Vangelo di Gesù Cristo secondo
MATTEO

(Pedron Lino)


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titoli

"A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i vangeli meritatamente eccellono, in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro salvatore" (DV 18).

 

INTRODUZIONE

La santa Chiesa raccomanda la lettura assidua della parola di Dio, perché con lo studio della Bibbia il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini.

Nei 73 libri che compongono la Bibbia, Dio Padre viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e conversa familiarmente con loro. Nella parola di Dio c’è tanta efficacia e potenza d’amore e di salvezza ed è sorgente di vita eterna per i suoi figli.

Quando leggiamo il vangelo, abbiamo, forse, la tendenza ad ascoltarlo come un fatto ormai trascorso della vita di Gesù, o come un ideale morale a cui ispirare il nostro agire, o come un’ideologia astratta da assimilare per avere una mentalità cristiana. In ogni caso corriamo il rischio di sentire una frattura tra il passato della storia e l’attualità della nostra fede.

Come dobbiamo, dunque, leggere il vangelo nella vita e la vita nel vangelo?

E’ soprattutto nella celebrazione della messa che avviene questa sintesi. E’ là, infatti, che Gesù vivo, risorto, presente nella sua comunità (cf. Mt 18,20) si lascia toccare misteriosamente, ma non meno realmente di quanto avveniva duemila anni fa in Palestina.

Perciò la prima parte della messa, chiamata liturgia della Parola, non è semplicemente la lettura di un libro, ma l’ascolto di Cristo che parla.

La parola di Dio, però, non è viva e attuale solo nella liturgia, ma anche ogni volta che viene letta e annunciata in ogni altra forma, perché il Cristo è sempre vivo e operante nella sua parola proclamata e ascoltata.

La lettura della Bibbia è sempre un incontro con Dio purché il testo sia letto con lo stesso Spirito con cui è stato scritto.

Matteo e la sua opera

Matteo ha scritto il suo vangelo probabilmente nel decennio che va dal 70 all’80 dopo Cristo. Egli si mostra molto interessato alle parole di Gesù, alla sua dottrina. Ma nonostante questo interesse per la dottrina di Gesù, non vuole assolutamente ridurre il vangelo a una dottrina. Egli è ben consapevole che il vangelo è innanzitutto una persona, una storia. La dottrina nasce dalla storia di Gesù, la illustra e la commenta.

L’unico protagonista del vangelo di Matteo è Gesù, e il primo intento dell’evangelista è di mostrarci il significato salvifico della sua persona, della sua parola e della sua vicenda: egli è il Salvatore (cf. 1,21).

Il vangelo di Matteo risulta particolarmente vivo e attuale perché prende posizione di fronte ai casi della vita come il matrimonio, le ricchezze, l’autorità, e di fronte alle divisioni, ai peccati e agli scandali che affiorano continuamente nella comunità dei credenti.

La comunità cristiana può trovare nell’annuncio di Gesù fatto da Matteo la sua vera identità perché Gesù, e solo Gesù, è l’unica legge fondamentale della Chiesa.

LA STORIA ADEMPIUTA IN GESÙ, IL CRISTO (Mt 1-2)

Matteo scrive il suo vangelo come teologo. La portata teologica del testo dei primi due capitoli si manifesta attraverso le citazioni e le reminiscenze dell’Antico Testamento, le ripetizioni, i ritornelli e gli altri procedimenti letterari - come le inclusioni - che determinano sia la struttura letteraria che l’intenzione profonda del testo evangelico.

Il primo capitolo presenta due unità ben distinte: la generazione di Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo (vv. 1-16) e la missione di Giuseppe (vv. 18-25).

Il v. 17 conclude la successione delle generazioni e ne dà la spiegazione; rileva tre tappe di quattordici generazioni da Abramo a Gesù, passando per Davide e per la deportazione in Babilonia. Ciò non è privo di significato, come vedremo.

Il secondo capitolo fa passare Gesù da Betlemme a Nazaret. È diviso in due quadri: il primo descrive due forme di accoglienza riservate al bambino Gesù (vv. 1-12) e il secondo presenta l’itinerario di Gesù come un nuovo esodo.

Un semplice colpo d’occhio ci fa vedere l’importanza delle citazioni dell’Antico Testamento. L’attualità della Scrittura ci viene presentata attraverso cinque episodi dell’infanzia di Gesù:

1. La missione di Giuseppe (1,18-25) con la citazione di Is 7,14;

2. I magi a Betlemme (2,1-12) con citazione di Mi 5,1 (e 2Sam 5,2);

3. La fuga in Egitto (2,13-15) con citazione di Os 11,1;

4. Il massacro dei bambini (2,16-18) con citazione di Ger 31,15;

5. Il ritorno a Nazaret (2,19-23) con citazione dei profeti.

Ricordiamo inoltre che la genealogia di Gesù (1,1-17) è ispirata a lCr 1,34; 2,1-15; 3,1-18; Rt 4,18-22.

Questo genere letterario, chiamato midrash, commento che attualizza la Scrittura, è una delle tipiche forme dell’esegesi giudaica. Secondo essa, i testi della Scrittura permangono sempre vivi: grazie allo Spirito di vita che la anima e poiché è Parola del Dio vivo, la Scrittura deve rispondere vitalmente ad ogni situazione nuova.

Il midrash è quindi la ricerca del senso della Scrittura per oggi, per aiutare a cogliere l’attuale portata di rivelazione di un testo.

Tuttavia, dal punto di vista cristiano, l’evento Gesù Cristo crea una situazione nuova perché adempie le Scritture. Queste non potevano parlare che di Cristo. Perciò Matteo ritrova nell’Antico Testamento i segni e le prefigurazioni di una vocazione che adempie tutte le vocazioni.

Così in 2,1-12, Gesù è prima di tutto il "Nuovo Davide" (vv. 2 e 6) che adempie la profezia dell’Emanuele citata in 1,23 (Is 7,14, che riprende 2Sam 7,5-16); su di lui brillerà, come una luce (Is 9,1), la stella messianica (Nm 24,17), ed egli sarà il pastore di Israele riunificato (Mi 5,1 e 2Sam 5,2). È anche il "Nuovo Salomone" (v. 11) la cui sapienza attirerà i saggi d’Oriente (cf. lRe 10,1-13; Sal 72; Is 9,5; 11,1-5).

In 2,13-23 appare insieme come il "Nuovo Giacobbe/lsraele" (vv. 13-18), disceso in Egitto e tornatone cresciuto nelle dimensioni di un popolo numeroso (cfr. Gen 46,1-4; 50,24), e come il "Nuovo Mosè" (vv. 13-23) sfuggito al massacro, chiamato dall’Egitto per far passare Israele attraverso l’esodo definitivo (cf. Es 1,22; 2,3; 4,19; Os 11,1; Nm 23,22; Ger 31,15).

Gesù è l’adempimento della storia umana, che da una parte ricapitola il lungo cammino di Israele registrato nella Scrittura e dall’altra dà uno sbocco alla ricerca dei pagani (i magi). Questo definitivo adempimento rivela una novità radicale: l’iniziativa assoluta del Padre e la dimensione universale del regno dei cieli.

 


Capitolo primo

1 Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. 2 Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram, 4 Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn, 5 Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, 6 Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, 7 Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf, 8 Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9 Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, 10 Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, 11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
12 Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle, 13 Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor, 14 Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, 15 Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, 16 Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
17 La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici.
18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,
che significa Dio con noi.

24 Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, 25 la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.

Questa genealogia si ispira al primo libro delle Cronache 1,34; 2,1-15; 3,1-18; e al libro di Rut 4,18-22.

Per l'ebreo la storia si esprime in termini di genesi, di generazione.

Nella Bibbia c'è una sola storia, quella di una promessa fatta da Dio ad Abramo, padre dei credenti (cf. Is 51,1-2), manifestatasi nel re Davide (cf. Is 9,6; 11,1-9) e adempiuta in Gesù (cfr Gal 3,28-29).

Il primo versetto di questo brano è il titolo della genealogia, ma può essere contemporaneamente il titolo di tutto il vangelo. L'espressione "libro della genesi" richiama il titolo del primo libro della Bibbia e suggerisce che il vangelo è il racconto della nuova creazione. L'evangelista Giovanni si pone sulla stessa linea mettendo all'inizio del suo vangelo le parole "in principio", riprese direttamente dal libro della Genesi 1,1.

Come figlio di Davide, Gesù porta a pieno compimento le promesse che Dio aveva fatto per mezzo dei profeti (2Sam 7,1ss; Is 7,14ss). Come figlio di Abramo realizza perfettamente la promessa fatta al capostipite del popolo di Dio: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra... Ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re" (Gen 17,6; cf. Gal 3,8-29).

La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d'Israele e la missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa fondata da Gesù (Mt 16,18) è il vero Israele di Dio e l'erede di tutte le sue promesse.

Al versetto 16 la struttura dell'albero genealogico bruscamente si spezza. Stando al susseguirsi delle generazioni precedenti, avremmo dovuto leggere: Giacobbe generò Giuseppe e Giuseppe generò Gesù. Leggiamo invece:" Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato (da Dio) Gesù chiamato il Cristo". Questo verbo in forma passiva "fu generato" (in greco eghennethe) esprime l'azione di Dio, che verrà richiamata esplicitamente nel brano seguente:" Quel che è generato in lei viene dallo Spirito santo" (Mt 1,20).

Nel versetto 17 Matteo attribuisce una grande importanza al numero 14. Questo numero è la somma di valori numerici delle tre lettere dell'alfabeto ebraico che formano il nome di Davide (daleth, waw,daleth = 4+6+4). Questo versetto esprime una tesi teologica: sottolineando la cifra di Davide moltiplicata per tre (la cifra tre è simbolica: esprime la realtà dell'uomo nella sua continuità, nel suo permanere nell'essere), Matteo pone l'accento su Davide e sulla continuità della sua discendenza, argomento che svilupperà nel brano seguente.

Nella genealogia di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi delle generazioni. Ora prosegue questa sua concezione presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto (v. 9). Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l'atteggiamento dei giusti dell’Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cf. Mt 1,20-21 con Gen 17,19).

La giustizia di Giuseppe non è quella "secondo la legge" che autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella "secondo la fede" che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l'opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi i meriti dell'azione di Dio.

Di sua iniziativa Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere, e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia.

Giuseppe è giusto di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime nell'amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5,44-48) ed è riassunto nella "regola d'oro": "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7,12). L'uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso.

La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell'obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell'angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all'angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.

Matteo mette in rilievo l'identità messianica di Gesù affermando la sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cf. Lc 1,33; 2Sam 7,16). Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe (v. 16). E' per questo che Matteo presenta Giuseppe come destinatario dell'annuncio con il quale gli viene dato l'ordine di prendere Maria con sé e di dare il nome a Gesù. Giuseppe, riconoscendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà così riconosciuto come figlio di Davide (Mt 1,1; 9,27; 20,30-31; 21,9; 22,42).

Il nome di Gesù significa "Dio salva". La promessa di salvezza contenuta nel nome di Gesù viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù consiste nella remissione dei peccati (Lc 1,17). In queste parole c'è il netto rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno d'Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera.

La singolarità dell'apparizione dell'angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno. Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe, viceré d'Egitto (Gen 37,5ss). La cosa importante è che l'apparizione dell'angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio.

Nel versetto 22 troviamo la prima citazione dell'Antico Testamento. Questa è preceduta dalla formula introduttiva: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta". Con questa espressione Matteo vuol darci l'idea del compimento delle intenzioni di Dio contenute nella Scrittura. E' importante notare che attraverso il profeta ha parlato Dio.

Con la citazione di Isaia 7,14 Matteo presenta la generazione di Gesù come un parto verginale.

Gesù quale Emmanuele, Dio con noi, costituisce un motivo centrale del vangelo di Matteo. Questa citazione di Isaia forma un'inclusione con l'ultima frase del vangelo: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

Giuseppe, uomo giusto, si desta dal sonno e agisce. L’esecuzione descrive la sua obbedienza. Pur prendendo con sé Maria, egli non la conosce. Il conoscere indica già in Gen 4,1 il rapporto sessuale.

L’imposizione del nome di Gesù ad opera di Giuseppe assicura di fronte alla legge la discendenza davidica del figlio di Maria.

 


Capitolo secondo

1 Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: 2 «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». 3 All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4 Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. 5 Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
6 E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele.
7 Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella 8 e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».
9 Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10 Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12 Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

La domanda dei magi: "Dov’è colui che è nato, il re dei giudei?" (v. 2) costituisce, forse, il tema principale del brano. Ciò che più meraviglia è il fatto che essa viene formulata da persone estranee al popolo d’Israele, ancora lontane dalla salvezza, ma che presto prenderanno il posto del popolo eletto.

I magi erano gli appartenenti alla casta sacerdotale della Persia. Più tardi, con questo nome furono designati i teologi, i filosofi e gli scienziati orientali. Essi con il loro viaggio a Betlemme anticipano e preannunciano la venuta dei popoli pagani al Vangelo.

Il valore cristologico di questo brano (Cristo, salvezza dei popoli) è il significato centrale che va salvaguardato sempre. Le altre spiegazioni moraleggianti o allegoriche, in particolare a proposito dei doni e del loro significato, valgono quello che valgono.

Sono i pagani che, per primi, si muovono per la nascita del "re dei giudei" e vanno a cercarlo. Essi giungono naturalmente a Gerusalemme (cf. Is 60, 3-6). Lì i magi incontrano e interrogano gli ebrei e la loro storia sacra. Questi attestano con sicurezza che le Scritture annunciano il Messia, ma non sono in grado di riconoscerlo nel Bambino di Betlemme.

I giudei sono capaci di scrutare le Scritture e di scoprire il luogo della nascita del Messia predetto dal profeta, ma non fanno un passo per trovarlo, per mettersi almeno al seguito degli adoratori stranieri. Il loro raduno nella reggia di Erode sembra piuttosto un consiglio di guerra che una serena ricerca della volontà di Dio. La capitale messianica, la piccola Betlemme, minima tra le città di Giuda, fa ombra alla grande Gerusalemme: questa si lancerà con tutte le sue forze contro di lei, ma inutilmente: il Messia sfuggirà ai suoi attacchi.

Il comportamento di Erode, dei sacerdoti, degli scribi e del popolo contro Gesù è lo stesso che le autorità e il popolo di Gerusalemme assumeranno contro il Cristo durante gli anni della sua vita pubblica e nei giorni della sua passione, morte e risurrezione. E lo stesso atteggiamento assumeranno contro i predicatori del vangelo e i continuatori della sua opera.

Un doppio movimento antitetico percorre questo racconto: quello del rifiuto degli ebrei e quello dell’accoglienza dei pagani. Ritroveremo questa contrapposizione lungo tutto il vangelo.

La salvezza dei pagani è una verità presente nell’Antico Testamento e nella tradizione giudaica (cf. Gen 12,3; Is 2,2-5; Sal 47). Se a Israele è dato di scoprire Dio attraverso la loro storia, i pagani devono venire a lui attraverso gli splendori della creazione (cf. Dt 4,15-20): gli astri narrano la gloria dell’unico Dio (cf. Sal 19,2-7) e rivelano la potenza del loro creatore (cf. Sap 13,1-9).

Pare che qui Matteo si riferisca al racconto di Nm 22-24 e ne faccia un commento alla maniera dei targumim palestinesi, che sono traduzioni spiegate dell’Antico Testamento. Sia nel Libro dei Numeri che in questo brano di Matteo, dei magi pagani incontrano un re straniero: Balac che vuole maledire il popolo di Dio (cf. Nm 22,11; 23,7), Erode che vuol far morire il re dei giudei (Mt 2,8). I magi però, nei due casi, assumono un atteggiamento contrario alla volontà dei due re, benedicendo e adorando colui che dovevano condannare (cf. Nm 22,18; 23,8-9; Mt 2,11); inoltre annunciano una stella luminosa (cf. Nm 24,17; Mt 2,2) e se ne tornano ai loro paesi tranquilli e contenti (cf. Nm 24,25; Mt 2,12).

Matteo vuole associare i pagani, fin dall’inizio della vita di Gesù, all’instaurazione del regno universale di Dio. Gesù è la luce che illumina i popoli (cf. Is 9,1-5; 60,1-6); è la sapienza che sorpassa quella di Salomone e attira a sé tutti i re e i sapienti della terra (cf. 1Re 10,1-13; 4,14).

La venuta dei pagani comporta il riconoscimento del dominio universale del Cristo. Ma, come si è già detto, per Matteo è importante il contrasto che la venuta dei magi crea con il rifiuto degli ebrei: la salvezza accettata da chi viene da lontano, è trascurata dai vicini (cf. Mt 8,11-12; 22,1-14).

I magi ricevono in sogno l’avvertimento di non tornare più da Erode. Essi sono esperti anche nell’interpretazione dei sogni. Questi uomini di Dio, ubbidienti, "per un’altra strada fecero ritorno al loro paese" (v. 12).

13 Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».
14 Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio.
16 Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s'infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. 17 Allora si adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:
18 Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande;
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata, perché non sono più.

L’Egitto ha sempre rappresentato nella storia d’Israele il luogo di rifugio per coloro che erano minacciati in patria (cf. Dt 23,8; 1Re 11,40). Le relazioni politiche tra i due paesi lo consentivano.

L’iniziativa di Erode di eliminare il bambino, anticipa l’iniziativa dei farisei (Mt 12,14), dei grandi sacerdoti e degli anziani (Mt 27,20), che alla fine si compirà con l’aiuto della folla.

Il profeta Osea esalta l’amore di Dio per il suo popolo con l’immagine del padre e del figlio, scorgendo nella liberazione dalla schiavitù dell’Egitto l’inizio degli speciali rapporti tra Dio e Israele. Per l’evangelista Matteo il profeta ha parlato di Gesù. Il testo profetico gli ha dato la possibilità di far valere quello che per lui è l’essenziale attributo di "figlio", attribuendolo a Gesù.

L’uccisione di tutti i bambini a Betlemme e dintorni fino a due anni di età vuole illustrare il furore di un potere terreno offeso più che il numero dei bambini uccisi. Il carattere di Erode, nella descrizione di un simile fatto di sangue, è colto con precisione.

La funesta strage dei bambini non è, al pari della fine del traditore Giuda in Mt 27,9, lo scopo diretto del piano divino.

Secondo Geremia (31,15ss), Rachele, moglie prediletta di Giacobbe, si lamenta per i figli deportati in esilio. Nella sua qualità di progenitrice essa portava già in grembo questi figli di una lontana generazione, quelli appunto sterminati da Erode. Rama, nelle cui vicinanze Rachele fu sepolta, si trova sulla strada per Efrata, a nord di Gerusalemme. Prima ancora della nascita di Cristo la tradizione della tomba di Rachele si è spostata nella regione a nord di Betlemme, come presuppone il testo di Matteo. Secondo l’evangelista, Rachele eleva anticipatamente un lamento sul suo popolo d’Israele non credente. La strage dei bambini di Betlemme diventa la prefigurazione del futuro giudizio su Gerusalemme.

Sul massacro di Betlemme riferisce anche Macrobio, scrittore romano vissuto verso il 400 d.C. (Sat.2, 4,11): "Quando Augusto ebbe la notizia che coi bambini inferiori ai due anni, che il re dei giudei Erode aveva fatto uccidere in Siria, sarebbe stato soppresso lo stesso figlio del re, disse: ‘E’ meglio essere un maiale (in greco ús) di Erode che suo figlio (in greco uíòs).

Il gioco delle parole ús e uíòs presuppone la polemica antigiudaica e il divieto giudaico di mangiare carne di maiale. Nel regno di Erode è più al sicuro il maiale che lo stesso figlio del re.

Lo storico Flavio Giuseppe (Ant. 17,121) descrive Erode come un uomo "il quale infieriva con tutti senza differenza con la stessa crudeltà, non conosceva misura nell’ira e si riteneva al di sopra del diritto e della giustizia".

19Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20e gli disse: "Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino". 21Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. 22Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea 23e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: "Sarà chiamato Nazoreo".

L’occasione per il ritorno in patria è data dalla morte di Erode. L’ordine impartito dal Signore per mezzo dell’angelo sottolinea la guida di Dio. Il passaggio al plurale "sono morti" (v. 20) costituisce un’evidente imitazione della storia di Mosè (Es 4,19). La famiglia di Gesù non va più a Betlemme, in Giudea, ma a Nazaret, in Galilea. Il motivo è costituito dal nuovo assetto politico avvenuto dopo la morte di Erode. Il regno di Erode fu diviso tra tre dei suoi figli. Archelao ottenne la Giudea, la Samaria e l’Idumea; Erode Antipa la Galilea e la Perea; e Filippo i territori ad oriente e a settentrione del lago di Genesaret. Di tale cambiamento Giuseppe viene a conoscenza al suo arrivo in Israele. L’ordine che riceve in sogno gli comanda di recarsi in Galilea. L’ingresso di Gesù in terra d’Israele è travagliato. Fin d’ora si incomincia ad avvertire il rifiuto da parte della sua gente.

Nazaret diventa la patria di Gesù. Di questa località non abbiamo nessuna notizia né nell’Antico Testamento né nel giudaismo contemporaneo, e questo è un indizio della sua irrilevanza (Gv 1,46). Evidentemente Nazaret, quale patria di Gesù, costituiva un elemento del conflitto che opponeva il cristianesimo al giudaismo. L’obiezione giudaica era questa: il Messia non poteva provenire da questo paesino (Gv 7,40-43). Infatti, come si poteva dimostrare che questa provenienza era conforme alla Scrittura, se Nazaret non ricorre affatto nell’Antico Testamento? La risposta sta nel v. 23.

Il nome Nazoreo ricorre 13 volte nel Nuovo Testamento. Da questo si può dedurre che nel cristianesimo primitivo era stato una designazione frequente di Gesù. In un solo passo del Nuovo Testamento i discepoli di Gesù sono chiamati Nazorei (At 24,5). Luca usa indistintamente i termini Nazoreo e Nazareno (4,34; 24,19). Matteo, invece, evita sempre il termine Nazareno: per lui Nazoreo significa uomo di Nazaret. Il primo capitolo si era concluso con l’imposizione di un nome, Gesù, il secondo si conclude con l’imposizione di un altro nome, Nazoreo.

Ci sono e vengono discusse altre due possibilità. Gesù sarebbe presentato da Matteo come nazir, nazireo, consacrato a Dio, santo di Dio (Nm 6,3ss). Ma l’immagine del nazireo si adattava meglio a Giovanni Battista che a Gesù, al quale si rimproverava di essere un mangione e un beone Mt 11,19). Più persuasiva è l’interpretazione messianica del nome Nazoreo. Essa si fonda sull’affinità fonetica di questo nome con nezer, il virgulto messianico atteso dal profeta: "Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse e un ‘virgulto’ darà frutto dalle sue radici" (Is 11,1).

L’evangelista che ha incentrato l’annunzio della nascita sull’oracolo dell’Emmanuele attinto da Is 7,14, forse vi ritorna con questa citazione finale. "Sarà chiamato Nazoreo" (nezer: Is 11,1) potrebbe essere una citazione parallela a: "Sarà chiamato Emmanuele" (Is 7,14). L’appellativo "nazoreo" che, al momento in cui Matteo scriveva il suo vangelo, serviva a deridere il Messia e i suoi discepoli (cf. Gv1,46) e che apparirà sulla croce come motivo di condanna del Cristo (Gv 19,19) trova qui la sua piena giustificazione biblico-profetica. Gesù Nazoreo è il vero re dei giudei annunciato dalle Scritture e che i fatti della sua infanzia dimostrano come tale. Con quest’ultimo accenno l’autore finisce di tratteggiare la figura e di rievocare la missione di Gesù. In lui si riassume quanto di positivo si trova nella precedente storia biblica. Scrive E. Galbiati: "Mosè e l’Esodo, il periodo dei giudici e dei carismatici; gli splendori del regno e la sapienza di Salomone; l’esilio e la speranza della restaurazione: tutta questa storia è in funzione di Gesù. Appunto per questo Matteo ha voluto presentare l’infanzia di Gesù in funzione di questa idea".


Attraverso i testi dell’Antico Testamento citati, evocati o semplicemente presentati in filigrana, in questo brano Gesù appare come il "nuovo Giacobbe/Israele" e il "nuovo Mosè". Tutto si svolge in un lungo esodo: da Betlemme a Nazaret, via Egitto.

Il re Erode che ordina il massacro degli innocenti per ragioni di stato (v. 16), ricorda il faraone, re d’Egitto, che ordina la soppressione di tutti i bambini ebrei (Es 1,15-22).

Come Mosè era riuscito a sfuggire misteriosamente alla morte (Es 2,1-10) e si era rifugiato all’estero per sfuggire al faraone (Es 2,11-15), prima di affrontarlo apertamente, per ordine di Dio, dopo aver ricevuto l’investitura profetica (Es 3,1-12), così Gesù scampa al massacro, fugge da Erode andando all’estero in Egitto (vv. 13-15) e si ritira quindi a Nazaret (v. 23), per ricomparire a predicare pubblicamente, dopo l’investitura messianica in occasione del battesimo (cap. 3 e 4).

Matteo stesso ci dà la chiave di questo parallelo, riportando al v. 20 una frase di Es 4,19: "perché sono morti coloro che cercavano di farti morire". I termini con cui Gesù e Mosè sono richiamati dall’esilio per liberare il popolo di Dio sono identici.

Gesù viene anche paragonato a Giacobbe/Israele (cf. Gen 46,2-5). Come Giacobbe, dopo la discesa in Egitto, ritornò cresciuto nelle dimensioni di un popolo, così Gesù scompare in questa terra di schiavitù che è il mondo, per ricevere la chiamata di Dio attraverso le acque e il deserto (cfr. cap.4). Questa interpretazione è confermata dalla citazione di Osea 11,1: "Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio".

Gesù viene identificato con tutto il popolo di Israele. La fuga di Cristo, nuovo Giacobbe, in Egitto e il suo ritorno nella terra di Israele alla testa delle folle che lo seguono (cf. 4,25) prefigurano già ciò che il mistero pasquale realizzerà per tutta l’umanità.

E infine la citazione dei "profeti" (v. 23), che non troviamo in nessuna parte della Scrittura, invita a pensare che ci scontriamo qui con un fatto inaspettato: la presenza di Gesù a Nazaret. Questo piccolo villaggio della Galilea non ha riscontro nell’Antico Testamento. È là, tuttavia, che Gesù, al ritorno dall’esilio, fa terminare il suo esodo. La Galilea è importante per Matteo; essa è chiamata "Galilea delle genti" (Is 8,23—9,1; Mt 4,15-16); per questo rappresenta la primizia del ritorno di tutti i popoli a Dio.

L’infanzia di Gesù è la prima tappa del vangelo e lo contiene tutto intero. Questi due capitoli sono come una rilettura di tutto l’Antico Testamento attraverso la storia del bambino Gesù. Egli viene ad adempiere le promesse fatte ad Israele. Attraverso le cinque citazioni della Scrittura qui riportate, la Parola di Dio ci insegna che Gesù, già chiamato "mio figlio" (2,15) è realmente fin dall’origine il Cristo di Dio, come lo mostrerà la narrazione dei capitoli 3 e 4, centrata sulla venuta dello Spirito, e la voce che risuona dal cielo al battesimo di Gesù.

 


Capitolo terzo

1 In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, 2 dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
3 Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
4 Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. 5 Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; 6 e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano.
7 Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? 8 Fate dunque frutti degni di conversione, 9 e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. 10 Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 11 Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. 12 Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».

L’inizio della missione di Gesù è preceduto in tutti i vangeli dall’attività di Giovanni il Battista. Egli ha il compito di proclamare la parola di Dio e di battezzare nel fiume Giordano.

Giovanni svolge la sua missione nel deserto, luogo in cui Dio aveva stabilito l’alleanza con Israele. Anche Giovanni ha il compito di preparare il popolo all’incontro con Dio.

Matteo presenta la missione di Giovanni ricorrendo al testo di Is 40,3. La voce che grida nel deserto ordina di costruire una strada che vada da Babilonia alla terra d’Israele attraverso il deserto dell’Arabia. Su di essa tornerà in patria il popolo di Dio che si trova deportato in Babilonia. Assieme a questo popolo cammina Dio ed è quindi per lui che viene preparata la strada. L’interpretazione cristiana di Matteo applica al Battista la missione di preparare la strada al Signore Gesù, che è il nostro Dio.

L’abbigliamento di Giovanni ricorda quello di Elia (2Re 1,8) e il suo nutrimento è quello dei nomadi del deserto (Gen 43,11).

Il messaggio di Giovanni concorda esattamente con quello di Gesù: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!" (3,2; 4,17).

Per Giovanni e per Gesù la conversione non è un ritorno al passato ma un volgersi verso il regno dei cieli, quindi verso qualcosa di nuovo che viene dal cielo e non è frutto di evoluzioni o di sforzi umani.

Nella predicazione di Giovanni la conversione ha un significato etico (v. 8), ma il verbo greco metanoéin ha un significato più ampio. Indica il cambiamento del modo di pensare oltre che di agire. Esige la totale spoliazione di se stessi (5,3) per dare tutto lo spazio a Dio e alle sue proposte.

L’espressione "regno dei cieli" è usata da Matteo per non nominare il nome di Dio, ma soprattutto per indicare le dimensioni di questo regno. Esso si estende dai cieli sulla terra e abbraccia l’universo.

Giovanni è più che un profeta (11,9), è la sintesi di tutti i profeti. E, come i profeti che l’hanno preceduto, egli denuncia l’ipocrisia dell’atteggiamento religioso solo esteriore (cf. Am 5,21-27; Is 1,10-20; Ger 71-8,3).

Il vizio d’Israele è l’adagiarsi nella sua condizione di popolo eletto ("abbiamo Abramo per padre"), mentre la fedeltà a Dio si manifesta nelle opere buone. Il giudizio che egli annuncia consiste nella condanna del male e nella purificazione delle coscienze; questo indicano la ripulitura dell’aia e la distruzione degli scarti col fuoco (v. 12).

Con l’espressione "razza di vipere", i farisei e i sadducei sono chiamati "figli del diavolo", discendenti del serpente che ingannò Adamo ed Eva (Gen 3).

13 In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. 14 Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». 15 Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì. 16 Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».

Il dialogo tra il Battista e Gesù mette in evidenza i loro rispettivi battesimi. La disponibilità di Giovanni a ricevere il battesimo di Gesù lo colloca intimamente nella comunità cristiana come membro della Chiesa di Gesù.

La risposta di Gesù a Giovanni è molto importante perché è la prima frase che Gesù pronuncia nel vangelo di Matteo: "Dobbiamo adempiere ogni giustizia". Questo è il programma del Padre per Gesù, per Giovanni e per tutti coloro che vorranno seguire Gesù. La "giustizia" nel vangelo di Matteo è la volontà di Dio che sarà annunciata da Gesù nel vangelo. E Gesù è l’esempio dell’adempimento della volontà divina (Mt 26,39.42.44).

Accettando il battesimo di Giovanni, Gesù si presenta come il Messia dei peccatori e si fa solidale con loro. Egli attuerà pienamente la "giustizia" sul calvario con la sua morte e risurrezione.

Uscendo dalle acque del Giordano, Gesù inizia il suo viaggio che non avrà come meta finale Gerusalemme. I "cieli aperti" indicano la sua destinazione ultima. L’umiliazione nel battesimo di Giovanni è il punto di partenza dell’ascensione di Gesù alla destra del Padre (cf. Gv 1,51; At 7,55-56).

Lo Spirito santo che scende su Gesù come una colomba ci fa ricordare lo spirito di Dio che aleggiava sulle acque della creazione, dalle quali trasse la vita di tutti gli esseri viventi (cf. Gen 1,2). Lo Spirito di Dio scende su Gesù perché in lui ha inizio la nuova creazione del mondo, quella definitiva.

L’aleggiare della colomba è anche un’allusione alla storia di Noè, il padre dei salvati dall’acqua, che attende con trepidazione il ritorno della colomba che annuncia la fine della perdizione (cfr Gen 8,8-14).

Ma questa colomba, che canta il suo amore in ogni stagione, è soprattutto il simbolo della tenerezza e della fedeltà di Dio che ininterrottamente canta il suo canto d’amore per l’umanità in attesa di una risposta positiva. Gesù, il nuovo Adamo (cf. Rm 5,15-21; 1Cor 15,22.45), rappresenta il nuovo Israele, l’intera umanità. E l’umanità, in Gesù, diviene finalmente la sposa che fa sentire allo sposo la sua risposta d’amore (cf. Ct 2,14).

Durante la visione la voce del Padre ci dà l’autentico significato dell’avvenimento. Qui per la prima volta Gesù viene proclamato figlio di Dio, non attraverso una citazione biblica (cf. Mt 2,15), ma dalla viva voce del Padre: "Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto".

In Gesù il cielo si congiunge alla terra, il regno dei cieli giunge a noi. Tutto ormai converge in Gesù e ogni uomo è invitato ad ascoltare la voce del Padre che dà il significato autentico a tutto ciò che avviene. Con la sua persona e la sua vita Gesù diventa la voce del Padre per gli uomini. Tutta la sua vita, fino alla morte e alla risurrezione, illumina questo avvenimento.

 


Capitolo quarto

1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. 2 E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. 3 Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
5 Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio 6 e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo,
ed essi ti sorreggeranno con le loro mani,
perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
7 Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:
Non tentare il Signore Dio tuo».
8 Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: 9 «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». 10 Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto:
Adora il Signore Dio tuo
e a lui solo rendi culto».
11 Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

Prima di iniziare la sua vita pubblica, Gesù è tentato dal diavolo. Questo racconto è collegato a quello del battesimo non solo dalla parola "allora", ma soprattutto dalle parole "Figlio di Dio" (3,17; 4,3.6).

In queste tentazioni Gesù rifiuta un messianismo terrestre, nazionalista; rifiuta "i regni del mondo con la loro gloria" (4,8) per realizzare il regno di Dio.

Il regno dei cieli si realizza nella non-violenza e nell’umiltà del Servo di Dio (cf. Is 42ss.). Gesù assume nella sua persona tutte le dimensioni della storia del popolo di Dio: il soggiorno in Egitto (2,13-15), il passaggio attraverso il Giordano (3,13-17) e la purificazione nel deserto (4,1-11). Egli "adempie ogni giustizia" (3,15) facendo la volontà del Padre. Per questo vince le tentazioni alle quali invece il popolo d’Israele aveva ceduto, e così egli si rivela come il popolo fedele, l’Israele autentico, il Figlio di Dio.

Superando le tentazioni, Gesù osserva il primo e più grande comandamento: "Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze" (Dt 6,5). La tentazione ha sempre come scopo di staccare l’uomo da Dio.

Attraverso il superamento di queste tre tentazioni diaboliche, Gesù ci insegna che solo Dio può saziare l’uomo; che egli non gioca a fare il Figlio di Dio, ma lo è realmente; che egli non abbandona il regno dei cieli per i regni della terra.

La citazione finale della Scrittura: "Sta scritto: Adora il signore Dio tuo e a lui solo rendi culto" riassume tutto il racconto, perché esprime la scelta di Gesù che si schiera decisamente dalla parte del Padre e, inoltre, ci fa capire che il senso ultimo della tentazione è di spingere l’uomo a distaccarsi da Dio. Le parole di queste tentazioni saranno di nuovo rivolte a Gesù in croce (cf. Mt 27,39-44).

In questo brano non è in discussione il potere o l’autorità, ma il genere di potere e il modo in cui dev’essere esercitata l’autorità. Il dominio sul mondo non deve essere esercitato nel nome del diavolo, ma nel nome di Dio che è il Signore del mondo. Ma non è sempre facile distinguere Dio dal diavolo: sono parole di Dio quelle che il diavolo lancia in faccia a Gesù per tentarlo (v. 6)! Gesù regnerà sugli uomini nell’amore per gli uomini e tale sarà anche l’atteggiamento di ogni autorità che vuole essere secondo Dio: diversamente sarà diabolica.

Gesù viene condotto dal diavolo "su un monte altissimo", il luogo della rivelazione (Ap 21,9). Il tentatore gli promette il potere politico su tutti i regni del mondo, esattamente come la tradizione biblica attribuiva al Messia il possesso dei regni della terra (Sal 2,6.8; 110,1-2). Gesù è tentato a vivere un messianismo fondato sul potere. Ma il suo potere non gli è concesso dal diavolo, ma da Dio. Su un altro monte, dove convocherà i suoi discepoli dopo la sua morte e risurrezione, Gesù proclamerà solennemente di aver ricevuto dal Padre, e non dal demonio, il potere universale "in cielo e in terra" non per assoggettare i popoli con la forza, ma per inviare i suoi nella missione dell’annuncio del vangelo ad ogni creatura (cf. 28,18-20). Questa autorità di Gesù non è il risultato di un messianismo diabolico, violento, conquistatore, ma il frutto splendido della fedeltà al piano di Dio, che passa necessariamente attraverso la sua morte e trova la realizzazione nella sua risurrezione.

Gli angeli inviati da Dio a servire Gesù (v. 11) confermano la validità della fiducia che Gesù aveva riposto nel Padre suo.


Nelle tentazioni Gesù affronta un messianismo terrestre, nazionalista, come lo concepivano gli zeloti. Vi è un legame evidente tra il battesimo e le tentazioni: è lo Spirito, disceso nel battesimo, che conduce Gesù nel deserto per esservi tentato dal diavolo (4,1). Il messianismo di Gesù dev’essere sottoposto alla prova; "adempiere ogni giustizia" (3,15) è obbedire al Padre, la cui volontà è espressa nella Scrittura (cf. cc.1-2). Il regno dei cieli si avvicina nella non-violenza e nell’umiltà del Servo di Iahvè (cf.. Is 42ss).

La presentazione delle tentazioni è intessuta di citazioni della Scrittura. Poiché Gesù colma l’attesa del suo popolo, egli assume tutte le dimensioni della sua storia: soggiorno in Egitto (2,13-15), passaggio attraverso il Giordano (3,13-17), purificazione nel deserto (4,1-11). E poiché egli "adempie ogni giustizia" (3,15) facendo la volontà del Padre, egli trionfa sulle tentazioni alle quali invece il popolo ebreo aveva ceduto, e così si rivela come il popolo fedele, l’Israele autentico, il Figlio di Dio.

Nel superamento della triplice tentazione, Gesù mette in pratica il primo e più grande comandamento: "Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze" (Dt 6,5). Il giudaismo considera infatti questo triplice atteggiamento come le tre colonne su cui si fonda la realizzazione del mondo: la verità, la pace e la giustizia (cf. Pirqé Aboth, I,18); così Gesù ha amato Dio "con tutto il cuore" preferendo la verità della Parola di Dio alle proprie esigenze; "con tutta l’anima" rifiutando il trionfo facile per portare agli uomini la pace; "con tutte le forze" optando per la giustizia che fa rendere ad ognuno ciò che gli è dovuto.

L’introduzione del racconto (4,1; cf. Lc 4,1) manifesta una notevole affinità di vocabolario con la versione greca di Dt 8, 2: "Ricordati di tutto il cammino per il quale il Signore tuo Dio ti ha condotto nel deserto, per metterti alla prova, per tentarti e per conoscere il fondo del tuo cuore". "Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4; Dt 8,3). Solo Dio può saziare l’uomo, e la fame del suo stomaco non è che l’immagine di una fame più sostanziale.

Cedere alla tentazione, sarebbe per Gesù afferrarsi all’immagine, mentre possiede la realtà: l’uomo è stato creato a immagine di Dio; Gesù rifiuta di dare di Dio l’immagine dell’uomo.

"Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ...". Il diavolo non ha alcuno scrupolo a utilizzare la parola di Dio, stravolgendola per i propri fini. Ma Gesù risponde: "Non tenterai il Signore tuo Dio" ( Mt 4,7; Dt 6,16). Gesù ha già la gloria di Figlio di Dio e non ha bisogno di cercarsi una gloria umana attraverso dei mezzucci. Non gioca a far il Figlio di Dio: lo è.

La scena si allarga e prende le dimensioni del mondo. Rievocando la visione di Mosè, al quale Dio mostra la terra di Canaan dove Israele stava per entrare (cf. Dt 34,1-4) il tentatore propone uno scambio: "Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai" (v. 9). Ma colui, nel quale il regno dei cieli si avvicina alla terra, riafferma il primo comandamento dell’alleanza: "Adora il Signore tuo Dio e a lui solo rendi culto" (Mt 4,10; Dt 6,13). Gesù non abbandona il regno dei cieli per i regni della terra. Questa pagina evangelica ci fa capire il modo in cui Cristo ha inteso il suo ruolo di Figlio di Dio.

12 Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea 13 e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14 perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
15 Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali,
sulla via del mare, al di là del Giordano,
Galilea delle genti;
16 il popolo immerso nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata.
17 Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Matteo vede il trasferimento di Gesù da Nazaret a Cafarnao come realizzazione di Is 8,23-24 e quindi come volontà di Dio.

Isaia aveva annunciato il passaggio da un tempo di oppressione a un tempo di salvezza. Il tempo della sventura ricorda probabilmente la conquista dei territori del nord, abitati da tribù del popolo d’Israele, da parte del re assiro Tiglat-Pileser (cfr 2Re 15,29) nel 734 a.C. Questa invasione portò a una notevole fusione della popolazione ebraica con i pagani. Per questo il territorio fu chiamato "provincia dei pagani" (Galìl haggojím) da cui è derivato il nome di Galilea.

Sia in Mt 4,5 sia in 12,18-21 la salvezza dei pagani è presentata con una citazione di Isaia, perché la salvezza universale è l’adempimento di una promessa dell’Antico Testamento. La luce è simbolo della presenza di Dio che salva. Essa sconfigge le tenebre della perdizione e della morte.

Il v 17 è un breve sommario che riguarda la proclamazione del regno dei cieli. Non è data alcuna indicazione precisa né del luogo né degli ascoltatori per indicare che questo annuncio è rivolto a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Da questo momento la proclamazione del regno dei cieli non cesserà più. Essa continuerà nella predicazione dei discepoli che sono inviati a diffondere il vangelo del regno in tutto il mondo (Mt 24,14; 26,13). D’ora in avanti è per tutti tempo di decisione e di conversione.

La conversione è il punto di partenza della vita cristiana: i racconti di chiamata che seguono devono essere letti come esempi di ciò che la conversione può esigere dall’uomo. La conversione al regno dei cieli si realizza nel seguire Gesù e nell’entrare nella comunità dei discepoli che si stanno raccogliendo attorno a lui.

Le folle che seguono Gesù formano l’uditorio del discorso della montagna che segue nei cap. 5-7. Matteo ci presenta Gesù come il primo missionario e l’esempio di tutti i futuri missionari. In lui parola e azione procedono insieme. Il suo annuncio riguarda sempre il regno dei cieli, ossia ciò che Dio ha fatto e farà per la salvezza degli uomini.

L’attività intensa svolta da Gesù in Galilea consegue un triplice risultato: la sua fama si diffonde, la gente porta a lui i suoi malati, affluiscono grandi folle. Tutta la miseria del suo popolo sta lì davanti a lui ed egli offre la sua salvezza a tutti i bisognosi.

L’annuncio del vangelo del regno dei cieli è soprattutto a favore dei poveri e dei sofferenti. Gesù si impegna totalmente nella liberazione dell’uomo da tutte le sue miserie.

18 Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
19 E disse loro: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini". 20 Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. 21 Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. 22 Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.

Nella prima tappa del suo ministero, Gesù non compie un miracolo, né fa un discorso, ma chiama quattro pescatori. I discepoli hanno un’importanza così fondamentale per la missione di Gesù che egli non la inizia senza prima averli chiamati.

La chiamata-risposta dei quattro pescatori è un modello di conversione, un’adesione concreta e immediata all’annuncio di Gesù: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino"(v. 17). La storia della loro chiamata è esemplare per tutti i futuri discepoli: i cristiani sono dei "chiamati" (Rm 8,30; 9,24; 1Cor 1,9; 7, 15; ecc.).

A questi primi quattro discepoli Gesù comanda solo di seguirlo, come aveva fatto Elia con Eliseo (cf. 1Re 19,20-21). Aggiungendo però che ne farà dei "pescatori di uomini", Gesù li associa subito alla sua missione.

La chiamata di Gesù non è frutto di sforzi umani o di meriti particolari, ma si rivela totalmente gratuita e inaspettata. In tutto questo brano viene sottolineata l’azione di Gesù: è lui che cammina, vede, parla, chiama. Questi discepoli sono chiamati a condividere il destino di Gesù, a seguirlo non solo fisicamente, ma soprattutto spiritualmente.

Il distacco di Giacomo e Giovanni dal loro padre Zebedeo anticipa e spiega la richiesta che Gesù farà a tutti i chiamati: "Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me" (Mt 10,37) e il suo sublime insegnamento: "Non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo" (Mt 23,9).

23 Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. 24 La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. 25 E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.

Le folle che seguono Gesù formano l’uditorio del discorso della montagna che segue nei cap. 5-7. Matteo ci presenta Gesù come il primo missionario e l’esempio di tutti i futuri missionari. In lui parola e azione procedono insieme. Il suo annuncio riguarda sempre il regno dei cieli, ossia ciò che Dio ha fatto e farà per la salvezza degli uomini.

L’attività intensa svolta da Gesù in Galilea consegue un triplice risultato: la sua fama si diffonde, la gente porta a lui i suoi malati, affluiscono grandi folle. Tutta la miseria del suo popolo sta lì davanti a lui ed egli offre la sua salvezza a tutti i bisognosi.

L’annuncio del vangelo del regno dei cieli è soprattutto a favore dei poveri e dei sofferenti. Gesù si impegna totalmente nella liberazione dell’uomo da tutte le sue miserie.

 


Capitolo quinto

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 "Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

In questo brano Matteo ha un’intenzione precisa: presentare Gesù come il nuovo Mosè, e il discorso di Gesù sulla montagna come il compimento della legge del Sinai. Il suo messaggio si concentra sulla parola "beati". La beatitudine dell’uomo povero e sofferente ha il suo fondamento in Gesù: in lui Dio ci ha già dato tutto.

Questo discorso traduce l’esperienza di Cristo, che può e deve diventare l’esperienza del cristiano. Non suggerisce le condizioni per essere frati o suore, ma semplicemente per essere cristiani.

Gesù aveva detto al tentatore: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Ora Gesù apre solennemente la bocca per dare la vita di Dio agli uomini per mezzo della sua parola.

"Beati i poveri in spirito". La povertà indica prima di tutto un atteggiamento spirituale nei confronti di Dio. I poveri in spirito attendono ogni aiuto da Dio. L’atteggiamento richiesto dalla prima beatitudine è come quello del bambino: "Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me’"(Mt 18,2-5). La beatitudine dei poveri in spirito afferma in modo inequivocabile il primato della grazia, non quello delle opere.

Il povero in spirito è distaccato non solo dai beni materiali, che sono i meno importanti, ma anche e soprattutto dai beni superiori dell’intelligenza e della volontà, dalle proprie idee, dal proprio modo di sentire. Libero da se stesso, dalle sue vedute e aspirazioni umane, egli è pronto ad accogliere i beni del regno dei cieli. Questa disposizione interiore è indispensabile per chiunque voglia mettersi al seguito di Gesù. La salvezza è una realtà troppo grande per essere compresa dalla sola intelligenza umana. Chi pretende di ragionare troppo, e quindi a sproposito, rimane fuori da essa. Per questo, chi non è povero non può entrare nel regno dei cieli. Questa beatitudine è la caratteristica della persona di Gesù che noi dobbiamo imitare: "Imparate da me che sono povero e umile di cuore" (Mt 11,29).

