MARIA MADRE DI DIO
E FIGURA DELLA CHIESA

(Pedron Lino)


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titoli

Indice:

Introduzione
Piena di Grazia (Lc 1,28)
"Beata colei che ha creduto" (Lc 1,45)
"Concepirai e darai alla luce un figlio"  (Lc 1,31)
"Che c'è tra me e te, o donna?" (Gv 2,4)
"Presso la croce di Gesù stava Maria sua madre" (Gv 19,25)
"Donna, ecco tuo figlio!" (Gv 19,26)
"Assidui e concordi nella preghiera con Maria, la madre di Gesù" (At 1,14)
"Il mio Spirito esulta in Dio" (Lc 1,47)

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Maria è la figura della Chiesa o la Chiesa allo stato nascente. Con queste pagine desideriamo tracciare un cammino di santificazione modellato sulla Madre di Dio. Non un trattato di mariologia, ma un cammino di ascolto e di ubbidienza alla Parola di Dio sulle orme della Madre di Dio. Maria dice a tutti noi ciò che l’apostolo Paolo diceva ai fedeli di Corinto: "Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo" (1Cor 11,1).

Nel Nuovo Testamento, Maria è presente soprattutto nei tre momenti costitutivi del mistero cristiano: l’Incarnazione, il Mistero pasquale e la Pentecoste.

- È presente nell’Incarnazione perché essa è avvenuta in Lei; il suo grembo - come dicevano i Padri della Chiesa - è stato il "telaio" o il "laboratorio" in cui lo Spirito Santo ha intessuto al Verbo la sua veste umana, il "talamo" in cui Dio si è unito all’uomo.

- È presente nel mistero pasquale perché è scritto che "presso la croce di Gesù stava Maria sua madre" (cfr. Gv 19,25).

- È presente nella Pentecoste, perché è scritto che gli apostoli erano "assidui e concordi nella preghiera con Maria, la madre di Gesù" (cfr. At 1,14).

Seguendo Maria in ognuna di queste tre tappe fondamentali, siamo aiutati a metterci alla sequela di Cristo in modo concreto e risoluto, per rivivere tutto il suo mistero. Nel fare questo siamo indotti necessariamente a toccare quasi tutti i principali problemi teologici ed esegetici che si pongono intorno a Maria.

I criteri con cui ci muoveremo sono quelli tracciati dal Concilio Vaticano II con la trattazione su Maria nella "Lumen gentium". In questo testo si parla di Maria come madre di Cristo e figura della Chiesa.

Dire che Maria è figura della Chiesa concretamente significa questo: dopo aver considerato una parola, un atteggiamento o un evento della vita di Maria ci chiederemo: che cosa significa questo per la Chiesa e per noi? Cosa dobbiamo fare per mettere in pratica ciò che lo Spirito Santo ci ha detto attraverso Maria? La risposta più valida da parte nostra non starà nella devozione a Maria, quanto nell’imitazione di Maria. Ogni capitolo ci metterà davanti agli occhi qualcosa da fare e da imitare e non solo qualcosa da capire.

 

 

I
PIENA DI GRAZIA
(Lc 1,28)

1 - "Per grazia di Dio sono quello che sono" (1Cor 15,10)

L’angelo Gabriele entrando da Maria le disse: "Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te... Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio" (Lc 1,28.30). L’angelo non chiama Maria per nome, non dice: "Rallegrati, Maria", ma "Rallegrati, o piena di grazia". Nella grazia è l’identità più profonda di Maria. Maria è cara a Dio, è amata da Dio. Infatti il nome Maria deriva dalla lingua egiziana e significa "amata da Dio".

La grazia di Dio è data a Maria certamente in funzione della sua missione di Madre di Dio, ma ricordiamo che Maria non è per Dio solo una funzione, un mezzo per, ma è prima di tutto una persona, ed è così cara ed amata da Dio dall’eternità.

Maria è così la proclamazione vivente e concreta che all’inizio di tutto, nei rapporti tra Dio e le creature, c’è la grazia. Nella Bibbia, Dio è presentato come ricco di grazia (cfr. Es 34,6). Dio è pieno di grazia in senso attivo, come colui che riempie di grazia; Maria - e con lei ogni altra creatura - è piena di grazia nel senso passivo, come colei che è riempita di grazia. Tra i due c’è Gesù Cristo, il mediatore, che è "pieno di grazia" (Gv 1,14) in tutti e due i sensi: in senso attivo come Dio, in senso passivo come uomo che "cresce in grazia" (cfr. Lc 2,52).

"Dio è amore" (1Gv 4,8) e, appena si esce dalla Trinità, ciò equivale a dire che Dio è grazia. Solo nei rapporti tra le divine Persone l’amore di Dio è natura, cioè necessità; in tutti gli altri casi, esso è grazia, cioè dono. Che il Padre ami il Figlio non è grazia o dono, ma è esigenza paterna, dovere; che ami noi è pura grazia, favore libero e non meritato.

Il Dio della Bibbia non solo "fa" grazia, ma "è" grazia (cfr. Es 33,19; 34,6). Di questa misteriosa grazia di Dio, Maria è un’icona vivente. Maria può fare sue, in tutta verità, le parole dell’apostolo Paolo: "Per grazia di Dio sono quello che sono" (1Cor 15,10). Nella grazia c’è la completa spiegazione di Maria, la sua grandezza, la sua bellezza. Maria è Maria perché è piena di grazia. Dire di lei che è piena di grazia è dire tutto.

2 - Cos’è la grazia

Nel nostro linguaggio comune, grazia significa bellezza, fascino, amabilità. Ma questo non è l’unico significato. Quando diciamo di un condannato a morte che ha ottenuto la grazia, intendiamo dire che ha ricevuto un grande favore, un grande dono: il condono della pena. Questo è il significato primordiale di grazia. Anche nella Bibbia troviamo questo duplice significato (cfr. Es 33,19; Sal 45,3; Ez 16,8 ss.; ...).Nel saluto dell’angelo a Maria si riflettono tutti e due questi significati di grazia. Maria ha trovato grazia presso Dio, è stata riempita completamente dell’amore gratuito di Dio. Dio non è presente in lei solo per potenza e per provvidenza, ma anche per presenza, di persona. A Maria Dio non ha dato solo il suo favore, ma ha dato tutto se stesso nel proprio Figlio. In conseguenza di questo, Maria è piena di grazia anche nell’altro significato. Maria è graziosa perché è graziata. È stata preservata dal peccato "in previsione dei meriti di Gesù Cristo salvatore" (DS n. 2803). In questo senso ella è veramente "figlia del suo Figlio" (cfr. Dante, Paradiso XXXIII, 1).

Anche la Chiesa è chiamata a diventare "tutta gloriosa, senza macchia né ruga, o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ef 5,27), ma "ciò che è recuperato, difeso palmo a palmo, ripreso, raggiunto, non è lo stesso di ciò che non è stato mai perduto. Una carta imbiancata non sarà mai una carta bianca, né una tela imbiancata una tela bianca, né un’anima imbiancata un’anima bianca" (Ch. Peguy).

La Chiesa è liberata da ogni macchia; Maria è preservata da ogni macchia. La Chiesa ha le rughe che un giorno spariranno; Maria non ha bisogno di cosmesi, per grazia di Dio.

La grazia parla più di Dio che di Maria, più di colui che dà la grazia che di colei che la riceve. La grazia deve restare grazia e non diventare merito.

In Maria contempliamo la novità della grazia della nuova alleanza; in lei si è operato il salto qualitativo. "Quale novità ha portato il Figlio di Dio, venendo nel mondo?", si domanda sant’Ireneo, e risponde: "Ha portato ogni novità, portando se stesso" (Contro le eresie, IV, 34,1). La grazia di Dio non consiste più in qualche dono di Dio, ma nel dono di se stesso; non consiste in qualche suo favore, ma nella sua presenza: "È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini" (Tt 2,11).

Una prima cosa che la creatura deve fare in risposta alla grazia di Dio è rendere grazie: "Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù" (1Cor 1,4).

Alla grazia di Dio deve seguire il grazie dell’uomo. Rendere grazie non significa restituire il favore o dare il contraccambio, ma riconoscere la grazia, accettare la gratuità, accettarsi come debitori, come dipendenti: lasciare che Dio sia Dio.

Ed è quello che Maria ha fatto con il suo cantico: "L’anima mia magnifica il Signore... perché grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente". Maria restituisce davvero a Dio il suo potere e mantiene alla grazia tutta la sua gratuità. Ella attribuisce allo sguardo del Signore, cioè alla sua grazia, le grandi cose che stanno accadendo in lei, e non se ne attribuisce alcun merito.

3 - "Per questa grazia siete salvi" (Ef 2,8)

Abbiamo detto che Maria è figura della Chiesa. Che cosa significa per la Chiesa e per ognuno di noi il fatto che la storia di Maria cominci con la parola grazia? Significa che anche per noi, all’inizio di tutto, c’è la grazia, la libera e gratuita elezione di Dio, il suo venirci incontro in Cristo e donarsi a noi per puro amore. Significa che la grazia è "il primo principio" del cristianesimo. Grazia è la parola che riassume da sola tutto l’annuncio cristiano, tutto il vangelo, che è definito "il vangelo o la proclamazione della grazia di Dio" (cfr. At 14,3; 20,32).

Per ritrovare la carica originale della parola grazia, pensiamo a un condannato a morte che aspetta da un momento all’altro l’esecuzione. Che cosa produce in lui l’arrivo di una persona amica che gli grida: "È arrivata la grazia! Hai ottenuto la grazia!"? Un effetto simile e più grande, deve produrre in noi la Parola di Dio che ci annuncia la grazia: "Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo" (1Cor 1,3). "Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù" (Rm 8,1).

Anche per la Chiesa, come per Maria, la grazia rappresenta il nucleo profondo della sua realtà e la radice della sua esistenza. Anch’essa deve dunque confessare: Per grazia di Dio sono quello che sono. Secondo la metafisica cristiana, fondata sul concetto di grazia, "essere è essere amato" (G. Marcel). La creatura ha la spiegazione del suo essere nell’amore di Dio che l’ha amata e, amandola, l’ha creata. Ciò vale anche per la Chiesa.

Nella fede cristiana, prima del comandamento viene il dono. Ed è il dono che genera il dovere e non viceversa. Non è la legge che genera la grazia, ma è la grazia che genera la legge. La grazia infatti è la legge nuova del cristiano, la legge dello Spirito.

Maria ricorda e proclama dunque alla Chiesa che tutto è grazia. La grazia è il distintivo del cristianesimo: esso si distingue da ogni altra religione per la grazia. I fondatori di altre religioni hanno dato dottrine ed esempi, Cristo ha dato la grazia.

La più grande eresia e stoltezza dell’uomo moderno non credente è pensare di poter fare a meno della grazia di Dio. È il pelagianesimo radicale della mentalità moderna. Un caso tipico è costituito dalla psicanalisi. Si crede che basti aiutare il paziente a conoscere e a portare alla luce le sue nevrosi e i suoi complessi di colpa perché questi siano guariti, senza bisogno di alcuna grazia dall’alto che guarisca e rinnovi. La psicanalisi è la confessione senza la grazia. Se la grazia è ciò per cui l’uomo è elevato al di sopra del tempo e della corruzione, che cos’è un uomo senza grazia? È un uomo vuoto.

Nel mondo ci sono tre ordini o tre grandezze: l’ordine dei corpi, l’ordine dell’intelligenza e l’ordine della grazia. Tra l’ordine dei corpi (ricchezza, bellezza, vigore fisico...) e la grandezza superiore dell’intelligenza c’è una differenza infinita. Ma una differenza "infinitamente più infinita" (Pascal) esiste tra l’ordine dell’intelligenza e quello della grazia.

Questa terza grandezza si eleva su ogni altra quanto Dio si eleva sopra tutte le cose create. Questa è la grandezza in cui, dopo Cristo, Maria eccelle al di sopra di tutte le creature. In questo senso oggettivo, basato sulla superiorità assoluta della grazia sulla natura, Maria è la più eccelsa delle creature, dopo Cristo. Disprezzare la grazia o credere stoltamente di poterne fare a meno è perciò condannarsi all’incompiutezza; è rimanere al primo o al secondo livello di umanità, senza nemmeno sospettare che ce n’è un altro infinitamente superiore.

4 - La bellezza della Chiesa

La riscoperta della priorità della grazia su tutto ci aiuta a trovare il giusto atteggiamento verso la Chiesa. La Chiesa è rifiutata da molti perché è vista quasi solo come un’organizzazione umana con le sue leggi, i suoi riti e le incoerenze dei suoi appartenenti. Nel tentativo di rettificare questo errore, noi spesso lo ingrandiamo perché rimaniamo sullo stesso livello degli avversari che non è quello della grazia, ma solo e sempre quello delle opere.

