dei santi. Quella delle litanie era una sua devozione segreta. Le recitava lentissimamente, fermandosi un po con ogni santo. Li conosceva ormai uno per uno, ed era convinto che quando sarebbe venuta per lui lora di morire, sarebbe stato bellissimo vederli apparire tutti di colpo, suoi amici di vecchia data. Chissà chi sarebbe stato più felice dellincontro: lui o i santi? Lui voleva bene a tutti e desiderava conoscerli anche di vista. Ma loro erano santi, possedevano la pienezza dellamore, e anche se lui non valeva niente, per loro era sempre un caro, simpatico vecchio abate.
Dopo le litanie dei santi voleva ricordare tutte le persone a cui era legato, o perché aveva in comune con loro gli stessi desideri e segreti dello spirito, o perché si era impegnato a pregare per loro, o perché aveva ricevuto qualcosa di bene, o semplicemente perché le aveva incontrate. Molte erano già morte, ma sapeva che lo erano solo in apparenza, perché per lo spirito la morte non è una barriera.
Così in questa preghiera, che gli occupava lanima e lattenzione, si era fatta lora di cena. Chiese permesso al Signore e scese in canonica per scaldarsi un po di minestra e mangiare due patate lesse con la buccia, intinte nellolio, aceto e sale. Era per lui una cosa splendida, che gli piaceva molto. Rapida a prepararsi e facile a farsi, dal gusto semplice che si legava molto bene con le altre cose semplici che amava tanto, come il silenzio, la notte, il cielo, la pioggia, la neve e il vento.
Lunica cosa semplice che proprio non gli riusciva damare era il freddo, e lassù in cima al monte, dinverno, di freddo ce nera parecchio. Per consolarsi pensava che il freddo se non riusciva a farsi amare, aveva per lo meno un aspetto positivo: gli portava il fuoco di legna nel camino. Il calore del fuoco lo penetrava come un balsamo, gli dava allegria e pace e gli riempiva lanimo di riconoscenza per questo dono che il Signore aveva fatto agli uomini.
Senza freddo non avrebbe mai apprezzato ed amato tanto il fuoco, che con moltissima ragione, ne era convinto, san Francesco aveva chiamato «fratello».
Mangiò in silenzio, un po in fretta, tutto contento, pensando che gli restavano alcune ore da passare in chiesa in orazione.
Riattivò il fuoco nel camino, riempì bene lo scaldino e cominciò la seconda parte. Ormai aveva esaurito gli argomenti che occupano il cervello e sentiva di dover cominciare lorazione, che soleva chiamare di verità: senza parole, senza bugie, senza finzioni e senza difese, stare lì insieme al Signore ad ascoltare reciprocamente il silenzio dellaltro.
Qui non cera più tempo né contenuto e gli pareva di entrare nelleternità. Il più delle volte non cera neppure gusto. Era solo una coscienza che quanto più vera e profonda, tanto meno era verbalizzabile. A volte gli pareva addirittura una lotta, che faceva, per mantenere pura e nuda questa coscienza di comunione.
Questa preghiera così spoglia e povera, che tuttavia gli pareva la più alta e perfetta, poco a poco faceva sentire il suo peso.
Ecco, allora, che entrava in gioco la più singolare delle virtù evangeliche: la violenza. Una violenza differente da quella degli uomini, diretta in un certo modo nientemeno che contro il Signore, ma benedetta perché era uguale a quella di Giacobbe, quando lottò di notte con lAngelo (che poi si rivelò essere JAHVÈ in persona).
Il tempo gli pareva essersi fermato: fra un suono e laltro dellorologio a pendolo in sacrestia, a volte, passava un secolo.
Si alzò e andò allorgano, per dare corpo al silenzio.
Una volta aveva sentito definire la musica «espressione sensibile del silenzio» e gli era rimasto impresso nella memoria, perché gli pareva verissimo.
Lasciò scorrere le mani sulla tastiera, perché gli uscisse quello che sentiva dentro. Pregò così, non seppe quanto. Poi tornò alla sedia presso i gradini dellaltare e si immerse in Dio. Si scosse quando lo scaldino si esaurì e il freddo cominciò ad intirizzirlo.
Ormai mancava poco a mezzanotte: nemmeno mezzora. Si rifornì bene di tizzoni e ritornò al posto della preghiera. Ma poco dopo, il sonno, invisibilmente, lo vinse senza che se ne rendesse minimamente conto.
I dodici rintocchi riempirono la chiesa, ma il vecchio abate non li senti. Col capo reclinato sul petto entrava nel nuovo anno senza accorgersene.
In chiesa a pregare era rimasto solo il Signore, che sorrideva guardando il suo caro vecchio, che nella lista delle cose semplici da amare aveva lasciato da parte il sonno, perché a volte gli giocava qualche tiro, proprio come quella mezzanotte di fine danno, che aveva aspettato con tanto amore.
ASSUNZIONE
Il santuario in cima al monte era una chiesa molto antica, fatta di mura grosse e di grandi pietre squadrate.
Sui libri darte non se ne parlava, però non cera posto al mondo come quello, per pregare. Forse questo non era vero in senso assoluto, ma per il vecchio abate era così.
Era un luogo isolato; ci si arrivava per una strada di terra battuta, e attorno si vedevano solo cielo e boschi. Il vecchio abate ci viveva da molti anni e ormai gli era difficile distinguere la sua preghiera dal luogo della sua preghiera.
Il santuario era diventato veramente il luogo santo, dove Dio e il vecchio abate si incontravano. Non erano molti i pellegrini; non cera bar, né trattoria né si vendevano ricordi. Chi ci andava ci andava solo per pregare.
Il vecchio abate non pretendeva di essere un maestro di orazione.
Non aveva studiato teologia spirituale né sacra scrittura, però tutti i giorni della sua vita, da quando poteva ricordare, aveva chiesto il dono della sapienza, che fa capire e gustare, senza parole, le cose di Dio. E quando qualche pellegrino veniva a pregare nel santuario, se la cosa gli sembrava opportuna, gli piaceva scambiare qualche confidenza sui segreti del mondo dellorazione.
Quel vecchio, povero e solitario, che aveva abbandonato il mondo dellavere per immergersi nellavventura senza confini dellessere e dello spirito, era manifestamente un uomo felice e libero, ed esercitava su chi veniva al santuario un fascino indefinibile.
Si stava avvicinando la festa dellAssunta e il vecchio abate aveva cominciato per tempo a fare i preparativi. Ancora in luglio, per non rischiare di trovare i negozi chiusi per le ferie dagosto, era sceso in città con la corriera, che fermava sulla strada asfaltata a mezza costa.
Aveva comprato una borsa piena di candele, lumini, colla e carta colorata. Preferiva farsi da solo le corone di carta colorata da mettere attorno a lumini e candele, un po perché era più economico e un po perché, a dire il vero, gli piaceva molto fare quel genere di lavoretti. E poi i preparativi della festa, quanto più erano lunghi e laboriosi, tanto più contribuivano a farlo entrare nel clima interiore della celebrazione. In agosto erano venute solo tre famiglie. La prima aveva due ragazzi e una bambina e con loro aveva preparato le luminarie. Lui e il babbo disegnavano le sagome, i figli le ritagliavano e la mamma le incollava. La seconda famiglia era una coppia di sposi di mezzetà, i cui figli erano andati in campeggio, ed erano venuti per riempire con un po di preghiera quei giorni dinsolita calma familiare. Si era fatto aiutare a tirar fuori il calice doro, i candelabri preziosi, la pianeta col ricamo dellAssunzione originale del settecento le tovaglie dellaltare delle grandi occasioni, e tutto loccorrente.
Lultima non era ancora del tutto una famiglia: erano due fidanzati, che si sarebbero sposati alla fine dellanno e che erano venuti a pregare per chiedere al Signore che la loro fosse, prima di tutto il resto, ununione degli spiriti nello Spirito.
Con loro aveva stirato le tovaglie dellaltare, il camice, e tutto ciò che si usa per la messa. Col fidanzato aveva preparato il fuoco di carbone di legna per il grosso ferro da stiro: un pezzo da museo che aveva tirato fuori per loccasione, perché al santuario in quei giorni non arrivava la luce elettrica. La ragazza non sapeva neppure che esistessero ferri da stiro di quel tipo, ma aveva imparato subito, appena il vecchio abate le aveva mostrato come si faceva.
Mentre lavorava insieme con i pellegrini, gli piaceva raccontare che le cose che accadevano in paradiso accadevano anche sulla terra, per davvero. La chiesa era ununica realtà, un tuttuno che aveva due versanti: quello del cielo e quello di questo mondo. La festa che noi celebriamo quaggiù, dellAssunta, è celebrata anche in paradiso, e con grande splendore. Il segreto per vivere le feste liturgiche era, per lui, quello di «passarle in paradiso», di trasferirsi, cioè, con lo spirito nellambiente e nellatmosfera del cielo.
La vergine Maria non era un personaggio passato, il cui ricordo era scritto sul vangelo, era una persona viva, in carne ed ossa, che si trovava in un posto preciso, e questo posto era il paradiso.
In paradiso cerano miriadi e miriadi di anime, di ogni lingua, popolo e nazione, il cui numero nessuno poteva contare, esattamente così come era scritto nellApocalisse.
Il vecchio abate immaginava di essere uno di loro e gli pareva di provare le stesse emozioni.
Che tipo di festa e di manifestazioni avrebbero fatto in cielo per la vergine Maria nella ricorrenza della sua assunzione? Ripensava a ciò che dovevano essere stati i «trionfi» degli antichi imperatori, re e faraoni, quando entravano vittoriosi nella capitale tra grida, canti, danze, fiori e feste, di ritorno da una lunga e dura guerra vittoriosa. Sentiva che in paradiso cera qualcosa di più, e di grande, e gli pareva che ciò consistesse nella verità. Verità intesa nel senso più pieno e totale. La grandezza celebrata era vera e reale, attingeva alla radice dellessere della festeggiata. Non importava se era essenzialmente un dono di Dio, anzi, proprio perché era un suo dono, era cosa grande, assoluta, senza pentimenti, definitiva ed eterna.
La gioia che le moltitudini manifestavano aveva la sua sorgente nellamore profondissimo cioè, in una parola: vero che le univa alla vergine Maria. Non erano «pubblico» o «popolo», erano comunità: Maria era una di loro e loro erano la sua famiglia. La santità e il privilegio che festeggiavano nella persona al centro della festa, erano vissuti come un dono che Dio aveva fatto a tutti: lAssunta era un suo regalo fatto alla comunità intera. Dio era quindi il termine ultimo della gloria e della lode e il suo compiacimento verso la prediletta e verso la comunità chiudeva il cerchio della felicità e la rendeva perfetta ed assoluta.
Il vecchio abate aveva cominciato a parlare di queste cose ai pellegrini. Cercare di comunicarle lo aiutava a precisare le idee e chiarire meglio, anche nella sua immaginazione, ciò che realmente doveva accadere in paradiso. Ciò gli era di molto aiuto anche per la preparazione dellomelia della festa, e per entrare nel clima spirituale.
Alla mattina della vigilia si svegliò pieno di una sottile allegria spirituale: ormai la festa era cominciata nel mondo interiore di ciascuno che vi avrebbe partecipato: tutto era orientato verso il giorno di domani. Nella mattinata portò a termine la pulizia del santuario; dispose tutte le candele, i lumini, e appese alle colonne della chiesa gli antichi drappi di damasco rosso che davano unaria di grande solennità solo a guardarli.
Per i vespri solenni della vigilia aveva pensato di esporre sul tronetto, sopra laltar maggiore, il quadro della Vergine che si trovava in un altare laterale. Ai suoi piedi avrebbe disposto alcune rose, adagiate sulla base ricoperta di pizzo.
Alle cinque del pomeriggio nessun pellegrino era ancora arrivato. Lunica persona presente, oltre al vecchio abate, era il figlio di una famiglia di contadini, che abitava sullaltro dosso del monte. Era un ragazzo sui dodici anni, che veniva spesso a suonare le campane del santuario e a muovere il mantice dellorgano.
Se per quellora non cera nessuno, non valeva la pena aspettare oltre: ormai per i pellegrini era troppo tardi per arrivare e avere tempo per tornare a casa.
Il vecchio abate non si lasciò rattristare: mandò il ragazzo a suonare a distesa, mentre egli poneva sul trono limmagine della Vergine. Poi salì allorgano. Gli pareva che anche il paradiso lo stesse ad ascoltare, anzi ne era più che sicuro. Suonò solo un quarto dora per non stancare il ragazzo; poi lo rimandò a casa.
Si vestì dei paramenti solenni ed entrò nel presbiterio. Si sedette sullo scanno di pietra, antico come la chiesa. Non cera nessuno, e quindi poteva prendersela con tutta calma, come piaceva a lui.
Poteva aspettare per iniziare i vespri, che il sole si apprestasse a tramontare. Circa mezzora prima del buio, a quellepoca dellanno, il sole sinfilava attraverso il rosone sopra la porta di fondo, e correva sul pavimento, saliva sulle colonne ed arrivava fin sullaltare.
Il vecchio abate simmerse nella preghiera: non formulava pensieri né immagini: si sentiva felice, felice e basta, e felice per il motivo della festa.
Quando il sole entrò, cominciò il canto gregoriano dei vespri. Comerano belle quelle melodie e quelle parole! Da tutte le parti del mondo, dovunque ci fosse un membro della chiesa in orazione, salivano a Dio e alla Vergine le stesse parole e le stesse lodi.
Anche se il santuario era vuoto, il vecchio abate non si sentiva e non era certo, solo. Mentre cantava gli pareva che ogni barriera visibile fosse caduta: tutta la terra era li con lui e il sole, e così pure tutta la comunità del cielo con le sue miriadi di miriadi.
La luce del sole sera andata facendo sempre meno intensa e sempre più rossa e quasi irreale. I ceri dellaltare e le luminarie brillavano con intensità.
Mentre scendeva dallo scanno di pietra per andare ai piedi dellaltare per cantare loremus finale ebbe una piccola distrazione.
Il sole era giunto sullabside, un po a lato della metà: chissà se ce lavrebbe fatta a raggiungere limmagine della Madonna sul tronetto, tra le candele, prima di tramontare.
Chiese mentalmente perdono a Dio per la distrazione e cantò loremus senza alzare gli occhi dal libro. Guardò in su solo per il «Deo gratias» di chiusura. Mancò poco che stonasse, per il nodo di commozione che gli si formò in gola, nel vedere il quadro della Vergine baciato in pieno dalla luce rossa del sole e nello scoprire che gli occhi della Madonna e del Bambino gli sorridevano tranquillamente da sopra laltare.
