LUCA XV.
L'EVANGELO DELLA MISERICORDIA
(Ottolini Piero)


autori
titoli

Indice:

Prologo
Gesù
I Farisei
Gli Scribi
I Pubblicani e i peccatori
La pecora perduta
Il pastore buono
La dramma perduta
Chiesa: popolo in festa
Il Padre misericordioso
Bibliografia

 

 

 

PROLOGO

La questione fondamentale è sempre quella dell’immagine di Dio. Quando noi comprenderemo che Dio è misericordia, amore, che Dio è come le viscere materne che fremono per noi, la vita sarà festa.
Il contesto di questo capitolo è dunque quello della conoscenza di Dio. Il peccato ha oscurato l’immagine di Dio nell’uomo. L’uomo accoglie l’immagine di un Dio geloso di sé e delle sue cose, di un Dio non donatore ma rivale dell’uomo.
Si facevano vicini a Lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.
I farisei e gli scribi mormoravano: costui accoglie i peccatori e mangia con loro.
Allora Egli disse...
(Lc 15,1-2)
"Lui", "Costui", "Egli": tutto, in questo capitolo XV di Luca, ha inizio dalla presenza di Cristo.
Lui è cercato.
Costui è accogliente.
Egli è il Maestro che insegna.
Cristo, chi è?
È la novità di Dio che entra nella storia. La Sua Presenza è scandalo, divide l’umanità in due. Chi accoglie il suo modo di agire, chi lo contesta.
Gesù accoglie i pubblicani e i peccatori. Per loro ha un amore di predilezione. In tutto il suo Evangelo Luca celebra Gesù che ama i peccatori (cfr. 5,27-32; 7,36-50; 19,1-11). Questi pubblicani e peccatori sono lontani. Tra loro e Gesù c’è una distanza. Il peccato è distanza da Dio, è allontanarsi da Dio. Costoro conoscono la solitudine del peccato, vogliono "avvicinarsi" a Gesù.

GESÙ

• siede alla mensa con i peccatori
Questo è il segno più grande di comunione e familiarità tra le persone. È lo stesso gesto che Gesù userà per esprimere la Sua comunione coi discepoli nell’ultima Cena.
È un gesto di rottura.
Chi era religioso, al tempo di Gesù, per onorare Dio doveva separarsi dai peccatori. Gesù si comporta religiosamente in modo nuovo. Il Suo comportamento dice che Dio non lo si incontra separandosi dagli uomini, ma Dio è accanto al povero, al misero, al peccatore.

• è amico dei peccatori
Il modo con cui Gesù è a tavola coi peccatori è di amicizia e affetto. Gesù li ama prima del loro ravvedimento e della loro penitenza. Il primo atteggiamento di Gesù non è di giudizio, ma di cordialità.

• chiama i peccatori
Chiamare è più di una semplice accoglienza. Esprime la solidarietà, l’iniziativa e la ricerca. Chia-ma a partecipare attivamente alla Sua missione.
Caratteristica di questi peccatori è di "farsi vicini".
C’è nel brano un duplice movimento: Gesù cerca i peccatori, i peccatori cercano Lui.
Luca precisa che si tratta di un movimento vasto ("tutti") e abituale (i verbi sono all’imperfetto, il tempo che esprime la continuità e la ripetitività delle azioni).
Questo comportamento di Gesù è sotto gli occhi dei farisei e degli scribi, coloro che si ritengono giusti.

I FARISEI

Sono dei "laici impegnati" che avevano come scopo l’osservanza scrupolosa della legge al fine di glorificare Dio. Questo ammirevole rigore era diventato, col tempo, formalismo e casistica schiavizzante. Gesù ha con loro cinque conflitti (5,17-26; 5,30-32.33-39; 6,1-10). Gesù li giudica severamente (11,37ss). Sono le persone che si sono impadronite di Dio rendendolo legge, abitudine, ritualità.

GLI SCRIBI

Erano dei teologi, il corpo insegnante della sinagoga. Il loro non accettare il comportamento di Gesù è espresso col verbo mormorare (ricordato anche in 5,30; 19,7). Conoscono la legge ma non la vivono.

Mormorare
- è il peccato del popolo ebreo nel deserto (cfr. Esodo);
- è la disapprovazione scandalizzata di chi si imbatte in una prassi contraria agli usi codificati;
- è il peccato della Chiesa (At 11,3) giusta e benpensante che non accetta di essere magnanime e misericordiosa;
- in Matteo è definito come "sei invidioso perché io sono buono?" (20,15);
- è alla base di ogni giudizio cattivo, è segno di divisione.
La mormorazione è una malattia molto grave nella vita spirituale. Brontolare contro i fratelli è sempre un giudicare Dio.
Il loro non accogliere Gesù diventa anche un giudicare i fratelli. Siamo invitati a purificare la mente e la bocca, i pensieri e le parole che sono contro l’amore.

I PUBBLICANI E I PECCATORI

I pubblicani e i peccatori, invece, vanno per ascoltare Gesù e si trovano a mensa con Lui. Quello di cui i pubblicani fanno esperienza è di trovarsi "alla mensa della parola di Dio" (DV 21) perché "piacque a Dio, nel Suo immenso amore, parlare agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,45s) e intrattenersi con essi (cfr. Bar 3,38)" (DV 2). Questa parola testimonia che "Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna" (DV 4).
La Parola porta la salvezza, rende gli uomini partecipi dei beni divini.

I pubblicani e i peccatori:

• ascoltano Gesù
C’è in loro il "religioso ascolto" (DV 1), che è "obbedienza della fede con il quale l’uomo si abbandona tutto a Dio, liberamente prestando il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà..." (DV 5).
Essi vivono la vocazione dei discepoli illuminati dallo Spirito nella trasfigurazione: "dalla Nube si fece udire una Voce: "Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo" (Lc 9,35). L’ascolto fa nascere la fede (Rm 10,17) e la sequela.

• sono a mensa con Gesù
"La Chiesa... non manca mai, soprattutto nella Sacra Liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo" (DV 21).
Qui si fa l’esperienza della carità di Cristo. A questa mensa:
- si è istruiti
- ci si nutre
- si rende grazie
- ci si perfeziona nell’unità (DV 48).
Siano questi i giorni in cui Cristo "ci raduna per la santa Cena. Egli ci sveli il senso delle Scritture" (Preghiera Eucaristica Svizzera).
Con quali atteggiamenti voglio accostarmi a Cristo?