La Chiesa soffre enormemente e perde tanti figli e tante simpatie perché non è vista come la piena di grazia, colei che esiste per offrire la grazia agli uomini, ma è vista come una organizzazione umana, fatta di uomini, dei quali si può parlare una vita intera per mettere in luce difetti e incoerenze. Ci si illude così di sapere che cos’è la Chiesa e di poter dare dei consigli perché diventi quello che dovrebbe essere, ma in realtà se ne conosce solo la scorza.

Purtroppo alcuni uomini di Chiesa non fanno che alimentare questo equivoco ogniqualvolta accettano di parlare della Chiesa a un livello inferiore a quello della grazia. La Chiesa è grazia, è dono, è piena di grazia, è strumento di grazia.

Bisogna proclamare serenamente il vangelo della grazia, convinti che in esso c’è una forza divina che va al di là di noi e di loro ed è capace di abbattere tutti i pregiudizi e i ragionamenti che si levano contro la conoscenza di Dio.

Non basta conoscere la Chiesa all’esterno (istituzione), ma occorre mettere in luce la sua realtà intima e divina che è la grazia. E i mezzi per far trasparire la grazia, che è dentro la Chiesa, sono l’annuncio della Parola, la celebrazione dei sacramenti, la preghiera, il perdono, l’amore e tutte le opere della grazia.

Questo modo esige la fede perché bisogna credere che dentro la Chiesa c’è ed agisce la grazia di Dio. È un modo concreto di fare assegnamento su di essa e non sulle nostre spiegazioni. Solo la Parola di Dio è come una spada che trafigge il cuore dell’uomo (cfr. Eb 4,12) e lo converte. La bellezza e la forza della Chiesa sono nel suo interno: sono la grazia e la verità di cui è piena e di cui è ministra.

5 - La grazia è l’inizio della gloria

Questa riscoperta della grazia, alla quale Maria ci sta guidando, non cambia solo il nostro modo di considerare la Chiesa, ma anche il modo di considerare la nostra vita. Per molte persone tutto il problema religioso si riduce alla domanda se esiste o no un aldilà, un qualcosa dopo la morte. Ciò che le trattiene dal troncare tutto con la fede e con la Chiesa è il dubbio: "E se poi esistesse davvero qualcosa dopo la morte?". Di conseguenza, esse pensano che lo scopo principale della Chiesa sia di condurre gli uomini in paradiso, a incontrare Dio, ma solo dopo la morte.

Nei confronti di questo tipo di fede hanno buon gioco coloro che vedono nell’aldilà una fuga e una proiezione illusoria di desideri non appagati qui in terra. Ma la fede vera e genuina non è solo attesa, ma anche presenza ed esperienza attuale di Dio. Scrive san Tommaso: "La grazia è l’inizio della gloria" (S. Th. II-IIae q. 24, art. 3, ad 2.). La grazia rende presente già ora, a modo di primizia, la vita eterna; ci fa vivere di Dio fin da questa vita. È vero che "siamo stati salvati in speranza" (Rm 8,24), ma la speranza cristiana non è un volgersi verso qualcosa che potrebbe accadere, ma è una forma provvisoria e imperfetta di possesso. "Chi ha il pegno dello Spirito e possiede la speranza della risurrezione tiene già come presente ciò che aspetta" (S. Cirillo di Alessandria, Comm. 2Cor 5,5, PG 74, 942).

La grazia è la presenza di Dio. Le due espressioni: "piena di grazia" e "il Signore è con te" sono quasi la stessa cosa. Questa presenza di Dio all’uomo si realizza in Cristo e per Cristo. È lui infatti l’Emmanuele, il Dio-con-noi (cfr. Mt 1,23). La grazia nel Nuovo Testamento è "Cristo in noi, speranza della gloria" (Col 1,27). Noi siamo già di Dio e di Cristo, anche se non siamo ancora stabilmente e definitivamente con lui.

La grazia è l’inizio della vita eterna: "Abbiamo già le primizie di quella vita, ci troviamo già in essa e viviamo ormai del tutto nella grazia e nel dono di Dio" (S. Basilio M., Om 20, 3, PG 31, 531); "Già ora è concesso ai santi, non solo di disporsi e prepararsi alla vita eterna, ma di vivere e operare in essa" (N. Cabasilas, Vita in Cristo, I, 1-2, PG 150,496); "Io ho trovato il cielo sulla terra perché il cielo è Dio e Dio è nell’anima mia. Il giorno che ho capito questo, tutto si è illuminato in me e vorrei dire questo segreto a tutti coloro che amo" (B. Elisabetta della Trinità, Lettera 107). In virtù della grazia "l’aldilà" è per noi un "al di dentro". Il non credente pensa che tutto questo sia illusione. Il credente sa che tutto ciò è più reale del reale che si vede.

6 - "Vi esorto a non accogliere invano la grazia di Dio"

(2Cor 6,1)

La riscoperta della grazia contiene anche un appello alla conversione. Noi che abbiamo la grazia, la fede, la luce di Dio che cosa ne facciamo per noi e per gli altri? Purtroppo si può accogliere invano la grazia di Dio, si può sciupare la grazia di Dio. Questo avviene quando non si corrisponde alla grazia, quando le si impedisce di produrre i suoi frutti che sono i frutti dello Spirito Santo. "Il frutto delle Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22).

Dopo aver detto: "Per grazia di Dio sono quello che sono", san Paolo aggiunge: "E la sua grazia in me non è stata vana" (1Cor 15,10). Egli ha fatto fruttare il talento della grazia. Egli è stato il grande predicatore della grazia, ma ancor più il grande coltivatore di essa. Egli insegna a tutti gli annunciatori cristiani che il primo annuncio deve essere quello della grazia, ma che per essere in grado di farlo, bisogna fare l’esperienza della grazia, bisogna viverla. È vero che i sacramenti operano per forza propria e conferiscono la grazia nonostante l’indegnità del ministro, ma l’esperienza insegna che chi incontra un santo, di solito, si converte e cambia vita, chi incontra un mediocre resta com’era. Non può aiutare a liberarsi dal peccato uno che vive nel peccato.

7 - Santa Maria della grazia

L’annuncio della grazia contiene anche una carica di consolazione e di coraggio. Maria è invitata a rallegrarsi e a non temere perché ha trovato grazia presso Dio. Ella è la figura della Chiesa. Quindi l’invito: "Rallegrati, o piena di grazia!" e: "Non temere perché hai trovato grazia!" è rivolto ad ogni anima credente, è rivolto a noi.

La grazia è la ragione principale della nostra gioia. Nella lingua greca in cui fu scritto il Nuovo Testamento le due parole grazia (charis) e gioia (charà) quasi si confondono: la grazia dà gioia. Rallegrarsi per la grazia significa "cercare la gioia nel Signore" (Sal 37,4) e in nessun altro all’infuori e senza di lui; non anteporre assolutamente nulla al favore e all’amicizia di Dio.

La grazia è anche la ragione principale del nostro coraggio. A san Paolo che si lamentava per la sua spina nella carne, Dio rispose: "Ti basta la mia grazia" (2Cor 12,9). La grazia e il favore di Dio non vengono meno al momento del bisogno. Dio è insieme "grazia e fedeltà" (Es 34,6). Tutti ci possono abbandonare, anche il padre e la madre, ma Dio ci raccoglie (Sal 27,10). Per questo noi possiamo dire: "Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita" (Sal 23,6).

Dobbiamo rinnovare ogni giorno il contatto con la grazia di Dio che è in noi. Non si tratta di entrare in contatto con un’idea o con una cosa, ma con una persona perché la grazia è "Cristo in noi, speranza della gloria" (Col 1,27). Per mezzo della grazia, noi possiamo avere fin da questa vita un contatto spirituale con Dio ben più reale di quello che si può avere attraverso la speculazione su Dio.

Al termine di questo primo capitolo della vita di Maria che è la grazia, facciamo un esercizio di fede, di gratitudine e di stupore. Dobbiamo credere alla grazia, credere che Dio ci ama e ci è favorevole, che per grazia siamo stati salvati, che il Signore è anche con noi, come fu con Maria. Diciamo con i Salmi: "Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio!" (Sal 63,4); "La tua grazia vale più della vita" (Sal 63,4).

Ci sono tanti santuari in cui si venera la Madonna con il titolo di Santa Maria delle grazie. È uno dei titoli più cari al popolo cristiano. Dobbiamo fare un passo avanti e scoprire un titolo ancora più bello: Santa Maria della grazia. Prima di chiedere alla Madonna di ottenerci delle grazie, chiediamole di ottenerci la Grazia.

 

 

II
"BEATA COLEI CHE HA CREDUTO"
(Lc 1,45)

Maria è l’esempio vivente del modo di agire di Dio nella storia della salvezza. Scrive Tertulliano: "Non c’è nulla che sconcerti la mente umana quanto la semplicità delle opere divine che si vedono in azione, paragonata alla magnificenza degli effetti che in esse si ottengono... Meschina incredulità umana, che nega a Dio le sue proprietà, che sono semplicità e potenza" (De bapt. 2,1). Egli alludeva alla grandiosità degli effetti del battesimo e alla semplicità dei mezzi e dei segni esterni: un po’ d’acqua e alcune parole.

Così è stato di Maria e della venuta al mondo del Salvatore. Maria è l’esempio di questa sproporzione divina tra ciò che si vede all’esterno e ciò che avviene all’interno. Maria per i suoi parenti e compaesani era una ragazza modesta, niente di eccezionale: era "la Maria".

Dobbiamo ricordare a ogni istante questa verità per non volatilizzare la figura di Maria proiettandola - come hanno fatto spesso l’iconografia e la pietà popolare - in una dimensione eterea e disincarnata, proprio lei che è la madre del Verbo incarnato! Parlando di Maria, dobbiamo sempre tenere presenti le due caratteristiche dello stile di Dio: la semplicità e la magnificenza. In Maria la magnificenza della grazia e della vocazione convive con la più assoluta semplicità e concretezza.

1 - "Eccomi, sono la serva del Signore" (Lc 1,38)

Quando Maria giunse da Elisabetta, questa l’accolse con grande gioia, e, piena di Spirito Santo, esclamò: "Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45). L’evangelista Luca si serve dell’episodio della Visitazione per portare alla luce ciò che si era compiuto nel segreto di Nazaret.

La cosa grande che è avvenuta a Nazaret, dopo il saluto dell’angelo, è che Maria ha creduto ed è diventata così Madre del Signore. Questo "aver creduto" si riferisce alla risposta di Maria all’angelo: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38). Con queste semplici parole si è manifestato il più grande e decisivo atto di fede nella storia del mondo. "In un istante che resta valido per tutta l’eternità, la parola di Maria fu la parola dell’umanità e il suo ‘sì’, l’amen di tutta la creazione al ‘sì’ di Dio" (K. Rahner).

In lei è come se Dio interpellasse di nuovo la libertà creata, offrendole una possibilità di riscatto. È questo il senso profondo del parallelismo Eva-Maria caro ai Padri e a tutta la tradizione. "Eva, quand’era ancora vergine, accolse la parola del serpente e partorì disobbedienza e morte. Maria, invece, la Vergine, accogliendo con fede e gioia il lieto annuncio recato dall’angelo Gabriele, rispose: "Si faccia di me secondo la tua parola"" (S. Giustino, Dialogo con Trifone, 100, PG 6,709).

Dalle parole di Elisabetta: "Beata colei che ha creduto", si comprende che la maternità divina di Maria non è intesa soltanto come maternità fisica, ma molto più come maternità spirituale fondata sulla fede.

Sant’Agostino scrive: "La vergine Maria partorì credendo quel che aveva concepito credendo... Dopo che l’angelo ebbe parlato, ella, piena di fede, concependo Cristo prima nel cuore che nel grembo, rispose: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola"" (Disc. 215, 4, PL 38, 1074). Alla pienezza di grazia da parte di Dio corrisponde la pienezza di fede da parte di Maria.

La fede di Maria è un atto di amore e di docilità, un atto libero e misterioso come ogni incontro tra la grazia e la libertà. È questa la vera grandezza personale di Maria, la sua beatitudine confermata da Cristo stesso. Una donna nel vangelo dice a Gesù: "Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte" (Lc 11,27). Questa donna proclama beata Maria perché ha portato (bastàsasa) Gesù. Elisabetta invece la proclama beata perché ha creduto (pistèusasa). La donna proclama beato il portare Gesù nel grembo, Gesù proclama beato il portarlo nel cuore: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano" (Lc 11,28). Con questa risposta Gesù aiuta quella donna e tutti noi a capire dove risiede la vera grandezza di sua madre. È proprio di lei che nel vangelo sta scritto due volte: "Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19.51).

