PASQUA AL MARE
ovvero
«Spiaggia come avventura interiore»
(Marchesini Aldo)


autori
titoli

 

Quelimane, 7 aprile 1996

Carissima Lella,

oggi è Pasqua e ti mando i miei più cari auguri di tutti i beni pasquali: grazia, vittoria e risurrezione!

Domani entrerò in ferie e penso di andare qualche giorno a Zalala, il mare di Quelimane. Così ho pensato di far parte con te, in diretta, della mia "spiaggia interiore".

Come sempre, l’effetto spiaggia comincia giorni prima, quando devo cercare di organizzare l’avventura. Da una parte c’è il desiderio di riposare, di tirare i remi in barca e dall’altro c’è quello di usare l’occasione per fare tante cose, tanto desiderate, per le quali non ho mai tempo: scrivere racconti, leggere, studiare, pregare, contemplare le nuvole sul mare, i corvi sulla spiaggia, rispondere alle lettere…

Sento il morso delicato, ma sempre un po’ doloroso del limite ultimo della natura di noi esseri pensanti: la velocità di scorrimento del tempo. I giorni di spiaggia sono in numero finito. Così pure tutte le sue ore, i suoi minuti, e perfino (terribile se ci fisso il pensiero) i suoi secondi…

Non vorrei scegliere: vorrei poter fare tutto! Per lo meno vorrei scegliere per fare le cose che più mi piacciono, che più sono manifestazione di libertà interiore e di gioia dello spirito. Ma poi, alla fine (ormai mi conosco) accetterò di accontentarmi di fare le cose di cui ho più bisogno e urgenza, come studiare per risolvere certi casi difficili, scrivere qualche articolo e rispondere alle lettere di "dovere", a scapito di quelle che si scrivono solo per desiderio di comunione e d’amicizia, per gratuità.

Oggi mi trovo a questo punto. Penso di restare a Quelimane domani lunedì, per mettere un po’ d’ordine in camera, sbrigare le cose da fare, del dovere, per poi essere più libero per tentare di vivere una maggiore libertà interiore in queste due settimane scarse di vacanza.

A mezzogiorno mi hanno telefonato i genitori per farmi gli auguri di pasqua. La mamma ha voluto spezzare una lancia in favore della libertà. "Mi raccomando, vai alla spiaggia senza programmi, solo per riposare e pregare!".

Queste parole mi hanno fatto coraggio.

Riuscirò ad avere tutto il coraggio necessario per non soffocare, colle "cose da farsi", la gioia della libertà e della gratuità?

Te lo racconterò giorno per giorno!

 

Oggi è mercoledì 10 aprile. Sono a Zalala! È una splendida mattinata di sole, col cielo sereno. È una piacevole novità, in questa stagione delle piogge, che sta facendo terribilmente sul serio dal mese di dicembre. In gennaio è passato pure un ciclone (di nome Bonita) che ha portato via un pezzo di tetto della nostra casa ed ha lasciato Quelimane senza luce, colle strade allagate, alberi sradicati e senz’acqua corrente per una settimana.

Il vedere il cielo sereno da un orizzonte all’altro dà una sensazione di gioiosa novità, un’impressione di rinascita, di qualcosa che sta ricominciando di nuovo.

Come s’intona bene, tutto ciò, con la pasqua, che stiamo vivendo in questi giorni! Colla sua resurrezione, Gesù ha inaugurato il mondo nuovo per eccellenza, quello definitivo che, un po’ alla volta, pretenderà il posto di questo attuale.

Lunedì l’ho passato a mettere un po’ d’ordine tra i miei scartafacci, catalogando, separando, archiviando in modo da poter ritrovare poi le cose.

Porre ordine…Che fatica combattere contro la corrente che percorre l’universo intero! Tutto tende ad un grado d’energia più basso e ad un’uniformità maggiore. È la seconda legge della termodinamica, quella dell’entropia, che ci insegnarono ai tempi del liceo, ai tempi della nostra adolescenza.

Mi sembrava una legge che riguardasse il mondo intero, ma, chissà perché, avevo l’inconsapevole coscienza che fosse una cosa non direttamente collegata colla mia vita, col mio io.

