LA LETTERA AI ROMANI
(Pedron Lino)


autori
titoli

Indice:

Introduzione

Esordio

Prima parte: dogmatica

Seconda parte: morale

Epilogo

 

 

INTRODUZIONE

Conoscere s. Paolo significa conoscere Cristo, di cui egli è stato costituito araldo e apostolo (1Tm 2,7) e di cui poteva dire di aver penetrato a fondo la mente (1Cor 2,16).

Egli applica a sé il termine servo nel senso sacro che questa parola aveva nell’AT, nel quale designa la dedizione e l’appartenenza totale di una persona a Dio. Paolo è il servo di Cristo Gesù (Rm 1,1).

Prendendo come punto di riferimento Cristo, la vita di Paolo può essere sintetizzata in tre espressioni: Paolo il nemico di Cristo, Paolo l’afferrato da Cristo, Paolo il cantore di Cristo.

1) Paolo, il nemico di Cristo.

Paolo fa esplicito riferimento, più di una volta, a questa sua primordiale condizione di nemico di Cristo e di persecutore della Chiesa, e non porta altra attenuante che quella dell’ignoranza e dell’educazione ricevuta: Certamente voi avete sentito parlare della mia condotta d’altri tempi nel giudaismo: come sfrenatamente perseguitassi la chiesa di Dio e superassi nel giudaismo molti coetanei della mia stirpe, essendo molto più zelante (di loro) nelle mie tradizioni paterne (Gal 1,13-14).

Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede (1Tm 1,12-13). Io ritenevo, davanti a me stesso, di dover fare molte cose contro il nome di Gesù Nazareno; ciò che feci in Gerusalemme, e molti dei santi io rinchiusi in prigione avendo ricevuto potestà dai sommi sacerdoti, e mentre venivano uccisi portai il mio voto (At 26,9-10). Era tutta la sua rigida educazione giudaica e farisaica, congiunta al suo temperamento, che lo portava a questo scontro pesante con Cristo.

2) Paolo, l’afferrato da Cristo.

Mentre Saulo spirante minaccia e sterminio contro i discepoli del Signore (At 9,1) stava recandosi a Damasco per arrestare i cristiani di quella comunità, in un istante da persecutore diventa discepolo e apostolo di Cristo. La conversione di Paolo è stata un fragoroso naufragio ai piedi di un’invisibile montagna, Cristo, e a questa nuova terra-ferma egli ancorò da quel momento la sua vita. Ormai vivrà e morirà solo per lui: Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21). Il Risorto si è presentato a Paolo con il suo nome storico: Io sono Gesù che tu perseguiti (At 9,5). Colui che gli è apparso non è un fantasma, ma una persona viva in carne e ossa.

La conversione di Paolo coincide con la sua vocazione all’apostolato: questa seconda è la logica conseguenza della prima. Non è possibile incontrare il Cristo vivo senza provare la passione struggente di urlare questa scoperta a tutti gli uomini perché anch’essi aprano gli occhi e si convertano dalle tenebre alla luce. Non è un vanto per me predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! (1Cor 9,16).

L’attività apostolica di Paolo ha del portentoso, soprattutto se si considera che egli fu sempre afflitto da una malattia cronica, particolarmente fastidiosa (Gal 4,13-15). Percorse a piedi 7. 800 Km e altri 9. 000 in mare. Il mondo intero allora conosciuto fu teatro della sua predicazione.

Egli non fondava soltanto nuove comunità cristiane, ma le assisteva continuamente, le governava anche da lontano e le consolidava. E questo accresceva la sua già grande fatica (2Cor 11,16-29). Per noi cristiani san Paolo è senza dubbio il più ammirabile esempio di quella fiamma alta e pura che Cristo Gesù sa accendere nelle anime che lo amano; per coloro poi che non condividono la sua fede, egli resta un genio, un eroe, il testimone delle cause che valgono più della vita, un uomo che fa onore all’uomo (H. Daniel-Rops).

3) Paolo, l’innamorato cantore di Cristo.

Oltre che grande apostolo, missionario e fondatore di chiese, Paolo fu anche pensatore geniale, scrittore denso ed efficace, il teologo più profondo e luminoso del cristianesimo e il mistico più infiammato che ha raggiunto Dio: Egli fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare (2Cor 12,4).

Le lettere di Paolo non hanno uno scopo letterario, ma esclusivamente apostolico: poter comunicare a distanza con le comunità cristiane per aiutarle a risolvere i loro problemi e per continuare ad evangelizzarle.

Non avendo nessuna mira letteraria, si capisce anche perché l’apostolo non indugi in preziosità di stile o in eleganze di effetto. Egli va diritto a quello che vuole dire senza sprecare parole superflue. Molte volte, poi, preso da un pensiero fisso, egli lo insegue anche se, la grammatica o la sintassi non lo seguono più: è il caso di paragoni non rifiniti (Rm 5,12), di frasi ellittiche (Rm 11,18; 1Cor 11,16; ecc. ), di concordanze a senso, di anacoluti, di parentesi aperte e non più rinchiuse, e cose simili.

Quando l’afflato lo prende, Paolo sa diventare anche eloquente. Nelle pagine del suo epistolario vibra la passione per Cristo, che lo spinge e lo divora. L’attività letteraria di Paolo non è scindibile dalla persona di Cristo che gli ha incatenato mente, cuore e parola. Senza Cristo l’epistolario paolino e la sua stessa vita non avrebbero più senso.

La Lettera ai Romani rappresenta il vertice più alto della dottrina e della teologia di Paolo. Pur essendo centrata su un tema ben determinato, cioè la giustificazione mediante la fede indipendentemente dalle opere della Legge (3,28), essa spazia su un vastissimo campo di argomenti riguardanti i più diversi aspetti della vita cristiana, riunificabili tutti però nel pensiero dominante: il vangelo di Cristo come forza di Dio per la salvezza di chiunque crede e come suprema rivelazione di grazia santificante e vivificante da parte di Dio (1,16-17).

Il protagonista di questa lettera è Dio Padre. Egli intende assolutamente salvare l’umanità venduta come schiava del peccato (7,14) senza distinzione tra giudei e pagani, comunicandole la sua giustizia, cioè la sua vita di santità. Cristo sarà strumento di questa universale riconciliazione (5,10). Mediante il battesimo Cristo ci inserisce nel mistero della sua morte e della sua risurrezione (6,5). Questo palpito di vita soprannaturale è reso più cosciente e operante dallo Spirito stesso di Cristo (9,8), che è lo Spirito del Padre, che ci è stato donato come pegno e frutto del suo amore: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato donato (5,5). Di fronte a questo amore di Dio che ha fatto irruzione nella storia, l’uomo è invitato a dare la sua risposta: l’assenso della fede. Fede che è adesione intellettuale a tutte le verità rivelate attraverso la predicazione (10,14-16), soprattutto alla persona di Cristo, propiziatorio mediante il suo sangue; fede che è anche fiducia nella bontà del Padre e alimenta la speranza fino a quando non saremo definitivamente salvati; fede che è obbedienza interiore alla volontà di Dio (1,5; 16,26) e la traduce in pratica diventando così carità operante (Gal 5,6).

La fede è l’unica grandezza dell’uomo. Essa implica infatti l’onesto riconoscimento dei limiti dell’uomo: la sua ragione è incapace concretamente di raggiungere tutta la verità, anche quella di ordine puramente naturale e filosofico (1,18-21); soprattutto la sua volontà è incapace di attuare il bene conosciuto come tale: Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (7,19). La fede non è il prezzo della salvezza, ma la condizione preliminare per la quale l’uomo riconosce la sua impotenza a salvarsi e accetta di essere salvato da Dio per mezzo di Cristo. La stessa vita morale sarà la traduzione in atto delle esigenze di questa nuova vita di fede in Cristo e nel suo Spirito: a somiglianza di Cristo morto e risorto anche voi consideratevi come morti al peccato, ma viventi a Dio in Cristo Gesù (6,11). Questa continua morte al peccato, ottenuta frenando le voglie della carne, sarà come un continuo sacrificio vivente, santo, bene accetto a Dio, il vero culto spirituale voluto dal Signore (12,1). Come tutto il mistero della salvezza si ricapitola nell’amore di Dio che è in Cristo Gesù Signore nostro (8,39), così tutta la morale del cristiano trova il suo centro nella legge della carità (agàpe) fraterna perché l’adempimento completo della legge è l’amore (agàpe) (13,10).

L’occasione che originò questa lettera deve essere cercata nell’irrefrenabile spirito di conquista missionaria di Paolo. Già da tempo egli pensava di recarsi in Spagna, ai confini dell’estremo occidente, per annunciare anche là Gesù Cristo (15,24-28). Come tappa intermedia e come quartiere generale delle sue spedizioni missionarie Paolo aveva scelto Roma. Questa città, capitale dell’impero, doveva esercitare un fascino particolare nella mente di Paolo. Per questo, quando era ancora ad Efeso, aveva detto: Bisogna che io vada a Roma (At 19,21). Dal cuore dell’impero sarebbe stato più facile irradiare dovunque la luce del vangelo.

Questa lettera potrebbe essere sintetizzata così:

1) Esordio (1,1-17) contenente saluti e auguri con enunciazione del tema: Il vangelo è forza di Dio per la salvezza di chiunque crede, per il giudeo prima e quindi per il greco (v.16).

2) Prima parte: dogmatica (1,18-11,36) intesa a dimostrare che la giustizia si ottiene solo per la fede in Cristo.

3) Seconda parte: morale (12,1-15,13) intesa come realizzazione concreta delle esigenze della fede.

4) Epilogo (15,14-16,27) con comunicazioni personali, piani di viaggio, ultime raccomandazioni e saluti e dossologia finale.

 

 

ESORDIO
(1,1-17)

1Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio, 2che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, 3riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, 4costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore. 5Per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome; 6e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo. 7A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.
8Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo. 9Quel Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunziando il vangelo del Figlio suo, mi è testimone che io mi ricordo sempre di voi, 10chiedendo sempre nelle mie preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi. 11Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, 12o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io. 13Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi - ma finora ne sono stato impedito - per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra gli altri Gentili. 14Poiché sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti: 15sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il vangelo anche a voi di Roma.
16Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. 17È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede.

L’indirizzo della lettera è particolarmente ricco di motivi teologici:

La gratuità dell’elezione divina, la salvezza, mediante la fede, l’unità del disegno salvifico di Dio che, già preannunciato nelle scritture dell’AT, si attua mirabilmente nel vangelo di Cristo. Sono i temi che costituiscono la trama dell’intera lettera.

Vv. 1 - 2 - L’apostolo si dichiara servo di Cristo Gesù perché ormai ha legato il suo destino a quello del suo Signore. Il termine servo è da intendersi in senso religioso come lo ébhed Jahwèh dell’AT. Servo di Dio è colui che osserva la legge e presta a Dio il culto dovutogli (Sal 113,1; 135,1), oppure è stato scelto da Dio per una speciale missione (come Mosé, Davide, i profeti e soprattutto Cristo: Is 42,1; 49,3; 50,10; 52,13). Paolo è servo di Gesù Cristo perché ne è visibilmente il rappresentante, il portaparola, il plenipotenziario. Egli è apostolo per vocazione ossia è stato chiamato per essere mandato: per Paolo la vocazione alla fede è contemporaneamente vocazione all’apostolato. Dio lo ha messo a parte, separato, consacrato, scelto per essere totalmente al servizio del vangelo di Dio. In questa lettera non parla in nome proprio, ma nel nome del suo Signore perché egli è servitore di Cristo, sua proprietà e strumento di lui. Paolo non è un apostolo della chiesa, ma un apostolo di Gesù Cristo (1Cor 1,1; 2Cor 1,1; Col 1,1; Gal 1,1) dal quale soltanto sono derivate la sua missione e la sua autorità: egli afferma di aver ricevuto direttamente da Gesù Cristo o da Dio una delega o procura che lo mette alla pari di coloro che erano apostoli prima di lui. In questo brano Paolo afferma di essere apostolo per chiamata divina e non per una risoluzione propria o per un incarico dagli altri apostoli o da altre autorità. I cristiani sono chiamati da Dio tramite la predicazione del vangelo mentre invece Paolo è stato chiamato in una visione da Gesù stesso (1Cor 9,1) dal quale ha ricevuto direttamente la missione di annunciarlo ai popoli pagani (Rm 1,5; Gal 1,16; 2,6-9; At 9,15; 26,16).

Il vangelo proclamato da Paolo è quello stesso che Dio aveva proclamato per mezzo dei profeti nelle sacre scritture dell’AT ed è il vangelo che annuncia Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Vv. 3 - 4 - L’oggetto del vangelo predicato da Paolo è Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, morto e risorto: Gesù Figlio di Dio, nell’umiltà e nella bassezza della sua vita terrena, cioè secondo la carne, e nella gloria e potenza che ora possiede dalla risurrezione dai morti. L’espressione secondo la carne significa che il Figlio di Dio si è inserito totalmente nella storia umana, ha partecipato fino in fondo alla nostra debolezza e alla nostra morte, volontariamente impotente di fronte a questo tragico destino umano. Ma colui che è vissuto nella bassezza e nell’umiltà, che è morto e fu sepolto, è stato costituito Figlio di Dio potente dalla risurrezione dai morti.

Il v.4 significa: Cristo pur essendo dall’eternità Figlio di Dio (v.3), al momento della sua risurrezione è stato costituito Figlio di Dio con potenza, cioè ha cominciato a riversare abbondantemente sugli uomini le infinite ricchezze della sua filiazione divina, attuando così in pieno la sua potenza di salvezza e di redenzione.

Vv. 5 - 7 - Paolo ha ricevuto da Dio, tramite Gesù Cristo, non solo la grazia che agisce nel suo vangelo, ma anche l’incarico di apostolo dei pagani, ossia dei non ebrei. Presentando la fede come obbedienza a Cristo e alla verità, Paolo vuole mettere in evidenza la parte della libera volontà dell’uomo. La mancanza di fede viene chiamata disobbedienza in Rm 11,30-32. La gloria del nome di Cristo si realizza concretamente nell’accogliere la filiazione divina mediante la fede (1,5; 6,15-17; ecc. ) e la salvezza (Ef 1,6).

Notiamo gli appellativi con cui vengono qualificati i cristiani: i chiamati di Gesù Cristo, i diletti di Dio e chiamati santi. È bene sottolineare il significato di quest’ultima espressione. Chiamati santi o santi per vocazione non indica una chiamata individuale alla santità, ma quella chiamata che ha come scopo di formare l’assemblea dei santi, la chiesa. In questo modo i cristiani vengono designati come l’Israele del compimento, il popolo definitivo di Dio.

Non solo il vangelo è il compimento definitivo delle profezie, ma anche la chiesa è il compimento d’Israele. Forse la benedizione augurale che conclude questa intestazione o indirizzo (Vv.1-7) ricalca una formula che introduceva la celebrazione cultuale. Come fa nell’adunanza liturgica, così in questa lettera (che viene letta durante la liturgia), Paolo si rivolge a quelli che sono membri della santa assemblea per trasmettere ad essi la benedizione che viene da Dio e dal Signore Gesù Cristo e che reca grazia e salvezza. La comunità di Roma ascolta la lettera apostolica dopo aver ricevuto questa benedizione da Dio e da Gesù Cristo mediante l’apostolo.

Vv. 8 - 15 - Paolo esprime anzitutto un ringraziamento a Dio per la comunità cristiana di Roma, dichiara che si ricorda incessantemente di essa (Vv.8-9) e prega Dio perché gli consenta finalmente di andare a Roma (v.10) perché anche lì possa annunciare il vangelo che dischiude ai credenti la giustizia di Dio. Il ringraziamento dell’apostolo a Dio è fatto mediante Gesù Cristo: acquista così un peso infinito che trascende qualsiasi ringraziamento umano, pur essendo pronunciato da un uomo. Il Signore glorificato è fonte e tramite del ringraziamento dell’apostolo.

Collocato per vocazione tra Dio e gli uomini, Paolo descrive l’annuncio del vangelo concernente il Figlio di Dio come una liturgia, un servizio sacro, un’azione sacerdotale. Verso la fine della lettera ritornerà su questo valore della sua missione: A me è stata concessa da Dio la grazia di essere il liturgo di Cristo presso i pagani, esercitando l’azione sacra dell’annuncio del vangelo allo scopo di fare dei pagani un’offerta gradita e santificata nello Spirito Santo (15,15-16). Per lui l’annuncio del vangelo non è un mestiere, ma una tensione che, sotto l’impulso dell’amore di Dio, assorbe tutte le sue facoltà, la sua vita. Predicazione, lavoro, preghiera, viaggi, visite e fatiche sono sostenuti da un solo anelito: annunciare il vangelo per guadagnare tutti a Cristo.

Sebbene Paolo riveli un desiderio urgente di andare a Roma, tuttavia rimette la sua preghiera nelle mani di Dio e alla sua volontà. Paolo desidera fare la conoscenza dei cristiani di Roma e recare loro qualche dono carismatico, che procede dallo Spirito e dà lo Spirito. Tra lui e la comunità di Roma vi sarà un reciproco dare e avere e un mutuo consolarsi: la consolazione reciproca verrà dall’incontrarsi nella fede comune.

Paolo con il suo vangelo è in obbligo verso tutti, è debitore verso tutti. Il fondamento di questo obbligo e il suo carattere assoluto si possono dedurre da 1Cor 9,16: Non è per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!

Davanti a questo obbligo svanisce ogni differenza di razza, di civiltà, di levatura intellettuale. Il vangelo non conosce impedimenti di nessun genere: per questo l’apostolo ha il dovere di annunciarlo a tutti indistintamente. Proprio questa disposizione ad annunciare il vangelo ovunque, spiega il forte desiderio dell’apostolo di recarsi a Roma: egli ha il dovere verso Dio di portare il vangelo a tutti i popoli.

Vv. 16 - 17 - Questi versetti danno la vera definizione del vangelo e il tema della lettera. Il vangelo è forza di Dio, cioè irresistibile potenza di conquista, di redenzione, di riscatto e di trasformazione interiore. La condizione richiesta all’uomo è quella di credere, cioè di affidarsi totalmente a Dio. E il vangelo possiede questa forza di salvezza perché in esso si manifesta la giustizia di Dio, cioè la bontà preveniente del Signore fedele ai suoi impegni e alle promesse fatte a Israele e, in lui, a tutti gli uomini. Non si tratta dunque della giustizia punitiva di Dio, ma della sua benignità e della sua fedeltà alle promesse di salvezza in Cristo.

Il contenuto del vangelo è una persona: Gesù. La forza di cui parla Paolo non è una ideologia, ma una persona: Gesù morto e risorto.

È lui, potente per la sua risurrezione, la forza della storia. È la sua presenza santificatrice che conduce alla salvezza quanti credono.

La salvezza di Dio si rivela nel vangelo entro i limiti della fede: l’unica condizione della giustizia di Dio che ci rende giusti è la fede. E la nuova economia basata sulla fede non è in discontinuità con l’antica. Infatti sta scritto nell’AT: Il giusto per la fede vivrà (Ab 2,4).

Il testo originale recitava: Il giusto vivrà per la sua fede. Forse Paolo ha soppresso l’aggettivo possessivo affinché l’espressione per la fede possa riferirsi a giusto così che l’espressione il giusto per la fede annuncia la prima sezione della parte dogmatica che tratta appunto della giustificazione mediante la fede, e insieme l’espressione per la fede possa riferirsi anche a vivrà così che l’espressione per la fede vivrà annuncia la seconda sezione della parte dogmatica che tratta appunto della salvezza mediante la fede.

 

 

IL TESTO DELLA LETTERA
(1,18-15,13)


LA NECESSITÀ DELLA RIVELAZIONE DELLA GIUSTIZIA DI DIO
(1,18-4,25)

1) Pagani e giudei in preda al peccato (1,18-3,20).

a) L’ira di Dio sui pagani (1,18-32).

18In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, 19poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. 20Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; 21essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. 22Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti 23e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
24Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, 25poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.
26Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. 27Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. 28E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, 29colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, 30maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, 31insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. 32E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa.

V. 18 - Con questo versetto comincia il testo vero e proprio della lettera. I pagani adorano la creazione al posto del creatore. Così facendo attirano su di sé l’ira di Dio, la quale si manifesta nella dissolutezza dei loro costumi. L’ira di Dio è la sua irritata indignazione contro il male, non contro le persone: La collera di Dio si manifesta sopra ogni empietà e ingiustizia. . . Dio odia il peccato perché ama il peccatore, come il medico odia la malattia perché ama il malato. È l’uomo che si rende oggetto dell’ira divina, quando ne respinge l’amore salvante. L’ira di Dio è l’altra faccia della rivelazione escatologica della salvezza. L’ira di Dio, in Paolo, non indica una passione di Dio, ma una manifestazione. Essa è propriamente, come risulta dall’AT (Sof 1,18; Dan 8,19), il giudizio dell’ira di Dio. Si tratta di una realtà futura (2,5. 8; 3,5; 5,9; 9,22; 1Ts 1,10; 5,9; Ef 5,6), ma in certo modo già presente (1Ts 2,16; Rm 4,5; 12,19). In quanto tale l’ira di Dio rappresenta il giudizio anticipato e provvisorio che si compie nella storia, la quale viene sempre interpretata alla luce del futuro. Da tutto il contesto, ossia dalla descrizione di 1,24 ss, risulta in che cosa consista nel presente questo giudizio dell’ira per quanto riguarda i pagani: essere in balìa della sessualità pervertita, dei vizi e della coscienza traviata.

Questi fenomeni di autodistruzione del mondo pagano secondo Paolo non si spiegano con ragioni puramente storiche, psicologiche o sociologiche, ma vanno intesi come effetti dell’ira o del furore di Dio, ossia di quel giudizio che avrà il suo compimento alla fine della storia, ma che agisce costantemente in essa. L’incessante decadenza e dissoluzione della persona e della comunità umana, il suo decadimento e dissolvimento morale, è da un lato effetto e dall’altro causa della collera di Dio. Il giudizio dell’ira di Dio si manifesterà nell’empietà e nell’ingiustizia degli uomini, che provocano tale giudizio. Il pensiero corre al libro della Sapienza 11,16: Con quelle stesse cose per mezzo delle quali uno pecca, con esse è poi castigato. In tutta la descrizione di 1,18 ss predomina l’idea di Paolo, secondo cui, nell’esistenza concreta dell’umanità, la caduta in balìa degli idoli e la conseguente decadenza del vivere rappresentano il giudizio dell’ira di Dio nell’ambito della storia. Gli spregiatori della divinità danno subito corso in se stessi alla maledizione divina (Käsemann). L’oggetto primario di questo giudizio dell’ira di Dio, ossia il peccato fondamentale dell’uomo, è l’empietà e l’ingiustizia. L’empietà è il contrario della pia adorazione di Dio con parole e azioni, con pensieri e fatti. Il culto degli dei pagani non è pietà, ma origine dell’empietà e delle sue conseguenze. Paolo non considera il senso religioso dell’umanità come la via ordinaria per giungere a Dio e la fede cristiana come la via straordinaria. Chi segue il senso religioso dei pagani non approda a Dio ma a se stesso, sia pure per un inestinguibile bisogno di Dio. Con empietà Paolo intende quel rifiuto di riconoscere e ringraziare Dio di cui si parla nel v.21 e che sta all’origine di ogni comportamento immorale; l’ira di Dio colpisce dal cielo l’empietà e l’ingiustizia dei pagani che nel loro modo di essere e di agire sono empi e falsamente pii in quanto adorano la creazione al posto del creatore.

Tengono prigioniera la verità nell’ingiustizia.

La verità, come traspare da 1,25, indica la realtà palese ed effettiva della creazione di Dio, quella realtà che i pagani non sopportano, che falsano collocando la creazione al posto del creatore e che opprimono con la pratica dell’ingiustizia, non permettendole di manifestarsi e di esplicarsi. La verità è quello che il creatore elargisce ed esige nella sua creazione, è il giusto dell’essere e dell’esistere. La verità è la realtà palese del mondo divino e delle sue richieste (Bultmann). Tale dunque è lo stato dell’umanità rappresentata dai pagani: il giudizio dell’ira di Dio si attua fin d’ora colpendo l’agire empio e ingiusto degli uomini, la storia dei quali è una continua proscrizione della verità, ossia della realtà palese ed evidente della creazione. Ma questo tenere prigioniera la verità non è una fatalità, ma una colpa, e l’ira di Dio colpisce chi è reo di tale colpa. È questo il senso delle considerazioni che seguono.

Per Paolo non esiste il pagano innocente, anche se per lui il pagano sia relativamente innocente rispetto al giudeo, che conosce Dio e la sua legge, e rispetto al cristiano apostata, che ha incontrato Dio in Gesù Cristo.

V. 19 - Paolo si esprime con i termini della filosofia popolare ellenistica. Quello che si può conoscere di Dio è loro manifesto, si trova in piena evidenza. Dio non è conoscibile in sé, ma per mezzo di ciò che egli stesso ha manifestato agli uomini. Egli è conosciuto come colui che si dà a conoscere (3,21; 16,25-26; 2Cor 2,14; 5,10; Col 1,26; 3,4).

V. 20 - L’essenza invisibile di Dio viene percepita con gli occhi della mente, fin dalla creazione del mondo, da ciò che è creato o in ciò che è creato (Ef 2,10), inteso in senso comprensivo. Dio si è fatto percepire in ciò che ha creato e, proprio per questo, egli può dirsi manifesto agli uomini. Ma dalla creazione che cosa percepiscono gli occhi della mente? La sua eterna potenza e divinità. In definitiva però, che significa percepire con gli occhi della mente l’eterna potenza e divinità che Dio rivela nelle opere della creazione? Rispondiamo citando O. Kuss: L’uomo. . . dietro a ciò che è visibile può vedere colui che rimane invisibile, in cui tutto il mondo che gli sta attorno ha origine e sussistenza. Egli non può accontentarsi semplicemente di percepire le manifestazioni che gli giungono per le vie dei sensi, ma deve cercarne la causa e l’origine superando l’ambito del sensibile. Nel v.21 si dice che dopo il ripudio opposto dalle creature al creatore il loro cuore dissennato si è avvolto nelle tenebre, cioè è diventato incapace di comprendere. Ciò presuppone che prima di questa scelta, l’umanità avesse un cuore intelligente e illuminato, aperto e rivolto al Creatore in quanto Creatore. Inoltre nel v.23 si dice che gli uomini nel loro rifiuto di Dio Creatore, hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con immagini e idoli; ciò presuppone che in origine vi fosse questa gloria di Dio, in cui il Creatore si palesava all’uomo e in cui veniva percepito con gli occhi della mente. Dio parlava nella creazione e per mezzo di essa, e l’uomo intendeva. In 3,23 apprendiamo che l’uomo decaduto ha perso questa gloria che secondo 1Cor 1,21-22, in origine irradiava anche da lui in quanto creatura. Paolo conclude il v.20 con un’aggiunta non del tutto comprensibile in un primo momento: Essi quindi sono inescusabili. Ma perché i pagani sono senza scuse? I pagani non hanno scuse perché nonostante la rivelazione di Dio nel creato, hanno soffocato la verità, ossia la realtà palese ed effettiva, con la loro avversione a Dio e con la loro ingiustizia. Ma ci si potrebbe ancora chiedere: Perché hanno bandito la verità?

V. 21 - Questo verso è una delucidazione supplementare del v.18. Il fatto che sta all’origine dell’empietà e dell’ingiustizia dei pagani è questo: essi pur conoscendo Dio non l’hanno glorificato e non gli hanno reso grazie, ossia non gli hanno tributato la considerazione che si deve a Dio. Paolo ha presente il peccato originale e basilare dell’uomo. La conoscenza di Dio si palesa e si mantiene in quanto l’uomo tributa a Dio la dovuta considerazione e il suo ringraziamento.

La conoscenza di Dio come creatore produce la devozione, e la devozione si manifesta nel ringraziamento, in cui la creatura si riconosce debitrice del Creatore. I pagani non hanno avuto per Dio il riconoscimento che gli è dovuto in quanto Dio e sono caduti in uno stato di irriconoscenza. E ciò ha avuto le conseguenze che ora Paolo espone. Gli uomini sono diventati vani nei loro pensieri, nel senso che questo pensare vano distorce, altera, falsa e quindi vanifica la realtà. Il divenire vano è una conseguenza dell’idolatria, del correre dietro agli dèi vani, irreali, e del ripudio del vero Dio come leggiamo in Sap 13,1: Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e che dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere. Secondo il testo la vanità deriva dalla fondamentale ingratitudine e dal disprezzo verso Dio quale Creatore e si manifesta nelle considerazioni, riflessioni e idee degli uomini.

E il loro cuore dissennato si è avvolto nelle tenebre.

Conseguenza dell’avversione a Dio è la cecità del cuore, dell’intimità, della forza più profonda dell’uomo. Il cuore per Paolo è il centro della vita, inaccessibile in definitiva all’uomo stesso (1Cor 14,25) ma senza segreti per Dio (1Ts 2,4). Da esso procedono le inclinazioni (Rm 10,1), le concupiscenze (1,24), le intenzioni (1Cor 4,5), le risoluzioni e le deliberazioni (1Cor 7,37); nel cuore si attuano la conversione (2,5), l’obbedienza (6,17; Ef 6,5), la fede (10,9-10). In esso o con esso l’uomo in definitiva può anche vedere (2Cor 4,6; Ef 1,18). Il cuore dei pagani dunque è divenuto inabile a conoscere e a comprendere; ma, sebbene ottuso, non ha perduto ogni conoscenza e, sebbene ottenebrato, non è del tutto privo di luce; esso comprende, ma in maniera vana; ossia comprende e non comprende. Quel che non comprende è la realtà palese ed effettiva delle cose, la verità.

V. 22 - Ma questa tenebra del cuore è tanto dannosa perché l’uomo si inganna su di essa. Egli considera saggezza l’ignoranza. Egli si trova in uno stato di follia radicale. L’ambiguo pensare del cuore ottuso rende l’uomo folle, stupido. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare un sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio (1Cor 3,18-19). Eppure gli uomini non riconoscono la loro pazzia di fondo, ma affermano senza ombra di dubbio di essere sapienti. Giudicando se stessi fondamentalmente saggi, gli uomini non fanno che accrescere la loro pazzia di fatto e dimostrano che il loro pensiero, che nasce dall’irriconoscenza e dalla disobbedienza verso il Creatore, non ha in sé la capacità di correggersi e di superarsi.

V. 23 - Questo verso ci insegna dove si manifesta concretamente questo pensiero in tutta la sua follia. Vi è qui un’allusione al culto degli idoli e in particolare al culto egiziano che viene esecrato anche in Sap 11,15: Per i ragionamenti insensati della loro ingiustizia, da essi ingannati, venerano rettili senza ragione e vili bestiole, e 12,24: Essi si erano allontanati troppo sulla via dell’errore, ritenendo dèi i più abietti e i più ripugnanti animali, ingannati come bambini senza ragione. Gli uomini, nella cecità della loro ingratitudine, scambiarono la gloria di Dio con la propria, che presero ad adorare nelle loro varie divinità. Essi concepirono il mondo alla stregua di Dio e Dio alla stregua del mondo. In questo sta la loro fondamentale pazzia, che essi chiamano sapienza. Gli uomini non riescono più a percepire la realtà originaria, la creazione nello splendore del Creatore: considerano il mondo come Dio. Ecco il grande scambio e la grande illusione insita nell’uomo quale si presenta storicamente. La concreta idolatria del pagano è l’estrinsecazione di questo fatto fondamentale, l’irriconoscente ripudio del Creatore da parte della creatura. Questa idolatria si manifesta in forme concrete di divinizzazione del mondo e di se stessi. Dio decreta la punizione contro i pagani rei di aver divinizzato il mondo e se stessi: il pervertimento del vivere gli impulsi sessuali (Vv.24-27), il traboccare dei vizi (Vv.28-31) e la corruzione del giudizio morale (v.32). Proprio questi sono gli effetti dell’ira divina provocata dall’uomo che non riconosce e non ringrazia il Creatore che si manifesta nella sua creazione. Il mondo pagano vive sotto questa esecuzione del giudizio dell’ira di Dio. E in questo mondo irrompe con il vangelo la giustizia di Dio.

V. 24 - La congiunzione del discorso mediante il per questo presenta espressamente quanto è stato detto come causa di ciò che segue. La conseguenza dello sbaglio dell’uomo viene innanzitutto caratterizzata come un abbandonare l’uomo in balìa delle sue concupiscenze da parte di Dio. Scrive s. Agostino: L’ira del giudice ha consegnato costoro alle loro concupiscenze. In che modo li ha consegnati? Non costringendoli, ma abbandonandoli.

La akatharsìa va intesa, come in 6,19; Ef 4,19; 1Ts 4,7, in senso lato e significa sfrenatezza sessuale nei pensieri e nelle azioni. Il predominio del sesso nella vita privata e pubblica era, secondo il concetto giudaico e cristiano, una delle principali caratteristiche dell’antico mondo pagano nel suo decadimento. Paolo specifica che cosa significa essere dati in balìa delle concupiscenze sessuali: disonorare in se stessi i propri corpi. Gli uomini disonorano se stessi.

Il divinizzare la creazione conduce a disonorare se stessi e a profanare il mondo.

V. 25 - Viene ribadito di nuovo il motivo per cui Dio abbandona l’uomo alla sessualità sfrenata: l’aver scambiato la verità di Dio con la menzogna e il tributare venerazione e culto alla creatura anziché al Creatore. La verità di Dio è Dio nella sua verità, il Creatore nella sua realtà palese ed effettiva, la quale si rivela nella gloria della sua creazione. La menzogna, il falso dio, è la creatura adorata come Dio. La divinizzazione del creato, che fa di Dio una creatura, è per Paolo qualcosa che suscita ripugnanza. Per questo conclude il verso con la dossologia che era tipica del pio giudeo, ripristinando in tal modo l’onore di Dio. L’amen dimostra che Paolo riproduce una dossologia liturgica, la quale viene confermata dalla comunità con una acclamazione.

Vv. 26 - 27 - Proseguendo il discorso Paolo specifica concretamente il v.24: disonorarono in se stessi i loro corpi. Il v.26 fa rilevare che Dio ha abbandonato i pagani a passioni infamanti perché essi hanno adorato le creature. La perversione è entrata nel sangue degli uomini. Queste passioni vergognose si manifestano nel rapporto sessuale invertito sia delle donne che degli uomini. Significativa qui è la collocazione delle femmine prima dei maschi. Il pervertimento degli istinti e del comportamento sessuale è la risposta punitiva di Dio alla divinizzazione che l’uomo fa di se stesso e del mondo.

V. 28 - Ritorna per la terza volta l’espressione Dio li ha abbandonati. Questa volta le azioni alle quali Dio ha abbandonato i pagani vengono rappresentate con molteplici esempi particolari che attestano il dissolvimento morale della decadenza pagana e che procedono da una intelligenza depravata alla quale Dio ha abbandonato i pagani. Paolo presenta il mancato riconoscimento della gloria di Dio e il mancato ringraziamento al Creatore non come una fatalità, ma come un atteggiamento deliberato, una valutazione e una risoluzione ben ponderata contro il Creatore. Dal pensiero inetto nel quale è precipitato l’uomo, per aver disconosciuto Dio e la sua verità, sgorga, come effetto e testimonianza del giudizio dell’ira di Dio, una piena di vizi distruttivi che sommerge l’esistenza dei pagani.

Vv. 29 - 31 - Questi versetti danno un lungo elenco di vizi: in tutto sono dodici.

V. 32 - Questo verso segna il trapasso al cap. 2. Da questo enunciato la corruzione degli uomini risulta ancora più grave. I pagani conoscono bene la disposizione di Dio per la quale chi è reo di queste cose si carica di una colpa mortale, e contro di lui Dio ha decretato la pena di morte. Essi quindi sanno che il loro modo di agire porta alla morte e corrompe anche gli altri. Ma soffocano la voce della loro coscienza. E non soltanto perseverano nel loro comportamento perverso, ma approvano chi fa altrettanto. Non contenti di agire contro la propria coscienza, incoraggiano e applaudono gli operatori di iniquità e così con l’approvazione del male altrui, soffocano quel poco che resta della coscienza altrui e della propria.

b) Il giudizio di Dio sui giudei (2,1-3,20).

Scrive Lietzmann: Senza il vangelo vi è soltanto l’ira di Dio che si manifesta sia sui pagani (1,18-32), sia sui giudei (2,1-11). Anche i pagani, infatti, conoscono in un certo senso la legge di Dio (2,12-16), mentre i giudei che la possiedono scritta, ne sono fieri ma non la osservano (2,17-29). Ciononostante i giudei hanno particolari privilegi (3,1-2) e la loro infedeltà non sopprime la fedeltà di Dio alle sue promesse (3,3-8). Ma per quanto concerne il peccato i giudei sono ugualmente colpevoli (3,9-20). Il brano 3,9-20 tira le somme di tutto quanto è stato detto e conclude dicendo che tutti gli uomini sono soggetti al dominio del peccato e che tutto il mondo è colpevole davanti a Dio.

c) Il criterio del giudizio divino (2,1-11).

1Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose. 2Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio è secondo verità contro quelli che commettono tali cose. 3Pensi forse, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, di sfuggire al giudizio di Dio? 4O ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? 5Tu, però, con la tua durezza e il tuo cuore impenitente accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, 6il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere: 7la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità; 8sdegno ed ira contro coloro che per ribellione resistono alla verità e obbediscono all’ingiustizia. 9Tribolazione e angoscia per ogni uomo che opera il male, per il Giudeo prima e poi per il Greco; 10gloria invece, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo prima e poi per il Greco, 11perché presso Dio non c’è parzialità.

V. 1 - Nello stile della diatriba Paolo si rivolge a un interlocutore fittizio e tipico. Egli apostrofa questo interlocutore con l’espressione o uomo e gli dichiara: sei inescusabile, chiunque tu sia. Chi viene apostrofato è uno che condanna gli altri: il discorso è rivolto a chiunque presume di giudicare gli altri. Solo gradualmente si chiarirà che egli intende riferirsi al giudeo, preso come tipo. Costui giudicando l’altro condanna se stesso perché fa le stesse cose che condanna nell’altro.

V. 2 - Il giudizio di Dio secondo verità significa in primo luogo in rispondenza alle azioni e senza riguardo alle persone (2,11) e in secondo luogo nel senso che si attua la verità, si affermano cioè i diritti di questa giustizia che inerisce alla creazione. Ma come si spiega che colui che giudica il comportamento altrui non avverte la scarsa serietà del suo atteggiamento e la frattura tra il suo giudizio morale e il suo agire? Paolo scopre le ragioni di ciò nei Vv.3 e 4.

V. 3 - Il giudicante ritiene di poter sfuggire al giudizio di Dio, pensando che i privilegi d’Israele alla fine lo salveranno. Chiunque si eleva a giudice degli altri, immagina di essere al riparo dal giudizio di Dio.

V. 4 - Colui che giudica gli altri disprezza la bontà di Dio, la sua mitezza, la sua benignità. Egli disprezza la pazienza di Dio, ossia l’atteggiamento di lui che trattiene la sua ira. E infine disprezza la longanimità di Dio e la sua magnanimità. In definitiva disprezza tutta la ricchezza di questo modo di essere e di agire di Dio. La bontà e la mitezza di Dio mirano soprattutto alla conversione dell’uomo, perché questo è il vero bene dell’uomo. Chi disprezza la bontà di Dio che si manifesta quotidianamente, non comprende che il tempo e la vita ci vengono concessi per la nostra conversione. Da questa errata persuasione di fondo nasce il giudicare gli altri e la stupefacente indulgenza verso se stessi. Colui che giudica ritiene di avere dalla sua Dio, il diritto, la verità. Anche il giudaismo si era reso conto di ciò. Leggiamo in Sir 5,4 ss: Non dire: Io ho peccato e che cosa mi è accaduto? Il Signore infatti è longanime. Non presumere il perdono per accumulare peccati su peccati. Non dire: Grande è la sua misericordia ed egli mi perdonerà le molte mie colpe. Poiché presso di lui c’è la pietà e l’ira, e sui peccatori fa pesare la sua collera. Non indugiare a convertirti a lui, e non differire di giorno in giorno. Perché la sua collera verrà subitanea e nel giorno del castigo perirai; e in Sap 11,23: Hai compassione di tutti perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento.

Il tempo della pazienza di Dio è per chi lo sfrutta per convertirsi.

V. 5 - Dietro il disprezzo della bontà di Dio che concede tempo per la conversione si riconosce la dura cervice di Israele che non vuol piegarsi: cervice dura verso Dio e di conseguenza anche verso il prossimo, ma straordinariamente tenera verso se stesso. È la sklerokardìa di Dt 10,16; Ger 4,4; Mc 10,5; 16,14; Mt 19,8 e la ametanòetos kardìa, il cuore irremovibile alla conversione che si ritiene però convertito. Ma se il duro di cuore fraintende la pazienza di Dio, il quale trattiene la propria ira, e se pensa di avere l’assenso di Dio quando giudica gli altri, s’inganna. Infatti proprio in questo tempo concesso per grazia per la conversione, egli accumula per sé un tesoro d’ira, ossia una grande quantità d’ira di Dio.

V. 6 - Il criterio che Dio seguirà nel giudizio della sua ira saranno le opere. Né il giudicare, né la falsa persuasione su cui si appoggia il giudicante (di essere risparmiato dalla bontà di Dio in quanto membro del suo popolo e quindi appartenente a lui) potranno scalzare il criterio delle opere. Queste opere sono distinte dalle prestazioni, concepite alla maniera giudaica, come Paolo spiegherà nel resto della lettera.

V. 7 - Le opere che ottengono come ricompensa la vita eterna sono quelle di coloro che, perseverando nel bene, aspirano alla gloria, all’onore e all’immortalità. Sono dunque le opere in cui si esplicita la ricerca dei beni escatologici. Viene inoltre indicata una seconda caratteristica di coloro che ricevono la vita eterna nel giudizio di Dio; essi cercano i beni della salvezza compiendo le opere buone nella perseveranza. Questa perseveranza è un segno e una dimostrazione della speranza. La tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza (Rm 5,3-4). Coloro che sono rivolti ai beni escatologici e anelano ad essi persistendo nel compimento del bene con quella perseveranza per cui l’uomo sperando rinuncia a se stesso, ricevono la vita eterna, che è appunto ciò a cui mirano con le buone opere.

V. 8 - Ed ecco il contrario. Anch’esso indirettamente pone in luce cos’è un’opera buona. Il contrario di quelli che cercano la gloria di Dio sono i succubi del loro egoismo e i ribelli alla verità. La verità è anche qui la schietta realtà della creazione. I ribelli alla verità sono coloro che non obbediscono al vangelo, ossia alla verità che in esso si esprime. Paolo vede la condotta morale alla luce del vangelo e della realtà della creazione. Il fare il male del v.9 è una forma di ingiustizia in quanto colui che lo fa non ascolta il richiamo della realtà palese ed effettiva, irretito com’è dall’egoismo e dalla bramosia di guadagno. Il fare il bene del v.10 va perciò inteso come un atteggiamento di obbedienza alla realtà della creazione, di obbedienza disinteressata, protesa verso i beni salvifici escatologici e perseverante in questo. Le opere secondo le quali ciascuno sarà giudicato non sono semplicemente le azioni moralmente buone o cattive, ma vanno intese in senso più profondo.

V. 9 - Il giudizio dell’ira di Dio viene designato come tribolazione e angoscia per gli effetti che produce nell’uomo. La tribolazione e l’angoscia colpiscono, come giudizio dell’ira di Dio, ogni persona che fa il male giudei anzitutto e poi anche greci. Il giudeo ha ricevuto la parola di Dio e perciò porta una responsabilità maggiore di ogni altro uomo. Nel giudizio di Dio non si applicheranno a lui criteri diversi. Conseguentemente, anche in riferimento al dono della salvezza si deve dire: per il giudeo anzitutto e poi per il greco.

V. 10 - Ancora una volta i beni escatologici vengono indicati come in 2,7 con gloria e onore. Quale terzo dono salvifico viene ora menzionata la pace, che soltanto qui appare come una ricompensa del giudizio finale. Questi beni sono destinati a chiunque fa il bene.

V. 11 - Queste parole tolgono l’ultima illusione a chiunque giudica gli altri, al giudeo inteso in maniera tipica, il quale fa le stesse cose del pagano. La prosopolempsìa è il considerare le persone con parzialità. Dio non ha alcuna parzialità riguardo alle persone nel suo giudizio (Ef 6,9; Col 3,25; Gc 2,1).

Questo verso chiude la pericope 2,1-11 e introduce le considerazioni seguenti sui pagani. Il giudizio di Dio su ogni persona è possibile perché anche il pagano in un certo senso conosce le richieste di Dio.

d) La legge scritta nel cuore dei pagani (2,12-16).

12Tutti quelli che hanno peccato senza la legge, periranno anche senza la legge; quanti invece hanno peccato sotto la legge, saranno giudicati con la legge. 13Perché non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati. 14Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; 15essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono. 16Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo.

Vv. 12 - 13 - Paolo fa due asserzioni fondamentali:

1° tutti vengono giudicati;

2° non coloro che ascoltano la legge, ma coloro che la praticano verranno giustificati!

I pagani peccano senza la legge, senza la torà scritta e trasmessa a Israele. I giudei regolano la loro vita secondo la legge. Ma che i primi non abbiano la torà e che i secondi abbiano nella torà tutto il loro mondo, in definitiva non ha molta importanza: entrambi, infatti, subiranno il giudizio di Dio.

V. 13 - Ed ecco la seconda proposizione fondamentale: ciò che conta non è l’ascolto della legge, ma la sua osservanza.

V. 14 - I pagani non hanno la torà, ma fanno spontaneamente le cose che la torà prescrive, e in questo modo essi sono torà per se stessi.

V. 15 - Questa capacità dei pagani di essere legge a se stessi si può spiegare come effetto e segno di una permanente creaturalità. I pagani mostrano di avere scritto nei loro cuori l’opera della legge ossia l’opera richiesta dalla legge, la quale si esprime nelle loro opere. Dunque anche i pagani hanno una scrittura, non però in un libro, ma nel loro cuore. Essi possiedono qualcosa di analogo alla Scrittura e ne sono responsabili, così come i giudei sono responsabili della torà che hanno ricevuto (Käsemann ). Il cuore è il luogo dove viene scritta e si può leggere l’esigenza dell’amore. E questa esigenza scritta nel cuore si fa udire mediante la coscienza che la trasmette. La coscienza legge, per così dire, ciò che è scritto nel cuore e l’annuncia all’uomo; e ciò avviene in modo tale che, nella riflessione della coscienza, si esprimano l’accusa e la difesa. Con la coscienza e tramite essa, l’esigenza della legge scritta nei cuori si esprime nei pensieri, nelle considerazioni, nelle riflessioni.

Queste riflessioni accusano, incolpano colui che non fa l’opera della legge scritta nel cuore, e difendono, discolpano e adducono ragioni a favore di chi compie l’opera della legge scritta nel cuore. È una sorta di continuo processo giudiziario che avviene nell’interiorità dell’uomo, è una ponderata discussione di questi pensieri, che soppesano la voce della coscienza dell’uomo. Nelle riflessioni morali sull’agire dell’uomo si esprime la coscienza che volge lo sguardo alla parola di Dio incisa nel buio del cuore, la coglie e se ne fa portavoce. E così anche il pagano che, per il fatto di essere creatura umana, percepisce la richiesta di questi pensieri della coscienza, si trova in uno stato di accusa e di difesa, in una sorta di incessante processo giudiziario.

V. 16 - Anche i pagani hanno una legge che esige l’opera della torà, ossia l’agàpe, l’amore. Ma è una legge scritta nei cuori, di cui rende testimonianza la coscienza con la controversia morale che in essa avviene. Questo dato di fatto risulterà palese soltanto nel giorno in cui Dio scoprirà ciò che l’uomo nasconde e lo giudicherà. Questo giudizio, secondo il vangelo predicato da Paolo, avverrà per mezzo di Gesù Cristo.

Ripassiamo brevemente i Vv.12-16. In essi Paolo parla dei pagani, a proposito dei quali fa le seguenti affermazioni:

1° essi non hanno la torà;

2° ciononostante succede che i pagani facciano spontaneamente ciò che la torà esige;

3° essi sanno dal proprio cuore che è loro richiesta l’opera della legge, ossia l’agàpe;

4° la coscienza, quale voce del cuore, rende ad essi testimonianza circa le loro azioni e perciò essi si trovano in uno stato di perenne controversia: si accusano e si difendono;

5° da tutto ciò ne consegue che anche i pagani possono essere giudicati secondo il loro modo di agire;

6° proprio questo sarà manifestato nel giorno del giudizio.

e) La legge della circoncisione (2,17-29).

17Ora, se tu ti vanti di portare il nome di Giudeo e ti riposi sicuro sulla legge, e ti glori di Dio, 18del quale conosci la volontà e, istruito come sei dalla legge, sai discernere ciò che è meglio, 19e sei convinto di esser guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre, 20educatore degli ignoranti, maestro dei semplici, perché possiedi nella legge l’espressione della sapienza e della verità. . . 21ebbene, come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? 22Tu che proibisci l’adulterio, sei adùltero? Tu che detesti gli idoli, ne derubi i templi? 23Tu che ti glori della legge, offendi Dio trasgredendo la legge? 24Infatti il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani, come sta scritto.
25La circoncisione è utile, sì, se osservi la legge; ma se trasgredisci la legge, con la tua circoncisione sei come uno non circonciso. 26Se dunque chi non è circonciso osserva le prescrizioni della legge, la sua non circoncisione non gli verrà forse contata come circoncisione? 27E così, chi non è circonciso fisicamente, ma osserva la legge, giudicherà te che, nonostante la lettera della legge e la circoncisione, sei un trasgressore della legge. 28Infatti, Giudeo non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; 29ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera; la sua gloria non viene dagli uomini ma da Dio.

V. 17 - Paolo chiama per nome il suo interlocutore: tu che ti chiami giudeo e gli rinfaccia tutti i privilegi che egli accampa a suo favore. L’essere giudeo, l’avere la legge, l’avere Dio come proprio vanto e il farne un motivo di lode: ecco ciò che caratterizza gli israeliti nel loro concetto e nel concetto di Paolo.

V. 18 - I giudei conoscono la volontà della legge e sanno anche interpretarla adeguatamente. Essi si considerano come guide ed educatori dei popoli.

V. 19 - Per quanto concerne l’espressione guide dei ciechi si può ricordare la polemica di Gesù contro i farisei (Mt 15,14; 23,16-24) la quale è motivata dalla pretesa dei farisei di essere guide dei ciechi. Dio aveva effettivamente chiamato il popolo ebraico ad essere luce delle nazioni: Io, il Signore. . . ti ho formato e stabilito. . . come luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi (Is 42,6-7); È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni. . . (Is 49-6).

V. 20 - In quanto luce nelle tenebre del mondo, il giudeo è, mediante la legge, educatore degli stolti e maestro degli inesperti. Questo ufficio di guida dei ciechi, di luce dei popoli e di educatore del mondo, il giudeo se lo arroga in quanto possiede la legge, che è l’incarnazione della scienza e della verità.

A questo punto si ha una brusca frattura sintattica che appare come l’espressione eloquente del crollo di tutti i privilegi del giudeo (Strack-Billerbeck ). Seguono quattro proposizioni interrogative, anch’esse appartenenti allo stile della diatriba. La quinta, che comincia anch’essa con una frase interrogativa, riprende in termini generali le quattro precedenti. Tutte queste proposizioni mettono in evidenza il contrasto fra ciò che il giudeo insegna e ciò che il giudeo fa. Colui che insegna la legge è il primo a non osservarla.

Vv. 21 - 22 - Nella prima metà del verso la formulazione è ancora generica. Ma poi seguono tre esempi particolari che illustrano in concreto la discrepanza tra teoria e pratica. L’accusa è dura. Il giudeo, secondo Es 20,15 e Dt 5,10 predica pubblicamente di non rubare, ma lui ruba. Vieta l’adulterio (Es 20,14; Dt 5,18), ma lui commette adulterio. Ha in orrore gli idoli, ma lui sottrae ai templi oggetti sacri. La sottrazione di cose sacre da un luogo sacro era considerato in antico uno dei crimini più grandi.

Vv. 23 - 24 - Il giudeo viene ora menzionato come uno che ripone la sua gloria nella legge. Ed ecco il rimprovero: colui che, professando e lodando Dio, imposta la sua vita sulla legge, proprio costui trasgredisce la legge e disonora Dio. E questa accusa è avvalorata dalla citazione della parola di Dio (Is 52,5; Ez 36,20). Paolo rinfaccia al giudeo che proprio lui, che ritiene di avere tanta familiarità con Dio e con la sua volontà, di essere il banditore della sua legge e il giudice dei pagani, proprio lui, trasgredendo la legge profana il nome di Dio fra i pagani.

Ma al giudeo che agisce in tal modo non serve neppure la circoncisione, che è per lui il segno della sua alleanza con Dio e quindi, secondo lui, un pegno di salvezza. Paolo afferma questo nei Vv.25-29, dove controbatte punto per punto questa persuasione giudaica. I rabbini ritengono che la circoncisione salverà Israele nell’era messianica, così come il sangue della Pasqua l’ha già salvato dall’Egitto (cfr. Pirqe R. Neth. 29 |14d|). Ma per Paolo questa convinzione fondamentale del giudeo è superata. La circoncisione o la non circoncisione non sono più i criteri ultimi e decisivi della salvezza o della perdizione.

V. 25 - La circoncisione è utile solo se si osserva la legge. Chi trasgredisce la legge è né più né meno, un pagano. Nulla può sostituire l’osservanza della torà. Anzi, la trasgressione della legge trasforma lo stato di circoncisione in uno stato di incirconcisione (At 11,3; 1Cor 7,18-19); in altre parole fa del giudeo un pagano. E allora non è più figlio di Abramo e membro del popolo dell’alleanza: e questa è una conseguenza radicale, ripugnante per il giudeo stesso.

Vv. 26 - 27 - I pagani che adempiono la legge vengono considerati come i giudei. Il verbo futuro allude al giudizio escatologico di Dio. Dio accoglierà i pagani che osservano i suoi comandamenti, come se fossero membri del suo popolo. Ancora una volta quello che conta ed è decisivo è la pratica della legge. E avverrà che i pagani che adempiono la legge giudicheranno i giudei che la trasgrediscono.

Vv. 28 - 29 - Ma qual è il motivo per cui il pagano che osserva la legge giudicherà il giudeo che non la osserva, ma soltanto la possiede ed è circonciso. Perché è vero giudeo soltanto colui che è circonciso nel cuore. Questa verità è già contenuta nell’AT: Circoncidete il prepuzio del vostro cuore e non continuate a indurire la vostra cervice (Dt 10,16); e inoltre Lv 26,41; Dt 30,6; Ger 4,4; 6,10; 9,25; Ez 44,7-9.

La circoncisione del cuore, già attestata dalla legge e dai profeti, consiste nella conversione e nell’osservanza dei comandamenti e proprio per questo può trovarsi anche tra i pagani. Trasgredendo la legge il giudeo diventa pagano, osservando la legge il pagano diventa un vero giudeo. È giudeo infatti colui che è circonciso nel cuore mediante lo Spirito e riceve lode da Dio.

Dal v.25 in poi il pagano contrapposto al giudeo appare sempre più come il pagano convertito al cristianesimo. Anche in 3,1-20 la posizione in cui si colloca Paolo non è ancora del tutto chiara.

f) Il primato dei giudei non esclude che tutto il mondo sia peccatore (3,1-20).

1Qual è dunque la superiorità del Giudeo? O quale l’utilità della circoncisione?
2Grande, sotto ogni aspetto. Anzitutto perché a loro sono state affidate le rivelazioni di Dio.
3Che dunque? Se alcuni non hanno creduto, la loro incredulità può forse annullare la fedeltà di Dio?
4Impossibile! Resti invece fermo che Dio è verace e ogni uomo mentitore, come sta scritto:
Perché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole
e trionfi quando sei giudicato.
5Se però la nostra ingiustizia mette in risalto la giustizia di Dio, che diremo? Forse è ingiusto Dio quando riversa su di noi la sua ira? Parlo alla maniera umana.
6Impossibile! Altrimenti, come potrà Dio giudicare il mondo?
7Ma se per la mia menzogna la verità di Dio risplende per sua gloria, perché dunque sono ancora giudicato come peccatore? 8Perché non dovremmo fare il male affinché venga il bene, come alcuni - la cui condanna è ben giusta - ci calunniano, dicendo che noi lo affermiamo?
9Che dunque? Dobbiamo noi ritenerci superiori? Niente affatto! Abbiamo infatti dimostrato precedentemente che Giudei e Greci, tutti, sono sotto il dominio del peccato, 10come sta scritto:
Non c’è nessun giusto, nemmeno uno,
11non c’è sapiente, non c’è chi cerchi Dio!
12Tutti hanno traviato e si son pervertiti;
non c’è chi compia il bene, non ce n’è neppure uno.
13La loro gola è un sepolcro spalancato,
tramano inganni con la loro lingua,
veleno di serpenti è sotto le loro labbra,
14la loro bocca è piena di maledizione e di
amarezza.
15I loro piedi corrono a versare il sangue;
16strage e rovina è sul loro cammino
17e la via della pace non conoscono.
18Non c’è timore di Dio davanti ai loro occhi.
19Ora, noi sappiamo che tutto ciò che dice la legge lo dice per quelli che sono sotto la legge, perché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. 20Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato.

V. 1 - Paolo pone due domande sul privilegio del giudeo e sul vantaggio della circoncisione. Se la trasgressione della legge vanifica la circoncisione e se il pagano che adempie la legge giudicherà il giudeo che non la osserva, e, se più in generale, è giudeo colui che ha il cuore circonciso nello spirito indipendentemente dall’essere o no circonciso nella carne, quale importanza conserva allora la circoncisione fisica, il segno e il pegno dell’appartenenza al popolo di Dio? Che ne è dunque delle prerogative del giudeo?

V. 2 - Il privilegio del giudeo è grande perché a lui sono state affidate le rivelazioni di Dio. Quindi il privilegio del giudeo non è la circoncisione della carne e neppure la pratica della legge, ma il dono delle parole di Dio. È un privilegio enorme e singolare. Ma non è di per sé una garanzia. Le parole di Dio devono essere ascoltate, conservate, e messe in pratica.

V. 3 - Paolo pone il problema se la rinuncia di alcuni alla fedeltà non sopprime, per caso, la fedeltà di Dio all’alleanza. La risposta all’obiezione è anzitutto: certamente no, non sia mai! La fedeltà di Dio all’alleanza non viene dunque annullata dall’infedeltà dei giudei. La fedeltà di Dio non dipende dalla fedeltà del suo popolo.

V. 4 - Il non sia mai! non è l’unica risposta che Paolo dà alla domanda che egli stesso si è posto. Non soltanto la fedeltà di Dio all’alleanza non viene annullata dall’infedeltà umana e il privilegio d’Israele - le rivelazioni di Dio a lui affidate - non viene abrogato, ma accade che l’infedeltà d’Israele ha anche un significato positivo: mette in evidenza la permanente fedeltà di Dio all’alleanza e mentre fa risaltare la verità di Dio rivela anche l’infedeltà e la menzogna dell’uomo, ossia del suo essere fondamentalmente malfido.

Dio e l’uomo devono dimostrarsi, e si dimostrano, per quello che sono: deve risultare che Dio è verace e che tutti gli uomini sono mentitori. Ciò risulta dalla Scrittura (Sal 50,6). Nelle sue enunciazioni Paolo vuol dire che Dio emerge nella sua giustizia e risulta vincitore nel processo che gli uomini intentano continuamente contro di lui. E proprio risaltando in tal modo la sua giustizia, Dio si manifesta verace e fidato e afferma la propria fedeltà al patto dell’alleanza. Il giudeo ha ricevuto in affidamento le parole di Dio che costituiscono il fondamento e l’attestazione del patto. Che se poi il giudeo si è mostrato infedele, ciò non ha infirmato per nulla la fedeltà di Dio al patto. Al contrario, l’infedeltà dell’uomo fa risaltare la fedeltà di Dio, proprio come dice la Scrittura: egli uscirà vincitore dal processo e risulterà giusto nelle sue parole. Degno di nota è il modo in cui viene concepita la storia umana: è come un processo che ha il solo scopo di far sempre meglio risplendere la giustizia di Dio.

Vv. 5 - 6 - Paolo insiste sul concetto già toccato al v.3, ossia che l’infedeltà di alcuni non solo non ha vanificato la fedeltà di Dio al patto, ma al contrario l’ha posta in piena luce. Qui egli dà soltanto una diversa formulazione al pensiero. La nostra ingiustizia serve a rivelare la giustizia di Dio. Ma se la nostra ingiustizia mette in risalto la giustizia di Dio, non è forse ingiusto Dio se dà corso alla sua ira verso di noi, quando ci punisce per la nostra ingiustizia? Questa conclusione,dedotta secondo la logica umana, è assurda. Paolo non risponde alla domanda, ma la respinge semplicemente, appellandosi alle conseguenze che deriverebbero da questo ragionamento. La giustizia di Dio è anche giustizia giudicatrice. Essa si manifesta come ira per coloro che compiono l’ingiustizia. L’ira di Dio rappresenta la permanente fedeltà di Dio all’alleanza nei confronti di coloro che sono infedeli all’alleanza. Non dobbiamo perdere di vista tutta la concatenazione e lo svolgimento delle idee. Paolo argomenta in questo modo: Il giudeo ha un privilegio, ossia le parole di Dio affidate a lui. In ciò si manifesta quella fedeltà di Dio che non è venuta meno per causa dell’infedeltà giudaica. E non si oppone a questo il fatto che Dio giudica l’empio. Dio non diventa ingiusto perché giudica l’ingiusto. Altrimenti come potrebbe essere il giudice del mondo?

V. 7 - 8 - Anche in questi versetti si stabilisce un nesso causale tra il peccato dell’uomo e la manifestazione della fedeltà di Dio, della sua giustizia, della sua verità, della sua gloria, e si fa questo per trarne un motivo di critica verso il comportamento di Dio in quanto giudice. Certi avversari malevoli di Paolo presentano come suo questo pensiero: Facciamo il male perché ne venga il bene. Si tratta ovviamente di una caricatura del vangelo della grazia predicato da Paolo. Egli, per ora, taglia corto con un’imprecazione: La condanna di costoro è veramente giusta! La stessa caricatura emergerà in seguito (6,1ss; 14ss; 7,8ss), e solo lì, dopo aver trattato della giustizia di Dio manifestatasi come potenza in Gesù Cristo, Paolo procederà con argomenti contro quella caricatura. Questi alcuni che calunniano l’apostolo sono i giudei o forse anche i giudeo-cristiani.

V. 9 - Alla domanda: abbiamo noi giudei un privilegio? Paolo risponde: Non in modo assoluto! I giudei hanno sì un privilegio che è oggettivamente grande: Dio ha affidato a loro la sua rivelazione. Ma questa preminenza, straordinaria in sé, ha un valore solo relativo per effetto del loro comportamento, della loro infedeltà. Quindi vale quanto segue nel testo: Tutti, giudei e greci, siamo peccatori come attesta la Scrittura.

V. 10 - 18 - Tutto il contesto è compendiato nell’espressione: Nessuno è giusto. Lo dimostra il fatto che dalla bocca degli uomini fuoriescono soltanto cose abominevoli, inganni, velenosità, maledizione e amarezza. Ma lo dimostra anche tutto il loro cammino su una via di guerra e di devastazione. Non hanno il timor di Dio.

V. 19 - Quello che è stato detto vale anche per i pagani e per i giudei. La Scrittura citata parla proprio di coloro che la leggono e l’ascoltano, e quindi dei giudei che le devono essere sottomessi.

Dunque la parola di Dio chiude la bocca a tutti, compresi i giudei.

Nessuno può obiettare nulla nei confronti di Dio perché tutto il mondo è responsabile, colpevole e passibile di punizione davanti a Dio.

V. 20 - Paolo avrebbe potuto concludere così la prima sezione della sua lettera. Invece egli aggiunge una singolare motivazione del v.19b (perché ogni bocca venga ridotta al silenzio e tutto il mondo risulti colpevole di fronte a Dio) e con ciò anche di tutta la parte che va da 1,18 a 3,19. È una motivazione che qui viene appena accennata, anticipando cose che verranno dette più avanti; perciò si fa difficoltà a comprenderla in questo punto.

Il v.20 motiva dunque l’asserzione che tutto il mondo, giudei e pagani, sono colpevoli davanti a Dio! La motivazione è: Poiché nessuno sarà giustificato per le opere della carne. Questa frase riprende una verità già espressa nel Sal 143,2: Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vivente davanti a te è giusto. Ma a questa frase aggiunge per le opere della legge che è l’elemento fondamentale dell’enunciato. Questa espressione va intesa nel significato caratteristico di Paolo, del quale però fino a questo punto non s’è fatto cenno. Le opere della legge sono le opere che la torà richiede, ossia l’osservanza dei comandamenti di Dio. Ebbene, Paolo, in contrasto con la concezione giudaica, afferma che l’uomo non è giusto neppure mediante il compimento delle opere richieste dalla torà. È questo un enunciato capitale del vangelo di Paolo (Rm 3,28; Gal 2,16; 3,2.10). Per ora a Paolo basta affermare che tutto il mondo, compresi i giudei, è colpevole davanti a Dio, perché nessuno viene giustificato dalle opere della legge. La frase finale: poiché attraverso la legge si ha soltanto la conoscenza del peccato motiva l’enunciazione: giacché per le opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a Dio, con un richiamo di carattere generale al vero rapporto che intercorre tra la legge e la salvezza. Attraverso la legge noi facciamo l’esperienza del peccato. Il senso di questa espressione non è che noi attraverso la legge impariamo a conoscere il peccato, nel senso che ce ne rendiamo conto. Paolo afferma invece che la legge produce in noi il peccato, ossia il contrario della salvezza e della giustificazione. Essa provoca l’esperienza del peccato, suscita il peccato. Che cosa voglia dire precisamente ciò, emergerà nel seguito della lettera. Con questo enunciato sorprendente e ancora oscuro si conclude la sezione della lettera che va da 1,18 a 3,19. Questa prende luce per un verso da 1,16-17 e per l’altro da 3,20. Giudei e pagani sono soggetti al peccato, come i fatti dimostrano. Ma dietro a ciò sta un dato più importante e radicale: pagani e giudei non possono essere giusti. La legge infatti, qualunque legge, provoca il peccato e non la giustizia. Nessuno ottiene la giustificazione eseguendo opere comandate dalla legge.

In tal modo 3,20 segna anche la transizione a 3,21 ss. ed apre, per così dire, la porta al vangelo vero e proprio di Paolo. Lo stato dell’umanità ha subìto un cambiamento effettivo. Non vi sono più soltanto la legge e il peccato, ma c’è anche la giustizia di Dio, la quale si manifesta mediante Gesù Cristo e in Gesù Cristo ed è accessibile a chi ha fede (3,21-31). Che la grazia e la fede procurino la giustificazione è dimostrato dal grande esempio di Abramo, padre di tutti noi (4,1-25).

2) La rivelazione della giustizia di Dio (3,21-31).

21Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; 22giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: 23tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. 25Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, 26nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù.
27Dove sta dunque il vanto? Esso è stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. 28Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge. 29Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche dei pagani? Certo, anche dei pagani! 30Poiché non c’è che un solo Dio, il quale giustificherà per la fede i circoncisi, e per mezzo della fede anche i non circoncisi. 31Togliamo dunque ogni valore alla legge mediante la fede? Nient’affatto, anzi confermiamo la legge.

In questo brano vengono affermate fondamentalmente due cose:

1) che la giustizia di Dio è ora apparsa ed è divenuta accessibile a chi ha fede (3,21-26);

2) che la giustificazione, la quale esclude ogni vanto dell’uomo, può essere conseguita da chiunque, non con le opere, ma con la fede, e che proprio in tal modo viene ristabilita la legge nel suo vero senso, ossia come volontà originaria di Dio.

V. 21 - Che cosa è accaduto ora? Qual è il fatto per cui il tempo antico è giunto alla fine e tutto è stato rinnovato? Che cosa è avvenuto ora in contrasto col tempo descritto in 1,18-3,19, quando l’ira di Dio si manifestava contro i pagani e segretamente si accumulava contro i giudei? Ora è apparsa la dikaiosùne Theoù, la giustizia di Dio. Come intende Paolo la giustizia di Dio in questo contesto? Già nell’AT giustizia di Dio indica l’agire di Dio che salva il suo popolo (Dt 33,21). In Paolo la giustizia di Dio è l’operato escatologico di Dio che salva e giudica. Il verbo pefanèrotai vuol dire che la giustizia di Dio è venuta alla luce e si è esplicata efficacemente; è notevole in proposito anche l’uso del perfetto, il quale indica trattarsi di un evento unico e irripetibile, che come tale perdura coi suoi effetti nel presente.

Questa manifestazione della giustizia di Dio rivolta a noi, operata ora da Dio, si è attuata senza il concorso della legge. La legge è naturalmente quella stessa che produce, come si è appena detto (v.20), l’esperienza del peccato. E in riferimento a questo effetto della legge, Paolo afferma che la giustizia di Dio è intervenuta senza cooperazione alcuna della legge. Senza il concorso della legge corrisponde a senza le opere della legge di Rm 3,28; 4,6; Gal 2,16; 3,5. Ma la giustizia di Dio che ora si è manifestata è già attestata dalla legge e dai profeti ossia dalla Scrittura. Essa quindi si ricollega alla storia d’Israele e perciò la sua irruzione come fatto salvifico sulla scena del mondo non è nulla di nuovo e di inatteso. L’AT aveva già preannunziato e promesso quella giustizia di Dio che ora si è manifestata con Gesù Cristo e viene annunziata col vangelo.

V. 22 - Ma di che natura è questa giustizia? La giustizia di Dio di cui si parla è particolare: è quella di cui si diviene partecipi mediante la fede in Gesù Cristo. La giustizia di Dio diviene quindi presente e accessibile mediante la fede in Cristo (3,26; Gal 3,14.20; 3,22; Fil 3,9; Ef 3,17). Siamo di fronte a un evento salvifico che è accessibile solo attraverso l’atto di fede, o per la via della fede. La giustizia di Dio della quale ora si tratta, è una giustizia a cui si accede soltanto per la fede in Cristo. Tutti coloro che hanno la fede in Cristo possono accedere alla giustizia di Dio senza eccezioni di sorta e senza il concorso della legge.

Vv. 23 - 24 - Tutti hanno peccato e sono privi della gloria che gli uomini possedevano una volta in quanto creature di Dio. Questa gloria era la giustizia di Dio di cui l’uomo era rivestito e che perdette a causa del peccato. Nella vita di Adamo 20,21, Eva dice: contemporaneamente mi si aprirono gli occhi e conobbi che ero spoglia di quella giustizia che era stata il mio vestito. Allora piansi e dissi: "Perché hai fatto in modo che venissi privata della mia gloria di cui ero vestita?" (dice Eva al serpente). E Adamo dice a Eva: "O empia donna, che hai fatto? Tu mi hai privato della gloria di Dio!".

Nel v.24 si dice che questa gloria che l’uomo aveva perduta è ora riacquistata: il peccatore, per mezzo della fede, riceve la giustizia di Dio. L’essere dichiarato giusto è divenire partecipe, nella fede, della giustizia di Dio. La maniera in cui si attua questa giustificazione viene indicata meglio nel seguito della lettera. Anzitutto è gratuita, senza merito, senza pagamento: è un dono. Il credente ottiene la giustizia di Dio senza averla meritata con nessuna opera. Ma questo dono gratuito, questa grazia, come si sono concretamente attuati? In virtù della redenzione che si attua in Gesù Cristo. Il che significa: tutti coloro che hanno peccato e sono privi della gloria di Dio vengono giustificati in quanto la giustizia di Dio si dischiude a coloro che hanno fede, attuandosi come grazia in Cristo e con Cristo senza il concorso preventivo di prestazioni umane.

Vv. 25 - 26 - Questi due versetti costituiscono un unico enunciato dottrinale. In primo luogo si afferma che Dio ha fatto di Gesù Cristo un ilastèrion, il quale viene riconosciuto e affermato mediante la fede.

Dio ha pubblicamente esposto Cristo Gesù come ilastèrion. Ilastèrion nell’AT era il coperchio dell’arca dell’alleanza che veniva spruzzato con il sangue espiatorio delle vittime, che in questo modo si avvicinavano il più possibile alla divinità (Lv 16,14). Questo coperchio dell’arca, in ebraico era chiamato la kapporet ed era il luogo sul quale appariva Dio in una nube. Ma non è questo l’unico significato di ilastèrion. Nei LXX ilastèrion è anche traduzione di ‘azàra, una delle parti dell’altare degli olocausti di cui parla Ezechiele, la quale nel rito della purificazione e dell’espiazione viene bagnata con un po’ di sangue della vittima (Ez 43,14.17.20). Il termine non è dunque legato a un particolare oggetto materiale, ma significa luogo di espiazione. La giustificazione è avvenuta tramite Gesù Cristo che Dio ha pubblicamente stabilito e presentato come strumento di espiazione nel versamento del suo sangue, nella sua morte cruenta sulla croce. In quanto luogo di espiazione Cristo può essere riconosciuto e afferrato soltanto tramite la fede. Ma perché Dio ha esposto come luogo di espiazione Gesù Cristo? Per manifestare la propria giustizia nel tempo presente. La giustizia di Dio si è rivelata perché Dio l’ha mostrata in Gesù Cristo. La dimostrazione è avvenuta con la morte cruenta di Gesù Cristo in croce e quindi senza il concorso della legge, e per chi ha fede.

Proviamo a trascrivere con nostre parole i Vv.21-26: Dio senza alcun concorso della legge, ma in un modo predetto dalla Scrittura, ha manifestato nel cosmo la sua giustizia (= la sua fedeltà, la sua verità, la sua gloria). Il cosmo non reca più l’originario splendore della creazione, ma è soggetto al peccato. Ma la giustizia di Dio si manifesta come grazia che giustifica il credente. E il modo della manifestazione è questo: Dio presenta e offre Gesù Cristo come strumento di espiazione, che in quanto tale viene conosciuto e riconosciuto solo per mezzo della fede. E così la temporanea tolleranza dei peccati è giunta alla fine. Ora non è più il tempo in cui Dio si trattiene, ma il tempo in cui pronunzia la sua decisione!