2 - "Crediamo anche noi!" (s. Agostino)

Consideriamo ora le nostre implicazioni personali che scaturiscono dalla fede di Maria. Sant’Agostino, dopo aver affermato che Maria "piena di fede, partorì credendo quel che aveva concepito credendo", trae un’applicazione pratica e dice: "Maria credette e si avverò in lei quel che credette. Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei possa giovare anche a noi" (Disc. 215, 4, PL 38,1074).

La fede di Maria ci spinge a rinnovare il nostro personale atto di fede e di abbandono in Dio. Questo è l’esercizio da fare al termine di questo secondo passo dietro a Maria.

Noi siamo l’edificio di Dio, il tempio di Dio. L’impresa della nostra santificazione è come la "costruzione di un edificio spirituale" (1Pt 2,5). Dio non può costruire in noi il suo tempio se prima non gli cediamo liberamente la proprietà del terreno. Questo avviene quando diamo a Dio la nostra libertà, quando gli cediamo la nostra proprietà con un atto di fede e di consenso, con un sì pieno e totale.

Dobbiamo però ricordare che Maria ha detto il suo "avvenga di me" (greco ghènoito) all’ottativo; esso non esprime una accettazione rassegnata, ma un desiderio vivo, una gioia. Sapendo che Dio è amore infinito e che nutre per noi "progetti di pace e non di afflizione" (Ger 29,11), noi dobbiamo dire con desiderio e gioia, come Maria: "Avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38).

Con ciò si realizza il senso della vita umana e la sua più grande dignità. Dire ‘sì’ a Dio non umilia la dignità dell’uomo, ma la esalta. L’uomo non può vivere e realizzarsi senza dire ‘sì’ a qualcuno o a qualcosa. Ma è ben diverso il ‘sì’ detto dagli esistenzialisti atei, come fredda e cieca necessità, al destino e alla morte, e il ‘sì’ detto con abbandono e amore al Padre espresso in questa preghiera di Charles de Foucauld: "Padre mio mi abbandono a te. Fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, perché la tua volontà si compia in me e in tutte le creature. Non desidero altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle tue mani. Te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo. Ed è per me un’esigenza d’amore il donarmi e il rimettermi nelle tue mani senza misura, con una confidenza infinita, perché tu sei il Padre mio".

 

 

III
"CONCEPIRAI E DARAI ALLA LUCE UN FIGLIO" 
(Lc 1,31)

1 - Madre di Dio

Nel parlare di Maria, la Scrittura mette costantemente in risalto due elementi o momenti fondamentali: concepire e partorire. L’angelo dice a Maria: "Ecco, concepirai un figlio e lo darai alla luce" (Lc 1,31). Questi due elementi sono presenti anche nel vangelo secondo Matteo: "Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio..." (Mt 1,20-21).

La profezia di Isaia, che preannunciava tutto questo, si esprimeva allo stesso modo: "Una vergine concepirà e partorirà un figlio" (Is 7,14). È nel Natale, nel momento in cui dà alla luce il suo figlio primogenito, che Maria diventa veramente e pienamente Madre di Dio. Il titolo "Genitrice di Dio" (Dei Genitrix) mette più in risalto il momento della concezione; il titolo "Theotòkos", in uso nella Chiesa greca, mette più in rilievo il momento del partorire (tìkto significa "partorisco"). Il primo momento, il generare, è comune sia al padre che alla madre, mentre il secondo, il partorire, è esclusivo della madre.

Madre di Dio: un titolo che esprime uno dei misteri più alti del cristianesimo. La liturgia della Chiesa esclama: "Quello che i cieli non possono contenere, si è racchiuso nelle tue viscere, fatto uomo". Madre di Dio è il più antico e più importante titolo dogmatico di Maria, definito dalla Chiesa nel Concilio di Efeso nel 431, come verità di fede per tutti i cristiani. È il fondamento di tutta la grandezza di Maria. "Chiamandola Madre di Dio, si è compreso tutto il suo onore; nessuno può dire di lei o a lei cosa più grande... Anche il nostro cuore deve riflettere cosa significa essere Madre di Dio" (Lutero, Comm. al Magnificat).

2 - L’imitazione della Madre di Dio

Come possiamo imitare questo aspetto della Madonna di essere Madre di Dio? Maria è figura e modello della Chiesa anche in questo. Scrive Origene: "Che giova a me che Cristo sia nato una volta da Maria a Betlemme, se non nasce anche per fede nella mia anima?" (Comm. Vang. Lc 22,3).

La maternità divina di Maria si realizza su due piani: su un piano fisico e su un piano spirituale. Maria è Madre di Dio non solo perché l’ha portato fisicamente nel grembo, ma anche perché l’ha concepito nel cuore con la fede.

Noi non possiamo, naturalmente, imitare Maria generando fisicamente il Cristo, fatto unico e irripetibile, ma possiamo imitarla generandolo nel nostro cuore con la fede. Gesù stesso iniziò questa applicazione alla Chiesa del titolo di Madre di Cristo, quando dichiarò: "Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8,21; cfr. Mc 3,31-32; Mt 12,49).

Scrive sant’Agostino: "Comprendo che noi siamo fratelli di Cristo e che sono sorelle di Cristo le sante e fedeli donne. Ma in che senso possiamo intendere di essere madri di Cristo? Che potremo dire dunque? Oseremo forse chiamarci madri di Cristo? Ma certo, osiamo chiamarci madri di Cristo! Ho chiamato infatti voi tutti suoi fratelli e non oserei chiamarvi sua Madre? Ma molto meno oso negare ciò che affermò Cristo. Orsù, dunque, carissimi, osservate come la Chiesa - cosa questa evidente - è la sposa di Cristo; ciò che si comprende più difficilmente, ma è vero, è che sia la madre di Cristo. La Vergine Maria ha preceduto la Chiesa come sua figura. Come mai, vi domando, Maria è Madre di Cristo, se non perché ha partorito le membra di Cristo? Membra di Cristo siete voi, ai quali io parlo: chi vi ha partoriti? Sento la voce del vostro cuore: "La Madre Chiesa", questa madre santa, onorata, simile a Maria, partorisce ed è vergine... Le membra di Cristo partoriscono dunque con lo Spirito, come Maria partorì Cristo col ventre: così sarete madri di Cristo. Non è una cosa lontana da voi; non è al di fuori di voi, non è incompatibile con voi; siete diventati figli, siate anche madri" (Disc. 72 A).

Nella tradizione, questa verità ha conosciuto due livelli di applicazione complementari tra loro. Questa maternità si vede realizzata nella Chiesa presa nel suo insieme, in quanto "sacramento universale di salvezza" e in ogni singola persona che crede.

Il Concilio Vaticano II si colloca nella prima prospettiva quando scrive: "La Chiesa... diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti per opera dello Spirito Santo e nati da Dio" (LG 64).

Ma ancora più chiara è, nella tradizione, l’applicazione personale ad ogni anima: "Ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio... Se secondo la carne una sola è la Madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo quando accolgono la parola di Dio" (S. Ambrogio, Esposizione del vangelo secondo Luca, II, 26). Un altro Padre fa eco dall’oriente: "Il Cristo nasce sempre misticamente nell’anima, prendendo carne da coloro che sono salvati e facendo dell’anima che lo genera una madre vergine" (S. Massimo il Confessore, Commento al Padre nostro, PG 90,889).

Uno scrittore del Medioevo ha fatto una specie di sintesi di tutti questi motivi, scrivendo: "Maria e la Chiesa sono una madre e più madri; una vergine e più vergini. L’una e l’altra madre, l’una e l’altra vergine. L’una e l’altra concepisce senza concupiscenza dallo stesso Spirito; l’una e l’altra dà a Dio Padre una prole senza peccato. Quella, senza alcun peccato, partorì al corpo il Capo; questa, nella remissione di tutti i peccati, partorisce il corpo al Capo. Entrambe madri di Cristo, ma nessuna partorisce il tutto senza l’altra. Per questo, nelle Scritture divinamente ispirate, ciò che si dice in modo universale della Vergine Madre Chiesa, lo si intende in modo singolare della Vergine Madre Maria; e ciò che si dice in modo speciale di Maria, lo si intende in senso generale della vergine Madre Chiesa... Infine, ogni anima fedele, sposa del Verbo di Dio, madre, figlia e sorella di Cristo, viene ritenuta anch’essa a suo modo vergine e feconda. La stessa sapienza di Dio che è il Verbo del Padre applica dunque universalmente alla Chiesa ciò che dice specialmente di Maria e singolarmente anche di ogni anima credente" (B. Isacco della Stella, Disc. 51, PL 194, 1863).

3 - Come concepire e partorire di nuovo Cristo

Come si diventa, in concreto, madre di Gesù? Ascoltando la Parola di Dio e mettendola in pratica. Maria è diventata Madre di Gesù concependolo e partorendolo. Anche per noi non basta concepire Cristo con l’ascolto della Parola; dobbiamo anche partorirlo con le opere.

Concepisce Gesù senza partorirlo chi accoglie la Parola senza metterla in pratica, chi continua ad abortire formulando propositi di conversione e non si converte: chi insomma ha la fede, ma non ha le opere.

Siamo giunti al problema delle buone opere. Dopo la grazia di Dio e la risposta di fede dell’uomo, parliamo delle opere. Troviamo tutto riassunto in questo brano di Paolo: "Per questa grazia siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo" (Ef 2,8-10).

Siamo noi l’opera di Dio; l’opera buona che Dio ha operato in Cristo. Dio però ci ha salvati in Cristo, non perché restassimo inerti e passivi, ma perché fossimo in grado di compiere, mediante la grazia e la fede, le opere buone che sono i frutti dello spirito Santo, le virtù cristiane. Se non mettiamo seriamente in pratica la Parola, se non passiamo dalla contemplazione all’imitazione di Cristo, la nostra vita cristiana è un aborto.

"Siamo madri di Cristo quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza; lo generiamo attraverso le opere sante, che devono risplendere agli altri in esempio... Oh, come è santo e come è caro, piacevole, umile, pacifico, dolce, amabile e desiderabile sopra ogni cosa, avere un tale fratello e un tale figlio, il Signore Nostro Gesù Cristo!" (s. Francesco d’Assisi, Lettera ai fedeli 1).

Per san Bonaventura, l’anima concepisce Gesù quando, scontenta della vita che conduce, stimolata da sante ispirazioni e accendendosi di santo amore, e, infine, staccandosi risolutamente dalle sue vecchie abitudini e difetti, è come fecondata spiritualmente dalla grazia dello Spirito Santo e concepisce il proposito di una vita nuova. Una volta concepito, il benedetto Figlio di Dio nasce nel cuore quando l’uomo mette in opera i santi propositi. Se i propositi non sono messi in atto, Gesù è concepito, ma non è partorito: è uno dei tanti aborti spirituali: si celebra l’annunciazione, ma non si celebra il Natale del Signore!

Terminiamo con le parole di sant’Agostino che ci esortano a imitare la Madre di Dio: "La Madre lo portò nel grembo, noi portiamolo nel cuore; la Vergine divenne gravida per l’incarnazione di Cristo, divenga gravido il nostro cuore per la fede in Cristo; ella partorì il Salvatore, la nostra anima partorisca la salvezza e la lode. Non siano sterili le nostre anime, ma siano feconde per Dio" (S. Agostino, Disc. 189, 3, PL 38, 1006).

 

 

IV
"CHE C’È TRA ME E TE, O DONNA?"
(Gv 2,4)

In questa seconda parte del nostro cammino vogliamo seguire Maria nel mistero pasquale, lasciandoci guidare da lei alla comprensione profonda della Pasqua e alla partecipazione alle sofferenze di Cristo.

1 - "Imparò l’obbedienza dalle cose che patì" (Eb 5,8)

Il mistero pasquale non comincia nella vita di Gesù con l’arresto nel Getsemani e non dura solo la settimana santa. Tutta la sua vita, da quando Giovanni Battista lo indicò come l’Agnello di Dio, è una preparazione alla sua Pasqua. Secondo il vangelo di Luca, la vita pubblica di Gesù fu tutta una lenta e inarrestabile salita verso Gerusalemme dove avrebbe consumato il suo esodo (cfr. Lc 9,31). Il battesimo nel Giordano fu già un preludio alla Pasqua, perché in esso la parola del Padre rivelò a Gesù che sarebbe stato il Messia sofferente e rifiutato, come il servo di Dio di cui aveva parlato Isaia.

