I SALMI (1-50)
(Pedron Lino)


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INTRODUZIONE

La parola "salmi" (in ebraico tehillìm, in greco psalmoì) significa inni, lodi, canti musicali. Scrive Calvino "Sono solito definire questo libro (dei salmi) un’anatomia di tutte le parti dell’anima, perché non c’è sentimento dell’uomo che non sia qui rappresentato come in uno specchio. Anzi, per meglio dire, lo Spirito Santo ha messo qui, al vivo, tutti i dolori, le tristezze, i timori, i dubbi, le speranze, le preoccupazioni, le perplessità, fino alle più confuse emozioni da cui l’animo degli uomini è abitualmente agitato".

E sant’Atanasio: "Nei salmi, come in uno specchio, ritroviamo anche il nostro volto." Essi sono la nostra autobiografia spirituale. Questo libro è attuale, è contemporaneo ad ogni uomo: non ha bisogno di essere aggiornato o adattato: va capito. Ma per capirlo non basta tradurlo dall’ebraico in italiano: bisogna leggerlo, pregarlo e meditarlo con amore. Il salterio narra la storia di tutti e quindi è il libro di tutti (anche dei laici). Nei salmi è tracciato l’itinerario essenziale di ogni uomo e viene indicata a tutti la via per raggiungere la felicità in Dio.

Il Dio dei salmi si svela come vicino, come Emmanuele (Dio con noi), inserito nella nostra storia, e non come un imperatore impassibile, anche quando è apparentemente assente e silenzioso.

I salmi, questi mirabili tesori di preghiera, hanno alimentato trenta secoli di preghiera personale e comunitaria, hanno strutturato il pensiero e la preghiera di Gesù, degli apostoli e dei cristiani di tutti i secoli. Ad esempio, gli stiliti della Siria, dall’alto del loro isolamento spirituale, sulla piattaforma delle colonne "passavano le notti a recitare i salmi, talora cinquanta, altre volte ottanta e anche l’intero salterio" (Niceforo).

Scrive Lutero: "Ogni cristiano che voglia pregare e raccogliersi dovrebbe servirsi del salterio. Sarebbe bene che ne acquistasse una tale familiarità da conoscerlo a memoria, parola per parola, e fosse in grado per ogni circostanza di citarne un passo appropriato. Perché, veramente, tutto quello che un animo pio desidera esprimere con la preghiera, lo trova formulato nei salmi in maniera così perfetta e così commovente che nessuno potrebbe esprimerlo meglio. Il salterio ci ammaestra e ci fortifica proprio con la preghiera. Esso si accorda con il "Padre nostro" e il "Padre nostro" si ritrova in esso in maniera così perfetta che uno serve a comprendere l’altro e tutti e due danno un identico suono".

L’uso dei salmi, per noi cristiani, non è un ritorno al culto della sinagoga, ma la maniera più consona per cantare i misteri di Cristo. Il solo senso definitivo di tutta la bibbia voluto veramente da Dio è quello che ha ricevuto la sua pienezza in Gesù Cristo.

Ma occorre fare un passo avanti. Noi siamo uomini del XX secolo. E Dio non ci chiede di tornare indietro. Dobbiamo pregare i salmi con la mentalità cristiana del nostro tempo, con la mentalità della chiesa di oggi. Quando prega i salmi, la chiesa non fa archeologismo, ma vive nel presente del mondo e della storia. I salmi, quindi, devono essere la nostra preghiera di oggi, devono esprimere il dialogo dell’uomo con Dio oggi.

Il Concilio Vaticano II definisce la lode dei salmi come "la voce della stessa sposa (la Chiesa) che parla al suo Sposo (Cristo)" (SC 84), secondo una famosa intuizione di san Girolamo: "Preghi? Sei tu che parli allo Sposo. Leggi? È lui che ti parla".

I salmi sono contemporaneamente parola di Dio al suo fedele e parola d’uomo al suo Dio.

 

IL CRISTO E I SALMI

"Tutta la divina scrittura costituisce un unico libro e quest’unico libro è Cristo, perché tutta la Scrittura parla di Cristo e trova in Cristo la sua pienezza" (Ugo di san Vittore).

"C’è un’unica Parola di Dio dilatata in tutte le Scritture, e un unico Verbo risuona dalla bocca di molti scrittori sacri" (Agostino).

Questa verità fondamentale l’aveva detta Gesù stesso: "Voi scrutate le scritture... Ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza... Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto" (Gv 5,39-46).

Ciò è vero per tutta la bibbia, ma si realizza in modo speciale nel libro dei salmi; libro che tutta la Tradizione è concorde nel ritenere centrale, nel senso che riflette e condensa tutto il resto della bibbia. Scrive sant’Atanasio: "Tutta la Scrittura, sia l’antica che la nuova, è ispirata da Dio e utile per insegnare, ma il libro dei salmi merita una particolare attenzione". Il vangelo resta indecifrabile per chi non lo legga alla luce del salterio. Scrive sant’Ambrogio: "Nei salmi Gesù non solo nasce per noi, ma anche assume la passione salvifica del corpo, muore, risorge, ascende al cielo, siede alla destra del Padre". Gesù stesso lo afferma nel vangelo: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi" (Lc 24,44).

I salmi hanno valore profetico, come scrive sant’Ambrogio: "A Davide viene promesso in modo aperto e palese che il Signore Gesù sarebbe nato dal suo seme secondo questa parola del Signore: Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono (Sal 132,11)".

Il salterio, infatti, ci presenta la generazione eterna del Cristo nel seno del Padre (Sal 110,3); la sua generazione nel tempo, nella carne (Sal 2,7; 87,5); la sua corsa da gigante (Sal 19,6), lui il più forte vincitore del forte (Lc 11,21-22; Sal 18,37-40), l’unico innocente e immacolato (Sal 26,1) in mezzo alla corruzione di tutti (Sal 14,1), il pastore che guida alle acque battesimali, all’unzione crismale, al calice inebriante (Sal 23); ce lo mostra nella luce della trasfigurazione (Sal 104,2), ci presenta la sua passione e la sua morte (Sal 69) e il suo grido sulla croce (Sal 22; 30,6), la sua discesa agli inferi, libero tra i morti (Sal 88), la sua risurrezione e ascensione (Sal 3,6; 24; 139), la costituzione degli apostoli come principi su tutta la terra (Sal 45,17), la chiamata alla fede di tutte le genti (Sal 47) e finalmente il suo ritorno glorioso nell’ultimo giorno per fare il giudizio (Sal 96; 97; 98) e il suo regno eterno nei cieli fra i santi glorificati con lui (Sal 148; 149; 150).

Scrive sant’Ilario: "Il Salvatore ha la chiave di Davide (Ap 3,7) per aprire il libro e i suoi sigilli (Ap 5,6) perché nei salmi sono racchiusi tutti i misteri del Cristo, dall’incarnazione al giudizio. C’è bisogno della rivelazione del Signore per rendere tutto manifesto, ma del resto tutto era stato detto dal divino Spirito per mezzo di Davide".

Sant’Agostino riconosce in tutto il salterio la voce di Cristo. Egli ode in tutto il salterio la voce di Cristo che parla a suo nome, come Salvatore nato dalla Vergine, o che parla a nome delle sue membra con cui si identifica, Sposo che è una cosa sola con la Sposa, come è scritto in Ef 5,31-32, capo del Corpo, Figlio di Dio e Chiesa, "quell’uomo sparso ovunque, il cui Capo è in alto mentre le membra sono in basso; dobbiamo sentire ormai nota e familiare, come se fosse la nostra, la sua voce in ogni salmo, sia che canti o che gema, si allieti nella speranza oppure sospiri..." Cristo è insieme cantore dei salmi, eroe dei salmi, e con il Padre termine della preghiera dei salmi. Non solo i salmi sono il libro dell’AT più citato e più evocato nel nuovo, ma sono quelli che offrono i maggiori argomenti per l’attribuzione al Cristo delle prerogative divine (Sal 45,7-8 citato in Eb 1,8-9; Sal 102,26-28 citato in Eb 1,10; ecc.).

 

L’ALTRO: L’AVVERSARIO

In ogni pagina del salterio, come nel vangelo, è presente l’altro: il nemico, il ribelle, l’accusatore, il maligno, l’avversario, continuamente in conflitto contro l’Innocente e i suoi fedeli: il diavolo.

È sempre in scena con tutte le sue schiere: i nemici di cui si parla continuamente nei salmi sono gli spiriti malvagi. Le frequenti maledizioni, che troviamo nel salterio e che spesso ci lasciano perplessi per la loro violenza, in definitiva sono esorcismi contro di lui e contro i suoi alleati, sono dichiarazioni dell’incompatibilità delle due vie, sono anticipazioni e sollecitazioni del giudizio finale. Scrive don Divo Barsotti: "Con cinquanta nomi diversi è sempre lui, il maligno. Si veste e si traveste sotto il segno di tutti, ma rimane sempre lui, il servo del male, lui che opprime il povero, lui che opera la menzogna e vuole la morte, lui la cui vittoria non è che la distruzione". Il salmista ce lo presenta come l’Adamo del male. Il salterio infatti lo chiama anche semplicemente "l’uomo": "Sorgi, Signore, non prevalga l’uomo" (Sal 9-10,20); "Pietà di me, o Dio, perché l’uomo mi calpesta" (Sal 56,1). Anche in questo il salterio è straordinariamente conforme al vangelo, che chiama il diavolo, seminatore della zizzania nel campo che è il mondo, "uomo nemico" (Mt 13,28. 39), e, sempre nel vangelo, Gesù stesso chiama Pietro addirittura "satana" quando tenta di distoglierlo dall’andare verso la morte e la risurrezione (Mt 16,23).

Il vangelo e il salterio non lasciano illusioni: l’uomo non redento da Cristo, non purificato dalla Parola (Gv 15,3), non trasformato da Dio e in Dio nel mistero della croce, è satanizzato, è quella carne (= uomo) nemica di Dio (Rm 8,7) che non può ereditare il regno di Dio (1Cor 15,50).

Nella bibbia non si parla della bontà naturale dell’uomo intesa "alla Rousseau". I salmi ci mostrano la lotta continua tra Dio e satana e tra i loro rispettivi satelliti. Scrive sant’Agostino: "Ognuno consideri il suo nemico: se è cristiano, il mondo è il suo nemico. Nessuno pensi alle sue inimicizie private mentre sta per ascoltare le parole di questo salmo (Sal 65). Sappiamo che la nostra lotta non è contro la carne e il sangue (= gli uomini), ma contro i principati e le potestà, contro gli spiriti del male (Ef 6,12), cioè contro il diavolo e i suoi angeli".

Sant’Ambrogio nel suo commento al salmo 1, che è di fatto un discorso introduttivo a tutto il salterio, dice: "Se uno vuol essere munito contro le incursioni della malizia spirituale, che altro deve fare se non dire i salmi? Davide da giovane cantava i salmi e metteva in fuga lo spirito maligno da cui Saul era posseduto". La vita di san Sergio (sec. XIV), in perfetta armonia con tutta la tradizione più antica, racconta: "Una volta Sergio durante la notte entrò in chiesa per cantare il mattutino; appena iniziò a cantare, i muri della chiesa si scostarono ed entrò il demonio accompagnato da una moltitudine di servitori. Essi si precipitarono sul beato e, digrignando i denti, lo minacciarono: "Fuggi, esci di qui, non dimorare in questo luogo, altrimenti noi ti lacereremo e tu morirai nelle nostre mani". Il santo fiducioso nelle preghiere, disse ad alta voce: "Sorga Dio e i suoi nemici si disperdano" (Sal 68,1), e i demoni scomparvero" (Kovalevsky).

S. Agostino ci aiuta a comprendere meglio quanto stiamo dicendo, offrendoci un commento al salmo 7,7: "Sorgi, Signore, nella tua ira". Egli scrive: "Perché invoca ancora l’ira di Dio colui che abbiamo chiamato perfetto? Non si dovrebbe forse ritenere perfetto piuttosto colui che, quando veniva lapidato, disse: "Signore, non imputar loro questo peccato" (At 7,59)? Oppure, anche chi parla in questo salmo non invoca l’ira contro gli uomini, ma contro il diavolo e i suoi angeli, sotto il cui possesso sono gli uomini peccatori ed empi? Non è dunque crudele, ma misericordioso verso il peccatore, colui che prega che questa schiavitù gli sia tolta dal Signore che giustifica l’empio (Rm 4,5). Quando infatti l’empio viene giustificato, da empio diventa giusto e da possesso del diavolo diventa tempio di Dio. E poiché costituisce una pena il togliere a uno il possesso su cui desiderava esercitare il suo dominio, questa pena è detta ira di Dio contro il diavolo perché cessi di possedere quel che possiede".

I salmi sono la preghiera attuale di Cristo e della sua chiesa. Paragonati alle altre preghiere, pur belle e buone, che sono parole di uomini, essi risultano infinitamente migliori perché sono parola di Dio.

 

SALMO 1

Le due vie

1 Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi,

non indugia nella via dei peccatori

e non siede in compagnia degli stolti;

2 ma si compiace della legge del Signore,

la sua legge medita giorno e notte.

3 Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,

che darà frutto a suo tempo

e le sue foglie non cadranno mai;

riusciranno tutte le sue opere.

4 Non così, non così gli empi:

ma come pula che il vento disperde;

5 perciò non reggeranno gli empi nel giudizio,

né i peccatori nell’assemblea dei giusti.

6 Il Signore veglia sul cammino dei giusti,

ma la via degli empi andrà in rovina.

Il salmo 1 rappresenta il portale d’ingresso attraverso il quale si entra nel ricco mondo dei salmi. S. Girolamo lo definisce: prefazione dello Spirito Santo. Veramente queste poche righe del salmo 1 sono la prefazione di tutto il libro dei salmi e il riassunto di tutta la vita umana. Per Dio gli uomini sono alberi (v. 3) o pula (v. 4). L’albero è solido, vive, produce frutti. La pula è in balìa del vento, è morta, non serve a nulla: è scarto.

Nel vangelo secondo Matteo (7,24-27) Gesù usa un paragone molto simile a questo per descrivere l’uomo saggio e l’uomo stolto: il primo è solido perché ha edificato la sua casa sopra la roccia della parola di Dio ascoltata e messa in pratica, il secondo è inconsistente e crolla perché ha edificato la sua casa sulla sabbia. L’uomo attinge stabilità e vita dalla meditazione costante (giorno e notte: v. 2) della parola di Dio.

L’albero della vita campeggia all’inizio della bibbia nella pagina della creazione (Gen 2,9); l’albero della vita domina il paradiso verso cui è orientata la storia (Ap 2,7); l’albero vivo e verdeggiante è al centro della prima pagina della preghiera biblica (Sal 1,3).

Il tema dominante di questo salmo è l’evanescenza dell’empio in contrapposizione al radicamento del giusto. I giusti portano frutto. Gesù ha detto: "Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga" (Gv 15,7).

Questo salmo è anche il prologo delle beatitudini evangeliche (Mt 5,3-12). Con qualche secolo di anticipo sul discorso programmatico di Cristo, scocca la parola "beato", "beato l’uomo": è Dio che si felicita con l’uomo. Cristo è l’albero della vita, il Beato, il Giusto. Pregando questo salmo ci confrontiamo con la sua parola e con le sue scelte: noteremo le somiglianze e le dissomiglianze con lui.

Scrive sant’Agostino di Canterbury: "Il primo salmo è da collegare al mistero di Cristo. Egli, infatti, è l’uomo perfetto che non ha mai camminato con l’assemblea degli empi".

Questa piccola composizione vuole quasi fungere da sottofondo musicale che accompagna la magnifica collezione di preghiere del salterio.

L’appello di questo salmo è semplice: l’invito a una decisione per Dio e per la sua legge o contro di lui perché la condizione fondamentale della beatitudine consiste nella trasparenza, nella chiarezza, nella decisione e nella certezza.

È necessario che la vita sia radicata là dove l’elemento vitale offre un nutrimento sicuro e duraturo. Nessuna creatura, nessun albero, nessun uomo porta in sé la vita: noi dipendiamo dal luogo in cui la nostra vita si radica. Perciò il salmista afferma che felicità o corruzione dell’uomo si decidono là dove affonda le sue radici per succhiare in sé la vita come fa l’albero. L’apostolo Paolo augura ai cristiani di Efeso di essere "radicati e fondati nella carità... e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza per essere ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Ef 3,17-19).

Due vie si aprono dinanzi all’uomo ed egli può scegliere liberamente di camminare sull’una o sull’altra. Via è sinonimo di vita, di atteggiamento, di condotta. "La via dei giusti è come la luce all’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio. La via degli empi è come oscurità: non sanno dove saranno spinti a cadere" (Pr 4,18-19).

Leggiamo nel Deuteronomio: "Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male... Prendo a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posta davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, perché è lui la tua vita e la tua longevità" (Dt 30,15-20).

La decisione fondamentale della vita consiste in questo: "amare il Signore tuo Dio, camminare per le sue vie, osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e le sue norme perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica" (Dt 30,16), proprio come suggerisce il salmo 1 che pone la legge di Dio al centro della via del bene (v. 2).

Nel vangelo leggiamo: "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano" (Mt 7,13-14).

Negli Atti degli apostoli la "via" per eccellenza è quella del vangelo a cui sono invitati tutti gli uomini (At 9,2; 16,17...). Nel vangelo secondo Giovanni la via è Cristo stesso: "Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6).

Facciamo una prima conclusione parziale. È di Cristo che si parla in questo salmo. È lui l’uomo beato (Mt 5,3-12) che non segue il consiglio degli empi (Mt 4,1-11), che non indugia nella via dei peccatori (2Cor 5,21; Eb 4,15; 1Pt 2,22; Lc 23,41), che non siede in compagnia degli stolti (Mt 7,26; 23,17; 25,2-12; Lc 11,40; 12,20), che si compiace della legge del Signore (Lc 2,49; Gv 4,34; Lc 22,42; Mt 26,39-44; Eb 10,7), che medita la sua legge giorno e notte (Lc 6,12; Gv 3,1-12; 8,1): Lui è "l’uomo" (Gv 19,5), Lui è "la via" (Gv 14,6).

Accanto al simbolismo delle due vie viene collocato quello dell’albero rigoglioso (v. 3).

Il giusto, nella bibbia, è come albero vigoroso che partecipa alla vita stessa di Dio: "Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. Egli è come albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici, non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell’anno della siccità non intristisce, non smette di produrre frutti" (Ger 17,7-8).

L’acqua viva infatti è simbolo di Dio. L’acqua che dà la vita esce dal lato destro del tempio di Dio e diventa un fiume sulle cui sponde verdeggiano una grande quantità di alberi da frutto le cui fronde non appassiranno e i cui frutti non cesseranno e ogni mese matureranno perché le acque sgorgano dal santuario (Ez 47,1-12). Il santuario di Dio da cui sgorgano le acque della vita (lo Spirito Santo), il nuovo tempio in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9) è il corpo di Cristo (Gv 2,21). È lui la sorgente dell’acqua viva (Gv 4,10; 7,37-39; 19,33-34). Cristo paragona il regno dei cieli a un albero (Mt 13,31-32), il giusto e l’ingiusto a due alberi con i loro frutti buoni e cattivi (Mt 7,15-20), la comunione con lui alla vite e al tralcio (Gv 15,1-8). San Paolo descrive Israele e la Chiesa come un olivo e il suo innesto (Rm 11,16-24) e invita i cristiani ad essere "radicati" in Cristo (Col 2,7; Ef 3,17) e a dare il frutto dello Spirito (Gal 5,22).

Alla solidità dell’albero si oppone la vacuità della pula (v. 4) arida, leggera e inconsistente. Una lunga tradizione biblica equipara l’empietà a questa realtà inutile e impalpabile (Sal 18,43; 35,5; 83,14; Is 17,13; 29,5).

Nel vangelo il Battista annuncia il Cristo come colui che "ha in mano il ventilabro per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile" (Lc 3,17; Mt 3,12).

In questo salmo il giusto è un solitario, un emarginato, un nonconformista, mentre l’empio è massa, assemblea, compagnia (v. 1). Ma alla fine il malvagio sarà disperso in una solitudine peggiore: l’emarginazione del giudizio nell’assemblea dei giusti (v. 5).

Come nel discorso della montagna (Mt 5,1-12), il comportamento del giusto è posto sotto il segno della beatitudine. Il salmo 112,1 recita: "Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti". La beatitudine non nasce da una esecuzione formalistica della morale, ma dall’amore di Dio per l’uomo e dall’amore dell’uomo per Dio. Pascal ha scritto: "Nessuno è felice, né ragionevole, né virtuoso, né amabile, come un vero cristiano" (Pensieri, n° 541).

Il credente deve correre il rischio di essere un eccentrico, un isolato: di essere minoranza (1Gv 2,15-18; 1Cor 5,9-13).

La tentazione di mimetizzarsi nell’ambiente e nell’opinione corrente è fortissima. L’autenticità del credente è uno scandalo che suscita la reazione energica degli empi: "Tendiamo insidie al giusto perché ci è d’imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta... È diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade" (Sap 2,12-15).

