O FIORE NOTTE!

1

Carissimo babbo e carissima mamma,
da poco vi siete riuniti nell’altra vita e m’è venuta la voglia di far parte con voi di pensieri, sensazioni, comprensioni ed episodi che hanno attraversato la mia coscienza e la mia vita. M’è venuta voglia di narrare queste cose. Non so a chi farlo, perché penso che non possano interessare se non a qualcuno che mi voglia particolarmente bene e per il quale anche le cose da nulla che vorrei raccontare saranno oggetto d’attenzione e d’interesse. Con chi potrei farlo, se non con voi e col Signore?

Vorrei raccontarvi del mio amore per una creatura, in certo modo, minore, tra quelle uscite dalle mani di Dio, ma per me, tra le più care e delicate.

Vorrei raccontarvi a proposito della notte.

La considero quasi come una fata, la quint’essenza della delicatezza e dell’amore, una personificazione umile e casta della femminilità.

Per iniziare, a mo’ d’antifona del canto che seguirà, vi voglio copiare alcuni stralci d’una poesia che le dedicai molti anni fa.

O Fiore Notte

Notte,

perché sei tanto breve?

Quando il sole si posa

e tu compari,

la brezza

mi trasporta i suoi profumi.

Forse son loro,

o forse è la tua pace,

o il tuo silenzio,

che il profumo

del fiore che tu sei,

mi danno.

O fiore notte,

eternità

si chiama il tuo profumo.

Perché,

quando l’eternità che tu ci porti

quasi ci ha presi,

perché, notte, finisci?

Perché sei tanto breve?

O fiore notte,

perché anche tu appassisci?

La prima "notte magica" dei miei ricordi risale a quando avevo quattordici o quindici anni. C’era un incontro per delegati aspiranti dell’Azione Cattolica, una specie di ritiro di fine settimana al collegio san Luigi, a Bologna.

Era la prima volta che dormivo fuori casa e tu, mamma, mi accompagnasti, quasi per incoraggiarmi. Io mi sentivo a metà, fra timoroso ed eccitato per il primo boccone "da grande" che la vita mi faceva assaporare.

M’era toccata una cameretta minuscola, col pavimento di mattoni rossi, di terra cotta, leggermente irregolari. Il letto era di ferro, ed i quattro angoli erano adornati da pomelli d’ottone.

Si era alla fine delle vacanze estive. Dovevano essere i primi di settembre e la città era ancora accalorata.

Mi ricordo di quando risalii in camera dopo la cena e le preghiere. La finestra era aperta e, nel suo vano, si intravedeva, splendente e silenziosa, la luna piena. La sua vista mi affascinò. Richiusi la porta dietro di me, senza accendere la luce. Mi avvicinai e mi sporsi dalla finestra. Era di quelle grandi come una porta, con una ringhiera al posto del davanzale. Era al livello dei tetti e davanti a me il cielo era libero, riempito per intero – questa fu la mia impressione – dalla regale presenza della luna. Avevo l’impressione che mi sorridesse, contenta d’essere oggetto della mia riverente ammirazione. I coppi rossicci, della distesa dei tetti, emanavano ancora il calore del giorno.

La temperatura dell’aria, la bellezza della luna, il silenzio maestoso che ammantava ogni cosa, mi rapirono il cuore. Rimasi incantato, a contemplare quello spettacolo. Il giorno dopo era domenica: non c’era fretta. Potevo restare lì fino a saziarmi.

Mi sentivo invadere l’animo da un sentimento di felicità. Guardavo ora la luna, ora ascoltavo il silenzio, ora godevo della brezza calda che saliva dai coppi. Sensazioni distinte, ma che sentivo come espressione di un’unità, come rivelazione d’una presenza. Era per questa presenza, che sentivo nascere in me un sentimento d’amore, d’attrazione, di simpatia. Rimasi a rallegrarmene, finché fui sazio. Quando mi ritirai dalla finestra per andare a letto, sentii che, pur essendomi allontanato da quella presenza, il suo effetto di felicità persisteva. Me n’ero imbevuto, ne avevo goduto, ma senza aver voluto impadronirmene. L’amavo, ma senza desiderio di possesso. Ora che me n’ero separato, continuavo felice, contento del solo suo ricordo. Mi mancava una sola cosa: sapere il suo nome.