Parallelo a questo cammino del nuovo Adamo obbediente si svolge il cammino della nuova Eva. Anche per Maria il mistero pasquale cominciò assai per tempo. Già le parole di Simeone sul segno di contraddizione e sulla spada che le avrebbe trapassato l’anima contenevano un presagio che Maria conservava nel suo cuore, insieme con tutte le altre parole.

Il passo che vogliamo compiere in questo capitolo è proprio di seguire Maria durante la vita pubblica di Gesù e vedere di che cosa ella è figura e modello per noi.

In questo periodo della sua vita, Maria ci è di guida e di modello di come comportarci quando viene il tempo della potatura, della purificazione, della spoliazione, della notte della fede. Papa Giovanni Paolo II, nella sua enciclica "Redemptoris Mater" applica giustamente alla vita di Maria la grande categoria della "kènosi", con cui san Paolo ha spiegato la vicenda terrena di Gesù: "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò (ekènosen) se stesso" (Fil 2,6-7).

Scrive il papa: "Mediante la fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione... Ai piedi della croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione" (n. 18).

Questa spoliazione si consumò sotto la croce, ma cominciò molto prima. Anche a Nazaret e durante la vita pubblica di Gesù, ella avanzava nella peregrinazione della fede. Non è difficile notare già allora "una particolare fatica del cuore unita a una sorta di notte della fede" (n. 17).

Tutto questo rende la vicenda di Maria straordinariamente significativa per noi; restituisce Maria alla Chiesa e all’umanità. Dobbiamo prendere atto con gioia di un grande progresso che si è realizzato nella devozione alla Madonna. Prima del Concilio Vaticano II la categoria fondamentale con la quale si spiegava la grandezza di Maria era quella del privilegio o dell’esenzione. Si pensava che Maria fosse stata esentata non solo dal peccato originale e dalla corruzione (che sono privilegi definiti dalla Chiesa con i dogmi dell’Immacolata e dall’Assunzione), ma si pensava che Maria fosse stata esentata dai dolori del parto, dalla fatica, dal dubbio, dalla tentazione, dall’ignoranza e infine la cosa più grave, anche dalla morte.

Pensavano che queste cose sono conseguenze del peccato, ma Maria non aveva peccato, quindi... Non ci si rendeva conto che, in questo modo, invece di associare Maria a Gesù, la si dissociava completamente da lui che, pur essendo senza peccato, volle sperimentare a nostro vantaggio tutte queste cose: fatica, dolore, angoscia, tentazioni e morte.

Ora la categoria fondamentale con la quale, seguendo il Concilio Vaticano II, cerchiamo di spiegarci la santità unica di Maria non è più tanto quella del privilegio, ma quella della fede. Maria ha progredito nella fede (cfr. LG 58). Questo non diminuisce, ma accresce a dismisura la grandezza di Maria. La grandezza spirituale di una creatura davanti a Dio, in questa vita, non si misura da quanto Dio le dà, ma da ciò che Dio le chiede. E a Maria ha chiesto tanto, più che a ogni altra creatura.

Di Gesù il Nuovo Testamento dice: "Noi abbiamo un sommo sacerdote che sa compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato" (Eb 4,15); e ancora: "Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì" (Eb 5,8).

Se Maria ha seguito il Figlio nella kènosi, queste parole, fatte le debite proporzioni, si applicano anche a lei, e costituiscono la vera chiave di comprensione della sua vita. Maria, pur essendo la madre di Dio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Imparare qui ha il senso di sperimentare, assaporare. Gesù esercitò l’obbedienza e crebbe in essa per le cose che patì. Anche Maria imparò la fede e l’obbedienza e crebbe in esse per le cose che patì così che possiamo dire di lei: abbiamo una madre che sa compatire le nostre infermità, essendo stata ella stessa provata in ogni cosa a somiglianza di noi, escluso il peccato.

2 - Maria durante la vita pubblica di Gesù

Partiamo dall’episodio dello smarrimento di Gesù nel tempio (cfr. Lc 2,42 ss.). Luca, mettendo in rilievo che Gesù fu trovato "dopo tre giorni" allude forse già al mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo. È certo, in ogni caso, che questo fu l’inizio del mistero pasquale di spoliazione di Maria. Infatti, dopo averlo ritrovato, si sente rispondere: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (o: "Io devo essere nella casa del Padre mio?"). Queste parole mettono tra Gesù e lei una volontà diversa, infinitamente più importante, quella del Padre, che fa passare in second’ordine ogni altro rapporto, anche il rapporto filiale con lei. Troviamo poi una menzione di Maria a Cana di Galilea. Alla sua discreta richiesta di intervento, si sentì rispondere: "Che c’è tra me e te, o donna?" (Gv 2,4). Comunque si vogliano spiegare queste parole, sembrano di nuovo porre una distanza tra Gesù e sua madre.

Tutti e tre i sinottici ci riferiscono quest’altro episodio avvenuto durante la vita pubblica di Gesù. Un giorno, mentre Gesù era intento a predicare, giunsero sua madre e alcuni parenti per parlargli. Andarono da Gesù a riferirgli: "Fuori c’è tua madre che ti vuole parlare". Gesù sempre sulla linea degli episodi precedenti, disse: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?" (Mc 3,33). Noi sappiamo, oggi, che in quelle parole è contenuto più un elogio che un rimprovero per la madre; ma lei, almeno in quel momento, non lo sapeva.

Un altro giorno, una donna, tra la folla, esclamò verso Gesù: ""Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!". Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano"" (Lc 11,27-28).

Cosa significa tutto questo? Maria ha dovuto passare anche lei attraverso la sua kènosi. La kènosi di Gesù consistette nel fatto che anziché far valere i suoi diritti e le sue prerogative divine se ne spogliò, assumendo lo stato di servo e apparendo all’esterno un uomo come gli altri. La kènosi di Maria consistette nel fatto che, anziché far valere i suoi diritti di madre del Messia se ne lasciò spogliare, apparendo dinanzi a tutti una donna come le altre. La qualità di Figlio di Dio non servì a risparmiare a Cristo alcuna umiliazione; così non servì a risparmiare a Maria alcuna umiliazione la qualità di Madre di Dio.

Dopo aver iniziato il suo ministero, Gesù non ebbe dove posare il capo e Maria non ebbe dove posare il cuore. Alla sua povertà materiale, Maria aggiunse anche la sua povertà spirituale nel suo grado più alto.

Questa povertà di spirito consiste nel lasciarsi spogliare di tutti i privilegi, nel non poter fare affidamento su nulla, né del passato, né del futuro. San Giovanni della Croce chiamò questo la "notte oscura della memoria" e, nel parlarne, ricorda esplicitamente la Madre di Dio (cfr. Salita al monte Carmelo III, 2, 10). Essa consiste nel non potersi ricordare, neppure volendolo, del passato ed essere protesi unicamente verso Dio, vivendo in pura speranza. È la vera e radicale povertà di spirito che è ricca solo di Dio e, anche questo, solo in speranza. Paolo lo chiama un vivere "dimentico del passato" (Fil 3,13).

Gesù si è comportato con la madre come un direttore spirituale lucido e intelligente, che non fa perdere tempo, che non lascia indugiare tra sentimenti e consolazioni naturali, che trascina in una corsa senza tregua verso la totale spoliazione, in vista dell’unione con Dio. Ha insegnato a Maria il rinnegamento di sé. Egli conduce la madre nella sua stessa corsa a fare la volontà del Padre.

3 - "Se il chicco di grano non muore..." (Gv 12,24)

Quando noi, creature di carne e di sangue, ascoltiamo queste cose, nel nostro cuore affiora una domanda: Perché era necessario tutto questo? Maria non era già santa, piena di fede, già abbastanza provata? La prima risposta è: Gesù ha fatto così, e Maria doveva essergli vicina, per essere la prima e più perfetta discepola.

Ma c’è anche un altro motivo più misterioso. Per capirlo partiamo da una frase di san Paolo: "La carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile, l’incorruttibilità" (1Cor 15,50).

Il piano della grazia è diverso da quello della natura; ciò che è eterno è diverso da ciò che si svolge nel tempo. Non si passa dall’uno all’altro piano per evoluzione rettilinea e indolore. C’è di mezzo un salto di qualità infinito. Occorre perciò un’interruzione, una morte, per passare dall’uno all’altro.

La maternità di Maria era anche una maternità temporale, umanissima, avvenuta "nella carne e nel sangue". Perché potesse diventare qualcosa di eterno, di spirituale, doveva passare attraverso una morte, come avvenne, del resto, della stessa santissima umanità del Figlio, prima di essere glorificata e resa corpo spirituale.

"Il passaggio all’ordine soprannaturale, anche per una creatura innocente e santa, non potrebbe mai compiersi senza una specie di morte" (H. de Lubac, Il mistero del soprannaturale).

Lo Spirito dà la vita, ma facendo prima morire la carne: "Se con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete" (Rm 8,13). La natura deve essere riplasmata e spiritualizzata per risorgere nella grazia. Gesù ha portato l’esempio del chicco di grano che, solo se muore, porta molto frutto (cfr. Gv 12,24).

In natura esiste un altro esempio: quello del baco da seta. La sua vicenda è una formidabile parabola per la vita spirituale. Il bruco è destinato a diventare una farfalla. Quello che prima strisciava per terra, ora vola; non ricorda più le sofferenze della sua evoluzione e non rimpiange ciò che era perché finalmente è diventato ciò che doveva essere.

4 - Maria discepola di Cristo

Come reagì Maria a questa condotta del Figlio e di Dio stesso nei suoi riguardi? Rileggendo il vangelo non troveremo mai il benché minimo accenno di contrasto di volontà, di replica o di autogiustificazione da parte di Maria; mai un tentativo di far cambiare decisione a Gesù! Docilità assoluta. Qui appare la santità personale unica della Madre di Dio, la meraviglia della grazia. Per rendersene conto basta un confronto. Per esempio con Pietro. Quando Gesù fece capire a Pietro che stava andando a Gerusalemme per morire in croce, egli protestò e disse: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai" (Mt 16,22).

Pietro si preoccupava per Gesù, ma anche per sé. Maria no. Maria taceva. La sua risposta a tutto era il silenzio. Non un silenzio di ripiegamento e di tristezza. Quello di Maria era un silenzio buono, ricco di interiorità, ricco di fede, di grazia, di Dio. Anche quando Maria non capiva, è scritto che ella taceva e "serbava tutte queste cose nel suo cuore" (Lc 2,51). Il fatto che tace non significa che per Maria è tutto facile. Ella fu esente dal peccato, non dalla lotta e dalla fatica del credere. Se Gesù ha dovuto sudare sangue per portare la sua volontà umana ad aderire pienamente alla volontà del Padre, non ci deve sorprendere che anche Maria abbia dovuto agonizzare.

Dopo aver contemplato nel capitolo precedente la Madre di Dio, contempliamo ora la discepola di Cristo. A proposito della parola di Gesù: "Chi è mia madre?... Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre" (Mc 3,33-35), sant’Agostino commenta: "Santa Maria fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché Madre di Cristo. Vale di più, è una prerogativa più felice, essere stata discepola anziché Madre di Cristo. Maria era felice perché, prima di dare alla luce il Figlio, portò nel ventre il Maestro... È per questo dunque che anche Maria fu beata, poiché ascoltò la Parola di Dio e la mise in pratica. Corporalmente Maria è dunque soltanto madre di Cristo, ma spiritualmente gli è sorella e madre" (Disc. 72 A; La santa verginità, 5-6, PL 40,399).

Dobbiamo allora pensare che la vita di Maria fu una vita di continue afflizioni, una vita tetra? Al contrario. Maria scopriva di giorno in giorno una gioia di tipo nuovo rispetto alle gioie materne di Betlemme e di Nazaret. Gioia di non fare la propria volontà. Gioia di credere. Gioia di dare a Dio tutto. Gioia di scoprire Dio, le cui vie sono inaccessibili e i cui pensieri non sono i nostri pensieri: Dio, il Santo! "Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, Salvatore!" (Is 45,15).

La beata Angela da Foligno, che aveva fatto esperienze simili, parla della gioia dell’incomprensibilità. Essa consiste nel capire che non si può capire, ma che un Dio capito non sarebbe più Dio. Questa incomprensibilità, anziché tristezza, genera gioia, perché fa vedere che Dio è ancora più ricco e più grande di quanto riusciamo a comprendere. Questa è la gioia che i santi hanno in cielo e che la santa Vergine ebbe, in modo diverso, fin da questa terra (cfr. Il libro della B. Angela da Foligno, Istr. III, p. 468).