La via del giusto è fondata sull’adesione alla legge del Signore (la torah) che non è una cappa di piombo fatta di norme, di precetti e di prescrizioni, ma è la rivelazione divina, l’alleanza offerta da Dio alla quale l’uomo aderisce con gioia. "Il giusto si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte" (v. 2). È la celebrazione entusiasta, appassionata della parola di Dio, della bibbia. Il salmo 19 esprime questa attonita felicità di sentirsi Dio accanto, presente nella legge: "La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice. Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi" (vv. 8-9). Il commento ideale al v. 2 potrebbe essere il monumentale canto della legge che è il salmo 119.

Gli empi, i trasgressori della legge (vv. 4-5) sono votati alla condanna e al fallimento: "La via degli empi andrà in rovina" (v. 6). Dio è il fondamento della nostra esistenza; chi si allontana da lui si allontana dalla vita: "È in te la sorgente della vita" (Sal 36,10); "Io sono la vita" (Gv 14,6).

L’uomo beato, fedele nella sua scelta per Dio, dedicato interamente alla parola è Cristo. L’albero piantato sul corso d’acqua è la sua croce che produce frutti di salvezza per tutti.

Il salmista rifiuta di correre il rischio del contatto col male; Gesù invece, libero da ogni tentazione integralista, ha accettato di "sedersi" con i peccatori e coi malvagi come medico e salvatore (Mt 9,10-13; Lc 15,1-2) perché il vangelo è fermento e luce. Cristo non si tiene lontano dal contagio con i peccatori che siamo noi. Egli si è unito a noi, è diventato uno di noi, ha condiviso i suoi pasti con noi, nonostante la derisione dei benpensanti e di quelli che si ritenevano giusti. Egli si siede in compagnia di noi stolti (v. 1) perché lui è la sapienza di Dio (1Cor 1,24.30).

Commento dei padri della chiesa

v. 1 "Quale inizio del salterio potrebbe essere migliore di questa profezia e lode dell’uomo perfetto, del Salvatore. Il Figlio unigenito è la sapienza ed è chiamato albero della vita in Pr 3,18" (Origene).

"Il salmo 1 è la base che sostiene tutto l’edificio del salterio" (Basilio).

"Anzitutto dobbiamo considerare a cosa tende il discorso, qual è il fine... Il fine della vita virtuosa è la beatitudine. E il vero beato è Dio, come dice 1Tm 6,15-16: "Beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori; il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile; che nessuno tra gli uomini ha mai visto né può vedere. A lui onore e potenza per sempre. Amen". A mio parere questa è la definizione di beatitudine. Ma tra gli uomini è beato colui che assomiglia a Dio per la comunione con lui e la partecipazione alla sua vita. Questa dunque sarà la definizione della beatitudine umana: una somiglianza alla beatitudine divina" (Gregorio Nisseno).

"Il salmo 1 ci ammonisce ad allontanarci dal maligno e ad accostarci al Buono, così da tendere alla somiglianza con Dio... Il salmo 1 distoglie l’uomo dalla parentela contratta col male" (Gregorio Nisseno).

"Ogni uomo desidera la beatitudine: ecco perché questo primo salmo descrive chi è veramente beato. Il primo beato è il Salvatore. Questo salmo parla di lui" (Eusebio).

"È stupendo questo salmo come inizio del salterio: esprime la speranza della beatitudine, la minaccia del giudizio, la promessa dell’incorporazione al mistero di Dio" (Ilario).

"Gesù Cristo non ha seguito il consiglio dell’empio come aveva fatto Adamo" (Agostino).

"Adamo se n’è andato in compagnia del serpente e della donna. Vegliamo affinché il nostro Adamo-la nostra ragione-non se ne vada in compagnia del diavolo e della carne" (Arnobio il giovane).

"C’è stato una volta un infelice, e dobbiamo ben guardarci dall’imitarlo. Questi se n’è andato lontano dal suo creatore: l’umanità è stata condotta dal suo primo padre nella regione della dissomiglianza. Ma verrà un beato, il nuovo Adamo. Gli uomini dunque compiano ogni sforzo per ritornare e per unirsi al loro capo, resistendo al peccato" (Beda).

v. 2 "La legge del Signore è quella di Mosè... dopo il vangelo, la legge è il vangelo" (Eusebio).

"Meditate questa legge non soltanto leggendola, ma anche mettendola in pratica" (Girolamo).

v. 3 "L’albero è, a un tempo, il Figlio di Dio-vicino ai fiumi delle divine scritture che lo annunciano-e il giusto che, sempre unito alla legge divina, è irrigato da tutti i fiumi spirituali" (Eusebio).

"L’albero della vita è Cristo. Tutto ciò che fa, riuscirà bene" (Ilario).

"L’albero è il simbolo della croce, dell’uomo giusto e dell’empio... Il Signore stesso, nell’ora della sua passione ha detto: "Se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?" (Lc 23,31). Disse questo per far comprendere che egli era l’albero verde e noi l’albero secco. I suoi rami sono germogliati ovunque, poiché la sua risurrezione ha moltiplicato ovunque i credenti (Gregorio Magno).

"L’uomo nuovo è dunque l’albero della vita, sempre verde al soffio dello Spirito della Sapienza" (Ruperto).

Egli (Cristo) soppianta il legno (dell’albero del paradiso terrestre) con il legno (della croce) e in luogo della mano perversa protesasi empiamente all’origine (Gen 3,6) egli lascia inchiodare la sua mano immacolata e mostra su di essa tutta la vera Vita appesa... Noi ne mangiamo e mangiando non moriamo" (Ippolito).

"È lui (l’uomo Cristo Gesù) che il salmista celebra quando dice: Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo... Questo è l’uomo che iniziò la nuova creazione, il germoglio santo, l’albero della vita" (Ruperto).

v. 4 "Gli empi non hanno radici" (Atanasio).

"L’empio sarà così miserabile che la sua polvere non è neppure terra. Non ha niente di solido. Tutto quello che ha, lo ha per il castigo. Non resta mai nello stesso luogo: maledizione dell’andar vagando come Caino (Gen 4,16)" (Girolamo).

v. 6 "La via dei giusti è Cristo (Gv 14,6)" (Origene).

 

SALMO 2

Il dramma messianico

1 Perché le genti congiurano

perché invano cospirano i popoli?

2 Insorgono i re della terra

e i principi congiurano insieme

contro il Signore e contro il suo Messia:

3 «Spezziamo le loro catene,

gettiamo via i loro legami».

4 Se ne ride chi abita i cieli,

li schernisce dall’alto il Signore.

5 Egli parla loro con ira,

li spaventa nel suo sdegno:

6 «Io l’ho costituito mio sovrano

sul Sion mio santo monte».

7 Annunzierò il decreto del Signore.

Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio,

io oggi ti ho generato.

8 Chiedi a me, ti darò in possesso le genti

e in dominio i confini della terra.

9 Le spezzerai con scettro di ferro,

come vasi di argilla le frantumerai».

10 E ora, sovrani, siate saggi

istruitevi, giudici della terra;

11 servite Dio con timore

e con tremore esultate;

12 che non si sdegni e voi perdiate la via.

Improvvisa divampa la sua ira.

Beato chi in lui si rifugia.

È una delle pagine più celebri del salterio: col Sal 110 costituisce il testo classico della preghiera messianica cristiana.

Il salmo 2 suppone lo sfondo della monarchia e appartiene al genere dei "salmi regali". Sotto l’immagine dell’intronizzazione d’un re d’Israele vuol far scoprire il progetto di Dio che si realizzerà nel suo Messia, nel Cristo.

È chiaro che il salmista non prevedeva Gesù di Nazaret. Si limitava a sfruttare l’ideologia regale in vigore presso le dinastie dell’epoca ("Mio figlio sei tu" è anche la formula con cui gli dèi intronizzavano un faraone in Egitto, per divinizzarlo agli occhi dei sudditi). Ma non possiamo non pensare che lo Spirito Santo, ispiratore di tutta la bibbia, intendesse porre un "addentellato" in vista della più perfetta rivelazione della filiazione divina di Gesù. E la precisazione sorprendente: "Oggi ti ho generato" non fa pensare solo alla nascita di un re ordinario, ma a quel "giorno eterno" in cui il Verbo è continuamente generato dal Padre.

Ugualmente, la splendida vittoria del Messia di Dio sui nemici coalizzati, non è una vittoria qualsiasi avvenuta nel corso della storia d’Israele, ma è la vittoria definitiva e finale (escatologica), nell’ultimo giorno, sul peccato e sulla morte.

Quando a Natale celebriamo la nascita di un bambino nato da Maria, non dimentichiamo che quella nascita visibile, nel tempo, è l’icona di un’altra nascita eterna: "Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato". A questo salmo allude san Luca quando scrive, a proposito di Gesù, discendente di Davide, re d’Israele, che "sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine" (Lc 1,32-33).

Ma avanziamo ancora oltre. Gesù che a varie riprese aveva annunciato profeticamente la sua risurrezione (Mc 8,31; 9,31; 10,34), ha applicato questo salmo alla sua "seconda nascita", la risurrezione, nella quale il Padre gli avrebbe concesso di distruggere il suo nemico, la morte, frantumandola come creta di vasaio. È la parola di Dio nel NT che fa questo accostamento e questa lettura dei fatti: il compimento di questa parola profetica: "Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato". Leggiamo negli Atti degli apostoli: "E noi vi annunciamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato" (At 13,32-33). E nella lettera agli Ebrei (1,5) troviamo espressa la stessa verità.

Così nella venuta dei Magi a Betlemme (Mt 2,1-12) possiamo vedere una misteriosa realizzazione dell’omaggio annunciato dal salmo: "E ora, sovrani, siate saggi... servite Dio con timore e con tremore esultate" (v. 10-11). Anche la rivolta di Erode che fa massacrare gli innocenti (Mt 2,12-16) e il tentativo di soffocare la nascita della chiesa primitiva ad opera dell’autorità di Gerusalemme furono interpretati dai primi cristiani come una realizzazione di questo salmo: "Tutti insieme levarono la loro voce a Dio, dicendo: "Signore, tu che hai creato il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, tu che per mezzo dello Spirito Santo dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide: Perché si agitarono le genti e i popoli tramarono cose vane? Si sollevarono i re della terra e i principi si radunarono insieme, contro il Signore e contro il suo Cristo; davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse. Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunciare con tutta franchezza la tua parola" (At 4,24-29).

In Ap 2,26-27; 12,5; 19,15, sono citati i v. 8-9 di questo salmo: sono riferiti a Cristo risorto che ha ogni potere su tutte le genti ed è vincitore del male.

Diciamo una volta per tutte che questi accostamenti e queste applicazioni non sono fittizi, stiracchiati o cervellotici. La parola di Dio si spiega con la parola di Dio. Il NT, quindi, è la migliore esegesi dell’antico.

In questo salmo si odono rumori di guerra, si intuiscono ribellioni, congiure e attentati. Quante sfide a Dio per detronizzarlo (da Adamo, alla torre di Babele, ad oggi)! E Dio come reagisce? Se la ride beatamente: "Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore" (v. 4). Riuscite ad immaginare un pazzo che scaglia frecce contro il sole? Tale è l’uomo che attenta a Dio. Ci crediamo o no che il mondo è nelle mani di Dio e che Cristo ha vinto il male e quindi non dobbiamo avere paura? Leggiamo nel vangelo queste parole di Gesù: "Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribulazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!" (Gv 16,33).

Dio ride. È una scoperta importante. Il mondo sarebbe una cosa più seria se noi credessimo al sorriso di Dio. Dio ride perché sa che, alla fin fine, tutto è buono, e si può sempre cavare dal male un bene maggiore. Dio, che sa come andranno a finire tutte le faccende, ride. Allora rido anch’io. Ridi anche tu: dimostrerai di essere lungimirante e intelligente perché assomiglierai a Dio. Dio ride perché è amore, e l’amore avrà sempre l’ultima parola.

L’umorismo è la gentilezza del cuore e il rivestimento dell’amore. Dio ama: per questo è capace di ridere, per questo è un Dio simpatico. A questo proposito leggiamo il libro di Giona. Chi è privo di umorismo, si copre di ridicolo. Chi non capisce l’umorismo di Dio, non riesce a capire la profondità, l’onnipotenza e la "serietà" dell’amore di Dio.

Soltanto chi ama può sorridere divertito di tutte le meschinità umane, perché è più forte di esse. Un giorno il santo curato d’Ars disse: "Se fossi triste, andrei subito a confessarmi".

Dove l’umorismo non ha cittadinanza, abita la pedanteria. Scrive Romano Guardini: "Il sorriso è una delle supreme forze dell’animo umano". L’umorismo è uno dei segni più sicuri di intelligenza: l’intelligenza consiste nel prendere una certa distanza dalle cose, dagli avvenimenti e dalle persone: nel vederli nella giusta prospettiva. Intelligenza è guardare con benevolenza e senza catastrofismi le persone e le cose.

Ma c’è sorriso e sorriso. Non v’è nulla di più opprimente e di più rivoltante di certi sorrisi allestiti per l’occasione. No. Il sorriso deve nascere spontaneo dall’armonia profonda dell’essere, e ciò richiede una faticosa ascesi, tanta fede e tanta virtù.

L’umorismo è il senso del relativo che fa da indispensabile contrappeso al gusto dell’Assoluto. Bisogna agire con serietà senza prendere eccessivamente sul serio ciò che si fa e ciò che si è. Per essere veramente sorridenti è necessario ritrovare un sereno equilibrio collocandosi al giusto posto in rapporto con Dio: tutto questo si chiama umiltà.

Commento dei padri della chiesa

v. 1 "Erode e Ponzio Pilato si sono uniti insieme e hanno condannato il Cristo" (Ireneo).

"Mentre il salmo 1 annunciava la beatitudine di uno solo, il Cristo, il salmo 2 invita tutti a partecipare alla beatitudine. Annuncia la chiamata delle genti e chiama a salvezza tutti i regni della terra. Profetizza che tutti questi beni giungeranno a compimento nel Cristo. Dopo averci spiegato le due vie, il salmista dice: È per la fede in lui (Cristo) che tutti gli uomini entreranno nella via della salvezza" (Eusebio).

v. 2 "Quanto è detto qui si addice solo al Cristo che ha riempito del suo nome tutta la terra" (Origene).

v. 7 "Queste parole del salmo: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato, non si riferiscono al parto della Vergine ma alla risurrezione di Gesù dai morti; l’autorità dell’apostolo (Paolo) ce lo garantisce (At 13,32-33)" (Ilario).

v. 8 "Il Signore risorto si rivolge così ai suoi apostoli: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,18). Risorto, ha infatti ogni potere in cielo e in terra" (Ilario).

v. 9 "Questo versetto sembra essere contrario alla bontà di Dio. Ma, innanzitutto il verbo pascere, in questo caso, allude a un governo giusto e mite. La parola greca poimanèis significa: tu le condurrai come un pastore, con la sollecitudine di un pastore. Infatti Cristo è il buon pastore e noi siamo le pecore per le quali egli dà la vita. Quanto alla parola ràbdos (verga, scettro) essa ritorna nel salmo 45,7 ove significa direzione, governo. Il Signore conduce le genti con una verga che non è fragile, ma di ferro, cioè solida e ferma. È per pascerle che le spezza: non ha chiesto un’eredità per farla perire: quando egli le spezza non è per distruggerle; lui non disprezza un cuore spezzato e umiliato (Sal 51,17). Come il vasaio riplasma un vaso caduto dalle sue mani, il Signore fa un secondo vaso che piace ai suoi occhi... Questo può intendersi anche della risurrezione dei morti" (Ilario).

"Il Cristo pascerà le sue pecore con un bastone da pastore, ma le ribelli con una verga di ferro. Non le colpisce per ucciderle, ma per riplasmarle: è come il vasaio che salva la sua materia riplasmandola prima di passarla al fuoco (Ger 18,6)" (Eusebio).

"Il suo potere eterno spezza l’argilla e riplasma gli uomini per l’incorruzione" (Gregorio Nisseno).

vv. 10-11 "Abbandonatevi all’insegnamento del vangelo" (Eusebio).

"Beati perché ormai servi di Dio. Pieni di timore: timore di perdere, per negligenza, la beatitudine di Dio. La collera e l’ira di Dio sono un simbolo per esprimere il giudizio" (Origene).

"Il servizio di Dio si fonda sul timore e la gioia" (Ilario).

v. 12 "Tutto il salmo parla di lui (Cristo). La fede in lui corona le buone opere del salmo 1 e completa la beatitudine" (Origene).

"La pena per il peccato è chiamata ira e collera. Alla fine di questa vita, quelli che credono in Cristo saranno beati. Il salmo 2 aggiunge le indicazioni che mancavano al primo: non basta allontanarsi dal peccato e meditare la legge di Dio, bisogna credere in Cristo ed entrare a far parte della sua eredità. Il salmo 1 chiama beato un sol uomo; il salmo 2 annuncia la beatitudine di tutti gli uomini, purché si affidino a Cristo" (Eusebio).

 

SALMO 3

Invocazione mattutina
del giusto perseguitato

1 Salmo di Davide quando fuggiva il figlio Assalonne.

2 Signore, quanti sono i miei oppressori!

Molti contro di me insorgono.

3 Molti di me vanno dicendo:

«Neppure Dio lo salva!».

4 Ma tu, Signore, sei mia difesa,

tu sei mia gloria e sollevi il mio capo.

5 Al Signore innalzo la mia voce

e mi risponde dal suo monte santo.

6 Io mi corico e mi addormento,

mi sveglio perché il Signore mi sostiene.

7 Non temo la moltitudine di genti

che contro di me si accampano.

8 Sorgi, Signore,

salvami, Dio mio.

Hai colpito sulla guancia i miei nemici,

hai spezzato i denti ai peccatori.

9 Del Signore è la salvezza:

sul tuo popolo la tua benedizione.

Preghiera dell’aurora: fa dittico col salmo seguente che è carico di tonalità crepuscolari ed è quindi adatto come preghiera della sera.

All’innumerevole schiera degli avversari si oppone solo la difesa di Dio che neutralizza e vince ogni aggressione umana e diabolica: all’orgoglio sprezzante dei nemici si oppone la gloria di Dio, Dio stesso, che si rivela e si comunica all’uomo salvandolo ed esaltandolo. Questo salmo si riferisce a Cristo umiliato nella sofferenza e nella morte e innalzato nella gloria divina (Gv 3,14-15; 12,32; Fil 2,8-9); da pietra scartata diviene architrave indispensabile (Sal 118,22; Mt 21,42).

È più facile contare gli amici o i nemici? Il salmista non ha dubbi al riguardo! "Quanti sono i miei oppressori! Molti contro di me insorgono. Molti di me vanno dicendo..." (v. 2-3).

La conta degli amici nei momenti cruciali, nei momenti della verità nuda e cruda, non assorbe molto tempo. Se poi nella lista opposta, quella dei nemici, o dei non amici, dovessimo includere i mediocri, coloro che avallano i nostri errori e ci elogiano quando meriteremmo biasimo, attizzano la nostra vanità e blandiscono la parte peggiore di noi stessi, allora il numero dei nemici assumerebbe proporzioni allarmanti e quello già striminzito degli amici si squaglierebbe quasi del tutto. Anche per Gesù, al quale il salmo si riferisce nel senso più pieno, c’è stato il momento della conta degli amici e dei nemici: al Getsemani, durante i due processi pubblici e sulla croce. Leggiamo nel vangelo secondo Marco: "Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono" (Mc 14,50) e nel vangelo secondo Luca: "Essi si misero a gridare tutti insieme: A morte costui! Dacci libero Barabba!" (Lc 23,18).

"Signore quanti sono i miei oppressori!" (v. 1), "più numerosi dei capelli del mio capo sono coloro che mi odiano senza ragione" (Sal 69,5).

Sembrerebbe logico concludere per il salmista, per Gesù e anche per noi: nemici tantissimi, amici pochi o punti. A me però la cosa non convince. L’unità di misura degli amici e dei nemici non è il numero, ma il peso. Il salmista e Gesù sono d’accordo con me, e forse lo sarete anche voi. Gli amici e i nemici non si contano, si pesano. Già il salmo 1 ci ha insegnato che i malvagi sono come pula che il vento disperde: leggeri e inconsistenti. Il salmo 3, ai tanti oppressori, ai molti che insorgono contro, ai molti che vanno dicendo: "Neppure Dio lo salva!", contrappone una sola persona, un "tu Signore," e come per incanto il piatto della bilancia pende a nostro favore. Alla canea di tanti nemici che abbaiano si sostituisce la serenità, la pace e il riposo fiducioso: "Io mi corico e mi addormento, mi sveglio perché il Signore mi sostiene. Non temo la moltitudine di genti che contro di me si accampano" (vv. 6-7). Non occorre essere dei grandi conoscitori della bibbia per intravedere in queste poche righe un annuncio profetico della morte fiduciosa di Gesù e della sua gloriosa risurrezione.

Commento dei padri della chiesa

vv. 1-2-3 "Il nemico è uno solo (il diavolo), ma si moltiplica nei suoi subalterni e delegati" (Gregorio Nisseno).

"Insorgono contro Cristo: Crocifiggilo! (Mc 15,13); non c’è salvezza per lui. Queste parole equivalgono a: Scenda dalla croce e noi crederemo (Mt 27,42)" (Origene).

vv. 4-5 "È il Cristo che parla, sapendo che il Padre lo accoglierà e lo esalterà come è detto in Fil 2,9" (Origene).

v. 6 "Si riferisce esclusivamente al Cristo. Il Signore parla della sua dormizione, del suo sonno al momento della passione. Noi diciamo che il nostro Signore Gesù Cristo ha dormito, quando la sua anima si è separata dal corpo.... Questo sonno, nel Salvatore, non fu inattività dell’anima: questa cessò soltanto di servirsi del corpo.