Poveri in spirito non si nasce, ma si diventa, combattendo contro le istintive aspirazioni dei sensi, le pretese dell’intelligenza e le incomprensioni degli altri. Il vero povero non è colui che Dio ha umiliato, ma colui che si è abbassato con l’amore di un figlio. La vita del povero è caratterizzata dall’obbedienza, dalla sottomissione, dalla remissività, dall’abbandono, dal silenzio. La povertà evangelica presenta l’ideale religioso e spirituale nella sua duplice relazione. Verso Dio si esprime come umile e fedele sottomissione, verso il prossimo come pacifica e cordiale accoglienza.

"Beati gli afflitti". Gesù non è stato mandato solo per annunciare il vangelo ai poveri, ma anche a consolare gli afflitti (cfr Is 61,2). Essi non sono tali semplicemente per le disgrazie umane e le tribolazioni che affliggono tutti, ma soprattutto a causa delle oppressioni e delle ingiustizie subite per l’attuazione del piano di Dio. Sono afflitti perché il bene è deriso, perché la comunità cristiana è perseguitata e oppressa, perché Dio non è conosciuto e amato.

"Beati i miti". Nell’Antico Testamento Mosè "era molto più mite di ogni uomo che è sulla terra" (Nm 12,3) e nel Nuovo Testamento Gesù si presenta "mite e umile di cuore" (Mt 11,29; cf. Mt 21,5). Il mite è colui che realizza in sé l’esortazione del salmo 37,7-11: "Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui; non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie. Desisti dall’ira e deponi lo sdegno, non irritarti: faresti del male, poiché i malvagi saranno sterminati, ma chi spera nel Signore possederà la terra. Ancora un poco e l’empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace". Si tratta del possesso pieno e felice della salvezza promessa a quelli che seguono Gesù "mite e umile di cuore" (Mt 11,29).

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia". La giustizia è l’attuazione completa e generosa della volontà di Dio rivelata nel vangelo di Gesù. La fame e la sete indicano il desiderio di cercare e di attuare in se stessi questo progetto di Dio attraverso l’esercizio dell’amore (cf. Mt 25,37). Gli affamati e gli assetati della giustizia sono coloro che hanno fatto del compimento della volontà di Dio la massima aspirazione della propria vita, a tal punto che per loro la ricerca del piano di Dio diventa vitale come il mangiare e il bere. La ricompensa per quelli che hanno desiderato intensamente la giustizia di Dio è la sazietà, che significa la comunione piena e definitiva con Dio e con i fratelli.

"Beati i misericordiosi". La prima ed essenziale esigenza del regno di Dio è la misericordia attiva che ha la sua fonte e il suo modello nell’agire di Dio: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6,36). L’amore misericordioso e benevolo di Dio si manifesta principalmente in due modi: perdona i peccati e soccorre e protegge i bisognosi. Perciò il giusto davanti a Dio lo imita nel suo agire verso il prossimo perdonando i torti ricevuti e impegnandosi a soccorrere generosamente gli indigenti. Questa è la condizione per trovare misericordia presso Dio. Matteo presenta Gesù come l’incarnazione della bontà compassionevole di Dio nel modo di agire e nelle scelte che ha compiuto a favore dei peccatori e dei bisognosi (cf. Mt 9,13; 12,7; 23,23; ecc.).

"Beati i puri di cuore". Il cuore come simbolo di interiorità spirituale e morale designa la dimensione profonda e personale della relazione religiosa con Dio e con il prossimo in contrapposizione alla superficialità e all’esteriorità delle forme. I puri di cuore sono coloro che sanno accettare l’insegnamento di Gesù, la persona stessa di Gesù. Questa beatitudine richiede la piena adesione al vangelo. La visione di Dio promessa ai puri di cuore è la salvezza definitiva del paradiso dove vedranno Dio "a faccia a faccia" (1Cor 13,12).

"Beati gli operatori di pace". Gli operatori di pace sono i continuatori dell’opera di Gesù, gli annunciatori del messaggio della salvezza. La pace è assenza di ogni inimicizia, è presenza di grazia e di santità. Solo chi vive nella pace di Dio può diventare strumento di pace umana. Gli apportatori della pace sono gli annunciatori del vangelo, tutti coloro che lavorano per la venuta del regno di Dio sulla terra. Essi meritano l’appellativo di figli di Dio perché sono animati dagli stessi desideri di salvezza e impegnati nella sua stessa opera. Solo la concordia e la riconciliazione con i fratelli rendono il culto accetto a Dio ed efficace la preghiera della comunità (cf. Mt 5,23-24; 18,19-20). L’impegno di fare opera di pace tra le persone è un modo concreto di attuare l’amore del prossimo. A questi operatori di pace è promessa la realizzazione del rapporto di piena comunione con Dio: essere riconosciuti come suoi figli.

"Beati i perseguitati". Il messaggio della salvezza è imperniato sulla croce: chi lo annuncia e chi lo riceve dev’essere disposto a lasciarsi oltraggiare, calunniare, spogliare, crocifiggere. La sofferenza dell’innocente è un mistero di cui l’uomo dell’Antico Testamento non ha saputo intravedere la soluzione (cf. Sap 3,4). La beatificazione del dolore che il Nuovo Testamento ribadisce in numerose occasioni è un paradosso che non trova la sua giustificazione nella logica umana, ma solo nell’esempio e nell’insegnamento di Gesù. La persecuzione è l’eredità che Gesù lascia ai suoi discepoli, il segno che autentica la loro chiamata, ma anche la via per conseguire la felicità e la gloria. Il testo tocca il messaggio centrale del cristianesimo: la passione, morte e risurrezione di Cristo. La beatitudine e il possesso del regno dei cieli è la Pasqua di risurrezione del cristiano, ma per potervi giungere egli deve prima, necessariamente, passare attraverso la sofferenza e la morte. L’originalità di questa beatitudine è costituita dalle motivazioni che devono qualificare lo stile della perseveranza cristiana: l’assimilazione interiore al destino di Cristo rifiutato e perseguitato (cf. Mt 10,24-25) e l’adesione integra e pratica alla volontà di Dio, concretizzata nel progetto di vita cristiana. La persecuzione dovrebbe provocare l’amarezza e l’abbattimento, invece produce la gioia per aver sopportato le sofferenze richieste dalla propria fedeltà alla verità e a Cristo. I fedeli sono invitati a gioire in mezzo alle persecuzioni perché in essi si compie il mistero di morte e di risurrezione che Gesù ha realizzato per primo nella sua vita. Essi sono proclamati beati, felici, fortunati già ora in vista della piena e definitiva felicità che è loro promessa da Dio.

Le beatitudini evangeliche hanno il loro modello e la garanzia della loro realizzazione in Gesù, il "povero e umile di cuore", rifiutato e perseguitato dagli uomini, ma riabilitato e glorificato da Dio (cf. At 5,31; Fil 2,9-11; ecc.).

13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Gesù paragona i discepoli al sale della terra e alla luce del mondo. Essi portano al mondo la felicità, trasfigurano la vita e danno sapore ad ogni realtà umana; se vengono meno non possono essere sostituiti da nessuno. Essi devono essere testimoni trasparenti della luce di Cristo che hanno in sé, perché tutti, dentro e fuori della Chiesa, vedano le loro opere buone e glorifichino il Padre loro che è nei cieli.

Il discorso in seconda persona (voi) collega il testo alla nona beatitudine (vv.11-12) ma anche a tutto il discorso successivo, che solo da 7,21ss ritorna allo stile impersonale e didattico. Con ciò in certo modo si dice che la comunità perseguitata e oltraggiata è particolarmente adatta ad essere il sale della terra e la luce del mondo. Il v.16 però riferisce il sale e la luce alle opere buone di ogni genere.

Il potere del sale è molteplice. Esso condisce, depura, protegge dalla putrefazione. Nell’Antico Testamento lo si usava per il sacrificio. Secondo Lv 2,13 è prescritto che in ogni sacrificio di oblazione si offra il sale. Nel mondo greco il sale simboleggia l’ospitalità. Il significato dei discepoli per il mondo corrisponde a quello del sale per il cibo: sono insostituibili. Ma l’accento non è posto su questo punto, ma sulla possibilità di fallire. Il sale può diventare senza gusto, e allora non c’è più nulla con cui si possa salare.

Se i discepoli falliscono, se mancano al proprio compito, non resta loro che attendere il giudizio che gli uomini pronunciano su di loro. Specialmente in Isaia il giudizio viene presentato come l’essere calpestati (Is 10,6). I cristiani sono il sale della terra se compiono le opere di misericordia sulle quali saranno giudicati (Mt 25,34ss).

Ai discepoli inoltre viene assegnata, senza limiti, la funzione di luce del mondo e di città sul monte. La città sopra il monte simboleggia la forza di attrazione della comunità cristiana. Ai discepoli è affidata la luce perché la facciano risplendere. Occultando la luce, si rendono colpevoli come il servo infingardo che ha nascosto il talento sotto terra (Mt 25,18ss). Far risplendere la luce è la manifestazione della propria fede davanti agli uomini (Mt 10,32-33) e ciò richiede sacrificio. Le direttive del discorso della montagna mirano a far sì che il comportamento degli uomini sia conforme al comportamento di Dio (Mt 5,48).

I cristiani sono sale della terra e luce del mondo quando realizzano una vita buona diversa, delle opere buone diverse da quelle del mondo, che mettano criticamente in questione la vita contraria a Dio nella società e nei singoli.

17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Gesù adempie le Scritture realizzando nella sua persona ciò che esse dicevano di lui. L’adempimento della Legge da parte di Gesù non è di ordine puramente dottrinale: è l’impegno stesso della sua vita e della sua morte.

Egli non è venuto per frustrare le attese dell’Antico Testamento, ma per realizzarle: non vuota la Legge del suo contenuto, ma la riempie fino all’ultimo livello, portandola fino alla sua più alta espressione.

Gesù non è un avversario di Mosè, ma non è nemmeno un suo discepolo; è al contrario il vero legislatore che Dio ha inviato agli uomini di tutti i tempi, di cui Mosè era solo un precursore.

Alla venuta del Messia, Mosè è invitato a scomparire (cf. Mt 17,8). La Legge era incompleta non perché non esprimesse la volontà di Dio, ma perché la esprimeva in un modo imperfetto e inadeguato. Anche i minimi dettagli della Legge conservano il loro eterno valore, soprattutto se la Legge è quella rinnovata da Cristo (v. 18).

Gesù compie la Legge, che manifesta la volontà del Padre, amando i fratelli. L’amore non trascura neanche un minimo dettaglio, anzi manifesta la propria grandezza nelle attenzioni minime.

Le realtà più solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un iota, cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata. Non si tratta di salvaguardare l’adempimento del codice fin nelle sue minime prescrizioni, ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel Vangelo: l’amore. Con la proclamazione del Vangelo l’Antico Testamento non finisce, ma si attua nel Nuovo.

20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
23 Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!

La concezione della giustizia secondo Matteo non può essere confusa con quella di Paolo. Per Paolo la giustizia è la giustificazione di Dio concessa per grazia all’uomo; per Matteo è il retto agire richiesto da Dio all’uomo.

Gesù ha rimesso in vigore la Legge come legge di Dio e documento dell’alleanza, ripulita da tutte le storture e le aggiunte delle tradizioni umane e delle incrostazioni depositate dai secoli.

La migliore giustizia, che deve superare quella degli scribi e dei farisei, richiesta da Cristo ai suoi discepoli sta anche nel fatto che Gesù ha ricondotto i singoli precetti a un principio dominante: l’esigenza dell’amore di Dio e del prossimo, da cui dipendono la Legge e i Profeti.

Gesù non propone una legge diversa, come appare chiaro in Mt 5,17: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento".

Gesù parla con autorità pari a quella di Dio che diede i Dieci Comandamenti. "Ma io vi dico" non contraddice quanto è stato detto, ma lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana.

"Ma io vi dico" non è un’antitesi, ma un completamento: l’uccisione fisica viene da un’uccisione interna dell’altro: dall’ira, dal disprezzo, dalla rottura della fraternità nei suoi confronti. L’ira è l’uccisione dell’altro nel proprio cuore. Il disprezzo è l’uccisione interiore che prepara e permette quella esteriore.

Tutte le guerre sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, considerato indegno di vivere e meritevole della morte: di conseguenza, ucciderlo è un dovere; anzi, è un’opera gradita a Dio, come ci ha detto Gesù: "Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio" (Gv 16,2).

Il comandamento dell’amore del prossimo è superiore anche a quello del culto. La pace con il fratello è condizione indispensabile per la pace e l’incontro con il Padre. Ciò che impedisce il contatto con i fratelli impedisce anche il contatto con Dio.

Non solo chi ha offeso, ma anche chi è stato offeso, deve riconciliarsi col fratello prima di prendere parte a un atto di culto. Non è questione di ragione o di torto; quando c’è qualcosa che divide due membri della stessa comunità, tale ostacolo deve scomparire per poter comunicare con Dio.

La vita è un cammino di riconciliazione con gli altri. Non importa se si ha torto o ragione: se non si va d’accordo con i fratelli, non si è figli di Dio. La realtà di figli di Dio si manifesta necessariamente nel vivere da fratelli in Cristo.

Se non si passa dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, si perde la vita di figli del Padre (cf. Mt 18,21-35).

27 Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; 28 ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
29 Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.
31 Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto di ripudio; 32 ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

Il brano di Matteo 5,21-48 è strutturato su sei antitesi: "fu detto/ io però vi dico". In realtà non sono antitesi. Gesù non propone una legge diversa, come appare chiaro dal v. 17: "Non sono venuto ad abolire, ma a compiere la legge e i profeti". La legge non è nuova, ma antica. Il compimento però è nuovo: nessuno l’ha mai proposta e osservata in questo modo, che è quello del Figlio di Dio.

Gesù non contraddice quanto è stato detto, ma lo chiarisce e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana. Ma ciò che dice non è un’imposizione legalistica, ancora più severa della precedente. E’ invece la "buona notizia" di ciò che Dio opera in noi mediante queste stesse parole che hanno il potere di compiere ciò per cui sono state mandate. Vanno intese quindi non come un "codice" di leggi bellissime ma disumane, bensì come rivelazione e dono della vita stessa del Padre per noi.

I vv. 27-32 di questo brano trattano il tema del rapporto tra uomo e donna nel matrimonio. Gesù insegna che non basta evitare ogni attentato esterno al matrimonio (l’adulterio consumato), ma che bisogna precludere la via agli appetiti sessuali evitando le occasioni che possono svegliarli (lo sguardo) e i contatti pericolosi (la mano).

Il verbo desiderare (in ebraico hamad) esprime un reale compiacimento e una vera decisione peccaminosa e non un semplice sentimento o pensiero; vuol dire impadronirsi e prendere con prepotenza e quindi comporta atteggiamenti esterni. Ma Gesù va oltre. A Dio interessano i sentimenti, la purezza dei pensieri, la rettitudine della volontà. Perché può accadere che un contegno esteriore irreprensibile nasconda una profonda corruzione nel cuore. Esterno e interno devono corrispondersi, pena la doppiezza di vita e la falsità.

L’adulterio non avviene per caso, ma viene preparato nel cuore. Un detto rabbinico dice: "L’occhio vede, il cuore desidera, il corpo commette il peccato". Rabbì Laqish asseriva: "Tu non devi dire che solo colui che viola il matrimonio con il corpo è adultero, lo è anche chi lo viola con gli occhi".

Il comando di Gesù di cavarsi l’occhio destro (quello preferito) e di tagliarsi la mano destra (la migliore) vuol dire che può essere necessario sacrificare una parte preziosa di sé per evitare la perdita totale e definitiva di tutto se stesso.

Il comando di rilasciare alla donna ripudiata un atto di ripudio è enunciato nel Libro del Deuteronomio 24,1-3. L’atto di ripudio doveva garantire alla donna la certezza giuridica e tutelarla dall’accusa di adulterio nel caso si fosse risposata. Il ripudio della moglie viene respinto da Gesù e condannato come adulterio, e la responsabilità ricade sul marito che ripudia la moglie e sull’uomo che sposa la donna ripudiata.

L’espressione "eccetto il caso di concubinato" ha avuto numerose proposte di soluzione. Quella accolta dalla tradizione della Chiesa cattolica intende il termine greco porneía, qui tradotto con il termine concubinato, nel senso di matrimoni tra consanguinei.

In concreto: nel caso risulti che la moglie è congiunta al marito con vincoli di parentela entro i gradi proibiti dal Libro del Levitico 18,6-18, il marito avrebbe non solo la possibilità, ma il dovere di ripudiarla. Anche nel decreto apostolico degli Atti 15,28-29, porneía sembra avere questo significato: matrimonio tra consanguinei.

Il matrimonio tra consanguinei era abbastanza frequente presso i pagani. L’eccezione di Matteo forse riflette una situazione presente nella comunità cristiana primitiva dove si ricorreva con troppa disinvoltura al privilegio paolino (1Cor 7,12-16; cfr Lv 18,6-18) e quindi si abbandonava con facilità la moglie con cui si viveva prima della conversione al cristianesimo.

Matteo ribadisce che un cristiano può e deve abbandonare la propria moglie solo nel caso in cui egli provenga da un matrimonio con una consanguinea o da uno stato di poligamia, che la legge cristiana riteneva illegittimo e illecito, e per questo da sciogliere.

33 Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; 34 ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; 35 né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37 Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.

Gesù proibisce ogni tipo di giuramento. Il divieto dev’essere interpretato in senso totale. Le quattro formule di giuramento riportate dal testo e proibite da Gesù rappresentavano tutte le formule di giuramento allora in uso.

Ogni asserzione che vada oltre il semplice sì e no ha la sua origine nel maligno il quale "quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna" (Gv 8,44).

Questo comandamento richiede la veridicità sia davanti a Dio che davanti agli uomini. Chi presta giuramento nel nome di Dio presenta una garanzia di cui assolutamente non dispone.

I giudei giuravano "sulla vita della mia testa". Ma neppure la nostra testa è nostra, ma di Dio. Solo Dio, il creatore, può disporre dell’uomo.

Noi oggi ci troviamo di fronte alla pratica del giuramento. Essa è contraria al comandamento di Gesù: "Non giurate affatto".

38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; 39 ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; 40 e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41 E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. 42 Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.

La frase "occhio per occhio e dente per dente" riporta la legge del taglione (Es 19,15-51; 21,24; Lv 24,20). E’ uno dei capisaldi delle legislazioni antiche (Codice di Hammurabi e Legge delle dodici tavole). Essa doveva sostituire la legge della vendetta di sangue (Gen 4, 23). Al tempo di Gesù la legge del taglione era ancora vigente, ma poteva essere sostituita con un risarcimento in denaro.

La non-violenza richiesta da Gesù non è vile rassegnazione, ma forza e intraprendenza dell’amore. La potenza dell’impotenza ha la sua più alta manifestazione in Gesù che "fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio" (2Cor 13, 4) e poggia sulla fede che l’impotenza della croce vince il male.

Con il principio della non-violenza Gesù contrappone alla mentalità giuridica dell’Antico Testamento il nuovo ideale dell’amore. Il male perde la sua forza d’urto solo quando non trova resistenza.

La Chiesa perseguitata ha assunto questo atteggiamento comandato da Gesù: "Gli apostoli se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù" (At 5,41).

I quattro esempi elencati da Matteo hanno lo scopo di illustrare il comandamento: "Ma io vi dico di non opporvi al malvagio".

Lo schiaffo sulla guancia destra è particolarmente doloroso e oltraggioso perché è un manrovescio. Gesù flagellato e schiaffeggiato conferma con il suo esempio la validità del suo insegnamento (Mt 26,67; Is 50,6).

La lite giudiziaria con chi pretende la tunica come caparra o come risarcimento danni non ha più senso per il discepolo di Gesù, anzi, egli non farà valere per sé neppure il comandamento che vietava il pignoramento del mantello del povero e il dovere di restituirglielo prima del tramonto del sole (Es 22,25; Dt 24,13): egli darà la tunica e il mantello senza opporre resistenza.

Il terzo esempio che mette il discepolo a confronto con la violenza è quello della requisizione da parte di autorità militari o statali per costringerlo a prestazioni forzate. Ne abbiamo un esempio in Mt 27,32: "Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prendere su la croce di lui".

Il miglio (1478,70 metri) era una misura romana e quindi richiama concretamente la dominazione dell’impero di Roma al tempo di Gesù e dell’evangelista. Quando gli saranno imposte queste prestazioni forzate, il discepolo di Gesù non deve ribellarsi o coltivare astio nel cuore, ma prestarsi liberamente e di buon animo a fare con gioia il doppio di quanto esige da lui la prepotenza del malvagio.

Il quarto esempio ci presenta i poveri e i richiedenti. Essi non sono dei nemici o dei malvagi, ma possono suscitare una reazione violenta a causa delle cattive esperienze fatte in precedenza. Leggiamo nel Libro del Siracide 29,4-10: "Molti considerano il prestito come una cosa trovata e causano fastidi a coloro che li hanno aiutati. Prima di ricevere, ognuno bacia le mani del creditore, parla con tono umile per ottenere gli averi dell’amico; ma alla scadenza cerca di guadagnare tempo, restituisce piagnistei e incolpa le circostanze. Se riesce a pagare, il creditore riceverà appena la metà e dovrà considerarla come una cosa trovata. In caso contrario il creditore sarà frodato dei suoi averi e avrà senza motivo un nuovo nemico; maledizioni e ingiurie gli restituirà, renderà insulti invece dell’onore dovuto. Tuttavia sii longanime con il misero e non fargli attendere troppo l’elemosina. Per il comandamento soccorri il povero secondo la sua necessità, non rimandarlo a mani vuote. Perdi pure denaro per un fratello e amico, non si arrugginisca inutilmente sotto una pietra".

La motivazione del comandamento: "Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle" sarà evidenziata nel seguito del vangelo da Gesù stesso che ci comanda la conformità con il comportamento del Padre: "Il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano" (Mt 7,11).

Attraverso questi atteggiamenti i discepoli si dimostrano amici dei loro nemici e tentano di cooperare con Dio per il ravvedimento degli ingiusti e dei malvagi come ha fatto Gesù. San Paolo ha sintetizzato questo insegnamento in Rm 12,21: "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male".

Se questi princìpi e questi comportamenti entrassero nella società, essa non solo non ne avrebbe un danno, ma vedrebbe migliorare i rapporti umani più di quanto possono ottenere tutti gli apparati della giustizia, della prevenzione e della repressione.

43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Il comandamento dell’amore, esteso indistintamente a tutti, è il supremo completamento della Legge (v. 17). A questa conclusione Gesù è arrivato lentamente dopo aver parlato dell’astensione dall’ira e dell’immediata riconciliazione (vv. 21-26), del rispetto verso la donna (vv. 27-30) e la propria moglie (vv. 31-32), della verità e sincerità nei rapporti interpersonali (vv. 33-37), fino alla rinuncia alla vendetta e alle rivendicazioni (vv. 38-42).

Il principio dell’amore del prossimo è illustrato con due esemplificazioni pratiche: pregare per i nemici e salutare tutti senza discriminazione. La più grande sincerità di amore è chiedere a Dio benedizioni e grazie per il nemico. Questo vertice dell’ideale evangelico si può comprendere solo alla luce dell’esempio di Cristo (cf. Lc 23,34) e dei suoi discepoli (cfr At 7,60). Colui che prega per il suo nemico viene a congiungersi con lui davanti a Dio. In senso cristiano la preghiera è la ricompensa che il nemico riceve in cambio del male che ha fatto.

Il precetto della carità non tiene conto delle antipatie personali e dei comportamenti altrui. Il prossimo di qualsiasi colore, buono o cattivo, benevolo o ingrato dev’essere amato. Il nemico è colui che ha maggiormente bisogno di aiuto: per questo Gesù ci comanda di offrirgli il nostro soccorso.

Il comandamento dell’amore dei nemici rivoluziona i comportamenti tradizionali dell’uomo. La benevolenza cristiana non è filantropia, ma partecipazione all’amore di Dio. La sua universalità si giustifica solo in questa luce: "affinché siate figli del Padre vostro" (v. 45), e "siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (v 48). Il cristiano esprime nel modo più sicuro e più vero la sua parentela con Dio amando indistintamente tutti.

L’amore del nemico è l’essenza del cristianesimo. Sant’Agostino ci insegna che "la misura dell’amore è amare senza misura", ossia infinitamente, come ama Dio.

In quanto figli di Dio i cristiani devono assomigliare al loro Padre nel modo di essere, di sentire e di agire. L’amore verso i nemici è la via per raggiungere la sua stessa perfezione.

La perfezione di cui parla Matteo è l’imitazione dell’amore misericordioso di Dio verso tutti gli uomini, anche se ingiusti e malvagi. Il cristiano è una nuova creatura (cf. 2Cor 5,17) e non può più agire secondo i suoi istinti e capricci, ma conformemente alla vita nuova in cui è stato rigenerato.

Gesù pone come termine della perfezione l’agire del Padre, che è un punto inarrivabile. L’imitazione del Padre, e conseguentemente di Gesù, è l’unica norma dell’agire cristiano, l’unica via per superare la morale farisaica. Essere perfetti come il Padre è in concreto imitare Cristo nella sua piena ed eroica sottomissione alla volontà del Padre, e nella sua dedizione ai fratelli. E’ perciò diventando perfetti imitatori di Cristo, che si diventa perfetti imitatori del Padre.

 


Capitolo sesto

1 Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. 2 Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3 Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4 perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Il discorso riprende l’enunciato di 5,20; "Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli". Il termine giustizia (sedaqah) è usato nella Bibbia per sintetizzare i rapporti dell’uomo con Dio, la pietà, la religiosità, la fede.

I rapporti con Dio, nostro Padre, devono essere improntati alla fiducia, alla confidenza e soprattutto alla sincerità.

L’autentica giustizia non ha come punto di riferimento gli uomini, ma va esercitata davanti al Padre che è nei cieli. Farsi notare dagli uomini è perdere ogni ricompensa presso il Padre.

Matteo sottolinea la vanità di un gesto puramente umano: gli ipocriti, che cercano l’approvazione, hanno già ricevuto la loro ricompensa.

L’ipocrisia consiste nel fatto che un’azione, che ha Dio come destinatario, viene deviata dal suo termine. L’elemosina, la preghiera e il digiuno devono essere fatti per il Padre che vede nel segreto.

Queste azioni fatte "nel segreto" non significano necessariamente azioni segrete: indicano ogni azione, anche pubblica, fatta per il Padre e non per essere visti dagli uomini. E’ l’intenzione profonda che conta perché la ricompensa si situa a questo livello: la ricompensa è l’autenticità del rapporto con il Padre.

Il cristiano deve fare l’elemosina in modo da salvaguardare la rettitudine dell’aiuto prestato al fratello per amore del Padre.

La strumentalizzazione della preghiera è la deformazione più inspiegabile della pietà, perché mette a proprio servizio anche ciò che è essenzialmente di Dio.

Gesù nel suo intervento non si propone di modificare il rituale della preghiera giudaica, solo suggerisce un modo più retto di compierla, evitando l’ostentazione, il formalismo, l’ipocrisia. Gli stessi rabbini insegnavano: "Colui che fa della preghiera un dovere, che ritorna a ora fissa, non prega con il cuore".

Il richiamo di Gesù è sulla stessa linea della tradizione profetica e sapienziale e trova conferma nei suoi successivi insegnamenti e più ancora nella sua vita.

Il digiuno è un’altra importante pratica della vecchia e della nuova "giustizia". Esso è un atto penitenziale che completa e aiuta la preghiera.

Gesù, come i profeti, non condanna il digiuno ma il modo nel quale era fatto. Invece di esprimere la propria umiliazione, esso diventava una manifestazione di orgoglio.

7 Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.
9 Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
10 venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12 e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13 e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
14 Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Gesù ci insegna la preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera dei farisei e dei pagani: il Padre nostro.

E’ un testo di grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre nostro è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta a lui. E’ il riassunto di tutto il vangelo. Non è Dio che deve convertirsi, sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.

Il contenuto di questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con l’insegnamento di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).

Padre nostro. Il discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto l’originalità cristiana (cf. Gal 4,6; Rm 8,15). La familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresía che può essere tradotto familiarità disinvolta e confidente (cf. Ef 3,11-12). L’aggettivo nostro esprime l’aspetto comunitario della preghiera. Quando uno prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui.

L’espressione che sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore. Il sapere che Dio è Padre porta alla fiducia, all’ottimismo, al senso della provvidenza (cf. Mt 6,26-33).

Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Il verbo della prima invocazione è al passivo: ciò significa che il protagonista è Dio, non l’uomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio, una disponibilità. L’espressione santificare il nome dev’essere intesa alla luce dell’Antico Testamento, in particolare di Ez 36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità diventi un involucro trasparente che lasci intravedere la presenza del Padre.

La venuta del Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma la sua preghiera implica contemporaneamente un’assunzione di responsabilità: egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo. La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia.

Come in cielo, così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro dell’uomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nell’espressione c’è il senso della comunitarietà (il nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi). Il Regno è al primo posto: il resto in funzione del Regno.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il regno di Dio, ma dentro di noi. Il Regno è innanzitutto l'avvento della misericordia.

Questa preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno. L’uomo è nel mezzo, conteso e sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però. Il discepolo sa che niente e nessuno lo può separare dall’amore di Dio e strappare dalle mani del Padre.

Matteo commenta il Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti…. Ecco il commento: "Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi...".

Nel capitolo precedente Matteo aveva messo in luce l’amore per tutti. Ora mette in luce la sua concreta manifestazione: il perdono.

16 E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
17 Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18 perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Il digiuno cristiano, come l’elemosina e la preghiera, deve essere compiuto di nascosto. Il cristiano non deve fare ostentazione della sua penitenza; deve anzi nasconderla con un atteggiamento gioioso.

Il digiuno, come ogni altra sofferenza, è una fonte di gioia perché ottiene un maggior avvicinamento a Dio. L’invito di Gesù ad assumere un atteggiamento giulivo invece che tetro, sottolinea il significato definitivo della penitenza cristiana: poter soffrire è una grazia (cf. 1Pt 2,19).

Anche qui, come nei casi precedenti, viene messo in confronto l’esempio cattivo con quello buono. Anche in questo caso l’esempio negativo è formulato in termini esagerati, in forma di caricatura. In greco c’è un gioco di parole tra afanízousin e fanosin: essi sfigurano (afanízousin) il loro volto e figurano (fanosin) davanti agli uomini come persone che digiunano. Come l’annunciare l’elemosina per strada e il pregare agli angoli delle piazze, si tratta di una messa in scena davanti alla gente. Poiché il loro agire non riguarda Dio, sono degli ipocriti: empi e commedianti.

Anche l’Antico Testamento ha espresso delle critiche al digiuno esclusivamente esteriore (Is 58,6ss; Sir 34,31).

Colui che digiuna per amore di Dio deve comportarsi come nel tempo della gioia; deve avere il volto luminoso (Dn 1,15). Il rapporto intimo tra Dio e l’uomo non tollera alcuna occhiata di traverso rivolta agli uomini.

Il brano non vieta il digiuno, ma il mostrare agli uomini che si digiuna. Tutte le pratiche della religione cristiana devono essere fatte per Dio e non per un tornaconto personale.

19 Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; 20 accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21 Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
22 La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; 23 ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!

In questo brano Gesù ci dà due comandamenti: "Non accumulatevi tesori sulla terra... Accumulatevi invece tesori nel cielo". L’accumulare tesori, il diventare ricco è l’aspirazione di ogni uomo. Nella ricchezza egli cerca di manifestare la sua potenza, la sua superiorità, la sua vanagloria, la sua superbia, ma soprattutto in essa cerca la sicurezza contro tutti i pericoli, compresa la morte, e la possibilità di avere tutte le soddisfazioni che il benessere economico può dare. La ricerca egoistica dei beni materiali sottrae tempo ed energie all’acquisizione dei beni del cielo e rende l’uomo schiavo delle cose che possiede e desidera. Inoltre, tignola, tarli e ladri minacciano in ogni momento la proprietà terrena.

Ognuno deve avere qualcosa o qualcuno a cui dedicare le sue attenzioni e le sue forze. Il problema è la scelta di questo tesoro a cui attaccare il cuore. L’uomo diventa ciò che ama. Se ama le cose diventa come le cose, se ama Dio diventa come Dio.

L’uso delle cose è buono fino a quando non diventa ostacolo per seguire Cristo e amare i fratelli. Il cristiano non può essere schiavo di nulla e di nessuno perché "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi" (Gal 5,1).

Praticare la misericordia è un tema dominante del Vangelo secondo Matteo: "Vendi quello che possiedi e dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli" (19,21). Il cristiano dona l’avere per ottenere l’essere: essere come il Padre.

Il detto evangelico della lucerna del corpo ci presenta la necessità della chiarezza nell’orientamento della vita. La vera luce è Gesù (Mt 4,16; Gv 1,9; 8,12; ecc.). L’occhio buono è quello che accoglie la luce della rivelazione di Gesù; l’occhio cattivo, quello che la rifiuta. L’occhio che lascia entrare questa luce immerge tutta la persona nella luce, l’occhio che non lascia entrare questa luce immerge tutta la persona nelle tenebre.

L’occhio viene presentato come il simbolo del cuore, della mente. Il cuore dell’uomo dev’essere orientato a Dio e vivere nella ricerca dei tesori del cielo, allora tutto l’uomo è nella luce. Se invece si perde nella ricerca dei beni materiali diventa cieco e tutta la sua persona è immersa nelle tenebre.

Nella Bibbia l’occhio esprime l’orientamento spirituale della persona. L’occhio buono esprime la giusta relazione con Dio, dal quale l’uomo viene totalmente illuminato (Sal 4,7; 36,10). L’occhio cattivo esprime l’opposizione dello spirito dell’uomo nei confronti di Dio.

Nel vangelo di Matteo l’occhio cattivo è simbolo dell’invidia, dell’avarizia, dell’egoismo (20,15). L’occhio che non accoglie la luce della rivelazione di Gesù diventa ottenebrato. La tenebra totale e definitiva è la perdizione eterna.

24 Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.
25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

Dio vuole per sé tutto l'uomo e non tollera compromessi: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente" (Mt 22,37). Dietro tutte le forme di idolatria si nasconde il maligno. Egli si nasconde dietro il mammona, che è l’insieme delle cose che possediamo. Chi adora il mammona, adora satana. Il detto intende provocare nell'ascoltatore una decisione chiara: o Dio o il possesso. Quando si cerca di accumulare ricchezza, questa diventa un idolo e Dio viene dimenticato.

Questo detto trova una clamorosa dimostrazione nel racconto di Mt 19,16-30. Il ricco che non accoglie la chiamata di Gesù indica l'impossibilità di vivere secondo il vangelo e di restare contemporaneamente attaccati alle proprie ricchezze. La conquista del mondo è il comando dato da Dio agli uomini (Gen 1,28). L'uso delle cose è legittimo, ma esse devono restare al nostro servizio e non noi al loro. Quando il possesso delle cose impedisce o ritarda il cammino verso Dio e il prossimo, allora abbiamo la riprova che il mammona è più importante di Dio e dei fratelli. Il peccato è amare le creature al posto del Creatore. Tutto deve essere sacrificato per il raggiungimento del fine ultimo che è Dio (Mt 5,29-30).

Chi vive totalmente orientato a Dio, come ci ha insegnato il vangelo fino a questo punto, deve evitare l’affanno per le necessità materiali. Dio che ci ha già dato il più (la vita) ci darà anche il meno (il cibo e il vestito). Affannarsi è mancanza di fede nell'amore infinito e provvidente del Padre. In queste preoccupazioni inutili possono cadere ugualmente, anche se per motivi opposti, il povero e il ricco.

Il senso della vita non può ridursi alla sola ricerca dei beni materiali e all’appagamento dei bisogni fisici. Gesù ci ha già insegnato in Mt 4,4: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".

I motivi per cui dobbiamo liberarci dai desideri di possedere e dalle preoccupazioni materiali sono due: la conoscenza del vero Dio, nostro Padre, provvidente e buono, e il compito prioritario che Dio ci ha affidato di cercare il suo regno e la sua giustizia.

I pagani sono tutti coloro che non conoscono Dio come loro Padre provvidente e salvatore e di conseguenza si agitano come se fossero degli orfani che devono confidare esclusivamente nelle proprie forze.

Gesù non vuole assolutamente distogliere l'uomo dal lavoro. Sta scritto infatti: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen 2,15). Egli vuole insegnarci a vivere bene, come persone intelligenti e illuminate dalla fede.

Infatti affannarsi è inutile e dannoso. L'affanno guasta l'uomo e gli accorcia la vita: "Quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore in cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questa è vanità" (Qo 2,22-23).

Dopo averci ripetutamente comandato di non affannarci per l’oggi, Gesù ci comanda di non affannarci neppure per il domani perché è un atteggiamento sciocco: "E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?" (Mt 6,27).

Il Padre nostro celeste, che ha cura del nostro presente, avrà cura anche del nostro domani.

 


Capitolo settimo

1 Non giudicate, per non essere giudicati; 2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 3 Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? 4 O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? 5 Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

L’imperativo "Non giudicate, per non essere giudicati da Dio" suona come un principio assoluto. Solo Dio può decidere del destino di ogni uomo. Anche la doverosa correzione fraterna può essere fatta solo nella consapevolezza del proprio peccato.

Per natura siamo più portati a giudicare i difetti degli altri che a correggere i nostri.

Dio pronuncerà su di noi lo stesso giudizio che noi pronunceremo sul prossimo e ci misurerà con la stessa misura con cui noi misuriamo gli altri.

Il rigore e lo zelo sono spesso il contrario della compassione e della misericordia, che sono le virtù tipiche del cristiano, e quindi possono essere manifestazioni di mancanza d'amore ed espressioni di cattiveria.

La psicologia ci insegna che i difetti altrui che più ci irritano sono normalmente proprio i nostri difetti che detestiamo negli altri invece che in noi stessi.

Il fariseo ipocrita che sale al tempio a pregare non solo si vanta di essere pio e osservante, ma si sente in dovere di disprezzare tutti gli altri uomini che egli giudica ladri, ingiusti e adulteri (Lc 18,9-14).

Nessuno deve giudicare l’altro, perché deve ritenerlo superiore a sé (Fil 2,3). Il giudizio appartiene solo al Signore perché a lui appartengono tutti gli uomini. L'apostolo Paolo ha scritto: "Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare" (Rm 14,4).

6 Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.

Il comando del v. 6 è rivolto a tutti coloro che annunciano la parola di Dio. I discepoli devono avere sempre presenti queste due cose: il dovere di predicare il vangelo e il dovere di non esporre alla profanazione la parola di Dio. I cani e i porci sono gli ignoranti, gli empi, i pagani. Le cose sante e le perle sono l’annuncio del regno di Dio. Il vangelo va annunciato a tutti, ma va anche difeso da coloro che lo rifiutano e lo deridono. Nel discorso missionario Gesù dirà ai suoi inviati: "Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe: Guardatevi dagli uomini perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe… Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra" (Mt 10,16-23).

Il significato di questo resto è evidente, ma le immagini usate non sono chiare. Le cose sacre (to haghion) sono i doni sacri, le carni dei sacrifici, i pani dell’offerta, ecc. (cfr. J. Jeremias, Matteo 7,6a, in Abraham unser Vater, Fest. O.Michel, Leidel-Koeln 1963, pp. 271-275 ). Non si comprende perciò come queste cose provochino la reazione rabbiosa dei cani, quando vengono poste loro davanti. Ugualmente difficile è spiegare le perle date ai porci al posto del cibo. Sarebbe stato più logico parlare anche nella seconda parte di alimenti o anche nella prima di ornamenti. E’ probabile che alla base di queste incongruenze ci sia un’errata traduzione dell’originale aramaico. Il termine corrispondente a "ciò che è santo" (qadissah) ha le stesse consonanti di qedasha (anello, orecchino, pendente). Dato che le parole si scrivevano senza vocali, una parola poteva essere letta per l’altra. Anzi, è probabile che lo stesso vocabolo qadissah avesse il duplice significato di cosa sacra e di perla (cfr. E. Zolli in Il Nazareno, pp. 135-147; G. M. Castellini, Struttura Letteraria di Matteo 7,6, in RivBibl 2 (1954), 310-317). Se questa ipotesi di traduzione fosse vera, il consiglio di Gesù sarebbe quello di non legare catenine preziose al collo dei cani affinché, nell’inutile tentativo di raggiungerle per levarsele di dosso, non si rivoltino contro coloro che ve le hanno appese.

Nella seconda parte si presenta un fatto ugualmente sorprendente. Chi getta le perle davanti ai porci? Anche qui si potrebbe avere una traduzione inesatta del testo primitivo. La preposizione (emprosthen) nel corrispondente aramaico non significa solo ‘davanti’ ma anche ‘naso’. I verbi ‘dare’ e ‘gettare’ possono ugualmente significare ‘appendere’ e ‘ornare’ (cfr. M. Blak, An Aramaic Approach to the Gospels and Acts, Oxford 1954; J. Jeremias art. cit., p. 273). In base a questo sottofondo aramaico il tenore della frase è maggiormente in armonia col senso proposto sopra. Come lì veniva sconsigliato di appendere catenine al collo dei cani, qui si sconsiglia di ornare di perle il muso dei porci. Abbiamo una conferma di questo nel Libro dei Proverbi: "Un anello d’oro al naso di un porco, tale è la donna bella ma priva di senno" (11,22).

Gesù raccomanda il discernimento nell’annuncio del suo Vangelo, diversamente gli ascoltatori, invece di convertirsi, combattono la buona novella. Questo versetto insegna la moderazione, la discrezione, la cautela. Il Vangelo non può essere imposto con la violenza, perché otterrebbe l’effetto contrario.

7 Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; 8 perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 9 Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 10 O se gli chiede un pesce, darà una serpe? 11 Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!

Il cristiano è colui che vuole essere come Cristo. Nella preghiera la vita di Dio diventa la nostra vita. L’unica condizione per riceverla è volerla e chiederla.

San Giacomo scrive: "Se qualcuno manca di sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento, e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni" (Gc 1,5-8). E aggiunge: "Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male" (Gc 4,2-3).

La preghiera è infallibile se chiediamo ciò che è conforme alla volontà di Dio, con una fiducia che desidera tutto e non ritiene impossibile nulla, con un’umiltà che tutto attende e nulla pretende.

La preghiera non è un importunare Dio per estorcergli ciò che vogliamo, ma l’atteggiamento di un figlio che chiede ciò che il Padre vuole donare.

Chiedete, cercate, bussate sono degli imperativi presenti che ci comandano di continuare a chiedere, a cercare e a bussare, senza stancarci mai (cfr Lc 18,1).

La condizione dell’efficacia della preghiera non è solo la fede dell’uomo, ma soprattutto la bontà di Dio. Dio è molto migliore di qualsiasi padre. Ciò che vale tra padre e figlio, vale incomparabilmente di più tra Dio e l’uomo che lo invoca.

12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
13 Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 14 quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!

Il v. 12 è chiamato solitamente "la regola d’oro". Gesù afferma che la perfezione cristiana consiste nella perfezione dell’amore del prossimo. Tutto l’insegnamento evangelico si riassume nel servizio prestato all’altro, anche a prezzo del proprio interesse, perché l’altro è il proprio fratello. L’imperativo "fate" richiede un amore concreto e operoso.

L’amore cristiano è più di una semplice comprensione o benevolenza verso i bisognosi e i deboli: è considerare l’altro come parte integrante del proprio essere. Per questo il peccato più grande è l’egocentrismo, e la virtù più importante è l’impegno sociale e comunitario.

La "regola d’oro" consiste soprattutto nella "regola dell’immedesimazione" o, più prosaicamente, "nel sapersi mettere nei panni degli altri", nella capacità di trasferirsi con amore e fantasia nella situazione dell’altro (anche del nemico). La mancanza di fantasia è mancanza d’amore.

Nel processo di Majdanek risultò evidente che questa mancanza di immedesimazione negli altri può avere conseguenze disastrose. Gli accusati di questo orribile campo di concentramento dimostrarono la quasi totale incapacità di trasferirsi nella situazione delle loro vittime.

La regola d’oro del v. 12 ci spinge verso un’operosità libera e creativa per il bene del prossimo. Essa è espressa in forma positiva e ci sprona a fare tutto il bene possibile a tutti. Ci invita a trasferirci con amore e fantasia nella situazione degli altri, nei panni degli altri. La mancanza di fantasia e di inventiva è mancanza d'amore.

Il verbo "fare" indica un amore concreto e tangibile, come ci insegna anche la 1Gv 3,16-18: "Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità".

La novità del vangelo sta nella concentrazione di tutta la volontà di Dio nel comandamento dell'amore. Questo amore, manifestato a noi in Cristo, ha la sua sorgente e il suo modello nel Padre (Mt 5,43-48).

La "via" (v. 13) è il simbolo del cammino morale dell'uomo. La "via che conduce alla vita" è quella del vangelo, è Gesù in persona (Gv 14,6). La porta stretta e la via angusta significano le rinunce e le persecuzioni connesse con la scelta di vita cristiana.

L'ingresso attraverso la porta stretta è l’ingresso nel regno di Dio (Mt 5,20; 18,1; ecc.), nella vita (Mt 18,8-9; 19,17), nella sala delle nozze (Mt 25,10) e nella gioia del Signore (Mt 25,21.23). In questo contesto del discorso della montagna, l'imperativo "entrate" significa: fate la volontà del Padre. Solo facendo la volontà del Padre si entra nel regno di Dio (Mt 7, 21).

Il discorso sui "molti" e sui "pochi" si riferisce alla situazione presente e non a quella definitiva dopo il giudizio. La via comoda della mediocrità, del peccato e dell’egoismo è molto affollata. Il sentiero stretto e ripido che porta a Dio, tracciato dal discorso della montagna, sembra poco battuto. Gesù quindi ci esorta: "Entrate per la porta stretta".

Il tema della salvezza sarà ripreso in Mt 19,16-26. Alla domanda dei discepoli: "Chi si potrà dunque salvare?" Gesù risponde: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile".

Qui, come in 22,14, Matteo recepisce la concezione pessimistica dell'apocalittica extra-biblica: "L'Altissimo ha creato questo mondo per molti, ma quello futuro per pochi" (4 Esd 8,1) non per ragguagliarci sul numero dei salvati, ma per spronarci all'impegno.

Gesù offre la salvezza a tutti (Mt 26,28), ma tocca ai singoli accoglierla con decisione libera e responsabile.

15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 17 Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19 Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

I profeti cristiani sono i missionari e i predicatori itineranti (Mt 10,41), ma sono, ugualmente, i maestri e le guide della comunità. Criterio pratico per verificare la loro autenticità è la coerenza tra quello che annunciano e quello che vivono.

Il cristiano dev’essere santamente critico anche nei confronti dei maestri e delle guide della comunità. Vera guida è colui che "fa frutti degni di conversione" (Mt 3,8), colui che vive il comandamento di Gesù: "Convertitevi" (Mt 4,17). Se alla sua parola non si accompagna la testimonianza della vita, è un falso profeta.

Falsi profeti sono però anche tutti quei membri della comunità che riducono la fede alle belle parole, ma non vivono una vita coerente col vangelo.

L’accusa di lupo rapace indica la sete di denaro: "i suoi capi in mezzo ad essa erano come lupi che dilaniano la preda…, per ottenere un ingiusto guadagno" (Ez 22,27).

21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? 23 Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande".
28 Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: 29 egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

Gesù ci insegna che la preghiera deve andare in perfetta sintonia con la pratica della vita cristiana. Se non si compie la volontà del Padre celeste, la preghiera non serve a nulla.

La volontà del Padre è il suo disegno di salvezza. La preghiera richiesta da Gesù deve portare il cristiano a impegnarsi con entusiasmo e fino alla morte nell’opera della salvezza. Dio non sa cosa farsene delle belle parole di preghiera se non sono seguite dalle opere dell’amore.