5 - "Se qualcuno vuol venire dietro di me..." (Mc 8,34)

Ora dobbiamo passare da Maria alla Chiesa, a noi. L’applicazione per noi è già scritta nel vangelo: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà" (Mc 8,34-35).

Questo brano del vangelo è il segreto e il cardine della vita ascetica. Per essere disponibili a Dio fino alla morte dobbiamo rinnegare noi stessi. Lo stesso verbo rinnegare (arnèomai) viene usato anche quando si parla di rinnegamento di Cristo: "Chi mi rinnegherà davanti agli uomini..." (Mt 10,33). Le due cose sono in alternativa: o si rinnega se stessi o si rinnega Cristo. Non si può dire sì a uno senza dire no all’altro, perché i due - la carne e lo Spirito - hanno desideri contrari tra loro (cfr. Gal 5,17).

Il rinnegamento di sé non è fine a se stesso, ma è in funzione al seguire Cristo. Dire no a se stessi è il mezzo; dire sì a Cristo è il fine. Nel vangelo abbiamo un esempio pratico: Pietro rinnegò Gesù perché non aveva rinnegato se stesso. Volendo salvare la propria vita, rinnegò Cristo, la Vita. Si tratta di sapere quale fondamento vogliamo dare alla nostra vita: se il nostro io o Cristo; se vogliamo vivere per noi stessi o per il Signore.

Questa scelta si presenta in modo esigente nella vita dei martiri, ma in modo diverso la stessa scelta si impone a tutti i discepoli, ogni momento. Ogni no detto a se stessi per amore, è un sì detto a Cristo.

L’ascetica cristiana non è una rinuncia autolesionistica. È via al possesso di una vita più piena. Lasciare il proprio tugurio per trasferirsi in un magnifico palazzo non è essere rinunciatari. Lo sarebbe se facessimo il contrario e preferissimo rimanere nella nostra stamberga con i nostri quattro stracci. Il nostro io è la stamberga, Cristo è il palazzo.

Non occorre fare grandi sforzi per vedere che la nostra vita passa e si consuma; che la nostra zattera sta affondando sempre più, giorno per giorno. E allora, finché siamo in tempo, facciamo il salto della salvezza, traslochiamo prima di rimanere sotto le nostre stesse macerie.

Finché queste proposte restano a livello teorico sono poetiche e belle, ma quando dobbiamo scendere al concreto la cosa è tanto difficile. La natura mette in atto tutti i suoi meccanismi di difesa: essa vuol salvare la propria vita e non perderla. Essa tende a tenere Dio fuori dai propri confini, perché sa che l’avvicinarsi di Dio è la fine della sua quiete e della sua autonomia. Si accontenta delle sue piccole cose umane a buon prezzo e lascia a Dio le cose divine.

Maria sa comprendere e compatire queste nostre infermità, essendo stata provata lei stessa, in ogni cosa, come noi, eccetto il peccato. Ricorriamo dunque a lei e preghiamola con semplicità: Maria, aiutaci a non fare la nostra volontà; facci scoprire la gioia nuova di dare qualcosa a Dio, anziché chiedere sempre a Dio di dare a noi.

 

 

V
"PRESSO LA CROCE DI GESÙ STAVA MARIA SUA MADRE"
(Gv 19,25)

Nel Salmo 22, intonato da Gesù sulla croce ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"), a un certo punto l’orante dice: "Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre". Gesù ha recitato queste parole avendo lì presente a sé la madre dalla quale era nato e sul cui petto aveva riposato.

1 - Maria nel mistero pasquale

La parola di Dio che ci accompagna nella nostra meditazione è quella del vangelo secondo Giovanni: "Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù, allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,25-27).

Di questo testo, così denso, consideriamo ora solo la parte narrativa, lasciando al prossimo capitolo la meditazione del resto che contiene il detto di Gesù.

Di Maria sotto la croce non ci sono riferiti grida e lamenti, come per le donne che lo accompagnavano lungo la salita del Calvario (cfr. Lc 23,27); non ci sono trasmesse parole, come nel ritrovamento di Gesù nel tempio o come a Cana di Galilea. Ci è trasmesso solo il suo silenzio. Maria tace al momento della nascita di Gesù (cfr. Lc) e tace al momento della morte di Gesù (cfr. Gv).

Nella 1Cor san Paolo oppone tra loro il linguaggio della croce e il linguaggio della sapienza umana. La differenza sta in questo: la sapienza umana si manifesta soprattutto attraverso i bei discorsi; la sapienza della croce si esprime attraverso il silenzio. Il silenzio custodisce solo per Dio il profumo del sacrificio. Esso impedisce alla sofferenza di disperdersi, di ricercare e trovare quaggiù la propria ricompensa.

Sotto la croce Maria non grida al Figlio: "Scendi dalla croce; salva te stesso e me! Hai salvato tanti altri, salva ora te stesso, figlio mio!". Non gli chiede neppure: "Figlio, perché mi hai fatto questo?" come aveva detto dopo averlo ritrovato nel tempio. Maria tace. "Acconsentì amorosamente all’immolazione della vittima da lei generata" (LG 58).

Celebra con lui la sua Pasqua. Maria non stava presso la croce di Gesù solo in senso fisico, ma anche in senso spirituale. Era unita a Gesù, soffriva con lui. Soffriva nel cuore quello che il Figlio soffriva nella carne. Chi è madre può capire queste cose.

"Come Cristo grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46) così anche la Vergine Maria dovette essere penetrata da una sofferenza che umanamente corrispondeva a quella del Figlio. "Una spada trapasserà la tua anima e renderà manifesti i pensieri di molti cuori" (cfr. Lc 2,35); anche del tuo, se oserai credere ancora, se sarai ancora abbastanza umile da credere che tu in verità sei l’eletta tra le donne, colei che ha trovato grazia davanti a Dio" (S. Kierkegaard, Diario XI A 45).

Gesù non dice più: "Che c’è tra me e te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora" (Gv 2,4). Adesso che la sua "ora" è giunta, c’è tra lui e sua madre una grande cosa in comune: la stessa sofferenza. In quei momenti estremi, in cui anche il Padre si è misteriosamente sottratto al suo sguardo di uomo, è rimasto a Gesù solo lo sguardo della madre in cui cercare conforto. In ogni sofferenza umana, c’è una dimensione intima e privata, che si consuma in famiglia, tra coloro che sono unti nel vincolo dello stesso sangue. Anche in quella di Cristo e di Maria.

L’ultima cosa che Gesù fece sulla croce, pronunciando le parole: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46), fu di adorare amorosamente la volontà del Padre, prima di inoltrarsi nel buio della morte. Maria certamente si unì al Figlio in questa amorosa adorazione della volontà del Padre.

2 - Stare presso la croce di Gesù

Anche questa volta è la parola di Dio che traccia il passaggio da Maria alla Chiesa e dice che cosa deve fare ogni credente per imitarla: "Presso la croce di Gesù stava Maria sua madre e accanto a lei il discepolo che egli amava". Quello che avvenne in quel giorno indica quello che deve avvenire ogni giorno: bisogna stare accanto a Maria presso la croce di Gesù, come il discepolo che egli amava. Ci sono due cose importanti in questa frase: primo, che bisogna stare accanto alla croce; secondo, che bisogna stare accanto alla croce di Gesù.

La prima cosa, e la più importante, non è stare presso la croce, ma stare presso la croce di Gesù. Ciò che conta non è la nostra croce, ma quella di Gesù; non è il nostro soffrire, ma l’appropriarsi, con la fede, della sofferenza di Cristo. La prima cosa non è la sofferenza, ma la fede. La cosa più grande di Maria ai piedi della croce fu la fede.

San Paolo scrive: "La parola della croce... è potenza di Dio... Noi predichiamo Cristo crocifisso... Per coloro che sono chiamati.. predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio" (1Cor 1,18-24). È qui la fonte di tutta la forza e la fecondità della Chiesa.

La forza della Chiesa viene dal predicare la croce di Cristo, che agli occhi del mondo è il simbolo stesso della stoltezza e della debolezza, rinunciando in questo modo ad affrontare il mondo incredulo e spensierato con i suoi stessi mezzi che sono la sapienza delle parole e la forza delle argomentazioni.

Bisogna rinunciare a una superiorità umana perché possa agire la forza divina racchiusa nella croce di Cristo. Ma qual è il segno e la prova che si crede realmente nella croce di Cristo? Il segno è partecipare alle sue sofferenze (Fil 3,10; Rm 8,17), essere crocifissi con lui (Gal 2,20), completare mediante le proprie sofferenze, ciò che manca alla passione di Cristo (Col 1,24).

La vita del cristiano dev’essere un sacrificio vivente, come quella di Cristo (cfr. Rm 12,1). Non si tratta solo di sofferenza accettata passivamente, ma anche di sofferenza cercata attivamente: "Castigo il mio corpo e lo riduco in schiavitù" (1Cor 9,27).

La nostra croce non è, in se stessa, salvezza; non è potenza né sapienza; per se stessa è pura opera umana, o addirittura castigo. Diviene potenza e sapienza di Dio quando per mezzo della fede ci unisce alla croce di Cristo. "Soffrire significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente aperti all’opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all’umanità in Cristo" (Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, 23).

La sofferenza ci deve unire alla croce di Cristo, non in modo teorico, ma esistenziale e concreto.

3 - "Sperò contro ogni speranza" (Rm 4,18)

Ma la croce da sola non basta. Il mistero pasquale di Cristo consiste nel "passaggio" dalla croce alla risurrezione, dalla morte alla vita, nel "passaggio" attraverso la morte verso la gloria e il regno (cfr. Lc 24,26; At 14,22).

Consiste in qualcosa di dinamico, in un movimento dalla croce alla risurrezione, che non si può arrestare senza distruggerlo. "L’unilaterale accentuazione della croce ha sciaguratamente precluso alla teologia protestante la strada per comprendere la pienezza del messaggio neotestamentario" (W. Von Loewenich).

Non è esatto, per esempio, dire che san Paolo fa dipendere la giustificazione dalla sola croce (cfr. Rm 3,25) perché altrove egli mette chiaramente in relazione la stessa giustificazione con la risurrezione di Cristo (cfr. Rm 4,25) e dice che senza la risurrezione noi saremmo ancora nei nostri peccati (cfr. 1Cor 15,17). Chiesa, fede, giustificazione e remissione dei peccati: tutto, secondo Paolo, dipende congiuntamente dalla morte e dalla risurrezione, cioè dall’unico mistero pasquale.

Maria sul Calvario ha vissuto tutto il mistero pasquale: ella è stata presso la croce "in speranza". Ha condiviso con il Figlio non solo la morte, ma anche la speranza della risurrezione. Sul Calvario, Maria non è solo la Madre del dolore, ma anche la Madre della speranza.

Dice la Scrittura: "Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: "In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome". Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo" (Eb 11,17-19). Egli era simbolo, figura della passione e risurrezione di Cristo. E se Isacco era figura di Cristo, Abramo che lo porta a immolare è figura, in cielo, di Dio Padre e, sulla terra, di Maria la madre.

Di Abramo, in questa circostanza, san Paolo afferma che "ebbe fede sperando contro ogni speranza" (Rm 4,18). A maggior ragione si deve dire di Maria; ella credette sperando contro ogni speranza. Sperare contro ogni speranza consiste in questo: che "senza aver motivo alcuno di speranza, in una situazione umanamente priva del tutto di speranza e in contrasto totale con la promessa, si prende non di meno a sperare, unicamente in virtù della parola di speranza pronunciata a suo tempo da Dio" (H. Schlier, La lettera ai romani).

Un testo del Concilio Vaticano II ci parla di questa speranza di Maria sotto la croce: "Ella ha cooperato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità" (LG 61).

4 - La nostra speranza

Scrive sant’Agostino: "Il nostro passaggio dalla morte alla vita ad opera della fede si compie mediante la speranza della futura risurrezione e della gloria finale... Nella vita presente realizziamo ciò che significa la crocifissione, mentre teniamo per fede e speranza ciò che significano la sepoltura e la risurrezione" (Lettere 55).

Anche la Chiesa, come Maria, vive la risurrezione "in speranza". Anche per essa, la croce è oggetto di esperienza, mentre la risurrezione è oggetto di speranza. Maria, che nel mistero dell’Incarnazione ci è stata maestra di fede, nel mistero pasquale ci è madre di speranza.

