IL PADRE NOSTRO
(Pedron Lino)


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1. Padre nostro che sei nei cieli

Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate dite: Padre...» (Lc 11,12). Il discepolo vede Gesù che prega e sente il desiderio di imitarlo, di pregare in modo nuovo.

La preghiera non è un lusso né una debolezza dell’uomo, ma una necessità: è il respiro dell’anima credente. Non nasce dal complesso di inferiorità di chi vede franare tutto attorno a sé o cerca un’evasione dall’angoscia. Prima di mettere a nudo l’indigenza dell’uomo, la preghiera ne rivela la grandezza. Chi non sa pregare non conosce se stesso o ha paura di se stesso; non adora Dio perché adora se stesso: la più insulsa e ripugnante idolatria.

La preghiera non è soltanto un bisogno, ma una grazia, una felicità: «La preghiera e il colloquio con Dio è il bene sommo perché è unione con lui» (s. Giovanni Crisostomo). Scrive santa Teresa di Gesù: «La preghiera è un intimo rapporto di amicizia, un trattenimento con colui da cui sappiamo d’essere amati».

Per chi crede, Dio non è un’astrazione della mente, ma la realtà più reale, una persona che vive, che è la Vita, con la quale si può e si deve intrecciare un colloquio. La preghiera è il linguaggio della nostra fede.

L’avvocato africano Tertulliano, il più antico scrittore che ha commentato il «Padre nostro», verso il 200 d.C., ha potuto dire: «In esso è contenuto, come in una sintesi, tutto il vangelo». Diciotto secoli dopo di lui, J. Jeremias, uno dei più celebri studiosi della Bibbia del nostro tempo, ha scritto: «Il Padre nostro è il più chiaro e, nonostante la sua concisione, il più completo riepilogo del messaggio di Gesù che noi conosciamo».

E’ infatti il vangelo tradotto in preghiera e nella preghiera più perfetta e più sicura, perché preghiera di Gesù diventata nostra. «Tutte le altre parole che noi diciamo pregando non esprimono altro se non quanto è racchiuso in questa preghiera insegnataci dal Signore, se la recitiamo bene e convenientemente» (s. Agostino).

Nessuno sarebbe più presuntuoso di chi pretendesse di parlare a Dio meglio di quanto ha fatto e insegnato suo Figlio: lui che solo conosce il Padre (Mt 11,17), lui che solo sa quello che c’è in ogni uomo (Gv 2,25).

Gesù ha deplorato una preghiera fatta soltanto di parole (Mt 6,7), ma ci ha insegnato una preghiera fatta anche di parole. «La vera preghiera non è nella voce, ma nel cuore. Non sono le nostre parole, ma i nostri desideri a dar forza alle nostre suppliche. Se invochiamo con la bocca la vita eterna, senza desiderarla dal profondo del cuore, il nostro grido è un silenzio. Se, senza parlare, noi la desideriamo dal profondo del cuore, il nostro silenzio è un grido» (s. Agostino). Il «Padre nostro» è questo silenzio diventato anche grido: grido di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

Il «Padre nostro» è preghiera esclusiva e perfetta del cristiano.

Fin dai primissimi anni della chiesa si recitava tre volte al giorno in sostituzione delle preghiere giudaiche. Poteva essere recitata soltanto da chi nel battesimo era diventato pienamente figlio di Dio. Era il quotidiano, indispensabile nutrimento dello spirito cristiano. Dal quarto secolo la preghiera di Gesù trova la sua migliore collocazione nel cuore della celebrazione eucaristica, come la più idonea premessa alla partecipazione attiva alla mensa del Signore. Essa è preceduta da queste parole: «Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire: Padre nostro...». Senza un precetto di Cristo nessuno avrebbe mai avuto l’ardimento di chiamare Dio suo Padre. Senza Cristo non avremmo mai saputo perché e quanto Dio ci ami. Senza Cristo non avremmo mai saputo di essere realmente figli di Dio (Gv 1,13; 1Gv 3,1) e partecipi della natura divina (2Pt 1,4).

Fin dalle prime parole, quindi, la preghiera del Signore scopre tutti gli orizzonti immensi del mistero di Dio e dell’uomo. «L’amore ha impedito a Dio di restare solo» (s. Tommaso d’Aquino). Il Signore del mondo è il Dio dell’uomo, il suo creatore, il suo Padre.

Il Padre nostro sta nei cieli; nei cieli è la nostra patria (Fil 3,20); nei cieli è il nostro tesoro e il nostro cuore (Mt 6,20–21). Figli del Padre celeste, noi siamo a un passo dal cielo perché la grazia ha già dato inizio alla vita eterna in noi.

Nella lingua aramaica, parlata da Gesù, abbà aveva il valore del nostro papà o babbo e indicava quindi non soltanto confidenza, ma un vincolo di natura. Perciò l’invocazione di Gesù al Padre – Abbà – sarà anche l’invocazione di quanti diventeranno figli nel Figlio: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna..., perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Papà!» (Gal 4,4–6). «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Papà!". Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rm 8,15–16). La vita cristiana è «comunione col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1,3) e trova il necessario alimento nella preghiera al Padre insegnataci dal Figlio.

 

2 Sia santificato il tuo nome

La vigilia della sua morte, Gesù esprimeva la sua soddisfazione per aver fatto conoscere agli uomini il nome del Padre (Gv 17,6), cioè per aver rivelato Dio al mondo (Gv 1,18). Il nome, nel linguaggio della Bibbia, esprime l’essere, il carattere, la funzione di colui che lo porta. Il nome di Dio, perciò, è Dio stesso come lo abbiamo conosciuto per mezzo del suo Figlio venuto tra noi.

«Santificare» il nome di Dio significa riconoscere e onorare Dio come Santo. Domandare che il nome di Dio, cioè Dio stesso, sia santificato vuol dire chiedere che egli sia da tutti riconosciuto per quello che è: il Santo, colui che è totalmente diverso da ogni altro essere, «il solo che possiede l’immortalità, che abita in una luce inaccessibile; che nessuno tra gli uomini ha mai visto né può vedere» (1Tm 6,16).

