LA PRIMA LETTERA DI PIETRO
(Pedron Lino)


autori
titoli

Indice:


Introduzione

L'opera salvifica di Dio e l'azione dell'uomo

Il Cristo negli ordinamenti e nelle epoche del mondo

Esortazioni aggiuntive

 

 


 

INTRODUZIONE

La prima lettera di Pietro si rivolge agli eletti stranieri della dispersione nel Ponto, in Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia (1,1).

Tutta la lettera suppone chiaramente che i lettori fossero cristiani provenienti dal paganesimo. In precedenza essi vivevano nell’ignoranza (1,14) e camminavano (come i pagani) nella lussuria e nell’empio culto degli idoli (4,3). Ma erano stati chiamati dalle tenebre (del paganesimo) alla meravigliosa luce di Dio (2,9). Erano non-popolo, ora hanno trovato misericordia (2,10). Non-popolo sono i pagani, solo Israele è popolo di Dio. Ora sono riscattati dalla loro vana condotta ereditata dai padri (1,18), e le loro mogli sono diventate figlie di Sara (3,6). Non sarebbe possibile parlare a questo modo, se si trattasse di ex giudei.

La lettera è un messaggio per la chiesa che si trova già a dover contrastare avversità iniziali, destinate ad aumentare in futuro (1,6; 2,12.15; 3,13-17; 4,12.16-17). Questa è la tendenza della lettera che vuole rafforzare e consolare (5,12) accennando alla ricompensa finale che verrà entro breve tempo (1,6-9; 4,7; 5,6). Essa esorta alla fermezza, alla perseveranza paziente (1,13; 4,19; 5,7-8) e alla sottomissione all’ordine di rapporti stabilito da Dio nella creazione (2,13 - 3,12). Perciò fede e speranza sono virtù importanti (1,3.21; 3,15). I cristiani devono sapere che su questa terra sono stranieri e non hanno una patria (1,1; 2,11). L’apostolo risveglia il timore del giudizio di Dio (1,17; 4,17-18) e ricorda i grandi doni già concessi da Dio, che ne promettono e ne garantiscono di maggiori (1,3-5). La grazia sacramentale ricevuta nel culto della chiesa si deve ora realizzare nella vita (2,1-10; 3,21-22). L’attività dell’uomo dev’essere conseguenza del modo di essere instaurato da Dio. Lo scrittore insiste anzitutto nel proporre il modello del Cristo sofferente (1,18-21; 2,21-25; 3,18; 4,1). Nelle sue travagliate condizioni la comunità deve stare unita in cordiale amore fraterno (1,22; 4,7-11; 5,15). Proprio per la gravità della situazione, la lettera esorta gli anziani della chiesa a svolgere un’azione pastorale disinteressata e fedele (5,2-4). Questa lettera è un capolavoro di discorso edificante.

 

 

Indirizzo e saluto
(1,1-2)

1Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadòcia, nell’Asia e nella Bitinia, eletti 2secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersi del suo sangue: grazia e pace a voi in abbondanza.

L’inizio della lettera utilizza la forma epistolare antica che menziona anzitutto il mittente, poi il destinatario, per concludere con un augurio che ha funzione di saluto.

v. 1. È sufficiente che l’autore si denomini Pietro apostolo, data la sua eminente considerazione nella chiesa apostolica.

I destinatari sono gli eletti stranieri della dispersione. La chiesa viveva infatti nell’età apostolica come piccola minoranza in una vera dispersione tra i pagani, e la lettera è scritta alla vigilia delle persecuzioni. Proprio in questa situazione penosa i cristiani si renderanno conto della loro estraneità. Nel mondo la chiesa è, per natura sua, sempre all’estero e in uno stato di minoranza e di inferiorità. I cristiani sono stranieri non perché il mondo li abbia ripudiati e neppure perché si siano distaccati dal mondo che disprezzano, ma perché essi - in quanto eletti - sono stati sottratti dal mondo. Eletti stranieri è una espressione piena di tensione tra storia profana e storia della salvezza, una parola che evoca povertà e ricchezza. Se i cristiani nelle persecuzioni capiranno la verità della loro estraneità, ciò rafforzerà la loro consapevolezza della elezione e la loro fiducia. Gli stranieri (e gli emigranti residenti: 1 Pt 2,11) non hanno diritto di cittadinanza (Fil 3,20); non hanno alcun potere decisionale e nessuna autorità per governare. Tale era la situazione dei cristiani e della chiesa primitiva. Solo il compimento escatologico, l’ingresso nella patria futura, darà alla chiesa tali poteri.

La chiesa di Pietro lo sapeva bene.

v. 2. La scelta è fondata sulla deliberazione di Dio, è comunicata per effetto dello Spirito e ha come scopo la comunione con Cristo.

La preconoscenza di Dio è il decreto di Dio: Dio che conoscendo sceglie e crea. L’inizio e il fondamento della fede non è l’azione dell’uomo, ma la volontà e la grazia di Dio. Ne deriva per l’eletto, una severa responsabilità. La predestinazione avviene da parte di Dio Padre che, proprio in quanto sceglie per amore, si dimostra padre. Nel Nuovo Testamento Dio è colui che è vicino, che come Signore e Padre abbraccia ogni uomo, colui la cui intima essenza è il suo amore (1 Gv 4,8).

La preconoscenza di Dio diventa efficace nella santificazione operata dallo Spirito. Dunque la santità dell’uomo è anzitutto effetto dello Spirito e di Dio: non è l’uomo a santificare se stesso. In questo verso la santificazione è attribuita allo Spirito.

Essa avviene fondamentalmente nell’atto unico del battesimo, ma è anche uno stato permanente, in cui l’azione di Dio si realizza sempre più.

Questo verso menziona i mezzi della salvezza: l’obbedienza e l’aspersione col sangue di Gesù Cristo. In queste parole viene indicata la decisione e l’azione personale del credente (l’obbedienza), ma allo stesso tempo ancora l’azione di Cristo (l’aspersione del sangue di Gesù Cristo). La situazione cristiana è quindi semplicemente connotata come obbedienza. L’obbedienza è la decisione di fede nei confronti di Dio che si rivela, la cui rivelazione è la verità (1,22). Ma l’obbedienza da prestare viene anche abbracciata dall’atto salvifico di Cristo, che il credente accetta se si lascia raggiungere dall’aspersione col sangue di Gesù. L’obbedienza è l’accettazione della redenzione di Cristo.

Qui la descrizione della morte di Gesù viene fatta con concetti della teologia sacrificale dell’Antico Testamento (Es 24). Essere aspersi col sangue di Cristo significa accettare e appropriarsi la morte salvifica di Cristo nella fede ed entrare nella comunione fondata nella morte di Cristo. Per la chiesa antica - sia degli ex giudei che degli ex pagani - queste immagini erano più facilmente comprensibili che per noi, perché per essi il compimento di sacrifici apparteneva alla storia o addirittura al presente della loro religione.

Con la parola grazia (chàris) si indica la benevola sollecitudine di Dio verso l’uomo peccatore. Con la parola pace (eirène) si traduce l’ebraico shalôm. Questa parola contiene tutti i beni, materiali e spirituali, intesi sempre come dati da Dio, e anche la salvezza definitiva, escatologica. La pace è la condizione di chi è riconciliato con Dio, nella quale l’uomo gode della promessa e della certezza d’essere redento e salvato. L’evento della salvezza viene presentato in una serie ternaria, accuratamente formulata e ricca di contenuto, come opera del Padre, dello Spirito e del Cristo. La salvezza ha origine nel Padre, viene comunicata dallo Spirito nella santificazione e ha come scopo la comunione e la comunità del Cristo.

Il Nuovo Testamento fa chiaramente riconoscere che il dogma trinitario è la struttura fondamentale e il dato primario della fede cristiana.

 

PRIMA PARTE

L’OPERA SALVIFICA DI DIO E L’AZIONE DELL’UOMO
(1,3 - 2,10)

1
La rinascita alla speranza
(1,3-12)

3Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, 4per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, 5che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi. 6Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, 7perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: 8voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, 9mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime. 10Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi destinata 11cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle. 12E fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi, erano ministri di quelle cose che ora vi sono state annunziate da coloro che vi hanno predicato il vangelo nello Spirito Santo mandato dal cielo; cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo.

v. 3. È conforme allo stile epistolare antico che il mittente ringrazi Dio per il buono stato di salute del destinatario e preghi perché esso si conservi. La lode di Dio viene sviluppata in un periodo strutturato a regola d’arte. Anche se i mezzi stilistici impiegati sono semplici, questi versetti manifestano una tale sensibilità per lo stile e il ritmo della lingua greca, da far ritenere improbabile una composizione immediata da parte di Pietro, che parlava aramaico. Se non si vuole rinunciare del tutto al nome di Pietro come autore, ci si dovrà pur sempre rifare all’indicazione della lettera stessa (5,12) quando dice che essa è stata scritta da Silvano, il che potrebbe significare che sia stata composta con molta autonomia.

Il participio "o anaghennèsas" (che ci ha rigenerati) indica il motivo per cui si deve lodare Dio. Egli è colui che ha fatto rinascere i credenti. Come la nascita di un uomo è un inizio completamente nuovo, così ciò che Dio fa per i suoi figli è un incominciare daccapo. Come il bambino non può far nulla di suo per nascere, così avviene anche in questa rinascita. Solo Dio può fare dell’uomo naturale un suo figlio. La sorgente di questo avvenimento è una sola: la grande misericordia di Dio di cui si è già detto nel v.2. La misericordia è l’azione salvatrice ed escatologica di Dio, che si manifesta nel suo Cristo (1 Pt 2,10; Tt 3,5). Lo scopo della rigenerazione è la speranza viva, e in essa sono contenute l’eredità (1,4) e la salvezza (1,5). Questo nuovo dono è chiamato speranza non possesso. Così si vuole evitare un fraintendimento naturalistico della nuova generazione. La vita di cui si tratta qui è sostanzialmente una promessa e una speranza, e non si è ancora giunti alla sua acquisizione definitiva. La vita eterna sarà donata definitivamente solo nel futuro. La certezza della speranza si basa sulla risurrezione di Gesù Cristo che è garanzia anche della vita futura dei credenti, anzi è già il suo inizio. Quando avviene questa nuova nascita? La lettera può intendere il battesimo, in cui la nuova nascita si compie in forma sacramentale concreta, tanto più che essa fa spesso riferimento al battesimo. Ma la 1 Pt potrebbe intendere, in senso generale, anche la rinascita come redenzione ottenuta mediante la risurrezione di Cristo (1,3) e la fede.

v. 4. Che cosa sia e che cosa contenga la speranza, viene detto nuovamente con la parola eredità. Il pensiero è questo: il fatto di essere generati da Dio rende figli di Dio, e i figli hanno diritto all’eredità.

Così argomenta anche Paolo in Gal 4,7: se siete figli, siete anche eredi. Nel Nuovo Testamento eredità significa il dono escatologico della salvezza, la vita eterna. Come l’eredità umana è donata sempre immeritatamente, così anche l’eredità della salvezza. Ma mentre l’eredità umana corre il rischio di essere perduta, quella della salvezza è sicura: essa è incorruttibile, incontaminata e imperitura.

v. 5. Dio che custodisce l’eredità in cielo, custodisce in terra i figli eredi. Così soltanto la volontà benevola di Dio è interamente manifestata. Egli non solo dona la salvezza, ma concede anche agli eletti di poter perseverare nella loro condizione. Questa custodia dei credenti è necessaria perché sono giunti ormai gli ultimi tempi, il periodo di gravi disagi e di situazioni penose. Ma il tempo della fine è anche il tempo della salvezza. Anche con questa parola si esprime la speranza (1,3) e l’eredità (1,4). La salvezza non è anzitutto la beatitudine individuale, ma è la perfezione escatologica del mondo, che si attuerà con la venuta del Signore. Frattanto la salvezza, benché nascosta, è anch’essa presente come l’eredità. Si manifesterà come salvezza di tutta la chiesa alla venuta del Signore. (v. 7). Per la 1 Pt questa perfezione finale non è un bene remoto, ma qualcosa che si spera intensamente. La manifestazione della salvezza è pronta, è imminente e prossima. Come in quasi tutti gli scritti del Nuovo Testamento, anche nella 1 Pt l’attesa della parusìa è una convinzione profondamente radicata nella chiesa.

Finora la 1 Pt ha parlato prevalentemente della grazia di Dio; ora parla anche dell’azione che l’uomo svolge mediante la sua fede. La salvezza che è preparata per essere rivelata nel tempo finale è la liberazione dal peccato mediante il perdono di Dio, cioè sfuggire alle insidie del demonio in vita e in morte e infine raggiungere l’immortalità della vita eterna. Solo il vangelo è in grado di annunciare il vero salvatore e la vera salvezza.

v. 6. Certi come sono che la salvezza è vicina, i cristiani si rallegrano fin d’ora. La chiesa gioisce nonostante la pressante afflizione del presente. I cristiani soffrono perché sono sottoposti a prove di vario genere.

Non si tratta delle sofferenze e delle prove comuni della vita umana, ma delle imminenti e incipienti persecuzioni contro i cristiani. I cristiani vengono insultati e diffamati (3,12; 3,16-17; 4,14). Sono visti con odio dal popolo e tormentati davanti ai tribunali (3,15). Il presente è il tempo delle prove, ma l’oggi è breve e insignificante a paragone del domani del mondo eterno, e questo presente ha il suo limite di tempo per volontà di Dio. È Dio che dispone la storia a suo piacimento, comanda agli uomini personalmente e configura la storia degli uomini e del mondo secondo il suo piano e il suo volere. Perciò la fede può rallegrarsi anche tra le sofferenze. Così la 1 Pt esprime una fiducia e una certezza diffusa in tutta la Bibbia.

v. 7. Le prove e le sofferenze non possono più sconcertare interamente quando si sa a cosa tendono. Esse hanno lo scopo di rendere genuina la fede. Con una chiara immagine la purificazione della fede attraverso la prova viene paragonata alla purificazione dell’oro mediante il fuoco. Il paragone di uso frequente per significare la purificazione dell’uomo, qui viene precisato aggiungendo che anche l’oro dimostrato genuino è caduco, mentre la fede, che ora è messa alla prova, è ancora molto più preziosa dell’oro. L’ immagine rende evidente l’unità dell’ira e della grazia di Dio. Se il suo giudizio annienta ogni impurità, la sua grazia con lo stesso mezzo stabilisce ciò che è genuino e che deve rimanere. Ebbene, ciò che deve rimanere come risultato della purificazione, ossia ciò che costituisce il vero tesoro della chiesa, è la fede. Come l’oro allo stato naturale è amalgamato con materiali meno pregevoli e solo col fuoco viene purificato da ogni impurità, così la fede nella sua naturalezza si mescola non solo con pretesti egoistici, ma specialmente con la tendenza ad ottenere, con tutti i mezzi possibili, anche una sicurezza naturale, il che è precisamente incredulità, l’opposto della fede. La prova e la persecuzione privano la chiesa e la sua fede dagli appoggi inautentici e mettono in chiaro se la fede si appoggia sulla parola di Dio e su Dio, e se solo in essi trova la sua certezza. Nella sua povertà la chiesa trova la sua ricchezza. Questo possesso rimane per il momento ancora nascosto, ma diventerà manifesto. Ma ciò non accadrà in un giorno del tempo presente: questo nascondimento si protrarrà per tutta la durata del tempo. Che cosa sia la chiesa potrà vedersi solo alla fine dei tempi, nel giorno escatologico, ed anche allora diverrà visibile non il patrimonio proprio della chiesa, ma la grazia del suo Signore. Lo scoprimento finale consisterà nella rivelazione di Cristo. Quindi la chiesa non può farsi visibile né in modo umano, né per merito proprio: essa è tutta in funzione della manifestazione di un altro. La sua ricchezza sta tutta e soltanto nella venuta di Cristo. Allora la fede riceverà lode, gloria e onore e otterrà il riconoscimento da parte di Dio alla presenza degli angeli e degli uomini. Ma nella concezione biblica è impossibile pensare a un’approvazione e a una lode tributata dagli uomini. Infatti, in ogni caso, nel giudizio finale conta solo l’approvazione di Dio (Rm 2,29; 1 Cor 4,5). Nella Bibbia la gloria è sempre e soltanto la maestà, anzi l’essenza stessa di Dio. Se ai cristiani viene promessa la gloria, ciò può avere solo il senso che nell’ultimo giudizio essi parteciperanno alla gloria di Cristo (Col 3,4). Perciò in 1 Pt 1,7 la gloria escatologica della chiesa è partecipazione alla gloria di Cristo (cfr Rm 8,17). Anche l’onore è anzitutto proprietà di Dio (1 Tm 1,17) e Dio lo concede agli uomini quando li giudica (Rm 2,7.20). L’onore che un giorno verrà tributato alla chiesa le apparterrà in quanto essa appartiene a Cristo (2,6-7).

v. 8. I destinatari della lettera sono interpellati come coloro che amano il Signore pur senza averlo visto. Ma questa situazione storica dei destinatari rivela ottimamente il carattere dell’esistenza cristiana, che consiste nel non aver visto e tuttavia amare, nel non aver guardato e, ciò nonostante, credere. La fede non è un credere dal contenuto vago. Il suo contenuto si definisce da ciò in cui si crede, dal fine che si cerca di raggiungere e di cui ci si impossessa con amore. È la fede in Gesù, considerato come il Cristo che ritornerà. Ma al presente la fede non vede il Signore ma esattamente il contrario, i nemici vittoriosi. Eppure così la fede è gioia esultante. La peculiarità e la natura di questa gioia sono descritte con aggiunte eloquenti. La gioia è indicibile, perché sta al di là e al di sopra delle possibilità umane e quindi non può venire compresa coi concetti normali né descritta con parole umane (cfr 1 Cor 2,9). La gioia è già glorificata, è già ora piena della gloria che si rivelerà in pienezza nell’eternità. Come possano coesistere la mestizia presente e la gioia della fede è incomprensibile e indicibile per l’uomo naturale: L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito (1 Cor 2,14). Paolo fa l’esperienza di questa realtà paradossale dell’esistenza cristiana: Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2 Cor 4,8-10); Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri, sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possiede tutto (2 Cor 6,8-10).

