LA SECONDA LETTERA DI PIETRO
(Pedron Lino)


autori
titoli

Indice:

Introduzione
Indirizzo e saluto
1) Doni divini e virtù umane
2) La garanzia della speranza cristiana
3) Gli eretici
4) Parusìa e giudizio universale
Esortazioni conclusive

 

 

 

 

INTRODUZIONE

La lettera permette di riconoscere facilmente l’occasione in cui fu scritta e lo scopo che si prefigge. Essa vuole confermare la chiesa nella fede vera tramandata dagli apostoli e contrastare l’attività dei falsi maestri (1,12-13; 3, 2). Il contrasto con le eresie ha il suo motivo originario e principale nella dottrina escatologica (3,3). I settari deridono l’attesa della parusìa e cercano di far vacillare la speranza della comunità, stanca di aspettare così a lungo. Da questo errore fondamentale ne derivano altri. Il Signore della parusìa viene rinnegato (2,1-10) e assieme con l’attesa del giudizio gli avversari sacrificano anche l’ordine morale (3,3). Nel cap. 2 si descrive ampiamente la loro scostumatezza. La 2 Pt riassume in sé quasi l’intera lettera di Giuda. Contro le false dottrine degli eretici la 2 Pt afferma energicamente l’attesa della parusìa, insegna la gloria divina di Gesù ed esorta continuamente alla disciplina e al rigore morale.

Anche lo straordinario interesse che la lettera mostra per la Sacra Scrittura è rivolto contro l’eresia. La profezia, dice la lettera, è parola di Dio comunicata per mezzo di uomini ed è luce nelle tenebre del mondo. La Parola ha bisogno di un’interpretazione che la spieghi rettamente, perché non diventi dannosa (1,19-21). Ma gli eretici fanno della Scrittura un abuso violento (3,16). Anche il cap. 2 è una prova della riflessione sulla Scrittura dal momento che le citazioni dei libri apocrifi che la 2 Pt leggeva in Gd vengono accuratamente eliminate. Quindi ha inizio la critica della ricchissima tradizione di presunte scritture sacre e la lotta per il canone, che la chiesa dovrà quanto prima condurre per secoli contro la gnosi, poiché questa vuole estendere il canone abusivamente.

Secondo 3,1 i destinatari della lettera sono identici a quelli della 1 Pt. Invece l’intestazione (1,1) si rivolge a tutti coloro che hanno ricevuto la fede. La 2 Pt si qualifica come lettera di Pietro apostolo. Gli esegeti che ne considerano autore l’apostolo Pietro ritengono che questa lettera sia stata scritta a Roma, prima della morte dell’apostolo verso l’anno 65. L’autore si richiama a ciò che egli vide e udì sul monte della Trasfigurazione (1,16-18). Egli ebbe l’onore di un rapporto familiare con Cristo, il quale gli predisse il tempo della sua morte, che egli ora aspetta (1,14). Egli è anche l’autore della 1 Pt (3,1). L’apostolo Paolo è il fratello, accanto al quale egli si presenta e di cui prende le difese. La differenza fra la 1 e la 2 Pt è grande, per cui si tende a concludere che le due lettere non possono provenire dallo stesso autore. Ma se teniamo presente che la 1 Pt è stata scritta da Silvano per incarico o a nome di Pietro (1 Pt 5,12), nulla vieta che questa sia stata scritta da Pietro in persona o da un altro suo incaricato, per cui emergono chiaramente due stili e due mentalità diverse. Difatti Gerolamo (ep. 120,11) spiegò la differenza con l’ipotesi di due diversi segretari. Le ragioni di coloro che non riconoscono Pietro come autore della lettera possono avere una loro validità, che noi non prendiamo in considerazione per ragioni di brevità. L’importante di questo e di tutti gli altri scritti della Bibbia è che sono sicuramente parola di Dio, anche se l’autore umano non è sempre facilmente riconoscibile.

 

Indirizzo e saluto
(1,1-2)

1Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a coloro che hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo: 2grazia e pace sia concessa a voi in abbondanza nella conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro.

V. 1. L’autore si denomina Simeon Pietro. Il nome Simeon viene ritradotto nell’antica forma ebraica e non nella forma grecizzata Simon che si trova negli altri scritti del NT. Nel NT Simeon ricorre ancora soltanto una volta in At 15,14 nel discorso di Giacomo al concilio di Gerusalemme. Pietro si presenta come "servo e apostolo di Gesù Cristo", impiegando una formula paolina (Rm 1,1; Tt 1,1). Come servo è sottomesso a Cristo nell’obbedienza. Come apostolo è inviato in missione da lui. I destinatari sono tutti coloro che hanno ricevuto la fede cristiana. Qui "fede" è la dottrina di fede, intesa come il prezioso patrimonio di tradizione della chiesa. La giustizia del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo si manifesta nel fatto che egli dona a tutti la stessa fede preziosa.

V. 2. La prima parte del saluto è formulata secondo 1 Pt 1,2. La seconda invia ai destinatari l’augurio della retta conoscenza. Epìgnosis indica la fede nel senso pieno della parola, come conoscenza teorica e come realizzazione pratica. Nel tardo NT questo termine diventa più frequente come designazione del cristianesimo (1 Tm 2,4; 2 Tm 2,25; 3,7; Tt 1,1; Eb 10,26). Da questo termine epìgnosis si può probabilmente intuire il contrasto con la gnosis, che con le sue teorie minaccia e scompiglia le comunità cristiane. Perciò è importante possedere la retta gnosi. Una differenza sostanziale tra la gnosi cristiana e quella ereticale è che per la gnosi cristiana non basta la pura conoscenza, ma dal sapere deve conseguire la pratica, la moralità (2 Pt 1,5-7; 2,20).

 

1
Doni divini e virtù umane

(1,3-11)

3La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà, mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua gloria e potenza. 4Con queste ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina, essendo sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza. 5Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, 6alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, 7alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità. 8Se queste cose si trovano in abbondanza in voi, non vi lasceranno oziosi né senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo. 9Chi invece non ha queste cose è cieco e miope, dimentico di essere stato purificato dai suoi antichi peccati. 10Quindi, fratelli, cercate di render sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo non inciamperete mai. 11Così infatti vi sarà ampiamente aperto l’ingresso nel regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo.

Questo primo brano ricorda ai lettori i grandi doni che essi hanno ricevuto con la chiamata di Dio, ai quali si aggiungono promesse ancora maggiori. I destinatari vengono esortati a mettere tutto l’impegno a consolidare la vocazione e ad abbondare di buoni frutti per poter così aver accesso al regno eterno di Cristo.

v. 3. Il v. 3 è la continuazione del v. 2, cioè sviluppa ciò che è contenuto in quella epìgnosis (= conoscenza). I credenti sono sottratti dalla potenza di Dio al potere della morte e di ogni falsa religione e ricevono in dono la vita e la fede. L’uomo non può meritare o guadagnare questi beni, ma può soltanto riceverli come dono di Dio, e questa donazione avviene nella chiamata di Dio. La convinzione biblica originaria che Dio chiama in forma di vocazione è qui formulata con maggiore solennità. La vocazione non è soltanto una parola, ma la rivelazione della signoria e della potenza di Dio. Essa è un atto di salvezza operato da Dio per l’uomo. L’opera di Dio è comunicata al credente quando costui riconosce colui che lo chiama. La conoscenza ha bisogno della grazia illuminante di Dio e dell’azione responsabile dell’uomo. La prospettiva della lettera è dunque sinergetica: la vita cristiana è l’azione di Dio che opera con l’azione dell’uomo.

v. 4. La gloria e la potenza di Dio hanno elargito grandi promesse. Nell’intento complessivo della lettera si tratta delle promesse della parusìa, dell’instaurazione del regno di Dio e dell’entrata in esso (1,11.16; 3,7.13). Poiché esse vengono messe in dubbio dagli eretici (3,3-4), la lettera sottolinea il loro grande valore.