La manifestazione della giustizia di Dio comprende due aspetti: che Dio è giusto e rende giusti. La rivelazione escatologica della giustizia di Dio, che è la sua grazia in Gesù Cristo, è una sola, ma essa ci presenta Dio come il Giusto e il Giustificante insieme.

V. 27 - Il vanto di cui si parla è quello del giudeo, dell’uomo sottomesso alla legge. Quest’uomo trae la sua forza e il suo pregio dal proprio operare e dalla circoncisione, intesa come garanzia divina della sua appartenenza al popolo di Dio. Egli si vanta di queste cose, confida in esse, vive di esse e costruisce la sua salvezza con esse. Ma questo vanto e questa fiducia vengono ora esclusi. Dio stesso li ha banditi. In che modo Dio ha escluso il vanto? Forse mediante una nuova legge più esigente della torà? La risposta è: No, ma mediante la legge della fede. La legge della fede è il nuovo regime, il nuovo ordinamento di salvezza (cf Gal 3,23.25) che è giunto a noi con Cristo. La fede è la richiesta perentoria che si pone ora al mondo. Questa richiesta esclude l’antica legge, la quale esige le opere e attraverso le opere provoca un vanto. Ora Dio ha stabilito la fede come via di salvezza ed è la legge della fede che regola il mondo.

V. 28 - Questo versetto è il convincimento sia di Paolo che dei cristiani: L’uomo viene giustificato dalla fede senza le opere della legge. Le opere della legge, le prestazioni legalistiche fornite dall’uomo con le sue forze e in spirito di autonomia non hanno parte alcuna nella giustificazione; rimangono al di fuori di essa. Il pensiero di Paolo va a tutte le opere non ispirate dalla fede in Cristo il quale si è fatto giustizia per noi (1Cor 1,30), alle opere legalistiche dell’uomo in genere, il quale, per essere discendente di Adamo, è asservito dal peccato all’egoismo peggiore e più sottile e non pecca solo quando trasgredisce la legge, ma anche quando la osserva con spirito di autosufficienza. La giustificazione avviene dunque soltanto per la fede e non per le opere fatte dall’uomo prigioniero di se stesso, dall’uomo che si vanta. Di contro a queste opere peccaminose prodotte dall’egoismo e dall’autosufficienza dell’uomo vi sono però le opere della fede (Gal 5,6; 1Ts 1,3) ossia dell’uomo che liberato per mezzo della fede dalla propria autosufficienza, compie queste opere in quanto le riceve per grazia. Non è vero perciò che l’uomo viene giustificato solo per la fede senza riguardo alcuno alle opere. Non è l’operare in se stesso che è inutile ai fini della salvezza, ma un determinato modo di operare, che ogni uomo porta con sé dalla nascita, ossia l’operare autosufficiente e sicuro di sé in cui è palese il vanto di chi si edifica da se stesso.

L’assioma sulla fede e sulle opere della legge contenuto in questo versetto va inteso alla luce di un’interpretazione complessiva alla quale la lettera condurrà gradualmente.

Vv. 29 - 30 - La giustificazione per mezzo della fede vale tanto per i giudei che per i pagani. Siccome c’è un solo Dio, egli è il Dio di tutti, dei giudei e dei pagani.

V. 31 - Paolo riporta una obiezione che potrebbe essergli mossa dai giudei e dai giudeo-cristiani: Con la fede annullate la legge? E risponde: Non sia mai! Anzi, noi confermiamo la legge. La nuova strada che porta alla salvezza, la strada della fede apertasi con Gesù non ha abrogato la legge; al contrario noi confermiamo la legge. I cristiani confermano la legge in quanto, liberi dalla schiavitù di se stessi, mossi dalla fede in Gesù Cristo, e quindi affrancati da ogni spirito di autosufficienza, adempiono la legge non come un’ opera ma secondo l’intenzione originaria di essa, ossia come un dono della volontà e della pedagogia di Dio.

Ripassiamo ora brevemente ciò che è stato detto fino a questo punto nella prima parte della lettera ai Romani. In 1,16-17 Paolo afferma di essere pronto ad annunciare anche a Roma il vangelo, che è potenza di Dio perché in esso si manifesta la giustizia di Dio. Il mondo, cioè tanto i pagani quanto i giudei, è soggetto al dominio del peccato. Esso infatti è regolato e informato da un principio, quello della legge, che non può non indurre al peccato gli uomini così come concretamente sono.

Ora però la giustizia di Dio (= la sua fedeltà, verità, grazia e gloria) si è rivelata in Cristo Gesù e investe con la sua efficacia giustificante chiunque abbia fede in Cristo. L’uomo dunque viene giustificato per questa fede e non per i suoi adempimenti della legge. Ma con ciò la legge, ben lungi dall’essere abrogata e soppressa, risulta invece confermata e corroborata. Proprio nella fede l’uomo diviene libero di comprendere la legge in modo retto e di osservarla. Per l’uomo credente, la legge riprende il suo primitivo significato di dono della volontà salvifica di Dio.

Ma Paolo non si ferma al pensiero espresso in 3,31, ma, riallacciandosi al vocabolo tematico vanto passa a confermare l’enunciato di 3,28 (Noi pensiamo che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge) con l’esempio di Abramo, il quale, come padre di tutti è tipo dell’uomo giustificato mediante la fede.

3) Abramo padre di tutti noi nella fede (4,1-25).

1Che diremo dunque di Abramo, nostro antenato secondo la carne? 2Se infatti Abramo è stato giustificato per le opere, certo ha di che gloriarsi, ma non davanti a Dio. 3Ora, che cosa dice la Scrittura? Abramo ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia. 4A chi lavora, il salario non viene calcolato come un dono, ma come debito; 5a chi invece non lavora, ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia. 6Così anche Davide proclama beato l’uomo a cui Dio accredita la giustizia indipendentemente dalle opere:
7Beati quelli le cui iniquità sono state perdonate
e i peccati sono stati ricoperti;
8beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto
il peccato!
9Orbene, questa beatitudine riguarda chi è circonciso o anche chi non è circonciso? Noi diciamo infatti che la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia. 10Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso o quando non lo era? Non certo dopo la circoncisione, ma prima. 11Infatti egli ricevette il segno della circoncisione quale sigillo della giustizia derivante dalla fede che aveva già ottenuta quando non era ancora circonciso; questo perché fosse padre di tutti i non circoncisi che credono e perché anche a loro venisse accreditata la giustizia 12e fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo hanno la circoncisione, ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione.
13Non infatti in virtù della legge fu data ad Abramo o alla sua discendenza la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede; 14poiché se diventassero eredi coloro che provengono dalla legge, sarebbe resa vana la fede e nulla la promessa. 15La legge infatti provoca l’ira; al contrario, dove non c’è legge, non c’è nemmeno trasgressione. 16Eredi quindi si diventa per la fede, perché ciò sia per grazia e così la promessa sia sicura per tutta la discendenza, non soltanto per quella che deriva dalla legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi. 17Infatti sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli; [è nostro padre] davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono.
18Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. 19Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sara. 20Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, 21pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. 22Ecco perché gli fu accreditato come giustizia.
23E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato come giustizia, 24ma anche per noi, ai quali sarà egualmente accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, 25il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

Questo brano è un’ampia dimostrazione scritturistica delle considerazioni di 3,21-31. La giustizia mediante la fede e la giustizia di Dio non sono novità assolute: esse si trovano già nell’AT.

Abramo deve essere ritenuto padre di tutti i credenti, siano essi pagani o giudei. La circoncisione è soltanto il sigillo della sua giustizia ottenuta per fede, non il presupposto di essa; la promessa fu rivolta ad Abramo non perché avesse compiuto le opere della legge, ma perché aveva ottenuto la giustizia nella fede. Abramo è tipo di ogni credente.

Vv. 1 - 2 - Se Abramo fosse stato giustificato per le opere, avrebbe qualche motivo di vanto, ma non davanti a Dio. L’enunciato del v.2 è rivolto contro una certa interpretazione giudaica di Abramo, quale si rispecchia in alcuni testi apocalittici e rabbinici. A tutto ciò Paolo risponde che Abramo non trovò affatto benevolenza presso Dio a motivo delle sue opere. Questo gli avrebbe procurato soltanto gloria tra gli uomini.

V. 3 - Come si debba effettivamente intendere la giustizia di Abramo risulta dalla Scrittura. Qui viene citato quasi alla lettera Gen 15,3 LXX. Abramo, posto di fronte alle parole di Dio, le accolse con spirito di obbedienza, si affidò alla sua promessa e proprio per questo risultò nel giudizio di Dio come l’uomo che accetta quanto Dio ha stabilito per entrare in comunione con lui, ossia l’alleanza e i comandamenti, e in questo senso è giusto.

Vv. 4 - 5 - L’immagine del v.4 è questa: a colui che lavora la mercede viene pagata per dovere e non concessa come dono. Nel v.5 Paolo abbandona il discorso figurato e passa all’opposizione reale tra fede e opere della legge. Chi non esegue opere, ma ha la fede non approda a una ricompensa, ma ad essere giusto. L’empietà dell’uomo viene rimossa dalla giustizia di Dio con un atto di grazia assoluta.

La seconda citazione (Sal 32,1-2) pone in risalto che la giustificazione dell’empio comprende in sé il perdono dei peccati. La fede computata come giustizia indipendentemente dalle opere della legge indica nei confronti dell’empio il perdono dei peccati.

Vv. 6 - 8 - Giustificare l’empio vuol dire fargli sperimentare, per pura grazia, quella fedeltà di Dio al patto che si è pubblicamente manifestata con l’espiazione compiuta da Gesù Cristo, e che, nel concreto, significa la remissione dei peccati. Paolo afferma che proprio a una fede così intesa si riferiscono le parole di Gen 15,6: Abramo ebbe fede in Dio e che le parole e ciò gli fu computato a giustizia riguardano appunto la giustificazione per grazia, ossia la remissione dei peccati. Perciò Abramo non ha alcun vanto di fronte a Dio. Tutto il vanto spetta a Dio, perché tutto procede dalla grazia di Dio.

Vv. 9 - 17a - Paolo interpreta il Sal 31,1-2 alla luce di Gen 15,6. Secondo il pensiero della sinagoga questa beatitudine del salmo valeva soltanto per Israele: Egli perdona soltanto Israele. Quando Davide vide come Dio perdona i peccati degli Israeliti e usa loro misericordia, prese a dichiararli tutti beati e a magnificarli: "Beato colui al quale sono state rimesse le colpe..." (Pesiqta R. 45 |185b|).

Secondo Paolo invece il tutto è detto di Abramo, quando era ancora pagano non circonciso. Questa risposta concorda col racconto dell’AT, che la sinagoga interpretava nel senso che la circoncisione di Abramo, secondo Gen 17,10-11 sarebbe avvenuta 29 anni dopo la stipulazione dell’alleanza (Gen 15,10). È chiaro quindi che Abramo ricevette la giustizia per fede quando era ancora un pagano incirconciso. Dunque la giustificazione di Abramo non può essere avvenuta per effetto della circoncisione. Perciò Abramo di cui si dice che credette e fu giustificato non può essere padre solo d’Israele, ma anche dei pagani. Di conseguenza la circoncisione fu il sigillo della giustizia ottenuta per fede nello stato di incirconcisione. Qui è ripetuto chiaramente ciò che dice Gen 17,11: che la circoncisione è un segno: Vi lascerete circoncidere la carne del vostro membro e ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi. La giustizia per fede non ha quindi il suo fondamento nella circoncisione, ma soltanto viene confermata o convalidata dal segno della circoncisione. Quali sono le conseguenze di quanto viene detto nel v.11a? Che per effetto della giustizia conseguita da Abramo con la fede e non con la circoncisione, egli è divenuto padre anche di tutti i pagani credenti che non sono circoncisi (gli etnico-cristiani) e così anche a costoro viene comunicata la giustizia di Dio. Abramo è padre anche dei circoncisi, purché questi non abbiano solo la circoncisione, ma, come Abramo, anche la fede.

Paolo dice che Abramo è padre dei giudei che hanno la fede in Cristo, ossia dei giudei cristiani, e non dei giudei che vivono confidando soltanto nella circoncisione. Quel che Abramo ricevette da Dio, fu accordato alla sua fede, e quel che egli fece, fu prescritto dalla sua fede. In tal modo egli divenne modello e guida dei suoi figli, i quali diventano tali in quanto si collocano nella schiera dei credenti (Schlatter).

Paolo ha quindi dimostrato che Abramo fu giustificato per la fede e non per la circoncisione, perché la circoncisione fu in realtà preceduta dalla fede e dalla giustificazione del patriarca. Nei versetti che seguono (Vv.13-17a) viene spiegato che neppure la legge è il fondamento della giustificazione. La legge non aveva avuto parte alcuna in quella promessa nella cui accettazione consiste la fede di Abramo.

La promessa rivolta ad Abramo consiste, secondo l’AT:

1. nella promessa di Dio che Sara avrebbe avuto un figlio (Gen 15,4; 17,16.19);

2. nella promessa della presa di possesso di Canaan (Gen 12,1.4; 13,14.15.17; 15,7.18-21; 17,8);

3. nella promessa di una discendenza innumerevole (Gen 12,12; 13,16; 15,1 ss; 17,5-6; 18,18; 22,17);

4. nella promessa di benedizione per tutti i popoli della terra (Gen 12,2-3; 18,18; 22,18). Questa promessa è rivolta, secondo Paolo, ad Abramo e alla sua discendenza, ai suoi figli nella fede, agli eredi nella fede (v.14).

Se le prestazioni offerte dall’uomo che confida in se stesso, e obbedisce così alla legge, fossero determinati per l’evento del futuro escatologico, non solo la via della fede sarebbe un’illusione, ma la stessa promessa risulterebbe fallita. Vi sarebbe allora, stando al v.15, soltanto il giudizio dell’ira di Dio, poiché la legge provoca la trasgressione. Questa affermazione si chiarisce meglio se si tiene conto di Rm 7,9ss. La legge provoca il giudizio dell’ira di Dio.

Perché? Perché l’esistenza umana è in balìa del peccato appunto per effetto della legge delle sue richieste, in quanto tali richieste vengono assolte in forma autonoma e autosufficiente.

In ragione della sua visione univeralistica Paolo riafferma di continuo l’idea che giudei e pagani sono compresi nella salvezza. E proprio perché la salvezza è universale, la fede è l’unica via per raggiungerla. A conferma che Abramo è padre di tutti i credenti, non solo dei giudei-cristiani ma anche dei convertiti dal paganesimo, viene citato ancora un testo della Scrittura, Gen 17,5 LXX: Io ti ho costituito padre di molti popoli.

V. 17b - La fede di Abramo si rivolgeva e aderiva al Dio che risveglia dalla morte alla vita e chiama dal non essere all’essere. Essa confida nell’onnipotente Dio creatore e redentore, il cui divino operare non può essere intralciato né dalla morte né dal nulla. Dio agisce continuamente con sconfinata potenza nel presente.

V. 18 - La caratteristica della fede di Abramo è brevemente delineata con una parafrasi di Gen 15,6 e dopo viene illustrata più diffusamente. Abramo credette contro ogni speranza nel senso che nessuna realtà terrena poteva suscitare la sua speranza. Vi era soltanto la promessa di Dio. Ma proprio questo risvegliò la speranza credente di Abramo, per cui egli credette contro ogni speranza umana, sperando solo nella potenza di Dio. La fede di Abramo è dunque speranza e poggia sulla speranza che la parola di Dio destò in lui che per la condizione terrena non aveva più alcun motivo di speranza. E proprio grazie a questa fede egli divenne, secondo la Scrittura (Gen 17,5), padre di molti popoli.

V. 19 - La fede di Abramo si qualifica per aver accettato, contro ogni dato visibile e stimabile, la promessa di Dio, semplice parola di fronte a dei fatti. I fatti erano il suo corpo incapace di generare e il grembo di Sara ormai infecondo.

V. 20 - Abramo non ebbe dubbi e incertezze; la sua fede nella veracità della promessa di Dio era e rimase semplice e schietta. Egli si attenne alla promessa di Dio e non diede ascolto alla sconsolata realtà dei fatti. In virtù della fede Abramo si libera da tutto e ascolta soltanto Dio, dando così a lui la sua gloria.

V. 21 - Abramo ebbe fede perché era pienamente convinto che Dio può fare quello che ha promesso.

In sintesi dunque la fede di Abramo è:

1. fede nella promessa di Dio, manifestata nelle sue parole;

2. fede nel Dio che fa vivere i morti e che, con la sua parola, chiama all’esistenza ciò che non esiste;

3. fede accompagnata da una speranza schiettissima, che non sorvola sulla realtà di questo mondo, ma la considera con occhio disincantato, senza lasciarsi però indurre da essa a mettere in dubbio la parola di Dio;

4. la fede di Abramo è quindi una fede collaudata e rafforzata dalla tentazione;

5. è fede persuasa che Dio è abbastanza potente da mantenere la sua parola;

6. è una fede che equivale a un rendere gloria a Dio (v.20).

Vv. 22 - 25 - Dopo aver spiegato la fede di Abramo, Paolo mette in chiaro il rapporto tra la fede di Abramo e la fede di noi cristiani. In effetti, come Paolo dirà più avanti, la Scrittura parla fondamentalmente per noi (Rm 15,4; 1Cor 9,8ss; 10,11) che viviamo nell’epoca finale, nell’epoca del compimento e del disvelamento, per noi che abbiamo il vangelo escatologico.

Anche noi siamo credenti come Abramo; anche noi crediamo al Dio che fa vivere i morti (v.17). Ma noi crediamo a questo Dio che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti. Nella nostra fede questa vittoria di Dio sulla morte assume concretezza e compimento nella risurrezione di Gesù dai morti. Egli fu consegnato alla morte per i peccati da noi commessi (Is 53); e fu risuscitato per la nostra giustificazione. Alla fede generica di Abramo nel Dio che risuscita i morti si è ora sostituita la nostra fede, la quale ha fatto esperienza di questo Dio nella risurrezione dai morti del Signore nostro Gesù Cristo. Il Dio in cui crediamo ha già mostrato in Gesù Cristo l’onnipotenza della sua grazia e della sua giustizia.

 

 

II°
I DONI DI GRAZIA DELLA GIUSTIFICAZIONE PER FEDE
(5,1-8,39)

Con 5,1 comincia una parte nuova che è in un certo senso la più importante di tutta la lettera e che giunge fino a 8,39. Essa ha i suoi presupposti in 1,18-3,20 e soprattutto in 3,21-4,25. Nel mondo dei pagani che respingono Dio e dei giudei che mirano alle opere e si ritengono giusti per merito loro, Dio ha manifestato ed eseguito nella persona espiatrice di Gesù Cristo la sua giustizia, ossia la sua azione salvifica, di modo che noi, al pari di Abramo, diventiamo giusti non per le opere della legge, ma per la fede. Rispetto a ciò i cap. 5-8 hanno il compito di sviluppare questo annuncio della giustificazione per fede procurata dall’opera salvifica di Gesù Cristo e di svilupparlo sotto un aspetto ben determinato, spiegando tutto ciò che è implicito nell’essere giustificati per fede, elencando i doni che esso comporta.

1) La speranza di coloro che sono giustificati per fede (5,1-11)

1Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. 3E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4e la virtù provata la speranza. 5La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
6Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. 7Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. 8Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 9A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. 10Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 11Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.

V. 1 - Paolo afferma che noi siamo stati giustificati per la fede.

Usando l’aoristo passivo egli si riferisce a qualcosa che è già avvenuto a noi e che ci contraddistingue in quanto cristiani. In 5,1 si allude evidentemente a un momento preciso della vita dei cristiani che appartiene al passato: si tratta del battesimo. Dalla data del battesimo si può dire che i cristiani sono giustificati per fede. Per Paolo il battesimo è il sacramento della fede perché esige la fede e conduce alla fede, e perché esso avvia il battezzato all’esistenza di fede. Nella fede postbattesimale si mantiene la giustificazione ricevuta per la fede e nella fede nel battesimo, e così il credente, giustificato una volta nel battesimo, riceve continuamente una nuova giustificazione. Ma in concreto che cosa ne è venuto a noi che siamo stati giustificati per la fede? Anzitutto abbiamo pace in rapporto con Dio. Questa pace si è instaurata quando noi nemici di Dio fummo riconciliati con Dio da Gesù Cristo. La pace non è dunque lo stato di equilibrio dell’animo e neppure una disposizione del nostro vivere. Pace non indica neppure primariamente il nostro comportamento pacifico. La pace è in primo luogo la pace di Dio intesa come lo stato di pace che ci sorregge e del quale siamo divenuti partecipi in quanto giustificati per la fede. Questa pace con Dio ci è data in continuità dal nostro rapporto con il nostro Signore Gesù Cristo.

Noi abbiamo la nostra salvezza non solo dall’unico e irripetibile evento della morte e risurrezione di Gesù Cristo celebrato nel battesimo, ma anche da una continua e perdurante azione di Gesù risorto e glorificato presente e operante nel suo Spirito.

Vv. 2 - 3 - Per mezzo di Cristo si è dischiusa e fatta accessibile la grazia in cui ci troviamo. La pace di cui si è parlato al v.1 ora viene considerata sotto un altro aspetto: è una pura grazia, una immeritata propensione di Dio verso di noi. La grazia è l’opera compiuta da Dio in Gesù Cristo la quale ci avvolge nel suo abbraccio.

Noi non soltanto ci troviamo in pace con Dio e investiti della sua grazia, ma ci gloriamo per la potenza della gloria di Dio. Per Paolo il gloriarsi è una fiducia profonda nella quale l’uomo si immerge gioiosamente e che si manifesta nella professione solenne e nella lode. Il gloriarsi è il condensato della fiducia. C’è un gloriarsi autonomo, il gloriarsi di sé che si potrebbe chiamare autoedificazione o gonfiarsi (cf 1Cor 3,21) e c’è un gloriarsi in Dio o in Gesù Cristo (Fil 3,3; 1Cor 1,31; 2Cor 10,17; Rm 2,17; 5,11) che effettivamente edifica, che costruisce l’esistenza, e che è l’agàpe. Per questo Paolo può dire: la carità non si gonfia (1Cor 13,4) e la carità edifica (1Cor 8,1). L’amore edifica perché in esso l’uomo respinge la tendenza ad autoedificarsi con le proprie qualità (con le proprie opere, con i riconoscimenti che riceve) e nell’amore del prossimo e di Dio rigetta la propria individualità egoistica. Ma gloriarsi rappresenta anche in un certo senso un modo di stabilire e di rafforzare la fiducia, come risulta chiaramente da Rm 2,17 e 2,23a. Quando un uomo trae il suo vanto dalla legge (o dalle opere della legge) egli, davanti a se stesso o davanti agli altri, si appoggia o si affida alla legge, la quale viene dunque ad essere il suo fondamento. Vantarsi è avere una fiducia radicale. Quando invece l’uomo si vanta di Dio e del Signore Gesù Cristo (1Cor 1,31; 2Cor 10,17; Fil 3,3, ecc.) allora al gloriarsi si lega il movimento della gioia e del giubilo. In questo caso il vantarsi assume il senso di un riconoscimento gioioso. Il vanto diviene un’attestazione di ringraziamento e di lode (Dt 33,29; Sal 88,17-18; Ger 17,14; ecc.).

Anche qui in 5,2 ci gloriamo va inteso in questo significato fondamentale di profonda fiducia, a cui si accompagna un’edificazione della vita e che prorompe in una giubilante sicurezza. L’oggetto e il fondamento di questo gloriarsi è posto nella speranza della gloria di Dio. E forse si può cogliere un nesso tra le due proposizioni abbiamo pace con Dio e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio nel senso che la pace con Dio che noi abbiamo in quanto giustificati per la fede, è la pace di coloro che vivono nella gloria di Dio presente e futura, e che si protendono verso di essa. Nello stato di grazia proprio di colui che è giustificato per fede, avere pace con Dio è anche avere speranza nel futuro nel quale irrompe il regno di Dio. È una pace che trascende ogni intelligenza (Fil 4,7) e che quindi non può essere compresa e sperimentata fuori di Cristo, fuori dell’ambito della fede. L’esistenza cristiana è una vita vissuta nella speranza (Rm 8,24; 12,12; 15,13). Anche le tribolazioni, che in definitiva servono a rafforzare la speranza, sono motivo di vanto perché da esse ricaviamo l’edificazione della nostra vita. Infatti in un tale vanto che paradossalmente intende la sciagura come salvezza e il tramonto della vita come inizio della vera vita, si dimostra la fiducia sconfinata e si corrobora la speranza.

Un buon commento all’affermazione di Rm 5,3: ci gloriamo anche delle tribolazioni è costituito da 2Cor 4,16-18: Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.

Coloro che sono giustificati per la fede e quindi vivono in pace con Dio, si trovano in uno stato di grazia e sono pieni di speranza nella gloria futura, sanno per esperienza che la tribolazione - intesa alla luce della fede e della speranza - produce la perseveranza (o pazienza). La speranza si manifesta nella pazienza.

V. 4 - Questa pazienza che è frutto della speranza, a sua volta produce una virtù collaudata. Da questa certezza di aver dato buona prova di sé nasce una nuova speranza. Coloro che sono giustificati per la fede possono anche vantarsi delle tribolazioni e trarne l’edificazione della loro vita.

V. 5 - La speranza non inganna, non conduce alla vergogna, perché lo Spirito Santo ha riversato l’amore di Dio nei nostri cuori. L’amore di cui si parla è quello che il Padre in Gesù Cristo, mediante lo Spirito Santo, nutre per noi. Tale amore afferra l’uomo nell’intimità più profonda dell’essere, là dove soltanto Dio può giungere e vedere, là dove i pensieri dell’uomo storico e le sue decisioni effettive sovente cozzano con le sue conoscenze e rappresentazioni oggettive. In questo centro dell’esistenza umana è penetrato, mediante lo Spirito, l’amore di Dio, che ora lo regola e lo muove. L’uomo giustificato per fede è afferrato e posseduto nel fondo della sua persona dall’amore di Dio tramite lo Spirito, perciò la speranza nella quale egli conduce la propria vita, che si ravviva anche e soprattutto nelle tribolazioni, è una speranza concreta ed infallibile. I Vv.6-11 ci spiegheranno di che amore di Dio si sta parlando. È il meraviglioso amore di Dio in Gesù Cristo morto per i nemici di Dio, l’amore che dischiuderà il futuro della salvezza ai giustificati e ai riconciliati.

Vv. 6 - 7 - Le argomentazioni di questi versetti servono solo a preparare l’enunciato vero e proprio, che si trova nel v.8. Cristo è morto per amore e a vantaggio dei deboli, dei peccatori, dei ribelli a Dio. Ciò è singolare, anzi sconcertante, poiché a stento si può trovare uno disposto a morire al posto di un uomo giusto. Cristo invece è morto per i peccatori e gli empi. Con i nostri criteri umani non è possibile darne una spiegazione: quella morte appare assurda.

V. 8 - Questo verso chiarisce meglio l’amore di Dio menzionato al v.5. Il costante amore di Dio per noi è l’amore attestato dall’evento della morte di Cristo per noi peccatori.

Vv. 9 - 10 - Coloro che sono giustificati per fede - nel sangue di Gesù Cristo - ora davvero saranno salvati dal giudizio dell’ira di Dio, e ora davvero coloro che sono riconciliati con Dio tramite la morte di Gesù Cristo verranno salvati grazie alla vita di Gesù Cristo risorto dai morti. Cristo è l’irrevocabile per noi di Dio (cf. 8,21-39).

V. 11 - Non ci vantiamo soltanto per tutto ciò che abbiamo detto su Gesù Cristo e sull’amore di Dio, che sono la garanzia della nostra futura salvezza, ma ci gloriamo anche di Dio stesso per mezzo di Gesù Cristo, il quale nella sua condizione di Risorto, concede a noi la riconciliazione e in virtù del quale edifichiamo con vanto la nostra vita nella speranza della sua gloria.

2) Adamo e Cristo (5,12-21).

12Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. 13Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, 14la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
15Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini. 16E non è accaduto per il dono di grazia come per il peccato di uno solo: il giudizio partì da un solo atto per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute per la giustificazione. 17Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
18Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. 19Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
20La legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia, 21perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

L’apostolo prende ora in considerazione la storia dell’umanità nel suo complesso, quella storia che ogni singolo uomo trova davanti a sé come una realtà data, ma che anche contribuisce a fare. Questa storia dell’umanità reca l’impronta per un verso di Adamo e per l’altro di Cristo, di ciò che l’uno e l’altro hanno significato e hanno compiuto. Ogni uomo reca in sé, sia pure in modi diversi, il segno di questa origine.

Il discorso di Paolo procede faticosamente, perdendosi talvolta e riavviando poi il discorso.

V. 12 - Adamo è menzionato come un solo uomo (Vv.12.15.16. 17.18.19) per indicare che non è un qualsiasi individuo umano, ma in certo modo l’uomo primordiale che lascia la sua impronta decisiva e fatale su tutti gli uomini che vengono dopo di lui e rappresenta quindi il loro intrinseco destino. In che modo tramite lui il peccato sia entrato nel mondo qui non è detto. Ma al v.14 si parla della sua trasgressione, nei Vv.15.17 e 18 della sua colpa e della sua caduta, al v.19 della sua disobbedienza e al v.16 del suo peccato. Attraverso la trasgressione, la colpa e la disobbedienza di Adamo, dell’unico uomo, è entrato nel mondo il regime del peccato che ora vige nell’umanità e che la signoreggia in ciascuno dei suoi membri. E attraverso il regime del peccato, che trae origine dall’azione peccaminosa di Adamo, è di pari passo entrata nel mondo la morte o, meglio, il regime della morte, della morte come potenza cosmica (Rm 5,14.17; 7,5; 8,38-39; 1Cor 15,21.22.26; 1Cor 15,24; 2Cor 4,12; 1Cor 3,22; ecc.).

E questo regime della morte non si concreta soltanto nelle varie forme di distruzione fisica, psichica e spirituale; la morte è la manifestazione del giudizio di Dio, della sua ira, della sua condanna. È la morte intesa come la rovina e la distruzione che promanano dall’ira di Dio (Rm 9,22; Fil 1,28; 3,19; Rm 2,12; 1Cor 1,18; 8,11; 15,18; 2Cor 2,15; 4,9). Poiché in dipendenza da Adamo ogni uomo pecca, ogni uomo deve anche morire; ma poiché la morte è un effetto dell’ira di Dio, essa viene a cessare quando non ha più corso l’ira di Dio. Quindi la morte a cui tutti siamo sottoposti è in parte un’eredità di Adamo e in parte colpa nostra, in quanto col nostro modo di agire provochiamo l’ira di Dio. Non è questo l’unico testo in cui Paolo istituisce una connessione molto stretta fra peccato e morte. Non solo il peccato reca con sé la morte come sua punizione (Rm 1,32) o ricompensa (Rm 6,23), ma anche la carne dominata dal peccato anela, aspira (fronèi = medita, pensa) alla morte (Rm 8,6), ha una brama perversa di morte. La morte è il tèlos (il destino, il punto di arrivo) del peccato (Rm 6,21), è ciò a cui esso tende. Il peccato fa il gioco della morte (Rm 7,5). Esso stimola la morte come pungiglione (1Cor 15,56). Il peccato - e questa è forse la formulazione più comprensiva e pregnante - regna nella morte (Rm 5,21). In altre parole: la morte è la forma e il modo in cui il peccato esercita il suo dominio. Il regime del peccato, che attira sull’umanità il regime della morte, esercita di fatto il suo potere appunto in questo regime di morte.

E la potenza della morte è penetrata nel mondo in modo da dominare senza eccezione tutti gli uomini perché tutti gli uomini hanno peccato. La morte è un effetto e una manifestazione della potenza del peccato entrata nel mondo con il peccato di Adamo: tutti muoiono in Adamo (1Cor 15,22).

L’ingresso nel mondo del regime del peccato (insieme con la sua potenza di morte) viene motivato da Paolo in due modi:

1. per causa di Adamo e della sua disobbedienza (5,12a), e

2. in quanto tutti gli uomini hanno peccato (5,12d).

Il senso del v.12 risulta allora così: Come attraverso un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e attraverso il peccato la morte e così la morte si è estesa a tutti gli uomini perché tutti hanno peccato... Dopo Adamo i singoli individui hanno fatto una scelta personale a favore del peccato. Ma il peccato dei singoli non è una pura fatalità. L’esistenza di ogni uomo ha le sue radici nel passato (in definitiva in Adamo) e si manifesta negli atteggiamenti e nelle scelte libere del presente.

Vv. 13 - 14 - In questi versi Paolo svolge un’idea complementare ma necessaria. Essi ribadiscono l’enunciato del v.12 e ne difendono la giustezza contro una possibile obiezione che potremmo esprimere in questi termini: come può essere che attraverso un solo uomo (Adamo) il peccato e la morte siano entrati nel mondo e vi siano entrati in modo che questo peccato e questa morte passino in atto nei peccati concreti e nelle morti concrete dei singoli uomini? Com’è possibile, se è vero che da Adamo fino a Mosè non vi era legge, parlare di peccato se di peccato si può parlare solo quando vi sia una legge (cf 4,15)? Soltanto in 7,7-25 questo rapporto legge-peccato sarà trattato come tema specifico; qui è trattato brevemente e poi subito lasciato cadere. Per intanto Paolo risponde: Anche prima di Mosè c’era il peccato, ma non c’era ancora il peccato riconosciuto e qualificato dalla legge. Questa affermazione viene confermata dal v.14. La morte ha esercitato il suo dominio anche su coloro che, a differenza di Adamo, non hanno peccato nel senso di trasgredire una legge. Infatti anche il peccato non messo in conto è pur sempre peccato, e il peccato sprigiona sempre la morte. La morte ha regnato in tutti i tempi perché il peccato ha regnato in tutti i tempi. La morte ha regnato anche su coloro che non avevano prevaricato alla stessa maniera di Adamo, ossia trasgredendo un comando espresso. Adamo peccò violando un comandamento, commettendo una precisa trasgressione, mentre gli uomini dopo di lui, fino a Mosè, non agirono in maniera analoga. Eppure anch’essi peccarono e perciò anche su di loro regnò la morte entrata nel mondo a causa del peccato di Adamo. Il peccato e la morte sono, nel mondo prima di Cristo, fenomeni onnicomprensivi. Poiché essi provengono da Adamo e quindi da un solo uomo, questo uno è il tipo di un altro che qui viene chiamato colui che deve venire e che porta giustizia e vita per tutti coloro che si affidano a lui. Il vocabolo tupos significa figura, modello, esempio. Adamo è il tupos di Cristo; nella sua persona, per quanto essa significa nella storia della salvezza, è il prototipo che rimanda a Cristo come a suo antitipo. L’inizio del dominio universale del peccato e della morte in Adamo rimanda alla fine di tale dominio nell’Adamo escatologico, nel Cristo. I beni recati dall’Adamo che doveva venire, Cristo, sono incomparabilmente superiori rispetto alla rovina procurata agli uomini dal primo Adamo. L’Adamo-Cristo non rappresenta solo la compensazione del primo Adamo, e di ciò che questi ha prodotto, ma è molto di più, ha una superiorità non paragonabile con quella del primo Adamo, una superiorità infinita.

Vv. 15 - 17 - Paolo ci presenta queste verità: l’incomparabile superiorità del dono di grazia recato da Gesù Cristo per tutti (v.15), il carattere impareggiabile dell’evento di grazia che si compie per opera di uno e investe tutti (v.16), la grandezza senza paragone del dono di grazia e del destino di grazia per i credenti (v.17).

Posto che Adamo è figura di Cristo, ciò non significa un’equivalenza tra il suo passo falso (peccato) e il dono divino di grazia; al contrario, l’agire di Dio comporta sempre un sovrappiù, e il suo dono di grazia impersonato nell’unico uomo Gesù Cristo, è giunto in misura sovrabbondante a tutti. In questo caso oi pollòi, secondo l’uso ebraico (Dt 12,13; Is 56,6.11.12) significa tutti (harrabìm = i molti che non si possono calcolare).

Secondo la convinzione di Paolo, non è più possibile fraintendere il dono di Dio in Gesù Cristo come se fosse soltanto la compensazione di un errore o il bilanciamento del male che da Adamo in poi regna nel mondo. La grazia di Dio è essenzialmente sovrabbondanza, pienezza, una realtà inaudita e inesauribile.

Vv. 18 - 19 - Ciò di cui ora gli uomini possono e devono vivere è la vita offerta da Gesù Cristo e già attuata nella sua donazione per noi, quella vita che ci viene concessa dalla grazia di Dio. Dopo questa svolta, avvenuta nella storia, dal regime del peccato e della morte in Adamo al regime della sovrabbondante grazia e potenza di vita in Gesù Cristo, bisogna puntare sulla salvezza che si è manifestata in Gesù Cristo e che impronta di sé tutto il presente e tutto il futuro.

Vv. 20 - 21 - La menzione della legge nel suo rapporto con il peccato viene fatta in maniera incidentale. Soltanto in 7,1 ss. verrà assunto come tema specifico il rapporto tra legge e peccato.

