SECONDA VERTEBRA CERVICALE
(Marchesini Aldo)


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(1)

Ne sono ormai certo: era una notte d'estate!

Mi trovavo sdraiato in una scatola di camicie e mi sentivo ben sistemato e piegato, come se io stesso fossi una camicia nuova, messa in mostra per essere venduta.

Ci si stava bene lì: un luogo tranquillo e pieno di pace.

Ad un certo momento mi accorsi che, di fianco a me, sia a destra, sia a sinistra c'era una fila enorme di altre scatole di camicie, ciascuna con la sua camicia nuova fiammante e ben piegata. Eravamo tutte sistemate su un grande prato. L'atmosfera sembrava idilliaca, quando, di colpo, mi resi conto con grande evidenza che tutte noi, camicie, non eravamo, di fatto, camicie, ma - invece - persone!

Che scoperta sorprendente e angosciosa! Eravamo - realmente- persone, eppure, ciò nonostante, avevamo veramente l'aspetto di camicie. Mi sembrava che tutti avessimo raggiunto la stessa consapevolezza contemporaneamente e questa sensazione si impresse in me con tanta evidenza, che giunsi a chiedermi se, per caso, ognuna di loro fosse distinta da me o non potesse essere, piuttosto, che tutte loro non fossero che io stesso: che io non fossi più uno solo, ma moltitudine!…

Rimasi turbato, per via di quelle scoperte impensabili. In che modo poteva accadermi una simile cosa? Nessuna risposta si presentò alla mia mente. Né questo fatto mi meravigliò più di tanto, visto che mi sentivo camicia a tal punto, che mi sembrava normale non aver diritto a spiegazioni.

Istintivamente tentai di sollevarmi per guardare meglio nelle scatole accanto a me e comunicare con le persone che si trovavano lì sdraiate. Una nuova terribile sorpresa mi attendeva: era impossibile alzarmi. La mia testa era come inchiodata contro il suolo e non potevo sollevarmi neppure di un millimetro!

Cercai di girarmi di lato: completamente impossibile. Raccolsi tutte le mie energie e detti un incredibile strattone, una due, tre volte: nulla! Una forza invincibile, sconosciuta, maligna, mi manteneva inchiodato come un piolo nella terra del prato. I miei vicini, contemporaneamente a me, vollero alzarsi, ma anche loro provarono lo stesso disappunto: tutti, come me, avevano la testa inchiodata per terra.

Uno spirito di rivolta percorse tutta la nostra incredibile comunità: sapevo con certezza che tutti ci stavamo contorcendo e facendo ogni tentativo possibile per schiodarci dal suolo e liberarci. Udivo grida di rivolta, di rabbia, di disperazione, ed io stesso gridavo con tutte le energia. Che agitazione! Che disperata e violenta volontà di libertà percorreva tutto il prato! Io tentavo e continuavo a tentare, con sempre maggior decisione - e con sempre maggior disperazione - di liberare la mia testa da quella prigione.

Due giorni e mezzo durò quella rivolta, ma la schiavitù non fu eliminata. Noi, gli schiavi, continuavamo inesorabilmente a restare schiavi…

All'improvviso si fece un grande silenzio e ci fu una grande calma.

Mi trovai da solo in un luogo sconosciuto. La mia memoria era vuota e pulita come la spiaggia di un'isola deserta. Non sapevo nulla di me: chi fossi, se uomo o donna, che età avessi, dove mi trovassi, perché mi incontrassi lì e che luogo fosse quello.

Non sapevo nulla del mio passato, proprio come se fossi appena stato creato in quel momento. Un'unica verità mi era chiara: la mia assoluta solitudine! Guardai attorno: potevo vedere solo il cielo. Era totalmente bianco. Mi trovavo sdraiato su un piano bianco, che - non so perché - ero convinto che fosse un grande prato.

Mi venne voglia di sollevarmi per vedere meglio dove mi trovassi. Mi fu impossibile: la mia testa era inchiodata per terra! Tentai di liberarmi, ma subito compresi che non ci sarei mai potuto riuscire. Una forza infinitamente più potente di me mi costringeva in quella posizione. Avevo assoluto bisogno di qualcuno che mi liberasse. La mia situazione era, però, senza speranza: la solitudine di quel luogo era totale.

Mi sentii perduto! Dovevo rimanere così, prigioniero, senza possibilità di liberazione, senza un termine di tempo davanti …

Questa era la morte che mi attendeva!

Sentii che la mia anima si riempiva di un'angoscia senza limiti. Nessuna salvezza era possibile!

Quanto tempo passò? Non lo so, ma certamente quello sufficiente per assaporare quanto amara fosse la condizione di chi non ha più speranze.

Vidi una figura vestita di bianco apparire e dirigersi verso di me. Afferrò il mio braccio e lo strinse con una specie di laccio. Poi tolse il laccio e, sempre avvolta nel silenzio, scomparve.

Chi poteva essere? Guardai intorno ancora una volta. Ora il prato s'era tramutato in una stanza ed il cielo era il soffitto.

Un pensiero venuto da lontano, come un uccello migratore, si posò sulla sabbia della spiaggia deserta della mia mente e cominciò a saltellare.

Qualcosa m'era successo un po' di tempo prima, qualcosa di grave, ed io ero disteso in un letto d'ospedale. Quella figura vestita di bianco poteva essere un'infermiera…

I ricordi cominciavano ad attraversare come fantasmi inconsistenti ed evanescenti la mia memoria. Avevo avuto un incidente stradale ed il mio collo aveva sofferto molto… Dolori…un viaggio lungo… voci intorno a me, senza poter vedere nulla… un letto d'ospedale…

Poi silenzio, solitudine, dolori…

 

 

 

(2)

Mi trovavo in un ospedale e ci doveva essere in qualche parte della stanza una suora che mi assisteva. Guardarmi attorno era impossibile. L'unica cosa che potevo vedere era il soffitto, bianco, nella semioscurità.

"Sorella!" sussurrai.

Accorse subito.

Mi sentivo molto preoccupato per la confusione della rivolta di quando mi trovavo sul prato insieme alle altre camicie: due giorni e mezzo di grida, di rivoluzione…

"Sorella, che cos'è realmente accaduto in questi due giorni? La confusione è stata grande? Cos'è che ho fatto?"

"Non è successo nulla."

"Mi dica la verità, per favore, sorella! Nella mia mente c'è molta confusione riguardo a questi ultimi due giorni e mezzo. Ho gridato molto?"

"No, non è successo nulla. Solamente è stato molto agitato tutta la notte, s'è mosso molto, ma non ha per nulla gridato".

"Volevo sapere qualcosa degli altri. Erano molti? Cos'è che hanno fatto?"

"Quali altri? Non è entrato nessuno qui. Si calmi, rimanga tranquillo. Va tutto bene. Cerchi di dormire, che ha bisogno di riposare…"

La suora tornò a sedersi in una sedia a lato del letto e scomparve dalla mia vista. Le punte del compasso, conficcate nei lati della testa non mi lasciavano girare. Riuscivo a vedere soltanto di fronte a me. Il soffitto della stanza era il mio panorama! Era rettangolare e nell'angolo, in fondo a destra, c'era una piccola estensione, anch'essa rettangolare, che di notte lasciava entrare una luce, l'unica della stanza.

Tornò a regnare il silenzio. Continuava la notte. Doveva essere stato un sogno, allora. Ma perché era durato due giorni e mezzo? Non riuscivo a trovare una risposta.

Avevo altre domande, ma neppure a me stesso riuscivo a specificarne il contenuto.

Che fatica pensare! Era meglio dormire ancora un poco. Sì, dormire…

La schiena s'era stancata. Ah, poter girarmi soltanto un poco…Ma la testa era imprigionata!

Non lasciai, però, che si riaccendesse in me la rivolta del sogno. I ferri che mi tenevano immobile erano per il mio bene. Era necessario accettarli e, allo stesso modo, accettarne anche le conseguenze.

Però, come restava lo stesso difficile addormentarsi senza poter girarsi!…

Pensai alla suora che era ritornata nell'invisibilità. Per lei, passare la notte intera seduta in una sedia doveva essere ben più duro che per me!

Chiusi gli occhi e, poco a poco, mi addormentai.

Un involto bianco, mi stava di fronte, appoggiato su un'asse di legno. L'asse era orizzontale ed io la vedevo dal di sopra, come se mi trovassi sospeso.

Intorno non c'era nessuno…

Esistevamo solo io e l'involto. Capii che l'involto era soltanto un'apparenza esteriore. La sua vera essenza era un'altra.

Sentivo il mio corpo discendere sempre più profondamente nel rilasciamento del sonno e desiderare abbandonarsi nell'immobilità, fin quasi a smettere di respirare. Desideravo immergermi nell'oscurità, cancellare ogni immagine, in una parola, dormire! Dormire senza coscienza di nulla, senza sollecitazioni, senza pensieri, senza movimenti, senza rumori, senza sogni. Dormire e basta, immergermi nel niente!

Dormivo, di fatto, profondamente. Non so come, ma lo sapevo con evidenza. Tuttavia quell'involto continuava a restarmi di fronte. La vista interiore non riusciva a staccarsi da lui, né la mia coscienza a sottrarsi alle sue esigenze.

Quell'involto era un malato, un malato mio, del quale dovevo prendermi cura e che dovevo curare. Non era necessario che cambiasse d'aspetto, né che il suo problema diventasse esplicito. Dovevo però risolverlo, senza l'aiuto d’immagini, informazioni, esami o colloqui.

Il sonno aveva preso possesso del mio corpo fino alla sua ultima cellula: mi sentivo come paralizzato. La mia coscienza, invece, si manteneva vigile. Avvertivo una specie di lacerazione profonda: da un lato l'esigenza di usare in pieno tutte le mie facoltà e, dall'altro, la prigionia del mio corpo, incapace di qualunque movimento.

La presenza di quell'involto incombeva su di me, oppressiva ed esigente, fino al punto d'apparirmi brutale. Sentivo che il mio pensiero era impegnato fino al limite delle sue capacità, ma la coscienza non riusciva più a seguirlo. Il pensiero lavorava da solo, in un'accelerazione continua. Io mi sentivo come perduto. La mia unità stava strappandosi, sentivo lacerarmi! Il pensiero aveva compreso il caso ed intuita la maniera per risolverlo. La coscienza, invece, non aveva potuto seguire i suoi contenuti e stava cominciando ad agitarsi per sapere la soluzione. Volevo aprire di più gli occhi per vedere nitidamente l'involto, ma lo potevo vedere soltanto attraverso una strettissima fessura delle palpebre: non mi era possibile aprirle di più.

Cominciai a sentirmi agitato.

Avevo bisogno di accelerare il ritmo del respiro, ma, per quanti sforzi facessi, il torace continuava ad espandersi con la stessa lentissima frequenza. Volevo svegliarmi, muovermi, fare qualcosa… Impossibile. Una forza superiore, implacabile, mi paralizzava completamente. Mi sentivo invadere dalla disperazione. Il mio pensiero aveva risolto il caso, ora la coscienza doveva impossessarsi del risultato. Solo a quel punto l'involto poteva essere allontanato ed io essere liberato dalla sua terribile presenza.

Dovevo ad ogni costo fare un respiro profondo, riempire d’aria i polmoni. L'agitazione del mio io interiore era estrema. Provavo un'impressione simile a quella di essere rimasto prigioniero in una stanza con tutte le finestre chiuse. Io correvo da una all'altra battendo, dando pugni e tirando calci per tentare di rompere un vetro e scappare.

Impossibile!

All'improvviso sentii che la coscienza era tornata ad abitare il mio corpo. Sentivo di nuovo le mani, il petto, i piedi, gli occhi…

Inviai un ordine agli occhi, perché si aprissero. Nulla! L'inviai ad una mano: era paralizzata. Al petto, per fare un respiro profondo: impossibile!

Nel frattempo l'involto rimaneva lì, davanti a me ad angosciarmi, a stritolarmi!

Rimasi così un tempo che mi parve eterno, immerso nell'impotenza.

Un po' alla volta mi calmai. Capivo che agitarmi non serviva a nulla. Dovevo adattarmi a quella situazione e cercare il modo per risolverla, ma senza usare la forza, perché chi mi manteneva in quella prigionia era infinitamente più potente di me.

Prendeva sempre più nitidamente corpo l'intuizione che, se avessi potuto fare un respiro profondo, tanto profondo da riuscire ad aspirare tutta l'aria che mi stava attorno, ciò sarebbe equivalso alla soluzione del caso clinico dell'involto. Il paziente avrebbe ricevuto la diagnosi e la cura e l'involto sarebbe scomparso dalla mia presenza.

A questo punto, l'incantesimo che mi paralizzava si sarebbe rotto ed io sarei potuto tornare ad essere libero!

Un respiro, allora!

Ma non un respiro qualunque: il mio doveva riempirmi in modo tale da spezzare la paralisi che mi bloccava e ridurre al nulla, senza neppure toccarlo, il terribile involto, la cui presenza mi soffocava. Un respiro così potente da essere capace di agire su di lui appena con la forza del suo influsso a distanza.

Era chiaro, ora, ciò che occorreva per la liberazione. Essa, tuttavia, doveva nascere dentro di me, non poteva venirmi da fuori.

Lasciai le mani, lasciai i piedi, lasciai gli occhi: tutte le mie risorse dovevano concentrarsi solo nel petto. Esso saliva e scendeva con un ritmo lentissimo. Si riempiva appena appena, attendeva un po' e dopo si svuotava. Tentai accelerare: nulla!

Collocai la mia coscienza sotto le costole e cominciai a seguire il ritmo del respiro. Dovevo, per prima cosa, sincronizzarmi con i movimenti del torace e tentare di scatenare l'attacco nel momento esatto dell'espansione.

Ecco, mi ero sincronizzato.

Riunii tutte le mie energie: tutto era pronto!

Il torace si svuotò. Cominciava ad espandersi: era il momento!

Con tutta la violenza di cui ero capace mandai uno spintone alle costole da dentro in fuori. Il torace si riempì di tutta l'aria possibile!

L'involto scomparve. Mossi le mani ed i piedi: ero libero!

Chi guidava la respirazione adesso ero io. Respirai profondamente, a volontà, quante volte volli.

Lo sforzo però era stato traumatizzante ed io mi sentivo sfinito.

Ero pieno di sonno. Non aprii neppure gli occhi: non ne valeva la pena. Ormai ero libero. Ora potevo dormire tranquillamente. Quello sforzo terribile mi aveva prostrato. Sentivo la necessità imperiosa di recuperare. Mi abbandonai al sonno e mi addormentai, profondamente.

Un nuovo involto, bianco, legato con uno spago era di fronte a me.

Cercai di aprire gli occhi, fare un movimento, nulla: ero di nuovo prigioniero!

Non valeva la pena disperarmi. Era necessario risolvere un altro caso, curare un altro malato…

Tutto si ripeté uguale fino a riuscire a fare un nuovo respiro, per apparire, poi, un altro involto…

Il sogno, l'incubo, durò un tempo senza misura. La sensazione di sofferenza e di schiacciamento mi ferivano e mi umiliavano profondamente.

Fino a quando, ad un certo punto, sentii toccarmi in un braccio. Aprii gli occhi. Era la suora di prima.

"Padre, è arrivata l'infermiera per farle il bagno nel letto."

Ero sveglio! Vedevo la stanza con nitidezza e riconobbi la suora: era suor Isabel. C'erano persone attorno a me. La mia solitudine era finita. Ricominciavo a vivere!

L'infermiera mi salutò.

"Buon giorno, padre! Ha dormito bene?"

"Buon giorno, buon giorno" risposi, ancora un po' sorpreso per il brusco passaggio dal mondo angoscioso del sogno alla tranquilla realtà della vita. L'infermiera appoggiò il catino dell'acqua calda sopra qualcosa che io non riuscivo a vedere. Le punte metalliche del mio compasso, conficcate nel cranio appena sopra le orecchie, mi costringevano a rimanere totalmente immobile, sdraiato sul lenzuolo. Gli occhi erano l'unica cosa che potevo girare all'intorno, ma il loro raggio d’azione era molto limitato. La faccia dell'infermiera entrava appena appena nella periferia del mio campo visivo. Indovinavo i suoi lineamenti, ma senza riuscire a vederla.

Col ritorno della coscienza era ritornato il dolore. Il compasso era tirato da una corda di nailon, che passava sopra una carrucola ed alla quale erano attaccati alcuni chili di peso. Il letto era inclinato, con la parte della testa sollevata su due blocchi di legno, in modo tale che il peso del corpo tirasse da una parte ed i chili della trazione dall'altra. Sentivo tutte le giunture, i tendini, le articolazioni, i legamenti stirati con grande forza in direzioni opposte. Dalla base del cranio fino al bacino, tutto mi faceva male. Un dolore pesante, continuo, affliggente.

Ciò che più mi costava era la sua durata. Intuivo che, per la natura della cosa in sé, quel dolore non poteva cessare, fintanto che la trazione esercitasse il suo effetto sulle mie ossa e i miei legamenti. Era questa durata senza sollievo - la coscienza di questa durata senza sollievo - che mi opprimeva ancor più che il dolore in sé. La cosa, tuttavia, non era totalmente disperata. Ogni quattro ore mi davano in vena un’iniezione d’analgesici, che mi alleviava abbastanza. In pochi minuti i dolori si allentavano e diventavano sopportabili. Ma, passate due ore e mezzo, l'effetto dell'iniezione finiva e ricominciava il tormento della trazione. Come diventava interminabile quell'ora e mezzo d'attesa fino all'iniezione seguente!

 

 

 

(3)

"Tolga l'orologio, padre!". L'orologio era al polso destro perché i movimenti del braccio e della mano sinistra mi costavano parecchio. I nervi della radice del braccio avevano sofferto nell'incidente e qualsiasi movimento mi era difficile. La mano aveva poca forza e sentivo formicolii. L'indice mi sembrava che non fosse più mio.