IL SEGRETO DEL PRIMO ABATE
Accanto allabbazia cerano i resti di un antico chiostro. Erano dietro labside un po sulla destra guardando la chiesa. Cerano rimasti solo tre archi in piedi, sia del porticato in basso che della loggia in alto. La pavimentazione si poteva seguire fino al primo angolo nelle sue vecchie lastre consunte che sbucavano fra la terra e lerbetta che il vecchio abate teneva sempre ben curata e che, tanti secoli prima, doveva essere stato il cortile del chiostro. Ma di colonne e di pezzi di muro non cera neppure lombra.
Il vecchio abate era molto affezionato a quel rudere, che era bellissimo nella rozza semplicità delle sue pietre squadrate, che il corso di molti secoli aveva imbottito qua e là di muschio, e che ledera aveva in parte abbracciato. E poi racchiudeva un segreto. Cera un particolare che non aveva mai visto in nessun chiostro.
Normalmente sia il porticato che la loggia erano aperti solo allinterno, mentre allesterno erano chiusi da un muro. Qui invece, nella loggia, la prima arcata era aperta anche allesterno, esattamente come allinterno, con le stesse colonnine, ed in più aveva una larghezza di quasi una volta e mezzo quella delle altre unità.
I muretti del parapetto erano piuttosto alti e, sia da una parte che dallaltra, cerano due bassi sedili di pietra, che invitavano a sedersi e ad appoggiare la schiena al muro.
Per vera fortuna la scala di sasso che dava accesso alla loggia era rimasta intatta. Il vecchio abate vi era salito molte volte per recitare il breviario o per contemplare il panorama. Ma quando si sedeva, non vedeva più nulla dei monti e dei boschi. Bisognava per forza che restasse in piedi appoggiato al muricciolo se voleva ammirare la natura.
Tutte le volte che si sedeva provava una certa delusione, ed invariabilmente si poneva la domanda del perché avessero fatto i sedili così bassi rispetto al parapetto. Gli pareva evidente che lapertura sui due lati doveva essere stata fatta per la contemplazione, e provava grande ammirazione per labate fondatore, che, nellanno mille o giù di lì aveva avuto tanta libertà di spirito da apportare una variante così singolare allarchitettura dei chiostri. Ma, francamente, non capiva perché avesse fatto fare i sedili tanto bassi, in modo che non si potesse vedere, nulla del panorama.
Forse, pensava, lavrà fatto per mortificazione, o forse gli sarà stato imposto da qualche superiore, che non vedeva bene che dei monaci passassero troppo tempo a guardare alberi e vallate. Ma in fondo al cuore sentiva che quel suo antico predecessore aveva uno spirito troppo grande per basarsi su simili motivi. Così laveva definito «il segreto del primo abate».
Aveva provato a parlarne con qualche pellegrino, verso il quale si sentiva ispirato da una certa confidenza, ma nessuno gli aveva mai dato alcun suggerimento valido per indovinare il segreto.
Finché, un giorno, guidò lassù una coppia di fidanzati. Chissà perché i fidanzati gli erano tanto simpatici. Con loro si fermava volentieri a parlare e a confidare certe sue riflessioni. Forse era dovuto alla sua età già avanzata, che gli faceva sentire tutto il fascino della freschezza della gioventù e dellamore appena sbocciato e ancora fragrante di ideali. Ideali che la vita gli aveva rivelato essere comuni solo ai molto giovani e ai vecchi come lui, che avevano già oltrepassato una certa età, quando la speranza della gioventù era rimasta morta abbastanza a lungo, per avere avuto il tempo di rinascere come fede.
Aveva appena finito di spiegare i termini del segreto, e, fattili sedere, stava dicendo: «come vedete, da seduti, non si scorge nulla del panorama».
«E vero, aveva detto il ragazzo, non si vede che il cielo».
«Allora, forse, lavranno fatto apposta per poter vedere solo il cielo», aggiunse la fidanzata con evidente logica.
«Ecco!, fece labate battendosi una mano sulla fronte, come avrò fatto a non pensarci prima a una cosa così semplice? Se si vede solo il cielo è perché chi ha fatto il chiostro voleva che si potesse vedere solo il cielo, senza nessuna distrazione. Se è così bisogna venirci stanotte».
Fu un vero peccato che i due fidanzati non potessero aspettare fino allapparire delle stelle.
Si era in piena estate e il sole pareva facesse apposta ad attardarsi nel cielo. Il vecchio abate sali in cima quando il sole mandava ancora tanta luce. Si sedette guardando verso ponente. Nel riquadro delle colonnine dellarcata il cielo gli appariva delineato, quasi fosse la scena dun teatro o il telone di un cinema. Il mondo non si vedeva più al di là del parapetto, era come se fosse sparito, e al vecchio abate pareva di essere rimasto solo, in mezzo al cielo.
Si stava facendo scuro a poco a poco, e le stelle apparivano una ad una, discretamente, silenziosamente, mentre laria della sera si profumava derba.
Quando il cielo fu tutto nero e pieno di stelle, si sedette sullaltro sedile, per aspettare il sorgere della luna.
Lo spettacolo più antico del mondo non aveva perso niente del suo magico fascino. La luna entrava come protagonista nella notte, accolta dal rispettoso e attento silenzio della natura.
Il vecchio abate restò seduto ad aspettare che la luna compisse il viaggio da una colonna allaltra dellarcata del chiostro. Ci vollero alcune ore e nel loro scorrere lento fece una delle scoperte più belle che mai gli fosse capitato.
Il fatto di non vedere altro che cielo, contribuiva poderosamente a slegarlo dalla terra, dandogli una percezione di libertà e di distacco, che sottolineava la sua qualità di esistere e basta, senza più relazione ad affanni e contingenze.
Pure il tempo veniva profondamente modificato: non solo pareva avere cessato di scorrere, ma anche la sua relazione con la storia si faceva via via più debole, fino a scomparire. Il cielo, con la sua immutabilità, laveva attratto nella propria sfera di gravitazione ed ora si sentiva atemporale. Gli pareva di essere uscito dalla terra e di essere anche lui una particella di cielo. Anzi, molto meglio e molto più profondamente, si sentiva di dare coscienza al cielo che vedeva, di esserne come lanima.
Una pace profonda e una grande libertà gli riempivano il cuore ed era sicuro, anche se non sapeva bene come, che quella che stava vivendo era una preghiera.
Finché gli attraversò la mente il ricordo di un salmo, che diceva:
«I cieli narrano la gloria di Dio
e il firmamento annuncia lopera delle sue mani».Per far questo però avevano bisogno di qualcuno che li guardasse, o meglio che si accorgesse di loro. I cieli erano una preghiera, una preghiera grande come il mondo, che aspettava solo di essere pregata, e labate si sentì commuovere al pensiero che il cielo, quella notte, chiedeva al suo vecchio cuore il favore di poter ricevere da lui la vita.
LA GIORNATA DELLE MISSIONI
Il vecchio abate, prima di essere vecchio, e prima di essere abate, era stato per più di ventanni missionario, ma ormai quasi nessuno lo sapeva. Ne erano passati altri venti abbondanti, e per tutti era diventato soltanto «il vecchio abate».
Le missioni però aveva continuato ad averle nel cuore: solo chi non ha mai vissuto in missione può pensare che uno se ne possa scordare. Non ne parlava quasi mai, con nessuno: gli dava limpressione di una certa vanità, come se se ne volesse fare un vanto.
Tuttavia nei suoi lunghi e silenziosi colloqui col Signore, nella solitudine dellantica abbazia in cima al monte, le missioni, o meglio la missione, riempivano gran parte della sua preghiera.
Tutti gli anni celebrava con grande solennità la giornata mondiale delle missioni, anche se raramente, per quelloccasione, cerano pellegrini nel suo santuario così fuori di mano.
Al vecchio abate piaceva molto pensare che tutta la chiesa di Cristo si univa per celebrare nello stesso giorno la medesima realtà, ossia la sua missione, il suo invio agli uomini di tutta la terra e di tutti i tempi. A volte gli accadeva di passare più di unora solo per farsi penetrare dalla coscienza della comunione con tutta la chiesa, in Cristo.
La contemplava estesa nello spazio, su tutti i continenti, in ogni angolo della terra, ed estesa nel tempo, dalla pentecoste fino al presente.
Dappertutto sentiva la presenza poderosa e dolce, ineffabile dello Spirito santo, e se ne rimaneva lì a contemplarla, la sua chiesa, e a perdercisi dentro come una stella nella via lattea.
Orbene, in quel giorno, la chiesa intera raccoglieva la coscienza della sua caratteristica di essere «inviata». Il vecchio abate era convinto che se tutti i membri della chiesa, anche quelli che la grazia dello Spirito ungeva solo un poco per di fuori, avessero celebrato bene questa festa, ci sarebbe stato un cataclisma cosmico, nel mondo dello spirito.
Era sicuro che molte delle vocazioni che il Signore continuava a mandare lasciare la barca, famiglia e reti per andare a pescare uomini, magari lontano, in una terra che avrebbe indicato più tardi erano seminate in questa giornata.
Per tutto ciò pregava, e se qualcuno arrivava al santuario in quel giorno, cercava di convincere anche lui a fare del suo meglio, perché qualche seme fosse buttato nella terra.
Si rivedeva ragazzo, la prima volta che si era accorto che un seme era caduto proprio nel suo pezzetto di campo. Rivedeva le difficoltà della decisione e poi la felicità che subentrava dopo, quando nella sua carne aveva sentito la gioia di vivere, in prima persona, lesperienza di avvertire il seme trasformarsi in pianta e dare allinizio fiori e poi frutti.
Come desiderava che in molti potessero fare la stessa esperienza ...
Ripensava agli anni passati nella sua missione, alle sue comunità cristiane, che solo in parte aveva fondato, ma che nella totalità aveva unito e fatto crescere nella vita di Cristo; ai catechisti, ai gruppi di mamme, ai ragazzi delle scuole sparse nei luoghi più lontani e impervi, ai canti, ai tamburi nelle cappelle, alle danze di gioia nei giorni di festa. Gli tornavano alla mente i suoi viaggi, i primi anni a piedi e in bicicletta, e poi con la jeep, o quelli in canoa alle cappelle lungo il fiume. Il caldo e la luce accecante del sole, gli improvvisi acquazzoni e la semplicità che la gente gli aveva insegnato, di lasciarsi inzuppare i vestiti ...
Appena arrivato si era un po scandalizzato a vedere i suoi confratelli missionari che consumavano tante energie nellorganizzare scuole, posti sanitari, centri di cucito, cooperative ecc.
Levangelizzazione avrebbe dovuto, secondo lui, occupare a tempo pieno il padre missionario.
Poi aveva capito, ed ora che era vecchio lo vedeva ancor più chiaramente che incarnarsi nella società a cui era stato inviato era parte essenziale dellannuncio della buona novella. Doveva condividerne i pensieri, la saggezza, lo stile di vita, doveva sentire come sua la loro sofferenza, patire per le loro malattie, assaporare limpotenza, la povertà terribile dellignoranza e della miseria, sentirsi oppresso cogli oppressi per le ingiustizie e lo sfruttamento.
Una volta diventato uno di loro, come poteva starsene immobile, quando con laiuto di tanti, che restavano nelle retrovie, poteva contribuire a uscir fuori da quella situazione?
Aveva ripensato a lungo a quella frase di Gesù, che raccomandava ai suoi apostoli di non portare nulla con sé, né denaro, né bisaccia, né due paia di sandali. Questo pensiero gli procurava un po di disagio mentre si affaticava e si preoccupava per tutte quelle opere. Era solito parlarne col crocifisso di legno e di ferro che gli era stato consegnato alla partenza, perché fosse il suo unico compagno di viaggio, e che teneva attaccato al muro ai piedi del letto, per poterlo guardare e parlargli alla notte, nel gran silenzio della fioca luce della lampada a petrolio. Sperava che il crocifisso gli parlasse o che, per lo meno, gli mettesse nella mente la risposta; invece restava sempre immobile, sul muro, con le braccia aperte e gli occhi bassi, senza una parola. Allinizio pensò che il Signore non gli voleva rispondere, ma poi cominciò a capire che la risposta era solo quella: il Crocifisso in sé, senza aggiunte. Gesù sulla croce era lestremo limite a cui poteva giungere la solidarietà e la condivisione: gli era successo per aver voluto essere uno di noi, senza scappare. Pur immune da peccato aveva voluto condividere la nostra situazione di peccato. Seppure morente e senza più forza di parlare, era lui la parola suprema del Padre, che ci comunicava la buona novella del perdono e della liberazione. Era rimasto a contemplarlo senza parole, col fiato sospeso, per paura che il respiro facesse scappare quella comprensione. Ma subito gli era parso di sentire dentro di sé questa frase «non temere, sono venuto per restare con te». E infatti aveva mantenuto la parola.
Quando era stato espulso, il crocifisso laveva seguito, ed ora continuava a guardarlo da sopra laltar maggiore, anche se non aveva più la missione da seguire, ed era ormai soltanto e semplicemente un vecchio abate.
IL PRESEPIO
Alla prima svolta della strada non asfaltata che conduceva al santuario, il vecchio abate si fermò per riprendere fiato. La salita era ripida e gli anni pesavano. Era uno di quei cortissimi pomeriggi dinverno, dalla luce livida, che in un attimo diventano sera, e subito notte. I monti e le valli gli chiudevano lorizzonte: ci mancava ancora un bel po per arrivare in cima. Si affrettò a ripartire, per il timore di arrivare col buio.
Era stato in città per un po di spese. Tra laltro aveva comprato dei lumini speciali, che bruciavano lentamente: li voleva provare questanno nel presepio.
Era lantivigilia di natale, e ancora non era stata riallacciata la corrente elettrica al santuario. Ormai si sarebbe andati allanno nuovo e il presepio senza luci, per il vecchio abate, non era un vero presepio.
Mentre camminava a passo lento su per la salita, ripensava allaspetto di festa della città. Le strade erano illuminate da festoni di lampadine, i negozi erano pieni di ogni ben di Dio, e la gente girava carica di pacchi e pacchettini.
Gli pareva che ci fosse anche più chiasso del solito.
Gli era venuta un po di nostalgia a vedere tutta quella gente che aveva amici, parenti, famiglie, che avrebbe passato i giorni delle feste a cenare in casa gli uni con gli altri. Egli invece era solo, in cima al monte, e per di più senza luce elettrica.
Si accorse di questi pensieri, e cercò di scacciarli, come fossero tentazioni. Ma per quanto ci mettesse buona volontà, non poteva negare e se stesso e al Signore che si sentiva triste.
Quando era ancora giovane questi scoramenti gli procuravano un certo senso di colpa, ma ora, da vecchio, dopo che la vita gli aveva fatto conoscere comera fatta la misericordia di Dio, non se ne meravigliava neppure più. Era abbastanza umile per non lasciarsi rammaricare dalla propria debolezza.
Il giorno si avviava di corsa verso la fine, e quando la strada giunse sul falsopiano in cima al monte, un vento gelido ed impetuoso lo investì dimprovviso facendolo intirizzire.