La dissociazione tra culto e vita è la malattia dei farisei (Mt 23,3-4). L'unico criterio di valutazione nel giudizio finale sarà quello delle opere di misericordia (Mt 25,31-46).

Molto probabilmente Matteo polemizza con certi carismatici che avevano sempre sulle labbra in nome del Signore, ma non facevano mai nulla di utile per il prossimo. Nel giorno del giudizio non saremo giudicati sul folclore religioso o sulle azioni prodigiose; il giudizio verterà unicamente sull'attuazione della volontà del Padre che ha il suo centro nell’amore fattivo per il prossimo (Mt 25,31-46).

Nella parabola (vv.24-27) viene riassunto il significato di tutto il discorso della montagna. Non basta ascoltare le parole di Gesù, bisogna anche metterle in pratica.

La roccia che dà stabilità al cristiano è Cristo. La parabola ci indica le due condizioni necessarie perché la vita cristiana risulti solida: deve fondarsi su Cristo e passare dalle parole ai fatti. Non c'è vera adesione a Cristo senza l'impegno morale.

Il fondamento sicuro della vita cristiana è la pratica degli insegnamenti di Gesù. L'ascolto è necessario, ma quel che più conta è l’esecuzione di ciò che è stato ascoltato.

Nei vv. 28-29 Gesù ci viene presentato come il Maestro che nel discorso della montagna ha dato l'interpretazione autorevole e definitiva della volontà di Dio.

Le direttive del discorso della montagna devono provocare cambiamenti diretti a salvare la famiglia, a superare la menzogna, l’odio, la violenza e la guerra nel mondo.

L'insegnamento di Gesù si differenzia da quello degli scribi perché egli non ripete ciò che hanno detto i maestri del passato, ma parla in nome proprio: "Avete inteso che fu detto agli antichi... E dunque io vi dico" (Mt 5,21-22; ecc.). Egli ha ricevuto dal Padre l'autorità su tutto l'universo (Mt 28,16).

Gesù non è solamente un esegeta della Legge e dei Profeti, ma l’esegesi, il compimento della Legge e dei Profeti. Coloro che hanno capito che Gesù è l’adempimento definitivo di tutto l'agire di Dio possono discendere con lui dalla montagna e seguirlo.

 


Capitolo ottavo

1 Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. 2 Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: "Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi". 3 E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: "Lo voglio, sii sanato". E subito la sua lebbra scomparve. 4 Poi Gesù gli disse: "Guardati dal dirlo a qualcuno, ma va’ a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro".

I cap. 5-7 ci hanno riferito gli insegnamenti di Gesù; i cap. 8-9 ci riferiscono le sue opere meravigliose. Nel discorso della montagna Gesù ci ha insegnato che non basta ascoltare la sua parola, ma bisogna soprattutto fare i fatti. E ora Gesù ci dà l’esempio facendo i fatti. Il messaggio che ha appena finito di esprimere con le parole, ora lo esprime con le opere. Gesù è il Messia della parola e dell’azione.

Secondo Matteo il primo miracolo di Gesù fu per un lebbroso, il secondo per un pagano, il terzo per una donna. Il lebbroso era uno scomunicato, il pagano era considerato un cane o un porco, la donna non aveva alcuna considerazione. Essi sono i rappresentanti di tutte le vittime dei pregiudizi umani.

Guarire dalla lebbra era quasi come risuscitare dalla morte. Il lebbroso, credendo che Gesù ha la capacità di guarirlo, dà prova di una grande fede.

Secondo la legislazione ebraica, il sacerdote aveva il compito di dichiarare immondo chi era colpito dalla lebbra e di riconoscere, eventualmente, la sua avvenuta guarigione perché potesse ritornare a vivere tra la sua gente (Lv 14).

L’espressione "a testimonianza per loro" forse ha un senso apologetico: vedete che Gesù osserva la Legge. Matteo ha posto il racconto della guarigione del lebbroso qui al primo posto, subito dopo il discorso della montagna, per la sua connessione con la Legge. Gesù ha annunciato il compimento della Legge e non la sua abolizione (Mt 5,17ss).

5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: 6 "Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente". 7 Gesù gli rispose: "Io verrò e lo curerò". 8 Ma il centurione riprese: "Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va', ed egli va; e a un altro; Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa".
10 All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: "In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. 11 Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti". 13 E Gesù disse al centurione: «Và, e sia fatto secondo la tua fede». In quell'istante il servo guarì.

Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7). Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male.

Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi.

Il miracolo è un segno dell’amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto se stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.

La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere.

L’incontro con il centurione offre a Gesù l’occasione per annunciare l’entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli.

La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo. Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla.

Solo con il detto minaccioso del v. 12 la provocazione raggiunge il suo culmine. E’ colpita la generazione dei giudei contemporanea di Matteo, il giudaismo guidato dai farisei. La causa della sua esclusione è il rifiuto della parola di Gesù, che è decisiva ai fini della salvezza. Le tenebre significano il luogo più lontano da Cristo, che è la luce (cf. Mt 416) e la salvezza. Il pianto e lo stridore di denti indica il furore smisurato (cf. Sal 3516; 3712; 112,10).

La frase conclusiva del v. 13 ritorna a parlare del servo malato. La precisazione "in quell’istante" significa che la guarigione è avvenuta nel momento in cui Gesù ha pronunciato la sua parola.

In questo brano compare all’orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l’annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).

14 Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. 15 Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo.
16 Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, 17 perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Egli ha preso le nostre infermità
e si è addossato le nostre malattie.

I tre miracoli di guarigione del lebbroso, del servo del centurione e della suocera di Pietro ci devono far capire l’importanza della salute fisica. Gesù non si prende cura solo dell’anima dell’uomo, ma di tutto l’uomo, corpo e anima. Ogni malattia e miseria dell’uomo è così importante da meritare tutta l’attenzione e la premura di Gesù. Tale dev’essere anche l’atteggiamento dei suoi discepoli.

Il racconto della guarigione della suocera di Pietro ci insegna quale dev’essere la reazione di ogni credente quando viene raggiunto dalla forza di salvezza del Cristo: mettersi al suo servizio per sempre. La suocera di Pietro è guarita per servire Gesù.

Accanto alle pie donne (Mt 27,55), la suocera di Pietro è il simbolo del vero servo di Cristo. Anche se rimane ad accudire alle faccende casalinghe, ella è alle dipendenze del Signore. Ogni cristiano deve passare dalla guarigione-liberazione battesimale al perfetto e pieno servizio di Cristo.

Con un resoconto sommario e una citazione di Isaia, Matteo riassume i tre racconti di miracoli. La citazione di Is 53,4 ha lo scopo di svelarci il significato profondo dei gesti di Gesù. Le guarigioni operate da lui sono il segno che è arrivato il tempo della salvezza: è arrivato il Servo di Iahvè che prende su di sé le nostre infermità e si addossa le nostre malattie.

18 Vedendo Gesù una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all'altra riva. 19 Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: "Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai". 20 Gli rispose Gesù: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo".
21 E un altro dei discepoli gli disse: "Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre". 22 Ma Gesù gli rispose: "Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti".

I capitoli 8 e 9 non contengono solo racconti di miracoli. Questo brano racconta due episodi di persone che vogliono seguire Gesù.

Diventare discepolo di Gesù non è semplicemente accettare una dottrina: è condividere il suo destino, è lasciare tutto e tutti per seguire lui. Il discepolo chiamato da Gesù deve abbandonare "subito" (Mt 4,19.22) ogni cosa, anche la famiglia.

L’essere senza casa e senza fissa dimora non è per Gesù un ideale filosofico paragonabile a quello di Diogene, che non aveva una casa, ma passava le notti a Corinto all’aperto. La mancanza di dimora da parte di Cristo ha la sua spiegazione nella letteratura sapienziale. La sapienza non dimora presso gli uomini, perché viene respinta. Essa offre il suo consiglio agli uomini ed esso viene disprezzato (cf Pr 1,20ss; Gb 28,21; Bar 4,20ss). Il motivo della mancanza di dimora di Gesù non va cercato in un ideale ascetico, ma nella ostilità e nel disprezzo degli uomini (cf Mt 11,19).

La chiamata di Gesù non ammette dilazioni o condizioni. La scelta di Cristo fa passare in second'ordine anche le cose più sacre come il funerale del proprio padre. Il Dio vivo è più importante del padre morto.

Il termine morti ha qui due significati. Da un lato significa i morti fisicamente, dall’altro i morti spiritualmente, i quali sono morti perché respingono il messaggio di Gesù.

Matteo ricorda episodi della vita di Gesù, ma guarda anche all’interno della comunità cristiana dove la superficialità, la ricerca di sicurezza e gli agi rischiano di compromettere l’ideale cristiano. Troppe "attività funerarie" distraggono e distolgono dall’impegno principale: l’annuncio del regno di Dio. Luca lo dice esplicitamente: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio" (Lc 9,60).

23 Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. 24 Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. 25 Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: "Salvaci, Signore, siamo perduti!". 26 Ed egli disse loro: "Perché avete paura, uomini di poca fede?" Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. 27 I presenti furono presi da stupore e dicevano: "Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?".

Il diventare discepoli conduce alla piena comunione e alla piena condivisione di vita con Cristo e con i fratelli nella Chiesa: si monta sulla stessa barca. Per affrontare il viaggio della vita cristiana ci vuole tanto coraggio: solo la fede ci fa vincere la paura. La Chiesa attinge la sua fiducia nel Cristo che è sempre con i suoi (Mt 28,20) nella stessa barca e condivide la loro sorte.

Il sonno di Gesù non indica stanchezza, ma tranquillità, piena consapevolezza di sé e fiducia nelle proprie capacità. La tempesta, come il cataclisma che accompagna la morte di Gesù (Mt 27,54) e il terremoto che scuote la sua tomba (Mt 28,2), rappresentano sempre una stessa ondata di forze apparentemente avverse all’uomo, ma che in realtà cooperano all’attuazione del progetto di Dio.

L’agitazione dei discepoli è una reazione normale. Ma l’evangelista sposta l’attenzione dalla barca che sta naufragando sulle acque del lago alla Chiesa che avanza sul mare della storia ed è in preda ad altre simili burrasche nel suo interno e al suo esterno. L’invocazione che egli mette in bocca ai discepoli: "Salvaci, Signore, siamo perduti!" (v. 25).è la preghiera che la Chiesa ripete nei momenti di calamità, cioè sempre.

I discepoli si sentono perduti e non trovano altra via d’uscita che rivolgersi al Signore che è lì presente in mezzo a loro. I discepoli hanno la fede, diversamente non si sarebbero rivolti a Gesù, ma la loro è una fede ancora insufficiente. La fede di chi ha paura è una fede molto vacillante. La fede vera scaccia la paura perché riempie di Dio tutto l’uomo. Essa, infatti, è accogliere Dio nella propria vita.

L’episodio della tempesta sedata ci aiuta ulteriormente a capire cosa significhi essere discepoli di Gesù. Al centro del racconto sta il rimprovero di Gesù: "Perché avete paura, uomini di poca fede?". C’è la poca fede di chi non ha il coraggio di lasciare tutto e tutti per seguire Gesù. Ma c’è anche la poca fede di chi non si sente sicuro quando Gesù dorme.

La meraviglia dei discepoli di fronte al miracolo operato da Gesù ("Chi è costui?") è del tutto comprensibile perché il dominio sul mare e sulle tempeste è una prerogativa del Dio della creazione e dell’esodo. I discepoli cominciano a percepire la presenza di Dio in quell’uomo che è lì con loro.

28 Giunto all'altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. 29 Cominciarono a gridare: "Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?".
30 A qualche distanza da loro c'era una numerosa mandria di porci a pascolare; 31 e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: "Se ci scacci, mandaci in quella mandria". 32 Egli disse loro: "Andate!". Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. 33 I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. 34 Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.

I discepoli, salvati dal pericolo di essere sommersi dalle onde del mare, assistono al miracolo della liberazione di due indemoniati e alla perdizione dei demoni sommersi nei flutti del mare. La domanda dei demoni: "Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?" significa che la breve permanenza di Gesù nella terra dei gadareni è un'anticipazione della vittoria sul maligno che Gesù opererà con la sua morte e risurrezione.

A differenza dei discepoli che si pongono la domanda sull'identità di Gesù, i demoni lo riconoscono subito senza esitazione: è il Figlio di Dio. I demoni riconoscono la superiorità di Gesù, Figlio di Dio, e cercano una resa, la meno disastrosa possibile, chiedendo di poter restare sul territorio nei corpi dei porci. E Gesù disse loro: "Andate!".

Ad una lettura superficiale sembra che Gesù venga a patti con i demoni. In realtà questa concessione è un tranello che nasconde la sconfitta definitiva. Il precipitare della mandria di porci posseduti dai demoni nelle acque del mare ci richiama l'affondamento del faraone e del suo esercito nel mare (Es 14,28) e la caduta di satana dal cielo (Ap 12,4).

I demoni, che avevano cercato scampo entrando nei porci, sono precipitati definitivamente nel luogo della loro perdizione, negli abissi del mare. L'episodio ci insegna che non esiste alcuna possibilità di compromesso tra Gesù e satana: sono nemici irriducibili.

Gesù, che scaccia i demoni con la potenza della sua parola, resta impotente di fronte agli uomini che non comprendono il beneficio di liberazione che aveva portato loro. Il miracolo è accolto con disappunto dalla gente del luogo. Come egli ha cacciato i demoni, così i gadareni cacciano lui. Ciò è comprensibile alla luce del grave danno che avevano subìto. La perdita di una mandria di porci era una parcella esorbitante, a loro avviso, in cambio della guarigione di due uomini considerati ormai persi e dei quali non si curavano affatto. L'espressione "lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio" forse indica la gentilezza e le belle maniere che i gadareni usarono verso Gesù perché se ne andasse senza reagire e senza provocare danni maggiori.

Il grido degli indemoniati: "Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?" (v. 29) manifestava, sostanzialmente, il pensiero di tutti i gadareni.

 


Capitolo nono

1 Salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. 2 Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". 3 Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: "Costui bestemmia". 4 Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: "Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? 5 Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? 6 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora il paralitico, prendi il tuo letto e va’ a casa tua". 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua. 8 A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

All'episodio della liberazione degli indemoniati segue il miracolo del perdono e della guarigione del paralitico. Matteo tralascia tutti i particolari dell'avvenimento e va subito all'essenziale: la fede. E' sempre e solo la fede che conta.

Gesù non ha il potere solo sulle malattie, le forze del creato e i demoni, ma ha anche il potere di perdonare i peccati. La salvezza consiste nella remissione dei peccati (Mt 1,21; Lc 1,77). E Gesù è il salvatore che perdona i peccati.

Il peccato è un'offesa a Dio e quindi solo Dio può perdonarlo. Gesù è Dio diventato uomo che perdona qui in terra i peccati. Lo dice esplicitamente al paralitico: "Ti sono rimessi i tuoi peccati". Gesù è il figlio dell'uomo al quale sono stati dati da Dio "il potere, la gloria e il regno" (Dan 7,14). Egli ha sulla terra il potere di rimettere i peccati.

A giudizio degli scribi Gesù bestemmia perché è un uomo che si arroga il potere di Dio.

La capacità di Gesù di conoscere i loro pensieri è una prerogativa divina. Questa sua capacità conferma che egli è Dio e quindi ha il potere di perdonare i peccati.

Anche in questa pagina del vangelo si manifesta la bontà misericordiosa di Dio. Le parole di Gesù: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati" danno al peccatore la certezza di essere già perdonato e la felice sorpresa di essere amato e capito da Dio nell'umiliazione del suo peccato.

A differenza degli scribi, dotti conoscitori della parola di Dio, la gente semplice glorifica Dio che ha dato agli uomini il suo potere di perdonare i peccati.

Matteo scrive il suo vangelo quando la Chiesa esercitava già da tempo il potere divino di "legare e sciogliere" (Mt 16-19), il potere di rimettere o di non rimettere i peccati (Gv 20,23).

La remissione dei peccati è riammissione del colpevole nella famiglia di Dio, è accoglienza in casa. Il comando di Gesù al paralitico: "Alzati, prendi il tuo letto e va' a casa tua" è rivolto ad ogni uomo perdonato e guarito perché ritorni alla casa del Padre (cfr Lc 1518).

9 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì.
10 Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?". 12 Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".

In questo testo Gesù appare come un profeta, un missionario itinerante che passando annuncia la parola di Dio. La potenza della sua parola si rivela anche nelle trasformazioni che opera interiormente, nel cuore degli uomini. Questo brano ci insegna quale dev'essere l'atteggiamento, la disponibilità dell'uomo davanti a Cristo.

L'uomo chiamato da Dio, in questo caso, è un appaltatore di imposte, un uomo lontano, per professione, dai problemi religiosi e malvisto da tutti, evitato come peccatore pubblico e persona di malavita. Gesù, invece, lo sceglie e lo invita a far parte del gruppo dei suoi discepoli.

La lezione della chiamata di Matteo viene ribadita e convalidata dal banchetto di addio per i suoi amici, in casa sua; tutta gente della sua categoria e reputazione a cui Gesù si associa volentieri.

La scena del banchetto in casa di Matteo viene turbata dall'intervento dei farisei (v. 11). Ma Gesù giustifica il suo atteggiamento prima col proverbio:" Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati" (v. 12), poi con una citazione biblica: "Misericordia io voglio, e non sacrificio" (Os 6,6).

Gesù si rivolge di preferenza ai peccatori perché hanno più bisogno della sua presenza e assistenza, come i malati hanno bisogno del medico più dei sani. I peccatori sono degli ammalati, cioè persone moralmente malferme e infelici, bisognose di cure e di guarigione.

La citazione di Osea 6,6 ripresenta il nucleo centrale della volontà di Dio: la misericordia. La carità, dunque, ha il primato su tutte le altre leggi. Anzi, Gesù la antepone allo stesso culto di Dio (v.13). Il tempio di Dio è l'uomo (cf. 1Cor 3,16), non l'edificio di pietra. L'invito di Gesù a lasciare l'offerta davanti all'altare per andare a ricercare il fratello offeso, ci impartisce lo stesso insegnamento (cf. Mt 5,24).

L'uomo è importante come Dio, con un particolare non trascurabile: che Dio sta bene e può aspettare, l'uomo sta male e ha bisogno immediato di soccorso.

San Vincenzo de' Paoli insegnava: "Il servizio dei poveri dev'essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell'ora dell'orazione avete da portare una medicina o un soccorso al povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l'intenzione dell'orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l'orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Dio, ossia un'opera di Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa".

Se non si tiene conto del prossimo, il culto diventa un falso servizio a Dio e si rivolge contro il prossimo. La presunta giustizia dei farisei li rende ingiusti col prossimo. Il loro presunto amore per Dio li autorizza a odiare il prossimo.

Gesù non è venuto a chiamare i giusti o a frequentare gli ambienti puliti: è venuto a convertire i peccatori e a pulire gli ambienti. Egli invita i farisei a confrontarsi con le Scritture (Os 6,6) per capire se il comportamento giusto è il loro o il suo. Il confronto, naturalmente, è a favore di Gesù. Solo lui compie in modo perfetto la parola di Dio e la beatitudine dei misericordiosi (Mt 5,7).

La battuta finale: "Non sono venuto a chiamare i giusti" (v. 13) sembra contenere una venatura di "cristiana" ironia nei confronti dei farisei di allora, che si ritenevano giusti. Essa vale anche per i farisei di oggi.

14 Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: "Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?". 15 E Gesù disse loro: "Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.
16 Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. 17 Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano".

Il dibattito sul digiuno segue immediatamente il pasto scandaloso di Gesù con Matteo e i suoi amici esattori delle imposte. I discepoli di Giovanni e i farisei digiunavano per affrettare la venuta del Messia e per prepararsi ad accoglierlo. I discepoli di Gesù sanno che il Messia è già arrivato ed è Gesù in mezzo a loro. Per questo mangiano, bevono e fanno festa.

Gesù si presenta come lo sposo. Il regno dei cieli è paragonato a un banchetto che il Padre ha preparato per le nozze del Figlio con l'umanità (Mt 22,1-14). Digiunare durante un pranzo di nozze non ha senso. Gesù però annuncia che anche i suoi discepoli digiuneranno quando lo sposo "sarà loro tolto". Questa espressione, presa da Is 53,8, si riferisce al Servo di Iahvè destinato a morte violenta ed è un'allusione alla morte di Gesù.

Il digiuno cristiano avrà due significati fondamentali: sarà rivolto al passato in quanto commemora la morte di Gesù, ma sarà anche proiettato verso il futuro in quanto è attesa delle nozze definitive dell'Agnello (Ap 21,9ss).

Con le due immagini del pezzo di stoffa grezza e del vino nuovo, Gesù ribadisce l'inconciliabilità del suo vangelo con le antiche strutture religiose e il loro contenuto. Il vangelo non è una pezza nuova su un vestito vecchio né un vino nuovo messo in un contenitore vecchio.

I contenitori religiosi precedenti non vanno riparati, ma sostituiti. Per questo tutti i tentativi di conciliare la novità del vangelo con le vecchie strutture del giudaismo o di qualsiasi altra religione sono destinati al fallimento. Paolo dedica l'intera lettera ai Galati a questo tema.

Il vino nuovo è simbolo del tempo della salvezza. Il nuovo è il regno di Dio che Gesù impersona e annuncia. Egli propone forme nuove e contenuti nuovi per la vita cristiana, quelli stessi che ha proclamato nel discorso della montagna.

18 Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: "Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà". 19 Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli.
20 Ed ecco una donna, che soffriva d'emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. 21 Pensava infatti: "Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita". 22 Gesù, voltatosi, la vide e disse: "Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita". E in quell'istante la donna guarì.
23 Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: 24 "Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme". Quelli si misero a deriderlo. 25 Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. 26 E se ne sparse la fama in tutta quella regione.

La fede del capo della sinagoga supera quella del centurione (Mt 810). Egli non chiede la guarigione della figlia, ma la sua risurrezione; ha la certezza che Gesù può darle di nuovo la vita. La fede è credere in Gesù anche quando si ha un morto in casa. Nella fede c'è una speranza che supera i confini della morte.

Anche il comportamento della donna che soffriva di emorragia da dodici anni è espressione di fede. La fede è, anzitutto, credere che Gesù è capace di soccorrere. I miracoli sono sempre legati alla fede: essa ne è l'unica condizione. La fede è confessare la propria impotenza e proclamare la propria fiducia nella potenza di Dio.

Il toccare il lembo del mantello è credere nella potenza di Gesù e sottoporsi alla sua protezione (cfr Zc 8,23). Le frange del mantello hanno un significato sacro perché servono a ricordare i comandamenti del Signore (Nm 15,37-40; 22,12). La mentalità popolare ha sempre ritenuto che gli oggetti che sono stati a contatto con un uomo di Dio abbiano degli effetti miracolosi.

Le parole di Gesù: "Coraggio, figliola, la tua fede ti ha salvata" rivelano la delicatezza di Gesù che vuole mettere la donna a suo agio e togliere da lei ogni senso di colpa. Dobbiamo notare che non è il gesto di toccare il mantello di Gesù che dona la guarigione alla donna, ma la parola che Gesù le rivolge.

Quando Gesù giunge alla casa del capo della sinagoga è già cominciato il lamento funebre. Questo strepito scomposto e spesso prezzolato è in assoluto contrasto con il modo di pensare e di agire di Gesù.

L'affermazione di Gesù "la fanciulla non è morta, ma dorme" indica che per lui la morte è una condizione passeggera come il sonno dal quale ci si risveglia. La gente lo deride. Le cose come le vede Dio appaiono diverse da come le vediamo noi. Nella luce dello sguardo di Dio anche la morte cambia i suoi connotati.

Gesù solleva la fanciulla prendendola per mano. E' la mano di Dio che soccorre e salva (Dt 6,21; 1Cr 29,12; Sap 11,17; ecc.).

Il verbo greco eghérthe "si alzò" nel vangelo è il termine tecnico della risurrezione di Gesù (Mt 28,6.7). Con la risurrezione di questa ragazza Gesù si presenta come il Messia vincitore della morte, il Dio della risurrezione e della vita.

27 Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguivano urlando: "Figlio di Davide, abbi pietà di noi". 28 Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono, e Gesù disse loro: "Credete voi che io possa fare questo?". Gli risposero: "Sì, o Signore!". 29 Allora toccò loro gli occhi e disse: "Sia fatto a voi secondo la vostra fede". 30 E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: "Badate che nessuno lo sappia!". 31 Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione.

La guarigione di questi due ciechi è concessa loro a motivo della loro fede. Essi invocano Gesù chiamandolo figlio di Davide. Dal Messia, figlio di Davide, il popolo d’Israele aspettava soprattutto aiuto e salvezza. I due ciechi gli ricordano questo suo compito.

Isaia aveva elencato così i prodigi che avrebbero accompagnato la venuta di Dio salvatore: "Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (Is 35,5-6).

Qui, come in tanti altri racconti di miracoli, la fede si esprime nella preghiera e il miracolo viene concesso come risposta alla preghiera fatta con fede.

Il severo ammonimento dato da Gesù ai due ciechi guariti: "Badate che nessuno lo sappia!" doveva servire per evitare un’errata presentazione dell’identità del Cristo: egli non è solo il figlio di Davide, ma è anche il Figlio di Dio; non è venuto per instaurare il regno di Israele, ma il regno dei cieli.

32 Usciti costoro, gli presentarono un muto indemoniato. 33 Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: "Non si è mai vista una cosa simile in Israele!". 34 Ma i farisei dicevano: "Egli scaccia i demoni per opera del principe dei demoni".
35 Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. 36 Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi! 38 Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!".

Secondo le credenze antiche la malattia era sempre provocata da un demonio. La guarigione quindi avviene con la cacciata del demonio. Al miracolo operato da Gesù seguono subito due opposte reazioni: la gente è presa dallo stupore, i farisei accusano Gesù di "scacciare i demoni per opera del principe dei demoni".

Il contrasto tra Gesù e i suoi oppositori si fa sempre più grande. La loro perfidia è palese: stravolgono perfino il significato dei suoi miracoli. In 12,32, per questa accusa contro Gesù, viene loro attribuito un peccato imperdonabile.

La reazione adeguata ai miracoli di Gesù è la fede. La meraviglia e lo stupore sono, tuttavia, una reazione spontanea nella giusta direzione di chi sa accogliere almeno un aspetto dell'attività prodigiosa di Gesù.

Nel v. 35 Matteo introduce il secondo dei suoi cinque discorsi, quello missionario, dandoci una sintesi dell'attività di Gesù per insegnarci che la missione dei discepoli sarà la continuazione di quella del Maestro. Lo slancio della missione di Gesù e dei discepoli nasce dal vedere le folle "stanche e sfinite come pecore senza pastore" e la messe abbondante a cui fa riscontro la scarsità degli operai.

L'attività di Gesù che "andava per tutte le città e i villaggi" per raggiungere tutti e salvare tutti è l'esempio che i discepoli inviati in missione devono tenere sempre davanti agli occhi.

La missione di Gesù viene riassunta nei tre verbi insegnare, predicare e curare. Tale sarà anche l'attività dei missionari che egli sta per mandare "alle pecore perdute della casa d'Israele".

L'immagine del gregge senza pastore è molto conosciuta nell'Antico Testamento (Nm 27,17; Zc 13,7; Ez 34).

Gesù rivolge l'accusa ai pastori d'Israele del suo tempo (Mt 11,28). Egli intende essere il buon pastore del suo popolo (Gv 10), e i suoi discepoli dovranno continuare la sua opera con dedizione e amore gratuito (Mt 10,8; 1Pt 5,1-4).

Come Giosuè prese il posto di Mosè "affinché la comunità del Signore non fosse come un gregge senza pastore" (Nm 27,17), così gli apostoli continueranno la missione di Gesù buon pastore.

I discepoli ricevono il duplice comandamento di pregare il padrone della messe e di andare a lavorare nella messe (Mt 9,38; 10,5; cfr Lc 10,2-3). La preghiera è adesione al piano di salvezza di Dio e presa di coscienza della chiamata a collaborare responsabilmente per la sua realizzazione.

 


Capitolo decimo

1 Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.
2 I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, 3 Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, 4 Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì.
5 Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti:
"Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6 rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele.

Il numero dodici ricorda i dodici patriarchi delle tribù d’Israele e quindi ci presenta i dodici discepoli come i capostipiti spirituali del popolo di Dio che Gesù sta per ricostituire. La principale fisionomia dei dodici è quella di essere i continuatori dell’opera di Gesù, quasi il prolungamento della sua persona.

Il gruppo radunato da Gesù non sembra molto omogeneo e comprende anche il traditore Giuda. Nella loro identità e nella loro missione ogni cristiano deve scoprire il senso della propria vocazione.

Il potere conferito ai dodici discepoli è quello di cacciare i demoni e guarire tutte le malattie, quindi di eliminare ogni sofferenza umana. Dobbiamo però ricordare con forza che in 10,7-8 il comando di predicare il vangelo del regno di Dio precede nell’ordine tutti gli altri e li supera per importanza.

Nel capitolo precedente le folle "erano stanche e sfinite come pecore senza pastore" (9,36). Ora Gesù dice che sono "pecore perdute" cioè disperse, fuori dall’ovile. E’ volontà del Padre che il vangelo del regno dei cieli sia annunziato prima al popolo d’Israele. La delimitazione dell’ambito in cui vengono mandati i dodici è quella stessa del Cristo, inviato esclusivamente a Israele (Mt 15,21-28). Solo con la sua risurrezione Gesù riceve dal Padre il potere illimitato in cielo e in terra e quindi dà l’avvio definitivo alla missione universale dei suoi discepoli (Mt 28,18-20).

7 E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 8 Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9 Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, 10 né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento.
11 In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. 12 Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13 Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. 14 Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. 15 In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.

La predicazione degli apostoli riprende e continua l'annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù (4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto con la parola (v. 7), con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza della vita (vv. 8a-10).

La testimonianza della vita consiste nella gratuità. Gli inviati di Dio non lavorano per il proprio onore, né per la propria grandezza, né per il proprio arricchimento.

Il disinteresse è certamente la prova più grande della bontà della causa che essi promuovono (1Cor 9,18; At 20,33; 1Tm 3,8; ecc.).

Gli annunciatori del vangelo non devono chiedere nulla e non devono prendere nulla per il viaggio. La motivazione è questa: il regno dei cieli viene annunciato ai poveri e appartiene ai poveri (Mt 5,3) e quindi può essere annunciato in modo credibile solo da coloro che dimostrano di averlo già accolto nella propria vita diventando poveri. Gesù è povero (Mt 8,20).

La povertà e il distacco dalle preoccupazioni materiali è la dimostrazione che si è capito e accettato il vangelo della paternità di Dio (Mt 6,32-33) e si è consapevoli dell’urgenza dell’evangelizzazione. Chi è totalmente assorbito dall’annuncio del messaggio cristiano non può trascinarsi dietro bagagli né preoccuparsi di faccende materiali e pecuniarie. Il missionario evangelico deve presentarsi agli uomini spoglio, umile e penitente come è richiesto dal discorso della montagna (Mt 5).

Dovunque l'apostolo arriverà, dovrà farsi indicare qualche persona degna presso la quale prendere alloggio (v. 11), cioè un luogo che non susciti pettegolezzi che nuocerebbero alla predicazione o la renderebbero vana.

La missione comincia con l'augurio alla pace. Nel linguaggio dell'Antico Testamento la pace è sinonimo di benessere materiale e spirituale; nel Nuovo Testamento significa la salvezza portata dal Cristo, anzi, Cristo stesso (Ef 2,14).

L'eventuale rifiuto dell'annunciatore e delle sue parole non deve scoraggiare l'apostolo né arrestare l'azione missionaria: egli andrà altrove a portare il dono della salvezza.

Il gesto di scuotere la polvere dai piedi non è una maledizione: è un segno di distacco e di protesta. Era il gesto che ogni israelita compiva rientrando in Palestina da un luogo pagano, come gesto di totale separazione. Siccome gli inviati stanno recando il vangelo in terra d'Israele, questo gesto significa che le città e i villaggi d'Israele che rifiutano gli apostoli di Gesù vanno ritenuti come territorio di pagani, esclusi dalla comunione di salvezza col popolo di Dio.

Quando l'apostolo ha compiuto la sua missione in un luogo, non deve fermarsi: non ha tempo da perdere. Il tempo è così poco e l'annuncio così importante che l'apostolo deve andare speditamente per le città e i villaggi, come faceva Gesù (Mt 9,35).

Luca riporta anche il comando di Gesù: "Non salutate nessuno lungo la strada" (10,4) proprio per sottolineare l'urgenza della missione (cfr 2Re 4,29).

Il compito del missionario è di presentare l'annuncio chiaro e convincente, e poi affidarlo alla libertà e alla responsabilità degli ascoltatori.

Le città di Sodoma e Gomorra sono il simbolo della violazione dei sacri doveri dell'ospitalità (Gen 19,8). Le città che non ospiteranno gli inviati di Cristo saranno trattate più duramente di Sodoma e di Gomorra nel giorno del giudizio.

16 Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
17 Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18 e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19 E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: 20 non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
21 Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. 22 E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato.

23 Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra; in verità vi dico: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo.

Questa parte del discorso è introdotta da due metafore che illustrano la situazione pericolosa dei discepoli inviati in missione. Solo un miracolo può far sopravvivere le pecore in mezzo ai lupi. A questo proposito merita di essere ricordata un’affermazione di Tanhuma Toledoth 32b: "Qualcosa di grande accade alla pecora (Israele) che sopravvive tra settanta lupi (i settanta popoli del mondo: Gen 10)… Grande è il pastore che la salva e la sorveglia". Le parole "io vi mando", poste all’inizio del testo, vogliono mettere in luce proprio questo aspetto di protezione da parte di Gesù buon pastore (Gv 10). Ma, pur confidando nella protezione divina, è necessario un comportamento umano che tenga conto della pericolosità della situazione. L’una cosa non esclude l’altra. Il discepolo, nel pericolo, deve comportarsi in modo che si manifesti la sua fiducia nella protezione divina e il buon uso delle doti che Dio gli ha dato. Qualunque sia il senso particolare attribuito all’astuzia dei serpenti e alla semplicità delle colombe, vi si trovano connessi l’atteggiamento di fiducia in Dio e quello di ponderazione nei rapporti umani. Il serpente è simbolo della scaltrezza (Gen 3,1), la colomba è il simbolo del candore (Ct 5,2; 6,9). Nel Midrash sul Cantico dei cantici leggiamo: "Riferendosi agli Israeliti Dio disse: Con me sono semplici come le colombe, ma tra i popoli del mondo sono astuti come i serpenti".

La fedeltà a Cristo mette i discepoli in contrasto anche con i parenti e i connazionali che non vogliono accogliere l’annuncio del vangelo: "Sarete odiati da tutti a causa del mio nome" (v. 22).

Il discepolo, quando è perseguitato, deve perseverare fino alla fine (v. 22). Non c’è alternativa per essere salvati. Il vangelo impegna a tempo pieno e per sempre.

La persecuzione fa parte della storia della salvezza: è la via della croce che continua. Il mondo ha odiato il Cristo e continua a odiarlo nei suoi discepoli. La ragione dell’odio è sempre la stessa: "per causa mia" (v. 18).

Il mondo odia i discepoli di Cristo perché con la loro esistenza lo mettono in questione, lo turbano e lo contestano. La persecuzione è una magnifica occasione per testimoniare Cristo davanti a tutti (v. 18).

Gesù non promette ai suoi missionari il successo e il prestigio, ma prospetta loro un destino di sofferenza e di persecuzione. Essi non devono preoccuparsi di fronte alle aggressioni, ma attendere e avere fiducia nell’azione di Dio. Il discepolo è chiamato a percorrere la strada della testimonianza nella sofferenza, prendendo come modello Gesù, il crocifisso risorto.

Il v. 23 promette la consolazione e il conforto della venuta del Figlio dell’uomo. Egli si prenderà cura dei suoi messaggeri perseguitati e scacciati.

24 Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; 25 è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!
26 Non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. 27 Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti. 28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; 31 non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

I discepoli non devono cercare o attendersi una sorte diversa da quella toccata al loro Maestro. Se Gesù è stato calunniato e chiamato Beelzebùl, il principe dei demoni, quanto più saranno calunniati i suoi discepoli. Il nome Beelzebùl, dato in senso dispregiativo a Gesù, significa "padrone della casa". Per questo i suoi discepoli sono chiamati "i suoi familiari", cioè quelli della sua casa.

Il comandamento "Non temete" ripetuto tre volte è un forte invito al coraggio. Il coraggio deve manifestarsi nel parlare chiaro e nel gridare coi fatti il messaggio di Cristo, nel non temere la persecuzione e la morte del corpo, e nel non vergognarsi mai di Cristo davanti agli uomini.

La paura dei discepoli nasce dalla mancanza di fede in Dio Padre e dalla mancanza di libertà nei confronti di se stessi. Per seguire Cristo bisogna rinnegare se stessi (Mt 10,37-39). Chi non rinnega se stesso, rinnega Cristo, come ha fatto Pietro (Mt 26,69-75).

Riconoscere il Cristo davanti agli uomini è molto più che parlare di lui o associarsi alla comunità dei cristiani: è solidarietà totale con il suo mistero di morte e risurrezione. La morte del martire non è assenza di Dio, ma realizzazione del progetto di Dio e configurazione al Cristo morto e risorto, culmine della testimonianza cristiana.

34 Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare
il figlio dal padre, la figlia dalla madre,
la nuora dalla suocera:
36 e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa.
37 Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; 38 chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. 39 Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41 Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42 E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa".

Gesù non è venuto a suscitare guerre fratricide, ma a portare un messaggio d’amore e di salvezza. Egli non ha mandato i suoi discepoli a portare la spada, ma la pace (Mt 5,9; 10,12-13), il perdono (Mt 6,14-15), la riconciliazione (Mt 5,23-26), la mitezza (Mt 5,39-42; 10,16) e l’amore dei nemici (Mt 5,43-48). Ma davanti a questo splendido messaggio di bontà gli uomini possono reagire in due modi: accogliendo o rifiutando il vangelo. Quelli che si oppongono in modo violento al vangelo e agli evangelizzatori producono la rottura e la divisione. E ciò può avvenire anche all’interno della stessa famiglia.

Gesù è venuto a portare la spada del giudizio di Dio che separa il bene dal male, coloro che credono in lui da coloro che lo rifiutano. La parola di Dio è come una spada che penetra nell’intimo di ogni persona e la giudica mettendo in evidenza le sue vere intenzioni (Eb 4,12-13). Di fronte a questa scelta radicale, pro o contro Cristo, il discepolo deve essere disposto a prendere la croce della rottura con i familiari e a seguire Cristo. E’ questione di vita o di morte. E per avere la vita eterna bisogna essere disposti a perdere la vita temporale. Cristo è Dio che dev’essere amato più di ogni altra persona, perfino più di se stessi. Il linguaggio di Gesù è comprensibile per chi crede che Dio risuscita i morti e dà la vita eterna a chi ha perduto la vita per causa di Cristo.

La conclusione del discorso missionario non è rivolta ai missionari, ma a coloro che li accolgono. Chi accoglie i missionari accoglie Cristo e il Padre che li ha mandati. Accoglierli come profeti significa prima di tutto ascoltarli e accettare il messaggio che annunciano. Accoglierli come giusti significa non considerarli come semplici viandanti che chiedono ospitalità, ma come uomini di Dio. Accoglierli come piccoli significa considerarli deboli e bisognosi. E’ il Signore che li ha mandati senza soldi e senza mezzi (Mt 10,9-10): essi hanno affidato il problema del loro sostentamento alla provvidenza del Padre e all’accoglienza dei fratelli. E coloro che li accolgono non devono preoccuparsi perché, se sono dei veri missionari, si accontenteranno di poco (un bicchiere d’acqua fresca), di quel minimo indispensabile per riprendere il viaggio e l’annuncio del regno di Dio.

Nella conclusione del discorso, Matteo vuole mettere in evidenza che quanto ha scritto è il documento ufficiale della missione apostolica per tutti i discepoli di tutti i tempi.

 


Capitolo undicesimo

1 Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.
2 Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 3 "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?". 4 Gesù rispose: "Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: 5 I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, 6 e beato colui che non si scandalizza di me". 7 Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: "Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8 Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! 9 E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. 10 Egli è colui, del quale sta scritto:
Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero
che preparerà la tua via davanti a te.

Giovanni aveva annunciato il Messia in questi termini: "Colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile"(Mt 3,11-12). L’attività di Gesù non rispecchia questa presentazione. Egli è sì "più potente" di Giovanni, ma più potente nell’amore. Egli si rivolge a tutti con amore e misericordia. Non castiga i peccatori, ma li perdona (Mt 9,2).

Gesù risponde a Giovanni proprio presentando le sue opere che sono la causa dei dubbi del Battista, dei suoi discepoli e di tutti coloro che aspettano il Dio giudice invece del Dio salvatore (Mt 1,21). Richiamandosi a Is 29,18-19; 35,5-6; 6,1, Gesù annuncia una concezione di Dio e della salvezza diversa da quella di Giovanni. Il Dio diventato uomo in Gesù di Nazaret è diverso da come se l’aspettavano Giovanni e i giudei di allora, ma è anche tanto diverso da come ce l’aspettiamo noi quando lo pensiamo nella linea della potenza invece che nella linea dell’amore.

Il vangelo della croce, il vangelo di Gesù che ama gli uomini fino alle estreme conseguenze dando la vita per i peccatori, mette a dura prova la fede di tutti. Lo scandalo dell’amore infinito di Dio, che lo porta alla croce, scandalizza Giovanni il Battista prima ancora di scandalizzare Pietro (Mt 16,21-23). Beati quelli che non si scandalizzano delle scelte fatte da Dio, le scelte dell’amore. Beati quelli che si convertono dalla falsa immagine di Dio e credono nel Dio del vangelo (Mc 1,15).

Per essere nel numero dei beati che non si scandalizzano di Gesù bisogna entrare nel numero di quei "poveri" ai quali "è predicata la buona novella" (Mt 11,5; Is 61,1). L’azione che Gesù rivolge ai poveri, ai piccoli, agli insignificanti è la chiave per comprendere "il vangelo del Regno" (Mt 9,35).

Non deve meravigliare se Gesù è una bellissima sorpresa per tutti. Anche Giovanni il Battista "il più grande tra i nati di donna" (v. 11) rimane frastornato. E non poteva essere diversamente. Era un uomo. E anche il più grande degli uomini rimane sempre infinitamente al di sotto di ciò che si può dire sul conto di Dio e di ciò che ci si può attendere da Dio.

Gesù riconosce in Giovanni un uomo fermo e inflessibile nel proclamare la verità di Dio anche davanti ai potenti della terra (Mt 14,3-12), un uomo povero e ascetico come tutti i grandi inviati di Dio (Mt 3,4). Giovanni è colui che ha preparato la via al Signore Gesù (Mt 3,3). Per questo Gesù tributa a Giovanni un giudizio di massimo rispetto proclamandolo "più che un profeta" e "il più grande tra i nati di donna".

11 In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. 12 Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. 13 La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14 E se lo volete accettare, egli è quell'Elia che deve venire. 15 Chi ha orecchi intenda.

Il discorso su Giovanni però continua. Gesù riprende con l’espressione "in verità vi dico" che serve a dare rilievo e importanza a quanto segue: "Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui" (v. 11). Gesù passa dalla realtà umana (lo stato di figlio di donna) alla realtà di figlio di Dio che solo i "piccoli" possiedono. Con questa affermazione Gesù sconvolge totalmente la concezione di ciò che è grande e di ciò che è piccolo. La vera grandezza è la piccolezza. Il vero "più piccolo" nel regno dei cieli è proprio il Signore Gesù, il quale non si presenta come il giudice adirato annunciato dal Battista (Mt 3,6-12), ma come il Servo che solidarizza con i peccatori e dà la sua vita per loro (Mt 3,3-17; 12,15-21; 20,28).

Gesù esprime il suo giudizio sul Battista. La grandezza di Giovanni non consiste soprattutto nell’austerità della sua vita e nella fortezza del suo carattere, ma nell’aver preparato la via davanti al Cristo.

Giovanni Battista è inserito nella linea di continuità con i profeti dell’Antico Testamento, i quali hanno preparato la via a Gesù. In questo senso è il più grande: perché in lui l’attesa d’Israele trova il suo compimento. Ma vi è al tempo stesso una rottura: il regno dei cieli. divenuto vicino agli uomini in Gesù, è di una novità assolutamente radicale; in questo senso il più piccolo nel regno dei cieli, cioè il discepolo di Gesù, è più grande di lui. Si passa così dalla realtà umana (lo stato di figlio nato da donna) alla realtà divina (lo stato di figlio del Padre) che solo i piccoli possono comprendere.

Ciò che Giovanni deve scoprire, e con lui gli ascoltatori di Gesù di tutti i tempi, è che Gesù sconvolge totalmente la concezione di ciò che è grande e di ciò che è piccolo: la vera grandezza è la piccolezza, quello scomparire che si manifesta nell’atteggiamento di Gesù. Il vero "più piccolo" nel regno dei cieli è proprio Gesù, la cui autorità sovrana non assume i tratti del giudice adirato (cfr l’annuncio del Battista in Mt 3,8-12), ma quello di un servitore che si impegna con gli uomini e patisce con essi (cfr Mt 3,13-17; 20,28).

"Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora il regno dei cieli soffre violenza, e i violenti se ne impadroniscono" (v. 12) è un’espressione interpretata in vari modi. Può trattarsi: 1. della santa violenza di coloro che si impadroniscono del regno dei cieli a prezzo di dure rinunce; 2.della violenza malvagia di coloro che pretendono di stabilire il Regno con le armi (gli zeloti); 3. della tirannia delle potenze demoniache, o dei loro fautori terreni, che pretendono di conservare l’impero di questo mondo e impedire l’affermazione del regno di Dio. Infine alcuni traducono: "il regno dei cieli si fa strada con violenza", cioè si stabilisce con forza a dispetto di tutti gli ostacoli.

Senza nulla togliere alle varie interpretazioni, il contesto di Matteo consiglia la terza là dove dice: "Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci" (Mt 23,13).

L’interpretazione cristiana del Battista identifica Giovanni con l’atteso Elia quale precursore del Messia (Ml 3,23-24; Sir 48,10). Il rifiuto del Battista da parte degli scribi e dei farisei è intimamente legato col rifiuto di Gesù da parte degli stessi (Mt 11,19). Chi rifiuta il Messia, rifiuta anche colui che l’ha preceduto. Il destino del Messia è anche il destino del suo precursore (Mt 17,12).

Questa parte del discorso si conclude con un grido di risveglio (v. 15). L’uomo della Bibbia è ascoltatore della Parola. Ascoltando egli giunge alla fede, non ascoltando si rende colpevole.

Gesù ha pienamente riconosciuto il Battista e la sua opera e gli ha tributato un giudizio di massimo rispetto definendolo "più che un profeta" e "il più grande tra i nati di donna".

16 Ma a chi paragonerò io questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono:
17 Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.
18 E' venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. 19 E' venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere".

Di fronte a Giovanni che è "più che un profeta" (Mt 11,9) e a Gesù che è il Messia, "questa generazione" recalcitra come dei monelli che si rifiutano di stare al gioco. L’espressione "questa generazione" designa tutti coloro che sono incapaci di udire, di vedere e di giudicare adeguatamente. Gesù rimprovera agli uomini di "questa generazione" di essere come bambini capricciosi che vogliono essere lasciati in pace, che non vogliono essere sollecitati a fare delle scelte. Rifiutano un atteggiamento e anche il suo contrario, criticano una proposta e anche l’altra: e questo è la prova della loro insincerità e della loro cattiva volontà.