Da sotto i lenzuoli, guardai un’ultima volta verso il chiarore che entrava dalla finestra aperta. Mi stava salutando silenziosamente, amichevolmente, colei che avevo incontrato per la prima volta in modo vero nella mia vita e che, ora, cominciava ad avere chiaramente un nome: notte!

 

2

Per passare una notte intera a vegliare dovetti aspettare quand’ero alunno di medicina e vivevo allo Studentato delle Missioni. Il vecchio padre Torresani, uno dei più venerandi membri della comunità, fu internato all’ospedale S.Orsola e operato di appendicite acuta in un pomeriggio d’inverno. Il superiore mi chiese di assisterlo in quella notte.

Ero studente del quinto corso, ma avevo poca dimestichezza coi reparti perché stavo cercando di recuperare gli anni, in tutto tre, passati al noviziato e poi a Monza per studiare greco e filosofia. Ero riuscito a mantenermi in pari con l’iscrizione, ma ero indietro di un anno con gli esami e non mi era possibile fare l’interno in un reparto, come tanti miei colleghi. Avevo bisogno di tutto il tempo per seguire le lezioni e soprattutto per studiare a più non posso. Quel servizio notturno fu perciò un’occasione d’oro per conoscere meglio la vita di corsia in prima persona..

Mi presentai alla capo sala di turno, che mi accompagnò gentilmente accanto al padre, in una corsia di sei pazienti. Era ancora assopito dall’anestesia, ma mi salutò con un sorriso.

"Come va?" gli chiesi.

Mi rispose con un cenno del capo, come per dire:"Ce la faccio."

Rimasi seduto accanto a lui in silenzio. L’infermiera aveva spento le luci del soffitto, ma quelle che filtravano dal corridoio erano più che sufficienti per orientarsi.

Rimasi a guardare i vari malati nei loro letti. Tutti stavano dormendo o, per lo meno, così mi pareva.

Quell’inattività forzata era un’esperienza un poco nuova per me. Fin da ragazzo avevo avuto sempre una vita in movimento. Non mi ricordavo di aver passato qualche tempo fermo senza fare niente, ad aspettare semplicemente che il tempo passasse o ad ascoltare il silenzio. Ero stato, sì, inattivo, a fare code agli sportelli delle poste o del comune, ad aspettare l’autobus, o nella sala d’attesa degli ambulatori, o a riposarmi in un prato con le gambe stanche dopo una lunga salita in qualche passeggiata durante le vacanze. Mi stavo rendendo conto che s’era trattato in realtà appena di intervalli. Quegli spazi vuoti erano stati vissuti come inesistenti, per la mia coscienza, tutta occupata dal prima e dal poi. Erano semplicemente trascorsi, senza scalfire in nulla la mia consapevolezza.

Ora, invece, seduto accanto al mio confratello operato, che stava dormendo, quel mio non far nulla aveva un senso ed un scopo: vegliarlo. La vigilanza mi faceva apprezzare quell’esperienza apparentemente vuota, mi conduceva a prenderne coscienza e ad esplorarla.

Mi misi a considerarne le varie componenti.

Innanzitutto il silenzio. Non un silenzio assoluto ma un silenzio che rendeva possibile l’apparire di rumori altrimenti inosservati ed impercettibili. Rimasi ad ascoltare. Sentivo il respiro profondo e regolare del padre Torresani accanto a me, il rigirarsi nel letto d’un malato nella fila di fronte. Dal corridoio, ogni tanto, giungeva la presenza dell’infermiera che muoveva qualcosa nel carrello delle medicine. Questi piccoli rumori mi parevano come foglie galleggianti su un ruscello tranquillo. Era il silenzio che ascoltavo, o i piccoli rumori? Erano le foglie adagiate sul ruscello o l’acqua che li portava, ciò che m’incantavo a guardare?

