PADRE MARTINO NICOLA CAPELLI
(Ottorino Calgaro)


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Presentazione

RICORDO DEI MORTI DI MONTE SOLE

(Omelia di don Arrigo Chieregatti, parroco di Salvaro, tenuta il 29 settembre 1999, anniversario della strage di Monte Sole – Marzabotto).

… Non si tratta di commemorare la morte, ma di celebrare la vita, infatti chi è morto ha creduto nella vita tanto da morire.

Così anche non si tratta di rivolgersi al passato, ma di celebrare il presente: non aspettiamo il Regno di Dio nel futuro, perché è già in mezzo a noi. Neppure si tratta di rincorrerlo, perché il Regno di Dio viene nei tempi e nei luoghi in cui non crediamo di trovarlo.

La morte non ha significato in se stessa, la morte non porta a nulla e non ha soluzioni. Commemorare la morte non serve a nulla e non dà risposte alla vita, mentre la celebrazione della vita dà una risposta anche alla morte.

Il Vangelo ad ogni domanda riguardo all’aldilà ha sempre invitato ad essere più presenti nell’aldiqua.

Celebrare la vita di oggi, nel ricordo di tragici avvenimenti di sangue del nostro passato, significa prendere coscienza delle tragedie di oggi, davanti alle quali forse rimaniamo increduli e inattivi. La stessa incredulità e la stessa inattività che abbiamo denunciato a quelli che ci hanno preceduto e che non hanno impegnato se stessi perché non succedesse.

Un altro aiuto per ricordare gli eventi della vita dell’umanità è l’Apocalisse di Giovanni. Il libro racconta la nostra vita presente, la vita del mondo dopo la morte di Gesù, cioè la vita di oggi vista dall’occhio di Dio.

Il nemico dell’uomo è sconfitto (Ap 12, 7-12). Il grande nemico dell’uomo è l’accusatore dei fratelli davanti a Dio, ogni accusa verso i fratelli è segno di morte. Ogni accusa viene annullata dalla morte e la vita ricomincia di nuovo nonostante la morte, che anzi viene considerata il luogo di purificazione non di coloro che sono morti, ma di coloro che sopravvivranno.

Ancora una volta dovremo imparare da chi la violenza l’ha subita ed è stato capace di andare aldilà della violenza che aveva subito senza negarla, ma anche senza esaltarla per i propri interessi.

Etty Hillesum, una giovane donna ebrea, che sarà poi uccisa nelle camere a gas dai nazisti, scriveva di un suo correligionario, che insegnava ad apprendere la violenza dalle SS:

 

… "Aveva tanto odio verso le SS, che domani avrebbe potuto fare ad altri quello che veniva fatto a noi…

Dobbiamo rifiutare di essere noi i carnefici di domani.

… Cosa spinge l’uomo a distruggere gli altri?

Mi si dice: "Gli uomini".

Ma io dico: "Anche tu sei un uomo. Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare, e non vedo nessun’altra soluzione che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualche cosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi.

È la prima lezione di questa tragedia: dobbiamo cercare in noi stessi e non altrove".

(Etty Hillesum, Diario, Adelphi, pp. 99-100)

Dio non ha nemici da sconfiggere, e neppure nemici da umiliare, perché Dio non ha nemici e chi crea nemici da combattere in nome di Dio fa bugiardo il suo Dio che non ha mai invitato nessuno a combattere per Lui. Dio non ha nemici da sconfiggere, ma solamente peccatori da perdonare.

Certamente ci sono stati dei misfatti, i morti sono davanti alla nostra memoria e non li vogliamo dimenticare e tanto meno negare. Ma nessuno può vantare come proprietà propria coloro che sono nelle mani di Dio, perché essendo di Dio appartengono a tutti.

Sono i grandi della terra che commisurano la propria potenza dal numero di morti che le loro armi hanno fatto, la "potenza" di Dio non fa mai pesare i morti sulle spalle dei suoi uccisori:

 

"Padre, perdona loro, non sanno quello che si fanno" (Lc 23, 24).

Non è giusto in nome dei morti creare barriere tra i vivi: chi muore ha rotto tutte le divisioni e partecipa dell’amore universale di Dio. Nessuno può vantare come propri i doni che Dio ha fatto per l’intera umanità.

Nessuno può vantare come proprietà di una parte coloro che sono nelle mani di Dio, e coloro che sono morti, di qualunque parte siano, sono nelle mani di Dio.

Dobbiamo renderci conto che "Dio non fa preferenza di persone, e coloro che osservano la giustizia, a qualunque popolo appartengono sono graditi a Dio" (Atti 10, 37). E non c’è giustizia più grande di quella dei nostri fratelli che, consenzienti o no, hanno esperimentato la morte del Signore.

 

La mia infanzia a Nembro

Il fiume Serio. La Val Seriana e Nembro, il mio paese.

Vi sono nato il 20 settembre 1912, trentadue anni fa, ultimo di sei fratelli.

Due giorni dopo sono stato battezzato nella chiesa del paese. Mi hanno chiamato Nicola. Giuseppe come secondo nome.

Il papà si chiamava Martino. La mamma Maria Teresa Bonomi.

Lui faceva il falegname. La mamma aveva sei figli da allevare. Tre maschi e tre femmine. Sono rimasto soltanto con Melodia, Marta e Antonio.

Eravamo poveri. Ma non era una vergogna. Era la condizione_comune.

A Nembro ho trascorso la mia fanciullezza. Spensierato e con l’argento vivo nel sangue. Qualche volta anche coccolato, perché più giovane di tutti i fratelli.

Vita di un paese bergamasco. Cadenzata su ritmi e tradizioni antiche. Vita subito dura. Tutta famiglia, lavoro, chiesa. Vita che ti fa crescere in fretta nella solidarietà della contrada e del paese.

Immagini e sensazioni legate alla quotidianità e alla concretezza. A un volto, a una voce, alla sfumatura di un colore, a un profumo. Piccole cose apparentemente insignificanti e impalpabili. Ma che ti entrano dentro, che porterai sempre con te.

Sono profondamente legato alla mia famiglia, al mio paese, alla mia terra. Anni di lontananza non ne hanno scalfito il ricordo e l’affetto.

Il tempo corre. I miei compagni di giochi ormai sono uomini. Se li incontro stento a riconoscerli. "Ti ricordi di me?".

La bottega di mio papà, la mia stessa casa sono state vendute. Questo pensiero mi dà una stretta al cuore. Ma niente e nessuno potrà togliermi i ricordi. Dolci, teneri, felici.

Io, il più giovane, che intonavo il Rosario. I genitori, i fratelli, qualche vicino, che rispondevano nella penombra della cucina.

Io che mi alzavo alle 5.30 nel buio e nel freddo del mattino. Che servivo la Messa nella chiesa grande del paese o nella cappella delle suore.

Io che l’8 agosto di ogni anno correvo su per la mulattiera che conduce al "mio" santuario dello Zuccarello, nella festa della Madonna.

La mamma che ci leggeva il libro "Cuore" per educarci alla bontà. E noi che ci addormentavamo, stanchissimi, con la testa abbandonata sulla tavola.

L’odore del legno nella bottega del papà. Il suo lavoro, i suoi miseri guadagni.

La nostra fame mitigata appena dalla polenta, alta e dura, che non mancava mai, nemmeno sulla tavola delle famiglie più sfortunate. Qualche volta un pezzo di pane, ma era un lusso o il premio per un servizio. Per aver attinto l’acqua alla fontana, per aver ammucchiato la legna sotto il portico di una famiglia vicina.

 

Scolaro alle elementari

Nel 1918, a sei anni appena compiuti, comincia la mia carriera scolastica. Non pensavo minimamente che sarebbe stata così lunga e impegnativa.

Sono entrato in prima elementare con altri 98 compagni e con una ben misera "attrezzatura" scolastica ereditata dai miei fratelli. Un astuccio di legno, un portapenne, qualche pennino, una gomma smangiucchiata, qualche carta assorbente per asciugare le macchie d’inchiostro, che inevitabilmente cadevano sul quaderno, provocando l’ira e i castighi della maestra.

Aste e tabelline. Dettati e problemi. Esami e voti. Un tormento che non finirà più.

I risultati non sono stati un granché. La scuola non era la prima delle preoccupazioni. In casa e nella bottega di mio papà c’era bisogno d’aiuto. E la famiglia e il lavoro erano più apprezzati della scuola e dei libri. La cultura era roba da ricchi e da preti. Non della povera gente, che aveva altro a cui pensare.

A scuola si andava perché era d’obbligo.

Molti venivano bocciati e si trascinavano fra i banchi fino a 15 anni e oltre.

Io ho finito la seconda e la terza con una sfilza di quattro. Così ho dovuto ripetere e l’una e l’altra. Non che fossi un caso disperato. In quegli anni era quasi la norma.

Comunque, a 10 anni, avevo finito le tre classi elementari obbligatorie. La quarta era facoltativa e decisero di farmi frequentare anche quella, perché imparassi qualcosa di più, perché non restassi senza far niente. In attesa di un lavoro, o che si aprisse qualche altra strada.

 

Nella scuola apostolica di Albino (Bg) - Matricola 223

La biancheria di ogni ragazzo che entrava nella Scuola Apostolica era contrassegnata da un numero. Non che fossimo schedati. Soltanto esigenze pratiche, perché le nostre calze, fazzoletti e camicie da notte non si disperdessero nella cesta comune. Io avevo il numero 223. Ed ero arrivato alla Scuola Apostolica il 9 novembre 1924. A 12 anni.

La decisione era stata concordata con il mio parroco e con la mia famiglia. Tutti mi consideravano un bravo ragazzo, con buoni principi assimilati in una famiglia genuinamente cristiana. Mi riconoscevano un’intelligenza vivace. Vivace anche il carattere e sana costituzione fisica.

Entravo nella scuola apostolica di Albino per proseguire gli studi. Ma la meta (ancora lontana e un poco sfuocata) era diventare sacerdote.

Mi hanno accompagnato la mamma e mia sorella Marta. Una semplicissima valigia con un po’ di biancheria e qualche altra cosa per la pulizia personale.

"Pensaci, Nicola. Ti chiuderanno dentro e non uscirai più". Parole della mamma.

Ma io ci avevo già pensato. Da diverse sere facevo fatica ad addormentarmi.

Anche il papà mi aveva parlato. "Te ne vai, e io perdo due braccia. Non importa. Prosegui dritto per la tua strada".

Cominciavo il cammino. In un ambiente tutto nuovo. Sconosciuto. Sapevo soltanto servire la Messa e recitare il Rosario.

Mi trovai in un edificio enorme, stanze grandi, tante porte e finestre.

Volti, voci, suoni di campanella. Odori di minestre, di incenso in chiesa. Dolcissimo profumo di gigli per la festa di S. Luigi.

Orari, regole, giochi, libri, tanti insegnanti con la veste da prete.

Tutto diverso.

Io ero giunto per ultimo, ma ancora in tempo per inserirmi nella classe di prima ginnasio, insieme con altri 45 compagni, provenienti da ogni regione d’Italia.

La vita nella scuola apostolica era preghiera, scuola-studio, ricreazione-gioco-svago.

La preghiera a volte diventava festa. L’Immacolata, il Natale, la Settimana Santa, la Pasqua, la Pentecoste, il Corpus Domini, il S. Cuore, l’Assunta, erano avvenimenti straordinari, indimenticabili. La Messa solenne, l’altare ricoperto di fiori, la tovaglia e i paramenti dorati, il suono dell’organo, le esecuzioni del coro, mi coinvolgevano e mi riempivano il cuore di gioia.

La quotidianità era più piatta e monotona. Dominata dalla scuola e da lunghe ore di studio. Da compiti e da interrogazioni. E alla fine di ogni bimestre, i voti e la condotta. Quello era sempre un avvenimento preoccupante, addirittura angoscioso. Entrava in classe il Rettore in persona. Apriva un registro che pareva quello del giudizio universale. In quel registro erano confluite tutte le osservazioni dei nostri assistenti. Questi ci seguivano in ogni momento della giornata, erano testimoni di ogni nostra mancanza, scovavano ogni aspetto del nostro comportamento e del nostro carattere.

Così in seconda ginnasio mi sono sentito definire "vivace in classe, leggero, distratto, sudicio nei lavori".

E inoltre "chiacchiera un po’ a studio, poco serio a refettorio, giocherella a scuola".

Sembrava una disfatta su tutto il fronte, anche se, a ben guardare si trattava di piccole cose. In ogni modo, negli anni seguenti mi sono ripreso. E ho migliorato. "Condotta e diligenza 10, ottimo, ottimo".

Permaneva un’ombra nelle osservazioni finali: "dissipato" e "chiacchiera".

A 14-15 anni, con tutto quello che passa nella mente e nel corpo di un ragazzo di quella età, forse non potevo e non potevano pretendere molto di più.

 

La morte del papà

Nell’anno della prima ginnasio morì mio papà. Improvvisamente, lungo una strada. Aveva 62 anni e due matrimoni alle spalle.

La morte di un genitore non è mai priva di conseguenze per un figlio. Lascia sempre un incolmabile vuoto.

Un vuoto e un senso di insicurezza, che ti accompagnano per tutta la vita.

In un’altra circostanza mio papà era scampato a una disgrazia.

Era caduto in un precipizio, proprio vicino al santuario della Madonna dello Zuccarello.

Aveva perso conoscenza. Io, che stavo con lui, non smettevo_di invocare soccorso. Finalmente si riprese. Vide la chiesa e si ricordò della Madonna. In segno di riconoscenza, fece la promessa_di mettere a nuovo le porte del santuario. E fedelmente la mantenne. Ogni volta che varco quelle porte non so fare a meno di pensare a lui.

 

Postulante e novizio

I cinque anni di ginnasio, tutto sommato, erano andati bene. Ed erano passati in un lampo.

Eravamo partiti in 46. Eravamo rimasti in 16.

Lungo la strada molti avevano cambiato direzione. Perché non ce la facevano nello studio. Perché non sopportavano la disciplina. Perché non amavano la preghiera. Perché non obbedivano. Perché avevano un caratteraccio o non si lasciavano plasmare. Ogni volta che qualcuno se ne andava, o doveva andarsene, scendeva il gelo tra noi che restavamo. Non rispondere alla chiamata di Dio – ammesso che uno fosse davvero chiamato – ci veniva prospettato come una catastrofe. Un andare dritti incontro al fallimento terreno e non solo a quello. Cose che ci facevano accapponare la pelle.

Dopo la quinta ginnasio ho fatto anch’io la mia scelta. E ho firmato con serenità la "Donazione di me stesso al S. Cuore di Gesù". Era l’atto ufficiale con cui "i grandi" di quinta chiedevano di entrare nel noviziato. Il quale era preceduto da tre mesi di preparazione e si sarebbe trascorso in un’altra casa della Congregazione, ad Albisola Superiore (SV), accanto al santuario della Madonna della Pace.

Dovevo lasciare la scuola apostolica di Albino e trasferirmi con gli altri compagni. Il 22 giugno 1929 ero al santuario della Madonna della Pace. Un nome gradevole e ricco di promesse. Mi ricordava il "mio" santuario, quello dello Zuccarello. Quello dei miei giochi e della mia fanciullezza.

Il santuario della Madonna della Pace era un’oasi protetta. Un’oasi nella solitudine. I monti alle spalle, il mare azzurro appena visibile dalla collina. Misteriose navi che solcavano l’orizzonte lontano. E poi il vento, che sibilava per giorni e notti, che si intrufolava gelido e secco nella valle. Che penetrava dalle fessure delle finestre.

Il muro del cimitero, le lapidi e le tombe, dove si spegneva il vialetto del nostro giardino. Quel muro e quel cimitero che costringevano a pensieri e riflessioni, a preghiere e timori nascosti.

Il noviziato. Un anno in cui si stacca la spina con il resto del mondo. Né latino, né matematica. Nessuna distrazione e niente di profano. Lo sguardo fisso in Dio e in noi stessi, per constatare l’incolmabile distanza che ci divide da lui. Per ammirare la sua grandezza, per verificare la nostra povertà.

Iniziavo il cammino spirituale, sostenuto dalla mano benevola di Maria. Volevo lasciarmi guidare da lei. Volevo scoprire quali valori caratterizzavano la vita consacrata a Dio. In particolare quali valori umani e spirituali appartenevano alla congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore, la famiglia religiosa alla quale volevo unirmi. Un impegno notevole, incalzante, sempre più in profondità.

L’anno di noviziato mi preparava ai voti di povertà, castità, obbedienza. Avrei scelto di vivere nella povertà, per testimoniare la libertà dal possesso delle cose e del denaro. Di vivere nella purezza, per dedicarmi totalmente a Dio. Di vivere nell’obbedienza, per assomigliare a Gesù Cristo, che è vissuto sempre nell’adempimento della volontà di Dio Padre.

I tre nodi del cordone nero, che avevo ricevuto e che portavo legato ai fianchi, mi ricordavano in ogni momento del giorno questa mia consacrazione, alla quale mi stavo preparando.

Sperimentavo la gioia e i tormenti della vita di comunità. La stima, il rispetto, l’aiuto dei superiori e dei compagni.

Sperimentavo anche il pericolo di volare basso, troppo radente alla terra. Di dimenticare il grande cabotaggio e il volo alto e possente dell’aquila, per attardarmi nella meschinità delle gelosie, dell’invidia, dell’attaccamento al nulla, dei confronti inutili e inconcludenti. Rischi di una vita al riparo dai grandi problemi e dalle grandi pressioni dell’esistenza nel vortice convulso del mondo.

Il noviziato mi preparava a diventare Sacerdote del S. Cuore. Un religioso e un prete attento agli uomini. Ai loro problemi. Al loro lavoro. Alle tensioni della vita sociale. Non in nome di una ideologia politica o di una corrente di pensiero innovatore e rivoluzionario. Ma in nome di Cristo.

Dell’immensa ricchezza di Gesù Cristo la mia famiglia religiosa aveva scelto la dimensione dell’amore. Cristo innamorato di ogni uomo. Infinitamente. Perdutamente. Un amore che chiede di essere ricambiato. Fino al sacrificio, al dono totale di sé. Un ideale forte. Esigente. Ma anche gratificante. Capace di scatenare slanci e scelte esaltanti.

Questo era il mio noviziato, con tutti i suoi ritmi e i suoi riti un po’ antiquati.

– La scelta di un nuovo nome, per testimoniare il cambiamento di vita.

Io ho scelto di chiamarmi Martino. E non ho avuto dubbi. Martino, come mio padre. Come il santo vescovo di Tours, che divise il mantello con il povero.

– I miei capelli, biondi e ondulati, tagliati a zero, per soffocare anche l’ultimo sussulto di vanità.

– L’accusa delle mancanze esterne davanti al Padre Maestro e a tutti i compagni.

– Il digiuno del venerdì. E la "disciplina", quel battersi la schiena nuda con un fascio di piccole funi annodate, nel buio, inginocchiati accanto al letto, per lo spazio di tre "Ave Maria" o di una "Salve Regina".

– Il silenzio. Quello strettissimo della notte, quello dei pasti, quello interminabile dei ritiri e degli esercizi spirituali.