Entrò nel santuario: dalle finestre alte e strette entrava solo un filo di luce. Andò ad inginocchiarsi sui gradini dellaltar maggiore, davanti al Signore.
Sperava di ricevere un po di conforto nellorazione, ma invece nulla. Rimase lì un pezzo, senza parole. Voleva pensare al Signore, invece gli ritornavano continuamente nella fantasia le immagini della festa della città, e lanimo continuava a restare triste.
Solo mentre usciva di chiesa per andare in casa, sentì nascergli dentro il desiderio di non aspettare lindomani per il presepio, ma di farlo subito, quella sera, anche se era ormai notte e non cera luce.
Andò in cucina per prepararsi un po di cena e per accendere la vecchia stufa a legna.
Ormai ci voleva la lampada a petrolio. Mentre il fuoco scoppiettava sotto la piastra di ghisa, un certo tepore cominciava a diffondersi nellambiente. La luce del giorno spariva del tutto, in fretta, e quella del lume diventava sempre più viva. Mise la cena al fuoco e, mentre aspettava che cuocesse, andò al ripostiglio per tirar fuori gli scatolini con le figurine del presepio. Li portò in cucina e cominciò a togliere la carta di giornale che avvolgeva le singole statuine e ad appoggiarle sul grande tavolo.
La prima che gli capitò in mano era un pastore, dai calzoni di pelle, chino in avanti, in atteggiamento estatico, col cappello rosso in mano.
Il vecchio abate lo rigirò adagio osservandolo attentamente. Lo appoggiò con cura sul tavolo, rivolto verso la lampada a petrolio. In quel preciso momento gli accadde qualcosa di nuovo e di bello. Quel pastore di terra cotta gli aveva aperto una porta dentro lanima, dalla quale entrava, insieme a ricordi e a sensazioni mille volte vissuti, un certo che di nuovo, una comprensione, una luce, uno stato danimo che cancellava di colpo la tristezza, la nostalgia e perfino il ricordo della cena sul fuoco e di tutto il resto.
Capitava che la preghiera di poco prima di fronte al Signore, che gli era parsa piena di distrazione e di incapacità, era stata immediatamente esaudita. Svolgeva le statuine dalla carta e le metteva una accanto allaltra: ognuna gli ripeteva linvito della precedente, e lo faceva diventare sempre più desiderabile: «Su vecchio abate, vieni anche tu con noi, nel nostro mondo incantato». La sua anima si faceva prendere per mano e condurre. Cominciava a comprendere la loro lingua, fatta di parole di silenzio e a capire le leggi profonde che ne regolavano la vita.
Rimise i pastori e gli altri personaggi nello scatolone e portò tutto in chiesa.
Aveva già preparato lo scenario nei giorni precedenti: mancavano solo le figurine.
Portò lì accanto le poche candele accese che restavano nel santuario, per vederci bene. Faceva molto più freddo che in cucina, ma il vecchio abate non se ne accorse quasi nemmeno. Ormai era entrato nel mondo del presepio.
Metteva a posto i pastori, le pecorine, i viandanti, le case. Ecco, finalmente, da un piccolo cartoccio usci Gesù bambino! Lo tenne un po tra le mani, e lo depose adagio nella grotta. Poi, cercò uno di quei lumini speciali che aveva comprato in città e lo accese ai piedi della mangiatoia.
Subito trovò anche s. Giuseppe e la Madonna e glieli mise accanto.
Una volta a posto Gesù bambino, per il vecchio abate era come se il presepio fosse già finito. Eppure dovette lavorare ancora più di mezzora, per sistemare tutto il resto. Fece i fiumi con la stagnola, il laghetto con lo specchio, sistemò i re magi in cima allultima collina, fissò la stella cometa sulla grotta e diede anche una spruzzatina di neve con piccoli fiocchetti di lana di vetro. Si poteva dire davvero finito, anche se aveva limpressione di aver dimenticato qualcosa. Accese tutti i lumini e riportò al loro posto le candele ormai prossime a spegnersi.
Il vecchio abate si fermò a contemplare il presepio e al tempo stesso a cercare di decifrare ciò che stava provando e qual era la fonte della tranquilla gioia che lo riempiva.
Guardava Gesù bambino sorridere, nella mangiatoia. Chissà perché sorrideva? Che Gesù bambino dovesse sorridere, al vecchio abate pareva ovvio. Ciò che però non si era mai chiesto era il perché Gesù sorridesse. Rimaneva lì, con questa domanda nella mente e con quella strana contentezza nel cuore. Guardava le fiammelle che, col loro palpitare, facevano tremolare le ombre incerte, guardava s. Giuseppe e la Madonna, anche loro contenti. Ma la loro contentezza era facile capire da dove veniva. Osservava i pastori in cammino verso la grotta. Venivano da più parti, ma tutti guardavano verso Gesù bambino. Perfino il dormiglione da dentro la grotta, vicino al fiume di stagnola, si era rizzato metà a sedere e guardava in quella direzione. Tutti i personaggi avevano un aspetto sorridente: nel presepio, tutti, dal primo allultimo, erano contenti. Anche se era la prima volta che ci badava, il vecchio abate sapeva da sempre che lo erano. E come non potevano esserlo? Era nato finalmente Gesù, e loro per primi, lo andavano a vedere e a conoscere. Anche lui era contento, capiva però che quel motivo poteva spiegare solo una parte della contentezza che aveva dentro. Laltra parte se la sarebbe potuta spiegare solo quando avesse capito il vero motivo del sorriso di Gesù bambino. Era sicuro che laltra metà del suo cuore e Gesù bambino avevano lo stesso motivo di gioia.
Il vecchio abate si conosceva. Di queste domande strane gliene venivano spesso in mente: erano, in un certo senso, segreti che riguardavano il Signore. Egli non lavrebbe mai trovata la risposta. Glielavrebbe dovuta dare il Signore stesso. E alla fine gliela dava sempre. Così chiese scusa un momento, fece un salto in sagrestia a prendere lo sciarpone di lana e il berretto da abate: era deciso a restare in preghiera davanti al presepio per delle ore, se fosse stato necessario.
Avvicinò una sedia e si appoggiò con i gomiti sul piano dellinginocchiatoio. Lasciò da parte le domande, smise di guardare il resto del presepio. Rimase a contemplare Gesù bambino e ad assaporare quella metà della contentezza che aveva per la venuta di Gesù bambino. Laltra metà, che gli rimaneva misteriosa e coincideva con quella del Signore, sarebbe stato lui stesso a fargliela capire, quando fosse venuto il momento giusto.
Il vecchio abate fermò i pensieri: era contento e basta, insieme al bambinello, a Giuseppe, a Maria e a tutti i personaggi del presepio. Questa era la sua preghiera semplice e totale. Nellantico santuario in cima al monte, avvolto nel silenzio dellultima notte prima del natale, sotto la neve che aveva cominciato a scendere senza far rumore, sera fermato il tempo. Nella città piena di luci e di chiasso nessuno poteva immaginare che cosa grande stesse avvenendo lassù. Cosa grande e semplice allo stesso tempo, come tutte le cose in cui centrava il Signore, che dalla mangiatoia, osservava sorridendo il vecchio abate. Gli pareva che lui pure fosse una statuina, una statuina viva, la prediletta fra tutte. A Gesù bambino faceva piacere stare lì sotto gli occhi e lamore del vecchio abate. Voleva gustare per un po la sua preghiera. Ad un certo punto non ce la fece più a starsene zitto e passivo: il vecchio abate aveva vinto, se così si poteva definire, quel «braccio di ferro» con lui. Il motivo della sua contentezza era questo: essere finalmente diventato un uomo. Era contento perché era in mezzo a loro, ai poveri, ai pastori, ai bambini, perché aveva fatto svegliare il dormiglione, e perché il vecchio abate gli dava la possibilità di stare insieme con lui, nonostante facesse freddo e non ci fosse corrente elettrica.
Dalla luce che si accese negli occhi del vecchio abate Gesù bambino capì che era riuscito a fargli intendere la risposta.
Il vecchio abate sorrideva, ed ora che aveva capito il motivo della contentezza di Gesù bambino, gli diventava chiara la ragione dellaltra metà della sua gioia: era contento perché il Signore era contento di stare in mezzo agli uomini. Era davvero una cosa semplice, come tutti i segreti del Signore, del resto. Una cosa tanto semplice che quasi lavrebbero capita anche il bue e lasinello.
Il bue e lasinello... già, ecco cosera che mancava nel presepio. Frugò meglio negli scatoloni. Sì, cerano anche loro. Li tolse dalla carta da giornale, e mentre li metteva al loro posto dietro la mangiatoia, un pensiero gli attraversò la mente: nella misura in cui un bue ed un asino potevano essere contenti, lo erano certamente anche loro!...
Stava a guardare il cielo con le stelle Le guardava e taceva. Erano molte, incontabili, e la via lattea poi Sabbia i cui granelli erano stelle. E tra una stella e laltra spazi insondabili
Le guardava e pensava...
Cercava di capire quale fosse la stella più lontana. Aveva letto che gli scienziati dicevano che le stelle del «confine» delluniverso distavano quindici miliardi di anni luce.
Immaginava di essere il raggio di luce di quelle stelle. Dopo quindici miliardi di anni arrivava sulla terra. Limmagine che portava era di quindici miliardi di anni fa. Era come se quei quindici miliardi di anni non fossero passati per lui, raggio di luce.
Lui non era invecchiato. Era limmagine della nascita di quelle stelle. Forse erano già morte nel frattempo, ma lui aveva ancora con sé il momento della nascita. Il tempo era passato per noi quaggiù ad aspettare quindici miliardi di anni e per le stelle lassù in cielo, ma non per lui, raggio di luce. Lui era contemporaneo alla nascita delle stelle e contemporaneo a noi. Per questa sua dote consentiva pure a noi di essere contemporanei ad un passato di quindici miliardi di anni.
Il tempo passava per tutti, allora, tranne che per la luce.
La luce era la più libera delle creature. Lunico essere libero dal tempo.
Guardava le stelle e pensava...
Luniverso era immenso. Ed era immerso nel tempo. Eppure era trafitto, trapunto, attraversato in tutti i sensi e in tutte le direzioni da una creatura, la luce, che era libera dal tempo. Un universo temporale cucito con un filo senza tempo.
Guardava estasiato e taceva.
... Ci sarà stato qualcosa di simile nel mondo dello spirito? Lui era un uomo affannato. Dalla mattina alla sera era condannato a correre, a fare. Aveva appreso a fare tutto di corsa, non perché gli piaceva correre, ma perché era costretto dallinestensibilità del tempo a fare tutto il più in fretta possibile, per riuscire a compiere i suoi numerosi doveri lungo il giorno, per riuscire a racimolare una mezzora per mangiare, per riuscire a dormire un po di notte.
Ma il suo cuore sognava la pace e il silenzio, il poter fermarsi a contemplare, senza più affanno e preoccupazioni, o interruzioni, il mistero di Dio.
In una prima fase aveva cominciato a pensare che, per raggiungere questo suo sogno, non cera altra soluzione che cambiare vita. Che bisognava vendere tutto, darlo ai poveri e poi seguire Dio.
La vita però, molto spesso, non è così semplice: tutto quello che lui possedeva, lo possedeva in comproprietà con gli altri, e non poteva disfarsene senza danneggiare i suoi soci.
Passò un certo tempo a studiare il modo di andarsene senza dar problemi a nessuno, ma non riuscì a trovare una soluzione accettabile.
Allora cominciò a vagliare altre soluzioni. La prima fu quella di valorizzare tutti i piccoli intervalli: in altre parole: siccome aveva poco tempo, cercare tutti i modi per risparmiarlo. Eliminare tutte le attività superflue, diminuire gli intervalli vuoti, coordinare le attività, organizzare un orario, raccogliere certe azioni come lo scrivere o il leggere o lo studiare, in orari prestabiliti.
Certo, ottenne risultati positivi e anche gratificanti, però rimaneva un limite invalicabile oltre il quale non poteva andare.
Cercò, ma inutilmente, altre soluzioni. Rinunciare al suo cuore di contemplativo non poteva più; cambiare vita, per il momento almeno, gli era impossibile, accontentarsi dei risultati raggiunti voleva dire darsi per vinto, di fronte al problema che si insinuava in lui, in tutte le pieghe della giornata.
Viveva così da molto tempo: gli pareva di essere come il vapore in pressione in una caldaia, che spinge, fruga, tenta e ritenta, forza e preme, alla ricerca di ogni minimo pertugio o incrinatura per poter uscire.
Finché quella notte rimase a guardare le stelle e a pensare.
La soluzione di tutto forse stava nel tempo. Da sempre ci si era abituati a pensare il tempo come qualcosa di oggettivo, di esterno a noi, implacabilmente esatto ed inesorabile, un fiume enorme che scorre, trascinando con sé, alla sua velocità, tutto luniverso.
Ma guardando le stelle aveva capito che la luce, che viaggiava da un punto allaltro delluniverso, appunto alla velocità della luce, sfuggiva alla presa del tempo.
Il tempo scorreva per chi stava al punto di partenza e al punto di arrivo, ma non per la luce in viaggio. E probabilmente neppure sarebbe scorso per chi fosse riuscito a salire su di un raggio di luce e a viaggiare con lui alla sua velocità.
Era necessario trasporre questa intuizione nel mondo dello spirito. Una voce dentro gli diceva che qualcosa di simile era vero anche nel mondo dello spirito. Si trattava di capire come...
Rimase lì estasiato a guardare il cielo coi milioni di stelle. Fermò il pensiero e rimase lì, così, in contemplazione, solo a gustare e a lasciarsi penetrare da quella vista e da quella intuizione.
Quando fu sazio, si riscosse e si chiese quanto tempo era stato lì in quello stato di estasi. Non lo sapeva. Già, proprio, non lo sapeva. E non poteva saperlo, perché, in fondo, il tempo non era passato. Non era passato per lui, per il suo spirito.
Esisteva allora una doppia qualità di tempo: quello materiale, che tanto per intenderci è misurato dagli orologi, e quello spirituale, di cui si ricordava unaffascinante definizione di s. Agostino: «estensione dellanima».
Era di questo secondo tempo che voleva penetrare il segreto.
Laffanno che lui sentiva, costretto a correre dalla mattina alla sera, sempre a fare, fare, fare, sempre più in fretta e con sempre meno intervalli, per poter alla fine afferrare un brandello di tempo per contemplare, era in fondo un problema di questo secondo tempo: della maniera di viverlo.
Il tempo materiale scorreva onestamente, sempre uguale, sereno, senza nessun imprevisto, tanto che faceva la felicità di tutti gli orologiai del mondo, che riuscivano a misurarlo e registrarlo senza il minimo errore, in ogni angolo della terra, con qualsiasi tipo di orologio, a sabbia, a pendolo, ad acqua, a pesi, a molla, al quarzo ecc.
Non poteva essere quello, così esatto e imparziale, a procurargli affanno. Laffanno gli veniva dal secondo tempo, dallestensione dellanima.
