"QUANDO VUOI FARE UNA CENA..."
(Marchesini Aldo)


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( Testo letto per il premio cuore amico: Brescia ottobre 2001)

Ci sono frasi della Scrittura che a volte ci accompagnano per la vita intera, tornando a risuonare nel cuore lungo gli anni, come accade per i temi musicali di certi film. Un giorno Gesù disse ad un fariseo ricco che l’aveva invitato a mangiare in casa sua: "Quando vuoi fare una cena, invita poveri, ciechi e storpi e sarai beato, perché non avranno di che ricambiare".

Penso che poche parole di Gesù siano più attuali di queste, nella vita missionaria di tutti i giorni. La beatitudine che si scopre non è quella che si potrebbe immaginare: non consiste nel sentirsi disinteressati o magnanimi, ricchi nella misericordia e nel disinteresse. La beatitudine consiste nello scoprire che anche noi, che prepariamo la tavola, siamo creature a mani vuote come i nostri invitati, e che la cosa bella della cena non è che noi possiamo togliere la fame a qualche indigente. La beatitudine consiste solo nel fatto che loro e noi mangiamo insieme lo stesso cibo. Il loro non aver nulla da ricambiare è la grande ricompensa che il Signore ci dà attraverso di loro: il dono di renderci conto che non c’è proprio nulla che deve essere ricambiato, perché sia noi sia loro siamo tutti poveri allo stesso modo e la nostra cena per loro altro non è che compiere ciò che era nostro stretto dovere compiere.

Vorrei illustrare con qualche piccola storia la verità di queste parole di Gesù.

Il primo episodio accadde in Uganda, poco dopo il mio arrivo in terra di missione. Mi trovavo nell’ospedale di Kalongo, dov’ero andato per imparare ad operare. Stavo passando davanti alla sala di pediatria, quando mi sentii chiamare da una suora. C’era un bambinetto con pertosse, la "tosse cattiva" secondo l’espressione popolare, che proprio in quel momento aveva uno di quegli attacchi così terribili e intrattabili che mettono paura.

Che fare? Mi sentivo impotente. Afferrai il piccolo tra le mani e mi sedetti sul letto: avrà potuto avere circa un anno. Ogni tanto riusciva a fare un’ispirazione con un sibilo disperato, come di chi sta per restare asfissiato. Cercai di collocargli l’ossigeno con l’aiuto della suora. Ebbe un altro attacco di tosse. Non riusciva più a fermarsi. Si agitava tutto, sostenuto dalle mie mani; la sua lingua diventava sempre più viola. Come aiutarlo? Impossibile. Sentii il suo corpo diventare flaccido e la tosse diminuire, fino a smettere. Non ci fu più nessuna nuova inspirazione. Lo sdraiai sul letto per fargli la respirazione a bocca a bocca. Gli praticai il massaggio cardiaco. Nulla. Il bambino era morto.

Era la prima persona che vedevo morire nella mia vita, ed era morta tra le mie mani. Era pure la prima volta che cercavo di strappare qualcuno alla morte. Ma non c’ero riuscito. Non dissi una parola. Quando mi resi conto che era spirato, rimasi lì impalato, a guardare la suora. Anche lei restava muta. Sentii un pianto represso: era la sorellina maggiore, che si avvicinò, prese il bambino e se lo sistemò dietro la schiena, in quel panno tipico delle donne africane. Si piegò per raccogliere un fagotto che conteneva tutte le sue povere cose e, senza dire una parola, piangendo in silenzio, si avviò verso casa.

Alcuni anni più tardi mi trovavo a Songo, in Mozambico. Ero l’unico medico: dovevo occuparmi di tutti i casi. Nel reparto dei tubercolosi era arrivato qualche giorno prima un ragazzo sui vent’anni, ridotto ad uno scheletro ambulante. Si chiamava Matteo. Tossiva molto e la tosse sembrava risuonare, dentro quei polmoni. Di quando in quando espettorava sangue. Le sue forze lo abbandonavano. Parlava con un fil di voce ed era chiaro che ormai era alla fine.

Una mattina mi fece chiamare e mi sussurrò all’orecchio: " Ce la farò a vivere?" Poi aggiunse:"Sono cristiano. Vorrei fare la comunione." Erano gli anni scuri della rivoluzione. Le autorità avevano fatto chiudere la chiesa di Songo ed io stesso avevo vuotato il tabernacolo, trasferendo l’Eucaristia in casa mia. Avevamo ricevuto la proibizione di celebrare la messa in casa alla presenza di fedeli. Era proibito realizzare atti di culto fuori delle chiese. Il Natale era un giorno lavorativo.