Sono passati trentacinque anni ed ora mi accorgo che la stanchezza che mi sento addosso alla sera, non è solo il frutto della lotta del giorno appena finito, ma della somma delle lotte di tutti i giorni, lotta contro quella benedetta entropia che riguarda assolutamente tutto ciò che esiste su questa terra. Finita l’adolescenza, finita la giovinezza, ho scoperto che anche il mio corpo è soggetto a questa legge!..

Eppure la novità di questo mattino, sereno e pieno di sole, mi assicura che nel mondo c’è posto anche per uno spiraglio di libertà, che l’entropia non è la padrona del mondo, che nel mondo soggetto all’entropia, Dio ha seminato, con un’abbondanza di là dall’immaginabile, un seme, che dell’entropia se ne fa beffe: la giovinezza! In ogni parte, ad ogni momento, sbocciano fiori nuovi di giovinezza, tra i viventi, nel mondo del pensiero, nell’arte, nella scienza, nella convivenza umana, nella spiritualità, nella nostra stessa coscienza.

Sì, nonostante tutte le nostre retoriche, Dio è eternamente giovane!

Questo mattino non è che appena la punta visibile d’un’immensa forza che preme da tutte le parti, e la felicità che mi consegna non è che un microscopico pegno della infinita felicità che la sostenta.

 

Riprendo la penna in mano soltanto oggi, giovedì mattina. Avrei voluto continuare a scrivere ancora, ieri pomeriggio, ma, proprio mentre mi accingevo a fare un riposino dopo mangiato, è arrivato da Quelimane padre Gabriele, il mio superiore.

"Ho due notizie da darti. Comincio da quella bella: padre Braga è stato nominato vescovo delle Azzorre."

Padre Braga è un mio confratello portoghese, che ha studiato in Italia e che faceva parte della mia classe nei due anni di filosofia. Poi lui è andato a studiare teologia a Roma, mentre io sono andato a Bologna. Tuttavia abbiamo continuato in parallelo e siamo stati ordinati nello stesso giorno: domenica 21 dicembre 1969, io a Bologna e lui alle Azzorre, dov’era nato. È il secondo compagno della mia classe a diventare vescovo in quest’ultimo anno. Il primo è stato un padre italiano, Marcello Palentini, missionario in Argentina che, dalla fine della teologia non avevo più incontrato: lui partì subito per il Sud America ed io per l’Africa. Fu nominato vescovo di una diocesi di Indios, al confine con la Bolivia.

"E la brutta notizia qual è?"

"È arrivato il padre Giuseppe Ruffini in aereo da Pebane: gli è uscita di nuovo l’anca e si fida solo di te. Non vuole che nessun altro lo tocchi."

P. Giuseppe è un padre che fu operato in Italia anni fa di endoprotesi all’anca destra a causa dell’artrosi. Dopo l’operazione gli uscì di posto nove volte. Alla nona si decise a tornare in Italia per faresi rioperare. Un mese dopo, nel 93 gli uscì di posto per la decima volta!

Ma, da allora, non era più successo nulla. Ormai non aveva più riguardi, all’infuori di quello di non accavallare le gambe da seduto.

Gli era uscita di posto la mattina precedente, alle cinque, a 210 km dalla missione, mentre era in viaggio per le cappelle periferiche col padre Nico, per celebrare la Pasqua. Le strade impraticabili li avevano costretti a passare la notte dentro un rudere di una vecchia bottega del bosco, scoperchiata dalla furia della guerra e abbandonata. Mentre stava accovacciandosi aveva sentito uno scatto e s’era ritrovato con la protesi lussata. Per fortuna era in compagnia di padre Nico e di due catechisti. Ma duecento chilometri durante la stagione delle piogge, in Mozambico, sono quasi l’equivalente della distanza di un anno luce.

Nonostante si fossero interrati una volta (soccorsi da un trattore appena superato) erano riusciti ad arrivare a Pebane per la notte. E la mattina seguente un secondo tocco della Provvidenza: un aereo da turismo in volo da Nampula a Quelimane con dei funzionari della lotta contro l’AIDS aveva fatto scalo a Pebane e l’aveva caricato. Così, in trentacinque minuti l’aveva sbarcato all’aeroporto di Quelimane. Altrimenti avrebbe dovuto percorrere 300 chilometri tra i più brutti in assoluto del Mozambico (e quindi del mondo!).