Quando si alzava al mattino, appena riprendeva possesso del «filo» della vita, ecco apparirgli nitida alla mente, e più ancora nel cuore, limmagine della giornata, piena zeppa di cose da fare, che si frapponevano fra lui e la piccola area di tempo, alla fine del giorno, che poteva essere riservata per contemplare, cioè, in ultima analisi, per vivere. Tutte le cose da fare costituivano un enorme, faticoso ostacolo che doveva poco a poco eliminare, appunto col «fare».
Ogni cosa che faceva aveva un suo tempo di durata calcolata. Se, di fatti, durava di più, allora sentiva un acuto dolore, perché in fondo gli consumava una parte del tempo che era riservato per «vivere».
Così era per gli imprevisti e i contrattempi, tutto veniva automaticamente pesato nella sua mente in «chilogrammi di tempo», che doveva sottrarre al suo «tesoro» in attesa.
Se invece un impegno svaniva o una cosa riusciva a farla più in fretta del previsto, allora era una gioia, perché quel giorno avrebbe potuto «vivere» un po di più.
Questa era la sua «estensione dellanima», il suo «tempo spirituale». A pensarci meglio gli pareva più giusto definire il tempo spirituale vissuto alla sua maniera, più come «estensione della sua anima» che come «estensione dellanima».
La libertà che cercava da tanto, forse avrebbe potuto trovarla quando fosse riuscito a eliminare quel «sua», e scoprire qual era la vera, suprema, assoluta estensione dellanima.
Guardava le stelle, ma le stelle, ora, tacevano.
Cercava lassoluto, e la risposta ora poteva venirgli solo dal contatto con lassoluto, penetrando nel segreto di Dio.
Quel brandello di tempo di contemplazione era loccasione che aveva per trovare la chiave del problema. Ma non era una cosa che poteva scoprire col cercare, frutto della sua intelligenza e perspicacia.
Era una cosa che poteva soltanto chiedere con umiltà e pazienza, fintanto che la sua anima fosse diventata tanto fine, «spirituale», da decifrare la risposta che lamore di Dio gli rivelava.
Allora, e solo allora, avrebbe capito.
Così cominciò con pazienza e fiducia a mettersi di fronte a Dio nellorazione. Non cercava discorsi o parole, soltanto stava lì tutto occhi per cogliere il minimo movimento delle labbra di Dio.
Passò, in tal modo, non sapeva più quanto tempo. Le labbra di Dio non si erano ancora mosse, ma sentiva che la sua parola, o meglio il suo silenzio, aveva già incominciato ad agire. Dentro di sé qualcosa mutava, o meglio maturava o forse, ancora meglio, moriva! Sì, proprio moriva! Qualcosa che non era vita, che gli succhiava la vita per vivere, si trovava progressivamente con sempre meno alimento, e scompariva poco a poco.
Stare di fronte allAssoluto, gli faceva capire che fuori dallAssoluto cera il nulla.
Per quanto potesse essere ovvio, capiva appena ora che il Tutto poteva bastargli da solo.
A questo punto le labbra di Dio si dischiusero, e senza pronunciare parola impressero in lui una scoperta sconcertante. Laffanno gli era provocato perché tutto il giorno correva, per cercare il tempo per stare con Dio, più che cercare Dio. Perché sopra quel tempo aveva atteggiamenti di possesso. Perché quel tempo era «suo» e tutte le altre cose e gli altri tempi gli rubavano, senza che potesse impedirlo, parte del «suo» tempo. Se non avesse posseduto nessun tempo, nessuno glielavrebbe potuto rubare. Doveva essere povero. La povertà interiore, la povertà dello spirito, quella del vangelo, era senza frontiere e senza eccezioni, sradicata da tutto. Ma era anche langelo che il Signore mandava avanti a sé per preparare la sua strada. La strada sua, di lui in quanto Assoluto. LAssoluto non poteva spartire con altri nulla, altrimenti non sarebbe stato possibile riceverlo come Assoluto.
A dirlo con parole era semplice. Ora doveva sperimentarlo con la vita. Il giorno dopo, quando si svegliò, le cose da fare gli si affollarono nella mente come al solito. Formavano una barriera faticosa di fronte a lui, e dietro a tutto vedeva quel piccolo spazio di tempo.
Gli veniva sgomento, ma non si lasciò vincere. Ora aveva un segreto da applicare, una forza nuova che gli era stata donata. Si concentrò nellorazione, per immergersi in Dio, nellamore dellAssoluto. Era lui che cercava, e basta. E come segno che era sincero tolse dal suo posto quel pezzetto di tempo e gliene fece offerta. Era disposto a perderlo, pur di poter possedere lui, ed essere posseduto.
Le labbra di Dio si dischiusero per la seconda volta, ma non riuscì ad afferrare ciò che gli sussurravano. Lì per lì ci rimase male, ma non si rattristò, perché sapeva già, per esperienza, che era un suo modo di fare per preannunciargli che avrebbe capito qualcosa di nuovo nascosto tra le pieghe della vita.
Cominciò la giornata e le cose da fare.
Mentre lavorava, di tanto in tanto gli veniva alla mente il suo segreto. Si sentiva libero di fronte al tempo di contemplazione che lo attendeva, e soddisfatto, perché contemporaneamente si accorgeva che lesclusività della sua scelta per Dio gli metteva in un certo senso Dio nelle sue mani. LAssoluto riempiva tutto, dominava tutto, lo accompagnava in ogni azione. Osservava sbalordito che ogni azione aveva, dentro di sé, la presenza ineffabile di Dio, non come un seme di contemplazione, ma come un albero fiorito.
E il tempo, cosera diventato il «tempo secondo», lestensione dellanima? Era proprio vero: il tempo era lestensione della sua anima.
Per ognuno il «tempo secondo» era differente, secondo lestensione di ciascuna anima. Aveva rinunciato a possedere il tempo, per sostituirlo con il possesso di Dio, ed ora si rendeva conto che, nella misura in cui riusciva a vivere quella rinuncia, il suo tempo, lestensione della sua anima, diventava inesteso, senza dimensioni.
Era entrato nel tempo di Dio, inesteso, eppure senza fine dove il sempre e ladesso coincidevano.
Capiva ora cosa gli avevano sussurrato le labbra di Dio, e anche perché non aveva capito: perché era cosa che le parole non sanno tradurre, ma solo suggerire!
E unintensa felicità lo possedette, mentre pronunciava penetrandolo, per la prima volta fino in fondo, il salmo vecchio di migliaia di anni: «Mille anni sono come un giorno, di fronte a te, Signore, e un giorno solo come mille anni...».
PROFESSIONE PERPETUA DI IRMÃ JACINTA
Sarei dovuto partire con lareo del mercoledì, ma giunto allaeroporto ci annunciarono che il volo era stato cancellato. Anche giovedì, venerdì e sabato nessun volo. Così oggi, domenica 16 settembre, mi sono visto costretto a restare a Quelimane, da una forza superiore alla mia volontà. Ne fui felice, perché avrei potuto partecipare alla solenne cerimonia della professione perpetua di Irmã Jacinta, nella chiesa di Coalane, alla periferia della città. Anche Coalane era stata scelta per forza di cose. Doveva essere a Luabo, ma il vescovo non fu autorizzato a trasferirsi là. Se la cerimonia fosse stata a Luabo, non avrei potuto parteciparvi.
Sarà perché io vivo in una chiesa delle catacombe, per cui gli Atti degli apostoli sono il mio conforto, ma mi viene spontaneo paragonare questo duplice impedimento sfociato in un incontro imprevisto, con le iniziative che Luca dice di essere dello Spirito, che interviene, che impedisce viaggi, disperde e fa incontrare, suscitando sviluppi non programmati nella vita di Paolo, di Filippo, di Pietro e della chiesa di quei tempi, vivente a Gerusalemme, a Samaria, in Antiochia, a Filippi, a Tessalonica, a Corinto.
Mi ero già cominciato a preparare nellorazione, alla vigilia, quando fu combinato che avrei dovuto celebrare io la messa delle 8,30 nella parrocchia della Sagrada Família, poiché ero lunico padre libero a quellora. Era contemporanea con la professione di Irmã Jacinta. Pazienza: avrei partecipato in spirito, celebrando per lei e chiedendo ai presenti di unirsi nella preghiera alla sua consacrazione definitiva al Signore.
Dopo la messa sarei corso a Coalane per assistere alle ultime battute. Il padre che mi doveva accompagnare aveva limpegno di visitare un malato, che abitava lungo il tragitto. Nonostante questultimo imprevisto presi con me lalba e la stola, perché anche se in ritardo, volevo partecipare, come sacerdote nelle sue funzioni, alla messa della professione.
Arrivai a Coalane quando il vescovo stava finendo lomelia in lingua chuabo dopo quella in portoghese. Nonostante tutto ero ancora in tempo per assistere al completo alla cerimonia della emissione dei voti perpetui.
La chiesa di Coalane è grande, ed era piena di gente. Sul presbiterio il vescovo celebrava con diciotto padri. Nel primo banco, sotto, cera Irmã Jacinta con un vestito bianco e rosa lungo fino ai piedi e il velo bianco sul capo.
Mi vestii in fretta ed entrai nel presbiterio accolto da p. Renato, un sacerdote mozambicano, che faceva da cerimoniere. Cera ancora uno sgabello libero, quasi fosse stato apposta ad aspettarmi. Cominciava in quel momento il canto, in chuabo, di introduzione alla professione. Diceva: «Lo Spirito santo dà a ciascuno doni speciali per il bene di tutti». Questo canto mi scosse profondamente; era cantato da centinaia di persone a piena voce, sostenuto dal coro dei tamburi e dei sistri scatenati in un ritmo travolgente. La chiesa pareva tremare di gioia. Capii che Gesù non esagerava quando diceva ai farisei che le pietre avrebbero potuto cominciare a cantare la sua gloria. Per me, abituato a celebrare in segreto, era come se la comunità mi venisse a prendere per mano, per unirmi nel cerchio a danzare con lei. Irmã Jacinta si era alzata in piedi e stava davanti al vescovo, che era sceso vicino ai gradini del presbiterio.
Il canto continuava e io guardavo i due protagonisti uno di fronte allaltro: Irmã Jacinta era lunica suora della sua congregazione in Mozambico. Nonostante la solitudine e le difficoltà, il seme aveva attecchito, ed ora stava lì, per consacrarsi per sempre al Signore. Quella sua solitudine invece di isolarla la rendeva più universale. Mi rendevo conto che era veramente di tutti. Il vescovo era il suo superiore diretto, e la chiesa diocesana di Quelimane la sua famiglia. Lei era di Luabo, e la comunità di Luabo era venuta a Coalane; viveva e lavorava a Inhassunge, e la chiesa di Inhassunge era presente; professava a Coalane, e quella comunità la sentiva sua. Mi pareva che rassomigliasse a Melchisedek, senza genealogia, apparso nella storia allimprovviso, puro dono gratuito di Dio. Allora pregai perché come Melchisedek, potesse offrire un sacrificio gradito e come lui avesse discendenza.
Il vescovo le chiese se si sentiva libera di consacrarsi per sempre a Dio. Sì, lo era.
P. Renato interrogò i suoi genitori, poi la comunità di Luabo, poi quella di Inhassunge. Tutti erano daccordo: concordavano che fosse per sempre solo di Dio.
Il vescovo proseguì con le domande di rito, per rendere presenti alla coscienza, uno per uno, gli impegni della professione perpetua.
Irmã Jacinta continuava in piedi di fronte al vescovo quel semplice dialogo fatto di «sì, lo voglio». I concelebranti facevano corona in presbiterio, e i cristiani in chiesa ascoltavano in silenzio, corresponsabili, nello Spirito, di quel passo che si stava per compiere.
Era tempo di invocare i santi, perché anche loro fossero presenti, con la loro solidarietà di perfetti, e la loro intercessione di intimi di Dio.
Lassemblea cominciò un canto a bocca chiusa. Il coro modulava un motivo e tutti rispondevano con le note del ritornello. Era commovente sentire il passaggio dal coro alla poderosa pienezza dellassemblea. Poi dimprovviso entrarono i tamburi: quale santo avrebbe potuto resistere a tale struggente convito? I tamburi zittirono e il lettore cominciò ad invocare i santi uno per uno, dal più grande, Maria di Nazaret, passando per gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, i grandi fondatori, i religiosi, i mistici, fino ai santi dei nostri giorni. Ormai tutto il corpo di Cristo era radunato, presente nella coscienza gli uni degli altri. Il vescovo invocò il Padre, per il Figlio, nello Spirito santo. Irmã Jacinta era in ginocchio. Si fece un gran silenzio. Con la sua voce esile, ma ferma, pronunziò la formula della professione perpetua.
Ciò che stava in lei era compiuto.
Era tempo di invocare lonnipotente benedizione di Dio, perché questopera iniziata fosse vissuta in pienezza.
Il vescovo pronunciò, con le mani tese sul capo, la lunga e solennissima benedizione. Poi le mise al dito lanello, che raffigura la perenne fedeltà di Dio per lei, a testimonianza incancellabile di quella benedizione traboccante, concessa senza pentimenti. Poi la fece alzare e labbracciò.
Tutti noi concelebranti, i genitori, le suore presenti e i familiari, uno a uno, labbracciammo e la baciammo, in segno di gioia e di comunione.
La messa proseguì con loffertorio. Irmã Jacinta e i suoi genitori presentarono le offerte, ma la vera offerta era lei, la loro figlia. Fu fatta salire allaltare nella posizione donore, alla destra del vescovo, in mezzo al coro dei concelebranti. Alla fine del canone alzò il calice, nellacclamazione di gloria a Dio, e alla comunione scese assieme al vescovo per distribuire il corpo del Signore ai fedeli.
Lassemblea era piena dellamore che il Cristo ci donava e i canti si succedevano ai canti, in chuabo e in portoghese, accompagnati dal suono travolgente dei tamburi e dei sistri. Quando i cuori furono sazi, Irmã Jacinta scese ai piedi dellaltare per ricevere dal vescovo e dai concelebranti la benedizione solenne, del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, abbraccio in Dio dei presenti, che non finiva col finire della voce che la pronunciava.
A questo punto il resto dei fedeli, che non laveva potuto fare durante la messa, si mise in fila per presentare doni e per baciarla e abbracciarla. Uno a uno li abbracciò e li baciò e da tutti fu abbracciata e baciata.
La chiesa si vuotava a poco a poco. Solo il coro, imperterrito, si era avvicinato con tamburi e sistri e continuava a riempire la chiesa della sua gioia. Fu a questo punto che una ragazzina poliomielitica si portò davanti, camminando sui ginocchi e le mani. Quando fu vicina si pulì le mani sul vestito povero e guardò in su.
Irmã Jacinta la vide. Lasciò gli altri, scese i gradini, si inginocchiò per essere alta come lei e si baciarono e abbracciarono.