PREGHIAMO:

O Dio, che riveli la Tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua ad effondere su di noi la Tua Grazia, perché camminando verso i beni da Te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna. Per Cristo nostro Signore.
Amen.

"Chi sono il padre, il pastore, la donna?
Non si tratta forse di Dio Padre, di Cristo e della Chiesa?
Il Cristo ti porta col Suo Corpo, in quanto ha preso su di Sé i tuoi peccati.
La Chiesa ti cerca. Il Padre ti accoglie e ti veste" (S. Ambrogio).

 

LA PECORA PERDUTA

Se uno di voi ha cento pecore e ne perde una, che cosa fa?
Il brano inizia con una domanda. Gesù vuole coinvolgerci e vuole convertire la nostra mente, farci riflettere.
Tu, cosa faresti?
Lui, Gesù lascia le 99 nel deserto e va dietro a quella perduta finché non la ritrova.
Questo comportamento non è logico. Ha in sé qualcosa di stolto. Non esiste sulla terra un pastore che compie queste scelte. L’Amore di Dio ha qualcosa di imprevedibile. Esso supera gli schemi umani. Il Suo Amore fa dire alla gente: "è stolto", "non sa quello che dice".
Leggiamo qualche pagina evangelica che ci presenta lo scandalo dell’amore cristiano (es. Lc 6,27-35; 10,3-4.29-37).
Pastore e gregge sono un tema classico delle Scritture.
La B.J. mette come contesto al brano Ez 34,1.4.16: "Mi fu rivolta questa parola del Signore: Pastori di Israele non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca di quelle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza... Andrò io in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella dispersa; fascerò quella ferita e curerò quella ammalata; avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia."
Il tono di questo brano è di polemica. Da una parte il comportamento dei pastori, caratterizzato dal non, dall’altra parte le scelte del Signore, che manifesta un’attenzione particolare per ogni pecora. Il Signore dimostra di conoscere ognuno.
Mi chiedo:
- quale è la missione che mi è stata affidata? Dove vengo meno?
- la mia cura nei confronti dei fratelli si manifesta...
Questo racconto è in duplice versione:

MATTEO 18,12-14

"Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le 99 sui monti per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di ritrovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le 99 che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli".

LUCA 15,4-7

"Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una non lascia le 99 nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette sulle spalle tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: rallegratevi con me perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta. Così, io vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione".

Entrambi gli evangelisti hanno costruito la parabola su un medesimo impianto:
- rottura dell’equilibrio che dà l’avvio alla parabola
- il ritrovamento
Matteo inserisce questa parabola nel cap. XVIII, il "discorso comunitario ecclesiale".
Questo capitolo inizia con un interrogativo: "Chi è il più grande nel Regno dei cieli?". Gesù risponde: nella chiesa il posto privilegiato è per i piccoli, i fratelli in crisi, i deboli, i bisognosi di accoglienza, di correzione e di riconciliazione. Con la pecora perduta bisogna evitare un comportamento che le impedisca di rientrare in comunità. La chiesa deve recuperare i fratelli in crisi.
Tutto questo perché Gesù è Pastore compassionevole: "Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore" (9,36).
La missione che Gesù dà ai dodici è quella "di andare alle pecore perdute della casa di Israele" (10,6).
Sullo sfondo sta l’immagine di un Dio Pastore sollecito che libera, cura, protegge, guida il suo popolo
"Chi è come Te, fra gli dèi, Signore?
Guidasti con il Tuo favore questo popolo
che hai riscattato"
(Es 15, 13).
"Ecco, il Signore Dio viene...
Come un pastore egli fa pascolare il gregge,
con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul seno
e conduce pian piano le pecore madri"
(Is 40,11).

"Tu, Pastore d’Israele, ascolta,
Tu che guidi Giuseppe come un gregge"
(Sal 80,2).

"Egli è il nostro Dio,
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce"
(Sal 95,7).

Luca costruisce la sua parabola su vocaboli diversi: perdere, trovare, convertire.
Punto focale del racconto è il contrasto tra le 99 lasciate per cercare l’unica smarrita; tra quantità e relazione. Con la pecora c’è un rapporto personale, non economico.
Punto di riferimento è Ger 31,10.13: "Ascoltate oggi la parola del Signore, popoli, annunziatela alle isole lontane e dite: - chi ha disperso Israele lo raduna e lo custodisce come fa un pastore con il suo gregge... Allora si allieterà la vergine alla danza, e i giovani e i vecchi gioiranno insieme. Io cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni -".
Provocazioni per la preghiera
• Noi siamo il gregge di 100 pecore e prego come Gesù: "Padre, io prego per coloro che mi hai dato, Padre santo, custodisci nel Tuo Nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Quand’ero con loro, io conservavo nel Tuo Nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto..." (Gv 17,9.11-12)
Prega per l’unità...
Perché i credenti vivano un cuor solo e un’anima sola.
• Il gregge si rompe.
Identìficati con le 99 pecore lasciate nel deserto. Quali sentimenti nascono in te:
- rabbia perché il pastore ti lascia nelle difficoltà;
- giudizio sulla pecora che lascia il gregge;
- tristezza perché non c’è più la totalità del gregge;
- affetto e trepidazione nel seguire il pastore alla ricerca della perduta;
- ...?

Come reagisci di fronte alle divisioni nella comunità?
• Identìficati con la pecora perduta.
Perché si è persa? Quali gesti, sentimenti ti portano a separarti dalla comunità?
Chi e come si è preso cura di te quando vivevi "separato"?
La tua comunità è inserita nella chiesa locale? Sul territorio?

PREGHIAMO:

Signore Gesù Cristo,
dona alla Tua chiesa unità e pace.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen.