Nella Bibbia Dio è proclamato «Santo, Santo, Santo» (Is 6,3). La triplice ripetizione indica il sommo grado della santità di Dio: egli è santissimo. Davanti a lui tutte le creature del cielo e della terra devono mettersi in profonda adorazione. Certamente, Gesù ci ha messi nella condizione di nutrire per il Padre celeste confidenza filiale, ma questa non abbassa Dio al nostro livello, ma innalza noi al livello del cuore di Dio. Dio non si è rimpicciolito, ma ha ingrandito l’uomo. Resta perciò intatto il nostro dovere di adorarlo e di glorificarlo.

Non c’è nulla al mondo che sgomenti e atterrisca quanto un uomo senza il senso di Dio. Sta scritto nella Bibbia: «I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento» (Sal 19,2); Cristo è venuto sulla terra col solo scopo di glorificare il Padre; fin da quando aprì gli occhi a Betlemme gli angeli cantarono: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli» (Lc 2,14). E chi crede di essere l’uomo che a questo coro oppone la sua indifferenza, il suo assurdo silenzio? Perfino i credenti spesso hanno la bocca chiusa e il cuore spento. Dio si è lamentato per mezzo del profeta: «Se io sono Padre, dov’è l’onore che mi spetta?» (Ml 1,6).

L’esclusione di Dio dalla vita dell’uomo, la pratica soppressione nel nostro cuore del sentimento di adorazione per lui, è una mutilazione nella nostra autentica umanità. Gli idoli che si sostituiscono a Dio (la ragione, la violenza, il denaro, se stessi, il sesso …) fanno indietreggiare l’umanità verso la più nera barbarie. Si è disposti a piegare il ginocchio dinanzi a tutti fuorché a Dio, e così l’uomo si vede degradato e distrutto nella sua dignità e va perdendo la gioia e la gloria di essere uomo. L’adorazione di Dio è la più nobile ed alta espressione della dignità dell’uomo. Bisogna che Dio sia Dio perché l’uomo sia uomo.

La glorificazione del nome di Dio si compie definitivamente nel Figlio Gesù: «Padre, io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare» (Gv 17,4). Così Dio santifica e glorifica il suo nome, e così dobbiamo santificarlo e glorificarlo noi, manifestando ciò che siamo diventati in Cristo e per mezzo di Cristo. Riconoscere Dio per quello che è non può ridursi a una semplice idea astratta, ma dev’essere un’affermazione fatta con tutta la nostra vita nell’adesione perfetta alla sua volontà. Professarsi cristiani e non dimostrarlo nei pensieri, nelle parole e nelle opere significa avere una fede fatta di fumo. Gesù, invece, ci ha detto: «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,14–16).

Onorare Dio è splendere della sua luce, riflettendola sul mondo, con una vita in cui sia facilmente identificabile la presenza di Dio e la potenza della grazia del suo Cristo (2Cor 4,6; 3,18).

Questa prodigiosa e progressiva trasformazione è la vera ed eloquente prova della nostra fede. «Noi siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo» (Ef 2,10). Nell’ultima cena, Gesù disse ai suoi: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli» (Gv 15,8).

Quando siamo aridi nello spirito e infecondi di opere defraudiamo Dio della sua gloria agli occhi del mondo, perché non riusciamo a dimostrare chi egli sia effettivamente per noi, con quanta forza egli incida nell’intera nostra vita. La prova più convincente dell’esistenza e della potenza di Dio siamo noi cristiani. Quando siamo cristiani.

Ai primi fedeli san Pietro scriveva: «La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio» (1Pt 21,12).

Il dovere del cristiano è quello di dimostrare al mondo che una vita ispirata alla religione e alle norme divine della morale è una vita piena, felice e feconda, una perenne giovinezza dello spirito; che il cristiano non crede per abitudine o per paura, ma per un liberissimo atto di intelligenza e di volontà; che lo sforzo per vincere il male dentro e fuori di sé non è rinuncia alla vita, ma ricupero di una dignità e di una pienezza senza le quali non vale la pena di vivere; che il progresso nella vita morale e spirituale è fondamento necessario alla piena promozione umana; che il benessere e il consumismo non sono le componenti più importanti di una vita autenticamente umana. Se oggi tanti, troppi, commettono spudoratamente il male, se ne vantano e lo pubblicizzano addirittura, perché i buoni non devono avere il coraggio di dirsi e dimostrarsi tali, senza lasciarsi impressionare dalla diffusa apostasia da Dio, senza lasciarsi intimidire dall’arroganza del male?

Preghiamo con Cristo: «Padre sia santificato il tuo nome». Cantiamo con Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore ... Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome» (Lc 1,46–49).

 

3. Venga il tuo regno

Il «Padre nostro» orienta la preghiera dei credenti in Cristo nella giusta direzione, equilibrando le esigenze di Dio e i bisogni dell’uomo.

Nella preghiera, dunque, c’è una legittima compenetrazione di ciò che riguarda Dio e di ciò che riguarda noi, nel rispetto della necessaria subordinazione: prima Dio e poi noi. Da soli valiamo poco; con Dio possiamo tutto. La preghiera, perciò, non è disincarnata, ma nemmeno è ristretta alle nostre necessità.

Nel «Padre nostro» c’è l’arcano di Dio e il dramma della condizione umana. Non è un lamento di miserabili, ma la preghiera di figli che conoscono, amano e invocano il Padre di cui hanno a cuore gli interessi. Gesù ha detto: «Il Padre vostro celeste sa di che cosa avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,32–33).

Anche il lettore più superficiale dei vangeli si rende conto che il regno di Dio è l’argomento essenziale della predicazione di Gesù. I primi tre vangeli parlano un centinaio di volte del regno di Dio o del regno dei cieli.