"Va bene." Gli dissi. "Vuoi confessarti e ricevere anche l’unzione degli infermi?" Mi fece cenno di sì. Si confessò subito. A causa del suo stato grave l’avevo sistemato in una stanzetta con un unico letto. Nell’intervallo del mezzogiorno gli portai il Signore e celebrai il sacramento degli infermi. Nessuno vide. Nessuno seppe nulla.

Passai a salutarlo prima di cena, quando stavo per tornare a casa. Era contento, anche se mi confidò che i genitori erano già morti e che gli altri familiari non si interessavano più di lui da un certo tempo. Era solo al mondo.

Gli risposi che c’eravamo noi dell’ospedale a prenderci cura di lui. Mi salutò in silenzio con la mano.

A mezza notte suonò il telefono sul mio comodino. Era l’infermiera: " Mi pare che Matteo stia morendo…". Mi alzai e corsi per vederlo. Sapevo che era inutile e che al mattino mi sarei trovato pieno di sonno, ma corsi lo stesso. Ero rimasto l’unica persona al mondo che contava qualcosa per lui. Quando entrai nella sua stanza, era già morto. Matteo era morto da solo. Nonostante ciò capii che il fatto di essere corso a vederlo era stata la cosa più importante che io avevo potuto fare per lui.

Katia era una giovane mamma di Quelimane. Poteva avere sui diciotto anni. Era stata ricoverata con una peritonite molto avanzata. Arrivò durante il mio turno d’urgenza e l’operai io. Subito mi resi conto che il suo stato era gravissimo. Nonostante ciò, l’operazione andò bene. Ma, due giorni dopo, ebbe una ricaduta: dolori violenti, febbre altissima, sintomi di setticemia: la milza aveva già cominciato ad andare in necrosi. Gliela tolsi e le feci di nuovo il lavaggio della cavità addominale. Nella sala di rianimazione divenne gravissima. La febbre continuava attorno ai 40 gradi e la coscienza si andava obnubilando. Avevo lasciato una breccia aperta nel fianco sinistro, per fare lavaggi. L’andavo a sorvegliare ogni poche ore. Il giorno seguente entrò in coma. Rimasi molto incerto se voltare ad operarla per la terza volta. Ma stava tanto male, che certamente non avrebbe resistito al trauma operatorio. Continuai con antibiotici, flebo e vigilanza molto stretta. Con grande tristezza la vedevo fuggirmi di mano. Ormai era in coma profondo da due giorni. Capii che dovevo rassegnarmi a vederla morire.

Il mattino dopo, alle sette, con grande sorpresa di tutti, cominciò a recuperare la coscienza. Poco a poco continuò a migliorare, finché, dopo tre settimane, la potemmo dichiarare fuori pericolo. Ritornò a casa sua.

Com’aveva fatto a guarire? Non lo saprò mai.

Una volta arrivò all’ospedale un bambino di tre anni. di nome Antonio. Aveva una grande tumefazione al fianco sinistro. Era un tumore di Willms, un tumore maligno del rene, tipico dei bambini. Se operato in tempo, esistono probabilità di guarigione. Spiegai alla mamma che il rischio di morte per suo figlio, durante l’operazione, era elevato, ma che, se il rene fosse stato tolto per completo, esistevano buone speranze. Accettò. Così, con timore e tremore, operai il piccolo. L’operazione durò tre ore e fu molto impegnativa. Ma alla fine il rene uscì. Aspettammo in sala operatoria ancora per un’ora. Tutto bene. L’inviai al reparto. Dopo la fine di tutto il programma operatorio passai a vederlo: normale. Voltai dopo cena e poi ancora più tardi, prima di dormire. Potevo ormai pensare che tutto era andato bene.

Mi ero appena addormentato, quando il telefono suonò. "Dottore, corra! Antonio sta male!" Mi precipitai all’ospedale. Quando arrivai, Antonio non respirava più. Massaggio cardiaco, respirazione artificiale: niente da fare. Antonio era morto. Tolsi lo stetoscopio dagli orecchi e incrociai lo sguardo della mamma. Ella capì subito e dette un forte grido, cominciando a piangere ad alta voce. Le altre mamme mi guardavano. Alcune erano uscite dalla stanza accanto. Ero estremamente avvilito. Ma che era mai il mio dolore in confronto con quello della mamma d’Antonio?