Con il compiersi delle promesse escatologiche, i credenti diverranno partecipi della beatificante comunione con Dio (1 Gv 1,3): essa è un puro dono di Dio che si comunica agli uomini per sua libera scelta e per amore (Gv 1,12-13; Rm 5,5; Gal 4,6; 1 Gv 3,1). La 2 Pt 1,4 mette in evidenza il compimento escatologico di questa unione dell’uomo con Dio, che è già cominciata (1 Gv 3,2). Chi vuol raggiungere Dio deve fuggire il mondo e rinunciare al peccato. Infatti la perdizione del mondo ha la sua origine nel peccato. Il peccato del mondo è colpevole della morte del mondo (Rm 6,21).

vv. 5-7. L’esigenza morale viene ulteriormente sviluppata. "Proprio perciò", ossia perché ai cristiani sono fatte così grandi promesse, essi sono esortati allo sforzo morale. Tutto questo catalogo di virtù ha un contenuto decisamente nuovo e un’indole propria. Pìstis non significa fedeltà, ma fede. Aretè ha un significato nuovo nel senso che la vita non è soltanto prestazione personale, ma anche grazia di Dio. Upomonè non è più la semplice sopportazione, ma l’attegiamento di chi attende il ritorno finale del Cristo. La serie è rinchiusa tra i vocaboli "fede" e "carità"; tutte le virtù contenute nella lista prendono così un significato cristiano. La fede è l’inizio e il fondamento della vita cristiana, la carità è il suo compimento. Nel nostro testo la catena delle otto virtù non è ordinata secondo una logica sistematica, ma il pensiero dell’autore progredisce per associazione di idee.

V. 8. Il significato che le virtù hanno per la vita viene presentato prima in una formulazione positiva e poi negativa (v. 9). L’impegno e la prova morale sono la premessa della conoscenza (Col 1,10). La conoscenza è frutto e coronamento dell’esercizio delle virtù. Ma secondo 2 Pt 2,20-21; 3,10-11, la conoscenza, come dono di Dio, è anche inizio della virtù. Ciò che logicamente potrebbe sembrare un circolo vizioso è praticamente un rapporto del tutto possibile nella crescita della fede. Senza conoscenza non esiste una vera moralità, ma non c’è neppure una conoscenza di fede senza serietà morale. Continua a stupire l’alto apprezzamento della conoscenza nella lettera, il che può essere un impulso dello spirito greco e della sua religiosità. Questo versetto è al tempo stesso rivolto contro la falsa gnosi (= conoscenza). La gnosi che voleva giungere alla conoscenza senza una disciplina morale, è su una strada falsa. Ogni conoscenza autentica dev’essere in definitiva orientata a Cristo, il Signore della chiesa. Proprio questo è il segno di riconoscimento della sua autenticità. La gnosi non deve perdersi in speculazioni incerte e interminabili.

v. 9. Chi è moralmente pigro e indisciplinato è anche religiosamente cieco. L’immagine della cecità spirituale fa parte della parenesi del NT (Mt 15,14; 23,16; Gv 9,40-41; Ap 3,17). La purificazione dei peccati non sarà l’abbandono dei peccati finora commessi compiuto dalla volontà umana, ma il perdono del peccato da parte di Dio, che il cristiano ha concretamente ricevuto nel battesimo (1 Cor 6,11; 1 Pt 3,21; ecc.). Infatti soltanto Dio può purificare i peccati. I peccati di un tempo sono quelli della vita condotta nel paganesimo (1 Pt 1,14). L’indisciplinato dimentica il dono del battesimo e gli obblighi che ne derivano.

v. 10. Poiché colui che non ha la virtù è un cieco e poiché soltanto con la virtù si può ottenere il grande bene della conoscenza, i fratelli, cioè i cristiani, devono sforzarsi di rendere definitiva la loro vocazione ed elezione. Si è veramente eletti quando la grazia viene accolta e realizzata nell’obbedienza. Alla vocazione ed elezione deve quindi corrispondere la fede. L’opera di Dio esige come risposta l’opera dell’uomo.

v. 11. L’attività morale è di nuovo presentata come condizione per l’ingresso nel regno di Dio; ma ciò non significa che tale ingresso sia meritato: esso è concesso da Dio. La salvezza finale è chiaramente concepita come dono di Dio. L’entrare nel regno è un dono, ma viene concesso solo quando siano adempiute certe condizioni indispensabili, e come tali sono menzionati il distacco dagli impedimenti (Mt 18,8-9), la conversione (Mt 10,15), il compimento della volontà di Dio (Mt 7,21) e l’osservanza dei comandamenti (Mt 19,17).

 

2
La garanzia della speranza cristiana
(1,12-21)

12Perciò penso di rammentarvi sempre queste cose, benché le sappiate e stiate saldi nella verità che possedete. 13Io credo giusto, finché sono in questa tenda del corpo, di tenervi desti con le mie esortazioni, 14sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù Cristo. 15E procurerò che anche dopo la mia partenza voi abbiate a ricordarvi di queste cose. 16Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. 17Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». 18Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. 19E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori. 20Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, 21poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio.

Lo scopo della lettera di esortare i credenti ad attenersi fedelmente alla speranza escatologica, dopo essere già stato accennato in 1,4.11, ora si manifesta in tutta chiarezza. Sull’argomento si rivolgono esortazioni dettagliate alla comunità. Seguendo lo stile epistolare, l’apostolo Pietro rinforza gli ammonimenti appellandosi alle sue esperienze personali nei rapporti con Gesù.

v. 12. Per raggiungere l’alta mèta dell’ingresso nel regno eterno, è necessario un grande sforzo. Perciò l’apostolo non si stancherà di insegnare e di esortare. Usando lo stile epistolare di cortesia, dice senz’altro gentilmente che i destinatari della lettera effettivamente sanno già tutto, anzi sono confermati nella verità.