La relazione dei credenti con Cristo è un rapporto di fede e di amore. La fede è aprirsi all’opera salvifica di Dio in Cristo. E questa fede si manifesta concretamente nell’amore di Dio e del prossimo.

v. 9. La lettera continua a parlare con una audace certezza di fede. Già ora i cristiani raggiungono lo scopo della fede. La fede ha dunque una mèta e un termine: la mèta che deve raggiungere è la salvezza. Di conseguenza, la fede non è soltanto un atto mentale, altrimenti avrebbe come fine una conoscenza. Invece è il conseguimento di uno scopo, un atto vitale. Destinatario della salvezza è l’uomo, tutto intero. Il termine greco psuchè (=anima) è la traduzione del termine ebraico nèfesh che significa forza vitale, vita, l’uomo vivente tutto intero.

v. 10. Tutte le creature bramano la salvezza. Gli antichi l’attendevano, i profeti l’hanno preannunciata, gli angeli desiderano contemplarla. Ma la generazione dei contemporanei della lettera (e dei destinatari di essa in ogni tempo) è la più favorita, perché la salvezza le viene annunziata come dono e grazia di Dio. Ma il termine e il risultato finale di questa grazia è la salvezza. Il compito non unico ma principale, caratteristico ed essenziale dei profeti fu quello di predire il futuro della salvezza messianica ed escatologica che diventa effettivo in Cristo e nella predicazione del Vangelo. Tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi (1 Cor 10,11).

v. 11. I profeti dovevano pronunciare vaticini di cui spesso neppure loro capivano chiaramente e completamente il senso. Non potevano sempre sapere quando le profezie si sarebbero avverate (Dn 9,4). Perciò cercavano continuamente di individuare il tempo e le circostanze della salvezza da essi predetta. Le profezie non erano capite dai profeti perché essi non parlavano annunciando qualcosa di proprio, ma ricevevano dallo Spirito ciò che essi annunciavano. Secondo 1 Pt 1,11 la salvezza messianica si manifesta nei patimenti destinati al Cristo e le successive glorie. Il plurale glorie significa probabilmente le diverse manifestazioni della gloria: risurrezione, ascensione, invio dello Spirito, miracoli nella chiesa, venuta finale del Cristo glorioso (cfr 3,22).

Questa lettera menziona solo la passione di Cristo come oggetto della profezia veterotestamentaria. L’applicazione dell’Antico Testamento alla passione e alla elevazione di Gesù fu l’inizio e rimase sempre l’oggetto più importante della dimostrazione che il Nuovo Testamento ricava dalle profezie. In Lc 24,26-27 la chiesa del Nuovo Testamento fa risalire proprio al Risorto la prova profetica delle sofferenze e della glorificazione di Cristo.

v. 12. Naturalmente i profeti dovettero desiderare di vivere tanto da vedere anch’essi il tempo della salvezza messianica (Lc 10,24). Ma con una rivelazione fu ad essi annunciato che le loro profezie si sarebbero compiute in un tempo lontano (Gen 4-9,10; Nm 24,17; Dt 18,15; Ab 2,1-3), cioè nel tempo attuale in cui può essere annunciato il compimento della profezia. Una sola e medesima rivelazione di Dio si estende dai tempi antichi sino alla loro fine. I profeti ricevettero questa rivelazione (1,12) e Cristo alla sua venuta la completerà (1,7.13). La profezia di un tempo e il vangelo di oggi si corrispondono formando un’unità. E tutto questo avvenne in un solo Spirito, che si può chiamare anche Spirito di Cristo (1,11) o semplicemente Spirito Santo (di Dio) (1,12). La proclamazione del vangelo viene fatta nello Spirito Santo, che è inviato dal cielo. L’aspetto e la vita della chiesa non sono di tipo mondano. Perciò si accentua fortemente la forza portante e motrice dello Spirito come motivo di estraneità al mondo. Lo Spirito è santo, ossia appartiene a Dio, e per questo è inviato dal cielo, da Dio.

L’entità della salvezza si può intuire in sommo grado dal fatto che non solo i profeti desiderarono di potervi assistere, ma persino gli angeli bramarono di conoscere. Dunque i cristiani sono innalzati al di sopra dei profeti e degli angeli. Questa affermazione diverrà più comprensibile se si mette in relazione con tutta l’angelologia del Nuovo Testamento. La 1 Pt 1,12 si allinea con altri enunciati che alludono a una inferiorità degli angeli nei confronti degli uomini. Come apostolo, Paolo sa di essere superiore all’eventuale missione di un angelo dal cielo (Gal 1,8). La fede, che si attua perfettamente nell’amore, vale più che il parlare le lingue umane e angeliche (1 Cor 13,1). In virtù della redenzione gli uomini sono resi superiori agli angeli (Eb 2,16). Gli angeli sono inviati a servire gli uomini (Eb 1,14). In Ef 3,10 si dice che dev’essere fatta conoscere ai principati e alle potestà la multiforme sapienza di Dio.

 

2
LA CONDOTTA ATTUALE COME DONO E IMPEGNO DERIVANTI DALLA RINASCITA
(1,13 - 2,10)

Dopo che il proemio ha ricordato ai cristiani il dono che essi hanno ricevuto (1,3-12), il resto della lettera ne trae le conseguenze parenetiche. La speranza nel futuro è un obbligo vincolante per il presente.

In questo contesto risalta una prima sezione: 1,13 - 2,10. Essa è suddivisa da espressioni caratteristiche di esortazione che coordinano le varie frasi (1,13: l’obbedienza; 1,18: il timore filiale; 1,22: l’amore; 2,2: la nuova nascita; 2,5: la casa spirituale; 2,9: il sacerdozio regale).

 

a) Obbedienza di fede
(1,13-16)

13Perciò, dopo aver preparato la vostra mente all’azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà. 14Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri d’un tempo, quando eravate nell’ignoranza, 15ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; 16poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo.

v. 13. Questo "perciò" segna il chiaro passaggio dall’annuncio all’esortazione. L’esortazione si serve soprattutto di due immagini, invitando a cingere la veste, cioè a stare pronti (in senso escatologico) e ad essere solerti. Il cingersi la veste significa prepararsi a prendere una decisione. Nel nostro testo significa accingersi ad andare incontro al Signore che viene. Quindi l’immagine ha un senso escatologico come in Lc 12,35: Siate pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Seguendo l’uso dei LXX (Es 12,11; Ger 1,17) si dice "i fianchi" e, in linguaggio fortemente figurato, si aggiunge "della vostra mente". E questo significa che bisogna escludere tutti i pensieri che potrebbero nuocere allo stato d’animo dell’attesa: potrebbero essere i desideri cattivi di 1,14 (cfr Ef 6,14). Anche l’esortazione alla sobrietà è un’esigenza fondamentale per il cristiano. La sobrietà non è disprezzo del mondo, ma la sua giusta valutazione e l’uso corretto che se ne fa (cfr 1 Ts 5,5-8). Così è descritta la natura specifica dell’attesa e della speranza escatologica. Esse non sono né una fede cieca o forzata né una infatuazione o una sfrenatezza da esaltati. La speranza dev’essere perfetta e totale. Essa si rivolge alla grazia insita nella rivelazione di Cristo. Questa rivelazione non è una comunicazione di verità soprannaturali, ma il manifestarsi di Cristo nell’ultimo giorno (1,7). E, sempre in connessione con 1,7, chàris (grazia) esprime la totalità della salvezza come in 1,5.9.

Questo compendiare l’attesa escatologica col termine chàris ci ricorda il detto della Didachè 10,6: venga la grazia e scompaia questo mondo.

v. 14. Sobrietà, speranza e disciplina sono motivate e rese certe dalla promessa della parola di Dio, ricevuta dai credenti. L’ascolto della parola costituisce a tal punto l’essere dei cristiani, che essi possono addirittura venir chiamati figli dell’ascolto e dell’obbedienza (1,2). Il contrario dell’obbedienza, che è anche adesione ai precetti morali di Dio, è il concedersi ai desideri immorali. Prima, quando non conoscevano la volontà di Dio, i cristiani erano in balia di queste concupiscenze: l’apostolo richiama ai lettori la vita che conducevano nel paganesimo. Benché il tempo in cui non conoscevano la legge e si abbandonavano perdutamente ai desideri sia passato, l’esortazione a non uniformarsi ai desideri cattivi è però sempre necessaria, perché le brame sono ancora una potenza seducente. I cristiani vivono ancora in un mondo pagano, un mondo che giace sotto il potere del maligno (1 Gv 5,19).

vv. 15-16. Dopo gli enunciati negativi, ora si dice positivamente che il cristiano dev’essere santo. Nella 1 Pt la parola e l’idea di santo (àghios) hanno un’importanza fondamentale. La parola si basa sempre sul senso biblico originario, che non è esattamente identico al nostro uso normale. Àghios nell’Antico Testamento trae il suo significato dalla parola QDS, che significa separare. Qadosh è ciò che è separato dal profano. In questo senso, Dio è il Proto santo, cioè il separato dalla creazione, il "tutt’altro" (Is 5,16; 6,3; Os 11,9).

Egli fa diventare santo ciò che sottrae al mondo, chiamandolo al proprio servizio e ammettendolo nel suo ambito: così la città santa Gerusalemme (Is 48,2), il monte del tempio e il tempio stesso (Is 11,9; 64,10). Ma soprattutto è santo Israele, perché Dio lo ha scelto come popolo di sua proprietà e abita in mezzo a lui (Nm 15,40; Dt 7,6; 26,19). Lv 17-26 ci riporta la legge sacerdotale di santità. La teologia dei profeti mette in evidenza il contenuto morale dell’esigenza di santità. Isaia scorge in Iahvè il "Santo, santo, santo", di fronte al quale il profeta è colpevole, peccatore e bisognoso di purificazione (Is 6,1-6). Nel giudaismo postesilico continuano ad affermarsi i due aspetti del concetto di santità. L’osservanza della legge tutela la santità cultuale d’Israele. Ma la pietà esige la santità personale a complemento di quella cultuale (Sal 50,13; Ez 36,26-27).

Nel Nuovo Testamento riecheggia il "Santo, santo, santo" della visione di Isaia in Ap 4,8. La chiesa, sottratta al mondo e trasferita nell’ambito di Dio, partecipa della santità di Dio ed è essa stessa santa (At 9,32; Rm 1,7; Ef 1,15; Ap 5,8; ecc.). La 1 Pt 1,15 -16 tratta della santità di Dio attingendo alla tradizione dell’Antico Testamento. In qualità di Servo di Iahvè, anche Cristo è il santo innocente (1,18-19). La chiesa è stata scelta dal mondo (1,1) e santificata dallo Spirito Santo (1,2); quindi essa vive nella sfera divina ed è santa. Essa è il sacerdozio regale, il popolo santo (2,9). Vige per lei l’antica legge: "Siate santi, perché io sono santo". Ciò si deve realizzare in tutto il comportamento (1,15-16). Tale santità esige la rinuncia alla vita condotta finora nell’ignoranza e nell’indisciplina (1,14). I credenti devono santificarsi obbedendo alla parola di verità (1,22). Moralità cristiana vuol dire anzitutto: "Santificate il Cristo Signore nei vostri cuori" (3,15).

 

b) Timore filiale
(1,17-21)

17E se pregando chiamate Padre colui che senza riguardi personali giudica ciascuno secondo le sue opere, comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio. 18Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, 19ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. 20Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi. 21E voi per opera sua credete in Dio, che l’ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria e così la vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio.

Questa frase fa seguito alla santità di Dio e ne è la conseguenza: egli è santo e richiede una condotta santa.

v. 17. I cristiani si rivolgono a Dio chiamandolo padre. La coscienza di avere Dio come padre non deve però indurre alla falsa sicurezza e all’illusione di cui davano prova i giudei, che si consolavano, dicendo: "Noi abbiamo per padre Dio" (Mt 3,9). Perché Dio giudica senza riguardo di persona. Questa formulazione è già nell’Antico Testamento (Dt 10,17). Essa è passata nel Nuovo Testamento e conferisce un’ineliminabile gravità alla sua parenesi (Rm 2,11; Ef 6,9).

All’affermazione che i cristiani sono stranieri nella dispersione (1,1) subentra l’altra, che essi sono residenti in terra straniera, senza cittadinanza in questo mondo. Adottando il linguaggio dell’Antico Testamento la 1 Pt (1,17; 2,11) parla in più punti della condizione di straniero in cui vive il cristiano sulla terra. I cristiani devono riconoscere come patria il cielo, e questo mondo come terra straniera. Forse la certezza della persecuzione imminente accresce nell’autore della lettera questa sensazione e persuasione. Ma a queste di 1 Pt si aggiungono altre dichiarazioni del Nuovo Testamento per cui dobbiamo riconoscere che questa visione delle cose è molto diffusa negli scritti degli apostoli. La chiesa è il popolo di Dio peregrinante in cerca della patria celeste (Eb 11,9; 13,14); essa è straniera sulla terra e possiede il diritto di cittadinanza in cielo (Fil 3,20). In Ef 2,19 il futuro è anticipato: i fedeli erano forestieri e residenti privi di cittadinanza, ma ora sono concittadini dei santi e coinquilini di Dio.

Nella chiesa primitiva era viva questa consapevolezza di estraneità e di residenza provvisoria. Nella lettera a Diogneto 5,5 si legge: "I cristiani abitano ciascuno nella propria patria, ma da residenti senza cittadinanza. Essi prendono parte a tutto come cittadini e sopportano tutto come stranieri. Ogni terra straniera è la loro patria e ogni patria è terra straniera". Il saluto introduttorio al Martirio di Policarpo dice: "La chiesa di Dio che vive da straniera a Smirne, alla chiesa di Dio che vive da straniera a Filomelio". La "residenza in terra straniera" è detta in lingua greca "paroichìa" da cui deriva il termine parrocchia. Secondo l’etimologia della parola, parrocchia significa abitazione in terra straniera. Di conseguenza il parrocchiano è colui che abita accanto, cioè chi ha il suo domicilio presso la gente del luogo, ma senza diritto di cittadinanza.

v. 18. Se prima il timore era paura del giudizio, ora si trasforma in riverente conoscenza della redenzione e del suo alto prezzo. Il redento sa quanto la sua condizione precedente fosse disperata e riconosce che il suo riscatto è costato il sangue di Cristo. I suoi sentimenti sono la riconoscenza e la gioia, unite però al timore di Dio, che d’ora in poi caratterizza tutta la sua vita e il suo agire. La morte di Cristo è descritta come redenzione.