Anche in quel tempo Gesù fece molto per la salvezza delle anime: Andò a predicare agli spiriti che erano in carcere (1Pt 3,19). Dopo questo sonno, il Padre lo accolse e lo risvegliò" (Origene).

"Io mi corico e mi addormento: io ho il potere di deporre la mia anima e di poterla riprendere (Gv 10,18)" (Agostino e Beda). "Io mi corico e mi addormento: chiama la morte un sonno perché egli risusciterà" (Ireneo).

 

SALMO 4

Preghiera della sera

1 Al maestro del coro. Per strumenti a corda. Salmo. Di Davide.

2 Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia:

dalle angosce mi hai liberato;

pietà di me, ascolta la mia preghiera.

3 Fino a quando, o uomini, sarete duri di cuore?

Perché amate cose vane e cercate la menzogna?

4 Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele:

il Signore mi ascolta quando lo invoco.

5 Tremate e non peccate,

sul vostro giaciglio riflettete e placatevi.

6 Offrite sacrifici di giustizia

e confidate nel Signore.

7 Molti dicono: «Chi ci farà vedere il bene?».

Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.

8 Hai messo più gioia nel mio cuore

di quando abbondano vino e frumento.

9 In pace mi corico e subito mi addormento:

tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare.

Un’atmosfera di pace e di serenità avvolge questo breve salmo dominato dalla fiducia in Dio. È una preghiera della sera. Il salmo è la testimonianza di una coscienza pura e serena: le sue parole si trasformano in un inno di letizia interiore.

Leggendo questo salmo riandiamo a quella breve parabola in cui Gesù descrive un ricco contadino il quale, avendo raccolto grandi messi e fatta copiosa vendemmia, progetta di ingrandire i magazzini (Lc 12,16-21).

L’uomo moderno, non meno di quello di altri secoli, è avido di felicità. La nostra società dei consumi e dello spreco secerne una specie di fiele che rende amara ogni dolcezza egoista. Ben pagato, ben nutrito, ben istruito, ben riscaldato, ben alloggiato.... l’uomo continua a chiedersi: "Chi ci farà vedere il bene?" (v. 7).

Il salmista, in perfetta semplicità, osa affermare di essere più felice di tutti quelli che rigurgitano di beni materiali: "Hai messo più gioia nel mio cuore di quando abbondano vino e frumento" (v. 8).

I beni terreni sono necessari, ma servono solo per quello che servono. Chi cerca la felicità solo in essi si sbaglia di grosso, perché Dio non ha messo la felicità in essi. Quando facciamo i sapienti e ci riempiamo la bocca di filosofia e di teologia, elogiamo il distacco, la povertà e l’esempio di Cristo e dei santi: "Questi beni sono fragili, futili, illusori, deludenti...", ma quando smettiamo di parlare, subito riprendiamo ad arraffare e... addio bei discorsi! In un mondo frastornato dal baccano, percorso dall’agitazione più frenetica, divorato dai miti dell’efficienza e del rendimento, ai cristiani rimane un’unica possibilità per rendersi veramente utili: diventare inutili (Lc 17,10), ossia riaffermare i valori della contemplazione, riacquistare il senso dell’inutile: collocare Dio, l’Unico, al posto delle cose, al suo posto, al primo posto.

Contemplazione, dunque, come conoscenza di sé e scoperta di Dio che mi ama. Dio avvolge la mia miseria con la sua misericordia, soccorre la mia povertà con la sua ricchezza, accorda la mia vita con la sua armonia. Rendendoci inutili diventiamo indispensabili; perdendoci acquistiamo valore: perché il valore di una vita dipende dal suo peso di adorazione. "Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto" (v. 7): ecco una definizione della contemplazione. Lasciarsi investire, guarire, rifare dalla luce del volto di Dio, dal suo sorriso. Quando dalla nostra faccia saranno caduti i segni della paura, dell’egoismo, della pigrizia, dell’indifferenza, dell’orgoglio, della durezza, allora potremo tornare con il volto trasformato dalla luce di Dio e presentarci al mondo per manifestare il bene, quello vero, quello che tutti cercano e reclamano: "Chi ci farà vedere il bene?" (v. 7).

Ai nevrotici del nostro tempo, che divorano tonnellate di tranquillanti, vengono proposte, come medicine, la preghiera, la contemplazione e la fiducia in Dio. Il salmista non è turbato, non ha i nervi a pezzi perché il suo segreto è l’abbandono fiducioso in Dio. Anche Gesù sapeva dormire tranquillo nella furia della tempesta (Mt 8,24). "Tremate e non peccate, sul vostro giaciglio riflettete e placatevi" (v. 5).

La sera, il termine della giornata, è l’ora del bilancio, della revisione di vita, dell’esame di coscienza. È il momento per riflettere, per convertirsi a Dio e per rettificare ciò che non ha corrisposto all’amore di Dio. Poi, Signore, "in pace mi corico e subito mi addormento: tu solo al sicuro mi fai riposare" (v. 9) perché sono tuo ospite, tuo figlio.

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "Salmo sulla vittoria di Cristo. Il profeta manifesta ai santi e a quanti saranno salvati che essi hanno il compito e l’incarico di pregare e che sarà salvato chiunque invocherà il nome del Signore" (Origene).

"Tutto questo salmo si riferisce a Cristo" (Girolamo).

v. 3 "ll profeta interpella tutta la società umana sul suo vuoto... I cuori duri sanno distinguere la verità dalla menzogna, ma scelgono ciò che non ha consistenza e trascurano le cose eterne" (Gregorio Nisseno).

"Duri di cuore quelli che sono lenti ad ascoltare la parola di Dio" (Eusebio).

"Duri di cuore: deponete le vostre preoccupazioni terrene" (Beda).

"Prima della venuta del Figlio di Dio, tutto si può scusare; ma ora che la Verità è presente, voi inseguite ancora la vanità" (Agostino).

"Solo la santità è degna d’ammirazione, e non ciò che cercano gli uomini, che esiste solo nel loro vano modo di pensare, che sembra avere in sé l’essere mentre è solo apparenza" (Gregorio Nisseno).

v. 7 "Coloro che scelgono la vanità della vita e non sperano né credono di vedere un giorno i loro beni, dicono: Chi ci farà vedere il bene?". Essi non li vedono perché non sono illuminati dalla luce del tuo volto. Ma noi, che siamo segnati dalla luce del tuo volto, sappiamo chi ce li mostrerà e chi ce li darà" (Eusebio).

"Chi volge lo sguardo verso Dio, disprezza queste ricchezze di schiavi: allora il suo sguardo è illuminato e percepisce l’esultanza che emana dal volto di Dio" (Gregorio Nisseno).

v. 8 "Gioisco della tua presenza. Questo salmo mostra che, vivendo così, si trova la pace e la tranquillità, nella speranza che viene dalla comunione con Dio" (Gregorio Nisseno).

"Frumento e vino sono le benedizioni comunemente descritte nelle sante scritture" (Eusebio).

"Il profeta ci invita a non attaccare la nostra anima alle cose che si vedono, né a misurare la felicità con la sazietà del frumento e del vino" (Gregorio Nazianzeno).

v. 9 "In pace mi corico e subito mi addormento: è il riposo dell’anima dopo la più alta contemplazione ed è pure il sonno della morte.

A coloro che camminano per la via larga (Mt 7,13), il vino, l’olio e il grano che essi considerano come i soli beni: ma a me, la gioia spirituale" (Eusebio).

"Dobbiamo essere soli e semplici, cioè separati dalla folla, amanti dell’eternità e dell’unità. L’uomo fedele esulta e dice: "In pace mi corico", esprimendo così che il suo animo è estraneo alle cose terrene" (Agostino).

"In questo sonno della morte, il Cristo dormì e si riposò più sicuro di quanto non siamo noi nel nostro riposo quotidiano. Ha fatto questo per invitarci alla stessa pace, a un sonno e a un riposo pieno di speranza, e alla gloria della risurrezione. Dunque, fratelli miei, se comprendiamo che cosa vuol dire rendere o consegnare lo spirito nelle mani di Dio, fin d’ora vegliamo sulla nostra condotta, affinché nell’ora della morte possiamo chiamare il Padre a voce alta, chinare il capo e consegnargli il nostro spirito nella pace, riposando ormai sul suo seno" (Pascasio Radberto).

"Allora il nuovo Adamo si addormentò; addormentandosi disse: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito" (Lc 23,46). Era sicuro, quando parlava così, sicuro e certo che avrebbe presto recuperato il suo deposito" (Ruperto).

 

SALMO 5

Preghiera del mattino

1 Al maestro del coro. Per flauti. Salmo. Di Davide.

2 Porgi l’orecchio, Signore, alle mie parole:

intendi il mio lamento.

3 Ascolta la voce del mio grido,

o mio re e mio Dio,

perché ti prego, Signore.

4 Al mattino ascolta la mia voce;

fin dal mattino t’invoco e sto in attesa.

5 Tu non sei un Dio che si compiace del male;

presso di te il malvagio non trova dimora;

6 gli stolti non sostengono il tuo sguardo.

Tu detesti chi fa il male,

7 fai perire i bugiardi.

Il Signore detesta sanguinari e ingannatori.

8 Ma io per la tua grande misericordia

entrerò nella tua casa;

mi prostrerò con timore

nel tuo santo tempio.

9 Signore, guidami con giustizia

di fronte ai miei nemici;

spianami davanti il tuo cammino.

10 Non c’è sincerità sulla loro bocca,

è pieno di perfidia il loro cuore;

la loro gola è un sepolcro aperto,

la loro lingua è tutta adulazione.

11 Condannali, o Dio, soccombano alle loro trame,

per tanti loro delitti disperdili,

perché a te si sono ribellati.

12 Gioiscano quanti in te si rifugiano,

esultino senza fine.

Tu li proteggi e in te si allieteranno

quanti amano il tuo nome.

13 Signore, tu benedici il giusto:

come scudo lo copre la tua benevolenza.

"Ci impressiona un’invocazione a Dio fatta con parole così forti, con tanta passione... Ci pare esagerata anche se non irreligiosa.

Per noi la religiosità è divenuta sinonimo di una disposizione d’animo ben temperata, caratterizzata da un’imperturbabilità priva di contrasti, dalla repressione ed eliminazione di tutti gli affetti più forti. Perciò ci siamo abituati ad un linguaggio di preghiera in cui non si grida più, ma tutto viene avvolto nella mediocrità" (G. Ebeling). La tonalità prevalente è quella della lamentazione intensa, ma composta. Questo salmo è anche un amaro appello a Dio muto e sordo, perché appaia di nuovo all’orizzonte vuoto e desolato del credente. Questa preghiera del mattino è sostanzialmente una supplica contro gli incubi e le amarezze dell’esistenza e una proposta di orientamento morale e religioso.

Oggi è più facile trovare gente pronta a parlare che disposta ad ascoltare. Noi tutti invece abbiamo bisogno di qualcuno che ci stia pazientemente ad ascoltare e ci comprenda. Dio ci ascolta con la massima calma e disponibilità: non ha altro da fare. Per essere ammessi in udienza da lui, non occorrono appuntamenti concordati con notevole anticipo e neppure credenziali di opere buone, anzi, è la nostra miseria il migliore appello alla sua misericordia.

Commento dei padri della chiesa

v. 4 "Le primizie del giorno devono essere consacrate a Dio" (Eusebio).

"Prevenire il sole per lodare Dio" (Cirillo d’Alessandria).

v. 9 "Afferriamoci saldamente alla mano di Dio, perché i nostri nemici non si gettino su di noi" (Origene).

"Rendi il mio cammino pieno di luce, fiducioso, sicuro, certo e diritto" (Giovanni Crisostomo).

v. 10 "I nemici con le loro menzogne mi impediscono di veder bene la tua via; tu, tracciala diritta davanti a me. So che tutto quello che mi promettono sulla loro strada, non è vero: tutto ciò che dicono, serve solo a scavarmi la fossa" (Origene).

v. 11 "È un bene che il malvagio cada dall’alto dei suoi progetti e che in essi non riesca" (Origene).

v. 12 "Giustificati per la fede, radicati nell’amore, noi dimoriamo con fiducia in colui che è divenuto per noi rifugio e forza, e che dimora in noi" (Baldovino di Ford).

v. 13 "Dio stesso è la corona dei giusti e loro scudo" (Origene).

"Tu circondi il giusto con il tuo soccorso, che è protezione e gloria" (Giovanni Crisostomo).

 

SALMO 6

Implorazione nella prova

1 Al maestro del coro. Per strumenti a corda. Sull’ottava. Salmo. Di Davide.

2 Signore, non punirmi nel tuo sdegno,

non castigarmi nel tuo furore.

3 Pietà di me, Signore: vengo meno;

risanami, Signore: tremano le mie ossa.

4 L’anima mia è tutta sconvolta,

ma tu, Signore, fino a quando...?

5 Volgiti, Signore, a liberarmi,

salvami per la tua misericordia.

6 Nessuno tra i morti ti ricorda.

Chi negli inferi canta le tue lodi?

7 Sono stremato dai lunghi lamenti,

ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio,

irroro di lacrime il mio letto.

8 I miei occhi si consumano nel dolore,

invecchio fra tanti miei oppressori.

9 Via da me voi tutti che fate il male,

il Signore ascolta la voce del mio pianto.

10 Il Signore ascolta la mia supplica,

il Signore accoglie la mia preghiera.

11 Arrossiscano e tremino i miei nemici,

confusi, indietreggino all’istante.

Implorazione di perdono, di guarigione e di serenità fisica e morale.

Il salmo presenta a Dio la sofferenza più semplice ed elementare, quella fisica, nello stile di tante preghiere: "Guariscimi".

L’autore di questa supplica non ha nulla da far valere in sua difesa, per cui non può che appellarsi all’amore misericordioso di Dio.

Sofferenza fisica e amarezza interiore, senso del dolore e senso della vita, febbre e solitudine sono i due poli inestricabili attorno a cui ruota questa preghiera.

Anche se parzialmente spiegabile, il dolore rimane pur sempre una rocca inespugnabile, nonostante gli attacchi sferrati da tutte le grandi religioni e dalla ricerca filosofica e letteraria.

Evitiamo di fare filosofia e letteratura sul dolore per rispetto a chi soffre e non sa che farsene delle nostre divagazioni.

Ascoltiamo piuttosto la parola di Dio: "Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale... Colui che ha risuscitato il Signore Gesù risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui con voi... Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria... Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani d’uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste... In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito" (2Cor 4,8 - 5,5).

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "Il salmista attribuisce la causa del male all’infermità della natura: la mia volontà non è cattiva, ma sono stato generato nel peccato; e dall’infermità sono caduto nella malattia. Il Figlio di Dio è il medico" (Gregorio Nisseno).

v. 8 "Il peccato oscura l’occhio, cioè la coscienza dell’uomo (Mt 6,23)" (Gregorio Magno).

v. 9 "Respingendo i suoi nemici, è il male che egli respinge" (Gregorio Nisseno).

vv. 9-10 "Dio ascolta prima le lacrime, poi la preghiera" (Origene).

"Dio ascolta la voce di colui che gli offre le sue lacrime" (Gregorio Nisseno).

v. 11 "L’uomo fatto di terra aprì la porta al dolore, alla malattia, alla morte. Il Figlio di Maria portò nel suo corpo la morte e il dolore per annientarli" (Efrem).

 

SALMO 7

Preghiera del giusto perseguitato

1 Lamento che Davide rivolse al Signore per le parole di Cus il Beniaminita.

2 Signore, mio Dio, in te mi rifugio:

salvami e liberami da chi mi perseguita,

3 perché non mi sbrani come un leone,

non mi sbrani senza che alcuno mi salvi.

4 Signore mio Dio, se così ho agito:

se c’è iniquità sulle mie mani,

5 se ho ripagato il mio amico con il male,

se a torto ho spogliato i miei avversari,

6 il nemico m’insegua e mi raggiunga,

calpesti a terra la mia vita

e trascini nella polvere il mio onore.

7 Sorgi, Signore, nel tuo sdegno,

levati contro il furore dei nemici,

alzati per il giudizio che hai stabilito.

8 L’assemblea dei popoli ti circondi:

dall’alto volgiti contro di essa.

9 Il Signore decide la causa dei popoli:

giudicami, Signore, secondo la mia giustizia,

secondo la mia innocenza, o Altissimo.

10 Poni fine al male degli empi;

rafforza l’uomo retto,

tu che provi mente e cuore, Dio giusto.

11 La mia difesa è nel Signore,

egli salva i retti di cuore.

12 Dio è giudice giusto,

ogni giorno si accende il suo sdegno.

13 Non torna forse ad affilare la spada,

a tendere e puntare il suo arco?

14 Si prepara strumenti di morte,

arroventa le sue frecce.

15 Ecco, l’empio produce ingiustizia,

concepisce malizia, partorisce menzogna.

16 Egli scava un pozzo profondo

e cade nella fossa che ha fatto;

17 la sua malizia ricade sul suo capo,

la sua violenza gli piomba sulla testa.

18 Loderò il Signore per la sua giustizia

e canterò il nome di Dio, l’Altissimo.

Appello alla giustizia divina. Il salmo inizia con un’invocazione di aiuto indirizzata a Dio. E Dio non lascia cadere la supplica: aiuta, giudica, salva. La peggio ce l’hanno, come sempre, i malvagi. Il proverbio dice giustamente che tutti i salmi finiscono in gloria. Le colpe ritornano come un boomerang su chi le commette. Il peccato è farsi del male, sfigurarsi: è autodemolizione. Solo Cristo l’Innocente può recitare questo salmo senza arrossire: lui che ha sfidato tutti con una domanda inaudita: "Chi di voi può convincermi di peccato? (Gv 8,46).

Se nel salmo precedente le parole acquistano il loro significato in bocca a Gesù che Dio trattò da peccato in nostro favore (2Cor 5,21), in questo salmo le parole risuonano sulla bocca di Gesù innocente. Nel salmo precedente, Cristo colpevole al mio posto, in questo, io innocente insieme con lui. Cristo mi associa alla sua innocenza. Ma non devo dimenticare che la sua innocenza è disposta a pagare per i colpevoli. E io me la sento di condividere oneri e onori? È una grossa soddisfazione ritrovarsi, senza alcun merito, con le mani pulite, ma sulla schiena incominciano a piovere i colpi...

Commento dei padri della chiesa

vv. 2-3 "Nessuna forza, nessuna sapienza umana può liberare l’uomo dalla morte, finché non venga chi lo redima e lo salvi. È per questo che ad Abele non bastava la sua innocenza, né a Noè la sua giustizia, né ad Abramo la sua fede, né a Mosè la sua mitezza, né a Giobbe la sua pazienza e, per concludere, a nessuno bastava la sua santità, per essere liberato dalla morte" (Baldovino di Ford).

v. 4 "Si parla di Cristo, di colui che non ha commesso peccato" (Girolamo).

vv. 5-6 "L’anima perfetta dice a Cristo sofferente che vuole imitarlo" (Beda).

"Il Cristo prega nella sua passione" (Ruperto).

v. 12 "Dio minaccia per cercare di farci tornare a lui" (Girolamo).

v. 18 "Veramente, Signore, tu sei giusto: proteggi i giusti illuminandoli con la tua luce e perdoni ai peccatori, così che essi siano puniti non per la tua malevolenza, ma per la loro malvagità" (Agostino).

"Come Dio accettava sacrifici senza aver bisogno di sacrifici, così gradisce i nostri inni, senza aver bisogno della nostra lode" (Giovanni Crisostomo).

 

SALMO 8

Potenza del nome divino

1 Al maestro di coro. Sul canto: «I Torchi...». Salmo. Di Davide.

2 O Signore, nostro Dio,

quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:

sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.

3 Con la bocca dei bimbi e dei lattanti

affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,

per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

4 Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,

la luna e le stelle che tu hai fissate,

5 che cosa è l’uomo perché te ne ricordi

e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

6 Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,

di gloria e di onore lo hai coronato:

7 gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi;

8 tutti i greggi e gli armenti,

tutte le bestie della campagna;

9 gli uccelli del cielo e i pesci del mare,

che percorrono le vie del mare.

10 O Signore, nostro Dio,

quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

"La sacra scrittura insegna che l’uomo fu creato a immagine di Dio, capace di conoscere e amare il suo creatore, costituito da lui come signore su tutte le creature terrene per governarle e usarne glorificando Dio" (Conc. Vat. II, GS 12).

"L’uomo vivente è la gloria di Dio" (Ireneo).

"Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo" (Sofocle, Antigone).

"L’uomo deve dire: È per me che il mondo è stato creato" (Sanhedrin).

Quelle del salmista non sono soltanto sensazioni ed emozioni nate dalla fantasia, ma concetti limpidissimi: concetti meditati e lungamente nutriti, sino a diventare fuoco incandescente, poesia, preghiera. I tre protagonisti del salmo sono Dio, l’uomo, il cosmo: tutto ciò che esiste (vi sono nominati anche gli angeli!).