Essi possono sapere tutto, perché la verità è presente, esistente e disponibile. Essa si trova nella tradizione incontaminata (2 Pt 2,21). Tutto il tesoro della rivelazione di Dio è in sicuro possesso della chiesa (Gd 3.5). Questa dottrina della chiesa si formò e i princìpi si formularono nella discussione con la gnosi e i suoi "miti elucubrati" (2 Pt 1,16) e le sue "parole escogitate" (2 Pt 2,3). La dottrina cattolica del "deposito della fede" ha qui il suo fondamento, benché non sia ancora esplicita. Il concetto e il contenuto del "ricordare" sono importanti per la lettera (1,12-13; 3,1-2). Si sta formando una tradizione fissa, che dev’essere trasmessa e conservata. Di essa la chiesa si deve ricordare e secondo questa norma deve orientarsi. Così essa potrà resistere all’eresia. Ma la parola biblica non è semplicemente istruzione, ma anche parola di riconciliazione, di grazia e di vita: essa produce ciò che afferma. Per questo il ricordo delle parole dei profeti, di Cristo e degli apostoli (2 Pt 3,2) non è semplicemente il richiamo storico di qualcosa del passato, ma sprigiona la forza contenuta nelle parole e la immette nella chiesa attuale. In quel ricordo la chiesa si sottopone al giudizio e alla grazia della parola.

v. 13. L’apostolo vuole esortare i cristiani per il breve tempo in cui è ancora in vita. Per questo egli scrive la lettera. La permanenza terrena è paragonata all’abitare in una tenda. Come la tenda può essere rapidamente smontata, così lo spirito non ha una dimora duratura nel corpo.

v. 14. L’apostolo vuole tanto più esortare, in quanto sa che il suo tempo è molto limitato. Presto egli "deporrà la tenda". L’apostolo avverte che la sua morte è prossima per una capacità di presentimento umano, ma anche in base a una rivelazione del Signore. La predizione di Gesù relativa alla morte di Pietro in Gv 21,18 fu fatta certamente dopo la risurrezione di Gesù, ed essa accenna solo alle circostanze, non al tempo della morte di Pietro.

v. 15. L’apostolo si preoccupa che la chiesa anche dopo la sua morte si ricordi della dottrina decisivamente importante. Per questo egli vuole lasciare alla comunità questa lettera, che è veramente un insegnamento accorato sulla retta fede e la retta condotta. La testimonianza degli apostoli, dopo la loro morte, dev’essere conservata nella chiesa non solo per mezzo della trasmissione orale, ma con documenti scritti. Difficilmente questa può essere un’idea dei primissimi tempi apostolici. Gli apostoli diramavano le loro disposizioni in un annuncio orale e lo affidavano alla memoria della chiesa; componevano lettere solo se la parola parlata era loro impossibile, per una forzata assenza dalla comunità, ma non per registrare, fissare e rendere sicuramente disponibile la predicazione per la chiesa dei tempi futuri. Anche Paolo non scrisse le sue lettere per i posteri, benché esse già all’epoca della 2 Pt (3,15-16) venissero raccolte per costituire un’eredità duratura. La 2 Pt 1,15 parla in base alla concezione, sicuramente più recente, secondo cui la chiesa si fonda sul libro delle Scritture.

v. 16. Il ricordo della predicazione apostolica dev’essere mantenuto, perché il suo contenuto non sono favole elucubrate, ma l’indefettibile messaggio di Cristo. La predicazione degli apostoli annuncia "la potenza e la venuta di Cristo". La potenza di cui si parla non è la forza di cui Gesù un tempo diede prova sulla terra operando miracoli, ma è la potenza divina, che egli ora possiede essendo l’Esaltato e che egli manifesterà a tutti quando tornerà nella gloria. Questo infatti è il significato di parousìa. La parola greca ha un contenuto molteplice, ma l’evento indicato nella Scrittura è intensamente biblico, perché l’Antico e il Nuovo Testamento sono un’unica testimonianza della venuta di Dio nel mondo e nella storia. Questa venuta si realizza nell’AT nel "giorno di Jahvè" ed è attesa per il tempo messianico finale in cui Dio si rivelerà come re del mondo.

Il NT parla della venuta di Cristo compiutasi nell’incarnazione (che però il NT non chiama parusìa) e attende la prossima venuta dell’Esaltato nella sua gloria disvelata.

Questa è chiamata nel NT la parusìa del Figlio dell’uomo (Mt 24,27) o del Signore (1 Ts 2,19; Gc 5,7-8; ecc). Inoltre in questo versetto viene attribuita a Cristo la megaleiòtes, la rivelazione della maestà divina (Lc 9,43; At 19,27), che si manifestò nella trasfigurazione (2 Pt 1,17-18).

Il Vangelo tratta delle grandi imprese di Dio nella storia, la quale è storia così vera, da poter essere vista (v. 16) e udita (v. 18). In contrasto con la storia stanno i miti, che sono un’invenzione elucubrata. Come nella 2 Pt anche nelle lettere pastorali (1 Tm 1,4; 4,7; 2 Tm 4,4; Tt 1,14) la chiesa apostolica si oppone nettamente ai miti. E poiché in 2 Pt è evidente che ci si rivolge contro la prima gnosi ereticale, si dovranno scorgere nei miti dottrine eretiche particolari. In ogni caso la lettera vuole distinguere la verità rivelata dalle vuote speculazioni. Nella lettera è sicuramente riconosciuto e chiaramente espresso il contrasto fra storia della salvezza e mitologia. Nel mito l’uomo presenta i suoi pensieri e desideri ardenti in veste di narrazione storica. Il mito è senza realtà divina, ed è anche senza forza di redenzione. In esso l’uomo rimane prigioniero di se stesso. Nella storia della salvezza Dio è all’opera creativamente. Chi si lascia includere nel suo accadere riceve l’azione di Dio e perciò la vera redenzione dal suo smarrimento senza speranza. Perciò Vangelo e mito sono essenzialmente diversi.

v. 17. Quando attestano la divinità di Cristo gli apostoli non annunciano miti inventati da loro, poiché essi hanno già conosciuto la sua gloria, in forza della quale avverrà la parusìa: essa fu rivelata loro particolarmente. Ciò avvenne nella trasfigurazione di Gesù. Allora sul monte fu rivolta a Gesù la voce di Dio, la quale gli attestò che egli è il suo Figlio, sul quale Dio ha posto il suo compiacimento.

v. 18. Gli apostoli stessi hanno udito la voce come testimonianza di Dio su Gesù, il quale venne così proclamato Signore Dio. Perciò i credenti possono essere sicuri che egli, quale Cristo della gloria, ora è in cielo e di là si manifesterà nella parusìa. Rispetto al racconto dei vangeli sinottici i dati della lettera sembrano costituire un crescendo.

Nei Vangeli (Mt 17,5) la voce è indicata come voce da una nube, nella lettera come voce dal cielo, quindi chiaramente come voce divina. Là il monte è un alto monte (Mt 17,1), qui è il monte santo. Ci si può chiedere perché l’autore si richiami alla trasfigurazione, relativamente poco conosciuta, piuttosto che alla risurrezione o all’ascensione di Gesù, note a tutta la chiesa, che altrettanto o ancora meglio avrebbero dimostrato che l’Atteso nella parusìa è il Signore Dio e quindi può essere atteso fiduciosamente.

La risposta si può forse ricavare dal modo in cui la storia della trasfigurazione è presentata. Nella 2 Pt la trasfigurazione del volto è descritta solo per accenni. Ma in 1,17-18 è messa in evidenza la parola di Dio rivolta al Cristo.

Per la lettera ciò sembra essere la cosa più importante nel racconto della trasfigurazione, perché tale parola afferma solennemente e pubblicamente che Gesù è il Figlio di Dio. In virtù di questa sua natura egli ritornerà con potenza e gloria.

v. 19. La parola dei profeti dell’AT indicava già in anticipo il Cristo e la sua parusìa. Ora questa profezia è diventata più certa, perché si è fatta più chiara per quanto riguarda il modo e la sicurezza del suo adempimento. La trasfigurazione di Cristo ha proprio reso evidente che egli è partecipe della natura divina. E con questa gloria egli si renderà manifesto nella parusìa. Ma a quale profezia dell’AT ci si riferisce? Forse a nessun passo in particolare ma a tutta la complessiva testimonianza dell’AT, che promette il Messia e Redentore e predice la sua elevazione alla potenza divina e la instaurazione del regno di Dio per mezzo di lui. Ciò non si è ancora realizzato con la sua venuta nella carne, ma si compirà con la sua venuta nella gloria. Similmente in At 3,24 Pietro dice che tutti i profeti annunciano il giorno della restaurazione escatologica di tutte le cose.