Poi il tempo. La sua presenza diventa evidente quando ci sono avvenimenti che lo fanno scorrere. Il rimanere fermo nella sedia, in una stanza di malati che dormivano, mi faceva sentire il tempo come un qualcosa che avesse consistenza per se stesso, un’entità impalpabile e indefinibile che "stava lì", fermo, eppure reale. Mi chiedevo con quali organi di senso lo riuscissi ad avvertire. Non sapevo rispondere. Era una dimensione della coscienza, una realtà immateriale, eppure evidente, che in certo modo riempiva di sé, insieme al silenzio ed alla semi oscurità, quella notte d’ospedale. Lo comparavo al silenzio, che percepivo sol senso dell’udito, alla semi oscurità, colta dalla vista. Era la mia coscienza, sì, nella sua globalità, che lo percepiva presente e che si sentiva contenta ad assaporarlo e a viverlo.

L’infermiera entrò. Controllò le flebo, svegliò un malato per fargli prendere una medicina, registrò alcune cose nel suo quaderno, lo richiuse, infilò la penna nel taschino, afferrò il carrello per spostarlo nella stanza accanto, spense di nuovo le luci ed uscì.

Il padre Torresani si svegliò, si aggiustò nel letto e mi batté con la mano sul braccio, in segno di riconoscenza per la mia presenza. Dopo un po’, capii dal nuovo ritmo del respiro, che si era riaddormentato.

Sentii una voce sussurrata che mi diceva: "Scusi… scusi. Per favore…" e con la mano mi faceva cenno di andargli accanto. Era un uomo anziano, pesante, col respiro rumoroso. "Se fosse così gentile da darmi un po’ d’acqua da bere…" e mi fece cenno ad una bottiglia sul comodino con un bicchiere accanto, su un piattino. Gli versai l’acqua e l’aiutai a bere con una cannuccia che mi indicò.

"Grazie!...Questa notte non riesco a prendere sonno." Mi parlava con un fil di voce, sussurrando, per non disturbare i vicini. Capii che gradiva che restassi un po’ di tempo a fargli compagnia.

"Sono stato operato all’intestino cinque giorni fa, ma sento ancora molti dolori. Non è la ferita che mi duole, ma il mio male. Me l’ha detto il dottore. Devo avere pazienza; ci vuole il suo tempo."

Respirò due o tre volte e poi soggiunse: "Sono i pensieri, che non mi fanno dormire. Mia moglie mi ha lasciato due mesi fa. È morta per un tumore. L’ho accompagnata per mesi, avanti e indietro tutti i giorni, da casa all’ospedale. Senza di lei la vita non vale più nulla per me. L’unico figlio che ho, emigrò in Argentina dopo la guerra, con una ditta. L’ha ha conosciuto una brava ragazza e s’è sposato. Ha tre figli già grandi e non torna più. L’ho rivisto solo per la malattia della mamma. Vivo da solo, adesso. Ho la fortuna di avere una nipote che abita nella stessa via e che mi viene a trovare tutti i giorni, qui in ospedale…"

"La capisco", gli dissi e gli battei colla mano sulla sua. Mi sentivo imbarazzato, senza saper cos’altro dire, ma capii che l’importante non era che io parlassi: ciò che desiderava era qualcuno che lo ascoltasse e lo capisse. Mi trattenei a lungo sulla sedia accanto al suo letto. Ogni tanto mi raccontava qualche piccolo stralcio della sua vita e della sua malattia.

Sentii l’infermiera che era entrata nella stanza accanto.

"La saluto e le faccio i miei auguri. Ora devo tornare dal mio malato." Ci salutammo con una stretta di mano. "La ringrazio molto per la compagnia. Auguri anche per il suo assistito"

Mi tornai a sedere accanto al padre Torresani. Nel frattempo s’era svegliato e gli raccontai della visita fatta al suo compagno di stanza.