"L’uomo è in rapporto continuo con il resto della natura organica e con l’infinita profusione dello spirito di Dio... Egli in un certo modo si trova collocato tra Dio e le bestie. Incapace di vivere da solo, egli deve comunicare o con l’uno o con le altre.

Adamo e le bestie hanno ricevuto entrambi la benedizione di Dio, ma all’uomo è stata data anche la facoltà di conquistare la terra e dominare le bestie. L’uomo si trova sempre dinanzi alla scelta tra l’ascoltare Dio o il serpente... La nostra esistenza sta in bilico tra animalità e divinità, tra ciò che è più e ciò che è meno dell’umanità... L’uomo sta "un poco più in basso degli angeli" (Sal 8,5) e un po’ più in alto delle bestie. Come un pendolo, egli oscilla avanti e indietro sotto l’azione combinata della gravità e dell’impulso, la forza di gravità del suo egoismo e l’impulso del divino, di una visione contemplata nella vicinanza di Dio ma nelle tenebre della carne e del sangue. Trascurando il nostro impegno verso questa visione, non riusciamo più a capire il significato della nostra esistenza" (J. A. Hescel).

Il salmo 8 è un inno che esalta Dio, il vero protagonista a cui tutto il discorso si indirizza. L’uomo è mortale, figlio della polvere da cui è stato tratto. Il prodigio è tutto qui: Dio, infinitamente superiore e diverso dall’uomo, si ricorda e si prende cura dell’uomo (v. 5). La grandezza dell’uomo è scoperta dal salmista proprio attraverso la tenerezza e la fedeltà che Dio adotta nei suoi confronti; quella nullità, quella esile realtà che è l’uomo, si trasforma in una creatura grandiosa e insuperabile. La dignità dell’uomo viene, così, raffrontata con quella divina in arditissima contrapposizione (v. 6 e seg.). L’uomo "immagine di Dio" (Gen 1,26-27) è re dell’universo, "coronato di gloria" cioè dello stesso splendore della maestà divina. Egli porta anche il diadema dell’ "onore" costituito da tutto il fascino, la magnificenza e la forza. Il suo dominio sul creato non conosce confini come suggerisce il riecheggiare dell’aggettivo "tutto" che raccoglie sotto il potere umano la totalità del cosmo (v. 7-8).

L’uomo di cui parla il salmo non è il re o il genio, ma ogni uomo: la partecipazione alla realtà di Dio è "democratizzata". "Le espressioni e le locuzioni di cui il salmista si serve sono derivate dal tesoro linguistico e dal pensiero dell’antico oriente e, secondo l’uso, venivano rivolte al sovrano nel momento della sua incoronazione. Egli era il rappresentante della divinità; anzi egli stesso era un dio, come voleva la sua funzione, e si ergeva sulla massa degli uomini per il fulgore unico della sua gloria, e ogni cosa si prostrava ai suoi piedi per la potenza della sua maestà.

Questa ideologia, con tutti i simboli delle sue insegne e dei suoi riti, ha lasciato profonde tracce anche nel pensiero politico dell’occidente cristiano. Ma, secondo il salmista, ben diversa è la verità! L’uomo regale, l’immagine e il rappresentante di Dio in terra, non è il singolo, un’eccezione che si sente innalzato sopra tutti gli uomini e li domina col suo disprezzo. Uomo regale è invece ogni uomo, sia egli potente o misero, ricco o povero, uomo o donna, adulto o fanciullo. A ogni uomo appartiene la dignità regale". (G. Ebeling). Il dominio dell’uomo sul creato non è frutto di conquista, né un potere usurpato a Dio. Il salmo 8 ci ricorda che è un dominio donato da Dio, concesso in amministrazione e usufrutto dal Signore.

Anche questo salmo, come gli altri e forse più degli altri, parla di Cristo: è a lui che il Padre ha assoggettato ogni cosa (Eb 2,8; Ef 1,22), è lui che ha ricevuto dal Padre "onore e gloria" (2Pt 1,17). L’umanità intera attende di partecipare a questo dominio totale e glorioso inaugurato da Cristo con la sua risurrezione. Difatti ora siamo ancora alle prese con tante schiavitù più forti di noi, tra cui spicca quella della morte. S. Paolo scrive: "L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi (=di Cristo)" (1Cor 15,26-27).

Tutti siamo re, tutti regneremo con Cristo se sapremo mettere tutto sotto i piedi (v. 7) per innalzarci a Dio.

Questo salmo ci offre pure un solido fondamento per una spiritualità del lavoro e del successo. Nel mondo dei pigri va di moda la "mistica dell’insuccesso e del fallimento". Scrive p. Chenu: Il fondamento della speranza in Dio non sta nel nostro insuccesso, ma nella nostra riuscita. Dio non è creatore soltanto là dove le nostre iniziative si rivelano impotenti e nella misura della loro impotenza, ma al contrario-se così si può dire-anche là dove io sono pienamente efficace. Più io lavoro e più Dio è creatore".

Troppo spesso ci si appella alla cosiddetta mistica del fallimento per coprire la pigrizia, l’impreparazione, l’incapacità, la scarsa serietà e altro. No. Il vertice della spiritualità del lavoro sta proprio, all’opposto, nel lavoro riuscito, nell’impresa condotta felicemente a termine.

La gloria di Dio non viene procurata dall’insuccesso, ma dal lavoro eseguito con serietà, competenza e successo. Questo salmo lo si recita più con le mani operose che con la bocca piena di parole vuote.

"Che cos’è l’uomo?" (v. 5).

Dio è grande perché l’uomo non è piccolo: "L’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato" (v. 6).

Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.

Leggendo il libro della storia e le pagine della cronaca quotidiana si ha la squallida impressione che l’uomo usi il suo tempo e tutti i prodotti della sua inventiva per graffiarsi dal volto questa impronta divina. L’uomo "coronato di gloria e di onore" ama presentare la sua immagine in cui appare un mostro del male. Che cos’è l’uomo? Quell’essere entusiasmante che muove i passi sulla luna o quel poveretto che non ha più forza per alzarsi dal letto o dalla depravazione? Quello che strappa, a poco a poco, tutti i segreti della natura, o quello che non conosce-e non gliene importa nulla-neppure l’inquilino della porta accanto? Il politico (o il presentatore) che inflaziona con la sua immagine la TV o la monaca di clausura? Il santo o il brigante?

"Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente" (Gen 2,7). Siccome la materia prima dell’uomo è la polvere del suolo, una delle caratteristiche peculiari dell’uomo è la fragilità e uno dei suoi rischi più frequenti quello di rompersi. Il che è accaduto subito. L’impasto di terra si è sfasciato al primo scontro con il serpente. E le conseguenze le conosciamo: rottura con Dio, con se stesso, con il creato.

Il figlio di Adamo, proprio perché fabbricato con la terra è perciò fragile e subito colpevole.

Dio perciò deve avere delle attenzioni particolari verso questo essere effimero, minuscolo e ribelle. L’uomo è costantemente presente nel pensiero di Dio che si ricorda e si prende cura di lui (v. 5). Non solo. Lo ama fino al punto di diventare uomo lui stesso: "Il Verbo si è fatto uomo e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). Anche noi, come Pilato possiamo affermare: "Ecco l’uomo!" (Gv 19,5). È Cristo l’uomo nuovo, vero e definitivo: il prototipo. È lui l’Adamo rifatto dopo la rottura: il Cristo risuscitato da morte. Ormai possediamo il modello cui conformarci, l’immagine originale cui riferirci per la nostra ricostruzione. Cristo diventa la norma, la legge, l’ispirazione di tutti i momenti della nostra esistenza: diventa la nostra coscienza, la misura di valutazione del bene e del male. Per ritrovare la propria identità l’uomo deve ritrovare Cristo e dopo aver ritrovato Cristo diventerà a sua volta immagine credibile di Dio, come i santi dei secoli passati e quelli numerosi del nostro tempo.

"Che cos’è l’uomo?" (v. 5). "Ecco l’uomo!" (Gv 19,5).

Gesù ha citato esplicitamente questo salmo per difendere la gente del popolo che lo acclamava nel giorno del suo ingresso messianico in Gerusalemme: "I sommi sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che esclamavano nel tempio: "Osanna al figlio di Davide", si sdegnarono e gli dissero: "Non senti quello che dicono?". Gesù rispose loro: "Sì, non avete mai letto: Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode?" (Mt 21,15-16). Così la bocca aperta dell’innocenza ha chiuso la bocca aperta della malizia.

Commento dei padri della chiesa

vv. 2-3 "Ogni anima fedele al Signore celebri il suo nome grande e ammirabile" (Erma).

"Coloro che si opponevano al suo ingresso trionfale accompagnato da rami di palma, non conoscevano né il senso delle Scritture né l’economia divina,,, Il nome di Cristo è oggetto di ammirazione su tutta la terra, perché il Padre ha preparato una lode sulla bocca dei bambini,,, La sua gloria è stata innalzata al di sopra dei cieli" (Ireneo).

"Ciò che gli apostoli non sapevano ancora, lo hanno cantato i bambini" (Giovanni Crisostomo).

v. 4 "La luna e le stelle sono poca cosa: l’uomo è molto di più perché è immagine di Dio" (Eusebio).

v. 6 "Gloria e onore si riferiscono anzitutto a Cristo. L’uomo creato nell’onore a immagine di Dio non ha compreso (Sal 49,13). Ma dopo l’incarnazione (di Cristo) l’uomo fu coronato: "Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù (Ef 2,6-7)" (Origene).

"Si tratta del Cristo, coronato di gloria, in quanto uomo; dunque noi tutti siamo coronati con lui" (Cirillo di Alessandria).

 

SALMI 9-10

Dio abbatte gli empi e salva gli umili

1 Al maestro del coro. In sordina. Salmo. Di Davide.

2 Loderò il Signore con tutto il cuore

e annunzierò tutte le tue meraviglie.

3 Gioisco in te ed esulto,

canto inni al tuo nome, o Altissimo.

4 Mentre i miei nemici retrocedono,

davanti a te inciampano e periscono,

5 perché hai sostenuto il mio diritto e la mia causa;

siedi in trono giudice giusto.

6 Hai minacciato le nazioni, hai sterminato l’empio,

il loro nome hai cancellato in eterno, per sempre.

7 Per sempre sono abbattute le fortezze del nemico,

è scomparso il ricordo delle città che hai distrutte.

8 Ma il Signore sta assiso in eterno;

erige per il giudizio il suo trono:

9 giudicherà il mondo con giustizia,

con rettitudine deciderà le cause dei popoli.

10 Il Signore sarà un riparo per l’oppresso,

in tempo di angoscia un rifugio sicuro.

11 Confidino in te quanti conoscono il tuo nome,

perché non abbandoni chi ti cerca, Signore.

12 Cantate inni al Signore, che abita in Sion,

narrate tra i popoli le sue opere.

13 Vindice del sangue, egli ricorda,

non dimentica il grido degli afflitti.

14 Abbi pietà di me, Signore,

vedi la mia miseria, opera dei miei nemici,

tu che mi strappi dalle soglie della morte,

15 perché possa annunziare le tue lodi,

esultare per la tua salvezza

alle porte della città di Sion.

16 Sprofondano i popoli nella fossa che hanno scavata,

nella rete che hanno teso si impiglia il loro piede.

17 Il Signore si è manifestato, ha fatto giustizia;

l’empio è caduto nella rete, opera delle sue mani.

18 Tornino gli empi negli inferi,

tutti i popoli che dimenticano Dio.

19 Perché il povero non sarà dimenticato,

la speranza degli afflitti non resterà delusa.

20 Sorgi, Signore, non prevalga l’uomo:

davanti a te siano giudicate le genti.

21 Riempile di spavento, Signore,

sappiano le genti che sono mortali.

22 Perché, Signore, stai lontano, [10 (TM)]

nel tempo dell’angoscia ti nascondi?

23 Il misero soccombe all’orgoglio dell’empio

e cade nelle insidie tramate.

24 L’empio si vanta delle sue brame,

l’avaro maledice, disprezza Dio.

25 L’empio insolente disprezza il Signore:

«Dio non se ne cura: Dio non esiste»;

questo è il suo pensiero.

26 Le sue imprese riescono sempre.

Son troppo in alto per lui i tuoi giudizi:

disprezza tutti i suoi avversari.

27 Egli pensa: «Non sarò mai scosso,

vivrò sempre senza sventure».

28 Di spergiuri, di frodi e d’inganni ha piena la bocca,

sotto la sua lingua sono iniquità e sopruso.

29 Sta in agguato dietro le siepi,

dai nascondigli uccide l’innocente.

30 I suoi occhi spiano l’infelice,

sta in agguato nell’ombra come un leone nel covo.

Sta in agguato per ghermire il misero,

ghermisce il misero attirandolo nella rete.

31 Infierisce di colpo sull’oppresso,

cadono gl’infelici sotto la sua violenza.

32 Egli pensa: «Dio dimentica,

nasconde il volto, non vede più nulla».

33 Sorgi, Signore, alza la tua mano,

non dimenticare i miseri.

34 Perché l’empio disprezza Dio

e pensa: «Non ne chiederà conto»?

35 Eppure tu vedi l’affanno e il dolore,

tutto tu guardi e prendi nelle tue mani.

A te si abbandona il misero,

dell’orfano tu sei il sostegno.

Spezza il braccio dell’empio e del malvagio;

36 Punisci il suo peccato e più non lo trovi.

37 Il Signore è re in eterno, per sempre:

dalla sua terra sono scomparse le genti.

38 Tu accogli, Signore, il desiderio dei miseri,

rafforzi i loro cuori, porgi l’orecchio

39 per far giustizia all’orfano e all’oppresso;

e non incuta più terrore l’uomo fatto di terra.

Questo salmo è il monumentale "manifesto" degli anawim, dei poveri. È una preghiera dei poveri, ma incredibilmente ricca di parole, di riprese tematiche e di significati. Non sono due salmi, ma un salmo unico che era stato sdoppiato. Lo dimostra il suo carattere acrostico: ogni strofa è iniziata da un vocabolo che comincia con la rispettiva lettera dell’alfabeto ebraico (è un ritrovato dell’ingegnosità orientale nell’escogitare mezzi di memorizzazione per rendere più spedito e fedele l’apprendimento a memoria).

L’oggetto del salmo è la sorte dell’umile e del fedele, oppresso dal malvagio. Secondo la supplica del salmo, Dio dovrebbe col suo intervento reprimere gli empi e liberare le loro vittime dalla persecuzione. Chi è il "povero"? È colui che si trova in balia dei potenti ai quali non può opporre resistenza e dei quali, anzi, è vittima. Il "povero" dei salmi è sostanzialmente un oppresso, vittima del potere, degli ingiusti, degli empi, dei senza Dio. Col passare dei secoli e l’evolversi del pensiero biblico, il termine "povero" acquista sempre più un connotato religioso: "I poveri non sembrano più semplicemente persone indifese, incapaci di resistere alla violenza, e quindi oppresse, vittime dei potenti, ma piuttosto persone discrete, umili, sottomesse, miti, la cui umile dolcezza si trasforma spontaneamente in atteggiamento di sottomissione fiduciosa verso Dio" (J. Dupont).

Il secondo vocabolo di questo piccolo breviario della povertà che è il salmo 9-10, è ’ebjôn, un termine che in Israele compare col boom economico del IX secolo a.C. La ricchezza di pochi crea l’indigenza di molti. La classe degli indigenti, della gente che "desidera" è chiamata ’ebjônîm, i poveri. Questi poveri mancano del minimo vitale e sono difesi con ardore solo dai profeti (da Amos soprattutto); sono ignorati e scherniti sistematicamente dalle alte classi e dall’aristocrazia terriera latifondista, che se li può acquistare come schiavi sul mercato di Samaria per il costo di un paio di sandali (Am 2,6; 8,6).

Il terzo vocabolo è dak che significa schiacciato, conculcato, oppresso.

Il quarto vocabolo è naqî che significa l’innocente, sempre sopraffatto dalle magistrature corrotte (Sal 15,5).

Da ultimo si introduce l’orfano, jatôm, uno dei titoli che meglio esprime l’abbandono e la povertà. Nei suoi confronti Dio si sente impegnato di persona come go’el, difensore e protettore, perché l’orfano è ormai privo della difesa paterna. Il titolo con cui Dio è invocato nel salmo 68 è appunto "Padre degli orfani e difensore delle vedove" (v. 6).

L’Israele oppresso, socialmente sfruttato e isolato, diventa progressivamente l’unico emblema del fedele, che non s’appoggia sulle tattiche economiche e sul proprio orgoglio sociale, ma sull’unica sua forza che è la verità e la giustizia, cioè Dio. I poveri perciò diventano l’Israele qualitativo e non meramente razziale, diventano "i santi", "i servi" di Dio.

Il salmo 9-10 è dunque un canto di questi "poveri" che rappresentano i veri fedeli sottoposti a vessazioni e sfruttamento.

Nell’indifferenza comune, si leva la voce del salmista, che lancia il suo appello a Dio perché intervenga contro questi empi sfruttatori e oppressori.

I "poveri in spirito" sono coloro che concedono spazio d’azione a Dio nella loro vita. Il "magnificat" (Lc 1,46-55) costituisce la migliore illustrazione di questo salmo.

Questo salmo esigerebbe un ritratto del "dritto", ma forse ci porterebbe fuori dalla carità e dal comandamento del Signore: "Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati" (Mt 7,1-2). Dopo tutto, il salmo è chiaro ed esauriente per chi lo vuol capire. Dobbiamo interrogare a lungo la nostra coscienza e rivedere le nostre scelte di campo. Ma non facciamo il grave errore di quel tale che diceva: "La coscienza? Tutte le volte che metto la mano sulla coscienza, sento il portafoglio".

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "Chi ama con tutto il cuore, può professare il suo amore con tutto il cuore. Raccontare tutte le meraviglie di Dio è proprio del Salvatore soltanto, che conosce i segreti di Dio" (Origene).

v. 10 "Il misero (l’oppresso) è colui che, in questa vita ha camminato nella via difficile: è la beatitudine della povertà" (Origene).

v. 11 "Quando l’uomo cerca di dare un nome alla sua speranza, gli si manifesta la conoscenza del nome di Dio" (Agostino).

"Chi veramente cerca, lascia tutto il resto, e allora trova. Cercare Dio è volgere il nostro animo verso di lui e liberarci di tutto ciò che riguarda la terra" (Giovanni Crisostomo).

v. 13 "Gli afflitti sono coloro che invocano Dio e lo pregano in ogni tempo" (Atanasio).

"Interceda per noi colui che, per primo, si è fatto povero per noi (2Cor 8,9)" (Agostino).

v. 19 "Il povero di spirito è umiliato e calpestato in questa vita: e questo può far credere che Dio lo dimentichi. Ma non per sempre!" (Origene).

v. 24 "Il male non è più considerato come male: nessuno lo critica, anzi lo si loda e lo si benedice" (Cirillo di Alessandria).

"C’è un primo inferno, ed è quello di credersi felici nell’infelicità" (Giovanni Crisostomo).

v. 25 "Il perdere di vista il giudizio di Dio è la peggiore delle condanne" (Agostino).

v. 33 "La mano è la potenza che giudica; quando essa rende a ciascuno il suo, si dice che essa s’innalza" (Eusebio).

v. 35 "Come il compito del sole è quello di illuminare, il tuo è quello di soccorrere i poveri" (Giovanni Crisostomo).

v. 39 "L’ultimo versetto del salmo allude al nemico, al diavolo" (Gregorio Nisseno).

 

SALMO 11

11 (10) Fiducia del giusto

1 Al maestro del coro. Di Davide.

Nel Signore mi sono rifugiato, come potete dirmi:

«Fuggi come un passero verso il monte»?

2 Ecco, gli empi tendono l’arco,

aggiustano la freccia sulla corda

per colpire nel buio i retti di cuore.

3 Quando sono scosse le fondamenta,

il giusto che cosa può fare?

4 Ma il Signore nel tempio santo,

il Signore ha il trono nei cieli.

I suoi occhi sono aperti sul mondo,

le sue pupille scrutano ogni uomo.

5 Il Signore scruta giusti ed empi,

egli odia chi ama la violenza.

6 Farà piovere sugli empi

brace, fuoco e zolfo,

vento bruciante toccherà loro in sorte;

7 Giusto è il Signore, ama le cose giuste;

gli uomini retti vedranno il suo volto.

Il nostro Dio è amore e quindi salva chi in lui si rifugia; è un Dio morale e non indifferente al bene e al male. "È un Dio verace e senza malizia, egli è giusto e retto" (Dt 32,4). Esiste una somiglianza tra Dio e il suo fedele. Per questo il destino del giusto è di entrare in comunione vitale con lui, di contemplare il volto di Dio. Questo salmo è il canto della giustizia divina e umana: esiste una consonanza tra il Dio giusto e l’uomo giusto. La santità dell’uomo è un’eco della santità di Dio, una partecipazione alla sua vita d’amore.