Anche in Mc 10,45 Cristo stesso chiama la sua morte prezzo del riscatto.

Perché Dio ha esigito il sacrificio del Figlio come riscatto? La parola di Dio in Mc 10,45 fa capire che il sacrificio della vita di Gesù è la manifestazione della sua estrema obbedienza e quest’unica obbedienza del Figlio vince una volta per tutte il peccato come disobbedienza degli uomini. La redenzione libera dalla vana condotta del tempo precedente. Tutti gli sforzi dell’uomo compiuti senza Dio sono di nessun valore: questo è il verdetto dell’Antico e del Nuovo Testamento (Rm 8,20; 1 Cor 3,20; Ef 4,17). Gli dèi pagani sono chiamati dalla Bibbia le nullità (màtaia) (Lv 17,7; Ger 8,19; At 14,15; Rm 1,21). La vana condotta (màtaia) tramandata dai padri di cui parla 1 Pt, 1,18 è l’idolatria da cui sono stati liberati gli etnicocristiani. In questo verso si comprende più che altrove che la 1 Pt è scritta a dei cristiani convertiti dal paganesimo. Il comportamento dei pagani è vuoto e futile perché non porta a salvezza. La liberazione portata da Cristo dà senso a una vita senza senso.

v. 19. Il prezzo d’acquisto è il sangue prezioso di Cristo. L’immagine del riscatto assume in sé anche l’altra idea della forza espiatrice del sangue offerto in sacrificio, ossia della morte come sacrificio. I due concetti si collegano anche in 1 Cor 6,20 e Ap 5,9. Cristo è presentato come agnello sacrificale. In questa raffigurazione confluisce una tradizione complessa. In Is 53 il Servo di Iahvè è paragonato a un agnello sacrificale e in At 8,32 il paragone è riferito a Cristo. Gesù è la vittima pasquale (Gv 19,36 e 1 Cor 5,7) e la legge prescriveva che la vittima pasquale fosse un agnello. In Gv 1,29.36 Cristo non è più solamente paragonato all’agnello, ma è chiamato agnello. Nell’apocalisse di Giovanni, Cristo è detto 28 volte l’agnello immolato. Cristo è l’agnello sacrificale perfetto e la vittima vera. È una vittima pienamente valida secondo la legge di Dio; infatti per le vittime dell’Antico Testamento si esigeva che fossero senza difetti (àmomos) e senza macchia (àspilos) proprio come si dice di Cristo in questo versetto. Ma come suole avvenire nel rapporto fra l’Antico e il Nuovo Testamento, queste qualità vengono maggiorate, in quanto l’integrità fisica richiesta dall’Antico Testamento si perfeziona nel Nuovo Testamento divenendo integrità morale e spirituale. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente? (Eb 9,13-14).

v. 20. La redenzione è avvenuta in conformità al piano salvifico di Dio, che concepito prima dell’inizio del mondo, era finora tenuto nascosto, ma è stato ormai manifestato (Rm 16,25-26; Col 1,26). Poiché questi sono gli ultimi tempi, il mistero di Dio è stato rivelato e, viceversa, proprio da questa rivelazione si può conoscere che sono gli ultimi tempi (Eb 1,2).

Per amor vostro: tutto ciò è avvenuto per amore verso la chiesa. La sua elezione e vocazione fanno tutt’uno con la rivelazione e la redenzione nel sangue di Cristo. È una forte accentuazione di chiara consapevolezza che la chiesa ha di sé.

v. 21. La chiesa accoglie la sua elezione con fede e si rivolge a Dio attraverso Cristo. La mediazione di Cristo ha reso possibile una volta per sempre la comunicazione tra Dio e gli uomini (Rm 5,1; 1 Pt 3,18). La fede può continuare a esistere solo diventando speranza. Solo così essa può accettare i problemi attuali nella speranza che vengano risolti.

Il Cristo, che è fondamento della fede, è colui che Dio ha fatto risorgere dai morti e innalzato alla gloria. Con questo enunciato si afferma quell’evento di salvezza che sostiene essenzialmente la fede, rivelando che Dio è il Vivente che non abbandona nella morte, ma ridesta sempre alla vita (Rm 4,24) e crea continuamente anche la nuova esistenza della fede.

 

c) Amore fraterno
(1,22-25)

22Dopo aver santificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità, per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, 23essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna. 24Poiché tutti i mortali sono come l’erba e ogni loro splendore è come fiore d’erba. L’erba inaridisce, i fiori cadono, 25ma la parola del Signore rimane in eterno. E questa è la parola del vangelo che vi è stato annunziato.

v. 22. La precedente parenesi sulla santità diventa ora l’esigenza concreta dell’amore fraterno. La santificazione deve scaturire dall’obbedienza alla verità. La verità non è un concetto astratto, ma la rivelazione divina contenuta nel messaggio cristiano (Gv 14,16; Gal 5,7; Ef 1,3; 1 Tm 4,3). Nell’accezione biblico-cristiana la parola verità acquista il senso di retta dottrina e retta fede della chiesa. L’uomo non è purificato dall’esterno, ma dalla verità interiore: La verità vi farà liberi (Gv 8,32). L’amore fraterno non è il comune amore umano, ma l’amore della comunità cristiana, alla quale la lettera suole applicare il nome, già diventato abituale, di fratelli (2,17; 3,8; 5,9-12). L’amore fraterno proviene dalla verità ed è possibile soltanto a partire da essa, cioè solo dalla possibilità dischiusa nella rivelazione di Dio: La carità sgorga da un amore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera (1 Tm 1,5). La verità e la santità, se sono autentiche, devono produrre l’amore. L’amore dev’essere non simulato, non deve comportarsi in un modo e pensare in un altro. Deve venire dal cuore, non essere semplice parvenza, cortesia e superficialità. Dev’essere intenso e occuparsi del prossimo appassionatamente e affettuosamente.

Per Gesù il rapporto dei discepoli tra loro dev’essere fraterno (Mt 23,8); egli pone la sua persona come nuovo centro di questa fratellanza (Mc 3,31-35). Perciò la chiesa è convinta di essere la nuova fraternità (Mc 10,30; At 14,2). Questa realtà cristiana della fratellanza esige il sincero amore fraterno.

v. 23. Dal richiamo alla rinascita deriva un’altra esortazione all’amore fraterno: la nuova nascita deve produrre una nuova vita. Questa si manifesta nell’amore, che l’uomo vecchio non conosce, ma che può essere praticato solo da colui che è stato ricreato. Come ogni nascita naturale avviene da un seme, così la rinascita è venuta dal suo seme. L’affermazione è molto realistica. Il seme della nascita da Dio è incorruttibile, contrariamente al seme umano che è corruttibile (cfr Gv 1,12-13). Qui il seme è la parola vivente e permanente di Dio. La vita proviene dalla parola, perché la parola ha una forza creatrice. Di questa parola creatrice ci parla la prima pagina dell’Antico Testamento: Dio disse: Sia.....e fu (Gen 1). E ciò avviene di continuo: Egli parla e così avviene, comanda e tutto esiste (Sal 32,9). Anche nel Nuovo Testamento la parola suscita e crea la vita. Essa chiama all’esistenza ciò che non è ancora (Rm 4,27). E non è solo viva (Eb 4,12), ma è la stessa parola di vita (Fil 2,16), di grazia (At 14,3) e di salvezza (At 3,26). Ciò non significa solo che la parola annuncia la vita, la grazia, la salvezza come eventi del passato, ma che essa, parlandone, produce vita, grazia e salvezza. Anche Gc 1,18 dice: Egli ci ha generati con la parola della verità.

vv. 24-25. Per descrivere la potenza della parola di Dio si ricorre a Is 40,6-8. Isaia parla della predizione con cui Dio ha promesso a Israele il ritorno dall’esilio. È una parola che rimane e che si realizzerà. La carne che inaridisce come erba è la potenza di Babilonia. Per 1 Pt la parola di Dio che rimane in eterno è la parola del vangelo, che ora viene rivolta ai cristiani.

 

d) L’unione con Cristo
(2,1-3)

1Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, 2come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: 3se davvero avete già gustato come è buono il Signore.

I vv. 2,1-10 parlano dei compiti che sono inclusi nel dono di Dio. Essi hanno un tono nuovo, perché considerano i credenti nella comunione del culto ecclesiale. Nel sacramento essi nascono nuovamente come bambini (2,1-3). Edificati sul fondamento che è Cristo, essi sono la casa (2,4-8) e il popolo sacerdotale di Dio (2,9-10).

v. 1. Il dunque indica la connessione fra ciò che precede e il seguito. In 1,22 si esigeva che nella comunità regnasse un cordiale amore fraterno. Dunque bisogna eliminare tutto ciò che può turbare la pace: ogni malizia e ogni inganno, impostura, invidia e tutte le maldicenze. La malizia è la potenza che distrugge la convivenza, l’inganno è la perfidia per la quale tutti i mezzi sono buoni per affermare meglio se stessi, ed è menzogna che distrugge ogni comunione. Da ciò derivano le singole azioni cattive rivolte contro l’amore: manifestazioni di ipocrisia, di invidia e diffamazioni.

v. 2. I battezzati sono paragonati addirittura a dei neonati e sono invitati a desiderare il loro cibo che è il latte spirituale genuino. Del latte come primo nutrimento dei credenti parlano anche 1 Cor 3,1-2 e Eb 5,12. In questi due testi il latte sta a indicare gli elementi fondamentali della dottrina, che si devono impartire ai cristiani ancora poco addottrinati e imperfetti, finché non si potrà dar loro del cibo solido. Quindi in questi testi il simbolo del latte ha un senso alquanto spregiativo: serviva per far capire ai cristiani che erano ancora dei bambini e che dovevano affrettarsi a crescere. Qui invece significa tutto il contrario. Il nutrimento del latte è qualcosa di prezioso; per questo è detto latte spirituale e genuino.

Nelle mitologie antiche il latte è il cibo degli dèi. Secondo la mitologia egiziana l’uso del latte di Iside rende il re d’Egitto immortale. In un papiro conservato a Berlino sta scritto: Prendi il latte e bevilo col miele prima dello spuntar del sole e vi sarà nel tuo cuore il divino. Sallustio (De deis 4) descrive così i misteri frigi: Noi celebriamo una festa....Ci asteniamo dal pane e dal cibo solido e contaminato...Digiuniamo...Poi ci nutriamo di latte, perché noi siamo dei neonati. Facciamo festa e ci incoroniamo. Ora possiamo comunicare con gli dèi. In 1 Pt 2,2 il latte è un cibo sacro, apportatore di salvezza. La chiesa primitiva offriva ai neobattezzati, dopo il battesimo, una bevanda benedetta composta di latte e di miele (Tertulliano, Marc 4,21; De corona mil., 3; Clemente Alessandrino, Praed. 1,6,45,1; ecc.). Il latte àdolos (genuino, non adulterato) fa riferimento all’esortazione del V.1 di lasciare ogni dòlos (inganno). Loghicòs (spirituale) è sinonimo di pneumaticòs (spirituale) come si trova nel V.5. Lo scopo dell’alimentazione è la crescita: questi bimbi cristiani devono crescere in salvezza. Alla luce del V. 3, il latte è Cristo.

v. 3. Il latte puro e spirituale è Cristo, che il cristiano riceve nella parola e nel sacramento. Il versetto è una bellissima affermazione di quanto il cristiano desideri Cristo. Egli gusta la bontà del Signore provando la sua grazia e il suo amore. La bontà di Dio e Dio stesso si possono sentire. La fede ha la sua esperienza.

 

e) La comunità come casa di Dio
(2,4-8)

4Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. 6Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. 7Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, 8sasso d’inciampo e pietra di scandalo. Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati.

v. 4. In 2,2-3 Cristo è il cibo, in 2,4-7 è la pietra angolare: i cristiani gustano Cristo e si edificano su di lui. Designando Cristo come pietra viva, si allude senz’altro al Risorto, che dalla morte è ritornato alla vita. Cristo è sempre allo stesso tempo il vivente e il respinto. Egli è il vivente nella sua gloria invisibile nella comunione con Dio, ma nel mondo è il disprezzato e l’emarginato.

Quindi la fede in Cristo non può reggersi sulla propria genialità morale e religiosa e neppure sui suoi risultati nella storia. Anzi, essa si trova sempre davanti allo scandalo della croce.

v. 5. Cristo è la pietra viva. I cristiani in comunione con lui sono pietre vive, coloro che egli ha strappato alla morte. Su questa base e su queste pietre si edifica la casa spirituale. L’immagine si evolve rapidamente. Se si costruisce un tempio, occorre un sacerdozio, anzi, tempio e sacerdozio sono una realtà unica. In 1 Pt 2,6-8 predomina nuovamente l’immagine della costruzione, mentre ciò che riguarda il sacerdozio si sviluppa in 2,8-10.

Il sacerdote è santo perché viene scelto da Dio e rientra nella sfera di Dio (1,15-16). Compiti del sacerdozio sono il sacrificio (2,5) e l’annuncio (2,9). Ma come il tempio è spirituale, così anche i sacrifici non sono più vivande e olocausti o agnelli e tori, ma vittime veramente sacre. L’Antico Testamento sa perfettamente che i veri sacrifici sono la preghiera (Sal 140,2), il ringraziamento e la lode (Sal 49,14; 106,22), il pentimento (Sal 50,19), e che questi sacrifici sono più preziosi di quelli delle prescrizioni legali (Os 6,6; Mi 6,6-8). Nel Nuovo Testamento il vero sacrificio è il sacrificio della fede (Fil 2,17); il servizio dell’amore come profumo soave, sacrificio accetto, gradito a Dio (Fil 4,18); la vita come vittima viva, santa, gradita a Dio, perché è liturgia spirituale (Rm 12,1); il sacrificio di lode..., beneficienza e comunione (Eb 13,15-16); la conversione dei pagani, dal momento che Paolo esercita il suo servizio apostolico affinchè l’oblazione delle genti diventi ben accetta, santificata dallo Spirito Santo (Rm 15,16); infine la fatica della missione apostolica e il martirio (2 Tm 4,6). In Ap 8,3-4 l’angelo porta le preghiere dei santi come un sacrificio di profumo davanti al trono di Dio.

L’atto morale non diventa un sacrificio gradito a Dio per virtù propria. Il sacrificio è possibile solo mediante Gesù Cristo (2,56). È Cristo il sacrificio gradito a Dio (Ef 5,2). E per mezzo di Cristo, che è entrato nel santuario come sommo sacerdote, la chiesa offre il sacrificio (Eb 13,15-16). Lo stesso Signore, che tutto contiene e tutto riempie (2 Cor 3,17), crea e ricolma la casa spirituale e l’offerta spirituale. Così è risolta la questione posta dalle generazioni di tutti i tempi, se Dio accetti il sacrificio. In tutte le religioni, degne di questo nome, c’è la convinzione che i sacrifici materiali sono privi di valore per la divinità e che essi hanno un senso solo quando esprimono le disposizioni spirituali dell’offerente. Per questo 1 Pt 2,5 parla appunto di casa spirituale e di vittime spirituali, e quindi di spiritualizzazione del culto. Ma nella Bibbia lo spirito è il pneuma, lo Spirito Santo. E culto spirituale non vuol dire astratto o irreale, ma sorretto, ricolmato e divinizzato dallo Spirito Santo, che è la realtà più reale di tutte e il valore superiore a tutti gli altri valori.

vv. 6-8. Cristo è la pietra angolare (v.6) e la testata d’angolo (v. 7). Qui le due espressioni indicano la pietra di fondamento che fa da angolo e che regge e compagina tutto l’edificio. Cristo è la pietra preziosa: così anche le pietre edificate su di lui ricevono il loro onore nel tempo presente e nel tempo del giudizio. Il cristiano riceve l’onore fin d’ora venendo inserito nel tempio che è costruito sul fondamento di Cristo. Ma l’onore e la dignità del cristiano si riveleranno in futuro, nel giorno del giudizio che è preannunciato dal non andrà in rovina del v. 6. Così anche l’inciampare degli increduli nella pietra avviene adesso per la loro incredulità, ma si completerà nella loro sorte definitiva.