L'infermiera mi tolse l'orologio e lo posò a lato. Era quello che l'infermiera Matilde mi aveva dato in prestito. Il mio era caduto nel luogo dell'incidente. La signora Matilde aveva lavorato come infermiera capo nell'ospedale di Quelimane ed ora si trovava al Ministero. Fu la persona che mi assistette e si prese cura di me nel primo giorno d’ospedalizzazione, all'inizio di quella settimana.

Era il giorno 10 di novembre e a Maputo era festa: l'anniversario della fondazione della città. Sentii ad un certo punto una mano che stringeva la mia ed una voce che mi diceva:

"Buon giorno, dottore, sono Matilde. Come sta?"

"Con molti dolori, ma non mi sento in pericolo di vita".

"Mi hanno autorizzato a restare qui nella stanza con lei. Attenda un momento che vado ad indossare un camice bianco. Oggi é giorno festivo e non si lavora. Posso rimanere tutto il giorno".

"Grazie!".

Quel gesto d'amicizia mi confortò. Avere accanto a sé una persona amica fa bene, nei momenti difficili. Mi appisolai: rimanere sveglio era troppo faticoso.

Mi accorsi che lei stava già seduta accanto al letto solamente quando i dolori ricominciarono e la coscienza si svegliò. Devo aver fatto un gemito, perché mi chiese:

"Fa molto male?"

"Molto, sì".

"Coraggio, è necessario sopportare".

"È vero, ma costa…"

Passò un tempo che mi parve molto lungo.

"Matilde, non mi possono fare un'iniezione per calmare i dolori?"

"Vado ad informarmi".

Tornò con l'infermiera di servizio. Ella mi spiegò che mi avevano prescritto acetilsalicilato di lisina endovena ogni sei ore.

"Quanto manca per ricevere la prossima?"

"Ancora tre ore".

"Che ore sono?".

"Le undici", rispose Matilde.

Nessun commento.

"Tre ore - pensavo tra di me - Come potrò resistere?".

Tutto il corpo mi faceva male e la posizione cominciava a diventare scomoda. Tentai di girare un poco il bacino, ma non ci riuscii. Matilde se ne accorse.

"Lei non si muova. Tiro io il lenzuolo da una parte, così il corpo rotola un po' verso il lato contrario e lei dovrebbe sentirsi meglio".

Detto fatto: senza alcuno sforzo mi sentii girare verso sinistra. Passò un altro tempo infinito.

"Che ore sono?".

"Le undici e un quarto".

Una pugnalata mi avrebbe provocato meno dolore: ancora due ore e tre quarti prima della puntura…

"Coraggio, dottore. Resista. Il tempo passerà. Perché non mangia qualcosa?".

"Non ho nessuna voglia di mangiare."

"Ma per lo meno beva un po' di succo di frutta. Deve sforzarsi, anche se la flebo è in corso. Ecco del succo d'arancia!".

E mi infilò tra le labbra un tubicino di plastica. Bevvi due sorsi d’aranciata e subito mi senti sazio. Non avevo voglia di nulla.

Dormire era impossibile, ma il torpore si impossessò di me ed io mi immersi in uno stato di coscienza obnubilato. Dopo molto tornai a chiedere:

"Che ore sono?".

"Le undici e tre quarti".

"Questo tempo non passa mai…"

"Coraggio! Passa, sì. Fra poco, a mezzogiorno, mia figlia viene a portare un brodo di verdura."

Passò un tempo ben lungo.

"Nilza ha portato il brodo. Vuole berlo?"

"Sì, grazie. Voglio provare".

L'infermiera Matilde mi stese un tovagliolo sul petto e sul collo e cominciò ad infilarmi in bocca cucchiaiate del brodo di verdura, così saporito e di un calore così piacevole, che mi sentii rianimare".

"Che buona!" non potei trattenermi dall'esclamare, dopo le prime due cucchiaiate.

Terminai il brodo.

"Ed ora che ore sono?".

"Le dodici e un quarto".

"Matilde, non resisto più! Per piacere, vada a sapere se non si può anticipare l'iniezione".

Andò. Ritornò subito con la capo sala.

"Va bene. Il dottore ha autorizzato a farla ogni quattro ore. Vado subito a prepararla".

Quel "subito" fu vero. Dopo poco tornò con la siringa e mi iniettò in vena, attraverso il deflussore della flebo, il sospirato farmaco. In pochi minuti sentii il dolore sciogliersi e diminuire sempre più. Che sollievo!

"Grazie!" dissi all'infermiera e a Matilde allo stesso tempo.

In breve mi addormentai profondamente.

Mi svegliai quando i dolori ricominciarono. Chiesi l'ora a Matilde: erano passate due ore e mezzo. Il tempo ricominciò a segnare il passo. Non scorreva più. Per fortuna, però, l'attesa s'era ridotta ad un'ora e mezzo. Cominciavo ad imparare la pazienza e ad assaporare il significato di rimanere ad aspettare.

Stavo imparando, in una maniera di cui mai avevo immaginato l'efficacia, che cosa volesse dire "durata" e i suoi sinonimi, come rimanere, permanere, restare, aspettare, sopportare, resistere…

Il giorno passò così, a questa scuola.

Una tirata di lenzuolo per girare un po' verso destra, poi un'altra per girare un po' verso sinistra, un sorso di succo di frutta, una domanda riguardo a che ora era.

Arrivò la notte: Matilde doveva tornare a casa. La salutai con molta gratitudine.

Fu sostituita da Anna Maria, della Compagnia Missionaria, infermiera pure lei. Notte agitata, con dolori, irrequietezza, angoscia interiore, sogni che mettevano paura…

Il mattino seguente l'infermiera Matilde passò di nuovo per salutarmi. Di mattina presto, dopo il bagno, aiutandomi con le mani, ero riuscito a scollarmi le palpebre e ad aprire un poco gli occhi. Questa novità mi dette animo, e fu subito la prima cosa che dissi a Matilde.

"Se riesce a vedere le lascio il mio orologio, così potrà sapere sempre che ore sono!".

"E lei, Matilde, come farà?".

"Non si preoccupi. Ne ho un altro".

Fu così che quell'orologio rimase con me.

 

 

 

(4)

Il rito del bagno cominciava col lavare la faccia, coll'aiuto di una spugna. La prima volta era passata insaponata e, dopo, solo intrisa d’acqua tiepida. Per ultimo l'infermiera asciugava con un asciugamano.

Il lenzuolo di sopra veniva abbassato fino al pube ed erano lavati e asciugati il tronco e gli arti superiori, fino alle mani. Il lenzuolo era poi tirato fino alla pancia e le gambe piegate, con i piedi appoggiati sopra l’asciugamano, steso sul piano del materasso.

Le gambe e le cosce erano lavate e asciugate.

Per lavare la schiena e le natiche era più complicato, per via del fatto che la testa era mantenuta fissa dal compasso.

Con molta attenzione ero aiutato a tenere stretto con le mani il compasso e ad accompagnare con la testa il mezzo giro del corpo verso sinistra.

Immediatamente mi assalivano vertigini violente: mi sembrava di dare un salto mortale all’indietro, con tutto il corpo, come se fossi un artista di circo che faceva acrobazie. Non potevo fare a meno di mettere una mano sugli occhi, nel tentativo di fermare, con quella pressione, la giravolta. Questa sensazione durava meno d’un minuto, ma ogni volta era sempre come se fosse la prima.

Lavato e asciugato, c’era il cambio del lenzuolo. Il vecchio veniva arrotolato ed il nuovo steso fino a metà del letto e infilato sotto il mio corpo. Dopo di ciò dovevo girarmi di nuovo, questa volta di 180 gradi, fino a restare sul fianco destro. Era la parte più impegnativa di tutto il rito del bagno. A metà della giravolta, quando arrivavo alla posizione supina, era necessario fermarmi un po’, finché le vertigini smettevano. A questo punto ero pronto per fare l’ultimo mezzo giro. Poi attendevo, sul fianco destro, che il lenzuolo fosse steso e infilato sotto il materasso.

Quando l’infermiera era la signora Mariamo, concludeva sempre con un’esclamazione di giubilo:

"Oh, com’è è venuto bene il letto! Che bell’aspetto ha, così, tutto ben stirato. Sono proprio contenta!".

Mi aiutava a rimettermi di schiena, adagio adagio, dopo di che prendeva il catino ed usciva.

Suor Isabel mi dette l’orologio e me lo mise al polso. Erano le cinque e mezzo del mattino. Mancava mezz’ora per la puntura. La mia mente non era ancora lucida. Il dolore dei legamenti, articolazioni e muscoli si mescolava con la sofferenza dei sogni di quella interminabile notte. Era ancora viva, in me, la rivolta delle camicie, che era durata due giorni e mezzo. Possibile che non ci fosse stata confusione e agitazione nella stanza, con tutte quelle grida?

Tornai a chiedere a suor Isabel notizie sugli avvenimenti della notte.

"Non è successo nulla. Rimanga tranquillo, padre Aldo. Non è entrato qui nessuno e non c’è stato baccano. Lei, padre, s’è mosso parecchio ed ha pure gemito, ma nel corridoio davvero non s’è sentito nulla. Cerchi di dormire un altro pochino. Questa notte ha riposato poco".

"Grazie. Manca poco per la puntura. Dopo averla fatta dormirò ancora".

Alle sei entrò l’infermiera con la siringa in mano. Mi diede l’iniezione e subito mi addormentai.

Quando mi svegliai, suor Isabel era stata sostituita da un’altra consorella della stessa comunità, suor Olga.

La sua vista mi rallegrò: era rimasta per anni a Quelimane, nel territorio della mia stessa parrocchia e ci conoscevamo bene. Era stata trasferita alcuni mesi prima, ma non ricordavo i particolari. Non la pensavo a Maputo e perciò vederla lì, accanto, mi rallegrò doppiamente: per l’amicizia antica e per la sorpresa. Mi limitai a sorriderle: ero confuso e non mi sentivo di parlare. Lei capì e restò in silenzio. Si limitò a stringermi la mano con un sorriso di domanda, come a chiedermi: "Come va?". Sollevai appena le sopracciglia, silenziosamente: "Così, come vedi!".

Si diresse al tavolino e tornò con una tazza ed il tovagliolo.

"Andrebbe un po’ di tè col latte?".

"Sì, grazie".

Dalla mia posizione potevo soltanto vedere, di sotto in su, il fondo della tazza e la convessità del cucchiaino, ma non il suo contenuto. Avevo accesso appena al sapore di ciò che mi entrava in bocca; l’aspetto ed il profumo restavano soltanto per la persona che mi aiutava.

Quando finì, le chiesi che si sedesse vicino. Avevo molto desiderio di dire qualcosa sulla bellezza dell’amicizia e su quanto antica fosse la nostra e che bella sorpresa fosse stata quella di vederla, lì, accanto a me, al risveglio. La mente, però, non era ancora abbastanza lucida da dire verità di questo tipo e, mentre cercavo le parole per esprimerle – ma senza risultato – sentii che la commozione mi serrava la gola. Mi limitai a stringerle la mano…

Com’ero diventato fragile!

Cosa m’era successo, in realtà?

Quell’uccello migratore che saltellava sulla sabbia della spiaggia deserta della mia memoria aveva lasciato orme in numero molto scarso perché io potessi ricostruire gli avvenimenti.

Dovevo scavare meglio nei miei ricordi, lasciare che ciò che m’era accaduto si presentasse con più chiarezza alla mia coscienza…

 

 

 

(5)

Il primo ricordo che recuperai fu il dolore. Un dolore violento, continuo, di una natura tale che non poteva essere alleviato. Era localizzato al collo e mi impediva qualunque movimento. Era apparso di colpo, insieme alla coscienza. Avevo l’impressione di un inizio nuovo, preceduto da un vuoto scuro e senza ricordi.

Ero sdraiato per terra, di schiena: sentivo il suolo sotto di me. Non vedevo nulla: gli occhi non si potevano aprire. Due mani delicate mi trattenevano il capo, mantenendolo immobile. Una voce velata di pianto diceva:

"Dottor Marchesini, è vivo? Respiri, respiri! Dottor Marchesini, dica qualcosa! Abbiamo avuto un incidente. La macchina s’è capovolta. Dottor Marchesini, respiri!".

Riconobbi la voce: era quella della signora Lucia, la capo sala del blocco operatorio di Quelimane.

Il dolore era straordinariamente forte, occupava tutto l’orizzonte del mio essere. Pensai subito che, per sentire tanto male, dovevo essermi rotto o lussato una delle vertebre del collo.

Quante volte avevo ricevuto al pronto soccorso vittime di cadute dalle palme da cocco o d’incidenti di strada, con le vertebre cervicali lussate o fratturate! Quanti di loro arrivavano già tetraplegici, con braccia e gambe paralizzate! La prova, che sempre facevo fare a tutti, era quella di fare un respiro profondo, così da espandere la gabbia toracica. Se il petto non si riempiva d’aria, voleva dire che i muscoli intercostali non funzionavano e che quindi il midollo spinale, contenuto nel canale vertebrale, era rimasto sezionato o gravemente contuso.

E se anch’io avessi il midollo lesionato e fossi già tetraplegico? Era possibile, veramente, che ciò mi fosse accaduto!

Ma fino a quando non facessi la prova del respiro, non l’avrei potuto sapere.

Che drammatico momento non fu mai quello!

Sì, potevo essere paralizzato nei quattro membri. Se fosse stato così, non c’era più nulla da fare: sarebbe stata la mia situazione per il poco tempo che ancora avrei potuto vivere.

Durante quei momenti in cui il dubbio durò, mi sentii solidale con tutti i miei pazienti tetraplegici ed, in pratica, mi sentii, io pure, come uno di loro.

Era il momento culminante della mia vita. Avrei resistito alla scoperta di trovarmi coi quattro membri paralizzati? Dovevo assolutamente conoscere la verità! Se fossi immobilizzato, non c’era altra possibilità che accettare questa croce dalle mani di Dio.

Senza sapere quale sarebbe stato il mio futuro destino, mi apprestai a fare un respiro profondo. Riempii d’aria i polmoni: sentii la mia gabbia toracica espandersi, senza resistenze. Non ero tetraplegico!

Mi pareva di star a vivere l’esperienza, terribile e meravigliosa, d’Abramo, quando alzò il coltello verso il cielo, prima di immolare suo figlio Isacco. In cuor suo l’aveva già immolato, ma Dio non lo lasciò proseguire. Isacco gli veniva restituito! Non poteva, però, essere lo stesso Isacco di prima. Da Isacco d’Abramo era diventato Isacco di Dio, figlio ricevuto in dono due volte. Prima era il figlio della promessa, ora il figlio della benedizione!

Quanto a me, avevo ricevuto il mio corpo quand’ero nato, ed in questo momento, dopo aver rotto il collo ed essere sfuggito alla paralisi dei quattro membri, era come se lo ricevessi di nuovo: Dio non aveva voluto l’olocausto di un corpo senza movimenti. Mi restituiva il corpo, perché lo continuassi ad usare con tutto ciò che avevo imparato a fare con esso fino ad allora!

Resi grazie a Dio con tutto il cuore.

Udivo la voce della signora Lucia che, dopo aver visto che respiravo, continuava a chiamarmi, per nome, perché dicessi qualche parola.

"Sì, sono vivo, sono vivo!", risposi.

E subito aggiunsi: "Ed il mio midollo è intero! E gli altri, come stanno?".

" Siamo tutti vivi".

"Grazie a Dio!".

"La macchina s’è capovolta. L’abbiamo portato qui, fuori dal margine della strada. Non c’è anima viva qui attorno. È già passato molto tempo ed ancora non s’è visto nessuno.

Oh, qui sta arrivando il sole. Stendete una capulana, per fare un po’ d’ombra sulla faccia del dottore".

Gli occhi non s’aprivano e non potevo vedere nulla, ma mi accorsi che qualcuno mi faceva ombra.

"Come si sente, dottore?".

"Mi fa molto male il collo. Devo avere una frattura o una lussazione delle vertebre, ma per fortuna il midollo è ancora intero. Nel resto del corpo non ho dolori".

Mossi un braccio ed una gamba, come per provare che non mi facevano male. Con la mano mi toccai sulla faccia, perché gli occhi non si aprivano. Sentii che c’era una ferita nella testa ed in fronte: mi fece l’impressione d’essere grande. Rimasi sorpreso perché non sentivo dolore. Ma non dissi nulla.

"Non si tocchi lì, dottore, perché ha una ferita. Ha già quasi smesso di sanguinare.

Oh, sta arrivando un uomo in bicicletta".

Sentii che stavano domandando per andare a chiedere soccorso a Maganja da Costa. Non capivo bene le parole, ma ebbi l’impressione che non se la sentisse. Maganja era troppo distante per andarci in bicicletta. Tuttavia non memorizzai il finale della conversazione. La coscienza oscillava tra lucidità e torpore.

Il filo conduttore della percezione del mio io non era più la coscienza, ma il dolore.

Esso era estremamente violento e continuo. Per quanto localizzato ad un’area ristretta del mio corpo, occupava totalmente il mio orizzonte interiore. Bastava un minimo movimento, impercettibile, per crescere fuori misura. Ma la signora Lucia non lasciava che il mio collo si potesse muovere.

Si fece silenzio, perché potessi restare quieto.

Rimasi con i miei pensieri, anche se pensieri non credo che si potessero definire.

S’impossessò di me, come venuta da fuori, una percezione di unità con Gesù in croce. Mi sembrava che stesse un po’ alla mia destra, allineato con me, anch’egli sdraiato nella strada. Presi coscienza dei suoi dolori con un’intuizione interiore, come se mi trovassi dentro il suo corpo. Immediatamente mi resi conto della differenza abissale tra i suoi ed i miei. Egli ne aveva tutto il corpo invaso, dalla corona di spini sulla testa, ai chiodi che gli penetravano le mani ed i due piedi, a tutto il corpo, con le profonde ferite della flagellazione. I chiodi lo rendevano, in certo modo, tetraplegico…

La posizione nella croce gli impediva la respirazione, ma, soprattutto, la croce era il supplizio che doveva concludersi con la morte!