Interrogato da Pilato sulla regalità da lui pretesa, Gesù dichiarò: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,36–37). Il regno di Dio e del suo Cristo non è, dunque, tale alla maniera dei regni di questo mondo, ma riguarda gli atteggiamenti e i bisogni profondi, interiori dell’uomo. Cristo regna dando testimonianza alla verità, cioè alla piena e definitiva rivelazione delle intenzioni e della volontà di Dio sull’uomo da lui creato per la felicità suprema. Dio vuole salvare il mondo, non condannarlo. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,16–17).

Il regno di Dio non è un trionfo politico o un successo elettorale. Dopo la prodigiosa moltiplicazione dei pani, la folla avrebbe voluto rapire Gesù per farlo re, ma egli fuggì (Gv 6,15). Non fuggì, invece, quando fu coronato di spine (Gv 19,2).

Le sorti del regno di Dio non sono affidate alle armi o al favore popolare, ma a Dio soltanto. «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura» (Mc 4,26–28).

La storia è fatta dagli uomini, ma è dominata da Dio. Nulla può fermare il lento, ma inarrestabile sviluppo del regno di Dio. La sola storia degna dell’umanità sarà la storia del regno di Dio sulla terra. La parte di Dio nella nostra storia sembra a molti insignificante, addirittura inesistente, ma questa falsa impressione è stata già corretta da Gesù (Mt 13,31–33).

Il regno di Dio è la forza che solleva il mondo, è la vera ricchezza della terra, è simile a un tesoro nascosto, a una perla di grande valore (Mt 13,44–46). Chi può ancora dirsi veramente povero se ha a sua disposizione la ricchezza di Dio?

Il regno di Dio è in mezzo a noi (Lc 17,21). Realtà interiore ed invisibile, il regno diventa realtà visibile nella chiesa, istituita da Cristo per realizzare in questo mondo il dominio regale e salvifico di Dio, mediante la liberazione dal peccato, che è rifiuto della signoria del Padre celeste. A Nicodemo Gesù disse: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3,5), cioè mediante il battesimo che lo introduce nella chiesa l’uomo trova in concreto e con certezza la via, la verità e la vita di Dio (Gv 14,6).

A Pietro disse: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18–19).

Dopo la sua risurrezione, Gesù si mostrò agli apostoli vivo, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio (At 1,3) e ad essi diede un preciso comando: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18–20).

La meravigliosa avventura del regno di Dio non si esaurisce nella storia del mondo, ma avrà la sua fase culminante con la fine della storia, quando Cristo verrà come re a pronunziare l’ultimo giudizio di salvezza e di condanna: «Quando il figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si sederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo...". Poi dirà a quelli alla sua sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli"» (Mt 25,31–41). «Poi sarà la fine, quando egli (Cristo) consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte... E quando tutto gli sarà sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,24–28).

La Gerusalemme celeste sarà «la dimora di Dio con gli uomini. Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo ed egli il Dio–con–loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,3–4).

Così si concluderà la storia del regno di Dio, la cui venuta Cristo ci ha fatto invocare dal Padre suo e nostro.

Con Cristo e in Cristo il regno di Dio è già venuto sulla terra e tuttavia è lo stesso Gesù che ci insegna a pregare perché questo regno venga. In realtà è la potenza di Dio che instaura il regno, ma siamo noi che dobbiamo accoglierlo, e riconoscere di fatto la regalità del Signore. Dio regna anche se gli uomini non vogliono, ma in questo caso la sua regalità si manifesta nel giudizio e nella condanna, ai quali nessuno potrà sottrarsi. Il Signore però vuole regnare per la nostra salvezza. E’ bene allora interrogarsi fino a che punto siamo buoni cittadini del regno di Dio; fino a che punto siamo vivi al battesimo; fino a che punto siamo attivamente dentro il regno di Dio e non, piuttosto, vaghiamo ai margini, assenti e sperduti.

L’avvento del regno è per tutti gli uomini. Nessuno di essi è anonimo e senza volto: tutti sono immagine di Dio e per tutti è morto Cristo, il quale vuole attirare tutti a sé (Gv 12,32). Gesù ha detto: «Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Mt 9,38); «Io sono il buon pastore... e ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10,14–16).

Questa ansia di Cristo deve diventare la nostra, deve pesare sul nostro cuore. Dobbiamo pregare e operare perché tutti entrino nel regno di Dio. Ogni uomo è nostro fratello. Fu Caino che disse: «Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gen 4,9).

A nessuno è lecito barricarsi nel guscio del proprio egoismo o chiudersi nel proprio bozzolo d’oro: i beni della salvezza non sono un privilegio personale. Non abbiamo nessun merito per essere nati in seno alla chiesa, come tanti altri non hanno alcun demerito se non conoscono la felicità del regno di Dio.

Il Padre nostro ci invita a dilatare l’anima, a partire dalla preghiera, fino ai confini della terra, che sono i confini terrestri del regno di Dio.

Il regno di Dio deve ancora venire nell’ordine sociale. Non basta elevare alti e sterili lamenti sui mali del mondo; dobbiamo contribuire con tutte le possibilità a realizzare un mondo migliore, in cui l’uomo non sia lupo per un altro uomo, il potente non opprima vigliaccamente il debole, l’odio, l’ingiustizia e la violenza non seminino lacrime e sangue. E non si dica che ciò è al di là delle nostre possibilità e delle nostre forze, perché il mondo comincia a un passo da noi, è sulla strada che percorriamo ogni giorno. Chi dice di essere cristiano e non rende più abitabile la terra è un bugiardo. Dobbiamo essere sale della terra e luce del mondo (Mt 5,1314) nelle relazioni di famiglia, di amicizia, di lavoro. E’ là che si comincia a sollevare il mondo animandolo di spirito evangelico e di ansia di salvezza. E non è necessario per questo assumere pose donchisciottesche o atteggiamenti da acidi censori; è sufficiente essere consapevoli, con semplicità e spirito fraterno, delle proprie responsabilità di cristiani.