I giudei e i pagani che non credono, urtano nella pietra angolare che è Cristo e si rovinano. Lo scandalo si compie con la disobbedienza alla parola. Il vangelo proclamato esige che lo si accolga con l’obbedienza. Un interessamento benevolo nei confronti del messaggio non basta. L’interessarsene per criticarlo è già un disubbidire e quindi un cadere: in definitiva il rifiuto ostile del messaggio è la catastrofe.

Il lavoro missionario compie una separazione perché il vangelo può essere accolto o respinto. Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i segreti di molti cuori (Lc 2,34-35). La riflessione della lettera sull’argomento è accentuata dalla breve frase: a cio’ sono stati destinati, cioè sono destinati a inciampare, non a disobbedire, perché questo dipende dalla loro decisione personale. Si pone il difficile problema della predestinazione, che non viene risolto né qui né in altri passi del Nuovo Testamento. Si ha però il presentimento e l’allusione ai contrasti che esso comporta. L’incredulità è disobbedienza. Quindi è una decisione e azione dell’uomo che, a torto e colpevolmente, si chiude alla chiamata di Dio. Ma non nel senso che l’uomo possa con l’incredulità resistere a Dio, che è il più forte. Anzi, il potere di Dio si esercita anche sull’incredulità e in essa si realizza la volontà di Dio. Infatti i non credenti non fanno che attuare il piano che è stato predisposto. La rovina di coloro che inciampano in Cristo mette chiaramente in risalto la colpa personale dei falliti.

 

f) La comunità come popolo di Dio
(2,9-10)

9Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; 10voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia.

v. 9. Pur tra così gravi problemi (2,8) la 1 Pt trova motivo di conforto per i credenti e per la chiesa nella coscienza di entrare nel numero degli eletti. Mentre la lettera accenna solo brevemente al problema del mistero e della sorte dei non credenti, si sofferma invece volentieri e diffusamente sul valore della chiesa. Essa sviluppa ed esprime questo pregio, enumerando una serie di titoli onorifici, che nell’Antico Testamento originariamente riguardavano Israele come popolo eletto da Dio. Il vero Israele è la chiesa (Fil 3,3). Perciò ad essa sono riservate tutte le promesse fatte a Israele e tutte le qualificazioni che ne indicano la dignità. Qui la 1 Pt combina tra loro diverse frasi dell’Antico Testamento. In Is 43,20-21 Jahvè chiama Israele: Mio popolo eletto, il popolo che io mi sono formato perché proclami le mie opere possenti. In Es 19,6 Dio dice: Voi sarete per me un regno di sacerdoti e un popolo sacro. Ora sono i cristiani il popolo di Dio eletto e riservato a lui. Essi sono partecipi delle promesse e certi dell’amore particolare di Dio. In questa elezione si fonda la loro unità e la loro separazione da ogni altro popolo. I cristiani costituiscono un sacerdozio regale (Es 19,6 LXX). Nei tempi antichi ogni capofamiglia o capotribù poteva esercitare il sacerdozio in Israele. Successivamente l’ufficio sacerdotale e quello regale furono riuniti nella persona del re. Il re messianico sarà un nuovo sacerdote e un nuovo re (Sal 109,4). Anche se frattanto sarà stato istituito da secoli un sacerdozio specializzato fra i discendenti di Aronne (Es 28-29; Lv 6) e sarà tramontata la monarchia, rimarrà però sempre la fama ideale d’Israele, la speranza di essere nel tempo messianico il popolo di Jahvè libero, sacerdotale e regale (Is 61,6; 62,3). Il sacerdozio è l’onore di servire Dio, quell’onore che nell’Antico Testamento voleva dire accostarsi all’altare; offrire i sacrifici ed essere mediatori tra Dio e il popolo. Eppure tutto ciò poteva giungere solo fino alla soglia del santuario. Ma regalità è vera libertà e autodeterminazione della vita. Ora nella chiesa la speranza d’Israele è diventata realtà. Il suo popolo è sacerdotale, in quanto sta di fronte a Dio e tutti hanno accesso a Dio (Rm 5,2; Ef 2,18). Tutti offrono sacrifici spirituali (1 Pt 2,5), tutti hanno il compito di annunciare (1 Pt 2,9). La chiesa nel suo insieme è sacerdotale, perché ognuno dei suoi fedeli è in diretto rapporto con Dio. In ciò sta il fondamento e la garanzia della libertà regale. Anche se ora questa regalità è nascosta, un giorno sarà manifestata come sovranità regale (Mt 19,28; Rm 5,17). Oltre che dalla 1 Pt, il sacerdozio regale dei fedeli è insegnato anche in Ap 1,6 e 5,10. La chiesa costituisce anche un popolo santo (Es 19,6). Esso è santo perché, come porzione di Dio, vive separatamente in comunione con lui (1 Pt 1,15-16). Significato analogo ha il titolo popolo acquistato in proprio (Is 43,21; Mi 3,17), ossia popolo che è speciale proprietà di Dio, perché è stato scelto da lui. Il popolo di nuova proprietà, la chiesa, è stato acquistato col sangue di Cristo (1 Pt 1,19; Ap 20,28).

Compito del popolo di Dio è annunciare le possenti opere di Dio, di cui è stato spettatore (cfr At 2,1-1). L’annuncio delle opere di Dio dev’essere fatto con il comportamento (2,12) e con le parole (3,15). Di questo annuncio parla anche Mt 5,16 e Paolo in 1 Cor 14,23: nella chiesa tutti sono incaricati di annunciare. E in definitiva, l’unica cosa da annunciare è la vocazione dei credenti da parte di Dio. Essi sono stati chiamati dalle tenebre alla luce. La luce è la sfera di Dio e della sua salvezza, le tenebre sono il regno di satana e della perdizione.

v. 10. L’enunciato si conclude con una citazione da Os 2,25 (collegata con altre reminescenze del profeta). Qui Os parla del ripudio e della riammissione d’Israele. L’Israele ripudiato è chiamato non popolo mio e non graziato, ma viene nuovamente accolto come popolo.

Nella 1 Pt si ha un senso diverso. I destinatari della lettera, una volta, essendo pagani, erano non-popolo e privi della grazia; ora sono popolo di Dio. Solo con la vocazione alla chiesa i pagani sono diventati un popolo, il popolo di Dio. Solo il popolo di Dio merita il grande nome di popolo. Soltanto la vocazione creatrice fa di una popolazione un popolo. Os 2,25 è citato anche in Rm 9,25 e precisamente nello stesso senso che in 1 Pt, cioè per la vocazione dei pagani.

La chiesa sa di essere il popolo di Dio. L’appartenenza alle stirpi e ai popoli di provenienza per lei ha perso il suo significato. Paolo scrive: La nostra patria è in cielo, da dove attendiamo anche il nostro Salvatore e Signore (Fil 3,20).

 

SECONDA PARTE 

IL CRISTO NEGLI ORDINAMENTI E NELLE EPOCHE DEL MONDO
(2,11 - 4,11)

La chiesa è il nuovo e vero popolo di Dio. Con una parenesi dettagliata la lettera dimostra che cosa ciò comporti per la vita quotidiana dei cristiani. Essa insiste nel rievocare l’estraneità della chiesa alla terra (1,1) e gli obblighi imposti dalla legge di santità (2,11-12).

Poi in un codice familiare si descrivono e si elencano i vari rapporti sociali dell’uomo sulla terra, l’ordine che li governa e il valore che essi hanno secondo i principi del vangelo. La parenesi rammenta i doveri del cristiano nella vita pubblica (2,13-17), le prestazioni dello schiavo (2,18-25), l’obbedienza della moglie al marito (3,1-6), la cura del marito per la moglie (3,7) e infine la concordia nella comunità (3,8-12). Queste esortazioni sono incorniciate da altre, destinate indistintamente a tutti.

A questo si aggiungono nuovi ammonimenti (3,13-4,11), anch’essi di validità generale, ma che hanno soprattutto lo scopo di invitare i cristiani ad accettare e sopportare le sofferenze e le persecuzioni, che essi hanno già incontrato e incontreranno. Con una descrizione accorata e accurata, viene presentato ai credenti l’esempio di Cristo, che ha saputo sopportare tutto tacendo e pazientando. Tale esortazione è necessaria perché l’ambiente pagano, in cui vivono i cristiani, è a loro sfavore, anzi ostile. Tutto ciò concorda con quanto sappiamo della storia della chiesa e significa che le persecuzioni contro i cristiani hanno già avuto inizio.

 

Introduzione:
comportarsi bene in mezzo ai pagani
(2,11-12)

11Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima. 12La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio.

v. 11. Un’apostrofe nuova - Diletti! - distingue ed apre una parte nuova della lettera: i destinatari dell’esortazione sono interpellati ancora come ospiti e stranieri (come in 1,1-17). Le successive esortazioni derivano da questa qualifica della condizione del cristiano. Sulla terra, il cristiano vive all’estero e appartiene al popolo eletto, santo. Egli deve concretizzare questa sua condizione rendendosi estraneo al male (come esige Paolo in Rm 6,11: Voi siete morti al peccato. Dunque uccidete il peccato nel vostro corpo!).

I destinatari sono chiamati diletti. Essi sono amati anzitutto dal mittente, ma anche dai fratelli e soprattutto da Dio. L’esortazione ad astenersi dalle concupiscenze carnali suppone che l’uomo corra il rischio di venir travolto dalle concupiscenze, se vi acconsente. Qui il termine epithumìa significa desiderio cattivo. Con l’aggettivo sarchicòs si intende carnale, tipico dell’uomo che non si sottomette allo Spirito. Come tali queste trame carnali fanno costantemente guerra all’anima (cfr Rm 7,23; 2 Cor 10,3; Ef 6,10-20; Gc 4,1; ecc.). Qui sarchicòs non qualifica dunque le concupiscenze carnali in senso strettamente sessuale, ma ogni peccaminosa tendenza egoistica.

La descrizione dell’uomo, sempre conteso fra carne e spirito, è conforme a quella che in genere compare nel Nuovo Testamento. Ma tale contrasto si trova anche nella letteratura greca e giudaica. Platone dice (Fedone 82-83): I veri filosofi si astengono da tutte le brame del corpo. E ancora. L’anima del vero filosofo, nella misura del possibile, si astiene dal godere a dal bramare, dalla svogliatezza e dal timore.

La Bibbia insegna che il corpo è creazione di Dio; perciò è buono e merita onore e non disprezzo. L’esortazione della 1 Pt intende rivelare all’uomo la sua realtà morale, metterlo in guardia dai pericoli in cui incorre e indurlo ad agire con decisione sotto l’aspetto etico.

v. 12. L’esortazione negativa (v. 11) è completata da un’altra positiva: i cristiani devono preoccuparsi di vivere rettamente. Si aggiunge una motivazione nuova: le calunnie contro i cristiani vanno messe a tacere. La chiesa deve difendersi da imputazioni pesanti. Come Cristo stesso era stato insultato, rimproverato di essere amico di pubblicani e peccatori (Mt 11,19), incolpato di bestemmia (Mc 2,7) e condannato a morte infame, così aveva predetto ai suoi discepoli che sarebbero stati anch’essi maledetti e perseguitati per causa sua (Mt 5,11). Al messaggio degli inviati in missione si risponde con insulti (At 13,45; 18,6) e, in ambiente pagano, i cristiani vengono calunniati e oltraggiati (1 Pt 3,9:15-16; 4,14; 1 Cor 4,12-13; Ap 2,9; ecc.). I cristiani sono considerati cacopoiòi. Cacopoiòs non vuol dire solo malfattore; qui (come in 2,14; 4,15; Gv 18,30) significa criminale. Questo significato è chiaro alla luce delle altre allusioni della lettera e dalle informazioni contemporanee. Gli scrittori contemporanei attribuiscono ai cristiani vizi di ogni genere. Ne citiamo uno per tutti. Tacito (Ann. 15,44) scrive che i cristiani erano una setta che praticava una superstizione nuova e dannosa. I cristiani vivono tra i cittadini in un mondo ostile. Devono sentirsi estranei e interpretare questo sentimento da cristiani convinti (1 Pt 1,1.17; 2,11), ma senza ritirarsi dal mondo. Devono superare l’odio con la testimonianza di una vita integerrima. La buona condotta è chiamata bella condotta perché il comportamento non dev’essere soltanto buono in se stesso, ma deve apparire anche tale all’esterno, per avere una persuasività sui pagani. Anche Gesù in Mt 5,16 invita a compiere opere belle. I pagani devono vedere le opere buone, devono giudicare in base a quello che hanno visto e non solo per sentito dire. Così si sentiranno spinti a lodare Dio (cfr Mt 5,12). Ogni opera buona dell’uomo è un operare di Dio (1 Cor 15,58).

I pagani loderanno Dio nel giorno della sua visita. Il giorno della visita di Dio è tanto il giudizio (Is 10,3; Ger 11,23) quanto il giorno della sua grazia e della sua salvezza (Gen 50,24-25; Gb 10,12; Sap 3,7). Pare che 1 Pt 2,12 dipenda da Is 10,3, dove il giorno della visita è il giorno del giudizio. Dunque questo giorno è la grande celebrazione del giudizio in cui l’innocenza e la beneficità della chiesa saranno manifeste, cosicché i pagani possano lodare Dio. Ma non è da escludere anche l’altro significato (cfr Lc 1,68; 19,44) nel quale il giorno della visita andrà inteso pure come il giorno in cui Dio viene a trovare i pagani con la sua grazia, perché essi - convertiti alla fede ed entrati nella chiesa - lodino Dio.

La prima lettera di Pietro parla delle relazioni tra la chiesa e il mondo. Anche se di fronte al mondo deve conservare le distanze dell’estraneità, la chiesa ha l’obbligo di prestare al mondo il suo servizio, se non altro per rendere onore a Dio. La storia della chiesa testimonierà che essa, quanto più si è sentita estranea al mondo, tanto più è riuscita a influire sul mondo e a plasmare efficacemente il mondo. Infatti, nel rendere questo servizio al mondo la chiesa non può confidare nella propria saggezza e capacità. Dio solo può concederle il successo. Le buone opere della chiesa provengono da lui. È lui che converte, non la chiesa. È lui che dà al momento giusto la conoscenza della fede e la forza della salvezza.

 

1
Il cristiano nello stato
(2,13-17)

13State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, 14sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. 15Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti. 16Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio. 17Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re.