Circa la legge si dice anzitutto che è sopravvenuta e in questa espressione forse c’è, come in Gal 2,4, un tono spregiativo nei confronti della legge. La legge è quindi un dato della storia. Non è, come insegnavano i rabbini, una della sette cose che furono create prima del mondo. Non è neppure, come si legge per es. in Abot 6,11, la mediatrice della creazione in quanto sapienza di Dio. La legge comincia ad esistere con Mosè ed è quindi un elemento della storia recente. Eppure essa aveva il suo compito assegnatole da Dio: per effetto di essa doveva moltiplicarsi il peccato. Questo moltiplicarsi del peccato di Adamo è una diffusione di quel peccato nei singoli peccati dei discendenti di Adamo. In che modo ciò avvenga per effetto della legge sarà spiegato in 7,7 ss. Eppure il moltiplicarsi del peccato ebbe come conseguenza il sovrabbondare della grazia. Là dove, per effetto della legge, ha preso forza e sviluppo il regno del peccato, ivi ha sovrabbondato la grazia eccedendo in ogni misura. In definitiva la legge ha solo in apparenza dispiegato la sua efficacia. La grazia ha vinto anche il peccato diffuso per la legge. Qual era dunque nell’intenzione di Dio, l’ufficio transitorio assegnato alla legge?

V. 22 - Questo versetto risponde alla domanda e così facendo ricapitola ancora una volta in maniera conclusiva la nuova situazione di Cristo succeduta a quella di Adamo. Il regime del peccato, che si concretizza e si manifesta nei singoli atti peccaminosi, ha esercitato il suo potere per mezzo della morte. La morte, intesa quale regime o potenza della morte, è lo strumento mediante il quale la potenza del peccato domina, è il modo in cui essa domina. Ma questa è la situazione passata dell’umanità. Ora è venuta la grazia sovrabbondante che ha sopraffatto il peccato e la morte. Questa grazia regna per mezzo della giustizia di Dio, attuata in Cristo Gesù, la giustizia della fedeltà di Dio al patto, la quale tutti comprende nella giustizia della sua grazia (3,21-22; 5,17). La grazia regna mediante la giustizia di Dio per condurre alla vita eterna per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore: la grazia che ci è stata data consiste nell’unico uomo Gesù Cristo. Attraverso il suo atto di giustizia procede per tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita (v.18), e per la sua obbedienza tutti sono diventati giusti (v.19).

3) Nel battesimo la liberazione dalla potenza del peccato (6,1-14).

1Che diremo dunque? Continuiamo a restare nel peccato perché abbondi la grazia? 2È assurdo! Noi che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere nel peccato? 3O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. 5Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. 6Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. 7Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato.
8Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. 11Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
12Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; 13non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. 14Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia.

V. 1 - L’obiezione: Dobbiamo persistere nel peccato perché abbondi la grazia? si riallaccia al v.5,20b e ne stravolge il senso. Si tratta con ogni probabilità di un’obiezione rivolta a Paolo per la sua dottrina della giustificazione e della grazia. Infatti in 3,8 Paolo dichiara espressamente che certi calunniatori, falsando il senso delle sue parole, gli attribuivano un pensiero come quello qui riferito.

Paolo rileva un fatto oggettivo: la correlazione di grazia e peccato che è nei fatti della storia della salvezza: Dove ha abbondato il peccato, ivi ha sovrabbondato la grazia (5,20). Gli avversari di Paolo stravolgevano questa correlazione in un rapporto di causa ed effetto (poiché il peccato divenne così frequente e diffuso, anche la grazia si fece abbondante) e ne traeva la conseguenza pratica: Aumenta il peccato se vuoi aumentare la grazia! La domanda è dunque: Dobbiamo allora rimanere nel peccato, perché abbondi la grazia? Il peccato (hamartìa) è quella potenza e quel regime del passato di cui si è parlato nel cap. 5. Il rimanere nel peccato si attua nel compimento dell’azione peccaminosa, nel peccare. L’uomo resta nella potenza del peccato quando acconsente a questa potenza compiendo l’azione peccaminosa e, così facendo, si riallaccia concretamente al suo passato adamitico, alla sua origine: ritorna sotto il regime del peccato.

V. 2 - La risposta di Paolo a questa obiezione è un deciso me ghènoito, non sia mai, che in questa lettera ricorre ben sette volte. Il motivo è questo: siamo morti al peccato. Questa affermazione è comprensibile solo nella fede. Noi in quanto morti al peccato non possiamo più vivere in esso e quindi rimanere in esso. L’esistenza del cristiano non si svolge più sotto il regime del peccato e della morte, ma sotto la signoria del Risorto.

V. 3 - Nel battesimo siamo morti al peccato. Essere battezzati in Cristo Gesù significa diventare proprietà di Gesù Cristo. La locuzione eis to ònoma, nel nome, attestata nel linguaggio giuridico e commerciale ellenistico esprime il trapasso giuridico di qualcosa in proprietà di una determinata persona. Noi siamo morti al regime del peccato quando nel battesimo passammo in proprietà di Gesù Cristo e quando fummo realmente incorporati a Cristo (= immersi nella sua morte e nella sua risurrezione).

V. 4 - La conseguenza del battesimo è un essere stati sepolti con lui e in senso particolare la partecipazione alla risurrezione di Cristo.

La risurrezione di Cristo è avvenuta per la potenza della gloria del Padre, che è lo Spirito Santo. Nel battesimo siamo morti e sepolti con Cristo perché possiamo condurre una vita nuova in modo retto e conforme alla risurrezione di lui. La nostra risurrezione dai morti è implicita nella frase affinché noi camminassimo in una vita nuova.

Questa novità di vita è prodotta dal battesimo e fondata nella risurrezione di Gesù Cristo. È il nuovo regime dello Spirito (7,6), il nuovo modo di essere, creato dallo Spirito nel battesimo, la sfera nella quale viviamo. Nel battesimo, per la potenza dello Spirito, siamo in Cristo e quindi siamo nuova creatura (2Cor 5,17; Gal 6,15): è iniziata in noi la vita escatologica. Attraverso il battesimo questa dimensione della nuova vita escatologica è diventata il nostro spazio vitale in cui ci dobbiamo muovere e nel quale dobbiamo attuare la nostra nuova possibilità vitale. Noi dobbiamo camminare in modo conforme a questa possibilità che si è dischiusa a noi con la risurrezione di Gesù Cristo: dobbiamo testimoniarla nella nostra esistenza. Con questo imperativo, la domanda se dobbiamo rimanere nel peccato riceve una nuova risposta. No, non dobbiamo rimanere nel peccato perché nel battesimo siamo morti al peccato. Il battesimo, creando, in forza della risurrezione di Cristo, un modo di essere nuovo ed escatologico, esige da noi un’esistenza nuova.

V. 5 - La vita nuova si è instaurata in noi in quanto con il battesimo siamo divenuti partecipi della risurrezione futura.

V. 6 - Il nostro uomo vecchio non è una parte di noi, ma siamo noi prima del battesimo in quanto creature terrestri, viste alla luce dell’uomo nuovo. Questo uomo vecchio è stato crocifisso con Cristo. Ma quale effetto ha ottenuto la crocifissione battesimale? Qual era il suo scopo? Il nostro essere crocifissi con Cristo nel battesimo ha come scopo e conseguenza, in primo luogo, la soppressione del corpo del peccato e, in secondo luogo, la fine della nostra soggezione al dominio del peccato. Il corpo del peccato è il corpo sottomesso alla potenza del peccato, è la persona in balìa della morte perché in balìa di se stesso. Il cristiano è diventato una creatura nuova e quindi deve avere un comportamento nuovo. Il corpo del peccato è stato distrutto dal battesimo e quindi il battezzato è sottratto alla necessità di peccare. Non è più schiavo del peccato; può non peccare. Ora egli è soggetto a un’altra potenza alla quale può e deve dare tutto se stesso, ossia a Cristo.

V. 7 - Attraverso la morte battesimale avviene la liberazione dalla potenza del peccato.

Vv. 8 - 10 - Cristo è morto al peccato, a danno della potenza del peccato (Thüsing), nel senso che ha tolto al peccato ogni potere sugli uomini, in quanto egli stesso fu reso peccato dal peccato degli uomini, ne fu coperto (2Cor 5,21). La sua morte fu un evento unico, straordinario, definitvo, che, come tale, non può essere ripetuto ma può essere ripetutamente ripresentato, reso presente nella storia dei credenti. Il vivere per Dio esprime il docile orientamento a Dio e la pronta decisione a lui, ossia quell’atteggiamento di Cristo che contiene in sé un’eternità d’amore per noi e di intervento a nostro favore (8,34).

V. 11 - Come Cristo è morto al peccato, così i battezzati sono morti al peccato. Come Cristo vive per Dio, così i battezzati devono vivere per Dio. I cristiani, non solo possono, ma devono vivere per Dio e non per se stessi. Quando si è stati battezzati e incorporati in Cristo, il futuro si chiama Dio. Il credente in Cristo vive per Dio in quell’ambito della signoria di Cristo nel quale fu accolto nel battesimo in attesa del dispiegarsi definitivo della vita eterna. Quello che eravamo prima del battesimo, cioè soggetti alla potenza del peccato e della morte, è finito. Quel che saremo, ossia viventi con Cristo, è cominciato. Rimanere nel peccato sarebbe contro la nostra realtà di battezzati, contro il nostro nuovo modo di essere: sarebbe una assurdità. Come battezzati dobbiamo acquisire una nuova autocomprensione e trarne le conseguenze pratiche adeguate. La potenza del peccato e la morte che l’accompagna hanno perduto il loro dominio e non devono ripigliarlo. Va attestato concretamente che la potenza del peccato è stata vinta. Tale è il senso dei Vv.12-14.

Vv. 12 - 14 - Proprio perché liberati, non dobbiamo ricadere sotto i nostri vecchi padroni. Noi non abbiamo più il corpo del peccato e il corpo della morte, ossia non siamo più asserviti a queste potenze nella nostra persona. Ma abbiamo ancora il corpo mortale che è soggetto alle tentazioni. Nei suoi confronti dobbiamo e possiamo impiegare la nostra libera determinazione di fede.

La potenza del peccato può regnare solo se le si obbedisce: il cristiano non deve obbedirle. Il modo in cui si manifesta la potenza del peccato sono le concupiscenze: esse non sono morte con il battesimo.

Nelle concupiscenze l’uomo vecchio fa risentire la sua voce. Il peccato e la morte cercano di ripigliare il loro potere sul battezzato attraverso il suo egoismo e le concupiscenze della carne. Le membra sono l’io in quanto agisce di volta in volta in un modo o in un altro.

Nelle membra io metto a disposizione me stesso per il bene o per il male. L’enunciazione positiva voi siete sotto la grazia richiama 5,12 ss., ossia la svolta della salvezza e la nuova situazione salvifica si è instaurata col dono dell’atto di grazia (o di giustizia) compiuto da Cristo. Ma mentre in 5,21 il regime della grazia si oppone al regime del peccato, qui alla grazia viene opposta la legge.

La parola legge compare per la quinta volta nella lettera e ancora in maniera incidentale. La legge contrapposta alla grazia appare come una potenza che imperava prima di Cristo e produceva peccato. Là dove regna la legge ogni resistenza al peccato è vana. La legge infatti suscita il peccato (3,20; 4,15; 5,20). Ma ora regna la grazia e i cristiani sono soggetti non più alla legge delle opere, ma alla legge della grazia di Cristo, a quella legge che ci tiene a disposizione di Dio. Di nuovo è tutta la questione paolina della legge che vediamo delinearsi sullo sfondo. Essa però non viene ancora affrontata ma solo accennata.

Il contenuto di 6,1-14 può essere riassunto così: se conseguenza del peccato è la grazia (più peccati, più grazia) non dobbiamo forse insistere a peccare con tutte le forze? No! Perché nel battesimo noi siamo stati uniti alla morte di Cristo e si è aperta per noi una vita nuova in virtù della risurrezione di Cristo. La risurrezione si è dischiusa per noi come nostro avvenire. Noi non siamo più quelli che eravamo, ossia succubi del peccato e della morte: la crocifissione dell’uomo vecchio ha segnato per noi una rinascita, un nuovo principio, perché il nostro futuro è nuovo, ossia vivere con Cristo il quale non muore più, ma vive per Dio. Perciò dobbiamo considerarci morti al peccato e viventi per Dio in Gesù Cristo. In noi non regna più la legge, forza motrice del peccato, ma la grazia nella quale siamo stati collocati col battesimo.

4) Liberati per l’obbedienza (6,15-23).

15Che dunque? Dobbiamo commettere peccati perché non siamo più sotto la legge, ma sotto la grazia? È assurdo! 16Non sapete voi che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale servite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell’obbedienza che conduce alla giustizia? 17Rendiamo grazie a Dio, perché voi eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quell’insegnamento che vi è stato trasmesso 18e così, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia.
19Parlo con esempi umani, a causa della debolezza della vostra carne. Come avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità a pro dell’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione.
20Quando infatti eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. 21Ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino è la morte. 22Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. 23Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore.

Vv. 15 - 16 - Paolo riprende come una parola d’ordine: Siete sotto la grazia e non sotto la legge. Il battesimo è una rivoluzione personale, un cambio di regime, un cambio di padrone. Se noi battezzati non possiamo peccare, è perché nel battesimo abbiamo preso la decisione di obbedire a Dio una volta per tutte. Da un lato c’è ciò che il battesimo ha fatto in noi e di noi, dall’altro c’è la nostra decisione di obbedire, presa all’atto del battesimo: queste due realtà concorrono nell’impegnarci a non peccare più. Insistere a peccare significherebbe un ritorno personale in quel passato dal quale fummo liberati e annullare la nostra risoluzione di fede legata al battesimo e il vincolo nuovo allora contratto.

Alla domanda dell’interlocutore: Dobbiamo peccare per la ragione che non siamo sotto la legge ma sotto la grazia? Paolo risponde risolutamente ancora una volta: Non sia mai! Il v.16 sviluppa questo no con una domanda che è insieme un appello al sapere dei cristiani di Roma con una similitudine che richiama una condizione giuridica universalmente nota: quella dello schiavo che deve ubbidire a colui al quale appartiene. All’uomo vengono date due possibilità: o appartenere al peccato che porta con sé la morte o appartenere all’obbedienza della fede che porta alla giustizia e alla vita eterna.

Vv. 17 - 18 - L’argomentazione continua: e voi avete effettivamente compiuto questo passo, vi siete decisi all’obbedienza verso quella forma di insegnamento alla quale foste consegnati (v.17). La formulazione del v.17 non è molto lineare perché in essa l’enunciato sopra riferito si incrocia con un altro: E voi eravate schiavi del peccato, ma siete stati liberati dal peccato e siete diventati schiavi della giustizia.

La liberazione dei battezzati dal potere del peccato fu un morire, e quel morire al peccato fu una liberazione. Il diventare schiavi della giustizia indica l’evento nel quale si dischiude ai battezzati la vita nuova in Cristo. Ora si afferma che proprio questa vita nuova è un legame nuovo, un essere consegnati a Dio. Secondo Paolo la vita umana è sempre soggetta a una potenza che la reclama per sé. La libertà dell’uomo, accessibile soltanto nella fede per mezzo del battesimo, consiste nel potersi impegnare all’obbedienza. E la libertà di questa decisione è una grazia della quale siamo debitori a Dio. I battezzati, che prima erano schiavi del peccato, ora obbediscono, di tutto cuore, alla professione di fede del loro battesimo.

Vv. 19 - 20 - Paolo si scusa, in certo modo, perché parla umanamente, servendosi di un’immagine tolta dalla vita umana, a motivo dei limiti dell’intelletto che coglie l’argomento soltanto con categorie mentali e immagini insufficienti come questa: schiavi della giustizia. La schiavitù della giustizia è in effetti libertà nell’amore e per l’amore sul presupposto della libertà dalla legge (8,2 ss; 2Cor 3,17; Gal 5,1.13; 1Cor 7,23).

V. 21 - I frutti della trascorsa schiavitù nel peccato, nella libertà dalla giustizia, sono tali che ora c’è solo da vergognarsene. I risultati della cosiddetta libertà erano in ogni caso tali da far vergognare i cristiani ora che la loro mente è rinnovata (12,2) ed essi hanno acquisito una nuova comprensione della volontà di Dio (Ef 4,23; Col 1,9-10; Fil 1,9 ss.). Ma perché ora si vergognano delle cose che quella libertà regalava loro? La risposta è molto concisa: il loro risultato è la morte eterna.

V. 22 - Ora invece i cristiani godono della vera libertà e prestano il giusto servizio, quello dei servi di Dio, e così hanno come frutto e risultato la vita eterna.

V. 23 - Il peccato paga col soldo della morte chi milita per lui (6,13). Dio invece elargisce come dono della sua grazia la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore. Non dunque la giustizia e la santità a pagare, ma è Dio. E Dio non retribuisce con una mercede, ma dona.

Il libero dono di grazia di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore.

5) La libertà dAlla legge (7,1-6).

1O forse ignorate, fratelli - parlo a gente esperta di legge - che la legge ha potere sull’uomo solo per il tempo in cui egli vive? 2La donna sposata, infatti, è legata dalla legge al marito finché egli vive; ma se il marito muore, è libera dalla legge che la lega al marito. 3Essa sarà dunque chiamata adultera se, mentre vive il marito, passa a un altro uomo, ma se il marito muore, essa è libera dalla legge e non è più adultera se passa a un altro uomo. 4Alla stessa maniera, fratelli miei, anche voi, mediante il corpo di Cristo, siete stati messi a morte quanto alla legge, per appartenere ad un altro, cioè a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio. 5Quando infatti eravamo nella carne, le passioni peccaminose, stimolate dalla legge, si scatenavano nelle nostre membra al fine di portare frutti per la morte. 6Ora però siamo stati liberati dalla legge, essendo morti a ciò che ci teneva prigionieri, per servire nel regime nuovo dello Spirito e non nel regime vecchio della lettera.

Ridotto all’essenziale questo è il discorso svolto nei Cap. 5 e 6: in quanto giustificati per la fede, noi ci gloriamo della speranza della gloria futura (5,1-11). Infatti per mezzo della giustificazione di Cristo sono entrate nel mondo la grazia e la vita divina (5,12-21); ora noi nel battesimo abbiamo questa grazia e siamo stati sottratti alla potenza del peccato tramite la fede e il battesimo, siamo coloro che vivono per Dio, ossia hanno ricevuto la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore (6,15-23). Ora Paolo continua in 7,1-6 dicendo che siamo stati anche liberati dalla legge, la quale suscita e promuove il peccato (7,7-25). E così dopo i brevi accenni al rapporto legge e peccato fatti in 3,20; 4,14-15; 5,13-20, Paolo assume ora questo rapporto come tema specifico del suo scritto.

Vv. 1 - 4 - Paolo parla della legge ebraica che non è più in vigore per i cristiani perché sono morti alla legge. I cristiani di Roma sono morti alla legge a cui erano vincolati e ora possono appartenere ad un altro, cioè a Cristo risuscitato dai morti. Ciò che è avvenuto nel battesimo viene definito morire alla legge. Questa messa a morte, come risulterà al v.6, è una liberazione. Conseguenza del morire alla legge nel battesimo è che il battezzato appartiene a un altro. L’altro è il Crocifisso risuscitato dai morti. Ma l’essere proprietà di Cristo ci rende atti a produrre frutti per Dio. L’essere morti alla legge e l’essere stati liberati da essa non è avvenuto perché noi, sottratti alla signoria della legge, appartenessimo a noi stessi e producessimo frutti per noi, ma perché appartenessimo a Cristo e producessimo frutti per Dio. Il produrre frutti per Dio è possibile solo ora e solo a colui che è morto alla legge e appartiene al Signore Gesù Cristo.

V. 5 - Questo versetto richiama ancora una volta il vecchio modo di essere, cessato col battesimo. Il passato ormai trascorso ora viene chiamato essere nella carne. Con ciò non intende il modo di essere qui in terra, ma un modo di vivere egoistico, secondo le passioni peccaminose che operavano nelle nostre membra e si manifestano nelle nostre azioni. Queste passioni vengono suscitate in noi dalla legge. Anche in questo passo il rapporto tra il peccato e la legge è appena sfiorato, ma presto sarà al centro del discorso.

V. 6 - Ma qual è la consegna di questa efficacia dispiegata dalle passioni peccaminose eccitate dalla legge? Un produrre frutti per la morte. Il peccato prodotto dalla legge produce la morte. Ma ora noi per la legge non esistiamo più, siamo stati sciolti e liberati da essa. In che modo? La situazione che Paolo ha in mente è la stessa di Gal 3,23.

Nel battesimo siamo stati liberati dalla prigione della legge. Per essa noi siamo come morti. Ma che cosa consegue da questo evento? Che noi serviamo a Dio nel nuovo regime dello Spirito e non più secondo il vecchio principio della norma scritta. Il nostro servire non ha fine con la liberazione dalla schiavitù della legge. La vita è un continuo servire.

Solo che ora questo servire si attua nella novità dello Spirito. Lo Spirito ci rende accessibile (nella fede e nel battesimo) la novità di vita e ci tiene saldi in essa. Questa novità di vita prodotta e conservata dallo Spirito, nella quale ora prestiamo il servizio della nostra vita, è in contrasto pieno con il vecchio modo di vivere secondo la norma scritta, cioè secondo la legge. C’è un contrasto insanabile tra la legge che uccide e condanna (in quanto suscita sempre il peccato) e lo Spirito vivificante che dona la giustizia. Il servizio che il battezzato è chiamato a compiere è rivolto al nuovo ossia allo Spirito. E questo servizio non ha più nulla in comune con la legge e con il servizio alla legge. Il battezzato è morto per la legge e vive nella nuova esistenza escatologica dello Spirito.

6) La legge e il peccato (7,7-13).

7Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No certamente! Però io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare. 8Prendendo pertanto occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri. Senza la legge infatti il peccato è morto 9e io un tempo vivevo senza la legge. Ma, sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha preso vita 10e io sono morto; la legge, che doveva servire per la vita, è divenuta per me motivo di morte. 11Il peccato infatti, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte. 12Così la legge è santa e santo e giusto e buono è il comandamento. 13Ciò che è bene è allora diventato morte per me? No davvero! È invece il peccato: esso per rivelarsi peccato mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene, perché il peccato apparisse oltre misura peccaminoso per mezzo del comandamento.

A questo punto della lettera sorgono delle domande: Non è forse singolare il parallelismo tra Rm 6 siamo morti al peccato e Rm 7,1-6 siamo morti alla legge? La nostra liberazione dal dominio del peccato può essere effettivamente anche liberazione dalla legge e viceversa? A prima vista parrebbe che legge e peccato siano tra loro strettamente connessi o addirittura identici. Detto in breve il problema è questo: se la legge suscita il peccato non è forse peccato la legge stessa? Il brano 7,7-13 ci dà la risposta.

V. 7 - La domanda è posta in poche parole: La legge è il peccato? Paolo risponde: Certamente no! Il rapporto tra legge e peccato non è un rapporto di identità. Se la legge non è il peccato, è però vero che io non avrei conosciuto il peccato se non attraverso la legge. Il concetto non è che tramite la legge l’uomo ha avuto notizia del peccato e ne ha fatto conoscenza, ma che attraverso la legge l’uomo è giunto a peccare. Questo è dunque il pensiero di Paolo: la legge non è il peccato. Tuttavia considerando il passato, si deve ad essa se l’uomo ha fatto l’esperienza del peccato. Il discorso verte sul fatto che la concupiscenza si scatena proprio perché la legge è contraria ad essa, sul fatto che l’uomo viene eccitato alla concupiscenza egoistica proprio dalla legge che non vuole quella concupiscenza. Ma come può avvenire ciò? Paolo sviluppa il tema nei Vv.8-11. Non dipende dalla legge in sé, ma dalla potenza del peccato, se l’incontro fra la legge e l’uomo avviene in modo che la legge provoca il peccato o l’egoismo concupiscente, e in modo che attraverso la legge si dispiega il peccato.

V. 8 - Ritorna in campo quella potenza del peccato che, per effetto di Adamo e della sua disobbedienza, è entrata nel mondo come la potenza che vincola ogni uomo in ragione della sua discendenza da Adamo, ma che, proprio come potenza, è venuta meno in virtù dell’obbedienza di Cristo, per chiunque accetti il dono della giustizia di lui e venga inserito, tramite il battesimo, nella sua morte e nella sua risurrezione. La potenza del peccato colse l’occasione della legge e produsse nell’uomo ogni concupiscenza. Questa concupiscenza agisce negli adempimenti e nelle opere della legge. Queste opere della legge che non possono giustificare l’uomo, secondo Paolo si esprimono nel vanto per il proprio comportamento morale (Rm 3,27; Ef 2,9). Quando l’adempimento della legge è imperniato sull’Io, gloriandosi di se stessi, traendo la propria edificazione da se stessi e innalzando se stessi, è peccato, perché è egoismo, esattamente il contrario di quanto si proponeva la legge: l’amore per Dio e per il prossimo. È stato dunque il peccato, accortosi dell’occasione propizia, a produrre questa concupiscenza di ogni genere nell’uomo.

E questa ingiustizia è insita tanto nell’ingiustizia quanto nella sicurezza della propria giustizia. Questa vicenda è la storia stessa di Adamo. Ogni uomo rende presente Adamo nella propria esistenza quando, sulle orme di lui commette il peccato (1Cor 15,21-22.48-49) e ogni uomo ripete la vicenda di Adamo a motivo del peccato di lui.

Il processo di fraintendimento e violazione della legge per opera della potenza del peccato può essere illustrato con l’esempio di Adamo. Il che avviene nei Vv.9-10. La formulazione usata da Paolo richiama il racconto della Genesi e la vicenda di Adamo che si ripete continuamente in ogni uomo.

V. 9 - Da quanto segue, risulta che qui si tratta della condizione dell’uomo nel paradiso terrestre (Gen 2,7-16), in altre parole, di Adamo. L’Apostolo pensa a Gen 2,16-17: Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando ne mangiassi, certamente moriresti". Fu proprio questo comando (e con esso la legge in generale) a chiamare in vita il peccato.

V. 10 - La conseguenza di questo fu la morte. Il peccato porta sempre con sé, come esito finale, la morte davanti a Dio (Rm 5,21). Vi è quindi una corrispondenza tra i due enunciati: il peccato è morto - l’uomo vive; il peccato vive - l’uomo è morto. Ma il passaggio dall’una all’altra di queste realtà è segnato dalla legge o dall’incontro con la legge; infatti per opera della legge la potenza del peccato giunge a manifestarsi o a concretizzarsi nella concupiscenza egoistica. Ed ecco il risultato: per ogni singolo uomo, in ragione della sua origine in Adamo, proprio il comando dato per la vita si è dimostrato strumento di morte. È un paradosso enorme: la legge che, nel significato e nella sua intenzione è per la vita, nel suo attuarsi concreto dell’esistenza umana è mutata nei suoi effetti e, in contrasto con la sua finalità primitiva, si è manifestata come legge di morte. Nella sua esecuzione la legge si è imbattuta nel regno del peccato; il peccato si è servito delle norme della legge per eccitare la propria caratteristica fondamentale, la concupiscenza, l’atteggiamento dell’uomo che mira a se stesso tanto nell’ingiustizia quanto nella soddisfazione per la sua giustizia. La legge non è il peccato, ma è divenuta strumento del peccato e quindi anche della morte. In altre parole: la legge nella sua origine ed essenza non è il peccato; anzi, nelle sue norme concrete, è legge di giustizia e di vita.

Ma essa diventa, nella vita storica dell’uomo, nell’ambito della potenza del peccato, strumento di questa potenza, mezzo con il quale il peccato produce peccato. Ma come si spiega che il peccato può precipitare l’uomo, servendosi della legge come strumento, nella concupiscenza e nel peccato e così farlo morire? La potenza del peccato non ha soltanto il potere di esplicarsi negli atti peccaminosi dell’uomo e di uccidere il peccatore, ma anche quello di illudere, di ingannare: proprio perché inganna l’uomo, la legge dà al peccato la possibilità di riprodursi. Peccare significa sempre in certo modo ingannare se stessi. La legge, in quanto provoca l’egoismo, ci mette sempre davanti a una persona ingannata dal peccato.

Essa suscita l’illusione dell’ingiustizia e della soddisfazione per la propria giustizia, l’illusione cioè di potersi procurare, in un modo o in un altro, la vita.

V. 11 - Anche nella formulazione di questo versetto ritorna un’eco del racconto della Genesi; e così l’evento sperimentato da ogni uomo appare nella sostanza un evento accaduto all’uomo in quanto tale come fatto esistenziale. Nell’interpretazione del serpente o di satana il comando appare suscitatore di peccato. Il comando, in contrasto con la sua funzione e volontà, per effetto della potenza del peccato suscita nell’uomo l’egoismo, suscita la concupiscenza che è un desiderare egoistico, un desiderare per sé.

Sotto il richiamo della legge il peccato dà all’uomo l’illusione di potere - con la trasgressione o con l’adempimento formale della legge - procurarsi la vita. L’uomo pecca sempre:

1. ritenendo di trovare nel non adempimento della legge il compimento della vita, oppure

2. ritenendo di procacciarsi vanto o credito presso Dio, cioè la vita, con l’adempiere i comandamenti in spirito di autonomia e di autoaffermazione, ossia col ricercare la propria giustizia o la soddisfazione per la propria giustizia. E questo è sempre mettere al centro se stessi invece di Dio. È egoismo, il contrario dei comandamenti di Dio che è Amore. È il peccato.

V. 12 - Qui trova risposta la domanda del v.7: La legge è santa e il comandamento è santo, giusto e buono.

La legge in quanto tale, nella sua origine e nella sua essenza, non è peccato. È santa. Ossia essa appartiene a Dio, non al mondo, ed è perciò intangibile; partecipa della santità di Dio, ne rappresenta la sua volontà. La legge è santa perché divina; è giusta perché è conforme alla giustizia di Dio; è buona perché contiene la volontà di Dio che è buona; ossia reca e vuole la vita e non la morte (Rm 10,5; Gal 3,12).

La domanda del v.7 era: La legge è peccato? La risposta è: No! Il comandamento è santo, giusto e buono. Fra la domanda e la risposta si colloca la spiegazione: il peccato abusa della legge per moltiplicarsi e diffondersi nella concupiscenza egoistica dell’uomo che esso inganna.

V. 13 - In questo versetto la domanda è più stringente: Ciò che è bene sarebbe diventato per me causa di morte? La risposta è no. Non è il bene che è diventato per l’uomo causa di morte, ma il peccato. Il peccato uccide l’uomo tramite la legge santa, giusta e buona:

1. affinché il fenomeno del peccato risulti evidente e quindi non trascurato nella sua terribilità; in altre parole: per manifestarsi come potenza che procura la morte servendosi del bene (= la legge);

2. ma questo avviene affinché il peccato dimostri la sua specificità di essere peccaminoso all’eccesso, oltre ogni misura. Tramite il comandamento stimolatore della concupiscenza, il peccato produce e consegue la sua intera peccaminosità, la sua piena realtà di peccato, che nasconde in sé l’abisso della morte. Attraverso la legge di Dio, santa, giusta e buona, che per principio dovrebbe condurre l’uomo alla vita, ma di fatto storicamente, procura la morte, il peccato manifesta fino in fondo la sua essenza di peccato.

7) La situazione dell’uomo venduto come schiavo al peccato (7,14-25).

14Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. 15Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. 16Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; 17 quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 18Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; 19infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. 20Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 21Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. 22Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, 23ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. 24Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? 25Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato.

Questo brano contiene un’analisi esistenziale dell’uomo come si presenta concretamente. Gli effetti della legge stravolta dalla potenza del peccato vengono ora mostrati nello specchio della concreta esistenza dell’uomo. La potenza del peccato, che trae dalla legge lo stimolo ad attuarsi concretamente, impronta di sé il modo di essere dell’uomo nella sua struttura esistenziale.

V. 14 - Non è il bene, ossia la legge, che procura la morte, ma il peccato. La legge infatti è spirituale (nel senso che è prodotta dallo Spirito, contiene lo Spirito ed è mossa dallo Spirito) mentre l’uomo è carnale. La torà è dunque in se stessa, nella sua origine ed essenza e quindi anche nella sua efficacia, compenetrata e sorretta dallo Spirito. E proprio per questo è anche santa, giusta e buona. Ma l’uomo a cui la legge si rivolge è carnale, soggetto alla carne, soggetto al mondo, venduto in potere del peccato, dominato dal peccato, impotente davanti ad esso e in balìa di esso.

Ma come si manifesta tutto ciò? Lo diciamo subito, anticipando sommariamente l’ampia e precisa risposta dei Vv.15-25: si manifesta in questo: che l’uomo nella sua esistenza storica, contesta sempre il suo essere creatura e non aderisce a ciò che vuole, ma a ciò che vuole in lui il peccato che lo domina.

Vv. 15 - 17 - L’uomo riconosce che la legge è buona e santa e la accetta, ma in lui vince sempre un’altra forza contraria che agisce in lui, il peccato. Si sente venduto schiavo in potere del peccato, misteriosamente e fatalmente asservito al peccato. L’uomo vede il bene e lo approva, ma concretamente fa il male. La legge buona e santa indica e dispensa il bene e la vita, il peccato procura il male e la morte. Questo io di cui parla Paolo è l’uomo venduto schiavo in potere del peccato, l’uomo che dal peccato - attraverso la legge - viene indotto alla concupiscenza, alla bramosia egoistica. L’uomo in quanto creatura umana vuole la vita, che è il fine a cui mira la legge, vuole procedere in conformità con la legge. Eppure non osserva mai la legge e quindi non consegue mai la vita.

L’uomo vuole la vita non la morte, ma di fatto non si procura la vita, ma la morte: non riesce a fare quello che vorrebbe.

Vv. 18 - 20 - Il v.18 fornisce la motivazione del precedente e a sua volta giustifica ciò che segue. L’io che fa quello che non vuole è l’uomo carnale, nel quale non abita nulla di buono. L’uomo può volere il bene che la legge imperiosamente comanda, ma non riesce a compierlo. Ma è chiaro allora che non sono io ad agire, ma il peccato che abita in me.

La creatura venduta al peccato, è costretta da esso a fare ciò che non vorrebbe. Il peccato fa sì che l’io, l’uomo, si fermi a volere il bene e non giunga mai ad attuare nella vita concreta il suo essere creatura.

Vv. 21 - 25 - Nei Vv.18-20 è stato esposto, per la seconda volta il dissidio lacerante che contrassegna l’uomo storico che in concreto non consegue mai ciò a cui tende in quanto creatura: il bene, la vita. Ora questa lacerazione viene presentata per la terza volta nei Vv.21-25 con una formulazione quasi nuova: l’uomo vuole il bene e si trova in mano sempre il male. Egli accetta con gioia la legge, la volontà di Dio, nel suo intimo, nell’uomo interiore. L’espressione o eso ànthropos è usata da Paolo anche in 2Cor 4,16 e in Ef 3,16, dove, in contrasto con o exo ànthropos, indica l’uomo nascosto e interiore, l’uomo creato dallo Spirito nel battesimo e che si rinnova di giorno in giorno, ossia nella nuova creatura (2Cor 5,17; Ef 2,9-10). Qui però non si tratta dell’uomo nuovo, ma dell’uomo originario, dell’uomo in quanto creatura. Egli, che vuole il bene e che dichiara buona la legge, accetta la legge nelle sue disposizioni e si compiace di essa (v.22). Ma asserisce di essere dominato da un’altra legge (v.23). Ciò è quanto risulta dall’analisi dell’esistenza umana. Per l’uomo vige questa regola spaventosa: la sua volontà originaria di creatura è volta al bene, ma nella sua esistenza concreta si trova solo il male. In altre parole: l’uomo storico è sempre in contrasto con l’uomo creatura. Ma non basta. Nella sua esistenza l’uomo non porta mai a compimento il suo essere creatura. Egli è legato alla legge del peccato: il peccato gli fa incontrare la legge di Dio che egli come creatura avverte e ama, in modo però che da questo incontro nasca soltanto un’esperienza di peccato e di morte. Il peccato fa sì che l’uomo intenda e pratichi la legge come qualcosa che eccita in lui la tendenza verso il proprio io, la sua concupiscenza, e lo conduce all’ingiustizia o alla giustizia paga di sé. A ciò si aggiunge che l’uomo non è neppure consapevole di questa situazione, non è cosciente di procurarsi la morte nel contrasto con se stesso.

E l’uomo, oppresso da questa situazione di per sé irrevocabile, in balìa di una vita siffatta che è la negazione della sua esistenza originaria, può soltanto gridare: Oh, me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? (v.24). Questo lamento è pronunziato proprio in riferimento a questo corpo, che è stato appena descritto come l’esistenza fisica, nella quale l’uomo contesta se stesso in quanto creatura.

Ma per fortuna, l’uomo che analizza se stesso e giunge a queste conclusioni non è più quest’uomo schiavo del peccato, ma l’uomo salvato, liberato da questa situazione umanamente senza via di scampo. Dio lo ha liberato tramite nostro Signore Gesù Cristo.

8) Il dono dello Spirito (8,1-11).

1Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. 2Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 3Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, 4perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito.
5Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. 6Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. 7Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. 8Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.
9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. 11E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Il Cap. 8 è dominato totalmente dal pensiero dello Spirito (O. Kuss).