Quella presenza inattesa, non invocata, né richiesta, era la grazia maggiore che potevo ricevere. Il frutto ed il ricordo che a partire da allora mi accompagnarono, non furono appena un conforto per aiutarmi a sopportare i miei piccoli dolori senza lamentarmi: la grazia vera fu aver capito il dolore di Gesù direttamente, senza nessun intermediario, aver avuto accesso a condividere e a comprendere, per quanto in un grado infinitesimale, la verità che la croce fu per Lui…

Non avevo coscienza del tempo, né stavo ad aspettare che apparissero soccorsi. Esisteva appena il presente ed il presente era occupato per intero dal dolore.

"Signora Lucia, non ha niente per diminuire un po’ il dolore?".

"Sì, ho del paracetamolo, per il mal di testa. Sarà però difficile inghiottire, in questa posizione".

"Avevo messo una bottiglia d’acqua in macchina, questa mattina, prima di partire. Forse sarà ancora intera".

Poco dopo una voce, che non riconobbi, disse che la bottiglia era intera e che aveva trovato anche una siringa di plastica.

"Ora sbriciolo il paracetamolo, così passerà meglio. Poi le metterò l’acqua in bocca con la siringa, per riuscire ad inghiottire". Disse la signora Lucia.

Aprii la bocca per ricevere le briciole della compressa e, subito dopo sentii la siringa tra le labbra. Iniettò l’acqua e riuscii ad inghiottire senza che mi andasse di traverso.

"Grazie mille! – dissi con gratitudine – Ho sete. Posso bere un altro po’?".

Dell’altra acqua mi fu iniettata in bocca con la siringa. "Che fortuna aver trovato questa siringa!", pensai.

I dolori dopo un po’ diminuirono e mi sentii un tantino alleviato.

Passò un tempo di silenzio, durante il quale credo che mi addormentai.

Fui svegliato da un’esclamazione: " Sta arrivando una macchina!"

"È un camion che va a Maganja. Ha posto per caricarci tutti". Mi disse poco dopo l’infermiera Lucia.

"Tenete ben fermo il collo al dottore!" Riconobbi la voce del tecnico di fisioterapia Arijama.

Io stesso collaborai con gli altri e mi afferrai la testa con le due mani, pieno di paura di ciò che sarebbe potuto accadere: il midollo era rimasto intero nell’incidente, ma negli inevitabili movimenti di spostarmi da un luogo all’altro, era esposto a lesioni che potevano risultare fatali.

Mi sentii sollevare di peso, afferrato da molte mani, i piedi più alti della testa. Nonostante le molte precauzioni il collo si mosse ed un dolore improvviso, incredibile, esplose sotto la nuca. Non seppi controllarmi e lanciai un grido con tutta le forze che avevo. Mi immaginai che l’urlo, tanta fu la sua violenza, piegasse, dallo spavento, i rami degli alberi lì intorno!

Appena fui sistemato nel cassone del camion feci un altro respiro profondo, per avere la certezza che il midollo aveva superato senza danni tutti quegli spostamenti. La gabbia toracica si espanse senza problemi. Una volta ancora ringraziai il Signore!

All’arrivo a Maganja era necessario un altro spostamento, dal camion verso l’interno del Centro sanitario. Di nuovo grande paura e grandi attenzioni. Arrivai senza problemi fino all’interno. Mi ricordavo che eravamo passati da lì due giorni prima, nel viaggio di andata e che avevamo combinato di fermarci al ritorno per pranzare insieme e fare due chiacchiere, dato che sarebbe stato di domenica.

Com’era differente la situazione da quella che avevamo previsto!

Anche così, nonostante non riuscissi ad aprire gli occhi, ebbi l’impressione che tutto il personale del Centro stesse ad aspettarci.

"Le faccio un’iniezione di penicillina ed una di vaccino antitetanico - mi disse un infermiere - Ha delle ferite sulla fronte e nel cuoio capelluto. Ora le rapo i capelli e le do qualche punto".

Subito dopo sentii una lametta passare sulla testa, con l’impressione che mi strappasse i capelli. Non aprii bocca, per non mettere in imbarazzo l’infermiere. Ma non fu necessario dire nulla. Lui stesso vide che era impossibile e desistette. Si limitò a darmi appena due punti per avvicinare un po’ i margini.

Sentii una mano che mi stringeva un braccio.

"Sono padre Miguel Moto, il parroco di Maganja. Come sta, padre?".

"Mi fa molto male, ma sono ancora vivo, grazie a Dio. Mi può dare l’assoluzione?

Tuttavia, nonostante la gravità della situazione, non avevo l’impressione di essere in pericolo di morte, per lo meno per il momento.

Era forse perché sentivo che la vita non mi stava fuggendo, ma non sentii nulla di quello che si suol dire riguardo a simili occasioni: che tutta la vita passa di fronte come un film e che in un solo colpo d’occhio si abbraccia tutto quello che abbiamo fatto e siamo stati, dalla prima fanciullezza fino al momento presente. Non mi passò nulla davanti, della mia vita passata e non mi sovvenni di nulla, né di male né di bene.

Era come se avessi cominciato a vivere quando mi ero svegliato, dopo l’incidente.

Neppure avevo idea di quello che avrei potuto dire nella confessione.

Sussurrai appena. "Signore, abbi misericordia di me".

Sentii il padre Miguel che cominciava ad amministrarmi il sacramento dell’unzione degli infermi. Avvertii la sua mano che mi tracciava una croce con l’olio santo in qualche posto della testa e diceva: " Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia, ti perdoni Dio tutti i tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo".

"Amen! Grazie padre Miguel".

Passò un certo tempo in silenzio.

"Il direttore provinciale ha mandato un aereo da turismo per portarla fino a Quelimane – mi disse l’infermiera Lucia. – Il tecnico Arijama è riuscito a parlare col direttore e fra poco l’aereo arriverà sulla pista, qui dietro al Centro".

Riconobbi la voce dell’infermiere Hélder della sala di rianimazione dell’ospedale provinciale.

"Siamo già qui, dottor Marchesini. In un istante arriveremo a Quelimane e vedrà che tutto andrà bene. Nel frattempo le metto una flebo di Ringer nella vena. Chiuda bene il pugno… Ecco: già fatto!".

"Aldo, come stai? – mi sentii dire in italiano. – Sono padre Sandro. Mi hanno detto che c’era un posto in aereo e così ho approfittato per venire anch’io e vedere come stavi".

"Grazie!". La venuta del mio confratello mi confortò e mi diede coraggio. Ero ben lontano dal pensare che qualcuno della mia congregazione mi potesse venire incontro fino a Maganja.

Mi sistemarono nel piccolo aereo, ma questa volta mi controllai meglio e non gridai.

Cominciò il volo. Ad un certo punto mi accorsi che, nonostante i tentativi, non riuscivo più ad inghiottire la saliva.

Tentai varie volte: invano!

Rimasi molto preoccupato: mesi prima avevo assistito un signore portoghese che era morto di rabbia. Anche lui aveva cominciato con la paralisi dei muscoli della deglutizione, per finire poi con un arresto respiratorio.

Io avevo battuto la testa con violenza e pensavo che quel sintomo potesse essere un segno di ematoma cerebrale che interessasse i nuclei della base del cervello.

Chiamai padre Sandro e gli confidai la mia preoccupazione.

"Non essere drammatico! Calma, calma… Respira bene, tranquillamente. Rilassati un po’ e prova di nuovo".

Gli obbedii. Respirai profondamente fino a calmarmi. Provai ad inghiottire la saliva. Questa volta il riflesso si attivò e riuscii ad inghiottire.

Gli strinsi la mano. "Ci sono riuscito!" gli dissi.

"Coraggio, è naturale che tu sia nervoso e ti spaventi. Tutto finirà bene, vedrai."

L’aereo atterrò all’aeroporto di Quelimane. Quando la porta si aprì, sentii la voce dell’infermiera Paolina, anestesista del blocco operatorio, e mi detti conto che la signora Lucia stava piangendo abbracciata a lei.

Sentii che mi muovevano. Probabilmente ero sopra un materasso che doveva essere servito come barella durante il viaggio. Ci fu uno scossone ed un dolore imprevisto scoppiò alla radice del collo. Non riuscii a controllarmi e lanciai un grido da spaventare.

Mi misero in una macchina e proseguimmo verso l’ospedale.

Quando mi misero sulla barella, all’entrata del pronto soccorso, anche senza poter vedere nulla, ebbi l’impressione che ci fosse molta gente, ma non udii nessuna parola.

Mi portarono subito alla radiologia, per scoprire in che condizione erano le vertebre cervicali e la testa. Mentre passavo per il corridoio, udii varie voci di colleghi: la notizia doveva essere volata e molti erano venuti all’ospedale.

Con grande attenzione mi misero un collare intorno al collo, ma sentii che non immobilizzava bene. Mi ricordai che io stesso avevo collocato, tre o quattro giorni prima, l’ultimo di quelli nuovi ad una paziente tetraplegica, che era caduta da un camion. Il mio doveva essere il collare vecchio, composto di due metà che si univano di lato con una striscia autoadesiva. Mi rallegrai per questo particolare, per due ragioni. La prima era perché avevano rispettato quella paziente, ben più grave di me e la seconda, perché ciò voleva dire che era ancora viva!

Sentii la voce del dottor Vicente che mi teneva fermo il collo chiuso nel collare durante i cambiamenti di posizione nella sala dei raggi X, per fare la lastra frontale e quella in laterale.

Mentre attendevamo che le pellicole si sviluppassero, qualcuno mi presentò il nuovo ortopedico cubano, di cui eravamo in attesa da un certo tempo, e che era arrivato proprio in quella domenica, col volo della mattina, proveniente da Maputo.

"Si chiama dottor Toni", mi disse qualcuno.

Tesi la mano davanti a me, sperando che stesse lì vicino.

"Piacere. Mi chiamo Marchesini." Sentii la sua mano che stringeva la mia. "Non mi immaginavo di certo di dover essere il suo primo paziente!".

Dai raggi X mi portarono in sala di rianimazione. Mi tolsero la camicia, tagliandola con un paio di forbici e mi infilarono i calzoni del pigiama.

Una volta nel letto, si avvicinò il dottor Carlos, il mio collega chirurgo cubano.

"Il dottor Marchesini sa d’aver avuto un grave trauma. Anche se non ha difesa addominale, c’è indicazione per farle una puntura esplorativa e lasciarle un catetere, per scoprire se ci sia del sangue in cavità".

E, così dicendo, m’infilò un ago in fossa iliaca sinistra.

Quante volte ero stato io a fare ciò a pazienti traumatizzati! Facevo loro sempre coraggio, dicendo che non provocava nessun male ed ora, di fronte ai colleghi e agli infermieri, non potevo fare la figura di lamentarmi. Di fatto, però, sentii male. Ma non aprii bocca. Mi limitai a fare il proposito, interiormente, di cambiare la frase "Coraggio, non fa nessun male", con una più vicina della verità, come "Le faccio ora una puntura nella pancia per vedere se c’è sangue. Le farà un po’ male, ma si faccia coraggio, perché è questione di pochi attimi".

La situazione di traumatizzato mi aveva fatto passare dal lato opposto di quello che ero avvezzo ad occupare e già, fin dalle prime ore, cominciava il mio nuovo tirocinio pratico.

"Sangue non se ne trova, per il momento, ma, se ce ne fosse un poco, uscirà dal catetere che lascio infilato".

"Cosa mostrano i raggi X?", chiesi al dottor Carlos.

"Niente. Non ci sono fratture".

"Sento un dolore così forte che mi sembra impossibile che non ci sia nulla."

"La contusione è stata molto forte. Ora resti tranquillo, nel letto, col collare. Poco a poco passerà".

Quella risposta non mi convinse per nulla, ma compresi che, al proprio traumatizzato, specialmente se è un medico, è meglio non comunicare notizie allarmanti, subito nel primo giorno. Per questo tacqui e non insistetti più.

"Ora togliamo la medicazione per vedere la ferita. Ah, c’è bisogno d’una buona sutura! Hélder, può portare qui il materiale, per favore?".

Sentir forare la pelle della fronte e del cuoio capelluto non fu per nulla gradevole, tuttavia non dissi niente. Non potevo rovinare la bella figura che avevo appena fatto, nel momento della puntura addominale!

"Per ora abbiamo finito" mi disse il dottor Carlos.

Rimasi nel letto, in silenzio. A partire da quel momento ero passato ad essere uno dei pazienti della sala di rianimazione.

Non passò però nemmeno mezz’ora che l’infermiere Hélder mi toccò con la mano, dicendo:

"La mettiamo nella barella per andare all’aeroporto. Il ministro ha mandato un aereo a prenderla. È appena arrivato e attende sulla pista".

Sentii che mi portavano verso l’uscita del pronto soccorso e mi caricarono su una macchina.

L’infermiera Lucia mi salutò:

"Addio, dottore. Buona fortuna e faccia un buon viaggio!".

"Grazie, signora Lucia. Grazie per tutto l’aiuto che mi ha dato!".

Tesi la mano, per stringergliela, ma nel frattempo avevano cominciato ad infilarmi nella macchina ed evidentemente non era più lì vicino. La mano rimase in aria, ma sperai che lei, per lo meno, avesse udito i miei ringraziamenti.

La luce del giorno filtrava ancora attraverso le palpebre chiuse e sentivo gocce fredde di pioggia che mi pungevano gentilmente sulla faccia, quando, in aeroporto, mi passarono dalla macchina all’aereo.

"Il dottor Carlos l’accompagna fino a Maputo", mi disse il dottor Attilio, il direttore provinciale.

In un istante fui sistemato su un materasso, chiusero le porte e subito sentii i motori avviarsi.

Sapevo che Maputo distava circa mille e trecento chilometri in linea d’aria. Col Boeing ci voleva un’ora e mezzo, per cui con un aereo da turismo dovevano essere necessarie tre o quattr’ore. Mi preparai interiormente a saper aspettare con pazienza. Ben presto con lo scendere della notte e col salire in quota, la temperatura si abbassò. Nella fretta ero stato evacuato a torso nudo, coi calzoni del pigiama e un lenzuolo sopra. Cominciai a tremare con tutto il corpo e a battere i denti, come accade durante un attacco di malaria. Chiamai il dottor Carlos e gli chiesi di vedere se trovasse qualcosa per coprirmi.

"Chiedo ora al pilota". Ma subito tornò dicendo che a bordo non avevano nulla. Dovevo farmi coraggio e resistere così, fino a Maputo.

Non risposi niente. Era un’occasione per fare esperienza d’una situazione, nuova per me, ma estremamente comune: quanta gente in Mozambico non aveva il sufficiente per coprirsi e sopportava con pazienza questa sofferenza? Stavo imparando un’altra cosa nuova!.

Cercai di evitare di pensare alle ore che dovevo restare così.

Mi concentrai nel presente, fermando i pensieri.

Mi ricordai dell’esperienza che avevo cominciato a fare, l’anno anteriore, di provare a restare immobile e senza pensieri secondo la tradizione dei monaci buddisti che praticano quella forma di meditazione chiamata "zazen". Mai avrei pensato che mi avrebbe potuto soccorrere in una situazione come questa! Ma, quanto al freddo, non mi aiutò in nulla. Continuai a tremare e a battere i denti fin quasi all’atterraggio!

Nella pista dell’aeroporto di Maputo c’era un’autoambulanza vera, attrezzata per trasportare vittime di incidenti. Mi sentii infilare sotto il corpo una barella rigida, fatta di due metà che si unirono con un clic metallico. Mi afferrarono un braccio e mi misurarono la pressione.

L’ambulanza si fermò al pronto soccorso dell’ospedale centrale e fui trasportato all’interno. Mi sentii toccare un braccio:

"Sono padre Madella. Ti siamo tutti vicini. Conta su di noi!".

"Grazie! Avvisa mia sorella e mio fratello, ma fai in modo che i miei genitori non sappiano nulla. Non mi ricordo i numeri del telefono, ma al segretariato delle missioni di Milano li sanno.

Mi portarono a fare nuovi raggi X. Subito dopo il neurochirurgo di servizio si presentò e mi chiese cosa sentivo. Gli risposi che mi faceva molto male il collo e che sentivo formicolii nella mano sinistra. Il resto del corpo non mi dava problemi. Mi fece un esame neurologico, riuscì a forzare le palpebre ad aprirsi e mi gettò direttamente sopra le pupille un raggio di luce che mi ferì come se fosse un coltello.

Che sensazione sgradevole! Mi sembrò quasi una vera e propria aggressione.

"Un’altra lezione per me! – pensai – .Devo ricordarmi di questo, quando esaminerò il riflesso pupillare ai pazienti che hanno gli occhi che non si aprono: la luce ferisce dolorosamente la vista molto più di quello che immaginavo".

"Dottor Marchesini – concluse il collega – le vertebre cervicali hanno sofferto, ma non ci sono segni di lesioni neurologiche. C’è appena una diminuzione della forza muscolare nella mano sinistra, ma può essere un effetto del trauma. Per ora non corre pericoli. Il collare ce l’ha già. Rimanga tranquillo questa notte e con dieta zero fino a domani, per essere pronto nel caso che sia necessario operare".

"Buona notte! – era, questa volta, la voce del dottor Carlos – .Fino a Maputo siamo arrivati bene. Ora vado a dormire. Domattina passerò per vedere come sta, prima di tornare a Quelimane".

"Grazie per tutto, dottor Carlos. Buona notte".

Rimasi solo, in silenzio. Mi avevano collegato il monitor cardiaco e ogni battito del mio cuore era segnalato con un poderoso "bip".