– La lettura e il riassunto del "Rodriguez", un libro antico, che parla di monaci e di tentazioni, di pratiche e di virtù cristiane, portate fino all’annientamento di sé.

– Le preghiere e le meditazioni. La Messa, gli esami di coscienza, l’adorazione a braccia aperte davanti all’Eucaristia, l’Ora Santa della sera (o della notte) di ogni giovedì.

– Il lavoro. Umile e paziente. Dalla pulizia delle scale e dei corridoi, a quella dei banchi e delle ringhiere, alla raccolta delle carte in cortile e nei viali del giardino.

– Ogni attività, e perfino lo studio, interrotti da giaculatorie, da brevi elevazioni a Dio, a Maria, ai santi.

Una pressione spirituale incalzante, verificata spesso con il Padre Maestro dei novizi, con il confessore, con il Padre Spirituale.

Una vita interiore così intensa, da sconfinare a volte nell’eccesso, nel tormento, nell’angosciosa e snervante ricerca dei peccati. Fino alla mania, fino allo scrupolo.

Fortunatamente c’era anche il gioco. Energie che si scatenavano. Tensioni psichiche che gradualmente si scioglievano.

E poi c’erano le passeggiate. Spesso sulle colline bruciate dal sole e battute dal vento. Talvolta, pudicamente, sulle spiagge solitarie del mare, immaginando con disagio la vita mondana che vi si svolgeva d’estate.

L’anno del noviziato volgeva al termine.

L’uva del pergolato, a noi vietata come la mela ad Adamo, era diventata scura e profumata. Settembre era alle porte. Questo mese era e sarà sempre speciale. Per i voti religiosi che si emettono, per le feste che si celebrano, per l’avvio degli anni scolastici, per le partenze e gli arrivi, per i trasferimenti dei religiosi e dei Padri da una casa all’altra.

Ma questo settembre è stato speciale anche per me e per i miei compagni di noviziato. Il 23 settembre 1930 è stato il giorno della mia professione religiosa. Dopo un lungo ritiro spirituale, durante una suggestiva cerimonia, ho pronunciato i voti. Povertà. Castità. Obbedienza. Era la mia prima professione. Ma nel mio cuore era anche quella definitiva. E nel leggerla mi tremava la voce.

Il foglio con la formula è stato posto sull’altare. Un segno concreto della mia consacrazione al S. Cuore.

Non avevo dimenticato Maria. Ero consapevole della sua importanza nella mia vita. Perciò sul foglio, prima della data e del luogo, ho voluto aggiungere: "Maria sis mihi propitia". E ho firmato con il mio nuovo nome, al quale ho voluto aggiungere "Maria": Fr. Martino Maria Capelli.

 

A Bologna. Primo anno di filosofia

Ho lasciato la casa del noviziato il sei ottobre 1930. Destinazione: Bologna, Studentato per le Missioni.

Iniziano i miei anni di liceo-filosofia. Scuola e studio. Studio e scuola. Tante ore al giorno, intervallate dalle preghiere, da brevi ricreazioni dopo i pasti, da qualche passeggiata settimanale.Una lustrata alle scarpe, veste con cordone legato ai fianchi, zimarra e cappello, e poi fuori con i compagni di classe. Mantenendo sempre un contegno riservato e dignitoso. Parlando di argomenti seri e impegnati. Ma anche ridendo e scherzando.

Allo Studentato noi siamo "i signori filosofi", rigidamente divisi dai "teologi", gli studenti di teologia che vivono nella stessa casa. Filosofi nel cortile Ovest, teologi nel cortile Est. Vietato incontrarsi, vietato parlarsi. Incomprensibili stranezze della vita di seminario! Ci voleva la comprensione del Superiore dello Studentato e la dolce tenerezza del Natale per abbattere – eccezionalmente – questo steccato e passare la ricreazione insieme.

Il 24 ottobre, una sgradita sorpresa. Nel cuore della notte il terremoto scuote porte e finestre, fa oscillare lampade e armadi. Incredulità e paura. Per alcuni una crisi di panico superato a fatica con l’intervento dei superiori. Due giorni dopo, si replica. Altre scosse, altre facce terrorizzate. Fortunatamente né feriti né danni rilevanti. Soltanto un convincente richiamo alla precarietà della vita, alla fiducia nel Cuore S.mo di Gesù.

A metà anno scolastico, ecco gli esami. Puntuali come le disgrazie. Ripetitivi come le stagioni. Con il loro bagaglio di notti tormentate, levatacce prima dell’alba, tremarella mentre si attende di entrare. Per quanto uno si senta preparato, non c’è modo di presentarsi tranquilli. E dopo ci si morde le unghie. Sempre insoddisfatti.

Fuori dallo Studentato esplode il carnevale con i suoi riti, le sue chiassate, gli inmancabili eccessi. Io dentro, a pregare con le braccia aperte davanti all’Eucaristia esposta nell’ostensorio, o disteso per terra durante l’Ora Santa del giovedì, per riparare con il mio amore i peccati degli uomini.

Io dentro, a studiare come un matto la filosofia sistematica. Logica, critica, ontologia, cosmologia. Nomi che soltanto a pronunciarli fanno impressione. Ma ero convinto che anche la filosofia mi sarebbe servita. A formare la mente, a rafforzare la volontà, a prepararmi allo studio della teologia con metodo e rigore. Per diventare un religioso e un sacerdote colto, oltre che santo.

L’inizio dell’anno scolastico era stato posto sotto la protezione di Maria, salendo lassù, sul colle che sovrasta Bologna, nel santuario della Madonna di S. Luca.

In un altro santuario, quello dello Zuccarello, al mio paese, avevo già consacrato la mia vita alla Vergine Addolorata. Ora, proprio mentre dentro e fuori le mura dello Studentato, marzo faceva sbocciare la primavera e tutti aspettavamo la Pasqua di Cristo, ho voluto rinnovare la mia consacrazione. Totale. Senza riserve. Per sempre. Mi è venuta dal cuore.

 

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Bologna 27.03.1931

"Io, Martino Capelli dell’Addolorata, alla presenza tua, mio Dio, e alla presenza del Cuor S.mo di Gesù e di tutta la corte celeste, oggi rinnovo la mia donazione alla Vergine Addolorata.
A Lei consacro tutta la mia persona: la mia anima, la mia intelligenza, la mia memoria, la mia volontà; il mio cuore, i miei sensi, tutti i miei pensieri, affetti, parole, tutte le mie azioni, preghiere, sacrifici, consolazioni, ogni palpito del mio cuore. Le consacro i miei studi, la mia vita futura, accettando tutto ciò che è mio vantaggio spirituale, il mio futuro apostolato missionario.
Le offro anche la mia morte e qualunque genere di morte.
Ti supplico, o Mamma mia, di farmi da Madre, guidarmi per la via del Cuor di Gesù, rendermi forte di anima e di corpo, un zelante e santo missionario. Un giorno poi ricevimi nel Santo Paradiso".

Chierico Martino Capelli dell’Addolorata
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Volevo essere tutto della Vergine Addolorata. Tutto quello che ero. Tutto quello che desideravo essere in futuro. Pensavo al mio apostolato come missionario.

Ero ancora giovane, ma pensavo anche alla mia morte. Ero disposto ad offrirla a Maria. Qualunque genere di morte. Mi abbandonavo tra le sue braccia. Con la fiducia di un figlio.

L’estate, il caldo soffocante di Bologna, il profumo dolce dei tigli, mi portavano altri esami. Ma poi, sospirate, le vacanze in una casa dalle parti di Castel S. Pietro. Un orario più libero, una vita più rilassata, alla ricerca di un’ombra amica, di un po’ di refrigerio.

 

Prefetto ad Albino

Davanti a me, un anno da prefetto.

I prefetti erano una figura particolare all’interno della scuola apostolica. Un po’ educatori, un po’ assistenti, un po’ insegnanti, un po’ fratelli maggiori dei ragazzi. A contatto con loro giorno e notte. La mattina insegnavano, il pomeriggio assistevano i ragazzi nello studio e nei compiti, in ricreazione giocavano con loro. Li accompagnavano a passeggio per le strade dei campi e dei boschi, nei paesi vicini, qualche volta in città. In ogni momento vigilavano che seguissero l’orario e osservassero le regole dell’Istituto, frenando i più irrequieti, stimolando i più pigri. I ragazzi li chiamavano "Padri", come quelli che erano già preti ed erano i veri superiori della Scuola Apostolica. Il padre Superiore, il Prefetto di disciplina, il padre Spirituale.

Se i prefetti erano simpatici e piuttosto benevoli, nascevano legami d’affetto che puntualmente si spezzavano alla fine dell’anno scolastico. Mettendo in difficoltà sia i prefetti che partivano, sia i ragazzi che restavano. "Addio, cari Padri, non dimenticateci; noi vi accompagniamo con la preghiera per vedervi presto salire sull’altare". Piccole storie di rimpianti e nostalgie, che il tempo e i nuovi impegni cancellavano in fretta.

Era arrivato anche il mio turno. Ritornavo là, nella scuola apostolica di Albino, dove avevo trascorso ben cinque anni di ginnasio. Vi tornavo come religioso, con una certa autorità di fronte ai ragazzi. Per i quali, in fondo, io rappresentavo un modello a cui guardavano e verso cui erano incamminati. Dunque, una bella responsabilità, alla quale mi dovevo preparare con gli esercizi spirituali. Una settimana di silenzio. Di preghiera, meditazione e buoni propositi.

Mi trovavo a Redona, tra Bergamo e Albino. E lì, alle porte della scuola apostolica che mi attendeva, ho steso, nero su bianco, il "programma per la mia vita spirituale". L’impegno era globale e spaziava su tutto il fronte della vita religiosa. Ecco alcuni punti significativi.

Volevo approfondire la devozione al S. Cuore. Era questa la caratteristica della mia congregazione. Dedicare la vita alla riparazione dei peccati, miei e degli altri uomini, accogliendo ogni sofferenza con questa intenzione.

Volevo essere devoto di Maria. Consacrare a lei tutto me stesso. Invocarla nelle difficoltà. Imitare la sua umiltà, carità, modestia.

Volevo essere fedele alle promesse che avevo fatto e che avevo chiesto di rinnovare. In particolare essere obbediente ai superiori e alle regole. Un’obbedienza illimitata – pronta – cieca. Mi proponevo di vedere Dio nel superiore, di aver fede, rispetto, amore, fiducia in lui.

Con questa carica spirituale arrivavo ad Albino insieme con altri prefetti. Un piccolo esercito di nuove reclute per la scuola apostolica.

 

"Ora, o Maria, fammi anche da mamma materiale"

Nembro e la mia famiglia erano a pochi chilometri da me e dai ragazzi che mi erano stati affidati. Di solito vi ritornavo con un po’ di eccitazione. Sempre con gioia. Rivivevo la fresca felicità della mia infanzia e mi prendeva una dolcezza che altrove non conoscevo.

Ma non questa volta. La strada che stavo facendo mi pareva interminabile.

La notizia della morte della mamma mi aveva gettato nello sconforto. Se n’era andata anche lei, come il papà.

Avevo 19 anni e avevo appena rinnovato i voti, pieno di consapevole entusiasmo. Avevo promesso di accogliere il dolore dalla mano di Dio, come segno del suo amore.

Ora cercavo di capire e di abbandonarmi a lui. Mi aggrappavo alla fede, ma provavo un doloroso senso di angoscia. Senza la mamma, mi pareva che non ci fosse più famiglia. Mi sentivo, ci sentivamo tutti smarriti.

Senza di lei venivo fortemente responsabilizzato. Ero il più giovane, ma avevo fatto una scelta impegnativa. Come religioso e come futuro sacerdote, spettava a me essere sostegno e guida dei miei fratelli.

Era il primo giorno di ottobre, il mese del Rosario. E mentre la mamma scendeva sotto terra per aspettare la sua risurrezione gloriosa, le giuravo di seguire il suo esempio. La devozione a Maria. La recita quotidiana del Rosario, come avevamo fatto sempre in famiglia, fin da bambini. Come avremmo fatto sempre, fino alla morte.

Una settimana dopo, in un momento in cui la solitudine si era fatta più amara, e la tristezza più profonda, mi sono rivolto a Maria e ho scritto così:

 

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"Ora, o Maria, fammi anche da Mamma materiale.
Ti rinnovo la mia consacrazione".

Fratel Martino Capelli di Maria Addolorata

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Avevo perso una mamma sulla terra. Ne avevo due in cielo, che vegliavano su di me.

 

8 dicembre. Festa dell’Immacolata

Con questa consapevolezza, mi ero ributtato nella vita della Scuola Apostolica. I ragazzi non ti danno tregua. Sono esigenti, domandano sempre. E tu devi dare, anche se hai la morte nel cuore.

La festa dell’Immacolata era alle porte.

L’8 dicembre era "la" festa. La più grande di tutte.

Qualche volta in quel giorno ci sorprendeva la neve. E allora era ancora più bella.

Candore di neve, purezza di Maria. Purezza nostra. Odio al peccato. Come S. Luigi Gonzaga: "La morte, ma non il peccato". Insomma, un fervore, un entusiasmo, a cui era impossibile resistere. E che si esprimeva nella novena, nei canti, nella processione con la statua di Maria, nei giochi, nelle recite, nel teatro.

Un sacco di impegni supplementari, che si aggiungevano a quelli di routine.

Io ero anche presidente del "circolo missionario".

Lo scopo del gruppo era quello di scaldare gli animi dei ragazzi, di entusiasmarli con varie iniziative, che tenessero vivo il desiderio di farsi missionari.

 

"Anch’io martire"

Non si era ancora spenta l’eco della festa dell’Immacolata, quando giunse tra noi un sacerdote missionario. Era fuggito dal Messico, dove infuriava la persecuzione contro la Chiesa cattolica. Lui stesso aveva subito la prigione ed era ancora ricercato.

Non ci pareva vero. Avevamo lì, davanti a noi, un martire in carne e ossa. Ci parlava con ardore della passione del Messico, delle vittime del governo anticlericale che cadevano gridando "Viva Cristo Re" e invocando la Madonna di Guadalupe, protettrice del loro martoriato Paese.

Il missionario portava con sé le reliquie di alcuni di quei martiri. Un brandello di camicia intrisa di sangue e lo scapolare di un dodicenne, abbattuto proprio mentre vi stava scrivendo il nome di Cristo Re.

Il giorno seguente, nel nostro refettorio, cominciava la lettura del libro intitolato "Messico martire", di Luigi Ziliani, lo stesso missionario che era venuto a parlarci con tanto entusiasmo e con tanto dolore.

Pensavo a quei martiri. Alcuni giovani, più giovani di me. Cristiani comuni. Mi sorprendeva e ammiravo il coraggio con cui avevano affrontato i fucili, offerto la vita per Cristo. Da lui avevano avuto il dono di testimoniare, davanti ai nemici di Dio e al mondo intero, una fedeltà e un amore senza confini.

E io?

Io ero un religioso del Cuore di Cristo, un futuro sacerdote e missionario. La mia vocazione era di essere tutto di Cristo e tutto di Maria. Per me era quasi un dovere.

Una forza interiore mi spingeva a donarmi. E a farlo senza condizioni.

Lo scrissi rivolgendomi a Maria, il 12 dicembre 1931, quarto centenario della Vergine di Guadalupe.

 

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"O Vergine dei martiri Messicani, concedimi che un giorno sia anch’io martire di Cristo Re e di Te, Vergine Immacolata.
O Mamma ti scrivo ancora commosso dalla conferenza dell’altro giorno sul martire Messico. Sono sicuro che per intercessione dei suoi martiri me lo concederai (il martirio).

Tuo figlio, fratel Martino Capelli".

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Un altro anno di prefetto?

L’anno di prefetto scorreva via rapidamente. Soprattutto i mesi primaverili. Maggio era sempre il mese più bello, con i suoi colori, profumi, tenerezze. Era il mese tradizionalmente dedicato a Maria, la Madre a cui avevo consacrato la mia vita. Era il mese delle rose, ma a me aveva portato anche delle spine.

Da mezze parole sussurrate nei corridoi, ero venuto a sapere che forse avrei dovuto restare ad Albino per un secondo anno di prefetto. Questo significava che il sacerdozio si sarebbe allontanato di un anno. Sarei rimasto indietro. Una prospettiva che mi faceva patire.

Tutto vero. Era un sacrificio. Ma se il Signore mi chiedeva quella rinuncia, come avrei potuto dirgli di no? Gli avevo promesso obbedienza illimitata, pronta, cieca, allegra. E ora, alla prova dei fatti, potevo rifiutarmi?

 

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"Vedo o Signore di essere uno spirito pusillanime – amante dei propri comodi – pauroso di perdere un altro anno ad Albino – di essere un giorno missionario troppo sacrificato: uno spirito, Gesù, che non è contento perché non ti vuol bene.
Ebbene, o Gesù, sono contentissimo di fare la tua volontà sempre e in ogni luogo – di perdere anche altri anni, di andare missionario in capo al mondo, nascosto – perseguitato – sacrificato – sono sicuro che non mi ammalerò se tu non vuoi – di essere sacerdote religioso e missionario".

Fr. Martino

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"Un giorno, o Mamma, ci rivedremo sul letto di morte del mio martirio"

In realtà lo spauracchio del secondo anno di prefetto ad Albino era stato soltanto un falso allarme. E alla fine dell’estate, nel fatidico mese di settembre, sono partito con i miei compagni e sono tornato allo Studentato di Bologna. Riprendevo gli studi di filosofia. Mi rimettevo in cammino.

Ripartiva la scuola con il suo orario, i professori, le interrogazioni, le ore di studio, i giorni di vacanza.

Ripartiva la vita di comunità con le sue regole, le sue pratiche, i suoi ritmi.

Ognuno riceveva un incarico. A volte gratificante. A volte modesto. Il mio era sicuramente tra quelli più umili, dovendo spolverare i banchi della chiesa alla fine di ogni giornata. Piccole cose, che diventano importanti se si fanno con amore.

Qualche volta affioravano dei dubbi (chi non ne ha?). Li allontanavo, ricorrendo alla preghiera, consigliandomi con il padre Spirituale. Anche ricordando mia mamma, la sua fede, la sua fiducia in me.

Qualche volta giungevano malinconia, turbamenti, stanchezza. E io che caparbiamente, ancora una volta, mi consacravo a Maria. Mi ancoravo a lei, mio porto sicuro.

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"Consacrazione di tutto me stesso alla Beata Vergine Immacolata"

"Io, ch. Martino Maria Capelli, dono e consacro tutto me stesso, l’anima mia e il corpo mio, il mio intelletto, la mia volontà, la mia memoria, il mio povero cuore, i miei sensi: gli occhi, gli orecchi, la bocca, le mani… tutto do e consacro irrevocabilmente alla mia santissima madre Immacolata. In lei pongo tutta la mia fiducia, speranza ed amore; in lei mi voglio gettare in tutti i miei dubbi, affanni, dolori; solo da lei aspetto ogni bene; lei ha ottenuto da Gesù la mia vocazione religiosa e sacerdotale missionaria. Essa quindi mi otterrà la grazia di essere sacerdote missionario. A te consacro i miei studi e non voglio studiare che per Gesù e per te. Non voglio dubitare, o Mamma mia, perché sarebbe la più grande ingiuria; tu me lo prometti: un giorno sarò sacerdote, missionario, martire.
Ti consacro pure, o Maria, tutte le mie debolezze, difetti, tiepidezza: tu sei mia Madre, vera Mamma mia, anzi mi sei due volte Mamma; ebbene rialzami sempre quando cado, difendimi sempre, dimentica i miei torti e custodiscimi sotto il tuo manto. O Mamma mia, tu mi conosci: mi conosci più che non mi sappia io stesso; tu vedi tutto: il mio cuore, le mie miserie. Il mio cuore non deve battere che per te, non devo agire che con te, in te. Per te devo andare a Gesù, per il quale solo devo vivere, agire, soffrire, morire.