I canti di gioia che invitano alla danza simboleggiano l’opera di Gesù, la sua comunione conviviale con i peccatori. Le lamentazioni indicano il Battista e la sua vita ascetica. Entrambi hanno incontrato il rifiuto di "questa generazione".

La generazione del rifiuto ha preso la scusa dalla vita austera del Battista per muovergli l’accusa di essere un ossesso. L’accusa rivolta a Gesù si riferisce alla sua comunione conviviale con i pubblicani e i peccatori (Mt 9,11), che manifestava la sua offerta di grazia per tutti e la sua misericordia. Il rimprovero "mangione e beone" equivale a buono a nulla, fannullone, parassita.

Di fronte a un giudizio così offensivo, duro e umiliante, Gesù ha una giustificazione da presentare: le sue opere. Matteo parla delle opere della sapienza e dice che la sapienza personificata è Cristo (cfr 1Cor 1, 24. 30).

"Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere" (v. 19). La sapienza designa l’azione di Dio nella creazione e nella storia (cf. Sir 24; 42,15-25; Sap 10,1-11) ed esprime la volontà di Dio (Sap 9,13-18) che si lascia conoscere attraverso lo Spirito del Signore. Questa allusione alla sapienza ricorda Sir 18,1-4 dove il Signore viene proclamato giusto proprio per le sue opere.

I rapporti di Gesù con i peccatori, l’accoglienza riservata loro – espressione della benevola volontà di Dio a cui egli si attiene nell’operare – diventano uno scandalo. Lo scandalo nasce dal fatto che egli col suo comportamento abbatte i muri che essi avevano accuratamente eretti tra sé e gli altri a salvaguardia dei loro privilegi.

20 Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: 21 "Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. 22 Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. 23 E tu, Cafarnao,
sarai forse innalzata fino al cielo?
Fino agli inferi precipiterai!
Perché, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! 24 Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!".

I contemporanei di Gesù, che non hanno voluto credere alle sue parole, non si sono lasciati persuadere neppure dalle sue opere prodigiose. Il rifiuto delle città del lago strappa a Gesù un’esclamazione di sofferenza e di indignazione, come un lamento che sale alle labbra di fronte a una disgrazia che poteva essere evitata.

Le città fortificate della Galilea furono le prime ad essere assediate ed espugnate dai romani, fin dal 67, durante la rivolta del 67-70, che culminò nella distruzione di Gerusalemme.

L’evangelista ci vuole ricordare la maggiore prontezza dei pagani nell’accogliere il vangelo in confronto con il popolo di Israele. L’alternativa al giudizio di condanna è la conversione a Cristo. Non esiste una terza possibilità. Il rifiuto cosciente della fede rende l’uomo colpevole.

25 In quel tempo Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.

L’opera di Gesù è presentata come rivelazione di Dio. Le "cose" che il Padre ha rivelato ai piccoli sono l’intero vangelo, cioè quella nuova comprensione di Dio e della sua volontà che è manifestata nei comportamenti e nelle parole di Gesù. I sapienti e gli intelligenti, ai quali il Padre ha tenuto nascoste queste cose, sono i rabbini e i farisei che restano ciechi di fronte alla chiarezza delle parole di Gesù e irritati perché predica ai poveri.

I piccoli non sono i bambini, ma gli uomini senza cultura, senza competenza nelle scienze religiose. Concretamente, al tempo di Gesù, erano i poveri popolani disprezzati cordialmente dagli scribi e dai farisei. Di essi dicevano: "Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può appartenere a Dio".

Questo brano contiene un forte richiamo alla conversione rivolto a tutti, ma specialmente ai teologi. La rivelazione della sapienza di Dio non incontra l’uomo nella sua sapienza e assennatezza, ma dove smette di fare affidamento sulla propria sapienza. Dio dona la sua rivelazione a modo suo. Il cuore umano trova riposo quando accoglie come dono la bontà e l’amore di Dio e quando percorre deciso il cammino nel quale Cristo l’ha preceduto: il cammino della croce.

28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero".

Gli affaticati e gli oppressi sono coloro che penavano sotto le pesanti prescrizioni della legge e che si sentivano smarriti davanti alla dottrina difficile e complicata dei rabbini. Gesù invita tutti costoro a cercare nel suo vangelo la vera volontà di Dio: una volontà esigente, ma lineare e semplice, alla portata di tutti. Gesù si definisce mite e umile di cuore. Mite significa l’atteggiamento di Gesù nei confronti degli uomini, un atteggiamento lineare, coraggioso ma non violento; misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche severo ed esigente. Umile indica l’atteggiamento ubbidiente e docile alla volontà del Padre: un atteggiamento interiore, libero e voluto.

Il "riposo" che Gesù offre, corrisponde alla promessa biblica di pace e felicità. Al seguito di Gesù, la volontà di Dio non è più un giogo oppressivo e duro, ma genera già ora quella pace gioiosa promessa agli umili e ai miti, garanzia della salvezza definitiva. Gli insegnamenti degli scribi e dei farisei, invece, sono "pesanti fardelli che impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito" (Mt 23,4) e producono allontanamento da Dio e disperazione di potersi salvare.

Al contrario, il "carico" di Gesù è leggero; la religione cristiana non consiste nell’osservanza della legge giudaica ma nell’entrare nel rapporto del Figlio con il Padre assumendo l’atteggiamento dei piccoli. Tutti coloro che sono disillusi da ogni forma di religione che non salva e appesantisce la vita sono invitati a seguire Gesù che porta al mondo la religione vera e definitiva.

Gesù si presenta " mite e umile di cuore". Mite significa il suo atteggiamento accogliente e misericordioso verso gli uomini. Umile di cuore indica il suo atteggiamento ubbidiente alla volontà del Padre.

Gesù non è un maestro autoritario. Egli non impone agli altri i pesi che prima non ha portato lui. Il giogo è "suo" perché l’ha portato lui per primo ed è "leggero" perché non contiene ordini assurdi e impossibili. Lo ricordava Pietro nell’assemblea degli apostoli e degli anziani a Gerusalemme: "Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati…" (At 15,10-11). E la prima lettera di Giovanni ci assicura: "I suoi comandamenti non sono gravosi" (1Gv 5,3).

 


Capitolo dodicesimo

1 In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano. 2 Ciò vedendo, i farisei gli dissero: "Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato". 3 Ed egli rispose: "Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? 4 Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? 5 O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? 6 Ora io vi dico che qui c'è qualcosa più grande del tempio. 7 Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa. 8 Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato".

Gesù riporta il sabato alla sua vera funzione di spazio dell’azione di Dio nella storia dell’uomo. La vera misura dell’osservanza del sabato, cioè del proprio rapporto con Dio, non è il culto con tutte le sue prescrizioni ma la misericordia che si manifesta nelle opere d’amore verso i bisognosi.

Gesù è il figlio dell’uomo signore del sabato: è lui l’inviato di Dio autorizzato a dirci cosa Dio vuole o non vuole, che cosa è più importante o meno importante. Per Dio la realtà più importante è l’uomo. L’uomo è più importante del tempio e più importante del sabato (Mt 2,27).

I farisei di allora e quelli di tutti i tempi partivano da un principio che sembra assolutamente giusto, ma che è completamente sbagliato: Dio è superiore all’uomo, quindi prima viene l’onore di Dio, poi il bene dell’uomo.

A questo ragionamento soggiace la convinzione che l’onore di Dio, che è amore, possa trovarsi in conflitto col bene dell’uomo. La gloria di Dio, invece, è sempre il bene dell’uomo, come ci ricorda sant’Ireneo: "La gloria di Dio è l’uomo vivente". La signoria di Dio, padrone del sabato, si manifesta nell’amore e quindi la vera osservanza del sabato dev’essere una celebrazione dell’amore di Dio per l’uomo e dell’uomo verso il suo simile.

La religione non consiste nell’osservanza arida e ossessiva della legge, ma nell’accogliere la misericordia di Dio e nel donarla agli altri. I farisei non hanno misericordia verso i discepoli di Gesù che hanno fame. La misericordia che si preoccupa della fame del prossimo è più importante del sacrificio, cioè dell'osservanza puramente letterale della legge del sabato.

Il comandamento dell’amore è il criterio sul quale vanno valutati tutti gli altri: o sono manifestazioni d’amore o decadono. Il sabato (la domenica per noi cristiani) dev’essere il giorno della misericordia accolta e donata.

9 Allontanatosi di là, andò nella loro sinagoga. 10 Ed ecco, c’era un uomo che aveva una mano inaridita, ed essi chiesero a Gesù: "E’ permesso curare di sabato?". Dicevano ciò per accusarlo. 11 Ed egli disse loro: "Chi tra voi, avendo una pecora, se questa gli cade di sabato in una fossa, non l’afferra e la tira fuori? 12 Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora! Perciò è permesso fare del bene anche di sabato". 13 E rivolto all’uomo, gli disse: "Stendi la mano". Egli la stese, e quella ritornò sana come l’altra. 14 I farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo.

La prima parte del capitolo 12 è centrata sul problema del sabato. La questione è importante perché il sabato ha un posto essenziale nella religione ebraica. A. J. Heschel scrive: "Il sabato è un pegno della superiorità dello spirito sull’universo e del sacro sul bene... Il sabato è ben più di un giorno, di un nome dato al settimo giorno della settimana. È l’eternità nel tempo, il sottosuolo spirituale della storia". Gesù ritrova le radici del giudaismo, restituendo il sabato alla sua funzione di spazio spirituale dell’azione di Dio nella storia dell’uomo. Riducendo la pratica del sabato a una casistica del lecito e del proibito, non si rispetta la realtà del sabato. Non il culto con tutte le sue prescrizioni, ma la misericordia dà la vera misura dell’osservanza del sabato. Il pensiero di Gesù è racchiuso in tre affermazioni: "Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio" (12,6); "Il Figlio dell’uomo è signore del sabato" (12,8); "Quanto è più prezioso un uomo di una pecora" (12,12). La seconda affermazione è cristologica: è arrivato il Figlio dell’uomo: è lui il profeta autorizzato a dirci che cosa Dio vuole o non vuole, che cosa è più importante o meno importante. La prima e la terza affermazione invece, ricordano che per Dio la realtà più importante è l’uomo. È questo il punto più nuovo del ragionamento di Gesù. Se i sacerdoti possono infrangere la regola del sabato per svolgere il loro servizio al tempio, quanto più la si può infrangere per fare del bene all’uomo: l’uomo è più grande e più importante del tempio. E se è lecito estrarre dalla fossa una pecora, di sabato, è certamente più lecito fare del bene a un uomo, di sabato. I farisei partivano da un principio che può sembrare tanto ovvio: Dio è superiore all’uomo, quindi prima l’onore di Dio, poi il bene dell’uomo. E questo è un errore teologico primario, grave, che sta alla sorgente di tante deduzioni sbagliate. Si supponeva infatti che l’onore di Dio, che è amore, possa trovarsi in conflitto con il bene dell’uomo. La gloria di Dio, invece, è sempre il bene dell’uomo. La signoria di Dio si manifesta nell’amore. E l’osservanza del sabato deve essere una celebrazione di questo amore per l’uomo, non una smentita. Con la sua presenza, nella quale il regno di Dio si è fatto vicino agli uomini, Gesù universalizza il tempio e il sabato: con lui tutta la terra diventa tempio e la totalità del tempo diventa sabato.

"I farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo". Decidono di uccidere Dio perché ama l’uomo.

15 Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli guarì tutti, 16 ordinando loro di non divulgarlo, 17 perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia:
18 Ecco il mio servo che io ho scelto;
il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annunzierà la giustizia alle genti.
19 Non contenderà, né griderà,
né si udrà sulle piazze la sua voce.
20 La canna infranta non spezzerà,
non spegnerà il lucignolo fumigante,
finché abbia fatto trionfare la giustizia;
21 nel suo nome spereranno le genti.

La notizia della decisione dei farisei di far morire Gesù ci introduce nella comprensione della sua messianicità: egli non è il messia spettacolare, ma il Servo sofferente del Signore, "mite e umile di cuore" (Mt 11,29) e benevolo verso tutti i malati e i peccatori.

Egli non affronta direttamente i suoi avversari, ma si ritira. Questo è lo stile di Gesù quando viene minacciato (Mt 4,12; 14,13). Egli non desidera lo scontro frontale perché non è venuto per sconfiggere l’uomo, ma per salvarlo.

La missione di Gesù non corrisponde alle attese di un messia vincente e acclamato. Egli porta a compimento tutte le promesse della storia della salvezza come Servo sofferente del Signore usando unicamente i mezzi dell’amore.

I verbi del testo di Isaia "non contenderà, non griderà, non spezzerà, non spegnerà" ci assicurano che Gesù non ha fatto del male a nessuno. Il suo amore per gli uomini non gli ha permesso di essere come lo avrebbero voluto il Battista e i suoi connazionali: pieno di zelo nel combattere i nemici, insignito di tutti i poteri, battagliero, travolgente. E’ stato invece mite, umile, buono e comprensivo con tutti.

Egli non è un conquistatore di popoli che travolge tutto e tutti, ma salva la vita e rianima la speranza dei più deboli.

L’umanità malata e peccatrice non ha bisogno di urla e di minacce, ma di conforto e di misericordia.

Gesù è la manifestazione della bontà di Dio per tutti gli uomini (cf. Tt 2,11).

22 In quel tempo gli fu portato un indemoniato, cieco e muto, ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva. 23 E tutta la folla era sbalordita e diceva: "Non è forse costui il figlio di Davide?". 24 Ma i farisei, udendo questo, presero a dire: "Costui scaccia i demòni in nome di Beelzebùl, principe dei demòni".
25 Ma egli, conosciuto il loro pensiero, disse loro: "Ogni regno discorde cade in rovina e nessuna città o famiglia discorde può reggersi. 26 Ora, se satana scaccia satana, egli è discorde con se stesso; come potrà dunque reggersi il suo regno? 27 E se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri figli in nome di chi li scacciano? Per questo loro stessi saranno i vostri giudici. 28 Ma se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio. 29 Come potrebbe uno penetrare nella casa dell’uomo forte e rapirgli le sue cose, se prima non lo lega? Allora soltanto gli potrà saccheggiare la casa. 30 Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde. 31 Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. 32 A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.

Per due volte Matteo parla delle guarigioni operate da Gesù, sottolineandone il carattere universale ("tutti";12,15) e il significato messianico (un indemoniato cieco e sordomuto: 12,12; cf. 11,5). Gesù tuttavia rifiuta una propaganda prematura (12,16) mentre le folle, fuori di sé, intuiscono in lui qualcosa del Messia: "Non è forse costui il figlio di Davide?" (12,23). Come l’indemoniato guarito anch’esse cominciano a riacquistare la vista e la parola. Gesù è veramente il servo di cui parlava Isaia, il prediletto di Dio, colui che ha ricevuto l’unzione dello Spirito per annunziare a tutti i popoli del mondo la giustizia, ossia il diritto divino che regola i rapporti di Dio con gli uomini e si esprime essenzialmente con la rivelazione e con la vera religione che ne deriva. È lui il giudice promesso, ma non si impone come un conquistatore o un oppressore di popoli; al contrario, la sua azione benefica e attenta ad ogni segno di apertura e di accoglienza, al minimo segno di vita, costituisce un segno di speranza universale.

Di fronte ai miracoli di Gesù avviene una divisione: da una parte la folla, dall’altra i farisei. L’accaduto è lo stesso, ma il giudizio è diverso perché il giudizio non è fatto in base all’accaduto, ma è determinato dall’interno, dal cuore dell’uomo e le valutazioni sono guidate da qualcosa che le precede. Ogni uomo valuta gli avvenimenti alla luce del suo cuore. Nel linguaggio semitico il cuore è il nocciolo della personalità, il punto centrale che determina il pensiero, gli atteggiamenti, i giudizi. Per Gesù il primo dovere è di tenere pulito il cuore, prima ancora di seguirne i dettami. Perché non si tratta solo di fare cose di cuore, se il cuore è cattivo, ma di fare cose che provengono da un cuore retto, capace di intuire il disegno di Dio e di valutare rettamente. La religione e la morale non sono solo questione di intelligenza, ma soprattutto questione di amore alla verità. Se questo amore manca, l’uomo è cieco di fronte a Cristo e alle sue proposte. È alla luce di questi pensieri che possiamo comprendere il testo: "Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonato agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo né in quello futuro" (12,31-32). Vi è una chiusura alla verità che non lascia più la possibilità di ravvedimento e come tale è imperdonabile. Non si può perdonare chi non vuole essere perdonato. La differenza tra la bestemmia contro il Figlio dell’uomo (che può essere perdonata) e la bestemmia contro lo Spirito Santo (che non sarà perdonata) consiste in questo: di fronte a Gesù che si dichiara Figlio di Dio, ma che si presenta uomo come noi, si può capire il rifiuto e c’è posto ancora per la buona fede: il rifiuto di Cristo non è dunque necessariamente il rifiuto della verità conosciuta; ma c’è anche una forma di rifiuto contro la quale Dio non può far niente, cioè il rifiuto stesso del perdono. Bestemmiare contro lo Spirito Santo, rifiutare cioè volontariamente la rivelazione quando la si è sentita come un pressante invito nel fondo del cuore, è affermare di non avere bisogno di salvezza: ed è questo che condanna definitivamente l’uomo (12,32-37). La "bestemmia" di cui si parla qui è una presa di posizione definitiva: manifesta il fondo marcio (12,33) o malvagio (12,34-35) dell’uomo che non si espone al perdono di Dio e che si permette di giudicare negativamente l’opera di Dio attribuendola addirittura al diavolo.

33 Se prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero. 34 Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore. 35 L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. 36 Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; 37 poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato".

Scopriamo qui la profondità di significato del termine "parola" come atto e opera decisiva che esprime la decisione dell’uomo che scaturisce dalla sua realtà più profonda (12,35).

L’uomo va visto come un tutto: pensiero, parola e azione, in ultima analisi, sono inscindibili.

Un albero si riconosce dai frutti; la parola è il frutto del cuore e il cuore è la radice dell’uomo. La parola è qui il riconoscimento o il rifiuto del regno di Dio conosciuto attraverso lo Spirito nella persona di Gesù. L’orientamento che viene assunto di fronte al Cristo rende l’uomo buono; e questo orientamento verrà definitivamente manifestato nel giudizio finale. E come la sapienza è proclamata giusta dalle sue opere (Mt 11,19) così la parola dell’uomo lo proclama giusto o lo condanna: giusto se accoglie Gesù, condannato se lo rifiuta.

38 Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: "Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno". Ed egli rispose: 39 "Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. 40 Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41 Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona! 42 La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone!

Alcuni scribi e farisei chiedono a Gesù di vedere un segno. Evidentemente chiedono un segno più convincente di quelli che egli ha compiuto finora. Ma Gesù rifiuta sdegnosamente questa pretesa: non darà loro alcun segno, se non il segno di Giona profeta.

Nella interpretazione di Matteo il segno di Giona profeta è la risurrezione: "come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (12,40). Ma fatta questa precisazione, il pensiero va subito in un’altra direzione: cioè all’accoglienza che ha la predicazione di Gesù.

Il confronto è seguito da una severa condanna e dalla constatazione che l’evangelista ha già fatto altre volte: i pagani sono più disponibili dei giudei alla parola di Dio e alla conversione.

Gesù scaccia i demoni e dimostra che questo è il segno dell’arrivo del regno di Dio vittorioso sulle forze del male. Tuttavia il tempo di satana continua. Una volta scacciato, torna.

Gesù avverte che la venuta del regno di Dio non sottrae gli uomini dalla possibilità di ricadere sotto il dominio di satana. Di fronte alla venuta di Gesù, satana intensifica i suoi attacchi e, se gli riesce di ritornare là donde Cristo l’aveva scacciato, ci si trova in una condizione peggiore di prima. Come appunto avvenne ai contemporanei di Gesù.

Il rimprovero di Gesù: "generazione malvagia e adultera" si riferisce all’idea dell’alleanza con Jahwè, che Israele non ha rispettato, diventando così una meretrice. Con la richiesta di un segno i farisei dimostrano di essere tali. Essa è l’espressione della mancanza di fede e dell’abbandono dello sposo Jahwè. Il rimprovero appare limitato al gruppo degli scribi e dei farisei, anche se finisce per riguardare tutto il popolo (17,17).

Gesù, nel riferirsi ancora alla figura di Giona e appellandosi al giudizio finale, condanna questa generazione di cui i capi sono responsabili. Se alla predicazione di Giona gli abitanti di Ninive, pur essendo pagani, si sono convertiti, alla predicazione di Gesù il popolo d’Israele non ha dato alcun segno di conversione. E nel giudizio finale gli abitanti di Ninive, in maniera paradossale, giudicheranno l’incredulità del popolo eletto da Dio, Israele.

Il secondo annuncio di giudizio ricorre all’episodio biblico della " regina del sud" (1Re 10,1-13; 2Cr 9,1-12), anch’essa pagana, la quale è venuta da molto lontano per ascoltare la sapienza di Salomone. I giudei hanno potuto ascoltare un profeta ben più grande di Giona e un maestro ben più sapiente di Salomone, e non si sono convertiti.

43 Quando lo spirito immondo esce da un uomo, se ne va per luoghi aridi cercando sollievo, ma non ne trova. 44 Allora dice: Ritornerò alla mia abitazione, da cui sono uscito. E tornato la trova vuota, spazzata e adorna. 45 Allora va, si prende sette altri spiriti peggiori ed entra a prendervi dimora; e la nuova condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima. Così avverrà anche a questa generazione perversa".

Alcuni scribi e farisei chiedono a Gesù di vedere un segno. Evidentemente chiedono un segno più convincente di quelli che egli ha compiuto finora. Ma Gesù rifiuta sdegnosamente questa pretesa: non darà loro nessun segno, se non il segno di Giona profeta. Nella interpretazione di Matteo il segno di Giona profeta è la risurrezione: "come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (12,40). Ma fatta questa precisazione, il pensiero va subito in un altra direzione: cioè nell’accoglienza che ha la predicazione di Gesù. Il confronto è seguito da una severa condanna e dalla constatazione che l’evangelista ha già fatto altre volte: i pagani sono più disponibili dei giudei alla parola di Dio e alla conversione. Gesù scaccia i demoni e dimostra che questo è il segno dell’arrivo del regno di Dio vittorioso sulle forze del male. Tuttavia il tempo di satana continua. Una volta scacciato, torna. Gesù avverte che la venuta del regno di Dio non sottrae gli uomini dalla possibilità di ricadere sotto il dominio di satana. Di fronte alla venuta di Gesù, satana intensifica i suoi attacchi e se gli riesce di ritornare là donde Cristo lo aveva scacciato, ci si può trovare in una condizione peggiore di prima. Come appunto avvenne ai contemporanei di Gesù.

46 Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. 47 Qualcuno gli disse: "Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti". 48 Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". 49 Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: "Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; 50 perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre".

Il confronto di Gesù con gli scribi e i farisei ci ha mostrato a quale profondità il regno di Dio mette in questione l’uomo, giudicandolo sulle motivazioni ultime del suo agire. Ora Matteo riporta la nostra attenzione verso le folle e la parentela di Gesù. L’intervento di Gesù ci presenta di nuovo la rottura che il regno dei cieli produce nei confronti dei legami umani di parentela. La parentela che viene dal Padre è più importante di quella che deriva dai legami di sangue: questa è umana e temporale, quella è divina ed eterna.

Una nuova famiglia nasce attorno a Gesù. L’immagine di questa nuova cerchia familiare è rafforzata dal fatto che Matteo designa Dio col nome di Padre. Chi fa la volontà del Padre come Gesù, diventa per lui fratello, sorella e madre. Questa comunione ha sopra di sé il Padre celeste e, in mezzo, Gesù come fratello di tutti (18, 20).

Essere discepoli di Gesù è qualcosa di diverso dal possedere un certificato di battesimo. Il discepolo si mostra tale compiendo la volontà del Padre, così come Gesù l’ha annunciata. Solo coloro che sono disposti a impegnarsi totalmente per accogliere e vivere la parola di Gesù appartengono alla famiglia di Gesù.

La fraternità ecclesiale non è frutto di un impegno moralistico o di uno spirito corporativo, ma trae origine e significato dalla fede in Cristo.

 


Capitolo tredicesimo

1 Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. 2 Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
3 Egli parlò loro di molte cose in parabole.
E disse: "Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. 6 Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. 7 Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. 8 Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. 9 Chi ha orecchi intenda".
10 Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: "Perché parli loro in parabole?".
11 Egli rispose: "Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12 Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 13 Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. 14 E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice:
Voi udrete, ma non comprenderete,
guarderete, ma non vedrete.
15 Perché il cuore di questo popolo
si è indurito, son diventati duri di orecchi,
e hanno chiuso gli occhi,
per non vedere con gli occhi,
non sentire con gli orecchi
e non intendere con il cuore e convertirsi,
e io li risani.
16 Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. 17 In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono!
18 Voi dunque intendete la parabola del seminatore: 19 tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20 Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, 21 ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. 22 Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. 23 Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta".

Questa parabola viene raccontata da Gesù dopo aver subìto il rifiuto dei suoi contemporanei. Egli ha annunciato il regno di Dio, l’intervento di Dio in favore del suo popolo, ed è stato contestato. Proclamando questa parabola ci insegna che, nonostante l’apparente insuccesso della sua missione, ci sono anche coloro che l’hanno riconosciuto e accolto: i piccoli, i peccatori, i discepoli.

Gesù ha rivoluzionato i criteri della predicazione corrente (farisaica) comunicando il messaggio di Dio a ogni sorta di persone. Non si è rivolto solo ai "buoni" o ai "migliori" (il terreno buono del v. 8), ma a tutti. La sua missione non è stata coronata da successi immediati, ma non si è arreso davanti alle delusioni; ha sempre continuato a sperare e a portare avanti la sua opera. Il seminatore Gesù ha pensato di avere sempre davanti a sé un terreno buono, altrimenti non vi avrebbe sparso il seme. Egli ha creduto che anche gli abitanti di Ninive e gli stessi abitanti di Sodoma e di Gomorra avrebbero potuto cogliere con profitto la parola di salvezza (Mt 11,23-24; 12,41), per questo non l’ha rifiutata a nessuno e l’ha offerta a tutti. Egli che è stato chiamato l’amico dei peccatori (Mt 11,19) e che vede i pubblicani e le prostitute al primo posto nel regno dei cieli (Mt 21,31-32), ha dimostrato che anche il terreno più infruttuoso può diventare buono. La parabola annuncia una legge che sottostà alla nuova economia della salvezza: il successo nasce dall’insuccesso, la croce è garanzia di risurrezione.

Ogni pagina del vangelo può essere letta in due dimensioni: la situazione originaria del tempo di Gesù e la sua attualizzazione nel tempo della Chiesa. L’insegnamento della parabola del seminatore, secondo la situazione originaria del tempo di Gesù, non riguarda anzitutto gli ascoltatori, ma i predicatori. La parabola attira l’attenzione sul lavoro del seminatore, un lavoro abbondante, senza misura, senza distinzioni, che in un primo momento sembra inutile, infruttuoso, sprecato. Ma il fallimento è solo apparente: nel regno di Dio non c’è lavoro inutile, non c’è spreco. Il lavoro della semina non deve essere calcolato: bisogna seminare senza risparmio e senza distinzioni. Noi non sappiamo quali terreni daranno frutto: per questo non possiamo anticipare il giudizio di Dio.

La frase finale: " Chi ha orecchi, intenda " è un grido di risveglio. È un avvertimento e un comando a non perdere il significato della parabola e le sue conseguenze nella vita dell’ascoltatore.

Matteo non ci trasmette solo la parabola, ma ci offre anche un’attualizzazione che trasforma la parabola indirizzata ai predicatori in una catechesi per i convertiti. La spiegazione si rivolge ai fedeli e insiste sulla necessità delle disposizioni interiori perché la Parola ascoltata sia capita e porti frutto. Le disposizioni più importanti sono l’apertura e la sensibilità ai valori del regno di Dio, il coraggio di fronte alle persecuzioni, la costanza o perseveranza, la resistenza allo spirito maligno e la libertà interiore.

Il mistero del comprendere o del non comprendere (v. 11) ha un riferimento a Dio. I misteri sono conoscibili solo con l’aiuto di una particolare luce che viene da Dio. Ci si può chiedere in che rapporto stiano tra loro, secondo Matteo, il credere e il conoscere. Per Matteo la fede è principalmente fiducia riposta interamente nella persona di Gesù. La conoscenza si fonda sulla fede e viene concessa alla fede.

Non è la prima volta che nella storia della salvezza si verificano insuccessi come quelli di Gesù. Sembra anzi il destino di tutti i profeti. Gesù ha scelto il linguaggio in parabole perché il popolo d’Israele non ha voluto "vedere e ascoltare" quanto Gesù aveva annunciato e proposto loro in termini semplici e chiari.

I discepoli, invece, sono chiamati a conoscere in pienezza "i misteri del regno di Dio", cioè il piano che Dio ha sull’umanità, rivelato da Gesù stesso attraverso le sue parabole.

La constatazione "a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (v. 12; cf. Mt 25,29) descrive la dinamica paradossale della rivelazione: i discepoli, proprio perché seguono Gesù, possono giungere a una conoscenza sempre più profonda di essa; le folle, al contrario, non avendo preso una decisione favorevole nei suoi confronti, si allontanano sempre più dalla logica del Regno.

La seconda parte della risposta di Gesù indica la vera e propria motivazione del suo parlare in parabole (v. 13). Questo linguaggio mette in evidenza l’atteggiamento della folla che, pur vedendo e ascoltando, non riesce a comprendere. Si tratta di un discernimento che la folla non riesce a fare, proprio perché non ha deciso di mettersi al seguito di Gesù. Essa non capisce Gesù e di conseguenza non capisce il suo linguaggio.

Lo scandalo del rifiuto del Messia rientra nel progetto di Dio attestato dalle Scritture. Mentre di solito Matteo inserisce i testi biblici per offrire al lettore una conferma e un commento, in questo passo pone sulle labbra di Gesù il testo di Isaia. Proprio l’introduzione attraverso il verbo "compiere" (anapleroo) mostra come l’incomprensione della folla porta a compimento la parola di Dio.

Nella terza parte della risposta (v. 16) Gesù evidenzia il privilegio dei discepoli. A differenza della folla, essi possono "vedere e ascoltare". La motivazione della loro felicità viene preceduta dall’espressione "in verità vi dico" con la quale Gesù garantisce la certezza della sua affermazione. Egli colloca i suoi discepoli al vertice di una storia di promesse, i cui destinatari distribuiti in due categorie: "i profeti e i giusti" (v. 17). Questa espressione associa coloro che hanno annunciato la volontà di Dio, i profeti, e coloro che l’hanno attuata, i giusti (cfr Mt 10,41; 23,29). Questi sono i rappresentanti della storia biblica. I discepoli sono beati perché possono conoscere il piano di Dio, che ora viene manifestato da Gesù. Sono essi, e non la sinagoga, la continuazione del vero Israele.

Gesù che ha dichiarato "beati" i discepoli perché hanno l’opportunità di "vedere e di "sentire" (Mt 13,16-17), ora precisa che la loro condizione dipende da lui stesso. Egli infatti spiega loro la parabola.

La prima situazione di rifiuto (v. 19) presenta il caso di chi ascolta la parola ma non la comprende. Il comprendere non è solo il capire, ma l’accogliere in sé, la comprensione profonda e spirituale (Mt 13,51; 16,12; 17,13) perché egli stesso la spiega loro (Mt 13,18.36; 15,17; 17,11-12)

Nel secondo caso (vv. 20-21) la parola viene ascoltata e recepita con gioia. La fase critica è prodotta dall’instabilità dell’accoglienza, descritta attraverso l’immagine della pianta che non riesce ad avere radici. L’insuccesso è causato dalle esperienze di tribolazione (Mt 24,9.21.29) e persecuzione, che sono momenti inevitabili di verifica nel cammino della fede (cf. Mt 8,23-28).

La terza situazione negativa (v. 22) è provocata dalle preoccupazioni materiali di ogni tipo. La ricchezza non è un male in sé, ma l’inquietudine che essa inevitabilmente genera, relativizza l’unico valore primario ed essenziale: l’accoglienza della parola del Regno. Il discepolo infatti si distingue per la libertà nei confronti dei beni materiali (Mt 6,25-34) che, se sopravvalutati, diventano un impedimento nel seguire Gesù (Mt 19-16-30).

L’accoglienza positiva della parola è sottolineata con l’espressione "fare frutto". L’immagine del frutto viene usata spesso per descrivere la fede viva e perseverante (Mt 7,16-20; 13,33; 21, 19.34.41.43).

La perdita nei tre terreni infruttuosi viene largamente ricompensata dal successo della resa del terreno buono.

24 Un'altra parabola espose loro così: "Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. 27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? 28 Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? 29 No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio".

La parabola del grano e della zizzania insegna che nel campo del mondo ci sono i buoni e i cattivi e che esistono in tutti i tempi dei servi impazienti che vorrebbero anticipare il giudizio di Dio. Ma gli uomini non sanno giudicare perché non conoscono né il metro di Dio né il cuore dell’uomo.

Il bene e il male devono crescere fino alla completa maturazione. Il centro della parabola non sta nella scoperta della zizzania e neppure nel giudizio finale della separazione del grano dalla zizzania, ma più propriamente nell’ordine di non stappare la zizzania. La meraviglia e lo scandalo dei servi sta proprio in questo atteggiamento paziente e lungimirante di Dio.

La Chiesa di tutti i tempi è sempre stata agitata dagli scandali e dai peccati dei cristiani. Per ogni situazione problematica vale il detto di Paolo: "Non vogliate giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio" (1Cor 4,5).

Al tempo di Gesù c’erano i farisei che pretendevano di essere santi e perciò si separavano dalla moltitudine dei peccatori. C’era il movimento di Qumran con la sua idea di rigida santità che esigeva il rifiuto di tutti gli impuri. C’era Giovanni il Battista che annunciava il messia che avrebbe separato il grano dalla pula (Mt 3,12).

Viene Gesù e si mescola con i peccatori, li accoglie e mangia con loro (cf. Lc 15,2). Addirittura ha un traditore nel gruppo dei dodici che si è scelto. Possiamo dunque dire che zeloti, farisei e tanti altri pretendevano che il regno di Dio intervenisse in modo netto, chiaro e definitivo. In questo contesto si capisce la forza polemica della parabola di Gesù: la politica del regno di Dio è divina, fatta di tolleranza e di misericordia.

L’elemento della sorpresa da parte dei servitori quando scoprono la zizzania fa pensare che la parabola si applichi alla comunità cristiana che scopre nel suo seno imperfezioni e controtestimonianze al vangelo.

La Chiesa non deve diventare una comunità di puri e di perfetti, estromettendo i deboli e gli inadempienti. Buon grano e zizzania devono crescere insieme fino alla mietitura. Anche perché Dio solo sa chi è buon grano e chi è zizzania.

31 Un'altra parabola espose loro: "Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami".
33 Un'altra parabola disse loro: "Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti".
34 Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, 35 perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta:
Aprirò la mia bocca in parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.

La parabola del granello di senape presenta il contrasto tra la piccolezza del seme e la grandezza della pianta che produce: un albero che offre ospitalità agli uccelli. La piccolezza del granellino sottolinea l’aspetto insignificante e addirittura deludente degli inizi dell’avvento del regno di Dio: la venuta di Gesù corrisponde ben poco alle attese che gli ebrei avevano nei confronti del messia (cf. Mt 3,13-14; 11,2-3).

La parabola del lievito ci insegna che il regno di Dio è presente nel mondo come un fermento che lo trasforma totalmente.

Il regno dei cieli non ha gli inizi sognati dagli apocalittici e sperati dal popolo. Esso si inserirà nella storia quasi inavvertitamente (cfr 11,2-3; 12,20), ma si affermerà ugualmente. Il regno dei cieli è ai suoi inizi storici un seme di senape, ma non sarà tale al suo stadio finale. La parabola è perciò un annuncio di consolazione e di conforto per quanti non riescono a vedere nell’opera del Cristo la realizzazione delle attese messianiche. Essa fa eco alle parole rivolte da Gesù ai discepoli:" Non temete, piccolo gregge, perché piacque al Padre vostro dare a voi il Regno" (Lc 12,32).

La parabola illustra un fatto (l’azione messianica di Gesù), ma soprattutto enuncia una legge (la paradossalità dell’agire di Dio). Essa sottolinea non solo che l’affermazione del Regno avviene nonostante i suoi umili inizi, ma proprio per essi.

Ciò che era uno scandalo è invece il segreto del piano di Dio: la piccolezza e la debolezza non pregiudicano la riuscita futura ma, anzi, ne sono le condizioni necessarie. La debolezza degli uomini del Regno è la loro forza, perché solo allora trovano in Dio tutta la loro confidenza e tutto il necessario appoggio. Il Regno sarà grande nella debolezza (cf. 2Cor 12,9).

Bisogna che i credenti abbandonino i loro appoggi terreni, diventino poveri, umili, deboli per far sì che la Chiesa acquisti i caratteri voluti dal suo fondatore. Chi riceve il Regno come un granello di senape deve uniformare il proprio animo alla lezione che viene dal piccolo seme. Ritorna ancora una volta il messaggio della povertà con cui si apre il discorso della montagna (Mt 5,3).

Il discorso in parabole viene nuovamente e con forza definito come discorso destinato al popolo. Per capirlo non è necessaria una conoscenza speciale. Il salmo 78,2 viene citato proprio perché identifica nelle "parole" uno strumento adeguato per rivelare "cose nascoste fin dalla fondazione del mondo".

Il salmo 78 presenta un abbozzo della storia della salvezza di Israele dall’esodo alla conquista della terra promessa e all’elezione di Davide. Designando l’esposizione della storia, la parabola ci vuol dire che occorre comprenderne, con la riflessione e la meditazione, il senso: l’essenza e la fedeltà di Dio, il peccato dell’uomo e la conseguente esortazione alla fedeltà e all’obbedienza.

Ciò che Cristo proclama risale al tempo che precede la creazione. Per Matteo il regno di Dio è una realtà preesistente. Nel tempo essa fu affidata a Israele ed è divenuta realtà definitiva in Gesù.

La preesistenza del regno di Dio è confermata da Mt 25,34.

36 Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: "Spiegaci la parabola della zizzania nel campo". 37 Ed egli rispose: "Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 38 Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, 39 e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!

I discepoli chiedono esplicitamente la spiegazione della parabola. Segue una spiegazione che si presenta singolare nella tradizione evangelica.

Anzitutto viene data, come in una lista, l’identificazione di quasi tutti gli elementi della parabola. Si riconosce già da questa enumerazione che il centro d’interesse della spiegazione è essenzialmente differente da quello della parabola. In questa si trattava della decisione del padrone di lasciare crescere nel tempo presente grano e zizzania. Nella spiegazione invece si tratta della mietitura finale, del destino finale del grano e della zizzania. La spiegazione rende esplicito ciò che nella parabola era implicito: il dramma del giudizio finale.

La spiegazione della parabola ci insegna che il male non trionferà e che il diavolo e tutti gli operatori di iniquità saranno condannati.

Infine la parabola ci pone un problema: discernere se siamo veramente figli del Regno o figli del maligno.

44 Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45 Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Le parabole del tesoro e della perla di grande valore ci ricordano che Gesù è il nostro tesoro: per possedere lui bisogna essere disposti a lasciare tutto e tutti. Possiamo rappresentarci questo tesoro come un cassone o un vaso di terracotta pieno di monete d’oro o di argento. Sotterrare tesori nel campo era considerato un deposito sicuro in tempi di guerra o di incertezza. Tesori nascosti potevano essere dimenticati per la morte dei legittimi proprietari che portavano con sé il segreto nella tomba.

L’unico modo possibile per il lavoratore del campo per giungere a un possesso giuridicamente non impugnabile è l’acquisto del campo. Così egli vende tutto ciò che possiede per acquistare il campo e quindi il tesoro.

Il regno di Dio è un tesoro già presente, sperimentabile, trasmissibile nella parola e nell’opera di Gesù. Esso viene incontro all’uomo per suscitare la sua gioia. L’uomo vende tutto ciò che ha perché orienta in modo nuovo la sua vita. Ai tesori della terra sostituisce il tesoro del regno dei cieli.

Il vertice della parabola sta nella decisione dell’uomo davanti alla scoperta del tesoro: egli vende tutto ciò che ha allo scopo di ottenere il campo e di impossessarsi del tesoro.

Esemplari in questa decisione immediata e senza ripensamenti sono i discepoli che, incontrando Gesù, sono disposti a lasciare tutto per seguirlo (Mt 4,18-22; 8,21-22; 9,9; 19,16-29).

Si può immaginare con quale affanno si sia messo all’opera e di quanto ridicolo si sia coperto agli occhi dei benpensanti quest’uomo che vende tutto, casa e averi, per acquistare un pezzo di terra di poco o nessun valore, com’è ordinariamente in Palestina, brulla e infruttuosa.

Alla stessa derisione sono condannati i figli del Regno. Essi hanno sì acquistato un bene di inestimabile valore, ma esteriormente, agli occhi degli altri, appaiono dei falliti, degli illusi. La loro ricchezza è sconfinata ma nascosta, traspare solo dalla grande gioia che trabocca dai loro cuori.

La gioia, segno di ottimismo e di speranza, è il punto culminante del racconto L’espropriazione dei beni non è stata un sacrificio, ma un guadagno.

Anche nella parabola della perla preziosa viene evidenziato il valore straordinario del regno dei cieli in rapporto ad ogni altro bene (cfr Mt 6,33). Anche qui il culmine del racconto sta nella decisione presa dal mercante di vendere tutto quello che possiede per comperarla.

E’ da notare che nella parabola del tesoro nascosto l’uomo lo trova casualmente, mentre nella parabola della perla preziosa è l’uomo che va in cerca. Nella vita alcuni hanno incontrato Cristo senza averlo cercato (cf. Mt 4,18-22; At, 9,1-9), altri lo hanno cercato, come Nicodemo (Gv 3,1-15). In ogni caso il cuore dell’uomo è inquieto finché non trova il suo tesoro e la sua perla preziosa che è Cristo.

Essere cristiano è la grazia più grande. Di conseguenza la gioia dovrebbe essere il dato esistenziale cristiano, affinché non risulti vero l’amaro sarcasmo di Nietzsche: "Dovrebbero rivolgermi uno sguardo più redento, se vogliono che io creda al loro redentore".

47 Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48 Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49 Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
51 Avete capito tutte queste cose?". Gli risposero: "Sì". 52 Ed egli disse loro: "Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche".

Il compito della chiesa è la missione, raffigurata mediante la pesca, affidata alla responsabilità dei discepoli (cf. Mt 4,19), ma l’incarico della cernita, immagine della separazione dei malvagi dai buoni, è affidata agli angeli (cf. Mt 13,41). Contro ogni tendenza integrista, che sogna una comunità credente di separati e di puri, Gesù annuncia che il tempo presente è l’ambito della tolleranza e della pazienza senza tendenze discriminatorie. Dunque compito della chiesa è la missione, non il giudizio.

Gesù termina il suo discorso con una domanda: "Avete capito tutte queste cose?". La risposta è "sì". E siamo noi oggi che dobbiamo rispondere positivamente.

Gesù illustra il senso dell’impegno che la comprensione delle parabole richiede, attraverso un’ultima parabola: quella di ogni scriba fattosi discepolo del regno dei cieli. Diventare discepolo implica la missione di insegnare agli altri. Lo scriba è lo specialista della Scrittura; se scopre in Gesù il tesoro nascosto (Mt 13,44), rinnova tutte le sue concezioni religiose e sa utilizzare egregiamente tutta la ricchezza dell’Antico Testamento accresciuta e perfezionata dal Nuovo.

I discepoli sono coloro che hanno compreso il messaggio racchiuso nei discorsi di Gesù. Comprendere non significa solo capire ma accettare, attuare nella propria vita. Se ciò è vero, i discepoli sono diventati i veri "figli del regno" (v.38) ormai in possesso del tesoro e della perla preziosa. Per tutti questi motivi sono i nuovi scribi, i maestri nel regno dei cieli.

La risposta dei discepoli è importante non solo per la loro salvezza personale, ma anche per la loro futura missione nella Chiesa. Essi dovranno insegnare ciò che hanno udito. E potranno farlo con la stessa autorità di Gesù, solo se lo avranno capito e lo avranno veramente creduto e praticato.

Il cristiano resta per tutta la vita un discepolo, uno scolaro. L’esame deve ancora venire. Nell’immagine del padrone di casa ci si rivolge particolarmente a quelli che sono attivi nella predicazione e nella catechesi. Essi devono distribuire il nuovo e l’antico. L’incarico costa fatica e non può essere preso alla leggera.

Matteo incoraggia a riprendere anche gli scritti dell’Antico Testamento, in gran parte dimenticati nella predicazione. In essi si trovano tante cose importanti da ricordare, che ci aiutano e ci scuotono. Ma il solo ricordo non basta: ad esso va aggiunta una esegesi guidata dallo Spirito, come fa Matteo nel suo vangelo.

In conclusione, tutte le parabole ci parlano del regno dei cieli; tutte ne rivelano un aspetto ed esprimono in primo luogo la realtà di Gesù, evento centrale della storia, che segna il definitivo punto di incontro tra il cielo e la terra.

La parola di Dio, che è Gesù, viene seminata nella terra del mondo per farne germinare e crescere il popolo di Dio. Il discernimento ultimo tra i buoni e i cattivi è già operato in questo mondo dall'adesione o dal rifiuto nei confronti di Cristo.

53 Terminate queste parabole, Gesù partì di là 54 e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: "Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? 55 Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?". 57 E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua". 58 E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.

Il racconto dell’arrivo e dell’insegnamento di Gesù a Nazaret è seguito da cinque domande incredule dei nazaretani. Essi chiedono da dove ha origine Gesù.

La gente resta strabiliata dall’insegnamento di Gesù. Questa reazione non è ancora ostile, ma indica già incomprensione nei suoi riguardi. Forse gli abitanti di Nazaret sono venuti nella sinagoga più per studiare il loro concittadino che per ascoltare con fede la sua parola.

Siccome la sapienza si apprende a scuola o dagli scribi, ma ad essi non risulta che Gesù abbia frequentato né questa né quelli, la conseguenza è presto tratta: non può avere alcun diritto di arrogarsi quell’autorità che gli viene riconosciuta per la sua parola e per i suoi gesti potenti.

I nomi dei quattro fratelli di Gesù sono conservati dalla tradizione perché hanno avuto un ruolo nella prima Chiesa di Gerusalemme, soprattutto Giacomo, noto come il "fratello del Signore".

La tradizione evangelica, riferita anche da Matteo, conosce il nome della madre di Giacomo e di suo fratello Giuseppe: Maria (Mt 27,56). Se questa Maria, moglie di Cleofa, è sorella di Maria, madre di Gesù, allora i due primi "fratelli" sono in realtà suoi cugini (cf. Gv 19,25). Lo stesso si può ragionevolmente pensare anche degli altri due "fratelli" e delle "sorelle".

Lo scandalo o crisi di rigetto dei giudei nei confronti di Gesù deriva dalla loro immagine trionfalistica dell’inviato di Dio. Gesù si appella a un’altra immagine, quella del profeta contestato, rifiutato e perseguitato da quelli ai quali è inviato. Il proverbio popolare del v.57, citato da Gesù, diventa un annuncio del suo destino che si colloca nella storia degli inviati di Dio rifiutati e osteggiati dal popolo (cf. Mt 5,11-12; 21,34-35; 23,29-32).

La conclusione dice espressamente che Gesù non fece molti miracoli nella sua patria a causa dell’incredulità dei suoi abitanti. Il miracolo infatti è legato all’apertura e alla fiducia dell’uomo. Solo a chi ha adempiuto la condizione fondamentale di un udire volonteroso e aperto, viene aggiunto tutto il resto.