Dunque ora i credenti possono e devono confidare in questa sicura profezia. Essa è "come una luce in luogo oscuro". Così l’autore contrassegna il mondo attuale, che è caduto in preda alla tenebra (Mt 4,16; Gv 1,5; Ef 6,12). La luce della parola profetica risplende temporaneamente, finché con la parusìa sorgerà, pieno, il giorno definitivo ed eterno. Similmente Rm 13,12 indica la parusìa come il giorno che pone fine alla notte. Ma mentre in Rm 13,12 il giorno ha un significato cosmico-apocalittico, in 2 Pt 1,19 esso è inteso in senso individuale-psicologico ("nei vostri cuori"): ritardando l’evento cosmico finale e generale, l’attenzione si rivolge all’escatologia personale.

v. 20. La lettera non solo avvia a un altra valutazione della profezia dell’AT, ma mette anche in guardia dal suo uso errato. In 3,16 si dice chiaramente che alcuni distorcono le Scritture. Quindi la lettera si rivolge contro eresie di questo tipo. La Scrittura ha veramente bisogno di un’analisi, perché il senso può essere enigmatico e nascosto. Ma l’interpretazione personale è spesso erronea. E quale sarebbe il contrario dell’interpretazione personale? Da 1,21 risulta che l’interpretazione deve partire dallo Spirito di Dio ed essere conforme ad esso, perché di questo Spirito è piena la Scrittura. Perciò non alla chiesa, a quanto pare, ma allo Spirito della Scrittura è rimandato il lettore.

Ma non è un circolo vizioso che il lettore della Scrittura venga nuovamente rimandato alla Scrittura? La risposta si ricaverà dal v. seguente.

v. 21. La profezia pronunciata un tempo e poi messa per iscritto è, come la Scrittura dell’AT in genere, sostenuta dallo Spirito e proviene da Dio. Questa è la dottrina dell’ispirazione propria della lettera ed è la dottrina dell’ispirazione di tutto il NT (Mc 12,36; At 3,21; 2 Tm 3,16). Questa è pure la convinzione dell’AT: Dio per mezzo dello Spirito produce il messaggio profetico (Zc 7,12). Geremia 23,16 distingue la vera dalla falsa profezia in questo: i falsi profeti parlano secondo il loro cuore, non secondo la bocca del Signore. Poiché Dio e il suo Spirito sono autori della profezia, l’esatta interpretazione può venire solo da loro e l’interpretazione puramente umana è destinata a sbagliare. Ma dov’è ora questo Spirito e come avviene l’interpretazione con l’aiuto dello Spirito? Per l’autore della lettera è valida solo l’interpretazione della grande chiesa, e quindi essa ha lo Spirito. Benché la lettera non lo dica espressamente, ciò è per essa una certezza indubitabile. Quindi l’esegesi cattolica ha ragione quando propende a provare già espresso in 2 Pt 1,20-21 il principio dell’interpretazione ecclesiale delle Scritture, che più tardi il Concilio di Trento (sessione IV) formulò così: "spetta alla Chiesa giudicare del vero senso e dell’interpretazione della sacra Scrittura". L’esegesi delle Scritture è di competenza del magistero.

 

3
Gli eretici
(2,1-22)

Già nel primo capitolo della lettera incomincia la discussione con gli eretici. Perciò i lettori vengono esortati a essere fedeli alla vocazione (1,12). Contro i maestri d’errore si afferma che la predicazione degli apostoli non seguì favole elucubrate (1,16), si mette in guardia dalla falsa profezia (1,20-21), dal piacere sensuale (1,4) e dalla scostumatezza (1,6). D’ora in poi la discussione avviene apertamente in quanto il secondo capitolo combatte gli eretici con estremo vigore. Così facendo, la 2 Pt utilizza ampiamente la lettera di Giuda. Nel capitolo si possono distinguere tre sezioni: l’annuncio dei maestri d’errore (2,1-3), la comunicazione della loro imminente punizione (2,4-13a) e la rivelazione delle loro malefatte nella chiesa e contro la chiesa (2,13b-22).

a) L’annuncio degli eretici (2,1-3)

1Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina. 2Molti seguiranno le loro dissolutezze e per colpa loro la via della verità sarà coperta di impropèri. 3Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna è già da tempo all’opera e la loro rovina è in agguato.

v. 1. Per passare al nuovo tema si ricorda ora che anche nel popolo d’Israele comparvero falsi profeti. La lettera ricorda la lotta costante contro il falso profetismo nell’AT.

Il falso profeta è uno che si fa passare falsamente per profeta di Dio e che, come tale, annuncia il falso (Ger 6,13; Zc 13,2; ecc). Is 28,7-13; Ger 28-29; Ez 13; Mi 3; ecc; contrastano con i falsi profeti. Specialmente per i tempi finali, il NT attende falsi profeti (Mt 24,11; Ap 16,13). I falsi profeti sono falsi maestri.

Essi evitano la pubblicità e cercano di far penetrare segretamente le loro dottrine nella chiesa. La loro dottrina è eresia che porta alla rovina eterna.

Almeno in un punto le dottrine eretiche vengono precisate nel loro contenuto: "Essi negano il Signore, che li ha riscattati". Il Signore negato può essere solo Cristo perché è lui che ci ha riscattati. Questa negazione avviene forse per il fatto che gli eretici negano il ritorno di Cristo (1,16; 3,4) il che significherebbe che anche la sua attuale esistenza divina viene negata.

Oppure la negazione avviene a causa della disobbedienza degli eretici, in quanto essi con la loro licenziosità rinnegano praticamente la signoria di Cristo.

v. 2. Molti seguono gli eretici. Costoro si considerano ancora parte della comunità ecclesiale e stanno in mezzo ad essa. Ma i seguaci non aderiscono ai falsi maestri per amore di dottrine particolari, come la promessa di una conoscenza più alta, ma perché preferiscono la licenziosità della vita, che domina nella setta. Il mondo, che non fa distinzione tra la vera chiesa e gli eretici che hanno abbandonato la vera dottrina, addebita alla chiesa la scostumatezza dei rinnegati. A causa loro "viene bestemmiata la via della verità": cioè la dottrina della verità, la dottrina retta, la vera religione, la condotta secondo il Vangelo. Il mondo crede quindi che la scostumatezza degli eretici sia la vera condotta di vita cristiana, e questa viene perciò oltraggiata.

v. 3. Gli eretici vengono nuovamente accusati. Essi sono mossi da cupidigia. Pleoneksìa significa l’avidità di denaro, ma anche la brama di potere e di onore. Essi si comportano da commercianti avidi che fanno mercato dei cristiani. I cristiani sono proprietà di Cristo e sono liberi, ma gli eretici li barattano per i loro sordidi interessi. Il mezzo con cui gli eretici fanno mercato dei credenti sono i discorsi falsi e inventati. Forse vuol dire che gli eretici con la predicazione della licenziosità (2,2) promettono la salvezza a buon mercato; ma quelli che sono stati sedotti vengono portati alla rovina.