Io stavo a guardare in silenzio. Mi sentii commuovere da quello spettacolo quasi senza testimoni. Era veramente lamen che il Signore aveva affidato al suo angelo di portare a Irmã Jacinta, bacio che Dio le dava sulla bocca.
Non è solo il Signore lunico termine della nostra contemplazione. Anche gli uomini lo sono. Quando, poi, dopo anni di assenza si ritorna a casa e si apprende che sono morti, allora la loro presenza, che vive solo nella memoria, riaffiora e si trasfigura in qualcosa di molto radicale ed «eterno», che si potrebbe definire comunione.
È quasi mezzanotte di capodanno e dimprovviso ho ricevuto visite. Siete voi tutti amici miei!, che non avete potuto aspettare il mio ritorno. Questa sera era il quarto capodanno che facevo senza di voi, lontano. Ed ora che son tornato, voi non ci siete più.
Ma prima che arrivi mezzanotte siete venuti, per gli auguri. Il viaggio è stato lungo, per voi, tuttavia siete ancora in tempo: cè mezzora abbondante a disposizione prima che passi il capodanno.
Lasciate che vi abbracci uno ad uno, e vi ringrazi...
Mentre ti abbraccio, Laura, mi ricordo che mi salutasti per lultima volta, proprio come stai facendo adesso, con un bacio. Eravamo quasi nel mezzo di una piazza, appena scesi dal taxi, fermo in seconda fila, nel caos, del traffico di Torino. Ci separammo davanti allospedale dove ti recavi, per le applicazioni di cobaltoterapia. lo ero vestito col clergyman, e tu mi abbracciasti e mi desti un bacio: a me pareva davanti a Torino intera. Di tutta quella gente che ci vide, chi poteva sapere che eri mia cugina e stavi per morire?
Solo noi, e tutte due, sapevamo che quel bacio era lultimo addio, anche se, sorridendoci nel saluto, cercavamo che laltro non se ne accorgesse.
Ti ero venuto a trovare a Torino, al mio passaggio per lItalia. In quegli ultimi anni ti eri ammalata. Mi avevano scritto delle due o tre operazioni, delle terapie intensive e del tuo continuo peggioramento, nonostante tutto.
Le due vecchie zie, Ada e Margherita, ti avevano assistito, ed ora, che ti alzavi e cercavi di reagire, eri tornata a vivere da sola.
Era la prima volta, o la seconda, credo, che venivo a Torino. Ti avevo telefonato il giorno prima e mi dicesti il numero del filobus, con le indicazioni dove dovevo scendere. Mi ricordo di aver fatto un pezzo a piedi per quelle strade semideserte, lungo il Po. Eri uscita per poco tempo, e mi sedetti su una panchina di fronte a casa tua, sotto il pallido sole autunnale. Arrivasti di lì a poco in macchina.
Ti aiutò a scendere, con grande gentilezza ed attenzione, il tuo anziano collega, col quale avevi una rappresentanza di articoli di peltro.
Mi colpì quel suo fare gentile e silenzioso. Non disse quasi una parola, neppure quando mi mostrasti il campionario di piatti, tazze, soprammobili e caraffe di quello strano metallo simile allargento, che ti confesso sinceramente, non avevo mai sentito nominare.
Accondiscese subito alla tua proposta di lasciare gli affari per quel giorno, perché tu potessi stare un po con me. Ti salutò come un gentiluomo dellottocento e se ne andò.
Scusa se ora te lo dico, ma le sue maniere mi confermarono, dolorosamente, che ormai non cera, per te, più nessuna speranza.
Avevi male alla schiena, il busto ti provocava piaghe sotto le ascelle, ma eri una donna forte, abituata a vincere il dolore della vita, e a vincerlo da sola.
Mi volesti, a tutti i costi, preparare tu il pranzo, invece di andare al ristorante. Mentre lavoravi in cucina, per lasciarti più libera, andai alla parrocchia, per vedere se avessi potuto celebrare la messa.
A quellora non cera nessuno, e dopo molto suonare e cercare, qualcuno, che suppongo fosse la moglie del sacrestano, mi diede le indicazioni per arrivare, attraverso porte e porticine, fino allaltare, dove cera tutto pronto per i sacerdoti di passaggio.
Mi pare di ricordare un altare enorme, al centro di una chiesa vuota. Di una cosa sola mi ricordo, con certezza, di aver pregato per te.
Dopo la benedizione data agli invisibili presenti, spensi le candele, piegai i paramenti e rimisi tutto in ordine. Firmai il registro e me ne tornai solitario.
Durante il pranzo rimanesti quasi sempre in piedi, perché, seduta, la schiena ti doleva di più.
Sono contento adesso, di averti raccontato, mentre pranzavamo, il più antico ricordo che avevo di te, e che sempre, ancora oggi, mi viene alla mente quando ripenso a te.
lo ero un bambino, ancora non andavo a scuola, e tu eri una signorina sui ventanni, molto bella, con i capelli tagliati corti e i calzettoni.
Eravamo in casa dalle zie, il giorno della processione della Madonna di san Luca. Come tutti gli anni, quello era il giorno dellincontro di tutti i parenti, per assistere dalle finestre del primo piano, allarrivo, sotto il baldacchino, della Madonna, per la benedizione in piazza Saragozza.
Fuori dalle finestre sventolavano gli addobbi rossi, la processione sfilava interminabile e solenne, e per ultima, subito prima dei parroci della città, del cardinale e della Madonna, cera la banda che procedeva dondolandosi a tempo di marcia, solenne e lenta, e suonava linno della Vergine, «Scendi dal trono fulgido».
A quellora del pomeriggio il sole illuminava quasi dinfilata via Saragozza e il colpo docchio era splendido; la processione, le case e gli addobbi scarlatti, immersi ed abbracciati da quella luce dorata di piena primavera. Sul tavolo della sala da pranzo cerano già pronte le torte e i bicchieri per il rinfresco che si faceva dopo la benedizione.
Questa era «la festa» del nostro parentado, dove veramente tutti ci si riuniva. Quasi sempre cerano anche i nostri cugini e zii di Reggio Emilia.
Quellanno, uno dei primi di cui mi ricordi della processione, ceri anche tu, che abitavi lontano. Venisti a giocare con noi più piccoli nella stanza dingresso, mentre si aspettava linizio. Fu lì che mi spiegasti, non so più bene perché, il significato della espressione «stare con le mani in mano».
«Ecco, mi dicesti, vedi? e ti stringesti una mano con laltra chi mette le mani in mano non può lavorare, né fare nientaltro».
Chissà perché questo ricordo si scolpì tanto nella mia memoria.
Forse perché è legato alla processione della Madonna di san Luca, giorno atteso e ricordato di anno in anno, per tutta la durata della mia infanzia. O forse perché è il primo ricordo della gioia che si prova a capire di colpo qualcosa a cui si è accostumati, senza averne colta la ragione nascosta.
O forse perché nella mia innocenza di bambino piccolo, fui colpito dalla tua bellezza e dalla tua gentilezza verso di me: tu grande spiegavi una cosa a me piccino.
Allo stesso modo ricorderò sempre il bacio daddio che non ti vergognasti di darmi davanti a tutta Torino, anche se ero vestito da prete, perché sapevi che sarebbe stato lultimo tuo, su questa terra.
Aldo, cugino mio! Ci univa lo stesso nome, lo stesso mese di settembre in cui siamo nati, a pochi giorni di distanza, e linfanzia, splendida, passata insieme.
Nei ricordi, la maggior parte dei dettagli sono sfumati, hanno perso i contorni, ma ne è restato il calore, la tonalità, come un sentimento di fondo, che riempie di un misto di commozione, di serenità, di nostalgia a rievocarlo.
Se chiudo gli occhi, rivedo Lamporecchio, coi suoi colli pieni di ulivi e di cipressi, e il sole dellestate.
La casa di nonna Eugenia, e lei piccolina e curva, con le forbici legate alla cintura, seduta sulla sedia di vimini, sempre a lavorare, a filare, a sferruzzare, a cucire, a rammendare.
Le scale ripide, di pietra grigia, coi corrimani di legno fissati al muro, le stanze con le finestre dalle persiane verdi, che mi parevano alte ed enormi. E poi la stalla, il pozzo, lorto e quella striscia di prato che finiva col cancello di un vicino, territorio nostro, teatro dei nostri giochi.
La bottega col suo meraviglioso incanto; la cartoleria con le sue cose belle da vedere. Cerano i quaderni dalle copertine colorate, le matite, le scatoline piene di pennini tutti nuovi, puliti, a punta grossa e punta fine, con la gobbina o diritti.
Io mi estasiavo a guardarli. Ma la parte che più mi affascinava era lo spaccio coi suoi odori. Il profumo del tabacco delle sigarette che si vendevano a numero, o addirittura di quello sfuso che si metteva sulle cartine, che si arrotolavano e si incollavano con la saliva.
Cera zio Arturo che mi incantava con la sua maestria nel far le sigarette, e poi mi sorrideva soddisfatto, per aver avuto uno spettatore attento ed ammirato.
Lodore delle aringhe nelle casse, del prosciutto e del salame da affettare, e perfino della carta gialla, grossa, ruvida per fare i pacchi.
Sai, Aldo, ancora adesso, se mi capita di sentire uno di quegli odori, tutto il mondo di Lamporecchio ritorna alla memoria, rievocato magicamente.
La cosa più bella di Lamporecchio, però, era la nostra famiglia, così grande, con tanti zii e tanti cugini, eppure così unita nellaffetto e nella vita di tutti i giorni.
Già molti degli zii stanno ora con te e nonna Eugenia.
Zio Gianni, che era per noi un po il capo famiglia, con la matita dietro allorecchio, gli occhiali tirati su, sulla fronte, sempre di buon umore, mi sembrava il capitano di una nave, nella sua bottega. E mi pare di sentire ancora la voce della gente che lo chiama! «Oh Gianni!».
E poi, quando ritornavo dopo tanti anni, già grande a casa sua e andavamo in giro a passeggiare, e lui anziano, chi lo vedeva passare, lo continuava a chiamare «Oh Gianni!». Lui si rigirava e rispondeva «Bah, chi si vede!».
Gli piaceva molto conversare, e lultima volta che andai a trovarlo e restai lì in casa un giorno, mi ricordo che gli fece un po dispiacere il mio modo di essere piuttosto taciturno, forse perché aveva timore che quel giorno mi sentissi triste. E allora parlò lui di tutto per tenermi su, per cercare di coinvolgermi e farmi conversare, per dimostrare che non cerano problemi o tristezza, perché io ero il suo nipote Alduccino, e mi voleva bene.
Già, Alduccino.... ti ricordi i nostri soprannomi per distinguerci? Io Alduccino e tu Aldo Grosso. Solo da grande mi sono reso conto che il tuo era solo un soprannome. Tutti ci chiamavano così e anche noi luno con laltro, gli unici che non potevano correre rischi di confondersi.
Quanti giochi e quante avventure insieme! Nella striscia di terra dietro casa, di fianco allorto. Cera un fico, lì, e mi ricordo le arrampicate, le acrobazie che facevamo. In fondo cera un muro di pietre e malta, grosso, ruvido, sempre caldo per il sole. In cima aveva pezzi di vetro di bottiglia fissati di taglio nel cemento. Erano fonte di timore e curiosità allo stesso tempo. Quando riuscivamo ad arrampicarci, sempre di nascosto, fino in cima, e li potevamo vedere da vicino e toccare col dito, ci procuravano dispiacere perché ci impedivano di stare a cavalcioni sul muro, ma erano pure motivo di profonda soddisfazione, perché, nonostante la loro minacciosa presenza, noi eravamo riusciti ad arrivare in cima e sbirciare nel terreno «proibito», cintato dal muro.
Quando era estate andavamo a giocare con la terra in un boschetto di pini marini sulla strada di S. Rocco, accompagnati da mia mamma o da qualche altro adulto della famiglia. Allora cerano anche gli altri cugini e le bambine.
Ogni tanto si facevano le grandi passeggiate a Spicchio, a Maestromareo o fino a Borgano, per quella strada di terra, polverosa, in mezzo ai campi e al sole.
Chi ci accompagnava era lo zio Sandro, forte, instancabile, era per noi il gigante buono. Là cerano dei parenti di nonna Eugenia e nella loro casa si beveva lacqua fresca del pozzo e si mangiava sempre qualche brigidino o zucchero filato.
Destate cera unaltra cosa meravigliosa a Lamporecchio: il bar di zio Guido, in cima alla salitina che da casa nostra arrivava al centro del paese.
Quasi tutti i giorni andavamo là, insieme, a vedere la gente seduta ai tavolini sotto la pensilina di stoffa o dentro nella sala a giocare a carte o a parlare, col caffè o la gassosa davanti.
E zio Guido che parlava, rideva, raccontava o diceva battute. Non si capiva fino a che punto la gente entrasse per prendere qualcosa o per vedere e ascoltare lui. Alla macchina del caffè cera spesso Lando, il cugino più grande, che studiava. Nelle vacanze, nei giorni liberi, lavorava lì. Poi cera zia Annita, sempre magra, attenta a tutto, instancabile. Era lei che ci chiamava e ci dava un gelato nel cono di biscotto, con la palettina di legno bianco, che, quandera finito il gelato, succhiavamo fino a che lultimo resto di sapore era svanito.
Accanto al bar abitava lo zio Pasquale con zia Teresina. Zio Pasquale me lo ricordo col cappello di paglia in testa, i calzoni con le bretelle, a salire i gradini di quella piccola scalinata bianca, stretta, che dava sullorto. E zia Teresina, piccola piccola, buona, che voleva bene a tutti. Parlava con noi, suoi nipoti piccoli, come si farebbe coi grandi, con lo stesso rispetto e serietà. Amava tutti e da tutti era amata.
Ora, Aldo, lei e zio Pasquale, zio Guido e zio Sandro, nonna Eugenia e zio Arturo sono con te, vivete insieme, di nuovo.
Aldo, dopo la nostra infanzia ci siamo visti solo di tanto in tanto destate, quando facevo una scappata coi miei, a Lamporecchio.
Da grande ti voglio rammentare solo una gita che facemmo in moto. Mi portasti con la tua vespa a vedere, tra i colli pieni di ulivi e di cipressi, per strade silenziose, solitarie, assolate, una chiesina del duecento. Avevano scoperto degli affreschi di quellepoca, ignorati, ricoperti da una mano di calce.
Entrammo insieme, salimmo per le scale appoggiate al muro per vedere da vicino quella meraviglia riapparire chissà dopo quanti secoli.
Toccammo il muro col dito, quasi per palpare la traccia del pennello. Doveva essere un sabato pomeriggio e non cerano i restauratori. Noi due soli eravamo nella cappella, in quella luce smorzata, che entrava dalle finestrelle, dopo essersi vestita di verde tra i rami degli alberi, lì fuori. Fu unesperienza magica, quasi. Là in quella chiesina il silenzio e la solitudine facevano come barriera che ci scioglieva dal tempo e dallambiente.