Alle proposte alternative degli amici che gli dicono: "Fuggi come un passero verso il monte" il giusto oppone l’unica sua certezza: "Nel Signore mi sono rifugiato". È una scelta teologica rispetto a quella avanzata dalla sapienza umana. Dio sa e vede benissimo. Distingue il giusto dagli empi. "Gli occhi del Signore sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo... Gli uomini retti vedranno il suo volto". Contemplare la faccia di Dio significa avvertire la sua presenza divina, portatrice di grazia e mantenersi nella luce del suo volto che vuole colmarci di benefici. I giusti conosceranno la beatitudine dell’intimità con Dio: "e noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore" (2Cor 3,18). "Sappiamo che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 3,2). La ricompensa dei giusti non consiste in qualcosa, in uno stipendio meritato o regalato; essi sono chiamati a vedere Dio, a godere la visione di Dio, ad essere connaturali con Dio: Dio in loro ed essi in Dio.

Gli archi e le frecce sono i mezzi con i quali il maligno ci colpisce o ci mette alla prova. Siamo bombardati dalla pubblicità, dai mezzi di comunicazione di massa, dalla società dei consumi, dall’erotismo, dalla violenza, dalla droga. Ci vengono proposti idoli allettanti: il denaro, il piacere, il potere. Molti si trovano in una situazione drammatica di caos, di incertezza, di confusione. E anche noi ci poniamo la domanda del salmo: "Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?" (v. 3). La risposta è già scritta in testa al salmo: "Nel Signore mi sono rifugiato" (v. 1).

Concretamente vuol dire: fede, preghiera, intimità con Dio. Leggiamo il vangelo: "La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: "È un fantasma" e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: "Coraggio, sono io, non abbiate paura". Pietro gli disse: "Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque". Ed egli disse: "Vieni!". Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s’impaurì e cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?". Appena saliti sulla barca, il vento cessò. (Mt 14,24-32). "Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?" (1Gv 5,4-5).

I nemici di Dio avranno lo stesso castigo che toccò a Sodoma e Gomorra (Gen 19,24) e al re Og e al suo esercito (Ez 38,22).

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "Gli empi danno la caccia agli uomini di Dio" (Origene).

v. 4 "Il Signore, impassibile sul suo trono celeste, vede tutto e concede al povero la grazia data da questo sguardo protettore e onnipresente. La provvidenza giudica, discerne e scruta" (Origene).

v. 5 "Come tu vedi, il soccorso è a portata di mano: Dio è presente ovunque. Suo compito principale è di provvedere a tutto, anche se nessuno gli chiede nulla. Anche i peccatori, se si afferrano a questa àncora che è la fiducia in Dio, sono invincibili" (Giovanni Crisostomo)

"La Scrittura presenta i figli degli uomini ora tormentati, perché Dio chiude gli occhi affinché lo si cerchi, ora beati perché gli occhi di Dio sono aperti su di loro e li illuminano" (Agostino).

 

SALMO 12

12 (11) Contro il mondo menzognero

1 Al maestro del coro. Sull’ottava. Salmo. Di Davide.

2 Salvami, Signore! Non c’è più un uomo fedele;

è scomparsa la fedeltà tra i figli dell’uomo.

3 Si dicono menzogne l’uno all’altro,

labbra bugiarde parlano con cuore doppio.

4 Recida il Signore le labbra bugiarde,

la lingua che dice parole arroganti,

5 quanti dicono: «Per la nostra lingua siamo forti,

ci difendiamo con le nostre labbra:

chi sarà nostro padrone?».

6 «Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri,

io sorgerò - dice il Signore -

metterò in salvo chi è disprezzato».

7 I detti del Signore sono puri,

argento raffinato nel crogiuolo,

purificato nel fuoco sette volte.

8 Tu, o Signore, ci custodirai,

ci guarderai da questa gente per sempre.

9 Mentre gli empi si aggirano intorno,

emergono i peggiori tra gli uomini.

È un appello al giudizio di Dio davanti all’incrinarsi dei rapporti sociali e al trionfo dell’ingiustizia. Il salmo si apre con un appello diretto e spontaneo indirizzato a Dio. E il Signore risponde al v. 6. Alle menzogne e alle parole arroganti degli uomini (v. 3-4) fanno riscontro i detti del Signore che sono puri. Il salmo si chiude con un messaggio di fiducia (v. 8) venato però dalla constatazione realistica sulla costante malizia dell’uomo (v. 9).

Una delle protagoniste di questo salmo è la lingua: "Se uno non manca nel parlare è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo... La lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione" (Gc 3,1-10).

Questo salmo vuole dirci anche una verità attualissima: mancano i santi (v. 2) e abbondano le chiacchiere, le menzogne e le parole arroganti (v. 3-5).

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "Quando non ci sono i santi, la salvezza è più difficile da conseguire: si deifica la creatura, lasciando da parte il vero Dio" (Origene).

"Tra le genti tutto è stravolto: la sapienza, i discorsi, il modo di vivere. La penuria di santità è tale che anche quanti avevano ricevuto la legge divina si lasciano trascinare al vizio. Tutti i mortali che sono sotto il cielo hanno bisogno che si tenda loro una mano: il Cristo è, infatti, l’attesa delle genti (Gen 49,10)" (Cirillo di Alessandria).

v. 9 "La chiesa primitiva attendeva il Cristo. Oggi la chiesa sa che la salvezza universale si è compiuta, ma chiede che si compia per ciascuno in particolare. Non c’è più un uomo fedele (v. 2): Adamo ha peccato e tutti noi con lui. Qui il profeta confessa il peccato originale. Poi confessa i peccati attuali: verità trascurate, promesse violate... Ma ora sorgerò (v. 6): Siamo salvati e giustificati per la giustizia di uno solo, Cristo" (Ruperto).

 

SALMO 13

13 (12) Invocazione fiduciosa

1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

2 Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?

Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?

3 Fino a quando nell’anima mia proverò affanni,

tristezza nel cuore ogni momento?

Fino a quando su di me trionferà il nemico?

4 Guarda, rispondimi, Signore mio Dio,

conserva la luce ai miei occhi,

perché non mi sorprenda il sonno della morte,

5 perché il mio nemico non dica: «L’ho vinto!»

e non esultino i miei avversari quando vacillo.

6 Nella tua misericordia ho confidato.

Gioisca il mio cuore nella tua salvezza

e canti al Signore, che mi ha beneficato.

È un lamento personale. È il grido di un fedele che si sente abbandonato dal suo Signore, divenuto indifferente e ostile. È un’eco del sospiro di dolore che sale continuamente dall’umanità. Il crescendo di questa protesta scagliata contro Dio non cancella però l’intimità e la speranza: Dio è invocato con una formula di fede personale "mio Dio" (v. 4). Anche se il cuore dell’orante è agitato dalla prova e dalla paura, egli ha una roccia a cui ancorarsi: la certezza di avere Dio che lo ascolta. "Signore, mio Dio" è dunque lo sbocco di questo grido totale: è un canto di fiducia prima ancora che di protesta. È lo stesso sbocco che concluderà l’itinerario verso la pienezza della fede dell’apostolo Tommaso: "Mio Signore e mio Dio" (Gv 20,28).

Il nemico di cui si parla qui è la morte (v. 4). La tensione fortissima di questi quattro interrogativi angosciati (vv. 2-3) è ben comprensibile: l’ascolto divino è veramente l’ultima spiaggia.

Questo breve salmo, grondante ansia e dolore per la morte sempre incombente, può essere sentito vicino da ogni uomo e pregato con convinzione da tutti.

Il salmista attende lo sguardo liberatore di Dio che ora è celato da un diaframma ostile, la morte, che si erge tra il fedele e Dio. Se Dio è assente, l’uomo è solitario e devastato (v. 3). Nel NT, alla Morte che crede di aver sigillato con una vittoria il suo duello con la Vita, si oppone la replica di Dio: "La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato... Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!" (1Cor 15,54-57). "Nei giorni della sua vita terrena, egli (Cristo) offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà" (Eb 5,7). Così alla preghiera angosciata per la paura della morte si sostituisce il canto della gioia: "Gioisca il mio cuore nella tua salvezza e canti al Signore, che mi ha beneficato" (v. 6).

Recitando questo salmo abbiamo l’impressione che le nostre preghiere siano malate di eccessiva timidezza. Questi quattro "Fino a quando?" sono grida a piena voce, senza silenziatore di sorta, senza compostezza o buona educazione: si tratta di vita o di morte. Non è presunzione, sfrontatezza o villania: è semplicemente fede, fede forte e genuina. Quando si crede e ci si abbandona nell’amore di Qualcuno, allora non si ha paura di disturbare, non ci si preoccupa di moderare l’asprezza del grido né tantomeno di renderlo melodioso. Basterebbe fare il giro di un ospedale, di un ricovero, di un quartiere qualsiasi della nostra città, e la litania dei "fino a quando, Signore?" si allungherebbe in maniera paurosa. È la litania degli sfiduciati, dei delusi, dei disperati...

E noi quando ci troviamo di fronte allo scandalo del male, al massacro degli innocenti, alle degradazioni delle creature di Dio, tempestiamo il Signore con i nostri inquietanti "fino a quando?. Dio non è d’accordo con il dolore e con la morte. Davanti al dolore e alla morte Gesù scoppiò in pianto (Gv 11,35). Il volto di Dio rigato di lacrime dice più di tutti i volumi scritti sul problema del dolore. Possiamo esprimergli tutta la nostra riconoscenza: le sue lacrime e i suoi singhiozzi sono convincenti più di tutte le spiegazioni. Fino a quando? Fino a quando il Signore "tergerà ogni lacrima dai nostri occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno" (Ap 21,4).

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "È una grazia sperimentare l’abbandono da parte di Dio. Molti non lo sperimentano. Il salmista lo prova; non ne può più e leva il suo grido a Dio" (Giovanni Crisostomo).

"Dio nasconde il suo volto perché ci ricordiamo di lui. Dio cessa di nascondere il suo volto quando l’anima diventa capace di guardarlo" (Origene).

v. 3 "Ogni uomo comincia con l’accumulare una grande quantità di progetti nel suo animo; poi, alla fine, non gli resta che un solo disegno: il disegno di Dio" (Origene).

"Quando Dio è vicino non conosciamo ostacoli; quando si allontana tutte le difficoltà insorgono. Ma colui che provvede a tutto non si allontana che quando è rinnegato. Questo abbandono è una specie di provvidenza, affinché i pigri riprendano slancio" (Giovanni Crisostomo).

v. 4 "Tra tante calamità, se mi sottrai il tuo aiuto, la tristezza invaderà il mio animo e io mi addormenterò per la morte" (Origene).

"Illumina i miei occhi perché vedano la verità, perché una morte spaventosa non segua al sonno dell’accidia" (Cirillo di Alessandria).

"Che le tenebre non si diffondano nel mio animo, sviando il mio intelletto" (Giovanni Crisostomo).

v. 5 "Tutte le volte che pecchiamo, il diavolo dice: Ho prevalso su di lui! Come gli angeli gioiscono per un peccatore che fa penitenza, così i demoni danzano per chi pecca" (Origene).

v. 6 "Ciò che dà gioia è che la salvezza venga da Dio. Il salmista ha chiesto con insistenza: si percepisce di più il dono quando si domanda con forza. Sente con certezza che gli sarà dato e già ringrazia" (Giovanni Crisostomo).

 

SALMO 14

14 (13) L’uomo senza Dio

1 Al maestro del coro. Di Davide.

Lo stolto pensa: «Non c’è Dio».

Sono corrotti, fanno cose abominevoli:

nessuno più agisce bene.

2 Il Signore dal cielo si china sugli uomini

per vedere se esista un saggio:

se c’è uno che cerchi Dio.

3 Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti;

più nessuno fa il bene, neppure uno.

4 Non comprendono nulla tutti i malvagi,

che divorano il mio popolo come il pane?

5 Non invocano Dio: tremeranno di spavento,

perché Dio è con la stirpe del giusto.

6 Volete confondere le speranze del misero,

ma il Signore è il suo rifugio.

7 Venga da Sion la salvezza d’Israele!

Quando il Signore ricondurrà il suo popolo,

esulterà Giacobbe e gioirà Israele.

Il protagonista del salmo è "l’ateo". Il vocabolo ebraico che lo definisce è nabal che significa: persona inconsistente, irresponsabile, folle, assurda, malvagia, stolta, immorale. L’ateismo è una specie di radicale follia che si misura anche a livello morale. "L’abietto fa discorsi abietti e il suo cuore trama iniquità, per commettere empietà e affermare errori intorno al Signore, per lasciare vuoto lo stomaco dell’affamato e far mancare la bevanda all’assetato" (Is 32,6). Questo termine nabal viene spiegato bene anche in 1Sam 25,25. Abigail dice a Davide: "Non faccia caso il mio signore di quell’uomo cattivo che è Nabal, perché egli è come il suo nome: stolto si chiama e stoltezza è in lui". Il legame tra malvagità di natura e espressione nell’azione è ribadito anche nel Sal 74,18: "Ricorda: Il nemico ha insultato Dio, un popolo stolto ha disprezzato il tuo nome". Il profilo del nabal suppone quindi un aspetto intellettuale, ma implica anche una dimensione etica ed esistenziale. L’affermazione di questo personaggio: "Non c’è Dio" è una dichiarazione di ateismo pratico: Dio non c’è qui ora; egli è disinteressato, lontano, indifferente agli eventi dell’uomo e del mondo. Il nabal dichiara che è "indifferente" per l’uomo che Dio esista o non esista, perché comunque è certo che in ogni caso non interverrà nella nostra storia. Nessun impegno lo vincola all’uomo, nessuna alleanza lo rivela come un essere personale, vivo e operante in nostro favore.

Questo scetticismo pratico è a più riprese combattuto dai profeti e dai sapienti d’Israele, soprattutto per i risvolti etico-sociali che esso comporta. L’indifferenza religiosa ha come sbocco immediato l’indifferenza morale. Gli avversari di Geremia esclamano: "Non è Dio! Non verrà su di noi la sventura, non vedremo né spada né fame" (Ger 5,12). La moglie di Giobbe, definita appunto dal testo biblico nebulah, "folle", è forse la caratterizzazione più vivace di questo ateismo, quando dice al marito: "Rimani ancora fermo nella tua integrità? Benedici ("cioè maledici") Dio e muori" (Gb 2,9).

La migliore caratterizzazione dell’ateo del nostro salmo potrebbe essere il ritratto che Pascal fa del "libertino" e il discorso generale di questo salmo potrebbe essere intitolato: "ateismo e ingiustizia".

Contrapposta alla figura del nabal (insensato) appare la figura del maskil, l’uomo saggio (v. 2). C’è opposizione punto per punto tra l’insensato e l’uomo intelligente. All’ingordigia del nabal fa riscontro la povertà del maskil; una povertà spirituale, che lo porta a cercare Dio (v.2) e a rifugiarsi in lui (v.6). Nel giorno del giudizio i malvagi "tremeranno di spavento" (v.5) perché vedranno che Dio è dall’altra parte, dalla parte degli oppressi, degli sfruttati, dei giusti: "Dio è con la stirpe del giusto" (v.5). Ai nostri giorni il nabal può essere il mondo così come lo intende san Giovanni nel suo vangelo e nelle sue lettere: il mondo del rifiuto cosciente e ostinato alla luce e alla grazia, il mondo che preferisce le tenebre, perché teme che la luce metta in evidenza le sue opere malvagie (Gv 3,19-21). Il maskil, l’uomo intelligente, è il popolo di Dio. Ma stiamo attenti! Dentro di noi esistono contemporaneamente l’uno e l’altro: colui che cerca Dio (v. 2) e colui che, in certe circostanze, mette in disparte Dio e agisce come se Dio non ci fosse (v.1).

Il salmo recita: "Lo stolto pensa: "Non c’è Dio". Oggi bisogna aggiornare il testo e aggiungere: "e lo grida ai quattro venti, e lo scrive su tutti i libri, le riviste e i giornali, e lo sputa dalla TV... e se ne vanta". Che cosa fa l’uomo saggio per aggiornarsi lui pure? Un professore del College di Sarasota, in Florida, ha scritto un libro sul "come togliere Dio dal dizionario": si chiama William Hamilton. Un suo alunno si è permesso di smentire la notizia scrivendo col gesso sul muro dirimpetto alla finestra dello studio del professore: "Dio non è morto. Questa mattina gli ho parlato".

Commento dei padri della chiesa

v. 1 "Questo salmo accusa tutti gli uomini: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio (Rm 3,23)" (Eusebio).

"Hanno detto: "Non c’è Dio"; di conseguenza sono vissuti da atei, conducendo una vita corrotta" (Origene).

"Se avessero la conoscenza di Dio, non sarebbero corrotti" (Girolamo).

v. 3 "Tutti hanno deviato, anche il popolo eletto, e questo rende necessaria la venuta di Gesù nel mondo" (Eusebio).

v. 5 "Il vero Dio è l’unico che essi non invocano; ognuno invoca il Dio che si sceglie. Nei tempi messianici, per esempio, i sommi sacerdoti scelgono i Romani come loro dèi" (Girolamo).

v. 7 "Tutto questo salmo profetizza che la nostra redenzione verrà da Sion" (Girolamo).

"Nel salmo seguente il Signore dirà chi è il vero Giacobbe e il vero Israele" (Girolamo).

 

SALMO 15

15 (14) L’ospite del Signore

1 Salmo. Di Davide.

Signore, chi abiterà nella tua tenda?

Chi dimorerà sul tuo santo monte?

2 Colui che cammina senza colpa,

agisce con giustizia e parla lealmente,

3 non dice calunnia con la lingua,

non fa danno al suo prossimo

e non lancia insulto al suo vicino.

4 Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,

ma onora chi teme il Signore.

Anche se giura a suo danno, non cambia;

5 presta denaro senza fare usura,

e non accetta doni contro l’innocente.

Colui che agisce in questo modo

resterà saldo per sempre.

Questo salmo è una liturgia d’ingresso o atto penitenziale da farsi prima della celebrazione liturgica.

Per comprenderlo meglio citiamo due passi dei profeti che ci offrono una chiave di lettura. Ecco innanzitutto un brano di Michea (6,6-8): "Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo? Mi prostrerò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato? Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio". L’altro testo è di Isaia (33,14-16): "Chi di noi può abitare presso un fuoco divorante? Chi di noi può abitare presso fiamme perenni? Chi cammina nella giustizia e parla con lealtà, chi rigetta un guadagno frutto di angherie, scuote le mani per non accettare regali, si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue e chiude gli occhi per non vedere il male: costui abiterà in alto, fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio, gli sarà dato il pane, avrà l’acqua assicurata".

Il salmo 15 è una meravigliosa sintesi della morale biblica, un vigoroso invito ad un culto non formalistico e magico, ma esistenziale e innervato nell’impegno quotidiano.

Per ogni israelita il bene supremo consisteva proprio nell’essere ospite di Dio, sedere alla sua mensa. Quali sono le disposizioni richieste? Quale atteggiamento bisogna tenere? Paradossalmente non vengono richieste o insegnate norme di comportamento liturgico nel tempio, ma l’esame verte totalmente sul comportamento tenuto fuori, nella vita. La liturgia si svolge nella maniera giusta ed espressiva soltanto quando i praticanti sono capaci di celebrare una liturgia giusta nella vita: per strada, al lavoro, in casa. La questione non si limita soltanto alla liturgia, alla permanenza provvisoria nel tempio. Può riguardare l’ospitalità eterna nel paradiso. Chi potrà sedere come ospite alla tavola di Dio per l’eternità? Le ulteriori precisazioni ci vengono date dal vangelo:

"Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi" (Mt 25,34-36).

"Signore chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte?" (v. 1). Soltanto chi ha ospitato il Signore, qui, sulla terra. Quindi, nessuna preoccupazione per il cerimoniale di lassù. Basta aver imparato e praticato le regole del cerimoniale di quaggiù: quelle della giustizia e della carità. Sarà il Signore stesso che "riconoscerà" coloro che lo hanno "riconosciuto" nei suoi innumerevoli travestimenti.

Commento dei padri della chiesa

v. 1 "L’uomo si sente in esilio finché non raggiunge la santa montagna di Dio. La santa montagna è la conoscenza del Cristo; salire la santa montagna equivale a incorporarci al Cristo" (Origene).

"L’uomo non riposerà nel luogo che gli è proprio se non dopo essere uscito dalla carne" (Eusebio).

"L’essere accolti presso Dio non è un’impresa qualsiasi. Prega quindi per sapere come fare" (Ilario).

"Il monte santo è la Gerusalemme celeste" (Eusebio).

"Questo monte non è sulla terra: è il Cristo stesso. Salirvi è incorporarsi al Cristo" (Ilario).

V. 4 "Chi onora Dio deve essere onorato da noi. Dobbiamo avere molta umiltà quando onoriamo coloro che temono Dio e altrettanta libertà nel considerare un nulla i malvagi" (Ilario).

v. 5 "Il salmista mostra chiaramente a quale discendenza di Giacobbe e a quale porzione d’Israele il salmo precedente promette la gioia eterna" (Ruperto).

"Operando tutto questo si abita la tenda, si riposa sul monte:... rimaniamo nella Chiesa per riposare infine nella gloria del corpo di Cristo" (Ilario).

 

SALMO 16

16 (15) Il Signore, mia parte di eredità

1 Miktam. Di Davide.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

2 Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore,

senza di te non ho alcun bene».

3 Per i santi, che sono sulla terra,

uomini nobili, è tutto il mio amore.

4 Si affrettino altri a costruire idoli:

io non spanderò le loro libazioni di sangue

né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

5 Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:

nelle tue mani è la mia vita.