Dall’esortazione generale a comportarsi bene tra i pagani (vv. 11-12) la lettera passa a precetti particolari. Gli ordinamenti stabiliti nello stato e nella famiglia vanno osservati.

v. 13. Questo versetto è la premessa maggiore da cui si ricavano tutte le frasi seguenti. Stando alla lettera, anthropìne ctìsis si potrebbe intendere come istituzione fondata dagli uomini. Ma gli ordinamenti di cui si parla nel seguito non sono istituzioni umane, ma disposizioni di Dio. Nel Nuovo Testamento ctìzein (Mc 13,19; Ef 3,9; Ap 4,11) e i suoi derivati si usano solo per l’attività creatrice di Dio. Perciò anthropìne ctìsis (cfr Cor 5,13; Gal 6,15) vuol dire creazione e assetto di Dio tra gli uomini. Allora si può capire facilmente anche l’espressione per amore del Signore: la sottomissione è richiesta per amore di Dio, Signore del creato.

v. 14. Per la 1 Pt il primo ordinamento della creazione è lo stato, proprio perché è la norma per tutti gli altri. Con ciò si pone una questione pressante. Nel tempo in cui Pietro scrive la lettera la vita dei cristiani nello stato e in pubblico è abbastanza difficile. Gli Atti degli apostoli ci danno degli esempi sufficienti. Ma tutte queste erano circostanze particolari, di cui erano responsabili soprattutto i giudei, che avevano crocifisso il Signore, avevano perseguitato gli apostoli e li avevano condotti davanti ai tribunali romani (1 Ts 2,14-15). Ora sembra invece che l’opinione pubblica dei pagani, tutt’a un tratto, sia diventata ostile ai cristiani. Come devono comportarsi il singolo cristiano e la chiesa nel suo insieme di fronte agli interrogatori, ai fermi di polizia e alle condanne da parte dei poteri dello stato? Le difficoltà poste da questo problema risultano dall’insistenza con cui ne tratta la 1 Pt: qui in primo luogo, ma anche in 3,14.17; 4,1.12-19; 5,13. A questo punto dobbiamo distinguere. Nel cap. 2 lo stato è riconosciuto, per principio, quale difensore del giusto e garante dell’ordine stabilito da Dio. Nei cap. 3 e 4 si pone il problema: come fare se l’autorità condanna i cristiani, quindi se li giudica ingiustamente? In conclusione (5,13) Roma è Babilonia, la città nemica di Dio, che deve aspettarsi il giudizio. Queste dichiarazioni nel loro complesso contengono il giudizio che la lettera esprime sull’argomento. Attenuando il giudizio possono emergere la speranza e la fiducia di poter avere giustizia e protezione dallo stato, ma anche la volontà di vivere in pace con esso, nella condizione di religio licita (= religione riconosciuta dalle leggi dello stato), come il giudaismo. Certo, si deve anche tener conto della possibilità che lo stato commetta ingiustizie. In tal caso la lettera può solo consigliare di aver pazienza come ha avuto pazienza Cristo. È dovere dello stato salvaguardare il diritto e la giustizia, il che comporta la punizione dei cattivi e la premiazione dei buoni (cfr Rm 13,3-4). Pare che per la lettera, non sia un problema il fatto che la punizione, in giusta misura, colpisca i colpevoli. I buoni però ricevono lode. Con quest’ultima espressione forse la lettera si riferisce a dei processi contro i cristiani che si sono risolti in favore degli accusati. In questo caso il verdetto dello stato è tornato a lode dei cristiani.

v. 15. Come operatori del bene, i cristiani devono mettere a tacere i pettegolezzi maliziosi e ottenere questo risultato soprattutto quando i sospetti diventeranno accuse davanti al giudice. Se i cristiani vengono assolti, hanno vinto l’ignoranza dei loro accusatori. La 1 Pt è indulgente, perché definisce gli avversari irragionevoli e il loro modo di agire viene attribuito a ignoranza. La lettera vuole sdrammatizzare i rapporti e dissuadere i cristiani dall’odio verso l’ambiente ostile, specialmente verso lo stato e i suoi tribunali. La parenesi assume la motivazione piu’ profonda col richiamo al volere di Dio. Secondo il volere ordinatore di Dio e in connessione con esso, buoni e cattivi ricevono la loro ricompensa; ma secondo il volere di Dio, il male deve essere vinto dal bene.

v. 16. L’obbedienza che si esige in 2,13 non significa mancanza di libertà. Poiché lo stato è l’ordine voluto da Dio, l’obbedienza all’autorità è obbedienza prestata a Dio, è servizio reso a Dio. Come fa Paolo (Rm 6,22; 1 Cor 7,22), così anche la 1 Pt insiste nell’affermare che la libertà cristiana consiste nell’essere liberi per servire Dio. E se i liberi sono servi di Dio, non possono abusare della libertà.

Si dà grande peso all’affermazione che il cristiano è servo di Dio. Alla religiosità greca questo modo di concepire il rapporto con Dio è estraneo. Anche per la relazione dell’uomo con Dio vale il detto di Platone (Gorgia 491): A chiunque si serva, chi serve non può star bene. Questa diversa concezione del rapporto con Dio si manifesta anche con l’atteggiamento che si assume nel pregare. Davanti alla divinità il greco sta in piedi, l’orientale si prostra, il cristiano s’inginocchia. Tuttavia il rapporto del cristiano con Dio non viene descritto completamente con la parola servo. Oltre che servo, è anche figlio ed erede (Rm 8,15-16; Gal 4,6-7) e il servizio di Dio è libertà autentica, libertà dal peccato (Rm 6,22) oltre che dalle forze e dagli idoli di questo mondo (1 Cor 8,5-6).

Libertà (eleutherìa) è il motto essenziale del Nuovo Testamento. Nel senso della Scrittura è libero colui che, assunto nella comunione con Dio, viene sottratto a tutte le pretese brutali del mondo e di tutte le sue attrattive. Per i greci la libertà è l’intima indipendenza dell’essere. Il Nuovo Testamento proclama il concetto e il valore della libertà, ma intendendoli e motivandoli in modo nuovo. All’uomo perduto nel peccato, Cristo ha ricuperato la libertà (Lc 4,19-21; Gv 8,32; 1 Cor 7,22; 2 Cor 3,17) e da allora la libertà cristiana viene sempre donata. L’uomo non si crea da sé la libertà (come insegna la filosofia greca); infatti, lasciato in balia di se stesso, l’uomo non può essere altro che schiavo del peccato. Egli però viene reso libero dall’intervento di Dio in Cristo, che lo mette di fronte alla sua realtà e alla sua storia autentica: Il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio (1 Cor 3,22-23). Confrontato con questa sua storia, il cristiano non può scegliere di fare quello che vuole, ma ha solo la possibilità di vincersi nella legge della libertà (Rm 8,2). Libertà è una parola d’ordine della dottrina cristiana.

v. 17. In queste brevi ammonizioni si ripete accentuatamente come devono comportarsi in pubblico i cristiani. Essi devono tributare a tutti l’onore dovuto, riconoscendo il ruolo e l’importanza degli altri. Ma per la fraternità cristiana si richiede l’amore. Secondo la lettera, solo a Dio è dovuto il timore; all’imperatore soltanto l’onore. Le riflessioni di 1 Pt 2,17 sono scritte per persone che vivono in mezzo a quel mondo dedito al culto imperiale e alla divinizzazione degli uomini, dove i confini tra dèi, eroi e uomini erano spesso annullati. Anche la 1 Pt esige che si obbedisca all’imperatore, ma si tratta di un’obbedienza prestata per amore di Dio (2,13). E se si obbedisce all’imperatore, lo si fa come a colui che detiene il potere supremo, dunque perché egli ha il dovere di governare. Tale obbedienza è distinta e diversa da qualsiasi sottomissione all’imperatore ritenuto una divinità, quale la esige il culto imperiale. La 1 Pt segna il confine che definisce la dignità e la libertà dell’uomo. Tali principi del Nuovo Testamento segnano un passo importante nella storia delle religioni e dello spirito. Il problema del cristiano come suddito dello stato è toccato e discusso in parecchi altri passi del Nuovo Testamento: Mt 22,15-22; Rm 13,1-7; 1 Tm 2,1-3; Tt 3,1-3.8; ecc. Il nostro testo è particolarmente affine con Rm 13,1-7 secondo cui il potere statale è istituzione di Dio. In considerazione delle esperienze fatte da Cristo, dagli apostoli e dalla chiesa circa il potere statale, il giudizio su di esso è stranamente incondizionato. E questo è secondo un’antica idea biblica, per la quale lo stato, compreso quello pagano, è sempre istituzione di Dio. È una tradizione che scaturisce dal profetismo antico e si diffonde e si approfondisce nei secoli successivi. Questa teologia sostiene sempre che Dio, creatore del mondo, è pure il Dominatore della storia. Egli, essendo il Signore dei re e dei popoli, fa sorgere e tramontare le potenze. Ad esempio in Is 1,20; 5,25-29 Assur è il flagello di Jahvè; in Is 45,1 Ciro è il consacrato di Dio. Per Ger 5,15-17; 16,3;21,4-7 Nabucodonosor esegue il giudizio dell’ira di Dio. Sap 6,3 dice che ogni autorità viene da Dio, ecc. Nella tradizione rabbinica è conservato un detto di età posteriore al 70 d.C.: Pregate per il bene del governo perché se non si avesse il timore dei governanti, l’uno inghiottirebbe l’altro vivo. Sia la 1 Pt che Rm 13,1-7 e 1 Tm 2,1-2 si situano all’interno di questa tradizione teologica favorevole allo stato, e, in questo caso concreto, a Roma. Il Nuovo Testamento contiene senza dubbio anche giudizi diversi su Roma e sull’impero, come quello a cui si allude in 1 Pt 5,13 chiamando Roma col nome di Babilonia. Infine, il contrasto più spinto con queste opinioni è rappresentato dall’Apocalisse nel cap. 13, in cui l’impero è la bestia alla quale satana concede trono e potere e nei cap. 17-18 in cui Roma è la prostituta Babilonia, su cui incombe il giudizio tremendo di Dio.

 

2
La condizione degli schiavi
(2,18-25)

18Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili. 19È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; 20che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. 21A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: 22egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, 23oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia. 24Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; 25dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.

Dopo aver preso in considerazione lo stato, si prendono in considerazione le relazioni al suo interno. Una prima esortazione molto estesa viene rivolta agli schiavi, e ciò fa capire di quali urgenti questioni si tratti, perché era difficile definire il ruolo degli schiavi nella comunità, dato il contrasto esistente fra la completa uguaglianza di diritti che gli schiavi avevano nella comunità cristiana e la mancanza di libertà personale in cui essi rimanevano per il diritto pubblico nella comunità civile. Perciò nelle lettere del Nuovo Testamento i padroni vengono ripetutamente invitati a rendere giustizia agli schiavi (Ef 6,9) e a trattarli con equità (Col 4,1), anzi con amore fraterno (Fm 16). E poi, i padroni cristiani non avrebbero neanche potuto cambiare la condizione giuridica degli schiavi semplicemente mettendoli in libertà, benché Paolo in un caso singolo raccomandi la liberazione (Fm 21) e la chiesa stessa non riusciva immediatamente e primariamente a perseguire un tale fine. Il padrone doveva non soltanto comandare agli schiavi, ma anche provvedere per loro. Ecco perché la liberazione, molto spesso, avrebbe comportato per lo schiavo disoccupazione, fame e ogni genere d’insicurezza. Data l’ingente quantità di schiavi, un rilascio generale avrebbe potuto scatenare una rivoluzione sociale. Proprio per questo nel Nuovo Testamento gli schiavi vengono esortati con perfetta cognizione di causa a rimanere nella loro condizione e a mostrarsi obbedienti; cfr Ef 6,5-8; Col 3,22-25 e, con particolare rilievo, 1 Cor 7,20-24: Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; ma anche se puoi diventare libero, profitta piuttosto della tua condizione! Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore! Similmente chi è stato chiamato da libero, è schiavo di Cristo.Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! Ciascuno, fratelli rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato.

Nel passo che stiamo leggendo la parenesi è radicata nella profondità della fede. Gli schiavi devono prestare il loro servizio per amore di Dio (vv. 18-20) e a motivo dell’esempio offerto dal Cristo sofferente (vv. 21-25).

v. 18. Quale sia la realtà a cui si deve far fronte, si può intravedere dalle parole e, ancor più tra le parole della lettera. Tante volte lo schiavo ha un padrone ingiusto, scontroso e duro. Ciò nonostante egli deve sottomettersi con timore, ma non per timore del padrone, ma per timore di Dio. Infatti la 1 Pt esorta ripetutamente ad avere questo timore (1,17; 2,17; 3,2), escludendo che si deve avere paura degli uomini: Non temete il loro terrore e non turbatevi (3,14). Poiché il servizio viene prestato a Dio, gli umori, i pregi e i difetti dei padroni non possono suggerire in che misura si debba obbedire.

v. 19. Lo schiavo cristiano sopporta tutto con una coscienza illuminata dalla conoscenza di Dio. Aristotele dichiarava nell’Eth. Nic. 5,10,8 che lo schiavo è proprietà del padrone e che quindi il padrone non può commettere ingiustizia contro lo schiavo. Ma il cristianesimo riconosce anche il diritto dello schiavo e lo protegge da ogni ingiustizia (Ef 6,5-8; Col 3,22-25; 1 Tm 5,1). Gli schiavi non sono una cosa di cui si possa liberamente disporre, ma uomini e fratelli, con diritti e doveri, con cui si può parlare. Anche se l’ordinamento esterno rimane ufficialmente quello che è, qui si proclama una nuova valutazione dello schiavo. Se la Scrittura, invitando a obbedire esclude ogni ribellione, essa respinge però anche ogni ingiusto uso del potere. Lo schiavo non può trarre dalle sue forze la sopportazione richiesta, ma essa è un dono di Dio, una grazia che Dio dà a chi fa tutto quanto dipende da lui.

v. 20. Lo schiavo che riceve una punizione per buone azioni compiute, ha un dono di grazia davanti a Dio. All’uomo davanti a Dio non è mai consentito vantarsi (Rm 4,2) perché tutte le sue opere sono dono del suo Dio.

v. 21. La parenesi si fonda sul ricordo del Signore Gesù Cristo. In lui si rende visibile, in parole e opere, la volontà di Dio e la destinazione a cui il discepolo è chiamato. Cristo ha sofferto con innocenza e pazienza. Ciò che è scritto in 2,22-23 è tratto dalla storia della sua passione e presenta l’esemplarità delle sofferenze di Gesù. Ma la lettera procede oltre, inserendo dapprima un rapido soffrì per voi (v. 21), poi esponendo ampiamente la virtù espiatrice e vicaria della sofferenza aggiunge: egli stesso ha portato i nostri peccati nel suo corpo sul legno (v. 24). Così sulla base del carattere vicario della sofferenza, si può chiaramente capire la sua esemplarità per gli schiavi. Poiché, se il Cristo ha patito per gli altri, ha patito anche innocentemente, come devono soffrire gli schiavi cristiani. L’esemplarità di questo soffrire viene delineata con immagini trasparenti. Per lo schiavo esso è il modello da riprodurre. Esso costituisce l’orma che il discepolo deve seguire e imitare. L’esempio che Cristo si è lasciato dietro, facilita la comprensione della volontà di Dio. Se gli schiavi sono pressantemente esortati a sottomettersi e a sopportare, la loro sofferenza, a cui nessuno finora badava, viene messa in comunione col dolore più grande: i patimenti del Redentore. Ma, al di là di questo caso particolare, con ciò si vuol dire di che tipo sia la vita e la morale cristiana. Esse non hanno spiegazioni naturali né dimostrazioni razionali. Tutta la vita del cristiano è un seguire Cristo, cioè avventurarsi nella fede.

v. 22. Nei vv. 22-25 si osservano i lineamenti del dolore supremo del Signore. Il racconto della passione è espresso con parole consacrate dell’Antico Testamento. Con particolare chiarezza riecheggia Is 53. Quindi la 1 Pt rientra in una tradizione che è propria della più antica storia della passione, quella conservataci nei vangeli. Le parole dell’Antico Testamento sono così inseparabilmente congiunte con il racconto storico, da far capire che la chiesa primitiva ha penetrato così a fondo l’Antico Testamento fino a capire che il Redentore, patendo, non era stato sottomesso alla violenza soverchiante dei suoi avversari, ma che la croce costituiva l’evento della salvezza conforme al piano di Dio. Questi versetti sono probabilmente una professione di fede preesistente alla lettera. Ciò sembra confermato dal rapporto che lega i tre inni a Cristo, così simili tra loro (1,19-21; 2,11-25; 3,18-22).

v. 23. Gesù dimostrò di essere innocente soprattutto con la sua pazienza nel soffrire. Perciò egli è di esempio a tutti gli schiavi tribolati. Ricordando gli oltraggi che Gesù sopportò senza lamenti la 1 Pt riprende evidentemente una tradizione storica riguardante la vita di Gesù. Egli che soffrì ingiustamente, rinunciò a far valere il suo diritto di sua iniziativa, e lasciò fare al giusto giudice, Dio, perché non desse ai colpevoli la loro pena, ma ai giusti la loro giustizia. Ciò che più impressionava già allora nella figura del Cristo sofferente era la pazienza silenziosa. L’insegnamento che si può trarre dall’esempio del Cristo sofferente è ovvio: la giustizia dello schiavo che soffre ingiustizia è sublimata nella giustizia di Dio.

v. 24. L’autore torna al tema che gli è caro. Egli non pensa più solamente agli schiavi, ma alla chiesa intera: "Egli portò i nostri peccati...". Il Salvatore sollevò i peccati dell’umanità sulla croce come un peso. L’immagine può essere condizionata dalla narrazione dell’Antico Testamento, specialmente da Lv 16,21-22, dove il capro espiatorio viene caricato dei peccati. Assieme ai peccati, egli vinse anche la pena per essi meritata, la morte, affinchè noi vivessimo. Però nell’Antico Testamento anafèrein significa spesso portare in offerta sull’altare dei sacrifici. Così la 1 Pt continua a far capire che interpreta il patire e il morire di Gesù come un sacrificio. La croce è l’altare, che qui è chiamato legno. Secondo Dt 21,22, il criminale condannato a morte, essendo maledetto da Dio, dev’essere appeso pubblicamente al palo. Ma se Cristo, che pure era innocente, stette appeso al palo, ciò non avvenne per una colpa sua, ma per quella di altri, per la nostra. Naturalmente, la vittima che il Redentore fece salire su questo altare non è il peccato, ma il suo corpo. Infine la lettera - basandosi su Is 53,5 - giunge alla formulazione: Dalle sue ferite mortali venne a noi la nostra salvezza. La lettera modifica il testo di Is rivolgendolo direttamente agli schiavi: Dalle sue piaghe voi siete stati guariti. Forse la lettera vuole ricordare agli schiavi, così spesso coperti di lividure, quali gloriosi monumenti esse siano, quando sono portate con i sentimenti e le finalità salvifiche del Cristo.