Cominciai anch’io a sentire sonno e mi appisolai sulla sedia. La notte scorreva lenta e silenziosa.

Tentai di scrollarmi il sonno di dosso, alzandomi a fare due passi nel corridoio. Chiesi permesso all’infermiera per andare un momento nel bagno. Ne approfittai per lavarmi la faccia con l’acqua fredda. All’uscita scambiai qualche parola con lei e ritornai al mio posto.

Rimasi a considerare le qualità della notte, in modo speciale la sensazione particolare del tempo fermo, di cui capivo la consistenza autonoma, anche senza avvenimenti che lo facciano scorrere. Tante notti erano trascorse nella mia vita, migliaia e migliaia, e mi accorgevo che non ne avevo vissuta veramente neppure una. Era un’occasione da non perdere e ringraziai il Signore per avermi dato quell’opportunità.

Mentre le ore passavano, avevo la sensazione che la notte fosse interminabile.

Ad un certo punto cominciò del movimento nel corridoio. Erano venute le donne delle pulizie per mettere in ordine l’infermeria prima del mattino.

Ormai si era vicini all’alba.

Entrarono un’infermiera ed una inserviente per pulire i malati, rifare i letti, riassettare la stanza. Io uscii e mi fecero sedere nel refettorio. Passò il medico di ronda per sapere se c’era qualche paziente che avesse bisogno del so intervento. Si fermò un poco a parlare con me, chiedendomi che anno di facoltà facevo e cosa pensavo di questo o quel professore. Lui era contento della scelta fatta d’essere medico e cominciava ad avere le prime soddisfazioni professionali. La vita però era dura per gli assistenti di primo pelo come lui: molto da sgobbare e poco da guadagnare. Tutto sommato, però, mi disse che ne valeva la pena. "Lo vedrai anche tu, a suo tempo!"

Erano cominciate le attività del mattino presto, prelievi del sangue per gli esami, iniezioni, pillole, raccomandazioni.

In un attimo la notte finì; le prime luci del giorno stavano entrando dalle finestre. M’era sembrata tanto lunga, ed ora che finiva, capivo che non era poi così vero. Era lunga e corta, al tempo stesso, misteriosa e semplice, difficile da descrivere e definirla, ma viva e bella da essere vissuta.

Mentre tornavo a casa in bicicletta, nell’aria gelida del mattino d’inverno, incrociavo la folla numerosa e variopinta di coloro che andavano al lavoro. Non li invidiavo per le ore di sonno di cui avevano potuto godere; mi sentivo invece un privilegiato per l’occasione che avevo appena ricevuto e mi sarebbe piaciuto poter fermarmi per dire loro che non sapevano cos’avessero perso!

 

3

Stavo per cominciare l’ultimo anno di teologia ed a Bologna si celebrava il congresso eucaristico nazionale. Mi ricordo ancora, dopo tanti anni. l’impressione che mi facesti tu, mamma, quando mi dicesti in confidenza che aspettavi quell’avvenimento con gioia, non solo perché eri devota dell’eucaristia, ma anche perché ti riaccendeva un bel ricordo della tua gioventù: quando ti sposasti e venisti ad abitare con babbo a Bologna si celebrò pure in quell’anno, nella nostra città, il congresso eucaristico nazionale.

Si era nella seconda metà di settembre e per un sabato sera era prevista una veglia di preghiera a San Michele in Bosco. Il pomeriggio precedente era dedicato ad incontri e festa coi ragazzi dell’Azione Cattolica a Villa Revedin, il seminario diocesano, che disponeva di un piccolo parco, molto adatto allo scopo. Partecipai anche a questa parte e mi piacque molto, perché mi diede l’occasione di rivedere molte persone dell’ambiente giovanile, colle quali avevo lavorato negli anni della mia adolescenza. Al tramonto ci fu una cena all’aperto sotto gli alberi e con falò, molto suggestiva, che fece da cerniera tra il pomeriggio di giochi e la notte di preghiera.