Entrò un’infermiera a controllare la flebo. Mi chiese se avevo urinato durante il giorno.

"No – risposi – e non ne sento necessità".

Mi pose una mano sopra il pube.

"La vescica però è piena. Le porto il pappagallo".

Provai a urinare, ma senza risultato. In quella posizione non ci riuscivo.

"Deve aver pazienza, ma è necessario collocare un catetere".

"Questa scuola che faccio, come malato, non smette mai di darmi lezioni!" pensai.

Così feci anche questa esperienza. L’entrata della prima parte fu sgradevole, ma accettabile. Il superamento degli ultimi centimetri, quando il catetere forzò la resistenza delle pareti della prostata fu, al contrario, dolorosa ed invece che di gomma mi parve che fosse di ferro.

Ma anche questa esperienza passò senza lamentele.

"Non è per nulla facile la vita d’un ospedalizzato. – pensai – .È molto istruttivo per un medico passare, per lo meno una volta, dal lato dei malati".

Tornò il silenzio, tagliato solo dal bip che registrava i battiti del mio cuore.

Infastidiva un po’, è vero, ma, finché dava il segnale, voleva dire che, per lo meno, il mio cuore batteva ed io continuavo vivo…

Sentii il dolore diminuire quasi d’improvviso. L’infermiera doveva aver iniettato in vena – senza dirmi nulla – un analgesico attraverso il deflussore della flebo ed io riuscii ad addormentarmi profondamente.

Fui svegliato di mattina dalla voce della dottoressa Teresa Couto, la direttrice della neurochirurgia. Entrò con qualche altro collega per esaminarmi più accuratamente.

"Dottor Marchesini, le dirò apertamente quello che ha, in modo da collaborare in pieno con noi. Come medico è bene che sappia tutto. Nella testa ha riportato una frattura della fossa anteriore della base del cranio. È per questo che l’ematoma le ha gonfiato le palpebre e non riesce ad aprire gli occhi.

Nel collo ha una frattura ed una lussazione della seconda vertebra cervicale, ma, miracolosamente non ha nessuna lesione midollare. Il formicolìo e la perdita di forza della mano sinistra devono essere dovute ad una sofferenza del plesso brachiale, provocata probabilmente dalla cintura di sicurezza durante le giravolte della macchina. In queste lussazioni cervicali il trattamento è la trazione. Le applicheremo adesso un compasso nel cranio in anestesia locale. Faremo tutto qui nel letto senza andare in sala operatoria. Le punte del compasso entreranno con un dolore molto leggero. L’osso è insensibile ed il periostio resta anestetizzato con l’anestesia locale".

"Va bene. Sono d’accordo!", risposi.

In pochi minuti tutto era pronto ed il compasso fu applicato. Il dolore fu, di fatto, molto leggero.

"Ora le applicheremo una trazione di sei chili e mezzo. Dato che la lussazione è recente, dovrebbe ridursi prima di sera. Le metteremo due rialzi sotto i piedi del letto, dalla parte della testa, per fare da contro trazione: i pesi tirano da un lato ed il corpo dall’altro. Vedrà che il dolore del collo comincerà a diminuire, man mano che le vertebre si andranno riallineando. Devo dirle che la trazione bisogna che sia mantenuta per sei settimane, fino a quando il callo osseo cominci a consolidarsi".

Fissarono una carrucola dal lato della testa nella spalliera del letto, che fu sollevato sopra due rialzi, legarono una corda di nailon al compasso ed applicarono un peso di sei chili e mezzo.

Il dolore al collo cominciò a diminuire in modo impercettibile, ma progressivo. In compenso la trazione cominciò a porre in tensione tutte le giunture, i muscoli, i tendini, i legamenti e quant’altre strutture potevano essere stirate. Sentivo un male penetrante, diffuso, sordo, con una caratteristica di inesorabilità e di continuità che mi schiacciava. Come avrei potuto resistere così durante sei settimane?

La dottoressa Teresa passò dopo mezz’ora per vedere come mi stavo adattando.

"È un dolore che non lascia respiro e che penetra fino al midollo del mio corpo. Senza aiuto di analgesici non ce la posso fare".

"Senta, dottor Marchesini, lei ha una frattura della base del cranio e sono passate appena 24 ore dall’incidente. Lei sa che può formarsi un ematoma e che, se le dessi della morfina, la coscienza potrebbe essere alterata e così non sapremmo distinguere un obnubilamento dovuto all'ematoma da uno dovuto agli stupefacenti. Una volta in più chiediamo la sua collaborazione e comprensione. Possiamo però darle un analgesico minore, tipo acido acetilsalicilico in vena".

"Possiamo tentare", risposi.

"Coraggio, dottor Marchesini! La cosa è molto seria e lei deve riuscire a resistere. Il pericolo della tetraplegia non è ancora passato. Verso sera faremo una radiografia di controllo per vedere se le vertebre si sono riallineate. A più tardi".

Per la seconda volta sentii Gesù crocifisso, vivo accanto a me, come là nella strada e, questa volta, ebbi accesso a penetrare in una dimensione nuova della sua passione. Una dimensione sulla quale non avevo mai fissato l’attenzione: la sua durata, il suo continuare lungo il tempo, un tempo che aveva smesso di scorrere, un tempo fatto soltanto d’un terribile, immutabile presente! Che dramma angoscioso la sofferenza senza prospettive di sollievo, la sua definitività…

Assaporai l’amarezza terribile del suo animo, quel suo dolore infinito che continuava: come riuscire a resistere ore ed ore, quando un solo minuto era lungo come un’eternità? La sua vicinanza interiore mi confortò: non ero da solo a far l’esperienza dell’amarezza d’un dolore la cui fine era dietro l’orizzonte.

Entrò l’infermiera con la prima iniezione. Dopo un po’ il dolore diminuì e riuscii ad addormentarmi. Quando mi svegliai sentii la voce dell’infermiera Matilde, che si offriva d’assistermi per tutto quel primo, difficile giorno.

Alla sera sentii che qualcuno mi toccava in un braccio. Era il tecnico di radiologia.

"Buona sera, dottore. Ho portato l’apparecchio di raggi X portatile per fare il controllo. Questa volta dev’essere per forza nel letto, a causa del compasso della trazione".

Una grande abilità fu posta in azione per riuscire a fare la proiezione laterale, mentre io restavo sdraiato di schiena.

"Andiamo allo studio per sviluppare le lastre. Buona sera".

Dopo una mezz’ora entrò la dottoressa Teresa.

"Buone notizie, dottor Marchesini. La seconda vertebra cervicale è già tornata a posto. Il pericolo della tetraplegia è praticamente passato".

"Ringraziamo il Signore! Grazie, dottoressa, per il suo aiuto! Chi avrebbe detto, giovedì scorso, che la prima testa ad usare il compasso sarebbe stata la mia?".

"È proprio vero: certamente nessuno!".

Quel giorno era un lunedì. La settimana prima, la dottoressa Teresa era venuta a Quelimane per una visita di supervisione nel programma di neurochirurgia nelle Provincie. Il tema era: fratture del cranio e lussazione delle vertebre cervicali. Aveva portato con sé tre compassi nuovi che avevano la possibilità d’essere infilati nelle ossa del cranio senza che il malato si spostasse dal letto, dato che bastava iniettare un po’ d’anestesia locale nel cuoio capelluto, un centimetro o due sopra le orecchie, fare un’incisione nella pelle con la punta del bisturi, appoggiare le punte del compasso contro la regione temporale e girare le viti fino a far entrare le punte nell’osso, in modo solido.

Pericolo d’entrare nel cervello non ce n’era, perché le punte avevano una lunghezza che era la metà dello spessore dell’osso in quella regione.

Io ero stato contentissimo di quell’offerta, dato che, fino a quel momento, quand’era necessario collocare una trazione cervicale, dovevo usare una staffa per le fratture del femore, montata con due fili metallici di Kirschner, che servivano da punte, per infilarsi in una specie di cavità scavata nelle ossa temporali con un trapano. Un lavoro d’una certa difficoltà, che esigeva quasi un’ora di blocco operatorio.

L’offerta della dottoressa Teresa apriva un una nuova era nel campo delle lussazioni delle vertebre cervicali a Quelimane. Io, tuttavia, volevo fare una prova pratica. In mancanza di traumatizzati, avevo portato all’ospedale, quel giovedì, una noce di cocco, immaginando che potesse essere una testa umana. La soddisfazione era stata generale.

A quattro giorni di distanza, ero io a fornire la prima testa e devo dire che quella prova, fatta da me pochi giorni prima, aveva contribuito abbastanza perché offrissi alle punte del compasso, senza paura, il mio cranio al posto del cocco!

 

 

 

(6)

La parte d’emergenza del mio trattamento era così conclusa.

Cominciava ora la fase di manutenzione. La sua durata era già stata fissata: sei settimane. Era necessario organizzare una forma d’assistenza continua, dato che quell’immobilizzazione della testa mi metteva nella condizione di aver sempre bisogno di qualcuno a lato, per muovermi, per darmi da bere, per mettermi la padella o il pappagallo, per lavarmi e per qualunque altra necessità che potesse sorgere.

Queste preoccupazioni erano ancora lontane dalla mia mente tutta impegnata a recuperare la lucidità e a trovare il modo per superare le ore di dolore.

Erano passate meno di 48 ore dall’incidente, ed ancora non ero riuscito ad aprire gli occhi.

La notte seguente, con Anna Maria, fu molto agitata. Nonostante le iniezioni ogni quattro ore, i dolori occupavano una grande parte del tempo, ma soprattutto rompevano gli argini del mio corpo fisico per invadere tutto ciò che io ero: pensieri, emotività, ricordi, fantasia, volontà…La totalità del mio essere era impegnata in questa lotta e mi sembrava che non esistessero fessure attraverso le quali la coscienza potesse fuggire e luoghi dove rifugiarsi.

L’impossibilità di girarmi di lato rendeva ancora più dura questa situazione. Era un continuo chiedere ad Anna Maria di tirare il lenzuolo, ora verso sinistra, ora verso destra, per farmi fare col corpo un ottavo di giro verso il lato opposto. Quando la puntura affievoliva il dolore, il sonno era angoscioso, agitato, frammentato. Ogni pochi minuti mi svegliavo impaurito.

Passò così la prima notte di trazione. Quando Anna Maria andò a casa, al mattino, più che di ringraziarla, sentivo la necessità di chiederle scusa.

Di mattina presto passò il dottor Carlos per salutarmi e sapere come stavo. Stava andando all’aeroporto per partire per Quelimane. Lo ringraziai di tutto cuore per l’aiuto che mi aveva dato.

Quando Anna Maria uscì, lasciarono entrare il padre Madella, per salutarmi e portare succhi di frutta. Mi disse che c’era fuori un avviso che proibiva le visite, ma che i medici avevano permesso che potesse restare una persona, seduta al mio lato, con la raccomandazione di rimanere zitta. Aveva già cominciato a raccogliere le disponibilità di molte persone che mi erano amiche, in maggior parte suore, ma anche confratelli e laici, in maggioranza originari di Quelimane. Potevano cominciare ad entrare a partire da quel pomeriggio.

Mi disse anche che fuori dalla stanza, sia nella notte in cui arrivai, sia durante il giorno prima e anche ora, era tutto un vai e vieni di persone amiche che volevano vedermi o per lo meno sapere come stavo.

La delegazione di Quelimane di Radio Mozambico, nel giornale radio della mattina, in catena nazionale, aveva dato notizia dell’incidente, di modo che tutti quelli che mi conoscevano lo sapevano già.

A udire queste notizie sentii la commozione stringermi alla gola e dovetti fare un grande sforzo per ributtare le lacrime indietro.

"Coraggio! – mi disse il padre Madella – molta gente ti vuole bene e tutti pregano per te!".

La voce non riuscì ad uscire. Gli strinsi la mano mentre mi diceva che sarebbe tornato a mezzogiorno.

Dopo che fu uscito cominciai i tentativi per vedere se riuscivo ad aprire un poco le palpebre. Cominciai a sfregare delicatamente con la mano sopra le ciglia di destra. Sentii che, oltre al gonfiore c’erano secrezioni che erano seccate e che funzionavano come colla. Poco a poco si distaccarono e con un dito riuscii a sollevare la palpebra e tornai a vedere qualcosa, dopo due giorni in cui il contatto con l’ambiente era passato solo attraverso l’udito ed il tatto.

Tornare a vedere mi riempì di allegria e passai, con entusiasmo, a liberare le ciglia di sinistra. Questa palpebra era meno gonfia che quella di destra e riuscii ad aprire una piccola fessura senza l’aiuto delle dita. Mi sembrò di aver fatto un passo veramente fondamentale!

Subito dopo venne l’infermiera Matilde e le comunicai, radiante, la grande notizia. Fu così che mi lasciò il suo orologio per sapere l’ora.

Queste novità mi avevano dato più coraggio, ma la situazione di sofferenza continuava.

Quella mattina nessuno poteva restare accanto a me.

Riuscii a vedere il soffitto della mia stanza e la parte più alta delle pareti. Mi sembrava che al posto della porta ci fosse una tenda. Se avessi avuto bisogno di qualcosa potevo chiamare, che le infermiere avrebbero sentito.

Quel bip di monitoraggio del mio cuore era durato tutto il giorno anteriore e tutta la notte. All’improvviso cominciò a catturare la mia attenzione e a penetrarmi nel cervello e nella coscienza con una inesorabilità intollerabile. Cercavo di distrarmi, non farci caso. Era impossibile. L’effetto dell’iniezione finì ed il dolore dello stiramento venne ad accrescersi al tormento acustico del bip. Mi sembrava di stare quasi per esplodere. Chiamai l’infermiera di servizio. Accorse immediatamente.

"Signora infermiera, questo bip sta diventando per me un tormento insopportabile. Non sarebbe possibile staccarlo?".

"Vado a chiedere al medico di servizio".

Tornò dopo dieci minuti.

"Il dottore ha detto che si può staccare, dato che il suo stato si è ormai stabilizzato".

Schiacciò un bottone ed un silenzio ristoratore regnò nella stanza.

Rimasi in attesa dell’ora dell’iniezione.

Ad un certo punto sentii qualcuno entrare silenziosamente. Aprii la fessura dell’occhio sinistro per vedere se era già l’infermiera con la siringa. Era invece il dottor Zilhão, il ministro della Sanità. Eravamo vecchi amici, dai tempi di quando lavoravamo entrambi nella provincia di Tete, quasi vent’anni prima.

"Come va?".

"Bene. Solo i dolori…Ma l’importante è che sono scampato!".

"Proprio scampato! Coraggio. È necessario avere molta pazienza. Le auguro che migliori!"

"Grazie!".

Passò dell’altro tempo e sentii una persona vicino a me. Aprii l’occhio sinistro: era la dottoressa Teresa Schwalbach, la direttrice del servizio di anestesia. Anche lei era un’antica amicizia dei miei primi anni di Mozambico. Si sedette accanto.

"Oggi è sveglio. Che bello! Quando sono passata ieri, stava dormendo e non volli essere importuna. La notizia del suo incidente ci ha spaventato tutti, ma sembra che sia ormai fuori pericolo. Come vanno i dolori? Quella trazione dev’essere dura da sopportare…".

"Un po’! Fa molto male quando finisce l’effetto dell’analgesico. Ma spero che col tempo la situazione migliori".

"Come fa per mangiare, con la testa così prigioniera ed in estensione?".

Non lo so. Ancora non ho mangiato nulla. Ho preso soltanto un po’ di minestra ieri ed ho bevuto del succo di frutta. Non mi va di mangiare nulla".

"L’appetito tornerà. Non è ancora passato lo shock della grande botta. Ma succhi di frutta deve prenderne! Sa che adesso vendono succhi naturali di molti frutti? Sono fatti in Mozambico e sono davvero buoni. Dica qual è il gusto che preferisce, che gliene mando già alcuni. Ce ne sono di mango, di ananas, di litches, di arancia…".

"Ah, sì, quelli di litches mi piacciono molto!".

"Bene, tra poco gliene mando qualcuno".

Rimase ancora alcuni minuti e se ne andò.

Passata mezz’ora entrò l’infermiera con alcune confezioni.

" È la dottoressa Teresa che le manda questi succhi. Mi ha raccomandato di fargliene bere già il primo".

"Sì, sì, grazie!".

Infilò un tubicino nella confezione di cartone e me lo collocò tra le labbra. Succhiai senza difficoltà alcuna. Ah, che buon gusto aveva! Rimasi grato alla dottoressa Teresa. Com’era stata gentile!

A mezzogiorno arrivò il padre Madella. Portava minestra ed un po’ di gallina. Ma io continuavo senza voglia di mangiare. C’era con lui suor Maria Olinda, una vecchia amica dei tempi di Quelimane, che lavorava a Maputo da tre o quattro anni. Era per me come se fosse mia sorella. Con lei mi sentivo pienamente a mio agio.

Rimase seduta vicino a me, fedele alla consegna di non farmi parlare. Le chiedevo, ogni tanto, di tirare il lenzuolo verso un lato, per ruotare in senso contrario e restare un po’ alleviato.

Nonostante le iniezioni, non riuscivo ad addormentarmi negli intervalli senza dolori. Rimanevo soltanto obnubilato, con incubi ed immagini enigmatiche ed angustianti, che neppure io sapevo riconoscere a che cosa si riferissero. Solo m’era di conforto, quando aprivo l’occhio sinistro, la vista di suor Maria Olinda che vigilava su di me.

Giunse la notte ed arrivò il padre Madella con un’altra suora. Era infermiera e si trovava a Maputo di passaggio, ancora per due o tre settimane. Non ci eravamo mai conosciuti. Era del Venezuela e si chiamava Lupita.

"Lupita?" chiesi.

"Sì, Maria de Guadalupe. Guadalupita. Lupita. Semplice!"