Il regno di Dio deve venire in tutto il suo splendore alla fine dei tempi e della storia. Perché pensare con terrore a quei momenti supremi se sono proprio quelli in cui si dispiega in tutta la sua potenza l’amore del Padre? Il cristiano aspetta con amore la manifestazione della gloria di Cristo alla conclusione della vicenda terrena (2Tm 4,8) e fin dall’alba della chiesa invoca nella lingua materna di Gesù: «Maranà tha: vieni, o Signore» (1Cor 16,22).

Dicendo «Padre, venga il tuo regno» noi desideriamo che Dio riceva tutta la gloria dagli uomini, che quanto ha fatto per essi sia da tutti goduto e amato, che la sua opera di salvezza non trovi ostacoli e giunga a felice compimento.

Il "Padre nostro" è un’alta scuola di fede; ci insegna ad estendere all’infinito i nostri orizzonti, a sentirci implicati nella vita degli altri e nella vicenda del mondo, a guardare a tutto e a tutti con gli occhi di Dio.

 

4. Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra

Dopo il fruttuoso dialogo con la samaritana, Gesù risponde ai discepoli che lo pregavano di mangiare: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete... Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,3234).

Dopo l’ultima cena, Gesù andò con i suoi discepoli in un podere chiamato Getsemani a pregare. «Cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me". E, avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!"... E di nuovo pregava dicendo: "Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà"... E pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole» (Mt 26,36–44).

Sulla croce, dopo orribile supplizio, Gesù sigilla la sua vita terrena pronunziando con infinita soddisfazione: «Tutto è compiuto!» (Gv 19,30). La volontà del Padre era stata fatta. Nel «Padre nostro» Gesù insegna anche a noi a chiedere: «Padre, sia fatta la tua volontà». Lui stesso ci ammonisce: «Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). E’ facile, infatti, pronunziare all’indirizzo di Dio parole bellissime, apparentemente piene di fede, ma è difficile avere un’adesione personale e totale a Dio, ai suoi pensieri e alla sua volontà.

Le parole inondano il mercato del mondo a prezzo di svendita; ma il costo dell’adesione a Dio è la vita tutta intera, senza sconti o patteggiamenti. E’ un rapporto nuovo di essere e di appartenere a lui: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). La fede, infatti, ci introduce nella famiglia di Dio con tutti gli oneri e gli onori: è una cosa seria, un impegno solenne.

«Entrando nel mondo, Cristo dice: «Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,5–7) e vivendo tra gli uomini ha ripetuto con insistenza: «Io non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5,30); «Io faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 8,29). Quale sia la volontà del Padre, Gesù l’ha detto con chiarezza: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,37–40).

La volontà di Dio è la santificazione e la salvezza di tutti: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1Ts 4,3); «Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4). Il credente deve riflettere e irradiare la santità di Dio in sommo grado. Gesù ci ha dato come modello il Padre: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Un cammino praticamente senza fine.

Il cristianesimo si distingue dalle antiche religioni per l’importanza attribuita alla vita morale come conseguenza della fede religiosa. Chi crede nel vangelo accetta come norma essenziale di vita la volontà di Dio. E’ la volontà di Dio, e non la dottrina umana, quella che esige una vita morale coerente e perfetta, anche a prezzo di rinunzie.

«Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione. Chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna» (Gal 6,7–8); «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).

La volontà di Dio è che siamo felici (1Ts 5,16–18). E la felicità nasce dall’osservanza dei comandamenti di Dio (Gv 15,10–11).

Dio fa tutto per amore e per il nostro vero bene: quando comanda o proibisce non può avere altro movente che il bene e l’amore. Per i nati da Dio la volontà di Dio è certezza d’amore.

Il buon cristiano non è un rinunciatario, un debole, un uomo che piega la testa e la schiena sotto il peso di una volontà minacciosa e implacabile; è un uomo che ha il coraggio di vivere in armonia con Dio e con se stesso, il coraggio di amare con la generosa offerta di sé.

Il male è una via troppo facile; è la via dei deboli, di quelli che vanno a rimorchio dei propri istinti, della mentalità corrente; pecore matte in un gregge sbandato. E’ facilissimo andare alla deriva, cedere ai compromessi; per essere buoni, invece, si ha bisogno di un cuore da leone. Dire a Dio «sia fatta la tua volontà» con supina rassegnazione, con tetro fatalismo, è deformare la preghiera che Gesù ci ha insegnato. Responsabili delle nostre azioni siamo noi.

Qualunque cosa ci accada «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28); «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,18). Il cristiano, come il Cristo, non sfugge al mistero del dolore: lo affronta con animo forte e avendo accanto a sé il fratello Gesù che sa compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato (Eb 5,15).

Con l’espressione «come in cielo così in terra» Gesù ci esorta a riempire la terra di cielo, ad anticipare nel profondo del nostro spirito la pace della patria celeste, a riempire di eterno ogni attimo sfuggente della vita.

Nel cielo gli astri «splendono nei loro posti di guardia e brillano festosi»; Dio «li chiama ed essi rispondono: "Eccoci" e splendono con gioia in onore di colui che li ha fatti» (Bar 3,34–35).

Gli angeli «eseguono la volontà di Dio ascoltando il suono della sua parola» (Sal 102,20–21).

Noi preghiamo «sia fatta la tua volontà» affinché gli uomini siano docili alla voce di Dio per giungere a salvezza e partecipare alla gloria di Dio nell’universo.

La volontà di Dio è il principio e il fine di tutto ciò che esiste. Nelle tempeste della vita, la volontà di Dio è un approdo di pace, dove le braccia del Padre si aprono ai figli con ansia d’amore. La voce antica e nuova della Bibbia grida al Signore in nome di tutte le creature: «Nella tua volontà è la mia gioia» (Sal 119,16).

 

5. Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Durante la sua vita mortale, Gesù condivise la nostra condizione umana in tutto, fuorché nel peccato, e si prese cura di tutto l’uomo, spirito e materia.