La veglia aveva inizio alle 21,30 ed era presieduta da Don Giuseppe Dossetti e dai suoi confratelli.

I ragazzi tornarono a casa e noi più grandi andammo in chiesa. Era già quasi piena, ben illuminata e con molte sedie accanto ai banchi.

Il programma era di vegliare tutta la notte e mi parve di cogliere questa determinazione come un tacito impegno da parte di ognuno dei presenti. Si cominciò con il canto della compieta in latino con la melodia gregoriana, che tanto mi aveva affascinato nei miei primi anni di vita religiosa. Mi par di sentire ancor adesso l’intonazione dell’ebdomadario rivolto al celebrante con un profondo inchino: "Iube, Domne, benedicere!" ed il celebrante rispondere col canto, mentre faceva il segno della croce: "Noctem quietam et finem perfectum, concedat nobis Dominus Omnipotens".

Divisi in due cori cantammo la compieta dopo i primi vespri della domenica. Un canto pacato, sommesso, che invitava all’intimità con Dio, celebrato come presente.

La veglia mi pareva che avesse cominciato alla grande. Ci sedemmo per ascoltare l’introduzione alla celebrazione della vigilia. Si sarebbe seguito lo schema dell’ufficio delle letture "more antiquo", secondo lo schema prolungato che per secoli era stato celebrato dalla chiesa in tutto il mondo.

Di nuovo, tutti in piedi si ricominciò col canto, questa volta però in italiano, con melodie più orecchiabili, accompagnate dall’organo.

Furono cantati tre salmi e poi ci fu una lettura dell’Antico Testamento. Si alzò un confratello di Don Dossetti, della comunità di Monteveglio, per farne il commento. Fu un commento profondo ed in certo senso minuzioso, senza nessuna preoccupazione di essere succinto: si stava o no facendo una veglia di tutta la notte?

Seguì un tempo consistente di silenzio, di riflessione e di interiorizzazione. Ci fu poi una seconda lettura di un padre della chiesa dei primi secoli. Ci si alzò in piedi per cantare dei responsorii e poi fu intonata una nuova serie di tre salmi, seguiti da una lettura dell’Antico Testamento e da un’altra omelia, fatta da un altro sacerdote. Anche questa volta fu un commento approfondito e senza fretta della parola di Dio.

Lo schema continuava allo stesso modo: di nuovo un silenzio, poi lettura patristica, responsorii, salmi, nuovo brano della scrittura, omelia, silenzio, lettura patristica responsorii e così via.

Mi accorgevo che il momento delicato veniva nel tempo di silenzio. La stanchezza della giornata prolungata e ed il sonno cominciavano ad avere il sopravvento sulla decisione, che all’inizio della veglia mi pareva di aver colto in tutti i partecipanti, di fare una veglia di tutta la notte.

Eravamo entrati ormai nelle prime ore della domenica e quando ci fu la terza o quarta omelia non riuscii più a seguire il filo del pensiero e cominciai a sentire la voce sempre più suono e sempre meno parola.

Mi svegliai quando sentii i miei vicini alzarsi in piedi per i responsorii. Approfittai del movimento per cercare di scacciare il sonno e recuperare la decisione di fare una veglia per tutta la notte. Durante il canto degli altri salmi mi appisolai di nuovo e questa volta mi accorsi che non ero l’unico a cedere alla stanchezza ed al sonno.

Guardai l’orologio: erano si e no appena le due. Presi coscienza che un fatto nuovo era accaduto: il sonno ormai aveva bisogno di essere lasciato agire. Ben pochi riuscivano a sottrarsi alla sua vittoria. Nella mia logica di giovane che non aveva mai fatto una veglia, cominciai a pensare che don Dossetti avrebbe dovuto avere il coraggio di prendere atto che ormai non aveva più senso stare lì a combattere col sonno, senza devozione e senza attenzione. Come poteva far piacere al Signore quella nostra strana forma di preghiera di lotta?