Nonostante non mi avesse mai visto, rimase subito a suo agio, con quella capacità di entrare immediatamente in relazione, che i Latino-americani hanno la fama di possedere. E lei, difatti, possedeva tale qualità in grado eminente!

La notte passò agitata, come la precedente.

Passarono così altri due giorni.

La mancanza di un sonno vero cominciava ad essere molto pesante. Quando passò la dottoressa Teresa Couto, la responsabile dei medici che mi curavano, chiesi che mi desse qualcosa per poter dormire.

Rimase un po’ imbarazzata.

"Il suo cervello ha sofferto un grave trauma ed il pericolo non è ancora passato. Non è molto conveniente deprimerlo con un ipnotico. Discuterò il caso con i miei colleghi".

Nel pomeriggio venne il neurochirurgo di servizio a comunicarmi che avevano combinato di darmi carbamazepina, un farmaco generalmente usato come antiepilettico, ben tollerato da un cervello in sofferenza e che possedeva un buon effetto per indurre il sonno.

Di sera l’infermiera venne per darmi la pastiglia.

"È carbamazepina", annunciò. La sbriciolò in pezzetti e la deglutii senza difficoltà.

Dormii, difatti, tutta la notte, ma sognai di camicie in un prato, inchiodate al suolo e di pacchi bianchi, legati con una corda, che mi perseguitavano come cani che davano la caccia a un ladro…

 

 

 

(7)

Suor Olga era restata accanto a me, seduta in silenzio, durante un tempo molto lungo.

In quel silenzio potevo continuare a rimanere, totalmente a mio agio.

Anche senza aver aperto la bocca, mi parve di averle raccontato tutta la storia dei primi giorni. Il suo era un silenzio pieno di attenzione e di disponibilità.

Quella notte avevo dormito profondamente, per la prima volta, ma la sofferenza spirituale era stata di gran lunga peggiore della sofferenza dovuta al non poter dormire.

"Se il dormire porta sogni tanto terribili, preferisco rimanere sveglio e sentire il male".

Dissi ciò a voce alta, come se la suora avesse assistito ai miei sogni.

"Ah, sì?" si limitò a commentare suor Olga.

Mi riempii d’ammirazione per la delicatezza e il rispetto della suora, che sapeva così bene controllarsi senza fare domande che mi avrebbero indotto a parlare molto. Compresi, tuttavia, che quell’«Ah, sì?»era pieno di interesse sincero, oltre che di rispetto.

Le raccontai allora i due sogni. Volevo dire soltanto due parole, ma poi entrai nei particolari. Raccontarli mi faceva bene: mi aiutava a ridimensionare l’impatto straordinario che avevano avuto su di me.

Quando i medici passarono, raccontai loro dell’angustia che quei sogni mi avevano provocato.

"Beh, - commentarono – la colpa della carbamazepina può essere stata appena quella di averle permesso di addormentarsi profondamente. Il contenuto ed il loro colore fosco potrebbero essere, più facilmente, il frutto dello stato di sofferenza in cui il suo cervello ancora si trova. Ad ogni modo, questa notte le daremo qualcosa di molto blando, che contribuisca pure a lasciarlo più sereno.

La sera mi dettero clordiazepossido, un tranquillante molto leggero.

Anche così i sogni furono paurosi ed agitati.

Il mattino dopo chiesi per non prendere più nulla. Era preferibile il dolore fisico piuttosto che quella sofferenza interiore.

La notte seguente fu più serena, ma il dolore continuava intenso, negli intervalli di tempo senza la protezione dell’analgesico. Il sonno era molto frammentato e mi sembrava che il mattino non arrivasse mai.

Decisi di chiedere ai medici di tentare di controllare i dolori in altro modo, con più continuità, se fosse possibile.

Lo stato di sofferenza del cervello imponeva dei limiti, mi dissero, tuttavia avrebbero studiato qualche alternativa e poi mi avrebbero informato.

A mezzogiorno l’infermiera venne senza siringa.

"Il trattamento è stato cambiato. Invece di acetilsalicilato endovenoso, hanno prescritto delle compresse. È un’associazione di due diclofenac da 25 milligrammi e di un paracetamolo da 500. Come fa per inghiottirli?".

"Così interi ho paura che mi vadano di traverso, per via della posizione. Può sbriciolarli, per favore?".

"Va bene".

Un minuto dopo venne con un cucchiaio pieno di pezzettini. Svuotò il contenuto delicatamente in bocca: aatch, com’erano amari! Mi infilò un pezzetto di deflussore di flebo tra le labbra, riempii la bocca per metà con acqua e con decisione deglutii. Tre quarti erano passati! Ripetei la manovra ed il resto discese senza problemi.

"Calma, calma – disse l’infermiera – Manca il secondo cucchiaio!".

Tutto bene, come prima.

"Le compresse sono ogni otto ore." aggiunse, prima di uscire.

I giorni, frattanto, avevano cominciato a passare: era domenica e la prima settimana stava per completarsi.

Attorno alle dieci era venuta, come tutte le mattine, suor Teresa delle Figlie della Carità, di S. Vincenzo De’ Paoli.

Aveva già passato, da molto, gli ottant’anni e viveva nella comunità di Matola, a un quindici chilometri dalla città. Nonostante ciò, tre volte alla settimana veniva all’ospedale centrale per visitare i malati più abbandonati: quelli che erano totalmente indigenti e quelli che non avevano nessuno. Mai arrivava a mani vuote: portava sempre due sporte ben riempite di termos di minestra, e poi di pani, biscotti, pezzi di gallina, frutta ed altro. Per spirito di amore alla povertà ed agli stessi poveri, veniva quasi sempre coi mezzi pubblici: con l’autobus o con lo "chapa". Erano chiamati con questo nome quei camion che facevano un servizio continuo di vai e vieni tra due punti della città e dei dintorni, caricati di passeggeri fino all’inverosimile, con un telone sopra un’armatura metallica, per proteggerli dal sole e dalla pioggia. Il prezzo del biglietto era fisso, qualunque fosse la distanza.

Suor Teresa faceva questo servizio da più di vent’anni. Quand’era un po’ più giovane, negli altri tre giorni andava a visitare i prigionieri delle carceri normali e di quelle politiche.

C’eravamo conosciuti nel 1978, un giorno in cui venne a visitare la diga di Cahora Bassa, nei pressi della cittadina di Songo, dove lavoravo in quegli anni. Era venuta, durante le ferie, a visitare la nuova comunità delle Figlie della Carità, aperta a Matundo, sul margine dello Zambesi, di fronte alla città di Tete, la capitale di quella provincia. Da lì le sue consorelle l’avevano portata a visitare le meraviglie della diga e della centrale elettrica di Cahora Bassa. Restarono, a pranzo, ospiti mie e di padre Antonio e dopo, al pomeriggio, ci fu tempo per conversare, seduti sugli sgabelli della veranda "dalle tende verdi". Questo nome veniva dal fatto che, in un canto della veranda, ben cintata dalla rete moschettiera, il padre Antonio ed io avevamo creato una cappellina, delimitata completamente da tende verdi, dove conservavamo l’eucaristia, celebravamo la messa, recitavamo l’ufficio in coro, facevamo l’adorazione e ci ritiravamo a pregare nei tempi liberi.

Fu lì, presso le tendi verdi, che nacque la nostra amicizia. Gli anni passavano uno dopo l’altro, ma la comunione continuava a mantenersi intensa, alimentata dalla preghiera, dalle lettere e dalle visite, ogni uno o due anni, quando un’occasione mi portava a Maputo.

Suor Teresa veniva sempre, tutte le mattine. Nei giorni in cui non visitava i malati, veniva soltanto per visitare me. S’era incaricata del servizio di portarmi la comunione ogni giorno e non mancò un’unica volta.

Era venuta anche il primo giorno, quando a nessuno, all’infuori dell’infermiera Matilde, fu permesso d’entrare nella mia stanza. Non me n’accorsi, così, senza poter aprire gli occhi e obnubilato com’ero. Ella, nonostante il grande affetto che aveva per me, come a un nipote, seppe contenersi e non aprì bocca. Appena – mi disse più tardi – restò a piangere, in silenzio.

Mi aveva avvertito che di domenica non sarebbe venuta, perché le sue consorelle volevano che, con quell’età, si riposasse almeno un giorno alla settimana.

"Ho insistito tanto – mi disse contenta, entrando in camera – che alla fine la madre superiora mi ha dato il permesso di venire".

Oltre alla comunione, portava sempre un termos di due litri di tè "placate", fatto con le foglie di un’erba tradizionale, che si coltivava nei cortili e giardini delle case di campagna e di città.

Appena aveva saputo che dovevo bere molto, e che l’acqua pura non mi andava giù, si mise a disposizione per garantire quel servizio per tutto il resto del tempo.

Ogni mattina portava sempre una sorpresa: una papaia od una mela o una pera o una banana. Non arrivava mai a mani vuote. Quasi tutti i giorni portava un mazzo di fiori del suo giardino, che metteva in un vaso accanto al letto. Quando le infermiere cominciarono a congratularsi per il gentil pensiero e per la bellezza dei fiori, cominciò a portarne qualcuno in più per loro, da mettere sulla scrivania del loro gabinetto.

Il tè "placate" era diventato la mia bevanda esclusiva, al di fuori dei succhi di frutta che, dopo il suggerimento della dottoressa Teresa Schwalbach, il padre Madella non lasciava mai mancare.

Dopo aver cominciato a mangiare, durante il pranzo, sentii che le compresse cominciavano a fare effetto ed i dolori stavano praticamente sparendo. Dormii bene per quasi due ore.

Era una domenica, quel giorno, e molti erano venuti per vedere se era possibile visitarmi.

Le infermiere chiusero un occhio e lasciarono passare le prime suore. Ma dopo arrivarono altre ed altre ancora. Oltre alle suore giunsero anche amici e conoscenti, originari della Zambesia e di Tete, le due provincie dov’ero stato a lavorare.

La stanza era piccola ed il flusso continuo delle persone indusse i primi arrivati a salutare ed uscire, per lasciare il posto agli altri. Quanta gente vidi in quel pomeriggio! Mi resi conto di quanto bene mi volevano tante persone che avevo conosciuto perfino molti anni prima.

Quasi tutti dicevano che erano già venuti più volte per tentare di poter passare, ma invano. Oggi, tuttavia, dato che era domenica, avevano voluto tentare ancora una volta ed avevano trovato una maggior benevolenza. Ad ogni modo, fuori dalla porta rimaneva un avviso a lettere cubitali che diceva "Visite Limitate".

Questa dimostrazione d’affetto, che si sommava alle tante e continue che stavo ricevendo fin dai primi giorni, contribuì molto a sollevarmi il morale e a darmi coraggio per sopportare tutto con pazienza: non potevo cancellare dalla mente che erano ancora cinque le settimane che dovevo passare con la trazione nella testa.

Poco a poco i visitatori uscirono e rimasi con la suora che mi assisteva. Era suor Teresa della congregazione delle Figlie del Calvario. Anche lei faceva parte delle molte persone amiche dei tempi antichi, che l’incidente mi aveva fatto rincontrare. C’eravamo conosciuti a Songo nel 1978, quando lei era appena arrivata in Mozambico, proveniente dalla Spagna con altre due consorelle. Erano le prime missionarie che lo Stato lasciava entrare nel Paese, dopo l’inizio della Rivoluzione e dell’Indipendenza. Erano tutt’e tre infermiere e lavorarono con me in quell’ospedale rurale, fino al mio trasferimento nel 1980.

Lei lavorava ora in un centro sanitario di Matola e, per questo, aveva libere solo le domeniche. Si era messa in lista col padre Madella per venire tutte le domeniche al pomeriggio. Era molto delicata e gentile. Si prendeva cura di tutto e, se io rimanevo zitto a lungo, spontaneamente mi chiedeva: "Non ha bisogno di niente? Sarebbe bene bere un po’. Sono già passate quasi due ore dall’ultima volta. Posso darle un poco di tè placate?"

Era arrivata l’ora della cena. Io ero solito mangiare quello che passava l’ospedale. Il Ministero mi aveva offerto l’internamento nelle camere dei dozzinanti dell’astanteria. Il trattamento era molto buono e c’era persino la possibilità di scelta del menù alla colazione, al pranzo e alla cena.

Due o tre ore prima delle refezioni principali passava l’incaricato della cucina a raccogliere la lista dei piatti scelti.

Per tutta quella settimana non avevo avuto nessuna voglia di mangiare. Lo stress dell’incidente aveva bloccato quasi per completo l’intestino: non mangiavo praticamente nulla e non andavo di corpo. Non sentivo nessuno stimolo, neppure da lontano.

Entrò l’incaricata delle refezioni con il vassoio. Avevo chiesto minestra e pollo con verdura, entrambi cotti nell’acqua, sia perché erano più facili da digerire, sia perché speravo che stimolassero la motilità intestinale.

Suor Teresa mi servì con ogni delicatezza. Ma, neppure questa volta, mi riuscì d’arrivare in fondo. Il fatto di non poter vedere l’aspetto del cibo, che scendeva dall’alto verso la mia bocca, né di poter sentire il suo profumo, contribuiva senz’altro per eliminare lo stimolo dell’appetito.

Alla fine della cena ero solito mangiare una fetta di papaia, l’ultima ch’era rimasta, del frutto portato al mattino dall’altra suor Teresa.

Dopo di ciò c’era un rito al quale non potevo rinunciare per niente al mondo: lavare i denti. La suora metteva il dentifricio sullo spazzolino ed io mi spazzolavo i denti accuratamente. Dopo di che, mi sciacquavo la bocca con un abbondante sorso d’acqua, che alla fine, poi, inghiottivo. Quest’adattamento fu necessario inventarlo per vincere le difficoltà quasi insormontabili, che provavo a tentare di sputare l’acqua fuori dalla bocca restando in una posizione rigorosamente supina, col collo in estensione e senza poter girare minimamente la testa, né a destra né a sinistra. Dopo di ciò pulivo le labbra con un tovagliolo od un asciugamano.

Quando tutto era finito, allora suor Teresa apriva la sua borsa, tirava fuori la cena che s’era portata dietro e rimaneva lì a mangiare, col piatto in equilibrio sopra le ginocchia, seduta vicino a me. Viveva lontano, a Matola e, a quell’ora in cui era solita arrivare a casa, le altre consorelle della comunità avevano già finito di cenare.

L’ora del cambio di turno, alla sera, era tra le 19,30 e le 20,30.

Come sempre, arrivò padre Madella ad accompagnare la persona che sarebbe rimasta alla notte. Questa volta era la signora Ivety, da parecchi anni incaricata dell’andamento della casa di accoglienza e di ospiti della mia congregazione a Maputo. Aveva una maniera di fare allegra e sempre di buon umore. Per lei sembrava che non ci fossero mai difficoltà. Con calma, pazienza e saper fare, tutto si poteva risolvere.

"Padre Aldo, le abbiamo portato un gelato. Visto che non mangia quasi niente, un gelatino potrebbe completare un poco la dieta. Che ne dice?"

"Un’idea molto buona! Per il gelato, prima dell’incidente, trovavo sempre un angolino vuoto. Spero che si sia mantenuto vuoto fino ad ora!"

A cucchiaiatine, una dopo l’altra, il gelato finì.

"Grazie, Ivety! Questa sorpresa ha concluso degnamente questa domenica di festa!"

In quel momento entrò l’infermiera con le pastiglie per i dolori. Soltanto allora il pensiero del dolore si presentò di nuovo alla mia coscienza. Per tutto il pomeriggio non s’era fatto vivo. Quell’associazione era davvero buona!

Sentii l’esigenza di esprimere la mia soddisfazione per questo fatto, perché tutti se ne rallegrassero. Come mi avevano accompagnato nella condivisione delle situazioni difficili, così trovavo molto conveniente e mio dovere comunicare anche le novità positive. Tutti, infatti, si rallegrarono e vennero a stringermi la mano in segno di congratulazione. Quella notte poteva finalmente essere la prima di sonno tranquillo.

L’infermiera uscì, seguita da suor Teresa e da padre Madella.

La signora Ivety si sedette e mi cominciò a raccontare le novità della casa e le telefonate che aveva ricevuto da persone che chiedevano di me.

Alla fine mi chiese se, anche quella notte, volevo infilare i cuscini d’acqua sotto il lenzuolo, per distribuire il peso del mio corpo su una superficie adattabile alle sue forme. Questo sistema era stato inventato per prevenire le escare da decubito, che si formano quando il corpo appoggia il suo peso a lungo sopra le piccole superfici del sacro, delle scapole e dei calcagni.

Nella mia situazione non servivano per prevenire la sofferenza dei tessuti, perché avevo la capacità di fare movimenti, anche se limitati. M’era venuta l’idea di usare questi cuscini - facendoli arrivare da Quelimane – per aggirare l’esigenza, impossibile da soddisfare, di mettermi su un fianco, specialmente durante le ore della notte, quando il corpo chiedeva, a volte drammaticamente, di cambiare posizione. Rimanendo con tutta la superficie del mio corpo in contatto con i cuscini ed appoggiandomi su di essi, l’esigenza di girarmi diminuiva di parecchio e diventava più sopportabile passare la notte.

"Sì – dissi – è meglio fare un passo alla volta. Mettiamole, dato che l’impossibilità di girarmi rimane".

Quest’idea m’era venuta dopo le prime due notti, quando ancora non riuscivo a muovermi ed avevo bisogno del trucco del lenzuolo. Di certo, questi cuscini mi riuscivano a dare un certo sollievo. La notte passò abbastanza bene.

 

 

 

(8)

Quando la dottoressa Teresa venne, al mattino, si rallegrò con la notizia che i dolori erano tenuti sotto controllo e che di notte riuscivo a riposare meglio.