Un giorno, o Mamma, ci rivedremo sul letto di morte del mio martirio.
Sì! Sarò sempre tuo, tutto tuo.
tuo figlio,

8 Dicembre 1932

Martino Maria Capelli"

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Di fronte a Maria, vedevo tutta la mia piccolezza. Tutta la mia debolezza. Ma avevo un unico desiderio: quello di guardare avanti, verso la meta del sacerdozio, delle missioni. E del martirio, se Dio me l’avesse concesso come ai martiri del Messico. Se un giorno quel momento fosse giunto anche per me, ero sicuro che Maria mi sarebbe stata vicino. E mi avrebbe accolto sotto il suo manto.

 

La mia professione perpetua

Le piccole cose fatte con amore preparano le grandi scelte. Quelle che la vita non risparmia a nessuno.

A 21 anni, alla fine della seconda filosofia, mi attendeva una di queste decisioni. Dopo le vacanze estive, trascorse a S. Maria di Labante "su un monte alto in mezzo a boschi e pinete", come avevo scritto ai miei fratelli Antonio e Martina, ero ritornato allo Studentato di Bologna.

Una settimana di esercizi spirituali. Una confessione generale.

Mi sentivo sollevato. Libero dal peso dei miei peccati. Ero pronto per la mia professione perpetua, per il mio sì definitivo al Cuore di Gesù, a Maria, alla mia congregazione.

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"Ti amo, o Cuore di Gesù, Ti adoro, Ti ringrazio delle grazie, dei segni di misericordia e predilezione che mi hai usato fin qui. Ti ho tanto offeso e tu, Gesù buono, mi hai vinto con la tua generosità divina: io fui pazzo d’ingratitudine e tu fosti pazzo d’amore.
Oggi per le mani purissime della Vergine Addolorata, offro, dedico, consacro totalmente ed irrevocabilmente al S. Cuore di Gesù tutto me stesso, corpo ed anima, la mia libertà, la mia memoria, la mia volontà, il mio intelletto. Gli consacro questo mio povero cuore, perché l’immerga nelle fiamme del suo Cuore divino e lo distrugga.
O Gesù mi sento tanto debole e cattivo, comprendo tutto il male fatto, misuro la distanza infinita fra me e te: io sono la debolezza, il nulla, Tu sei il tutto, la potenza.
Nonostante tutto questo, anzi proprio per questo, o Gesù, voglio entrare nel tuo Cuore santo, chiudermi in esso con tutte le mie miserie per cantare in eterno le tue misericordie. Voglio che tu sia d’ora innanzi per me padre, maestro, signore. Tu sia il centro, il sospiro della mia vita. Ti amerò e ti farò amare dagli altri. Ti prometto di santificare il primo venerdì di ogni mese; l’ora santa ogni giovedì, l’Adorazione quotidiana e la s. Comunione sarranno sempre per il tuo Cuore in riparazione dei miei peccati e del mondo.

tuo figlio
Martino di Maria Addolorata"

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Era il 23 settembre 1933.

Nella vita di una comunità religiosa ci sono dei periodi in cui si tocca con mano la gioia di stare con il Signore. La professione perpetua era stato uno di questi momenti. Ma non si può restare sempre sul Tabor, come gli apostoli che avevano contemplato la trasfigurazione gloriosa di Gesù.

Ottobre ci aveva riportati tutti alle occupazioni di sempre. Lo scrivevo anche ad Antonio e Marta, il 1° novembre 1933.

"Adesso mi trovo già da quasi un mese con i libri di scuola in mano; sono tornato, miei cari, alla vita faticosa dello studio. Certo che non è molto piacevole né il latino, greco, filosofia ecc., tuttavia sono contento di aver ricominciato e di continuare, perché questa vita di studio ha pure le sue consolazioni e le sue gioie, e soprattutto con questo mi preparo al sacerdozio".

Effettivamente, anche quella "vita di studio, aveva le sue consolazioni":

– Presentare con successo la figura di Gandhi ai superiori e ai compagni durante la cena comune, era una consolazione.

– Parlare di p. Dehon, il fondatore della mia congregazione, con tenerezza, poesia e pietà, era una consolazione.

– Avere una media dell’8 e 1/2 in tutte le materie alla fine dell’anno scolastico, era una consolazione, anche se, dopo tanta fatica, sinceramente mi aspettavo di più.

– Soprattutto buttar via il libro di matematica e trigonometria, quello di greco e di latino, era una grossa soddisfazione (salvo complicazioni e non doverli riprendere magari in seguito!).

 

La malattia di Antonio

Con la professione perpetua avevo scelto definitivamente il S. Cuore e una nuova famiglia che mi amava e con la quale mi trovavo bene. Ma non potevo ignorare l’altra famiglia, nella quale ero venuto alla vita e avevo goduto la mia fanciullezza. Mi restavano due sorelle e un fratello. Melodia era sposata e il Signore la benediceva mandandole numerosi figli. Marta e Antonio vivevano nella casa paterna.

Nell’anno di terza filosofia una lettera di Marta mi aveva molto preoccupato. Il Signore ci visitava ancora con il dolore, perché Antonio era stato colpito dalla TBC. Una malattia grave. In molti casi mortale.

Nonostante il pericolo, Marta gli stava accanto e lo curava con una dedizione ammirevole. Così come aveva fatto con la mamma.

Volevo bene a Marta. Sentivo il bisogno di dirglielo. E di ringraziarla, lasciando che il mio cuore di fratello amantissimo le parlasse. Le manifestasse quanto le ero vicino.

Le avevo scritto:

"Quanto vi compatisco e vi amo, mia buona sorella! Le vostre ultime parole racchiudono in sé tutta l’acerbità di un dolore profondo e continuo; quando penso a quanto avete sofferto, a quali fatiche, privazioni vi siete sottoposta per la lunga malattia della mamma e poi di quella di Antonio, non posso fare a meno di commuovermi e insieme di benedire Iddio il quale ha infuso nel vostro cuore tanto spirito di sacrificio e di abnegazione, tanta pazienza. Il mio amore per voi cresce tanto più vedo rifulgere in voi questa carità e rassegnazione; confesso di non essere degno di essere vostro fratello, poiché non sento in me questo spirito di sacrificio e di abnegazione che invece nutre il vostro cuore per tutto quello che avete sofferto…

Fatevi quindi coraggio; io sono con voi, soffro con voi, il vostro dolore è mio, come la vostra gioia era mia. Preghiamo insieme il S. Cuore di Gesù perché voglia consolarci facendoci guarire Antonio e promettiamogli di essere più buoni".

 

Prefetto a Trento

Durante l’estate 1934, insieme con i miei compagni e superiori, ero a Castiglione dei Pepoli (Bo), nella villa pomposamente indicata come "Grand Hotel – Restaurant – Garage – Stabilimento Idropinico". In realtà un albergo cadente, abbandonato da anni. Ma ci stavo bene. Aria buona, boschi e monti vicini. Possibilità di passeggiate in luoghi incantevoli. Salute smagliante e appetito formidabile.

Troppo bello perché durasse!

Se l’alba delle vacanze era stata frizzante, il tramonto si era velato di tristezza. Gli anni passano sempre troppo lenti quando si è giovani. Allora lasciavo correre la fantasia. E mi vedevo già in teologia, già vicino all’altare. Invece forse dovevo fare ancora una pausa. Un altro anno di prefetto.

Ho confidato la mia ansia alla sorella Melodia.

 

"Carissima sorella,

La pace del Signore nostro abiti sempre nel vostro cuore e in quello dei vostri bambini.

Agli altri ho consacrato le primizie belle di questi miei dolci riposi, a voi invece il mesto tramonto di questa villeggiatura, in cui ho molto goduto e ritemprato le forze con tutte quelle cose che rendono gradita e utile la campagna: aria, gioia, quiete e passeggi. Dopo mi aspetta l’incerto; vi assicuro che il tramonto non sarebbe melanconico, né temuto, ma radioso e desiderato, se dopo mi aspettassero gli studi e se potessi con sicurezza entrare finalmente nello studio della teologia. Ma purtroppo non sono sicuro! Il pensiero di perdere un altro anno, il timore che quella benedetta Messa anziché avvicinarsi, si allontani sempre più, rendono me un po’ triste e anche voi, penso renderà tale, voi che pure aspettate con desiderio ardente quel giorno...".

In settembre l’incerto era sparito. E l’anno di prefetto era una realtà. I superiori mi chiedevano di andare a Trento, dove era stata aperta una nuova Scuola Apostolica.

Perdevo i miei compagni di classe. Loro proseguivano in prima teologia. Io mi fermavo.

Ma i superiori chiedevano, in nome del S. Cuore. Per suo amore io dovevo e volevo obbedire. Anche se il sacrificio era amaro.

La partenza era stata fissata per il 29 settembre 1934. Anniversario della morte della mamma. Era un segno. Mi sembrava che lei, mia guida materna anche nel cielo, avesse disposto così per quei disegni grandi e belli che Iddio ha su di noi, ma che noi non possiamo conoscere se non dopo che sono compiuti.

Conquistata lentamente la serenità interiore, dovevo rassicurare anche i miei familiari

 

"Carissimi,

Oggi parto da Bologna per Trento, ove per un anno ancora dovrò fare da prefetto. Io sono contento di fare la volontà del Signore, ben ricordevole come il S. Cuore dispone sempre per il nostro bene.

Ma intanto, mi direte voi, ecco che perdi un altro anno per la Messa. Avete ragione! La Messa in tal modo è ritardata; ma che importa prendere la Messa un anno prima o dopo, quando invece io sarò più preparato e più degno, e attirerò con ciò le grazie sul mio apostolato? Anzi dovete essere contenti perché il S. Cuore, quantunque semplice chierico, mi ha scelto a fare dell’apostolato come un sacerdote. Quindi rallegratevi con me e ringraziate degnamente il Signore di tal beneficio".

Ero prefetto alla Casa del S. Cuore di Trento. I rimpianti non servivano. Dovevo dare il meglio di me stesso ai 17 ragazzi di terza ginnasio, che mi erano stati affidati. Tutti veneti. Provenienti da una terra di antica tradizione religiosa. Come la mia.

Insegnavo quasi tutte le materie. Un sacco di ore respirando gesso alla lavagna e passando tra i banchi. Correggendo compiti e preparando lezioni. Una fatica non indifferente, tant’è vero che mi sono ammalato. Una delle pochissime volte che mi sia capitato, perché ho sempre goduto di una salute di ferro. Mi sono ripreso subito, con disappunto dei miei ragazzi, che speravano in qualche giorno di vacanza in più.

In casa e in classe esigevo disciplina. Ma intervenivo con amore. E i ragazzi lo sentivano. In ricreazione e quando uscivamo a passeggio lungo l’Adige o nei boschi del "castelletto", erano un tormento. Sempre attorno a me. Sempre attaccati al mio cordone. Sempre pronti a raccogliere la frutta caduta dagli alberi. E a mangiarla di nascosto, perché non era permesso.

In realtà ogni passeggiata era un’avventura. Il vento, la neve, il freddo, la pioggia. E noi senza mezzi. D’estate un caldo infernale, un sole da spaccare le pietre. E l’acqua delle fontane vietata. Qualche volta ci sorprendeva un acquazzone da annegarci. E allora erano corse mozzafiato e ogni riparo era un conforto. Si rientrava bagnati come pulcini e con un raffreddore assicurato.

L’avevo tanto temuto quell’anno di prefetto. Ma si stava rivelando un dono di Dio. Anche se non ero sacerdote, avevo la possibilità di fare del bene. Di donare. Di aiutare. Di sostenere.

I ragazzi hanno un buon cuore. E sono riconoscenti. Me lo hanno dimostrato in occasione del mio onomastico, scrivendomi lettere piene di belle parole e offrendomi dei fiori.

 

La vocazione di Marta

Nel mese di novembre di quello stesso anno mi è giunta una lettera di Marta. Mi comunicava l’intenzione di farsi suora.

Marta era finalmente libera, perché mio fratello Antonio era guarito dalla TBC e non aveva più bisogno di assistenza. Prendendo le dovute cautele per non ammalarsi di nuovo, ora poteva badare a se stesso e assumersi le sue responsabilità.

Comunque, quella di Marta era una decisione importante. Forse un dono di Dio. Ma ci voleva prudenza. Per non compiere passi falsi. Per non farsi trasportare da entusiasmo passeggero. Insomma, per essere certi che si trattava della volontà del Signore.

Tutto questo glielo avevo scritto nella lettera di risposta, convinto che avrebbe considerato attentamente le mie parole.

 

"Cara Marta,

Non ho risposto subito alla tua, per non sembrare precipitato nel mio giudizio, essendo la cosa molto grave; così ci ho potuto pensare bene, ed ho pregato caldamente il Signore, perché ti illumini.

Mia Marta, sei libera di fare, come ti senti animata dallo spirito del Signore; puoi farti suora missionaria; lo spirito di sacrificio non ti manca, come lo hai dimostrato bene in giorni lunghi, anzi in quegli anni di dolore per la santa mamma. Ma però, prima di dare esecuzione a cotesto tuo proposito, devi raccoglierti alcuni giorni, nel silenzio del tuo spirito, e meditare su quello che stai per compiere. Poi consigliati con qualche prudente e pio sacerdote o religioso, al quale tu apra tutto il tuo interno, e candidamente racconti quello che senti, i motivi che ti spingono ad entrare in religione, se è da molto che desideri farti suora, i difetti ed i pregi del carattere tuo, ecc.

Spesse volte qualche delusione del cuore, qualche dolore od altro motivo umano ci può far credere che siamo chiamati alla religione, mentre poi, passato il fervore passeggero, sfumata la passione del momento, ci svegliamo, vediamo le cose molto diversamente, e dolorosamente dobbiamo ritornare sui nostri passi, recando dispiaceri ai superiori, rovinando anche la nostra riputazione presso gli uomini, i quali ci grideranno dietro sempre la nostra debolezza e incostanza e leggerezza.

Quindi sii prudente nell’agire! Io sono contento, contentissimo nel conoscere quali santi sentimenti animino il tuo spirito".

Marta aveva seguito i miei consigli. Aveva pregato. Si era consigliata. Aveva finalmente deciso di entrare nella Congregazione delle Suore Garde-Malades (Montpellier – Francia). Aveva scelto queste suore perché tra loro c’era Pierina, una sorella nata dal primo matrimonio di mio papà.

Marta era felice della sua scelta. Ed io ero felice con lei.

Mi preoccupavo di più per gli altri due fratelli.

Dopo la partenza di Marta, Antonio era rimasto solo nella casa paterna. Aveva soltanto 24 anni e faceva fatica a organizzarsi.

Temevo per la sua salute ancora fragile. Pregavo perché, così giovane e inesperto, non imboccasse qualche strada pericolosa.

Melodia si lamentava della povertà.

Era dura tirare avanti con tutti quei figli. Sono una benedizione del Signore. Su questo non ci sono dubbi. Sono anche la consolazione dei genitori. E neanche su questo ci sono dubbi. Ma quando si siedono a tavola, vogliono trovare qualcosa. Possibilmente buono e abbondante.

Bisognava darsi da fare. E ci voleva anche fede.

Da Trento le avevo scritto così:

 

"Carissima Melodia,

Non importa che siate poveri; basta un po’ di polenta e molto timor di Dio. So che vi lamentate della povertà; mia cara Melodia finché sarete poveri, sarete felici, quando per avventura ci fosse denaro allora addio pace e tranquillità. Vedete; è da otto anni che non possiedo in tasca un soldo, eppure non mi è mai mancato niente, anzi sono stato ricchissimo, perché il Signore ci concede più di quello che si desidera".

 

I miei ideali

L’estate con i ragazzi era scivolata via quasi senza che me ne accorgessi. Anche perché al riposo ci si abitua sempre facilmente.

Ormai eravamo agli sgoccioli delle vacanze e il 15 settembre tornava il mio appuntamento con Maria Addolorata.

L’immagine dell’Addolorata, che sorregge il corpo martoriato del Figlio sulle ginocchia, mi ha sempre tanto colpito. Fin da quando, ancora bambino, indugiavo a contemplarla nel santuario del mio paese. Fin dalla mia cresima, che ho ricevuto proprio nel giorno della sua incoronazione solenne.

Il 15 settembre 1935, al termine del secondo anno di prefetto, ho ribadito ancora una volta la mia donazione a lei. E le ho chiesto una grazia, quella "di amare il S. Cuore di Gesù nel SS.mo Sacramento e nella Croce, di servire a Lui salvandogli tutte le anime e di morire martire per lui".

I miei ideali restavano sempre gli stessi. Diventare sacerdote, salvare tante anime in terra di missione, morire martire.

Il primo, quello dell’ordinazione sacerdotale, non era più molto lontano. Già ne intravedevo la luce quando, il 22 settembre 1935, sono ritornato allo Studentato di Bologna e ho cominciato la teologia.

La partenza da Trento è stata commovente e dolorosa. Lacrime dei ragazzi e calorose strette di mano da parte dei superiori. Tante promesse, tanti auguri. Il malinconico rituale di ogni partenza.

 

In teologia

Cominciavo la teologia. Finalmente.

Negli anni passati avevo tanto studiato matematica e scienze, latino e greco e filosofia. Ora volevo consumarmi nello studio della teologia, che è proprio la scienza del sacerdote. Dunque, sotto di nuovo con i libri! La mattina, scuola al Benedetto XV, il seminario regionale. Il pomeriggio, studio nella quiete della mia camera, con qualche puntatina nella biblioteca dello Studentato. Ancora e sempre preghiera e studio, studio e preghiera. Vita da religiosi e da studenti. In attesa di quella benedetta Messa, che mi pareva non arrivasse mai.

Verso quella meta avevo fatto soltanto un piccolo passo, quello della tonsura. Con quel segno particolare nei capelli entravo ufficialmente tra i chierici e godevo dei privilegi dello stato ecclesiastico.

Pensavo ai miei familiari, a casa. Non facevano una vita comoda. Lavoravano, si sacrificavano, senza riscaldamento d’inverno, senza vacanze d’estate. Come la maggior parte della gente fuori dal seminario. La conclusione era logica: io dovevo studiare. Quello era il mio lavoro, da quando sorgeva il sole finché tramontava, e oltre. E non potevo lamentarmi. Nei mesi freddi – e a Bologna il freddo si fa sentire – studiavo al tepore di un termosifone. In quelli caldi – e a Bologna il caldo si fa sentire – mi riposavo all’aria fresca degli Appennini. In fondo, ero un privilegiato, favorito da Dio.

