OBBEDIENZA E PREGHIERA
(Marchesini Aldo)


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Era di marzo, ed a quell’epoca a Beira, il caldo non scherzava. Il rettore dell’università cattolica del Mozambico mi aveva invitato a cenare in un ristorante della città vecchia. Da tempo mi voleva parlare della facoltà di medicina, che ormai stava per divenire una realtà. Desiderava sondare la mia disponibilità a collaborare: avrei potuto tenere qualche corso, o seguire gli studenti nella pratica coi malati, o partecipare nella stesura dei programmi, o realizzare qualche altra attività.

Eravamo seduti ad un tavolo vicino alla parete, un po’ appartati. La luce era bassa ed i camerieri volteggiavano silenziosi. Era un posto favorevole per conversare. Il rettore parlò a lungo e le proposte mi facevano pensare. Tuttavia sentivo dentro di me che quello non era il mio posto. Non volevo dire un no reciso, perché coglievo l’importanza della facoltà per i malati, per chi sentiva la vocazione di studiare medicina, per la società del Mozambico, per la chiesa e, soprattutto, per il Regno.

Mi piaceva riferirmi al Regno nel mio pensare e nel mio agire. Gesù l’aveva sempre sulla bocca e nel cuore e la sua realtà è ancor oggi ciò che da sapore, colore e senso alla storia ed alla vita.

Fu così che la conversazione scivolò, un po’ alla volta, alla futura facoltà di medicina come a qualcosa che aveva un valore ed un peso per il Regno.

Esposi l’idea dell’importanza che fosse accompagnata, sostenuta, immersa, in un ambiente di preghiera. Bisognava assicurarle il sostegno di qualcuno nella chiesa, che se ne facesse carico, per intercedere in suo favore e tenerla sempre sulla palma delle sue mani di fronte al trono di Dio.

Il rettore mi guardava in silenzio e quando finii d’esporre il mio parere, rimase a pensare.

Poi si decise e mi chiese:

- Dimmi un po’: cos’intendi tu, in fondo, per preghiera? Io credo che la preghiera non consista tanto nel "pregare" (tra virgolette), ma piuttosto nel vivere, nel trovarmi a fare ciò che Dio vuole da me in questo momento. A cosa servirebbe che ci fosse qualcuno ad intercedere per l’università cattolica, se noi, che c’impegniamo a fondarla, stessimo lavorando fuori della volontà di Dio?

Io so che, se ci lavoro, è perché Dio mi ci ha collocato. Ero ben lontano dal pensarci, quando i superiori mi tolsero dalla Tanzania, dove insegnavo teologia, per affidarmi quest’incarico.

Ciò che io faccio nell’obbedienza, questo è il vero pregare per l’università cattolica, visto che io ci lavoro per obbedire al Signore! La vera preghiera è fare la volontà di Dio, obbedirgli con la vita.

Il ragionamento filava, non c’era dubbio, ma non mi pareva che potesse essere alternativo all’impegno di affidare all’intercessione costante di qualcuno vicino a Dio, il nascere e lo svilupparsi della facoltà di medicina. Tuttavia la convinzione del rettore, d’identificare nell’obbedire a Dio la quint’essenza della preghiera, mi avvinceva e mi sospingeva a seguire quel pensiero, per assaporarne più a fondo la verità. Faceva parte senz’altro delle cose di cui ero convinto, eppure sentivo in me quella gioia sottile che si prova quando qualche verità nuova ci colpisce.

La cena era finita già da un pezzo ed il rettore chiese il conto. Ormai non c’era più molto da parlare e, mentre m’accompagnava alla casa dei frati minori, dove m’ero ospitato, coccolavo nel fondo del cuore la felicità nata dall’avere una verità da approfondire. Non m’andava di pensare in pensieri, mi sentivo portato, invece, ad assaporare senza pensieri quella gioia interiore. M’incuriosiva chiarire a me stesso da dove venisse il fascino che sentivo. M’accorgevo che c’era in me un’affinità profonda. Essa saliva dalle mie radici, dal centro del carisma della mia congregazione. Il mio fondatore, padre Dehon, non perdeva occasione per insegnarci che il centro della vita e della preghiera di Gesù era espresso alla perfezione nelle parole che aveva detto entrando nel mondo:

- Ecco, io vengo, o Dio, per fare la tua volontà!

"In quest’espressione «Ecce venio» (a quel tempo le citazioni si facevano sempre in latino) c’è tutta la nostra vocazione", soleva ripetere il padre Dehon.

Il rettore illuminò il cancello con i fari, ed il guardiano corse ad aprire. Ci salutammo amichevolmente e rimasi ad attendere che finisse la marcia indietro e scomparisse dalla vista. La casa era già immersa nel buio e dal giardinetto in mezzo alla residenza a forma di chiostro, si potevano vedere le stelle in tutto il loro silenzioso luccichio.

Mi venne in mente Abramo, quando Dio lo condusse fuori dalla tenda e gli mostrò il cielo stellato.

- Numerosa come le stelle del cielo sarà la tua discendenza.

Abramo, vecchio, senza figli, con la moglie sterile, credette alla promessa di Dio e quel suo silenzioso attendere senza dubitare né stancarsi, quel suo obbedire nella fede, fu la sua preghiera preziosa agli occhi di Dio.

Mi sedetti sul muretto del giardino. Ora potevo fermarmi a pensare senza distrazioni.

Aveva ragione il rettore: pregare fuori dell’obbedienza alla volontà del Signore non aveva senso. Obbedirgli, sì, era la profonda verità della preghiera. Compiere con la vita quello che Dio ci chiede attraverso le varie circostanze è il fondamento di ogni preghiera. Ripensai a Gesù ed al suo appassionato slancio, al suo bruciante desiderio:

"Ecco, io vengo per fare la tua volontà!"

"Ho un battesimo da ricevere e come ardo dal desiderio finché non lo abbia ricevuto!"

"Mio cibo è fare la volontà del Padre mio."

Quanto spesso Gesù aveva manifestato il suo ardente desiderio di obbedire al Padre!

E Abramo, in tutti quegli interminabili anni della sua attesa, non aveva fatto della sua perseveranza un’accorata preghiera di fiducia e d’obbedienza?

Obbedienza di Gesù, obbedienza di Abramo…

Non c’era dubbio ch’essa era preghiera. La loro obbedienza non appariva però ai miei occhi come preghiera solo per il fatto d’essere obbedienza. Ci scoprivo qualcosa di più profondo e radicale, ci scoprivo il bisogno di fare d’essa un’oblazione. Ci scoprivo il desiderio di offrirla con amore, di esplicitarne con il cuore e con la bocca, l’intenzione. Ciò le dava vigore, la faceva accorata, ardente, la trasformava in un atto di adorazione e di lode, la faceva diventare preghiera vissuta.

L’obbedienza mi appariva come i grani d’incenso, che diventano preghiera quando sono gettati sul fuoco del turibolo: anche l’obbedienza aveva bisogno d’essere gettata nel fuoco, di acquistare peso, d’incendiarsi, passando per la cosciente offerta di se stessa come oblazione di soave odore, di unirsi al movimento del Cuore di Cristo che esulta di giubilo nello Spirito quando rivela ai piccoli il mistero del Regno e che suda sangue nella terribile lotta per bere fino in fondo il calice della passione.

Nel grande silenzio della notte capivo che per essere piena preghiera, l’obbedienza aveva bisogno di prendere coscienza di sé e d’offrirsi, come nel supremo grido di Gesù : "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!"

Quelimane, Natale 2001

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