 

IL PASTORE BUONO

Gesù è il Pastore (Gv 10, 1-21). Così lo vogliamo conoscere ed accogliere.
È questo un nome che esprime rivelazione. Anche noi, come Mosè, chiediamo a Dio: come ti chiami? E Dio ci dice: Io sono (Es 3,13s). E Gesù dice a noi: Io sono il Pastore bello (Gv 10,11).
Gesù è nel mondo la presenza e il Volto del "Dio dei padri nostri" (Es 3,13), "misericordioso e clemente, paziente, sempre ben disposto e fedele, che conserva verso gli uomini, per migliaia di generazioni, la misericordia e tollera le disubbidienze, i delitti e i peccati..." (Es 34,6-7).
Il Pastore: chi è?
Più che compiere un mestiere, il Pastore è colui che condivide la vita delle pecore. Per questo è "servo", "sposo". Nello stesso tempo il pastore è "capo" del gregge perché ne guida il cammino.
La sua vocazione la esercita:
- essendo "buono" (in greco calòs = bello).
Questa espressione non indica la bellezza fisica ma la "qualità di una persona che risponde pienamente alla sua vocazione" (Dufour).
Il rischio è "che milioni di uomini e di donne vivono senza rendersi conto di quello che fanno né di quello che succede. Lasciarsi guidare dal Pastore è cercare il vero senso della vita" (Giovanni Paolo II).
- offrendo la vita.
È il culmine della vita di Gesù. L’espressione ci porta alla passione redentrice.
Gesù è buon Pastore. Tutta la sua vita è manifestazione di carità pastorale: sente compassione delle folle (Mt 9,35s); cerca le smarrite e le disperse (Mt 18,12ss) e offre la vita per loro.
La carità pastorale "è quella virtù con la quale imitiamo Cristo... Non è soltanto quello che facciamo... ma la carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di rapportarci alla gente" (Giovanni Paolo II).
• Noi, a chi dobbiamo dare la vita?
Alla Chiesa "perché Cristo ha dato se stesso per lei".
• Come donare noi stessi?
Attraverso l’"amoris officium" (amore per le fatiche onerose che nascono dalla vocazione) e con un amore senza confini.
A questo Pastore chiediamo con S. Gregorio di Nissa: "Dove vai a pascolare, o buon Pastore? Mostrami il luogo del riposo, conducimi all’erba buona e nutriente, chiamami per nome perché io possa ascoltare la Tua voce e con essa possa avere la vita eterna... Fammi sapere, dunque, dove ti trovi perché io possa trovare questo posto salutare."
Il salmo 22(23), nell’interpretazione dei Padri, ci dice in quale modo Cristo è Pastore oggi. Attraverso i Sacramenti.
In questo salmo c’è la sintesi dei Sacramenti:

- i pascoli
È l’incontro che ognuno deve avere con la Parola. "Il luogo del verde pascolo deve essere riferito alla parola sempre verde della scrittura ispirata, che nutre i cuori dei credenti e infonde loro la forza spirituale" (S. Clemente Aless.).

- l’acqua di riposo
L’acqua significa "senza dubbio il Battesimo. Attraverso quest’acqua noi lasciamo la valle di morte" (Atanasio).

- lo Spirito Santo
È reso presente e operante attraverso la "guida" (in greco Paraclesis) e l’Olio che unge.

- la mensa e il calice
È l’Eucaristia. S. Cirillo ci ricorda che "è meraviglioso il calice", "come vedi si tratta del calice che Gesù prese nelle sue mani e sul quale pronunciò il rendimento di grazie."
E tutto questo è per "la gioia inebriante". Una gioia che ci fa uscire da noi stessi, ci fa dimenticare le cose della terra, ci offre l’estasi. Questa ebbrezza è l’inizio della Chiesa testimone, missionaria, annunciatrice (cfr. At 2,13)
"Chi ha Cristo come buon Pastore non manca di nulla perché, per te, il Pastore si fa pascolo, acqua di riposo, cibo, dimora, strada e guida... Con ciò Egli ti insegna che devi diventare prima di tutto pecora del buon Pastore" (S. Gregorio di Nissa).

PREGHIAMO:

Dio onnipotente ed eterno,
guidaci alla comunione dei gaudi celesti, perché l’umile gregge pervenga là dove è giunto il Pastore eterno. Per Cristo nostro Signore.
Amen.

 

LA DRAMMA PERDUTA

"O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova?
E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: rallegratevi con me, perché ho trovato la dramma che avevo perduta.
Così, vi dico, c’è più gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte"
(15,8-10).