Il contenuto di questo capitolo rappresenta il vertice e la controparte del Cap. 7.

V. 1 - Paolo afferma anzitutto che ora non c’è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù. La nuova condizione dell’umanità, il nuovo modo di essere del cristiano (in Cristo Gesù!) sono la conseguenza di quella giustizia di Dio manifestatasi in Gesù Cristo e che è accessibile mediante la fede e il battesimo. Nella sfera del Cristo, nell’ambito della sua potestà salvifica, ora non vi è più alcuna condanna.

V. 2 - Non vi è alcuna condanna per coloro che vivono in Cristo Gesù, perché lo Spirito ci ha liberati dal peccato e dalla morte. Lo Spirito ci ha liberati dall’ordinamento del peccato stabilito in noi dalle due potenze che ci dominavano: il peccato e la morte. Il nuovo regime instaurato dallo Spirito della vita ha sostituito e abrogato il regime del peccato e della morte.

V. 3 - In questi primi tre versetti abbiamo i seguenti enunciati: ora non vi è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù perché lo Spirito ci ha liberati dal regime del peccato e della morte. Infatti Dio ha mandato il Figlio suo per condannare il peccato nella carne. La condanna di questa potenza del peccato da parte di Dio è avvenuta nella carne, cioè nell’ambito in cui essa regna. La potenza del peccato è stata colpita là dove ha sede, cioè nell’esistenza carnale decaduta e asservita a quella potenza. Nelle sue pretese e nelle sue brame, nelle sue tensioni e nei suoi trascendimenti la carne ha sempre di mira se stessa, è rivolta alla autosoddisfazione: si tratta dell’egoismo di ogni specie, quello materiale e sensibile e ancor più quello spirituale che si esplica soprattutto nell’assolvimento della legge con opere che dovrebbero garantirci e promuoverci al cospetto di Dio mediante la nostra giustizia (Rm 10,3; Fil 3,3 ss.) o anche nella fiduciosa sicurezza di appartenere alla progenie del popolo di Dio (Fil 3,3 ss.), nel vanto e nell’autoedificazione attinta dalla sapienza o dai carismi (1Cor 1,26; 2Cor 11,18; ecc.). In quanto tale, la carne tende alla morte (Rm 8,26).

Infatti essa è, in tutto il suo atteggiamento, ostile a Dio e ribelle alla norma stabilita da lui. Della carne il peccato si serve in tutto e per tutto come di suo strumento; in lei dimora il peccato per dominarla. È proprio su questa potenza del peccato, che dimora e agisce nella carne, che si è abbattuta ora la condanna di Dio. Tale condanna, che colpisce il peccato dimorante nella carne e che risparmia la dannazione a quelli che sono in Cristo Gesù, si è attuata col fatto che Dio ha inviato il Figlio suo nella carne. Il modo in cui Dio ha condannato il peccato nella carne è stato l’invio del Figlio suo nella carne.

Lo spodestamento della potenza del peccato, compiuto da Dio mediante suo Figlio, viene contrapposto all’impotenza della legge: quanto alla legge era impossibile fare, Dio l’ha fatto per mezzo di suo Figlio. La legge, incapace di annientare il peccato, non era debole in se stessa, ma a motivo della carne. La carne, in quanto realtà dominata dal peccato, rende la legge così debole perché la intende come un incitamento all’egoismo di ogni sorta (Rm 7,7 ss.; Gal 2,16; ecc.). La debolezza per cui la legge non procura la salvezza, ma è addirittura una maledizione, si deve alla carne, alla condizione carnale dell’uomo, dominata dal peccato. La legge, che è in sé santa, giusta e buona, suscita, mediante la carne, l’egoismo e la ricerca di una autoedificazione nell’ingiustizia o nella propria giustizia, ossia nei peccati o nelle opere buone fatte per la propria gloria.

V. 4 - Mediante il Figlio suo, Dio ha condannato la potenza del peccato, affinché noi potessimo compiere gli atti di giustizia richiesti dalla legge e così facessimo la giusta volontà di Dio da cui dipende la nostra vita. La potenza del peccato è stata infranta da questo intervento di Dio in Gesù Cristo. E il fine di ciò era che la giusta volontà di Dio venisse di nuovo osservata da noi.

Ora noi, nella fede in virtù dello Spirito santo, e quindi liberi dall’egoistico attaccamento a noi stessi, liberi di attaccarci solo a Dio, pratichiamo o vogliamo praticare la legge.

Il camminare è vocabolo frequente negli scritti di Paolo e indica una certa condotta di vita. I cristiani non impostano la loro vita secondo le inclinazioni e le pretese della carne, ma assumono come norma di vita, lo Spirito.

Vv. 5 - 8 - La carne è ciò a cui tende l’uomo per sua natura. Essa fa sì che l’uomo prenda le sue parti, partecipi alle sue aspirazioni e pensi al modo suo. Ma un discorso analogo può farsi anche per coloro che vivono sotto il potere dello Spirito, ossia per coloro che sono in Cristo Gesù.

Essi prendono partito a favore dello Spirito e dei suoi doni, e ciò si rivela nel frutto dello Spirito di cui si parla, ad esempio, in Gal 5,22-23. Ma se è vero che coloro che recano l’impronta della carne fanno gli interessi della carne e coloro che vivono nello Spirito sostengono la causa dello Spirito, ne consegue che gli scopi degli uni e degli altri e i risultati a cui approdano sono del tutto contrari. Infatti le aspirazioni della carne conducono alla morte, quelle dello Spirito alla vita e alla pace. La carne porta alla morte perché non si sottomette a Dio e alla legge in cui si esprime la sua volontà dispensatrice di vita. E non è disobbediente solo di fatto, ma per sua natura, in quanto dominata dalla potenza del peccato, in quanto venduta in potere del peccato di Adamo (7,14). Coloro che sono nella carne non possono piacere a Dio. Ma ciò significa la morte.

V. 9 - Voi però non siete nella carne, ma nello Spirito. Paolo si rivolge ai suoi lettori applicando a loro ciò che sta scrivendo. Il tempo in cui i cristiani conducevano la loro vita secondo la carne è passato. Ora vivono nello Spirito. Lo Spirito dimora in loro per mezzo del battesimo. Lo Spirito si è impossessato di loro, si è appropriato della loro esistenza. Essi quindi vivono nell’ambito, sotto il dominio dello Spirito. Il nostro essere nello Spirito è il suo essere in noi, e viceversa.

L’inabitazione dello Spirito in noi coincide con la nostra inabitazione nello Spirito. Lo Spirito di Cristo, che è lo Spirito di Dio, ci fa sperimentare Cristo come nostro Signore. Noi siamo sua proprietà.

V. 10 - Se Cristo (mediante il suo Spirito) abita in noi, ne consegue che:

1. il corpo è morto per quanto concerne il peccato. Se Cristo abita in noi, la nostra realtà di uomini ribelli a Dio è morta per effetto del battesimo che l’ha distrutta.

2. Invece lo Spirito è vita che fa sorgere in noi la giustizia di Dio, quella che è presente in lui. Lo Spirito è vita eterna e con ciò e in ciò è giustizia.

V. 11 - Se lo Spirito è vita, tale si manifesterà anche in noi, cioè nella risurrezione dai morti. Lo Spirito viene qui chiamato e definito come la potenza che Dio ha dimostrato nella risurrezione di Gesù Cristo. Questo Spirito si è impossessato di noi e noi siamo nella sfera della sua potenza. Di questo Spirito, che già si è rivelato in Cristo come Spirito della vita, noi facciamo la norma della nostra vita. Il nostro corpo, tramite il battesimo, per l’inabitazione dello Spirito, è sottratto al peccato e alla morte. Di questo corpo si prende cura lo Spirito che dà la vita che già ci ha concesso la vita di Dio nella forma della giustificazione. Lo Spirito - se rimane in noi e ci lasciamo guidare da lui - concederà anche la vita escatologica ai nostri corpi mortali.

9) Lo Spirito di figli di Dio (8,12-17).

12Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; 13poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.
14Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. 15E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!". 16Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. 17E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Abbiamo dunque ottenuto la giustizia con la liberazione dalla potenza del peccato e ci è stata dischiusa la vita presente e futura con la liberazione dal potere della morte compiuta dallo Spirito che dà la vita, il quale ha mostrato la sua potenza in Cristo e ora la dimostra in noi che siamo in Gesù Cristo. Tutto ciò ha conseguenze per la nostra condotta di vita. Questo nuovo stato di salvezza pone a noi richieste fondamentali e radicali. Essere nello Spirito significa che colui che ci dona la vita per ciò stesso accampa diritti su di noi. Non dobbiamo più vivere secondo la carne, ma secondo lo Spirito.

V. 12 - Questo versetto trae una conclusione da quanto precede (8,1-11).

Dall’essere nello Spirito e non più nella carne consegue che non abbiamo più alcun debito o impegno verso la carne e perciò le norme della carne non devono più guidare la nostra vita. L’uomo, come esiste concretamente da Adamo in poi, aveva un debito verso l’esistenza egoistica nel senso che gli pagava di fatto un tributo col proprio agire. Ora, nello Spirito, questa necessità è stata infranta. D’ora in poi il nostro debito è verso lo Spirito, e quindi verso Cristo e verso Dio. Siamo sottomessi alla legge dello Spirito e della vita (8,2).

V. 13 - Se la vita assume come norma la carne, ossia l’esistenza egoistica, muore. La carne trascina nella morte chi si muove nella sua direzione. Di contro a ciò viene promessa la vita a colui che nello Spirito uccide le opere del corpo. La frase: Ma se, in virtù dello Spirito, uccidete le opere del corpo, vivrete non si deve interpretare nel senso di un’ascesi corporale, sebbene questa, in talune circostanze, possa servire a ciò che qui viene inteso. Paolo ha in mente qualcosa di più vasto e di più fondamentale, cioè la soppressione di qualsiasi comportamento egoistico che rafforza il dominio del peccato (6,12), il rifiuto opposto a tutto l’egoismo. Questa uccisione avviene in virtù dello Spirito. Solo in tal modo essa ha la qualità e la forza di far morire l’uomo vecchio e evita di ricadere nel vivere secondo la carne alla stregua delle opere della legge. È lo Spirito, con il nostro libero consenso, che fa morire in noi l’egoismo. Proprio nello Spirito, soltanto nello Spirito, la carne deve morire (K. Barth). Lo Spirito, dandoci la libertà dal nostro egoismo, ci fa vincere le azioni egoistiche e ci rende capaci di fare veramente la volontà di Dio. Qualsiasi opera, anche la più degna moralmente, se vuole essere autonoma e non si compie nello Spirito, è un’opera di morte.

Il ragionamento di Paolo si può così riassumere: voi fratelli, siete nello Spirito e quindi nella vita ora e in futuro. Dunque non dovete più sentirvi legati al vostro vecchio ed egoistico modo di essere, ma dovete, nello Spirito, prendere una risoluzione contro ogni comportamento che abbia di mira il vostro io. Vivere per il proprio io conduce alla morte. Vivere per Dio conduce alla vita che viene offerta proprio dallo Spirito e che viene colta mediante una decisione che è libera dall’egoismo proprio in virtù dello Spirito.

Vv. 14 - 17 - Ma quale sarà la vita di coloro che nello Spirito uccidono le opere del corpo? Una risposta viene dai Vv.14-17. Tutti coloro che si fanno guidare dallo Spirito sono figli di Dio. Questa figliolanza che avrà in futuro la sua manifestazione, si è già dischiusa nella fede e nel battesimo (Gal 3,26). Ai suoi figli infatti Dio ha mandato nei cuori lo Spirito del Figlio suo (Gal 4,6) il quale li rivela a se stessi e agli altri appunto come figli di Dio. Lo stato di figli di Dio si manifesta in tre modi o momenti tra loro connessi:

1. lo stato che comincia col battesimo per chi ha fede (Gal 3,26; 4,6);

2. uno stato che si attua nella nostra esistenza sotto la guida dello Spirito (Rm 8,14);

3. lo stato escatologico nella sua manifestazione definitiva (Rm 8,19.23).

Questo stato di figli di Dio ci anticipa la vita eterna. Noi non abbiamo ricevuto uno spirito di schiavitù che ci sottomette all’angoscia che Paolo ha descritto nei Cap. 6 e 7: la situazione della legge, del peccato e della morte. I figli di Dio hanno sconfitto l’angoscia della morte perché hanno ricevuto lo Spirito di figli di Dio, il Padre. Abbà non è un’angosciosa evocazione del Dio assente, ma la fiduciosa invocazione del Dio presente, che è il Padre per eccellenza, al quale, secondo Ef 2,18, abbiamo accesso tramite lo Spirito.

Coloro che si lasciano guidare dallo Spirito e troncano il loro agire egoistico, vivranno. Essi sono infatti figli di Dio e hanno ricevuto lo Spirito che fa di essi, già schiavi ricolmi di angoscia radicale, figli di Dio ripieni di fiducia. Nella comunità riunita essi gridano nello Spirito: Abbà, Padre! Il v.16 ci spiega quello che ciò significa.

Lo Spirito stesso attesta così al nostro spirito che noi siamo figli di Dio, altrimenti non grideremmo Abbà. In che modo Paolo concepisca l’attuazione di questo attestare dello Spirito non si può dire con sicurezza. Probabilmente egli pensa che il nostro grido di Abbà dal quale apprendiamo dalla liturgia comunitaria di avere lo Spirito, sia in pari tempo un grido dello Spirito che ci rende certi del suo dono.

Ai figli di Dio che siamo noi si dischiude la speranza di essere eredi, eredi che condividono l’eredità con Cristo, insieme col quale vivremo per sempre (Rm 6,8). Ma questo presuppone una realtà: il nostro soffrire con Cristo.

È un richiamo inteso a preservare da fraintendimenti l’enunciato della nostra condizione di eredi. Cristo ci ha preceduti nel patire e la nostra sofferenza è, per così dire, il resto della sua (Col 1,24). Questo soffrire con Cristo che dischiude la futura partecipazione alla sua gloria, rappresenta per i cristiani l’attuazione del loro battesimo. Il soffrire con Cristo è il morire di 8,36.

Ricapitoliamo brevemente i concetti enunciati in 8,12-17. Paolo scrive: Voi siete nello Spirito e lo Spirito è in voi. La vostra esistenza è ora regolata dallo Spirito e ricolma dello Spirito. Quindi non abbiamo più l’impegno di obbedire alla carne (egoistica) che ci procura la morte.

Noi vivremo se uccidiamo le opere della carne e ci lasciamo guidare dallo Spirito. Noi siamo figli di Dio e eredi insieme con Cristo. E allora otterremo con lui la gloria futura proprio perché ora soffriamo con lui.

10) L’anelito di tutti alla gloria (8,18-30).

18Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.
19La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa - e nutre la speranza 21di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? 25Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
26Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.
28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.

V. 18 - Rifacendosi alla connessione appena fissata tra la sofferenza e la gloria futura, Paolo afferma che i patimenti del tempo presente non contano nulla rispetto alla gloria incomparabile che si manifesterà in noi.

Rispetto al peso sovrabbondante ed eterno della gloria tutti i dolori sono una lieve tribolazione momentanea (2Cor 4,17). Il futuro di chi ha fede e speranza compenserà abbondantemente il presente e col suo splendore trascenderà incomparabilmente le miserie del presente. Tutta la creazione attende la manifestazione della gloria e anela ad essa. A questa gloria, che è la nostra speranza, va il gemito della creazione (Vv.19-22), dei cristiani che hanno lo Spirito (Vv.23-25), anzi dello Spirito stesso (Vv.26-27). Dove c’è attesa e desiderio, speranza e anelito, dove in qualsiasi modo ci si protende al di là di se stessi, ivi, secondo Paolo, si cerca la gloria della nostra salvezza.

V. 19 - L’apostolo volge lo sguardo alla creazione. Non è però ben chiaro che cosa egli intenda con la parola creatura o creazione. Già s. Agostino dichiarava: Questo capitolo è oscuro, perché non appare abbastanza chiaro ciò che qui l’Apostolo intende per creatura. Per comprendere Rm 8,18 bisogna considerare il contesto, dal quale risulta con certezza:

1. Paolo intende tutta la creazione (v.22). Egli ha davanti agli occhi la creazione sottoposta nel suo complesso alla vanità e alla corruzione, ossia gli uomini in quanto privi dello Spirito, la natura animata e inanimata, le potenze e le potestà (Rm 1,20).

2. Si tratta della creazione caduta in tale schiavitù per causa di Adamo.

3. La sua liberazione è connessa con quella dei figli di Dio (v.21).

4. Si tratta in ogni caso della creazione nel suo complesso, riferita all’uomo e al suo destino umano. Qui dunque la parola ctìsis designa probabilmente la natura e la storia in quanto sono create e ora rappresentano il mondo corrotto degli uomini, la creazione decaduta, ivi comprese le potenze.

A questa creazione, ossia al complesso della creazione, viene attribuito un anelito indefinito, un guardare al di là di sé scrutando l’orizzonte, un protendersi al di là di se stessa in uno stato di attesa di qualcosa che la trascende. La creazione quale si trova ad essere e quale si presenta nella sua corruzione all’occhio della fede, non è del tutto chiusa in se stessa, ha coscienza di essere incompiuta nella sua temporalità e finitezza, ma è colma di inquietudine e aspetta un’altra realtà che la trascende: è in tensione verso la gloria. Il creato è fatto per l’uomo. Così la creazione, ivi compreso l’uomo in quanto creatura, anela alla gloria che un giorno si effonderà sull’uomo, intorno all’uomo e nell’uomo e dalla quale anch’essa sarà investita. Essa attende la rivelazione dei figli di Dio, anela alla manifestazione di ciò che i cristiani già sono nella fede e che tutti gli uomini possono e devono essere: glorificati. Ma l’uomo glorificato è l’uomo in quanto figlio di Dio che è erede di Dio e coerede di Cristo. In tal modo viene a gravare sull’uomo una responsabilità sconfinata: quella di dare compimento all’anelito della terra e del cielo.

V. 20 - Senza alcun concorso da parte sua, la creazione è stata trascinata, per colpa di Adamo, nella vanità della sua presente esistenza storica; le rimane però la speranza appunto nei figli di Dio. Sottoposta da Dio, per colpa di Adamo, alla condanna della vanità e del disfacimento la creazione alla quale appartiene anche l’uomo come creatura, aspetta ardentemente la propria liberazione e la scorge ansiosamente in un futuro che può venire solo da Dio. Dio non l’ha imprigionata in un destino senza scampo, ma le ha concesso una speranza. Per questo la creazione aspetta e brama qualcosa che la trascende.

V. 21 - La creazione dunque, nel suo stato di vana parvenza, è legata alla speranza di essere liberata: l’esistenza escatologica dei figli di Dio con la sua potenza e il suo splendore libererà la creazione restituendola alla sua realtà e autenticità. Questa gloria non verrà dalla creazione stessa per evoluzione, ma sarà la gloria che i figli di Dio sperimenteranno in sé e in cui la creazione viene inserita. I figli di Dio ricevono la loro gloria in quanto partecipano alla gloria di Cristo.

V. 22 - Questo sappiamo non è una conoscenza scientifica, ma una conoscenza per fede. Colui che sa per fede ode il sospiro e il gemito della creazione gravata dal peso e dal dolore della sua esistenza prigioniera. La creazione quindi non è muta per chi sa, anzi gli svela la propria attesa di una realtà ineffabile che la trascende. Il lamento della creazione è il travaglio di una partoriente. Tutto il dolore della creazione non è annunzio e principio di morte, ma di salvezza, e ogni gemito in tutto il mondo, ogni attesa e ogni brama, ha un significato: la gloria della salvezza, la gloria dei figli di Dio, nella gloria di Cristo. Nelle sofferenze agisce fin d’ora, seppure nascosta nell’impotenza e nell’oscurità, la presenza irresistibile di Dio, con la sua potenza e il suo splendore.

Vv. 23 - 25 - Ma non soltanto la creazione è testimone della gloria futura, ma anche i cristiani. Anch’essi anelano a una manifestazione: alla rivelazione di se stessi nella gloria, che fin d’ora esiste in loro ma allo stato occulto. Noi cristiani abbiamo lo Spirito. Egli è una primizia che promette qualcosa di più, un anticipo, un primo pagamento, che però garantisce l’acquisto complessivo e definitivo. Il compimento definitivo sarà la redenzione del nostro corpo, la libertà della gloria. Lo Spirito è la forza dell’autorivelazione di Dio e la potenza con cui Dio e il Cristo si fanno presenti. Egli è la realtà a cui si conformano il nostro essere e la nostra esistenza (Rm 8,4.5), che regola tutto il nostro comportamento da cristiani (Gal 5,16); noi siamo guidati da lui (Rm 8,4; Gal 5,18); in virtù dello Spirito noi sconfiggiamo le nostre opere egoistiche (Rm 8,13). Nella potenza dello Spirito, attraverso la sofferenza, noi prepariamo a noi stessi il peso sovrabbondante della gloria (2Cor 4,17), e gemiamo anelando ad essa.

Anche i cristiani che hanno lo Spirito attendono il momento in cui avverrà la trasformazione della loro esistenza corporea (1Cor 15,42 ss).

Essi bramano che Cristo, a compimento dell’adozione a figli instaurata nello Spirito, trasformi il corpo della miseria e lo renda simile al suo corpo di gloria (Fil 3,21). Il loro ardente desiderio non è che questo corpo venga distrutto perché l’anima possa più speditamente giungere a Dio, ma che questa esistenza fisica e corporea, liberata dal peso delle tentazioni e dalla mortalità, possa entrare ed espandersi nella libertà della gloria, che è una partecipazione alla gloria di Gesù Cristo.

I Vv.24-25 spiegano ancora una volta e in altro modo il motivo per cui anche i cristiani gemono e attendono. Noi siamo stati salvati per la speranza. La salvezza per noi è già venuta, nel battesimo e nel vangelo, e continua a venire nel vangelo e nell’eucaristia, così che noi possiamo coglierla nella fede, ed essa agisce nella carità che fa di tutti i carismi un dono d’amore. Ma la salvezza ci è venuta e ci viene pur sempre sul fondamento della speranza perché manca ancora l’esperienza della visione a faccia a faccia. Noi siamo salvati in vista di un avvenire. La nostra esistenza di salvati è aperta ad una salvezza futura ancora nascosta. Anche noi abbiamo lo Spirito, gemiamo e attendiamo. Siamo stati salvati nel senso che speriamo in un certo bene.

Ma che cos’è la speranza? Non è qualcosa di visibile, ma uno stato di attesa. Noi quindi aspettiamo con pazienza. Speranza, attesa e pazienza sono tra loro connesse. Una vera speranza e una vera attesa si manifestano nella pazienza (Rm 12,12; 15,4; 1Ts 1,3). La forza di attendere dà una capacità di non cedere, di non essere sopraffatti, ma di reggere il peso del presente e di conservare ciò che si è ricevuto (Schlatter).

V. 26 - Ma vi è ancora un altro che geme dimostrando così la grandezza della gloria futura: è lo Spirito santo. Il gemere dello Spirito è un gemere per noi, è un venire in soccorso della nostra debolezza, della nostra insufficienza e incapacità. Lo Spirito col suo gemito ci soccorre nel nostro gemito; ci sgrava in parte di una fatica perché noi siamo troppo deboli: siamo deboli nel senso che noi preghiamo, ma, nel pregare, solo debolmente consideriamo, vogliamo e diciamo ciò che è conveniente, ciò che è doveroso, ciò per cui anzitutto e propriamente dobbiamo pregare, ciò che è conforme alla volontà di Dio. Nelle nostre preghiere noi gemiamo anelando a quella gloria, ma siamo veramente consapevoli e veramente vogliamo, soltanto se lo Spirito stesso intercede per noi pregando nei nostri cuori, se leva la sua voce in noi e per noi. Proprio questo levare la sua voce per noi è il soccorso che egli reca alla nostra debolezza.

Il gemere dello Spirito non ha linguaggio, neppure quello della glossolalìa. È senza parole alàletos, inenarrabile, inespresso, già per la mancanza di qualsiasi vocabolo idoneo a significare la realtà che suscita il gemito, perché la dòxa, la gloria, trascende ogni linguaggio. Ma in pari tempo quel lamento dice pure qualcosa. È un gemito levato da Dio a Dio per noi, nei nostri cuori. È il gemito di chi non ha la nostra debolezza, ma vi partecipa e se ne fa carico.

V. 27 - Dio che scruta i cuori, ode la voce dello Spirito che sale a lui dal cuore dei cristiani. Dio sa quello che lo Spirito vuole: solo e sempre la volontà di Dio nei nostri riguardi. Dio sa quello che vuole lo Spirito in noi: la manifestazione della sua gloria in coloro che egli ha già reso santi nella fede.

Vv. 28 - 30 - Ma Dio non solo conosce l’invocazione senza parole dello Spirito per noi, ma anche la esaudisce. Infatti Dio soccorre in ogni modo i santi che egli ha chiamati e che lo amano. Per coloro che lo amano, Dio non fa accadere nulla che non serva alla loro salvezza. Dio è pensato come colui che agisce per il bene in tutte le cose, anche nella sofferenza.

Coloro che amano Dio sono qualificati come chiamati secondo la volontà di Dio. Dio ha prevenuto coloro che lo amano. La sua chiamata ha dischiuso loro i favori di Dio. I santi che amano Dio lo amano in risposta all’eterna chiamata del suo amore in Gesù Cristo. Dio volgerà ogni cosa a profitto della loro salvezza.

Questa realtà della salvezza si trova descritta in Ef 1,5 con una formulazione particolare, ossia che Dio ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi per mezzo di Gesù Cristo. Nel nostro passo la figliolanza per mezzo di Gesù Cristo viene espressa con altre parole: per essere conformi all’immagine del Figlio. In altre parole: fin dal principio Dio ha predestinato gli uomini a divenire partecipi dell’essere in Cristo.

Il termine morfè, forma, non designa l’aspetto esteriore, ma il modo di essere. Il vocabolo eikòn, immagine, indica qui la manifestazione dell’essenza. L’immagine di Cristo è un’esistenza corporea piena di gloria (Fil 3,21; 2Cor 3,18; 4,4). Il termine fisso a cui Dio ha predestinato l’esistenza umana come si manifesterà in coloro che lo amano (v.23) è la partecipazione alla gloria di Cristo, ad avere come lui la sovrabbondanza della gloria nel proprio corpo. In tal modo Dio ha associato a Cristo, il primogenito, molti fratelli affinché egli fosse il primogenito tra molti fratelli. La destinazione originaria dell’esistenza umana è di partecipare, in Cristo e tramite Cristo, alla gloria ossia al modo di essere di questo fratello primogenito. Egli è tale sia in rapporto alla creazione (Col 1,15) sia in rapporto alla risurrezione dai morti (Col 1,18; Rm 8,11; 1Cor 15,22 ss.; Ap 1,5). Questa gloria, che è la condizione futura dell’uomo stabilita dall’eternità, ci è già stata elargita: ci ha glorificati con Cristo (v.30).

Il compimento storico della predestinazione prende le mosse dalla chiamata che è avvenuta e continua ad avvenire nella predicazione del vangelo (1Ts 2,12; 5,24; 2Ts 2,14). Nell’annuncio del vangelo Dio ci ha chiamati alla comunione col Figlio suo Gesù Cristo, nostro Signore (1Cor 1,19). Ma insieme con questa chiamata è accaduto anche dell’altro: E coloro che ha chiamati, li ha anche giustificati. L’esistenza del chiamato è diventata giusta nella risposta della fede. In Rm 5,9 abbiamo letto che noi siamo stati giustificati nel sangue di Cristo. E in Rm 5,1 Paolo diceva: giustificati per fede, abbiamo pace. In 1Cor 6,11 sta scritto: Ma voi siete stati lavati (nel battesimo), voi siete stati santificati, siete stati giustificati per il nome di nostro Signore Gesù Cristo e lo Spirito santo del nostro Dio. Tramite la morte di Cristo i chiamati sono ammessi, per la fede e nel battesimo, alla giustizia di Dio e sono giustificati in modo tale da sperimentare in anticipo la futura giustificazione che dà la vita (Rm 5,18). La chiamata di Dio si manifesta come giustificazione della nostra esistenza da parte della giustizia di Dio.

Infine la giustificazione dell’esistenza si manifesta fin d’ora come ingresso nella gloria: Coloro che ha giustificati, li ha anche glorificati. Il verbo edòxasen è un aoristo che designa un fatto già compiuto. Dunque la gloria non è solo futura. La glorificazione non è solo una speranza. Essa è anche un’anticipazione concessa da Dio per grazia, la quale non solo esprime la certezza del futuro, ma designa un avvenimento presente e attuale. Come la gloria del vangelo è brillata sul volto di Cristo (2Cor 4,4.6), così noi, rivolti al Signore e al suo Spirito e contemplando la sua gloria nello specchio del vangelo, già ora veniamo trasformati da gloria a gloria, nell’essenza gloriosa di Cristo (2Cor 3,16 ss.). Quindi la gloria ci ha già afferrati e circondati completamente. L’esistenza cristiana di essere chiamati e giustificati è già entrata nel grande oceano della gloria traboccante.

Ripercorriamo la pericope 8,17-30. La vita terrena è ricolma di tribolazioni e di dolori. Ma le si dischiude una prospettiva travolgente che Paolo sa indicare soltanto col vocabolo dòxa, gloria. Di fronte a questa gloria le sofferenze di questa terra perdono tutto il loro peso. Il moto fondamentale di tutta la creazione vincolata alla corruzione e condannata ad essere vana, irreale, tende alla gloria che si manifesterà negli uomini che conseguiranno la libertà definitiva, ossia nei figli di Dio quando diverranno manifesti. Tutto ciò che è creatura è compreso nel destino e nella libertà dell’uomo. Nel suo divenire, la creazione, percorsa da un unico grande gemito, espressione dei dolori presenti e della certezza della gloria futura, è tutta un travaglio generativo che sfocerà nella pienezza trascendente e sovrabbondante della gloria. Questa gloria comprende anche la redenzione dell’esistenza corporea, la quale per effetto del battesimo e nella fede, fin d’ora non è più in balìa del peccato e della morte, ma è pur sempre mortale e soggetta alla tentazione, esposta dunque alla possibilità di soggiacere al peccato e alla morte. I cristiani, in virtù dello Spirito hanno acquisito nella fede la libertà di amare e di sperare, ma nella loro esistenza carnale sono ancora vincolati alla bassezza del loro passato. A questa potrà sottrarli solo la manifestazione travolgente della gloria futura. Anche i cristiani quindi gemono anelando a questa realtà avvenire. E con loro geme lo Spirito stesso; geme per loro. Con il suo gemito impercettibile, senza parole, lo Spirito viene in soccorso di coloro che gemono e pregano senza però comprendere veramente per che cosa si debba pregare. Così egli trasforma la preghiera dei deboli (i cristiani!) in una preghiera forte, cioè nella schietta preghiera per la gloria. E Dio ascolta questa preghiera elevata dallo Spirito nei cuori e la esaudisce. E Dio da tutta l’eternità ha predestinato l’uomo alla gloria e l’ha già data ai giustificati nell’atto stesso di chiamarli. Tutto attende la gloria; l’attendono le creature e l’attende lo Spirito.

11) L’amore di Dio in Gesù Cristo supera ogni cosa (8,31-39).

31Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 33Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. 34Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? 35Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36Proprio come sta scritto:
Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno,
siamo trattati come pecore da macello.
37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, 39né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.

Paolo si avvia rapidamente a concludere il suo capitolo sullo Spirito e quindi il suo discorso sui doni di Dio concessi all’uomo giustificato.

Paolo abbandona il piano dell’esposizione dottrinale e avvia un discorso carismatico, impregnato di elementi della diatriba.

V. 31 - L’espressione tutto ciò si riferisce a quanto detto precedentemente: essa include tutto il cap. 8 o addirittura i cap. 5-8. Il contenuto di tutto ciò riguarda le opere di salvezza compiute da Dio in Gesù Cristo mediante lo Spirito santo. Paolo lo concentra nella semplice espressione: Dio è per noi. Emerge qui la scena del giudizio finale. La vita dell’uomo si svolge costantemente e fondamentalmente in una condizione di responsabilità di fronte al giudizio di Dio. Paolo non dà risposta alla domanda perché la risposta è già contenuta in essa: Dio è per noi.

V. 32 - Qui si parla del sacrificio di Gesù Cristo per noi, del sacrificio col quale ci viene concessa ogni cosa. Il per noi di Dio si manifesta nell’aver dato per tutti noi il Figlio suo; nel consegnare il Figlio a vantaggio di tutti noi. E col dare il Figlio suo per noi tutti Dio ci concede tutto. In Gesù Cristo è contenuta ogni salvezza, la salvezza definitiva e totale, la nostra eredità. Tutto ciò che Dio ci ha dato donandoci suo Figlio è un suo libero dono, l’effusione della sua grazia.

V. 33 - Dio non muoverà certo delle accuse contro gli eletti. Egli infatti è colui che giustifica, colui che rende giustizia, colui che fa essere giusto l’uomo, che lo predestina, lo chiama, lo glorifica.

V. 34 - Prosegue la domanda con soggetto il Cristo invece di Dio Padre. Cristo non ci condanna. Egli infatti è morto e risorto, partecipa della potenza di Dio e come tale intercede per noi. L’evento storico della sua morte per noi prosegue in certo modo nell’essere il Glorificato, in quanto tale, per noi. Perciò il Cristo che intercede per noi davanti a Dio, non può condannarci, così come non può accusarci Dio che giustifica.

V. 35 - Dio non ci accusa, ma ci giustifica. Cristo non ci condanna, ma intercede per noi. E nulla e nessuno può separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, Signore nostro. Tutto quello che abbiamo sperimentato in Gesù Cristo viene condensato nell’espressione: amore di Cristo. Questo amore si è manifestato nella donazione che Cristo ha fatto di se stesso per noi sulla croce. In questo amore agisce l’amore del Padre che si impossessa di noi nell’amore di Cristo (Rm 15,30). Da tale amore non può separarci nessuna avversità che incontriamo nel mondo presente. Le sette esperienze di avversità sono le esperienze stesse di Paolo e le esperienze fondamentali di ogni cristiano: esse illustrano la differenza tra l’esistenza mondana e quella escatologica.

V. 36 - Tutto è concentrato sulla citazione del Sal 43,23 LXX, che i rabbini riferivano al sacrificio del martire. Tutte le esperienze amare e spaventose menzionate nel versetto precedente sono un incessante essere messi a morte ed essere portati al macello a motivo di Cristo.

V. 37 - L’amore di Cristo ci fa essere vincitori anche e soprattutto nelle tribolazioni escatologiche che con lui condividiamo. Nulla (neppure la morte) ha il potere di vanificare la nostra vittoria. In questo caso c’è più che una vittoria, c’è un trionfo, se è vero che persino la concreta morte di tutti i giorni non ci allontana dall’amore di Cristo proprio in virtù di questo amore che non ci abbandona mai e ci ama in modo assoluto.

Ma non si tratta soltanto di essere vincitori nel dolore e nei travagli che noi subiamo principalmente dagli uomini, ma anche di essere vincitori delle potenze che ci minacciano dal cielo e dalla terra.

V. 38 - Anche il cosmo con le sue potenze non può separarci dall’amore di Dio. Sono enumerate dieci potenze. Al primo posto sta la morte, che secondo 1Cor 15,26 è l’ultimo nemico e quindi la potenza peggiore. Qui però la morte è accoppiata a un’altra potenza: la vita. Anche la vita può allettarci con le sue lusinghe a volgere le spalle all’amore di Dio ed essere quindi un pericolo. Persino la vita calma e innocua, non meno della vita agiata e pericolosa, può diventare una realtà ostile, proprio perché separa dall’amore di Cristo. I cristiani non devono vivere per se stessi o per il mondo, ma devono vivere e morire per il Signore (Rm 14,7-9). Al secondo posto si trovano gli angeli e i principati, ed entrambi sono concepiti quali potenze del mondo del demonio. A queste potenze appartengono anche le forze cosmiche delle specie più svariate.

Queste forze e potenze vogliono separare i cristiani dall’amore di Cristo. Anche il tempo presente e futuro e lo spazio sono una continua tentazione e minaccia che vuole strapparci dall’amore di Dio in Cristo.

V. 39 - L’altezza e la profondità dell’universo designano tutto il creato. Tutte queste potenze che circondano e sollecitano l’uomo non possono separarci dall’amore che Dio ci ha manifestato e continua a manifestarci in Gesù Cristo.

 

 

III°
IL MISTERO D’ISRAELE
(9,1-11,36)

Il tema trattato in questa terza parte è, unitariamente e senza digressioni, Israele e la sua sorte. La connessione dei cap.9-11 con le precedenti parti della lettera è data dal tema della giustizia della fedeltà di Dio al patto, manifestatasi nel vangelo, che rende giusto colui che crede in Cristo e considera Cristo come giustizia di Dio. Questo è il nucleo dell’enigma di Israele: esso ha respinto la giustizia di Dio apparsa in Gesù Cristo e accessibile nella fede, attestata proprio dalla Legge e dai Profeti (3,21). Ma in questo modo l’Israele eletto, che non volle rinunciare alla propria giustizia (l’autogiustificazione in senso fondamentale) e non volle rimettersi alla giustizia di Dio, ha preso una decisione che contrasta con l’adempimento della promessa di Dio.