"Congratulazioni, dottor Marchesini. Anch’io ho una novità: penso che la fase dell’emergenza sia passata e che possiamo trasferirla nel reparto di degenza annesso al Servizio d’urgenza, appena ci sarà un letto libero. Devo cercarle un collare rigido per tenerle fermo il collo nel percorso, dato che dovremo staccare le trazione, per quanto per pochi minuti.

Al pomeriggio la capo sala venne con un collare per provarmelo, per vedere se era della mia misura e se stringeva bene.

"Domani alle undici la trasferiremo al primo piano. Là starà meglio: è un luogo più tranquillo e la stanza è abbastanza più larga di questa.

Il giorno seguente vidi entrare nella mia stanza la capo sala con altre due colleghe e quattro inservienti.

Mi sistemò il collare.

"Si sente ben stretto, così?"

"Molto bene!"

"Allora posso sciogliere il compasso. Se sentisse male, mi avvisi."

Il collare riuscì perfettamente a mantenere fermo il collo, ma ciò non impedì che avvertissi nelle vertebre e nella schiena una sensazione strana, come se il mio corpo, che mi pareva fatto di legno, passasse, all’improvviso, ad essere fatto di panno.

Mi aiutarono a passare dal letto alla barella, mi coprirono con un lenzuolo e mi sentii sollevare. La testa continuava in iperestensione, rigidamente bloccata, di modo che potevo vedere solo il soffitto dei corridoi sfilare sopra di me. Arrivammo alle scale. Era necessario fare una serie di evoluzioni complicate e gli inservienti che mi trasportavano rimasero un momento fermi per discutere come sarebbe stato meglio fare.

Mi avvertirono di non spaventarmi, se mi sentissi spostato bruscamente e inclinato ora verso l’alto ora verso il basso e, subito, cominciammo ad "arrampicarci" su per le scale. Proseguimmo per un altro corridoio e poi entrammo in una stanza. Mi passarono al letto ed attesi che l’infermiera che aveva portato il telaio della carrucola, lo sistemasse.

"Attenzione, che ora colleghiamo i pesi al compasso." disse la capo sala.

Il gancio entrò nel foro del compasso ed una mano lasciò che i pesi tendessero progressivamente la corda di nailon. Sentii il mio corpo di panno tornare a diventare un’altra volta di legno!

"Come si sente? Tutto bene?" chiese la capo sala.

"Tutto bene, grazie".

"Allora, le possiamo togliere il collare?".

Il collo era già così ben tirato, che la rimozione del collare non mi provocò nessun fastidio.

 

 

 

(9)

Iniziava una nuova tappa del mio ricovero in ospedale. Erano passati già nove giorni dall’incidente ed entravo nella fase di manutenzione.

I dolori causati dalla tensione erano scomparsi quasi completamente con le pastiglie.

Cominciai a rendermi conto di altri piccoli inconvenienti, che prima restavano come nascosti.

Uno di loro era il dolore provocato dalle punte del compasso. Non era forte, tuttavia non smetteva mai. Era uno di quei mal di testa che sono come lo sfondo di un palcoscenico, che resta sempre sulla scena, ma che il ritmo dell’azione della commedia, molte volte, lo fa dimenticare.

C’erano due suore che più frequentemente venivano ad assistermi, entrambe latino-americane, suor Lupita, venezuelana e suor Fanny, ecuadoriana, che conoscevano bene la tecnica del massaggio della pianta dei piedi. Questo massaggio plantare era una forma di medicina ancora poco conosciuta nel mondo, basata su un fenomeno singolare: esiste, nella pianta dei piedi, una relazione tra ciascun punto ed i vari organi del corpo. Conoscendo qual è il punto corrispondente ad un determinato organo, basta massaggiarlo, per influenzare beneficamente tale organo.

In particolare, la testa aveva la sua proiezione nell’estremità delle dita dei piedi. Bastava massaggiarle delicatamente perché l’influsso benefico facesse dissolvere il mal di testa come neve al sole.

Esse mi proposero tale tecnica, che mi lasciò un tantino scettico, tuttavia accettai di buon grado, dato che la testa mi faceva molto male, quel giorno.

I primi minuti passarono senza sollievo, ma, dopo un quarto d’ora circa, cominciai a sentire il dolore disfarsi, come se fosse una nuvola che si dissolveva. Ah, che sensazione benefica! Il massaggio continuò per altri cinque minuti, per consolidare il risultato. Lo stato di benessere si mantenne.

La situazione di infermo a letto mi metteva nell’occasione di ricevere continue manifestazioni di amicizia e solidarietà. Alcuni miei confratelli vennero parecchie volte, a seconda degli impegni di lavoro. Fratel Piero e padre Bellini vennero varie volte e la nostra amicizia, che era cominciata più di trent’anni prima, ebbe occasione di consolidarsi ancor di più.

Altri confratelli venivano frequentemente a salutarmi e a conversare, varie volte per settimana.

Anche le suore residenti a Maputo o di passaggio dalla città non lasciavano passare l’occasione per entrare nei turni o per restare una mezza mattina o un mezzo pomeriggio con me.

Io conoscevo già la maggior parte di loro, soprattutto quelle che avevano lavorato con me nelle diocesi di Quelimane o di Tete.

Nonostante fossero passati, a volte, più di 15 anni senza esserci visti, quest’occasione riusciva a mostrare come l’amicizia non era rimasta pregiudicata da tali assenze prolungate. Quando venivano nei turni, allora, era tutto un ricordare il passato e un informarci sugli avvenimenti reciproci del tempo trascorso.

Alcune di loro, però, erano suore giovani, juniores, che avevano fatto i primi voti da poco ed che io avevo accompagnato lungo il tempo di formazione. Le consideravo più come figlie, che come mie sorelle. Esse mi mostravano tutto il loro affetto filiale in mille maniere, venendo molte volte ad aiutarmi con quella freschezza e dedizione che tanto bene fa al cuore di chi appartiene ad una o due generazioni anteriori.

Devo dire che quest’incidente fu un’occasione straordinaria per farmi scoprire tanti aspetti, per me nuovi, del mondo interiore della femminilità. Penetrai, in modo impensabile, nel cuore femminile, nelle sue manifestazioni di relazione, che evidenziavano le finezze, tanto amabili, dello spirito materno, filiale e di fraternità. Penso che questa scoperta fu una delle gioie più grandi ed uno degli aspetti positivi più importanti che ricevetti come conseguenza dell’incidente.

Nella prima settimana di permanenza nella nuova stanza cominciò a diventare preoccupante la stitichezza.

Erano passati più di dieci giorni e non sentivo neppure da lontano il minimo stimolo per evacuare.

La dottoressa Teresa, dopo la prima settimana, cominciò, ogni volta che passava, ad interrogarmi sull’argomento e sin dall’inizio insistette perché bevessi almeno due litri di liquidi al giorno, al di fuori delle refezioni. Fu così che cominciai a bere tè "placate" in grande quantità. Era necessario aumentare il volume del contenuto intestinale per renderlo più molle ed il bere avrebbe dovuto contribuire abbastanza in questo processo.

Questa preoccupazione cominciò a diffondersi a quasi tutti i visitatori. Le suore infermiere mi consigliarono di mangiare le papaie con i suoi semi. A dire il vero non è che i semi fossero cattivi, tuttavia quel sapore, un tantino acido ed amaro, mi toglieva tutto il gusto di mangiarne due o tre fette.

Finalmente, al terzo giorno, sentii quella tale voglia e chiesi la padella. Era la prima volta in vita mia, che provavo a defecare in quel modo. Non era la maniera più confortevole, ma era necessario sottomettersi a quel rito!

Mi sentii subito preoccupato, seppure avessi già aiutato pazienti di sesso maschile a fare ciò. Le cose, viste da sotto il lenzuolo e con le natiche ben più alte della schiena e della testa, mi apparivano drasticamente differenti e molto più difficili. Rimasi bloccato solo al pensiero di come poter fare per urinare. Avevo molto timore che l’urina uscisse dalla padella, bagnasse il lenzuolo e mi sporcasse tutto. Manifestai il mio imbarazzo a chi mi aiutava, ma non ricevetti suggerimenti. Mi venne allora l’idea di chiedere insieme anche il pappagallo, per dare alle due deiezioni l’opportunità di trovare la giusta accoglienza!

La cosa funzionò bene, ma il difficile venne al momento di ritirare la padella e di procedere alla pulizia ed alle abluzioni. L’immobilità che il compasso imponeva alla mia testa, impediva qualunque autonomia: dovevo chiedere per forza che la persona che mi assisteva mi facesse tutto, pulire e lavare, come si fa ai bambini piccoli.

 

 

 

(10)

Un giorno il padre Madella mi annunciò che avrebbe cominciato a venire la signora Gabriella, una signora amica della casa, che lavorava da alcuni anni all’ambasciata d’Italia di Maputo.

Io non la conoscevo, ma fu facile fare amicizia. Parlammo molto, io per raccontarle della mia attività a Quelimane e lei per farmi conoscere un po’ il mondo della ambasciate e delle missioni diplomatiche e umanitarie del Ministero degli Esteri, alle quali aveva ripetutamente partecipato. Era per me una realtà nuova e rimasi soddisfatto di sentir parlare di tante parti del mondo nelle quali aveva lavorato.

La signora Gabriella restò anch’essa impressionata per la mia mancanza di appetito e, come buona romagnola, attribuì spontaneamente la colpa alla qualità della dieta, poco stimolante per un palato italiano, abituato, fin dall’infanzia, ad assaporare piatti ben più appetitosi del pollo cotto nell’acqua.

Detto fatto. Telefonò immediatamente a casa sua, dando ordini al cuoco per preparare un piatto di cannelloni al ragù ed una fetta di pizza fatta in casa. Subito dopo rintracciò, sempre col telefono, suo figlio Giorgio, che aveva una ditta di trasporti, per fargli portare quei piatti all’ospedale al più tardi per l’una.

Fu così che si aprì una parentesi di paradiso gastronomico in mezzo a quella degenza ospedaliera! Quando Giorgio entrò e mi mostrò, inclinando leggermente i piatti, l’aspetto delle specialità, cominciai a sentire l’acquolina in bocca. Attaccai i cannelloni con ardore, ma non riuscii ad arrivare fino in fondo. Della pizza assaggiai solo un boccone ed il resto rimase per merenda. Alle quattro del pomeriggio, però, non rimase neppure una briciola!

Ogni volta che la signora Gabriella veniva, faceva portare, all’ora del pranzo, uno dei piatti tipici italiani, che il suo cuoco aveva imparato a fare con la stessa abilità di un chef di ristorante.

Una volta che andò per qualche giorno in Sudafrica, mi portò mortadelle, salamini e formaggi tradizionali dell’Italia, come il provolone e la gorgonzola. Una vera delizia!

 

 

 

(11)

Nella stanza del primo piano c’era, sul comodino, un telefono interno, che poteva collegarsi col centralino dell’Ospedale Centrale e, per suo intermedio, con l’esterno. Dopo due o tre giorni, quando scoprii questa possibilità, chiesi alla suora che mi assisteva, di chiamare il centralino e di chiedere se fosse possibile fare una chiamata per l’Italia.

"Sì, basta chiamare il servizio internazionale e chiedere la linea."

Quando venne il padre Madella quella sera, gli chiesi di chiamare mia sorella, poiché mi era ritornato in mente il numero. Fece la chiamata e mi passò la cornetta appena cominciò a dare il segnale.

"Pronto, chi parla?" – mi chiese Maria Teresa in italiano.

"Sono io, Aldo. Ti telefono dall’ospedale di Maputo".

"Come stai? Abbiamo saputo dell’incidente e siamo preoccupatissimi. Ma non abbiamo detto nulla ai genitori. Dimmi come stai adesso, se senti molto male, se ti puoi muovere."

Le raccontai in breve il mio stato attuale e la mia situazione di trazione cranica.

"Hai una voce che fa pena. Non sembra neppure la tua."

"Il colpo è stato forte, ma ogni giorno che passa sto un po’ meglio."

"Dammi il telefono dell’ospedale e dimmi come posso fare per poter parlare con te, così posso chiamarti fra qualche giorno".

Le detti il numero, ci salutammo e chiusi.

Non erano passati neppure dieci minuti quando il telefono squillò.

Padre Madella rispose e mi passò subito la linea.

"Pronto? Sono Andrea. Maria Teresa mi ha dato il tuo numero".

Era mio fratello che voleva sentire, anche lui, la mia voce. Come fui contento che mi avesse chiamato!

Gli raccontai in due parole cos’era accaduto e, dato che era medico pure lui, gli volli comunicare il buon effetto analgesico dell’associazione di diclofenac e paracetamolo.

Quando ci salutammo, promise che mi avrebbe chiamato ogni tanto, dopo avermi confermato che i genitori non sapevano ancora nulla.

Un giorno o due più tardi ricevetti di nuovo una telefonata da mia sorella per dirmi che la mamma era preoccupata perché non avevo telefonato, come tutti gli anni, per fare gli auguri di buon onomastico a mio babbo, per la festa di S. Alberto, il 15 novembre. Voleva chiedere il mio parere su come fare per giustificare la dimenticanza, in modo che non si insospettissero di nulla. La sua proposta era quella di scrivere una lettera a nome mio, fingendo che fosse stata mandata a mano, con un portatore che tornava in Italia atterrando a Milano. Lei la sarebbe andata a prendere al segretariato delle missioni e poi l’avrebbe mandata via fax ai genitori.

La lettera avrebbe dovuto essere scritta a macchina e la firma fotocopiata da una mia lettera anteriore. Pensava di dire che a Pebane, da dove tornavo , quando ebbi l’incidente, avevo trovato molti malati e che avrei dovuto rimanere là più a lungo per poter concludere tutto. Quel pomeriggio padre Madella mi portò un fax con la copia della lettera, per vedere se il testo poteva andar bene. Non fu necessario fare nessuna correzione.

La settimana dopo, quando mia sorella tornò a chiamarmi, disse che tutto era andato bene.

Nel frattempo avrebbe meditato una nuova lettera che potesse giustificare il silenzio e che, al tempo stesso, facesse desistere la mamma dal chiamarmi lei per telefono, come ogni tanto faceva, per diminuire la nostalgia.

 

 

 

(12)

I giorni passavano e la mia vita sociale si arricchiva continuamente con la visita di un numero sempre crescente di persone amiche.

Poco a poco le suore che erano venute ad assistermi durante un turno, cominciarono ad apparire varie volte, secondo il tempo di cui disponevamo. Alcune erano arrivate da poco in Mozambico e si trovavano nel periodo di ambientazione nelle loro comunità di Maputo, altre vivevano lontano, ma era loro capitato, per vari motivi, di passare dalla capitale.

Se erano suore che mi avevano conosciuto in qualche posto, si offrivano con tutta la disponibilità per essere messe in lista dal padre Madella per coprire un turno, in nome della vecchia amicizia.

Fu così che la trazione col compasso si trasformò in una fonte di allegria spirituale: non c’è nulla, difatti, come l’amicizia sincera, per confortare il cuore nei momenti difficili.

Tra le ultime arrivate, la più libera era suor Fanny, dell’Ecuador, appartenente alle missionarie domenicane, un ramo giovane, sbocciato in questo secolo ventesimo, dal poderoso tronco di S. Domenico. Questa congregazione era nata, direttamente, in territorio di missione, nel Perù. Suor Fanny era laureata in Infermieristica e, perciò, si sentiva doppiamente sollecitata per dare il suo aiuto incondizionato, sia di giorno che nei turni di notte.

Parlavamo molto, quando veniva ad assistermi ed ebbi occasione di conoscere molti aspetti della sua congregazione.

Portò con sé, varie volte suor Regina, indiana, che era appena arrivata e che stava ambientandosi con grande dedicazione e dono di sé, nonostante le difficoltà molto rilevanti che le venivano per essere di una cultura tanto differente e per non sapere ancora parlare portoghese. Le consorelle della casa conoscevano soltanto alcune parole di inglese e la comunicazione era più per mezzo di gesti, sguardi, sorrisi e cose del genere. Dato che io parlavo un po’ d’inglese, nelle ore che passava nella mia stanza, parlavamo in quella lingua ed io mi sforzavo di insegnarle alcune espressioni e parole in portoghese. Cercavo di accompagnare i vocaboli portoghesi con gesti e mimi, perché si fissassero meglio nella memoria. Mi ricordo ancora di due espressioni che imparò benissimo, per averle ripetute innumerevoli volte e che subito erano diventate le prime due con cui iniziavamo ogni sessione di portoghese.

La prima era: «tirar óculos» (togliere gli occhiali) e, mentre si pronunciavano le parole, entrambi toglievamo gli occhiali. Subito dopo dicevamo: «pôr óculos» (mettere gli occhiali) e tornavamo a metterli sul naso.

La seconda era: «padre Madella é gordo» (padre Madella è grasso) e, dicendo ciò, gonfiavamo le gote.

Le suore domenicane avevano una casa di formazione ed il noviziato, un po’ fuori di Maputo, perciò, varie di loro, dalla casa delle juniores, vennero a fare dei turni. La suora che conoscevo meglio era Marivì, la superiora, che aveva lavorato parecchi anni a Quelimane. Nonostante le sue molteplici occupazioni, venne molte volte, sia nei turni, sia per portare e prendere con la macchina le sue consorelle di casa.

Altre suore ebbero occasione di passare da Maputo in quei giorni. Tra loro vorrei ricordare suor Beatrice, della congregazione della Madre del Divino Pastore, che avevo conosciuto a Tete. Quando arrivai, lei stava per partire da Maputo, trasferita in una missione molto lontana. I preparativi non le lasciavano il tempo, con suo gran dispiacere, per un turno intero. Arrivò alle soglie della sua partenza senza aver potuto realizzare il suo desiderio. Che fece, allora? Venne per assistermi di notte, l’unica che aveva libera: la penultima che passava a Maputo prima di partire!

Rimasi molto commosso da questo gesto d’amicizia.