La parabola della dramma smarrita, con l’accenno alle dieci dramme, ricorda ad ogni conoscitore della Palestina araba quelle monete con cui le donne si ornano la fronte; quelle monetine rappresentano la loro dote, la loro ricchezza e il loro risparmio per i casi di necessità.
S. Ambrogio ci offre una chiave di lettura del brano: "La dramma non è per questa donna una moneta di poco conto in quanto reca l’effigie del sovrano: è l’immagine del Re, il tesoro della Chiesa."
Il valore di una cosa si rivela quando la si perde. Per questa donna la dramma è un tesoro e tutte le sue forze sono impegnate nella ricerca. In quella casa l’unica attività è recuperare la dramma perduta. La donna tralascia tutto, non vede altro se non ciò che cerca.
Siamo in una casa buia.
La ricerca inizia con l’accensione della lampada. Le tenebre del peccato si vincono solo con la Luce che è Cristo (Gv 1,4-5.9).
Per la preghiera
• Pensa alle case buie, avvolte nelle tenebre e per loro invoca la luce... Chiedi di essere tu luce posta sul candeliere perché illumini di più...
• Ripensa a quante volte la presenza di Gesù, nei Vangeli, diventa Luce. Gesù è Luce che illumina:
- le menti: Lui è Verità e Sapienza;
- il cuore: Lui è amore misericordioso che riscalda e rinnova;
- la vita dell’uomo: Lui è il Salvatore che ci rende "illuminati".
• Rileggi l’accensione della tua lampada battesimale:
"Ricevete la luce di Cristo.
A voi, genitori, è affidato questo
segno pasquale,
fiamma, che sempre dovete alimentare.
Abbiate cura che il vostro bambino, illuminato da Cristo,
viva sempre come figlio della luce;
e perseverando nella fede
vada incontro al Signore che viene,
con tutti i santi, nel regno dei cieli."
Il secondo gesto è quello di "spazzare la casa".
La donna troverà il suo tesoro sotto la spazzatura raccolta nella casa. Così anche il Padre troverà il Suo Figlio, che non conobbe peccato (2Cor 5,21), tra i malfattori sulla croce (23,39ss.), fatto Lui stesso peccato e maledizione per noi. In questo modo Dio rivela la sapienza della sua tenerezza: perde il Figlio per ritrovarlo sotto tutti i fratelli perduti.
Tutto il mondo è casa di Dio, perché vi abita chi lui ama e cerca. Lo mette a soqquadro e lo ripulisce tutto, in modo che, raccogliendo il Figlio unico che si è fatto ultimo di tutti, raccolga prima di Lui anche tutti gli altri. Lui il tesoro, gli altri la spazzatura!
E questi gesti esprimono il cuore di questa donna.
Ella cerca attentamente (con cura).
È lo stesso atteggiamento del Dio di Mosè che "si prende cura del suo popolo". È l’amore concreto del Samaritano.
Ha un amore completo e fedele (finché non la ritrova!).
L’amore ha un inizio. Il termine è la perfezione. La misura dell’amore è l’amare senza misura (S. Bernardo).
Frutto dell’amore è la gioia del cielo che si rivela sulla terra.
Per la preghiera
• Anche noi dobbiamo liberarci dalla spazzatura.
Chiediamo perdono per la nostra povertà, per ciò che mortifica il nostro battesimo...
• Rifletti sul tuo modo di amare. Quali caratteristiche ha?
La parabola ci invita a ripensare alla nostra dignità.
In ognuno di noi c’è l’immagine del Creatore, la Sua impronta indelebile.
Essere immagine significa essere collegati veramente e realmente a Dio.
"E noi tutti a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.... E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo, che è immagine di Dio. Noi, infatti, non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore... E Dio che disse: rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Gesù" (2Cor 3,18-4,6).
L’uomo diventa icona di Dio, ma l’unica vera immagine del Padre è Cristo.
Cristo è
"l’immagine del Dio invisibile
generato prima di ogni creatura
per mezzo del quale sono state create tutte le cose"
(Col 1,15s),
"sapienza, giustizia, santificazione e redenzione" (1Cor 1,30),
"primogenito di molti fratelli
e noi siamo chiamati ad essere conformi all’immagine del Figlio Suo"
(Rm 8,28- 30).
L’uomo, secondo l’apostolo Paolo, è immagine di Cristo. È immagine dell’Immagine.
L’immagine di Dio Padre è Cristo (chi vede me vede il Padre).
L’uomo è immagine quando in lui tutto tende al Cristo. L’uomo ha una vocazione, quella di essere "forma di Cristo", "vivere Cristo".
Nell’uomo la condizione di immagine costituisce nello stesso tempo donazione e finalità, conquista e prospettiva. L’essere immagine è una specie di fidanzamento che conduce al matrimonio, cioè all’unione inconfondibile e reale della natura umana con quella divina.
Questa verità ci dice che:
- Cristo non è un episodio, un avvenimento passato;
- l’uomo ha bisogno di salvezza perché è incompiuto e incompleto fanciullo spirituale che deve diventare uomo perfetto: sulla misura di Cristo (Ef 4,13); avendo i pensieri di Cristo (1Cor 2,16), gli stessi sentimenti di Cristo (Fil 2,5).

 

CHIESA: POPOLO IN FESTA

Vogliamo, ora, raccogliere l’invito delle tre parabole: "rallegratevi con me"; "facciamo festa". Tutti dobbiamo sentirci coinvolti dalla gioia del Pastore - Cristo, della donna - Chiesa, del padre - Padre.
• Noi siamo gli amici, i vicini, i "chiamati" alla festa!
• Noi siamo l’occasione della festa quando "con il cuore contrito e lo spirito umiliato" ci accostiamo alla misericordia del Signore!
Sappiamo che la gioia è uno dei temi fondamentali del Vangelo di Luca. Il tema della gioia anima intensamente le pagine della storia dell’infanzia.
A Zaccaria sono promesse gioie e delizie, molti si rallegreranno per la nascita di Giovanni il Battista (Lc 1,4) a motivo della storia che Dio sta cominciando con il suo popolo (cfr. 2,15). Incontrandosi con la madre del Salvatore, il bambino di Elisabetta (2,11) sobbalza di gioia nel suo seno (1,44). Nel cantico di Maria (1,47) e nell’inno di Zaccaria (1,68) riecheggiano gli accenti di esultanza del Dio dell’A.T. La ragione e il contenuto di questa gioia grande è il messaggio della natività: in Gesù, Dio ha visitato e redento il suo popolo (1,68), si è preso cura dell’umanità smarrita come aveva promesso ai padri e ai profeti (1,55), ha dimostrato il suo benvolere per gli uomini, suoi figli.
La gioia è uno degli effetti essenziali dei miracoli di Gesù (13,7).
I 72 discepoli che ritornano dalla missione pieni di gioia e di orgoglio per aver sperimentato la loro partecipazione al potere di Gesù sui demoni (10, 17) si sentono ribattere: non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi, rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nel cielo (10,20), per l’amore elettivo di Dio.
Il fatto veramente importante è che Dio in persona tratta misericordiosamente colui che si era smarrito. Per questo si fa grande festa in cielo per ogni peccatore che giunge alla penitenza. La conversione è gioia. Tutto il capitolo 15 di Luca non è che un continuo invito di Gesù a rallegrarsi con Lui, perché il figlio perduto torna al Padre.
Caratteristiche di questa gioia sono:
- gioire con un Altro, è comunitaria.
Quindi non è solo personale ma ha le stesse caratteristiche della vita: è donata.
È il pastore, la donna, il padre con... Non si può essere felici da soli;
- è come quella "dei cieli";
- è del cuore.
Ma ha una sua liturgia umana: mangiare, cantare, ballare;
- mette a nudo i nostri stati d’animo interiori.
Il fratello maggiore non partecipa alla festa anzi in lui aumenta lo sdegno e la cattiveria.
La gioia, un credente, la manifesta e la vive nella Liturgia.
Lì avviene l’incontro con la Trinità beata e con la comunità dei fratelli. Nella liturgia manifestiamo che siamo "fratelli nel servizio" e "esultanti nella lode".
Perché la gioia liturgica?
"Una festa cristiana suppone innanzitutto un fatto salvifico passato che ha consacrato un determinato giorno e che la celebrazione liturgica fa rivivere. Per questo la Chiesa non ha mai festeggiato la "parusia", ma unicamente i Misteri storici di Cristo e dei suoi santi. Questi fatti sono salvifici nel senso forte della parola, sono cioè causa di salvezza, di santificazione e non soltanto "benèfici" secondo il senso indebolito che il termine ha nell’uso corrente. Finalmente questi fatti sono fonte di gioia soprannaturale. È evidente che le celebrazioni umane non sono comparabili con la nozione piena di festa cristiana" (B. Botte).