Come Maria fu presso il Figlio crocifisso, così la Chiesa deve stare presso i crocifissi di oggi: i poveri, i sofferenti, gli umiliati e gli offesi. E deve stare accanto a loro "in speranza" come Maria. Non basta compatire le loro pene e alleviarle. La Chiesa deve dare speranza, proclamando che la sofferenza non è assurda, ma ha un senso, perché ci sarà la risurrezione da morte.

Essa deve "dare ragione della speranza che è in lei" (cfr. 1Pt 3,15). È solo alla luce della risurrezione di Cristo e nella speranza della nostra che possiamo comprendere il senso della sofferenza e della morte. La croce si capisce meglio guardando ai suoi effetti che non guardando alle sue cause, che per noi restano spesso misteriose e inspiegabili.

Gli uomini hanno bisogno di speranza per vivere, come dell’ossigeno per respirare. Si dice che finché c’è vita c’è speranza; ma è vero ancora di più che finché c’è speranza c’è vita. La speranza cristiana è una virtù teologale, è dono, è grazia infusa, che ha per oggetto diretto Dio e la vita eterna, non solo il futuro terreno dell’uomo. La speranza ha per fondamento Dio solo: si spera quasi più per Dio che per se stessi, perché la sua fedeltà e la sua bontà non siano assolutamente messe in discussione.

Vi sono due modi di peccare contro la speranza: disperare della salvezza e presumere di salvarsi senza merito; la disperazione e la presunzione. Qui si vede nuovamente la necessità di tenere insieme croce e risurrezione. Soffrire senza sperare di risorgere è disperazione; sperare di risorgere senza soffrire è presunzione.

Nella Bibbia troviamo molte preghiere di speranza. Nella terza Lamentazione, che è il canto dell’anima nella desolazione e che può essere applicato a Maria ai piedi della croce, leggiamo: "Io sono la persona che ha provato la miseria e la pena. Dio mi ha fatto camminare nelle tenebre, non nella luce... Ma le misericordie del Signore non sono finite; dunque in lui voglio sperare! Il Signor non rigetta mai, ma se affligge avrà anche pietà. Forse c’è ancora speranza" (cfr. Lam 3,1-29).

Quale gloria per Dio e quale conforto per l’uomo poter dire ogni volta: "Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato" (Sal 4,1); "Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola" (Sal 130,5); "Speri Israele nel Signore, ora e sempre" (Sal 131,3).

Volgiamo lo sguardo a colei che ha saputo stare presso la croce sperando contro ogni speranza. Invochiamola come Madre della speranza. Ripetiamo a noi stessi, nelle prove e negli scoraggiamenti: "Le misericordie del Signore non sono finite: in lui voglio sperare!".

 

 

VI
"DONNA, ECCO TUO FIGLIO!"
(Gv 19,26)

Oggetto della nostra riflessione è la seconda parte del passo del vangelo secondo Giovanni: "Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,26-27).

Nel mistero dell’Incarnazione abbiamo contemplato Maria come Madre di Dio; nel mistero pasquale la contempliamo come madre dei cristiani, madre nostra.

1 - "Tutti là sono nati" (Sal 87,4)

Sant’Agostino ci aiuta a cogliere la somiglianza e la differenza tra le due maternità di Maria: "Maria, corporalmente, è madre solo di Cristo, mentre spiritualmente, in quanto fa la volontà di Dio, gli è sorella e madre. Madre nello spirito, ella non lo fu del Capo che è lo stesso Salvatore, dal quale piuttosto spiritualmente è nata, ma lo è certamente delle membra che siamo noi, perché cooperò, con la sua carità, alla nascita nella Chiesa dei fedeli, che di quel corpo sono le membra" (La santa verginità, 5-6, PL 40,399).

Anche la maternità spirituale, analogamente a quella fisica, si realizza attraverso due momenti e due atti: concepire e partorire. Nessuna delle due cose, da sola, è sufficiente. Maria ci ha spiritualmente concepiti e partoriti. Ci ha concepiti, cioè accolti in sé, quando ha scoperto che suo Figlio era "il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29) e che attorno a lui si andava formando una comunità.

Suo figlio chiamava "fratelli, sorelle e madre" coloro che ascoltavano la sua parola; dei poveri, diceva: "Ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avrete fatto a me"; egli andava dicendo: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi...". Maria capiva che non avrebbe potuto tirarsi indietro, rifiutando di accogliere come suoi tutti questi invitati del Figlio. E questo fu il tempo del concepimento nel cuore.

Ora, sotto la croce, è il momento del travaglio del parto. Gesù si rivolge, in questo momento, alla madre chiamandola "donna". Questa parola ci fa pensare a ciò che Gesù aveva detto: "La donna, quando partorisce è afflitta, perché è giunta la sua ora" (Gv 16,21) e a ciò che si legge nell’Apocalisse: "Una donna... era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto" (Ap 12,1-2).

Anche se questa donna è, in prima linea, la Chiesa, la comunità della nuova alleanza che dà alla luce l’uomo nuovo e il mondo nuovo, Maria vi è coinvolta ugualmente in prima persona, come l’inizio e la rappresentante di quella comunità credente.

Questo accostamento tra Maria e la figura della donna è stato recepito presto dalla Chiesa (già con sant’Ireneo che fu discepolo di un discepolo di san Giovanni, cioè di san Policarpo), quando essa ha visto in Maria la nuova Eva, la nuova "madre di tutti i viventi".

Le parole di Gesù a Maria: "Donna, ecco il tuo figlio" e a Giovanni: "Ecco la tua madre" hanno certamente un significato anzitutto immediato e concreto. Gesù affida Maria a Giovanni e Giovanni a Maria.

Ma questo non esaurisce il significato della scena. Giovanni rappresenta il discepolo di Gesù in quanto tale, cioè tutti i discepoli. Essi sono dati a Maria da Gesù morente come suoi figli, allo stesso modo che Maria è data ad essi come loro madre.

Con le parole "Ecco la tua madre" ed "Ecco il tuo figlio", Gesù costituisce Maria madre di Giovanni e Giovanni figlio di Maria. Gesù non si è limitato a proclamare la nuova maternità di Maria, ma l’ha istituita. Essa dunque non viene da Maria, ma dalla parola di Dio; non si basa sul merito, ma sulla grazia.

Sotto la croce, Maria ci appare come la figlia di Sion che, dopo il lutto e la perdita dei suoi figli, riceve da Dio una nuova figliolanza, più numerosa di prima, non secondo la carne, ma secondo lo Spirito.

Un salmo, che la liturgia applica a Maria, dice: "Ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia: tutti là sono nati. Si dirà di Sion: "L’uno e l’altro è nato in essa...". Il Signore scriverà nel libro dei popoli: "La costui è nato"" (Sal 87). È vero: tutti là siamo nati. Si dirà anche di Maria, la nuova Sion: l’uno e l’altro è nato in essa.

Come abbiamo applicato a Maria ai piedi della croce il canto di lamentazione della Sion distrutta, così ora applichiamo a lei il canto della Sion riedificata. Queste parole, per disposizione di Dio, si sono obiettivamente realizzate in lei.

2 - La sintesi mariana del Concilio Vaticano II

La dottrina tradizionale di Maria madre dei cristiani ha ricevuto una nuova formulazione nella costituzione dogmatica sulla Chiesa (LG) del Concilio Vaticano II, dove essa è inserita nel quadro più ampio riguardante il posto di Maria nella storia della salvezza e nel mistero di Cristo.

Vi leggiamo: "La beata Vergine, predestinata fino dall’eternità, all’interno del disegno d’incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, per disposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l’alma madre del divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore. Concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia" (LG 61).

Il Concilio stesso si preoccupa di precisare il senso di questa maternità di Maria, dicendo: "La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce quest’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia, e non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita" (LG 60).

Accanto al titolo di Madre di Dio e dei credenti, l’altra categoria fondamentale che il Concilio usa per illustrare il ruolo di Maria è quella di modello o di figura: "La beata Vergine per il dono e per l’ufficio della divina maternità che la unisce col Figlio Redentore e per sue singolari grazie e funzioni, è pur intimamente congiunta con la Chiesa: la Madre di Dio è figura della Chiesa, come già insegnava sant’Ambrogio, nell’ordine cioè della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo" (LG 63).

Alla luce di questi testi, possiamo riassumere il duplice rapporto di Maria con Gesù e con la Chiesa: nei confronti di Gesù, Maria è madre e discepola; nei confronti della Chiesa, essa è madre e maestra, cioè modello, figura esemplare. Come Paolo, e più di Paolo, ella può dire a tutti noi: "Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo" (1Cor 11,1). Ella infatti è nostro modello e maestra proprio perché perfetta discepola e imitatrice di Cristo.

La novità più grande su Maria, nel documento conciliare, sta proprio nel posto in cui essa è inserita e cioè nella trattazione sulla Chiesa. Il discorso su Maria non è più a sé stante, come se ella occupasse una posizione intermedia tra Cristo e la Chiesa, ma ricondotto, come era stato all’epoca dei Padri, nell’ambito della Chiesa.

Scriveva sant’Agostino: "Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d’un membro è il corpo" (Disc. 72 A).

Subito dopo il Concilio, Paolo VI sviluppò ulteriormente l’idea della maternità di Maria verso i credenti, attribuendo a lei, esplicitamente e solennemente, il titolo di Madre della Chiesa: "A gloria dunque della Vergine e a nostro conforto, noi proclamiamo Maria Santissima Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo di Dio, tanto dei fedeli come dei Pastori, che la chiamano Madre amorosissima; e vogliamo che con tale titolo soavissimo d’ora innanzi la Vergine venga ancor più onorata ed invocata da tutto il popolo cristiano" (Paolo VI, Discorso di chiusura del terzo periodo del Concilio).

3 - Maria madre dei credenti

È venuto il momento di considerare l’analogia che esiste tra Abramo e Maria. È un fatto singolare che Cristo non venga mai chiamato nel Nuovo Testamento il nuovo Abramo, mentre è invece chiamato, o implicitamente indicato, come nuovo Adamo, nuovo Isacco, nuovo Giacobbe, nuovo Mosè, nuovo Aronne ecc. È Isacco, suo figlio, che è figura di Cristo. Abramo non trova la sua realtà corrispondente in Cristo, ma in Maria, perché egli è costituito padre per la fede, e rappresenta la fede; e il Nuovo Testamento non attribuisce mai a Cristo la fede, ma invece proclama beata Maria per la sua fede (cfr. Lc 1,45).

Il confronto tra la fede di Abramo e quella di Maria è abbozzato nel racconto stesso dell’Annunciazione. A Maria che fa presente all’angelo la sua situazione di vergine, che contrasta con la promessa, viene data la stessa risposta che fu data ad Abramo dopo che Sara aveva fatto la stessa osservazione a proposito della sua vecchiaia e sterilità: "Nulla è impossibile a Dio" (Lc 1,37; Gen 18,14). Ma tale corrispondenza emerge soprattutto dai fatti. Nella vita di Abramo troviamo due grandi atti di fede.

Primo. Per fede Abramo credette alla promessa di Dio che avrebbe avuto un figlio "pur vedendo come morto il proprio corpo e morto il seno di Sara" (Rm 4,19; cfr. Eb 11,11).

Secondo. "Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio" (Eb 11,17).

Abramo, dunque, credette quando Dio gli diede il figlio e credette quando glielo tolse.

Anche nella vita di Maria troviamo due grandi atti di fede: Maria credette quando Dio le diede il Figlio e credette quando glielo tolse. Sia nel caso di Abramo che nel caso di Maria, Dio sembra smentirsi, sembra dimenticare le sue promesse. In particolare, a Maria era stato detto: "Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo", ed invece lo vede "disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori... disprezzato... castigato da Dio e umiliato... trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (Is 53,3-5). E ancora: "Regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine", e invece lo vede inchiodato ad una croce. Fino all’ultimo Maria avrà sperato che Dio intervenisse. Ma non accadde nulla!

A Maria è chiesto ben più che ad Abramo. Con Abramo Dio si fermò all’ultimo momento e risparmiò la vita del figlio; con Maria oltrepassò la linea senza ritorno della morte. In questo si nota la differenza tra l’Antico e il Nuovo Testamento: "Abramo impugna il coltello, ma riottiene Isacco; la cosa non fu sul serio. Il culmine della serietà fu nella prova, ma poi ritorna il godimento di questa vita. Ben altrimenti nel Nuovo Testamento. Non è una spada pendente da un crine di cavallo sopra il capo di Maria Vergine, per provare se essa in quel momento avrebbe conservato l’ubbidienza della fede; no, la spada arrivò veramente a trapassare, a spezzare il suo cuore, ma così ebbe un assegno sull’eternità: questo Abramo non l’ebbe" (S. Kierkegaard, Diario X A 572).