Nutrì le folle con la parola di Dio, ma sentì ugualmente forte il problema della fame e della mancanza di pane. «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li mando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono da lontano» (Mc 8,1–9).

Anche dopo la sua risurrezione Cristo non nutrì i discepoli con armonie angeliche, ma con pane e pesce arrostito (Gv 21,1–14).

Gesù lenì le miserie, sanò i malanni, restituì agli infelici la gioia di vivere, alle famiglie in angoscia la tranquillità. Gesù non ignorò i bisogni materiali dell’uomo, ma ne fece esperienza personale. Nel «Padre nostro» ci autorizza a chiedere il necessario sostentamento della vita, non da egoisti e da ingordi, ma secondo lo spirito del vangelo (Mt 6,24–34). Noi siamo figli del Padre celeste che conosce i nostri bisogni e provvede: non abbiamo motivo di affannarci. «Chi tra voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!» (Mt 7,9–11).

Gesù deplora che l’uomo si faccia schiavo dei beni materiali, che li serva invece di servirsene, che li metta al vertice delle sue occupazioni e delle sue preoccupazioni, come se fossero la ragione suprema della vita. Gesù vuole che l’uomo non perda il dominio delle cose che fin dall’inizio il creatore gli ha dato (Gen 1,28).

Il cibo, il vestito e tutto il resto non cadono dal cielo. Dobbiamo impegnarci a procurarceli. Guardare l’esempio degli uccelli e dei fiori non vuol dire incrociare le braccia. Lo stesso Figlio di Dio, fatto uomo, ha dovuto lavorare duramente per procurare a sé e ai suoi il necessario per vivere: ha fatto il carpentiere fino all’età di trent’anni. Il richiamo del «Padre nostro» alla provvidenza del Padre celeste ci ricorda che le cose necessarie alla vita sono dono della creazione di Dio il quale ha messo le cose buone da lui create a disposizione di tutti (Gen 1). Di suo l’uomo ci mette l’operosità, ma non l’avidità e l’avarizia: questa è la ragione per la quale Gesù ci invita a chiedere il pane «nostro» con una preghiera fraterna. I beni non sono un privilegio di pochi, ma un bene comune la cui destinazione universale è compromessa dall’egoismo privato e pubblico, dagli sperperi, dalle ingiustizie sociali: cose tutte che sono in contrasto con la volontà di Dio.

E’ orrendo e insensato che, in una società come quella di oggi, accanto a persone e a nazioni gonfie di benessere ci siano persone e popoli interi che muoiono letteralmente di fame. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che «Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e popoli, così i beni devono, secondo un equo criterio, essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e compagna la carità... Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri. Del resto a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alle proprie famiglie. Questo ritenevano giusto i Padri e Dottori della chiesa quando hanno insegnato che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto con il loro superfluo». Il Concilio richiama a questo proposito un’antica sentenza: «Nutri colui che è moribondo per fame, perché se non lo hai nutrito l’hai ucciso» (GS, 69).

Non basta parlare, fare congressi e cortei; non basta amare a parole o stanziare i soldi degli altri per la fame nel mondo. «Egli (Cristo) ha dato la vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1Gv 3,16–18). «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?» (Gc 2,15–16).

Noi siamo amministratori dei beni di Dio, non proprietari. Non ci è lecito sperperare i suoi averi (Lc 16,1–15) né mettere al posto del Dio trino il dio quattrino. E non basta aiutare gli amici, i buoni, coloro che chiedono con garbo, buona educazione e umiltà. Ma «se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare, se ha sete dagli acqua da bere; perché così ammasserai carboni ardenti sul suo capo e il Signore ti ricompenserà» (Pr 25,21–22; Rm 12,20). Il cristiano «si vendica» dei suoi nemici facendo loro del bene. Il bene fatto a un indegno è come fuoco bruciante che lo porta a conversione. L’amore che dona deve essere generoso e lieto «perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7).

Insegnandoci a chiedere a Dio il pane quotidiano, cioè per le necessità di un giorno, Gesù ha inteso anche moderare l’eccesso dei desideri dell’uomo e liberarlo dalla cupidigia, che può degenerare in ingiustizia, in violenza e perfino in delitto, come puntualmente registra la cronaca quotidiana. Un saggio della Bibbia ha scritto questa splendida preghiera: «(Signore) non darmi né povertà né ricchezza, ma fammi avere il cibo necessario perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: "Chi è il Signore?", oppure, ridotto all’indigenza, non rubi e profani il nome di Dio» (Pr 30,8–9).

La civiltà del nostro tempo è definita consumistica e del benessere. Il superfluo è diventato necessario, è derisa la sapienza e commiserata la gioia di chi sa moderare le proprie aspirazioni. I desideri non hanno più freno e divorano il cuore. Non si vogliono affrontare tempo e fatica per migliorare onestamente la propria posizione: si pretende tutto e subito. La meta non è un onesto guadagno, ma l’arricchirsi a spese del sudore e del sangue altrui. Gli unici modi per ottenere questo risultato sono il colpo di fortuna, la frode o il furto.

Non chiediamo a Dio la ricchezza: egli ci ama troppo e si rifiuta di metterci nei guai. Nella parabola del seminatore, le spine che soffocano la parola di Dio e le impediscono di far frutti di salvezza sono «la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza» (Mt 13,22). L’avidità dei beni materiali rende vane le sollecitazioni dello Spirito e uccide l’umanità dell’uomo. Gesù ha maledetto la ricchezza che impedì a un giovane di seguirlo (Mc 10,17–27).

Quando noi calcoliamo troppo, uccidiamo la fede nella Provvidenza. Dai calcoli di una malintesa previdenza nascono le nostre paure. Quando vogliamo tenerci troppo radicati alla terra rinunciamo ad essere intelligenti (Lc 12,13–31).