I risultati comunque si vedevano. E noi dello Studentato conquistavamo ogni anno un’ ambita attestazione di merito. Quella di essere i più bravi studenti del Seminario. Io avevo ottenuto perfino un secondo premio in S. Scrittura.

Bell’ambiente quello dello Studentato in quegli anni. Ci volevamo bene. Ci aiutavamo. Ci sentivamo tra amici

E i superiori davano il meglio di sé. Per prepararci alla vita sacerdotale. Alla vita missionaria. Mi avevano anche dato fiducia. Facendomi prefetto della prima teologia, loro referente per la mia classe. Facendomi uno dei principali collaboratori della rivista "Il Regno del S. Cuore", il bollettino di collegamento con i benefattori dello Studentato. Meritavano tutta la mia riconoscenza. Ed ebbi occasione di manifestargliela con una composizione piena di affetto durante il trattenimento per l’onomastico del padre Superiore.

 

Notizie dalla famiglia

In quegli anni dal mio paese e dalla famiglia notizie liete e meno liete.

Tra le più belle giungeva dalla Francia l’annuncio della professione perpetua di Pierina (la mia sorellastra) e dell’ingresso di Marta al noviziato. Aveva scelto il nome religioso di suor Angela. Nella mia famiglia c’erano due suore e un religioso chierico. Ben tre vocazioni. I sacrifici e le preghiere della mamma erano stati ricompensati.

Le preoccupazioni mi giungevano da Nembro, dove Antonio viveva solo. Martina se n’era andata, seguendo la sua vocazione. Pensare mio fratello in quella condizione non mi lasciava quieto. E in certi momenti mi pentivo di aver permesso a Marta di andarsene. Mi sarebbe tanto piaciuto che, almeno in qualche occasione (come a Natale e a Pasqua), Antonio andasse da Melodia e dai bambini. O che Melodia e suo marito Angelo andassero da Antonio. Si sarebbe ricostituita un po’ di unità familiare. Almeno per qualche giorno. Eravamo tutti separati, dispersi per il mondo. Questo mi faceva male.

Negli ultimi tempi era sorto un altro problema. Intricato e spinoso.

Antonio aveva messo in vendita la casa paterna. Ed era finito in mezzo ai pasticci, anche legali. Cosa potevo consigliargli? Soltanto di rivolgersi a don Alessandro Valsecchi, un uomo prudente disinteressato intelligente. Da sempre amico sincero della nostra famiglia. Se la questione della casa non fosse stata risolta senza liti, quando sarebbe giunto il momento, io non avrei celebrato la Messa nella chiesa di Nembro. Tra l’altro non conoscevo il nuovo arciprete del paese e con il trascorrere degli anni ero diventato quasi un estraneo. Però restava il mio attaccamento al santuario dello Zuccarello, dove avrei potuto celebrare la prima Messa con la partecipazione dei familiari e dei parenti. Il mio amore per la Vergine Addolorata mi attirava a quel santuario. Così come mi attirava la quiete di un altro santuario mariano. Quello di Boccadirio, non lontano da Castiglione dei Pepoli, dove ho trascorso tanti mesi estivi, prima di riprendere ogni nuovo anno scolastico.

 

In seconda teologia. Gli ordini minori

Quello di seconda teologia iniziava con una piacevole novità. Le lezioni non erano più in piazza Martiri, presso il seminario regionale, ma in casa nostra, allo Studentato. Tra andata e ritorno si risparmiavano due ore di cammino al giorno. Significava meno fatica e disagi, più tempo per noi. Una grande cosa.

Durante il secondo corso teologico ho fatto un altro passo in avanti verso l’ordinazione sacerdotale ricevendo gli ordini minori. Ostiariato, lettorato – esorcistato, accolitato.

Avanzavo. A me pareva con estrema lentezza, perché ero impaziente e scalpitavo. In realtà mancava soltanto un anno.

Vivevo nella gioia. Anzi nell’allegria. Senza eccessive preoccupazioni. Fiducioso nel S. Cuore. E in buona armonia con tutti.

Anche la spina della vendita della casa paterna m’era uscita dal fianco. Tutto si era risolto favorevolmente. Grazie a Dio e alla buona volontà di tutti.

Grazie invece alla mia buona volontà avevo superato benissimo gli esami finali. Una sfilza di 8-9-10. Ai professori e ai superiori non erano sfuggiti questi risultati. Una bella soddisfazione. Per me e per loro.

 

Finalmente sacerdote

Il terzo anno di teologia, quello degli ordini maggiori. Del suddiaconato, del diaconato, del sacerdozio. L’anno della prima Messa. La meta tanto sospirata.

Ero pieno di entusiasmo e di gioia impaziente.

Non così i miei fratelli, almeno mi pareva. Non ne parlavano, come se non li riguardasse. Io ero in fibrillazione, loro sembravano indifferenti. In questa situazione aveva senso dire la prima Messa a Nembro, dove ormai ero poco più che uno sconosciuto? E vista la povertà della famiglia, valeva la pena di organizzare la festa? Non si sarebbe potuto fare tutto a Bologna?

Incertezze e domande che avevo scritto ai miei fratelli, aspettando con ansia la loro risposta.

Desideravo tanto che venissero anche Marta e Pierina dalla Francia. Ma capivo che sarebbe stato molto difficile. Erano religiose e la decisione spettava alla loro superiora.

I mesi passavano. Il 12 Marzo ero suddiacono. E potevo, anzi avevo l’obbligo di recitare ogni giorno il Breviario. Il 2 Aprile ero diacono.

L’ordinazione sacerdotale sarebbe stata alla fine di giugno. In mezzo ci stavano gli esami. Ma ormai non mi facevano più paura. Non costituivano un ostacolo. Sarebbero andati bene e avrei avuto la strada libera. Ero in dirittura d’arrivo.

Intanto le cose volgevano al bello anche nei rapporti con i miei fratelli.

Riguardo alla festa per la mia prima Messa – dovevo ammetterlo – avevo sbagliato. E lo scrissi apertamente a mia sorella, proprio il giorno del suddiaconato.

 

"Cara Melodia,

… sono molto dispiaciuto: capirai sono pentito. Ebbene, riconosco di essere stato impulsivo e di avere sbagliato nel giudicare sinistramentte il vostro modo di agire, quindi come sempre vi ho voluto bene, così spero che voi, Melodia e Antonio, mi perdonerete e mi vorrete sempre bene

Ho visto che in fondo siamo tutti e tre buoni e che dobbiamo passar sopra ai piccoli dissapori che possono sorgere tra noi. Ho stabilito di venire a casa per la nostra Madonna dello Zuccarello, l’8 agosto. Canterò Messa lassù, con voi e con le sorelle".

Perdono reciproco. Pace riconquistata. E non se ne parlò più.

In giugno tutto era pronto.

Gli esami erano stati superati quasi con il massimo dei voti.

I parenti e alcuni amici erano stati invitati.

Il 16 erano iniziati gli esercizi spirituali. Una settimana tutta per me. Meditazioni. Preghiere. Intimi colloqui con il Signore e con la Vergine Addolorata. Una settimana sul Tabor, a contemplare e gustare la gloria e l’amore di Cristo.

Finalmente l’alba di domenica 26 giugno 1938. La consacrazione.

Ero sacerdote di Cristo. Tutto suo, tutto di Maria, tutto degli uomini. Per sempre.

Ho pensato a mia mamma. A mio papà. Sicuramente mi stavano accanto. E potevano essere orgogliosi di me.

La prima meta della mia vita era stata raggiunta. Con l’aiuto di Dio e con la protezione di Maria.

Mi attendevano l’apostolato, le missioni, altri orizzonti. Secondo il progetto di Dio su di me.

 

"Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli". Così avevo scritto sull’immaginetta della mia prima Messa. Per portare Cristo ai fratelli, avrei dato anche la vita.

 

La prima Messa allo Zuccarello

Era giunto il momento dei "ritorni" alle persone e ai luoghi cari dell’infanzia e della scuola.

Il mio paese e la Vergine Addolorata dello Zuccarello mi hanno accolto nel giorno della sua festa, l’8 di agosto.

Campane a festa. Eccitazione e gioia per tutti. In me, ricordi di lontane corse su e giù per la mulattiera che portava al santuario. Volti, sguardi, affettuose strette di mano, canti, preghiere sommesse. Ero partito bambino, tornavo da sacerdote. Tornavo al "mio" santuario, al santuario della famiglia Capelli.

"T’arresta e ascolta. È la tua dolce Madre
che fanciullo t’arrise
che nel tuo cuor candido e innocente
la vocazione mise
per il divino apostolato santo".
Così recitava Camilla, la bambina che mi dava il benvenuto a nome di tutti. Brava e graziosa. Interpretava la voce della Vergine Addolorata.
Proseguiva la bambina:

"Ti seguirò col guardo e la preghiera
o figlio del mio core
nel dì del… gaudio… e in quel della… bufera…".

Ma a questo punto era stata presa dalla commozione. E la sua vocina tremava. O forse la parola "bufera" era troppo impegnativa per lei. O evocava tormenti sconosciuti. Tragedie troppo grandi.

Era stata costretta a fermarsi, simpaticamente imbronciata. E subito sommersa da un mare di applausi.

 

La prima Messa ad Albino

Da Nembro alla scuola apostolica di Albino, che mi aveva accolto da ragazzo. E dove ero tornato da "prefetto". Sei anni in tutto. Una seconda casa, una seconda famiglia per me.

Il 15 agosto, alla Messa solenne c’era anche Pierina. Era giunta dalla Francia, portandomi una ventata di bontà, di stima, di affetto fraterno.

I ragazzi e i superiori della scuola apostolica si erano fatti in quattro per me. Perché la festa riuscisse alla grande.

Mi sentivo coinvolto da tanto entusiasmo. Commosso dall’esecuzione del coro che eseguiva la Messa Regina Martyrum del Refice.

Ricordavo. Proprio lì ad Albino un missionario aveva portato la testimonianza dei martiri messicani. In quel momento, ascoltando quel coro, rivivevo la stessa emozione di allora. E nutrivo sempre lo stesso desiderio.

 

In IV teologia. La domanda di andare in missione

Era di nuovo settembre. E quel mese era sempre cruciale.

Dopo l’ubriacatura di emozioni e di feste, rientravo nella routine quotidiana della vita religiosa. Anche se ero già sacerdote, mi aspettava il IV anno di teologia. L’ordinazione sacerdotale in terza era un privilegio. Quindi, al di fuori della Messa, non ci era permessa nessun’altra attività. La solita scuola, il solito studio, i soliti esami. Per un anno ancora, poi sarebbe veramente finita. Lo scrivevo anche ad Antonio:

 

"Caro Antonio,

ho finito ieri gli esami semestrali che sono riusciti molto bene e hanno consolato me e i professori. Adesso mi rimangono appena gli esami finali a giugno e poi addio per sempre ai banchi di scuola e ai professori: era tempo no? Sono tanti e tanti anni che mi consumo sui libri! Dopo spero di prendere il volo a quella missione a cui il Signore mi invierà: Africa o Cina".

Accettavo la vita di studio. Era una necessità. Ma io volevo fare il sacerdote. E desideravo andare in missione. Quello era il mio sogno. L’avevo coltivato nel cuore. L’avevo domandato con insistenza a Maria.

La Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore era diffusa in diverse Province. E quasi tutte avevano una missione in Africa o in Asia o in America Latina. La Provincia italiana non ancora. Ma la desiderava e si stava impegnando per ottenerla. In comunità si parlava spesso di questo argomento. Alternando speranze e delusioni.

Io, noi di IV teologia, eravamo pronti. La valigia e il crocifisso in mano. E scalpitavamo impazienti.

Scrivendo ai miei fratelli per gli auguri di Pasqua, confidavo loro questi sentimenti e questo desiderio.

 

"Carissimi Antonio e Melodia,

… Nella nostra s. comunione pasquale preghiamo a vicenda il Signore perché ci conceda una vita felice e tranquilla nel nostro stato: perché io possa diventare un missionario santo e voi essere buoni cristiani.

Di notizie nuove non ne ho: vivo felicissimo nel mio Studentato, aspettando di andare in missione, o in Africa o in Cina. Pregate per questo scopo: che onore per voi avere un fratello missionario!".

Ed ecco la grande notizia, comunicata dal p. Provinciale in persona. Anche la Provincia italiana dei Sacerdoti del S. Cuore aveva ottenuto la sua missione. A Yunnan, in Cina, Prefettura apostolica di Tali. Applausi applausi applausi. Era il mio sogno che si avverava.

Così il giorno di Pentecoste, scrissi la domanda di partire.

 

________________

"Io, Martino Capelli, dopo aver considerato ogni cosa davanti a Dio e con il permesso del mio confessore e direttore, faccio domanda alla P.V.R.ma di essere mandato subito nella nostra missione dell’Yunnan. In fede mi firmo

P. Martino Capelli, Bologna, 28.06.1939".

_________________

Niente da fare. Anche quella volta si erano frapposti degli ostacoli. La speranza di partire era svanita. Restavo in Italia. Una grossa, grossissima delusione.

Ma la mia sofferenza, per quanto amara, era ben poca cosa di fronte a un altro terribile avvenimento. La Germania nazista aveva attaccato la Polonia.

Era la guerra. Una immane tragedia per l’Europa, per il mondo, per ciascuno di noi.

 

Rinuncia all’ideale missionario

Il 23 giugno 1939 comunicavo ad Antonio la fine degli esami e dell’anno scolastico.

 

"Carissimo Antonio,

… ieri ho finito gli esami, che sono riusciti molto bene e hanno soddisfatto i professori. Addio per sempre ai libri scolastici? Questo no; poiché, anche se non mi siederò più sui banchi di scuola, dovrò sempre studiare: lo studio è il lavoro quotidiano del sacerdote, anche quando sarà vecchio".

La media dei voti in tutte le materie era superiore al 9. E questo risultato – come quello di tanti esami passati – deve aver impressionato i superiori. Tanto da convincerli a mandarmi a Roma. A proseguire gli studi. A prendere la laurea in Sacra Scrittura e in Storia ecclesiastica. Altro che "addio per sempre ai libri scolastici", come pensavo! Altro che missionario in Cina, come sempre avevo sperato! Davanti a me c’erano ancora libri ed esami. E poi, in prospettiva, una vita da professore.

I miei progetti erano diversi. Ma forse non erano quelli di Dio. I superiori, l’obbedienza, mi mandavano altrove.

Era la volontà di Dio. Questo mi imponevo di credere. Con la mente e la volontà. Ma nel cuore e nei sentimenti la rinuncia all’ideale missionario mi bruciava terribilmente.

 

"Speravo di scappare in missione, invece ero condannato a finire la vita su una cattedra di scuola".

Da mia sorella Pierina (che sapevo ammalata) mi giungevano parole di sostegno e di incoraggiamento.

 

"Mio caro Padre, comprendo bene che le è duro studiare perché la sua intenzione è sempre stata di essere un missionario. Cosa vuole, la Provvidenza lo ha chiamato per essere professore; deve mettere nelle mani di Dio e accettarlo con rassegnazione".

Anche Marta, con l’incertezza della sua grammatica, ma con il cuore di una mamma, cercava di essermi vicina e darmi un po’ di conforto.

 

"Mio amato fratello,

… Eccomi pronta a consolare questo grande bambino che un giorno la povera mamma mi raccomandò alle mie cure. Eccomi pronta a dividere le vostre gioie e i vostri dolori e soprattutto eccomi pronta con le mie povere preghiere e tutti i miei sacrifici! Sì, mio buon fratello, sempre sarò unita a voi perché voi abbiate più forza a compiere il vostro dovere per camminare nella via dritta che la divina Provvidenza vi ha tracciato.

… Che v’importa 30 o 40 (anni) di missione e di salvare molte anime contro la volontà di Dio? Quando voi potete evangelizzare per il disgusto dello studio fatto per obbedienza e con gioia per amor di Dio! Forse in un anno solamente potreste lavorare e salvare delle anime più che in 30 o 40 (anni) di missione.

E poi chi vi dice che non sarete mai missionario?".

 

All’Istituto Biblico di Roma

Il 27 ottobre 1939 sono partito per Roma.

L’Europa era in guerra. L’Italia fascista vi si stava preparando.

L’unico segno che notavo di questa triste situazione erano le colonne di soldati, che si concentravano in città. In attesa di partire per l’Albania, la Grecia, l’Africa. Bravi ragazzi, che avevano ancora negli occhi il volto della mamma e della fidanzata. Ansiosi per il loro destino.

Mi trovavo a Roma. Nella culla e nel centro del cristianesimo.

Roma, con le sue basiliche imponenti e le sue mille chiese, sovrapposte o affiancate ai ruderi del paganesimo. Con le catacombe e il Colosseo. Il sangue dei martiri.

Roma, sede del Vicario di Cristo, che avevo la possibilità di vedere e ascoltare personalmente nella basilica costruita sulla tomba di Pietro.

All’università mi incontravo ogni giorno con il mondo intero. Italiani, polacchi, francesi, inglesi, tedeschi, ungheresi, svizzeri, americani, brasiliani, canadesi, africani, asiatici, cinesi, indiani, siriani, spagnoli.

Roma cosmopolita. Razze lingue culture religioni idee a confronto. Un mondo nuovo. Un respiro universale. Che mi sorprendeva. E un po’ mi affascinava.

Ricominciavo a studiare. Di nuovo.

Ma l’ambiente accademico romano era ricco di stimoli. Lo studio della S. Scrittura nel prestigioso Istituto Biblico mi aveva conquistato. E aveva mitigato il dispiacere per la rinuncia all’ideale missionario.

 

"La mano divina ha raccolto il giglio che aveva seminato"

Quel giglio trapiantato in cielo era Pierina.

La notizia della sua morte mi è giunta il 25 gennaio 1940. Inaspettata, anche se conoscevo le sue precarie condizioni di salute.

La lettera era di Marta.

 

"Mio amato fratello,

ecco che la mano divina ha raccolto sulla terra il giglio che aveva seminato. La nostra povera Pierina si è spenta nel Signore ieri mattina dopo aver ricevuto Gesù e tutti i sacramenti".

Era stata con me alla festa della prima Messa, ad Albino. Non l’avrei rivista mai più. Mi voleva bene. Era orgogliosa di me. Mostrando la mia fotografia diceva: "Guardate il mio piccolo fratello, com’è buono, bravo".

Col trascorrere degli anni il numero dei miei protettori in cielo diventava sempre più consistente. Il papà, la mamma, Pierina. Da tutti avevo imparato qualcosa. L’onestà e la laboriosità. La devozione alla Vergine e la recita del Rosario. L’amore e l’abbandono in Dio.

 

"Tutti qui dicono che era una piccola santa" – mi aveva scritto ancora Marta. "Tutte l’amavano, anche nella sua malattia aveva un grazioso sorriso per tutti… ci amava come può fare una madre. Quando avete delle difficoltà pregatela: sono sicura che sarete soccorso".

Un esempio di morte santa. Dolorosa, ma serena. Nella speranza cristiana.

Scrivendo a mio fratello Antonio, gli manifestavo la mia reazione e i miei sentimenti.

 

"Chiniamoci con umiltà davanti alla prova che Dio ci ha mandato: soffrendo, sapremo più facilmente consolare gli altri. Il dolore ci spoglia del nostro egoismo".