1) Il Lamento di Paolo su Israele (9, 1-5)

1Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: 2ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. 3Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. 4Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, 5i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

V. 1 - Paolo confessa la sua infinita tristezza per Israele e si dichiara pronto a sacrificare il massimo per il suo popolo, per la sua salvezza in Cristo Gesù. Ciò che ha da dire su Israele, lo dice dunque per un ardente attaccamento. Il suo popolo potrebbe anche non credere, ma egli dice la sincera verità, la verità di Cristo che è in lui. E siccome la coscienza umana di Paolo potrebbe sbagliare, egli aggiunge che la testimonianza della sua coscienza è resa nello Spirito santo.

Ma che cosa assicura egli in modo talmente accentuato?

Vv. 2 - 3 - La tristezza di Paolo è grande e il dolore incessante. Per quale motivo non è detto ancora, ma diventa subito chiaro a chi si riferisca questa tristezza e a quale sacrificio essa sia preparata. Paolo sente tristezza e dolore per Israele. E per amore d’Israele vorrebbe egli stesso prendere su di sé la maledizione di essere separato da Cristo per i suoi compagni di stirpe. È il desiderio di una assoluta disposizione a portare lui stesso per il suo popolo ciò che pesa su di esso. È un’offerta concreta a Dio che ricorda Es 32,32 dove Mosè, dice a Jahvè: Perdona loro il loro peccato! Se no, cancellami dal tuo libro che tu hai scritto. Anàthema è ciò che è stato consegnato alla divinità, ciò che è stato maledetto e votato alla distruzione. Materialmente l’affermazione di Paolo richiama la formula rabbinica: Io voglio essere una espiazione (Kafara) per N.N. (Flavio Giuseppe, La guerra giudaica 5,419).

Egli vuole prendere su di sé per i suoi consanguinei terreni la maledizione che grava su Israele. Egli vuole essere separato da Cristo, nel quale si trova per il battesimo e dal cui amore nessun destino e nessuna potenza del mondo lo può separare (Rm 8,35 ss). Tutta la sua tenerezza e l’indissolubile unione con Israele si chiarisce adesso nella pienezza dell’espressione linguistica con cui egli indica i suoi fratelli e i suoi parenti secondo la carne. In questo modo egli mostra ai suoi lettori un lato del tremendo enigma d’Israele, che aveva ricevuto da Dio così grandi e numerosi privilegi e tuttavia ha resistito tenacemente al volere e all’agire di Dio.

V. 4 - I fratelli per i quali Paolo vuole prendere su di sé la maledizione sono gli Israeliti, termine usato nel senso di Giudei, che è un soprannome onorifico, un nome della storia della salvezza, che da Giacobbe (Gen 32,28-29) era passato alla lega delle dodici tribù. Essere Israeliti significa una ricchezza incomparabile, che ora viene illustrata. Ad essi appartiene la figliolanza, nella quale vengono poi accolti anche i cristiani. La uiothesìa è la figliolanza che si realizza tramite l’adozione. Dio ha adottato Israele. Israele è figlio di Dio, ma come possa la figliolanza essere tolta a lui e venire trasferita alla chiesa sta come domanda dietro questa affermazione.

Agli Israeliti appartiene anche la dòxa, il kebòd Jahweh, la gloria di Dio. Essa accompagna Israele durante la sua peregrinazione nel deserto (Es 16,10; ecc.) e in seguito dimora come segno della presenza di Dio nel tempio di Gerusalemme.

Dio ha anche stipulato con Israele le alleanze, col progenitore Noè (Gen 6,18; ecc.), con Abramo (Gen 15,18; ecc.), con Isacco e Giacobbe (Lev 26,42), con Israele al Sinai (Es 19,5; 34,16; ecc.) e ora Dio ha concluso il patto con la chiesa, composta da giudei e pagani (Gal 4,24; Ef 2,12).

Ad Israele fu data la legislazione. A questa legge è ora subentrata la legge di Cristo (Gal 6,2) che si adempie nell’agàpe della chiesa.

Anche il servizio liturgico nel tempio era proprietà d’Israele. Ora esso viene esercitato da coloro che nella chiesa professano il nome di Dio (Eb 13,15) ed è il culto spirituale (loghikè latrèia) che anche i cristiani provenienti dal paganesimo tributano a Dio con il loro agire (Rm 12,1).

Infine appartengono a Israele le promesse messianiche della benevola salvezza di Dio. Ma ora il seme di Abramo è Gesù Cristo al quale appartengono i cristiani provenienti dai giudei e dai pagani (Rm 4,14 ss; Gal 3,16 ss). Tutto ciò è, per grazia di Dio, la ricchezza di coloro che sono Israeliti: sono congiunti carnali per i quali Paolo è disposto a prendere su di sé la maledizione della separazione da Cristo.

V. 5 - Agli Israeliti appartengono i padri ai quali furono fatte le promesse (Rm 15,8) e per amore dei quali gli Israeliti sono i diletti (Rm 11,28) che costituiscono la radice che porta il nobile olivo (Rm 11,17-18). Infine proviene da Israele il Cristo secondo la carne. È onore di Israele che il Cristo provenga da Israele. L’enunciato richiama Gv 4,22: La salvezza viene dai Giudei. Per Paolo questo è un fatto sconcertante e inconcepibile: Israele rifiuta il suo Messia, mentre i pagani credono in lui. La dossologia è un’esaltazione di Cristo Gesù. Non più però il Messia terreno: egli è sopra tutti, sopra i Giudei e sopra i pagani; egli è Dio e non solo più uno strumento umano di Dio. L’amen è la formula con cui si conferma l’approvazione a quanto è stato detto.

2) Il vero Israele (9,6-13).

6Tuttavia la parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, 7né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: in Isacco ti sarà data una discendenza, 8cioè: non sono considerati figli di Dio i figli della carne, ma come discendenza sono considerati solo i figli della promessa. 9Queste infatti sono le parole della promessa: Io verrò in questo tempo e Sara avrà un figlio. 10E non è tutto; c’è anche Rebecca che ebbe figli da un solo uomo, Isacco nostro padre: 11quando essi ancora non eran nati e nulla avevano fatto di bene o di male - perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione non in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama - 12le fu dichiarato: Il maggiore sarà sottomesso al minore, 13come sta scritto:
Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù.

V. 6 - In questo versetto si chiarisce con due affermazioni quanto è stato detto nei Vv.1-5. Viene formulata la frase fondamentale che sostiene tutto: la parola di Dio, che creò Israele come tale, non è diventata vana. Tenendo presente lo sviluppo ulteriore del discorso potremmo dire: Israele è caduto, ma la parola di Dio che è stata inviata a Israele, non ha fallito. Paolo si oppone al sospetto di voler scagionare interamente Israele per addossare tutto a Dio. La parola di Dio non è decaduta, sebbene sia caduto Israele. Perché le cose stanno così: non tutti quelli derivanti dal popolo terreno sono Israele in senso storico-salvifico.

V. 7 - Paradossalmente non sono ancora in effetti i figli di Abramo coloro che provengono da Abramo. Coloro che derivano da Israele e discendono dal capostipite Abramo non costituiscono per ciò stesso l’Israele in quanto popolo di Dio. La qualificazione di figli di Dio o figli della promessa (v.8) non si può applicare a tutta la discendenza. Ma allora chi sono i figli della promessa? Lo dice chiaramente la Scrittura: Perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe (Gen 21,12).

V. 8 - I figli carnali di Abramo sono figli nel rapporto terreno-genealogico e come tali non sono figli di Dio. Soltanto in Isacco si hanno i figli della promessa, quindi quell’Israele che ha il suo fondamento nella promessa di Dio, che è obbligato verso la promessa di Dio, non certo quello che proviene dalla successione naturale delle generazioni. Solo quando viene fatta una promessa creatrice di Dio esiste vera figliolanza. E circa Isacco, Abramo ebbe una promessa creatrice di Dio.

V. 9 - La parola della promessa è Gen 18,10.14. Nel passo si tratta della promessa di una procreazione e nascita di un figlio, che pure avviene contro tutte le premesse naturali. Riguardo a tale promessa, Paolo ha già illustrato la fede di Abramo in 4,18 ss. E in Gal 4,21 ss. egli spiega che Isacco - come figlio della promessa - è il prototipo dei cristiani. Ad essi Paolo può dire: Ma voi, fratelli, siete come Isacco, figli della promessa (Gal 4,28). Ismaele invece diventa il tipo dei Giudei, che si vantano della loro origine carnale da Abramo (Peterson).

Che l’Israele storico come tale non coincida esattamente con l’Israele di Dio risulta ancora da un altro esempio della Scrittura, l’esempio di Rebecca e dei suoi due figli Giacobbe ed Esaù. Che fondamentalmente Dio e la sua parola facciano di Israele il vero Israele è un principio che non si è realizzato una sola volta, ma è un principio generale e sempre valido. È la norma della parola di Dio che determina la storia, e in base ad essa la storia diventa storia della salvezza. L’argomento viene chiarito nei Vv.10-13.

V. 10 - Questo versetto è incompleto. Il verbo va ricavato da ciò che precede (Rm 5,3.11; 8,23). Ma anche in ciò che precede un verbo corrispondente non si trova. Così si dovrà completare l’espressione in base al contesto: Ma non soltanto essa (Sara), bensì anche Rebecca, che fu incinta di un uomo, è un tipo. Se nei confronti del precedente esempio di Sara si sarebbe potuto obiettare che la presenza di due madri diverse, Agar e Sara, rendeva possibile un trattamento diverso dei discendenti, ciò non è più possibile con i figli di Rebecca. Essi hanno infatti lo stesso padre e la stessa madre. A ciò si aggiunge ancora un altro fatto che viene spiegato nella frase seguente e mette in chiara luce il sovrano e libero agire di Dio, il quale previene tutta la storia ed era già riconoscibile in Isacco e Ismaele: la preferenza data a Giacobbe rispetto a Esaù (Vv.11-12).

Vv. 11 - 13 - La costruzione della frase è alquanto intricata. Ma il contenuto è chiaro. Dio disse a Rebecca: Il maggiore servirà il minore (Gen 25-23), cioè il più anziano servirà il più giovane, Esaù servirà Giacobbe. Anche ad essa quindi fu indirizzata la parola creatrice di Dio.

Così la promessa superiorità del più giovane sul più anziano non dipese da loro, ma si fondò soltanto sulla libera sovranità di Dio. La parola che fu rivolta a Rebecca, prima della nascita dei figli e prima che essi potessero agire, parola che fissava la loro futura posizione reciproca, è dunque la parola di Dio che sceglie e stabilisce. Ed è stata pronunciata affinché questa predisposizione rimanga, cioè determini ulteriormente la storia, non solo per Isacco e Ismaele, ma anche per Giacobbe ed Esaù ed altri ancora, e affinché sia continuamente efficace.

Tutta la storia d’Israele si basa sulla promessa di Dio, che in se stessa è la predisposizione di Dio, che elegge e determina. Quindi tutta la storia d’Israele e tutta la storia in genere proviene non dalle opere umane, ma da Dio che chiama e presceglie. Non l’attività umana determina in principio e alla fine la storia, ma la predisposizione di Dio. La storia non può smentire la parola di Dio, ma la parola di Dio può smentire la storia. La libertà del Dio sovrano, che decide della storia prima di tutta la storia secondo la sua volontà, emana la sua chiamata, che viene confermata da un’altra parola della Scrittura. Viene citato Ml 1,2-3: Ho amato Giacobbe, ma ho odiato Esaù. Benché misèin in concreto equivalga a non amare - non soltanto ad amare meno -, da esso traspaiono la risolutezza delle decisioni di Dio, che determinano la storia.

Riassumendo si può dire: la parola di Dio non è scaduta. Non tutti i membri dell’Israele terrestre-carnale sono Israele, ma soltanto quelli che divengono Israele in virtù della promessa di Dio, come risulta da Isacco e dai figli di Rebecca. Ancora prima della nascita e prima di ogni loro operato, Dio si è deciso per Giacobbe, e ciò in base alla sua libera decisione preveniente. Questa diventa ora il tema peculiare di 9,14-29.

3) Sovranità di Dio e "Israele" costituito da Giudei e gentili (9,14-29).

14Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente! 15Egli infatti dice a Mosè:
Userò misericordia con chi vorrò,
e avrò pietà di chi vorrò averla.
16Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia. 17Dice infatti la Scrittura al faraone: Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra. 18Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole
19Mi potrai però dire: "Ma allora perché ancora rimprovera? Chi può infatti resistere al suo volere?". 20O uomo, tu chi sei per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: "Perché mi hai fatto così?". 21Forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare? 22Se pertanto Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza vasi di collera, già pronti per la perdizione, 23e questo per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso vasi di misericordia, da lui predisposti alla gloria, 24cioè verso di noi, che egli ha chiamati non solo tra i Giudei ma anche tra i pagani, che potremmo dire?
25Esattamente come dice Osea:
Chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo
e mia diletta quella che non era la diletta.
26E avverrà che nel luogo stesso dove fu detto loro:
"Voi non siete mio popolo",
là saranno chiamati figli del Dio vivente.
27E quanto a Israele, Isaia esclama:
Se anche il numero dei figli d’Israele
fosse come la sabbia del mare,
sarà salvato solo il resto;
28perché con pienezza e rapidità
il Signore compirà la sua parola sopra la terra.
29E ancora secondo ciò che predisse Isaia:
Se il Signore degli eserciti
non ci avesse lasciato una discendenza,
saremmo divenuti come Sòdoma
e resi simili a Gomorra.

In questa sezione Paolo sottolinea quella sovranità di Dio, che diventa visibile nel caso di Israele con Isacco e Ismaele e con Giacobbe e Esaù.

La testimonianza della Scrittura svolge un ruolo importante. Sembra quasi che Paolo voglia fare una consultazione sommaria dell’intera storia della salvezza perché dopo la tradizione dei padri (9,6-13) egli colloca l’episodio di Mosè (9,14-18) e le parole dei profeti. I Vv.24-29 mettono in evidenza, con ampio uso di citazioni profetiche, lo scopo della discussione di Paolo: la chiesa composta da giudei e da pagani.

Vv. 14 - 15 - La domanda: C’è ingiustizia presso Dio? può essere suggerita dalla precedente citazione di Ml 1,2-3: Ho amato Giacobbe, ma ho odiato Esaù. Attraverso la citazione di Es 33,19 si vuol affermare che Dio stesso ha dichiarato la sua potestà e la sua libertà di agire secondo la sua misericordia. Se ciò è sicuro, allora è chiaro che la domanda se presso Dio vi sia ingiustizia è aberrante. Il comportamento di Dio non si può misurare con una giustizia umana, ma è sempre conforme alla giustizia divina.

V. 16 - Non è lo sforzo dell’uomo che determina che cos’è la giustizia, ma la volontà e l’azione di Dio o, come si dice ripetutamente, la sua misericordia.

V. 17 - L’indurimento del Faraone e l’operato sovrano di Dio serve all’autoglorificazione di Dio ed è una prova della sua onnipotente libertà. A Dio non si può porre impedimento e la sua attività non si può determinare: Dio è Dio. Non esiste nessun’altra misura per il suo agire. Può agire per misericordia o per rendere ostinati: comunque, agisce così a suo giudizio e per amore del suo nome, perché esso venga annunciato nel mondo. Ma se Dio si comporta in un modo o nell’altro per amore di se stesso, non c’è nessuna ingiustizia presso di lui. In ciò con cui egli dimostra il suo essere Dio - misericordia o indurimento - c’è soltanto giustizia.

V. 18 - Dio rivela il suo essere Dio come libertà di un agire che usa misericordia o che respinge. Se Dio non mantenesse questa sua onnipotente libertà, che certamente all’uomo sembra arbitrio, se la facesse dipendere da qualche altra cosa o la si volesse misurare con qualcosa di diverso dalla sua volontà, allora egli rinuncerebbe al suo essere Dio. E con ciò egli rinuncerebbe anche alla sua giustizia. Egli vincolerebbe se stesso e la sua giustizia al volere e al parere degli uomini. La questione della responsabilità dell’uomo sta ancora al di fuori del campo visivo. Se ne parlerà in seguito. E ciò non casualmente, ma in conformità delle cose. Infatti responsabilità davanti a Dio c’è soltanto là dove l’uomo dà una risposta alla parola di Dio nella sua storia, disposta e determinata sovranamente da Dio. Di fronte a questo Dio e nei confronti di questa sua libertà, l’uomo è interpellato responsabilmente perché dia la sua risposta libera.

V. 19 - Paolo richiama l’uomo a considerare quale sia il suo posto di fronte a Dio. Il v.19 presenta anzitutto una obiezione: Perché allora Dio rimprovera?, ossia come si può presupporre una colpa, quando tutto ciò che capita si basa sulla volontà di Dio? Questa domanda è ragionevole.

Se è Dio che rende ostinato il Faraone, come può poi rimproverarlo per la sua ostinazione? Più generalmente: se è Dio che indurisce l’uomo, come può l’uomo essere ancora responsabile e diventare colpevole? Secondo il pensiero di Paolo, la libertà sovrana di Dio come origine della sua misericordia può essere intuita solo da chi concepisce Dio non come un partner col quale si possa discutere, ma come colui davanti al quale si deve tacere, perché egli è colui che in tutti i casi pone diritto e giustizia nelle sue azioni.

V. 20 - A Dio non si può replicare nulla e non si può considerare la sua decisione come un’ingiustizia: con Dio non si può questionare. Dio è il creatore onnipotente e l’uomo è sua creatura. Guai a colui che accusa il suo creatore! Egli non è che un coccio fra i cocci di terracotta. Dice forse l’argilla al vasaio: "Che cosa fai tu qui?" e l’opera all’operatore: "Tu non hai le mani?" (Is 45,9). Col suo paragone Paolo vuole accentuare l’impossibilità, anzi l’assurdità che l’uomo come creatura chieda a Dio, suo creatore, perché egli l’ha fatto così (cfr. Is 64,7; Ger 18,3 ss.). In altri termini: egli vuole dire che Dio ha diritto di fare come vuole.

V. 21 - Il secondo paragone ci presenta il vasaio che dispone a piacimento dell’argilla. Egli ha il diritto e il potere di formare da essa vasi per scopi diversi. Il vaso non può obiettare e non può lamentarsi. Per esempio, un vasaio impasta con fatica della terra soffice e forma per il nostro uso ogni singolo pezzo. Ma dalla medesima argilla egli forma i vasi che servono per usi decenti come pure quelli per uso contrario, tutti allo stesso modo. Per quali impieghi fra queste possibilità d’uso ciascuno debba essere usato, su ciò decide chi lavora l’argilla (Sap 15,7). Paolo ricorre all’immagine del plasmatore, al quale il plasmato non può controbattere e con il quale non può discutere. Ma in questo versetto possiamo riconoscere un sommesso rimando retrospettivo alla domanda iniziale sul vero Israele. Ciò è indicato dall’accentuazione: da una sola massa provengono i vasi diversi.

V. 22 - Questo verso non fa riferimento esclusivamente al faraone, perché costui era solo un paradigma della Scrittura indicante il fondamentale agire di Dio. Qui la formulazione di Paolo è del tutto generale.

Dio ha l’intenzione di eseguire il giudizio della sua ira, così come è esposto in Rm 1,18 ss., ma è anche intenzionato a rendere nota la sua potenza. Dio è il Dio che manifesta il suo potere nel suo giudizio d’ira.

Ma proprio questo Dio sopportò i vasi dell’ira, che sono preparati per la rovina, con grande pazienza. La makrothumìa è la longanimità di Dio che concede ai giudei il tempo per la conversione. Se essa non viene utilizzata per la conversione, allora si accumula l’ira di Dio sui peccatori. Dio sopporta i vasi dell’ira come il padrone della parabola del fico sterile si lascia indurre a tollerare "ancora per quest’anno" (Lc 13,8) l’albero che egli voleva abbattere (Peterson). Con ancora per quest’anno si indica il tempo escatologico, il tempo di Dio, il tempo della longanimità di Dio nei confronti dei giudei. Paolo sa che proprio questo Dio, che agisce secondo la sua volontà per amore del suo nome, è il Dio misericordioso. Egli ha misericordia e sopporta con grande pazienza Israele, anche se sta andando verso la rovina, a meno che non si decida a convertirsi al suo Dio.

V. 23 - Questo verso continua a parlare di questo Dio: egli ha anche la volontà di manifestare la ricchezza della sua gloria nei vasi della misericordia che ha destinati alla gloria. Ma chi sono questi vasi della misericordia nei quali ora si adempie l’eterna gloria di Dio?

V. 24 - Finalmente questo versetto rivela chi sono i vasi della misericordia. Sono i cristiani scelti di tra i giudei e i pagani. In questa vasta chiamata, rivolta a tutto il mondo, si manifesta la pienezza della gloria di Dio. È il vertice dell’operare di Dio. La chiamata di Dio venne fatta ai giudei che sono il suo popolo; essa però fu indirizzata non solo a loro ma anche ai pagani.

Vv. 25 - 29 - Le citazioni della Scrittura che devono convalidare il pensiero di Paolo sono introdotte esplicitamente col nome del rispettivo profeta. I passi di Osea trattano della vocazione dei pagani a diventare popolo di Dio. I passi di Isaia si riferiscono al vero Israele che è la chiesa. Dio manifesta la sua forza vitale chiamando i pagani a diventare suoi figli e rendendoli tali.

4) L’inciampo d’Israele (9,30-33)

30Che diremo dunque? Che i pagani, che non ricercavano la giustizia, hanno raggiunto la giustizia: la giustizia però che deriva dalla fede; 31mentre Israele, che ricercava una legge che gli desse la giustizia, non è giunto alla pratica della legge. 32E perché mai? Perché non la ricercava dalla fede, ma come se derivasse dalle opere. Hanno urtato così contro la pietra d’inciampo, 33come sta scritto:
Ecco che io pongo in Sion una pietra di scandalo
e un sasso d’inciampo;
ma chi crede in lui non sarà deluso.

Vv. 30 - 31 - I pagani hanno ricevuto la giustizia per mezzo della fede. Essi si sono abbandonati, consegnati interamente a Dio che li ha resi giusti. Israele invece continua a confidare nelle opere della legge che esigeva e prometteva la giustizia, ma non la raggiunse.

Vv. 32 - 33 - Israele non pervenne al compimento della legge perché non cercò di raggiungere la giustizia partendo dalla fede, come fecero i pagani, ma fondandosi sulle opere della legge. Per opere della legge si intendono le osservanze della legge fatte non per compiere la volontà di Dio, ma per affermare, assicurare ed edificare se stessi, vantandosi e cercando la propria gloria con atteggiamenti presuntuosi. Israele ha urtato contro la pietra che Dio pose come fondamento di Sion ed è caduto su di essa. La conferma viene nuovamente dalla Scrittura. La citazione è composta da una reminescenza di Is 28,16 e 8,14. La pietra posta da Dio come fondamento di Sion, che è il centro della città santa di Gerusalemme, è Gesù Cristo. Era necessario credere e avere fiducia in lui.

Ma Israele non si fidò di lui; vi urtò contro e vi cadde sopra. Essi pensavano solo a ciò che poggia sul fondamento: il tempio e la legge. Intanto dimenticarono la base: la fede (Peterson). Cioè dimenticarono il loro fondamento nascosto, Cristo.

5) La fine della legge e "la parola vicina" (10,1-13).

1Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera sale a Dio per la loro salvezza. 2Rendo infatti loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza; 3poiché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. 4Ora, il termine della legge è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede.
5Mosè infatti descrive la giustizia che viene dalla legge così: L’uomo che la pratica vivrà per essa. 6Invece la giustizia che viene dalla fede parla così: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà al cielo? Questo significa farne discendere Cristo; 7oppure: Chi discenderà nell’abisso? Questo significa far risalire Cristo dai morti. 8Che dice dunque? Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. 9Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. 10Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. 11Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. 12Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. 13Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

V. 1 - Paolo si rivolge alla comunità cristiana di Roma ed esprime il suo desiderio più intimo e la sua preghiera a Dio perché i giudei vengano salvati. La loro salvezza è l’oggetto della sua cordiale intercessione.

V. 2 - Uno dei pregi caratteristici della pietà giudaica è lo zelo per Dio. Israele è attaccato a Dio, si dà premura per Dio, sostiene la causa di Dio. Paolo lo può testimoniare. Ma lo zelo dei giudei manca di discernimento. Essi hanno lo zelo per Dio, ma non nel modo giusto.

V. 3 - I giudei non riconobbero la giustizia di Dio perché si sono sforzati di stabilire una propria giustizia. La giustizia di Dio è la salvezza che proviene da Dio, instaurata e concessa da Dio, mentre la giustizia propria è quella che proviene dalla legge, ossia acquistata con le prestazioni conformi alla legge, con le opere della legge. I giudei vollero attuare una propria giustizia, una auto-giustizia. Per questo non si sottomettono alla giustizia di Dio manifestata in Gesù Cristo che si può ottenere e sperimentare solo nell’obbedienza della fede. Israele, con il suo zelo egocentrico per la legge e per Dio, non è stato disponibile al vangelo che è potenza di Dio che salva (1,16). Se gli Israeliti nutrissero realmente uno zelo disinteressato per Dio, riconoscerebbero la sua giustizia che richiede loro di sottomettersi all’obbedienza della fede.

V. 4 - Perché, in effetti, Cristo è la fine della legge e rende accessibile la giustizia a chiunque ha fede. Secondo Gal 3,24 la legge è il pedagogo verso Cristo, cioè dominò fino a Cristo, affinché noi venissimo giustificati dalla fede. La legge non è più la via verso la salvezza. In quanto legge che provocava prestazioni personali, non era mai stata la via della salvezza. Il tempo della legge è finito ed è Cristo che gli ha posto fine. In Cristo è apparsa quella giustizia di Dio che si ottiene attraverso la fede, lasciandosi attirare verso di lui.

Vv. 5 - 7 - Questo Cristo è presente e quindi chiunque crede in lui può essere salvato. Alle direttive della legge di Mosè è subentrato Cristo. La giustizia che proviene dalla fede proibisce di tentare l’impossibile, di far discendere Cristo dal cielo e di farlo risalire dal regno dei morti. Forse sono due forme proverbiali usate per descrivere l’impossibile (Pr 30,4). La fonte di queste espressioni è Dt 30,11 ss. Ma perché questo divieto?

V. 8 - La risposta è: perché Cristo è già disceso dal cielo ed è già risuscitato dai morti. E Cristo è presente nella parola della fede che viene proclamata dalla chiesa. Non è necessario prelevarlo dal cielo o dal regno dei morti: si trova già nella parola della fede, la quale è vicina a noi. Ma allora anche la salvezza è vicina. Non c’è più bisogno delle opere della legge, ma basta la fede professata con la lingua e col cuore.

V. 9 - Colui che viene professato nella fede è Gesù come Signore. Con la risurrezione dai morti Gesù è stato costituito Signore della chiesa e del mondo e di conseguenza egli è attualmente il Signore che esercita la sua sovranità con la parola del vangelo. Ora che il Cristo ha posto fine alla legge, il professare con la bocca che Gesù è il Signore e il credere nel cuore che Dio l’ha risuscitato dai morti costituiscono il modo per giungere alla salvezza.

V. 10 - Venire salvati è diventare giusti, e viceversa: la giustizia è la salvezza. E ciò significa poter affrontare il giudizio senza essere condannati.

Vv. 11 - 13 - Questo viene convalidato dalla Scrittura: Is 28,16. Paolo aggiunge chiunque per indicare sia il giudeo che il pagano. Per quanto concerne la salvezza da ottenere mediante la fede e la sua professione, non c’è più alcuna differenza tra giudeo e pagano. E la ragione è questa: c’è un unico Signore di tutti il quale dimostra la ricchezza della sua grazia a tutti coloro che lo invocano. Dio è ricco nei confronti di tutti e quindi rende tutti ricchi. In 2Cor 8,9 si dice che Cristo, che era ricco, si è fatto povero e che i cristiani sono diventati ricchi per mezzo della povertà di Cristo. Si parla della ricchezza della grazia e della gloria di Cristo.

6) La disobbedienza di Israele (10,14-21).

14Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? 15E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!
16Ma non tutti hanno obbedito al vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? 17La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo. 18Ora io dico: Non hanno forse udito? Tutt’altro:
per tutta la terra è corsa la loro voce,
e fino ai confini del mondo le loro parole.
19E dico ancora: Forse Israele non ha compreso?
Già per primo Mosè dice:
Io vi renderò gelosi di un popolo che non è popolo;
contro una nazione senza intelligenza
susciterò il vostro sdegno.
20Isaia poi arriva fino ad affermare:
Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano,
mi sono manifestato a quelli che non si rivolgevano a me,
21mentre di Israele dice: Tutto il giorno ho steso le mani
verso un popolo disobbediente e ribelle!

V. 14 - Se Cristo è la fine della legge e quindi di una via legale di salvezza e diventa lui stesso giustizia per chiunque crede professa e invoca, allora perché Israele non ha accettato questo Cristo? Paolo si chiede se i messaggeri del vangelo non siano stati inviati a Israele. In sostanza la lunga domanda chiede: dunque non si è adempiuta la Scrittura che parlava di coloro che evangelizzavano cose buone, cioè degli evangelizzatori della salvezza messianica a Israele? Ma la domanda non è ancora finita.

V. 15 - Come farà Israele a giungere alla fede e all’invocazione di Dio se nessuno gli annuncia il vangelo? Ma la Scrittura attesta che ciò è avvenuto. Si cita Is 52,7. Israele ha ricevuto il vangelo dai messaggeri inviati da Dio. Essi giunsero puntualmente.

Vv. 16 - 17 - Ma non tutti hanno obbedito al vangelo. Nel vangelo si manifesta e si trova la giustizia di Dio, alla quale ci si deve affidare con obbedienza per essere salvati. Ma proprio sotto questo aspetto la maggioranza d’Israele ha fallito. Non tutti hanno obbedito al vangelo. E anche questo è già annunciato nella profezia di Is 53,1. Così è portato a termine il corso dei pensieri e viene data la risposta. La fede dipende dall’ascolto della parola che è Cristo annunciato dagli evangelizzatori.

Vv. 18 - 19 - Non si può contestare che Dio ha inviato messaggeri e che il vangelo è stato annunciato a tutto il mondo e quindi anche a Israele. Israele ha udito e ha capito il vangelo, l’ha conosciuto ma non riconosciuto. Lo dimostra il fatto che Israele si indurì di fronte al vangelo e contro coloro che l’hanno accolto.

Vv. 20 - 21 - Nelle citazioni profetiche di Isaia viene data una seconda risposta alla domanda se Israele non ha capito. Dio si è fatto cercare e trovare da coloro che non lo cercavano. Ma ciò significa che Dio si è nascosto a Israele e si è rivolto ai pagani; Dio non si prende a cuore gli zelatori della legge, ma i senza-legge, perché egli è un Dio degli àtheoi, dei senza Dio (Ef 2,12). Certo, egli non abbandona Israele. Anzi, proprio a Israele egli dice di aver continuamente steso le sue mani verso di lui, benché fosse un popolo disobbediente e recalcitrante. Nei confronti d’Israele Dio non è soltanto pronto ad accoglierlo, ma desidera profondamente di attirarlo a sé. Ma Israele non ha accettato e continua a non accettare la giustizia offerta da Dio (Rm 10,3). E se Isaia è costretto a dire ciò, per il nostro contesto risulta che Israele ha ben capito. La ragione del fallimento d’Israele è una sola: è un popolo disobbediente e nettamente ribelle a Dio. A differenza di Israele i pagani hanno una cosa sola, ma è proprio quella necessaria: la fede. Ciò che vale è soltanto la fede e la giustizia di Dio in Gesù Cristo e nel vangelo. Israele invece cerca la prestazione e una giustizia propria. Così di fronte a Dio ha fallito. Paolo mostra al giudeo le cause della sua caduta. Egli non ha fede, e così rinuncia alla giustizia e alla salvezza. La caduta della comunità ebraica non confuta il vangelo di Paolo, ma lo conferma. Per coloro che credono il vangelo è salvezza, per coloro che non credono è occasione di caduta; per questo l’incredulità d’Israele è una prova della potenza salvifica della fede.

Ma questa caduta è una riprovazione totale e definitiva d’Israele? Paolo riprende questo argomento nel cap. 11 per rivelare definitivamente il mistero d’Israele.

7) Il resto d’Israele scelto per grazia e l’indurimento dei rimanenti (11,1-10).

1Io domando dunque: Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch’io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino. 2Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio. O non sapete forse ciò che dice la Scrittura, nel passo in cui Elia ricorre a Dio contro Israele?
3Signore, hanno ucciso i tuoi profeti,
hanno rovesciato i tuoi altari
e io sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita.
4Cosa gli risponde però la voce divina?
Mi sono riservato settemila uomini, quelli che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal.
5Così anche al presente c’è un resto, conforme a un’elezione per grazia.
6E se lo è per grazia, non lo è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia.
7Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti; gli altri sono stati induriti, 8come sta scritto:
Dio ha dato loro uno spirito di torpore,
occhi per non vedere e orecchi per non sentire,
fino al giorno d’oggi.
9E Davide dice:
Diventi la lor mensa un laccio, un tranello
e un inciampo e serva loro di giusto castigo!
10Siano oscurati i loro occhi sì da non vedere,
e fa’ loro curvare la schiena per sempre!

Alla domanda se tutto Israele è stato ripudiato da Dio, Paolo risponde: Non l’intero Israele è stato ripudiato da Dio. Lui stesso, Paolo, appartiene a Israele. E la Scrittura dice che c’è al presente un resto di Israeliti eletti per grazia. Gli altri però si sono ostinati e induriti.

In 11,11-24 viene data una ulteriore risposta: Israele non è caduto per sempre, ma la salvezza che, a causa della sua caduta, è arrivata ai pagani, deve stimolare il suo fervore. In 11,25-32 Paolo comunica il mistero: tutto Israele nel futuro escatologico verrà salvato. La conclusione di tutto il brano è costituita da una lode unica alla sapienza di Dio nelle sue vie imperscrutabili (11,33-36).

V. 1 - Con la domanda viene introdotta una possibile conseguenza che si potrebbe trarre dalla disobbedienza d’Israele. Questa conseguenza viene espressa citando il Sal 94,14. Il Sal 94,14 nega la riprovazione d’Israele e quindi è chiaro che alla domanda posta ora da Paolo si deve rispondere negativamente. È vero che Dio ha indurito il popolo disobbediente, però non l’ha ripudiato, quindi non l’ha respinto definitivamente. Se Dio avesse voluto ripudiare Israele, avrebbe dovuto farlo anche con Paolo, che è un israelita genuino.

V. 2 - Questo verso ripete e asserisce: Dio non ha ripudiato il suo popolo.

Dio lo ha da sempre conosciuto e quindi accettato. Non può respingerlo definitivamente. Ciò è asserito anche dalla Scrittura (11,3-5). Essa non parla solo di Elia sul monte Oreb, ma ha un significato anche per l’Israele attuale. Paolo presenta la sezione in cui si parla del lamento di Elia nei confronti d’Israele infedele e della risposta che Dio dà in 1Re 19,9-18. Il lamento di Elia viene presentato come un interpellare Dio, un accusare presso Dio, contro Israele.

Vv. 3 - 4 - Della lagnanza citata, per Paolo è di particolare importanza il terzo membro del v.3: e sono rimasto io solo. Già a quei tempi sembrava che di tutto Israele fosse rimasta una persona sola e quindi anche un solo testimone che Dio non ha ripudiato il suo popolo. Si potrebbe considerare Paolo come un secondo Elia, perché anch’egli è rimasto come unico Israelita; ma (v.4) come dice l’oracolo profetico, Dio si è scelto settemila uomini che non rendevano culto a Baal.

V. 5 - Dio ha conservato per sé questi settemila, e non soltanto Elia, perché sono rimasti fedeli a lui o a Israele. I settemila uomini sono per Paolo una cifra simbolica indicante il resto d’Israele. Per questo Paolo può aggiungere: Così anche attualmente si è formato un resto in base all’elezione della grazia. In questo resto creato per grazia si dimostra che Israele rimane eletto.

V. 6 - Da questo risulta quanto sia importante per Paolo precisare che è la grazia di Dio a far sì che Israele sopravviva nel suo resto. La dimostrazione che Israele non è totalmente riprovato è frutto della grazia e non delle opere della legge. La grazia esclude le opere della legge, considerate come esecuzione della legge. Ma chi è quel resto che deve la propria esistenza alla grazia ed è segno che Dio non ha ripudiato Israele? Sono i membri di Israele divenuti credenti, i giudeo-cristiani.

Il v.7 fa da riepilogo, e l’argomentazione si ricollega a 9,31. Non Israele, ma la parte scelta ha ottenuto ciò a cui Israele aspirava.

V. 7 - Il verbo al presente indica che l’aspirazione d’Israele cerca ancora di raggiungere il suo scopo, cioè la giustizia, anche attualmente. In virtù di tale aspirazione alla giustizia, anche adesso Israele è risoluto ad attenersi alla giustizia, anche adesso Israele è risoluto ad attenersi alla via della prestazione. Ma non ha ottenuto mai ciò a cui ancora aspira. Mentre l’hanno ottenuto gli eletti per grazia. Ma il v.7 non è solo conclusione dell’argomento fatto finora, bensì anche l’inizio di un nuovo pensiero: Ma i rimanenti vennero induriti. La luce dell’elezione ha un’ombra cupa accanto a sé.