La vita terrena ha una scadenza inevitabile: il regno di Dio in eterno. Non c’è proporzione tra le ricchezze dell’uomo e le ricchezze di Dio. Quando Gesù ci fa pregare per il pane quotidiano ci trova certamente consenzienti: è una preghiera che ci tocca assai da vicino. Ma Gesù non ha parlato soltanto di pane materiale. «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).

L’ascolto della parola di Dio è una cosa necessaria, la parte migliore, più importante di tutte le altre faccende (Lc 10,38-42). Non esiste solo la fame di pane e la sete di acqua; esiste la fame di Dio (Am 8,1-11). Sensibilissimi ai bisogni del corpo, non possiamo dimenticare che anche l’anima ha bisogno di nutrirsi, che la sua fame è realissima e che solo Dio la può saziare.

Alla folla che lo cercava accanitamente dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, Gesù disse: «In verità, in verità, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna... Io sono il pane della vita... Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo... Se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno... Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,26–58).

Il «Padre nostro» è recitato nel momento culminante della celebrazione eucaristica come la più idonea preparazione alla comunione con il Cristo, pane di vita eterna.

Ciò che Gesù ci ispira col «Padre nostro» è di non separare la vita materiale da quella spirituale, la realtà di ogni giorno dal regno di Dio, ma anzi di realizzare una fusione tra il piano della creazione e quello della redenzione.

L’uomo è una unità vivente, un miracolo di vita fisica e spirituale, anzi divina, il capolavoro di Dio; deve vivere di pane, ma non può vivere di solo pane.

 

6. Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Il «Padre nostro» che nella prima parte ci ha abituati a mirare in alto, al Padre che sta nei cieli, e poi ci ha fatto volgere lo sguardo attorno, alle necessità quotidiane, adesso ci invita a guardarci dentro, nello specchio di colui che ci conosce infinitamente più e meglio di quanto noi stessi ci conosciamo. Gesù ci fa dire: «Rimetti a noi i nostri debiti» che significa: «Perdonaci i nostri peccati» (Lc 11,4).

Invece di rimproverare al cristianesimo di insistere sull’idea del peccato, umiliando e deprimendo l’uomo, bisognerebbe riconoscergli il merito di educare l’uomo alla sincerità.

Se Gesù ha conosciuto degli insuccessi, ciò è avvenuto solo e sempre con coloro che si reputavano giusti.

L’adultera (Gv 8,1–11) è convinta del suo peccato, ma i suoi accusatori non sono affatto coscienti del loro. Gesù, l’unico senza peccato, non scaglia la pietra, ma perdona e sveglia la coscienza. Non scusa il peccato, non lo minimizza, anzi lo combatte e lo distrugge, ma ama il peccatore che si pente. Il rapporto con Dio, nostro Signore e nostro Padre, è duplice: un rapporto di diritto e, soprattutto, un rapporto di amore. Egli è il Signore, al quale l’uomo deve servire, rispettandone la volontà (Lc 17,7–10). Tutto appartiene a Dio che è il creatore di tutto e di tutti. Di conseguenza vale quanto ha detto Gesù: «Rendete a Dio ciò che è di Dio» (Mc 12,17).

Il Creatore e Signore è nostro Padre, che secondo la legge antica e nuova dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze (Dt 6,5; Mt 22,37). L’amore o è totale o non è amore.

Il peccato, perciò, è un furto alla gloria di Dio, una rapina all’amore che gli dobbiamo e il peccatore è, per giunta, un debitore insolvibile (Mt 18,21–35). Giusto risulta solo colui che si riconosce debitore di Dio e implora il suo perdono come dono non meritato (Lc 18,9–14). «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli, che è fedele e giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi» (1Gv 1,8–10).

Non è possibile nascondersi allo sguardo di Dio (Sal 139,1-12). Gesù invita tutti a venire coraggiosamente alla luce (Gv 8,12), a mettere a nudo le proprie piaghe perché egli è il medico (Mt 9,12) e diagnostica la nostra malattia non per il gusto di terrorizzarci, ma per guarirci e ridarci la gioia di essere salvati (Sal 51,14).

Nessuno, più di Cristo, ha affermato che l’uomo è peccatore e ha preteso che l’uomo lo riconosca: è il primo passo verso la verità e il perdono.

Dio non gode della morte dell’empio, ma vuole che desista dalla sua condotta e viva (Ez 33,11). Gesù non è stato mandato sulla terra per condannare il mondo, ma per salvarlo (Gv 3,17). Il grande ostacolo al perdono è la superbia e l’ipocrisia. Dio, padre buono, corre incontro al figlio traviato che ritorna, lo riammette con tutti i diritti e gli onori nella sua casa e fa una grande festa (Lc 15,11–32); «C’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte» (Lc 15,19).

Il peccato è una tragedia familiare, la rivolta contro il Padre; non è soltanto un nostro difetto personale, ma un’offesa che arriva a Dio, è una rottura mortale del vincolo vitale che ci unisce alla sorgente unica e somma della vita che è Dio.

Noi siamo capaci di rompere, non di aggiustare; siamo capaci di perderci, non di salvarci.

Chi rimane nel peccato cammina a grandi passi sulla via larga che porta alla perdizione (Mt 7,13).

Come insegna il vangelo, il Padre celeste è pronto al perdono, ma alle condizioni che Cristo suo Figlio ha chiaramente indicato, dando agli apostoli e ai loro successori il potere di rimettere le colpe nel sacramento della riconciliazione. Scrive san Paolo: «Dio ci ha riconciliati a sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,19–20).

All’amore che perdona deve però corrispondere un perdonato che ami, che non disperi per i suoi tradimenti e che non approfitti fraudolentemente dell’amore.

Giuda si pentì di aver tradito Cristo, riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente» (Mt 27,4), ma non seppe sperare e amare e si impiccò. Pietro negò di conoscere il Maestro, ma le sue lacrime amare e sincere gli ottennero il perdono e la piena fiducia del Signore che gli affidò la sua chiesa (Gv 21,15–17).