b) L’imminente punizione degli eretici (2,4-13a)

4Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno, serbandoli per il giudizio; 5non risparmiò il mondo antico, ma tuttavia con altri sette salvò Noè, banditore di giustizia, mentre faceva piombare il diluvio su un mondo di empi; 6condannò alla distruzione le città di Sòdoma e Gomorra, riducendole in cenere, ponendo un esempio a quanti sarebbero vissuti empiamente. 7Liberò invece il giusto Lot, angustiato dal comportamento immorale di quegli scellerati. 8Quel giusto infatti, per ciò che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta per tali ignominie. 9Il Signore sa liberare i pii dalla prova e serbare gli empi per il castigo nel giorno del giudizio, 10soprattutto coloro che nelle loro impure passioni vanno dietro alla carne e disprezzano il Signore.
Temerari, arroganti, non temono d’insultare gli esseri gloriosi decaduti, 11mentre gli angeli, a loro superiori per forza e potenza, non portano contro di essi alcun giudizio offensivo davanti al Signore. 12Ma costoro, come animali irragionevoli nati per natura a essere presi e distrutti, mentre bestemmiano quel che ignorano, saranno distrutti nella loro corruzione, 13subendo il castigo come salario dell’iniquità.

v. 4. La 2 Pt ricorda tre esempi di punizione: la caduta degli angeli, il diluvio universale e la distruzione di Sodoma e Gomorra. Per il primo esempio non si tratta della caduta del diavolo di cui talvolta parla allusivamente la tradizione biblica (Lc 10,18; Ap 12,7), ma del racconto di Gen 6,1-4, che viene riferito a quegli angeli che ebbero rapporti con donne e perciò furono puniti. Dio li ha gettati in caverne tenebrose. Questa punizione degli angeli è solo provvisoria, perché essi sono ancora riservati per il giudizio definitivo.

v. 5. Il secondo esempio di punizione e salvezza è la storia del diluvio e del salvataggio di Noè. Il diluvio è concepito come crollo del mondo antico, ossia di tutta l’umanità di allora. In seguito la riflessione si è domandata se il diluvio fosse parziale o totale. Alla 2 Pt tale questione è ancora estranea. Essa, con tutta la tradizione antica, ritiene che il diluvio fu universale. Noè fu salvato "come ottavo", come dice il racconto della Genesi (8,18), secondo cui Noè prese con sé nell’arca sua moglie, i suoi tre figli e tutte le sue nuore. Egli è detto "annunciatore della giustizia" perché esortava a una vita retta. Dal Genesi (6) non risulta che Noè avesse esortato la generazione del diluvio alla penitenza, ma lo afferma la tradizione posteriore (Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche 1,74; ecc). Noè esorta alla giustizia (= comportamento di cui Dio si compiace) perché egli è giusto.

vv. 6-8. I vv. 6-8 presentano il terzo esempio di punizione e di salvezza costituito dalla vicenda di Lot. Lot è il giusto esemplare. Egli sentiva il peccato che lo circondava come un tormento e un peso. Si fa specialmente menzione della lussuria degli "ingiusti", di cui riferisce ampiamente Gen 19.

v. 9. Questo v. trae la conseguenza dei tre esempi precedenti: il Signore salva i pii, ma conserva gli ingiusti per il giorno della punizione.

v. 10. Si passa di nuovo alla descrizione e alla condanna degli eretici. L’autore trasferisce all’eresia un’accusa che la lettera di Giuda 7 rivolge agli abitanti di Sodoma e Gomorra. Gli eretici disprezzano la signoria di Cristo, perché non si curano dei suoi precetti e negano il suo ritorno. Inoltre bestemmiano le glorie, cioè le potenze tenebrose diaboliche. La lettera mette in guardia dalla dissolutezza sessuale, dissuade dal disprezzo delle potenze poste a signoreggiare sugli uomini, esorta alla dovuta sottomissione a cui l’uomo è guidato dal volere di Dio e alla quale non può irriguardevolmente e arbitrariamente sottrarsi.

v. 11. Gli angeli sono superiori per forza e potere alle "glorie". Eppure gli angeli non osano presentare a Dio un giudizio di condanna su queste "glorie" (che quindi sono potenze cattive): tanto essi rispettano la loro grandezza sia pure nella loro abiezione.

v. 12. Come fa chiunque presenta dottrine particolari, gli eretici vogliono distinguersi per il contenuto e la forma dei loro discorsi e dei loro insegnamenti. Ma la loro presunta sapienza è irragionevolezza e stoltezza perché essi bestemmiano ciò che non capiscono. Così essi sono decaduti al livello dell’animale. Gli animali irragionevoli sono per natura destinati ad essere catturati e uccisi. Anche gli eretici troveranno così la loro rovina.

v. 13a. La condanna degli eretici viene motivata in forma riassuntiva. Essi ricevono la loro sventura come punizione per la loro ingiustizia.

c) Le malefatte degli eretici nella chiesa e verso la chiesa (2,13b-22)

Essi stimano felicità il piacere d’un giorno; sono tutta sporcizia e vergogna; si dilettano dei loro inganni mentre fan festa con voi; 14han gli occhi pieni di disonesti desideri e sono insaziabili di peccato, adescano le anime instabili, hanno il cuore rotto alla cupidigia, figli di maledizione! 15Abbandonata la retta via, si sono smarriti seguendo la via di Balaàm di Bosòr, che amò un salario di iniquità, 16ma fu ripreso per la sua malvagità: un muto giumento, parlando con voce umana, impedì la demenza del profeta. 17Costoro sono come fonti senz’acqua e come nuvole sospinte dal vento: a loro è riserbata l’oscurità delle tenebre. 18Con discorsi gonfiati e vani adescano mediante le licenziose passioni della carne coloro che si erano appena allontanati da quelli che vivono nell’errore. 19Promettono loro libertà, ma essi stessi sono schiavi della corruzione. Perché uno è schiavo di ciò che l’ha vinto.
20Se infatti, dopo aver fuggito le corruzioni del mondo per mezzo della conoscenza del Signore e salvatore Gesù Cristo, ne rimangono di nuovo invischiati e vinti, la loro ultima condizione è divenuta peggiore della prima. 21Meglio sarebbe stato per loro non aver conosciuto la via della giustizia, piuttosto che, dopo averla conosciuta, voltar le spalle al santo precetto che era stato loro dato. 22Si è verificato per essi il proverbio:
Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago.

v. 13b. Si rivolgono altri gravi rimproveri agli eretici. Essi trovano piacere a gozzovigliare in pieno giorno. Questo comportamento è considerato sconveniente anche da Is 5,11 e Qo 10,16 e può essere sentito come particolarmente spiacevole da chi è abituato alle usanze orientali, secondo cui il pasto principale si colloca alla sera.