"La vita in continuo accordo con il divino Logos non è una festa parziale, ma la festa completa e ininterrotta" (Origene).
Il motivo della festa è "Cristo sempre presente nella Sua chiesa" (S.C. 7).
È la Sua presenza che "terge ogni lacrima", "rianima - vivifica" "i cuori affranti e duri", dà forza "alle mani cadenti" e rende veloci i "piedi vacillanti".
È Lui, il Risorto, che ci chiede: perché siete tristi? Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?
La Liturgia è il luogo dove riceviamo la testimonianza di fede dei fratelli. Loro ci annunciano: ho visto il Signore. Senza vedere, noi crediamo perché altri hanno trovato.
Nella Liturgia veniamo rinnovati nella vocazione di andare dai fratelli per ridonare la Pace, la Misericordia, il Perdono ricevuto in abbondanza.
Nella Liturgia abbiamo incontrato il Pastore che si è preso cura di noi e noi impariamo a "pascere i Suoi agnelli".
Per la preghiera
• La mia gioia...
- è Cristo crocifisso - morto - risorto;
- siete voi, dice l’apostolo Paolo agli abitanti di Corinto;
- è la testimonianza delle vostre opere buone;
- è il Vangelo di Gesù.
• Prova ad analizzare le parole che esprimono la gioia: felicità, gioia, piacere, beatitudine.
• Rileggi il salmo 1: è il cammino verso la felicità.
• Ripensa al tuo modo di vivere la liturgia:
"I fedeli non assistano come estranei e muti spettatori a questo mistero di fede, ma comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere partecipino all’azione sacra consapevolmente, pienamente e attivamente" (S.C. 48) (cfr. Il bel commento di Magrassi in Vivere l’Eucarestia pag. 54-58).

PREGHIAMO:

Dio, che hai fatto splendere la notte
con il fulgore della vera luce, ti preghiamo, donaci anche di godere pienamente in cielo le gioie di colui del quale in terra abbiamo conosciuto i misteri di Luce.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.

 

IL PADRE MISERICORDIOSO

Siamo in una parabola in cui la bellezza e la rivelazione di Dio camminano insieme. Non c’è, in essa, un solo particolare superfluo.

Un uomo aveva due figli

Qui abbiamo i protagonisti della parabola: un uomo, che è padre; due figli, che sono fratelli. Il mondo è come una casa. La realtà umana come ce la presenta il Vangelo è una realtà d’amore.
Padre è colui che ha la Vita e la trasmette gratuitamente.
Padre è un nome che dice Alleanza, comunione d’amore con un partner, il figlio. Dio è Padre perché crea, redime, santifica; Lui opera per la "pienezza della Vita" (cfr. Gv 3,16.17).
Chi è il padre lo scopriremo leggendo la parabola.
Questo Padre aveva due figli. Due è l’inizio della comunità e della diversità. Ciò che li rende diversi è il modo con cui arrivano a conoscere il Padre. La conoscenza di sé arriva attraverso il rapporto con un tu. Se non ci si riconosce come figli non ci si può riconoscere fratelli.
Questi due fratelli sono il richiamo di tanti fratelli in lotta fra di loro: Caino - Abele; Giacobbe - Esaù; Giuseppe - i suoi fratelli.

Il più giovane disse al padre: Padre dammi la parte del patrimonio che mi spetta.

Molto bella l’interpretazione di S. Agostino: Padre dammi ciò che amo!
Il prodigo è il minore. C’è attorno a lui tenerezza e affetto. Vive in uno spazio familiare. Si sente figlio. Osserva quante volte fa riferimento al "padre". Il fratello maggiore mai dirà "padre".
"Quel figlio è, in un certo senso, l’uomo di tutti i tempi. La parabola tocca indirettamente ogni rottura dell’alleanza d’amore, ogni perdita della grazia, ogni peccato. In questa parabola è messa meno in rilievo l’infedeltà di tutto il popolo di Israele" (Giovanni Paolo II).
Questo figlio chiede il patrimonio, la "sostanza" del padre. Non è arrivato a sapere che la "sostanza" del padre è identica alla sostanza del figlio. Non sa che tutto ciò che è del padre è del figlio.
Ci vorrà Gesù per ricordarci che il Figlio è "consustanziale" al Padre.
A questo figlio sembra che tutto sia dovuto. Non conosce l’amore gratuito del Padre. È arrogante, maleducato, un figlio recalcitrante. Ha in sé l’inquietudine e la sfoga con il padre.
Eppure il Padre aveva già donato molto agli uomini:
- la creazione (Gen 1,28)
- il matrimonio (Gen 2,22-24)
- la dignità divina (Sal 8,6-9)
- un popolo, la terra e la promessa (Gen 12,1-2)
- Gesù Cristo
La sostanza è la concretizzazione dell’amore ricevuto.
Il Padre gli ha dato tutto, lui vuole una parte sola! Reclama una parte del mondo solo per sé.
Che cosa lo spinge a pretendere una parte di ricchezze? Perché non si accorge di quanto il padre ha già reso ricca la sua vita? Che cosa acceca il suo cuore e la sua intelligenza?
In questo figlio c’è Adamo (Gen 3) col suo peccato!
L’uomo si sottrae alla Paternità. Il Padre diventa una presenza ingombrante.
"Il patrimonio che quel tale aveva ricevuto dal padre era una risorsa di beni materiali ma più importante di questi beni era la sua dignità di figlio nella casa paterna" (Giovanni Paolo II).
Con questa richiesta il figlio introduce la giustizia nella vita di famiglia. Lì dove l’amore dovrebbe essere regola unica e suprema ora c’è la giustizia. L’umanità non è più famiglia ma un insieme di concorrenti che si contendono la felicità. La comunione è finita, l’unità spezzata. C’è il "mio" e il "tuo".