 

Vita romana

Studiavo. Pareva proprio che quella fosse la mia vocazione.

A Bologna avevo ricevuto un premio in S. Scrittura. A Roma avevo concluso gli esami con lode. Bene in lingua ebraica, bene in aramaico, bene in greco biblico. Bene in tutto.

Vivevo in una casa della mia congregazione, in viale Mazzini. Tra monte Mario e il Tevere. Dalla camera intravedevo la cupola imponente della basilica di S. Pietro. Mi sentivo legato alla Chiesa, al suo Magistero, alle sue tradizioni, alla sua liturgia. Respiravo ogni giorno la sua cattolicità.

Trovavo anche il tempo di camminare per Roma. Seguivo il corso del Tevere. Dai ponti guardavo il lento defluire del fiume, muto testimone di eventi storici, che mi avevano incuriosito fin da ragazzo.

Percorrevo il Corso, sfioravo i palazzi del potere civile. Respiravo la brezza fresca della fontana di Trevi. Giungevo all’Istituto Biblico.

Contemporaneamente, a pochi passi dalla mia aula, si decidevano le sorti dell’Italia.

Il 10 giugno 1940, Mussolini dichiarava guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.

L’Italia entrava in guerra. A fianco della Germania di Hitler, che stava vittoriosamente dilagando in tutta l’Europa.

 

Accanto ai nostri soldati

La guerra entrava nelle nostre famiglie, causando apprensione e dolorosi distacchi.

Condividevo in modo particolare le preoccupazioni della famiglia Moioli. Erano i nostri vicini di casa. Amici. Quasi un’unica famiglia.

Erano in ansia per Angelo, soldato in Libia. Io ero in ansia con loro. Mi interessavo di lui presso la S. Sede. Gli scrivevo. Pregavo. Tenevo i contatti epistolari con sua madre e i suoi familiari.

 

"Carissimi,

… La mia s. Messa di Natale sarà offerta per i nostri soldati, per tutti i dolori che questa guerra ha accumulato nei corpi e nei cuori. Ma un’intenzione particolare sarà per lui, il nostro Angelo, così lontano, eppure così vicino a noi tutti. La nostra preghiera giungerà fino a lui, subito, senza aspettare i mesi, a infondergli conforto e consolazione. Gesù Bambino nasce dappertutto, anche in fondo all’Africa a portare i suoi regali, a supplire la mamma, le sorelle, i fratelli presso i nostri prigionieri. Come saprà fare bene la nostra parte Gesù! Quindi stiamo uniti tutti presso la culla di Gesù con la preghiera. Egli farà tutto".

Roma era un crocevia di soldati bisognosi di sostegno e di assistenza religiosa. Mi facevano pena e tenerezza insieme. Mi sono messo a loro disposizione. E "ho confessato un battaglione di granatieri che dovevano partire per la Grecia-Albania; forse per alcuni di essi era l’ultima confessione e comunione. Erano pezzi di giovani, forti, belli, che pensavano alla mamma che avevano abbandonata e si raccomandavano a quella del cielo. Come non commuoversi? Dopo uscito di chiesa sono stato a salutarli e a vedere se c’era qualcuno di Nembro; ce n’erano di Albino, Alzano, uno di Viana, ma di Nembro nessuno. Salutandomi mi dicevano: il Signore è dappertutto e ci assisterà. I nostri soldati pongono la loro speranza in Dio: non è bello? È una scena che non mi uscirà più dal cuore".

Seguivo le vicende dell’Italia e dei nostri soldati. Conoscevo i loro disagi. Erano lontani, in ambienti ostili. Esposti a ogni pericolo. Scrivevo a quelli che conoscevo, perché non si sentissero abbandonati.

In confronto alle loro sofferenze, il mio impegno era ben poca cosa. Potevo ritenermi un fortunato. Avevo ancora la possibilità di studiare e di vivere serenamente la mia vita religiosa e sacerdotale.

Scrivevo ad Antonio il 1° luglio 1941: "Qui a Roma la guerra si è sentita poco, quasi non ce se ne accorge: tuttavia ci auguriamo che finisca presto".

Questa era la speranza. Ma le premesse non erano buone.

Invece di restringersi, il fronte della guerra si allargava sempre più. Coinvolgeva altre nazioni. Diventava un conflitto mondiale. Con l’uso di armi sempre più devastanti.

A Nembro, dov’ero provvisoriamente tornato alla fine del secondo corso accademico, qualcuno mi chiedeva ancora: "Padre, non parte per le missioni?". Rispondevo: "Santa Teresina è stata un po’ testona con me; ma se andiamo avanti di questo passo il sangue lo verseremo anche in Italia".

 

La Licenza in teologia

Il terzo corso accademico, a Roma, è stato particolarmente impegnativo e gratificante.

Impegnativo, perché mi sono iscritto a due università. All’Istituto Biblico e al Pontificio Ateneo Urbaniano di Propaganda Fide.

Gratificante, perché alla fine di questo corso, il 10 luglio 1942, ho conseguito la Licenza in Teologia "cum laude". Una bella soddisfazione. Frutto di tanti anni di studio. Di sacrifici. Anche di rinunce ai miei ideali.

Non ero alla meta. Ma la laurea era vicina.

Con questo diploma, che mi apriva le porte dell’insegnamento della teologia, sono tornato allo Studentato di Bologna.

Due giorni dopo ero già sull’Appennino, a Castiglione dei Pepoli. In vacanza con gli studenti di teologia.

Giorni riposanti e sereni, in un ambiente bellissimo. Pronto a correre al santuario di Boccadirio. A confessare. A celebrare Messa nella solennità dell’Assunta e dell’Addolorata.

Queste vacanze mi sono rimaste nel cuore.

Ho confidato questa mia soddisfazione alla signora Anna Moioli, il 19 settembre 1942:

 

"Gent.ma Signora

Oggi scendo a Bologna ove dal 22 al 29 c.m. farò gli esercizi spirituali. Mi raccomando alle preghiere di tutta la famiglia per ricavarne profitti per l’anima.

Così ho finito le vacanze: furono vacanze magnifiche, delle più belle che abbia passato. Mi sono riposato e divertito molto. Ai primi di ottobre ritornerò con grande probabilità a Roma per finire anche gli altri studi di teologia; ma potrebbe anche darsi che debba rimanere a Bologna a fare la scuola ai nostri giovani. Io preferisco però andare ancora a scuola, anziché farla".

 

Ultimo anno accademico a Roma

Dunque, come tutte le cose belle, anche le vacanze di quell’anno finirono presto.

E alla fine di ottobre ero di nuovo a Roma, anche se qualcuno mi voleva già dietro una cattedra.

Ero a Roma per completare gli studi. Per organizzare la mia tesi di laurea in scienze bibliche, anche se non avevo ancora il consenso dei superiori.

Avevo il mio bel da fare. Accordarmi con il professore. Scegliere l’argomento. Iscrivermi e frequentare la Scuola Paleografica Vaticana, che – in vista della tesi – mi avrebbe permesso di effettuare le ricerche su pergamene e codici antichi.

Finalmente ero io che sceglievo i miei studi. E questo mi appassionava di più.

 

Lo Studentato a Castiglione

Ma non vivevo fuori dal mondo.

Il mondo era in guerra. In Europa, nel Pacifico, in Africa Settentrionale. I rumori di guerra tuonavano sopra le nostre teste, ma non avevano ancora colpito nessuno di noi. Dovevamo essere riconoscenti.

Lo scrivevo ai miei fratelli in occasione del Natale 1942.

 

"Carissimi fratelli Antonio e Melodia,

… Ringraziamo il Signore delle grazie che ci concede, soprattutto che nessuno della nostra famiglia soffre gravemente per la guerra. Mostriamocene grati e insieme non dimentichiamoci di quelli che soffrono in questi giorni, che combattono, per quelli che sono feriti e muoiono per difendere noi.

… A Roma, se non vengono gli inglesi, si vive discretamente bene e quasi non si sente di essere in guerra".

Non così a Bologna. Lo Studentato si trovava in una zona a rischio. Troppo vicino alla stazione ferroviaria. Troppo esposto ai bombardamenti degli alleati.

I superiori ne erano consapevoli, soprattutto dopo che le case dei salesiani e dei missionari della Consolata erano state distrutte.

Il 14 e 15 dicembre 1942 quasi tutta la comunità aveva lasciato Bologna e si era stabilita a Castiglione dei Pepoli. Al freddo, ma più al sicuro.

 

No alla laurea. Un’altra rinuncia

Il 3 marzo 1943 ero a Bologna. Contavo di restarvi fino al 19, festa di S. Giuseppe. Il problema da definire con i superiori era la mia tesi di laurea. Sì? o no? In S. Scrittura o in altro argomento?

La risposta è stata no.

Un pugno nello stomaco.

Riconsideravo la mia vita. Avevo rinunciato (e Dio sa con quanta amarezza) al mio ideale missionario. Avevo accettato di continuare a studiare contro il mio desiderio. Avevo studiato con impegno fatica costanza. E con ottimi risultati.

Incassavo un altro no. Proprio lì, a un passo dal traguardo. Era terribilmente illogico.

Questo mi chiedevano i superiori. E questo io accettavo di fare.

Ma la rinuncia, dentro, mi bruciava da morire.

Dovevo concludere il quarto anno accademico a Roma. Tornare allo Studentato. Insegnare S. Scrittura e storia della Chiesa agli studenti di teologia.

Mentre il santuario della Madonna di S. Luca lentamente spariva dalla vista e il treno mi riportava a Roma, il mio futuro era tracciato. Da altri.

Un passaggio molto delicato della mia vita.

Avevo bisogno di sostegno. Che qualcuno pregasse moltissimo per me.

Soffrivo per essere fedele al voto di obbedienza. Ma non volevo chiudermi nella mia delusione. Il mondo stava attraversando un periodo drammatico. E troppe persone stavano subendo le conseguenze di una guerra, che si faceva sempre più atroce. Sempre più vicina.

Tutto il Nord Africa era in mano agli anglo-americani. Distruzioni, morti, feriti, prigionieri. Tra questi, c’era anche Angelo Moioli. Il mio amico, vicino di casa.

Fatto prigioniero in Libia, era stato portato in Inghilterra. Camp 57, n. 60650. Dimenticando me stesso e i miei problemi, il 30 aprile 1943 ho voluto scrivergli per dirgli quanto gli stavo vicino, per dargli speranza e un po’ di conforto.

 

"Carissimo Angelo,

… L’altro giorno, a Pasqua, fu qui, a trovarmi Renzo e abbiamo parlato di te, ricordando i giorni tranquilli della mia prima Messa. In questi pochi anni quante avventure ti sono capitate: potresti scrivere un bel romanzo. Credo che abbia imparato più tu in questi anni che non io in vent’anni di studio.

Quanto sei andato lontano da noi, eppure come ti sei cacciato profondamente nel nostro cuore, nella mente e nella nostra bocca. Non c’è lettera in cui non ci sia il tuo nome, non c’è discorso in cui tu non c’entri, non c’è preghiera nella quale tu (non) abbia la parte principale. Non dubitare che noi abbiamo a dimenticare: contiamo gli anni, i mesi, i giorni, sognando il momento di abbracciarti e di ringraziarti per quanto hai sofferto per noi. Fai presto a ritornare al nido.

Fuori della mia camera vedo le rondini intrecciare i loro pazzi voli, le sento cantare, ebbre di gioia e di vita. Sono ritornate ai loro nidi. E tu quando ritorni? Noi tutti ti aspettiamo: la mamma, il fratello, le sorelle, la fidanzata, gli amici, i tuoi morti, la tua chiesa, il tuo lavoro, i tuoi monti. Tutti ti mandano l’invito: "Ti aspettiamo, fai presto". Intanto nella sventura della prigionia non lasciarti perdere d’animo. E una cosa è certa: ritornerai.

Domani entriamo nel mese di maggio. Il mese delle rose. È il mese consacrato alla Madonna. Caro Angelo, in questo mese, ogni giorno parlerò di te alla santa Madonna, perché ella ti conservi sano, buono e ti renda felice. Nella tua giovinezza hai dovuto già molto soffrire, credo che avrai bisogno di essere un po’ sollevato nella tua solitudine. Sono sicuro che per le nostre preghiere la Madonna ti renderà più dolce la vita. Tu non dimenticarti di lei alla sera.

Addio carissimo amico; sii felice, più che ti è possibile. I miei studi saranno ultimati per luglio e a settembre dovrò incominciare a fare la scuola. Non ne ho voglia. Preferirei venire a fare il cappellano presso di te. Ti raccomando di non perdere tempo: vedi se ci riesci ad imparare l’inglese. Ti servirà sempre. Ti saluto, ti auguro ogni bene. Ricordati di me nelle tue preghiere. Ciao

Ti abbraccio

tuo aff.mo amico

P. Nicola Capelli"

In giugno, prima di lasciare definitivamente Roma, il mio pensiero era ancora per Angelo.

 

"Carissimo Angelo,

… Sono gli ultimi saluti romani, poiché fra pochi giorni me ne partirò definitivamente dall’eterna città, avendo finite le scuole. Era tempo, no? A settembre incomincerò il tirocinio di professore tra i nostri giovani di Bologna".

 

La promessa al S. Cuore

Scrivevo che sarei stato professore a Bologna. In realtà avrei insegnato a Castiglione dei Pepoli, perché già dal dicembre 1942 gli studenti di teologia e i padri dello Studentato si erano trasferiti in questo paese.

Prima di lasciare Bologna, il primo venerdì di dicembre, il superiore aveva chiesto a tutti i membri della comunità di fare una solenne promessa. Formularono il proposito di dedicarsi "con maggior zelo a studiare, praticare e propagare" la devozione al Cuore di Gesù, se avesse preservato lo "Studentato con tutti i suoi membri" dagli orrori di quella immane guerra, "specie dalle incursioni aeree nemiche".

Si trattava di una promessa-proposito che scaturiva dall’ansia del momento e dalla sincera fiducia dei superiori nella protezione del S. Cuore. Ma che a me pareva una sottile e inavvertita forma di ricatto religioso. Di un "do ut des". Cioè, io mi impegno a fare questo, se tu mi dai quello. Non mi pareva il modo migliore di rapportarsi con Gesù Cristo.

Ogni membro della mia congregazione in pratica si era già assunto quell’impegno. Dal giorno in cui ne aveva indossato l’abito. Soprattutto dal giorno della sua professione religiosa tra i Sacerdoti del S. Cuore.

Questo era il mio pensiero e in qualche circostanza l’avevo anche espresso. Suscitando meraviglia. Rischiando di essere giudicato orgoglioso. Al di sopra dei comuni mortali, perché "io" avevo studiato a Roma.

 

La guerra si avvicina

Cominciavo la mia "carriera" di professore di S. Scrittura e di storia della Chiesa.

11 ottobre 1943, primo giorno dell’anno scolastico.

Erano passati poco più di tre mesi da quando avevo lasciato Roma. Ma l’Italia non era più la stessa.

Gli anglo-americani erano sbarcati in Sicilia. Nell’arco di un solo mese l’avevano conquistata e si preparavano a risalire la Penisola. Napoli e perfino Roma erano state bombardate.

Il duce era stato messo in minoranza dal Gran Consiglio del Fascismo e arrestato per ordine del Re. Era la fine di un’epoca.

Il governo Badoglio aveva firmato l’armistizio e l’Italia aveva accettato la resa incondizionata ai nemici. Il nuovo governo e il Re si erano rifugiati a Brindisi sotto la protezione degli alleati.

L’8 settembre, alla notizia dell’armistizio, tutto il Paese era precipitato nel caos. L’esercito italiano, abbandonato dai comandanti e privo di direttive, si era sbandato. I soldati cercavano con ogni mezzo di ritornare a casa.

I tedeschi avevano immediatamente occupato i punti strategici della Penisola e si erano assicurati il controllo delle industrie e delle comunicazioni.

Mussolini era stato liberato da paracadutisti tedeschi. Aveva costituito il Partito fascista repubblicano e, a Salò, aveva fondato la Repubblica sociale.

Il governo Badoglio aveva dichiarato guerra alla Germania. In questo modo gli amici di ieri erano diventati i nemici da combattere. Mentre i nemici erano diventati i liberatori da attendere. Anche se nel frattempo non cessavano di bombardare le nostre città, riducendole a un mucchio di macerie.

Nei territori occupati dai tedeschi avevano cominciato a organizzarsi le prime formazioni partigiane, che raccoglievano rappresentanti di tutte le correnti anti-fasciste, ex militari, uomini e giovani in età di leva, che non volevano aggregarsi all’esercito della Repubblica sociale. Ed erano accanitamente ricercati da fascisti e tedeschi.

 

Professore di S. Scrittura e storia della Chiesa

Un susseguirsi impressionante di avvenimenti.

Ma a Castiglione la vita della comunità e l’orario scolastico andavano avanti. Nonostante l’incessante frastuono dei carri armati e delle autoblinde sulla strada nazionale che collega Bologna a Firenze. Nonostante il cupo rimbombo dei bombardieri, che sorvolavano il paese con il loro pesante carico di distruzione e di morte. Le bombe erano cadute anche vicino alla casa dello Studentato di Bologna. Ma non avevano provocato danni irreparabili. Vetri frantumati. Tanta paura. Ma l’edificio era intatto.

A Castiglione bisognava convivere perfino con i tedeschi, che si erano insediati in alcuni locali della casa. E con l’avanzare degli alleati verso Nord, le previsioni erano ancora più fosche.

La scuola non era una fatica da poco. Lezioni alla mattina e al pomeriggio. Ogni giorno feriale, ad eccezione del giovedì. Lezione agli studenti di prima teologia e lezione agli altri studenti di seconda, terza e quarta riuniti in un unico corso.

Mi pesavano soprattutto le ore di storia della Chiesa. Non l’avevo approfondita. Di conseguenza anche le mie lezioni probabilmente ne risentivano.

Ma non compromettevano i miei rapporti con gli studenti. Che erano buoni. E di reciproca collaborazione. Anche al di fuori dell’ambito della scuola.

In comunità vigeva una certa separazione tra superiori, insegnanti e studenti. Per evitare l’eccessiva confidenza. Per non sminuire l’autorità e assicurare il rispetto. Tutto giusto. Ma io preferivo trattenermi con gli studenti. Conversare con loro. Ascoltare e condividere opinioni durante le passeggiate settimanali. Giocare a carte con loro, quando il tempo non permetteva la ricreazione all’aperto.

Qualche superiore e collega giudicava con una certa diffidenza questo mio comportamento. Ma non agivo in contrasto con loro, né in polemica. L’esperienza romana aveva allargato i miei orizzonti e mi aveva aiutato a superare questi piccoli artificiosi steccati. Che a volte – e non ci si rendeva conto – erano contrari perfino alla legge dell’amore fraterno e della carità evangelica.