6 Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,

è magnifica la mia eredità.

7 Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;

anche di notte il mio cuore mi istruisce.

8 Io pongo sempre innanzi a me il Signore,

sta alla mia destra, non posso vacillare.

9 Di questo gioisce il mio cuore,

esulta la mia anima;

anche il mio corpo riposa al sicuro,

10 perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,

né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.

11 Mi indicherai il sentiero della vita,

gioia piena nella tua presenza,

dolcezza senza fine alla tua destra.

Questo salmo è una delle più squisite composizioni del salterio. È una preghiera di fiducia percorsa da simboli sapienziali. Si presenta come una professione orante di fede in Dio. È un vero e proprio canto di fiducia e di intimità con Dio.

L’autore di questo salmo è, molto probabilmente, un sacerdote addetto ai servizi del tempio. Dalle sue labbra esce uno dei più bei canti di fiducia e di pace che mai siano stati scritti. Non si limita a gridarci la sua gioia; ce ne fornisce anche la fonte. Rivolto al Signore afferma: "Senza di te non ho alcun bene" (v. 2). È uno che ha puntato tutto su Dio. Ha "giocato" la sua vita su di lui: "Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle sue mani è la mia vita" (v. 5). Ha imparato una cosa fondamentale: "Io pongo sempre innanzi a me il Signore" (v. 8). Non sta a fare l’inventario di ciò che tengono in pugno gli altri. Né sta a ruminare la lista delle cose che gli mancano. È completamente soddisfatto di ciò che il Signore gli ha dato. Non è disposto a lottizzare il proprio cuore o imbottirlo di sciocchezze. Rifiuta tutti gli idoli nelle forme più svariate e affascinanti (v. 4). La gioia e l’esultanza del v. 9 è offerta a tutti, ma a un patto: che si possa dire con tutta sincerità: "Senza di te non ho alcun bene... nelle tue mani è la mia vita... io pongo sempre innanzi a me il Signore". Forse ripetendo queste espressioni sentiamo stridere qualcosa dentro di noi. Segno inequivocabile che il nostro cuore ospita troppe cianfrusaglie: vanità, vuoto, successo, prestigio, denaro... Allora non dobbiamo stupirci che la nostra gioia sia andata in pezzi e che le schegge che raccattiamo faticosamente ci feriscano le mani.

È d’obbligo, a questo punto, ricordare il primo e il più grande comandamento, l’essenza della legge, l’amore di Dio: "Ascolta Israele: il Signore è nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, e con tutte le forze" (Dt 6,4-5).

Commento dei padri della chiesa

v. 1 "Cristo parla per bocca del profeta. Dice: Proteggimi, come un uomo assalito dai suoi nemici" (Origene).

"Il Cristo parla della Chiesa che è la sua carne, a nome di tutto il genere umano" (Atanasio).

"È il salmo della giustificazione per la fede" (Cirillo di Alessandria).

v. 2 "Il Signore ci ispira questa preghiera per ottenere la pazienza e la costanza nell’obbedienza, affinché ci venga restituito, grazie all’obbedienza, ciò che i nostri progenitori avevano perso... Solo chi si sottomette completamente a Dio può dire degnamente: Mio Signore sei tu" (Beda).

v. 5 "Chi ha rinunciato a tutto in questo mondo può dire: Il Signore è mia parte di eredità e mio calice. Il Signore si fa pane dandoci i suoi insegnamenti e fortificando il cuore di colui che mangia; si fa calice nella misura in cui contempliamo la verità, e dà la gioia della conoscenza a chi beve con amore" (Origene).

v. 8 "Alla destra del giusto c’è il Signore; alla destra del peccatore, il diavolo" (Cirillo di Alessandria).

v. 9 "Gioisco nella speranza della risurrezione. Il Cristo è il primo la cui carne abbia dimorato nella speranza. Quale speranza? Non solo quella della risurrezione, ma anche quella di essere assunto in cielo" (Origene).

v. 10 "Il Salmo 16 profetizza la passione e la risurrezione del Cristo e lo dice chiaramente al v. 10: Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro né lascerai che il tuo santo veda la corruzione" (Ilario).

v. 11 "La via della vita va dalla morte alla risurrezione" (Eusebio).

"Il primo Adamo non conobbe le vie della vita" (Cirillo di Alessandria).

 

SALMO 17

17 (16) Invocazione dell’innocente

1 Preghiera. Di Davide.

Accogli, Signore, la causa del giusto,

sii attento al mio grido.

Porgi l’orecchio alla mia preghiera:

sulle mie labbra non c’è inganno.

2 Venga da te la mia sentenza,

i tuoi occhi vedano la giustizia.

3 Saggia il mio cuore, scrutalo di notte,

provami al fuoco, non troverai malizia.

La mia bocca non si è resa colpevole,

4 secondo l’agire degli uomini;

seguendo la parola delle tue labbra,

ho evitato i sentieri del violento.

5 Sulle tue vie tieni saldi i miei passi

e i miei piedi non vacilleranno.

6 Io t’invoco, mio Dio: dammi risposta;

porgi l’orecchio, ascolta la mia voce,

7 mostrami i prodigi del tuo amore:

tu che salvi dai nemici

chi si affida alla tua destra.

8 Custodiscimi come pupilla degli occhi,

proteggimi all’ombra delle tue ali,

9 di fronte agli empi che mi opprimono,

ai nemici che mi accerchiano.

10 Essi hanno chiuso il loro cuore,

le loro bocche parlano con arroganza.

11 Eccoli, avanzano, mi circondano,

puntano gli occhi per abbattermi;

12 simili a un leone che brama la preda,

a un leoncello che si apposta in agguato.

13 Sorgi, Signore, affrontalo, abbattilo;

con la tua spada scampami dagli empi,

14 con la tua mano, Signore, dal regno dei morti

che non hanno più parte in questa vita.

Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre

se ne sazino anche i figli

e ne avanzi per i loro bambini.

15 Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto,

al risveglio mi sazierò della tua presenza.

Preghiera di un innocente perseguitato. Le parole di questo salmo non stonano soltanto se vengono collocate sulla bocca del Cristo. Lui durante il suo processo avrebbe potuto pronunciarle ad una ad una senza alcuna correzione. Ma anche noi possiamo recitarle con la dovuta umiltà quando ci sentiamo minacciati dalla meschinità e dalla cattiveria (v. 9) e colpiti dalla calunnia e dal disprezzo della gente (v. 10). C’è Qualcuno per il quale noi siamo preziosi. Qualcuno che ci difende e ci custodisce come pupilla degli occhi all’ombra delle sue ali (v. 8). Questo è il salmo per il "diritto d’asilo" per l’innocente. È il salmo che canta la sicurezza di coloro che si rifugiano in Dio.

Commento dei padri della chiesa

v. 1 "Tutte le volte in cui il salmista parla della sua innocenza e della sua giustizia, è Cristo che parla in lui" (Eusebio).

"Questo salmo è la voce del Cristo nella sua passione e della Chiesa nella sua tribolazione" (Agostino).

v. 2 "Che io giudichi alla luce della conoscenza di te; che io non giudichi mai, se non secondo il tuo giudizio" (Agostino).

v. 5 "I tuoi sentieri sono la via stretta" (Atanasio).

v. 7 "Non esistevamo ancora e tu ci hai scelti; eravamo perduti per il peccato e tu ci hai chiamati, ricreati e giustificati. Questi sono i prodigi del tuo amore" (Beda).

v. 8 "È la protezione del suo amore e della sua misericordia" (Agostino).

v. 14 "Gli empi si sfamino pure con cibi terreni, io sarò saziato da Dio" (Atanasio).

v. 15 "La sazietà piena e beata sarà nella visione svelata dalla gloria di Dio" (Origene).

 

SALMO 18

18 (17) Te Deum regale

1 Al maestro del coro. Di Davide, servo del Signore, che rivolse al Signore le parole di questo canto, quando il Signore lo liberò dal potere di tutti i suoi nemici,

2 e dalla mano di Saul. Disse dunque:

Ti amo, Signore, mia forza,

3 Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore;

mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo;

mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.

4 Invoco il Signore, degno di lode,

e sarò salvato dai miei nemici.

5 Mi circondavano flutti di morte,

mi travolgevano torrenti impetuosi;

6 già mi avvolgevano i lacci degli inferi,

già mi stringevano agguati mortali.

7 Nel mio affanno invocai il Signore,

nell’angoscia gridai al mio Dio:

dal suo tempio ascoltò la mia voce,

al suo orecchio pervenne il mio grido.

8 La terra tremò e si scosse;

vacillarono le fondamenta dei monti,

si scossero perché egli era sdegnato.

9 Dalle sue narici saliva fumo,

dalla sua bocca un fuoco divorante;

da lui sprizzavano carboni ardenti.

10 Abbassò i cieli e discese,

fosca caligine sotto i suoi piedi.

11 Cavalcava un cherubino e volava,

si librava sulle ali del vento.

12 Si avvolgeva di tenebre come di velo,

acque oscure e dense nubi lo coprivano.

13 Davanti al suo fulgore si dissipavano le nubi

con grandine e carboni ardenti.

14 Il Signore tuonò dal cielo,

l’Altissimo fece udire la sua voce:

grandine e carboni ardenti.

15 Scagliò saette e li disperse,

fulminò con folgori e li sconfisse.

16 Allora apparve il fondo del mare,

si scoprirono le fondamenta del mondo,

per la tua minaccia, Signore,

per lo spirare del tuo furore.

17 Stese la mano dall’alto e mi prese,

mi sollevò dalle grandi acque,

18 mi liberò da nemici potenti,

da coloro che mi odiavano

ed eran più forti di me.

19 Mi assalirono nel giorno di sventura,

ma il Signore fu mio sostegno;

20 mi portò al largo,

mi liberò perché mi vuol bene.

21 Il Signore mi tratta secondo la mia giustizia,

mi ripaga secondo l’innocenza delle mie mani;

22 perché ho custodito le vie del Signore,

non ho abbandonato empiamente il mio Dio.

23 I suoi giudizi mi stanno tutti davanti,

non ho respinto da me la sua legge;

24 ma integro sono stato con lui

e mi sono guardato dalla colpa.

25 Il Signore mi rende secondo la mia giustizia,

secondo l’innocenza delle mie mani davanti ai suoi occhi.

26 Con l’uomo buono tu sei buono

con l’uomo integro tu sei integro,

27 con l’uomo puro tu sei puro,

con il perverso tu sei astuto.

28 Perché tu salvi il popolo degli umili,

ma abbassi gli occhi dei superbi.

29 Tu, Signore, sei luce alla mia lampada;

il mio Dio rischiara le mie tenebre.

30 Con te mi lancerò contro le schiere,

con il mio Dio scavalcherò le mura.

31 La via di Dio è diritta,

la parola del Signore è provata al fuoco;

egli è scudo per chi in lui si rifugia.

32 Infatti, chi è Dio, se non il Signore?

O chi è rupe, se non il nostro Dio?

33 Il Dio che mi ha cinto di vigore

e ha reso integro il mio cammino;

34 mi ha dato agilità come di cerve,

sulle alture mi ha fatto stare saldo;

35 ha addestrato le mie mani alla battaglia,

le mie braccia a tender l’arco di bronzo.

36 Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza,

la tua destra mi ha sostenuto,

la tua bontà mi ha fatto crescere.

37 Hai spianato la via ai miei passi,

i miei piedi non hanno vacillato.

38 Ho inseguito i miei nemici e li ho raggiunti,

non sono tornato senza averli annientati.

39 Li ho colpiti e non si sono rialzati,

sono caduti sotto i miei piedi.

40 Tu mi hai cinto di forza per la guerra,

hai piegato sotto di me gli avversari.

41 Dei nemici mi hai mostrato le spalle,

hai disperso quanti mi odiavano.

42 Hanno gridato e nessuno li ha salvati,

al Signore, ma non ha risposto.

43 Come polvere al vento li ho dispersi,

calpestati come fango delle strade.

44 Mi hai scampato dal popolo in rivolta,

mi hai posto a capo delle nazioni.

Un popolo che non conoscevo mi ha servito;

45 all’udirmi, subito mi obbedivano,

stranieri cercavano il mio favore,

46 impallidivano uomini stranieri

e uscivano tremanti dai loro nascondigli.

47 Viva il Signore e benedetta la mia rupe,

sia esaltato il Dio della mia salvezza.

48 Dio, tu mi accordi la rivincita

e sottometti i popoli al mio giogo,

49 mi scampi dai nemici furenti,

dei miei avversari mi fai trionfare

e mi liberi dall’uomo violento.

50 Per questo, Signore, ti loderò tra i popoli

e canterò inni di gioia al tuo nome.

51 Egli concede al suo re grandi vittorie,

si mostra fedele al suo consacrato,

a Davide e alla sua discendenza per sempre.

Il salmo 18 è un carme pittoresco e ardito, solenne e nello stesso tempo vivace. Vi domina la figura di un Dio trascendente e irresistibile eppure vicino e attento all’uomo. Più che meditato frase per frase va letto tutto di seguito lasciandosi trasportare dalla sua corrente impetuosa. L’inizio del salmo è stupendo: "Ti amo, Signore, mia forza" (v. 2). Una frase che va meditata e gustata. Tutto il salmo descrive l’intervento di Dio che si manifesta in tutta la sua forza, ma soprattutto nella delicatezza del suo amore per il suo protetto.

Commento dei padri della chiesa

"Secondo una interpretazione spirituale, quelli che credono nel Cristo gli offrono questo canto per averli liberati dai nemici, cioè dal principe di questo mondo, spogliato della sua tirannia. Il salmo è detto sia dai fedeli che dal Cristo, che si esprime con un parlare umano. Contiene la discesa dal cielo del Figlio unigenito, la sua ascensione, la sua vittoria sui demoni e la chiamata delle genti" (Cirillo di Alessandria).

"Tutto questo salmo si può applicare al Cristo e alla chiesa" (Agostino).

v. 2 "Ti amo Signore: è il primo e il più grande dei comandamenti" (Origene).

"Avendo sperimentato i benefici del Signore, gli offre il dono più bello: l’amore" (Atanasio).

v. 3 "Tutti questi attributi sono per Cristo vincitore. Solo Dio, che è immortale, poteva assumerci e sostenere noi che cadiamo. Sulla croce si è fatto potente salvezza per noi" (Cirillo di Alessandria).

v. 4 "Chi sopporta l’avversità con amarezza non pregherebbe così; il salmista la porta con un rendimento di grazie" (Origene).

v. 7 "È quando siamo nell’afflizione che la nostra preghiera giunge certamente all’orecchio di Dio, come al luogo che le è proprio" (Origene).

v. 8 "Qui comincia la descrizione dell’epifania del Sinai" (Girolamo).

v. 9 "Dio è un fuoco divorante (Dt 4,24)" (Origene).

v. 12 "Nell’AT quando si rivela, Dio si nasconde nella nube. Il velo è anche la carne del Cristo" (Origene).

"Il creato non avendo veli per coprirsi il volto, stese le tenebre per velo, per non vedere il Signore in croce,,, Per l’amato, il velo del tempio si squarciò. Tutta la creazione si vestì di lutto, si circondò di tenebre" (Efrem).

v. 22 "Non mi sono allontanato dal Signore per andare in una regione lontana, come Adamo" (Beda).

v. 24 "Integro è il Cristo" (Origene).

v. 29 "È Dio che illumina l’occhio. Nell’uomo vi è una parte di tenebre, ma Dio le illumina per il giusto. Quanti hanno la loro lampada illuminata da Dio sono immersi nella luce della verità e compiono tutte le loro azioni davanti a questa luce, per vederci chiaro; e allora anche le tenebre sono illuminate" (Origene).

"Il salmista si rivolge al Verbo di Dio che è la vera luce (Gv 1,9)" (Cirillo di Alessandria).

v. 37 "È il Cristo che parla. Il mio cammino non è incerto, né le tracce che io lascio per quelli che mi seguiranno" (Agostino).

vv. 38-39 "Chi parla è colui che Dio ha fatto ministro della nuova alleanza per distruggere ogni altezza che si erge contro Dio" (Origene).

vv. 44-46 "Il popolo dei gentili che non ho visitato con la mia presenza. Non mi ha visto con i suoi occhi, ma ha ascoltato i miei inviati, li ha accolti e ha obbedito" (Agostino).

v. 49 "L’uomo iniquo è il diavolo" (Girolamo).

 

SALMO 19

19 (18) Il Signore sole di giustizia

1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

2 I cieli narrano la gloria di Dio,

e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.

3 Il giorno al giorno ne affida il messaggio

e la notte alla notte ne trasmette notizia.

4 Non è linguaggio e non sono parole,

di cui non si oda il suono.

5 Per tutta la terra si diffonde la loro voce

e ai confini del mondo la loro parola.

6 Là pose una tenda per il sole

che esce come sposo dalla stanza nuziale,

esulta come prode che percorre la via.

7 Egli sorge da un estremo del cielo

e la sua corsa raggiunge l’altro estremo:

nulla si sottrae al suo calore.

8 La legge del Signore è perfetta,

rinfranca l’anima;

la testimonianza del Signore è verace,

rende saggio il semplice.

9 Gli ordini del Signore sono giusti,

fanno gioire il cuore;

i comandi del Signore sono limpidi,

danno luce agli occhi.

10 Il timore del Signore è puro, dura sempre;

i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti,

11 più preziosi dell’oro, di molto oro fino,

più dolci del miele e di un favo stillante.

12 Anche il tuo servo in essi è istruito,

per chi li osserva è grande il profitto.

13 Le inavvertenze chi le discerne?

Assolvimi dalle colpe che non vedo.

14 Anche dall’orgoglio salva il tuo servo

perché su di me non abbia potere;

allora sarò irreprensibile,

sarò puro dal grande peccato.

15 Ti siano gradite le parole della mia bocca,

davanti a te i pensieri del mio cuore.

Signore, mia rupe e mio redentore.

È un inno al Creatore (v. 2-7) e un inno sapienziale alla torah, alla legge di Dio (v. 8-15). "Il salmo 19 non può parlare della magnificenza del corso degli astri senza pensare, con uno slancio improvviso e nuovo, alla magnificenza ben più grande della rivelazione della sua legge" (Bonhoeffer). "Come il mondo non si illumina e vive se non per opera del sole, così l’anima non si sviluppa e non raggiunge la sua pienezza di vita se non attraverso la torah" (Kimchi).

"Il sole illumina gli occhi del corpo, la legge illumina quelli dello spirito" (P. Corneille). Dio illumina l’universo col fulgore del sole e illumina l’uomo con lo sfolgorare della sua parola contenuta nella torah rivelata. Infatti anche la torah è dipinta con attributi solari: "i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi" (v. 9). Come il sole offre la luce fisica all’orizzonte dell’universo (v. 6-7) così la legge è la lampada che dà luce all’orizzonte morale dell’uomo (v. 8. 9. 12; Sal 119,105.135; Pr 6,23).

L’insegnamento della natura è tacito e misterioso, l’insegnamento della rivelazione è limpido, manifesto ed esplicito (v. 9). Ma anche il mondo apparentemente muto della natura si rivela parlante: "Questo silenzio dei cieli è una voce più risonante di quella di una tromba: questa voce grida ai nostri occhi e non alle nostre orecchie la grandezza di chi li ha fatti (Giovanni Crisostomo). "Il firmamento, attraverso la sua magnificenza, la sua bellezza, il suo ordine, è un predicatore prestigioso del suo artefice la cui eloquenza riempie l’universo" (Atanasio). E chi rifiuta queste informazioni discrete è uno stolto: "Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa" (Rm 1,20-21).

L’uomo moderno ha una fretta maledetta. Non riesce più a fermarsi, a contemplare, sta perdendo il senso dello stupore. Stordito da tanto fracasso e da sempre nuove emozioni, gli risulta quasi impossibile captare un "linguaggio silenzioso".

La bellezza del creato non basta per conoscere il vero Dio. Per incontrare il Dio vivente bisogna conoscere la sua Parola. Solo chi conosce la Parola può comprendere, in seguito, il linguaggio della creazione.

La legge di cui parla il salmo è una legge al servizio dell’uomo, per la crescita dell’uomo, per la realizzazione piena del suo destino. L’uomo realizza se stesso attraverso la legge, nella libertà. La legge perciò non sta sopra o di fronte all’uomo, ma dentro il suo cuore. Come dice il Signore: "Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore" (Ger 31,33). Una legge esteriore è sempre molesta, soffocante, e di fronte ad essa vien voglia di fuggire. L’ubbidienza richiesta da Dio non è l’adempimento di un dovere. Ubbidire significa avere la libertà di poter ubbidire. "Nel salmo 1 abbiamo pregato: "Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi... ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte" (Sal 1,1-2). Questo salmo 19 può essere considerato come l’illustrazione più adeguata di quelle affermazioni.

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "Davide ha compreso la musica del cielo e delle stelle, questo inno scandito dal movimento e dal riposo... Questa è la musica vera e primordiale che precede le altre nell’armonia universale. Tutto il mondo è una musica di cui Do è l’autore e l’esecutore" (Gregorio Nisseno).

La debole natura dell’uomo, il suo pensiero incerto non basterebbero a lodare Dio. Il cielo che sovrasta tutta la creazione loda Dio con le sue stesse opere" (Eusebio).