Don Dossetti però, ed ora lo posso anche capire, dopo tanti anni, non alterò il programma ufficiale del congresso eucaristico nazionale che aveva deciso ufficialmente una veglia di preghiera fino all’alba.

Erano secoli che la chiesa faceva così e non penso che nel primo millennio i cristiani non fossero vinti dal sonno come lo eravamo noi. Nella sua - imperscrutabile per me – sapienza millenaria, la chiesa riteneva che avesse un senso vegliare e pregare "nonostante tutto", fino all’alba. C’era, mi par di capire adesso, da tener presente la considerazione che la veglia non era appena un atto interiore, che aveva senso solo nella misura in cui la coscienza si manteneva vigile e attiva, ma un atto di testimonianza pubblica, una prova di fede oggettiva, collettiva, della sposa che attende il suo sposo "finché non arrivi"e che crede che sia reale la beatitudine per quei servi che saranno trovati vigilanti se il padrone tornerà nel mezzo della notte, o sul finire dell’ultima vigilia, prima dell’alba, come accadde quando si avvicinò alla barca degli apostoli camminando sulle onde come un fantasma.

A quel tempo però non capii queste considerazioni e mi dispiace ricordare che non seppi vincere la delusione verso Don Dossetti che non aveva avuto l’onestà di riconoscere che se tutti dormivamo, era meglio finire per aver raggiunto il limite estremo e tornare a casa.

Debbo però vantarmi che, nonostante tutto, non volli seguir l’esempio di alcuni onesti e coraggiosi fedeli, che si alzarono ed uscirono.

Mi chiedo ancora se fu rispetto umano restare fino alla fine oppure se fu un’adesione, anche se oscura e poco cosciente, alla decisione della sposa di restare ad attendere, nonostante il crollare dal sonno.

Mi svegliai del tutto solo al ritorno in bicicletta, scendendo per la strada di San Michele in Bosco nell’aria fresca delle cinque del mattino.

Quando varcai il cancello dello Studentato, il cielo si stava schiarendo e mi accorsi che la notte si stava congratulando con me per averla accompagnata fino alla fine. Avvertii una gioia profonda e sentii nascere la consapevolezza che l’amicizia tra la notte e me sarebbe stata destinata a non finire più…

 

4

Il 28 luglio 1970 è una data indimenticabile per me. In quel giorno partii per l’Africa per la prima volta, anzi, più esattamente, fu in quella notte!

Arrivai a Roma in treno, nel primo pomeriggio, da solo, dopo avervi salutato alla stazione di Bologna. Mi sono restate negli occhi le vostre figure sulla banchina della stazione, colle mani alzate a salutare fin quando la prima curva dei binari ci sottrasse alla vista reciproca.

Alla stazione Termini andai all’ufficio dell’Alitalia, dove mi avvisarono che il volo era stato anticipato di alcune ore. Avevo fatto bene a seguire il tuo consiglio, babbo, di arrivare con un buon anticipo, com’era nella tradizione della nostra famiglia. Ebbi tutto il tempo di godermi la strada per arrivare in corriera a Fiumicino. Mi presentai al banco della Compagnia, dove ricevetti un’accoglienza simpatica e mi sentii incoraggiato, poiché quello era il mio primo volo all’estero, e non sapevo nulla di "come si fa". Avevo allora ventott’anni e la mia palese giovinezza doveva generare benevolenza nel personale di terra. In quegli anni non era ancora cominciata la moda dei giovani che volavano in tutto il mondo.

Feci il check-in delle valigie con calma e cercai un telefono pubblico per darvi mie notizie e rassicurarvi che ero arrivato a Fiumicino ed avevo già consegnato i bagagli. Foste molto contenti di sentire la mia voce e colsi la vena d’emozione per il figlio che partiva per la prima volta per una meta così lontana.