Mi faceva limpressione che fossimo soli al mondo, sprofondati nel passato di alcuni secoli, ammessi ad ammirare quegli affreschi dellepoca di Giotto.
Così ora, Aldo che sei venuto a salutarmi, siamo presenti uno allaltro, seppure divisi dallo spartiacque della morte. E la seconda volta che vieni. Laltra fu quando moristi.
In quella notte una foglia secca mi cadde sulle ginocchia mentre ero seduto fuori, a migliaia di chilometri di distanza da te. Mi chiesi cosa potesse significare quellarrivo così strano. Rimasi molti giorni a pensarci, finché mi giunse la lettera con lannuncio della tua partenza in quel giorno.
Un segno del tuo amore per me, e quasi un messaggio perché continuassi io, a camminare, anche a tuo nome, sulla terra.
Don Carlos, eri stato chiamato il Paganini dellArgentina, e mi ricordo il tuo ritratto ad olio di quando eri famoso e giovane, che ci guardava dalla parete, nellatto di suonare, estatico, il violino.
«Lambasciatore del tango» eri chiamato nei ritagli di vecchi giornali di prima della guerra, che tu conservavi gelosamente in un album in quella stanzuccia misera, polverosa e disordinata dove ti venivamo a far visita Fernando ed io.
Eri povero quando ti conoscemmo, quasi cieco, con la moglie continuamente dentro e fuori dallospedale. Non eri proprio vecchio, ma soltanto molto logoro e sciupato. Giravi le parrocchie per suonare ai matrimoni col tuo amico Volpe, lorganista inseparabile. E ricordo anche un certo tuo disappunto quando qualche parroco non si ricordava di chiamarti.
Ormai non ci vedevi più per leggere la musica, e suonavi tutto a memoria. Però, col tuo violino, eri rimasto grande: sembrava che passassi larchetto sul cuore, invece che sulle quattro corde. E Fernando mi diceva che modificavi la musica, labbellivi, la facevi piangere, la riprendevi, lestendevi, come se lincipiente cecità ti avesse liberato dalla rigida guida dello spartito. Lorganista doveva essere bravo per restarti dietro. Per questo, forse, Volpe era sempre con te.
Nella tua stanzina mezza oscura ci raccontavi, tra le tante cose, di quando suonavi a Milano, in un locale di lusso, sotto la Galleria.
I cantanti della Scala e lalta società di Milano vi si fermavano a cenare, alluscita dallo spettacolo. Una sera ti sentisti ardito, ardito a tal punto da offrirti al pubblico per suonare qualsiasi pezzo che volesse udire. Poi ti pentisti subito, perché avevi rischiato una figura meschina. Si alzò un signore in frac e chiese una canzone che non conoscevi. Con prontezza di spirito gli dicesti sorridendo: «Non posso ricordare tutti i titoli a memoria. E così gentile da richiamarmi laria? Il signore, sotto gli occhi divertiti di tutti, accennò un motivetto. Provasti quattro note sul violino, poi desti alcune indicazioni alla tua orchestrina e dicesti ai tuoi musicisti titubanti: «Coraggio, venite dietro a me, come se niente fosse».
Alla fine unovazione accolse il tuo originalissimo «arrangiamento».
I tuoi occhi luccicavano di commozione tutte le volte che ci raccontavi questo episodio. E ridevamo anche quando ricordavi le risposte date in una delle sette lingue che sapevi, a gente che si spacciava per straniera per cercare dimbrogliarti.
Quando sapesti che Fernando ed io saremmo partiti per andare in missione, quanto era bello fantasticare su uno spettacolo di beneficenza da fare al Duse o allAntoniano, in cui tu avresti suonato il meglio del tuo repertorio: musica tzigana, tanghi, canzoni sentimentali. In fondo avevi ancora un grande nome fra gli impresari, e inoltre, se non fosse stato per la salute malferma e per la vista, avresti accettato chissà quante volte le proposte che la televisione ti faceva ogni tanto, per uno spettacolo sui maestri celebri ritornati nellombra.
Era così grande il tuo desiderio di poterci aiutare con qualcosa di veramente tuo, e soprattutto con qualcosa degno di te! Te ne saremo perpetuamente grati, don Carlos, di questo tuo spettacolo, che io credo ci fu davvero, anche se non lo potesti realizzare mai!
Il tuo regalo più bello, tuttavia, fu di aver suonato il tuo «cuore-violino» durante la messa della mia ordinazione a sacerdote.
Cè un momento nella cerimonia, che è il più alto di tutti: la imposizione delle mani. Prima il vescovo, poi i sacerdoti presenti appoggiarono in silenzio le mani sul mio capo, coscienti di trasmettermi con quel gesto lo «Spirito santo» che mi consacrava sacerdote come loro, per sempre.
Mentre in chiesa tutti trattenevano il pianto, consapevoli di quel solennissimo momento, tu suonasti, o piangesti, non so, ladagio di Albinoni per me. Lo Spirito santo riempiva la chiesa e la tua musica labbracciava, laccompagnava, dando espressione ai sentimenti di tutti.
Sono passati già parecchi anni, eppure tutte le volte che risento quella musica mi torna alla mente quel momento e non posso trattenermi dal confidare a chi ascolta con me, che fu durante lAdagio che io diventai sacerdote.
Non aggiungo nulla su di te, e di come suonasti quel giorno, perché vivo troppo lontano da dove ci conoscemmo. Ma lo so io. Ed ora che non ci sei più, quando lo sento, lAdagio di Albinoni, mi immagino di starlo a suonare io, per te, con tutto quellamore di amico con cui me loffristi, quel giorno.
Maria, finalmente ce lhai fatta a morire!
Ti avevo conosciuta alla Casa della Carità negli ultimi anni, da studente di teologia. Eri paralizzata completamente. Solo potevi parlare e aprire gli occhi. Stavi sempre girata sul fianco sinistro, nel primo letto vicino alla porta, con lo sguardo alla grande finestra del prato di dietro, in fondo al quale passavano come razzi le macchine dellautostrada.
Alla Casa della Carità cera sempre gente che andava e veniva, per aiutare le due suore a lavare, stirare, alzare i malati, lavarli, imboccarli. Era unesperienza bella, perché si poteva fare qualcosa che servisse veramente, senza sentirsi «buoni» e venire cerimoniosamente ringraziati. Anzi dava limpressione di fare finalmente soltanto il proprio stretto dovere di solidarietà umana.
Ma per te cera bisogno di qualcuno che si fermasse a farti un po di compagnia. Ci si sedeva accanto a te a parlare, mentre la gente entrava e usciva dalla camera, affacendata. Mi dicevi sempre che eri stanca di vivere e pregavi perché il Signore ti prendesse presto. Doveva essere duro vivere come un tronco dal collo in giù.
Non sempre cera qualcuno che ti stesse vicino, con tutto quel daffare. Però bisogna dire che eri un po il cuore della Casa. Tutti ti conoscevano e ti venivano a salutare. Fra i tanti ricoverati, poveri di intelligenza o incapaci di parlare, tu eri una specie di fiore, inferma solo nel corpo, ma molto viva nel cuore e nello spirito. Avevi un po la funzione di coscienza della comunità dei malati, e seppure bisognosa di tutto, eri più dalla parte di noi sani che aiutavamo, che da quella dei necessitati.
Sapevi chinarti, come un padre sa, sulla loro incosciente incapacità. Quasi per caso scoprii che ti piaceva ascoltare il suono dellocarina, e da allora, tutte le volte che ti venivo a trovare, ti suonavo sempre qualche motivetto. Suonavo molto male, ma a te piaceva lo stesso e non so chi fosse più contento di noi due. Quando partii per lAfrica io ti scrissi raccontandoti qualcosa della nuova vita che facevo, e tu chiedesti ad una signora che ti veniva sempre a trovare, che ti prestasse le mani per rispondermi. Mi ricordo che mi dicesti che ti saresti voluta trasformare in una formichina, per venire a vedere anche tu un pezzo dAfrica. In unaltra tua lettera mi chiedevi se ti avevo riconosciuta tra le tante formiche che cerano da me, perché eri venuta davvero a trovarmi.
Poi non mi scrivesti più...
Mi scrisse invece suor Gemma per dirmi che eri morta. Il Signore aveva ascoltato la tua preghiera e ti aveva preso con sé, e forse ha ascoltato anche laltra, di lasciarti visitare lAfrica travestita da formichina. Certo è che queste tue «sorelle» sono le vere regine di quelle terre, e non cè metro quadrato dove non ce ne sia qualcuna, per cui ti sentirò sempre vicina in qualunque parte mi sposterò, e starò attento sai, a non pestarle, che non succeda, per caso, che ti faccia male.
Ciao, don Ruggero! mi sembra ancora di vederti seduto nel confessionale, con la luce accesa, a pregare sul breviario o a preparare testi biblici per una riunione.
Ci siamo sempre visti in clima di arrivo o di partenza.
La prima volta che ci vedemmo fu quando tornai dal Portogallo: arrivai alle due del mattino tra il sabato e la domenica, a Linate e venni in parrocchia per celebrare la messa delle undici, accompagnato da tutta la famiglia di mia sorella.
Fu una conoscenza superficiale, ma dicesti una intenzione anche per me alla preghiera dei fedeli.
Era il mio primo incontro con la parrocchia e mi fece subito una bella impressione, con la chiesa piena di gente che pregava e cantava.
Poi ci rivedemmo ancora, e fu per lultima volta, in quei quattro giorni in cui passai dallItalia, tre anni fa. Ci facemmo festa a vicenda, contenti di esserci nuovamente incontrati. A pensarci bene ci conoscevamo appena, eppure ci sentivamo amici sul serio.
Credo davvero che ci sia un modo di conoscersi per intuizione: ci si «capisce», ci si capta, senza bisogno di parole o di lunga convivenza.
Poi io ripartii, e tu moristi.
Me lo scrisse mia sorella, e dalla sua lettera risalii allevento, che la tua scomparsa improvvisa era stata per la vita di tutti i fratelli che avevi in quella parrocchia.
Da morto avevi pronunciato la tua più alta omelia, e avevi forzato coscienze che in vita ti erano state precluse.
Il tuo silenzio riempiva le orecchie e scendeva diretto al cuore.
A trentun anni morivi in cinque giorni. Mentre pensavo con la lettera appena ricevuta, davanti, mi ritornava alla mente un detto degli antichi: «Gli dèi fanno morire giovani coloro che amano» ...
Sai, don Ruggero, sono stato qualche giorno fa a Milano, nella tua parrocchia. Ho rivisto tanti amici comuni, ne ho conosciuto dei nuovi, ho celebrato la messa del «ben tornato», ho mostrato le diapositive dellAfrica, ho parlato, sono stato festeggiato.
Ti voglio confidare unimpressione che ho avuto; il Signore ti ha concesso di restare in parrocchia per prestare servizio come langelo Raffaele: presentare come incenso nel turibolo davanti a Dio le opere buone e le preghiere di coloro che sono restati o che tornano, come me, ogni tanto.
Ferruccio! Già... è vero, anche tu! Anche tu sei venuto stanotte con gli altri a visitarmi. Sei stato lultimo a partire, e sei già qui..:
Quanti anni occupano i nostri ricordi di amicizia! Ma se devo racchiuderli in una unica evocazione, emerge il nostro reciproco volerci bene e stimarci, il considerarci lun laltro uomini maturi, che non hanno più bisogno di un affetto protettivo o apprensivo, ma che possono essere amati tranquillamente, con compiacenza, e in silenzio. Non avevamo bisogno di molte parole: ci bastava stare insieme, e condividere la presenza e lamicizia del cerchio di persone, che faceva parte integrante del piccolo mondo della nostra vita in comune.
Non posso ripensare a te senza rivedermi davanti il sorriso tranquillo e carico di simpatia del tuo vecchio babbo. Possedeva in modo speciale quel dono caratteristico dei vecchi buoni, di veder solo il bene nelle persone, di godere dei successi e degli aspetti positivi, quasi ignorando i difetti e il male, con quella libertà e superiorità di chi è ormai al tramonto di questa giornata.
E le tre zie, schive e silenziose: mi sembravano uguali tra loro e a tutte le vecchie zie di questo mondo, che avevano raggiunto la maturità già prima che i fanti passassero il Piave il 24 maggio.
Portavano racchiusi quasi in uno scrigno i modi e i pensieri, gli atteggiamenti e le reazioni istintive, la civiltà insomma, così comera in fiore nelle famiglie buone alla fine del secolo scorso. Avevano in sé il profumo gentile e schivo dellottocento.
Ci conoscemmo al mare, sotto lombrellone della spiaggia sassosa dei Bagni Vallesanta, a Levanto, tanto tempo fa, ricordi Ferruccio?
Tutti gli anni la spiaggia pareva più piccola, e per andare a fare il bagno facevano male i piedi. Ma quella era una spiaggia stregata, o meglio, forse, fatata: nonostante tutti i difetti, ogni anno tornavamo là. La sua magia, adesso lo vedo bene, dopo tanto tempo, era lamicizia dei vicini. Sempre gli stessi, senza badarci, ci sentivamo ormai una famiglia.
Mi ricordo che ti conobbi quando ancora eri fidanzato con Vanna, ed ora i vostri figli hanno quasi ventanni! Per tutte le estati della mia adolescenza cè sempre stato Levanto, ci sei sempre stato tu e tutti gli altri amici del nostro gruppo: Angelo, Giorgio, Mariuccio, Marzio e mio fratello Andrea. Tu eri il più vecchio e lunico sposato di tutti noi, e perciò eri il fulcro e il centro della nostra unione.
Eri lanimatore di appassionati tornei di King, di dama e di scacchi sotto gli ombrelloni, nelle mattine di luglio e agosto.
Eri tu che compravi «Tutto Sport» e la «Gazzetta» con le notizie del Tour e dei campionati del mondo di ciclismo. Ti ricordi che andavamo insieme a vedere gli arrivi delle tappe dei Pirenei alla televisione del Bar Roma o del Casinò?
E i due giorni del campionato di ciclismo su strada dei dilettanti e dei professionisti? Cominciavamo alle dieci di mattina fino a mezzogiorno. Poi di corsa a fare il bagno, a mangiare in fretta, e alle due di nuovo lì, fino allarrivo. Alluscita cerano i commenti, che ci accompagnavano fino alla spiaggia. Era lora in cui il sole non scottava più e le strade erano affollate di ragazzini, di mamme con le carrozzine, e di coppie mature che andavano al mare per godersi gli splendidi colori del piccolo golfo di Levanto, e per fare il bagno nellacqua ormai tiepida per le tante ore di sole.