Di fronte ad un avvenimento simile, che fare? Ho preso la macchina e sono andato a Quelimane. Sono appena 35 chilometri ed in circa mezz’ora ero già là.

Ho fatto un tentativo di riduzione in casa, ma il dolore provocava spasmo dei muscoli e quindi non era possibile rimettere la protesi del femore al suo posto. Così l’ho portato all’ospedale, ho chiamato l’anestesista e la strumentista di turno e poi ho fatto la riduzione in anestesia generale. Per fortuna è stato facilissimo: al primo tocco l’anca è ritornata in sede.

Grande gioia del padre Giuseppe al risveglio, a sentirsi a posto e senza più dolore!

Così, con gaudio di tutti, sono ripartito per Zalala, dove sono arrivato alle luci delle prime stelle.

Qui al mare non c’è elettricità, per cui il cielo notturno, visto da questa oscurità, è uno spettacolo fra i più belli e, per chi non è mai stato sotto l’equatore, dei più incredibili. Il buio è totale, l’aria è tersa, senza alcun inquinamento. Le stelle possono brillare in tutta la loro originale purezza e bellezza. In questi giorni Venere si trova al punto più alto di tutto l’anno sopra l’orizzonte, per cui ha tutto il tempo di aspettare che il cielo sia totalmente nero, prima di tramontare. E nel cielo scuro è di una luce così intensa che ogni sera provoca un’esclamazione di stupore.

Quando sono sceso dalla macchina ed ho spento i fari, Venere era proprio lì, di fronte a me, quasi a darmi il ben tornato, a brillare nel cielo ancora chiaro, sopra i profili delle palme da cocco lontane e nella grande quiete della sera, popolata dal gracidìo ritmico e pacato delle rane.

La parentesi di Quelimane, aperta allo scadere delle prime ventiquattr’ore di vacanza, non ha interrotto il filo dell’avventura interiore della spiaggia. Sono ancora in corsa per cercare di vivere queste giornate in spirito di libertà.

 

Stanotte mi sono svegliato per il rumore della pioggia sul tetto di lastre di lusalite. Sono rimasto ad ascoltarla e ad apprezzarne le continue variazioni di velocità e di intensità, quasi fosse un’orchestra obbediente e docile alle minime variazione del direttore, il vento del mare.

A svegliarmi di notte, unico vigilante in un mondo che dorme, provo sempre un sentimento di gioia. Mi affascina gustare il sapore della notte. Molte notti le ho passate da sveglio, nella mia vita, ma sempre troppo occupato a lavorare per accorgermi di loro. Quando, invece, mi sveglio da solo, nel buio e nel silenzio, mi piace prenderne coscienza, avvertirla, quasi fosse una creatura viva, con la quale poter scambiare sentimenti e pensieri. Mi accade allora un fenomeno singolare: quanto più cerco di prendere coscienza riflessa, di saggiarne la sua consistenza e le sue qualità, tanto più mi accorgo di esistere io stesso; un’autocoscienza pura e immediata di me stesso, senza aggiunte e determinazioni, semplice, come semplice è la notte che mi avvolge.

Resto lì a gustare, senza pensieri, a farmi penetrare da ciò che capisco e sento. Ma lo stare senza pensieri, al buio ed in silenzio, mi fa ritornare dolcemente ed impercettibilmente nel sonno. Quel sentimento di gioia, però, è rimasto catturato nel mio cuore e continua, anche se io, ormai, non ne sono più cosciente…

 

Eccomi dunque qui, sabato mattina. Padre Gabriele non è ancora arrivato e sono già le dieci e mezzo. Forse verrà solo al pomeriggio.

Ho modo di riflettere un po’ su questi giorni, per coglierne il frutto. A parte quello sempre positivo della preghiera più intensa e prolungata, credo di aver dato un passo positivo nel contesto "fare-contemplare" su un punto: l’attenzione al sapore del presente.