Feci un giro di riconoscimento dell’aeroporto e entrai alla tavola calda per mangiare qualcosa, secondo la vostra raccomandazione.

Mi sistemai poi sulle poltroncine in attesa di essere chiamato per la sala d’imbarco.

Ad un certo punto mi sentii chiamare per nome. Mi girai sorpreso. Era il nostro antico parroco di San Carlo, don Eugenio, che ora viveva con la vecchia sorella a Roma. Aveva saputo della data e dell’ora del volo ed aveva pensato di farmi una sorpresa. Ne fui molto contento. Rimase con me circa un’ora e poi, quando chiamarono i passeggeri per Nairobi, dove facevo il primo scalo, mi salutò commosso e mi diede la sua benedizione. Era stato lui a battezzarmi appena nato, ed ora voleva darmene quasi un prolungamento che mi servisse di viatico nella vita di missione.

Ci fecero salire subito sull’aereo e mi toccò un posto vicino al finestrino. Ne rimasi contento, emozionato per poter vedere dall’alto un po’ d’Africa per la prima volta.

Osservavo e gustavo i preparativi con attenzione, assaporando la gioia della primizia.

Tutto era sistemato, gli sportelli sulla testa, chiusi, le cinture allacciate, ma l’aereo non si decideva a partire. I passeggeri più anziani cominciarono a girarsi e rigirarsi, ed io mi resi conto che un’attesa così prolungata non era normale.

"Attenzione! Qui è il comandante che vi parla. Sono spiacente di informarvi che si sono riscontrate anomalie e dobbiamo fare alcuni controlli per la sicurezza del volo. Debbo chiedervi di scendere dall’aereo ed attendere a terra. Siete pregati di portare con voi i vostri bagagli a mano".

Ci fu un mormorio di disappunto, ma tutti ci alzammo ed ognuno riprese le sue borse e sacchetti e scendemmo dall’aereo.

A terra ci misero in una sala d’attesa riservata. Dopo un po’ un’hostess ci informò che la Compagnia aveva deciso di cambiare aereo e che lo stavano conducendo sulla pista. Ci voleva appena ancora qualche minuto di pazienza. Debbo dire che questi imprevisti contribuivano a farmi sentire una certa euforia, per aver potuto provare subito, al primo volo, l’emozione di imprevisti e contrattempi.

Aspettammo fin dopo la mezzanotte. Ad un certo punto si sparse la voce che stavano togliendo il cellophane dai sedili e che l’operazione richiedeva abbastanza tempo. Un aereo più nuovo di così!...

Il secondo imbarco fu più rapido, perché ognuno già sapeva in che punto dell’aereo era il suo posto.

Ormai il sonno stava avendo il sopravvento e mi accorsi che la curiosità di vedermi il film annunciato era sparita. Apprezzai, invece, in modo speciale la cena. Il rituale del carrello con le hostess che porgono il vassoio e poi che chiedono cosa si vuole da bere mi aveva affascinato. A riviverlo ora, nel ricordo, mi par di capire che una componente importante del mio entusiasmo era stimolata da un appetito che, sopito da tutte quelle ore di attesa, s’era improvvisamente ringalluzzito alla vista dei preparativi della cena in aereo. La disposizione del cibo nei vari tipi di vaschette e poi i pacchettini del burro, dei crackers, le confezioni di marmellata, le posate di metallo avvolte in un tovagliolo, la salvietta profumata per pulirsi le mani prima di cominciare, tutte queste cose me le ricordo ancora una per una, con la gioia della novità e l’entusiasmo del primo volo.

La cena mi fece passare il sonno. Aprii timidamente lo scuretto del finestrino per cercare di vedere il cielo stellato. La luce all’interno non permetteva di vedere nulla. Richiusi con una certa delusione.