 

A servizio delle comunità parrocchiali

Le lezioni scolastiche, per mia fortuna, non assorbivano tutta la mia attività. La domenica e in altri periodi di vacanza dalla scuola, potevo dedicarmi al servizio sacerdotale nelle parrocchie della zona. Messa, predicazione, sacramenti, novene, tridui, processioni, funerali. Stare in mezzo alla gente. Ascoltare. Parlare. Confortare. Incoraggiare. Era il mio ideale missionario che, in qualche modo, tornava ad affiorare. Non in Africa, o in Asia, o in America Latina, ma in questi paesi appollaiati sui pendii o nelle valli dell’Appennino. Tra gente semplice e concreta, legata alla terra e al lavoro. Che sapeva godere e apprezzare l’amicizia e la festa. Castiglione, il santuario della B. V. di Boccadirio, Baragazza, Rasora, Montorio, Grizzana, Veggio, Salvaro, erano la mia missione. Da queste esperienze pastorali mi venivano gioie e soddisfazioni. Ma anche tristezze. Come da Baragazza, dove avevo sostituito il parroco ammalato.

Le confidavo a Luigina Moioli, sorella di Angelo, il 22 aprile 1944.

 

"Gent.ma Luigina,

… Per la settimana santa dovetti andare in un grosso paese di 3.000 anime per sostituire l’arciprete, ammalato da 5 mesi. Ebbene, quasi nessuno alle funzioni del giovedì-venerdì santo! Mentre io facevo la Via crucis, con una ventina di vecchie, c’era un solo giovane. Fuori di chiesa gli uomini e la gioventù maschile e femminile si divertiva come gli altri giorni. Era il venerdì santo. Ci saranno state al massimo 400 comunioni pasquali: e il resto? Gli altri 2500 e gli sfollati che riempiono il paese? E siamo in un paese sui monti. Ora pensate alle città! Che disastro! La guerra naturalmente continua. Non mi meraviglio più che le nostre chiese siano ridotte in macerie, quando esse sono convertite in ritrovi e in spelonche di ladri. È il Signore che è stanco. Noi altri si invidia i missionari, i quali si trovano meglio in mezzo agli Zulù dell’Africa, che non noi in mezzo ai cristiani.

Senza accorgermi mi lasciavo trasportare fuori d’argomento. Che vuole? Sono le nostre preoccupazioni sacerdotali".

 

Il matrimonio di Antonio

Preoccupazioni di altro genere mi giungevano da mio fratello. Il quale, finalmente, aveva trovato una fidanzata. E già si parlava di matrimonio. Questa prospettiva non poteva che farmi piacere. Perché un uomo da solo non può stare bene.

Il matrimonio era un passo importante, al quale Antonio doveva prepararsi con prudenza e serietà. Da parte mia promettevo preghiere per lui e per la sua fidanzata, che proveniva da Salvaterra di Casalgrande, in provincia di Reggio Emilia. Una terra in cui le tradizioni cristiane non erano così ben radicate come nei paesi del bergamasco.

 

"Carissimo fratello,

ho ricevuto oggi la tua cartolina dalla Madonna dello Zuccarello: grazie sentite per il ricordo e soprattutto per la preghiera alla nostra santa Madonna per i miei bisogni spirituali. Ti assicuro che te li ricambio volentieri con abbondanza e con tutto l’affetto fraterno. In questo tempo poi pregherò in modo speciale per te e per i tuoi giusti e buoni desideri, perché il Signore ti benedica, ti ricolmi delle sue grazie e specialmente ti prepari bene al passo grave e solenne che stai per compiere.

Intanto tu stesso cerca di prepararti bene soprattutto prega la Madonna ogni giorno nel s. Rosario: è la tradizione di famiglia. Non lasciare passar giorno senza il tuo s. Rosario. Così farai quando ti sarai sposato. La Madonna non mancherà di proteggere così la tua casa. Intanto mostrati serio e vedi di essere sempre più buono".

Antonio mi chiedeva di essere presente e di benedire il suo matrimonio. Un desiderio più che legittimo. Io stesso ne sarei stato felice. Ma era praticamente impossibile. Troppi impegni, troppe difficoltà. La scuola, che non potevo sospendere. I treni che non c’erano, o erano troppo rari.

Potevo soltanto pregare. E sperare di andarli a visitare una volta sposati. Magari durante le vacanze estive.

Il matrimonio fu celebrato a Nembro, il 15 aprile 1944. Io ero presente in quella chiesa con il ricordo e con tutto il mio affetto.

 

"Carissimi,

… Il giorno del vostro matrimonio celebrai la s. Messa per voi. I miei auguri ve li ho fatti all’altare e sono quelli stessi, bellissimi, che vi ha pregati la Chiesa all’altare: amore mutuo costante e fedele, gioia, prosperità e vita lunga. Che il Signore vi benedica nel fondare la nuova casa, vi sostenga nei dolori e nelle croci che non mancheranno, ma che con il suo aiuto saranno molto raddolciti.

Dopo aver posto, come fondamento stabile della gioia, la religione, raccomando a tutti e due il mutuo compatimento nelle diversità di carattere e nei propri difetti. Chi ha più pazienza sarà anche il più felice.

La nostra santa Madonna dello Zuccarello, sotto la cui protezione avete posto voi stessi e la vostra casa, sia sempre il vostro aiuto e la vostra gioia".

Il mio primo anno di insegnamento si è concluso con gli esami degli studenti alla metà di giugno. Mi liberavo da un grosso peso. E si apriva davanti a me un periodo di maggior libertà. Che desideravo dedicare interamente al servizio sacerdotale nelle parrocchie.

Ma dovevo fare i conti con la guerra, che ormai era alle porte.

 

Da Castiglione a Burzanella

All’inizio del 1944 gli alleati erano sbarcati ad Anzio. Avevano conquistato la fortezza di Cassino. Ed erano entrati a Roma. Poi avevano cominciato ad avanzare verso Nord.

I tedeschi erano stati costretti ad arretrare, lasciando Perugia, Grosseto, e anche Firenze. Fino alla cosiddetta "linea gotica", che correva lungo l’Appennino tosco-emiliano.

Qui c’eravamo noi. In piena zona di guerra. Con gli alleati che premevano da Sud, i tedeschi attestati nelle fortificazioni della linea gotica e decisi a non cedere di un palmo, i partigiani nascosti nei boschi e sulle cime dei monti.

Una condizione di estremo pericolo. Che avremmo sperimentato ben presto.

Infatti il comando tedesco comunicava alla nostra comunità l’ordine di sfollamento dalla casa di Castiglione. Era destinata a diventare ospedale militare.

Una settimana ancora. In condizioni impossibili. In coabitazione con i tedeschi. E tuttavia trascorsa nella serenità, perfino nella gioia, per le numerose prime Messe degli studenti ordinati sacerdoti.

Poi, l’epilogo. Nella notte del 5 luglio, un aereo inglese sganciava 7 bombe incendiarie sulla piazza del paese, provocando danni e feriti. Non si poteva più attendere.

Il giorno dopo, la comunità dello Studentato sfollava da Castiglione, mentre il comando tedesco si stabiliva nel pianterreno della casa.

La nuova destinazione si trovava poco più a Nord, nei locali della parrocchia di Burzanella. A 1000 metri di altezza. Fra boschi di castagni e cascinali. Fuori dalle principali vie di comunicazione. Là ci eravamo sistemati alla meglio. Tentando di ristabilire un minimo di orario e di regolarità di vita. Soprattutto nella speranza di trovare un po’ di tranquillità.

Invece no.

La domenica del 16 luglio, di sera, ecco un gruppo di giovani con cavalli e fucili.

Cantavano una strana canzone, che diceva:

 

"Quando l’Italia sarà liberata
e la schiavitù dimenticata
allora i fascisti non esisteranno più
e tutti saremo affratellati nel lavor
allor ringrazierete quelli
che un giorno si chiamavan ribelli…".

Erano partigiani. E non erano i soli.

Quei boschi e quei casolari di montagna costituivano il loro nascondiglio ideale.

Ma i contatti fra partigiani, da una parte, e tedeschi e fascisti, dall’altra, erano inevitabili. In mezzo stava la gente. Che, quasi sempre, era quella che subiva di più.

La sequenza delle violenze era sempre la stessa. Imboscata dei partigiani. Reazione dei tedeschi, coadiuvati dai fascisti. Rappresaglia. Case bruciate. Esecuzioni sommarie. Morti innocenti.

 

Testimoni di un’esecuzione

La mattina del 18 luglio, alcuni della nostra comunità hanno potuto assistere a uno di questi episodi raccapriccianti.

Dopo la Messa, abbiamo udito colpi di fucile e scariche di mitragliatrice. I tedeschi avevano accerchiato il paese e bruciato alcune case sospettate di aver accolto i partigiani. Poi avevano fatto il rastrellamento in paese e nei boschi vicini, arrestando cinque persone.

I cinque arrestati furono condotti sulla piazza della chiesa e poi nel campo a sinistra della canonica. Qui fu istituito un processo davanti al comandante.

Dalla canonica potevamo assistere alla scena. I tedeschi facevano sul serio. Non erano intimidazioni. Non si trattava soltanto di minacce. Li stavano per ammazzare davvero.

Non potevo permetterlo. Dovevo fare qualcosa. Anche rischiando.

Sono uscito. Dopo di me è uscito anche p. Agostini, vicerettore della nostra comunità.

Ci siamo rivolti al comandante. E l’abbiamo convinto a liberare i tre uomini che non avevano usato le armi.

Gli altri due, già feriti, furono condannati. Esecuzione immediata. Sul posto.

Abbiamo insistito con il comandante. Lo abbiamo implorato, scongiurato. Niente da fare. Era determinato. E continuava a ripetere "Keine Gnade! Keine Gnade!". Nessuna grazia.

Uno dei due condannati dimostrava un coraggio e una fierezza straordinari. L’altro era terrorizzato e invocava disperatamente la mamma. Una scena straziante.

Non potevamo lasciarli morire così.

Ci siamo frapposti tra i soldati e i due partigiani. Mi sono rivolto al più giovane. Ho cercato di prepararlo all’incontro con Dio._L’ho invitato a pregare. A chiedere perdono. Gli ho promesso di portare ai genitori il suo ultimo saluto. Mi ha ascoltato.

I due giovani si sono inginocchiati per terra e hanno fatto la loro confessione. Uno a me e uno a don Tommasini, il parroco che ci ospitava.

Poi si sono abbracciati. Io stesso li ho abbracciati e baciati, fra la commozione e le lacrime dei presenti.

Prima di morire il più coraggioso aveva gridato: "Io muoio per l’idea! Vendicatemi!".

Un colpo di pistola alla nuca da distanza ravvicinata. Ed era tutto finito. Avevano 19 e 20 anni.

Ci restava un ultimo gesto di pietà e di rispetto.

Con un lenzuolo abbiamo coperto i loro corpi, riversi sull’erba tenera del campo.

Verso le undici i tedeschi avevano lasciato il paese. Ma in uno scontro a fuoco, quella stessa mattina, avevano ucciso altri due partigiani. O "ribelli", come li chiamavano loro. Era dovere di noi sacerdoti trovare anche quei cadaveri abbandonati nei boschi. E così nel primo pomeriggio siamo andati a cercarli.

Alla sera di quel terribile giorno sono giunti in paese altri partigiani. Hanno preso i corpi dei loro compagni, li hanno portati al cimitero e li hanno vegliati tutta la notte.

Avevo promesso di portare l’ultimo saluto alla famiglia del partigiano che avevo assistito. Era un atto pericoloso, ma non potevo sottrarmi. Aveva il valore vincolante di un’ultima volontà.

Mi sono presentato ai genitori esprimendo la mia partecipazione al loro dolore e portando parole di conforto.

Mi hanno accolto con diffidenza, fingendo di disinteressarsi del figlio.

Temevano i tedeschi. E sospettavano che io fossi una spia. I miei occhi azzurri e i capelli biondi confermavano il loro sospetto.

Ho cercato di rassicurarli. Ma il loro atteggiamento non è mai cambiato.

Me ne sono tornato a Burzanella deluso.

 

A Salvaro

Gli ultimi avvenimenti mi avevano turbato. Profondamente.

All’improvviso ero stato coinvolto in un atto di violenza arbitraria. Al di fuori da ogni diritto. La crudeltà e la ferocia degli uomini si erano scatenate davanti ai miei occhi.

Fin dove avrebbero potuto arrivare? E come avrebbero interpretato il mio gesto? Era stato dettato dalla compassione e dalla carità.

Ma loro cosa avrebbero pensato? Ero in ansia. E mi sentivo in pericolo.

Per me stesso, e forse anche per la comunità di Burzanella, era meglio che mi allontanassi da quel luogo. Almeno per qualche_tempo.

Mi ricordai di mons. Mellini, parroco di Salvaro.

Mons. Mellini era un sacerdote anziano, che si trovava in quella parrocchia da 57 anni. Stimato e rispettato da tutti, tedeschi compresi. Ma, data l’età, aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse nella cura della parrocchia. Per questo mi aveva invitato a passare con lui le vacanze estive.

Mi pareva che questo fosse il momento migliore per accettare l’invito.

Il 20 luglio sono partito per Salvaro. Naturalmente a piedi e con le valigie.

Ero accompagnato e aiutato da due miei studenti, che fecero ritorno a Burzanella la stessa sera.

 

Apostolo della parola

A Salvaro, mons. Mellini non era solo, come credevo.

Con lui c’era un altro sacerdote, che era venuto in paese per trovare la mamma.. Si chiamava don Elia Comini. Questo sacerdote aveva avuto la mia stessa idea. Fermarsi, e dare il suo aiuto al parroco ormai ultraottantenne.

Don Elia era laureato in lettere e si intendeva di musica. Cordiale, aperto, simpatico. Era salesiano e sapeva stare con i ragazzi e i giovani. Conquistava facilmente la loro fiducia e la loro amicizia.

Aveva conquistato anche la mia.

La sua vicinanza mi faceva bene. Mi rendeva più tranquillo. Più sereno.

Don Elia organizzava anche il catechismo, preparava ai sacramenti, animava le funzioni liturgiche. Il servizio in parrocchia era assicurato nel modo migliore.

La mia presenza era più utile altrove. Su, in montagna, a diretto contatto con i contadini dei casolari. Nelle altre parrocchie, sparse tutt’attorno sui costoni dei monti.

La base restava la canonica di Salvaro. Ma io camminavo. Giornate intere. Da solo.

In compagnia dei miei pensieri. Recitando il Rosario. Ascoltando le voci della natura, a volte il rombo sinistro dei bombardieri o gli scoppi delle granate. Da una valle all’altra, da un colle altro. Da Salvaro a S. Martino di Caprara, a Casaglia, a Veggio, a Montorio. Mi sentivo un vero missionario di Cristo. Più di quando studiavo. Più di quando facevo scuola.

Giungevano le feste. Quelle del patrono, quelle della Madonna. I parroci mi chiamavano. Per la predicazione. Per ascoltare confessioni. Per celebrare Messa. Io accettavo sempre. E partivo.

Quando tornavo in canonica, ero affamato. Ma c’era sempre una signora che mi preparava da mangiare. Cose semplici e gustose, come solo le donne emiliane sanno fare. Mangiavo con appetito, sotto gli occhi curiosi della sua bambina. Una cara bambina a cui mi ero affezionato e che spesso portavo in braccio, fuori, nella piazzetta della chiesa e fino al vicino cimitero.

Guardando dalla chiesa di Salvaro, potevo vedere Malfolle. Proprio di fronte, ma sull’altro versante della valle del Reno.

In quella parrocchia c’erano dei miei confratelli, Sacerdoti del S. Cuore. Vi si erano rifugiati quando la canonica di Pioppe, giù sul fondovalle e proprio accanto alla strada Porrettana, era diventata troppo pericolosa. Troppi bombardamenti da parte degli alleati. Troppo andirivieni di truppe tedesche.

Nella canonica di Malfolle avevano ospitato così tanti sfollati, che due padri della comunità, per lasciar posto ad altre persone, ogni sera andavano a dormire nel fienile, sopra la stalla di un contadino.

La domenica dopo il mio arrivo a Salvaro, in seguito a un attacco dei partigiani contro una colonna di soldati tedeschi, a Malfolle ci fu una rappresaglia. Terrore, case bruciate, nove civili morti.

I partigiani che avevano provocato la rappresaglia tedesca, prima e dopo l’attacco si erano fermati a Salvaro. E avevano parlato con don Elia.

 

In mano dei partigiani

I partigiani. Avvertivo la loro presenza nei boschi che attraversavo, sui sentieri che percorrevo. Sapevo dell’esistenza di una brigata partigiana, su a Monte Sole.

Anche loro sapevano di me. E sospettavano che potessi essere una spia. Mi confondevano con un altro sacerdote, che di tanto in tanto giungeva a Salvaro. Era un nipote di mons. Mellini. Ma nessuno lo conosceva. E la misteriosità di questo sacerdote, che era stato anche cappellano militare, suscitava diffidenza.

Il 17 settembre, nella parrocchia di Montorio si celebrava con solennità la festa della Vergine Addolorata. Il parroco mi aveva invitato per le confessioni della vigilia e per la predica durante la Messa cantata. Ho accettato, come al solito.

Mi sono messo in viaggio per tempo. Con passo spedito. La strada era lunga.

Improvvisamente, i partigiani. Alt! Vieni con noi. Mi hanno portato dai capi. Ed è iniziato l’interrogatorio. Tutto il pomeriggio, la sera e la notte. Non riuscivo a convincerli. Pensavano di aver preso l’altro sacerdote, quello che non conoscevano. E che era il nipote di mons. Mellini.

Ad un certo punto passarono alle minacce. "Ti facciamo scavare la buca e ti ammazziamo, se non ci dici la verità".

Non tutti erano così accaniti. Qualcuno era disposto a credermi.

Il mattino del 17 mi lasciarono partire. Non senza minacciarmi. "Che non ti venga in mente di fare degli scherzi. Anche se tenti di cambiar aria, sappiamo sempre dove trovarti".

Ho ripreso la strada per Montorio. Ero stanchissimo. Gli occhi rossi per la tensione e il sonno. Era tardi, ma forse ce l’avrei fatta per l’ora della Messa. Ho cercato una scorciatoia, attraversando il torrente e puntando dritto sul paese. Vi sono arrivato sfinito e malandato.

Sono entrato direttamente in chiesa, cercando di evitare lo sguardo irritato del parroco. Non poteva immaginare ciò che mi era capitato.

Lo raccontai durante il pranzo, ma senza risentimento. Non nutrivo rancore per quegli uomini. Piuttosto mi facevano pena.

Ho confidato questi miei sentimenti a un seminarista, che aveva frequentato le mie lezioni a Castiglione del Pepoli. E l’ho invitato a venire con me dai partigiani, il giorno seguente. Ne è rimasto sconvolto. Com’era possibile che pensassi di ritornare ancora tra quella gente, dopo quanto mi era successo?

Era possibile. Anche quegli uomini avevano bisogno che qualcuno parlasse loro di religione e di fede. Sapevo che poteva essere pericoloso. Ma non per questo Gesù Cristo si sarebbe fermato e avrebbe taciuto.

Il giorno dopo ero di nuovo con i partigiani. A parlare dell’amore di Cristo e della misericordia di Dio.

Il sabato successivo era la vigilia della festa patronale di Salvaro. Ma non riuscivamo ad essere contenti. Si viveva in ansia continua. Perché ogni giorno succedeva qualcosa. Qualcosa di triste, spesso di drammatico.