Della stessa congregazione passò anche suor Begonia, che non avevo più incontrato dai tempi di Songo. In quegli anni capitava con una certa frequenza di vederci, dato che le nostre missioni erano relativamente vicine.

In quegli stessi giorni partì per una missione all’altro estremo del Mozambico, anche suor Lupita, l’infermiera venezuelana, che tanti turni aveva fatto fin dai primi giorni, i più difficili per me.

Riguardo a questa suora rimasi un tanto rattristato, se si può usare questa parola nel caso concreto: siccome non potevo girare la testa, non ero riuscito a vedere la sua fisionomia, se non con la coda dell’occhio e, dato che non l’avevo conosciuta in antecedenza, quando partì, io rimasi senza il ricordo della sua vera faccia.

Alla fine della seconda settimana passò da Maputo, diretta in Sudafrica, suor Paquita, della congregazione dell’Amor di Dio.

Eravamo giunti in Mozambico quasi nello stesso giorno, poco meno di venticinque anni prima, avevamo lavorato insieme nella nostra prima esperienza missionaria, nell’ospedale di Mocuba. Molte volte i nostri cammini s’erano separati, s’erano incrociati, tornati a separare ancora e di nuovo tornati ad incontrare.

Era per me una sorella, nel vero senso della parola.

Lei aveva lavorato per molti anni nell’Ospedale Centrale di Maputo, nel quale mi trovavo internato, e conosceva praticamente tutti i medici ed il personale infermieristico. Anche lei, vari anni prima, aveva subito un grave incidente, con frattura della base del cranio ed era stata internata nello stesso reparto. Era, questo, un motivo in più di prossimità e di partecipazione.

Doveva andare in Sudafrica dopo tre o quattro giorni ed aveva molte commissioni da fare nell’ospedale, quindi prevedeva di passare dalla mia stanza parecchie volte, associandosi alla persona che mi assisteva e di fare pure alcuni turni, ma di notte, per alleviare chi viveva a Maputo ed aveva ancora davanti quattro settimane d’assistenza.

Era anche esperta nel massaggio plantare, la riflessoterapia, che praticava abbondantemente nel centro sanitario delle sue consorelle a Mocuba..

Appena seppe dei benefici che avevo avuto con questa tecnica nel trattamento del mal di testa, rimase molto contenta e cercò di parlare con suor Lupita e suor Fanny per scambiare esperienze e conoscenze. Dato il buon successo avuto su di me e considerando che il mal di testa era solitamente di forte intensità, specialmente di notte, diventò una divulgatrice attiva della riflessoterapia con tutte le persone che mi assistevano.

Suor Paquita era così: una volta individuata una cosa per cui valeva la pena impegnarsi, si dedicava ad essa con tutte le energie di che disponeva e, devo ammettere, le energie di che disponeva erano sempre più di quelle che io riuscissi ad immaginare!

Già fin dal primo giorno cominciò a convincermi che non potevo restare tutto il tempo immobile nel letto. Era necessario fare ginnastica. Subito cominciò a farmi muovere braccia e gambe, attivando tutte le articolazioni e stimolandomi a vincere il quietismo del letto. Non era, però, molto facile reagire con quel compasso che mi manteneva fermo.

Col diminuire dei dolori dell’estensione, avevano cominciato ad apparire, sempre più frequenti ed intensi, i dolori nel cranio.

Il punto di partenza era il chiodo nella regione temporale destra. Suor Paquita si preoccupò di esaminare da vicino il cuoio capelluto. Prese una forbicina e cominciò a tagliare i capelli che impedivano di vedere bene. La pelle era tutta rossa e gonfia. A spingere con un dito faceva molto male. Era evidente che stava cominciando un’infezione.

Informammo la dottoressa Teresa, che subito cominciò con gli antibiotici e con disinfezione e medicazione due volte al dì. Quella notte venne ad assistermi la signora Ivety, della nostra casa, che aveva lei pure imparato a fare i massaggi. Dopo di un’ora o due con gli occhi chiusi, cominciai ad avere l’impressione che vari chiodi mi attraversassero la testa dal davanti all’indietro e da un lato all’altro. La sensazione era talmente reale, che fui varie volte con la mano alla testa per assicurarmi che non ci fossero chiodi infilati, ma appena una sensazione che s’era prodotta nella coscienza offuscata dal sonno.

La signora Ivety, che mi vigilava dalla sedia coi braccioli al lato del letto, notò quei movimenti e mi chiese se stavo sentendo dei dolori.

"Mi sembra di aver dei chiodi infilati nella testa, ma è soltanto un’impressione."

"Fa molto male?"

"Sì"

"Le faccio i massaggi".

Si alzò, si mise in fondo al letto e cominciò a massaggiarmi delicatamente, senza smettere, la punta delle dita del piede destro. Continuò in silenzio un buon tempo, con molta pazienza.

"Ci sarà al mondo qualcuno con più assistenza di quella che ho io?" andavo pensando, frattanto, dentro di me.

Dopo un buon quarto d’ora cominciai a sentire che i ferri si disfacevano, lasciando la testa libera. Il dolore stava sparendo.

"Ivety, il dolore sta passando!". Volli dirglielo subito, perché avesse la soddisfazione del successo del suo aiuto.

"Ne sono molto contenta!" e continuò a massaggiare.

Non saprei dire quanto tempo restò lì, perché subito mi addormentai profondamente.

Il giorno seguente suor Paquita aveva molti giri da fare e passò varie volte per vedere come stavo e come andava l’infezione. Mi comunicò che sarebbe stata lei a fare il turno di quella notte, dato che all’alba del secondo giorno, avrebbe preso l’autocorriera "Pantera azzurra" che faceva servizio tra Maputo e Johannesburg, rimanendo assente alcuni giorni.

Venne il momento di darmi la cena, ma di voglia di mangiare non n’avevo neppur l’ombra. A metà del pollo a lesso le chiesi di smettere. Mi meravigliai che non insistesse perché mi sforzassi e provai molta gratitudine per questa comprensione. Mi chiese se volevo mangiare la mela cotta. Quella, sì, poteva entrare.

Mi lavai i denti e le chiesi per recitare ad alta voce la compieta.

Cominciai a rispondere, ma, nella semioscurità della stanza entrai in un vai e vieni tra sonno e veglia. Quando vide che non rispondevo restò in attesa, per vedere se mi svegliassi, per continuare o per smettere definitivamente.

Dormii un tempo e quando aprii gli occhi, vidi che la suora era rimasta seduta accanto al letto e mi stava guardando. Quante volte eravamo restati a parlare delle cose di Dio nella cappella o seduti da qualche parte, lungo i tanti anni che durava la nostra amicizia! Anche quella notte avrei voluto parlare di cose spirituali: avevo nostalgia delle nostre conversazioni senza fretta. Le dissi questo, ma aggiunsi che la mia mente non mi consentiva ancora d’avere pensieri che valesse la pena comunicare.

Mi prese la mano e me la strinse.

"Non fare sforzi, per amor di Dio! Guarda, rimani a pensare con la mano. Io saprò capire questo linguaggio."

Non aggiunsi più nessuna parola. Pensare con la mano era una cosa così bella…e non costava nessuna fatica. Questo era ciò di cui avevo bisogno!

Rimasi un certo tempo senza addormentarmi, comunicando con quel metodo così semplice.

Poco a poco la punta destra del compasso cominciò diventare due e poi tre e poi quattro.

Non seppi trattenermi di andare colla mano alla testa.

"Fa male?"

"Molto."

Senza dir nulla si mise a farmi il massaggio. Come la notte anteriore con la signora Ivety, anche questa volta, poco a poco, rimasi alleviato. Subito mi addormentai.

Dormii parecchio. Aprii gli occhi nella penombra della lucina che filtrava dal corridoio. Suor Paquita teneva la mia mano nella sua. Il sonno l’aveva vinta e dormiva sulla sedia, con la testa appoggiata sul materasso, accanto alla mano. Non le dissi nulla. Rimasi ad ascoltare ciò che mi stava dicendo con la sua mano, durante il sonno.

 

 

 

(13)

Quel sabato tornava dall’Italia padre Onorio, il nostro superiore regionale del Mozambico. Appena uscito dall’aeroporto venne a visitarmi, per vedere con i suoi occhi la mia situazione. In Italia erano rimasti molto preoccupati. Mi chiese di raccontargli tutto nei dettagli e, mentre lo facevo, non mi riusciva di controllare l’emozione. Avevo già notato che, a parlare di certi particolari, la voce non riusciva più ad uscire, perché la commozione mi prendeva alla gola.

Riuscii, tuttavia, a finire, superando con un prolungato silenzio, vissuto dai presenti con gran rispetto, i momenti di commozione.

Lui, a sua volta, mi raccontò della riunione internazionale della congregazione, a cui aveva partecipato.

Il giorno dopo era la festa di Cristo Re, molto sentita da tutti noi. Chiesi se si poteva organizzare le cose in modo da celebrare la messa nella stanza. Padre Madella, che era con noi, s’incaricò dei particolari.

Combinammo l’ora per le otto, quando il reparto era calmo ed ancora normalmente non c’era nessuno in visita nella stanza.

La domenica, all’ora combinata, si preparò tutto. Un tavolino di lato al letto, serviva da altare. Padre Onorio, che presiedeva, indossò l’alba e la stola, mentre padre Madella ed io usammo appena la stola. Non essendo possibile passarla sotto la testa, rimase appoggiata sul petto.

Erano venute due o tre suore che avevano avuto notizia della celebrazione, di modo che quella messa, nella solennità di Cristo re, non poté essere più solenne di quello che fu. Questo rimase uno degli avvenimenti più cari di tutta la degenza.

Era ormai quasi un mese che non celebravo la messa, poiché nella domenica dell’incidente quell’avvenimento alterò tutti i programmi. Concelebrare con i confratelli, con le suore e la signora Ivety, con questa famiglia ristretta, che condivideva con me quella situazione, fu un conforto molto grande. Mi detti conto, tuttavia, di non aver provato nessuna gioia sensibile: appena una soddisfazione interiore che non entrava nel recesso dei sentimenti.

Rimasi a pensare a quest’aspetto dopo d’essere tutti usciti. Da una parte mi commuovevo per nulla, impossibilitato a parlare dal nodo alla gola che mi chiudeva la voce. Dall’altro lato mi pareva d’essere rimasto senza sentimenti, senza coinvolgimento emotivo. Mi ricordai dei primi momenti di coscienza dopo l’incidente, di come non sentii paura per il pericolo di morire, né ebbi alcun pensiero riguardo alla mia vita, non evocando né il male fatto né il bene.

Anche quando temetti d’essere rimasto con le braccia e le gambe paralizzate e feci la prova del respiro profondo per testare i muscoli del torace, feci ciò quasi senza emozione. Solo più tardi, giorni dopo, mi resi conto che quello era stato il momento supremo della mia vita. Nei primi giorni d’ospedale il pensiero era come prigioniero nella rete del dolore. Passavo le ore ad "ascoltare" il dolore fisico, ma senza tristezza, senza ribellione. Restavo lì, semplicemente, a guardare il soffitto della camera, aspettando…

Davvero: quell’indifferenza emotiva per la prima messa, che avevo appena celebrato, mi aveva fatto scoprire che qualcosa era rimasto alterato nel mio modo d’essere.

A mezzogiorno il padre Onorio uscì e rimase la signora Ivety, sempre pronta a riempire qualunque vuoto nei turni, di giorno o di notte, di giorno lavorativo o di festa. La sua buona disposizione ed il suo ottimismo rendevano tutto una cosa semplice, di fronte alla quale non era necessario preoccuparsi: la soluzione sarebbe stata facilmente raggiungibile.

Quella domenica pomeriggio le visite furono, come sempre, numerose. Per la cena il padre Madella venne a prendere la signora Ivety, per condurla a casa. Portava con sé un gelato, perché era la festa di Cristo Re.

"Questo gelato non è soltanto per festeggiare la solennità d’oggi, ma anche per festeggiare una grande notizia: il nostro padre Tomé Makhweliha è stato eletto oggi vescovo di Pemba dal Santo Padre!"

Padre Tomé era stato nominato consigliere generale della congregazione alcuni mesi fa, quando era il nostro superiore regionale e, in quel momento viveva a Roma.

"Allora tra poco tornerà in Mozambico", dissi io.

"Sì, il Diritto Canonico dice che i vescovi eletti devono essere consacrati entro tre mesi dalla nomina".

Rimasi particolarmente contento, perché il padre Tomé aveva vissuto un anno con me allo Studentato di teologia a Bologna ed andavamo a dare assistenza pastorale nella stessa parrocchia di S. Carlo. Eravamo molto amici ed i miei genitori lo conoscevano pure loro.

 

 

 

(14)

Alla notte di quella domenica venne, come tutte le domeniche, l’infermiera Anna Maria, della Compagnia Missionaria. Commentammo lungamente la grande novità di padre Tomé eletto vescovo.

Col passare dei giorni i turni d’assistenza cominciavano ad assumere una grande regolarità. Anna Maria veniva tutte le notti della domenica, la signora Gina, italiana che lavorava a Maputo, tutte le notti del sabato e suor Teresa, spagnola delle Figlie del Calvario, quasi tutti i pomeriggi della domenica.

Una suora mozambicana, delle diocesane di Lichinga, suor Carmela, ormai d’una certa età, veniva tutte le settimane per una mattinata intera.

Un’altra suora che veniva molte volte era suor Daulisa, delle Vittoriane. La conoscevo da molti anni, perché aveva lavorato a Quelimane. La sua allegria riempiva la stanza e le ore del suo turno volavano rapide. Quando però vedeva che le mie palpebre, a mezza mattina, cominciavano a restare chiuse più a lungo del normale, prendeva la sedia e si metteva contro la parete della camera, dove i miei occhi non potevano arrivare, senza che arrischiassero lo strabismo.

"Il padre ha sonno. È bene dormire ancora un po’: l’aiuta a recuperare più in fretta". E così dicendo restava zitta, senza fare nessun rumore, di modo che il sonno si impossessava di me ancora per un’ora o due.

Non mancavano neppure visitatori illustri.

Sua eminenza il cardinal Alexandre di Maputo venne per ben due volte, rimanendo a conversare amabilmente e terminando sempre con la sua benedizione. Vennero anche il vescovo di Quelimane, mons. Bernardo e il segretario della Conferenza episcopale mons. Januário.

Un giorno venne l’autista dell’ambasciatore d’Italia.

"Sua eccellenza mi ha mandato per vedere dov’era la sua stanza, per poterlo accompagnare qui uno di questi giorni, appena avrà un momento libero".

Avevo conosciuto l’ambasciatore a Quelimane, pochi anni prima, durante una visita alla provincia della Zambesia. Era molto cordiale e con lui la conversazione riusciva a mantenersi vivace sino alla fine.

Venne due giorni dopo, poco prima di mezzogiorno.

"Padre Marchesini, ci ha fatto preoccupare moltissimo tutti quanti! Voglio che mi racconti tutto, nei particolari".

Così dicendo, si tolse la giacca, si arrotolò le maniche, prese una sedia e si sedette accanto al letto. Gli raccontai particolareggiatamente, interrotto e sospinto dalle sue domande incalzanti.

Ad un certo punto batté alla porta l’incaricato della cucina ed entrò con il pranzo: gallina lessa e cavoli ad acqua e sale.

L’ambasciatore rimase un po’ sorpreso con la dieta poco appetitosa.

"Mi costa molto mangiare – gli dissi – . Non ho nessun appetito e la digestione è un po’ difficile. Per questo mangio in bianco".

"Non le farebbe piacere un po’ di buona cucina italiana? Lasagne o cannelloni, un po’ di salame o melanzane alla siciliana? Se l’ospedale le preparasse piatti così, scommetto che l’appetito tornerebbe in fretta! Se accetta, vorrei mandarle, ogni tanto un buon piatto italiano: in ambasciata abbiamo un cuoco eccellente!".

Mi salutò con effusione ed uscì.

Il giorno dopo, a mezzogiorno, venne il suo autista con un cesto di cannelloni al forno e melanzane alla siciliana. Erano eccellenti, ma dopo pochi bocconi, mi sentii subito sazio e non riuscii a finire. Ma la mia gratitudine per l’ambasciatore restò lo stesso molto alta!

Perfino il Primo Ministro, il mio antico collega Dr. Pasquale Mocumbi, ginecologo, col quale ebbi l’occasione di operare insieme, si ricordò di me ed apparve un giorno, subito dopo pranzo.

Batté alla porta e, alla suora che gli aprì, disse:

"Mi permette, sorella, che possa entrare per salutare il mio vecchio amico, il dottor Marchesini?".

Rimase pochi minuti, ma la sua visita mi fece molto piacere, non tanto perché fosse il Primo Ministro, ma perché s’era ricordato di me, quando erano già alcuni anni che non ci vedevamo.

Anche il Vice-Ministro della sanità venne a restare un po’ con me, e poi colleghi chirurghi, funzionari del ministero e cari vecchi amici.

Tra loro la dottoressa Pura, brasiliana del dipartimento di formazione. Venne varie volte, portando sempre un libro di lettura "per aiutare a passare le ore", diceva offrendomelo con un sorriso.

I suoi regali sollevarono un problema: leggere un libro sdraiato a letto, con la testa prigioniera e fissata sopra il piano del lenzuolo, era una cosa che stancava molto. Dovevo tenere il libro con le due mani sollevate, in una posizione che non poteva durare più di pochi minuti.

Chi mi risolse il problema fu il dottor Barradas, chirurgo plastico, amico fin dai primi anni di Mozambico, quando lavorava a Nampula. Ebbe l’idea di stendere tre corde tra le barre trasversali della spalliera e dei piedi del letto. La distanza dagli occhi era giusta per riuscire a leggere, mentre le corde sostituivano le mani per sostenere il peso del libro.

Presentai l’idea a padre Madella, che, dopo poche ore, tornò con un sistema di corde già montato, pronto per essere fissato al letto.