Poi fino al tramonto noi rimanevamo a giocare a bocce sulla sabbia, mentre un po alla volta la gente se ne tornava a casa. Alla fine ceravamo solo noi, mentre il bagnino veniva a chiudere gli ombrelloni, allineare gli sdrai, rastrellare la sabbia, a tirare su le barche. Era lora in cui i due fratelli Anselmi, i titolari dei Bagni, uscivano dal loro ufficio per dare una mano a porre ordine alle cose e a farsi una fumatina sulla spiaggia.
Venivano a scambiare due parole con noi, a chiedere chi vinceva e a darci il pronostico se il giorno dopo sarebbe stato bel tempo, e se il mare sarebbe stato calmo, e se potevamo preparare lesca per uscire a pescare col bolentino di mattina presto. Ah, Ferruccio, che passione la pesca col bolentino! Un sughero, un filo di nylon e due o tre ami. E per esca pane e formaggio.
I primi anni lunico che aveva la barca era Angelo. Partivamo allalba, quando ci si vedeva appena. Era bellissimo uscire a remi nellaria pungente del mattino, quando cera un silenzio intatto nel golfo, e lacqua era trasparente fino a centinaia di metri dalla riva. Il posto migliore era la Pevea, un bassofondo a più di un chilometro dalla riva. Allora ci scatenavamo. Ognuno col suo bolentino, in silenzio, per non spaventare i pesci. Quando uno abboccava cera un grido dobbligo: «cè»! Se era un «bulagio» era un punto intero, grosso a volte come una sardina, grassoccio e «ben pasciuto».
Se invece era una «ziela», un pesciolino piccolo e fino, era solo una preda di consolazione.
Il dramma era quando i fili si aggrovigliavano e formavano dei nodi. Ci voleva una pazienza da certosino per disfarli e ritornare a pescare. A Giorgio era solito capitare nodi leggendari, al punto che cominciammo a chiamare «giorgi» i grovigli del bolentino.
A proposito di soprannomi e di gergo, tu eri specialista. Ricordi i personaggi della spiaggia, che conoscevamo ormai solo collappellativo appropriato? «Videre Murena». «Nonno Pirata», «Strega Volpini», «il Pasciuto», «lAvarissimo», «il Sing», «Pipino il Breve» ecc.
Tutti gli anni cera poi una specie di obbligo morale di fare alcune passeggiate classiche. Erano divise in due gruppi: quelle competitive, che facevamo solo noi ragazzi e tu: le scalate al monte Rossola, la Levanto-Bonassola, Levanto-Monterosso ecc.
Ogni anno bisognava battere il record dellanno precedente, regolarmente omologato in tante ore e tanti minuti.
Poi cerano le classicissime, con i genitori, il pic-nic, il gelato a tavolino, la pizza al bar e landatura lenta, per favorire la contemplazione della natura. Erano la gita alla Madonna di Soviore, che occupava un giorno intero: in parte era un pellegrinaggio, e si faceva tutti insieme una visita in chiesa. Erano la «passeggiata dellAmore», tagliata a picco in riva al mare, e a turno la visita a uno dei paesini delle «Cinque Terre», aggruppati sulle rocce, dalle strade calde per il sole assorbito durante il giorno, senza vie di accesso, allinfuori della ferrovia e del mare.
Se mi volto indietro, Ferruccio, non so più distinguere un anno dallaltro. Sono una realtà unica che si scolora poco a poco, o meglio ancora, che si colora poco a poco dei colori sfumati del ricordo e della poesia.
Eppure non sono le tante estati passate insieme il cuore della tua immagine in me. Come spesso avviene, è la separazione fisica che rende più profonda lunione spirituale, che provoca la riflessione sui ricordi e la comprensione di tanti segreti. Lincontro futuro è progettato, atteso, immaginato, e quando si realizza è molto più intenso e profondo. Così fu quando smisi di venire a Levanto destate, perché entrai in seminario e poi partii per lAfrica, che si creò loccasione perché la nostra amicizia facesse un salto di qualità. Ci passammo a vedere solo ogni due o tre anni, e non più al mare, ma in casa tua, con le nostre rispettive famiglie.
Venivamo a Modena, in quella via alberata e silenziosa, col cancellino in ferro sulla strada e il cane che ci faceva le feste. Poi ci sedevamo sul divano e le poltrone grigie della sala da pranzo a conversare. Non mi ricordo nulla degli argomenti trattati: tuttavia mè rimasto nella memoria il tono delle confidenze.
Senza quasi volerlo, lasciavamo trasparire latteggiamento interiore più recondito, in quel desiderio di comunicarci lamicizia e la stima che ognuno di noi sentiva per laltro. Ogni tanto ti alzavi e mi invitavi a vedere qualcosa di tuo: il deposito di medicine, o lambulatorio, o la casa di cura ecc. Era in queste occasioni che il tuo affetto per me affiorava più chiaramente.
Avevi tanti amici e ti piaceva molto combinare incontri e invitarli a cena o a conversare con noi. Era un modo, così capivo io, di condividere con noi ciò che di meglio avevi. Ma la cosa più bella e delicata era il tuo amore per la tua numerosa e movimentata famiglia.
Era il centro della tua vita, e forse nessuno come me, che avevo scelto altra via, lo comprendeva e se ne compiaceva.
Dopo che fui ordinato, quando cincontravamo, era dobbligo celebrare una messa per qualche anniversario. Celebrammo per le tue zie; poi, dopo qualche anno, per il tuo babbo.
Ma la celebrazione più bella ed intensa fu la messa per lanniversario del tuo matrimonio con Vanna. Quella sera avvertii che cera qualcosa di grande e di speciale nella chiesetta di periferia.
Sono cose che solo lo spirito coglie, che non si raccontano, né si spiegano. Si capiscono e basta. E le si serbano nel cuore.
Ed ora, stanotte, Ferruccio sei qui, ed avverto qualcosa di simile. Capisco, sento, che questo qualcosa è qualcosa di tuo: il profumo ed il fascino di te, uomo buono, che, senza troppe parole, senza barriere, silenziosamente e semplicemente, vuoi bene.
LALBERO GIALLO
Pensando a come la felicità sia intimamente legata alla maturità
Cè un albero, nel bosco,
che ingiallisce,
e tutti gli altri
attorno a lui son verdi.
Mi sono avvicinato
per vederlo,
ed ho scoperto
che era il più felice.
Non aveva
più il vigore antico
di quelli che eran giovani
lì accanto.
Anche una foglia
o laltra già cadeva.
Eppure, son sicuro,
era felice.
Io lo guardavo,
e dentro mi chiedevo
qual era del suo fascino
il segreto.
Perché la gioia
in lui
era per me
qualcosa tanto vera?
Il sole del tramonto
lo baciava,
e quel suo giallo,
io credo,
era un sorriso.
Tra tutti era lunico
a sapere
che il giorno
ormai finiva,
che quella luce
di pace della sera,
del giorno intero
lamore raccoglieva.
Di tutti gli alberi
che erano nel bosco
lui solo
a quel tramonto
assomigliava,
e lui solo,
tra tutti
era felice,
anche se già
scendeva giù lo scuro,
perché il suo amore
ormai era maturo.
LA PREGHIERA DELLE STOPPIE
Mercoledì, uscendo a visitare i malati, sono passato tra i campi. Avevano dato fuoco alle stoppie per preparare il terreno per la semina; un fumo denso sale al cielo, nellenorme calore. Anchio mi sento nelle stesse condizioni di quei campi.
La mia anima
davanti a te, Signore,
è come un campo di stoppie
a bruciare.
Secche, crepitano e
fanno un fumo denso,
che sale lento al cielo
con fatica,
nellaria infuocata di sole,
e di fiamma.
Arde,
lanima mia di fronte a te,
geme e fuma.
Il vento non soffia,
e la mia terra,
di cenere si copre,
e soffoca.
Il fuoco, Signore
va avanti
e non smette, fino a quando
cè stoppia da bruciare.
È dura questusanza,
di buttar fuoco ai campi
ma da sempre,
dal cuore dei millenni,
in Africa la terra
si prepara così
per accogliere il seme
e le tue piogge, Signore.
TAMBURI LONTANO
Ora Santa solitaria.
silenzio, solitudine, aridità.
E lontano lontano, tamburi di danza che suonano.Suonano i tamburi
e la gente, lontano,
nella notte danza.
Io son qui,
seduto,
da solo,
che ti ascolto.
Tu mi guardi e taci.
Io ascolto,
ma non odo nessuna
tua parola.
Solo sento
suonare i tamburi,
lontano,
mentre la gente,
nella notte, danza.
No, non ho nostalgia
di quei tamburi
né della danza.
La solitudine mi basta
e lo stare in ascolto.
Vorrei captare
ciò che tu mi dici,
ma non odo
nientaltro che tamburi.
Sono così lontani
che a mala pena
si sentono suonare.
Non sono loro di certo
a coprire la tua voce.
Tu, stanotte non parli,
e nel tuo tacere,
finalmente,
intendo che non vuoi coprire
la voce dei tamburi,
né della gente
che lontano danza,
la cui gioia è cantata
a piena gola.
Loro, ho capito,
sono oggi, per me,
la tua parola.
STANCHEZZA, AMICA MIA
Tornando stanco dallospedale, per una chiamata dopo cena, alla fine di un giorno pesante. Col tanto lavoro e le molte chiamate di notte è naturale che conosca da vicino la stanchezza. Un po alla volta mi ci sono abituato, ed essa è diventata ormai mia cara amica.
Amica mia stanchezza,
ti saluto.
Le prime volte, sai,
che ci vedemmo,
non mi piacesti molto.
Tuttavia,
per te era bello
farmi compagnia.
A chi non ti conosce,
la tua presenza non è
gran che gradita.
Ma poi, per chi
cominci a visitare
come se fossi una di famiglia,
cadono i pregiudizi
e un po alla volta
diventi una segreta confidente.
Amica mia stanchezza,
hai qualche cosa
che ti assomiglia alla vecchiaia,
ed è la tua sapienza.
Tutti pensiamo
che bellezza e forza
siano le cose uniche a importare.
Ma finché il sole arde,
le stelle in cielo non riescono a brillare.
Amica mia stanchezza,
per esempio,
mi hai insegnato
come il silenzio serva per parola,
o come la fatica a stare in piedi
e a respirare, già a prima sera,
nelle tue mani diventino preghiera.
E quando tu accompagni, confidente,
qualcuno che ha bisogno,
chiunque sia, allora,
benvenuta sii tu per me, stanchezza amica mia.
ANTICO GIOSUÈ
Domenica mattina, appena nato il sole, dopo le lodi. Solo gli uccelli sono svegli a Songo. Vedere che il tempo passa senza che riesca a riempirlo secondo i miei programmi, mi dà sempre una sensazione: vorrei fermare il tempo come Giosuè. Ma la soluzione sta altrove.
Antico Giosuè,
comè che hai fatto,
tu, a fermare il tempo?
Sai, anche a me succede molto spesso,
come a te,
di aver bisogno di ordinare al sole «Fermati»,
ed alla luna, di non avanzare.
Ma, il tempo, Giosuè, non mobbedisce.
Se vuoi fermare il tempo, mi dicesti,
vieni con me, un po,
là in cima al monte; apri le braccia,
e prima impara a fermare il vento.
Tentai di aprir le braccia,
ma il vento era più forte. e non parava.
Il vento è troppo grande,
vieni laggiù, e prova col ruscello.
Provai a sdraiarmi per far come una diga,
ma in breve lacqua mi passò per cima.
Vedi, non sei capace!
mi dicesti .
«Antico Giosuè non te ne andare,
spiegami meglio come devo fare!».
Ma eri già lontano, e non sentisti.
Ormai non cera altro
che sedermi sopra un gran sasso
e lasciare che, lentamente, il sole mi asciugasse.
Nel cielo intanto
un falco, ad ali aperte si lasciava cullare,
immobile nel vento.
E nel ruscello,
una foglia secca, galleggiando, placidamente
se ne andava a valle.
La foglia e il falco li guardai a lungo, senza capire.
Ma era bello starli a contemplare.
Solo alla fine,
quandero ormai asciutto,
scoprii che senza darne conto
avevo cominciato ad imparare:
che già da un pezzo, me ne stavo, beato,
nel tempo a galleggiare.
ADDIO, DOMANI VADO VIA
Quante volte, ormai, sono partito!
Addio,
domani, amici, vado via.
Cè solo un giorno ancora, per partire,
un giorno ancora, intero, per restare.
Un giorno per vederci e per parlare.
Sono triste, amici miei, e lo sapete.
Son triste, sì, eppure vi sorrido.
Non sciupiamo col pianto ciò che resta
per stare ancora insieme.
Domani parto,
ma non son convinto
che questo tempo che viviamo insieme
non lasci in noi
qualcosa come un seme.
Lamicizia,
che voi mi avete dato,
questa, è il seme che con me rimane.
Se sono un po più grande,
ora che parto, amici,
è perché mi avete amato.
Io me ne vado,
ma di voi qualcosa mai più mi lascerà,
per tutto il tempo che mi resta della vita mia.
Allora addio,
domani, amici miei,
io vado via.
LA MORTE DI MATEUS
Unaltra poesia, forse un po triste, ma che vuole essere un omaggio allumanità dei poveri diavoli, quelli che vivono e muoiono senza pesare nulla nella storia del mondo. Mateus era un tubercoloso abbandonato da tutti, di circa ventanni. Non aveva neppure la forza di parlare. Sapevo già che doveva morire e anche lui lo sapeva. Si confessò e volle ricevere leucaristia e il sacramento degli infermi. Mi telefonarono a mezzanotte quando ormai era agli ultimi.
Sapevo di non poterlo più aiutare. Ma mi alzai e corsi allospedale per rendere omaggio a lui come uomo, sperando di vederlo vivo. Ma era appena morto.La luna era rossa nel cielo,
e calda la notte di vento,
mentre correvo a vedere Mateus.
Ma in fondo al corridoio, in ospedale,
linfermiera già usciva dalla stanza.
Sollevai il lenzuolo dal volto:
pareva riposare.
Nella morte
si era spenta la fatica
a cui era ridotta la sua vita.
Era morto da solo,
Mateus,
da tutti,
già da tempo, abbandonato.
Il silenzio, alluscita
era immutato:
si dondolava lento sulle case
nella brezza che calda veniva su dal piano.
I monti erano fermi,
come sempre,
illuminati tenuamente dalla luna.
Tutto pareva identico,
e lo era forse perché in fondo era morto soltanto Mateus,
uno dei tanti, uno di quelli
che non contan nulla.
Il mondo poteva riposare,
continuare placido a dormire.
Che Mateus fosse morto nessuno
lavrebbe mai notato.
Lui appena,
in fondo,
era il solo interessato.
UNA PREGHIERA CHIAMATA GOZZO
Dopo una faticosissima tiroidectomia.
Sono stanco, Signore, e lo sai.
Da ieri al tramonto fino ad oggi
è durata la preghiera.
Una preghiera strana e faticosa,
una preghiera che sa di gozzo.