"La bellezza delle creature rivela, in qualche misura, la potenza del loro creatore" (Cirillo di Alessandria).

v. 6 "Nostro Signore è il sole di giustizia (Lc 1,78) nel quale il Padre dimora. Lo sposo è il Cristo" (Origene).

"Il sole è considerato come un pedagogo che ci insegna a rendere gloria a Dio, perché lui obbedisce perfettamente alla legge del Signore" (Eusebio).

"La stanza nuziale è il seno della Vergine ove il Verbo ha sposato l’umanità" (Agostino).

"Qual è questa stanza nuziale donde esce lo sposo, se non il seno della Vergine senza macchia? Dobbiamo sapere che in un solo Cristo, nella sua stessa persona, lo Spirito Santo unisce la natura creata dell’uomo a Dio increato" (Ruperto).

"Dal Padre al Padre: "Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre" (Gv 16,28): la sua corsa si spiega nell’uniformità dell’eternità" (Girolamo).

v. 7 "Il sole di giustizia riscalda i buoni e i cattivi: nessuno può sottrarsi al suo calore; ma per i buoni esso è il simbolo del fuoco dell’amore, anche quando sembra un fuoco di sdegno; per i malvagi è il fuoco della collera e dell’ira" (Baldovino di Ford).

v. 8 "La legge di Mosè converte dalle cose terrene alle verità spirituali; la legge evangelica converte le genti alla Verità; per la sua immensa carità non disprezza né il ladrone né l’adultera" (Origene).

"La legge perfetta è il vangelo" (Cirillo di Alessandria).

"La legge del Signore non piega sotto a un giogo di schiavitù, ma, per mezzo di essa, l’anima si volge spontaneamente all’imitazione di Dio" (Agostino).

"La testimonianza verace è quella del Cristo, il solo che conosce il Padre" (Agostino).

v. 10 "Il timore puro è eterno e rende eterni quelli che ne sono pieni. Solo il timore del Signore è puro: Il timore umano è condannato e si chiama timidezza" (Origene).

"Non è il timore di perdere i beni temporali, perché per l’anima sarebbe un adulterio l’amarli. Ma la chiesa teme tanto più di offendere lo sposo quanto più ardentemente lo ama; e questo amore, anche reso perfetto, non caccia il timore, anzi questo rimane per i secoli dei secoli" (Agostino).

v. 14 "Nel peccato di Adamo ci sono state queste due componenti: peccato del diavolo e peccato dell’uomo" (Beda).

"Il grande peccato è l’apostasia da Dio. È generato dall’orgoglio. L’apostasia è ribellione e defezione" (Agostino).

"A causa di questo grande peccato di superbia, Dio è venuto a noi nell’umiltà. È il grande peccato che ha fatto scendere dal cielo il medico e l’ha umiliato fino a fargli assumere la natura di schiavo" (Agostino).

v. 15 "L’anima pura vuole piacere nel segreto, là dove solo Dio vede" (Agostino).

 

SALMO 20

20 (19) Preghiera per il re

1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

2 Ti ascolti il Signore nel giorno della prova,

ti protegga il nome del Dio di Giacobbe.

3 Ti mandi l’aiuto dal suo santuario

e dall’alto di Sion ti sostenga.

4 Ricordi tutti i tuoi sacrifici

e gradisca i tuoi olocausti.

5 Ti conceda secondo il tuo cuore,

faccia riuscire ogni tuo progetto.

6 Esulteremo per la tua vittoria,

spiegheremo i vessilli in nome del nostro Dio;

adempia il Signore tutte le tue domande.

7 Ora so che il Signore salva il suo consacrato;

gli ha risposto dal suo cielo santo

con la forza vittoriosa della sua destra.

8 Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli,

noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio.

9 Quelli si piegano e cadono,

ma noi restiamo in piedi e siamo saldi.

10 Salva il re, o Signore,

rispondici, quando ti invochiamo.

Si tratta di un salmo del re, usato probabilmente per impetrare la vittoria di una spedizione militare. Al re incombeva la difesa della popolazione e del territorio contro i nemici esterni. Israele sapeva bene che a tal fine il re aveva necessità dell’assistenza divina; infatti questo popolo, relativamente piccolo, non poteva contare su forze paragonabili a quelle di cui disponevano i grandi regni di quei tempi. Il v. 7 assicura che l’invocazione è già stata esaudita. La lotta è tramutata in trionfo per la risposta divina fiduciosamente invocata e non già per la potenza di un esercito formidabile.

Ai cristiani è lecito pronunciare questo salmo al loro re, Cristo. Leggiamo nella 1Cor: "Poi sarà la fine, quando egli (Cristo) consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi" (15,24-27). A questo scopo è indirizzata anche la preghiera del Padre nostro "venga il tuo regno" e possiamo formularla nello spirito di questo salmo. Da questo punto di vista il v. 4 acquista una nuova dimensione, perché ci rappresenta l’offerta e il sacrificio di Cristo. Per mezzo di Gesù, poi, il Padre dà anche a noi la vittoria: "Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!" (1Cor 15,54-57). Alla fine dei tempi, Cristo ci farà partecipare al banchetto del suo trionfo (Ap 19,15-18).

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "Chi cammina per la via stretta del vangelo deve soffrire molto: è nel giorno della prova" (Origene).

"Il profeta, a nome della chiesa, canta il Cristo. "Ti ascolti" si riferisce al Cristo re e sacerdote" (Girolamo).

v. 4 "Il Cristo è re e sacerdote, ma anche vittima" (Girolamo).

"Ogni sofferenza del Cristo fu un sacrificio e l’olocausto fu la sua morte" (Ruperto).

v. 5 "Questo progetto è la salvezza del mondo" (Eusebio).

"Il desiderio del cuore di Cristo è che nessuno perisca" (Girolamo).

v. 6 "Esulteremo per la tua vittoria: la vittoria di Cristo. Sappiamo che il Figlio di Davide sarà la salvezza del genere umano: ce lo ha rivelato lo Spirito Santo" (Eusebio).

v. 8 "I nemici saranno annientati, come il faraone nel mar Rosso, mentre noi saremo protetti e istruiti dal nome del nostro Dio. Questo nome è la nostra arma e il nostro pedagogo" (Eusebio).

"La sacra scrittura rimprovera sempre agli egiziani la fiducia nei loro carri e cavalli. Quanti altri credono alle loro forze e agli idoli! La nostra fiducia è nel Cristo" (Girolamo).

v. 9 "Le potenze nemiche cadranno quando sarà venuta la salvezza del Cristo" (Origene).

"Il Cristo, che è la salvezza di Dio, farà fuggire le potenze avverse, mentre quanti riceveranno questa salvezza saranno rialzati dall’antica rovina. "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti" (Lc 2,34): è posto per la rovina degli uni e la risurrezione degli altri" (Eusebio).

v. 10 "Gesù, che nella sua passione ci ha dato un esempio di combattimento, offra pure i nostri sacrifici, come sommo sacerdote risorto dai morti e assiso nel cielo. E poiché ormai presenta la nostra offerta per noi, noi gli diciamo: Rispondici, quando ti invochiamo" (Agostino).

 

SALMO 21

21 (20) Rito di incoronazione

1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

2 Signore, il re gioisce della tua potenza,

quanto esulta per la tua salvezza!

3 Hai soddisfatto il desiderio del suo cuore,

non hai respinto il voto delle sue labbra.

4 Gli vieni incontro con larghe benedizioni;

gli poni sul capo una corona di oro fino.

5 Vita ti ha chiesto, a lui l’hai concessa,

lunghi giorni in eterno, senza fine.

6 Grande è la sua gloria per la tua salvezza,

lo avvolgi di maestà e di onore;

7 lo fai oggetto di benedizione per sempre,

lo inondi di gioia dinanzi al tuo volto.

8 Perché il re confida nel Signore:

per la fedeltà dell’Altissimo non sarà mai scosso.

9 La tua mano raggiungerà ogni tuo nemico,

la tua destra raggiungerà chiunque ti odia.

10 Ne farai una fornace ardente,

nel giorno in cui ti mostrerai:

il Signore li consumerà nella sua ira,

li divorerà il fuoco.

11 Sterminerai dalla terra la loro prole,

la loro stirpe di mezzo agli uomini.

12 Perché hanno ordito contro di te il male,

hanno tramato insidie, non avranno successo.

13 Hai fatto loro voltare le spalle,

contro di essi punterai il tuo arco.

14 Alzati, Signore, in tutta la tua forza;

canteremo inni alla tua potenza.

Al centro di questo salmo campeggia sfolgorante la figura del sovrano ebraico. "È un salmo di ringraziamento per la vittoria del re implorata nel salmo 20" (Dahood). Ma dietro il sovrano ebraico si leva il vero protagonista, colui che rende possibile e reali le vittorie di Israele: Jahvè a cui si cantano inni (v. 14). Tutta la comunità che ha partecipato ai drammi e ai trionfi del suo re, conclude la sua preghiera con un’acclamazione al vero eroe, al vero trionfatore, l’unico che ha reso possibile la vittoria, l’unico da adorare. La scoperta di Dio nelle vicende della storia è l’invito costante del messaggio biblico. Anche dietro il volto imperfetto del sovrano ebraico, anche nel groviglio non sempre limpido delle vicende storiche, il fedele deve intuire l’azione, la mano, il volto del Salvatore che traccia il suo progressivo progetto di salvezza.

Dal punto di vista della storia della salvezza, il re di questo salmo è precursore e tipo del Cristo (=consacrato). La grande gioia di Gesù fu l’esperienza della vicinanza del Padre (Lc 10,21; Gv 15,11). La potenza salvifica del Padre gli diede, nella risurrezione, la vittoria sulle potenze che lo avevano fatto morire (Rm 6,9). Egli risorge "coronato di gloria e di splendore" (Eb 2,9). In lui sono benedette tutte le stirpi della terra (Gen 12,3; 22,18), egli è la benedizione promessa per tutte le genti (Gal 3,14). Ma chi lo rifiuta va incontro allo sterminio decretato dalla sua potestà di giudice (Ap 1,12-20). Al suo apparire ogni potenza sarà esautorata e destinata all’annientamento (Ap 19,19-21). Nella prospettiva della fine dei tempi l’orizzonte del popolo di Dio dovrebbe illuminarsi e il presentimento gioioso della vittoria di Cristo (Ap 19,7) dovrebbe entrare nel cuore di ogni cristiano.

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "Il Cristo è potenza di Dio: in lui abbiamo la felicità" (Origene).

"Il profeta Davide annuncia la vittoria completa di questo re, che sarà suo discendente" (Eusebio).

"Il Cristo re dei re e Signore dei signori" (Girolamo).

v. 3 "Il desiderio di Cristo è che, come il Padre e lui sono uno, così anche noi siamo uno" (Girolamo).

"Il desiderio di Cristo: "Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano con me dove sono io (Gv 17,24)" (Beda).

v. 4 "Da quando Melchisedek benedisse Abramo, tutte le volte che i patriarchi venivano benedetti, era Cristo benedetto in loro" (Girolamo).

"Dio è la corona del Cristo e il Cristo è la corona della creatura ragionevole" (Origene).

"Questa corona è la gloria dell’incarnazione; non è soltanto salvezza ma vita, gloria, splendore, gioia, speranza e misericordia che non viene mai meno" (Atanasio).

"Questa corona è la Chiesa, raccolta da tutti i popoli" (Girolamo).

v. 5 "Perché il Cristo ha chiesto la vita quando stava per morire? Per far conoscere la sua risurrezione dai morti. Ha ricevuto la vita per i secoli dei secoli" (Ireneo).

"Cristo ha chiesto la vita non solo per sé, ma per tutti i suoi" (Beda).

v. 6 "La risurrezione aggiunge al Cristo una nuova gloria, secondo Gv 12,28: L’ho glorificato e lo glorificherò ancora" (Origene).

v. 9 "Tu permetti ai nemici di perseguitare i tuoi, per allenare i tuoi atleti: ma il loro orgoglio non durerà a lungo: ben presto la tua mano li afferrerà, la tua destra raggiungerà quelli che stavano fuggendo" (Eusebio).

"Dio si lascia trovare come giudice dal peccatore e come Salvatore da chi confessa il proprio peccato" (Cirillo di Alessandria).

v. 10 "Il tuo volto risplenderà nel giorno in cui manifesterai il tuo regno, cioè nel giorno del giudizio. Saranno fornace a se stessi" (Eusebio).

"Bruceranno interiormente per il giudizio della loro coscienza" (Agostino).

"Il fuoco brucerà i loro peccati: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra... (Lc 12,50)" (Girolamo).

v. 12 "Le insidie che hanno tramato sono di annientare il Cristo" (Agostino).

v. 14 "Questo "alzati" vuol dire: Venga il tuo regno, nella tua seconda venuta" (Atanasio).

"Non hanno voluto riconoscerti nella tua umiltà: alzati in tutta la tua potenza, che hanno creduto debolezza" (Agostino).

 

SALMO 22

22 (21) Sofferenze e speranze del giusto

1 Al maestro del coro. Sull’aria: «Cerva dell’aurora». Salmo. Di Davide.

2 «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Tu sei lontano dalla mia salvezza»:

sono le parole del mio lamento.

3 Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,

grido di notte e non trovo riposo.

4 Eppure tu abiti la santa dimora,

tu, lode di Israele.

5 In te hanno sperato i nostri padri,

hanno sperato e tu li hai liberati;

6 a te gridarono e furono salvati,

sperando in te non rimasero delusi.

7 Ma io sono verme, non uomo,

infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.

8 Mi scherniscono quelli che mi vedono,

storcono le labbra, scuotono il capo:

9 «Si è affidato al Signore, lui lo scampi;

lo liberi, se è suo amico».

10 Sei tu che mi hai tratto dal grembo,

mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.

 

11 Al mio nascere tu mi hai raccolto,

dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

12 Da me non stare lontano,

poiché l’angoscia è vicina

e nessuno mi aiuta.

13 Mi circondano tori numerosi,

mi assediano tori di Basan.

14 Spalancano contro di me la loro bocca

come leone che sbrana e ruggisce.

15 Come acqua sono versato,

sono slogate tutte le mie ossa.

Il mio cuore è come cera,

si fonde in mezzo alle mie viscere.

16 È arido come un coccio il mio palato,

la mia lingua si è incollata alla gola,

su polvere di morte mi hai deposto.

17 Un branco di cani mi circonda,

mi assedia una banda di malvagi;

hanno forato le mie mani e i miei piedi,

18 posso contare tutte le mie ossa.

Essi mi guardano, mi osservano:

19 si dividono le mie vesti,

sul mio vestito gettano la sorte.

20 Ma tu, Signore, non stare lontano,

mia forza, accorri in mio aiuto.

21 Scampami dalla spada,

dalle unghie del cane la mia vita.

22 Salvami dalla bocca del leone

e dalle corna dei bufali.

23 Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,

ti loderò in mezzo all’assemblea.

24 Lodate il Signore, voi che lo temete,

gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,

lo tema tutta la stirpe di Israele;

25 perché egli non ha disprezzato

né sdegnato l’afflizione del misero,

non gli ha nascosto il suo volto,

ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito.

26 Sei tu la mia lode nella grande assemblea,

scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.

27 I poveri mangeranno e saranno saziati,

loderanno il Signore quanti lo cercano:

«Viva il loro cuore per sempre».

28 Ricorderanno e torneranno al Signore

tutti i confini della terra,

si prostreranno davanti a lui

tutte le famiglie dei popoli.

29 Poiché il regno è del Signore,

egli domina su tutte le nazioni.

30 A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra,

davanti a lui si curveranno

quanti discendono nella polvere.

E io vivrò per lui,

31 lo servirà la mia discendenza.

Si parlerà del Signore alla generazione che viene;

32 annunzieranno la sua giustizia;

al popolo che nascerà diranno:

«Ecco l’opera del Signore!».

"Beati coloro che recitando questo salmo divino si troveranno, con Gesù Cristo, così santamente rattristati e così divinamente gioiosi!" (Bossuet). Nella prima parte (vv. 2-22) il salmo è una lamentazione individuale, dove si intrecciano come al solito domande e dichiarazioni di fiducia. Il voto di offrire un sacrificio o un cantico di ringraziamento, che spesso costituisce la conclusione di simili lamentazioni, viene qui ampliato (vv. 23-32) in un intero cantico di rendimento di grazie, che forma la seconda parte del salmo e termina con una acclamazione innica. L’autore del salmo parla sicuramente di una propria esperienza dolorosa, ma guarda a qualcuno più grande di lui come al vero e proprio protagonista. Molti elementi di questo salmo indicano che egli ha in vista la figura del Servo sofferente di Jahvè quale è descritta in Isaia 53. Questo sofferente si sente immerso nel più profondo abbandono di Dio, così come si sentiva abbandonato Israele in esilio (Is 49,14; 60,15; 62,4). Egli può dire come Geremia: "Dai miei occhi sgorgano lacrime giorno e notte, e non hanno sosta". E ciò nonostante Jahvè è il suo Dio (v. 2).

Si è ricordato della parola: "In alto regno, io, il Santissimo, eppure sono con gli esausti e gli afflitti nello spirito" (Is 57,15). L’orante si sente schiacciato come un verme (è questa la parola che adopera Is 41,14 per il popolo d’Israele deportato), spogliato dalla forma umana come il servo di Jahvè in Is 52,14, e perciò disprezzato come lui (Is 49,7; 53,3). E tuttavia, simile in questo al suo popolo (Is 44,2. 24; 46,3), ha l’esperienza della paternità di Dio il quale lo ha preso sulle sue ginocchia direttamente dal grembo materno (Ger 1,5).

Colui che parla si trova in pericolo di morte a causa dei nemici, rappresentati come tori, leoni, cani e bufali (vv. 21-22). I vv. 17-19 probabilmente si riferiscono direttamente all’esecuzione capitale del grande Fedele di Jahvè di cui parlano Is 53,5 e Zc 12,10.

L’uomo dei dolori invoca la salvezza (vv. 20-22) e viene esaudito: "al suo grido, lo ha esaudito" (v. 25). Ricordiamo il testo di Is 53,10 s.: "Jahvè si è compiaciuto del suo afflitto... egli vedrà la sua discendenza e vivrà a lungo", Restituito ai suoi, l’afflitto liberato li invita a un banchetto sacrificale che nell’intenzione del nostro salmo significa anche quel convito messianico della salvezza universale (Is 25,6; 55,1; 60,1 ss.; 65,23). Anche i detentori del potere dovranno inchinarsi alla signoria di Jahvè, anzi, tutti i mortali indistintamente (vv. 29-30). L’annuncio dell’intervento di salvezza di Jahvè verso il suo Eletto (Is 41,20; 42,16) dovrà penetrare tutti gli spazi e tutti i tempi (Es 10,2).

Il salmo 22 non è di per sé un testo profetico e ancor meno una predizione, bensì una preghiera che sgorga da un’esperienza estremamente dolorosa. Mette in rilievo il tema dell’umiliazione e dell’esaltazione e lo sottolinea come tipico nel modo di agire divino nell’opera della salvezza. Al vertice della storia della salvezza, nel Cristo Gesù, questo tema si è dimostrato effettivamente uno dei motivi fondamentali. Perciò Gesù ha usato le parole di questo salmo nella sua preghiera di morente, come attestano Mc 15,34 e Mt 27,46. Egli è disceso nel profondissimo abisso di abbandono di Dio e di tormenti descritto dal salmo. Il suo grido non è rimasto inascoltato: risvegliandolo dai morti e ponendolo a capo dei popoli che si convertono a lui, Dio ha esaudito il Cristo sofferente in modo mirabile e unico. In questo consiste la grande importanza di questo salmo per il popolo di Dio della nuova alleanza e non già in determinate coincidenze di certi particolari con la storia della Passione descritta dai vangeli. Il nuovo popolo di Dio, ripetendo questo salmo, preghiera del suo Salvatore e Signore morente, discende nella buia profondità del suo dolore e risale con lui nella luce gloriosa della sua risurrezione che si irradia su tutti i tempi della storia del mondo.

Commento dei padri della chiesa

v. 2 "È la voce del Cristo crocifisso e l’esempio di ciò che accade anche a noi" (Origene).

"Salmo della morte e della risurrezione di Cristo" (Atanasio).

"È il salmo della passione e della risurrezione; profetizza inoltre la fondazione della chiesa, la chiamata di tutte le genti e la nascita del popolo nuovo" (Eusebio).

"Il Cristo, come uomo, parla al Padre; intercede per il genere umano e si fa nostro avvocato" (Cirillo di Alessandria).

"Il Cristo prende su di sé la nostra condizione: eravamo abbandonati e disprezzati ed egli ci ha riscattati prendendo su di sé il nostro peccato" (Gregorio Nazianzeno).

"Voce del Cristo in croce e del nostro uomo vecchio crocifisso con lui... Egli portava su di sé la nostra infermità" (Agostino).

"È la voce del Cristo in croce e dell’umanità che, in Adamo, è stata abbandonata" (Girolamo).

"Non arrossirò delle parole che il Cristo ha gridato a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? È l’uomo che ha gridato al momento della morte e della separazione da Dio. Poiché la divinità non ha alcuna comunione con la morte, la morte non poteva avvenire se la vita non si fosse ritirata: la Vita che è Dio" (Ambrogio).

"In tutto il salmo è il Cristo che parla. Egli grida per l’abbandono del Padre; è abbandonato per prendere su di sé la passione che è nel disegno divino; per ridare all’uomo la sua umiltà onnipotente" (Cassiodoro).