Gli eretici banchettano assieme ai membri della comunità di fede ortodossa. Quindi essi possono attirare nella loro sètta membri della comunità, e nell’occasione di riunioni e di banchetti cercano di conquistare adepti alla loro dottrina. Per i cristiani il pasto comune è simbolo ed esperienza di comunione spirituale nonchè celebrazione della presenza del Signore, perché egli partecipa al pranzo insieme ai suoi. Gli eretici disonorano quei pasti con la loro avidità di piaceri e la loro cupidigia, Già in 1 Cor 11,20-21 Paolo ha dovuto mettere in guardia dagli abusi dei pasti in comune; ma è molto peggiore ciò che la 2 Pt deve biasimare.

v. 14. Cupidigie di ogni genere stimolano gli eretici. Essi guardano dappertutto per trovare una donna che sia adatta e disponibile all’adulterio. Insomma "i loro occhi sono senza posa rivolti al peccato".

Essi sono avidi di conquistare il potere anche sugli uomini. Adescano quelli che non sono ancora saldi, i neoconvertiti alla fede. Il loro cuore è pieno di avidità. Mentre il pio distribuisce e dona, agli eretici preme arricchirsi. Nella loro malvagità sono votati alla maledizione di Dio (con formula orientale corrente la lettera dice: "Essi sono figli della maledizione").

v. 15. Gli eretici hanno deviato dal retto sentiero, seguendo la via di Balaam. Secondo Nm 22,2-21 il re dei Moabiti Balac voleva corrompere con denaro Balaam, perché andasse contro Israele e lo maledicesse. La 2 Pt attribuisce a Balaam la colpa di essere stato mosso dall’avarizia. Secondo un’altra tradizione veterotestamentaria, Balaam indusse Israele alla prostituzione con donne dei Madianiti e alla defezione da Jahvè (Nm 31,16). Come la lettera di Giuda 11 e Ap 2,14 anche la 2 Pt segue l’interpretazione tardo-giudaica, secondo cui Balaam è il padre dei seduttori e degli apostati.

v. 16. La stoltezza e il peccato di Balaam furono tali, che egli dovette ricevere un rimprovero da un animale. Il racconto di Nm 22,22-35 è interpretato e ulteriormente sviluppato in senso peggiorativo per Balaam. Il suo comportamento è designato come iniquità e pazzia.

v. 17. Gli eretici sono chiamati "fonti senz’acqua" e "nubi di nebbia". I falsi profeti danno solo vane illusioni. Le due metafore stigmatizzano l’infecondità religiosa e morale degli eretici.

v. 18. Ciò che prima era detto in immagini, ora viene ripetuto senza immagini. Gli eretici si presentano con grandi discorsi, che però sono un vuoto inganno. Da 2,18-19 si deduce che con questi discorsi si prometteva libertà dalla costrizione degli ordini e dei precetti, libertà dall’autorità dei profeti, libertà di desiderare. Tali discorsi per la comunità non sono innocui, C’è chi ascolta il messaggio con una certa compiacenza. Infatti la 2 Pt sembra dire che i falsi maestri non solo cercano di guadagnare seguaci, ma effettivamente ne guadagnano; essi non solo cercano ma "adescano in concupiscenze carnali con dissolutezze". Gli eretici hanno successo soprattutto presso coloro "che hanno appena incominciato a fuggire da quelli che camminano nell’errore", cioè presso i neoconvertiti. Quelli che camminano nell’errore sono i pagani.

v. 19. I falsi maestri promettono libertà e così seducono le persone. Essi abusano della parola libertà, intendendo con essa la sfrenatezza. È quell’equivoco della libertà cristiana che fu attribuito anche a Paolo e dal quale egli si difese. Dalla sua predicazione sulla libertà e la grazia alcuni traevano questa conseguenza: "Orsù, pecchiamo! Poiché non siamo più sotto la legge, ma sotto la grazia" (Rm 6,15; Gal 5,13). Se, stando a 2 Pt 3,16, alcuni travisano le lettere di Paolo, può trattarsi proprio di questo. Così pure 1 Pt 2,16 sa che da alcuni la libertà viene presa come pretesto di peccato.

"Infatti uno è schiavo di quello a cui sottostà". Il detto stabilisce l’antico diritto di guerra, per cui il vinto diventa proprietà del vincitore.

v. 20. I vv. 20-22 richiamano e descrivono in segno di ammonimento che cosa significhi diventare credenti e di nuovo apostatare. I rimproveri sono rivolti contro gli eretici e non contro i sedotti. In 2,20 è accentuato il significato di epìgnosis (= conoscenza) per indicare la conversione. Ma la conoscenza è comprensione non di una dottrina, bensì di una persona, di Gesù Cristo. Ed essa lo conosce non solo a motivo della sua sapienza di Maestro, ma come "Signore e Salvatore". Se egli è il Signore, chi lo conosce è a lui sottomesso. Se egli è il Salvatore, chi lo conosce sa di essere un perduto che ha bisogno di essere salvato tramite il Salvatore. Quindi la conoscenza non è un merito intellettuale, ma sottomissione nell’obbedienza della fede. Il termine epìgnosis può avere una risonanza greca, ma il suo contenuto è biblico.

La conversione significa "sfuggire dalla contaminazione del mondo". Il mondo è impuro non perché la creazione sia cattiva, ma a causa del peccato degli uomini. Allora la defezione dalla vita cristiana significa "lasciarsi nuovamente impigliare nella contaminazione del mondo e soggiacervi". Ma l’apostasia non è mai soltanto un ritorno alla condizione precedente. L’apostasia dalla chiesa è un rinnegamento della fede e un irrigidimento nel rinnegare. Perciò questo nuovo paganesimo è di gran lunga peggiore del precedente. Quasi letteralmente uguale è la parola del Signore sulla nuova ossessione dopo l’espulsione del demonio (Mt 12,45; Lc 11,26).

v. 21. Perciò è meglio restare pagani che rinnegare la fede dopo la conversione. La fede è presentata come "la via della giustizia" e "il santo precetto". Il santo precetto è quello dell’amore datoci da Cristo. La nuova etica è specificata come imitazione di Cristo per fede e quindi separata dalle opere della legge giudaiche e anche da un’ etica puramente filosofica.

I severi ammonimenti della lettera a non apostatare sono simili a quelli della lettera agli Ebrei (6,4; 10,26) e a quelli delle lettere pastorali (1 Tm 6,3-5; 2 Tm 2,14-18). Anch’essi avvertono che sarebbe meglio non avere mai aderito alla fede, piuttosto che rinnegarla. Perciò per la lettera agli Ebrei il peccato di apostasia è imperdonabile.

v. 22. La lettera riassume il giudizio conclusivo sugli eretici in un proverbio energico, in cui si paragona il loro modo di fare con quello dei cani e dei porci.

Il primo paragone ricorda che i cani mangiano di nuovo quel che hanno vomitato. Così i rinnegati riprendono i peccati che avevano deposto nel battesimo.

Un senso simile ha il secondo paragone del maiale che si è lavato per poi voltolarsi di nuovo nel fango. Anche questo comportamento è paragonato con quello del rinnegato. Come ai cani e ai porci, così agli eretici è completamente sconosciuto cosa sia ordine e purità.

 

4
Parusìa e giudizio universale
(3,1-13)

1Questa, o carissimi, è già la seconda lettera che vi scrivo, e in tutte e due cerco di ridestare con ammonimenti la vostra sana in telligenza, 2perché teniate a mente le parole già dette dai santi profeti, e il precetto del Signore e salvatore, trasmessovi dagli apostoli. 3Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo le proprie passioni 4e diranno: «Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione». 5Ma costoro dimenticano volontariamente che i cieli esistevano già da lungo tempo e che la terra, uscita dall’acqua e in mezzo all’acqua, ricevette la sua forma grazie alla parola di Dio; 6e che per queste stesse cause il mondo di allora, sommerso dall’acqua, perì. 7Ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina degli empi.
8Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. 9Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. 10Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta. 11Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, 12attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno! 13E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia.