Questa novità portò nuova energia per riuscire a passare più confortevolmente le settimane che ancora mancavano per completare il tempo di trazione.

 

 

 

(15)

Stava finendo il primo mese di trazione e ormai mi stavo abituando a quella vita d’immobilizzazione.

Dopo i primi dieci o dodici giorni senza andare di corpo, avevo ricominciato ad avere l’intestino che funzionava.

Tutto andò bene per due settimane, poi, un giorno non sentii nessuno stimolo. Preoccupato, parlai di questo con la dottoressa Teresa Couto, la mia assistente.

"Lei deve bere molto! Beve per lo meno due litri di liquidi fuori dei pasti, ogni giorno? In quella posizione è molto difficile andare di corpo. Bisogna mantenere le feci tenere e, per questo, è necessario introdurre nell’intestino molta acqua, per mantenere molle il suo contenuto".

"Bevo già tutti i giorni due litri di tè placate".

"Allora ne beva tre!" esclamò con la vivacità tipica della sua maniera d’essere.

Aumentai il volume delle bevande, aggiungendo succhi di frutta, ma niente da fare!

Il problema della mia stitichezza fece il giro di tutte le comunità di suore della città. Ricevetti ì più diversi suggerimenti, frutto delle varie tradizioni di medicina casereccia.

Cominciai a mangiare papaie con i semi tre volte il giorno.

Una suora m’insegnò a bere un cucchiaio d’olio, di quelli da minestra e ben colmo, alla fine d’ogni refezione. Mi sembrava d’essere tornato ai tempi dell’infanzia, durante la guerra, quando a noi bambini era dato, tutte le sere, un cucchiaio grande, pieno d’olio di fegato di merluzzo. Che penitenza! Quand’era inverno, ancora ancora, perché subito dopo mangiavamo un mandarino…

Qui, per superare quella sensazione sgradevole, bevevo subito dopo un bicchiere di tè placate, ma il risultato non era una gran cosa, poiché l’olio non era solubile in acqua e la bocca restava unta per un certo tempo.

Un’altra suora mi portò un barattolo di miele. Perché facesse effetto si doveva prendere un cucchiaio a digiuno.

Pensando che un cucchiaio d’olio non poteva rompere il digiuno, cominciai a prendere il miele subito dopo l’olio e l’unione di questi due medicinali rese la medicazione "quasi gradevole"

L’intestino cominciò a muoversi di più e ad apparire lo stimolo con caratteristiche d’urgenza. Bisognava collocare la padella di corsa, perché le contrazioni erano imperiose. Ma il risultato era sempre nullo.

Mi sembrava che ci fosse un restringimento che m’impediva di evacuare. Facevo sforzi intensissimi, ripetuti, sotto la pressione d’un impulso incoercibile. Nulla!

Con grande delusione, desistevo. Passava meno d’un’ora e appariva un’altra volta l’urgenza. Di nuovo sforzi, ma sempre invano.

Così passò un giorno e mezzo. Cominciai ad essere invaso da una sensazione d’impotenza, a sentirmi come schiavo d’una forza invincibile. Mi pareva d’essere tornato all’estrema angustia dell’incubo delle camicie inchiodate sul prato.

Mi venivano in mente i miei pazienti, specialmente i paraplegici, che tanto si lamentavano con me della stessa incapacità. Non avevo mai dato una grande importanza al problema, considerandolo come marginale e di poca importanza.

Ma ora che il paziente ero io, come mi appariva differente la situazione!

Era questa la prima cosa che dicevo ai visitatori più intimi, era il malessere che occupava l’intero orizzonte dei miei pensieri.

Non saprei dire, adesso, se questa depressione era più effetto della sofferenza specifica o della fragilità emotiva dovuta al trauma cranico.

Una cosa, però, era sicura: la coscienza d’essere in colpa davanti ai miei pazienti, per non aver saputo dare a questo problema il peso che meritava.

Quando passò la dottoressa Teresa le presentai tutta la mia preoccupazione ed ansietà, chiedendo che facesse qualcosa per togliermi da una tale situazione. Optò per una supposta di glicerina.

Dopo dieci minuti entrò un’infermiera con la tal supposta. Mi dette istruzioni per tentare di trattenerla per una mezz’ora.

Così feci e addirittura aspettai un po’ di più, nella convinzione che il risultato fosse proporzionale al tempo d’attesa.

Quando, alla fine, chiesi alla suora che mi assisteva, che mi portasse la padella, mi sembrava di star vivendo uno dei momenti supremi della mia vita. A tal punto giunge l’ansietà d’un malato nelle cose che lo fanno soffrire!

Lo sforzo fu grande, ma il risultato mi dette animo e, durante il giorno, riuscii a liberarmi del tutto.

 

 

 

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Il mese di dicembre, con l’inizio dell’Avvento, la festa dell’Immacolata Concezione e l’approssimarsi del Natale, portò con sé uno spirito nuovo ed i giorni passavano più rapidamente. Persone amiche d’antica data ebbero occasione di passare da Maputo o di ritornare da viaggi all’estero. Tra questi ultimi venne il professor Fernando Vaz, amico dei primi anni e decano di tutti i chirurghi del Mozambico. Si trattenne a parlare con me sull’andamento della chirurgia nel Paese e su progetti e novità. Tutto ciò mi fece bene: mi aiutava a farmi considerare ancora parte attiva della categoria di coloro che passano la vita ad operare malati e ad accompagnarli, quasi per mano, attraverso l’esperienza un tanto traumatica d’essere tagliati nel proprio corpo.

Una mattina entrò nella mia stanza il tecnico di chirurgia Gabriel, che lavorava con me a Quelimane. La sorpresa fu grande ed amabile! Era la prima persona che veniva dal mio ambiente di lavoro, distante adesso più di mille chilometri. Si trovava a Maputo per visite d’allergologia e sembrava che le cose sarebbero andate per le lunghe, perché doveva fare una serie d’analisi sofisticate, i cui campioni dovevano essere inviati in Sudafrica. La nostra amicizia era molto antica e rimanemmo a parlare a lungo. Promise di tornare ancora, quando fosse passato di nuovo dall’Ospedale Centrale.

Ogni tanto passavano a salutarmi gli infermieri, alunni delle specializzazioni di strumentazione ed anestesia, provenienti dalla Zambesia, che si trovavano a Maputo da un anno, per seguire il corso. Furono loro ad informarmi che in città era scoppiata un’epidemia di colera, molto severa. Avevano preparato installazioni d’emergenza per servire da infermerie d’isolamento ed avevano interrotto tutti i corsi di specializzazione per inviare questi alunni ad assistere i colerosi, visto che erano professionali con buona competenza ed esperienza.

Venivano a visitarmi quando uscivano dai turni, dopo le 13 o le 19: sentivano le mie novità ed io ricevevo informazioni sull’andamento dell’epidemia.

Attraverso di loro il luogo dov’ero internato diventò molto conosciuto tra il personale tecnico dell’Ospedale Centrale. Un giorno venne la strumentista Isabelinha, che aveva lavorato con me nei quattro anni di Songo, ai piedi della diga di Cahora Bassa. Da molti anni viveva a Maputo ed ora era caposala del blocco operatorio della Maternità. Ricordammo molte cose del passato e dei bei tempi di Songo, quando entrambi avevamo vent’anni di meno!

A partire da quella visita cominciò a venire parecchie volte, portando quasi sempre con sé qualche sua collega che era curiosa di conoscermi.

A metà dicembre giunse a Maputo padre Tomé, nominato vescovo di Pemba. Venne a visitarmi subito, nel primo giorno del suo ritorno e rimase con me per più d’un’ora. La sua visita mi fece bene e contribuì ad aumentare la contentezza interiore per la sua nomina.

Oltre ai particolari dell’incidente parlammo di come ricevette la notizia della sua elezione e del segreto a cui era rimasto vincolato fintanto che la sua elezione fosse resa pubblica: il dovere del silenzio gli aveva procurato non poche situazioni imbarazzanti!

Tornò tutti i giorni in cui rimase a Maputo e questo gesto d’amicizia mi confortò parecchio.

La vita sociale aumentava ogni giorno di più. Erano in corso a Maputo le sessioni dell’Assemblea della Repubblica, il Parlamento del Mozambico. Vari deputati provenivano da Quelimane e, all’uscita delle sedute, attorno alle sei di sera arrivavano in gruppetti.

Uno di loro, il signor Iqbal, si offrì di portarmi un libretto con ogni informazione sulle lunghezze d’onda e sugli orari di tutte le stazioni emittenti del mondo. Mi sarei così potuto sintonizzare con i programmi in lingua italiana e portoghese. Dopo di ciò mi fu possibile allargare di molto l’aggiornamento sugli avvenimenti della famiglia umana.

Poco prima delle ferie di Natale e capodanno venne a salutarmi un gruppo di deputati della Frelimo, col loro capo gruppo della Zambesia, il Maggior Generale Gruveta. Eravamo ancora a metà della conversazione quando apparve anche un gruppetto della Renamo col loro capogruppo della Zambesia, il dottor Aloni. Rimasi un po’ imbarazzato, ma subito questo timore sparì, perché si salutarono con effusione e rimasero tutti a parlare a proprio agio, da quei vecchi amici che erano.

 

 

 

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Si approssimava il 22 dicembre, l’ultimo giorno della sesta settimana, data stabilita per togliere il compasso. La dottoressa Teresa mi venne a dire che entro pochi giorni mi avrebbero accompagnato in radiologia per farmi una lastra di controllo.

Nel frattempo era arrivato dall’Italia, col padre Antonio, il segretario delle Missioni, un collare da usare dopo di aver tolto la trazione. Dovevo usarlo per lo meno un altro mese, per consolidare il callo osseo. Chi lo trovò e me lo inviò fu un mio carissimo amico, il dottor Pino Meo di Torino, che era rimasto con me a Quelimane circa quindici giorni, in gennaio, per fare un po’ di pratica nella chirurgia delle fistole vescico vaginali.

Da più d’un quarto di secolo usava passare un mese o due l’anno per operare in ospedali primitivi, fatti di fango e di paglia nelle zone più povere e abbandonate dell’Africa, vicino ai confini tra il Sudan meridionale, il Kenya e l’Uganda. Lì c’erano molte donne con quel problema chirurgico, tipico delle zone dove l’assistenza ai parti era molto scarsa. Dato che a Quelimane io operavo molte di queste pazienti, mi aveva chiesto di fare un po’ di pratica con me.

Il collare del dottor Pino sembrava essere stato disegnato per il mio collo: era della misura esatta, leggero e al tempo stesso ben rigido.

Nel giorno stabilito entrarono nella mia stanza la caposala, accompagnata da quattro inservienti con una barella, per portarmi al servizio di radiologia.

Mi misero il collare e staccarono i pesi dal compasso. Mi passarono nella barella e mi portarono giù per le scale fino al pianterreno. Qui appoggiarono la barella su di un carrello e andammo per corridoi e sale d’attesa fino ai raggi X.

Dopo essere ritornato, la dottoressa Teresa venne a dirmi, di pomeriggio, che le radiografie mostravano la formazione d’un discreto callo, e quindi confermava che il giorno 22 si poteva ritirare la trazione.

La vigilia del fatidico giorno era domenica e coincideva con l’anniversario della mia ordinazione sacerdotale. Chiesi al padre Madella se era possibile fare in modo di celebrare la messa in camera. Anche lui era stato ordinato nello stesso giorno 21 di dicembre, l’anno prima del mio. Con molto piacere avrebbe organizzato le cose per venire anche lui e concelebrare con me.

Restò combinato per le undici, dopo del suo ritorno dalla parrocchia dove andava a fare servizio pastorale la domenica. Vennero anche alcune suore e la signora Ivety.

L’eucaristia fu molto intensa, considerando che i motivi per ringraziare Dio erano assai di più che celebrare semplicemente un anniversario. La vita mi era stata conservata ed era come se tornasse ad essermi consegnata una seconda volta, col simbolismo di sciogliermi dalla prigione della trazione e rimettermi in libertà.

Quale coincidenza poteva essere più significativa del fatto che questo accadesse nella stessa data in cui avevo cominciato a vivere come sacerdote?

Le persone amiche che vennero il pomeriggio, si congratularono tutte con me per essere giunto alla fine delle sei settimane e per il fatto che la liberazione coincideva col mio anniversario di sacerdozio.

 

 

 

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La mattina seguente rimasi in attesa dell’arrivo della dottoressa Teresa, che mi doveva togliere il compasso dalla testa. Entrò con la caposala ed un’altra infermiera. Mi misero il collare perché il collo mi restasse ben sicuro, dopo di che arrivò il momento tanto atteso di togliere le punte del compasso.

Il mio corpo, quando si tolse la trazione, si rese conto d’un cambiamento importante, come se dalla barca dove avevo navigato fino ad allora, fossi stato buttato nell’acqua, per continuare a galleggiare appena con le mie forze. La trazione, difatti, mi dava una certa impressione di stabilità e di consistenza. A cominciare da adesso, la consistenza doveva essere fornita al mio corpo soltanto dalla mia forza muscolare.

La dottoressa mi incoraggiò a sedermi sul letto. Tentai di sollevarmi, ma il tronco non obbedì agli ordini. Mi sembrava che i muscoli fossero spariti. Rimasi sdraiato nel letto, con mia grande disillusione. Mi afferrarono per le braccia, da un lato e dall’altro, e mi sedettero.

"Si attacchi con le mani alla spalliera dei piedi del letto", suggerì la dottoressa.

Cercai di sollevare le braccia usando la stessa energia che mi era necessaria prima dell’incidente. Le braccia non si alzarono. Feci uno sforzo poderoso, come se avessi dovuto sollevare un secchio pieno d’acqua. Riuscii ad afferrare con le mani il ferro trasversale in fondo al letto. Rimasi appoggiato per riposare un po’.

Com’era cambiato il mondo in appena sei settimane! Compresi che ciò che mi pareva, prima, cosa naturale, doveva ora essere conquistata con l’impegno d’un allenamento non da nulla.

Fui aiutato a girarmi di novanta gradi per scendere dal letto ed appoggiare i piedi per terra. Le vertigini mi immobilizzarono. Chiusi gli occhi mettendo la mano su di loro, come per aggrapparmi a qualcosa fino a recuperare la stabilità. Le vertigini non durarono più di mezzo minuto. Aprii gli occhi: era tutto finito!

Scesi, preparato ad avere difficoltà anche in questo. Ma furono molto meno del temuto. In piedi riuscivo a stare.

"Con qualche difficoltà, ma la cosa va!" commentai sorridendo ai presenti.

Rimasi un minuto o due e poi tornai a sdraiarmi.

"Deve cominciare un po’ alla volta – mi disse la dottoressa Teresa – . S’alzi e si sdrai due o tre volte ogni ora. Tornerà ad abituarsi progressivamente."

Rimasi solo con suor Carmela, che mi assisteva. Passato un po’ di tempo chiesi il suo aiuto per tentare d’arrivare fino alla sedia che era contro la parete della stanza.

Le difficoltà, ora che già conoscevo le mie forze, furono più facili da superare. Ma le vertigini si ripresentarono identiche, al fare gli stessi movimenti di prima.

Entrò, in quel momento, il tecnico di chirurgia Gabriel, che subito mi aiutò ad accomodarmi nella sedia. Cominciammo a conversare ed a commentare le novità che avevo scoperto nel mio corpo. Dopo pochi minuti cominciai a sentire una specie di nausea e di sudore freddo. La visione stava diventando sbiancata.

"Gabriel, mi sdrai sul letto, per favore! Mi sto sentendo svenire".

Subito il tecnico Gabriel mi sollevò di peso e mi depositò sul letto. Rapidamente il sudore freddo si fermò ed anche la nausea sparì.

"Devo recuperare il controllo automatico della pressione, quando passo dalla posizione sdraiata a quella eretta – commentai con Gabriel e la suora – questo è naturale.

Rimasi sul letto un buon tempo e, prima che Gabriel se ne andasse, chiesi che mi aiutasse ad uscire nel corridoio.

Vivevo lì da più di un mese, ma tutto mi sembrava nuovo e ben differente da come l’avevo immaginato nella mia mente. Restai sorpreso a vedere che le dimensioni della stanza erano, in fin dei conti, molto più ridotte di quelle che m’erano sembrate da sdraiato.

La sedia tanto lontana, contro la parete, nella quale le suore che mi assistevano si ritiravano per lasciarmi quieto e che era fuori del mio campo visuale, si trovava, di fatto, ben vicina al letto.

Vidi, per ultimo, anche il bagno, piccolo, come tutti i bagni dentro le camere degli ospedali. Mi sorprese la pianta, assai differente da come l’avevo immaginata.

Queste esperienze mi fecero riflettere: quante volte mi sarà accaduto di aver dato per reali cose che, in fondo, non avevo mai visto, ma soltanto immaginato?

La suora aprì la porta e Gabriel mi aiutò ad uscire, prendendomi per un braccio con tutta la forza, ricordandosi dell’inizio di svenimento di poco prima. Uscimmo nel corridoio e per prima cosa vidi, attraverso la finestra, un rettangolo grande di cielo sereno.

Mi sorprese e mi toccò nel profondo del mio essere. Che creatura incomparabile era mai e con che straordinaria bellezza si mostrava a me!

Com’era potuto accadere che mi fossi dimenticato di lui in queste settimane?

Rimasi, come incantato, a guardarlo.

Il mio spirito sciolse gli ormeggi e cominciò ad attraversarlo, volando in lui con tutto l’entusiasmo e tutta la libertà, allo stesso modo come doveva aver fatto la colomba che Noè aveva liberato, dopo il diluvio universale.

Lo indicai con la mano ai miei due assistenti.

"Guardate, guardate! – dissi quasi gridando – guardate: il cielo azzurro!".

(FINE)

Aldo
Maputo, 3 marzo 2001 (ore 22. 20)

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