Gesù non compie miracoli per farsi pubblicità e accaparrarsi una folla di seguaci, ma per confermare l’esperienza della fede. Solo all’interno di questa logica è comprensibile la sua attività terapeutica.

La ragione dello scandalo, di questo impedimento a credere "ragionevolmente" in Gesù è data dalla condizione stessa di Gesù: dal fatto di essersi fatto uomo e dell’aver scelto un’esistenza umile e povera.

 


Capitolo quattordicesimo

1 In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. 2 Egli disse ai suoi cortigiani: "Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui".
3 Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodìade, moglie di Filippo suo fratello. 4 Giovanni infatti gli diceva: "Non ti è lecito tenerla!". 5 Benché Erode volesse farlo morire, temeva il popolo perché lo considerava un profeta.
6 Venuto il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode 7 che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. 8 Ed essa, istigata dalla madre, disse: "Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista". 9 Il re ne fu contristato, ma a causa del giuramento e dei commensali ordinò che le fosse data 10 e mandò a decapitare Giovanni nel carcere. 11 La sua testa venne portata su un vassoio e fu data alla fanciulla, ed ella la portò a sua madre. 12 I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù.

Il racconto della morte del Battista continua la tematica dell’episodio precedente. Sebbene parli con parole autorevoli e compia gesti potenti (cf. Mt 13, 54.58; 14,2), Gesù è il profeta contestato e la sua sorte viene prefigurata da quella del Battista.

Il motivo dell’arresto e dell’uccisione del Battista è ricordato nei vv. 3-4. Un profeta non può essere catturato se non per il disturbo che arrecano le sue parole o i suoi gesti.

Elia era perseguitato da Acab e da Gezabele (1Re 19-21) perché aveva loro rimproverato l’uccisione di un innocente cittadino di Samaria e si erano appropriati del suo podere.

Erode aveva sottratto la moglie a suo fratello e aveva ripudiato la propria. Un doppio delitto davanti al quale Giovanni non ha taciuto. Il "non ti è lecito!" dà un’impostazione concreta alla sua azione missionaria.

Se l’annuncio non viene applicato ai fatti, tradotto nelle situazioni concrete, è, troppe volte, un grido inutile. Se il Battista e Gesù si fossero accontentati di puntare il dito contro il male e non contro i malfattori, come fanno i filosofi e non solo i filosofi, non sarebbero finiti in prigione e al patibolo.

13 Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. 14 Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
15 Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: "Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare". 16 Ma Gesù rispose: "Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare". 17 Gli risposero: "Non abbiamo che cinque pani e due pesci!". 18 Ed egli disse: "Portatemeli qua". 19 E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. 20 Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. 21 Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Il racconto della moltiplicazione dei pani è uno degli episodi maggiormente attestati dai vangeli. L’episodio ha quindi un elevato grado di attendibilità ed è importante per comprendere la missione di Gesù e il compito dei discepoli. La folla segue Gesù perché ha bisogno di lui. Ed egli sente compassione per tutta quella gente. Questo atteggiamento manifesta la misericordia che nasce da una commozione interna, viscerale.

Nel vangelo di Matteo questo atteggiamento caratteristico di Gesù lo spinge a soccorrere il popolo, chiamando i dodici alla missione (9,36), o guarendo i malati (15,32; 20,34). In questa situazione, la compassione di Gesù non è solo il movente della sua azione terapeutica, ma anche della donazione dei pani.

L’atteggiamento dei discepoli ricorda le resistenze e l’incredulità del popolo d’Israele nei confronti della potenza di Dio che si concretizza in azioni gratuite per l’uomo (Es 16,3-4; 1Re 17,12; 2Re 4,2; Sal 78,19).

Secondo l’uso tradizionale ebraico, Gesù prende il pane e pronuncia la benedizione con la quale si inizia il pasto.

Il significato eucaristico dell’episodio è sottolineato in modo particolare: il v.19 anticipa in modo preciso il testo della consacrazione eucaristica. Il modello dell’Antico Testamento di questo racconto è la moltiplicazione dei pani del profeta Eliseo (2Re 4,42-44). Nelle mani di Gesù il poco diventa molto, ce n’è per tutti, e ne avanza.

Naturalmente i discepoli non possono saziare la folla. Essi possono ben poco, come vedremo nel seguito del vangelo a proposito della guarigione del fanciullo epilettico (Mt 17,14-20). Davanti alle folle i discepoli si trovano a mani vuote. Anche i pastori della Chiesa stanno davanti al popolo a mani vuote: essi possono solamente distribuire quel pane che Gesù porge loro.

22 Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. 23 Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
24 La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. 25 Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. 26 I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: "E' un fantasma" e si misero a gridare dalla paura. 27 Ma subito Gesù parlò loro: "Coraggio, sono io, non abbiate paura". 28 Pietro gli disse: "Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque". 29 Ed egli disse: "Vieni!". Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30 Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". 31 E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?".
32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33 Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: "Tu sei veramente il Figlio di Dio!".
34 Compiuta la traversata, approdarono a Genèsaret. 35 E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati, 36 e lo pregavano di poter toccare almeno l'orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guarivano.

Il versetto introduttivo richiama il clima che doveva essersi creato nei discepoli e nella folla dopo il miracolo dei pani.

L’intervento energico di Gesù sui discepoli e sulla folla lascia comprendere quale piega avesse preso la situazione. Gli apostoli, trovatisi improvvisamente al centro di una inaudita vicenda, cominciano a ricoprirsi di una facile gloria e di un’euforia difficilmente controllabile L’evangelista Giovanni ricorda che la gente che aveva mangiato i pani volevano rapire Gesù per farlo re (Gv 6,14-15). Davanti a questa situazione Gesù fa imbarcare gli apostoli, manda a casa la gente e sale sul monte a pregare (v. 23; Gv 6,15).

Il monte è il luogo dell’incontro con Dio. Gesù è il Figlio e quindi ha un’esigenza infinita di stare col Padre. Gesù è uomo e nel confronto con il Padre trova costantemente la chiarezza e il coraggio per compiere la sua missione.

In questo testo si possono cogliere alcune reminiscenze del cantico di Mosè dopo il passaggio del mare dei giunchi: il mare che fa affondare, le onde che si innalzano, la mano tesa, il timore e il turbamento (Es 15). Queste annotazioni ci inducono a leggere questo brano come una teofania rivolta a "quelli della barca", cioè alla Chiesa del Risorto. Il Dio salvatore dell’Esodo salva nuovamente il suo popolo. L’episodio è un simbolo della comunità cristiana perseguitata: essa non deve temere, perché il Signore è presente.

Una riflessione particolare merita l’episodio di Pietro. La sua possibilità di camminare sulle acque dipende unicamente dalla parola del Signore: "vieni!", e la sua forza sta tutta nella fede in Gesù. Con la fede ogni discepolo può ripetere gli stessi miracoli del suo Signore. Ma se la fede viene a mancare, il discepolo torna ad essere facile preda delle forze del male (rappresentate nella Bibbia dalle acque impetuose).

Il vento rappresenta il momento della prova (Mt 7,25.27) e il mare indica le forze del caos (cf. Gb 7,12; Sal 89,10-11; ecc.) sulle quali Dio esercita il suo potere (Sal 107, 25-30) sia nella creazione (Gen 1,7), sia nell’esperienza della liberazione (Es 14,15-31).Gesù si rivela alla comunità dei suoi discepoli in mezzo alle difficoltà di un mare agitato e ne conferma la fede, liberandoli dalla paura e dal dubbio.

L’episodio di Pietro è una specie di catechesi sulla realtà del discepolo invitato ad affidarsi totalmente al suo Signore anche nelle situazioni che mettono in crisi la sua adesione incrollabile di fede. In questo racconto c’è certamente un anticipo del rinnegamento e della conversione di Pietro nella burrascosa notte della settimana di passione (Mt 26,69-75), ma egli è ormai per sempre riabilitato e la sua fede è diventata esemplare come lo è stata la sua diffidenza.

Solo alla fine la comunità dei discepoli, educata nella fede in mezzo alle sue prove, fa la professione esplicita di fede in Gesù: "Tu sei veramente il Figlio di Dio".

Il tema centrale del brano è, dunque, la fede. La situazione di Pietro dimostra chiaramente che la fede in Gesù non è esclusivamente ragionevolezza o avvedutezza razionale. Credere è osare. Chi osa credere è sorretto da colui nel quale crede. La fede è obbedienza (vv. 28-29). Chi pratica l’obbedienza della fede ottiene di partecipare all’essere, ai poteri di Cristo.

Gesù, nonostante la crescente ostilità dei capi, è circondato da innumerevoli persone che nella loro miseria fisica fanno assegnamento su di lui. Il racconto mette in chiaro che il farsi carico della miseria umana costituisce un presupposto indispensabile per una trasmissione del vangelo degna di fede.

Il v. 35 precisa che la gente del luogo riconosce Gesù e diffonde la notizia in tutta la regione: il conoscere Gesù muove all’apostolato.

L’orlo del mantello era destinato a riportare continuamente alla memoria la fedeltà ai comandamenti (Nm 15,37-39). Il profeta Zaccaria aveva annunziato che, nei tempi messianici, dieci uomini (di tutte le lingue del mondo, secondo la traduzione dei LXX ) avrebbero afferrato un ebreo per il lembo del mantello, dicendo: "Vogliamo venire con te, perché abbiamo compreso che Dio è con voi" (Zc 8,23 ). E’ probabile che Matteo pensi a questo testo: nel momento in cui la patria di Gesù non lo riconosce e si chiude alla comprensione del Regno, i popoli pagani lo riconoscono e gli fanno guarire i loro malati.

La missione di Gesù viene ribadita e ricordata ai discepoli. Egli è un profeta, ma soprattutto è un terapeuta. L’annuncio del vangelo non è solo la presentazione di una dottrina, ma soprattutto un progetto di salvezza in cui si realizza la fine del peccato, delle malattie, della sofferenza, del dolore. La lotta al male è il primo impegno che Gesù si assume e comanda ai suoi discepoli. Dimenticarlo, con la scusa degli impegni superiori dello spirito, è tradire la volontà di Dio. Il banco di prova della fede proclamata dalla Chiesa è l’impegno fattivo sul piano umano e storico (cfr Mt 7,21-23; 25,35-46).

Gesù, Signore della natura e della storia, libera dal male e dalla morte, paure che attanagliano e bloccano l’uomo. Per superare queste angosce bisogna avere una fede adulta che conduce a una visione fiduciosa della storia che viene portata a compimento da Dio.

 


Capitolo quindicesimo

 

1 In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: 2 "Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!". 3 Ed egli rispose loro: "Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? 4 Dio ha detto:
Onora il padre e la madre
e inoltre:
Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte.
5 Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, 6 non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. 7 Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo:
8 Questo popolo mi onora con le labbra
ma il suo cuore è lontano da me.
9 Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini".
10 Poi riunita la folla disse: "Ascoltate e intendete! 11 Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!".
12 Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: "Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?". 13 Ed egli rispose: "Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. 14 Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!". 15 Pietro allora gli disse: "Spiegaci questa parabola". 16 Ed egli rispose: "Anche voi siete ancora senza intelletto? 17 Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? 18 Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. 19 Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. 20 Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo".

Gesù insegna che è la parola di Dio che conta e non le spiegazioni aggiunte degli uomini. L’abilità di confondere le proprie tradizioni con la volontà di Dio è una malattia religiosa che può manifestarsi dappertutto, anche nella comunità cristiana. I rimproveri che Gesù rivolge ai suoi interlocutori, citando Isaia, sono due: una religiosità superficiale anziché una appartenenza profonda a Dio; una morale che smarrisce l’autentica volontà di Dio nel cumulo delle interpretazioni umane.

Con l’espressione "la vostra tradizione" (v. 3) Gesù prende le distanze dalla tradizione degli antichi, che i farisei avevano eretto a steccato in difesa della legge. Le dettagliate e scrupolose prescrizioni contenute nella tradizione orale dovevano impedire le trasgressioni della legge scritta. Servendosi di un esempio, egli controbatte che essi, per amore della propria tradizione, trasgrediscono il comandamento di Dio. Il quarto comandamento non si rivolge ai bambini, ma agli adulti. L’onore dovuto ai genitori va inteso in modo concreto. Secondo una spiegazione rabbinica esso comporta: dar loro da mangiare e da bere, vestirli e proteggerli, condurli dentro e fuori. Presso gli ebrei il quarto comandamento era ritenuto il più difficile tra i comandamenti difficili.

Alla citazione di Es 20,12 viene subito aggiunto Es 21,17: "Chi insulta il padre o la madre sia messo a morte". Maledire i genitori comporta un danno grave. Ai trasgressori del quarto comandamento è rivolta la minaccia di morte (Lv 20,9; Pr 28,24). Per primi sono colpiti coloro che hanno istituito la pratica del qorbàn quale tradizione che si appella a Nm 30,3: "Quando uno avrà fatto un voto al Signore o si sarà obbligato con giuramento a un’astensione, non violi la sua parola, ma dia esecuzione a quanto ha promesso con la bocca".

Matteo non riporta il termine qorbàn, ma la formula conclusiva: "Sia offerta sacra ciò che ti è dovuto da me". Chi pronunciava questa formula di giuramento alla presenza dei genitori sottraeva loro l’usufrutto dei propri beni, consacrandoli al tempio. Di fatto, tutto questo non era che una finzione, poiché il figlio non era tenuto a consegnare al tempio i beni dichiarati qorbàn. La logica che ci sta dietro è che un giuramento, in quanto servizio prestato a Dio, ha un valore superiore al quarto comandamento. A questo allude il v. 6: "non è più tenuto a onorare il proprio padre".

Per Gesù il servizio a Dio e il servizio all’uomo sono indivisibili. Chi intende servire Dio agendo senza amore si trova sulla strada sbagliata. Recare danno ai genitori richiamandosi al nome di Dio è la degenerazione della religione. Di fronte alle contraddizioni tra le leggi umane e quelle divine troviamo una facile soluzione riferendoci al comandamento dell’amore. Tutto ciò che si rivolge contro il comandamento dell’amore è riprovevole, contrario a Dio, e dev’essere rifiutato.

Citando Isaia 29,13 Gesù si rivolge contro la pietà esteriorizzata e il ritualismo. La vera religione è avere il cuore presso Dio ed essere totalmente conformi alla sua volontà.

Gesù risponde alla domanda dei farisei e degli scribi: "Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!". Egli insegna che il mangiare con mani non lavate non rende impuro l’uomo. La vera impurità invece viene dal cuore. Il cuore dell’uomo, quale sede del volere, delle aspirazioni e degli affetti è la fonte da cui il male emerge, si esprime nella vita, lo rende impuro e avvelena il suo ambiente.

Il male che nasce dal cuore dell’uomo viene esemplificato con un elenco di vizi in sette punti. I farisei e gli scribi con la loro lavanda rituale delle mani distolgono gli uomini dalla sostanza del problema del male.

Questo è uno dei brani più dirompenti del Vangelo. Sono importanti soprattutto due punti.

- La critica alla religione. Non la critica fanatica e distruttrice, ma quella costruttiva, quella fatta per amore della vera fede.

- La critica alla tradizione. La tradizione è necessaria, ma non deve rendersi autonoma rispetto al principio da cui deriva. Le tradizioni corrono il pericolo di essere ritenute più importanti del principio su cui si fondano. Certe tradizioni possono rendere comodo il cristianesimo. E sono soprattutto le tradizioni comode e redditizie le più difficili da eliminare in modo radicale.

21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio". 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: "Esaudiscila, vedi come ci grida dietro". 24 Ma egli rispose: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele". 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: "Signore, aiutami!". 26 Ed egli rispose: "Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini". 27 "E' vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni". 28 Allora Gesù le replicò: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri". E da quell'istante sua figlia fu guarita.

Dopo l’aspra controversia con i farisei e gli scribi, ai quali aveva rimproverato l’ipocrisia e la lontananza da Dio, Gesù incontra in terra pagana una donna che gli dimostra una grande fede.

I discepoli, come al solito (cfr Mt 14,15; 19,13), non amano il prossimo, non vogliono seccature e chiedono a Gesù di mandare via la donna, escludendo così un intervento di soccorso e reagendo sgarbatamente alle sue grida.

In questo brano sono messi a confronto Israele e i pagani. Gesù dimostra di essere il vero Messia d’Israele perché sa di essere inviato, nel suo cammino terreno, solo a questo popolo.

Con questo episodio Gesù insegna che il vangelo della salvezza è aperto anche ai pagani. Ma la salvezza di Dio deve seguire un itinerario storico e geografico prima di raggiungere la totalità dei popoli.

Gesù chiede alla donna cananea il riconoscimento della priorità d’Israele alla salvezza, perché questa è la volontà di Dio manifestata attraverso la storia e le scelte dell’Antico Testamento.

Il dialogo didattico tra Gesù e la cananea culmina nella fede. La fede in Gesù deciderà il cammino d’Israele e dei popoli.

29 Allontanatosi di là, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. 30 Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. 31 E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele.
32 Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: "Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada". 33 E i discepoli gli dissero: "Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?". 34 Ma Gesù domandò: "Quanti pani avete?". Risposero: "Sette, e pochi pesciolini". 35 Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, 36 Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. 37 Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene.  38 Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini. 39 Congedata la folla, Gesù salì sulla barca e andò nella regione di Magadàn. 

Questo testo rimanda alle profezie di Isaia per il tempo messianico (Is 35,5-6). Solo una comunità risanata e liberata dai suoi mali può essere invitata alla festa messianica, anticipata nel segno del pane distribuito a tutti con abbondanza.

Nel vangelo di Matteo il monte è il luogo della rivelazione di Dio, sia mediante la parola (5,1; 28,16), sia attraverso i gesti di soccorso (14,23). Gesù realizza qui quanto aveva promesso nel brano delle beatitudini: i poveri, gli afflitti e gli affamati trovano la consolazione e la sazietà.

Egli ha compassione per il popolo che lo segue da tre giorni e ha esaurito le provviste di cibo. Questa compassione è attribuita spesso a Gesù dal vangelo di Matteo che lo presenta come il messia misericordioso. E’ una commozione interna e viscerale, un sentire profondo e intenso che spinge Gesù a soccorrere il suo popolo mediante la missione dei dodici (9, 36), le guarigioni (14,13; 20,24) e la moltiplicazione del pane (14,14).

La fame e la miseria sono un male, e Gesù comanda ai suoi discepoli di combatterle, segnalando loro con fatti concreti la direzione da seguire. Egli ha cominciato, i suoi discepoli devono portare a termine la sua opera. Se l’azione dei cristiani non distrugge i mali che tormentano la vita dell’uomo, non ricalca quella del Cristo.

Gesù recita la benedizione sul pane, atto proprio del capofamiglia, che riconosce così Dio quale datore dei beni per il sostentamento dell’uomo. La sequenza dei verbi prendere, benedire, spezzare, dare costituisce la natura delle benedizioni ebraiche e allude all’ultima cena.

I cristiani che partecipano alla cena del Signore o che rileggono il miracolo della moltiplicazione del pane sono chiamati a spezzare con Gesù il pane e la stessa vita per gli altri.

Il cristiano, saziato dal Cristo, offrirà a tutti l’abbondanza dei beni ricevuti: la pace, la felicità, l’amicizia con Dio e con i propri fratelli. La beneficenza materiale e spirituale instaura il regno di Dio sulla terra.

La Chiesa deve prendersi cura anche del benessere materiale degli uomini, e ciò si contrappone alle interpretazioni spiritualizzanti del cristianesimo. Nella pratica dovrebbe essere riscoperta l’unità del significato del pasto fraterno e del pasto eucaristico.

 


Capitolo sedicesimo

1 I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. 2 Ma egli rispose: "Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; 3 e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi? 4 Una generazione perversa e adultera cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona". E lasciatili, se ne andò.

Matteo racconta tre volte che Gesù fu messo alla prova mediante la richiesta di un segno. La prima da parte di alcuni scribi e farisei: "Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno" (12,38); la seconda da parte dei farisei e dei sadducei (16,1), la terza da parte dei sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani ai piedi della croce: "È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo" (27,42). Si tratta sempre di tentazioni analoghe a quelle di satana, nel deserto, ossia di tentativi per distogliere Gesù dalla sua via tracciatagli dalla volontà del Padre.

La risposta di Gesù alla richiesta di un segno è un no deciso. Il rifiuto dei farisei e dei sadducei di credere a Gesù è la continuazione delle trasgressioni dei loro padri e rappresenta l’ultima infedeltà (adulterio) in risposta a tutte le premure e le predilezioni che Dio ha avuto verso il suo popolo. Il segno che Gesù offre sulla sua credibilità è quello della sua risurrezione, chiamato qui "il segno di Giona" (v. 4). Nel capitolo 12 di questo vangelo Gesù aveva già dato questo segno con la relativa spiegazione: "Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (12,40). La richiesta di segni a Dio è espressione di mancanza di fede.

Gesù rimprovera gli uomini del suo tempo e di ogni tempo perché sanno scrutare il cielo atmosferico per prevedere un giorno buono o cattivo e non sanno indagare nel cielo della storia. Con la venuta di Gesù il corso dei tempi ha subito una svolta. Si va instaurando una società diversa di amici, di eguali, di fratelli. I rapporti tra l’uomo e Dio e tra gli stessi uomini si fondano su nuove basi. I messaggi di Dio non giungono solo attraverso la sua parola ispirata, ma anche attraverso la realizzazione del suo progetto. Anche la storia per il credente ha la voce di Dio. Basta saperla ascoltare o leggere.

5 Nel passare però all’altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere il pane. 6 Gesù disse loro: "Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei". 7 Ma essi parlavano tra loro e dicevano: "Non abbiamo preso il pane!". 8 Accortosene, Gesù chiese: "Perché, uomini di poca fede, andate dicendo che non avete il pane? 9 Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila e quante ceste avete portato via? 10 E neppure i sette pani per i quattromila e quante sporte avete raccolto? 11 Come mai non capite ancora che non alludevo al pane quando vi ho detto: Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei?". 12 Allora essi compresero che egli non aveva detto che si guardassero dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei.

La domanda dei farisei e dei sadducei era una tentazione. Gesù mette in guardia i suoi discepoli contro queste tentazioni dei farisei: "Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei". Ma i discepoli sono distratti. La loro preoccupazione è per il pane che hanno dimenticato di prendere, e pensano che Gesù parli del lievito del pane invece che della dottrina dei farisei. La ragione di questa incomprensione non è la mancanza di intelligenza, ma la poca fede.

Gesù mette in guardia i discepoli dalla dottrina dei farisei e dei sadducei. I discepoli devono attenersi saldamente all’insegnamento di Gesù senza esserne distolti per nessun motivo. Presumibilmente anche la fame poteva diventare per alcuni cristiani un motivo per ascoltare la propaganda della sinagoga. Non possiamo escludere che al tempo di Matteo la sinagoga cercasse di fare concorrenza promettendo maggiori aiuti economici rispetto alla Chiesa.

Il racconto mette in evidenza due aspetti del pericolo che minaccia l’esistenza cristiana. Essa è tentata nella sua fede e nella sua natura fisica. La privazione dei beni più necessari alla vita umana può comportare un pericolo per la fede, tale da spingere ad abbandonarla. B. Brecht ha scritto: "Prima viene il mangiare, poi la morale" . Occorre ricordare le parole di Gesù negli episodi delle moltiplicazioni dei pani: "Date loro da mangiare" (14,16; 15,33). La Chiesa deve prendersi cura della salute e della salvezza dell’uomo intero, non per fare proseliti, ma perché sospinta dalla stessa premura che Gesù ha avuto per l’uomo.

13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". 14 Risposero: "Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti". 15 Disse loro: "Voi chi dite che io sia?". 16 Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". 17 E Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli".
20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
21 Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. 22 Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai". 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: "Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".

Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido, incrollabile.

La risposta di Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla "carne" e dal "sangue", cioè dalle proprie forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.

Gesù costituisce Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cf. 7,24) comincia a prendere il suo vero significato.

Non è fuori luogo chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione di fede seguita dall’elogio di Gesù: "Beato te, Simone…" e l’incomprensione del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore…" e infine l’aspro rimprovero di Gesù: "Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".

Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.

Pietro riceve le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere. Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del cielo, come comunemente si pensa. In qualità di trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui osservanza apre all’uomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.

Gli scribi e i farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.

Se si considera attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.

Non si potrà identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il loro accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di riflettere sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve il proprio servizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel Regno.

Nel giudaismo, gli equivalenti di legare e sciogliere (‘asar e sherà’) hanno il significato specifico di proibire e permettere, in riferimento ai pronunciamenti dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.

Questo duplice potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di separare il potere di magistero da quello disciplinare e riferire l’uno a 16,19 e l’altro a 18,18. Ma non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale, specialmente nel senso della fissazione della dottrina, sta in primo piano.

Pietro è presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.

Il legare e lo sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio. L’idea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.

Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su Cristo com’è presentata dal vangelo di Matteo.

Nel suo ufficio egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del regno dei cieli. A lui tocca far valere integro l’insegnamento di Gesù in tutta la sua forza.

Dopo aver comandato ai suoi discepoli di non dire che egli era il Cristo, perché la loro concezione del Messia non era ancora adeguata, Gesù compie un passo avanti decisivo nella sua vita: annuncia che è giunta l’ora della sua passione, della sua morte e della sua risurrezione.

La dichiarazione di Gesù costituisce un’autentica tentazione per Pietro che protesta e sgrida Gesù. Questa idea di un Messia sofferente è insopportabile per Pietro, e non solo per Pietro. Invece di accettare la rivelazione del Padre (v. 17) ossia il pensiero di Dio (v. 23), egli proietta su Gesù la propria concezione del Messia. Facendo da maestro a Gesù e anteponendosi a lui, egli diviene satana, tentatore del suo Signore.

Non è per nulla casuale la presenza nel medesimo brano di due aspetti fortemente contrastanti: la professione di fede di Pietro e la sua incomprensione del mistero di Gesù, l’autorità affidata a Pietro e il rimprovero rivoltogli da Gesù.

L’evangelista sottolinea intenzionalmente questo contrasto per indicarci che Pietro è la roccia sulla quale Cristo fonda la sua Chiesa non per le sue qualità naturali, ma per grazia e per elezione divina.

24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: "Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
25 Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26 Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima? 27 Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. 28 In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell'uomo venire nel suo regno".

Il punto centrale del brano è questo: ogni atteggiamento deve porsi in riferimento a Gesù. Nessuna rinuncia è chiesta per se stessa, ma solo per il Cristo. I tre verbi (rinunciare a se stessi, prendere la croce e seguire Gesù) indicano in che cosa consiste essere discepoli di Gesù.

La rinuncia a se stessi esige che il discepolo non cerchi più se stesso, ma viva per Cristo e per i fratelli. Prendere la propria croce significa andare fino alle estreme conseguenze della vita cristiana. Seguire Cristo non è un fatto puramente esteriore, ma un’adesione del cuore e della mente.

L’espressione: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà" non è un invito a disprezzare la vita, ma a spenderla per amore.

La frase: "Quale vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria vita?" evoca l’opposizione tra la salvezza che cerca l’uomo nel possesso di sé e delle cose e la salvezza offerta da Dio che consiste nel dono di sé e delle cose.

Giocare tutta la propria vita su Cristo non è un atto eroico di orgoglio, ma un gesto di umiltà profonda di chi accetta di ricevere la propria vita da un Altro.

Il v. 27 parla del giudizio in base alle opere. La persona operante riceverà la ricompensa per ciò che è diventata vivendo secondo il vangelo.

La venuta del Figlio dell’uomo nel suo regno (v. 28) è la parusia (la venuta finale), nella quale la sua sovranità si imporrà definitivamente. Ma qui l’accento è posto sulla promessa, rivolta ad alcuni, "che non moriranno prima di vedere il Figlio dell’uomo venire nel suo regno". Con queste parole Matteo annuncia la teofania (manifestazione di Dio) della trasfigurazione che segue immediatamente nel capitolo 17.

 


Capitolo diciassettesimo

1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4 Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: "Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia". 5 Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo". 6 All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7 Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: "Alzatevi e non temete". 8 Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
9 E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti".

Questa prima parte del capitolo 17 presenta una teofania, una manifestazione di Dio, annunciata alla fine del capitolo precedente: "In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno" (Mt 16,28).

L’espressione "dopo sei giorni" che introduce il brano pare riferirsi a Es 24,16, dove "dopo sei giorni", cioè il settimo giorno, "Dio chiamò Mosè dalla nube, sulla montagna del Sinai". Anche qui è su una montagna elevata e in disparte che Gesù, nuovo Mosè che libera il suo popolo, conduce i tre discepoli.

Elia è considerato, come Mosè, il prototipo e il precursore del Messia: è sulla montagna di Dio che egli trovò e rafforzò le radici del suo profetismo (1Re 19,8).

Queste due grandi figure dell’Antico Testamento sono presenti presso Gesù trasfigurato non solo come simboli della Legge e dei Profeti, ma come estremi mediatori dell’alleanza. Rappresentano così l’inizio e la fine della storia che si adempie in Gesù.

Pietro, con il suo intervento, vorrebbe fissare questa storia in un luogo preciso (v.4). La voce e la nube glielo impediscono: alle tende costruite da mano d’uomo si sostituisce la presenza autentica di Dio, simboleggiata dalla nube, segno della dimora di Dio o shekinah (cfr Es 40,34-35; 1Re 8,10-12; Ez 10,3-4; Sal 18,12) e la voce dei discepoli lascia il posto a una voce che viene dai cieli. Il sole e la luce di cui Gesù è rivestito manifestano che la realtà del cielo è presente in lui.

Le parole proferite dalla voce riprendono alla lettera quelle della visione del battesimo di Gesù: "Questi è il mio Figlio, il prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" che sono l’amalgama di tre citazioni dell’Antico Testamento (Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1). Matteo qui aggiunge: "Ascoltatelo!", e questo evoca probabilmente il profeta "simile a Mosè" che Dio avrebbe suscitato: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto" (Dt 18,15).

Alla fine il racconto si concentra su Gesù "solo", perché egli è l’adempimento dell’Antico Testamento, che in lui assume la sua consistenza e la realtà unica, partecipando alla quale tutta la storia umana prende senso e valore.

Perché i discepoli possano scoprire questo centro unico che è Gesù, è necessario che egli venga presso di loro e li tocchi per conferire loro la salvezza.

La trasfigurazione è avvenuta affinché i tre discepoli che ritroveremo nel Getsemani (Mt 26,37) facessero l’esperienza della regalità escatologica di Gesù attraverso la sua sofferenza. Dio concede loro, per un istante, di anticipare la Pasqua. Ma si tratta di un anticipo fugace e provvisorio: la strada da percorrere è ancora quella della croce.

Gesù chiede ai discepoli di non parlare di questa visione perché la sua vera identità messianica può essere capita solo dopo la sua risurrezione.

Comprendendo chi è Gesù, i discepoli comprendono anche chi è Giovanni Battista, chi è Mosè, chi è Elia: è nel confronto con il Cristo che tutto e tutti trovano la loro giusta dimensione e la loro esatta collocazione.

Il racconto della trasfigurazione va lasciato nel suo contesto. Il contesto parla della morte di Gesù, di una morte violenta (Mt 16,21-25; 17,12). Così anche la scena della trasfigurazione tratta della morte, "del fatto che si deve disprezzare la morte e considerarla soltanto come un passaggio da questa abitazione di lavoro e di servizio alla gloria di una vita migliore" (Lutero).

L’imperativo "ascoltatelo!" ci mette in guardia dal fraintendimento del racconto: "Ascoltatelo, anche se verrà crocifisso". Anche il vangelo secondo Luca ha questo significato di morte e di risurrezione: "Mosè ed Elia parlavano del suo prossimo esodo che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme" (9,31).

10 Allora i discepoli gli domandarono: "Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?". 11 Ed egli rispose: "Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. 12 Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, l'hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro". 13 Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista.

La venuta di Elia a preparare e ad aprire con la sua predicazione l’era messianica era predetta da Ml 3,23. Non si tratta di un ritorno fisico di Elia, ma dell’apparizione di un profeta che avrebbe ricalcato le orme del grande predicatore dell’ottocento a.C. In questo senso non era difficile dire che era già venuto nella persona di Giovanni Battista.

Nel vangelo di Matteo infatti Giovanni viene identificato con Elia (11,14) e descritto con caratteristiche che appartengono al profeta come la cintura di pelle (3,4; cf. 2Re 1,8). Non solo la sua missione ha lo scopo di preparare la venuta del Signore (11,10), ma anche la sua morte violenta e ingiusta prefigura il destino del Cristo, che deve patire ed essere crocifisso.

I discepoli capiscono che Elia è lo stesso Giovanni Battista, che lancia l’appello definitivo alla conversione prima della venuta del Signore.

14 Appena ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo 15 che, gettatosi in ginocchio, gli disse: "Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell'acqua; 16 l'ho già portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo". 17 E Gesù rispose: "O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatemelo qui". 18 E Gesù gli parlò minacciosamente, e il demonio uscì da lui e da quel momento il ragazzo fu guarito.
19 Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: "Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?". 20 Ed egli rispose: "Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile.

Il brano si articola sull’impotenza dei discepoli di guarire il fanciullo a causa della loro poca fede (v. 20), nel mezzo di una generazione senza fede (v. 17) e conclude presentando la potenza della vera fede (v. 20).

Per Matteo questo ragazzo è simbolo del popolo d’Israele incredulo (cf. Dt 32, 5) che non ha percepito la presenza di Dio in mezzo a sé (v. 17).

I discepoli non possono scacciare il demonio con le loro forze, ma solo con la potenza di Dio. La fede è l’unico mezzo per mettersi in contatto con Dio e usufruire della sua potenza.

Matteo richiama la parabola del granello di senapa (13,31-32) la cui crescita va molto al di là delle attese iniziali.

Questo testo sembra contenere una contraddizione. Gesù rimprovera i discepoli per la loro poca fede e poi dice che un granellino di fede sposta le montagne.

Alcuni codici non parlano di poca fede (oligopistía), ma di "nessuna fede" o di "incredulità". Comunque si voglia leggere il testo, si tratta nel primo caso di "nessuna fede" o di "poca fede" esitante, contraddittoria e dubbiosa; nel secondo caso si parla di un granellino di fede autentica.

22 Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: "Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini 23 e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà". Ed essi furono molto rattristati.
24 Venuti a Cafarnao, si avvicinarono a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli dissero: "Il vostro maestro non paga la tassa per il tempio?". 25 Rispose: "Sì". Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: "Che cosa ti pare, Simone? I re di questa terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli altri?". 26 Rispose: "Dagli estranei". E Gesù: "Quindi i figli sono esenti. 27 Ma perché non si scandalizzino, va’ al mare, getta l'amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d'argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te".

La grande tristezza dei discepoli deriva dalla loro incapacità di comprendere che la risurrezione, già annunciata nella trasfigurazione (Mt 17,1-8), dev’essere preceduta necessariamente dalla sofferenza e dalla morte. E’ ancora e sempre questione di poca fede.

I veri figli di Dio (quelli che riconoscono in Gesù il Figlio prediletto del Padre) sono liberi dalle imposte per il tempio perché Gesù, che è più importante del tempio (Mt 12,6), li libera da esse. Ma Gesù tiene conto del rischio dello scandalo che un tale atteggiamento potrebbe provocare.

Questo brano inoltre sottolinea, attraverso l’unica moneta che paga la tassa per Gesù e per Pietro, il destino comune che lega Pietro al suo Signore.

La nostra realtà di figli di Dio non ci dispensa dalle mediazioni umane; si tratta di scoprire, nel profondo delle schiavitù quotidiane della nostra condizione di uomini, il modo nel quale il Figlio di Dio ci ispira di viverle come figli liberi.

 


Capitolo diciottesimo

1 In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: "Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?". 2 Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: 3 "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 4 Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.
5 E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.
6 Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. 7 Guai al mondo per gli scandali! E' inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!
8 Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. 9 E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco.
10 Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.

Alla domanda dei discepoli: "Chi è il più grande nel regno dei cieli" (v. 1), Gesù non risponde direttamente, ma compie anzitutto un gesto simbolico, che è già di per sé una risposta sconvolgente alle loro prospettive arriviste. Ci troviamo catapultati in una comunità in cui l’ordine delle grandezze è invertito, perché il bambino accolto si rivela essere Gesù in persona: "Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me" (v. 5).

I rapporti tra di noi si impostano correttamente solo mediante la conversione e un atteggiamento umile verso Dio (v. 3). Quando ci scopriamo poveri e piccoli davanti a Dio, allora capiamo che la domanda posta all’inizio dai discepoli non ha più senso. "Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli" (v. 4).

Il punto di arrivo di ogni vera conversione è il diventare come i bambini. Ciò non significa ritornare nell’infanzia o, peggio, nell’infantilismo, ma mettersi davanti a Dio come bambini di fronte al padre. Questa situazione è considerata dal vangelo un’esigenza indispensabile di umiltà che permette tutte le crescite.

Diventare come un bambino e percepire che il Padre ci chiama sempre a crescere, è diventare ciò che dobbiamo essere: dei piccoli, dei poveri, dei beati (v. 3) che aspettano tutto dalla sua grazia. Questa "umiltà attiva", che ha in Dio la sua origine e deve stare alla base della comunità cristiana, è un cammino coraggioso verso la croce come quello di Gesù. Consiste nel prendere il posto che è realmente il nostro.

Umiliarsi, diventare piccoli non è un ideale ascetico di timido nascondimento o di rassegnata sottomissione, ma un concreto servizio di Dio e del prossimo. Se Gesù si identifica con il piccolo, chi vorrà ancora essere grande? Piccolo è colui che non conta, colui che serve. Il primo posto nella comunità cristiana è riservato a lui. L’autorità deve mettere i piccoli al primo posto nella sua considerazione e nei suoi programmi. E tutti, se vogliono stare nella comunità cristiana, che è il regno di Dio, devono diventare piccoli, mettendosi in atteggiamento di servizio.

Dunque, per entrare nella comunità cristiana, per rimanervi e ancor più per affermarsi, non bisogna salire, ma tornare indietro (convertirsi) o discendere, non sentirsi grandi, ma farsi piccoli. Più la creatura si svuota di sé, più si rende idonea ad essere riempita da Dio.

La base di misura dei cristiani non è la grandezza o la potenza, ma l’umiltà (v. 4). Essa è un atteggiamento interiore che si manifesta all’esterno ed è il segreto per la buona riuscita dei rapporti comunitari. Colui che è piccolo è un vero discepolo di Cristo ed è un vero membro della comunità, perché non pone ostacoli all’accoglienza e alla costruzione del regno di Dio.

Nel discorso della montagna (5,3) Matteo aveva presentato la Chiesa dei poveri, qui presenta la Chiesa dei piccoli, che è una continuazione e un ampliamento della medesima. Purtroppo, anche nella Chiesa di Dio non sempre si vive fedelmente e integralmente il vangelo. San Giacomo scriveva: "Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: "Tu siediti qui comodamente", e al povero dite: "Tu mettiti in piedi lì", oppure: "Siediti qui ai piedi del mio sgabello", non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero!" (2,1-5).

Qui si prende in considerazione l’istigazione a rinnegare il cristianesimo. Presumibilmente il detto si riferisce al contrasto della comunità cristiana con la sinagoga. Scandalizzare o essere scandalizzato è di una gravità tale che la minaccia di affogamento nel mare è meno grave della sorte che attende chi provoca gli scandali. La macina girata da asino è una grossa pietra con un foro in mezzo che veniva inserita in un piolo di pietra ed era fatta ruotare con la forza di un asino per macinare i cereali.

La necessità degli scandali (v. 7) non è una cieca fatalità di fronte alla quale Gesù e i discepoli si dichiarano impotenti; è la condizione storicamente inevitabile del mondo dopo la caduta, partendo dalla quale si manifesta la pazienza di Dio nei suoi riguardi. Lo scandalo ha molti temi e volti. Ne sono vittime i piccoli, che hanno bisogno di aiuto e talvolta sono sconcertati. Scandalo nella Chiesa è l’atmosfera non adatta a far risuonare un appello qualitativo all’imitazione di Cristo. Scandalo è il cristianesimo stantio. Scandalo è vivere secondo le categorie del mondo e non secondo quelle del Vangelo. E la responsabilità di questi scandali e di queste situazioni gravano sulle coscienze di uomini concreti che siamo noi e gli altri.

Il male opera nel mondo. In ultima analisi, esso è legato al diavolo, come Matteo ha già illustrato nella spiegazione della parabola della zizzania (Mt 13,36ss). Il male opera contro la Chiesa e anche dentro la Chiesa. E durerà fino alla fine, perché soltanto allora saranno eliminati "tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità" (Mt 13,41).

Assecondando gli istinti della concupiscenza che biblicamente ha sede nel corpo o si serve del corpo, l’uomo imbocca una strada che allontana da Dio e dalla vita eterna (vv. 8-9). L’uomo ha cento mani per prendere e nessuna per dare; mille piedi per seguire le sue perversioni e nessun piede per seguire il Signore. Se con gli altri dobbiamo essere tolleranti, con noi stessi dobbiamo essere determinati nel togliere tutto ciò che fa cadere noi ed è occasione di caduta per gli altri. Dobbiamo eliminare ciò che è male per "entrare nella vita" e non buttare via la nostra esistenza nell’immondizia.

L’occhio è il desiderio che ci porta verso tutto e che porta dentro di noi tutto: è la finestra del cuore. Abbiamo mille occhi per vedere le tentazioni al male e nessun occhio per contemplare il Signore. Dobbiamo cavarci i mille occhi che ci fanno vedere gli oggetti del nostro egoismo e tenere l’unico occhio che ci rende liberi per amare e servire.

Dio è dalla parte dei piccoli. Chi disprezza i piccoli e i poveri, disprezza Dio. Un simile atteggiamento provoca il forte richiamo di Gesù: "Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli!" (v. 10) e l’intervento immediato del Padre in loro difesa: egli ha disposto uno schieramento di angeli a servizio e a difesa dei suoi bambini, dei suoi "piccoli". Tramite i propri angeli che vedono la faccia di Dio, essi possono far giungere fino a lui i torti e le ingiustizie che ricevono. Chi tocca i suoi "piccoli", tocca Dio.

Il valore dei "piccoli" davanti a Dio è sottolineato dal riferimento ai loro angeli che vedono sempre la faccia del Padre che è nei cieli. Nella tradizione giudaica gli angeli "che stanno davanti a Dio", chiamati "angeli del volto", sono quelli di primo grado, incaricati di compiti speciali in ordine alla protezione degli eletti (cf. 1 Enoch 40,1-10).

Sul v. 10 è fondata la credenza degli angeli custodi (cf. At 12,15).

12 Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? 13 Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 14 Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.

La parabola della pecora smarrita ci insegna ad essere solleciti verso la sorte dei "piccoli", di considerarli importanti e di andare alla loro ricerca quando si perdono. Questa cura pastorale viene fondata teologicamente sullo stile di Dio Padre.

Piccolo è colui che non conta, colui che serve. Il primo posto nella comunità è per costoro. L’autorità deve mettere i piccoli al primo posto nella sua considerazione e nei suoi programmi. E tutti, se vogliono stare nella comunità cristiana, devono mettersi in atteggiamento di servizio. Scandalizzare i piccoli è impedire loro di credere in Gesù. Il Padre vuole che nessun peccatore si perda.

Lo scopo di questa parabola è di spingere la comunità cristiana, che trascura i peccatori ed è tentata di ripiegarsi pigramente su se stessa, a mettersi senza esitazione alla ricerca degli smarriti, dei cristiani che hanno dimenticato il primitivo fervore e la coerenza con gli ideali del vangelo. Chiunque è in pericolo ha la precedenza assoluta su tutto e su tutti a essere soccorso.

Le parole di Gesù sottolineano ripetutamente "anche uno solo di questi piccoli" (vv. 6.10.14) per insegnarci non solo a capovolgere i criteri mondani riguardo alla grandezza, ma anche nei confronti della quantità: anche uno solo conta!

La parabola della pecora smarrita ci riguarda personalmente perché è la nostra storia. Qualche volta siamo la pecora smarrita, altre volte siamo mandati a cercare la pecora smarrita che è il prossimo. Possiamo sperare di raggiungere la nostra salvezza soltanto se ci preoccupiamo anche della salvezza degli altri.

15 Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. 18 In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
19 In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro".

Nel brano della correzione fraterna e della preghiera concorde Matteo sviluppa l’iniziativa di colui che vuole aiutare il peccatore a ritrovare la comunione fraterna. L’espressione "tuo fratello" (vv. 15.21) manifesta l’intenzione teologica di Matteo: la Chiesa è una comunità di fratelli.

Il passo da compiere si esprime in una triplice gradazione: se il colloquio da solo a solo non porta il frutto sperato, si potrà fare appello ai fratelli e solo in ultima istanza si deve ricorrere a tutta la comunità.

Alla luce della parabola precedente (vv. 12-14: la pecora perduta), il triplice passo va inteso come uno sforzo per riportare nella comunità colui che si era allontanato: è una traduzione umana della pazienza di Dio.

Colui che rifiuta dev’essere considerato come un pagano o un pubblicano, ossia come persona di fronte alla quale i fedeli si trovano impotenti. Nei confronti di questo fratello che rifiuta di ascoltare, il cristiano ha ancora un dovere da compiere, il più importante: affidarlo alle mani del Padre, riconoscendo che l’aiuto di cui necessita sorpassa totalmente le possibilità della comunità. Dove falliscono gli uomini può riuscire Dio.

La Chiesa è dunque una comunità nella quale i fratelli sono responsabili della fede dei loro fratelli. Ma questa comunità dipende meno dagli sforzi umani, che possono finire in un insuccesso, che dal Padre che è nei cieli: è lui il Pastore che va in cerca della pecora perduta.

L’espressione "Io sono in mezzo a loro" (v. 20) richiama l’inizio del vangelo (1,23: Gesù è il "Dio con noi") e la fine (28,20: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del tempo"). Con questa frase Matteo ci indica dove possiamo trovare Dio e fare un’autentica esperienza della sua presenza: dove c’è la comunità riunita nel suo nome, lì c’è Dio.

21 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?". 22 E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23 A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. 26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
31 Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32 Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello".

Pietro ritiene di entrare ampiamente nello spirito di Gesù perdonando sette volte. Anche i rabbini discutevano questa questione; partendo da Amos (2,4), da Giobbe (33,29) e dalla triplice preghiera di Giuseppe (Gen 50,17) pensavano che si potesse arrivare a perdonare fino a tre volte.

La risposta di Gesù è chiara. Rovesciando il canto di Lamech: "Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settanta volte sette" (Gen 4,24), Gesù svela le risorse insospettate di misericordia generate dall’avvento del regno dei cieli.

Davanti a Dio tutti siamo debitori insolvibili. La parabola di oggi ci insegna che il perdono di Dio è il motivo e la misura del perdono fraterno. Dobbiamo perdonare senza misura perché Dio ci ha perdonato senza misura. Il perdono ai fratelli è segno dell’efficacia del perdono di Dio in noi: se non perdoniamo, non abbiamo accolto realmente il perdono di Dio. Il servo è condannato perché tiene il perdono per sé e non permette che il suo perdono diventi gioia per gli altri. Bisogna imitare il comportamento di Dio (Mt 5,43-48).

Il fondamento del mio rapporto con l’altro è l’imitazione del rapporto che Dio ha con me. Gesù ha detto di amarci a vicenda come lui ha amato noi (Gv 13,34); e Paolo dice di graziarci l’un l’altro come il Padre ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32).

La giustizia di Dio non è quella che ristabilisce la parità, secondo la regola: chi sbaglia, paga. E’ una giustizia superiore, propria di chi ama, che è sempre in debito verso tutti: all’avversario deve la riconciliazione, al piccolo l’accoglienza, allo smarrito la ricerca, al colpevole la correzione, al debitore il condono.