Mi accorgo che le cose da fare, anche se non riesco mai a farle, occupano una parte importante del mio spazio interiore e, dato che sono situate nel futuro, tale futuro "incombe" in certo modo su di me e riempie di sé la mia attenzione, anche se solo è forse un’attenzione che non affiora appieno alla coscienza. Ma, pur non affiorando alla coscienza, la disturba e la distoglie dall’attenzione al presente.

Sono mesi che ci penso, e sempre più me ne convinco, che è il presente, vissuto con consapevolezza, gustato, assaporato, ad essere la radice della contemplazione, intesa come accorgermi, in forma riflessa, delle cose in me e fuori di me in questo momento, così come esse sono.

In questi giorni, per esempio, con una certa facilità, quasi con spontaneità, sono rimasto a guardare le nuvole del cielo, gli alberi snelli e sottili di fronte alla mia veranda che ondeggiano impercettibilmente alla brezza del mare, i corvi che arrivano e partono incessantemente dai loro rami più alti. Sono andato sulla spiaggia a camminare coi piedi sulla zona dove il mare senza posa bagna e si ritrae, ad ascoltarne il rumore e, dietro e sotto il suo rumore, ad ascoltare il fondo maestoso e solenne del silenzio.

Chissà perché il silenzio è un silenzio caldo? Le due sensazioni, uditiva e del calore del sole, che tutto penetra, si fondono in una sola. Ho scoperto un’infinità di suoni di cui non prendo mai coscienza: uccelli di tantissime speci differenti, cicale, grilli, rane, galli, galline, cani: Tutti fanno sentire la loro presenza. E poi rumori di lavoro, donne che pilano, cioè frantumano il rivestimento dei chicchi di riso per farlo brillare in quei mortai lunghi e stretti, dove battono con un grosso bastone arrotondato. È bello sentire la differenza tra una donna che pila da sola e due che battono nello stesso mortaio. C’è una cadenza ed un ritmo tipico. Il massimo del godimento è quando c’è una donna da sola e, ad una certa distanza sono in due. I tonfi dei bastoni fanno intrecciare i loro ritmi in combinazioni senza fine.

Se il silenzio si fonde, nel mio interno sentire, colla temperatura, i suoni si mescolano, invece con la sensazione della distanza: odo suoni ed immagino spazio.

L’intreccio fondamentale però è col tempo. Non però col tempo che passa. Il tempo che passa è la sensazione del tempo abituale, che mi accompagna sempre nel correre quotidiano dietro il fare e che è legato intimamente al mio protendermi inconsapevolmente, ma incontenibilmente, verso il futuro.

L’intreccio ora è col tempo che non passa, cioè con questo presente che resta, che resta fermo fintanto che io resto fermo ad ascoltare i suoni e a guardare le creature che popolano di sé il mondo in cui sto immerso.

Il tempo sta fermo perché io mi sono fermato!

Restare fermo, fermo e cosciente, consapevole, all’erta ma senza tensione, senza preoccupazione, senza voler trattenere né possedere nulla!

Il presente mi appare come una realtà che c’è già, che è prima di me, che, con me o senza di me, continuerà sempre. È come un treno su cui montare o una poltrona su cui sedere: mi sento accolto dal presente con ospitalità e benevolenza.

E allora sì, ci resto! Eppure sento che non ho il potere di restarvi senza interruzioni: come quando si prega, il corso dei pensieri crea continue distrazioni. E allora l’ascoltare ed il guardare mi aiutano a restare nel presente. E a questo punto si dà la connessione più bella e importante: il presente si intreccia con la coscienza di me, coll’io sono e coll’io ci sono.

Mi piacerebbe fermarmi e sviluppare a lungo questa coscienza di me, con parole adatte, ma forse perché è un qualcosa di puntiforme e che non scorre da un passato ad un futuro, ma resta fermo, capisco che il dipanarsi nel tempo del discorso ne tradirebbe l’essenza più caratteristica, che è appunto l’atemporalità, o, meglio, la sua puntiformità.

Che fare allora? come approfondire, fissare, assaporare questa scoperta? Istintivamente mi sento attratto a trasportare l’io sono e l’io ci sono nel mondo della preghiera. Mi pare che ci sia un’affinità straordinaria fra l’assaporare il mio io ci sono e la preghiera, la contemplazione, fatta di silenzio e di coscienza della presenza reciproca: di Dio a me e mia a Dio.