Vv. 8 - 9 - Quali effeti eserciti questo indurimento Paolo non lo dice con parole proprie, ma con citazioni dall’AT. Non è lui che parla d’Israele in questo modo, ma un’autorità superiore riconosciuta anche da Israele, la Scrittura. La prima citazione rappresenta una combinazione di Dt 29,3 con Is 29,10, mentre la seconda cita il Sal 69,22-23 e il Sal 35,8. L’indurimento d’Israele (ad eccezione del resto o della parte eletta) consiste dunque nel fatto che Dio diede loro uno spirito di torpore o di apatia. La conseguenza di tale stordimento è la cecità e la sordità d’Israele fino al giorno d’oggi, quindi fino al presente. Ma anche Davide, in quanto ritenuto autore dei Salmi, predice l’ostinazione di questo Israele (Vv.9-10), in quanto ciò che egli augura ai suoi nemici (Sal 69,22-23; 35,8) è accaduto a Israele. Quindi, per Paolo, l’augurio di Davide era destinato all’Israele incredulo.

V. 10 - Il significato di torpore viene enunciato così: Si oscurino i loro occhi così da non vedere e il loro dorso s’incurvi per sempre.

Questo Israele cieco e sordo, intontito dal sonno e apatico, continuerà a piegare il dorso: un’immagine che indica la sua condizione di schiavo alle dipendenze dei popoli. Il Messia è venuto, ma Israele non si avvede di nulla. Il messaggio di Dio, in cui si rivela la sua giustizia come offerta della salvezza, viene proclamato. Israele non sente nulla; così è continuamente in pericolo e insicuro. Il suo dorso deve curvarsi, sempre di nuovo, sotto il giogo dei popoli.

8) Il senso della caduta d’Israele (11,11-24).

11Ora io domando: Forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani, per suscitare la loro gelosia. 12Se pertanto la loro caduta è stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani, che cosa non sarà la loro partecipazione totale!
13Pertanto, ecco che cosa dico a voi, Gentili: come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, 14nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. 15Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?
16Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se è santa la radice, lo saranno anche i rami. 17Se però alcuni rami sono stati tagliati e tu, essendo oleastro, sei stato innestato al loro posto, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18non menar tanto vanto contro i rami! Se ti vuoi proprio vantare, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.
19Dirai certamente: Ma i rami sono stati tagliati perché vi fossi innestato io! 20Bene; essi però sono stati tagliati a causa dell’infedeltà, mentre tu resti lì in ragione della fede. Non montare dunque in superbia, ma temi! 21Se infatti Dio non ha risparmiato quelli che erano rami naturali, tanto meno risparmierà te!
22Considera dunque la bontà e la severità di Dio: severità verso quelli che sono caduti; bontà di Dio invece verso di te, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai reciso. 23Quanto a loro, se non persevereranno nell’infedeltà, saranno anch’essi innestati; Dio infatti ha la potenza di innestarli di nuovo! 24Se tu infatti sei stato reciso dall’oleastro che eri secondo la tua natura e contro natura sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!

Qual è il senso del giudizio di Dio sull’Israele incredulo? Questo è il quesito conduttore di questa nuova sezione, il cui sviluppo logico non è facilmente comprensibile. I Vv.11-12 lasciano intendere che la caduta d’Israele ha un significato di salvezza per il cosmo e che la sua completa reintegrazione sarà ancora più importante.

V. 11 - Il senso segreto della caduta d’Israele come l’ha presente Dio, non è quello che Israele fallisca definitivamente, ma che i popoli pagani siano salvati, rendendo così i giudei gelosi e stimolandoli alla conversione. Hanno incespicato perché, mediante la conversione dei pagani diventati credenti, divenissero anch’essi inquieti per Dio. Quindi il senso complessivo è il seguente: Dio non abbandona a terra l’Israele caduto. Questi ha fatto un passo falso ed è caduto, ma da ciò ne è venuta la salvezza ai pagani. E ciò dovrebbe far ridiventare Israele geloso del suo Dio e poi portarlo alla conversione. Dio continua a prendersi cura d’Israele.

V. 12 - Per l’incredulità degli israeliti il cosmo, cioè tutti i popoli che abitano la terra, ha ottenuto la pienezza escatologica della salvezza. La loro riprovazione è riconciliazione del cosmo, cioè dei popoli pagani. Già in questo verso Paolo prevede, al di là del primo effetto della disobbedienza d’Israele, cioè la salvezza dei pagani, il frutto escatologico della loro conversione.

V. 13 - Ora Paolo si rivolge direttamente ai cristiani provenienti dal paganesimo per impedire che si propaghino tra loro dei malintesi. Come prima cosa Paolo esalta questo suo servizio o incarico, che è anche la sua vocazione da parte di Dio (Gal 2,7 ss.): essere apostolo dei popoli pagani.

V. 14 - Egli esalta il suo servizio di apostolo per rendere Israele geloso e salvare alcuni di loro. Il ministero dell’apostolo per i pagani finisce per servire ancora ai giudei per suscitare in loro la gelosia e, di conseguenza, salvarne qualcuno.

V. 15 - Compare ancora l’idea di Dio che domina e sceglie con tutta libertà, che salva, elegge, riaccetta e raccoglie Israele per effetto della sua misericordia senza limiti. Se la riprovazione d’Israele è stata la salvezza dei popoli pagani, la loro accettazione da parte di Dio sarà la risurrezione dei morti, la riconciliazione finale universale, la salvezza messianica escatologica.

V. 16 - Paolo fa un duplice paragone. Il primo è desunto dal rituale giudaico (Nm 15,17-21) secondo cui gli israeliti sono tenuti a offrire a Jahvè ogni anno una piccola parte della prima pasta lievitata del nuovo raccolto del grano come sacrificio di prelievo. Il secondo paragone si riallaccia probabilmente a raffigurazioni d’Israele quale olivo (Ger 11,16). Qui si parla dei singoli israeliti intesi come rami dell’albero.

La prima parte della pasta e la radice sono i padri d’Israele: Abramo, Isacco e Giacobbe (cfr. Rm 4,1 ss; 9,5 ss; 11,28; 15,8). Essi, come dono delle primizie consacrate a Dio e come radice dell’olivo-Israele, garantiscono la sua santità complessiva e la santità dei singoli membri d’Israele. Ciò rende comprensibile la speranza contenuta nei Vv.12 e 15.

In seguito, sulla base dell’immagine dell’olivo, questo argomento viene più dettagliatamente sviluppato, tenendo presenti l’Israele disobbediente che ha inciampato e si è indurito e i pagani divenuti credenti.

Vv. 17 - 18 - Paolo si rivolge ai cristiani provenienti dal paganesimo e li ammonisce a non vantarsi nei confronti dei giudei che sono stati esclusi. Essi come rami di olivo selvatico furono innestati fra i rami dell’olivo autentico e sono diventati partecipi della pinguedine dell’olivo autentico. I frutti dell’olivo autentico contengono grasso, mentre quelli dell’oleastro, se si spremono, schizzano solo acqua (Maier).

Fuor di metafora, il v.17 significa: il pagano ha avuto parte alla benedizione, ossia alla promessa e alla fede di Abramo e dei padri d’Israele. Non la chiesa formata da ex-pagani ha usurpato Israele coi suoi padri; ma Israele nei suoi padri ha accolto i pagani in sé e ha concesso loro di partecipare alla promessa che sta alla base di Israele. La chiesa sorta dal paganesimo è uno straniero accolto nel vero Israele. È possibile vantarsi non solo, come fa il giudeo, della propria origine, del segno della grazia di Dio che è la circoncisione, del possesso della legge, delle proprie prestazioni, ma anche - ed è il caso del cristiano proveniente dal paganesimo - della vocazione a popolo di Dio, intesa come conferma dei propri privilegi e dei meriti personali. Ci si può vantare egoisticamente anche della fede, come se fosse un’opera propria e un merito. Se gli etnico-cristiani si gloriano nei confronti d’Israele, dovrebbero pensare che questo atteggiamento è del tutto infondato. Infatti non sono loro a portare la radice che è santa, ma i padri d’Israele reggono anche la chiesa formata da ex-pagani.

Vv. 19 - 21 - Il motivo della resezione dei rami è l’incredulità, quello dell’innesto è la fede. La fede è l’unica cosa che il cristiano può esibire per la sua salvezza. A lui non sono stati concessi né padri, né benedizione paterna, né promesse fatte ai padri, né alleanze stipulate coi padri, come invece sono stati concessi a Israele. Egli ha ottenuto soltanto di partecipare alla benedizione dei padri d’Israele. E questa partecipazione è resa possibile solo dalla fede. La fede è in pericolo se diventa presunzione religiosa, magari verso Israele che ha inciampato.

La boria religiosa non è fede. La fede c’è soltanto nel caso che Dio sia rispettato. Infatti come farà Dio a risparmiare i pagani, se non ha risparmiato i giudei che sono i rami naturali? Il pagano che perde la fede non è più nulla. Il giudeo che non crede in Cristo continua tuttavia ad appartenere all’olivo autentico di Dio. Le parole di Paolo trovano una tremenda conferma nel presente. I popoli cristiani che perdono la fede precipitano effettivamente a un tale punto di imbarbarimento e inconsistenza, che per i giudei è impossibile (Peterson).

Vv. 22 - 24 - Improvvisamente Paolo si riporta ancora al tema principale della futura salvezza d’Israele. All’etnico-cristiano, che alla vista dell’Israele incredulo non deve insuperbirsi, ma temere Dio, viene ora fatto osservare che in Dio vi sono due proprietà: la bontà e la severità.

Il cristiano ex-pagano dev’essere memore dell’una e dell’altra. La bontà di Dio - schiusa su di lui mediante il vangelo accolto nella fede - da parte del credente è sempre messa in pericolo. La fede dev’essere continuamente rinnovata e conservata. La minaccia del v.21, che Dio non risparmierà neppure il pagano, diverrà realtà, se l’etnico-cristiano non persevera nella fede, cioè nella bontà di Dio. Inoltre è stato disposto da Dio che i giudei, se non persisteranno nella loro incredulità, ma verranno alla fede, saranno di nuovo accolti e innestati nell’Israele dei padri. Anche l’indurimento dei singoli giudei non è irreversibile.

Il v.24 dice al pagano che egli è stato reciso dall’olivo selvatico e contro natura è stato inserito nell’olivo autentico. Ma allora il giudeo, che per natura appartiene all’olivo autentico, a maggior ragione può essere nuovamente innestato. Se i giudei rinunciano alla loro incredulità nei riguardi di Cristo, saranno nuovamente inseriti nell’olivo (Peterson).

9) La salvazione definitiva d’Israele (11,25-32).

25Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. 26Allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto:
Da Sion uscirà il liberatore,
egli toglierà le empietà da Giacobbe.
27Sarà questa la mia alleanza con loro
quando distruggerò i loro peccati.
28Quanto al vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, 29perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! 30Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, 31così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia. 32Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!

Questo brano passa dallo stile della diatriba a quello dell’insegnamento teologico di rivelazione e comprende in primo luogo la comunicazione di un mistero seguita da una propria deduzione e dalla prova scritturistica (Vv.25-27), in secondo luogo la spiegazione di questo mistero in riferimento agli avvenimenti della storia della salvezza presso pagani e giudei, con la conclusione riassuntiva (Vv.28-32).

V. 25 - Alla comunità di Roma Paolo vuole comunicare questo mistero. Questo mistero non proviene dalle sue conoscenze e da quelle dei fratelli, ma è rivelazione del decreto divino, la sola in grado di concedere la vera conoscenza. Non si può parlare di Israele se non si accetta la rivelazione del mistero. Tutte le nozioni storiche, sociologiche e psicologiche riguardanti questo popolo non sono sufficienti, anzi inducono in errore. Per se stesso Israele è, in definitiva, un mistero.

L’indurimento parziale d’Israele durerà fino a che la totalità dei pagani, determinata da Dio, sarà entrata nella salvezza. Dopo di che tutto Israele sarà salvato.

Vv. 26 - 27 - Che Paolo abbia interpretato giustamente il mistero d’Israele e che i cristiani non debbano vedere il giudeo solo storicamente lo dimostra la Scrittura stessa in Is 59,20-21 e 27,9. Stando alla composizione paolina delle citazioni, il profeta conferma la dichiarzione dell’apostolo sul mistero d’Israele nel senso che Paolo in primo luogo associa la salvezza d’Israele con la venuta del Messia Gesù da Sion, dalla Gerusalemme di lassù (Gal 4,26), e in secondo luogo lo vede consistere nel fatto che il Messia toglierà da Israele le empietà e quindi proprio l’incredulità; infine che Dio, per mezzo del Messia Gesù, concluderà con Israele un nuovo patto. Questa è una nuova interpretazione dell’aspettativa giudaica, cioè del pentimento finale di Israele. È significativo che Is 59,20 fosse interpretato in senso messianico anche dai rabbini (Sanh. b. 98a,19). Il mistero di cui Paolo parla dicendo che Israele nella sua totalità alla fine sarà salvato, si può interpretare anche teologicamente col ricorso all’insondabile misericordia di Dio.

V. 28 - Questo verso espone anzitutto il rapporto dei giudei con Dio: essi gli sono nemici, ma sono da lui amati. Essi sono nemici di Dio per il contegno che tengono nei confronti del vangelo. Ma essi hanno qualcosa che i pagani non hanno o hanno solo in quanto cristiani: ad essi appartengono i padri per amore dei quali Dio ama l’intero Israele.

V. 29 - Grazie ai suoi padri Israele rimane amato. Infatti i doni della grazia di Dio e la sua chiamata sono irrevocabili. Dio è fedele (3,3), e la fedeltà di Dio mantiene il suo patto, fa sì che la sua fedeltà al patto si eserciti irrevocabilmente nonostante l’infedeltà d’Israele e che il suo amore per Israele nei suoi padri non cessi mai. Proprio per questo, tale fedeltà avrà anche l’ultima parola su tutto Israele, e la sua ultima parola è la salvezza d’Israele.

Vv. 30 - 31 - Questi due versi hanno lo scopo di mettere in risalto ancora una volta, riassuntivamente, la misericordia di Dio, che in definitiva dispone ogni avvenimento, e l’irrevocabile fedeltà di Dio a Israele. La verità della tesi del v.29 la si riconosce dalle sorti dei popoli e di Israele, che corrispondono l’una all’altra e che, ciascuna per sé e poi unitamente, mostrano la misericordia di Dio, dalla quale sono guidate.

La disobbedienza dei pagani (Rm 1,18 ss; Ef 2,2; 5,6) ha trovato risposta e fine nella misericordia di Dio, quando Israele disobbediente non accettò il vangelo. Analogamente si deve parlare dei giudei, i quali, al tempo di Gesù, sono diventati disobbedienti. La disobbedienza dei giudei tornò a profitto della misericordia usata da Dio con i pagani. Il vangelo passò dai giudei ai pagani. Ma ciò avvenne affinché ora i giudei trovassero misericordia. Ai pagani nel periodo della loro lontananza da Dio corrispondono i giudei nel periodo della loro lontananza da Cristo. Come là all’inizio sta una fase di disobbedienza (Rm 1,18 ss) aggravata dal giudizio di Dio che provoca l’ostinazione (1,24.26.28), la quale poi nel tempo della salvezza viene sostituita da un’epoca di grazia (Rm 9,25-30; 10,19-20) provocata dall’incredulità dei giudei che non accettarono il vangelo, così anche Israele deve passare attraverso una fase di disobbedienza, ossia di resistenza al vangelo, per diventare così maturo per il prodigio della misericordia divina.

V. 32 - Questo verso è riassunto e conclusione. La legge dell’alternanza di disobbedienza e misericordia, che è legge di Dio, è universale. Paolo considera la sorte dell’umanità al completo: è una disobbedienza universale. Ma tale chiusura universale di giudei e pagani nella disobbedienza avviene soltanto perché si realizzi il progetto di salvezza di Dio che si manifesta nell’usare misericordia a tutti. Così l’ultima parola per l’umanità e quindi anche per Israele è misericordia: il mistero della grazia che alla fine vincerà.

10) Esultanza di lode a Dio (11,33-36).

33O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!
34Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero
del Signore?
O chi mai è stato suo consigliere?
35O chi gli ha dato qualcosa per primo,
sì che abbia a riceverne il contraccambio?
36Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

Le argomentazioni dei Cap. 9-11 si concludono con una specie di inno. Queste esclamazioni di confessione e di giubilo sono state poste da Paolo tra due testi dell’AT: Is 40,13; Gb 41,3.

V. 33 - Di fronte alla sorte d’Israele, alla sua elezione, alla sua caduta e alla sua salvezza escatologica, ma anche di fronte alla sorte dei pagani, che è intrecciata nel modo più stretto con quella d’Israele, quindi al cospetto dell’agire di Dio che si volge a tutto il mondo e se ne impietosisce, Paolo non può far altro che prorompere nel grido che esalta l’abissale ricchezza, sapienza e scienza dell’amore di Dio. L’essenza di Dio è un insondabile abisso d’amore.

Vv. 34 - 35 - Nessuno ha capito lo Spirito di Dio, i suoi piani e le sue decisioni. Nessuno è consigliere di Dio. A nessuno Dio è debitore di qualche cosa. Le sue vie che egli percorre e fa percorrere, le decisioni giudiziarie che egli prende, sono incomprensibili. Esse vengono stabilite dalla sua abissale ricchezza, sapienza e scienza, di fronte alle quali si può stare soltanto in adorazione, sopraffatti dallo stupore.

V. 36 - Da lui e per mezzo di lui e in vista di lui: queste espressioni indicano Dio come l’origine unica e sempre attuale della creazione dell’universo e di tutta la storia come fonte di ogni evento; come autore e operatore di ogni evento; e, da ultimo, come il fine di tutto ciò che accade e verso il quale ogni cosa è orientata e tende. Non vi è nulla che non sia debitore a Dio, che non rimandi a lui, che non arrivi a lui e non finisca in lui. Questo brano di genere innico conclude appropriatamente con l’amen. In tal modo si concludono tutti gli enunciati dei cap. 9-11 che trattano proprio di questo Dio impenetrabile nelle sue vie, con speciale riguardo alla sua inimmaginabile grazia nei confronti d’Israele e dei pagani.

 

 

IV°
ESORTAZIONE APOSTOLICA
(12,1-15,13)

Col cap. 12 inizia la quarta parte della lettera ai Romani. Essa ha il carattere di esortazione e di incoraggiamento e presenta le conseguenze e le applicazioni alla vita pratica del kerigma.

1) La caratteristica fondamentale della vita cristiana (12,1-2)

1Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

V. 1 - Il testo contiene due esortazioni. Questi ammonimenti hanno il senso di una deduzione da quanto precede, specialmente dai cap. 5-8. La frase: Ora io vi esorto, fratelli, attraverso la misericordia di Dio significa che per mezzo di Paolo la misericordia e la pietà di Dio fanno sentire il proprio incoraggiamento e la propria esigenza. Paolo è colui del quale si serve la misericordia di Dio, la quale parla attraverso la parola di lui. L’esortazione apostolica è la chiamata - che richiede, comanda, scongiura e incoraggia - della sempre preveniente misericordia di Dio.

Questa esortazione mira prima di tutto a ottenere che i cristiani offrano i loro corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Quindi la misericordia di Dio esige e richiede l’offerta di un sacrificio, di un sacrificio corporeo, dell’offerta dell’intera vita della persona. Il corpo è l’uomo nella sua presenza corporea. La misericordia di Dio esige che questo corpo in carne e ossa si doni in sacrificio, che ognuno offra concretamente in sacrificio se stesso. Paolo esorta i cristiani di Roma ad essere al tempo stesso sacerdoti e vittime.

Questo sacrificio è vivente, santo e gradito a Dio perché viene offerto da viventi, santi e graditi a Dio. I viventi sono i battezzati che conducono la nuova vita escatologica sotto l’impulso dello Spirito (Rm 6,1 ss; 8,1 ss). Questi viventi sono anche i santi, che per Paolo significa: i chiamati alla santificazione (1Ts 4,7; 2Ts 2,13), i santificati nel battesimo (1Cor 6,11). Questo sacrificio santo è gradito a Dio. Questa dedizione di se stessi a Dio è il culto razionale, spirituale, morale o mistico, in cui l’uomo si offre come un essere simile a Dio.

V. 2 - Una componente del sacrificio vivente, santo e gradito a Dio è il non conformarsi a questo mondo, il non comportarsi secondo la logica del mondo che non conosce Cristo.

Nei confronti di questo mondo occorre un radicale non conformismo. Il non conformarsi al mondo esige anzitutto non di trasformare il mondo, ma di trasformare se stessi. E questa trasformazione non si compie una sola volta per tutte, ma deve avvenire sempre di nuovo. Questa radicale e fondamentale metamorfosi esistenziale si compie innanzitutto attraverso il rinnovamento del pensiero. Secondo Col 3,10 l’uomo nuovo rivestito nel battesimo viene rinnovato per mezzo di una piena conoscenza in modo da diventare immagine del suo Creatore. Ma nel battesimo viene rinnovato non solo l’essere del cristiano, ma anche il suo modo di esistere. La rinascita nel battesimo è una nuova creazione prodotta dallo Spirito santo che Dio ha riversato abbondantemente su di noi per opera di Gesù Cristo. Questa nuova creazione in Rm 12,2 riguarda il modo di pensare, è un nuovo modo di pensare. La trasformazione sempre nuova del cristiano consiste primariamente nell’incessante rinnovamento del pensiero, del modo di valutare che deve manifestarsi nelle scelte pratiche. Questo modo nuovo di pensare e di valutare sta alla base di tutto il resto. Questo pensiero rinnovato è il modo di pensare proprio della carità. Questa nuova mentalità serve per poter distinguere la volontà di Dio da ogni altra esigenza e decidersi a suo favore. Tale volontà di Dio è la santificazione (1Ts 4,3) e può essere parafrasata con le parole di 1Ts 5,17: Siate sempre lieti, pregate incessantemente, rendete grazie per tutto; questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù per voi. La volontà di Dio che il pensiero rinnovato sa discernere e per la quale esso riesce a decidersi è ciò che è buono e gradito e perfetto. Ma che cosa è vero, giusto e puro? È ciò che i cristiani hanno imparato, ricevuto e udito da Paolo e visto in lui: Ciò che avete imparato, ricevuto e ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare (Fil 4,9).

Il tèleion (= ciò che è perfetto) è il fine da perseguire ininterrottamente (cf. Col 1,28). Solo l’amore rende perfetti (Col 3,14).

Riassumendo: la misericordia divina esorta i cristiani alla vera donazione di sé, al sacrificio vivente, al culto di Dio spirituale, morale, mistico. Per fare ciò occorre una distanza critica e non un conformismo rispetto al mondo presente e una novità nel pensare che dia al cristiano la possibilità di vedere e di fare la volontà di Dio.

2) Esortazioni alla ponderatezza e all’amore (12,3-21).

3Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. 4Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, 5così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. 6Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; 7chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento; 8chi l’esortazione, all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia.
9La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; 10amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. 11Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. 12Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, 13solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità.
14Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. 15Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. 16Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi.
17Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. 18Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. 19Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. 20Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. 21Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male.

Il v.2 non era ancora un’indicazione di che cosa sia in concreto il sacrificio vivente richiesto dalla misericordia di Dio, ma ci mostrava in forma negativa e positiva il suo tratto essenziale: distanza critica nei confronti di questo mondo e una costante trasformazione dell’esistenza mediante il rinnovamento del pensiero per comprendere e fare la volontà di Dio.

Ora Paolo procede all’illustrazione di questo enunciato, per non rimanere nella pura teoria.

L’esortazione dell’apostolo mira a sollecitare e a risvegliare incessantemente il pensiero e la vita attiva dei cristiani, indirizzandoli verso il senso vero e proprio dell’esistenza cristiana: quel sacrificio che rende liberi e altruisti.

V. 3 - La grazia di Dio si esprime in parole per mezzo di Paolo. Facendo cadere il discorso sulla grazia che gli è stata concessa da Dio, Paolo intende parlare, oltre che del vangelo dell’apostolato, anche della grazia che si è manifestata efficacemente attraverso la sua autorità di apostolo. Paolo possiede uno speciale dono di grazia per edificare le chiese (Barrett). Questa parola della grazia che gli è stata concessa viene comunicata da Paolo a ciascuno nella comunità cristiana di Roma.

Tutti hanno bisogno di lui, sebbene alcuni - ad esempio tra i carismatici - potessero credersi autosufficienti. L’aspirare oltre la misura consentita è un’ambizione sconsiderata, irragionevole e errata. La misura della fede viene dosata individualmente da Dio a ogni singolo credente. Ognuno deve stare dentro i limiti della rispettiva misura personale di fede.

Ciò che qui è detto in un modo alquanto sottinteso, lo capiremo meglio un poco più avanti.

Vv. 4 - 5 - La comunità è paragonata al corpo umano. Solo la fede coordina nell’unità la molteciplità dei membri e dei loro misteri e doni. Paolo chiarirà il suo pensiero nei Vv.6-8. Egli ha presenti i diversi carismi e carismatici e teme che essi si sottraggano alla limitazione imposta dalla fede donata loro da Dio e così distruggano non solo i loro doni, ma anche l’unità del corpo della comunità. Paolo insiste perché ognuno valorizzi il suo carisma, ma anche perché se ne accontenti.

V. 6 - Ognuno ha dei carismi diversi, che variano secondo la grazia che ci è stata data. Essi sono la dimostrazione della grazia di Dio. I detentori valorizzino questi doni dello Spirito, loro concessi, nella giusta misura e nella loro limitazione nei confronti con gli altri. Se ciò avviene, si dimostrerà quel pensiero rinnovato, quell’esistenza trasformata, quella distanza critica dallo spirito mondano, il quale vuole sempre più di quanto gli si dà, e infine la libertà della donazione di sé.

Come primo carisma è nominata la profezia. Essa serve all’insegnamento, all’incoraggiamento, alla consolazione e, come tale, all’edificazione della chiesa (1Cor 14,3ss). Se ne deve controllare l’autenticità, perché c’è anche una falsa profezia (1Cor 12,10). Essa non è propriamente una predizione del futuro, ma un annuncio della volontà di Dio (1Cor 14,24-25). Quindi Paolo vuol dire: se un membro di una comunità ha il dono della profezia, rispetti il limite personale che la fede gli impone. Sia prudente. Solo così il suo carisma è un vero carisma che serve per l’unità della comunità.

Vv. 7 - 8 - Per diakonìa si intende ogni prestazione di servizio alla comunità. Chi possiede questo dono lo metta in pratica e si limiti ad esso; non vada in cerca di altri carismi, che forse sono più apprezzati o più vistosi o di maggior soddisfazione personale. Il dovere di chi ha ricevuto in dono il lavoro diaconale è che questi faccia il suo servizio. Non deve profetare o insegnare o governare, ma servire, e in tal modo egli agisce come la misura di fede donatagli gli consente e gli richiede (Schlatter). Però dobbiamo ricordare che anche l’insegnare o il governare rientrano nella diakonìa. Anche gli insegnanti si occupino del loro carisma e non vogliano per esempio, governare la chiesa. La didaskalìa è l’insegnamento didattico sul patrimonio della tradizione cristiana (H. W. Schmidt). Il medesimo principio della limitazione a un solo carisma vale anche per il parakalòn il quale è probabilmente quello che noi chiamiamo pastore d’anime, ossia colui che incoraggia, consolando e ammonendo.

Mentre finora Paolo ha raccomandato che ciascuno serva Dio entro i limiti delle sue capacità, ora passa a presentare lo stato d’animo con cui si devono compiere queste prestazioni di servizio carismatiche. Chi si prende cura dei poveri lo faccia con semplicità, senza secondi fini. La semplicità è quella libertà interiore che non rende il dare solenne e non rende amaro il ricevere, ma fa del dare e dell’accettare una testimonianza dell’imperscrutabile semplicità di Dio (Barth). Anche l’ufficio di capo è un carisma. Questo incarico deve essere esercitato con sollecitudine, con serietà e diligenza, con abnegazione e non pigramente. Le opere assistenziali e l’ufficio di responsabile non consentono per loro natura, il quieto vivere.

Colui che fa opere di carità di ogni genere, o èleon, agisca con serenità e gioia, non per costrizione o di malavoglia. Paolo si riferisce a Pr 22,8: Dio ama il donatore gioioso. Egli stesso cita la frase in 2Cor 9,7. La gioia di chi dona manifesta che, chi usa misericordia, dà agli altri con riconoscenza ciò che egli stesso ha ricevuto e così, con l’assistenza compassionevole fa capire che cosa sia la misericordia.

Il sacrificio a cui si è esortati dalla misericordia di Dio, secondo Rm 12,3 ss, comporta anzitutto che ogni componente della comunità si mantenga nei limiti della sua dotazione di fede e valorizzi i diversi doni per quel che sono e non li falsifichi con un entusiasmo da esaltato e neppure con modi di sentire inopportuni, mettendo così in pericolo l’unità della comunità.

V. 9 - A partire da questo versetto non si tratta più di servizi carismatici ma di sentimenti e disposizioni comuni a tutti. Al vertice si trova l’agàpe, l’amore sincero, genuino. L’amore non recita, non fa messe in scena, non dà spettacolo. Esso si sposa sempre con la verità.

Nella realizzazione del sacrificio richiesto dalla misericordia di Dio rientra anche la risolutezza nei confronti del male: Aborrite il male.

V. 10 - Paolo sottolinea la reciproca cordialità dell’amore fraterno, che deve regnare nella comunità. Essa è infatti la famiglia di Dio. Per quanto riguarda l’onore, o la deferenza, non basta tributarlo agli altri ma prevenire gli altri, ritenendoli superiori a se stessi (Fil 2,3; 1Ts 5,13).

Il rendere onore non è soltanto una convenzione, ma un precetto.

Anche la cortesia va connessa col disinteresse. In senso più profondo essa è umiltà.

V. 11 - All’indolenza Paolo contrappone l’ardore dello Spirito santo e l’entusiasmo dello zelo per il Signore.

V. 12 - La speranza, che anche nella sofferenza suscita la gioia, si basa nella speranza nell’invisibile e nell’eterno. A questo concorrono anche la pazienza e la preghiera. Per resistere pazientemente nella tribolazione è necessaria la preghiera assidua e costante.

V. 13 - L’amore sincero deve portare a prendersi cura delle necessità di ogni genere dei fratelli cristiani e a praticare l’ospitalità. L’ospitalità era molto apprezzata nel mondo antico perché la possibilità di trovare alloggio in strutture alberghiere era molto limitata e precaria.

Con l’ospitalità si può realizzare il sacrificio voluto dalla misericordia di Dio.

V. 14 - La misericordia di Dio esige che il cristiano preghi per la salvezza del suo nemico e faccia scendere la pace su di lui (Mt 10,13; Mc 6,10) e non - come la sinagoga - invochi su di lui la maledizione.

V. 15 - È un’esortazione tradizionale, il che però non sminuisce affatto la sua importanza. Il Sir 7,34 dice: Non evitare coloro che piangono e con gli afflitti mostrati afflitto. Il gioire e il piangere insieme significa il vivere l’uno per l’altro. È l’abnegazione spinta a un punto tale che l’altro sono io e io sono l’altro, e così vivo la vita dell’altro (Fil 2,17-18).

V. 16 - Si succedono tre esortazioni a sé stanti. La prima mira alla concordia della comunità. Essa consiste nell’avere un medesimo fine e nell’usare gli stessi mezzi per raggiungerlo. Tale concordia si realizza quando si ha un unico modo di sentire in Cristo (Fil 2,5).

I credenti devono evitare la superbia e cercare l’umiltà. E tutto questo esige un rinnovamento del pensiero. Diversamente chi può essere attratto da ciò che è umile, da ciò che è di poco conto o insignificante o piccolo? Senza un rinnovamento nella visuale di fondo della propria vita, chi rinuncia veramente a una qualsiasi rinomanza o a una posizione di rilievo o in genere a una certa superiorità, sia mondana o spirituale o ecclesiastica? Con una nuova ammonizione si pone termine a queste esortazioni: Non vi considerate saggi a vostro giudizio (cfr Pr 3,7).

Questa frase equivale press’a poco a: non curarsi del vangelo predicato da Paolo (del mistero che solo lui conosce) proponendo delle rivelazioni personali spacciandole come vangelo; oppure non curarsi del parere di un altro fratello, ma ostinarsi a seguire la propria opinione, come fa chi rifiuta per principio la tradizione nel puro entusiasmo che presume di sapere già tutto in virtù di una ispirazione privata.

Vv. 17 - 18 - Questo testo fa ricordare Mt 5,38-39 dove Gesù respinge il principio occhio per occhio, dente per dente. L’idea è formulata da Paolo anche in 1Ts 5,15 e da Pietro in 1Pt 3,9. A questo comandamento, espresso in forma negativa, segue un comandamento in forma positiva: Mirate al bene davanti a tutti gli uomini.

La misericordia di Dio invita a conservare la pace non solo con quelli che sono personalmente ben intenzionati, ma con tutti. Spesso i cristiani sono odiati, calunniati, perseguitati e nel nemico non c’è alcuna intenzione di rappacificarsi. La volontà di pace del cristiano dev’essere illuminata, ma non deve credere utopisticamente di poter giungere alla conciliazione in ogni caso. Se non è possibile e se non dipende da lui raggiungere la pace, il cristiano deve sopportare con pazienza e vedere in ciò la volontà di Dio.

V. 19 - Abbiamo ancora un incitamento negativo e uno positivo. Colui al quale fu fatto del male non deve vendicarsi (Lev 19,18), ma lasciar posto al giudizio dell’ira di Dio, che ristabilisce la giustizia. Il NT non ammette alcuna restrizione a questo comandamento. Il sacrificio richiesto è radicale anche in questo caso.

V. 20 - Per la comunità cristiana il nemico è colui che la perseguita o la calunnia. Ma qui può essere anche il nemico personale. Il nemico saziato dall’amore giungerà a pentirsi e diventerà un amico. Quest’ultima esortazione approfondisce ancor più l’amore richiesto dalla misericordia di Dio, radicalizzandolo fino all’amore per il nemico. Il sacrificio richiesto dalla misericordia di Dio è l’amore verso il nemico, che è contemporaneamente impossibile e possibile: impossibile all’uomo carnale, possibile all’uomo spirituale.

V. 21 - Con un’esortazione negativa e positiva espressa all’imperativo il v.21 conclude anzitutto il brano dei Vv.17-21, ma anche l’intera pericope: Vv.3-21. Si tratta di una massima conclusiva di stile sapienziale.

Paolo esorta la comunità di Roma alla resistenza e alla vittoria sul male e le insegna come effettivamente si riporta questa vittoria: contrapponendo al male il bene.

3) Il rapporto dei cristiani con le autorità politiche (13,1-7)

1Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. 2Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. 3I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, 4poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. 5Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. 6Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. 7Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto.

L’esortazione di Paolo prosegue. Senza alcun collegamento, seguono inviti alla docile subordinazione di tutti alle autorità politiche, comandata da Dio.

E come sorprende l’inizio, così sorprende la conclusione nel v.7.

V. 1 - Ogni uomo, chiunque egli sia, quindi anche il cristiano, deve sottomettersi alle autorità politiche. Paolo parla dei detentori del potere politico, dei titolari delle più alte cariche civili nel vasto apparato statale dell’impero romano. Questa sottomissione viene motivata con formulazioni positive e negative. Prima di tutto l’autorità civile è istituita da Dio. Paolo parla delle autorità di fatto esistenti e quindi fa capire che non si tratta di una teoria, ma di un comportamento concreto nei confronti dei governanti che sono al potere. Proprio costoro sono stati insediati da Dio. Dunque, ne consegue che l’insubordinazione ai dirigenti politici è opposizione all’ordinamento di Dio.

V. 2 - Perciò chi disubbidisce si trova ad affrontare il giudizio di Dio. L’autorità civile che impartisce disposizioni è essa stessa un ordinamento, una disposizone di Dio, tanto che opporsi all’autorità costituita equivale a ribellarsi alla disposizione di Dio, rappresentata dai capi politici. Quindi Paolo, con termini di carattere prevalentemente giuridico e politico, afferma che ogni cittadino e ogni schiavo deve assoggettarsi ai detentori del potere politico, i quali sono addirittura disposti da Dio. Chi oppone resistenza a loro, si oppone alla disposizone di Dio e, per conseguenza, si attirerà il giudizio di Dio.

Vv. 3 - 4 - Ma perché tutti, anche i cristiani, devono sottoporsi ai rappresentanti del pubblico potere? Prima si è detto: perché incarnano l’ordinamento di Dio. Qui viene ricordato anche un secondo motivo: l’autorità è per te ministra di Dio in vista di un bene. Le autorità non fanno paura quando si agisce bene. Se non le vuoi temere, fa il bene, e ciò ti procurerà da parte loro una pubblica lode. Ma l’autorità politica è alle dipendenze di Dio anche nel punire chi fa il male. E la motivazione è: coloro che detengono il potere non portano la spada inutilmente. Lo ius gladii indica l’ordinaria giurisdizione capitale sui cittadini romani esercitata dall’imperatore e dai governatori.