Come accade nell’etica di Paolo (Rm 6,15.23), dall’azione redentrice di Dio si deduce il richiamo morale. Nella morte di Cristo per il peccato, anche noi siamo morti al peccato per vivere d’ora in poi una vita dedicata alla giustizia (Rm 6,2-11). Dunque, la giustizia non si può ottenere con i propri sforzi morali, ma è sempre ottenuta mediante la croce di Cristo.

v. 25. L’atto di salvezza compiuto da Cristo viene ulteriormente descritto con l’immagine delle pecore sbandate, tratta da Is 43,6. La conversione è il ritorno dallo smarrimento a Cristo che, di conseguenza, è chiamato pastore e vescovo delle vostre anime. Cristo è colui che conosce le anime meglio di tutti e penetra tutti i loro segreti. Con i due titoli di pastore e vescovo viene indicato come colui che conosce, guida e protegge la sua comunità e ciascun suo componente (Gv 10,14). Come Paolo e tutto il Nuovo Testamento, la 1 Pt non ha cambiato nulla nell’istituzione giuridica e sociale della schiavitù. Ma dalla proclamata uguaglianza di diritti degli schiavi davanti a Dio e nella chiesa doveva necessariamente seguire l’uguaglianza sociale e giuridica. Perciò giustamente i documenti della liberazione degli schiavi, secoli dopo, si appellano alle lettere di Pietro e di Paolo nel donare la libertà agli schiavi: come dice l’Apostolo: Fratelli, Cristo ci ha riscattati (Gal 3,13) col suo sangue prezioso (1 Pt 1,19), dunque, d’ora in poi, anche tu devi essere libero, interamente libero, cittadino romano (Formulario bizantino dell’VIII secolo).

 

3
Il matrimonio
(3,1-7)

1Ugualmente voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti perché, anche se alcuni si rifiutano di credere alla parola, vengano dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, conquistati 2considerando la vostra condotta casta e rispettosa. 3Il vostro ornamento non sia quello esteriore - capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti -; 4cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio. 5Così una volta si ornavano le sante donne che speravano in Dio; esse stavano sottomesse ai loro mariti, 6come Sara che obbediva ad Abramo, chiamandolo signore. Di essa siete diventate figlie, se operate il bene e non vi lasciate sgomentare da alcuna minaccia. 7E ugualmente voi, mariti, trattate con riguardo le vostre mogli, perché il loro corpo è più debole, e rendete loro onore perché partecipano con voi della grazia della vita: così non saranno impedite le vostre preghiere.

La fede cristiana portò profonde modifiche anche alla condizione della donna. La pienezza dei diritti nella chiesa, risultante dalla comune ed eguale chiamata al regno di Dio, e il diritto della moglie - equiparata al marito - nella monogamia cristiana dovevano innovare radicalmente anche la posizione sociale della moglie.

v. 1. È la terza volta che la lettera comanda la sottomissione. Si deve dedurre che ciò sia importante per l’etica cristiana. Però non è una sottomissione all’arbitrio degli uomini, ma alla volontà di Dio manifestata nella creazione (2,13). In questo ordine del creato l’uomo è anche il capo della famiglia. Perciò la lettera esorta le donne ad adattarsi docilmente a quest’ordine, senza protestare, ma vincendo il male con la devozione, la purità e la bontà di cuore. Se il marito si chiude alla parola di Dio (restando pagano), la moglie non deve importunarlo ulteriormente con parole. Perché sarà la realtà del vangelo, rappresentata dal contegno della moglie, a conquistare il marito. Così la sua vita sarà una tacita ma convincente professione di fede.

v. 2. Il timore da cui la donna si lascia guidare non è il timore del marito, ma il timore di Dio (2,17-18). Il marito deve avvertire e constatare che la vita della moglie è dominata da un potere superiore, divino, che essa teme di offendere e al quale cerca di piacere. Il marito deve riconoscere la realtà di Dio dalla condotta retta e onesta (=casta) della moglie.

v. 3. La lettera con molta severità condanna ogni ornamento esteriore ed esige la bellezza interiore. Gli ornamenti esterni di cui si parla sono esemplificati nel lusso dell’acconciatura, dei gioielli, dei costosi abiti alla moda, di cui troviamo un’illustrazione nella letteratura e nei monumenti dell’epoca imperiale.

v. 4. Il vero ornamento della donna non si può vedere: è la persona interiore. Il valore dell’uomo interiore è eterno, indistruttibile, tutto diverso dal decoro esterno, che con l’andare del tempo scompare. L’uomo interiore è lo spirito mite e tranquillo. Non si tratta dello spirito umano, naturale, ma dello Spirito Santo che agisce in chi è rinato. Qui lo Spirito si rivela nella soavità e nella pace che viene sperimentata da chi possiede lo Spirito. Anche Paolo parla dello Spirito di mitezza (1 Cor 4,21; Gal 6,1). Davanti al giudizio di Dio l’ornamento interiore è prezioso, lo sfarzo esteriore è vanità.

v. 5. L’esortazione della lettera è garantita da una motivazione biblica, e l’ideale è evidenziato con l’esempio delle donne della Bibbia. Le donne presentate sono tutte qualificate come sante perché sono state scelte da Dio e sono piene di Dio. Ma in quelle figure parla Dio il quale esige che le donne siano come loro.

Mentre in un primo tempo la lettera ammonisce attingendo ad argomenti di critica culturale pagana (3,3), successivamente passa a considerazioni di antropologia nuova, dettate dalla fede biblica (3,4) e, infine, fonda la sua parenesi sulla parola di Dio (3,5).

v. 6. Dopo le affermazioni generiche, si menziona come unico esempio di moglie esemplare Sara, precisamente per la sua obbedienza. Le mogli cristiane sono figlie di Sara. Abramo è il padre nella fede di tutti gli uomini (Rm 4,1-12). Sara è la madre di tutte le donne che ubbidiscono come lei. Qui la tipologia che fa capo ad Abramo, sembra proseguire con quella di Sara, secondo Is 51,1-2: Ascoltatemi voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore; guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo vostro padre e a Sara che vi ha partorito; poiché io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai.

v. 7. Similmente i mariti devono rispettare l’ordine della creazione (2,13). La lettera ricorda agli sposi i loro doveri verso le spose. La moglie è sottomessa al marito, ma non è per questo abbandonata al suo arbitrio. La parenesi fa nuovamente appello prima a considerazioni di etica naturale, poi a motivi cristiani. Queste considerazioni e questi motivi faranno maturare il discernimento del marito. Egli non deve vedere cattiva volontà dove c’è solo indole diversa o forse soltanto debolezza fisiologica. Ma soprattutto la convinzione suggerita dalla fede cristiana deve far decidere il marito a comportarsi amorevolmente. La moglie partecipa e parteciperà alla stessa grazia della vita. Qui non c’è più né maschio, né femmina (Gal 3,28). Quindi uomo e donna hanno la medesima dignità, e la moglie può pretendere di essere onorata dal marito (1 Cor 11,11-12; Ef 5,23-33). C’è un ultimo argomento. Le preghiere dei mariti troverebbero inciampo, se il torto fatto alla moglie accusasse l’uomo davanti a Dio. Ma forse è più giusto intendere la cosa rivolta ad ambedue i coniugi. Anche in 1 Cor 7,5 la preghiera dei coniugi in una casa cristiana è considerata una cosa molto preziosa. La preghiera comune degli sposi, intesa come rapporto di coppia con Dio, è l’ultimo e il più prezioso frutto del matrimonio. Un suo guasto costituirebbe il danno più grave e più nocivo per il matrimonio. Anche in Mt 5,23; 1 Cor 11,20-29; Gc 4,3 liturgia e mancanza d’amore non vanno d’accordo.

 

4
La comunità
(3,8-12)

8E finalmente siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili; 9non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione. 10Infatti: Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra da parole d’inganno; 11eviti il male e faccia il bene, cerchi la pace e la segua, 12perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere; ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il male.

Dopo le esortazioni valide per i problemi e i ceti particolari, si conclude con una parenesi rivolta a tutti. Il v.8 descrive il comportamento nell’ambito della comunità e il v.9 l’atteggiamento da tenere verso gli avversari. Una citazione scritturistica dà maggiore autorità agli ammonimenti (vv.10-12).

v. 8. L’esortazione mira anzitutto ad ottenere l’armonia nella comunità. Questo intento è espresso nei suoi vari aspetti e presentato con grande insistenza mediante cinque aggettivi che, in quanto al senso, in parte coincidono. Il significato che essi hanno in questa lettera è tutto e solo d’impronta biblico-cristiana, e anche per il loro contenuto queste virtù sono praticabili solo nell’etica cristiana.

v. 9. Questa seconda esortazione regola il comportamento dei cristiani nei confronti degli avversari della comunità. Al cristiano non è solo vietato di ripagare il male col male; ma gli è comandato di vincere il male col bene e la maledizione con la benedizione.

vv. 10-12. Queste esortazioni sono motivate con una citazione appropriata del Sal 33,13-17. Questi versetti mettono in guardia dai litigi e dai peccati di lingua ed esortano al comportamento pacifico (vv.8-9), ma specialmente contengono il contrasto tra il fare il male e il fare il bene (vv.11-12).

 

5
Le sofferenze del mondo
(3,13-4,6)

13E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? 14E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, 15ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, 16con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male. 18Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. 19E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; 20essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. 21Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo, 22il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.

1Poiché dunque Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti; chi ha sofferto nel suo corpo ha rotto definitivamente col peccato, 2per non servire più alle passioni umane ma alla volontà di Dio, nel tempo che gli rimane in questa vita mortale. 3Basta col tempo trascorso nel soddisfare le passioni del paganesimo, vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle crapule, nei bagordi, nelle ubriachezze e nel culto illecito degli idoli. 4Per questo trovano strano che voi non corriate insieme con loro verso questo torrente di perdizione e vi oltraggiano. 5Ma renderanno conto a colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti; 6infatti è stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subìto, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito.

Questo brano è tenuto unito dai ripetuti accenni alle prove e persecuzioni attuali e imminenti della chiesa, dalle corrispettive esortazioni ad essere pronti a soffrire e inoltre da parole d’insegnamento e di conforto. Una volta ancora si propone alla fede l’esempio incoraggiante del Cristo sofferente (3,18-22).

v. 13. La soluzione al problema posto dalla lettera può essere solo questa: nessuno potrà farvi del male, se voi siete zelanti nel bene. Tuttavia non s’intende assicurare ai destinatari che essi, se si proporranno soltanto il bene, non dovranno sopportare nessuna ostilità e cattiveria. Anzi, la lettera deve parlare continuamente delle persecuzioni che i cristiani subiscono malgrado la loro indole pacifica. Il male non significa un cattivo trattamento esterno, ma la lesione interiore dell’uomo libero, buono e credente. Il mondo può perseguitare e uccidere il discepolo, ma non potrà fargli nulla di male. È la stessa convinzione di Rm 8,31: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?.

v. 14. In questa esortazione c’è una risonanza di Mt 5,10: Beati i perseguitati per causa della giustizia.... La lettera rafforza la propria esortazione citando Is 8,12. Il detto serve da ammonimento a conservarsi sereni anche quando la chiesa è perseguitata.

v. 15. Santificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Santificare Dio significa riconoscerlo come santo. Il riconoscimento del Cristo Signore avviene nei cuori dei credenti, vale a dire per mezzo di una vita di fede, perché il cuore rappresenta il centro e l’essenza dell’uomo. Questo riconoscimento deve però avvenire anche prestando testimonianza e dando ragione della propria speranza a chiunque. Chi pretende che il cristiano si giustifichi può essere un giudice o un amico o un nemico. La domanda può essere posta per curiosità, aggressività, o anche per desiderio di conversione. Ma si chiede ragione della speranza non della fede. La lettera ritiene che la speranza sia l’essenza della fede (1,3).

v. 16. La risposta va data con mitezza e timore, ossia senza arroganza e orgoglio. Si deve rispondere con dolcezza, comunque sia stata posta la domanda (2 Tm 2,24-25). Il timore è timore di Dio come coscienza della responsabilità che si ha davanti a lui. Probabilmente ciò vuol dire che il cristiano non può minimamente né abbreviare né attenuare il vangelo, ma è debitore verso tutti dell’insegnamento integrale. Inoltre è necessaria la buona coscienza intesa come la certezza di essere oggetto della grazia di Dio. Con questi presupposti la difesa non sarà inutile. La buona condotta dei cristiani verrà provata tanto nella società civile quanto davanti ai tribunali. Questa condotta è contraddistinta con la formula in Cristo. Questa espressione non è una formula vuota, ma ha un senso profondo: la vita dei cristiani è buona proprio perché vissuta nella comunione con Cristo.

Nelle lettere di Paolo, l’espressione in Cristo ricorre 164 volte. Ciò significa che è una realtà fondamentale della rivelazione cristiana. Cosa significa questa formula? Essa vuol dire che noi, la chiesa, la creazione esistiamo in Cristo. Tutto è stato creato in Cristo (Col 1,16); tutti sono stati redenti in Cristo (Rm 3,24; 8,2; 2 Cor 5,17). Paolo esprime la stessa idea con la tipologia di Adamo - Cristo in Rm 5. Adamo è il capo dell’umanità secondo la creazione naturale, Cristo è il capo dell’umanità nuova, redenta. Ambedue contengono in sé tutte le generazioni. Perciò Paolo può dire che i cristiani, l’intera chiesa e l’universo sono in Cristo (Rm 6,11; 12,3; ecc.).

v. 17. Le riflessioni si concludono con una frase che assomiglia alle esortazioni rivolte agli schiavi (2,20): È meglio patire il torto che farlo. Questo insegnamento è inteso come volontà di Dio. Il bene è sempre volontà di Dio. Che questo sia bene è rivelato dalla vita di Cristo, il quale ha compiuto la volontà di Dio esemplarmente.

v. 18. Come nella sua esortazione agli schiavi (2,21-24) così ora la lettera presenta allo sguardo dell’intera comunità l’immagine del Cristo sofferente, che commuove l’autore e l’intera comunità. Cristo è il prototipo del soffrire, e questo suo soffrire ha una forza redentrice. La parola apax (= una volta per tutte) ha un significato importante. La lettera vuole esporre l’esemplarità e l’unicità del soffrire di Cristo.

E unicità significa incomparabilità, ossia nessuno potrà ripeterla in seguito per conto proprio. Con una tale accentuazione dell’unicità la lettera si avvicina a Eb 9,26-28: Cristo è l’unico sommo pontefice e l’unica vittima. Il fatto che egli abbia patito per i peccati mette ripetutamente (1,18.19; 2,24-25) in evidenza quella portata salvifica della morte, che per il cristianesimo decide tutto. La teologia della passione è formulata in modo simile in Rm 6,9.