e il Padre divise tra loro le sostanze

Il Padre non parla, non si mette a discutere col figlio.
Avrebbe potuto dirgli: "Che cosa devo fare ancora per te, che io non abbia già fatto? Perché, mentre attendevo che producessi hai dato comportamenti selvatici? (cfr. Is 5,4).
Il Padre divide, con - divide.
Non reagisce nervosamente. Lui, in silenzio, porta il peso di un gesto insensato.
C’è qui la virtù più grande del Padre: l’umiltà (Taulero).
Di fronte alla scelta del figlio minore non oppone resistenza. Fa spazio all’esistenza dell’altro. Si ritira perché il figlio viva. Dio fa spazio alla dignità delle sue creature. Lui, l’Onnipotente, non va contro la nostra volontà. L’Onnipotente accetta di definire la propria potenza, di arrestarla dinanzi alla soglia del mistero della persona da Lui creata. Dio manifesta l’onnipotenza abbassandosi (C.C.C. 268-274).
L’altra virtù del Padre è la libertà.
Non ha paura del giudizio degli altri. Il figlio maggiore avrà il coraggio di dirgli: sei un padre debole e ingiusto. La forza che il padre usa è quella dell’amore.
Il comportamento del padre è suggerito dal desiderio di lasciare al figlio una possibilità di ritorno. Di ritrovare la casa. Il padre non vuole rompere con questo figlio ribelle.
Per la preghiera
• "Un uomo aveva..."
- rammenta come noi "siamo proprietà di Dio" (Es 19,5), a Lui apparteniamo"...
Ripeti spesso l’invocazione: "lo sono tuo, Signore,..."
• Quest’uomo è Padre
- Tu sei figlio
Rileggi i grandi atti di fede che i salmi propongono sulla nascita: Sal 22(21),10-11; 139(138),13-14; 103(102),13-14.
- Figli, quindi "familiari di Dio" (Ef 2,19), "ricchi della Sua gloria, ricolmi della sua pienezza" (Ef 3,16.19). Comportiamoci in maniera degna della vocazione ricevuta (Ef 4,1).
Riviviamo il nostro battesimo.
• Padre, dammi...
- Nel Padre nostro Gesù ci ha insegnato a dire: dacci..., a pensare la preghiera, la vita al plurale, in comunione coi fratelli.
- Esamina, recitando la seconda parte del Padre nostro, che cosa il Figlio Gesù ci dice di chiedere al Padre.
- Esamina la tua preghiera di domanda...
- Elenca i doni grandi e preziosi con cui il Padre ha riempito la tua vita... e... ringrazia.

PREGHIAMO:

Custodisci, ti preghiamo, Signore, con perenne benevolenza la tua chiesa,
dal Tuo aiuto sia sempre strappata a ciò che è dannoso e guidala a ciò che è salutare.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Dopo non molti giorni il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto...

Il figlio, dopo aver ricevuto la dote del padre, rimane ancora in casa alcuni giorni. Il padre lo lascia libero di restare quanto vuole. Non gli chiede che cosa pensa di fare, quando se ne andrà e dove andrà. Il padre dà la libertà.
Proviamo a pensare come sarà il clima in quella casa, in quella situazione...
"Dopo non molti giorni": il peccato entra nel tempo quotidiano, nella vita. C’è nel figlio la fretta di partire.
Il principio dell’avere, del possedere non è un principio di comunione e di armonia. Creare un’unione economica significa creare una comunione fragile. L’unione economica finisce nella discriminazione.
Nell’unione economica ciò che è importante non è la persona e neppure le sostanze ma il loro possesso utilitaristico, soddisfatto.
Come Adamo, questo figlio si orienta non più sulle persone ma sulle cose.
C’è nell’uomo il desiderio di essere padrone, di non fare riferimento ad altri.
Questo figlio non saluta, non si congeda. Raccoglie e parte.
C’è in lui la preoccupazione di chi accumula tesori che la ruggine e la tignola consumano. Non vive per il Regno e la sua giustizia. Per questo figlio sono importanti le "cose", non l’unità e l’armonia familiare.
La strada che percorre lo porta lontano.
In un paese che non ha nome, non è una casa. Lì si vive da forestieri.
Lontano da chi? Da dove?
La sua vita esce dalla relazione d’amore. Esce dalla casa come Adamo (Gen 3,8-10).
"Se ne va onusto perché non più onesto" (S. Agostino).
C’è in questo cammino la storia di Israele:
- il suo atto di fede (Dt 26,5-9)
- le sue infedeltà (cfr. Mt 15,8).
Ma il salmista si interroga: esiste un posto lontano dal Signore? (Sal 139,7-12).
Nel cammino della vita ci si può allontanare dalla retta via. Ecco perché molti salmi ci chiedono di invocare l’aiuto del Signore per un "santo viaggio".
Fai tue alcune espressioni dei salmi...
In questo imboccare la strada sbagliata c’è la catechesi della chiesa sulle "due vie" (Mt 7,13-14). La chiesa ci dice: sii vigilante e sapiente. Non vivere per l’apparenza.
Questo paese lontano è il luogo dove si sciupa tutto. Il figlio perde tutto perché vive da dissoluto (=à - sotòs= senza salvezza), da misero, da peccatore. E il suo peccato è vivere per "poco". Non vive in pienezza. Dio ci ha fatto per il "tutto".
Quando ci si allontana dalla "pienezza" si è "come i tralci che si seccano e vengono gettati via. Solo chi rimane nella vite porta molto frutto" (Gv 15,5-6).
Per la preghiera
• Recita il salmo dell’esilio: 136
• C’è una lettura Eucaristica di questi versetti:
- Dalla gente nutrita e sfamata abbondantemente Gesù riceve incomprensione e derisione (cfr. Gv 6) Allora Gesù chiede: "Volete andarvene anche voi?"
- richiama l’uscita di Giuda dal cenacolo (Gv 13,21-30). Uscì, non per la missione, ma per perdersi.
- Il "partì per un paese lontano" richiama il giudizio finale: "Via, lontano da me..." (Mt 25,44).
• Questo "tutto speso" può essere vissuto con comportamenti opposti.
- È il caso della donna che ha dato i suoi averi per ungere Cristo;
- è la vedova che mette i suoi due spiccioli nel tesoro del tempio;
- è la vedova del profeta Elia.
Si può usare tutto per se stessi oppure usare tutto per amore di Cristo. Le "sostanze" possono essere a servizio dell’amore.

PREGHIAMO:

Guarda, Signore, alla Tua famiglia, e concedi che presso di Te la nostra anima rifulga del desiderio di te, mentre si mortifica limitandosi nei beni corporali.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen.

... in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.
Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.