Quel sabato, 23 settembre, si era aperto con un bombardamento sul ponte di Pioppe. Qualche bomba era finita anche sulla canapiera, lo stabilimento del paese, che da tanti anni dava lavoro agli abitanti del circondario. Sotto le bombe era morta una giovane operaia.

Da Salvaro, come dall’alto di un balcone, potevamo vedere e udire ogni cosa. Gli aerei, le bombe che cadevano, le esplosioni, il fumo che saliva alto nel cielo. Uno spettacolo di desolazione. Di distruzione e di morte.

Gli alleati premevano, impegnando gli uomini migliori, le armi e i mezzi più micidiali. Utilizzando l’aviazione per colpire le retrovie e interrompere le comunicazioni e i collegamenti. Fra non molto il fronte sarebbe passato per i nostri paesi e oltre i nostri paesi. Allora forse avremmo goduto un po’ di tranquillità.

I tedeschi erano nervosi, inquieti. Presentivano la disfatta. Non volevano intralci in caso di ripiegamento.

I partigiani, in questa evenienza, costituivano la loro spina nel fianco.

 

La prima ambasciata

La sera di quello stesso giorno – a sorpresa – ho ricevuto la visita di un confratello. Era p. Franzini, padre spirituale dello Studentato. Incontrarlo mi ha fatto piacere. Potevo parlargli di me, della mia situazione, delle mie paure. Era un confratello. E un amico.

Abbiamo lasciato la canonica piena zeppa di profughi. Abbiamo cercato un po’ di quiete dirigendoci verso il monte. Lungo un sentiero erboso fra due filari di viti.

Fu padre Franzini a parlarmi. Lo mandava p. Agostini, che fungeva da superiore in assenza di p. Ceresoli, che stava a Bologna.

P. Agostini, mi chiedeva (forse mi "ordinava" – ma non ricordo se usò questa parola) di rientrare in comunità. E mi spiegava il perché.

Don Tommasini, il parroco di Burzanella, aveva fatto sapere che i partigiani di Salvaro nutrivano forti sospetti su di me. Mi avevano minacciato. Quindi ero in pericolo. Se volevo salvarmi, dovevo rientrare.

P. Franzini parlava, cercando le parole più convincenti. Io ascoltavo in silenzio. Con tristezza. Pensavo. I miei superiori non si rendevano conto. Non capivano la mia situazione. Non ne avevano gli elementi.

Il mio amico stava ancora parlando. Ed ecco, furtivamente, un giovane vestito in borghese. Avrà avuto 19-20 anni. Il fucile puntato contro di noi.

Chiaramente un partigiano. Io li conoscevo quei ragazzi.

P. Franzini non ha perso il controllo. Ha capito. E ha continuato a parlare con voce ancora più alta. Voleva che il partigiano ascoltasse. Si è messo a parlare di scuola e di anno scolastico imminente. Dei superiori e dello Studentato, della comunità di Castiglione e di Burzanella. Argomenti nostri.

Il partigiano si convinse. Fece dietro-front e sparì. Forse andò a riferire ai suoi capi.

Pericolo scampato. Ma questo episodio la diceva lunga. E p. Franzini ne aveva avuto una prova. Ero sorvegliato. E chi lo sapeva meglio di me?

Cosa potevo fare? Lasciare Salvaro, con tutto il bisogno che c’era in quel momento? C’era don Elia, è vero. Ma come avrebbe potuto, da solo, aver cura della parrocchia, occuparsi degli sfollati che aumentavano ogni giorno, sostenere la gente sempre più spaventata, sempre più esposta ai soprusi dei partigiani e alle rappresaglie dei tedeschi? Era disobbedienza restare con il "gregge", quando si avvicinavano i lupi?

E poi, lo sapevano i miei superiori che, se avessi lasciato Salvaro per tornare in comunità a Burzanella, non avrei fatto altro che confermare i sospetti dei partigiani? Quelli mi avrebbero trovato ovunque. Ero stato avvertito.

Con molta sofferenza, ho risposto di no.

Il giorno seguente, quando p. Franzini è ripartito, era deluso. Certamente lo sarebbero stati anche i miei superiori. Ne ero sicuro: avrebbero considerato il mio no come un atto di palese disobbedienza. E questo per me, religioso vincolato dal voto, era un tormento angoscioso.

 

Apostolo della carità

Cominciava la nuova settimana. E cominciava nel modo peggiore. Con un altro bombardamento sulla canapiera, che si era incendiata. Pareva che il Signore mi volesse convincere che il mio posto era lì, accanto alla gente che soffriva, nel momento più terribile della loro vita e della loro storia.

Non abbiamo esitato. Con don Elia sono sceso a Pioppe. Per portare soccorso, se ci fossero stati dei feriti. Per recuperare i corpi e consolare i familiari, se ci fossero stati dei morti. C’erano tanti danni materiali, nessun morto. Solo una ragazza ferita. Ma non c’erano i medicinali adatti per lei. Io sapevo dove avrei potuto trovarli. E mi rivolsi ai partigiani.

Da Malfolle era sceso anche p. Cattoi, mio confratello. Voleva dare il suo aiuto. Ma c’era ben poco da fare. E così ho potuto parlare con lui.

Gli ho riferito del richiamo dei superiori. Ho esposto anche a lui le mie perplessità. Come sacerdote sentivo il dovere impegnativo e imprescindibile della carità, come religioso ero tenuto all’obbedienza. Non sapevo che fare. Scappare non avrebbe risolto il problema. Forse lui mi poteva aiutare. E lo ha fatto. Con la semplicità che lo ha sempre caratterizzato.

– Resta. L’obbedienza non è meccanica esecuzione di ordini. Se i superiori conoscessero la reale condizione in cui vivi, ti farebbero restare dove sei –

Gli ho chiesto di ospitarmi a Malfolle. Non era possibile. Troppi Padri. Quella concentrazione di "pastori" avrebbe insospettito i tedeschi. E poi non c’era posto. Lui e un altro confratello dormivano nel fienile. Per lasciar spazio agli sfollati.

Sono tornato a Salvaro con la mia paura e la mia ansia. Ma non avevo tempo per piangere sulla mia situazione.

L’irresponsabilità dei partigiani innescava l’immancabile reazione dei tedeschi. E chi più ci rimetteva era sempre la popolazione civile, la nostra gente. Che non domandava altro che di restarsene fuori.

Invece anche martedì, 26 settembre, e proprio nella parrocchia di Salvaro, c’era stato un attacco dei partigiani. Un tedesco ucciso, mentre andava in cerca di cibo nei casolari dei contadini.

La rappresaglia tedesca: tre civili uccisi e una casa bruciata.

Con don Elia sono corso sul luogo. Abbiamo cercato di placare la rabbia dei tedeschi. E in un caso ci siamo anche riusciti. Abbiamo ricoverato in canonica i bambini e gli altri componenti delle famiglie colpite. Ci siamo occupati dei morti. Al loro trasporto in cimitero.

Ci siamo esposti, forse troppo, dimenticando la dovuta prudenza. Spinti dalla carità e dall’amore.

 

La seconda ambasciata

Mercoledì mattina sono arrivati due studenti da Burzanella. Ancora da parte di p. Agostini.

Ma non si rendevano conto che tutto quell’andare e venire poteva crearmi dei problemi? Insospettire ancora di più partigiani e tedeschi? Forse erano stati seguiti. Non era bastato quanto p. Franzini aveva visto?

Li ho accompagnati in chiesa senza uscire all’esterno. Lì non ci sarebbero stati né occhi, né orecchi indiscreti.

Immaginavo quello che stavano per dirmi. Sentivo le mani e le labbra che mi tremavano.

Ho ascoltato il loro messaggio. I partigiani sospettavano che io me la intendessi con i tedeschi. I tedeschi erano convinti che proteggessi i partigiani. Non avevo scampo. Mi trovavo tra due fuochi. Dovevo tornare a Burzanella.

Come potevo farmi capire?

Tornare in comunità sarebbe stato inteso come una fuga. Sarebbe stata la prova della mia colpevolezza.

Con questo argomento i superiori non si erano convinti.

Avevo un pensiero che da giorni mi ritornava alla mente.

In quell’istante ho deciso di attuarlo.

Ho invitato i due studenti a seguirmi su per il monte, fino a un cascinale non molto distante. Era la sede di un comando partigiano. Un grande tavolo con molte sedie. Sulla parete la bandiera italiana incrociata con quella russa. Tra le bandiere, un grande quadro di Stalin.

Ho spiegato il motivo della mia visita. Volevo chiarire una volta per tutte la mia posizione. Chiedevo un documento che attestasse che non me la intendevo con i tedeschi.

Mi hanno creduto. Hanno steso e sottoscritto la dichiarazione.

Siamo usciti.

Se avessi accettato di tornare, i due studenti erano pronti a portare i miei bagagli. Invece ci siamo salutati e ci siamo rimessi in cammino. Loro per Burzanella. Io per Salvaro. Quello era il mio posto. Accanto alla gente che soffriva.

La mia decisione, questa volta, era stata meno sofferta. Le parole di p. Cattoi, il mio confratello di Malfolle, erano state un aiuto. Un sollievo. Un conforto.

Mentre scendevo in paese, con la mano stringevo nervosamente la dichiarazione dei partigiani dentro la tasca della veste talare. Se i tedeschi mi avessero trovato con quel documento, la mia sorte sarebbe stata segnata. Subito. Sul posto. Come quella dei partigiani di Burzanella.

Temevo per me stesso. Ma anche, e di più, per il futuro di quelle case e di quelle famiglie. Per il futuro del mondo. Mi spaventava la crudeltà della guerra, l’odio e la cattiveria degli uomini.

Solo la Vergine Addolorata poteva capirmi e aiutarmi. Ho preso un foglio e ho scritto questa preghiera:

______________________

"Prega per noi sconfortati e accasciati sotto la sventura, divisi tra noi, straziati dagli odi, che trepidiamo pensando ai nostri uomini prigionieri su tutti i lidi della terra. Prevediamo la somma sventura della Patria. Prega per i morti recisi sui campi di battaglia, come il nostro bel grano in giugno, vittime innocenti. A te offriamo le nostre lacrime e il nostro dolore. A te consacriamo il sacrificio supremo dei nostri cari. Per ogni nostro dolore dacci il tuo conforto, per ogni nostro sacrificio il tuo premio e il riposo eterno".

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Rivolgendomi alla Madonna, trovavo sempre conforto. E, nel suo nome, riuscivo a infonderlo in chi mi ascoltava. Anche durante il funerale delle tre vittime, che abbiamo sepolto giovedì, 28 settembre, con la partecipazione di numerose persone. La fede e la preghiera, in quei momenti, erano gli unici appigli a cui aggrapparsi. Nella speranza che quelle vittime fossero le ultime. Invece il peggio doveva ancora arrivare.

 

La strage

La tragedia si è scatenata il giorno seguente. Venerdì 29 settembre 1944.

Era ancora buio e un intero battaglione di tedeschi si era mosso da Sibano e da Pioppe. Iniziava il grande rastrellamento del versante di Salvaro. La colonna militare era composta in prevalenza da prigionieri russi, crudeli e spietati. Ma era comandata dai tedeschi e guidata dai fascisti e da qualche partigiano traditore.

Protetti dal buio, dalla nebbia e dalle siepi lungo i sentieri, quei soldati avevano raggiunto i loro obiettivi senza essere notati e senza trovare resistenza. Avevano sorpreso tutti ancora immersi nel sonno. A un segnale convenuto, tutte le pattuglie avevano dato inizio alla strage. Uomini, donne, donne incinte, bambini.

Erano appena le cinque. E già la nostra canonica era in subbuglio. Qualcuno aveva sentito gli spari. Aveva dato l’allarme.

Appena il tempo di celebrare la Messa.

Molti uomini erano già fuggiti nei boschi. Altri erano corsi da noi, come le donne e i bambini. Erano terrorizzati. Bisognava trovare il modo di nascondere un centinaio di uomini. E fare presto. Gli spari si avvicinavano.

Con don Elia e con l’aiuto delle suore ci siamo dati da fare. Una settantina li abbiamo stipati nella sacrestia grande, coprendone la porta con un armadio. Quindici sotto il pavimento della cucina, 5/6 sul campanile, uno in cantoria con un fazzoletto da donna in testa, per ingannare i soldati.

In chiesa le donne pregavano a voce alta per coprire eventuali rumori provenienti dagli uomini nascosti in sacrestia.

Sono arrivati i tedeschi. Più volte. Viso scuro e mitra imbracciato. Cercavano, frugavano.

Non hanno trovato.

Verso le otto, ecco un uomo dalla Creda, un cascinale sul monte, dove era iniziata la strage. Era stravolto. Parlava di morti, di tanti morti. Chiedeva soccorso per i feriti.

Mi rendevo conto del pericolo. Ci rendevamo conto del pericolo. Perché anche don Elia era deciso ad andare lassù. Saremmo andati incontro ai tedeschi scatenati, inferociti. Avremmo rischiato la vita.

Mons. Mellini e le donne ci scongiuravano di non andare. Ci trattenevano, prendendoci per la veste.

Siamo partiti con passo veloce. Su, verso la montagna. Col cuore stretto dalla paura.

Non ci sentivamo eroi. Soltanto ministri di Cristo. A servizio dei fratelli bisognosi.

Non siamo giunti alla Creda. I tedeschi ci hanno arrestati lungo il sentiero. E non hanno ascoltato ragioni. Nessun rispetto per noi. Anzi ci hanno caricati di armi e munizioni. Facendoci andare su e giù per il monte. Per tutto il giorno e senza mangiare. Esterrefatti e impotenti testimoni delle atrocità che continuavano a compiere.

Verso sera ci hanno avviati verso Pioppe. Alle donne, che abbiamo incontrato e che cercavano di darci conforto, abbiamo avuto la forza di chiedere soltanto una cosa: "Pregate per noi".

A Pioppe siamo stati rinchiusi nella casa adibita come "scuderia" della canapiera. Al piano superiore. Sotto stretta sorveglianza militare.

 

___________________

L’olocausto

Domenica, 1° ottobre 1944. Dopo giorni di pioggia, il cielo è limpido. La temperatura particolarmente mite. È la festa della Madonna del Rosario. Una devozione tanto cara a p. Martino. Una tradizione della sua famiglia.

È il terzo giorno che è recluso nella canapiera-prigione. Insieme con don Elia

Comini.

Come gli altri, i due sacerdoti sono stremati dalla stanchezza, dall’insonnia, dalla denutrizione. Ma le continue preghiere di p. Martino e le parole di don Elia sostengono e rianimano la speranza. Che però si fa sempre più debole.

A mezzogiorno, i soldati distribuiscono un po’ di cibo. Il primo gesto di umanità. Forse qualcosa sta cambiando.

Le ore trascorrono lente. Il sole è già dietro i monti. Già si annuncia la sera. E con la sera cresce anche il timore. Che diventa consapevolezza della fine imminente, quando i soldati tolgono loro i documenti, gli orologi, i portafogli, ogni oggetto di valore.

I due sacerdoti, per quanto è possibile, si appartano per un momento. Parlano sottovoce. Si scambiano l’assoluzione.

Arriva un ordine. Tutti fuori.

Dalle cime dei monti è già scesa la sera. L’aria della valle del Reno, ingrossato dalla pioggia dei giorni precedenti, si è fatta più fresca.

La triste colonna si avvia lentamente verso il paese, verso lo stabilimento della canapiera. 46 uomini. Giovani e vecchi. Due sacerdoti, che continuano a pregare.

Si fermano davanti alla "botte". Una vasca che, attraverso un canale proveniente dal fiume, raccoglie l’acqua per alimentare le turbine dello stabilimento.

È quasi vuota. Sul fondo, tanto fango coperto da un piccolo strato di acqua.

Di fronte alla "botte", sul terrapieno della ferrovia, alcuni soldati hanno collocato due mitragliatrici.

Ordinano agli uomini di togliersi le scarpe. Poi fanno salire un primo gruppo sulla passerella della vasca. Tra loro c’è p. Martino e c’è don Elia.

"Sancta Maria", "Sancta Dei Genitrix". Don Elia intona le litanie della Madonna. "Pietà! pietà". È l’ultimo grido. Poi dà a tutti l’assoluzione. È l’ultimo gesto.

Il primo gruppo cade, falciato dalle mitragliatrici.

Quelli del secondo gruppo sono costretti a gettare i corpi dentro la vasca. Nell’acqua e nel fango. Poi subiscono la stessa sorte.

Altri colpi di mitraglia sui corpi straziati. 4-5 bombe a mano dentro la vasca. Per essere certi che la strage è completa. E non ci siano testimoni.

Minuti di attesa, finché gli ultimi rantoli si spengono.

Poi i tedeschi se ne vanno.

Ormai è buio. È tornato il silenzio nella valle. E nel lugubre squallore della "botte" di Pioppe.

Nel fondo della vasca un uomo si muove. È ferito, ma non mortalmente. Si libera dai corpi che lo coprono e si aggrappa alla veste di p. Martino.

Il padre si scuote. Ha il ventre squarciato. Trova la forza di sollevarsi. Dice qualche parola al ferito. Ma lui non capisce. Gli scoppi delle bombe lo hanno stordito. Mentre quel ferito si trascina fuori dalla vasca, vede p. Martino che traccia dei segni di croce sui corpi sprofondati nel fango. Poi cade sopra di loro con le braccia spalancate, in forma di croce. Come il suo Signore crocifisso.

Il corpo di p. Martino si distingueva perché era steso sopra gli altri. Con la veste nera e il cordone allacciato ai fianchi. Così l’hanno visto le donne e le suore di Salvaro, il giorno seguente, 2 ottobre.

Alcuni sacerdoti dei paesi vicini hanno cercato di recuperare le salme e trasportarle al cimitero. Ma non sono riusciti. Per l’opposizione dei tedeschi. Per la difficoltà di avvicinarsi alla vasca.

I giorni passavano. C’era pericolo di epidemia.

Furono aperte le paratie della "botte". E i corpi furono travolti dalle acque

del Reno e trascinati a valle. Non è rimasto più nulla.

L’8 dicembre 1932, durante il secondo corso di filosofia, a Bologna, p. Martino si era rivolto alla Beata Vergine, scrivendo: "Un giorno, o Mamma, ci rivedremo sul letto di morte del mio martirio. Sì! Sarò sempre tuo, tutto tuo".

Il letto di morte di p. Martino era stato il fondo viscido e limaccioso della "botte" di Pioppe. La Vergine Addolorata, di cui p. Martino era tanto devoto, lo attendeva in quel triste luogo. Per portarlo con sé. Nella luce. Finalmente nella pace.

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Processo diocesano

La testimonianza evangelica che p. Martino Capelli ha dato con la sua morte ha conquistato lentamente il cuore dei suoi confratelli, i Sacerdoti del Sacro Cuore, come fin dall’inizio si era imposta all’ammirazione delle comunità ecclesiali di Pioppe di Salvaro, luogo del suo martirio, e di Nembro (Bergamo), suo paese natale.

I fedeli cominciarono ben presto a passare dall’ammirazione all’intercessione. Ci si rivolgeva a lui per le più svariate necessità temporali e spirituali. La preghiera umile e fiduciosa riceveva qualche volta risposte di grazie e di favori celesti.