Diecimila era la cifra più grossa in lingua greca e il talento la misura più grande. Diecimila talenti è una cifra enorme. Il talento corrisponde a 36 kg di metallo prezioso. Diecimila talenti corrispondono a 360 tonnellate di oro o di argento. Un talento è pari a 6.000 giornate lavorative; 10.000 talenti è pari a 60.000.000 di stipendi quotidiani. Per pagare questo debito il servo dovrebbe lavorare circa 200.000 anni. La cifra esagerata è in realtà una pallida idea di ciò che Dio ci ha dato.

Cento danari corrispondono allo stipendio di cento giornate lavorative. Una cifra discreta, ma del tutto trascurabile rispetto al debito appena condonato di diecimila talenti.

Pensare al proprio debito condonato ci rende tolleranti verso gli altri e magnanimi. Perdonare è una questione di cuore: è ricordare l’amore che il Padre ha per me e per il fratello.

 


Capitolo diciannovesimo

 

1 Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano. 2 E lo seguì molta folla e colà egli guarì i malati.
3 Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: "E' lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?". 4 Ed egli rispose: "Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: 5 Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? 6 Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi". 7 Gli obiettarono: "Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e mandarla via ?". 8 Rispose loro Gesù: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. 9 Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio".
10 Gli dissero i discepoli: "Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi". 11 Egli rispose loro: "Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. 12 Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca".

Gesù parte dalla Galilea. Secondo il racconto di Matteo non vi ritornerà più durante la sua vita terrena. La Giudea, la provincia meridionale, è il suo nuovo campo d’azione. A questa regione appartengono anche Gerico e Gerusalemme che ora costituiscono la sua meta (Mt 20–21). Anche per Matteo, Gerusalemme è anzitutto il luogo in cui ha compimento il cammino di Gesù.

In termini generici si parla della sua attività di guaritore anche in questo territorio, per ricordarci che egli non solo esige la misericordia, ma la esercita di persona, incessantemente.

Con la domanda dei farisei sul divorzio appare lo scacco dell’amore in seno alla coppia. E’ questa infatti la prima cellula dove "due sono uniti nel nome di Cristo" (Mt 18,20). L’intervento dei farisei mette sotto accusa Gesù e la novità del Regno.

La domanda "E’ lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?" è importante. Al tempo di Gesù l’interpretazione di Dt 24,1 contrapponeva i seguaci di due scuole rabbiniche, quella di Hillel che ammetteva il divorzio per qualsiasi motivo, e quella di Shammai che richiedeva, come minimo, una cattiva condotta comprovata, anzi, un adulterio da parte della moglie.

La risposta di Gesù supera subito la disputa interpretativa tra i seguaci di Hillel e di Shammai. Alla maniera rabbinica, egli cita i brani di Gen 1,17 e 2,24 situando così la discussione a livello superiore: quello della volontà del Creatore. La distinzione tra i sessi trova quindi la sua origine nel Creatore: è più un’intenzione creatrice vissuta e rivelata che un semplice fenomeno di natura.

Gesù cita Gen 2,24: "L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola" (v. 5) per sottolineare che è la volontà creatrice di Dio che unisce l’uomo e la donna. Quando si uniscono, è Dio che li unisce: la congiunzione dell’uomo e della donna è l’effetto della parola di Dio.

La risposta di Gesù è quindi chiara: per volontà esplicita di Dio creatore il matrimonio è indissolubile, non si può divorziare per nessun motivo. Un testo di Malachia (2, 13-16) dichiarava già prima di Cristo che ripudiare la propria moglie è rompere l’alleanza di Dio con il suo popolo (cf. anche Os 1-3; Is 1, 21-26; Ger 2,3; 3,1.6-12; Ez 16 e 23; Is 54,6-10; 60-62).

Questa risposta di Gesù pare tuttavia in contraddizione con la legge di Mosè, che permetteva di dare un attestato di divorzio. Gesù, nuovo Mosè, riporta con forza la questione nei suoi giusti termini: all’amore di Dio che fa alleanza con l’uomo e gli dà la capacità di superare la durezza del cuore (v. 8), cioè la mancanza di docilità alla parola di Dio. La legge espressa in Gen 1,27 e 2,24 non è mai stata modificata o abolita.

Di fronte a questo "amore impossibile" i discepoli reagiscono violentemente: "Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi" (v. 10). Essi indietreggiano davanti all’insopportabile esigenza dell’indissolubilità del matrimonio: impossibile da capire dagli uomini chiusi alla rivelazione di Dio, ma possibile per quelli che ricevono da Dio la grazia di capire.

Agli eunuchi per nascita o resi tali dagli uomini, Gesù aggiunge una terza categoria: quelli "che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli" (v. 12). L’eunuco è colui che non può compiere l’atto della generazione. Gli eunuchi per il regno dei cieli sono, anzitutto, coloro che, separati dal coniuge, continuano a vivere nella continenza, saldamente fedeli al vincolo matrimoniale.

Anche là dove la legge di Mosè permetteva qualche indulgenza, il regno dei cieli esige e promette la comunione indissolubile d’amore in seno alla coppia e disapprova ogni atto che tende a distruggere l’unità sacra del matrimonio come è stata istituita dal Creatore.

13 Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. 14 Gesù però disse loro: "Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli". 15 E dopo avere imposto loro le mani, se ne partì.

Questo brano sull’accoglienza dei bambini illumina ulteriormente il brano precedente sull’indissolubilità del matrimonio.

Per entrare nel regno dei cieli bisogna diventare come bambini (Mt 18,3-4), ma i discepoli non l’hanno capito perché respingono i bambini con la stessa incomprensione con cui altri ripudiano la propria sposa.

Solo Gesù può donare l’amore fedele e accogliente, ma per accoglierlo bisogna diventare piccoli, entrando nella logica della fede.

Nell’agire di Gesù si nota una dedizione diretta e immediata ai bambini. E’ un aspetto caratteristico della sua attività. Sullo sfondo della posizione insignificante del bambino questo atteggiamento va visto come offerta di grazia a coloro che non hanno nulla e come una critica ai pregiudizi del mondo degli adulti.

Il bambino viene preso seriamente come interlocutore di Dio. L’essenza dell’essere bambini sta in questo: soltanto l’amore fornisce al bambino il criterio di misura di ciò che gli è vicino e di ciò che gli è estraneo. "Anche se gli si mostrasse una regina con il suo diadema, egli preferirebbe la sua mamma anche se fosse vestita di stracci" (san Giovanni Crisostomo). Coloro che sono diventati come bambini preferiscono il loro Signore umiliato e morto in croce a tutte le lusinghe del mondo.

I bambini si aprono con spontaneità alla benedizione di Dio che Gesù dona loro. Con ciò viene comunicata loro, già ora, una felicità sincera.

16 Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?". 17 Egli rispose: "Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". 18 Ed egli chiese: "Quali?". Gesù rispose " Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, 19 onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso". 20 Il giovane gli disse: "Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?". 21 Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi". 22 Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze.

Per avere parte alla vita eterna bisogna vivere secondo Dio, secondo i suoi comandamenti.

La povertà evangelica richiesta a questa persona non è un consiglio, ma un ordine, altrettanto impellente quanto quello dell’amore indissolubile che rende eunuchi per il regno dei cieli.

La povertà non rappresenta una via migliore e più sicura, che si può percorrere se si vuole e che Gesù si accontenterebbe di raccomandare, ma la condizione assoluta della perfezione obbligatoria, ogni volta che il mantenimento dei beni diventa un ostacolo alla salvezza.

Anche qui, come nel brano precedente, non si tratta direttamente di un appello alla vita religiosa o di speciale consacrazione – anche se l’episodio può servire a illustrarla – ma di un invito rivolto ad ogni uomo a ricevere l’amore e a viverlo nel distacco, ad abbandonare la parte che si possiede per ricevere il tutto che Gesù offre.

La risposta data a Gesù da questo tale: "Ho sempre osservato tutte queste cose" (v. 20) è un atto di presunzione. Il comandamento dell’amore del prossimo, che egli afferma di osservare, richiede la volontà di donazione e di impegno totali, separandosi dai beni e donando il ricavato ai poveri. Ma egli "aveva molte ricchezze" (v. 22).

La rinuncia ai possedimenti non è richiesta per motivi di santità, come a Qumran, o come espressione di autodominio, come avveniva presso i cinici o gli stoici, ma assume il carattere specificamente cristiano di espressione dell’amore del prossimo, che dona ciò che ha ai poveri.

L’assicurazione della ricompensa, un tesoro nei cieli, resta salvaguardata dal malinteso dell’"io ti do affinché tu mi dia", se viene intesa nel suo vero significato, come ricompensa di grazia.

Questo tale rifiuta l’invito a seguire Gesù perché non accetta le condizioni poste dal Maestro. La tristezza che lo affligge ha le sue radici nell’amore di sé e del mondo.

23 Gesù allora disse ai suoi discepoli: "In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24 Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli". 25 A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: "Chi si potrà dunque salvare?". 26 E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile".
27 Allora Pietro prendendo la parola disse: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?". 28 E Gesù disse loro: "In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, sederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele. 29 Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.
30 Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi".

Il tale di cui parla questo brano del vangelo aveva chiesto a Gesù che cosa doveva "fare" per "avere" la vita eterna (v. 16); nella sua risposta ai discepoli, Gesù rovescia la prospettiva: bisogna "lasciare" per "avere" (v. 29).

Questa impossibilità di farsi piccoli per entrare nel Regno è sottolineata da Gesù (vv. 23-24) e ripresa dai discepoli costernati: "Chi si potrà dunque salvare?" (v. 25).

Gesù insiste: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (v. 26; cf. Gen 18,14; Gb 42,2; Zc 8,6). Il Regno non è un bene che si guadagna o si possiede; bisogna riceverlo come dono da Dio.

Siamo nel cuore della Rivelazione del Regno e della scelta che richiede (cf. Mt 16,23): o si muore a se stessi per ricevere tutto da Dio o si rende impossibile in noi la venuta del regno dei cieli. L’uomo, ricco o povero, non può salvare se stesso, ma deve accogliere la salvezza come dono di Dio.

Pietro pone la domanda circa la ricompensa riservata a coloro che seguono Cristo. Egli non chiede solo per sé, ma per tutti. La domanda è umanamente comprensibile, ma insensata, perché non tiene conto che la ricompensa divina è sempre grazia. Il seguire Gesù conduce alla partecipazione della sua gloria in paradiso.

Con la domanda di Pietro, Matteo prepara la parabola che segue (Mt 20,1-16).

Lutero, commentando questo brano in una predica del 1517, diceva: "Senza la rinuncia alle cose, non si ottiene nulla".

 


Capitolo ventesimo

1 "Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? 7 Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. 11 Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? 16 Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi".

I due detti di Gesù: "Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi" (Mt 19,30) e "così gli ultimi saranno primi e i primi gli ultimi" (Mt 20,16) servono come inclusione della parabola degli operai della vigna.

Il messaggio è questo: rinunciare ad essere grandi per diventare piccoli, accettare che l’ultimo riceva quanto il primo. Il Regno è un dono gratuito, una grazia da accogliere.

Spontaneamente siamo tentati anche noi di mormorare contro il Signore della vigna, perché il suo modo di agire mette a soqquadro i nostri criteri di valutazione, di retribuzione equa, di giustizia sociale, di merito. Ma trasferendo le nostre misure sul piano della salvezza, noi poniamo il problema in modo sbagliato: essere ingaggiati nella vigna del Signore, essere chiamati al Regno è una grazia, un onore, una gioia, una fortuna.

E se Dio chiama tutti e a tutte le ore e accorda il medesimo dono straordinario e gratuito che è la salvezza, ciò deve farci straordinariamente felici, anche perché, erroneamente, tutti riteniamo di essere operai della prima ora che reclamano la salvezza come un diritto, mentre in realtà ci viene concessa come dono.

Dio si riserva la libertà dalla scelta per grazia, che abbatte la presunzione umana. A imitazione di Dio, i "primi" sono invitati a guardare agli "ultimi" con bontà e non con cuore cattivo.

L’amore di Dio raggiunge tutti gli uomini e non fa differenze. Il salario è sempre lo stesso e non può essere diviso perché il premio della vita è Gesù Cristo.

17 Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici e lungo la via disse loro: 18 "Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte 19 e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà".
20 Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21 Egli le disse: "Che cosa vuoi?". Gli rispose: "Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno". 22 Rispose Gesù: "Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?". Gli dicono: "Lo possiamo". 23 Ed egli soggiunse: "Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio".
24 Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; 25 ma Gesù, chiamatili a sé, disse: "I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. 26 Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, 27 e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; 28 appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti".

Il brano è un contrappunto tra due glorie: quella del Figlio dell’uomo e quella degli uomini. La prima consiste nel consegnarsi, nel servire e dare la vita; la seconda consiste nel possedere, nell’asservire e dare la morte. E’ una lotta tra l’egoismo e l’amore, dove l’amore vince con la propria sconfitta, e l’egoismo perde con la propria vittoria.

Il racconto è un dialogo di equivoci tra Gesù e i discepoli. Ciò che la madre dei figli di Zebedeo vuole da Gesù non è la Gloria, cioè Dio, ma la vanagloria, cioè l’avere, il potere e l’apparire.

Il brano si articola in tre parti: la vera gloria del Figlio dell’uomo (vv. 17-19), la cecità dei discepoli che la scambiano con la gloria degli uomini (vv. 20-24) e il confronto tra le due glorie (vv. 25-28).

Questo testo ci prepara al successivo, con il quale fa un tutt’uno: l’illuminazione dei ciechi di Gerico sarà la caduta della vanagloria, che ci impedisce di ricevere la Gloria.

La rivelazione del Figlio dell’uomo che sale a Gerusalemme è la luce che squarcia violentemente le nostre tenebre e svela ad ogni uomo la vera identità di Dio, la cui gloria è amare, servire e dare la vita.

In questo brano si confrontano e si scontrano il modo di pensare e di agire del mondo e quello di Gesù. L’uno è presentato nel comportamento dei grandi, nella loro volontà di oppressione e di dominio; l’altro è caratterizzato dalla condotta di Gesù, che è venuto per servire e dare la vita per l’umanità.

L’esempio di Gesù deve indurre a un cambiamento di mentalità. L’atteggiamento richiesto da Gesù non nasce spontaneo, non è congeniale all’uomo: richiede una conversione. S. Kierkegaard ha scritto: "Non hai la minima partecipazione a lui (a Cristo), né la più lontana comunione con lui, se non ti sei posto in sintonia con lui nel suo abbassamento".

"Diventare piccoli" è l’atteggiamento contrario a quello degli uomini, assetati di potenza e di grandezza. Gesù si è fatto piccolo fino alla morte di croce (cf. Fil 2,5-11). Tutti ci saremmo aspettati che il Figlio di Dio sarebbe venuto per essere servito e per far morire i peccatori. E invece no. E’ venuto per servire e per dare la vita in riscatto per tutti.

Le nazioni si organizzano come società, la Chiesa invece è una famiglia in cui non ci sono superiori e sudditi, padroni e subalterni, ma solamente fratelli (cf. Mt 18,15.21.35). Lo spirito di supremazia o di egemonia sui propri simili non è cristiano, ma diabolico (cfr Mt 4,1-11). Qualunque forma di autorità nella Chiesa non deve essere un dominio, una signoria, un potere, ma un servizio. Il Signore lo dice inequivocabilmente: "Chi vuol essere il più grande tra voi, deve essere il vostro servo; e chi vuol essere il primo, deve essere il vostro schiavo" (vv. 26-27). C’è un tale rovesciamento nel modo di intendere le funzioni del governo che la comunità cristiana non sembra ancora averne preso del tutto coscienza.

Il "servizio" è un concetto teologico prima ancora di essere un atteggiamento pratico. Non riguarda prima di tutto un modo umile di esercitare il potere, ma di concepirlo. Il servo non è il responsabile della casa, non ha nessun potere, tanto meno quello di sostituirsi al padrone, prendendo decisioni al suo posto, avocando a sé la responsabilità degli altri. Egli è solo un inserviente che coopera al buon andamento della casa, che non è sua, e per questo non deve considerarla tale. La Chiesa è di Dio, di Cristo (cf. Mt 16,18) che la governa direttamente (cf. Mt 28,18-20), prima che tramite particolari incaricati.

In quanto Dio, Gesù avrebbe potuto pretendere (secondo noi!) un trattamento da "signore", facendosi servire. Ma invece di far valere i suoi diritti sovrani vi ha rinunciato a favore delle moltitudini facendosi loro servo e donando la vita per il loro riscatto, ossia per la loro liberazione da assoggettamenti e schiavitù di qualsiasi genere.

Scegliendo la condizione servile si è proposto di essere più vicino a quanti vivevano in schiavitù e ridare ad essi la coscienza della loro dignità e libertà. Il testo ribadisce l’inno della Lettera ai Filippesi 2,5-7: pur essendo Dio è diventato servo, realizzando con la sua morte in croce il suo servizio. Pur essendo ricco, è diventato povero per arricchire noi (cf. 2Cor 8,9).

La vera grandezza e la libertà autentica è nell’umiltà del servire. Gesù è in mezzo a noi come colui che serve (cf. Lc 22,27; Gv 13,1-17).

29 Mentre uscivano da Gerico, una gran folla seguiva Gesù. 30 Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare: "Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!". 31 La folla li sgridava perché tacessero; ma essi gridavano ancora più forte: "Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi!". 32 Gesù, fermatosi, li chiamò e disse: "Che volete che io vi faccia?". 33 Gli risposero: "Signore, che i nostri occhi si aprano!". 34 Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista e lo seguirono.

La guarigione dei due ciechi di Gerico è l’ultimo miracolo compiuto da Gesù. A questo punto del racconto evangelico si nota la contrapposizione tra i discepoli e i due ciechi. I discepoli non comprendono la via della croce e manifestano la loro perplessità, i due ciechi invece "subito riacquistarono la vista e lo seguirono" (v. 34). Il modello da imitare sono loro, non i discepoli. Questo miracolo illustra la frase di Gesù: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (19,26): due uomini erano ciechi e poi ci vedono, erano seduti e poi seguono Gesù lungo la via. La lezione è chiara: la potenza di Dio sa trasformare uomini impotenti in discepoli coraggiosi. Questi due "piccoli" handicappati, sgridati dalla folla e zittiti perché pregavano il "Signore, figlio di Davide" con umiltà ("abbi pietà di noi") sono veramente grandi: il Signore si commuove, li tocca, li guarisce.

Gesù è la luce del mondo. La Chiesa è fatta di persone illuminate dalla sua luce, che lo seguono nel suo cammino.

 


Capitolo 21

1 Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli 2 dicendo loro: "Andate nel villaggio che vi sta di fronte: subito troverete un'asina legata e con essa un puledro. Scioglieteli e conduceteli a me. 3 Se qualcuno poi vi dirà qualche cosa, risponderete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà subito". 4 Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta:
5 Dite alla figlia di Sion:
Ecco, il tuo re viene a te
mite, seduto su un'asina,
con un puledro figlio di bestia da soma.
6 I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: 7 condussero l'asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. 8 La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via. 9 La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava:
Osanna al figlio di Davide!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Osanna nel più alto dei cieli!
10 Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: "Chi è costui?". 11 E la folla rispondeva: "Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea".

Per Matteo il centro dell’attività di Gesù è la Galilea. Gerusalemme è la città del rifiuto, il popolo che gli prepara la croce. L’ingresso in Gerusalemme va letto sotto questo aspetto. Il centro del brano è Gesù; i discepoli e le folle sono soltanto comparse.

Il monte degli Ulivi domina la città da oriente (Ez 11,23) e dista da Gerusalemme il cammino di un sabato (At 1,12), cinque stadi (= 952 metri). Al tempo di Gesù era considerato il luogo dal quale il Messia, con ogni probabilità, si sarebbe mostrato.

Il dettaglio dell’asina legata è comprensibile se ci si rifà a Gen 49,11 che descrive la benedizione di Giacobbe al figlio Giuda: "Egli lega il suo asino alla sua vite, a scelto vitigno il puledro della sua asina". Questo passo ha carattere messianico e il Messia è atteso dalla tribù di Giuda. Il versetto precedente, Gen 49,10 dice: "Non si allontana lo scettro da Giuda, né il bastone del comando dai suoi piedi, finché venga il suo dominatore, e a lui obbediscono i popoli". Con Gesù arriva il dominatore dei popoli preannunciato dal patriarca Giacobbe.

Il proprietario degli animali non può far altro che obbedire al Signore che ne ha bisogno. Una citazione dell’Antico Testamento chiarisce che tutto ciò accadde secondo le Scritture, cioè che è stato predisposto da Dio. Gesù agisce secondo la volontà di Dio.

Sia Is 62,11 sia Zc 9,9 annunciano per Gerusalemme il salvatore che viene e porta la pace, ed esortano Gerusalemme a salutarlo con gioia. L’appellativo "figlia di Sion" è rivolto alla popolazione della città. Ma Gerusalemme non reagisce con esultanza (v. 10).

Gesù viene nelle vesti del re mansueto, non come re che punisce e giudica. Egli offre a Gerusalemme la salvezza, e Gerusalemme è invitata ad accoglierla.

I due discepoli agiscono secondo la direttiva di Gesù senza trovare ostacoli. Essi pongono sulle due bestie dei mantelli come sella o come ornamento e Gesù siede sull’asina e sul suo puledro.

Non si può eliminare la difficoltà dell’espressione intendendo che Gesù sia seduto sui mantelli. In oriente gli asini si cavalcano in modo tale da tenere entrambe le gambe dalla stessa parte. Gesù, seduto sull’asina, ha usato il puledro, più basso dell’asina, per appoggiarvi i piedi. L’immagine dell’asina e del suo puledro era il segno dal quale Gerusalemme avrebbe dovuto riconoscere il suo re.

La folla enorme che accompagna Gesù è quella dei pellegrini, che arrivavano a Gerusalemme per la festa di Pasqua, non quella degli abitanti di Gerusalemme. In vista della città questi pellegrini stendono sulla strada i loro mantelli e rami recisi dagli alberi. Il primo gesto è parte costitutiva del rituale di intronizzazione (2Re 9,13); il secondo può essere considerato un atto di omaggio.

Il grido di saluto rivolto a Gesù "osanna!" significa letteralmente "soccorrici, dunque!". Qui è inteso nel senso di un grido di evviva. Esso è rivolto al Messia, il Figlio di Davide, che visita la sua città.

L’acclamazione "benedetto colui che viene nel nome del Signore" (Sal 118,26) – in origine un grido di saluto per i pellegrini alla porta del tempio - qui ha un significato escatologico: anche il Cristo della parusia sarà salutato così (Mt 23,39). L’osanna conclusivo invita gli angeli del cielo a unirsi all’esultanza.

Soltanto quando Gesù entra nella città, questa reagisce con eccitazione e panico. I suoi abitanti non gli sono andati incontro: è lo stesso atteggiamento tenuto all’annuncio della sua nascita (Mt 2,3-8).

Gesù è uno sconosciuto per gli abitanti di Gerusalemme. L’informazione può essere considerata anche con una punta di polemica rivolta contro di essa. Il profeta Gesù viene a lei da un angolo sconosciuto della Galilea, da Nazaret.

Gesù che entra in Gerusalemme è un’immagine del Dio misericordioso. Gesù si mostra re misericordioso proprio verso i peccatori. L’immagine del Dio misericordioso può essere colta soltanto nella fede, che è in grado di scorgere sotto la povertà la ricchezza, sotto la vergogna l’onore, sotto la morte la vita.

Un altro motivo importante è la pace che viene portata da questo re che disprezza la violenza. Il re senza spada e senza scudo diventa la vittima della sua città.

12 Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe 13 e disse loro: "La Scrittura dice:
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera
ma voi ne fate una spelonca di ladri".
14 Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed egli li guarì. 15 Ma i sommi sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che acclamavano nel tempio: "Osanna al figlio di Davide", si sdegnarono 16 e gli dissero: "Non senti quello che dicono?". Gesù rispose loro: "Sì, non avete mai letto:
Dalla bocca dei bambini e dei lattanti
ti sei procurata una lode?".
17 E, lasciatili, uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte.

La città è scossa dall’arrivo del suo re (v. 10) ma egli l’abbandonerà (v. 17): questa inclusione annuncia già il giudizio finale (23,38-39). Continuando il suo cammino egli prende possesso del tempio con un nuovo gesto profetico (v. 12): come aveva fatto Neemia al suo ritorno in Gerusalemme (Ne 13,7-9), Gesù purifica la casa di Dio e ne scaccia i mercanti. Il v. 13 allude alle invettive dei profeti (Is 56,7 e Ger 7,11) contro coloro che hanno fiducia nel tempio, ma non hanno una religione autentica. Anche il profeta Zc 14,21 aveva preannunciato: "non vi saranno più mercanti nel tempio di Jahvè degli eserciti, in quel giorno".

È ancora in questa prospettiva messianica che solo Matteo ricorda le guarigioni operate da Gesù nel tempio, il cui accesso era proibito ai ciechi e agli zoppi (2Sam 5,8; Lv 21,18). Introducendo questi malati nel recinto del tempio e guarendoli, il figlio di Davide realizza le profezie messianiche di Isaia 35,5-6. Matteo pone sulla scena i malati e i fanciulli, che comprendono il significato messianico di Gesù in Gerusalemme e nel tempio, mentre i misteri del regno restano nascosti ai sapienti e agli intelligenti (Mt 11,15; 13,11-15): Gesù è il messia dei malati e dei bambini, degli umili e dei poveri.

Gesù scaccia i mercanti ma accoglie i poveri e gli umili che vengono a lui pieni di fede. Il gesto contro i rivenditori poteva far apparire che egli era un giudice inappellabile, i prodigi sui ciechi e sugli zoppi dimostrano invece che egli è un medico misericordioso. Mentre purifica il tempio e scaccia i profanatori, controbilancia questo atto di forza con un atto di clemenza verso i poveri e i sofferenti. I miracoli sono sempre segni della messianicità del Salvatore, per questo provocano un’acclamazione in tal senso da parte dei ‘fanciulli’. Essi fanno parte della categoria dei discepoli di Gesù, cioè dei poveri e degli umili, sempre pronti ad accogliere i suoi annunci. In questo caso il loro improvviso riconoscimento serve ad attuare l’oracolo del Sal 8,3, ritenuto unanimemente messianico. Le grida gioiose dei fanciulli vengono smorzate e soffocate dall’intervento dei capi del popolo. Essi levano un coro di protesta e pretendono da Gesù una smentita alle acclamazioni dei fanciulli, ma egli non accoglie la loro richiesta. Ormai i fanciulli e i piccoli hanno sostituito per sempre i grandi e i potenti. Gesù, come il protagonista del salmo 8, accetta il canto di lode dei piccoli "per ridurre al silenzio nemici e ribelli".

18 La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. 19 Vedendo un fico sulla strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: "Non nasca mai più frutto da te". E subito quel fico si seccò. 20 Vedendo ciò i discepoli rimasero stupiti e dissero: "Come mai il fico si è seccato immediatamente?". 21 Rispose Gesù: "In verità vi dico: Se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà. 22 E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete".

La fame di Gesù esprime il suo desiderio ardente di farsi conoscere in tutta la sua verità. Questo desiderio è deluso dalla cecità di Israele, simboleggiato dal fico. Egli condanna il fico adempiendo la profezia di Geremia: "Li mieto e li anniento, dice il Signore, non c’è più uva nella vigna né frutti sui fichi; anche le foglie sono avvizzite" (8,13). Il messia rivela la sterilità del suo popolo, incapace di fare frutti (cf. 21,43). Rifiutando Gesù, Israele perde il contatto con la fonte della salvezza; diventa secco, perché rifiuta di attingere alla vera vita.

In questo brano, fede e incredulità sono confrontate tra loro. Per Matteo la fede è anzitutto fiducia nella parola di Gesù. L’elemento fondamentale di questa fede è l’orientamento alla volontà di Dio.

La preghiera è un’espressione della fede. La fede suscita la fiducia che Dio verrà in aiuto. Il come di questo intervento non può essere stabilito da colui che prega. Anzi, quanto più l’orante crescerà nella fede fiduciosa, tanto più lascerà fare a Dio.

23 Entrato nel tempio, mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: "Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?". 24 Gesù rispose: "Vi farò anch'io una domanda e se voi mi rispondete, vi dirò anche con quale autorità faccio questo. 25 Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?". Ed essi riflettevano tra sé dicendo: "Se diciamo: "dal Cielo", ci risponderà: "perché dunque non gli avete creduto?''; 26 se diciamo "dagli uomini", abbiamo timore della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta". 27 Rispondendo perciò a Gesù, dissero: "Non lo sappiamo". Allora anch'egli disse loro: "Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose".

I gesti di Gesù irritano i responsabili del culto e della dottrina. Si erano già sdegnati il giorno prima per la cacciata dei venditori dal tempio e per le acclamazioni dei bambini. Ma Gesù li aveva zittiti citando il Sal 8,3. Ora gli pongono esplicitamente la domanda: "Con quale autorità hai fatto questo? Chi ti ha dato questa autorità?" (21,23). Gesù però non risponde e pone a sua volta una domanda. Il loro rifiuto a pronunciarsi è la prova che la loro ricerca non è sincera. Non avevano creduto a Giovanni Battista che annunciava i tempi messianici: "Colui che viene dopo di me è più potente di me..., egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" (3,11), ora non credono a Gesù. Rifiutare di credere a Giovanni Battista è mettersi nella situazione di non credere a Gesù.

Nel Vangelo di Matteo, Giovanni Battista è in tutto e per tutto in funzione di Gesù. Partendo dal Battista si può argomentare in favore di Gesù e del suo Vangelo (cf. Mt 11,7-15).

Questo brano ci insegna che l’incredulità non può essere convinta con argomentazioni razionali. La fede dev’essere preceduta da una svolta interiore. La prima esigenza che Gesù pone è la conversione (Mt 4,17).

28 "Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. 30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Dicono: "L'ultimo". E Gesù disse loro: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 E' venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.

Matteo ha fatto confluire in questa parabola elementi molto diversi: oltre all’opposizione tra il dire e il fare che concludeva il discorso della montagna (7,21; cf. 23,3), si vede apparire quello del pentimento, mentre viene ripresa l’allusione a Giovanni Battista e alla fede (cf. 21,23-27); il tutto nel quadro di una vigna che richiama la parabola degli operai (19,30—20,16) e annuncia quella dei vignaioli omicidi (21,33-46).

Nel regno di Dio contano i fatti, non le parole. I due figli sono i "giusti" e i "peccatori" (cf. 9,13). Un detto rabbinico insegna: "I giusti promettono poco e fanno molto; gli empi parlano molto e non fanno nulla".

Il test è la docilità o meno all’appello di Giovanni Battista. I pubblicani e le prostitute, che in un primo tempo avevano rifiutato la volontà del Padre manifestata nelle legge, hanno creduto a Giovanni Battista e, tramite lui, hanno scoperto la via della salvezza nel regno annunciato da Gesù, mentre i capi d’Israele non lo ascoltarono e non gli credettero.

Noi, che siamo giusti e saggi, ovviamente benpensanti perché benestanti, davanti a Dio siamo molto più indietro dei furfanti e delle prostitute. Siamo noi i veri briganti, che derubano i fratelli e impongono loro balzelli insopportabili (cf. Mt 23,1ss), percependo "la tangente del pio"; siamo noi le vere prostitute che riducono l’amore di Dio a un puro rapporto di interesse. Pubblicani e prostitute hanno la patente di peccatori riconosciuti. Noi, finché non ci identifichiamo con loro, non abbiamo neanche la dignità di sapere che siamo tali.

Questo brano trasmette molta consolazione e fiducia. Nessun peccatore deve scoraggiarsi. Questo testo annuncia un nuovo ordinamento di Dio, che contrasta con il modo di vedere umano e lo supera.

33 Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. 34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. 36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! 38 Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. 40 Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». 41 Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d'angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri?
43 Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. 44 Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà».
45 Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro 46 e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta.

Gesù interpella di nuovo i capi del popolo facendo loro capire che è il momento dei frutti, il momento nel quale Dio chiede conto della sua vigna. L’applicazione è chiara: dopo aver rifiutato i profeti, i responsabili d’Israele possono ancora cogliere l’ultima occasione per pentirsi: accogliere il Figlio, l’erede. La parabola presenta la morte del Figlio come un crimine premeditato.

Dopo aver chiesto ai suoi interlocutori di tirare essi stessi le conclusioni della parabola (nel senso di Is 5,5-7), Gesù rende esplicito il loro giudizio. A chi sarà tolto il regno di Dio? Non a Israele, rappresentato dalla vigna, ma ai sommi sacerdoti e ai farisei, i quali "capirono che parlava di loro" (v. 45). E a chi sarà dato questo regno? "A un popolo che lo farà fruttificare" (v. 43). Per Matteo si tratta ancora di Israele, ma trasfigurato attraverso la presenza del Cristo risuscitato che adempie l’alleanza di Dio con gli uomini e fa loro produrre i suoi frutti.

I servitori mandati dal padrone della vigna sono i profeti. Ricordiamo due passi dell’Antico Testamento: "Il Signore inviò loro profeti perché li facessero ritornare a lui. Essi comunicarono loro il proprio messaggio, ma non furono ascoltati" (2Cr 24,19); "Da quando i vostri padri uscirono dal paese d’Egitto fino ad oggi, ho mandato a voi in continuazione tutti i servitori, i profeti. Ma non fui ascoltato e non mi si prestò orecchio; anzi rimasero ostinati e agirono peggio dei loro padri" (Ger 7,25-26). Neemia 9,26 constata in sintesi: "I tuoi profeti li ammonirono, ma essi li uccisero e commisero grandi iniquità".

Il Messia umiliato e ucciso diventerà, dal giorno della sua risurrezione, la pietra angolare della Chiesa, il suo fondamento incrollabile.

Fin dall’inizio la parabola ha richiamato la nostra attenzione sui frutti. I frutti del regno di Dio coincidono con la fedeltà nell’amore attivo, che è la sintesi della volontà di Dio. Alla fine il giudizio sarà in base ai frutti dell’amore fedele e attivo e non sull’appartenenza a Israele o alla Chiesa.

 


Capitolo ventiduesimo

1 Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: 2 "Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
7 Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, 12 gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti".

Il banchetto è organizzato da un re per le nozze del figlio. I primi invitati, il popolo d’Israele, manifestano indifferenza colpevole (v. 5). I vv. 6-7 sono ispirati alla parabola dei vignaioli. Probabilmente Matteo ha presente le persecuzioni contro i predicatori cristiani e la distruzione di Gerusalemme nell’anno 70.

Dopo il rifiuto dei primi chiamati, l’invito è rivolto a tutti, "buoni e cattivi" (v. 10).La sala piena di commensali è immagine della Chiesa.

La parabola è un appello a tutti perché sappiano che il momento è decisivo e non si può differire: "Tutto è pronto" (v. 4). Di fronte alla chiamata del vangelo non c’è niente di più importante da fare.

Per stare nella sala del banchetto (la Chiesa) bisogna accettare di ricevere il vestito di nozze: la conversione, la fede, la grazia. La comparsa del re nella sala significa il giudizio dei convitati. Il giudizio non riguarda solo i primi invitati che hanno rifiutato l’invito alle nozze. I secondi non si illudano che basti essere nella Chiesa per essere salvati.

L’avvertimento finale della parabola ricorda ai convitati della comunità cristiana l’esigenza della loro vita secondo il battesimo e la serietà del loro impegno.

La chiamata di Dio non pone condizioni preliminari: la Chiesa è il luogo del grande raduno e gli invitati sono tutti peccatori. Ma peccatori che si convertono.

Il detto riguardante i chiamati e gli eletti non invita a fare i conti sui salvati e i dannati: sarebbe in contraddizione con l’uno senza abito di nozze tra i tanti invitati che riempivano la sala. Questa frase è una interpellanza personale all’ascoltatore perché cerchi di non essere nella condizione di colui che viene gettato nelle tenebre.

15 Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17 Dicci dunque il tuo parere: E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?". 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? 19 Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". 21 Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio". 22 A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono.

Sulla liceità o meno di pagare il tributo all’imperatore romano c’erano diverse posizioni: gli erodiani erano favorevoli, gli zeloti erano contrari, i farisei pagavano purché venisse loro garantita la libertà religiosa. Qualunque fosse la risposta di Gesù, egli si sarebbe attirato l’ira di una parte dei presenti. Gesù porta il discorso al suo giusto livello: la giusta dipendenza da Dio ci fa trovare la giusta libertà di fronte allo stato. Dio e Cesare non sono sullo stesso piano: in ogni situazione vengono prima i diritti di Dio. Ci sono anche i diritti dello stato: quando lo stato rimane nel suo ambito, questi diritti diventano doveri di coscienza per i cittadini. Ma lo stato non può erigersi a valore assoluto, non può arrogarsi i diritti che competono a Dio, non può sostituirsi alla coscienza dell’uomo.

La richiesta di Gesù di mostrargli una moneta del tributo fa pensare a due cose. Gesù non dispone di denaro, è povero (Mt 8,2). Inoltre occorre ricordare che questo fatto avviene nell’area del tempio. L’immagine dell’imperatore sul denaro offende la dignità del luogo. Mostrando a Gesù un denaro nell’area del tempio, essi comprovano la loro colpevolezza.

La moneta è il simbolo del potere. Immagine e iscrizione lo comprovano. L’area del dominio di un imperatore o re coincideva con l’area in cui avevano corso le sue monete. L’immagine dell’imperatore impressa sulla moneta è presa da Gesù come argomento per provare che all’imperatore è dovuto il tributo. Ma il culmine della risposta sta nella giustapposizione di imperatore e Dio. Nel riconoscere la legittimità del tributo imperiale si dichiara che anche Dio dev’essere considerato come colui al quale spetta l’obbedienza maggiore. Nella predicazione del regno di Dio, il potere imperiale appare nella sua caducità, mentre il regno di Dio è permanente e definitivo. In caso di conflitto si deve negare l’obbedienza all’imperatore per obbedire soltanto a Dio.

La bimillenaria storia della Chiesa ci ha messo davanti agli occhi una molteplicità di rapporti felici e infelici tra stato e Chiesa. Solo la fede vera è in grado, volta per volta, di cogliere la netta distinzione tra Dio e il mondo. In ogni caso Dio non dev’essere circoscritto nel tempio o nella cella dei monaci, ma deve permeare la vita attiva, tutti gli atti umani, la società, la storia.

23 In quello stesso giorno vennero a lui dei sadducei, i quali affermano che non c'è risurrezione, e lo interrogarono: 24 "Maestro, Mosè ha detto: Se qualcuno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una discendenza al suo fratello. 25 Ora, c'erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. 26 Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo. 27 Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 28 Alla risurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie? Poiché tutti l'hanno avuta". 29 E Gesù rispose loro: "Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio. 30 Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo. 31 Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32 Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi". 33 Udendo ciò, la folla era sbalordita per la sua dottrina.

Il caso sottoposto al giudizio di Gesù è un’applicazione della legge del levirato (Dt 25,5-10) secondo la quale un cognato doveva sposare la cognata se il marito di lei fosse morto senza figli maschi, allo scopo di assicurare al defunto una discendenza. Come nel brano sul tributo a Cesare, Gesù va al cuore del problema, rinviando gli interroganti all’essenziale della rivelazione: la alleanza che unisce Dio agli uomini. Dio è il Dio della vita, non della morte (Es 3,6). La morte è la nemica numero uno del Dio della vita e dell’uomo creato da lui per la vita. Non è pensabile lo smacco del Dio vivente e onnipotente di fronte alla morte. Appartenere al Dio dell’alleanza è partecipare alla sua vita (Ez 37; Is 26,19; ecc.). Questa risposta non è solo contro i sadducei che si ingannavano perché non conoscevano né le Scritture, né la potenza di Dio (cf. v. 29), ma anche contro i farisei che concepivano la risurrezione come un semplice ritorno alla vita attuale, prestandosi così all’ironia dei sadducei.

L’obiezione contro la risurrezione derivante dal caso dei sette fratelli, mariti di una sola donna, si basa sull’idea che nell’al di là continuino le condizioni della vita terrena, e quindi ci si sposi. Gesù non condivide la concezione popolare e farisaica sull’al di là. Egli rimanda gli avversari alle Scritture e alla potenza di Dio. Per Gesù la risurrezione non è un ritorno alla vita precedente, ma una vita nuova che sarà prodotta dalla potenza di Dio. In questo modo la vicenda esposta dagli avversari cade.

34 Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35 e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36 "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?". 37 Gli rispose: " Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. 39 E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti".

Questa terza controversia tocca un argomento scottante per il giudaismo. I rabbini ripartivano i 613 precetti della Legge in 365 proibizioni (numero dei giorni dell’anno) e in 248 comandamenti (numero delle componenti del corpo umano). Si trattava di sapere qual era il precetto fondamentale.

La risposta di Gesù unisce tra loro l’amore di Dio e l’amore del prossimo (Dt 6,5 e Lv 19,18). Tutta la Legge è adempiuta in questi due amori che diventano un solo amore in Gesù, nel quale Dio e l’uomo si uniscono in una sola persona. E’ nella capacità di tenerli uniti anche nella vita del cristiano che si misura la fede.

L’unione dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo come culmine della Legge è un concetto specificamente cristiano e costituisce la sostanza di questo brano e di tutto il vangelo di Gesù. Occorre però ricordare che Gesù ha ridefinito il concetto di prossimo (cf. Lc 10,30-37). L’amore del prossimo ha come presupposto l’amore di se stessi. Ma l’amore evangelico di se stessi!

In Cristo si è manifestato l’amore di Dio e del prossimo in forma assoluta ed esemplare. E’ lui l’unico modello.

41 Trovandosi i farisei riuniti insieme, Gesù chiese loro: 42 "Che ne pensate del Messia? Di chi è figlio?". Gli risposero: "Di Davide". 43 Ed egli a loro: "Come mai allora Davide, sotto ispirazione, lo chiama Signore, dicendo: 44 Ha detto il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi?
45 Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?". 46 Nessuno era in grado di rispondergli nulla; e nessuno, da quel giorno in poi, osò interrogarlo.

Dopo le domande poste con malizia dai suoi avversari, anche Gesù rivolge loro una domanda: "Che ne pensate del Messia? Di chi è figlio?" (v. 42). La risposta è immediata e quasi automatica: "Di Davide". Ma la concezione del Messia come figlio di Davide deve essere sviluppata ulteriormente secondo il Sal 110,1 che è una delle frasi più citate dagli autori del Nuovo Testamento. Essi ne fanno uso per provare, in base alla Scrittura, la risurrezione-esaltazione-intronizzazione di Gesù alla destra di Dio (At 2,34-35; 1Cor 15,25; Eb 1,13). Davide ha parlato nel Sal 110 come autore ispirato da Dio, nello Spirito Santo. Il salmo tratta dell’intronizzazione del re in Gerusalemme. Il re è invitato a prendere posto alla destra di Dio. Nella sua applicazione al Cristo Gesù, il salmo ne afferma l’esaltazione alla destra del Dio. La frase è talmente importante che è entrata a far parte della professione di fede: siede alla destra del Padre. Con questo brano Gesù vuole provare che egli non è solo figlio di Davide, ma anche Figlio di Dio. La sua domanda iniziale: "Di chi è Figlio?" mirava a questo.

La Chiesa primitiva, sulla scia di Pietro (16,16) e alla luce della risurrezione ha scoperto la verità contenuta nelle Scritture (2Sam 7; Sal 110,1): il Messia è figlio di Davide per la sua discendenza umana ed è allo stesso tempo Figlio del Dio vivente. I farisei non possono dare una risposta. In questo momento decisivo sono incapaci di riconoscere in Gesù questo carattere divino che lo rende superiore a Davide, e di ammettere che egli riceve dal Padre la sua autorità perché è suo Figlio. Per questo stesso motivo lo condanneranno a morte (26,63-66).

 


Capitolo ventitreesimo

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì'' dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Ogni pagina del vangelo è scritta per la Chiesa. Gli scribi e farisei siamo noi, invitati a riconoscerci in loro. Il problema presentato da questo brano è sempre lo stesso: al centro di tutto poniamo Dio o il nostro io?

Gesù critica gli scribi e i farisei, e noi con loro, perché fanno tutto per essere visti e lodati: "Fanno tutte le loro opere per essere visti dagli uomini" (v. 5). Si preoccupano di recitare la parte dell’uomo pio e devoto più che di vivere un sincero rapporto con Dio.

La falsità è abbinata ovviamente a una buona dose di vanità e di orgoglio. In un mondo in cui la religione è tenuta in considerazione le persone religiose acquistano automaticamente la massima reputazione. Esse occupano, quasi per convenzione comune, il posto di onore dovuto a Dio. Difatti gli scribi e i farisei con la loro pietà simulata hanno posti di riguardo nelle sinagoghe e nei conviti, e quando appaiono in pubblico ricevono da ogni parte inchini, ossequi e saluti nei quali vengono scanditi con esattezza i loro titoli onorifici.

Anche i discepoli di Gesù sono esortati a rifuggire da questi comportamenti segnalati nei farisei e negli scribi. I titoli onorifici e le rivendicazioni di potere sono fuori luogo perché essi sono tutti fratelli, figli dello stesso Padre (v. 8) e sono guidati dallo stesso Cristo presente in loro (v. 10).

Nella comunità cristiana i più grandi sono gli ultimi e l’unico primato che conta è quello dell’abbassamento e del servizio (v. 11). In essa non devono nemmeno circolare gli appellativi che indicano distinzione e discriminazione che mettono in evidenza un preteso diritto di controllo e di dominio di alcuni sugli altri. Spesso succede che il nostro Signore, al quale diamo del tu, è predicato da signori ai quali diamo del lei.

Alla fine Gesù deve ricorrere ai comandi (sia vostro servo: v. 11) e alle minacce per abbassare chi si era elevato al di sopra degli altri (v. 12).

Matteo sta mettendo a confronto due immagini di Chiesa. L’una farisaica, pomposa, appariscente e vuota, dominata da capi avidi di onore e di potere; l’altra cristiana, costituita da amici e da fratelli. Quest’ultima non è anarchica, perché è guidata direttamente da Cristo e dal Padre, di cui tutti sono ugualmente figli. Coloro che vi esercitano funzioni o incarichi sono chiamati a testimoniare con le opere più che con le parole (cfr v. 3) la presenza invisibile del Padre, non a sostituirla. Perché egli non è mai assente.

La Chiesa di Cristo è una comunità di uguali, una fraternità che ha come criterio di discernimento il servizio. In essa esiste una diversità di ruoli e di responsabilità, che però devono essere svolti come servizio. Questo stile ha come modello Gesù stesso, il quale è venuto per servire (cf. Mt 20,26).

La logica dei rapporti che deve regolare la comunità cristiana è quella dell’umiltà. La condizione dettata da Gesù: "se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 18,3) è l’atteggiamento esattamente opposto a quello dell’autoesaltazione degli scribi e dei farisei.

13 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci 14 .
15 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
16 Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l'oro del tempio si è obbligati. 17 Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l'oro o il tempio che rende sacro l'oro? 18 E dite ancora: Se si giura per l'altare non vale, ma se si giura per l'offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. 19 Ciechi! Che cosa è più grande, l'offerta o l'altare che rende sacra l'offerta? 20 Ebbene, chi giura per l'altare, giura per l'altare e per quanto vi sta sopra; 21 e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l'abita. 22 E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.

Attraverso i "guai" rivolti agli scribi e ai farisei, Gesù istruisce la folla e i discepoli. Egli mette in guardia i discepoli dai cattivi comportamenti che vengono segnalati, perché anch’essi vi potrebbero incappare.