Il papa san Gregorio Magno osserva: «Colui che sarebbe stato il pastore della chiesa doveva imparare dal suo peccato come doveva essere misericordioso con gli altri. Prima, perciò, Dio rivelò Pietro a se stesso e poi lo mise a capo degli altri, affinché conoscesse dalla sua debolezza con quanta misericordia doveva compatire la debolezza degli altri».

L’ultimo gesto di Gesù sulla croce fu un gesto sublime di perdono verso tutti: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34), e a uno dei malfattori, suoi compagni di supplizio, che lo chiamava teneramente per nome: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42) Gesù rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43).

Il peccato è la tragedia quotidiana dell’uomo; il perdono dato e ricevuto è la felicità più sublime e indefinibile. Il perdono rivela Dio all’uomo e l’uomo a se stesso. Gesù impone a chi prega un esplicito impegno: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», cioè: perdona a noi come noi ci impegniamo a perdonare agli altri.

L’evangelista, subito dopo il «Padre nostro» registra queste parole di Gesù che non lasciano scampo: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14–15).

Quante volte dobbiamo perdonare?

A questa domanda il buon senso umano ha risposto così: «La prima volta si perdona, la seconda si condona, la terza si bastona»; «Chi perdona una volta è buono, chi perdona la seconda è santo, chi perdona la terza è matto».

Cosa risponde Gesù? Ascoltiamo il vangelo. «Allora Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette"» (Mt 18,21–22): sempre, senza calcolo, senza stanchezza; di cuore, con chiarezza di mente e pienezza d’amore (Mt 18,23–35).

Non bisogna perdonare per motivi umani, per superbia, per sentimento di superiorità e di mal celato disprezzo, ma a imitazione del Padre celeste: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro celeste. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati, perdonate e vi sarà perdonato» (Lc 6,36–37).

Solo quando Dio smetterà di perdonare avremo il diritto di non perdonare: e non succederà mai, perché «la sua misericordia è eterna» (Sal 136).

L’uomo è convinto di perdere prestigio e onorabilità quando, imitando Dio, perdona. La stupidità umana è veramente un mistero! Dio perdona perché è grande, intelligente e buono; l’uomo non perdona perché è piccolo, stupido e cattivo.

Lo spirito del vangelo che salva il mondo non è soltanto assenza di odio, ma positiva e operante presenza d’amore: «Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per voi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore (Ef 4,31–32; 5,1–2); «Rivestitevi dunque, come amati da Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3,12–13).

Siamo, come si vede, nel cuore del messaggio evangelico. Gesù ha proclamato la beatitudine dei misericordiosi perché troveranno misericordia (Mt 5,7).

E’ illusione ritenersi cristiani quando il cuore è chiuso alla misericordia e al perdono.

In un mondo in cui l’odio è sparso a piene mani è urgente che il cristiano sia generoso seminatore di amore e di perdono.

 

7. Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male

Non basta leggere la Bibbia, bisogna anche capirla e capirla bene. Il Concilio Vaticano II ci insegna: «Poiché Dio nella sacra scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana..., per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci si deve ricercare con attenzione che cosa gli scrittori sacri in realtà abbiano inteso significare e a Dio è piaciuto manifestare con le parole... Per comprendere infatti nel suo giusto valore ciò che l’autore sacro volle asserire nello scrivere si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di intendere, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che allora generalmente erano in uso nei rapporti umani» (DV, 12).

Questo è appunto il caso dell’ultima domanda del «Padre nostro».

Gesù parlava aramaico, non italiano; si rivolgeva a gente molto diversa da noi come mentalità e cultura. Non dobbiamo perciò commettere l’errore e l’ingiustizia di far dire al testo quello che non ha mai voluto dire, né leggere con la mentalità italiana moderna un testo antico.

Dicendo al Padre celeste: «Non ci indurre in tentazione», qualcuno potrebbe pensare che è Dio a tentarci e che noi gli chiediamo di farne a meno per non essere vittime del male. Infatti, in italiano, «indurre» significa determinare a una scelta di atteggiamento o di comportamento, e la «tentazione» è una provocazione a commettere il male.

Interpretata così, questa frase direbbe tutto il contrario di quello che vuole in realtà significare. Ce lo conferma la parola di Dio: «Nessuno, quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio" perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quando è consumato, produce la morte» (Gc 1,13–15).

E’ vero che la Bibbia ci presenta personaggi «tentati» dal Signore: Abramo, Giobbe, Tobia ...; in questi casi però non si tratta di tentazioni dirette a far commettere il male, ma di «prove» con cui Dio saggia la fedeltà e la virtù di uomini a lui carissimi.

Dio ha il diritto di saggiare l’autenticità e la serietà della fede e dell’obbedienza dell’uomo, come sta scritto: «Il Signore vostro Dio vi mette alla prova per sapere se amate il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima» (Dt 13,4). La prova rivela l’uomo a se stesso. Quando tutto va bene, credere sembra facile, ma quando siamo toccati sul vivo ed esposti alla prova, spesso scopriamo che la nostra fede ha fondamenta fragili. Quanti dicono di aver perduto una fede che, in realtà, non avevano mai avuto! Credevano di essere vivi e robusti e si afflosciarono come la casa costruita sopra la sabbia (Mt 7,26–27). E, quel che è peggio, ci sentiamo quasi traditi da Dio, al quale osiamo ribellarci attribuendogli crudeltà e indifferenza.

La fede che ci radica in Dio ci dà un vigore che non è nostro e che può vincere il mondo intero: «Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1Gv 5,4).

Un antico saggio della Bibbia dice: «Figliolo, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione... Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perché con il fuoco si prova l’oro, e gli uomini ben accetti nel crogiolo del dolore» (Sir 2,1–5). L’immagine del crogiolo viene ripresa da san Pietro, il quale aggiunge un motivo nuovo e tipicamente cristiano: la gioia nella sofferenza: «Perciò, siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo» (1Pt 1,6–7). La prova purifica, rafforza, arricchisce di meriti, fa degni di premio, è un’occasione privilegiata e non un castigo.