Siamo in un clima di ironia.
Ora diventa veramente schiavo. È andato via da casa da padrone, in breve si trova nel bisogno. L’oro si riconosce dopo che è passato nel crogiolo. Ciò che è falso, ingannevole viene meno durante le prove.
In questa terra lontana non si vive bene per sempre. Sembra una terra di morte. La crisi è il destino della vita dell’uomo e dei popoli.
Ciò che accomuna gli abitanti di quella regione è la carestia. Nessuno può aiutare nessuno. C’è il decadimento, la schiavitù, l’umiliazione. Lui che voleva essere libero ora cerca padrone.
E quando il figlio chiede aiuto, l’abitante di quella regione lo spinge più in basso. Lo fa diventare porcaro. Anche in Marco (5,1-20) c’è la regione dei porci dove l’uomo vive in modo esagitato, convulso. Fa un mestiere impuro che gli impedisce ogni relazione con Dio e col prossimo.
Lì il figlio manifesta la sua fame.
L’uomo è fatto per il cibo degli angeli, non può nutrirsi come un porco.
Per la preghiera
• Accosta questo brano:
- alla fame del Figlio Gesù nelle tentazioni del deserto (Lc 4,2-4);
- al cibo dei figli (Mc 7,24-30).
Il prodigo dalla classe dei benestanti è passato a quella dei poveri. E ora inizia il suo cammino verso la beatitudine: "Beati voi poveri perché vostro è il Regno dei cieli", "beati voi che adesso avete fame perché sarete saziati" (6,20-21).
Il figlio deve diventare prodigo e lontano per incominciare a riconoscere il padre e il suo amore. Quando tocca il fondo incomincia la sua maturazione.
Qui termina il cammino che lo porta ad allontanarsi da Dio e inizia quello dell’interiorità.

Allora rientrò in se stesso e disse:
Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame.

"Egli misura se stesso con il metro dei beni che aveva perduto, che non possiede più, mentre i salariati in casa di suo padre li posseggono" (Giovanni Paolo II).
Nella profondità del cuore il figlio trova la strada di casa. Ha perso tutto, ma non la memoria dell’amore del padre. I beni gli ricordano qualcuno che li dona.
Dopo aver guardato fuori e lontano ora inizia il cammino del ritorno.
Inizia la conversione attraverso una molla egoistica: sto male e vorrei stare meglio.
Per convertirsi occorre chiarezza sulla propria situazione. La sincerità è un requisito necessario per arrivare alla salvezza.
La sua situazione è "morte".
La vita inizia con la memoria delle cose del Padre.
Per la preghiera
• Pensa con gioia ai doni che hanno i fratelli. Ringrazia per l’abbondanza che loro hanno ricevuto.
• Purifica tutti i pensieri di cattiveria che hai sulle capacità e i doni dei fratelli.
• Pensa a tutto ciò che ti "manca". Come questi desideri sono un aiuto per cercare il Signore? Recita qualche salmo di desiderio (Es: Sal 41/42; 62(63); 83(84))
• Non essere stolto come i nostri padri nel deserto. Mancando il pane si sono messi a peccare (Es 16,2-3).

Mi alzerò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro Te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi servi.

Nel suo cuore il figlio prepara la confessione. Si prepara a riconoscere il proprio fallimento davanti al Padre, incontrato nella coscienza.
L’uomo è creato per non rimanere solo.
Ci vuole un gesto deciso per iniziare la conversione: mi alzerò. Voglio ritornare diritto, uno che cammina eretto, da risorto. Non sto più adagiato, allo stesso livello dei porci.
Confessare il proprio peccato è possibile quando la speranza ci sostiene. Il peccato non deve portarci alla disperazione, ma al desiderio della casa del padre. Ricordando la patria dell’amore occorre dire un sì al futuro, alla certezza che il padre sa far iniziare da capo la vita.
Questo figlio, come ogni persona peccatrice, rischia di infliggersi da solo la pena e le punizioni. Vuole diventare servo. La persona decide di recuperare se stessa con una penitenza. Non si rientra nell’amore prigionieri del proprio modo di pensare. Entrare nell’Amore è trovarsi di fronte a uno che ti ama.
Ma questo figlio deve vincere l’ultima tentazione: quella di presentarsi in casa da servo.
Lui si aspetta ancora la salvezza dal pane abbondante, dalle cose, dal lavoro, dalla penitenza.
Le parole dicono con quale atteggiamento presentarsi in casa.

Allora rientrò in se stesso.

Inizia il cammino di ritorno.
Finora ha frugato nel fango e ha sperimentato il passare di tutte le cose. Ha capito il valore e il limite delle cose, ora deve conoscere se stesso.
Rientra in se stesso.
Questo conferma che la dura lezione non è passata invano, ma ha lasciato un frutto grande.
Prima di trovare il padre bisogna trovare se stessi.
Ritornare al proprio cuore. La presa di coscienza della propria situazione. Quel cuore dove "erano nati i propositi malvagi, gli adulteri e le prostituzioni" (Mt 15,5) ora deve essere rivisitato. Lì l’immagine di Dio è oscurata, ma non cancellata. Il cuore è dove si prepara l’incontro amoroso con Dio.
Il prodigo ha un cuore passionale, esagerato, facilmente deviabile ma, nello stesso tempo, insaziabile di felicità.
Rientrare in se stessi è aprire uno spiraglio di speranza.
La fede non sempre è chiarezza durevole. Spesso è un riandare devoto dietro le tracce della memoria che ci attesta la presenza del padre.
Per la preghiera
• Ripenso all’espressione di Paolo: Chi mi libererà da questo corpo di morte?
• Riscopro il mio cuore leggendo Ez 36,35-38.
• Ripenso all’esperienza di S. Agostino:
"Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova;
tardi ti ho amato!
Tu eri dentro di me e io stavo fuori
ti cercavo qui, gettandomi deforme, sulle belle forme delle tue creature.
Tu eri con me, ma io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te le creature che, se non esistessero in te,
non esisterebbero per niente.
Tu mi hai chiamato, il tuo grido ha vinto la mia sordità;
hai brillato, e la Tua luce ha vinto la mia cecità;
hai diffuso il Tuo profumo, e io l’ho respirato,
e ora anelo a Te,
Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te,
mi hai toccato e ora ardo dal desiderio della Tua pace."