Il senso del "guai a voi!" è "ahimè per voi!": non esprime una minaccia, ma il dolore per la situazione dell’altro. E’ un’espressione di sincero amore, non di aggressività né tanto meno di cattiveria. E’ un lamento.

L’ipocrisia è la differenza tra l’essere e l’apparire, il non riconoscere l’ordine dei valori, ciò che è più importante e ciò che lo è meno, ciò che è centrale e ciò che è periferico.

L’immagine del chiudere presuppone che essi siano i detentori del potere delle chiavi, ossia che possiedano l’autorità dell’insegnamento. Essi, servendosi della propria autorità, sbarrano agli uomini loro sottomessi l’accesso al regno dei cieli. Le autorità giudaiche impediscono l’accettazione del vangelo di Gesù.

Viene messa in discussione anche la loro attività missionaria. Flavio Giuseppe in Ap. 2,10.39 attesta i successi dell’attività missionaria dei giudei della diaspora dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C.

L’appellativo "guide cieche" evidenzia nuovamente la loro smania di fare proseliti. Probabilmente Matteo si riferisce all’attributo onorifico "guide di ciechi" che si dava ai missionari giudei (cf. Rm 2,19).

Il "guai" del v. 16 riguarda anche l’abuso del giuramento. La situazione era questa: si usavano diverse formule di giuramento. Questo avveniva per rispetto verso il nome santo di Dio. Per non pronunciarlo si giurava per il cielo, per Gerusalemme o per altro (cf. Mt 5,34-35). Probabilmente ne derivò la triste conseguenza che coloro che giuravano il falso, quando erano scoperti, replicavano di non aver giurato per Dio e quindi non erano tenuti a mantenere il giuramento. Gesù non approva le cautele casuistiche adottate nel giuramento. Esse sono espressione di stoltezza e di cecità.

I vv. 21-22 sottolineano l’unità di tempio, cielo e Dio. Il tempio e il cielo appartengono a Dio, sono la sua casa e il suo trono (cf. 1Re 8,13; Sal 26,8; Is 66,1; Mt 5,34). Ogni giuramento è chiamare Dio come testimone, quindi l’abuso del giuramento è contro Dio.

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell'anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto mentre all'interno sono pieni di rapina e d'intemperanza. 26 Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi netto!

In questo brano Gesù continua a smascherare l’ipocrisia, o meglio gli ipocriti. L’ipocrita è un uomo che recita. Ama la pubblicità. Ogni suo gesto ha il solo scopo di attirare l’attenzione su di sé (cf. Mt 6,1-6). La radice profonda dell’ipocrisia è la ricerca di sé, il fare tutto per sé, non per gli altri o per Dio. E’ l’egoismo, l’esatto contrario dell’amore (cf. 1Cor 13,1-7).

Il quarto "guai" è rivolto contro il capovolgimento dell’ordine dei valori. Gli scribi e i farisei ritenevano più importanti le prescrizioni esterne che i doveri morali fondamentali.

Il pagamento della decima della menta, dell’aneto e del cumino, le erbe aromatiche più in uso, pare un’esagerazione. Nella legge era previsto solo il pagamento della decima per l’olio, il mosto, i cereali, che poi fu esteso al raccolto in genere (cf. Nm 18,22; Dt 14,22-23; Lv 27,30). Le cose più importanti nella legge sono il diritto, la misericordia, la fede.

Il quinto "guai" riguarda quelli che non tengono in debito conto il nesso inscindibile tra interno ed esterno. In termini concreti si parla di pulire il bicchiere e la scodella, come prevedevano le prescrizioni farisaiche sulla purità. Ma lo scopo del discorso è la pulizia della coscienza piena di rapina e di iniquità.

La cura della pulizia del bicchiere viene utilizzata per evidenziare la discutibilità di un comportamento morale che si preoccupa solamente dell’apparenza esterna e non della realtà interiore. L’esortazione rivolta al fariseo cieco, a pulire anzitutto l’interno del bicchiere, è ora un invito ad allontanare dal cuore e dalla vita ogni malvagità.

27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28 Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.
29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, 30 e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti; 31 e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. 32 Ebbene, colmate la misura dei vostri padri!

Il sesto "guai" paragona gli scribi e i farisei a sepolcri imbiancati. Per una comprensione precisa del paragone occorre ricordare le usanze giudaiche relative alla sepoltura. Il defunto, avvolto in un lenzuolo, veniva deposto in una tomba costituita da una grotta o da una roccia scavata. Dopo circa un anno, le sue ossa venivano raccolte in un contenitore e definitivamente sepolte in campi o grotte, chiamati "case delle ossa". Questi luoghi di sepoltura erano dipinti con calce perché si potessero facilmente riconoscere. La tinta era rinnovata ogni anno, dopo il tempo delle piogge. In questo modo si voleva evitare che qualcuno si avvicinasse alle tombe e contraesse una contaminazione prevista dalla legge. Qui si parla di queste "case delle ossa".

Come nel caso dei sepolcri il colore bianco è solo una tinta che nasconde penosamente le ossa dei morti, così la giustizia degli scribi e dei farisei è soltanto esteriore. Dicendo che il loro interno è pieno di ipocrisia e di iniquità si riprendono vocaboli particolarmente cari al vangelo di Matteo, che designano la lontananza da Dio. E’ possibile anche che il confronto con le tombe imbiancate, accostandosi alle quali ci si può contaminare, intenda suggerire l’idea che nel rapporto con gli scribi e i farisei occorre stare attenti a non contaminarsi.

Il settimo "guai" riguarda la venerazione dei profeti e dei giusti, che gli scribi e i farisei esprimono edificando ad essi sepolcri e monumenti. Facendo riferimento alla continuità tra padri e figli, questo testo getta uno sguardo d’insieme sulla storia d’Israele.

Per capire il testo bisogna rifarsi al v. 30 secondo il quale gli scribi e i farisei si dichiarano innocenti del male di cui si sono resi colpevoli i loro padri spargendo il sangue dei profeti, perché essi non si sarebbero comportati come i loro antenati.

L’edificazione dei monumenti sepolcrali vorrebbe dimostrare il loro cambiamento di mentalità e la riparazione del male commesso dai loro padri. Ma i versetti immediatamente successivi intendono dimostrare che essi, rifiutando la conversione, si comportano nei confronti dei profeti inviati a loro, alla stessa maniera dei loro padri.

Per quanto ci riguarda, noi possiamo leggere questo testo come invito all’autocritica. Matteo ce lo fa capire mettendo il rimprovero ai farisei in un discorso che è rivolto alla folla e ai discepoli (23,1), cioè alla comunità cristiana.

Se applichiamo queste invettive, o meglio, queste lamentazioni di Cristo, a noi stessi e alla Chiesa dei nostri giorni, dobbiamo verificare se la nostra vita di fede è soltanto esteriorità, attivismo religioso e legalismo.

S. Girolamo ha scritto ai cristiani del suo tempo: "Guai a noi, i vizi dei farisei sono passati a voi!".

33 Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna? 34 Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; 35 perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachìa, che avete ucciso tra il santuario e l'altare. 36 In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione.
37 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 38 Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! 39 Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!".

Ritroviamo qui il tema sviluppato nella parabola dei vignaioli omicidi (21,34-36) e in quella degli invitati alle nozze (22,3-6). L’ora del giudizio annunciata da Giovanni Battista (3,7-12) è arrivata. Il profetismo dell’Antico Testamento ha trovato in Gesù e nella sua comunità l’adempimento di una storia dolorosa: rifiutare i profeti del Nuovo Testamento è rifiutare Gesù (17,12-13). Questa lunga storia di assassinii, dal primo, quello di Abele (Gen 4,8) fino all’ultimo, (narrato nell’ultimo libro del canone giudaico) quello di Zaccaria (che secondo 2Cr 24,20-22 è figlio di Joiada e non di Barachia) sono stati profezia dell’assassinio di Cristo, nel quale si adempiono tutte le vicissitudini dei profeti.

Gesù termina la sua requisitoria rivolgendosi a Gerusalemme. Il tono di tristezza che a prima vista contrasta con il tono violento dell’apostrofe contro gli scribi e i farisei è la conferma migliore di quanto abbiamo detto nelle pagine precedenti: il "guai a voi...!" (gr. o?aì) non è una maledizione, ma un grido di dolore e di amore verso coloro che rifiutano la gioia della salvezza manifestata in Gesù. L’immagine della gallina, che raduna i suoi piccoli e veglia su di loro, esprime la sollecitudine divina (cf. Dt 32,10-11; Sal 17,8; 36,8; Is 31,5). A questa sollecitudine manifestata tante volte da Gesù, Gerusalemme ha opposto un netto rifiuto: "Voi non avete voluto!". Nel "quante volte" e nel "non avete voluto" è racchiusa la storia dell’instancabile fedeltà di Dio e l’ostinazione del suo popolo. La storia di un amore insistente e sempre respinto. Non c’è stato solo il rifiuto, ma l’indifferenza, il disprezzo e l’uccisione degli annunciatori della bella notizia.

Come abbiamo già detto, l’ultima frase di questo capitolo lascia ancora aperta la possibilità al ravvedimento. Queste parole si riferiscono probabilmente all’ultimo ritorno di Cristo, alla fine dei tempi. Anche i giudei saluteranno questo ritorno perché allora saranno convertiti (cf. Rm 11,25-31).

 


Capitolo ventiquattresimo

1 Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. 2 Gesù disse loro: "Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata".
3 Sedutosi poi sul monte degli Ulivi, i suoi discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: "Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo".
4 Gesù rispose: "Guardate che nessuno vi inganni; 5 molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno. 6 Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine. 7 Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi; 8 ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori. 9 Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. 10 Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda. 11 Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; 12 per il dilagare dell'iniquità, l'amore di molti si raffredderà. 13 Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato. 14 Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine.

I momenti di crisi sono particolarmente favorevoli al sorgere dei messianismi, momenti in cui si vive l’attesa di un redentore che instaurerà un ordine nuovo. Ai tempi di Gesù c’erano le correnti messianiche degli esseni e degli zeloti. Al tempo di Matteo c’erano molti agitatori politici (cfr. At 5,36; 21,38) e di anticristi di ogni genere (cf. 1Gv 2,18.22; 4,3 e 2Gv 7; 2Ts 2,3-12; Ap 13,4-18). Le guerre e le catastrofi fanno nascere nel cuore timori e speranze. Esse svelano all’uomo la fragilità della sua esistenza e lo invitano a porsi l’interrogativo della vera salvezza. Questi avvenimenti possono essere considerati l’inizio delle doglie del parto del Regno (v. 8). Inoltre, le persecuzioni cui sono sottoposti i credenti nel nome di Cristo (v. 9) e la fermezza con cui le affronteranno, saranno la testimonianza autentica della verità del loro impegno per il vangelo del regno (v. 14). Matteo considera qui l’opposizione cui necessariamente va incontro chiunque annuncia la parola di Dio, in qualunque epoca della storia.

La fine del vecchio mondo e l’inizio del nuovo è legata alla venuta gloriosa del Cristo (cf. 1Cor 15,23ss). Il termine parousia (presenza o venuta) non è necessariamente legato alla sua ultima venuta: può significare anche la manifestazione potente con la quale egli verrà a stabilire il suo regno messianico (la Chiesa) sulle rovine del giudaismo (cf. Mt 16,27-28) e del paganesimo (Ap 13-19). Il mondo che deve finire non è l’universo, ma il vecchio mondo umano (cf. At 2,16-21): è la fine dell’era preparatoria della salvezza e l’inizio dei tempi nuovi della salvezza realizzata nella morte e risurrezione di Cristo.

Gli avvenimenti apocalittici, le guerre e le persecuzioni non chiudono definitivamente la storia, ma la avviano verso un nuovo corso. Per questo le calamità sono paragonate alle doglie di un parto (v 8). Matteo invita a guardare i segni premonitori non come un annuncio funebre ma come un preludio di vita nuova. Sono i dolori che annunciano la nascita di un mondo nuovo, ossia di un’umanità nuova (cf. Ap 12,2).

Il discorso di Gesù vuole incoraggiarci, perché non siamo senza speranza, come quelli che ignorano il disegno di Dio sul mondo (cf. 1Ts 4,13). Vuole toglierci la paura che è la madre di ogni inganno. Ciò che ci attende non è un’inevitabile catastrofe, ma la più bella prospettiva che possiamo desiderare.

Nei vv. 34-36 ci dirà che tutto questo avviene "in questa generazione", ossia in ogni generazione. Per questo seguiranno le parabole sulla vigilanza e sull’operosità (vv. 37-51).

Questo tema sarà sviluppato nel capitolo 25 con tre grandi parabole: la prima sulla vigilanza (25,1-13), la seconda sulla responsabilità (25,14-30) e la terza sul giudizio finale, che dipende esclusivamente da ciò che facciamo ora (25,31-46).

15 Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo - chi legge comprenda -, 16 allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, 17 chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, 18 e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. 19 Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. 20 Pregate perché la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato.
21 Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall'inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. 22 E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati. 23 Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: E' là, non ci credete. 24 Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. 25 Ecco, io ve l'ho predetto.
26 Se dunque vi diranno: Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: E' in casa, non ci credete. 27 Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. 28 Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi.

Il segno della fine è annunciato con termini ispirati al profeta Daniele: "Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione... stare nel luogo santo..." (Dn 9,27; 11,31; 12,11). Sia nel libro di Daniele, sia nel primo libro dei Maccabei (1,54) si tratta di un’allusione alla profanazione del tempio da parte di Antioco Epifane (nel 167 a.C.) che aveva innalzato una statua di Zeus Olimpio sull’altare degli olocausti (cfr. 2Mac 6,2). In questo contesto possiamo intravedere la distruzione del tempio per opera dei romani nel 70 d.C., ma non solo. Bisogna vedervi la fede dei credenti messa alla prova dal diffondersi dell’ateismo in qualunque epoca e in qualunque modo esso si manifesti.

La vera fede garantisce contro il terrore, perché è la presenza del Signore in mezzo alla sua comunità ed è capace di far discernere il regno di Dio là dove realmente si manifesta, nonostante la propaganda fuorviante di falsi cristi e dei falsi profeti (v. 24; cfr. v. 11). L’immagine del lampo (v. 27) indica la subitaneità della venuta del Figlio dell’uomo, ma soprattutto il suo carattere di visibilità universale: il lampo infatti fa parte delle teofanie dell’Antico Testamento (cf. Es 19,6; Is 29,6; 30,27.30.33; Zc 9,14; Sal. 18,14-15; 97,3-4; 144,5-6; ecc.). Gli uccelli rapaci che si radunano attorno al cadavere, suggeriscono l’orrore della rovina e della distruzione e la sicurezza dell’istinto dei rapaci. Questo proverbio esprime l’idea di una manifestazione evidente: un cadavere, anche se nascosto, è subito segnalato dal volo degli avvoltoi.

Gesù ci mette in guardia contro gli allarmismi sulla fine del mondo, per farci vivere il presente come il tempo di grazia nel quale possiamo nascere come figli di Dio e vivere da fratelli.

29 Subito dopo la tribolazione di quei giorni,
il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,
gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte.
30 Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. 31 Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli.

Un nuovo sviluppo sul carattere manifesto della venuta del Figlio dell’uomo (vv. 29-31) descrive lo sconvolgimento cosmico provocato da questo avvento. Cade il vecchio mondo dei malvagi per lasciare il posto al nuovo mondo dei salvati. La scomparsa del mondo presente è la condizione indispensabile per la venuta del mondo futuro, quello della salvezza e della gloria. Il segno del Figlio dell’uomo che appare nel cielo (v. 30) è stato spesso considerato, nella storia della esegesi, come un’allusione alla croce di Cristo, oppure al Messia, adempimento della "radice di Iesse", divenuto il segno dell’adunata delle genti (cf. Is 11,10). Accostando questo testo con Ap 1,7, che fonde sia Dn 7,13 (venuta del Figlio dell’uomo sulle nubi) sia Zc 12,10-14 (lamento delle tribù), A. Feuillet ritiene che esso "esprima una visione simbolica del Cristo Re, che porta ancora, come gloriose stimmate, le tracce della sua morte ignominiosa sulla croce, visione che si impone all’attenzione e alla riflessione degli uomini". La visione nella gloria del re universale (25,31-32) favorisce questa interpretazione. Il raduno al suono della tromba rievoca sia la teofania del Sinai (Es 19,19) che le grandi cerimonie del tempio (Sir 50,16); simboleggia il ritorno finale a Gerusalemme del popolo disperso (Is 27,13; ecc.) ed esprime l’adempimento delle promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza (Gen 12,3; 28,14). Qui viene messo in risalto il carattere universale del giudizio: tutti gli uomini, tutta la storia, tutto il cosmo sono interpellati dalla venuta nella gloria del Figlio dell’uomo ed è alla presenza di Gesù che ognuno viene definitivamente giudicato. I vv. 32 e 35 sviluppano il tema della presenza attuale e decisiva del regno nel cuore dell’umanità.

32 Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. 33 Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. 34 In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo accada. 35 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
36 Quanto a quel giorno e a quell'ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre.

La parabola del fico invita i discepoli alla pazienza e alla fiducia. Come la trasformazione primaverile del fico è un segno sicuro della prossimità della bella stagione, così la presenza del Signore nella sua Chiesa manifesta lo sbocciare di una vita che tende verso la realizzazione definitiva. Un avvertimento sull’attualità permanente delle parole di Gesù conclude questa prima parte del discorso (v. 35). Il v. 34, che può essere accostato a 16,28, pare fissare una data per la parusia, mentre il v. 36 ne afferma l’impossibilità. La prima espressione riguarda la distruzione di Gerusalemme, la seconda la fine del mondo. Alcuni hanno spiegato l’"ignoranza" del Figlio riguardo al giorno e all’ora della fine del mondo come la situazione "di una ignoranza che riguarda la missione rivelatrice di Gesù e non la sua scienza personale" (Benoit). Ai discepoli che, dopo la sua risurrezione, gli chiedevano: "Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno d’Israele?" Gesù rispose: "Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta" (At 1,6-7). Dalla lettura serena della parola di Dio ci pare di poter dedurre questo: è inutile indagare sulla fine del mondo, è sciocco ascoltare chi dice di prevederla in date precise, perché il Padre non l’ha rivelato a nessuno. La parola di Dio afferma categoricamente che Cristo non ha consegnato alla sua Chiesa la conoscenza del "quando" avverrà la fine del mondo. Quindi questo "quando" non è e non deve essere argomento del suo annuncio.

37 Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. 38 Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca, 39 e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo. 40 Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato. 41 Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l'altra lasciata.
42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43 Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.
45 Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? 46 Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! 47 In verità vi dico: gli affiderà l'amministrazione di tutti i suoi beni. 48 Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, 49 e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, 50 arriverà il padrone quando il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa, 51 lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti.

I vv. 37-44 prolungano ed esplicitano il v. 36: "Quanto a quel giorno e a quell’ora però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre".

La venuta del Signore è imprevedibile: è quindi necessaria una vigilanza continua. Come ai tempi di Noè, così la gente di tutti i tempi pensa ai propri affari e dimentica che il presente è inserito in un piano di Dio, il quale chiama l’uno e lascia l’altro secondo la sua volontà che non corrisponde alla nostra logica. La morte arriva imprevedibile per noi, ma al momento esatto previsto da Dio.

Perché vigilare? Per essere trovati pronti; per non essere esclusi dalla sala delle nozze eterne. Questa ignoranza dell’ora si iscrive nella nostra natura: la nostra vita ci sfugge, siamo un mistero per noi stessi, non ci possediamo, siamo del Signore. Vigilare, essere pronti significa porsi di fronte al Signore sempre presente e vivere coerentemente secondo questa fede.

Il giudizio irromperà sugli uomini che non l’aspettano affatto. Nella loro indifferenza essi hanno smarrito qualsiasi capacità di discernimento. Il giudizio separerà gli uomini e rivelerà chi è pronto. La divisione avverrà spaccando in due anche i legami di convivenza.

Vigilare significa non farsi sorprendere dall’indeterminatezza del giorno in cui verrà il Signore, ma implica anche la prontezza alla sofferenza. Questo aspetto risulterà più chiaro nel racconto della passione (Mt 26,38-41).

La sofferenza e la morte non giungono mai con preavviso e il ladro non si fa annunciare. Allo stesso modo anche la venuta del Signore è imprevedibile e inarrestabile. Si tratta solo di affrontarla con la testimonianza di una buona condotta.

Nella parabola del servitore preposto ai servizi del suo padrone, la vigilanza prende la forma di una fedeltà responsabile verso una missione affidata dal Signore.

Seguendo il tenore del testo, bisogna porre l’accento sulla parusìa. Ci sono delle persone a cui sono state affidate responsabilità particolari nella Chiesa. La funzione dei detentori di cariche è qualificata come servizio. Coloro che sono affidati alle loro cure sono compagni di servizio. I detentori di cariche non sono padroni posti al di sopra degli altri. Tutti hanno un unico Signore sopra di sé. L’abuso della carica merita la massima condanna, come vuol far capire la punizione severissima.

L’attesa del Cristo deve suscitare l’impulso all’azione morale, a non sprecare il tempo, a comportarsi come servi di tutti e padroni di nessuno.

 


Capitolo venticinquesimo

1 Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. 2 Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3 le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; 4 le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. 5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. 6 A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! 7 Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. 9 Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. 10 Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! 12 Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.

La storia raccontata in questo pezzo di vangelo ci presenta dieci ragazze che attendono lo sposo.

Chi è lo sposo e chi sono le dieci ragazze? Lo sposo è Cristo, le dieci ragazze sono la comunità cristiana. La storia non parla della sposa, perché le dieci ragazze sono la sposa e attendono l'arrivo non di uno sposo, ma del loro sposo. Queste dieci ragazze sono la sposa di Cristo, la Chiesa (cf. Ef 5,22-32).

Queste dieci ragazze si dividono in due categorie: cinque sono sagge e cinque sono stolte. In che cosa si manifesta la saggezza delle prime cinque? Hanno calcolato che l'attesa dello sposo sarebbe andata per le lunghe: per questo "insieme con le lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi" (v. 4).

Avevano capito che la vita ha una durata troppo lunga per poter conservare sempre la stessa carica di fede e di carità senza fare rifornimento. Le lampade accese significano la costante vigilanza che occorre per non perdersi nella notte della dimenticanza e dell'infedeltà in questo mondo.

Tema di questo racconto è l'attesa del Signore che viene. Ciò non significa che la vita presente sia una sala d'attesa della vita eterna, ma che deve essere vissuta come vita responsabilizzata in vista del Signore che viene. L'attendere Dio presuppone la fede. L'olio delle lampade è la fede con le opere.

Le cinque ragazze sagge, che rappresentano i buoni cristiani, non sembrano poi tanto buone, anzi, sembrano decisamente scostanti e cattivelle. Alle amiche stolte che le supplicano: "Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono rispondono: "No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene" (vv. 8-9).

Le ragazze sagge non possono dare il loro olio alle stolte perché nessuno può essere vigilante al posto di un altro, nessuno può amare Cristo al posto di un altro: è un affare personale, è un assegno "non trasferibile".

Questo racconto istruttivo ha lo scopo di esortare a tenersi pronti all'arrivo del Signore: un arrivo di cui non conosciamo né il giorno né l'ora, ma che non è lontano ed è certissimo e inevitabile.

Queste ragazze stolte che chiamano Gesù: "Signore, Signore" (v. 11) hanno dimenticato l'insegnamento che egli aveva già impartito al capitolo 7, 22-23 di questo vangelo: "Molti mi diranno in quel giorno (il giorno del giudizio finale): Signore, Signore ... Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità".

Queste parole non condannano la preghiera, non proibiscono di invocare Cristo come "Signore", ma ci insegnano che la preghiera deve essere congiunta alla pratica della vita cristiana. Bisogna fare la volontà del Padre, diversamente la preghiera non serve.

Nell'attesa del grande giorno della venuta del Signore bisogna vegliare e non comportarsi come i cristiani di Tessalonica che nel prolungarsi dell'attesa della venuta del Signore cominciarono a darsi all'ozio e al vagabondaggio (1Ts 4,11; 2Ts 3,6-12). Così le ragazze del racconto evangelico (cioè noi cristiani!) devono essere impegnate, operose e diligenti.

Matteo ha dato a questo racconto edificante una conclusione che concorda con la finale del discorso della montagna (Matteo,5-6-7). Anche là troviamo la contrapposizione tra il saggio e lo stolto.

Nel discorso della montagna essere saggio significa: non limitarsi ad ascoltare le parole di Gesù, ma metterle anche in pratica. Questa disposizione viene trasferita anche al presente racconto delle dieci ragazze che rappresentano la comunità cristiana. Sono pronti ad andare incontro al Signore quei cristiani che fanno la volontà di Dio come l'ha insegnata Gesù nel discorso della montagna.

Vigilare nell'attesa del Signore che viene in maniera improvvisa, vuol dire essere pronti; ed essere pronti significa essere fedeli alla volontà del Padre, facendo quelle opere di amore sulla base delle quali verrà fatto il giudizio finale. Questa è la vera "saggezza" cristiana: attuare con perseveranza la volontà del Padre che il Signore Gesù ha definitivamente rivelato.

Nella parabola del giudizio finale (Matteo 25,31-46) il Signore ci indicherà dettagliatamente quali sono le opere buone che dobbiamo fare nell'attesa della sua venuta.

14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 21 Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

Il regno dei cieli è un capitale che Dio ha messo nelle nostre mani: non possiamo lasciarlo improduttivo. Questo racconto ci insegna la vera natura del rapporto che deve intercorrere tra Dio e l'uomo. E' tutto il contrario di quel timore servile che cerca rifugio e sicurezza contro Dio stesso in una esatta osservanza dei suoi comandamenti. E' invece un rapporto di amore dal quale possono e devono scaturire coraggio, generosità e libertà. Il servo buono e fedele è colui che, superando ogni timore servile e la gretta concezione farisaica del dovere religioso, traduce il vangelo in atti concreti, generosi e coraggiosi. Attendere il Signore significa assumere il rischio della propria responsabilità. A coloro che si muovono nell'amore e si assumono il rischio delle proprie decisioni, si aprono prospettive sempre nuove (v. 28). Chi invece resta inerte e inoperoso (v. 25) diventa sterile e improduttivo, e gli sarà tolto anche quello che ha (v. 29). Non basta non fare il male, bisogna fare positivamente tutto il bene e a tutti.

La paralisi operativa del cristiano è provocata dalla paura nei confronti del suo Signore. Il cristiano vero conosce Dio come amore infinito, e questo lo porta ad agire con entusiasmo e dedizione. "Per questo l'amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone il castigo e chi teme non è perfetto nell'amore" (1Gv 4,17-18).

Il dono dei talenti che Dio ci ha dato è un atto di fiducia nelle nostre reali capacità e nella nostra buona volontà. Egli non vuole che siamo dei semplici dipendenti o esecutori ignari e deresponsabilizzati, ma dei collaboratori coscienti e coscienziosi nella gestione dei suoi beni. L'osservazione maleducata, ingiusta e malvagia che il servo fannullone butta in faccia al suo padrone: "So che sei un uomo duro e mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso" (v. 24) contiene una preziosa informazione sul conto di Dio, perché riconosce la laboriosità e la capacità di questo Signore che sa trarre profitto anche dove gli altri non riescono (Dio sa trarre il bene anche dal male, perfino dal peccato!). E vuole che i suoi servi siano come lui.

Il servo fannullone non è solo pigro, ma anche stolto. Il suo giudizio sul padrone è falso e malevolo. La sua colpa non è solo la pigrizia, l'infingardaggine, la mancanza di capacità di rischio, ma la disistima e la mancanza d'amore verso il suo padrone: non l'ha compreso, non si è fidato delle sue proposte.

Il racconto rappresenta la comunità cristiana impegnata nelle sue varie mansioni. La vocazione cristiana è un capitale a rischio: un dono che bisogna far fruttificare con industriosità, saggezza e amore. Ogni fedele deve dare, con responsabilità e coraggio, la propria prestazione.

Il premio, espresso nel raddoppiamento dei talenti e nella partecipazione alla gioia del Signore, contiene un richiamo alla comunione di vita con Cristo. La condanna è l'esclusione dal banchetto di questa intimità. Fuori dalla sala delle nozze eterne il servo sarà condannato all'oscurità, al freddo, al pianto.

Il momento attuale decide la nostra sorte eterna.

Matteo mette in guardia i suoi lettori contro il rischio del disimpegno che sarà condannato come mancanza di fede e di fiducia nel Signore. La paura è il contrario della fede, come la pigrizia è il contrario dell'impegno fruttuoso. L'intenzione di Matteo è questa: motivare un serio impegno dei cristiani nella vita presente con la prospettiva del giudizio finale, della ricompensa e del castigo.

L'esperienza di fede per Matteo è una relazione personale con il Signore, che si esprime e si concretizza nella fedeltà operosa come risposta alla sua iniziativa gratuita.

L'immagine di Dio è deformata dalla paura. Essa paralizza l'iniziativa dell'uomo, gli impedisce di essere attivo e di rischiare.

Il terzo servo, invece di presentare i suoi guadagni, fa leva sulla severità del suo padrone, di cui ha un pessimo concetto, per motivare la sua totale mancanza di intraprendenza nel far fruttare il capitale ricevuto. In altre parole: la colpa è del Signore, non sua (vv. 24-25). La risposta del Signore si apre con due appellativi, "malvagio e pigro", che sono l'opposto di quelli usati per i primi due servi laboriosi e intraprendenti, "servo buono e fedele". Il Signore risponde riprendendo le stesse parole del servo: "Sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso".

Il dialogo si conclude con l'ordine di cacciare il servo malvagio e pigro. Con tale conclusione il racconto diventa un avvertimento per tutti coloro che nell'attesa della venuta del Signore non si impegnano con costanza e fedeltà.

Il terzo servo non ha fatto, apparentemente, nulla di male, ma, in realtà, il non corrispondere alle attese del Signore è il massimo dei mali, se merita tanto castigo. La vita non ci è stata donata per non fare del male, ma per fare il bene, diversamente i cadaveri sarebbero migliori di noi: non uccidono, non commettono adulterio, non rubano, non dicono falsa testimonianza...

La frase: "A chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (v. 29) può sembrare un principio ingiusto; in realtà mette in evidenza come nel seguire il Signore ci sia un crescendo di intimità, di senso reciproco di appartenenza, che si intensifica e si approfondisce sempre di più.

Questo racconto non è una spinta all'imprenditorialismo o all'accumulo di capitali: i talenti sono i "misteri del regno di Dio", non i denari.

Il seguire Gesù rimane spesso bloccato perché ci si lascia dominare dalla paura, che è esattamente il contrario della fede ardimentosa che sposta le montagne. Per concludere, esemplifichiamo: paura di sposarsi, accettando la definitività di questa unione indissolubile per volontà di Dio; paura di fare i preti a vita; paura di consacrarsi definitivamente a Dio nella vita religiosa; paura, paura e sempre paura..., perché abbiamo paura di Dio.

31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si sederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna".

A proposito di questo brano si pongono numerosi problemi di interpretazione. Chi sono le genti adunate per essere collocate a destra e a sinistra? Sono tutti i popoli, senza distinzione, o solo i cristiani? Chi designa l'espressione "questi miei fratelli più piccoli": qualsiasi uomo bisognoso o solo i discepoli e specialmente i predicatori itineranti del vangelo?

Questa parabola riprende il tema della venuta del Figlio dell’uomo. L’apparato glorioso del giudizio divino, che ricorda Zc 14,5 e il raduno di tutte le genti (cf. Mt 24,9.14; 28,19) davanti a Cristo, ci presenta un avvenimento importante: ogni uomo si trova alla presenza del re che dà il possesso dell’eredità del regno ai benedetti del Padre suo.

Il giudizio pronunciato su ciascuno sarà per tutti motivo di stupore: nessuno aveva coscienza di aver accolto o rifiutato il Signore stesso nei "piccoli". "Questi miei fratelli più piccoli" sono i discepoli di Gesù: chi accoglie loro, accoglie Cristo stesso (cf. Mt 10,40-42; 12,48-50; 18,6.10.14; 28,10).

Il giudizio decisivo pare così basarsi sull’accoglienza degli inviati di Cristo e, attraverso di loro, sull’accoglienza della sua stessa persona e del suo messaggio: nelle opere di misericordia e nella sollecitudine portata ai discepoli sofferenti si raggiunge Gesù stesso che si è fatto "piccolo", che è venuto per servire e per dare la vita in riscatto per tutti (cf. Mt 20,28). Egli si identifica totalmente con il suo inviato sofferente e "perseguitato per la giustizia" (cf. Mt 5,10; 10,17-18).

Ma la parabola va certamente oltre. Gesù stesso si è chinato sui poveri e i sofferenti perché vedeva in essi dei discepoli in speranza e dei piccoli in crescita. Così l’apparente indeterminazione dell’espressione "questi miei fratelli più piccoli" vuol certamente designare tutti i bisognosi di amore concreto e fattivo, ossia tutti.

Il messaggio di questo brano può essere riassunto in due parole: Dio nel fratello. I "benedetti" ricevono il regno perché hanno praticato la misericordia. Le opere di misericordia sono la porta che introduce nell’eternità. Il vangelo annuncia che la misericordia è sempre praticata nei confronti di Cristo.

Poiché la misericordia è il criterio del giudizio, il testo diventa un imperativo pressante rivolto a tutti perché pratichino la misericordia. Il brano vuole incitare all’azione.

Per i cristiani la misericordia praticata o rifiutata è la prova certa della loro fede. A tutti Gesù ripete il detto di Os 6,6: "Misericordia io voglio e non sacrificio" (cf. Mt 9,13; 12,7).

La beatitudine dei misericordiosi che otterranno misericordia costituisce un commento alla prima parte di questo brano. La parabola del servo senza misericordia (cf. Mt 18,21ss) può illustrare la parte negativa di questo brano.

Il giudizio di tutti avviene sulla base delle opere di misericordia. La fraternità è il senso per il quale è stato creato il mondo. Il mondo è salvo quando cerca e vive la fraternità. Solo chi comprende le esigenze del prossimo, comprende le esigenze di Gesù.

La comunione umana, in particolare la comunione con i più bisognosi, ha un senso divino che la rimanda al di là di se stessa. Gli uomini e le donne sono immagini viventi del Dio della vita. San Clemente d’Alessandria ha scritto: "Quando vedi il tuo fratello, vedi il tuo Dio".

E’ l’uomo che decide liberamente per la vita eterna o per il fuoco eterno. Questa decisione non è fatta a parole, ma con le opere di misericordia verso Cristo che si identifica con i bisognosi. E’ nella vita presente che decidiamo per Cristo o contro Cristo. E questa scelta si manifesta nell’amore operoso per il prossimo o nel rifiuto della nostra misericordia verso i miseri.

C’è una sola via in cui tutti gli uomini si ritrovano uguali e discepoli di Cristo: quella delle buone opere.

 


Capitolo ventiseiesimo

1Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: 2"Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso".

3Allora i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, 4e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire. 5Ma dicevano: "Non durante la festa, perché non avvengano tumulti fra il popolo".

6Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, 7gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. 8I discepoli vedendo ciò si sdegnarono e dissero: "Perché questo spreco? 9Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!". 10Ma Gesù, accortosene, disse loro: "Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. 11I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete. 12Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. 13In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei".

L’attività pubblica di Gesù è conclusa. Ciò viene annunciato ai discepoli in forma solenne. Perciò il verbo del testo originale greco oídate non va tradotto con l’indicativo "voi sapete", ma con l’imperativo "sappiate". Ciò che devono sapere non è semplicemente che è vicina la Pasqua, ma che si tratta di una Pasqua particolare nella quale Gesù è consegnato dal Padre per essere crocifisso. La Pasqua assume un senso nuovo.

Gesù non si presenta come "Servo di Jahvè" che va verso la morte e la sconfitta, ma come "Figlio dell’uomo" che è il plenipotenziario di Dio (Dn 7,13-14) e come il Cristo risorto e glorioso (Mt 26,64). Gesù non è stato vinto da nessuno, al contrario ha valorizzato e inserito nel progetto di salvezza del Padre amici e avversari. La croce rappresenta una sconfitta e un’umiliazione se è imposta dagli altri, non quando è voluta dal Padre e scelta liberamente dal Figlio. Gesù muore vittima del suo amore per il Padre e per l’umanità, non come vittima della collera del Padre assetato di sangue versato come riparazione delle offese fatte al suo onore e dei suoi diritti lesi.

All’inizio del racconto della passione Matteo presenta una combinazione della volontà di Gesù di compiere il proprio cammino e della volontà dei capi giudei di eliminarlo. Si intrecciano l’elemento divino e l’elemento umano, la conduzione divina e la colpa umana. Gesù è pronto a compiere la sua Pasqua.

I sommi sacerdoti e gli anziani del popolo rappresentano il potere religioso, politico e economico. A loro Marco 14,1 aggiunge gli scribi, che rappresentano il potere culturale, a loro servizio. La brama di avere, di potere e di apparire sono le tre maschere del male del mondo, che sono in ciascuno di noi. La loro violenza sarà portata su di sé da Gesù, che non possiede nulla e non domina nessuno, ma dà tutto e libera tutti. Questi capi del popolo vogliono impadronirsi di Gesù. Impadronirsi è la radice del male. La vita è dono: impadronirsi è ucciderla. In questa Pasqua, mentre noi mettiamo le mani su Gesù e gli rubiamo la vita, lui si mette nelle nostre mani e ce la consegna (Mt 26,26-27).

La scena dell’unzione si svolge a Betania (che significa "casa della povertà"). Una donna ci introduce nella Passione e il suo gesto viene interpretato da Gesù stesso come un’anticipazione della sua sepoltura (v. 12). In quest’ultima sezione del vangelo le donne hanno un’importanza molto rilevante: sono presenti alla sepoltura di Gesù (27,55-56.61) e ricevono da lui la missione di annunciare ai discepoli la sua risurrezione (28,5-10). Matteo ci presenta i discepoli che si sdegnano per il gesto compiuto dalla donna (Mc 14,4 parla di "alcuni"; Gv 12,4 dice semplicemente che è Giuda). Mosè chiedeva a Israele che non vi fossero più poveri in mezzo ad esso (Dt 15,4), pur prevedendo che essi non sarebbero mai scomparsi dal paese e che ci sarebbe sempre stato bisogno di soccorrerli (Dt 15,11). Gesù vuole mostrare tutto il senso di queste parole nella situazione concreta della sua persona. Egli approva il gesto della donna verso di lui, il povero che va verso la povertà totale che è la morte. Ma i discepoli sono più attenti al denaro che a Cristo e ai poveri. Essi pensano al comprare e al vendere. Sono ancora nell’economia del possesso, non in quella del dono. La domanda: "Perché questo spreco?" è la stessa che ci facciamo tutti davanti alla croce. Chi non accetta questo spreco, non capisce il Vangelo. L’amore è spreco, gratuito e totale, fino al dono totale di sé. Dio è amore. Questo spreco è la rivelazione di Dio nella sua essenza, e la realizzazione piena dell’uomo a sua immagine e somiglianza. La via più diretta verso i poveri passa attraverso Gesù perché, incontrando lui, ognuno è rinviato ai poveri con i quali Cristo si identifica. L’azione caritativa, la giustizia economica e politica devono essere accoglienza autentica del povero che è Gesù e dei suoi criteri di valutazione. Spesso in nome dei poveri si riempiono le tasche i ricchi, dentro e fuori della comunità cristiana.

14 Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti 15 e disse: "Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?". E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. 16 Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnarlo.
17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: "Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?". 18 Ed egli rispose: "Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli". 19 I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. 21 Mentre mangiavano disse: "In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà". 22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: "Sono forse io, Signore?". 23 Ed egli rispose: "Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. 24 Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!". 25 Giuda, il traditore, disse: "Rabbì, sono forse io?". Gli rispose: "Tu l'hai detto".

Giuda, non avendo potuto intascare i soldi del prezzo dell’unguento (Mt 26,8-9), ha rimediato alla meglio vendendo Gesù al prezzo di uno schiavo (cfr Es 21,32): trenta denari. Pessimo commerciante! "L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali" (1Tim 6,10).

L’indeterminatezza dell’indicazione: "Andate in città, da un tale…" (v. 18) è voluta certamente da Gesù per non fornire indicazioni al traditore prima del tempo stabilito.

E’ anzitutto nella comunità dei discepoli che si gioca la passione di Gesù: è là che viene "consegnato" e che egli "consegna" se stesso, donando il suo corpo e il suo sangue.

All’annuncio del tradimento da parte di uno di loro, i discepoli si addolorano profondamente. Ognuno è toccato da questo annuncio perché ognuno si sente capace di tradire, come lo evidenzia la loro domanda: "Sono forse io, Signore?" (v. 22) ripresa come eco da Giuda con una variante significativa: "Rabbì, sono forse io? (v. 25). Per gli undici discepoli Gesù è il Signore, per Giuda è un semplice maestro di dottrina.

A Giuda Gesù risponde come risponderà al sommo sacerdote (v. 64) e al governatore Pilato (27,11): "Tu l’hai detto" (v. 25). E’ l’uomo infatti che giudica se stesso attraverso il suo rapporto con il Cristo: "Poiché in base alle tue parole sarai giudicato e in base alle tue parole sarai condannato" (Mt 12,37).

La lamentazione di Gesù su Giuda (v. 24) non è una profezia sulla dannazione finale del traditore, ma un invito a ciascuno a esaminare la propria coscienza. "Noi tutti, così come siamo, potremmo inserire nel vangelo il nostro nome al posto di quello di Giuda" (J. Green).

26Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". 27Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, 28perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. 29Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio".
30E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

A questa comunità di traditori Gesù consegna se stesso in un atto supremo d’amore: dà loro il suo corpo come cibo e il suo sangue come bevanda. Questa cena è l’ultimo pasto terreno di Gesù con i Dodici, nel vangelo di Matteo. Al termine della cena dà loro appuntamento per il banchetto eterno nel regno del Padre suo (v. 29).

Gesù compie una variante al rito ebraico e accompagna il gesto con parole diverse da quelle abituali, dicendo: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". Non si tratta di una partecipazione facoltativa, ma obbligatoria. In questa cena, come nella cena pasquale ebraica, non si può rimanere semplici spettatori, ma occorre sentirsi direttamente coinvolti. ‘Mangiare la pasqua’ è fare proprio il messaggio e il programma di liberazione che essa commemora. Coloro che vi prendono parte non assistono al racconto della liberazione dei padri, ma vedono realizzarsi la propria. R. Gamaliel illustrava il senso della cena giudaica con queste parole: "In ogni generazione l’uomo è obbligato a considerare se stesso come se fosse tratto dall’Egitto, perciò è detto: E’ a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito dall’Egitto (Es 13,8). Perciò siamo obbligati a ringraziare, a lodare colui che ai nostri padri e a noi ha fatto queste meraviglie, colui che dalla schiavitù ci ha tratti alla libertà, dai dispiaceri alla gioia, dalla mestizia alla festa, dal buio a una grande luce e dalla schiavitù alla liberazione, perciò intoniamo davanti a lui: allelujah".

Il pane spezzato che Gesù offre simboleggia il suo corpo lasciato lacerare dai suoi nemici per non aver voluto recedere dalla volontà del Padre. Cibarsene significa fare propria la causa per cui moriva, spezzare come lui la propria vita per il bene di tutti.

La cena pasquale si concludeva riempiendo un’ultima coppa di vino su cui si pronunciavano le parole di rito. Anche in questo caso Gesù le sostituisce con una sua formula: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati". Anche qui troviamo un comando parallelo a quello ricordato a proposito del pane: "Bevetene tutti". Il vino che Gesù presenta richiama il sangue che avrebbe versato sulla croce. Se i discepoli ricevono il comando di berne vuol dire che devono essere capaci di versare il proprio sangue per lo stesso scopo.

Il comando di mangiare e di bere comporta la partecipazione a una cena in cui i convitati sono messi a confronto con l’esperienza della morte in croce di Gesù non per appropriarsene semplicemente i frutti di salvezza, ma per misurarsi con il suo coraggio, con la sua carica di amore per gli altri. Gesù non ha dato un pezzo di pane agli uomini ma tutto se stesso, la sua vita, e chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto.

La frase "sangue dell’alleanza" richiama le parole con cui Mosè accompagnava l’aspersione dell’altare e dei dodici cippi mediante il sangue delle vittime immolate per sancire il patto con Dio: "Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi" (Es 24,8). Invece che il sangue dei capri e dei giovenchi il nuovo patto (cf. Ger 31,31) è stato concluso col sangue di Cristo, per mezzo del quale gli uomini hanno riacquistato l’amicizia con Dio. L’accenno alle "moltitudini" ricorda l’azione del Servo di Dio che dà la vita per tutti.

Il patto nel sangue di Cristo supera e sostituisce il patto antico perché è universale. Infatti l’espressione "per molti" equivale a "per tutti", all’universalità dei popoli. La partecipazione alla cena eucaristica conferisce ai partecipanti la comunione personale con il Cristo, li accoglie nel suo patto stipulato nella sua morte e consente loro di godere i frutti di salvezza, tra i quali è ricordata anzitutto la remissione dei peccati. Il cristiano ha pace nel perdono di Dio quando per lui il passato non è il ricordo di quanto ha peccato, ma di quanto gli è stato perdonato.

La prospettiva escatologica, ultraterrena, è fornita soprattutto dalle parole: "Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio" in cui si esprime la personale speranza nel futuro e la certezza della risurrezione di Gesù. Egli annuncia che questo è l’ultimo pasto che consuma con i suoi discepoli, ma che attende il banchetto del tempo della salvezza, al quale egli stesso prenderà parte di nuovo insieme con i discepoli presenti. In quanto Figlio, egli attende il compimento nel regno del Padre suo. La cena eucaristica è orientata a questo banchetto eterno e lo anticipa; la comunione che nella pasqua attuale unisce i discepoli a Gesù, raggiungerà la sua forma definitiva quando egli sederà di nuovo, e per sempre, a mensa con loro.

Il canto di lode conclusivo era costituito, in occasione della cena pasquale, dalla recita del piccolo Hallel che constava del salmo 114 o dei salmi 115-118.

31Allora Gesù disse loro: "Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti:
Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge, 32ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea". 33E Pietro gli disse: "Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai". 34Gli disse Gesù: "In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte". 35E Pietro gli rispose: "Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò". Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.

La comunità dei discepoli non può vivere senza la presenza di Gesù in essa : "Sta scritto: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge" (v. 31). Ma questa comunità deve fare l’esperienza dello scandalo (vv. 31-33), del rinnegamento (vv. 34-35), del tradimento (vv. 46.48), della dispersione (vv. 31.56), per comprendere che è solo Gesù che la raduna. Tutti i discepoli passeranno attraverso questa esperienza, compreso Pietro (v. 34). Tutto ciò che accade (vv. 54.56) è in rapporto con la volontà del Padre e Gesù chiede, come ci ha insegnato nel Padre nostro (6,10), che accada (v. 42). Matteo mette in risalto (vv. 54.56) l’adempimento delle Scritture, avviato nel v. 31 con la citazione di Zc 13,7.

Gesù si è preoccupato di avvertire i suoi che erano coinvolti nel suo destino. Non si tratta più della defezione di uno, ma di "tutti". Sono i suoi discepoli più intimi, i suoi fedelissimi che l’abbandonano. Essi si vergognano di essere stati con lui e di aver creduto alle sue parole. Egli è un messia che non ha convinto neanche i suoi amici e che non avrebbe riscosso molta credibilità neppure nei secoli futuri. L’espressione di Gesù: "In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte" (v. 34) sottolinea il rinnegamento totale che Pietro farà di Cristo. Ma Pietro non è Giuda. E’ sincero col Signore e le sue ripetute parole di fedeltà sono convinte, ma egli non conosce se stesso quanto lo conosce Gesù. Prevede la possibilità del martirio e crede di essere capace di affrontarlo con le proprie forze. Ma la forza del martirio scaturisce solo da Dio. Il coro dei discepoli concorda nell’esprimere questa errata fiducia in sé. Lutero commenta così questo episodio: "Vedete dunque come i discepoli si pongono a nostro esempio. Essi continuano a insistere nelle loro opere buone… Avevano intenzione di aiutare il Signore debole e di assisterlo… Questa presunzione è insita in noi per natura… Ciascuno confida nella propria passione".