Ieri sera in cappella
ho fatto tardi,
sul breviario dellatlante delle operazioni.
Per me tiroide è uguale a penitenza,
perché è una chirurgia che non conosco bene,
e perché altre volte ho dovuto soffrire ad operare.
Così mi è venuta lidea
di farne, questa volta, una preghiera.
Una preghiera dolorosa e tesa,
fatta damore per te e per quella donna.
Perciò ho studiato in cappella,
ripassando il da farsi, a mani giunte.
Per tutta notte ho sognato di operare,
ma forse era il mio cuore che non smetteva di pregare.
Dopo è venuta lalba, il giorno, e finalmente il momento diniziare.
Per paramenti avevo un camice, due guanti, un berretto e una maschera.
Poi, in silenzio, è cominciata lorazione.
Difficile, lunga e di tensione.
Come Giacobbe, quella notte, a lungo ho lottato,
mentre pensavo che la tua morte in croce
è stata lorazione tua sublime.
Tiroide, fatica ed attenzione,
erano la mia preghiera esistenziale,
e che soffrissi un po non mi spiaceva,
perché dava coraggio alla mia voce
di mescolarsi al silenzio della croce.
ELEGIA PER LA MORTE DI ANTONIO
Antonio aveva tre anni e un tumore maligno al rene sinistro.
Nessuno laveva voluto operare. Dopo quattro ore di operazione il rene è venuto via, senza complicazioni. Lo vado a vedere di notte: tutto bene. Dopo mezzora mi telefonano: Antonio è morto allimprovviso.Corri, dottore, il tuo malato è morto.
Senti? La madre già là fuori piange.
Vieni, tutti lo sanno ormai.
Non puoi spiegare nulla: come mai è morto. Nessuno capirebbe.
Hai perso e basta.
Vieni a vedere il morto, e non parlare.
Non piangere, dottore, perché ti senti solo.
Il tuo malato, adesso, è ancor più solo.
Non rattristarti, perché anche tu un po muori:
di te più triste, è quella madre fuori.
LALBERO CHE PREGA
A Nriba rimasi colpito da un albero secco, proprio davanti alla veranda di casa. Mi faceva limpressione di un albero contemplativo, quasi simbolo dellorazione, con le braccia alzate verso il cielo, giorno e notte.
A Nriba
cè un albero che prega.
È secco, senza foglie, coi rami nudi puntati al cielo.
Non ha più nulla, fuorché la preghiera.
Non dà più frutti e nemmeno ha fronde per donare ombra.
Neppure un po di scorza gli è rimasta.
Di tutto sè spogliato, già non è più quellalbero che era:
ormai egli è soltanto una preghiera.
EHI! PARLAMI DI DIO
Alle signore dellApostolato della preghiera, con fraterna comunione.
Mentre il cavallo
lento camminava
sulle foglie del bosco,
nella notte,
luomo che avevo
dietro sulla sella,
mi disse:
«Ehi, parlami di Dio».
Ci fu un silenzio,
e si fermò il cavallo.
Girò la testa, come ad ascoltare.
Ora le foglie stavano in silenzio,
e tutto il bosco tratteneva il fiato.
Da una nube
uscì pure la luna.
Capii che tutti volevano sapere.
Allora scesi, accesi un focherello e ci sedemmo.
«Adesso, dissi, prima di parlare,
uniamoci un momento, per pregare».
Pregammo tutti,
a lungo,
ed il Signore,
lo sentivamo,
era lì con noi.
Allinizio
pensavo di parlare,
ma quando vidi con che attenzione,
e che amore, stavano ad adorare,
mi chiesi se era bene chiedere al mio Dio di tacere.
Così passò la notte e venne lalba.
Poi, quando spuntò il sole,
io spensi il fuoco,
e ripartimmo in viaggio.
Facemmo tutto senza aprire bocca,
ma dopo un lungo spazio di silenzio,
il mio compagno disse:
«Ti ringrazio!»
CERO CHE BRILLI SOPRA IL MIO ALTARE
Sul tavolino che funge da altare, cè un cero che sembra una sfera. La fiamma lha scavato di dentro, e non la si vede più. Tante volte durante la preghiera mi chiedo se la parte più importante del cero è quella che è rimasta o quella che sè consumata in preghiera.
Cero che brilli
sopra il mio altare,
quando scende la notte
e tutto è buio,
sembri un cuore di luce
a palpitare.
La fiamma ti ha scavato giù nel mezzo,
e più non la si vede tremolare,
ma dal di dentro,
in ogni direzione tattraversa,
trasformandoti in globo luminoso.
Io ti guardo in silenzio,
trasparente alla fiamma che ti brucia,
e mi chiedo se per fare di te
un essere di luce,
è più importante la cera,
che tu hai,
o quella che bruciando è consumata.
Questa più non esiste,
come cera,
ma lentamente
è diventata una preghiera.
Ed ora nel suo posto
cè la fiamma,
che tè arrivata
giù fin dentro il cuore.
Essa arde,
palpita,
e ti brucia,
ma mentre
in preghiera ti consuma,
rende te,
cero,
un essere di luce.
LA PREGHIERA PER LE FOGLIE SECCHE
Stavo a pregare
ed il sole era già tramontato.
Poco a poco
cominciai ad allargare il respiro
della preghiera.
Volevo inglobare
i presenti, i vicini,
i lontani,
e via via, senza confini.
Poi mi accorsi di essere solo,
circondato da uno strano silenzio.
Dal posto della preghiera
sempre si ode rumore di gente e per questo
quel silenzio era insolito e strano.
Mi misi in ascolto:
si sentiva la danza leggera di foglie secche,
sollevate dal vento.
Quel vento che entrava,
ancora infuocato dal sole che già più non cera,
era lunico sopravvissuto,
con me e le foglie di fuori.
Doverano gli uomini?
i presenti, i vicini,
e anche gli altri,
i lontani
e quelli là doltre i confini?
Solo le foglie mormoravano, e il vento.
Mi pareva che le foglie parlassero,
e perfino che tutto tacesse
perché finalmente qualcuno le udisse.
Volevano forse
che io pregassi per loro, sì, per loro,
benché foglie secche soltanto, rimbalzate nel vento.
E pregai.
Per tutte le foglie del mondo,
già secche e cadute,
che stanno in silenzio, come gli uomini
di quel posto dove stavo a pregare,
e come tutti quegli altri che solo hanno voce
quando il vento si ricorda di loro,
foglie secche, già morte,
ma che ancora sanno parlare,
se cè un vento
che le va a sollevare.
LE CICALE
Ho scoperto che quando sono 40° allombra, il sole è allo zenith; tutto tace soffocato dal caldo, tranne le cicale. Allora è bellissimo pregare.
Cicale che cantate
al sol leone,
finalmente ho raccolto il vostro invito.
Mi sono messo con voi
nel vostro coro a cantare al Signore.
Per prima cosa - cominciaste a insegnarmi - immergiti nel caldo,
nellimmobilità di tutto ciò che sta sotto il sole.
Poi sta a sentire: la campagna tace,
perfino il vento è andato a riposare.
Soltanto il sole è rimasto a dominare,
implacabile, come dice il salmo:
«nessuno al suo calore può scappare».
Il freddo si può vincere col fuoco,
ma al caldo, quando è pieno, non si sfugge:
lo vince solo chi lo riesce ad amare.
Soltanto noi cicale a chi ama il caldo
restiamo al sol leone a crogiolare.
Così scoprimmo,
già da molto tempo,
che in quel silenzio soffocante di calore
piaceva passeggiare inosservato sulla terra al Signore.
Soltanto noi che restavamo sveglie
ci accorgemmo di lui,
e fu così che da quel giorno cominciammo il canto.
Già tanto tempo è passato,
ma tutti i giorni il Signore viene,
così che non si sa più molto bene se viene per il caldo,
o per sentire cantar noi soltanto.
NOTTE, PERCHÉ SEI TANTO BREVE
Scritta a Songo durante lora santa a notte fonda. Di notte il tempo sembra fermarsi, e nellorazione si tocca leternità, ma subito dopo la notte finisce. Così siamo un po anche noi. Profumiamo, soltanto, deterno.
Notte,
perché sei tanto breve?
Quando il sole si posa e tu compari,
la brezza mi trasporta i suoi profumi.
Forse son loro
o forse è la tua pace,
o il tuo silenzio,
che il profumo del fiore che tu sei mi danno.
O fiore notte,
eternità si chiama il tuo profumo.
Gesù, forse,
per questo ti aspettava:
perché gli eri sorella, per pregare.
E sorella
noi tutti ti sentiamo tu che ci insegni
un poco a contemplare.
Perché, quando leternità
che tu ci porti
quasi ci ha presi,
perché, notte, finisci?
Perché sei tanto breve?
O fiore notte perché anche tu appassisci?
Notte,
sei bella, ma non sei che un fiore,
e soltanto il profumo hai deterno:
per questo è, notte, che ci sei sorella.
QUESTO GIORNO DA TEMPO È GIÀ FINITO
Scritta di notte dopo aver passato il pomeriggio sul lago Cabora Bassa. Andando a letto avevo sonno, ma sentivo che cera un altro mondo che mi chiamava. Fu così che cominciai a scrivere questa poesia che è preghiera.
Questo giorno
da tempo è già finito,
e sto pensando
a come lho vissuto.
Sul lago sono stato con la barca.
Cera il sole
dorato della sera, il cielo chiaro, i monti,
un gran silenzio,
ma soprattutto cera lamicizia di quelli che mavevano invitato.
È stato bello,
molto bello,
eppure
stanotte vedo chiaro
che diversa
è la felicità
che sto cercando.
Ho una gran voglia di pregare
e aspetto che il silenzio
mi venga a accompagnare.
In questa solitudine con Dio in cui tutti i fratelli son presenti,
mi pare che il mio cuore, per intero,
e soltanto qui, si possa dissetare.
Ecco,
il giorno da tempo è già finito,
ed il silenzio ormai sta a cominciare.
Passato è il giorno e più non lo possiedo.
Solo mi resta il vuoto della notte.
E proprio perché è vuota,
con povertà può essere vissuta,
come piazza deserta
chè riempita unicamente dalla tua venuta!
NOTTE, LASCIATI PREGARE
Mercoledì sera. In cappella mi fulmina lidea che la notte è una preghiera che attende dessere «pregata», usata cioè come formula dorazione.
Notte, ti chiedo, lasciati «pregare».
Sono in cappella, nella tenda verde, davanti al mio Signore. Sono stanco.
Non riesco a pensare né a dire parole.
Tu, notte, mi avvolgi col tuo grande silenzio, con la tua povertà.
Ondeggia alla tua brezza la mia tenda, quasi che tu mi voglia un po parlare.
Notte, ti sento...
sei una preghiera in cerca solo «dessere pregata».
Non ho più bisogno di discorsi o pensieri al mio Signore.
Lascia, o mia notte, che io sia il tuo cuore!
IL SEGRETO DELLA LUNA
Fin da ragazzo mi sono sempre chiesto che impressione avrà fatto a Gesù contemplare, notte dopo notte, le due settimane prima di morire, il crescere della luna, poiché la pasqua avrebbe coinciso con la luna piena.
Sentiva il desiderio di vivere quell«ora» («per questo sono venuto»), e al tempo stesso ne doveva presentire lestrema amarezza («lanima mia è triste fino a morirne»). Così il confine tra parte in ombra e parte illuminata segnava come il confine tra paura e desiderio. Ma il segreto di Gesù è rimasto impigliato nel silenzio della sua preghiera, di cui unica testimone fu la luna.È luna piena
stanotte, Signore.
Luna piena di pasqua.
Io la guardo,
e le chiedo di raccontarmi ciò che le dicevi in quelle notti in cui,
mentre pregavi, la vedevi inesorabile aumentare.
Luna,
che notti intere,
Gerusalemme passavi a contemplare,
dimmi: di che era carico
il silenzio
con cui Gesù
ti stava ad osservare?
Quella tua parte
che restava oscura e che ogni notte sempre più calava,
era ormai come lultima barriera
che offriva pace alla sua preghiera.
Dimmi,
sentivi il timore e il desiderio incontrarsi dellombra sul confine?
Ma tu, luna, non parli.
In silenzio ripeti le tue notti,
testimone discreta di un segreto.
Io ti guardo,
e già più
non ti chiedo
di rivelarmi ciò che tu non dici.
Solo,
nel tuo silenzio, vorrei raccogliere il suo,
che tu conservi.
No, non tradire il segreto:
tu, sigillato,
lhai avuto,
ed io lo voglio rispettare;
intatto in lui,
attraverso te,
lo voglio contemplare!
LUNA DI PASSIONE
Stasera, girandomi, ho visto allimprovviso la luna piena, di poco sopra lorizzonte. Mi ha richiamato alla mente che eravamo nel mezzo della settimana santa. Lei era già pronta per linizio della passione... Cosa avrà pensato Gesù, quando la vide sorgere allinizio dellultima notte della sua vita?
Stasera,
quando il sole tramontava,
mè parso di sentire una mano sulla spalla.
Mi sono girato e tho visto in cielo.
Oh! già piena sei tu, luna, stasera!
Dunque è già ora...
Sai, non taspettavo per questa notte, o luna piena.
Non mi rispondi nulla, luna di cielo.
In silenzio mi guardi, e pure io,
ormai in silenzio resto.
Luna di pasqua,
sei tu, luna
anzi
meglio
Luna di passione.
Lombra dalla tua faccia
è già passata,
e sei intera, come il calice già pieno
che nellorto attende.
Tu solo, luna,
sai di questa notte, oltre a me e Giuda...
Luna che devo dirti?
Ho il cuore pieno di silenzio,
dello stesso silenzio dei tuoi occhi.
Tu sai, mi guardi e taci.
Io pure so, ti guardo e non ti parlo.
Il silenzio che ci scambiamo
è il sigillo più sacro che hanno i vivi,
e noi ce lo scambiamo come segno di intesa
per ciò che ci attende stanotte tra gli ulivi ...
LUNA DI PASQUA
Dopo la veglia di pasqua esco a vedere la luna, è già calante: e allimprovviso «mi dice» sono la stessa luna della passione.
Stanotte è pasqua
e laria è senza vento.
Il cielo è pieno della tua presenza;
la notte è già molto avanzata e tu, luna calante,
sei molto alta sopra lorizzonte.
Stanotte è pasqua o luna,
ti guardo e ti contemplo:
due giorni fa eri piena.
Ed la luna che illuminava
lorto degli Ulivi.
Mentre crescevi,
si gonfiava il cuore
al pensiero dellora che arrivava.
La passione avanzava,
come una cosa che non può fuggire.
Ma non pensavo,
che tu, la stessa luna,
avresti illuminato questa notte.
Luna ti guardo,
silenziosa brillare sorridente in cielo.
Quasi ti chiedo scusa,
per non aver capito che tu,
che annunci il primogenito dei vivi sei la stessa,
che, ieri, brillavi tra gli ulivi.