"Gesù gridò a gran voce: Perché mi hai abbandonato? al fine di farci sapere che, in quel momento, non doveva essere difeso ma piuttosto abbandonato nelle mani dei malfattori per diventare così il Salvatore del mondo e il Redentore di tutti gli uomini; non per debolezza ma per misericordia, non per mancanza d’aiuto ma per la sua decisione di morire. Come credere che abbia supplicato per la sua vita, lui che ha deposto la sua vita con potenza e che l’ha ripresa perché aveva il potere di farlo? Il Signore fu consegnato alla passione per volontà del Padre, ma anche per la sua; non solo il Padre lo abbandonò ma lui stesso, in una certa misura,, si abbandonò, non con uno strappo violento ma volontariamente, ritirandosi dalla vita... Colui che con la sua passione stava per distruggere la morte e l’autore della morte, come avrebbe salvato i peccatori se avesse resistito ai carnefici?" (Leone Magno).

"Oseremmo dire che il Figlio sia stato abbandonato dal Padre? Nessuno oserebbe affermarlo, se egli non avesse detto per primo: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? C’è stato in quel momento una specie di abbandono: sulla croce, nessun segno di potenza, nessuna manifestazione della maestà divina. Conosciamo il Cristo che nasce dal Padre, che riposa nel Padre, che regna col Padre, che è pellegrino lontano dal Padre, che parla a nome del Padre, che è sospeso alla croce al di sotto del Padre, secondo le parole della Scrittura: il Padre è più grande di me (Gv 10,29), e che muore, per così dire, nell’assenza del Padre" (Bernardo).

v. 7 "Dicendo: "Io sono verme, non uomo", manifesta il carattere umiliante della sua passione" (Eusebio).

"Nel salmo Cristo è chiamato verme perché è stato respinto" (Baldovino di Ford).

"Rifiuto del mio popolo: come non riconoscere il Cristo crocifisso in questa profezia?" (Cirillo d’Alessandria).

v. 17 "Le aperture non mancano perché egli possa diffondere la sua misericordia: hanno forato le sue mani e i suoi piedi, gli hanno aperto il costato con un colpo di lancia... La lancia ha trapassato la sua anima, è giunta vicino al cuore, perché il Cristo sappia compatire le mie infermità. Il segreto del cuore si svela per le piaghe della carne: il mistero dell’amore è completamente svelato" (Bernardo).

"Il salmo dice "hanno forato". Come la terra arata produce frutto, così il Cristo trafitto ci dà il frutto della vita" (Cassiodoro).

v. 18 "Possono contare tutte le mie ossa: è la descrizione esatta di un corpo teso per la crocifissione" (Agostino).

"Perché il Signore ha scelto questo tipo di morte, lui che può deporre la sua vita quando vuole? La croce s’innalza in modo tale che la sua parte superiore si dirige verso il cielo, senza che la sua parte inferiore lasci la terra. Una volta piantata, essa tocca il soggiorno dei morti mentre con le sue braccia tese raggiunge tutte le parti del mondo. Stesa a terra designa i quattro punti cardinali" (Cassiodoro).

v. 19 "La tunica non strappata (Gv 19,24) è una sublime immagine della fede che gli apostoli seminarono nel mondo, conservandola nella sua integrità" (Efrem).

"Colui che aveva coperto con tuniche di pelle i progenitori del genere umano è posto nudo sulla croce, perché noi veniamo spogliati della nostra mortalità ed egli possa rivestirci dello splendore dell’incorruzione" (Giovanni Damasceno).

v. 23 "Da questo momento il Cristo prega come se fosse già risuscitato e anche esaudito a favore dei fratelli per i quali ha pregato" (Origene).

"Nome in questo caso sta al posto di gloria. Anche Gv 17,6: "Ho manifestato il tuo nome agli uomini" non vuol dire soltanto che Gesù afferma e rivela l’esistenza del Padre, ma che egli ci ha rivelato la sua bontà e la sua gloria" (Cirillo d’Alessandria).

v. 27 "Questi poveri sono quelli della beatitudine (Mt 5,3). "Viva il loro cuore per sempre" perché il cibo che dà è il suo corpo per la vita eterna (Gv 6,54)" (Eusebio).

"Annuncio del sacramento del suo corpo e del suo sangue che sazierà i poveri" (Agostino e Girolamo).

v. 31 "Questa discendenza è la discendenza del Cristo" (Eusebio).

v. 32 "Il popolo che nascerà: quanti non sono generati dalla carne, ma da Dio" (Atanasio).

 

SALMO 23

23 (22) Il buon pastore

1 Salmo. Di Davide.

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla;

2 su pascoli erbosi mi fa riposare

ad acque tranquille mi conduce.

3 Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,

per amore del suo nome.

4 Se dovessi camminare in una valle oscura,

non temerei alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.

5 Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici;

cospargi di olio il mio capo.

Il mio calice trabocca.

6 Felicità e grazia mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

e abiterò nella casa del Signore

per lunghissimi anni.

"Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e conforto quanto questi versi del salmo 23: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla...; anche se dovessi passare in un burrone di tenebre, non temerei alcun male, perché tu sei con me" (H. Bergson). E Julien Green scrive: "Queste frasi così semplici, si insediarono senza difficoltà nella mia memoria. Vedevo il pastore, vedevo la valle dell’ombra di morte, vedevo la tavola imbandita. Era il vangelo in piccolo. Quante volte nelle ore di angoscia mi sono ricordato del bastone confortante che evita il pericolo. Ogni giorno recitavo questo piccolo poema profetico di cui non si esauriranno mai le ricchezze".

Il testo è molto semplice e consta fondamentalmente di un solo pensiero: il Signore è il mio pastore, nulla mi mancherà. Nonostante la valle tenebrosa e i nemici, uno sguardo di genuina felicità passa attraverso tutta la vita.

La parola decisiva del salmo è racchiusa nel v. 4: "Tu sei con me". La fiducia nasce spontanea e non si spegne più, nonostante le oscurità che l’itinerario dell’esistenza umana ci riserva.

Per noi cristiani il salmo 23 è stupendo perché Dio-pastore e la sua ospitale accoglienza hanno preso forma umana personale in Gesù. Già nell’AT il Salvatore è annunziato come buon pastore (Mi 5,3; Ez 34,23 ss,; 37,24 s.) e Gesù ha presentato se stesso come il buon pastore (Gv 10,1-29; Lc 15,4-7). Nella prima lettera di Pietro leggiamo: "Voi eravate come pecore erranti, ma ora siete ritornati al Pastore e Custode delle vostre anime" (1Pt 2,25). E Ap 7,17 annunzia per i tempi escatologici: "L’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi".

Gesù pastore dà la sua vita per le sue pecore (cf Gv 10,15). È lui il pane della vita e l’acqua che estingue la sete (Gv 4,14; 6,35. 54; 7,37.). In Cristo, il Padre "ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori" (1Cor 1,21). E per l’eternità ci viene promesso: "Io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno" (Lc 22,30).

Commento dei padri della chiesa

v. 1 "Attraverso questo salmo, Cristo insegna alla chiesa che tu devi diventare una pecora del buon pastore, guidata dalla buona catechesi verso i pascoli e le sorgenti degli insegnamenti. Bisogna che tu sia sepolto con lui nella morte attraverso il battesimo. Dopo ciò, dopo averti consolato col bastone dello Spirito, egli prepara la tavola sacramentale, quella che è imbandita davanti alla tavola dei demoni. Erano essi, infatti, che opprimevano la vita degli uomini con l’idolatria. Poi egli unge con l’olio dello Spirito. E donandogli il vino che fa gioire il cuore dell’uomo, provoca nell’anima una sobria ebbrezza" (Gregorio di Nissa).

v. 2 "È l’acqua di cui il Signore ha detto: "Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui" (Gv 7,37-39); "Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14)" (Eusebio).

v. 3 "Il Cristo cammina in testa, come fa il pastore; traccia il sentiero perché le pecore non abbiano che da mettere i piedi nelle sue orme; più tardi egli inviterà gli amici alla sua mensa" (Origene).

"Per amore del suo nome, non per i miei meriti" (Girolamo).

v. 4 "La valle oscura è la morte del corpo. In questo passaggio il Signore cammina con noi" (Origene).

"La valle oscura è l’immagine della morte. Si tratta della morte naturale, la quale non è che un’immagine della vera morte, quella dell’anima. Chi crede nel Figlio di Dio non muore ma è passato dalla morte alla vita, e stima che ciò che egli attraversa è solo un’immagine della morte" (Eusebio).

v. 5 "È la carne del Signore che ci rende forti contro i demoni" (Cirillo di Gerusalemme).

"La mensa del Signore è l’altare; qui il Cristo è mangiato nel sacramento" (Baldovino di Ford).

"L’unzione è il sigillo della consacrazione a Dio, analogo al marchio delle pecore che scoraggia il ladro che vuole rubarle" (Gregorio di Nissa).

"È il calice che Gesù prese nelle sue mani; dopo il rendimento di grazie disse: "Questo è il mio sangue (Mt 26,28)" (Cirillo di Gerusalemme).

"Mi hai inebriato col tuo mistico calice perché lasci cadere il ricordo dei piaceri della vita passata" (Girolamo).

v. 6 "Sappi che il Cristo stesso è questa felicità e questa grazia vivente che ti accompagna" (Origene).

"È una figura per esprimere il riposo dei santi nell’eternità" (Cirillo d’Alessandria).

"Ci conduce al pascolo, ci disseta con la sua acqua, lotta per noi contro le bestie feroci, richiama gli smarriti, riconduce quelli che si sono perduti, cura i feriti, fortifica i deboli, e con la sua arte di pastore, ci raduna nell’ovile della vita eterna" (Gregorio Nazianzeno).

 

SALMO 24

24 (23) Liturgia di ingresso al santuario

1 Di Davide. Salmo.

Del Signore è la terra e quanto contiene,

l’universo e i suoi abitanti.

2 È lui che l’ha fondata sui mari,

e sui fiumi l’ha stabilita.

3 Chi salirà il monte del Signore,

chi starà nel suo luogo santo?

4 Chi ha mani innocenti e cuore puro,

chi non pronunzia menzogna,

chi non giura a danno del suo prossimo.

5 Otterrà benedizione dal Signore,

giustizia da Dio sua salvezza.

6 Ecco la generazione che lo cerca,

che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

7 Sollevate, porte, i vostri frontali,

alzatevi, porte antiche,

ed entri il re della gloria.

8 Chi è questo re della gloria?

Il Signore forte e potente,

il Signore potente in battaglia.

9 Sollevate, porte, i vostri frontali,

alzatevi, porte antiche,

ed entri il re della gloria.

10 Chi è questo re della gloria?

Il Signore degli eserciti è il re della gloria.

Il cantico è una formula liturgica per l’ingresso nel tempio di una folta schiera di pellegrini, o di popolo, per la festa dei tabernacoli, ricorrenza in cui era stato consacrato il tempio di Salomone (1Re 8).

Dopo l’inno di professione di fede in Jahvè come creatore e Dio dell’universo, si indica a quali condizioni è permesso entrare nel tempio. Quindi si celebra l’ingresso solenne come rappresentazione cultuale-drammatica dell’esodo dall’Egitto, del trasporto dell’Arca a Sion, dell’intronizzazione dell’Arca nel tempio e dell’entrata della gloria di Dio attraverso la porta orientale, quale è descritta in Ez 43,4.

Colui che entra nel tempio deve essere degno della santità del Signore del tempio. Ancora una volta ciò che si richiede come condizione per esservi ammessi non è la purità legale (qui il salmo 24 è d’accordo col salmo 15) bensì la purezza morale, ponendo l’accento sul giusto rapporto col prossimo, che comincia nell’anima e nel cuore. L’ordine di alzarsi dato alle porte (v. 7.9) presuppone la testimonianza che Dio è il Sublime e l’Eccelso (Is 57,15) e che il tempio non può contenerlo (1Re 8,27; Is 66,1).

Ciò che questo salmo dice di Jahvè, il NT lo riferisce ampiamente al Cristo Gesù. A lui appartiene tutto il mondo delle cose visibili e invisibili, perché "per mezzo di lui sono state create tutte le cose... per mezzo di lui e in vista di lui" (Col 1,15-16). Egli è "il Signore della gloria" (1Cor 2,8), "Il Re dei re e il Signore dei signori" (Ap 19,16). In attesa della seconda venuta del Signore possiamo giustamente pregare: "Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria".

Il salmo 24 diviene così per il cristiano un cantico di Avvento, anche fuori del suo tempo liturgico. Con esso il cristiano guarda in avanti, ai tempi futuri, in cui il tempio saranno "Dio e l’Agnello" (Ap 21,22), dove "i puri di cuore" (Mt 5,8) contempleranno Dio nella beatitudine eterna. Ma nel mondo presente siamo noi stessi dimora di Dio (Eb 3,6) e suo tempio (1Cor 3,16-17) a condizione però che lasciamo abitare in noi l’amore per il fratello (1Gv 4,12): solo così Dio abita in noi.

Commento dei padri della chiesa

v. 3 "Il monte del Signore è la Gerusalemme celeste" (Girolamo).

v. 4 "Che cosa deve fare colui che vuole salire sulla "montagna spirituale"? Lo Spirito Santo risponde e il salmista preannuncia, in una certa misura, il discorso della montagna del Cristo" (Cirillo di Alessandria).

v. 6 "Non si può vedere il volto di Dio sulla terra: devi essere trasformato, rigettare tutto ciò che è umano: occorre che tu diventi Dio" (Origene).

v. 7 "Il Cristo vincitore entra alla testa di quelli che erano stati prigionieri e li dichiara vincitori con lui" (Origene).

"Il Figlio di Dio entra con tutti i suoi; gli angeli escono incontro a lui e lo acclamano" (Eusebio).

v. 8 "Il Signore potente in battaglia: "Io ho vinto il mondo (Gv 16,33)" (Origene).

"Gli angeli stessi furono stupefatti davanti al mistero. Il Cristo secondo la carne, che poco prima una stretta tomba racchiudeva, risaliva dal soggiorno dei morti fino al più alto dei cieli... Il Signore ritornava vincitore... Angeli e Arcangeli lo precedevano ammirando il bottino fatto sulla morte. Sapevano che niente di corporeo può accedere a Dio e tuttavia vedevano il trofeo della croce sulla sua spalla: era come se le porte del cielo, che l’avevano visto uscire, non fossero più abbastanza grandi per riaccoglierlo. Non erano mai state a misura della sua grandezza, ma per il suo ingresso di vincitore occorreva una via più trionfale: davvero non aveva perso nulla ad annientarsi. Le porte eterne rimangono, ma si alzano: non è un uomo che entra, ma il mondo intero, nella persona del redentore di tutti. Vedendo dunque avanzare il Cristo, primo e solo vincitore della morte, gli angeli comandano ad altri angeli con un accento di stupore: "Sollevate, principi, le vostre porte, alzatevi porte antiche ed entri il re della gloria" Ma tra gli eserciti celesti alcuni erano stupefatti, si meravigliavano di questo corteo insolito e chiedevano: "Chi è questo re della gloria?". Altri che erano presenti alla sua risurrezione, rispondevano: "Il Signore degli eserciti è il re della gloria" (Ambrogio).

v. 10 "Poiché Cristo sale al cielo, sali anche tu con lui, unendoti agli angeli che lo accompagnano e lo accolgono. Comanda alle porte che si alzino e si allarghino per accogliere colui che la passione ha innalzato" (Gregorio Nazianzeno).

 

SALMO 25

25 (24) Preghiera nel pericolo

1 Di Davide.

Alef. A te, Signore, elevo l’anima mia,

2 Bet. Dio mio, in te confido: non sia confuso!

Non trionfino su di me i miei nemici!

3 Ghimel. Chiunque spera in te non resti deluso,

sia confuso chi tradisce per un nulla.

4 Dalet. Fammi conoscere, Signore, le tue vie,

insegnami i tuoi sentieri.

5 He. Guidami nella tua verità e istruiscimi,

perché sei tu il Dio della mia salvezza,

Vau. in te ho sempre sperato.

6 Zain. Ricordati, Signore, del tuo amore,

della tua fedeltà che è da sempre.

7 Het. Non ricordare i peccati della mia giovinezza:

ricordati di me nella tua misericordia,

per la tua bontà, Signore.

8 Tet. Buono e retto è il Signore,

la via giusta addita ai peccatori;

9 Iod. guida gli umili secondo giustizia,

insegna ai poveri le sue vie.

10 Caf. Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia

per chi osserva il suo patto e i suoi precetti.

11 Lamed. Per il tuo nome, Signore,

perdona il mio peccato anche se grande.

12 Mem. Chi è l’uomo che teme Dio?

Gli indica il cammino da seguire.

13 Nun. Egli vivrà nella ricchezza,

la sua discendenza possederà la terra.

14 Samech. Il Signore si rivela a chi lo teme,

gli fa conoscere la sua alleanza.

15 Ain. Tengo i miei occhi rivolti al Signore,

perché libera dal laccio il mio piede.

16 Pe. Volgiti a me e abbi misericordia,

perché sono solo ed infelice.

17 Zade. Allevia le angosce del mio cuore,

liberami dagli affanni.

18 Vedi la mia miseria e la mia pena

e perdona tutti i miei peccati.

19 Res. Guarda i miei nemici: sono molti

e mi detestano con odio violento.

20 Sin. Proteggimi, dammi salvezza;

al tuo riparo io non sia deluso.

21 Tau. Mi proteggano integrità e rettitudine,

perché in te ho sperato.

22 Pe. O Dio, libera Israele

da tutte le sue angosce.

Questo salmo è la preghiera di tutti i credenti che, lungi dall’essere perfetti, sentono di essere ancora impigliati nella miseria del loro peccato, ma nello stesso tempo sanno di avere un Padre che li perdona sempre.

Il salmista compendia fin dall’inizio la sua preghiera nella eloquente espressione: "A te, Signore, elevo l’anima mia". Questo salmo è sotto molti aspetti in rapporto con lo spirito di Gesù. Egli si sentiva profondamente solidale con i peccatori ed era particolarmente legato a loro (Mt 9,11; Mc 2,17) per condurli a quella purezza (Lc 15,7; 1Tm 1,15) che il salmista desidera e chiede ardentemente. Egli volle morire per noi peccatori (Rm 5,8) e "non si vergogna di chiamarci fratelli" (Eb 2,11). Anche questo salmo ci aiuta a corrispondere agli obblighi che un così grande amore ci impone. Esso può spronarci a "camminare in una vita nuova" (Rm 6,4). Il salmo ci ricorda che anche a noi è raccomandato l’ascolto della Parola di Dio, che "ci istruisce nella giustizia" (2Tm 3,16). Qui veniamo "istruiti da Dio ad amarci tra noi" (1Ts 4,9). La lettera ai Filippesi ci dice esplicitamente (2,13) che insieme con tale insegnamento ci viene data anche la grazia divina e la forza per metterlo in pratica, secondo l’implorazione del salmista.

Commento dei padri della chiesa

v. 4 "Quelli che seguivano le vie del diavolo, cercano ora le vie del Signore. La via e la verità è il Cristo" (Cirillo d’Alessandria).

"Cacciato dal paradiso e pellegrino in terra straniera, non posso ritornare da solo perché sbaglio strada. Per tutto il tempo di questa vita mortale conto sulla tua misericordia per il mio ritorno" (Agostino).

v. 5 "Guidami nella tua verità" perché quanto a me, non so che mentire" (Agostino).

"In te ho sempre sperato. Sapevo che saresti venuto: ho resistito e resisterò per fede, fino a quando non mi chiamerai" (Girolamo).

v. 7 "L’uomo pecca per ignoranza, fino a che Dio non gli dona una certa conoscenza del suo peccato" (Origene).

"Spesso, nella Scrittura, la giovinezza è immagine di sbadataggine; per questo il figliol prodigo è "il più giovane" (Lc 15,12)" (Cirillo d’Alessandria).

v. 8 "Dio è così buono che ha cura dei malati più ancora che dei sani. Dona loro una legge che mostra loro le vie della penitenza" (Eusebio).

v. 9 "Chi vuol conoscere le vie del Signore deve farsi piccolo" (Origene).

v. 10 "Qualunque sia la via, la misericordia di Dio vi cammina innanzi a noi. Il suo patto e i suoi precetti sono tutto ciò che Dio ci ha fatto conoscere nella Scrittura ispirata" (Eusebio).

v. 11 "Dichiarando che il mio peccato è grande, faccio grande spazio alla sua misericordia" (Beda).

v. 14 "Nella misura in cui entriamo sempre più nell’alleanza, Dio si manifesta a noi sempre di più, anche faccia a faccia" (Beda).

v. 15 "So che sono impotente a salvarmi da solo, ma attendo la salvezza con certezza, perché il corso normale della vita è che il giusto abbia delle tribolazioni e poi ne sia liberato da Dio" (Eusebio).

"Non ho neppure bisogno di guardare a terra, lui stesso libera il mio piede dal laccio" (Agostino).

v. 21 "In te ho sperato: ti ho atteso nel desiderio di questo ultimo giorno, in cui tu passerai al vaglio la tua messe" (Agostino).

v. 22 "Salmo della chiesa penitente" (Ruperto).

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