L’inizio della lettera ha già accennato che era suo scopo confutare le false dottrine che mettono in questione la parusìa di Cristo (1,16). Nel cap. 2 sono descritti gli eretici nella loro malvagia condotta. Con 3,1 la lettera ritorna al suo intento originario di combattere l’eresia e rafforzare la fede della chiesa nella attesa della parusìa.

v. 1. L’autore fa riferimento a una precedente lettera da lui scritta. Con ciò si deve pensare evidentemente alla 1 Pt.

v. 2. In particolare la lettera vuole esortare ad attenersi alle parole dei profeti e al precetto di Cristo tramandato dagli apostoli, e soprattutto a mantenere viva l’attesa della parusìa secondo queste parole e questo precetto (3,3). La venuta del Signore si fa attendere; perciò è tanto più necessario ricordare la promessa annunciata. Proprio questo è "sentimento sincero" (3,1) di fede genuina. I profeti hanno preannunciato la parusìa (1,19). La predicazione degli apostoli annuncia la medesima verità. L’attesa della parusìa è proclamata come precetto di Cristo.

v. 3. Ricordandosi delle parole dei profeti e di quelle del Signore, i cristiani devono anzitutto considerare che alla fine dei tempi compariranno degli schernitori. Veramente né l’Antico né il Nuovo Testamento contengono alla lettera simili predizioni. Si può pensare a parole dei profeti sulla malizia del peccato nei tempi finali (Dan 2,27; 12,4.11), a parole del Signore come Mt 24,11-12.24, a parole degli apostoli come 1 Tm 4,1-3; 2 Tm 3,1-5; 4,3.

La lettera si rivolge contro gli schernitori che sono accusati anche di immoralità come gli avversari di 2,2. Essi evidentemente s’identificano coi falsi maestri di 2 Pt 2.

v. 4. Gli scettici deridono l’attesa della parusìa del Signore e della fine del mondo. Essi motivano i loro dubbi richiamandosi all’apparenza che mostra come il mondo, da quando esiste, se ne stia immutato. Come esso è esistito finora, così continuerà a esistere. È quindi un errore aspettarsi che esso finisca entro breve tempo.

Secondo le parole degli schernitori la fine fu aspettata dalla generazione dei padri (non gli antenati dei tempi remoti, ma i padri dei parlanti), quindi nella generazione che precedette la composizione della lettera. Effettivamente parole del Signore come Mt 10,23; 24,29; Mc 9,1; 13,30 potevano essere intese in questo senso.

vv. 5-7. In questi versetti si vuole confutare l’affermazione degli avversari del v. 4, secondo cui fin dall’inizio del mondo tutto rimase com’era, ricordando che già una volta il mondo (nel diluvio universale) finì. Così passerà anche il mondo attuale (nel fuoco). Già la parola del Signore di Mt 24,37-39 paragona tra loro le due catastrofi e intende quella passata come esempio di quella futura.

Mediante l’acqua del diluvio universale il mondo perì, l’umanità di allora sprofondò nell’acqua. Il mondo attuale perirà nel fuoco. Ma anche questo, come il diluvio, non è un processo puramente naturale; quella stessa parola di Dio che lo creò, lo consegnerà alla distruzione. La parola di Dio è il motivo unicamente determinante e sovrano della fine del mondo.

La lettera manifesta in immagini grandiose la sovranità di Dio, che assume al proprio servizio i vari elementi.

vv. 8-9. In questi versetti si presenta una nuova considerazione che aiuterà a rispondere alla domanda degli schernitori. Il ritardo della parusìa è certamente un problema anche per la comunità. Ad essa perciò ci si rivolge con l’espressione "Diletti!". Dalla grandezza di Dio la lettera deduce che per lui non vale alcuna misura umana del tempo. Ciò viene espresso col Sal 90,4: "Davanti a Dio mille anni sono come un giorno"; ma la lettera da questa massima per deduzione inversa ottiene l’altro principio: "Davanti a Dio un giorno è come mille anni", che può servire ancora più direttamente al suo ragionamento. Benché la chiesa attenda la parusìa da generazioni, questo è un periodo breve e non contraddice alla promessa della prossima venuta del Signore. La 2 Pt, a differenza della letteratura apocalittica, rinuncia a calcolare i tempi e affida tutto a Dio.

Non solo la grandezza di Dio ha un’altra misura del tempo, ma anche il suo amore. Ciò che alcuni chiamano lentezza, è longanimità di Dio, il quale vuole dare a tutti il tempo di convertirsi. In Es 34,6 Jahvè si manifesta a Mosè, attestando di se stesso: "Jahve è un Dio misericordioso e benevolo, longanime e ricco di grazia e di fedeltà". La 2 Pt, rinnovando nella chiesa l’antica certezza della longanimità di Dio, trae una conoscenza di fede, la quale aiuta a risolvere le questioni che proprio ora assillano la chiesa.

v. 10. Pur ammettendo la possibilità di una dilazione della parusìa, la lettera conferma la certezza che il giorno della parusìa verrà, e verrà presto (3,12) e ammonendo ricorda il modo della sua venuta. Esso viene come un ladro nella notte, ossia inaspettatamente e improvvisamente, per cui bisogna stare sempre preparati (3,11).

Il giorno della parusìa è designato come giorno del Signore. La conflagrazione del mondo (3,7) è descritta nei particolari. Nel fuoco svaniranno sibilando i cieli, gli elementi, la terra e le opere che vi si trovano. Occorre chiedersi cosa siano gli elementi (stoicheìa) menzionati accanto ai cieli e alla terra, dato che i quattro elementi distinti dagli antichi - secondo la filosofia stoica - sono esattamente l’acqua, il fuoco, l’aria e la terra. In passi come Gal 4,3; Col 2,8, stoicheìa sono anche le potenze cosmiche, concepite come esseri personali. Alla fine del mondo cadranno i corpi celesti e con essi anche le potenze spirituali che li dominano: "Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la stessa luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte" (Mt 24,29). Svaniranno dalla terra anche tutte le fatture umane della civiltà e della cultura.

v. 11. Dall’annuncio del giudizio si deduce l’esortazione a prepararsi a quel giorno con una condotta santa e pia. È quella conclusione a vegliare che il NT in genere trae dall’aspettativa della fine (Mt 24,42; 1 Ts 5,6).

v. 12. Ma non è tutto. I pii non devono solo aspettare il giorno del Signore, essi possono e devono affrettarne la venuta. Poiché Dio differisce la parusìa per dare tempo alla penitenza (3,8), il Signore verrà tanto più presto, quanto più santa è la sua comunità. Se la chiesa viene ammaestrata dalla parola del Signore a pregare senza interruzione per la venuta del regno (Mt 6,10), si suppone che la sua preghiera possa provocare questa stessa venuta. La lettera descrive ancora una volta il giorno del Signore con la raffigurazione della conflagrazione universale, mentre l’attesa è descritta al tempo stesso con la parola dell’AT (Is 34,4). Ma l’incendio del mondo non avviene - come ritiene la scienza profana - nel ritmo del perire e ridivenire, ma solo a motivo del giorno del Signore. Esso trova la sua ragione nella volontà di Dio, che stabilisce per il mondo tanto il suo inizio quanto la sua fine.