L’appetito mi aveva fatto terminare in fretta e così mi rilassai sul sedile per lasciarmi penetrare dall’atmosfera del volo, come se stessi ascoltando un concerto. Mi lasciavo invadere da tutte le sensazione, dai suoni, dal morbido della poltroncina, dalle luci, dai movimenti delle hostess e dei passeggeri. Poi scesi più in fondo a me stesso, per prendere possesso con tutta la consapevolezza che quella era la mia partenza per le missioni. Il momento tanto atteso e sognato era arrivato.

Mi trovavo nel mezzo della notte, nel mezzo del cielo, in un punto imprecisato sopra il suolo africano, nel mezzo di un viaggio che non avevo mai assaporato prima.

Era come se fosse la notte antecedente all’alba del primo giorno della creazione. Il giorno che stava per cominciare non lo sapevo immaginare: stava per essere creato in quel momento!

Mi venne voglia di pregare. Era giusto l’ora della compieta.

Cercai a tatto, colle mani, nel sacchetto che avevo sotto il sedile, finché riconobbi il mio breviario. Se quello era il primo giorno della creazione dovevo recitare la compieta del primo giorno, vale a dire, della domenica.

Consegnai il vassoio della cena alla hostess, che stava passando ed aprii il breviario sul tavolinetto dello schienale davanti a me. Trovai la pagina e misi il capo fra le mani, per concentrarmi. Ero cosciente che quello era un momento supremo, simile alla notte di Salomone a Gabaon, quando consacrò nella preghiera l’inizio del suo regno e Dio gli apparve per suggerirgli di chiedere ciò che volesse in dono. Salomone chiese la sapienza e la ebbe in abbondanza. Io non avevo nulla da chiedere, ma solo il desiderio di offrire nella preghiera la primizia della mia vita.

Cominciai la recita del salmo 90 e dalle prime parole compresi che stavo leggendo come un oracolo di Dio su di me:

Tu che abiti al riparo dell’Altissimo

E dimori all’ombra dell’Onnipotente,

di’ al Signore: «Mio rifugio mia fortezza,

mio Dio, in cui confido».

Questa era esattamente la mia preghiera. Non una richiesta, ma un affidamento.

I versetti seguenti erano come la risposta, o la promessa, che Dio mi faceva per l’avventura che in quella note aveva il suo inizio.

Non temerai i terrori della notte,

né la freccia che vola di giorno,

la peste che vaga nelle tenebre,

lo sterminio che devasta a mezzogiorno.

Mi piaceva il simbolismo usato per elencare pericoli e paure: quella lista poetica mi pareva che non lasciasse fuori nulla.

Darò ordine ai miei angeli

Di custodirti in tutti i tuoi passi.

Sulle loro mani ti porteranno

Perché non inciampi nella pietra il tuo piede.

Camminerai su aspidi e vipere,

schiaccerai leoni e draghi.

La sollecitudine di Dio! L’avevo già conosciuta e sperimentata molte volte. Mi piaceva particolarmente l’attenzione degli angeli perché non inciampassi: non avrebbero ritirato le pietre dal cammino, avrebbero fatto in modo che non ferissero il mio piede. Il realismo continuava ancor più drammatico e senza veli: aspidi e vipere, leoni e draghi li avrei potuto incontrare, ma non mi potevano nuocere.

Lo salverò perché a me si è affidato.

Mi invocherà e gli darò risposta;

presso di lui sarò nella sventura,

lo salverò e lo renderò glorioso.

Bella, questa finale in terza persona, come se Dio si rivolgesse all’assemblea, per proclamare a tutti le sue intenzioni su di me.

Tornai a leggere il salmo e poi ancora, versetto per versetto. Ero consapevole che era come una promessa che Dio mi faceva. Era l’abbraccio con cui mi consacrava a questa vita.

Mi addormentai senza accorgermene, sul breviario aperto.

Ancor oggi non posso non rivivere il contesto indimenticabile in cui ricevetti quell’abbraccio: mi fu dato nel cuore della prima notte della creazione, in mezzo ad un cielo che, nonostante tutto, era pieno do stelle, anche se non mi era stato possibile vederle…

(continua)