La comunità apostolica si ricomporrà dopo la morte di Cristo. Gesù dà ai suoi un nuovo appuntamento terrestre (v. 32), dopo quello che aveva dato loro nel regno del Padre (v. 29). Il Signore risorto tornerà in Galilea, sui luoghi del suo ministero pubblico, come per convalidare con la sua nuova presenza la sua precedente predicazione. Dopo lo smarrimento provocato dal dramma del Calvario i discepoli hanno ritrovato Cristo e il suo messaggio in questo ritiro in Galilea.

36Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare". 37E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. 38Disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me". 39E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!". 40Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: "Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? 41Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole". 42E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: "Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". 43E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. 44E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. 45Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: "Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. 46Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina".

Gesù raggiunge il Getsemani che è un podere sul monte degli Ulivi. La probabile derivazione del termine, che significa torchio per l’olio, rimanda alle piantagioni di ulivi esistenti a quel tempo. Il Cristo che si avvia verso la sofferenza non è presentato come un eroe: un falso eroismo è del tutto estraneo alla passione di Cristo. Manca pure l’immagine del martire gioioso, quale si può trovare nella letteratura giudaica (Giuseppe Flavio: Guerra giudaica 1,653; 2,153; 7,418; Antichità giudaiche 17,169; 18,23; ecc.). Gesù nella sua sofferenza si dimostra umano.

Non è detto ancora quale sia per Gesù il motivo di questa tristezza mortale. Egli comanda ai discepoli di restare e di pregare con lui. Gesù è presentato come modello dei cristiani. Egli prega e vigila incessantemente, comprende il proprio destino e lo accetta in obbedienza al Padre. Con la preghiera si immedesima con la volontà del Padre. I discepoli devono vivere in comunione con lui anche in quest’ora di prova. La loro debolezza non viene nascosta, ma ci è presentata come insegnamento: i cristiani vengono meno al Vangelo perché non vigilano e non pregano! La comunione di Gesù con i discepoli, destinata a realizzarsi compiutamente in una comunione eterna (v. 29), deve dare buona prova di sé prima nella comunione della sofferenza. Gesù è il modello. Il suo cammino è anche il cammino del discepolo.

La volontà del Padre non è alienante, ma esige che andiamo fino in fondo a noi stessi, che realizziamo totalmente la nostra vocazione. Anche il discepolo potrà dire: "Padre sia fatta la tua volontà" se sarà disposto a lasciarsi condurre, attraverso l’abisso dell’angoscia e della tristezza, là dove la volontà del Padre ha condotto Gesù.

S. Kierkegaard ha scritto: "Se si toglie il terrore all’eternità, la sequela di Cristo diventa in fondo una fantasticheria. Infatti soltanto questa serietà dell’eternità può impegnare e anche indurre l’uomo a osare e ad assumersi la sua responsabilità con tanta decisione da passare all’azione". In un altro passo Kierkegaard afferma che la sequela non può essere comandata, ma sorge dalla comprensione di ciò che Cristo ha fatto "per me". Il Cristo che ha paura è un sì alla vita, perché egli dimostra che il destino di morte va contro la destinazione e la volontà di vita dell’uomo. Il destino di morte è strettamente collegato con il peccato che Gesù prende su di sé.

47 Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48 Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: "Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!". 49 E subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbì!". E lo baciò. 50 E Gesù gli disse: "Amico, per questo sei qui!". Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. 51 Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio.
52 Allora Gesù gli disse: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. 53 Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? 54 Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?". 55 In quello stesso momento Gesù disse alla folla: "Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato. 56 Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti". Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono.

In questa circostanza i discepoli fanno qualcosa, ma qualcosa di sbagliato. A chi vuole usare la violenza Gesù comanda di desistere. Nell’Antico Testamento Dio aveva detto: "Della vita dell’uomo chiedo conto a ciascuno dei suoi fratelli. Chi versa sangue umano, il suo sangue sarà sparso dall’uomo. Poiché ad immagine di Dio egli ha fatto l’uomo" (Gen 9,5-6). Nel Nuovo Testamento Gesù ha insegnato: "Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne due con lui. Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle" (Mt 5,38-42).

Gesù è indifeso solo perché rinuncia volontariamente alla sua potenza (più di dodici legioni di angeli!). La comunità cristiana respinge la guerra come strumento per far trionfare la causa di Dio, anche se avesse i mezzi. Essa è pronta piuttosto a sopportare umiliazioni e condanne a morte, come ha detto e ha fatto Gesù.

Il richiamo alle "più di dodici legioni di angeli" (v. 53) che Gesù potrebbe chiedere al Padre, ci conferma la scelta di Gesù che rifiuta risolutamente i falsi messianismi, come all’inizio del suo ministero: rifiuta la spada degli zeloti e le armate celesti escatologiche dei qumraniani, come aveva rifiutato di apparire sul sagrato del tempio portato dagli angeli (4,6-7). Per entrare nel regno del Padre occorre passare attraverso la realtà della morte (cf. Lc 24,46). Gesù si lascia arrestare e tutti i discepoli lo abbandonano e fuggono: in una radicale solitudine, la sua libertà può comunicare con la volontà del Padre.

Merita un’attenzione particolare il messaggio di pace di questo brano. Rinunciando a difendersi Gesù interrompe la progressione della violenza, mettendo in pratica egli stesso il comandamento che aveva dato a noi: "Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra" (Mt 5,39). Normalmente la violenza genera controviolenza, e così di seguito, fino a quando la catastrofe diventa inevitabile. L’interruzione della violenza vuol far cambiare idea all’avversario e indurlo alla riconciliazione. Ma l’esempio di Gesù dimostra che spesso l’avversario non cambia idea e che i non violenti devono fare i conti con la possibilità di soccombere.

Ci libera dal male non chi lo fa, ma chi lo prende su di sé e lo porta via senza farlo.

57Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione.
59I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte; 60ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni. 61Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: "Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni". 62Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: "Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?". 63Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio". 64"Tu l’hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo".
65Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: "Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; 66che ve ne pare?". E quelli risposero: "È reo di morte!". 67Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano, 68dicendo: "Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?".
69Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: "Anche tu eri con Gesù, il Galileo!". 70Ed egli negò davanti a tutti: "Non capisco che cosa tu voglia dire". 71Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: "Costui era con Gesù, il Nazareno". 72Ma egli negò di nuovo giurando: "Non conosco quell’uomo". 73Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: "Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!". 74Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: "Non conosco quell’uomo!". E subito un gallo cantò. 75E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: "Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte". E uscito all’aperto, pianse amaramente.

"I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte" (v. 59): lo volevano morto ad ogni costo! "Gesù taceva" (v. 63). Si adempiva la profezia di Isaia 53,7: "malmenato, si lasciò umiliare, e non aprì la sua bocca". Ma quando il sommo sacerdote prende Dio per testimone e scongiura Gesù di rivelare la sua identità di "Cristo, il Figlio di Dio", egli risponde come a Giuda: "Tu l’hai detto" (v. 64). È una risposta evasiva che rinvia il sommo sacerdote alla sua coscienza. E aggiunge: "D’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del cielo" (v. 64). Mettendo insieme il primo verso del Sal 110 e Dn 7,13, Gesù afferma la sua divinità in modo tale che il sommo sacerdote grida: "Ha bestemmiato!" (v. 65). Gli sputi, gli schiaffi, le bastonature e le umiliazioni che Gesù subisce per aver dichiarato la verità ci richiamano la profezia del Servo di Dio sofferente: "Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi" (Is 50,6); "Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo" (Is 53,8).

Pietro, che a Cesarea di Filippo aveva riconosciuto in Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente (16,16), non riconosce più quest’uomo. Per tre volte nega. Notiamo il crescendo. La prima volta nega davanti a tutti e dice: "Non capisco che cosa tu voglia dire" (v. 70). La seconda nega di nuovo giurando: "Non conosco quell’uomo" (v. 72). La terza impreca e giura: "Non conosco quell’uomo!" (v. 74). Gesù testimonia la sua identità fino alle estreme conseguenze, Pietro nega di conoscere non solo la sua identità di Cristo, Figlio del Dio vivente, ma anche di semplice uomo: "Non conosco quell’uomo". Gesù aveva detto: "Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli" (10,33). Ma il rinnegamento di Pietro non è definitivo. Lascia l’occasione del peccato "uscendo fuori" (v. 75) e manifesta il suo stato d’animo (pentimento, delusione, umiliazione... forse anche rabbia) con il solo linguaggio che dice tutto senza specificare nulla: il pianto.

Questo brano ci presenta il fallimento dell’uomo e la grazia di Dio. La caduta di Pietro non è fortuita. E’ "necessaria" alla sua salvezza: deve morire alla sua giustizia di uomo per vivere della giustificazione di Dio. Se non avesse rinnegato il Signore, avrebbe potuto pensare che il Signore è fedele perché lui gli è fedele: non avrebbe conosciuto la fedeltà di Dio senza limiti. Se fosse morto per Cristo, avrebbe sempre pensato che la salvezza è sacrificare la vita, e non riceverla in dono da un Dio che ama e dona la vita per lui. Gli resterebbe ancora nascosto il mistero profondo di Dio e dell’uomo: Dio è amore senza limite, e l’uomo è infinitamente amato da lui.

In Pietro avviene il difficile passaggio dalla Legge al Vangelo: Muore in lui l’uomo religioso che cerca la propria perfezione, fino al sacrificio supremo di sé; e nasce l’uomo nuovo, che vive dell’amore del suo Signore che muore per lui peccatore. Questa è la buona notizia: siamo salvati per grazia. La salvezza infatti è l’amore; e l’amore o è gratuito o non è amore.

 


Capitolo ventisettesimo

1 Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire. 2 Poi, messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato.
3 Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani 4 dicendo: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente". Ma quelli dissero: "Che ci riguarda? Veditela tu!". 5 Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi. 6 Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: "Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue". 7 E tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. 8 Perciò quel campo fu denominato "Campo di sangue’ fino al giorno d’oggi. 9 Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, 10 e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

I primi due versetti riepilogano il contenuto del capitolo 27. Gesù è condannato a morte. L’organo esecutivo è il governatore romano. La forza motrice sono i sommi sacerdoti e gli anziani di Israele. Gesù è il giusto sofferente che è consegnato ai pagani dai capi del suo popolo.

Giuda, dopo aver tradito e venduto Gesù, prova rimorso per quello che ha fatto. Con la restituzione del denaro intende annullare l’accordo fatto con i sommi sacerdoti (cf. 26,15). La restituzione è collegata alla confessione del suo peccato di aver consegnato un innocente. Nel Deuteronomio si legge: Sia maledetto chi si lascia corrompere per uccidere un innocente. E tutto il popolo rispondendo dica: Amen" (Dt 27,25). Nel contesto di Matteo la confessione del peccato da parte di Giuda ha una duplice funzione: apre la serie delle asserzioni che attestano l’innocenza di Gesù (cf. vv. 19.24) e attribuisce la colpa ai capi giudei e al popolo. E’ come un invito a costoro a lasciar stare Gesù. Il che però non avviene. Le espressioni: "Che ce ne importa? Veditela tu" (v. 4) tentano di scaricare tutta la responsabilità su Giuda.

La reazione di Giuda è la disperazione. Egli getta via i denari nel tempio. Dietro questo gesto dovrebbe esserci una determinata prassi giuridica. Nel trattato della Mishna Arabin 9,4 è previsto, come direttiva di Hillel il Vecchio, il caso seguente: entro dodici mesi, chi ha venduto ha il diritto di priorità nel riacquisto di ciò che è stato venduto. Se chi ha comprato si nasconde per evitare che ciò avvenga, il denaro dev’essere gettato nell’atrio del tempio. Il compratore allora, se vuole, può riprendersi il suo denaro. In analogia con questo caso, Giuda getta i denari nel tempio, per annullare la vendita di Gesù.

Il profeta Zaccaria parla di un pastore del popolo che ha cessato il suo servizio, al quale, per offenderlo, è stata proposta la ricompensa umiliante di trenta denari d’argento. Ma il Signore gli comanda di gettare il denaro al fonditore del tempio. "E io presi le trenta monete d’argento e le gettai nella casa del Signore al fonditore" (cf Zc 11,12-13). Allo stesso modo Giuda getta il denaro. Resosi conto che la sua offerta non viene accettata, si toglie la vita. I capi d’Israele vengono coinvolti nel suo destino.

I sommi sacerdoti raccolgono i denari, ma non li depongono nel tesoro del tempio. La proibizione è suggerita dal Deuteronomio: "Non porterai nel tempio di Jahvè, tuo Dio, la paga di una prostituta né il salario di un cane (il pagano infedele)" (Dt 23,19). Su Deuteronomio 23,19, cioè su ciò che si debba fare di questo denaro, c’è un’ampia discussione rabbinica. Le opinioni si orientano nel senso che lo si debba utilizzare per necessità pubbliche. Si menzionano strutture quali bagni, cisterne, latrine pubbliche. L’acquisto del cimitero per stranieri si inquadra in questo contesto.

Matteo è l’unico evangelista a riferire la morte di Giuda. Il suicidio per impiccagione rievoca la morte di Achitofel, intimo compagno e traditore del re Davide (2Sam 17,23). L’adempimento delle Scritture (Zc 11,11-13; Ger 18,2-3; 19,1-2 e forse 32,6-15) mostra ancora una volta che il disegno di Dio passa attraverso le azioni umane, anche le più orribili.

Gesù, che tra i figli d’lsraele è il tesoro nascosto e la perla preziosa (13,44-46), viene venduto per il prezzo di uno schiavo o di un animale per il sacrificio. Il riferimento di Matteo a Zc 11,12-13 non è di facile comprensione. Il significato più probabile sembra questo: nel testo di Zaccaria un profeta pastore, inviato da Dio, fu valutato in Israele trenta sicli d’argento; il Cristo è venduto per la stessa cifra irrisoria. Confrontato con il testo di Zaccaria, che parla dell’intero Israele, Giuda assume una dimensione tipica: è il simbolo del popolo di Dio che vende per poco il suo Messia.

Al centro di questo brano non c’è Giuda e il suo destino, ma i sommi sacerdoti e gli anziani. Il fatto importante non è la fine del discepolo di Gesù, ma il destino teologico del popolo giudaico, il quale non resta indenne dalle iniziative dei suoi capi. Giuda, invece, col suo riconoscimento dell’innocenza di Gesù, appare in una luce migliore.

11 Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l’interrogò dicendo: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose "Tu lo dici". 12 E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non rispondeva nulla. 13 Allora Pilato gli disse: "Non senti quante cose attestano contro di te?". 14 Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore.
15 Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. 16 Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. 17 Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: "Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?". 18 Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
19 Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: "Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua". 20 Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. 21 Allora il governatore domandò: "Chi dei due volete che vi rilasci?". Quelli risposero: "Barabba!". 22 Disse loro Pilato: "Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?". Tutti gli risposero: "Sia crocifisso!". 23 Ed egli aggiunse: "Ma che male ha fatto?". Essi allora urlarono: "Sia crocifisso!".
24 Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: "Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!". 25 E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli". 26 Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.

Il racconto del processo di Gesù di fronte a Pilato sviluppa il tema della regalità di Gesù: il titolo "re dei Giudei" appare all’inizio del racconto (27,11) e alla fine (27,29). L’evangelista non perde occasione per sottolineare che Gesù è innocente. Giuda afferma di aver tradito "sangue innocente" (v. 4), la moglie di Pilato lo chiama "uomo giusto" (v. l9) e Pilato ne riconosce pubblicamente l’innocenza (v. 25).

Il Cristo che è stato venduto da Giuda per trenta denari, qui viene barattato con Barabba. Pietro ricorderà questo fatto nel suo discorso al popolo in At 3,13-15: "Voi avete consegnato e rinnegato Gesù di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino, e avete ucciso l’autore della vita". Scegliendo Barabba che dà la morte invece di Cristo che dà la vita, essi hanno preferito la morte alla vita. Rifiutare Cristo implica sempre e necessariamente scegliere Barabba.

Matteo precisa che è tutto il popolo (pas o laós: v. 25), e non solo i capi, che prende su di sé la responsabilità di cui Pilato cerca invano di liberarsi lavandosi le mani e proclamando: "Non sono responsabile di questo sangue; vedetevela voi!" (v. 24). Questo grido: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli" ha fatto scorrere molto inchiostro e anche molto sangue. Per secoli si è scaricato sbrigativamente il delitto sulla testa degli ebrei. Ma chi sono in realtà i responsabili della morte di Gesù? Il sangue di Gesù è stato versato per tutti , in remissione dei peccati (26,28): ogni uomo è responsabile della morte di Cristo in proporzione dei suoi peccati. Gli evangelisti hanno compreso che la responsabilità della morte di Gesù non poteva gravare solo sulle spalle di un popolo determinato o di alcuni individui che, come sottolinea Luca, "non sapevano quello che facevano" (Lc 23,24).

Secondo la concezione biblica, il mondo religioso era diviso in ebrei e gentili. Tutti, ebrei e gentili, sia perché l’hanno ucciso, sia perché da lui sono stati salvati, hanno preso parte alla morte di Gesù. In realtà solo il cristiano può essere chiamato deicida perché è il solo a conoscere la vera identità di Gesù Cristo che egli mette a morte a causa delle sue infedeltà (cfr. Eb 6,6).

Pilato interroga Gesù: "Tu sei il re dei giudei?" La risposta di Gesù: "Tu lo dici" può essere intesa soltanto nel senso di un sì. Il sì però richiede un’interpretazione: in quale senso va intesa questa rivendicazione? L’interpretazione si avrà nella scena degli scherni e sulla croce.

I sommi sacerdoti e gli anziani compaiono nel processo come accusatori. Gesù persiste nel silenzio, il che induce il governatore a invitarlo di nuovo a parlare. Ma Gesù non risponde nemmeno una parola. L’accusa dei malvagi e il silenzio del giusto sono motivi che si incontrano anche nei salmi che trattano delle sofferenze del giusto (Sal 37,123; 38,14-16; ecc.). La meraviglia di Pilato fa supporre una certa perplessità. Anche il fatto che egli parli soltanto con Gesù e non con i capi del popolo fa capire che non è maldisposto verso di lui.

L’interrogatorio subisce una svolta. La festa di Pasqua offre la possibilità di liberare un carcerato. La scelta del carcerato da graziare dipende dal popolo. Con le parole "quello che volevano" è annunciato l’ingresso del vero protagonista, il popolo, la cui ressa davanti al governatore è descritta come una ufficiale assemblea popolare. Ma Pilato limita la possibilità di scelta a due. Il fatto sorprendente sta nel fatto che entrambi si chiamano Gesù e ambedue hanno un soprannome: Gesù il Barabba e Gesù il Cristo. Barabba significa figlio del padre. Era il nome che si dava ai figli di padre ignoto. Il Figlio del Padre viene messo a confronto con il figlio senza padre. E la bilancia pende a favore di quest’ultimo. In un’informazione aggiunta veniamo a sapere che Pilato ha intuito il motivo che spingeva i capi del popolo ha chiedere la condanna di Gesù: l’invidia. Anche questo dettaglio fa apparire Pilato in una luce migliore, mentre getta un’ombra cupa sui capi dei giudei.

Un intermezzo interrompe il corso dell’azione. Ricordiamo che già nei racconti dell’infanzia di Gesù i sogni vengono interpretati come direttive di Dio (Mt 1,20; 2,12.13.19). Così anche qui Pilato riceve una direttiva dello stesso genere tramite il sogno che sua moglie ha fatto nella notte precedente. In luogo del contenuto del sogno, sentiamo parlare soltanto del tormento che esso ha provocato alla donna. Il sogno dunque ha preannunciato una sventura. La preoccupazione della donna riguarda il marito. Nello svolgimento del racconto il sogno significa che d’ora in avanti Pilato si convince sempre più dell’innocenza di Gesù.

I sommi sacerdoti e gli anziani che avevano fatto la parte degli accusatori, convincono la folla non soltanto a scegliere Barabba, ma anche a chiedere la morte di Gesù. Pilato formula la domanda in modo tale da lasciare ogni decisione al popolo. L’ultima domanda: "Ma che male ha fatto?", non riceve alcuna risposta. E’ sommersa dall’urlo della folla: "Sia crocifisso!". A pronunciare la condanna è la folla.

Di fronte al tumulto crescente, il governatore si rende conto di non riuscire ad ottenere nulla e si dichiara innocente del sangue di Gesù. La lavanda delle mani di fronte alla folla può essere compresa soltanto partendo dalle sue premesse bibliche. Echeggia qui il detto del salmo 25,6: "Laverò nell’innocenza le mie mani". Per comprendere questa espressione si può portare a confronto il rito dell’espiazione di Deuteronomio 21,1-9 che doveva essere eseguito quando si trovava qualcuno che era stato ucciso e non se ne conosceva l’assassino. Gli anziani della città dovevano uscire e versare in un ruscello il sangue di una giovenca sgozzata, lavarsi le mani e dichiarare: "Le nostre mani non hanno versato questo sangue e i nostri occhi non hanno visto nulla". Sullo sfondo c’è la concezione arcaica del sangue versato che, come un potere malefico, minaccia l’autore dell’omicidio e tutti coloro che entrano in contatto con il sangue. Considerati su questo sfondo, il gesto e le parole di Pilato vogliono allontanare da lui il potere malefico del sangue versato. Egli considera la morte di Gesù un’ingiustizia e in tal modo dichiara pubblicamente che Gesù è innocente. La frase di Pilato ci richiama alla mente il versetto 4 nel quale Giuda, i sacerdoti e gli anziani cercano di liberarsi dal "sangue innocente" di Gesù. La frase di Pilato alla folla –uméis ópsesthe – può essere tradotta in due modi: "Vedetevela voi!", e questa traduzione va preferita, anche a motivo della concordanza del v. 4: "Veditela tu!". Ma potrebbe essere tradotta anche: "Lo vedrete!". In quest’ultimo senso sarebbe riferita alla distruzione di Gerusalemme, avvenuta nei mesi di agosto e settembre dell’anno 70 d.C. Il grido della folla invoca su di sé e sulla propria discendenza la sventura connessa al sangue versato del Cristo Gesù.

Nel testo che abbiamo letto, tutto il popolo d’Israele viene dichiarato responsabile del sangue di Cristo. Ma dobbiamo anche ricordare che Gesù nell’ultima cena aveva indicato il suo sangue come sangue dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati (26,28). Quindi il sangue di Gesù è stato versato anche per la remissione di questo peccato di cui il popolo dei giudei è responsabile. Il perdono dei peccati riguarda tutti e quindi anche gli ebrei. Se poi teniamo presente che il sangue di Cristo è stato versato per la remissione dei peccati di tutti, allora dobbiamo concludere che ognuno è colpevole della morte di Cristo per il fatto di esser peccatore. Ognuno per la sua parte.

27 Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte. 28 Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto 29 e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: "Salve, re dei Giudei!". 30 E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. 31 Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo.

La scena degli oltraggi al re dei giudei (vv. 27-31) è l’eco di quella che Cristo profeta aveva subito davanti al sinedrio (26,67-68) e si prolunga fino al Calvario, come indica il verbo "schernire" ripreso tre volte da Matteo (vv. 29-31,41). Matteo sottolinea il carattere ridicolo e mostruoso: il re mite e umile (21,5), rivestito di un mantello scarlatto (vv. 28.31), coronato di spine e con uno scettro di canna in mano è selvaggiamente schernito e picchiato: la profezia del Servo sofferente (Is 52,13---53,12) si realizza. La regalità di Gesù appare in tutto il suo vero splendore e nel suo vero senso soltanto nel contesto della passione della croce. La regalità di Dio, apparsa in Gesù, è diversa dagli schemi umani: è tanto diversa da sembrare una burla. Gesù l’aveva già detto in 20,25-28: "I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il loro potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti". C’è dunque una differenza radicale tra la regalità del mondo e quella di Cristo; fra le manifestazioni della prima e quelle della seconda. La regalità del mondo si manifesta nella potenza, nell’imposizione, nella salvezza di sé; quella di Cristo nel servizio, nell’amore, nella salvezza degli altri. Il mondo non capisce la regalità di Cristo, la rifiuta come una burla. Cristo crocifisso è scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,23). Ma anche i cristiani (per amore del Maestro, per renderlo meno... sbagliato, più amabile, più accettabile !!!) tentano di modificare la regalità di Gesù per farla simile a quella dei re di questo mondo. Le scene più crude del vangelo sono diventate opere d’arte e la croce di Cristo un gingillo di materiali preziosi.

Il Cristo sfigurato e oltraggiato è la massima espressione del fatto che nell’uomo Gesù si è manifestato Dio. Lasciandosi oltraggiare e sfigurare dagli uomini, egli restaura per essi quell’immagine di Dio che l’uomo deve diventare.

32 Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui. 33 Giunti a un luogo detto Gòlgota, che significa luogo del cranio, 34 gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere. 35 Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte. 36 E sedutisi, gli facevano la guardia. 37 Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: "Questi è Gesù, il re dei Giudei".
38Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
39 E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: 40 "Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!". 41 Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: 42 "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. 43 Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!". 44 Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo.

Le esecuzioni capitali avvenivano davanti alla porta della città. Il fatto che Simone sia costretto a prendere su di sé la croce di Gesù vuol dire che fino a quel momento Gesù l’aveva portata da solo. A causa della grave flagellazione subita, ora non ce la fa più. Simone è costretto a prestare questo servizio, come usavano fare i soldati della potenza occupante obbligando la popolazione civile a tali servizi umilianti (cf. Mt 5,4). Obbligato a camminare a fianco di un condannato a morte, Simone deve essersi sentito disonorato. Per la comunità cristiana egli costituisce un testimone importante dell’avvenimento. Infatti più tardi divenne probabilmente cristiano, come fa pensare il fatto che nel Vangelo di Marco 15,21 viene presentato come persona nota ai lettori del Vangelo in quanto padre di Alessandro e Rufo. Il luogo dell’esecuzione è il Golgota che viene tradotto luogo del cranio. nome che forse deriva dalla forma a cranio della roccia che costituiva il Golgota.

Era usanza presso gli ebrei porgere al condannato una bevanda inebriante, perché potesse sopportare meglio i tormenti. Per questa usanza ci si richiama al libro dei Proverbi 31,6: "Date bevande inebrianti a chi sta per morire e il vino a chi ha l’amarezza nel cuore". Matteo con la sua formulazione allude al salmo 68,22: "Mi diedero il fiele come nutrimento, e per la mia sete mi dissetarono con aceto". Gesù assaggia la bevanda ma non la beve.

Anche la spartizione delle vesti per sorteggio è modellata sul salmo 22,19: "Si divisero le mie vesti, sul mio vestito gettarono la sorte". L’annotazione che i soldati stavano seduti e facevano la guardia, prepara l’episodio della guardia al sepolcro (vv. 62-66). Il Gesù crocifisso e morto è rimasto costantemente sotto la sorveglianza dei soldati.

Era usanza rendere nota pubblicamente la colpa del condannato. In Matteo la dichiarazione di colpa diventa proclamazione: "Questi è Gesù, il re dei giudei". Soltanto a questo punto del racconto veniamo a saper che assieme a Gesù sono crocifissi due malfattori. I malfattori costituiscono la corte di questo re. La scena ricorda il quarto carme del Servo di Jahvè: "E’ stato annoverato tra i malfattori" (Is 53,12).

Tre gruppi di derisori lanciano contro Gesù i loro scherni. Qui il testo ha un verbo specifico per ciascun gruppo: i passanti bestemmiano, i membri del sinedrio scherniscono, i due crocifissi insultano. Nell’Antico Testamento lo scuotere il capo è un’espressione di disprezzo. Un passo particolarmente vicino a questo, riferito a Gerusalemme devastata, è il libro delle Lamentazioni 2,15: "Tutti coloro che passano per la via… scuotono il capo". L’invito a salvare se stesso allude al potere di Gesù. L’invito a scendere dalla croce è l’ultima richiesta di un segno che i non credenti rivolgono a Gesù.

A Matteo preme far notare che i rappresentanti di tutti e tre i gruppi del sinedrio hanno preso parte agli scherni. Essi ripetono e ampliano le parole beffarde di coloro che hanno appena parlato. Si rifanno ai miracoli di Gesù ("ha salvato gli altri") e, riferendosi alla sua rivendicazione messianica, lo chiamano re d’Israele. La richiesta espressa dai componenti del sinedrio, che Gesù dia un segno scendendo dalla croce, viene congiunta alla dichiarazione di essere pronti a credere in lui. A conclusione richiamano la fiducia in Dio, che Gesù aveva sempre proclamato, e aggiungono, come motivazione, ciò che egli aveva affermato: "Sono Figlio di Dio".

L’espressione dei membri del sinedrio costituisce il riscontro negativo rispetto al riconoscimento del centurione e dei suoi soldati (v. 54). Anche i due crocifissi si uniscono agli altri schernitori. Gesù soffre in totale solitudine.

45 Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. 46 Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: "Elì, Elì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". 47 Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: "Costui chiama Elia". 48 E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. 49 Gli altri dicevano: "Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!". 50 E Gesù, emesso un alto grido, spirò.
51 Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, 52 i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. 53 E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. 54 Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: "Davvero costui era Figlio di Dio!".
55 C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. 56 Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Matteo collega la croce e la morte di Gesù a dei segni straordinari. Prima della sua morte si estende su tutta la terra una tenebra che dura tre ore. Cosa significa questa tenebra? Il giudizio di Dio come in Amos 8,9 e Geremia 15,9? La fine come in Matteo 24,29? Oppure il cordoglio di Dio? Forse è da preferire quest’ultimo significato: la tenebra significa la con-passione e il lutto di Dio.

Le ultime parole del crocifisso corrispondono alle prime parole del salmo 22. Emesse come un grido, esse manifestano il carattere incalzante di questa preghiera. Gesù si rivolge a Dio con un grido in cui lamenta l’abbandono di Dio. Per capire bene il significato di questo grido occorre tener presente che il salmo descrive sì la sofferenza mortale di Cristo, ma che nella parte conclusiva il lamento si trasforma in lode, ringraziamento profezia di salvezza per tutti i popoli del mondo e annuncio di risurrezione: "Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele; perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito… Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli… E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza: si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: "Ecco l’opera del Signore". (vv. 24-32).

Nei vv. 47-49 la reazione di alcuni astanti si basa sul malinteso che Gesù abbia invocato Elia. Il profeta Elia era considerato dai giudei un soccorritore efficace nei momenti di bisogno e quindi anche in pericolo di morte.

Gesù muore emettendo ancora una volta un alto grido: Il significato del grido va visto nel fatto che la morte del Figlio di Dio dev’essere annunciata a tutto il mondo.

Il velo del tempio che si squarcia significa che ora è possibile guardare a quanto sta dietro di esso. Nel tempio c’erano due cortine, una esterna, che nascondeva l’ingresso del santuario e una interna che nascondeva il Santo dei santi. Quest’ultima poteva essere varcata soltanto una volta all’anno e solamente dal sommo sacerdote nella festa dell’espiazione. Di questo avvenimento sono possibili due interpretazioni. La prima: si tratta di un segno di minaccia, perché annuncia la fine del culto del tempio. Con la morte di Gesù il tempio ha perso ogni significato. Questa interpretazione è in linea con 23,38; 24,2; 27,40. La seconda: si tratta di un segno di promessa, poiché rappresenta il libero accesso nel Santo dei santi acquisito mediante la morte di Gesù, il libero accesso a Dio per tutti. Queste due interpretazioni vanno appaiate, non contrapposte. L’accesso aperto ai pagani, al quale si farà riferimento subito dopo, è conseguenza dell’eliminazione del culto nazionale legato al tempio.

La morte di Gesù è descritta da Matteo proprio come una teofania, contraddistinta dal terremoto quando Gesù spira (vv. 51.54) e nel momento in cui risuscita (28,2-4). Dio spacca le rocce e apre i sepolcri. Forse su questo testo ha influito Zaccaria 14,4, secondo cui nel giorno del Signore il monte degli Ulivi si fenderà. Ma soprattutto sullo sfondo c’è Ezechiele 37. Il riferimento immediato è al v. 12:" Ecco, apro i vostri sepolcri e vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele". La morte di Gesù rivela il suo senso manifestando la gloria di Dio che risveglia gli uomini alla vita (27,52-53). La teofania della morte adempie la visione del battesimo. Lì la voce dal cielo aveva proclamato: "Questo è il mio Figlio, il prediletto" (3,17). Qui, il centurione confessa: "Veramente costui era Figlio di Dio" (v. 54). È attraverso la sua morte che il Messia, intronizzato dal Padre nel battesimo, adempie la sua missione e svela la sua realtà divina. In questo brano udiamo per due volte la "grande voce" di Gesù che si abbandona a Dio con un grido di lucida e straziante fiducia, riprendendo il salmo 22, e che lascia lo Spirito. Il Figlio prediletto di Dio, fatto uomo, non può riconoscere la sua filiazione che mettendosi nelle mani del Padre, con un abbandono di tutto il suo essere nella nuda realtà della morte. L’ultima tentazione che ha affrontato sulla croce: "Salva te stesso, se sei il Figlio di Dio" (v. 40), Gesù la supera non salvando se stesso, ma abbandonando la sua salvezza nelle mani del Padre. Gesù in croce ha pregato: "Dio mio...." (v. 46). Il credente vede in questa invocazione l’adempimento della situazione del giusto sofferente che parla secondo il salmo 22; lo scettico ironizza su questo appello tardivo al profeta Elia; l’uomo compassionevole presenta una spugna imbevuta di "posca", una bevanda dissetante dei soldati romani. Gli evangelisti vedono in quest’ultimo gesto l’adempimento del salmo 69,21 e Matteo forse allude anche a colui il quale avrà dato da bere al re, giudice delle genti (25,35-37).

La teofania avviene nel quadro di un terremoto nel momento in cui Gesù "lascia lo Spirito". Senza dubbio qui c’è un richiamo alla visione di Ezechiele 37, ove le ossa inaridite riprendono vita durante un terremoto (Ez 37,7), mentre il profeta "profetizza allo Spirito" (Ez 37,9): le tombe si aprono e Jahvè ne fa risalire il popolo che conduce verso la terra d’Israele (Ez 37,12); con questo segno possono riconoscere Jahvè (Ez 37,6.13).

Per Matteo il dono che Gesù fa del suo Spirito dà l’impulso alla risurrezione di ogni uomo; i corpi dei "santi assopiti" si risvegliano per entrare non più nella terra dell’effimera benedizione che era il suolo d’Israele, ma nella "città santa" la Gerusalemme dei risuscitati, ove si realizzano definitivamente le promesse di Dio. Nel momento della morte di Gesù, solo Matteo menziona già la sua risurrezione, aggiungendo che trascina con sé "i corpi dei santi". Il velo del tempio si squarcia (v. 51) perché ormai è inutile velare la presenza divina, perché essa si manifesta ed è riconosciuta nella morte del Figlio di Dio. Il grido del centurione e di quelli che con lui custodivano Gesù (v. 54) mostra che anche i pagani possono ora accedere alla conoscenza di Dio evocata da Ezechiele 37,6.13.14.

La morte di Gesù riguarda tutti i popoli del mondo. Il centurione pagano è il loro rappresentante nel riconoscere che Gesù, il crocifisso, è Figlio di Dio. Ma non solo il centurione (come in Marco 15,39), ma anche i soldati che erano con lui riconoscono la vera identità di Gesù. Nel contesto, il loro riconoscimento costituisce l’antitesi positiva alle bestemmie dei rappresentanti del popolo giudaico, i quali avevano preso le distanze dal re d’Israele e avevano beffardamente messo in dubbio la sua pretesa di essere il Figlio di Dio. Il centurione e i suoi soldati rappresentano il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, che professa la propria fede nella morte e risurrezione di Gesù come fondamento della nostra salvezza. Questa scena è forse ispirata al salmo 22,8: "Ricorderanno e ritorneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli".

Parte costitutiva della professione di fede è il seguire Cristo sulla via della croce. Le discepole che avevano sostenuto Gesù materialmente, hanno trovato il coraggio di seguirlo fin qui. Esse sono citate come testimoni oculari dell’avvenimento.

57 Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. 58 Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. 59 Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo 60 e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. 61 Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e l’altra Maria.

Secondo il computo giudaico della giornata, il nuovo giorno ha inizio al tramonto. Nel giudaismo era usanza seppellire subito i morti. Per i giudei valeva il principio: chi fa trascorrere la notte al defunto senza seppellirlo, lo profana. Di Gesù morto si prende cura un uomo di nome Giuseppe, di Arimatea, che è presentato come un uomo ricco e discepolo di Gesù. Egli ripara la colpa di tutti gli altri discepoli. Tutti sono fuggiti e non sono presenti neanche alla sepoltura del Maestro.

Giuseppe esegue da solo la sepoltura di Gesù. I funerali nel giudaismo avvenivano in forma privata, senza ministri del culto. Tuttavia l’assenza di qualsiasi forma di accompagnamento da parte di altre persone resta anche in questo caso espressione dell’abbandono del Crocifisso.

Le due donne, Maria di Magdala e l’altra Maria, sono testimoni oculari della sepoltura di Gesù e del luogo del suo sepolcro. La sepoltura di Gesù è il passaggio dall’umiliazione alla gloria della risurrezione. La tomba garantisce la realtà della sua morte. L’interesse per il corpo di Gesù è interesse per la risurrezione corporea.

La morte di Gesù è un fatto reale. Questa realtà si esprime correttamente attraverso la sepoltura. Gesù è sepolto nel momento in cui gli ebrei si mettono a tavola per mangiare la cena pasquale. Giuseppe di Arimatea chiede a Pilato e ottiene il corpo di Gesù. Viene a prendere il corpo (v. 59) rispondendo al comando rivolto da Gesù ai discepoli durante l’ultima cena: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo" (26,6). La pasqua vera è la morte e la risurrezione di Gesù.

62 Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo: 63 "Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. 64 Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!". 65 Pilato disse loro: "Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete". 66 Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia.

Questo brano è un dialogo tra i capi ebrei e Pilato. Al centro del dialogo sta l’annuncio cristiano della risurrezione di Cristo il terzo giorno, che viene ripetutamente enunciato proprio dai capi dei giudei. All’annuncio della risurrezione viene contrapposta la tesi giudaica del furto di cadavere. Pilato è preso tra l’incudine e il martello. L’ordine che è costretto a impartire è in relazione con il suo comando di concedere il cadavere di Gesù per la sepoltura (v. 54). Egli deve porre rimedio al guaio che ha combinato.

L’episodio della guardia al sepolcro permette a Matteo di introdurre il racconto della risurrezione. Saranno proprio le guardie ad essere i testimoni della risurrezione; esse correranno ad annunciare l’accaduto ai sacerdoti (28,11). I sommi sacerdoti e i farisei avevano chiesto un segno a Gesù. Ed egli aveva reagito dando loro il segno di Giona (16,4): "Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (12,40). Nell’intervento presso Pilato i capi giudei qualificano queste parole di Gesù come "impostura" che potrebbe alimentarne una ancor più pericolosa, quella dei discepoli che annunciano la risurrezione di Gesù dai morti.

 


Capitolo ventottesimo

1 Passato il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro. 2 Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. 3 Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. 4 Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. 5 Ma l'angelo disse alle donne: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. 6 Non è qui. E' risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. 7 Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E' risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto". 8 Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli.

Matteo presenta una teofania che non può essere separata dal brano della morte di Gesù. Tutto avviene infatti come se il terremoto che aveva seguito l’ultimo respiro del Cristo, riprendesse dopo il sabato: di nuovo si allude ad Ez 37,7. Si tratta infatti di un unico avvenimento. Matteo lo colloca quasi nel pieno della notte, "all’alba, verso il primo giorno della settimana": è la notte della pasqua di cui parla l’Esodo (Es 11,4; 12,12.29) e il libro della Sapienza (Sap 18,14.15). Matteo descrive la discesa dell’"angelo del Signore" per designare la presenza di Dio stesso (Gen 16,17; 22,11; Es 3,2). Dio manifesta la sua vittoria sulla morte di cui la pietra simboleggiava il carattere implacabile e irreversibile; infatti la pietra viene ribaltata e l’angelo vi si siede sopra. Il suo atteggiamento e il suo vestito bianco come la neve richiama l’Antico dei giorni della visione di Daniele (Dn 7,9-10), mentre la folgore ricorda la grande visione di Dan 10. L’apparizione dell’uomo vestito di lino (Dn 10,5-6) e poi dell’angelo che invita per due volte il profeta a non temere (Dan 10,7-8.12.18-19) prima di annunciargli il tempo della collera e quello della risurrezione (Dan 11-12), dà le linee armoniche a questo brano di Matteo.

Mentre i santi si svegliano nel momento della morte di Gesù, le guardie sono prese da tremore e diventano come morti (28,4). Coloro che avevano garantito il sepolcro e sigillato la pietra per impedire che la morte restituisse la sua vittima, si ritrovano ora morti di paura, mentre le donne sono prese da timore e gioia grande. Il timore di Dio fulmina (28,4) o dà la gioia (28,8) secondo il cuore in cui abita. La paura delle donne si dissolve alla vista dell’angelo. Il messaggio dell’angelo risuona: "E’ stato risuscitato (eghérthe)”. La formulazione al passivo (il passivo divino) è una perifrasi dell’azione di Dio, che significa: "E’ stato risuscitato da Dio". Al messaggio segue subito l’incarico. Le donne sono incaricate di portare la notizia ai discepoli. Il Risorto li precede in Galilea. E mentre il messaggio pasquale è stato comunicato alle donne da un angelo come messaggio proveniente da Dio, i discepoli lo ricevono invece dalla bocca delle donne. Benché Matteo ponga l’accento in maniera marcata sulla tomba vuota, l’annuncio resta tuttavia indispensabile. Noi crediamo alla risurrezione di Gesù perché ce l’ha detto Dio. Il fattore che determina la fede pasquale non è la tomba vuota, ma il fatto che i discepoli videro Gesù risorto, il fatto che il Risorto si mostrò ai discepoli vivo.

9 Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: "Salute a voi". Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: "Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno".
11 Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto. 12 Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo: 13 "Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo. 14 E se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia". 15 Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi.

Gesù stesso viene incontro alle donne e dà loro il compito di essere le apostole degli apostoli: "Andate e annunziate ai miei fratelli…" (v. 10). Esse sono inviate dal Risorto e hanno compreso, almeno confusamente, il senso della Pasqua, mentre le guardie vanno a riferire ai sommi sacerdoti l’accaduto, ma ne ignorano il senso.

Questo annuncio portato dalle guardie ai capi del popolo d’Israele è il segno di Giona che Gesù aveva promesso loro in Mt 12,38-40.

I sommi sacerdoti tengono un consiglio con gli anziani che stranamente assomiglia a quello che preludeva la passione (Mt 26,3); anche qui rispunta il denaro: come la morte di Gesù era stata valutata in denaro, così anche la sua risurrezione.

Al messaggio cristiano, che le donne comunicano, essi contrappongono un anti-messaggio, che i soldati sono incaricati di trasmettere: il messaggio cristiano della risurrezione è una menzogna messa in scena dai discepoli col furto del cadavere. Ma i testimoni che dormono al momento del fatto non hanno alcun valore.

Le guardie divulgano tra i giudei questa lezione appresa in fretta e pagata bene dai maestri. Così la morte e la risurrezione del Cristo continuano ad essere "fino ad oggi" la questione cruciale della storia, partendo dalla quale tutti gli uomini di ogni tempo devono fare una scelta libera e decisiva.

16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. 17 Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. 18 E Gesù, avvicinatosi, disse loro: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. 19 Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20 insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

Questi pochi versetti formano la conclusione del vangelo secondo Matteo e ci forniscono una chiave essenziale per una sua esatta comprensione. Il vangelo termina con queste parole di Gesù: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo", che hanno un’importanza capitale.

Matteo collega l’invio dei discepoli in missione all’evento della risurrezione, poiché il viaggio dei discepoli in Galilea esegue l’ordine dato dall’angelo (v. 7) e da Gesù (v. 10) alle donne perché lo trasmettessero loro.

Il discorso della missione del capitolo 10 trova qui il suo adempimento: i discepoli finalmente partono. L’evangelista accenna discretamente al fatto che i discepoli "vedono" Gesù e sottolinea il loro gesto: "si prostrarono" in segno di riconoscimento della sua signoria. Questo atteggiamento esprime la fede, ma la loro adorazione rimane mescolata al dubbio.

Gesù si accosta ad essi, come dopo la trasfigurazione (Mt 17,7) e li chiama ad approfondire ancora di più il loro rapporto con lui. Gli incontri con il Risorto non possono privare la fede della libertà. Gli Undici rappresentano una povera Chiesa di uomini di poca fede. Confermando loro l’investitura profetica, Gesù li riveste di ogni autorità (v. 18), quella che gli è stata data in cielo e in terra.

La comunità di quelli che credono in Gesù non trova in se stessa la capacità di credere. Questa proviene loro dalla potenza stessa di Dio, trasmessa loro dal Risorto. Da lui ricevono lo straordinario potere di radunare nuovi discepoli con il battesimo e l’ammaestramento. Il battesimo, conferito nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, manifesta l’ingresso del cristiano nel Regno, cioè nella vita di Dio. Con esso il battezzato appartiene a Dio Padre e Figlio e Spirito Santo.

Al battesimo è unito l’ammaestramento; si tratta, non di una lezione da imparare, ma della buona novella del Regno – che è Gesù stesso in ciò che dice e in ciò che fa – da cui bisogna lasciarsi penetrare. Questo ammaestramento si presenta come un’azione interiore che esige un comportamento coerente. E’ il vangelo nella sua totalità che diviene così insegnamento di vita per i discepoli e si manifesta nell’esistenza cristiana. Nella vita cristiana la vita morale non è altro che il vangelo in atto.

Questo ammaestramento, rivestito di ogni autorità, riguarda tutte le genti (v. 19) perché tutti sono chiamati alla salvezza, e la comunità intera dei discepoli partecipa alla responsabilità di questa chiamata, in unione con il Padre che vuole che "nessuno di questi piccoli si perda" (Mt 18,14). Così il discepolo diventa responsabile di tutte le genti perché il vangelo di Gesù è un messaggio per il mondo.

Dopo la sua risurrezione Gesù non è più sottomesso al tempo e allo spazio, ma il tempo e lo spazio sono sottoposti a lui. Egli realizza una presenza effettivamente universale. Matteo sottolinea questa universalità con un quadruplice "tutto" che esprime la totalità dell’azione divina (ogni potere in cielo e in terra), che prende corpo nella totalità dell’agire umano (insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato) secondo la totalità del tempo (io sono con voi tutti i giorni) e dello spazio (ammaestrate tutte le nazioni). Ricordiamo che il numero "quattro" simboleggia il mondo creato, composto da quattro elementi fondamentali e delimitato dai quattro punti cardinali.

Per Matteo la Chiesa si costituisce vivendo e annunciando Gesù che raduna tutte le genti del mondo e le immerge nella sua vita e nella sua morte per farle partecipare alla vita e all’azione del Padre nello Spirito. La comunità cristiana sussiste per la presenza del Cristo in mezzo ad essa (Mt 18,20) e appare come luogo ove si attesta la presenza universale di Gesù, che abbraccia lo spazio e il tempo.

Il volto della Chiesa secondo il vangelo di Matteo è il volto stesso di Cristo morto e risorto, vivente nel cuore di suoi discepoli, ai quali ha detto: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (v.20).

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