v. 13. Ma la fine non è distruzione e rovina, ma la nuova creazione. E ciò che si trova al di là del limite escatologico è tutt’altra cosa rispetto ad ogni realtà esistente e pensabile. La promessa escatologica fondamentale è: "Io faccio tutto nuovo" (Ap 21,5). Perciò appartengono al compimento dei tempi finali il vino nuovo del banchetto escatologico (Mc 14,25), il nome nuovo (Ap 2,17; 3,12), il canto nuovo (Ap 5,9; 14,3), la Gerusalemme nuova (Ap 21,2). Quindi la 2 Pt aspetta addirittura "nuovi cieli e una nuova terra" e, così facendo, raccoglie l’antica promessa e aspettativa biblica (Is 65,17; 66,22). Forse la lettera vede proprio in queste parole di Isaia la promessa di Dio. Allo stesso modo attendono la nuova creazione escatologica Mt 19,28 e Ap 21,1. Anche in Rm 8,19-22 si esprime una tale aspettativa.

Il compimento escatologico è descritto come un bene puramente spirituale: "Nel nuovo mondo abita la giustizia". Cielo e terra saranno, come Dio vuole, giusti ai suoi occhi.

 

Esortazioni conclusive
(3,14-18)

14Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, cercate d’essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace. 15La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; 16così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.
17Voi dunque, carissimi, essendo stati preavvisati, state in guardia per non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore degli empi; 18ma crescete nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la gloria, ora e nel giorno dell’eternità. Amen!

L’ultima pericope della lettera porta le esortazioni conclusive. Esse si deducono dall’attesa della parusìa, per cui si ripetono pensieri già espressi in precedenza. Ma è nuovo ciò che si dice delle lettere dell’apostolo Paolo e della loro interpretazione nella chiesa.

v. 14. Si trae la conseguenza esortativa dei dati precedenti. Poiché nel nuovo mondo abiterà la giustizia, coloro che aspettano quel mondo e vogliono diventare partecipi devono essere senza difetti e ineccepibili. Ciò significa essere "trovati in pace davanti a Dio", perché pace non significa lo stato soggettivo di pace dell’anima, ma la salvezza definitiva, il rapporto, rappacificato per grazia, tra Dio e il mondo (1 Pt 1,2; 2 Pt 1,2).

v. 15. Con una ripetizione di 3,9 la lettera ribadisce che il ritardo di Dio è longanimità, che deve diventare occasione di salvezza. A questo proposito l’apostolo si richiama al "suo fratello Paolo".

Paolo è il carissimo fratello di Pietro. L’unità tra i due apostoli è messa subito in risalto (3,16) anche da altre ragioni. Paolo ha scritto le stesse cose tanto in una lettera indirizzata a questi destinatari quanto nelle sue lettere in genere (3,16).

Questo identico contenuto, stando a 3,15, dovrebbe essere l’esortazione ad approfittare della longanimità di Dio come di una possibilità di salvezza; stando a 3,14, l’altra esortazione a vivere irreprensibili nell’attesa della parusìa.

Le lettere di Paolo attestano la sapienza a lui concessa. Paolo stesso è consapevole di parlare in virtù della sapienza conferitagli (1 Cor 2,6-7; Col 1,28).

L’insistenza sul fatto che a Paolo è stata data la sapienza sembra preannunciare il successivo giudizio della chiesa circa l’ispirazione dei suoi scritti.

v. 16. Partendo da una lettera particolare, lo scrittore richiama l’attenzione su una collezione maggiore di tutte le lettere di Paolo, nelle quali si insegna la stessa cosa.

Queste lettere sono menzionate assieme agli altri scritti, quindi sono Sacra Scrittura. Questi altri scritti sono i libri dell’AT. Le Scritture dell’AT e del NT compaiono appaiate (2 Pt 3,2).

Come la predicazione degli apostoli e le lettere, che la sostituiscono in caso di necessità, erano un’autorità assoluta per le comunità, così ora le lettere sono considerate dalla chiesa come norma di fede e di vita. Quindi sono "canoniche". E valgono tutte per la chiesa intera, di cui Paolo è presentato come il maestro comune. Se le lettere di Paolo come nuova Scrittura sono già un tesoro della chiesa, la chiesa è anche già gravata dalla problematica e dalla difficoltà dell’interpretazione. La lettera sa e riconosce che le lettere di Paolo, come la Sacra Scrittura in genere, sono di difficile comprensione e che perciò è possibile darne, e purtroppo sovente se ne danno, interpretazioni diverse.

Ma gli interpreti che fanno così, non per questo sono giustificati. Sono piuttosto essi stessi colpevoli del loro errore, perché non vogliono imparare nulla e non vogliono lasciarsi istruire per il meglio. Colpevole del loro errore è anche la loro volubilità morale. Quindi la loro interpretazione non è un errore innocente; essi fanno violenza alla Scrittura e la traviano a ragion veduta. Alla colpa corrisponderà la pena della perdizione. Proprio l’abuso della Scrittura porta alla perdizione, come ogni disobbedienza alla volontà di Dio, ma particolarmente perché la Scrittura, falsamente interpretata, conferma nell’eresia.

La retta interpretazione che l’autore possiede, è per lui quella della grande chiesa universale, alla quale egli appartiene. Essa possiede lo Spirito infallibile della comprensione delle Scritture (1,20-21). La falsa interpretazione sarà probabilmente sostenuta anche dagli eretici ricordati al cap. 2 i quali vengono combattuti dall’autore soprattutto per i dubbi sulla parusìa e per la loro dissolutezza morale. Probabilmente essi cercavano di documentare questa loro dottrina attingendo anche alle lettere di Paolo. Gli eretici potevano cercare di giustificare il loro libertinaggio fraintendendo parole di Paolo che annunciano la nuova libertà (2 Cor 3,17; Gal 5,13). Forse proprio per questo Paolo viene difeso nella lettera (3,15-16) e viene rivendicato come apostolo della chiesa, perché l’eresia si appella a lui.

v. 17. La lettera si conclude con un ammonimento a guardarsi dagli eretici e con una esortazione positiva a perseverare nel bene (v. 18). Ancora una volta essa si presenta come predicazione di un pericolo imminente per la chiesa (1,15; 2,1-2).

I lettori ora sono preavvisati del pericolo e possono difendersi dai seduttori, che ancora una volta vengono contraddistinti dal loro modo di agire. Essi sono degli empi (2,7), che, vittime dell’errore, trascinano con sé anche altri (2,15). Il pericolo non si può sottovalutare. Anche coloro che sono stabili (1,12) possono cadere nell’eresia.

v. 18. L’esortazione a crescere nella grazia e nella conoscenza di Cristo riprende alla fine l’augurio iniziale. Cristo è nuovamente annunciato come Signore e Salvatore.

Con coerenza stilistica la lettera si conclude con una proclamazione della gloria divina in una dossologia riferita a Cristo (così anche in 2 Tm 4,18). In ciò si manifesta uno sviluppo della dottrina e dell’enunciazione cristologica, riaffermando che Cristo è Dio.

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