A Songo ci fu un anno in cui rimasi solo. Alcuni mesi più tardi il padre Antonio Losappio si offrì per venire a fare comunità con me. Arrivò nel giorno in cui fu eletto papa Giovanni Paolo II. Era già notte. Non aveva accettato di dormire a Tete. Appena sbarcato dall’aereo aveva convinto un padre comboniano a portarlo direttamente a Songo. Il padre Antonio, uomo dalle decisioni radicali, era fatto così!

Vivemmo insieme due anni. Mi aspettava per mangiare insieme, a mezzogiorno e alla sera, qualunque fosse l’ora che io ritornassi a casa. Recitavamo tutto il breviario in comune. Io ero molto stonato, ma quando lui intonava con la sua voce baritonale il gregoriano sull’"Usualis", io gli andavo dietro senza paura. Mi ricordo della veglia pasquale di quando avevano chiuso le chiese e proibito d’avere anche un solo fedele alla nostra messa domestica. Volemmo celebrarla con la massima solennità. Accendemmo il fuoco nel giardino ed entrammo in processione, uno dietro l’altro, cantando "Lumen Christi!": Il padre Antonio cominciò l’"Exultet" e prosegui con le antifone ed i responsorii. Leggemmo tutte e sette le letture e cantammo tutto il cantabile. Neppure a S. Pietro in Roma ci fu più solennità!

Dopo qualche tempo il padre Antonio scoprì di avere un tumore maligno bilaterale nei polmoni. Rientrammo in Italia. Si curò, ma con una speranza di vita di pochi mesi. Chiese ed ottenne di poter ritornare in Mozambico, per accompagnarmi nella vita comunitaria e per morire in Africa. Desiderava che il suo corpo fosse sepolto nella terra dove aveva vissuto e alla quale s’era votato. Gli sembrava di non aver fatto nulla durante la sua vita, ma credeva con tutte le sue forze che quel suo morire e scomparire nella terra del Mozambico, come un grano di frumento, potesse diventare un bene nelle mani della onnipotenza misericordiosa di Dio

Negli ultimi mesi non riusciva più a sdraiarsi: si sentiva soffocare. Rimaneva sempre seduto in una poltrona. Celebravamo la messa prima delle quattro del mattino, perché dopo quest’ora non riusciva più a far fronte ai dolori e doveva prendere dei calmanti. Voleva celebrare la messa lucido. Negli ultimi giorni non aveva più la forza di sollevare la testa. Restava sempre col mento incollato al petto. Aveva fatto appendere nella parete di fronte a lui un crocifisso fosforescente, verso il quale dirigeva lo sguardo per ricevere forza. Ma, ultimamente non riusciva più a vederlo. Morì poco prima della mezzanotte. Ad un certo punto sollevò la testa, così ci raccontò padre Renato che l’assisteva, e riuscì a guardare verso il crocifisso. Ed in quello sguardo morì.

Ho riflettuto molto su questi nulla di cui è intessuta la mia vita di medico dei corpi e delle anime. I silenzi oltrepassano infinitamente le parole. La morte e la vita sono molto più poderose della mia fragile opera.

Mi si è poi aperto uno spiraglio e mi sembrò di aver scoperto un senso per tutto questo, un senso per il quale vale la pena continuare. Mi aiutò un passo della seconda lettera di Paolo ai Coristi. "Cristo, da ricco che era si fece povero per voi, affinché diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Cor. 8,9) Ci ha resi ricchi su questa terra, non tanto con la sua ricchezza divina, quanto con la sua povertà. Cioè col suo rinunciare alla potenza di Figlio, venendo per restare con noi, in povertà totale. La nostra ricchezza consiste in questo, che in mezzo a noi, i poveri, è venuto ad abitare il Figlio di Dio, Cristo Gesù, povero come noi. E volle rimanere povero ed impotente fino alla fine, morendo senza gloria e quasi senza amici sulla croce, avendo abbandonato tutto nelle mani del Padre.

Finché resteremo sulla terra, la nostra vera ed unica ricchezza sarà quella di essere partecipi della povertà di Cristo e l’unico mezzo per salvare gli altri, sarà offrir loro la nostra povertà. Questa povertà è semplice: consiste nel sederci sulla stessa stuoia insieme ai nostri fratelli, senza pretendere di aver nulla da offrire, all’infuori della nostra solidarietà e nell’affidare tutta la salvezza all’onnipotenza misericordiosa ed infallibile di Dio Padre.

Brescia, 6 ottobre, 2001

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