Ora tiriamo da tutto ciò la conclusione. Se Abramo, per quello che ha fatto, ha meritato nella Bibbia il nome di padre di tutti i credenti (cfr. Rm 4,16), a maggior ragione Maria merita il nome di madre di tutti i credenti. Ad Abramo Dio disse: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3). Maria canta: "Tutte le generazioni mi chiameranno beata" (Lc 1,48).

Se si riconosce un ruolo di mediatore ad Abramo, come non riconoscere, a maggior ragione, un ruolo di mediatrice a Maria?

4 - "E da quel momento il discepolo la prese con sé" (Gv 19,27)

E ora consideriamo Maria come figura e specchio della Chiesa. In questo capitolo in cui abbiamo considerato Maria come madre, non proponiamo di imitare Maria, ma sull’esempio del discepolo, di accoglierla nella nostra vita.

La frase: "Il discepolo la prese con sé" (eis tà ìdia) può significare due cose: la prese "nella sua casa", e la prese "tra le sue cose più care". Prendere Maria nella nostra casa significa "fare tutte le proprie azioni per mezzo di Maria, con Maria, in Maria e per Maria, per poterle compiere in maniera più perfetta per mezzo di Gesù, con Gesù e per Gesù" (san L. Grignion de Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, n. 257).

Tutto questo non usurpa il potere dello Spirito Santo perché Maria è uno dei mezzi privilegiati attraverso cui lo Spirito Santo guida le anime. Il detto "Ad Jesum per Mariam", a Gesù per mezzo di Maria, è accettabile purché si intenda che lo Spirito Santo ci guida a Gesù servendosi di Maria. La mediazione creata di Maria, tra noi e Gesù, va compresa come mezzo della mediazione increata che è lo Spirito Santo.

5 - "Il coraggio che hai avuto..." (Gdt 13,19)

Viene un’ora nella vita in cui ci occorre una fede e una speranza come quella di Maria; un’ora in cui Dio ci chiede di sacrificargli il nostro "Isacco", cioè la persona, la cosa, il progetto che ci è caro, che Dio stesso un giorno ci ha affidato e per il quale abbiamo lavorato tutta una vita. Questa è l’occasione che Dio ci offre per mostrargli che egli ci è più caro di tutto, anche dei suoi doni, anche del lavoro che facciamo per lui. Dio mise alla prova Maria sul Calvario - come aveva messo alla prova il suo popolo nel deserto - "per vedere quello che aveva nel cuore" (cfr. Dt 8,2), e nel cuore di Maria trovò intatto e più forte il sì dell’Annunciazione. Possa egli, in questi momenti, trovare anche il nostro cuore pronto a dirgli sì.

Ad Abramo Dio disse: "Perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza... Padre di una moltitudine di popoli ti renderò" (Gen 17,5; 22,16-17).

Lo stesso e ancor più dice a Maria: Madre di molti popoli ti renderò, madre della Chiesa! Nel tuo nome saranno benedette tutte le stirpi della terra. Tutte le generazioni ti chiameranno beata! E come gli Israeliti si rivolgevano a Dio dicendo: "Ricordati di Abramo, nostro padre!", noi possiamo dire: "Ricordati di Maria, nostra madre!". E come essi dicevano a Dio: "Non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo tuo amico" (Dn 3,35), noi possiamo dirgli: "Non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Maria, tua figlia, tua sposa, tua madre!".

È scritto che quando Giuditta tornò tra i suoi, dopo aver esposto al pericolo la sua vita per il suo popolo, gli abitanti della città le corsero incontro e il sommo sacerdote la benedisse dicendo: "Benedetta tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra... Il coraggio che hai avuto non cadrà dal cuore degli uomini, che ricorderanno sempre la potenza di Dio" (Gdt 13,18-19).

Le stesse parole noi rivolgiamo a Maria: Benedetta tu fra le donne! Il coraggio che hai avuto non cadrà mai dal cuore e dal ricordo della Chiesa!

 

 

VII
"ASSIDUI E CONCORDI NELLA PREGHIERA CON MARIA, LA MADRE DI GESÙ"
(At 1,14)

Negli Atti degli apostoli, Luca, dopo aver elencato i nomi degli undici apostoli, prosegue con queste parole tanto care al cuore dei cristiani: "Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù e con i fratelli di lui" (At 1,14).

Con questo capitolo ci trasferiamo dal Calvario al Cenacolo; passiamo dal mistero pasquale al mistero della Pentecoste.

La Pentecoste viene alla fine della vita di Gesù, dopo che la storia della salvezza è giunta al suo culmine. E questo perché tra noi e lo Spirito Santo c’erano come due muri di separazione che gli impedivano di comunicarsi a noi: il muro della natura e il muro del peccato. Il muro della natura perché lo Spirito Santo è spirito e noi siamo carne; egli è Dio e noi siamo uomini. Tra le due cose c’è di mezzo un abisso. Il muro del peccato perché alla distanza creata dalla natura si era aggiunta quella del peccato: "Le vostre iniquità hanno scavato un abisso tra voi e il vostro Dio" (Is 59,2).

Occorreva che fossero abbattuti questi due muri, o - se preferite - colmati questi due abissi, perché lo Spirito potesse riversarsi in noi. E questo è avvenuto con l’opera redentrice di Cristo.

Con la sua Incarnazione egli ha abbattuto il muro di separazione della natura, unendo in se stesso Dio e l’uomo, lo Spirito e la carne; ha creato un ponte indistruttibile tra Dio e l’uomo.

Con la sua Pasqua egli ha abbattuto il muro di separazione del peccato. Leggiamo nel vangelo di Giovanni: "Non c’era ancora lo Spirito perché Gesù non era stato ancora glorificato" (Gv 7,39). Bisognava che Gesù morisse perché potesse venire il Consolatore. Morendo per i peccati, Gesù ha abbattuto questo secondo muro: "Ha distrutto il corpo del peccato" (Rm 6,6).

Ora più nulla impedisce allo Spirito di effondersi, come difatti avviene con la Pentecoste. Ma se nella realizzazione della salvezza la Pentecoste viene alla fine, nella sua applicazione a noi essa è all’inizio. Nella vita della Chiesa e dei singoli, lo Spirito non viene alla fine, come coronamento di tutto o come premio. Noi non potremmo far nulla, nemmeno dire: "Gesù è il Signore!", se non avessimo lo Spirito Santo (cfr. 1Cor 12,3). La nostra vita spirituale comincia con il battesimo che è appunto la nostra pentecoste.

Tutto ciò ci fa capire che questo terzo momento del nostro itinerario sulle orme di Maria non è un’appendice rispetto alle grandi cose contemplate nell’Incarnazione e nella Pasqua, ma è il mezzo necessario attraverso cui quelle grandi cose diventano operanti nella nostra vita. È per lo Spirito Santo che noi possiamo imitare Maria nell’Incarnazione, concependo e dando alla luce Cristo e diventando anche noi, spiritualmente, sua madre. È per lo Spirito Santo che possiamo imitare Maria nel mistero pasquale, stando con lei, con fede e speranza, ai piedi della croce.

1 - Pregare per ottenere lo Spirito Santo

Passiamo a considerare Maria come figura e specchio della Chiesa. Che cosa ci dice Maria con la sua presenza al momento della Pentecoste? Volendo mantenerci il più possibile aderenti al testo degli Atti, possiamo raccogliere l’insegnamento di Maria in tre punti:

1) prima di lanciarsi per le vie del mondo, la Chiesa ha bisogno di ricevere lo Spirito Santo;

2) alla venuta dello Spirito Santo ci si prepara soprattutto con la preghiera;

3) tale preghiera dev’essere concorde e perseverante.

Primo: La Chiesa ha bisogno dello Spirito Santo

Agli apostoli che chiedevano se era quello il tempo della venuta del regno, Gesù disse: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (At 1,6-8). I discepoli avevano ancora un’idea errata del Regno e della sua venuta. Con queste parole Gesù fa capire che cos’è il regno e come viene. Essi riceveranno lo Spirito Santo; con questo Spirito renderanno testimonianza a Gesù, cioè proclameranno il suo Vangelo; la gente si convertirà, e questo sarà il regno che viene.

Il seguito del racconto mostra il puntuale accadere di tutto ciò.

Questo è chiaramente una specie di paradigma posto all’inizio della narrazione della storia della Chiesa, per indicare alla Chiesa di tutti i tempi come viene il Regno, qual è la legge e quali sono i requisiti del suo sviluppo. Esso vale dunque anche per noi oggi. Non si va in piazza a predicare con frutto senza passare prima per il Cenacolo ed essere rivestiti di potenza dall’alto. Tutte le cose della Chiesa o prendono forza e senso dallo Spirito Santo, o sono senza forza e senza senso cristiano.

Secondo: Al dono dello Spirito Santo ci si prepara con la preghiera

Gli apostoli non si sono preparati alla venuta dello Spirito Santo discutendo, ma pregando. Si ripete dunque ciò che era avvenuto nel battesimo di Gesù: "Mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo" (Lc 3,21-22).

Per Luca fu la preghiera di Gesù a squarciare i cieli e a far scendere lo Spirito su di lui.

Lo stesso avviene a Pentecoste. Mentre la Chiesa stava in preghiera "venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento gagliardo... Ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo" (At 2,2-4). È impressionante la costanza con cui, negli Atti degli apostoli, la venuta dello Spirito Santo è messa in relazione con la preghiera.

Saulo "stava pregando" quando il Signore gli mandò Anania perché riacquistasse la vista e fosse riempito di Spirito Santo (cfr. At 9,9.11). Dopo l’arresto e la liberazione di Pietro e Giovanni, la comunità aveva "terminato di pregare, quando il luogo tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo" (At 4,31). Quando gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la Parola, mandarono Pietro e Giovanni; essi "discesero e pregarono perché ricevessero lo Spirito Santo" (At 8,15). Lo Spirito Santo si deve implorare con la preghiera: essa è un mezzo infallibile.

Gesù stesso aveva legato il dono dello Spirito Santo alla preghiera, dicendo: "Se dunque voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!" (Lc 11,13). Egli stesso aveva pregato per questo: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore" (Gv 14,16).

Lo Spirito Santo è il dono che Dio dà ordinariamente a chi glielo chiede. Dio non impone i suoi doni, li offre. La preghiera è appunto l’espressione di questa accettazione e di questo desiderio da parte dell’uomo. È l’espressione della libertà che si apre alla grazia.

2 - Perseveranti nella preghiera

Terzo: tale preghiera deve essere concorde e perseverante

È questo il punto che ci interessa di più. La preghiera che vuole ottenere lo Spirito Santo dev’essere "concorde e perseverante".

Lo Spirito è comunione; è il vincolo stesso dell’unità sia nella Trinità che nella Chiesa. San Paolo ci esorta a "conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace" (Ef 4,3). E sant’Agostino scrive: "Se volete ricevere lo Spirito Santo conservate la carità, amate la verità, desiderate l’unità" (Disc. 267, 4, PL 38, 1231).

La preghiera di Maria e degli apostoli era "perseverante". Questa parola è importante perché è quella che ricorre più frequentemente ogni volta che nel Nuovo Testamento si parla di preghiera. "Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere" (At 2,42); "Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rm 12,12); "Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie" (Col 4,2); "Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito Santo, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza" (Ef 6,18). La sostanza di questo insegnamento deriva da Gesù: "Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi" (Lc 18,1). Pregare a lungo, con perseveranza, non significa pregare con molte parole (cfr. Mt 6,7). Essere perseveranti nella preghiera significa non smettere mai di chiedere e di sperare, non arrendersi mai. Significa non darsi riposo e non darne neppure a Dio: "Voi che rammentate le promesse del Signore, non prendetevi mai riposo e neppure a lui date riposo, finché non abbia ristabilito Gerusalemme" (Is 62,6-7).

Ma perché la preghiera dev’essere perseverante, e perché Dio non esaudisce subito?

Leggiamo nella Bibbia: "Prima che mi invochino io risponderò; mentre ancora non stanno parlando, io già li avrò ascoltati" (Is 65,24). E Gesù stesso dice: "E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente" (Lc 18,7).