Che Cristo sia morto per i peccatori, pur essendo innocente e giusto, è dottrina unanime di tutto il Nuovo Testamento. Nel corso della storia della sua passione la sua innocenza e giustizia viene affermata da Pilato (Lc 23,22), da sua moglie (Lc 23,47), dal centurione che stava sotto la croce (Lc 23,47) e successivamente dagli apostoli e dalla chiesa (At 3,14; 2 Cor 5,21). Da questa antica affermazione la 1 Pt 3,18 trae un’idea nuova, ponendo in risalto il contrasto: il Giusto è morto per gli ingiusti. Scopo ed esito dell’opera di salvezza operata dal Cristo sono descritti con altre parole: essa ci ha dischiuso l’accesso al Padre. Come santi sacerdoti (2,9) i cristiani possono accedere a Dio.

Dato a morte quanto alla carne, ma reso alla vita quanto allo spirito. Cristo possedeva visibilmente una natura umana, terrena. Essa era sostanzialmente sottomessa alla mortalità e in essa Cristo morì, benché non fosse fatto solo di carne, ma anche di spirito, ossia di divinità. In questa esistenza divina egli viveva dall’eternità (1 Pt 1,11) e tale spirito non poteva morire. In base a questa esistenza spirituale, Cristo è ritornato vivo, ed è immortale sia dall’eternità sia per l’eternità (3,22). L’espressione reso alla vita indica la risurrezione di Cristo ad opera del Padre.

vv. 19-20. Pietro ci presenta una diffusa narrazione per dire ciò che ha fatto Cristo col suo spirito. L’espressione en o (=in esso) può essere riferita a spirito e allora vuol dire che con la parte spirituale, divina, della sua persona Gesù dopo la sua morte si recò dagli spiriti incarcerati. Ma en o potrebbe anche significare nel frattempo, cioè durante gli avvenimenti che stanno tra la sua morte e la sua risurrezione.

Gli spiriti in carcere sono i contemporanei di Noè che perirono nel diluvio per la loro irreligiosità e disobbedienza.

Questi uomini erano ritenuti particolarmente malvagi, e la tradizione giudaica era convinta che essi, in punizione, fossero relegati per sempre nell’inferno e che nel giudizio non risorgessero e non potessero avere parte alcuna al mondo futuro. Proprio per loro Cristo è disceso per portare il messaggio della salvezza. Quindi agli spiriti in carcere non venne annunciata una sentenza di pena, ma il messaggio della salvezza. L’efficacia dell’intervento di Gesù negli inferi significa che il potere redentore e regale di Cristo si estende ovunque. Esso penetra anche nelle infime profondità del mondo sotterraneo e le domina. Esso vale per tutti i tempi, per gli uomini della preistoria, del presente e del futuro. Nella letteratura e nell’arte paleocristiana la presentazione del viaggio di Cristo negli inferi fu abbondantemente sviluppata in modo veramente grandioso. Al nome e alla storia di Noè viene collegata una digressione: a quei tempi solo otto persone furono salvate mediante l’acqua. Per gli uditori ciò è un’ammonizione ad obbedire alla chiamata della grazia nell’imminenza del giudizio.

v. 21. La salvezza ottenuta mediante l’acqua del diluvio è una prefigurazione della salvezza mediante il battesimo. Un’altra spiegazione tipologica del battesimo si trova in 1 Cor 10,1-2, dove il passaggio attraverso il Mar Rosso è interpretato come prototipo del battesimo. La spiegazione tipologica deriva la sua possibilità dalla fede biblica, la quale sa che un solo e medesimo Dio opera nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Poiché è sempre lo stesso che parla e agisce, egli si manifesta in continuità con parole e azioni simili, e una cosa è spiegabile con l’altra, parola per parola, cosa con cosa, persona con persona. L’effetto del battesimo è di salvare, precisamente nel giudizio futuro.

La natura del battesimo viene definita al negativo e al positivo. Esso non è abluzione di sudiciume carnale, ma una richiesta a Dio di una buona coscienza, cioè si prega Dio perché crei una buona coscienza. La natura del battesimo si comprende ricordando la celebrazione liturgica. Il sacramento veniva celebrato come un bagno in acqua pura e solennizzato con una preghiera per la remissione dei peccati. Azione e parola, unite insieme, formano il sacramento. La parola è considerata come certamente efficace. La chiesa nutre la fiducia che la sua preghiera sia esaudita da Dio. Questa aspettativa si basa sulla salvezza effettiva della risurrezione di Cristo, il quale ricolma la sua chiesa della sua grazia (Rm 8,34). Per questo il nome salvante di Cristo viene invocato sul battezzando. Il battesimo ha una sua forza che salva. Però stando alla 1 Pt, esso è soltanto una preghiera perché Dio agisca. Ed esso ha questa sua forza solo per derivazione dalla salvezza operata dal Cristo.

v. 22. All’enunciato della risurrezione di Cristo segue immediatamente la confessione cristologica con cui la chiesa attesta l’esaltazione del Signore. Ma poiché Cristo sale dalla terra al cielo, per questa via egli transita attraverso le zone delle potenze, le quali - secondo la cosmologia antica e biblica - abitano tra terra e cielo (Ef 2,2). Esse devono riconoscere la sua sovranità, che ora vale per sempre (1 Cor 15,24 tratta della sottomissione futura; Ef 1,20; Col 2,15 di quella già avvenuta). La 1 Pt menziona tre classi di angeli con nomi desunti dalla speculazione tardo-giudaica. Nell’elenco delle potenze della 1 Pt compaiono al primo posto gli angeli. Le altre potenze sono chiamate potestà e potenze (Rm 8,38; 1 Cor 15,24; Ef 1,21). Assieme alla dottrina tardo-giudaica l’autore conoscerà certamente un maggior numero di classi angeliche. Ma tre di loro, enumerate a titolo d’esempio, bastano per concludere la confessione cristologica.

4,1. Oltrepassata la digressione 3,18-22, il v. 1 riprende l’inizio di 3,18 e trae le conseguenze di quanto vi si dice. I cristiani devono seguire l’esempio del Cristo sofferente e amarsi con i medesimi sentimenti. Essi devono essere pronti a soffrire come Cristo anche se sono innocenti e fanno il bene. Perché la sofferenza rende liberi dal peccato. Il significato di 4,1b non è del tutto chiaro o, per meglio dire, contiene tanti significati profondi che non è facile enucleare. Forse si vuol dire che il peccato proviene dalla carne, la quale è la sede del peccato, e che la carne evita per natura la sofferenza, ma con la sofferenza viene domata, e così viene vinto il peccato, e quindi chi soffre è liberato dal peccato, l’ha fatta finita con il peccato.

Forse si vuol dire che la pena che l’uomo soffre nel suo corpo per una trasgressione, espia e purifica (1 Cor 5,5) così che l’uomo per tal mezzo diventa libero dal peccato e in avvenire potrà vivere più cristianamente.

v. 2. Liberati dal peccato, i cristiani sono in grado di obbedire non più alle concupiscenze umane, ma alla volontà di Dio. È chiaro che qui con la parola uomo si vuole esprimere la cattiveria dell’uomo, la sua parte deteriore, il peccato. Secondo il verso seguente, tali sono i pagani. Essi vogliono indurre i cristiani a ritornare ancora alla vecchia vita sregolata.

v. 3. Prima di convertirsi i cristiani avevano vissuto nella mentalità e nelle abitudini pagane. La vita dei pagani è descritta con un catalogo di vizi. Il giudizio è molto cupo, tanto da far pensare a Rm 1,18-32. Che il paganesimo non sia innocente, ma colpevole è la convinzione sia di Pietro che di Paolo.

v. 4. I pagani si meravigliano che i cristiani non partecipino più alla loro vita dissoluta. I sospetti e le calunnie dei pagani sono chiamati bestemmie, cioè imprecazioni contro Dio. La chiesa si sente autorizzata a considerare tali false accuse come attentati all’onore e ai diritti di Dio (Mt 5,11; At 9,4).

v. 5. Alla bestemmia contro Dio deve necessariamente seguire il suo giudizio. L’universalità del giudizio, estesa a tutti, viene descritta come giudizio sui vivi e sui morti.

v. 6. Si parla del giudizio che si manifesterà a carico dei morti, e lo si fa con parole oscure per noi. Con il messaggio del vangelo, che venne loro annunciato da Cristo, giunse fino ai morti la parola di Dio, possente e creatrice, che fa sorgere nei morti la vita di Dio. Si tratta di coloro che sono morti prima della venuta di Cristo e che non avevano ancora incontrato il messaggio di salvezza. Il vero scopo dell’annuncio ai morti, però, non è la punizione, ma la vita secondo Dio, la vita eterna, compiuta, ispirata e donata dallo Spirito di Dio (3,18). Quindi non esiste né spazio né tempo nel quale agli uomini non sia stato offerto il vangelo e con esso la possibilità di avere la vita eterna.

 

6
L’ora escatologica
(4,7-11)

7La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. 8Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati. 9Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. 10Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. 11Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!

La nuova esortazione rivolge ai lettori un nuovo ed esplicito richiamo alla prossima fine. Quindi la 1 Pt partecipa a quell’attesa della fine sentita come prossima, che si manifesta nella maggior parte dei libri del Nuovo Testamento.

v. 7. Il sapere che la fine delle cose è vicina e che il Signore sta per tornare deve rendere il cristiano giudizioso e sobrio e indurlo a pregare (Mt 26,41). L’attesa della fine dei tempi non rende però privi d’interesse per la vita contemporanea. L’aspettativa del futuro conferisce al presente la radice della sua serietà, perché il futuro si decide adesso. Partendo dalla finitezza, la vita arriva all’infinitezza.

v. 8. Ciò che salverà nel prossimo giudizio sarà l’amore perché esso copre una moltitudine di peccati. È genuinamente neotestamentario il fatto che la lettera esiga per prima cosa l’amore, che è il primo precetto (Mt 22,36-37) o il precetto nuovo, che permette di accertare quali siano i discepoli (Gv 13,35). Questo verso è la formulazione positiva di Mt 6,14-15. Pietro sa che il perdono è un dono e non lo si merita mai. Non sono le opere buone che salvano, ma la grazia di Dio. Ma se uno ama, proprio perché ama, gli viene perdonato molto (Lc 7,47). Secondo Mt 25,35-45 l’esito del giudizio è deciso dalle opere dell’amore.

v. 9. Un’attività particolare dell’uomo è l’ospitalità. Le circostanze storico-culturali facevano dell’ospitalità un dovere sociale per l’uomo antico, anche per la mancanza di organizzazione alberghiera.

All’interno della primitiva comunità cristiana a ciò si aggiungevano altre condizioni particolari: accoglienza degli apostoli, degli evangelisti e dei maestri itineranti, e, con l’inizio delle persecuzioni, l’accoglienza degli oppressi, degli espulsi e dei ricercati.

L’ospitalità rientra addirittura nei doveri ufficiali dei vescovi (1 Tm 3,2; Tt 1,8). I membri benestanti della comunità devono ospitare le riunioni comunitarie (Rm 16,5; 1 Cor 16,19; Col 4,15). A proposito di queste esigenze interne della comunità qui si dice: Siate ospitali tra voi. L’aggiunta senza brontolare fa capire la situazione reale: l’ospitalità può essere un dovere e un onere faticoso.

v. 10. Per 1 Pt ciascuno ha il suo carisma, il suo dono proveniente dalla nuova creazione. Il cristiano è soltanto amministratore del patrimonio che gli è stato concesso. Egli ha ricevuto dei doni per metterli al servizio degli altri. Ogni dono è un profondersi della ricca dotazione di grazia da parte di Dio. Ciascuno nella chiesa ha la propria grazia (1 Cor 12,7). Quindi tutti possono contribuire alla ricchezza della chiesa e nessuno è inutile, ma ognuno ha la sua importanza e dignità. La comunità ha bisogno del singolo e il singolo ha bisogno della comunità. Così, nella comunione sono presenti insieme la molteplicità e l’unità.

v. 11. Non è un’esortazione generica, ma si riferisce a prestazioni concrete per la comunità. I servizi (come in At 6,1-4 e Rm 12,7) sono distinti in carisma della parola e carisma dell’attività assistenziale. Il maestro non deve trasmettere la sua opinione personale, ma deve comunicare il suo messaggio come parola di Dio. La parola di Dio si impone come un dato che preesiste alla predicazione dell’apostolo. Egli non è padrone, ma servo del vangelo (Ef 3,7; Col 1,23) e servo della parola (Lc 1,2; At 6,4). Anche colui che svolge un altro ministero nella comunità, deve sapere di essere un servo che agisce con la forza con cui Dio agisce nella chiesa. Se l’annuncio fa udire la parola di Dio e se il servizio trasmette il dono di Dio, il ministero è così liberato da ogni brama di sicurezza basata sui talenti e sugli sforzi personali. Ma questa consapevolezza non esonera l’uomo dallo sforzo personale, anzi proprio per questo gli impone una esigentissima responsabilità. Tutto il servizio reso alla chiesa non è fine a se stesso. Il fine del suo servizio come lo scopo di tutto è la gloria di Dio. Tutta la creazione sussiste perché in essa si manifesti la gloria di Dio (1 Pt 2,12). Ma la glorificazione di Dio, in definitiva, non viene dall’uomo e dalle opere umane, come invece crede l’idolatra. Infatti Dio può essere glorificato solo dal Figlio suo (Gv 17,4). Adesso questa glorificazione avviene nella chiesa, in quanto Dio, che mediante Cristo ha fondato la comunità, per mezzo suo ora agisce in essa, ed essa opera per mezzo dello Spirito comunicato da lui e per la forza concessa nello Spirito, per mezzo del quale essa offre a Dio sacrifici santi (1 Pt 2,5).

 

TERZA PARTE

ESORTAZIONI AGGIUNTIVE
(4,12 - 5,11)

Con la rinnovata esortazione ai cristiani sofferenti (4,12-19) si riprende un tema già trattato in 1,6-7; 3,13; 4,6. Questa pericope è ripetizione e supplemento, ma sul finire della lettera è anche un crescendo. Così, da ultimo, appare ancora una volta chiaro qual è l’ora della chiesa e come la lettera non sottovaluti la gravità della sofferenza che è imposta alla chiesa.

 

1
Nelle prove delle persecuzioni
(4,12-19)

12Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. 14Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. 15Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. 16Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome.
17È giunto infatti il momento in cui inizia il giudizio dalla casa di Dio; e se inizia da noi, quale sarà la fine di coloro che rifiutano di credere al vangelo di Dio? 18E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell’empio e del peccatore? 19Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, si mettano nelle mani del loro Creatore fedele e continuino a fare il bene.

Questa pericope cerca di spiegare il valore della sofferenza e con ciò le considerazioni passano dal senso più generico a quello particolare e cristiano.