Il «Padre nostro» parla di tentazione come provocazione al male alla cui origine è il maligno. Satana aggredì nel deserto Gesù in persona per distoglierlo dalla sua missione di salvezza (Mt 4,1–11): lui non rispetta niente e nessuno.

Satana non è un’invenzione per sottosviluppati mentali, uno spauracchio per i deboli e i bambini, un simbolo del male: è uno spirito maligno che ha trasferito sulla terra la ribellione a Dio consumata nel cielo.

La storia religiosa e morale dell’uomo di tutti i tempi si svolge nel segno della tentazione: da Adamo a Cristo fino all’ultimo uomo che vivrà sulla terra.

Nessuno si illuda di essere al riparo da ogni tentazione del maligno, il quale, anzi, sceglie come bersaglio preferito i migliori. Nemmeno satana ha stima dei fiacchi e non sa cosa farsene delle banderuole. La tentazione non è per se stessa peccato; lo diventa quando noi acconsentiamo.

Il racconto della passione di Gesù ci offre la chiave per capire il significato della parola «indurre».

I discepoli sono materialmente con Gesù, ma non riescono a fargli compagnia! Li esorta: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41). L’anima dei discepoli è generosa, ma fragile. Pietro, nonostante le buone intenzioni, lo tradirà. I discepoli stanno per trovarsi davanti a un grave ostacolo contro cui si «scandalizzeranno» (Mt 26,31), cioè inciamperanno. Gesù aveva predetto a Pietro: «Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31–32).

Nel Getsemani, gli apostoli sono scossi da satana come si fa con il grano nel crivello, esposti al rischio di fare naufragio nella fede; stanno per «entrare» nella rete di satana come dei pesci incauti. Entrare nella tentazione significa quindi esporsi al pericolo, cominciare a cedere o cedere del tutto. «Non ci indurre in tentazione» significa perciò «fa’ che non entriamo nella tentazione», cioè nella situazione critica di chi comincia ad essere affascinato dal male e finisce per esserne vittima.

Non è in nostro potere vincere satana da soli. Dobbiamo essere vigilanti e pregare. Dio permette che ci assalgano nemici insuperabili dalle nostre forze affinché con la preghiera otteniamo dalla sua misericordia l’aiuto a resistere. «Il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno» (2Ts 3,3); «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).

Il vero problema è che ci fa difetto l’allenamento, abbiamo il fiato corto e i riflessi spirituali intorpiditi; siamo come atleti fuori esercizio, e di questo non possiamo incolpare Dio. Sì, perché spesso addossiamo a Dio la colpa della nostra imprudenza e debolezza.

S. Paolo ci esorta: «Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo... Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi» (Ef 6,10–18).

Gesù ci ammonisce: «Quando un uomo forte, ben armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino» (Lc 11,21–22).

Il diavolo è nemico sleale che non rispetta nessuna regola del gioco. Si trasforma in «angelo di luce» (2Cor 11,14) cambiando i suoi connotati, presentando il male come bene e viceversa. Si inserisce nel nostro precario equilibrio psicologico e spirituale, facendo leva sulle nostre tendenze incontrollate per farci, come lui, nemici di Dio.

Nemmeno i santi sono nati buoni e non sono fatti di pasta diversa dalla nostra; anzi, ce ne sono di quelli che al principio erano peggiori di noi e più proclivi naturalmente al male. Essi però hanno avuto la saggezza, l’umiltà e la forza per arginare la piena.

Una cascata d’acqua imbrigliata e incanalata è una fonte di energia e di benessere. La passionalità è una forza che può essere indirizzata al male come al bene. Paolo, Agostino, Francesco d’Assisi... avrebbero fatto un male incalcolabile se avessero messo il loro genio e la loro passione al servizio del male; furono invece, e restano, benefattori dell’umanità, esempi convincenti delle possibilità dell’uomo a cui lo Spirito dona «il dominio di sé» (Gal 5,21).

Nel «Padre nostro» Gesù ci ha insegnato prima a chiedere il perdono dei peccati commessi, poi ci fa domandare di evitarli in avvenire, mettendoci sulle labbra e nel cuore un’ansia e un’invocazione di libertà: «Liberaci dal male».

Il testo originale greco si presta a una duplice traduzione: «Liberaci dal male» o «Liberaci dal maligno». La differenza è quasi nulla: il male non può venire che dal maligno che ha introdotto il peccato nel mondo, diventando «omicida fin dal principio» (Gv 8,44).

La preghiera di Gesù comincia con il nome del Padre e termina con quello del maligno, perché noi siamo come presi in mezzo tra Dio e satana; tra Dio che ci ama e ci vuole salvi e felici con sé e satana che ci odia mortalmente, perché odia Dio e, non potendo provocarne la rovina, si impegna a deturparne nella creatura umana l’immagine. Ed è certissimo che satana non ha di mira la nostra felicità.

Noi, dunque, contesi tra Dio e satana, liberi come siamo, possiamo decretare la vittoria dell’uno o dell’altro nella nostra vita; ma nessuno può pensare seriamente di poter sconfiggere Dio: se non si vuole che trionfi nell’amore egli trionferà nel giudizio e nella condanna.

 

Conclusione

A proposito del «Padre nostro», Santa Teresa d’Avila dice: «C’è da lodare Dio nel considerare la sublime perfezione di questa preghiera evangelica. Come si vede bene che fu insegnata da quel Maestro! Ognuno può servirsene secondo i suoi particolari bisogni, perché in poche parole racchiude tutto quanto si può dire... io ne sono tutta meravigliata e mi pare che avendo questa preghiera non ci debba occorrere altro libro, bastandoci essa sola».

La preghiera insegnataci da Cristo, infatti, è la sintesi della fede, è preghiera sublime e sicura, sazia l’anima e la libera da ogni ansia e paura dell’ignoto e del male. E’ un grido di certezza nell’amore di Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti (cfr. Ef 4,6).