Anche quando si riesce a pregare un po’ di tempo secondo questa modalità, si ha l’impressione che il tempo si fermi e resti solo il nostro esistere in reciproca comunione, o, meglio, che esista solo l’esistere assoluto di Dio, di cui il nostro è un corollario.

Frattanto i giorni passano e devo dire che la coscienza del momento presente ha preso radici e ha dato un sapore di sapienza imprevisto a queste ferie. Oggi è venerdì della seconda settimana. Domani l’altro tornerò a Quelimane.

Domenica, molte visite; lunedì, martedì e mercoledì presenza di due suore nella casa accanto.

Non ho studiato, non ho quasi letto per via dell’orario della giornata, in gran parte divisa tra conversazione, visite al mare, passeggiate e, molto importante e confortante, preghiera prolungata.

Beh, anche l’esercizio dell’attenzione al tempo presente non è stato molto approfondito: ci sarebbe stato bene un mescolamento di silenzi prolungati e di "solitarietà" per acuire la coscienza. E invece…

In compenso la compagnia ha stimolato l’assistere allo spettacolo del passaggio dalla notte all’aurora, poi all’alba, fino allo spuntare del sole e a quello delle stelle, un’ora dopo il tramonto, camminando coi piedi immersi nello sciacquìo delle onde del mare.

Ti assicuro, Lella, che è uno spettacolo che vale la pena del sonno perduto, andare sulla spiaggia nell’ultima vigilia della notte, al buio, col cielo stellato e assistere al progressivo spegnersi delle stelle e all’accendersi del giorno. I colori sfumano uno nell’altro non solo ad ogni minuto, ma perfino in ogni pezzetto di cielo. Se poi c’è qualche nuvola, ancora meglio: fa da supporto a colori complementari di rosso, rosa, grigio scuro, e a frange di luce pura. Man mano che il giorno prende possesso del cielo, i colori trapassano verso il bianco e pare che ogni spettacolo sia finito. Ma, quasi di colpo, sbuca dall’orizzonte il primo punto di luce pura, e quel raggio dà l’impressione che veramente sia arrivato il re!

Il sole prende possesso, come dominatore assoluto di tutto ciò che si vede. Mentre prima era il cielo che si colorava, ora esso colora coi toni più brillanti e freschi la terra e tutto ciò che in essa abita: la sabbia, davanti a me, gli alberi, dietro di me, i pezzi di legno, i gusci di cocco, i granchietti che corrono in tutti i sensi sulla spiaggia, le onde del mare, colla scia brillante di tutti i colori tra il rosa e il blu, che come una magica sciarpa il sole lancia verso di me!

Com’è bello restare lì finché il giorno diventa pieno e, poi, alzarsi ed avviarsi placidamente verso casa, dietro la linea degli alberi, per fare colazione.

Poi c’è la notte, colla passeggiata fino al mare, per vedere le stelle.

Zalala è un minuscolo villaggio con una strada di terra dal percorso irregolare, un bivio e, alla fine e di lato, qualche sentiero con siepi, alberi, rododendri, palme da cocco e sottobosco. Nei punti più impensati, qui e là, ci sono avvallamenti pieni di umidità, con riso o pozzanghere piene di giacinti e di ninfee.

In tutto sarà formata da una cinquantina di case. Poi c’è una fascia di alberi alti e sottili, dalle foglie aghiformi, che formano un bosco largo un centinaio di metri, lungo tutta la spiaggia, per chilometri e chilometri. Zalala finisce in questo bosco.

Tutto questo lo si può vedere di giorno, quando c’è il sole.

Ma di notte Zalala si trasforma in sagome scure, che danno l’impressione di stare a dormire, tanto profondo è il silenzio ed immobile l’aria tiepida. Soltanto la strada sterrata, col suo colore chiaro, è seguibile dagli occhi.

Man mano che la vista si adatta al buio, si nota come la notte sia imbevuta di un tenue chiarore, che rende possibile distinguere le sagome delle persone che stanno accanto. Si cammina lentamente, assaporando la notte in tutte le sue dimensioni. Ma il "sapore di notte", della notte di qui, sulla terra, non è nulla in confronto con lo spettacolo della notte che regna nel cielo.