Esse mostrano che la sofferenza non è qualcosa di strano e di difficilmente comprensibile, che possa sconcertare e confondere interiormente i fedeli. I cristiani si astengono dalle colpe e dai vizi dei pagani, eppure sono accusati e condannati. Devono soffrire. È questa la salvezza promessa? La lettera risponde a questa domanda.

v. 12. La sofferenza è la prova del fuoco. La parola fuoco non è soltanto immagine del dolore da sopportare, ma anche accenno alla purificazione e alla verifica così effettuata (1,7).

v. 13. La sofferenza non è nulla di strano o di sorprendente per il cristiano, perché lo stesso Cristo ha sofferto, e i cristiani, con la loro sofferenza, possono partecipare ai patimenti di Cristo e con ciò anche alla gloria, quando egli si manifesterà (1,7).

v. 14. La beatitudine e la glorificazione sono donate alla comunità già adesso. La sofferenza è l’essere oltraggiati nel nome di Cristo, come Cristo venne oltraggiato nella sua passione. Gesù aveva predetto ai suoi discepoli che sarebbero stati oltraggiati per causa sua, ma alla sofferenza aggiunge subito la beatitudine (Mt 5,11). La beatitudine della sofferenza consiste nel fatto che lo Spirito della gloria e di Dio si posa sui perseguitati. Come la gloria di Dio dell’Antico Testamento, presente nella colonna di nubi, riposava su Israele (1 Sam 8,21; Is 60,1-7; Ag 2,7), così la gloria del Nuovo Testamento sta sulla chiesa. Lo Spirito si posa soprattutto sui martiri della chiesa, tanto che il Nuovo Testamento fa sempre risalire il coraggio e la forza di soffrire allo Spirito Santo (Mt 10,19-20; At 7,55).

v. 15. Il patire per amore di Cristo è glorioso. Ma non deve mai accadere che il cristiano venga perseguito giudizialmente e punito per cattiva condotta. Resta la difficoltà di spiegare la parola allotriepìscopos, che ricorre solo qui nel Nuovo Testamento e non è assolutamente attestata al di fuori della Bibbia. Non sembra verosimile che significhi un vescovo che interviene in una diocesi che non è la sua. Non si può pensare che un tribunale statale si interessasse di un caso simile. Questa parola significa chi guarda al di fuori, chi cerca le cose altrui. È un avido di denaro o un ladro? È una spia o un delatore? È uno che s’ immischia nelle cose altrui? È un cristiano dallo zelo sconsiderato che rompe la pace domestica perché vuole convertire qualcuno dei suoi familiari o addirittura vuol cacciare indebitamente il naso nelle famiglie altrui?

v. 16. Il cristiano può soffrire solo a causa del suo nome di cristiano. Egli non deve vergognarsi di questo nome (Mc 8,38). Se sarà accusato o condannato perché cristiano, dovrà piuttosto glorificare Dio, con la confessione in tribunale o con la testimonianza delle opere e della vita. Questo brano della lettera lascia intendere non poche cose sull’incipiente persecuzione. Accuse e punizioni colpiscono i cristiani a causa del nome di Cristo (4,14) o del nome di cristiano (4,16). Basta il nome per essere condannati. Già la parola del Signore (Mt 5,10-11) annuncia tormenti a motivo del nome di Cristo. La chiesa già prima dell’anno 70 ha in vista la persecuzione della comunità che per la 1 Pt è forse già una realtà. Perciò non è necessario datare la lettera in età posteriore.

v. 17. Il cristiano può comprendere meglio la sua sofferenza se ha capito che è giunta l’ora del giudizio del mondo, e che questo giudizio incomincia dalla casa di Dio, la chiesa (2,5). Infatti nei profeti d’Israele (Ger 25,29; Ez 9,6) il giudizio di Dio ha inizio dal suo stesso popolo. Anche in Mc 13,9 la consegna dei discepoli al sinedrio, la flagellazione nella sinagoga e il giudizio dei potenti e dei re subìto per amore di Cristo, costituiscono l’inizio delle doglie del giudizio finale: ed è proprio ciò che la chiesa di Pietro ora sta sperimentando e che interpreta come inizio del giudizio finale. Poiché il giudizio è punizione per l’incredulità e perciò ha generalmente il carattere di giudizio punitivo, a questo scopo esso si compie anche per la chiesa. Anche la chiesa è sottoposta al giudizio. L’apostolo ne conosce le debolezze e i peccati. E la lettera ne deduce: se perfino la chiesa sarà giudicata, che cosa devono aspettarsi gli increduli (Lc 23,31)? Perciò i cristiani devono accettare volentieri la quantità di sofferenze a loro proporzionata.

v. 18. L’apostolo conferma la propria esposizione con un detto della Scrittura (Pr 11,31). La lettera si domanda come si troverà il peccatore alla conclusione del giudizio. Se il giusto si salverà a stento, che ne sarà del peccatore?

v. 19. Le esortazioni si concludono con un detto rivolto a tutti. Come in 2,15 e 3,17 si fa ancora una volta riferimento alla volontà di Dio, senza la quale non si ha sofferenza cristiana. Solo qui, nel Nuovo Testamento, Dio è detto il Creatore. E Dio è detto creatore per assicurare che egli, avendo creato la vita, ora anche la protegge da ogni pericolo e la conserverà. Ma l’essere affidati alla protezione del Creatore non è un placido riposo. Perciò, in conclusione, si raccomanda ancora una volta che si faccia il bene.

 

2
Esortazioni particolari agli anziani e ai giovani
(5,1-5)

1Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: 2pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; 3non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. 4E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce. 5Ugualmente, voi, giovani, siate sottomessi agli anziani. Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili.

v. 1. Gli anziani non sono semplicemente la categoria dei membri anziani della comunità, classificati per età o secondo il tempo della loro appartenenza alla chiesa, ma sono i capi eletti della comunità, che appartengono certamente alla classe dei più attempati. Sono i presbùteroi, i presbiteri, i preti. Ciò risulta immediatamente dai vv. 2-3 ed è confermato dagli scritti del Nuovo Testamento (At 14,23; 15,2; 16,4; Gc 5,14; 1 Tm 5,17; Tt 1,5). L’autore della lettera chiama se stesso sumpresbùteros, co-anziano. L’apostolo si colloca come fratello accanto e tra gli altri. La loro missione è la sua missione, la loro fatica è anche la sua, la promessa fatta a lui è anche la promessa fatta a loro. Se ciò comporta umiltà per l’apostolo, è pure una parola di esaltazione per i presbiteri. Essi vengono collocati al livello degli apostoli. La mansione degli uni è comparabile a quella degli altri. L’autore si definisce testimone dei patimenti di Cristo. La parola testimone ha due significati: l’autore si appella alla sua testimonianza oculare per confermare le esortazioni enunciate finora; e si presenta come colui che rende testimonianza attraverso una vita conforme alla passione di Cristo. L’allusione alla sofferenza di Cristo provoca l’allusione alla gloria, perché nell’annuncio biblico la passione di Cristo è sempre concepita come un’unità di morte e resurrezione (At 2,36; Rm 4,25; 8,34). Perciò la partecipazione all’una comporta pure la partecipazione all’altra (esattamente come in 1 Pt 4,13).

v. 2. I doveri dei presbiteri sono descritti come doveri pastorali. I credenti sono il gregge (2,15) e la mansione dei capi della comunità è di pascere il gregge (At 20,28; Gv 21,16). I capi sono i pastori della comunità (Gv 21,15-17; Ef 4,11). Gli ulteriori ammonimenti consentono considerazioni sulle circostanze e condizioni dell’ufficio di pastori.

Non per costrizione, ma volentieri davanti a Dio. L’ufficio di pastore può essere sentito come peso e onere soprattutto in tempo di persecuzioni.

L’ufficio vincola al cospetto di Dio, cioè l’impegno di pastore deve essere vissuto per amore di Dio. In ciò può essere contenuta la convinzione che si tratti di un servizio duraturo, fondato su un sacramento, avente il significato di una consacrazione.

Non per avidità di guadagno, ma volentieri. Come i funzionari corrono il pericolo di arricchirsi nell’esercizio delle proprie mansioni, così i presbiteri. Paolo riconosce il diritto dell’apostolo al mantenimento e il corrispondente obbligo della comunità, sancito dalla parola del Signore (Mt 10,10) anche se lui personalmente non fa uso di questo diritto (At 20,33-34; 1 Cor 9,7-12; 2 Cor 12,13-179). L’esortazione della 1 Pt fa ricordare ad esempio 1 Tm 3,3 ; Tt 1,7.11, dove dai vescovi si esigono il disinteresse e la libertà dalla cupidigia.

v. 3. Un altro pericolo delle cariche ufficiali è la sete di potere; donde l’ammonizione: i presbiteri non devono dominare sulla comunità. Essi devono dirigere la comunità con il buon esempio, non con la forza (2 Ts 3,9).

v. 4. Per i loro servizi disinteressati i pastori riceveranno la loro ricompensa al ritorno del Signore. Il Cristo che ritornerà a ricompensare i pastori, viene chiamato archipòimenos, arcipastore, il sommo pastore.

La ricompensa è presentata con l’immagine della corona, secondo l’antica usanza di conferire una corona al vincitore di una gara o a chi avesse esercitato eccellentemente cariche cittadine o statali. La corona poteva essere di materiale prezioso, ma anche un semplice ramoscello d’ulivo, proveniente dal bosco di Olimpia. Al confronto, la corona che donerà Cristo è specificata come immarcescibile.

Il Nuovo Testamento parla del premio della corona (1 Cor 9,25), col contrasto tra corona peritura e imperitura (2 Tm 4,8; Gc 1,12; Ap 2,10; 3,11; 4,49).

v. 5. Ai presbiteri è stata impartita l’istruzione di dirigere la comunità, ai giovani viene impartita l’esortazione all’obbedienza. I giovani sono quelli che per età sono i più giovani (1 Tm 5,1-2 ; Tt 2,69). Essi vengono esortati alla sottomissione, perché la gioventù è sempre propensa ad agitarsi e a ribellarsi. Ma l’ammonimento ad essere servizievoli viene subito esteso a tutte le categorie della comunità.

La parenesi è approfondita con l’esortazione all’umiltà, che dev’essere per il cristiano una virtù costante, ed è subito confermata con la citazione della Scrittura: Pr 3,34 LXX. Il detto si trova anche in Gc 4,6: Dio si oppone ai superbi, ma dà grazia agli umili.

 

3
Esortazioni all’umiltà e alla vigilanza
(5,6-11)

6Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, 7gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. 8Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. 9Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi. 10E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi. 11A lui la potenza nei secoli. Amen!

Il pensiero fondamentale di queste esortazioni finali è, ancora una volta, l’invito ad essere pronti a soffrire. Questo tema è stato importante fin dalle prime righe della lettera. Nei vv. 9-10 la parola soffrire ricorre esplicitamente, ma anche le frasi precedenti hanno un senso che accenna a questo tema.

v. 6. Nella sofferenza, se la si accetta dalla mano di Dio, si dimostra di essere umili davanti a Dio. Per mezzo del dunque il v. 6 riallaccia alla citazione del v. 5, da cui trae la conseguenza. La mano di Dio è protezione per l’uomo (Sal 9,33), ma essa può essere anche punizione (Sal 31,4; Gb 30,21). Qui sembra avere ambedue i contenuti. La mano di Dio pesa sulla comunità, perché le toccano in sorte le sofferenze. La stessa convinzione è espressa in 1,6; 3,17; 4,19. Ma la mano di Dio è anche aiuto e protezione. Essa innalzerà (v. 6) e toglierà ogni preoccupazione (v. 7). Il tempo opportuno dell’esaltazione è la parusìa, il cairòs èschatos, il tempo della fine (1,5).

v. 7. L’umile sottomissione consente di affidarsi completamente alla sua protezione, come la lettera dice citando il Sal 54,23. Anche Gesù, quando esorta a non preoccuparsi, richiama la fiducia in Dio (Mt 6,25-34). L’uomo può scaricarsi dalla preoccupazione come ci si alleggerisce di un peso. Dio lo prende su di sé. Egli non esaudisce tutti i desideri umani, perché alcuni sono egoistici, ma conserva le sue creature per la vita eterna, perché egli è benevolo e potente. Parlando di apprensione la lettera allude a quella in cui vivono i destinatari dello scritto: la critica situazione esterna della comunità di fronte alla persecuzione incombente.

v. 8. In tali condizioni si richiede anche sobrietà e vigilanza (1,13; 4,7) perché il diavolo è all’opera. Egli è qualificato come avversario e accusatore ed è paragonato a un leone ruggente. Satana è il grande seduttore, che cerca di indurre l’uomo nel peccato, ossia alla defezione dalla fede. Il contrario del peccato non è la virtù, ma la fede. Per questo il verso seguente esorta: Resistetegli, forti nella fede.

v. 9. La resistenza al diavolo si attua con la fede e la disposizione alla sofferenza. Chi nella persecuzione viene meno alla fede è ingoiato dal diavolo. Per i destinatari della lettera, dev’essere di consolazione e di incoraggiamento il sapere che i fratelli in tutto il mondo sono uniti a loro in una grande comunione di patimenti. Quando si soffre, ciò che può paralizzare veramente è la solitudine. La lettera fa intendere che la persecuzione si estenderà a tutto l’impero romano.

v. 10. Promesse e auguri di benedizione concludono le esortazioni. Vengono enumerati i doni di grazia che Dio elargisce ai credenti. Egli li ha chiamati alla gloria eterna, contrariamente alla sofferenza che è solo temporanea. Le dimostrazioni della grazia sono ulteriormente descritte da verbi che attestano che Dio prepara la sua chiesa, la conserva e la rafforza.

v. 11. La dossologia che conclude la lettera è molto breve. Vi si menziona unicamente l’onnipotenza di Dio, forse a compendio di 5,6-11, dove si parla appunto della potenza di Dio in modo particolare.

 

Epilogo della lettera: saluti e dati sul mittente
(5,12-14)

12Vi ho scritto, come io ritengo, brevemente per mezzo di Silvano, fratello fedele, per esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio. In essa state saldi! 13Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio. 14Salutatevi l’un l’altro con bacio di carità. Pace a voi tutti che siete in Cristo!

Alla lettera vengono aggiunte ancora alcune notizie personali e saluti conclusivi.

v. 12. Silvano è molto probabilmente quel Sila di cui si parla negli Atti degli Apostoli, prima come membro della comunità di Gerusalemme (At 15,22-41), poi come accompagnatore di Paolo nel secondo viaggio missionario (At 15,4-18,5).

Lo stesso Paolo ricorda Silvano come suo compagno di viaggio (1 Ts 1,1; 2 Ts 1,1; 2 Cor 1,19). Adesso, secondo 1 Pt 5,13, Silvano si trova accanto a Pietro a Roma.

Pietro ha scritto la lettera per mezzo di Silvano, il che può significare che Silvano ha scritto la lettera sotto dettatura, ma più probabilmente che Silvano ha scritto la lettera per incarico e in nome di Pietro.

Vi ho scritto brevemente. È una formula di cortesia con cui l’autore fa capire di non voler esagerare l’importanza del suo scritto. La lettera è breve rispetto a ciò che si sarebbe dovuto scrivere su un argomento così importante e in una situazione tanto grave (Eb 13,22). È stata scritta esortando e testimoniando: questo è un esatto compendio del suo contenuto. La grande grazia, in cui i lettori si devono collocare, è la vocazione attuale e la gloria futura. Questa grazia è vera e valida, perché Dio porterà a compimento la chiamata che comporta con sicurezza la gloria.

v. 13. Babilonia è uno pseudonimo di Roma. Babel si identifica con Roma anche in Ap 14,8 e 18,19. Qualificando Roma come Babilonia, il giudaismo e il primitivo cristianesimo esprimevano la loro ostilità contro Roma e, assieme, la loro aspettativa che, nel giudizio di Dio, Roma avrebbe subìto la stessa sorte di Babel. Quindi 1 Pt 5,13 si riallaccia a 1 Pt 2,13-17 e al giudizio ivi espresso su Roma e sul suo impero. Lo stato fa veramente parte dell’ordine connesso con la creazione di Dio e perciò merita rispetto. Ma, come ogni creatura, è sottoposto anch’esso alla legge e al giudizio di Dio.

Vi saluta Marco, mio figlio. Marco è figlio spirituale di Pietro. È quel Giovanni Marco di Gerusalemme (At 12,12) con la cui famiglia Pietro ebbe rapporti. Egli fu compagno di Paolo e di Barnaba nel loro viaggio (At 12,25; 15,37-39). Secondo Col 4,10; Fm 24; 2 Tm 4,11, Marco è accanto a Paolo nella prigionia che questi dovette subire proprio a Roma. Secondo Papia (in Eusebio, Hist. Eccl. 3,39,15), Marco assisteva Pietro come suo interprete a Roma. Secondo la tradizione è l’autore del vangelo che porta il suo nome. Quindi le notizie si armonizzano e concordano.

v. 14. La lettera si conclude con l’invito alla comunità a salutarsi con il bacio dell’amore. La lettera ripete ancora l’augurio di pace per quelli che sono in Cristo. Quelli che sono in Cristo sono nella pace perché non sono più in se stessi, il che produce angustia, paura e oppressione. Essi non sono più nella schiavitù del peccato e di satana. Sono redenti da Cristo, sono in lui e quindi sono nella pace perché Cristo è la nostra pace (Ef 2,14).

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