V. 5 - Ma poiché il rappresentante del potere statale nel suo duplice operato verso i buoni e verso i cattivi è servitore di Dio, ci si deve sottomettere a lui anche per motivi di coscienza. La coscienza, che secondo Rm 2,15, è la testimonianza mediatrice della legge scritta nel cuore per i pagani e quindi per gli uomini in genere, vincola l’uomo alla sottomissione della legge, ossia a ciò che gli viene imposto come comando di Dio dalle disposizioni dell’autorità civile. La sottomissione all’autorità, disposta da Paolo nel bel mezzo della sua esortazione sulla carità, non è pura rassegnazione nei confronti dei poteri superiori, ma un’adesione alla coscienza, la quale vi percepisce qualcosa della legge di Dio.

V. 6 - Perciò tale subordinazione o adesione è prestata proprio anche da parte dei cristiani romani, come dimostra il loro operato concreto. Essi pagano anche le imposte e riconoscono così le autorità come leitourgoì theou, liturghi, impiegati di Dio. A quanto pare, il concetto che Paolo ha delle autorità statali è tale che egli, nel contesto delle sue esortazioni all’obbedienza nei loro confronti, non si stanca di sottolineare i rapporti che la loro funzione ha con Dio e con il mondo profano.

V. 7 - Il v.7 trae la conclusione. È dovere di coscienza rendere a tutti ciò che è loro dovuto. Questi doveri sono menzionati in una doppia coppia di membri: 1. pagare le imposte, dirette e indirette; 2. riconoscere lo ius gladii e, in genere il potere punitivo, e tributare quelle dimostrazioni di onore che erano abituali per il cittadino romano nei confronti delle sue autorità. Tra i doveri dei cittadini cristiani c’è anche quello della preghiera per le autorità civili (1Tm 2,2; 1Pt 2,17).

4) Il precetto dell’amore nell’ora escatologica (13,8-14).

8Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. 9Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 10L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore.
11Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. 12La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. 13Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. 14Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

Vv. 8 - 10 - In questi versetti Paolo si rifà a 12,9 dimostrando così ancora una volta che l’agàpe è il tema fondamentale dell’esortazione che sta scrivendo. Paolo conclude le esortazioni accentuando ora esplicitamente il precetto dell’amore come tale. Viene anzitutto l’ammonizione negativa non siate debitori di nulla a nessuno. Poi segue quella positiva sull’amore reciproco. Questo viene motivato affermando che chi ama l’altro, adempie la legge. Tutti i comandamenti hanno il loro compendio nel precetto della carità. Ogni precetto è un comandamento dell’amore. L’amore non fa nulla di male al prossimo.

V. 11 - I cristiani di Roma sono al corrente del tempo escatologico nel quale vivono. Paolo li invita a ricordarsi della loro situazione. Lo svegliarsi dal sonno si realizza con ciò che viene detto nel v.12: Deponiamo le opere della tenebra e rivestiamoci delle armi della luce.

È un gesto fondamentale che è identico al distacco da questo mondo e al rinnovamento del pensiero ricordati in 12,2. Dall’immagine tradizionale del sonno si può dedurre che ogni conformismo al mondo è un dormire col mondo o anche un sognare con esso. L’ora che è scoccata è quella della risurrezione da questo sonno mondano, che è un sonno di morte.

È vero che una volta siamo stati svegliati da questo sonno nel battesimo, ma si deve rimanere svegli, risollevarsi in continuità da tale sonno del mondo così avvilente.

V. 12 - La notte del mondo non è ancora finita, ma sta per finire. Il giorno del Signore si è avvicinato e la sua luce risplende. Continuare a dormire significherebbe perdere il giorno che sta sorgendo. Giorno dopo giorno aumenta la vicinanza della salvezza. Destarsi dal sonno significa deporre le opere della tenebra e rivestire le armi della luce, indossare il Signore Gesù Cristo e non darsi per la carne quella sollecitudine che favorisce le concupiscenze. In Gal 5,19 le opere della tenebra vengono descritte come azioni provenienti dalla natura egoistica dell’uomo.

V. 13 - Paolo parla degli eccessi sfrenati a cui ci si abbandona nei conviti. Il giorno è prossimo a sorgere e si avvicina anche per le orge notturne, per le loro sregolatezze e per i continui litigi dovuti alla gelosia, con cui il mondo cerca di passare il tempo.

V. 14 - Il cristiano ha indossato Cristo come un abito, ossia è stato assunto nell’essere e nel modo di essere di Cristo. Coloro che hanno indossato Cristo Gesù, lo devono continuamente indossare di nuovo e dimostrare sempre nuovamente il loro essere nel Signore Gesù Cristo. Questo aspetto dell’indossare in continuità il Cristo indossato una volta, si trova esposto esplicitamente, con riferimento all’uomo nuovo, in Col 3,9-10 e in Ef 4,22. Ogni volta che si parla del cristiano il discorso ritorna sul battesimo. Il battezzato deve realizzare nella propria vita ciò che gli è accaduto nel battesimo, entrando sempre di nuovo nell’essere di Cristo. Ma cosa significa indossare Cristo? Vuol dire - nell’esortazione negativa - che non ci si deve preoccupare per la propria carne. La carne è l’uomo egoista. La sollecitudine dei cristiani non deve favorire la natura umana così com’è, esigente ed egoista. Se si cura e si tratta bene la carne, cioè l’egoismo, si giunge a quelle concupiscenze che reclamano continuamente di essere accontentate. Il cristiano deve preoccuparsi del Signore, per rimanere sotto il suo potere e nella sua salvezza.

5) I forti e i deboli nella comunità cristiana (14,1-12).

1Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. 2Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. 3Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto. 4Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare.
5C’è chi distingue giorno da giorno, chi invece li giudica tutti uguali; ciascuno però cerchi di approfondire le sue convinzioni personali. 6Chi si preoccupa del giorno, se ne preoccupa per il Signore; chi mangia, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; anche chi non mangia, se ne astiene per il Signore e rende grazie a Dio. 7Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, 8perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. 9Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.
10Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, 11poiché sta scritto:
Come è vero che io vivo, dice il Signore,
ogni ginocchio si piegherà davanti a me
e ogni lingua renderà gloria a Dio.
12Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso.

V. 1 - Paolo tiene presente anzitutto il debole nella fede e sollecita i membri della comunità romana a prendersene cura amichevolmente e in maniera servizievole, come fa Dio (v.3) e Cristo (15,7). I cristiani di Roma devono prendersi cura dei deboli nella fede, ma non per discutere le loro scrupolose convinzioni o opinioni, ma per rispettarli nella loro debolezza.

V. 2 - I deboli sono dunque dei vegetariani per motivi religiosi.

In seguito le informazioni su di loro diventeranno un po’ più chiare: per paura di una contaminazione rituale, essi non mangiano carne e non bevono vino (14,15-21), mentre i forti non se ne danno pensiero, ma mangiano di tutto. Nel v.5 si dice che i deboli distinguono determinati giorni e preferiscono un giorno all’altro, o certi giorni a certi altri.

Vv. 3 - 4 - Nessuno giudichi o disprezzi l’altro per cose opinabili che non attengano alla sostanza della fede. Nessuno subentri come giudice al posto del Signore.

V. 5 - Paolo invita i deboli e i forti ad avere una coscienza pienamente convinta nel loro modo di agire. La fede autentica non viene neppure sfiorata da questi comportamenti, e quindi l’unità della comunità di Roma non corre alcun pericolo per questi motivi.

V. 6 - Chi non mangia lo fa per il Signore, chi mangia lo fa per il Signore. Tutti e due si trovano uniti nell’esprimere la loro gratitudine al Signore.

Vv. 7 - 9 - Al di là dei riferimenti ai giorni o al mangiare e al bere, il fatto importante è che tutti esistono per il Signore perché egli è il Signore di tutti. Vivendo o morendo siamo per il Signore e presso il Signore e quindi non siamo mai soli. Noi non apparteniamo a noi stessi ma al Signore, e totalmente, nel vivere e nel morire. Questa frase di Paolo si avvicina molto a Ab 4,29: I nati sono destinati a morire, i morti a ridiventare vivi; questi viventi a essere giudicati. Si deve riconoscere, sapere e sperimentare che Dio è il plasmatore, il creatore, il giudice e il testimone e accusatore onniscente e il giudice futuro. Al suo cospetto non c’è ingiustizia né dimenticanza né favoritismo né corruzione. Tutto è veramente suo. Ma questo essere proprietà del Signore è per Paolo la conseguenza e il risultato della sua morte e risurrezione.

Cristo è morto ed è ritornato in vita per essere il Signore di tutti. La morte e la risurrezione del Signore avvennero per instaurare la sua signoria sui morti e sui viventi. Egli non conosce alcun limite nel suo dominio.

V. 10 - Se Cristo è il Signore e tutti i battezzati vivono e muoiono con lui e per lui e sono sua proprietà, come può esserci ancora un condannare da parte dei forti e un disprezzare da parte dei deboli? Soltanto il giudizio di Cristo è determinante. A lui il forte dovrà rendere conto della sua libertà e il debole della sua scrupolosità.

Vv. 11 - 12 - Ognuno lodi Dio con timore reverenziale, sapendo di dover comparire davanti a Dio giudice, di fronte al quale ogni giudizio dell’uomo viene annientato. Il giudizio di un uomo su un altro non ha alcun valore. Ciascuno deve rispondere di se stesso.

6) Il cristiano non deve dare scandalo al fratello (14,13-23).

13Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello.
14Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è immondo in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come immondo, per lui è immondo. 15Ora se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è morto! 16Non divenga motivo di biasimo il bene di cui godete! 17Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: 18chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. 19Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. 20Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo! Tutto è mondo, d’accordo; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo. 21Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi.
22La fede che possiedi, conservala per te stesso davanti a Dio. Beato chi non si condanna per ciò che egli approva. 23Ma chi è nel dubbio, mangiando si condanna, perché non agisce per fede; tutto quello, infatti, che non viene dalla fede è peccato.

V. 13 - Da quanto è stato detto nei Vv.1-12, il v.13 trae una deduzione riassuntiva, rivolta a tutti. I due gruppi della comunità romana hanno tra loro un rapporto critico che non è affatto normale nella comunità cristiana.

Il giudicarsi l’un l’altro e il processarsi a vicenda non deve più avvenire. Invece di criticarsi badino criticamente a non porre inciampo e scandalo al fratello.

V. 14 - Per Paolo le cose stanno così: 1. in se stesso nulla (nessun cibo) è impuro; 2. ciò non è solo convinzione personale di Paolo, ma egli può anche giurarlo nel Signore Gesù (cfr Mc 7,14-23).

Ma per colui che considera il cibo come impuro, per lui il cibo è impuro. Perché non è più una questione di cibo, ma di coscienza: questione da deboli, ma che tuttavia non si può trascurare. Infatti l’uomo è vincolato alla sua coscienza. Anche l’oggettività (che nessun cibo è impuro) ha i suoi limiti. Questa oggettività della verità nell’ambito della convivenza umana non è superiore alla carità.

V. 15 - Dare scandalo al fratello a motivo del cibo, ossia facendo prevalere il (giusto) giudizio del forte, è un rattristarlo, un affliggerlo. Ma ciò equivale a ledere la carità. Procurare scandalo a un fratello, nel senso in cui si è detto, non è certo un atto di carità, ma un atto che rovina il fratello. E questo fratello è uno per il quale Cristo morì. Se si affligge il fratello o lo si manda in rovina, si disprezza anche la morte di Cristo in croce, che avvenne proprio a vantaggio di tutti gli uomini ed è quella che fa di ogni uomo il fratello di Cristo e del cristiano. Mettendo in evidenza la propria convinzione (in se stessa giusta) contro la coscienza del fratello, ci si può anche rivoltare contro l’azione salvifica di Cristo.

V. 16 - La salvezza cristiana o l’agàpe viene bestemmiata se - per così dire - il cibo è ritenuto più importante dell’una o dell’altra. I non cristiani guardano con disprezzo e scherno la comunità cristiana divisa dai litigi a causa del mangiare e la oltraggiano.

V. 17 - Questo versetto dà la motivazione dei Vv.15-16. Il regno di Dio non è cibo e bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo!

V. 18 - Colui che serve Cristo in questo modo è gradito a Dio. Ma viene riconosciuto anche dai cristiani e dai non-cristiani, ed è apprezzato da loro perché agisce con fede autentica, la quale manifesta la sua efficacia nella carità.

V. 19 - Paolo trae la conseguenza che si conclude con l’esortazione ad aspirare a tutto ciò che contribuisce alla pace e di servire in questo modo all’edificazione reciproca e alla costruzione della comunità. Paolo non si stanca di insistere in questo suo intento e così fa capire quanto si presenti pericolosa per lui la situazione della comunità di Roma, proprio con particolare riferimento ai forti.

Vv. 20 - 21 - L’opera di Dio che i cristiani di Roma non devono distruggere per un semplice cibo è la pace della comunità. Il cristiano che mette al di sopra di tutto l’agàpe non può scandalizzare un fratello che ritiene una cosa cattiva mangiare carne o bere vino o fare qualunque altra cosa da cui tuo fratello riceva scandalo. Paolo esige che il forte non si imponga contro la convinzione del fratello, mettendolo così in pericolo.

Vv. 22 - 23 - Perciò il forte deve tenere per sé la sua fede, che gli è assegnata su misura (12,3), cioè averla davanti a Dio e non mostrarla davanti agli uomini. Qualsiasi azione che non sia compiuta nella fede e non sia sorretta dall’obbedienza di fede è peccato. La fede è il vincolo con il Signore Gesù. Se questo vincolo si interrompe e se il giudizio e il comportamento non sono più ispirati dalla fede, allora tutto ciò che si pensa e si fa è autocompiacimento esplicito o nascosto (15,1) e perciò peccato. Disprezzando il debole e scandalizzandolo, il forte agisce contrariamente alla carità nella quale opera la fede. Ma il peccato è una minaccia anche per il debole, perché egli giudica il forte, perché non tiene conto della sua fede che lo fa superiore a tutte le questioni del mangiare e del bere.

7) Cristo, modello per i forti (15,1-6).

1Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. 2Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. 3Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me. 4Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza. 5E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, 6perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

V. 1 - In questo versetto si pensa ancora alla situazione particolare, di cui si parlava nel capitolo precedente. Ma gradualmente la pericope passa ad enunciati che valgono per la totalità della chiesa come tale. Paolo si pone tra i forti e li esorta a farsi carico della debolezza degli impotenti e incapaci. Questo farsi carico consiste nel non cercare il proprio compiacimento, il che prepara già l’accenno alla condotta di Cristo del v.3: Infatti il Cristo non piacque a se stesso, ma, come sta scritto: "Gli insulti di quelli che insultavano te ricaddero su di me". Si tratta di sopportarsi a vicenda e del cercare il piacere e l’interesse del prossimo. Questo comportamento è il nostro dovere.

V. 2 - In questo versetto si ribadisce positivamente il verso precedente: Ciascuno di noi viva per compiacere il prossimo. Dal punto di vista cristiano, si tratta in primo luogo del prossimo che ci sta a fianco, e non di chi è lontano, che diventa facilmente una realtà astratta.

V. 3 - Il Cristo additato come modello è colui che non visse per il proprio tornaconto, ma per soddisfare Dio e gli uomini: il Cristo altruista nel senso più alto e fondamentale. Questo Cristo altruista è presentato con una citazione del Sal 69,10, che compare anche in Rm 11,9-10 e in molte altri parti del NT: Gli insulti di quelli che insultarono te (Dio) ricaddero su di me (Cristo).

V. 4 - L’AT è stato scritto per il nostro ammaestramento. Le scritture dell’AT ci ammaestrano mediante l’esempio o anche per mezzo di una parola di Cristo che ci riguarda personalmente, affinché noi con queste parole di consolazione abbiamo speranza operando con paziente perseveranza.

Vv. 5 - 6 - Con questa preghiera Paolo auspica per la comunità cristiana una omogeneità di sentimenti che devono trovare la sua espressione nell’unanime lode cultuale. La preghiera è rivolta al Dio della pazienza e della consolazione, quindi a colui che suscita la pazienza e che elargisce la consolazione. Dio conceda ai componenti della comunità di essere di un’unica idea, d’avere i medesimi sentimenti, quindi si invoca per loro ciò che da essi si esige e si spera. Non si tratta però di una concordia qualsiasi, ma di un pensare e volere omogeneo della fede che si indirizza a Cristo ed è operato da Cristo. Egli è il fondamento e il criterio dell’unità donata da Dio. Paolo invoca questo solo tipo di unità per la comunità cristiana. Una tale concordia di sentimenti può e deve dimostrarsi nella comune e concorde glorificazione che la comunità eleva a Dio.

8) L’accettazione dei giudei e dei pagani da parte di Cristo (15,7-13).

7Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. 8Dico infatti che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri; 9le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto:
Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane,
e canterò inni al tuo nome.
10E ancora:
Rallegratevi, o nazioni, insieme al suo popolo.
11E di nuovo:
Lodate, nazioni tutte, il Signore;
i popoli tutti lo esaltino.
12E a sua volta Isaia dice:
Spunterà il rampollo di Iesse,
colui che sorgerà a giudicare le nazioni:
in lui le nazioni spereranno.
13Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.

V. 7 - Con i Vv.7-13 Paolo giunge all’ultimo brano della sua attuale esortazione dei cap. 14-15. Cristo è la salvezza per i giudei e per i pagani. L’imperativo accoglietevi gli uni gli altri non è rivolto solo ai forti e ai deboli, ma a tutta la comunità, cioè ai suoi componenti giudeo-cristiani ed etnico-cristiani, gruppi che sono stati entrambi accolti da Cristo con la sua fedeltà e la sua misericordia. La visuale si allarga nuovamente all’intera umanità e prende in considerazione l’evento fondamentale della riconciliazione dei giudei e dei pagani, un tempo divisi per quanto riguardava la storia della salvezza.

L’invito ad accogliersi vicendevolmente viene motivato con l’esempio di Cristo. Coloro che sono stati accolti da Cristo, devono accogliersi tra di loro. L’accettazione ebbe luogo nella croce di Cristo. Essa avvenne a gloria di Dio. La gloria di Dio risplende in questo avvenimento, che mediante Cristo doveva portare a salvezza il mondo intero.

V. 8 - Tale accoglienza viene più precisamente caratterizzata dal v.8. Essa ebbe luogo per il fatto che, in Cristo, ai giudei fu manifestata la verità di Dio e furono adempiute le promesse fatte ai padri, e ai pagani fu concessa la misericordia di Dio.

Vv. 9 - 11 - Già negli scritti dell’AT i pagani venivano esortati a unirsi coralmente a Israele nel canto di glorificazione a Dio. A maggior ragione oggi che sono stati associati nel nuovo popolo di Dio. Tutti i popoli del mondo sono invitati a partecipare all’esultanza del servizio cultuale cristiano. La lode della liturgia cristiana è universale (Käsemann).

V. 12 - La parola di Isaia è una promessa, già realizzata in Cristo. Cristo ha realizzato ciò che tutti i popoli speravano. Perciò anche i popoli pagani possono lodare Dio per la sua misericordia.

V. 13 - Il Dio della speranza viene ancora invocato da Paolo per i cristiani di Roma, provenienti dal giudaismo e dal paganesimo, perché conceda loro il dono di una pienezza di speranza. E questa speranza straripante è dono dello Spirito santo. È significativo che l’ultimo brano teologico di questa lettera si concluda con la preghiera per la speranza e così tocchi ancora una volta l’unico grande tema: la comunione di giudei e gentili in Cristo, l’unione di tutti i popoli in lui.

 

 

LA CONCLUSIONE DELLA LETTERA
(15,14 -16,27)

1) Compito e opera dell’apostolo (15,14-21).

14Fratelli miei, sono anch’io convinto, per quel che vi riguarda, che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l’un l’altro. 15Tuttavia vi ho scritto con un po’ di audacia, in qualche parte, come per ricordarvi quello che già sapete, a causa della grazia che mi è stata concessa da parte di Dio 16di essere un ministro di Gesù Cristo tra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo. 17Questo è in realtà il mio vanto in Gesù Cristo di fronte a Dio; 18non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani all’obbedienza, con parole e opere, 19con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito. Così da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo. 20Ma mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui, 21ma come sta scritto:
Lo vedranno coloro ai quali non era stato annunziato e coloro che non ne avevano udito parlare, comprenderanno.

V. 14 -Questo verso è una captatio benevolentiae che contiene una buona dose di complimenti, ma che tuttavia è dettata da sincerità. Se i cristiani di Roma sono già pieni di bontà e ricolmi di ogni conoscenza, perché Paolo ha scritto loro questa lettera? Perché il suo apostolato si estende a tutto il mondo. E di questo ora vuole parlare.

V. 15 - L’audacia di Paolo riguarda sia il fatto di aver scritto una lettera a una comunità cristiana che non ha fondato e che non conosce con precisione, sia per la sua vasta e profonda tematica e la sua teologia della grazia senza compromessi. La grazia ricevuta da Paolo è il Cristo che rifulse nel suo cuore (2Cor 4,6) e che ha avuto l’incarico di annunciare a tutti per mezzo del suo apostolato.

V. 16 - Paolo è il ministro (leitourgos) di Gesù Cristo per i pagani, il sacerdote di Dio che predica il vangelo e in questo modo presenta a Dio i popoli come offerta a lui gradita. Nel suo ufficio sacerdotale Paolo compie il grande sacrificio del mondo per Dio. Per questo non poteva non indirizzare una lettera anche alla comunità cristiana di Roma. La missione di Paolo è un servizio divino, pubblico e ufficiale. La sua azione sacrificale non è un’iniziativa personale-carismatica, ma l’esecuzione di un mandato autorizzato, legittimato e delegato a Paolo da Dio.

Il sacrificio gradito a Dio non viene più offerto con un apparato rituale nel tempio di Gerusalemme, ma consiste nell’offerta dei popoli: essi sono il sacrificio santificato dallo Spirito santo, il quale agisce efficacemente nel vangelo. Questa universalità viene particolarmente accentuata in questo testo. Tre volte nei Vv.16.18 sono menzionati i popoli. Nei Vv.19 ss questa universalità diventa addirittura il tema principale. Paolo si presenta come il sacerdote che offre a Dio il sacrificio di tutto il mondo rinnovato dal vangelo di Cristo.

Vv. 17 - 18 - L’attività di Paolo si svolge nella totale obbedienza a Cristo. Egli non si azzarda di lasciar parlare qualcun altro che non sia il Cristo. Egli non parla di se stesso a da se stesso. Egli osa parlare solo di ciò che Cristo ha operato per mezzo suo per suscitare e ottenere l’obbedienza dei popoli al vangelo. È Cristo che parla in lui e annuncia il vangelo.

V. 19 - Il versetto parla di un lògos, di una parola accompagnata da segni e prodigi, di una proclamazione fatta con la forza di potenti azioni prodigiose, che secondo 1Ts 1,5 fanno apparire come possente la Parola del vangelo. I segni e i prodigi, con la cui forza Paolo predica il vangelo, avvengono nella potenza dello Spirito. Con questa forza Cristo stesso autorizza Paolo a pronunciare la sua parola, che suscita l’obbedienza dei popoli. Paolo è lo strumento di Cristo per la salvezza delle genti.

Vv. 20 - 21 - Fino a questo momento Paolo si era lasciato guidare dal principio di annunciare il vangelo solo nei luoghi dove il nome di Cristo non era ancora stato annunciato. Il suo principio, secondo il quale egli agisce rivolgendo la sua proclamazione a tutto il mondo, è già attestato nella Scrittura (Is 52,15 LXX). Ciò non vuol dire che Paolo rivendichi per sé il ruolo del Servo di Dio. L’accento della parola della Scrittura cade per lui unicamente sull’affermazione che mediante il suo annuncio apostolico si è adempiuta la promessa per i pagani. Essi, ai quali finora non è stato annunciato nulla di Cristo, vedranno, ed essi, che non hanno udito nulla, capiranno. Quest’ora adesso è giunta, e Paolo, che accetta la promessa di quest’ora come ordine, ne è lo strumento.

2) Annuncio del viaggio in Spagna passando per Roma e Gerusalemme (15,22-32).

22Per questo appunto fui impedito più volte di venire da voi. 23Ora però, non trovando più un campo d’azione in queste regioni e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi, 24quando andrò in Spagna spero, passando, di vedervi, e di esser da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza.
25Per il momento vado a Gerusalemme, a rendere un servizio a quella comunità; 26la Macedonia e l’Acaia infatti hanno voluto fare una colletta a favore dei poveri che sono nella comunità di Gerusalemme. 27L’hanno voluto perché sono ad essi debitori: infatti, avendo i pagani partecipato ai loro beni spirituali, sono in debito di rendere un servizio sacro nelle loro necessità materiali. 28Fatto questo e presentato ufficialmente ad essi questo frutto, andrò in Spagna passando da voi. 29E so che, giungendo presso di voi, verrò con la pienezza della benedizione di Cristo. 30Vi esorto perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio, 31perché io sia liberato dagli infedeli della Giudea e il mio servizio a Gerusalemme torni gradito a quella comunità, 32sicché io possa venire da voi nella gioia, se così vuole Dio, e riposarmi in mezzo a voi. Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen.

V. 22 - Probabilmente Paolo si riferisce ai suoi impegni in Oriente. Egli è stato più volte impedito di venire a Roma perché aveva molto da fare e perché c’erano ostacoli frequenti e di vario genere.

Vv. 23 - 24 - Ma attualmente questi ostacoli non ci sono più. In queste regioni orientali, cioè nel campo della sua missione durata finora, egli non ha più spazio di agire. D’altra parte il suo desiderio di venire da loro dura da tanti anni nel suo cuore e non si è spento. Il nuovo viaggio che sta programmando però lo porterà soltanto di passaggio per Roma, e in tale occasione egli vuole fare la loro conoscenza. Ma egli vorrebbe anche essere accompagnato da loro in Spagna. Probabilmente Paolo non conosceva per nulla la Spagna, in cui si trovava un certo numero di comunità giudaiche, né i paesi occidentali, né il Mediterraneo occidentale. Ma il suo progetto prevede anche che prima e in una certa misura egli si possa saziare di loro, cioè possa soddisfare il desiderio di uno scambio spirituale, come già accennava in 1,11-12.

V. 25 - Ma prima del viaggio a Roma egli deve andare a Gerusalemme per consegnare a quelle comunità la colletta degli etnico-cristiani.

Di questa colletta si parla anche in 1Cor 16,1 ss; 2Cor 8-9; At 20,4.

Essa, come mostra Gal 2,10, è intesa dalla comunità di Gerusalemme o dai suoi rappresentanti come un obbligo giuridico, che Paolo dovette assumersi personalmente.

Vv. 26 - 27 - Paolo non parla della sua grande partecipazione a questa colletta (2Cor 8-9), ma la presenta piuttosto come una decisione delle comunità della Macedonia e dell’Acaia. E per rendere questa colletta ancora più accettabile ai cristiani di Roma, Paolo aggiunge che gli etnico-cristiani sono obbligati a fare questa offerta per la ragione indicata dal v.27b: essi sono debitori alla comunità di Gerusalemme perché hanno partecipato ai loro beni spirituali, cioè hanno ricevuto da essa il dono del vangelo e di tutto quanto esso comprende.

V. 28 - Questo versetto conclude il corso dei pensieri e ritorna di nuovo al viaggio in Spagna con tappa a Roma. Quando avrà compiuto il suo servizio per i santi e avrà consegnato in buone mani la colletta a Gerusalemme, allora Paolo partirà per la Spagna passando da Roma.

V. 29 - Paolo mette in evidenza nei confronti della comunità romana il suo mandato apostolico e l’abbondanza della sua efficacia nello Spirito, ricevuta da Cristo. Ma il pensiero rivolto a Gerusalemme non gli dà ancora pace. Egli sa della difficoltà e pericolosità della sua impresa, la quale, se fallisce, può far fallire anche i suoi progetti per l’Occidente.

Perciò nei Vv.30-33 si abbandona a una commovente richiesta di preghiera ai cristiani di Roma per la buona riuscita dei suoi progetti apostolici.

V. 30 - Paolo si presenta come il portavoce dell’amore dello Spirito santo e del Signore Gesù Cristo. Sono Gesù e lo Spirito che domandavano per mezzo suo la preghiera della comunità per lui. Essa deve lottare assieme a lui nelle preghiere davanti a Dio. La situazione richiede un combattimento di preghiere a sostegno e a difesa di Paolo.

V. 31 - Nella lotta della preghiera si chiedono due cose: anzitutto che Paolo sia salvato dagli increduli di Giudea, ossia dai giudei che non hanno accolto il vangelo e ora sono diventati nemici mortali dell’apostata Paolo. Ma esiste un secondo pericolo: che il servizio apostolico della colletta destinata ai cristiani di Gerusalemme non sia soddisfacente; in altre parole: che essi rifiutino la colletta degli etnico-cristiani, che Paolo sta portando loro, e così strappino quell’ultimo vincolo concreto ancora esistente tra lui e la comunità di Gerusalemme, per consolidare il quale Paolo aveva impiegato tanta fatica.

V. 32 - Ma la comune lotta di preghiere che Paolo implora ha ancora un altro scopo. I futuri avvenimenti in Geursalemme saranno decisivi anche per il suo viaggio a Roma.

V. 33 - In vista del prossimo futuro, Paolo ricorre a una formulazione tradizionale di saluto e di benedizione. Il Dio che è pace e dona pace, che riversa sui popoli la potenza salvifica della pace, sia anche con la comunità romana. Un Amen liturgico, in cui la comunità conferma l’invocazione dell’Apostolo, conclude questa parte della lettera.

3) Raccomandazione di feBe (16,1-2).

1Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre: 2ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch’essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso.

V. 1 - Febe potrebbe essere la portatrice della lettera di Paolo ai romani. Essa è nostra sorella, quindi un membro della comunità cristiana. È diàkonos della comunità cristiana di Cencre, il porto orientale di Corinto sul golfo di Saronico (cf. At 18,18). In questa comunità cristiana c’è dunque una donna diàkonos, la quale svolge un servizio permanente ed è riconosciuta con un titolo ufficiale. La chiesa primitiva conosce anche funzioni femminili, però soltanto diàkonoi e non epìskopoi.

V. 2 - La raccomandazione di Febe mira a farla accogliere nel Signore, come si addice ai santi. La comunità deve dare a Febe ogni sostentamento di cui possa aver bisogno. Essa è veramente una sorella, una diàkonos ma non solo: essa si è dimostrata patrona di molti cristiani e dello stesso Paolo, cioè ha procurato a loro aiuto e protezione. Ciò deve persuadere la comunità, a cui è rivolta la lettera, ad accogliere presso di sé questa sorella e diaconessa e a provvedere a tutte le sue necessità.

4) Saluti apostolici (16,3-16).

3Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, 4e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; 5salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa.
Salutate il mio caro Epèneto, primizia dell’Asia per Cristo. 6Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. 7Salutate Andronìco e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo già prima di me. 8Salutate Ampliato, mio diletto nel Signore. 9Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio caro Stachi. 10Salutate Apelle che ha dato buona prova in Cristo. Salutate i familiari di Aristòbulo. 11Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli della casa di Narcìso che sono nel Signore. 12Salutate Trifèna e Trifòsa che hanno lavorato per il Signore. Salutate la carissima Pèrside che ha lavorato per il Signore. 13Salutate Rufo, questo eletto nel Signore, e la madre sua che è anche mia. 14Salutate Asìncrito, Flegònte, Erme, Pàtroba, Erma e i fratelli che sono con loro. 15Salutate Filòlogo e Giulia, Nèreo e sua sorella e Olimpas e tutti i credenti che sono con loro. 16Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le chiese di Cristo.

Vv. 3 - 4 - L’elenco delle persone da salutare comincia con la coppia di sposi Prisca e Aquila, che sono noti dagli Atti degli Apostoli. At 18,1 ss. ricorda che Paolo aveva incontrato questa coppia di coniugi giudeo-cristiani a Corinto dopo la loro espulsione da Roma, avvenuta in seguito all’editto di Claudio. Questa coppia insieme con Paolo era andata ad Efeso. Da questa città essi e la loro comunità domestica mandano saluti alla comunità di Corinto (1Cor 16,19). Di queste due persone si ricorda che esse per la vita di Paolo hanno rischiato il collo, cioè la loro vita.

V. 5 - Assieme a Prisca e Aquila dev’essere salutata anche la loro comunità domestica, ossia i cristiani che si radunano nella loro casa per il culto liturgico. Al saluto rivolto alla coppia Prisca e Aquila, segue il nome di Epeneto. Egli è il primo convertito in Asia, come, secondo 1Cor 16,15, Stefana è la prima convertita dell’Acaia. Paolo sottolinea questa prerogativa con una certa solennità: egli è la primizia dell’Asia in Cristo.

V. 6 - Dopo di lui viene nominata anzitutto una Maria che si è data molta premura per la comunità.

V. 7 - Vengono ora salutati Andronico e Giunia. Essi si erano distinti per essere stati in carcere a motivo di Cristo e perché erano stati probabilmente annunciatori itineranti del vangelo.

vv. 8 - 16 - La lunga lista di nomi che seguono non ha motivo di essere analizzata in modo particolare. Alla fine Paolo invita i membri della comunità a salutarsi reciprocamente col bacio santo. Esso è un’espressione del sacro vincolo che unisce i membri della comunità tra loro (cf. 1Pt 5,14).

Paolo conclude mandando alla comunità di Roma il saluto delle chiese sorelle in Cristo. Tutte le comunità di Cristo si rivolgono per mezzo suo alla comunità destinataria della sua lettera.

5) Ammonimento a guardarsi dai falsi maestri nella comunità e benedizione (16,17-20).

17Mi raccomando poi, fratelli, di ben guardarvi da coloro che provocano divisioni e ostacoli contro la dottrina che avete appreso: tenetevi lontani da loro. 18Costoro, infatti, non servono Cristo nostro Signore, ma il proprio ventre e con un parlare solenne e lusinghiero ingannano il cuore dei semplici.
19La fama della vostra obbedienza è giunta dovunque; mentre quindi mi rallegro di voi, voglio che siate saggi nel bene e immuni dal male. 20Il Dio della pace stritolerà ben presto satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo sia con voi.

V. 17 - Paolo rivolge un’implorazione pressante ai fratelli di Roma perché facciano attenzione a certe persone che provocano nella comunità scissioni e scandali, e precisamente a guardarsi da coloro che contraddicono la dottrina che essi come cristiani hanno imparato.

V. 18 - Questi falsi maestri non servono il Signore nostro Gesù Cristo, ma il loro ventre. Inoltre il loro parlare è allettante e melodioso; usano parole untuose ma menzognere.

V. 19 - Per quanto riguarda l’obbedienza della comunità Paolo non ha da biasimare. Essa è nota a tutti e la sua fama si è diffusa dappertutto (1,8). La comunità non è ancora turbata né tanto meno divisa. Essa però è insidiata da un pericoloso avversario, e quindi non dev’essere ingenua, ma saggia.

V. 20 - Il Dio della pace si dimostrerà tale quando annienterà Satana, che sta dietro la tentata disgregazione della comunità, e i cristiani metteranno i loro piedi sul nemico vinto e lo calpesteranno; e ciò accadrà tra breve tempo.

6) Saluti dalla cerchia di Paolo (16,21-23).

21Vi saluta Timòteo mio collaboratore, e con lui Lucio, Giàsone, Sosìpatro, miei parenti. 22Vi saluto nel Signore anch’io, Terzo, che ho scritto la lettera. 23Vi saluta Gaio, che ospita me e tutta la comunità. Vi salutano Erasto, tesoriere della città, e il fratello Quarto.[24]

Vv. 21 - 23 - In questi versi mandano i saluti quelli della cerchia di Paolo.

Tra questi Erasto, tesoriere della città di Corinto (che oggi corrisponderebbe all’assessore alle finanze). Secondo Schlatter dopo il saluto dello scrivano (Terzo) Paolo presenta i cittadini principali della comunità di Corinto.

7) La dossologia (16,25-27).

25A colui che ha il potere di confermarvi
secondo il vangelo che io annunzio e il messaggio di
Gesù Cristo,
secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli
eterni,
26ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture
profetiche,
per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti
perché obbediscano alla fede,
27a Dio che solo è sapiente,
per mezzo di Gesù Cristo,
la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Vv. 25 - 27 - Questa dossologia è rivolta a colui che ha il potere di rafforzare la comunità per mezzo del vangelo di Gesù predicato da Paolo, che è la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni. Questo mistero è ora venuto alla luce per mezzo degli scritti del NT, tra i quali è annoverata anche la lettera ai romani. Questo annuncio mediante gli scritti profetici è avvenuto per ordine dell’eterno Dio. Con questo attributo Dio è qualificato come il Dio dei tempi primordiali e dei tempi finali, il Dio di tutte le epoche. La proclamazione dell’avvenuta rivelazione del mistero di Dio finora tenuto nascosto deve estendersi per ordine di Dio a tutto il mondo con la predicazione della parola e gli scritti profetici.

Nell’ultima frase della dossologia si dice infine chi è colui che è assolutamente capace di rafforzare la comunità: è l’unico Dio sapiente.

A questo Dio potente e sommamente sapiente appartiene la gloria dei secoli, che risplende mediante Gesù Cristo. La dossologia si conclude con un Amen di conferma.

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