La Chiesa di Bologna poi cominciò a pellegrinare ai luoghi ove le comunità di Monte Sole, insieme ai loro sacerdoti, vennero sacrificate dall’odio fratricida. La morte violenta di questi sacerdoti presenta le caratteristiche di un vero martirio per amore di Dio e dei fratelli.

Essi furono immolati perché rimasero unica difesa e conforto del loro popolo e, ad imitazione del Buon Pastore, versarono il sangue insieme a quello del loro gregge.

Accogliendo le richieste che gli pervenivano dalla sua Chiesa, il Cardinale Giacomo Biffi il 3 dicembre 1995, nella chiesa parrocchiale del Sacro Cuore, apriva il processo diocesano sulla fama di santità di p. Martino Capelli e di don Eli Comini.

Il Tribunale ecclesiastico ascoltati più di 50 testimoni, esaminato gli scritti di p. Martino, avendo accolto il giudizio dei censori teologi e acquisito il numeroso materiale (9 volumi) dei periti storici, concludeva il suo lavoro chiedendo al Cardinale Arcivescovo di inviare la causa alla Congregazione per le cause dei santi.

P. Martino rimane per noi dehoniani un dono del Cuore di Gesù e un modello di vita. La nostra Regola di vita dice: "Dai suoi religiosi p. Dehon si aspetta che siano profeti dell’amore e servitori della riconciliazione degli uomini e del mondo in Cristo" (cst. 7).

"Contemplando il Cuore di Cristo, simbolo privilegiato di questo amore, veniamo rafforzati nella nostra vocazione. Infatti siamo chiamati a inserirci in questo movimento dell’amore redentore, donandoci per i nostri fratelli, con il Cristo e come il Cristo" (cst. 21).

La morte di p. Martino è l’attuazione della nostra vocazione; colpito a morte, con il fianco squarciato come il suo Signore crocifisso, fu visto, in piedi, assolvere i compagni morti e ricadere poi su di loro con le braccia aperte in forma di croce, vittima d’amore e di riconciliazione. Per questo suo sacrificio, noi suoi confratelli, con tutta la Chiesa rendiamo grazie a Dio Padre.

 

La "conversione" di p. Martino

"Grande e mirabile è il Signore in tutti i suoi santi".

Le sorprese del grande Giubileo del Duemila non finiscono di stupirci.

Il papa Giovanni Paolo II, che più di ogni altro pontefice ha arricchito il firmamento della Chiesa con la proclamazione di nuovi santi e beati, ha sollecitato la ricerca e la documentazione relativa a tutti i martiri della Chiesa del nostro tempo perché il loro ricordo non vada perduto, e nel promuovere la celebrazione della memoria dei testimoni della fede ci ha messi di fronte all’evidenza che questa è la Chiesa dei martiri.

"Nel secolo ventesimo, egli ha detto,forse ancor più che nel primo periodo del cristianesimo, moltissimi sono stati coloro che hanno testimoniato la fede con sofferenze spesso eroiche. Quanti cristiani, in ogni Continente, nel corso del Novecento hanno pagato il loro amore a Cristo anche versando il sangue! Essi hanno subito forme di persecuzione vecchie e recenti, hanno sperimentato l’odio e l’esclusione, la violenza e l’assassinio".

La figura di p. Martino Capelli si iscrive in questo contesto.

Negli anni di formazione spirituale in preparazione al sacerdozio egli coltiva e matura un’ansia profonda, un desiderio sempre crescente (come risulta dai suoi scritti) verso l’impegno missionario e la testimonianza del martirio fino a chiedere ai superiori di lasciarlo partire per la Cina. Ma i superiori hanno altri progetti, e lo dirottano a Roma per continuare gli studi: sarà insegnante fra gli allievi dello studentato del Sacro Cuore.

Così lo incontro, nella primavera del ‘44, a Castiglione dei Pepoli, dove gli studenti si sono trasferiti dalla città e dove anch’io mi reco per qualche tempo a seguire con loro la scuola di teologia. P. Martino è finito in cattedra, sommerso dai libri. Sembra la sua destinazione definitiva.

Ma il Signore gli sta preparando una svolta, per riportarlo sulla via dei suoi ideali giovanili.

Termina l’anno scolastico e una parte degli studenti si trasferisce a Burzanella, lasciando Castiglione, dove la terra comincia a scottare per l’avvicinarsi del fronte, il via vai dei soldati tedeschi, la costruzione delle difese della Linea Gotica, i primi bombardamenti, i primi scontri coi partigiani lungo la valle del Setta e le prime rappresaglie tedesche contro i civili. P. Martino intuisce e soffre l’incertezza della situazione e segue gli studenti a Burzanella, località più appartata e più tranquilla. Apparentemente. Infatti, nei boschi che attorniano il borgo sono annidati i partigiani, capita uno scontro, segue una rappresaglia: due partigiani sono condotti sulla piazza della chiesa per essere fucilati dai tedeschi. Quando p. Martino se ne rende conto, lascia il suo rifugio e si accosta ad uno dei condannati per assisterlo negli ultimi minuti, poi si reca a casa della famiglia per portare la tragica notizia e dare conforto, ma viene sospettato e rifiutato. Ha reagito alla paura, forse ha stupito i soldati, forse sente riemergere la vocazione al martirio.

L’indomani, ancora sconvolto, parte per Salvaro, dove il vecchio parroco lo attende per un aiuto nel ministero parrocchiale. Viene giudicato un uomo alla ricerca di una protezione dai rischi della guerra. Ma anche a Salvaro non c’è pace: nei boschi e nei casolari circostanti si nascondono i partigiani; una presenza che turba, condiziona i comportamenti, prelude a rischi gravi. Ogni tanto fanno sparire qualche civile; di qualcuno non si ritroverà neppure la fossa. E quando tendono imboscate ai tedeschi, scatenano le loro feroci rappresaglie.

P. Martino tiene un atteggiamento di equilibrio, senza rinunciare al suo compito, come quando attraversa i boschi per andare a predicare nelle parrocchie vicine. E qui riemerge la sua vocazione missionaria.

Un giorno lo aspettiamo anche a Montorio, per la festa della Madonna Addolorata, dove giunge dai monti, a piedi, con varie ore di ritardo. Lo attendo con interesse, dopo averlo frequentato a Castiglione, ma rimango amareggiato: non è più quello di allora, allegro, gioviale, quasi sbarazzino. Ora appare sconvolto, teso, preoccupato, taciturno. Ci racconta di essere stato fermato presso un comando partigiano, sospettato come spia, sottoposto a stringente interrogatorio, trattenuto tutta la notte, minacciato e rilasciato sulla parola di ripresentarsi il giorno successivo. Gli altri sacerdoti presenti alla festa esprimono giudizi severi nei confronti dei "ribelli". Non così p. Martino, che alla sera mi chiama in disparte per confidarmi la pena che gli hanno fatto i partigiani, per manifestarmi l’intenzione di fermarsi fra di loro, al ritorno, a parlare di religione e di vangelo, e per invitarmi ad accompagnarlo in quella che egli considera proprio una missione, ci crede, ne è convinto.

A me, più che difficile, sembra una missione assurda, rischiosa e anche inutile. Conosco i partigiani: alcuni compaesani sono già scomparsi ad opera loro; e ancor più sono venuti a mancare amici e parenti miei travolti dalle rappresaglie tedesche. In una di queste sono stato catturato anch’io, e alla fine tre giovani partigiani, amici miei, sono stati fucilati sulla piazza. Ho potuti chinarmi a pregare sulle loro salme.

A considerarla realisticamente, ora la situazione sta precipitando: i tedeschi in ritirata senza speranza, i partigiani braccati senza scampo.

La conversazione con p. Martino si prolunga e diventa angosciosa. Lui cerca aiuto, ma io non posso e non voglio seguirlo. Mi appare determinato: andrà da solo, come spinto da una forza interiore a cui non può opporsi.

Testimone involontario ma non casuale di quell’episodio, rifletterò a lungo sulla "conversione" di p. Martino, profondamente toccato dalla grazia dello Spirito che, senza sopprimere la sua fragilità di natura, sta suscitando in lui un coraggio sconosciuto e insperato.

Dopo quell’incontro, nel volgere di pochi giorni, egli conferma e consuma la svolta della sua vita in stretta compagnia con don Elia Comini. Inviati dal Signore, a due a due come gli apostoli, essi vanno incontro ai fratelli per compiere gesti di amore e di consolazione che si concludono col dono supremo. Incuranti dei controlli dei partigiani e dei sospetti dei tedeschi, visitano e confortano le famiglie colpite dalle bombe. Provvedono bare di fortuna e trasporto al cimitero per due vittime dei tedeschi. Rinunciano a mettersi in salvo quando sono avvertiti della imminente rappresaglia. Quando questa esplode, si avviano, senza ascoltare chi vuol trattenerli, alla ricerca di moribondi da assistere e di feriti da soccorrere. Catturati dai tedeschi e dai prigionieri russi intenti nell’operazione di morte, vengono ammucchiati con altri civili nella casa della scuderia.

Alcuni confratelli sono rilasciati, ma loro due no, perché accusati da un ex partigiano che ha tradito i compagni. E quando un galantuomo intercede per loro, sono essi stessi a rifiutare la libertà per non abbandonare gli amici di sventura.

Non c’è più scampo: cadono tutti sotto le scariche di mitragliatrice, mentre p. Martino, già ferito a morte, traccia su di loro dei segni di croce.

Dario Zanini

 

P. Martino nelle vicende della seconda guerra mondiale

La testimonianza sacerdotale e la morte di p. Martino Capelli si inseriscono nelle vicende della seconda guerra mondiale in Italia, specialmente a partire dal 10 luglio 1943, quando le truppe alleate del generale americano Eisenhower sbarcano in Sicilia e la conquistano nell’arco di un solo mese.

La presenza della guerra sul territorio nazionale e il bombardamento di Roma del 20 luglio provocano, o per lo meno accelerano la crisi politica e militare del regime fascista. Mussolini stesso il 25 luglio 1943, durante la seduta del Gran Consiglio del fascismo, viene messo in minoranza ed è arrestato per ordine del re. La guida del governo passa al maresciallo Pietro Badoglio, che avvia subito trattative di armistizio con gli alleati.

Questi, nel frattempo, avevano varcato lo stretto di Messina ed erano sbarcati a Reggio Calabria, da dove avevano iniziato la risalita della Penisola italiana costringendo l’esercito italiano e tedesco a ritirarsi sempre più a Nord.

Il 3 settembre, sotto una tenda militare, il gen. Castellano, che aveva condotto segretamente le trattative, firma l’armistizio con gli alleati a nome del governo Badoglio, concedendo la resa incondizionata dell’Italia.

L’8 settembre fu annunciato ufficialmente l’armistizio fra governo italiano e alleati. L’Italia precipitò nel caos. Ufficiali e soldati dell’esercito, privi di direttive e di ordini, cercarono con ogni mezzo di ritornare a casa nella convinzione che la guerra fosse finita. Ma i tedeschi occuparono subito le caserme, le industrie, le comunicazioni, ogni punto strategico del Paese… e iniziarono la cattura e l’internamento in Germania dei soldati e di tutti gli italiani idonei alle armi.

Pochi giorni dopo (12 settembre) Mussolini fu liberato da paracadutisti tedeschi e il 23 costituì la Repubblica Sociale Italiana, a Salò, sul lago di Garda, ribadendo la sua intenzione di continuare la guerra al fianco dei tedeschi.

In questa confusa situazione politica e militare, gli uomini e i giovani rientrati dalle caserme e dai campi di battaglia, venivano a trovarsi di fronte a una di queste scelte:

arruolarsi nell’esercito fascista della Repubblica Sociale di Salò, mettendosi ancora a fianco dei tedeschi;

sottrarsi alla leva dandosi alla macchia, per evitare di essere arrestati dai fascisti e dai tedeschi e mandati in Germania;

unirsi ai gruppi partigiani (antifascisti e antitedeschi), che in alcuni luoghi si stavano formando sui monti e nei boschi.

In particolare, una formazione partigiana, chiamata "Stella Rossa" si era stabilita su Monte Sole, che sorge in provincia di Bologna, fra la valle del torrente Setta (percorsa dall’Autostrada del Sole nel tratto Bologna-Firenze) e la valle del fiume Reno (percorsa dalla ss. 64 "Porrettana", Bologna-Pistoia). Era comandata da Mario Musolesi, detto "il Lupo" e nell’estate del 1944 era costituita da circa 800 uomini. I gruppi partigiani erano riforniti di armi e munizioni da saltuari lanci aerei degli alleati e spesso si sostenevano ricorrendo all’ "autofinanziamento", a danno delle famiglie dei paesi e dei casolari sparsi ovunque, sia in valle, sia sulla coste dei monti. I loro bersagli erano i fascisti e i tedeschi che, in colonne o a gruppi o isolatamente, percorrevano le strade del fondovalle o si avventuravano sulle strade o sui sentieri dei monti. Non potendo realisticamente sostenere uno scontro frontale con le truppe tedesche, il loro metodo di attacco era sempre lo stesso: sparare e fuggire (nei boschi, sui monti). I tedeschi, sistematicamente, rispondevano agli attacchi dei partigiani con rappresaglie contro la popolazione e le case.

Dopo l’8 settembre, mentre in Italia imperversava la lotta civile tra partigiani e fascisti con azioni di violenza, sequestri di persone, omicidi e crudeltà da ambo le parti, l’avanzata degli alleati continuava inarrestabile verso Nord, favorita da devastanti bombardamenti aerei sulle città occupate dai tedeschi e sulle vie di comunicazione stradali e ferroviarie. Le tappe più significative sono Montecassino, Roma, Firenze…

L’ultimo baluardo naturale, prima di Bologna e della Pianura Padana, era costituito dagli Appennini, che sbarravano la strada dal Mar Tirreno all’Adriatico. Su questi monti i tedeschi avevano costruito formidabili opere di difesa: fossi anticarro, trincee, fortini, campi minati… Era la cosiddetta "Linea Gotica".

Gli inglesi e gli americani vi giunsero nei primi giorni di settembre del 1944, dopo aver conquistato Firenze. Nel settore centrale di questa linea iniziarono l’attacco il 13.

Erano due armate alleate, comandate dal gen. Alexander, contro due armate tedesche, comandate dal feldmaresciallo Kesselring. I tedeschi erano favoriti dall’impervietà dei monti e dalle fortificazioni, gli inglesi e gli americani erano superiori sia di numero, che di mezzi corazzati e aerei.

La battaglia fu terribile e caratterizzata da atti di coraggio da entrambe le parti.

In una decina di giorni gli alleati riuscirono a piegare la tenace resistenza tedesca, ma lasciarono sul campo circa 60.000 uomini, mentre i caduti tedeschi furono circa 100.000.

Riassumendo e semplificando, questa era la situazione militare e sociale, quando p. Martino, durante l’anno scolastico 1943-44, insegnava S. Scrittura e Storia della Chiesa agli studenti di Teologia dello Studentato per le Missioni di Bologna, trasferitosi a Castiglione dei Pepoli per sfuggire ai pericoli dei bombardamenti aerei. In quegli stessi anni, in quelle stesse parrocchie che sorgevano fra il Setta e il Reno, svolgevano il loro ministero diversi sacerdoti che anche in quella difficile e a volte drammatica situazione avevano saputo dimostrare il meglio del loro coraggio e della loro fede, ponendosi al di sopra di ogni schieramento ideologico e politico. Erano i "samaritani" che accorrevano ovunque vi fosse un ferito da aiutare, un morto da seppellire, una madre da sostenere. Alcuni di loro hanno anche donato la vita. Come il buon Pastore. Ne ricordiamo alcuni che sono morti per fedeltà a questa loro missione sacerdotale e che ora la Chiesa intende riconoscere come testimoni straordinari dell’amore per i fratelli e per Cristo:

Don Ubaldo Marchioni (1918-1944), parroco di San Martino.

Don Giovanni Fornasini (1915-1944), parroco di Sperticano.

Don Ferdinando Casagrande (1914-1944), parroco di San Nicolò.

P. Martino Capelli 1912-1944), dei Sacerdoti del S. Cuore (Dehoniani).

Don Elia Comini (1919-1944), salesiano.

P. Mario Ruggeri (1913-1944), carmelitano.

In previsione della ritirata dal fronte delle Linea Gotica, ormai prevedibile e imminente, il comando tedesco doveva assicurarsi la totale e sicura percorribilità delle strade che dai passi appenninici portano verso Bologna. La presenza, a Monte Sole, della brigata partigiana "Stella Rossa" costituiva una minaccia che non poteva essere tollerata. Per eliminarla, Kesselring, insieme con il gen. Simon, comandante della 334/a divisione di fanteria tedesca, prese la decisione di sferrare un attacco repentino, veloce e risolutivo contro i partigiani di quella brigata.

"Il 28 settembre, poco prima di mezzogiorno, il maggiore Loos venne a Rioveggio a interrompere il pur breve riposo di Reder e dei suoi soldati. Veniva a portare e a spiegare le disposizioni del gen. Simon in ordine all’attacco contro la Stella Rossa, e per questo aveva convocato… i comandanti degli altri reparti che insieme a Reder dovevano eseguire il progetto di Simon; il maggiore Loos aveva il compito di coordinare i vari reparti durante l’operazione; egli era comandante del servizio di sicurezza e controspionaggio" (D. Zanini, Marzabotto e dintorni, Ponte nuovo Editrice Bologna, pp. 333-334).

"Gli ordini trasmessi dal magg. Loos ai comandanti dei vari reparti riuniti a Rioveggio erano particolarmente severi e così, con estrema severità, saranno eseguiti: l’esercito tedesco, stanco per la lunga guerra e deluso per i continui insuccessi, ormai in prossimità della completa disfatta, e che vedeva minacciata dalla Stella Rossa l’unica via di scampo per una ritirata, era come un animale accerchiato dal fuoco, e divenne una belva. Nessuno di quei comandanti si tirò indietro. Anche il ricorso alla rappresaglia fu messo in conto senza alcuna perplessità" (D. Zanini, Marzabotto e dintorni, Ponte nuovo Editrice Bologna, p. 335).

La data dell’attacco e del rastrellamento era stata fissata per il giorno seguente, venerdì 29 settembre 1944. L’operazione doveva essere conclusa in un solo giorno.

Quella mattina, piovosa e grigia, ancora prima dell’alba, le truppe tedesche avevano già circondato la zona e raggiunto gli obiettivi fissati per ciascun reparto dal piano tattico predisposto in anticipo. A un segnale convenuto, diedero inizio alla strage. Dai partigiani non era stata opposta quasi nessuna resistenza significativa e la popolazione civile, straordinariamente numerosa in quei paesi e in quei cascinali perché comprendeva anche moltissimi sfollati dalle valli e dalla città, rimase totalmente in balia della rappresaglia tedesca che si accanì senza né ritegno né pietà contro vecchi, donne, bambini di ogni età. Fra le 770 vittime di quei mesi e di quel terribile 29 settembre 1944, ci sono anche P. Martino Capelli e don Elia Comini. I due sacerdoti furono presi la mattina del 29 mentre salivano sul monte a portare i conforti religiosi; nel pomeriggio furono rinchiusi con altri rastrellati in una casa-scuderia e uccisi, domenica 1° ottobre 1944, nella "botte" della canapiera di Pioppe di Salvaro.

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