La Via Lattea è allo zenit, sopra le nostre teste e sembra lo strascico di un velo da sposa, fissato contro il fondo del cielo da una meravigliosa spilla di quattro lucentissimi diamanti, che formano la Croce del sud. All’altro estremo del cielo, verso ponente, brilla in tutto il suo incredibile fulgore, Venere.

Passiamo sotto gli alberi del bosco e sbuchiamo sulla spiaggia. C’è bassa marea ed il mare s’è così allontanato, che quasi non si sente più il rumore delle onde.

Ora il cielo è totalmente visibile, libero da un orizzonte all’altro. E’ strapieno di stelle e sembra vivo, contento di essere rimirato e lodato dalla terra. A che servirebbe tanta bellezza, se nessuno alzasse lo sguardo per goderne?

Guardando verso nord riconosco il grande carro dell’Orsa maggiore. È capovolto e appare enorme per l’effetto di lente d’ingrandimento provocato dall’aria calda sulle stelle basse sull’orizzonte. Il suo timone sprofonda dietro la curvatura terrestre. Da quella parte della terra ci sono le mie radici, i miei cari, la mia infanzia… Com’è piccola e grande al tempo stesso la Terra!

I miei piedi scalzi calpestano ora la spiaggia bagnata. Mi viene spontaneo distogliere lo sguardo dal cielo per guardare la sabbia: le stelle si specchiano sulla sua superficie levigata e lucente. Un altro cielo di stelle si apre sotto i miei piedi!

Mi sposto di qua e di là. Davanti e di dietro, di sopra e di sotto: stelle!

Il sentimento d’essere cittadino del pianeta Terra, acceso in me dalla vista dell’Orsa maggiore, svanisce come lume di candela al sorgere del sole. Circondato dalle stelle, sprofondato e sperduto fra il cielo sopra di me e quello sotto i miei piedi, sento cadere d’improvviso ogni confine, ogni limite.

Anche se l’osservo da un piccolo pianeta periferico della Via Lattea, l’universo mi appare così infinito che in qualunque suo punto mi possa ora trovare, non potrò che esserne al centro!

Lo sento, infinito, che mi circonda da ogni parte. La sabbia bagnata, sotto i miei piedi si è come dissolta, scura com’è, nella notte scura. Vedo solo il riflesso delle stelle, che ora diventano per me stelle per davvero, distanti anni e anni luce, come quelle del cielo di sopra.

Cielo di sopra, cielo di sotto, stelle, stelle da ogni parte. Questo sentimento mi prende, mi penetra. Sento che l’universo intero mi sollecita, quasi mi voglia chiedere qualcosa. Infinitamente grande com’è, ed io così infinitamente piccolo: eppure mi tratta da pari a pari, anzi, con rispetto!

Mi fermo. Attorno non vedo nessuno: mi sembra d’essere l’unico vivente. Sono ormai l’ultima occasione rimasta all’universo per passare dall’esistenza alla vita. Ecco, l’ascolto…

"Fammi entrare nella tua coscienza, fammi sapere d’esistere, fammi gioire d’esistere, fammi vivere!"

"Sì, fratello universo, entra in me, vivi! E tu, dilatami, fa in modo che entrando in me tu non diventi più piccolo, ma che io, invece, ti possa abbracciare per intero, secondo la tua immensità!"

E, per un attimo, io sono l’universo!..

Sono all’ultimo giorno. Ormai ho avuto tutto da queste vacanze al mare. Sono sazio. Allungo un po’ la preghiera.

Questo silenzio, con la sua pace ed atemporalità, crea un ambiente favorevole all’incontro col Signore. È lui, l’autore di tutto! È lui che ha fatto il mare, il cielo, la sabbia, il giorno, la notte, il tempo e l’assenza del tempo, la mia coscienza e l’immensità dell’universo.
Molto più delle stelle, mi abbraccia da ogni parte, molto più di me stesso, mi abita all’interno!

Oh, ricchezza della sapienza e della potenza di Dio: davvero in Lui siamo, ci muoviamo ed esultiamo!

 

Aldo

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