Dio ha promesso di ascoltare sempre e di ascoltare subito le nostre preghiere, e così fa. Siamo noi che dobbiamo aprire gli occhi. Dio mantiene sempre la sua parola. Nel ritardare il soccorso, egli già soccorre. E fa questo perché non capiti che ascoltando troppo in fretta la "volontà" del richiedente, egli non possa procurargli una perfetta "santità". Bisogna distinguere l’esaudire secondo la volontà dell’orante e l’esaudire secondo la necessità dell’orante, che è la sua salvezza. Dio esaudisce sempre e subito secondo la salvezza dell’orante, non sempre esaudisce secondo la volontà del momento che può non essere buona.

Guardiamo all’esempio della cananea. Se Gesù l’avesse ascoltata subito, sua figlia sarebbe stata liberata dal demonio, ma per il resto tutto sarebbe continuato come prima! Invece ritardando nell’esaudirla, Gesù ha permesso alla sua fede e alla sua umiltà di crescere fino a strappargli quel grido: "Donna, davvero grande è la tua fede!" (Mt 15,28). Ora ella torna a casa e non trova solo la figlia guarita, ma se stessa trasformata: è diventata una credente in Cristo. E questo resta per l’eternità. Così avviene quando non si è ascoltati subito, purché si continui a pregare.

3 - La preghiera continua

Gesù ha detto di "pregare sempre senza stancarsi" (Lc 18,1). San Paolo scrive: "Siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie" (1Ts 5, 16-18). Bisogna superare una certa concezione ritualistica e legalistica della preghiera, legata a tempi e luoghi determinati, per farne un atteggiamento di fondo, un orientamento costante, un’attività spontanea, quasi come il respiro.

Quante volte bisogna perdonare? Gesù risponde: Sempre! (cfr. Mt 18,22). Quante volte si deve pregare? Gesù risponde: Sempre! (cfr. Lc 18,1). Chiedere quante volte al giorno bisogna pregare Dio, sarebbe come chiedersi quante volte al giorno bisogna amare Dio. La preghiera, come l’amore, non sopporta il calcolo delle volte. Si può amare con gradi diversi di consapevolezza, ma non a intervalli più o meno regolari.

Sant’Agostino dice che l’essenza della preghiera è il desiderio. Se il desiderio di Dio è continuo, la preghiera è continua. Ora questo desiderio di Dio può rimanere vivo anche quando facciamo altre cose: "Non è male né inutile pregare a lungo quando abbiamo tempo, cioè quando non sono impedite altre incombenze di azioni buone e necessarie, sebbene anche in quelle azioni bisogna pregare sempre con il desiderio. Infatti il pregare a lungo non equivale, come credono alcuni, a un pregare con molte parole. Una cosa è parlare a lungo, altra cosa è un intimo e durevole desiderio... Pregare molto consiste nel suscitare un continuo e devoto impulso del cuore verso colui che invochiamo" (s. Agostino, Lettere 130, 10, 19-20).

Come il mare non si stanca di spingere le sue onde verso la riva, così chi prega non deve stancarsi di spingere il suo pensiero e l’impulso del suo cuore verso Dio. La preghiera, come i fiumi carsici, a volte scorre in superficie a volte scorre invisibile nel cuore. In questo modo, essa può continuare anche nel sonno, come dice la sposa nel Cantico: "Io dormo, ma il mio cuore veglia" (Ct 5,2).

Questa preghiera continua è compatibile con qualsiasi professione: è una grazia di Dio ed è una questione di cuore. Sarebbe però grave errore coltivare la cosiddetta preghiera continua e non dedicare tempi precisi e specifici alla preghiera.

Scrive sant’Agostino: "Noi, dunque, preghiamo sempre con desiderio continuo sgorgato dalla fede, speranza e carità. Ma a intervalli fissi di ore e in date circostanze preghiamo Dio anche con parole, affinché mediante quei segni delle cose stimoliamo in noi stessi e ci rendiamo conto di quanto abbiamo progredito in questo desiderio e ci sproniamo più vivamente ad accrescerlo in noi" (Lettere 130, 9, 18).

4 - Quando la preghiera diventa fatica e agonìa

Dobbiamo stare attenti dallo schematizzare la preghiera o dal pensare che una volta scoperto un certo tipo di preghiera andremo avanti con esso fino alla morte. La preghiera è come la vita e quindi ha le sue stagioni.

C’è tuttavia una stagione che non mancherà di arrivare, presto o tardi: l’inverno. Non illudiamoci. Verrà il tempo in cui la preghiera, come la natura d’inverno, diventerà spoglia, apparentemente morta. La preghiera allora diventerà lotta, fatica, agonìa. Quando questo accade, la preghiera non è più acqua che piove dal cielo o scorre in superficie, ma è un’acqua che bisogna tirare su dal pozzo, con fatica.

Ci sono due tipi di lotta nella preghiera:

1) la lotta contro le distrazioni;

2) la lotta con Dio

Anche i santi hanno dovuto lottare contro le distrazioni. Santa Teresa d’Avila scrive: "Mi succede alle volte di non poter formare un pensiero sensato né su Dio, né su altro buon soggetto, e nemmeno di fare orazione, pur essendo in solitudine. Sento solo di conoscere Dio. Il danno mi viene dall’intelletto e dall’immaginazione. La volontà mi sembra quieta e ben disposta, ma l’intelletto tumultua in tal modo da sembrare un pazzo furioso che nessuno riesca ad incatenare: non sono capace di tenerlo fermo neppure per lo spazio di un credo" (Vita, XXX, 16).

In questa situazione ci si mette in preghiera per godere Dio, contemplare le sue meraviglie, ascoltarlo, scoprire cose nuove su di lui e su di noi, ma la nostra mente è dissipata, piena di distrazioni. Così tutta la preghiera si trasforma in un lotta estenuante contro i pensieri vani e non c’è via di scampo: bisogna faticare.

Quando dobbiamo combattere contro le distrazioni, ci occorrono pazienza e coraggio e soprattutto non dobbiamo cadere nell’errore di credere che è inutile stare a pregare. Ognuno deve trovare il metodo adatto per sé. Per alcuni è utile fare brevi preghiere, dette giaculatorie; per altri è utile recitare lentamente qualche preghiera particolare.

Santa Teresa di Gesù Bambino scrive: "Qualche volta, se il mio spirito è in aridità così grande che mi è impossibile trarne un pensiero per unirmi al buon Dio, recito molto lentamente un Padre nostro e poi il saluto angelico (l’Ave, Maria); allora queste preghiere mi rapiscono, nutrono molto di più l’anima che se l’avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte" (Scritto autobiografico C, n. 318).

C’è un versetto del Sal 31 che descrive bene ciò che avviene in questa preghiera: "Io dicevo nel mio sgomento: "Sono escluso dalla tua presenza". Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera quando a te gridavo aiuto" (v. 23).

Poiché non sentiamo nulla, ci sembra che anche Dio non senta nulla e non ascolti. Egli invece sta ascoltando più attento e compiaciuto che mai.

Nella vita dei padri del deserto si legge: "Un giorno il santo Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: "O Signore! Io voglio salvarmi, ma i miei pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?". Ora sporgendosi un po’, vede un altro monaco come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare corde, e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: "Fa’ così e sarai salvo". A udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: così fece e si salvò" (Apoftegmi dei Padri, Antonio 1, PG 65, 76).

Antonio aveva capito che, non riuscendo a pregare a lungo senza distrazioni, doveva almeno ogni tanto, interrompere il lavoro per far delle brevi preghiere. Capiamolo anche noi!

Ma esiste un altro tipo di lotta nella preghiera, più delicato e difficile: la lotta con Dio. Ne hanno fatto esperienza tanti uomini della Bibbia. Ne ricordiamo uno per tutti: Giobbe. Ma questa lotta la conobbe soprattutto Gesù nel Getsemani: "Giunto sul luogo disse loro: "Pregate, per non entrare in tentazione". Poi si allontanò da loro un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà!" Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra" (Lc 22,40-44).

Ma perché lotta Gesù? Qui è la grande lezione che dobbiamo imparare. Gesù non prega per piegare il Padre alla sua volontà, ma per piegare la sua volontà umana alla volontà del Padre.

Nella Bibbia c’è una situazione simile a questa, che permette di misurare la differenza tra Gesù e ogni altro orante. Si tratta di Giacobbe che lotta con Dio (cfr. Gen 32,23-33). Anche questa lotta si svolge di notte, al di là di un torrente - lo Iabbok - come quella di Gesù che si svolge di notte oltre il torrente Cedron. Ma perché Giacobbe lotta con l’angelo? Per piegare Dio alla sua volontà. Gesù prega per piegarsi alla volontà di Dio.

A chi assomigliamo noi quando preghiamo? Se lottiamo per indurre Dio a cambiare decisione assomigliamo a Giacobbe; se preghiamo per cambiare noi stessi, a Gesù. Nel primo caso lottiamo perché ci tolga la croce, nel secondo per essere capaci di portarla con lui. Ma i risultati delle due preghiere sono diversi. A Giacobbe Dio non dà il nome che è simbolo del suo potere, ma a Gesù dà il nome che è al di sopra di ogni altro nome e con esso ogni potere (cfr. Fil 2,11).

5 - La preghiera violenta

Scrive la beata Angela da Foligno: "È cosa buona e molto gradita a Dio che tu preghi col fervore della grazia divina, che vegli e ti affatichi nel compiere ogni azione buona; ma è più gradito e accetto al Signore se venendoti meno la grazia non riduci le tue preghiere, le tue veglie, le tue buone opere. Agisci senza la grazia, come operavi quando avevi la grazia... Tu fa’ la tua parte, figlio mio, e Dio farà la sua. La preghiera forzata, violenta, è assai accetta a Dio" (Il libro della beata Angela da Foligno, p. 575).

La preghiera di Gesù nel Getsemani fu una preghiera violenta: "Egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime" (Eb 5,7).

In qualunque situazione veniamo a trovarci vale sempre l’insegnamento di Gesù di pregare sempre senza stancarsi mai (cfr. Lc 18,1) e l’esempio di Maria e dei primi cristiani "assidui e concordi nella preghiera" (At 1,14).

 

 

EPILOGO
"IL MIO SPIRITO ESULTA IN DIO"
(Lc 1,47)

Dopo aver contemplato Maria sulla terra come segno e figura di ciò che la Chiesa deve essere, ora vogliamo contemplarla come segno e figura di ciò che la Chiesa sarà.

Nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa leggiamo: "La madre di Gesù come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore" (LG 68). Secondo il dogma di fede dell’assunzione di Maria in cielo, ella è entrata nella gloria non solo con il suo spirito, ma integralmente con tutta la sua persona, come primizia, dopo Cristo, della vita futura.

Maria è il più chiaro esempio e la dimostrazione della verità della parola della Scrittura: "Se partecipiamo alle sofferenze di Cristo, parteciperemo anche alla sua gloria" (cfr. Rm 8,17). Nessuno ha sofferto con Gesù come Maria e nessuno perciò è più glorificato con Gesù come lei.

Maria nella gloria del paradiso realizza la vocazione per cui ogni creatura umana è stata creata: Maria in cielo è pura "lode della gloria" (cfr. Ef 1,14). La "lode della gloria" è la presa di coscienza ammirata del fatto che Dio è glorioso. Noi contempliamo Maria nella gloria perché essa è l’immagine e il pegno di ciò che un giorno tutta la Chiesa sarà. Maria è entrata nel gaudio del suo Signore (cfr. Mt 25,21.23) e il gaudio del suo Signore è entrato in lei.

Che parte abbiamo noi ora nel cuore e nei pensieri di Maria? Di Gesù risorto è detto che "vive intercedendo per noi" (cfr. Rm 8,34). Gesù intercede per noi presso il Padre; Maria intercede per noi presso il Figlio. Giovanni Paolo II dice che "la mediazione di Maria ha un carattere di intercessione" (Enc. Redemptoris Mater, 21).

Ella è mediatrice nel senso che intercede. La sua potenza di intercessione si fonda sul suo amore per Dio. Se Dio ha promesso di dare tutto ciò che noi gli chiediamo "secondo la sua volontà" (cfr. 1Gv 5,14), tanto più egli fa tutto ciò che Maria chiede, perché ella chiede solo ciò che è secondo la volontà di Dio. Quando una creatura vuole tutto ciò che Dio fa, Dio fa tutto ciò che tale creatura vuole.

Come in tutti i capitoli di questo fascicolo, concludiamo con l’imitazione. Se amiamo, imitiamo. Non c’è frutto migliore dell’amore che l’imitazione. Tutto il nostro cammino con Maria voleva essere un modo di imitarla, di prenderla come guida esperta nel cammino verso la piena trasformazione in Cristo e verso la santità. E così sia!

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