Il figlio non vuole scusarsi né gettare la colpa sugli altri. Penserà Dio a trovare le attenuanti. Lui si addossa le sue responsabilità, la sua colpa. Compie un atto di profonda verità e di estrema chiarezza.

Padre ho peccato.

Testimone del mio peccato è il cielo, il Padre.
Il figlio avrebbe potuto elencare una serie di peccati: una vita dissoluta, lo sperpero delle ricchezze paterne... ma ora riconosce che tutto questo ha rotto il rapporto col Padre. Il peccato rompe la dimensione religiosa dell’uomo. Non è solo una trasgressione morale, è rottura dell’alleanza d’amore tra un padre e un figlio.
Il peccato immiserisce i doni celesti.

Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.

Essere figlio non è questione di dignità o di meriti. Si è figli per dono gratuito.
E male vero del peccatore non è il peccato, ma il guardare se stesso. Questo lo fa cadere nella tentazione di volere essere degno dell’amore di Dio. E questo è il peccato del giusto: rifiutare l’amore gratuito di Dio. Dio lo si compra con l’osservanza della Legge.
Chi guarda a sé vede il proprio fallimento, ma chi guarda a Dio scopre la sua identità: sono sempre figlio.
Il figlio "rientrato in se stesso" si scopre "servo" del peccato; nel ritornare dal padre vedrà che è figlio.

Trattami come un tuo servo.

"Essere garzone nella casa del Padre è certamente una grande umiliazione e vergogna. Tuttavia il figlio è pronto ad affrontare tale umiliazione e vergogna. Egli si rende conto che non ha alcun diritto se non quello di essere mercenario in casa del Padre" (Giovanni Paolo II).
Anche nel figlio minore è presente il rischio del peccato del fratello maggiore. Davanti a lui più che l’immagine patema c’è quella del padrone.
In questa confessione c’è però un volersi mettere totalmente a disposizione del padre: fa’ di me ciò che tu vuoi. Non voglio gestire io la mia vita. Voglio che la gestisca tu. Sei Tu mio padre! Davanti al padre vuole presentarsi nella più completa povertà, di cuore e di vita.
Servo, ma figlio. Quindi figlio obbediente.
Per la preghiera
• Ripeti col cuore le formule penitenziali: il confesso, Signore pietà, la parte finale del Padre nostro...
• Celebra Gesù "servo" attraverso l’inno ai Filippesi (2,4-11).
• Pensa all’effetto che il peccato ha su di te, su Dio, sul creato, sulla tua comunità...

Partì e si incamminò verso suo padre.

Dopo la confessione preparata nel cuore e nella mente ecco il santo viaggio. Il figlio si incammina verso il padre.
La figura del genitore rivela Dio come Padre.

Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.

Prima che arrivi a casa il Padre lo vede e gli corre incontro.
Il figlio ha già capito: il padre ha ascoltato la confessione, la conosce prima che gliela dica.
"Ti viene incontro colui che ti ha sentito parlare nell’intimo della tua anima; e mentre tu sei ancora lontano, egli ti vede e ti corre incontro. Egli vede nel tuo cuore e corre a te perché niente sia di ritardo, ti abbraccia, anche. Nel venirti incontro è chiara la sua prescienza; nell’abbracciarti si manifesta la sua clemenza e il suo amore paterno" (S. Ambrogio).
Dio ama sempre per "primo". L’amore non conosce la lontananza. Tutta la Bibbia ci narra di Dio che cerca l’uomo: "Adamo dove sei?" (Gen 3,9). È il padre che soffre perché il figlio è distante.
E qui viene descritto:

- gli occhi di Dio.

Lui vede, scruta i cuori perché ama. Non guarda per giudicare ma per amare.

- il cuore di Dio.

Commosso (in greco esplanchnisthe) è il segno dell’amore viscerale di Dio. Dio ama come una madre. Lui non si dimentica mai del frutto delle sue viscere.
Ci fa percepire un Dio ricco di sentimenti: gioia, dolore, pianto, esultanza...

- i piedi di Dio.

Lui corre incontro come chi deve annunciare liete notizie, deve superare in fretta la distanza che lo separa dall’amato.
Lui corre, il figlio cammina. Lui si sobbarca la parte più lunga del cammino.
Dio "viene" sempre. Non lascia orfani i suoi figli. Il padre lascia la sua casa e va incontro all’assente.
"... Signore, grazie!
Se io mi fossi accontentato del desiderio di te, il quale " portava a cercare senza sapere dove ti avrei potuto trovare, sarei ancora lungo le strade, con l’angoscia del mio desiderio insoddisfatto o con l’illusione di averti trovato.
Ti ho trovato davvero, perché mi sei venuto incontro sulle mie strade di peccato"
(Mazzolari).

- le mani di Dio

Abbracciano. Esprimono l’incontro dell’amore. Nell’abbraccio si supera ogni distanza. C’è uno stringersi. Non ci sono più distanze.
Questo abbraccio è "un cadere sul collo" come Esaù con Israele (Gen 33,4), Giuseppe con Israele (Gen 46,29).
Dio si appoggia sui figli. Il figlio viene toccato dal padre. Ai figli può costare manifestare l’affetto. Il padre cerca l’incontro.
"Si getta al collo, per sollevare colui che era a terra carico di peccato.
Si getta al collo quando dice: venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò sollievo; prendete su di voi il mio giogo.
È in questo modo che Lui ti abbraccia: se tu ti converti"
(S. Ambrogio).

- la bocca di Dio

Tutto è contenuto in questo bacio: la vita (Gen 2,7) e l’amore (Ct 1,2).
Il figlio nei gesti del padre ritrova la casa.
Il padre accoglie immediatamente il prodigo, senza riserve, senza condizioni, senza sanzioni, senza nemmeno rimproveri, ma con gioia e tripudio grande.
Questo padre che corre incontro a suo figlio è uno scandalo. Il padre doveva avere sempre un portamento solenne, ieratico. Era il figlio che doveva presentarsi e prostrarsi davanti a lui. Il padre non ha paura di perdere la sua dignità. C’è in lui il coraggio di amare. Il coraggio di infrangere le false sicurezze, per vivere l’unica sicurezza che è quella dell’amore più forte del non amore; il coraggio di andare all’altro superando le distanze protettive che la nostra incapacità di amare troppo spesso vuole erigere intorno a noi.
E qui il figlio riparla al padre:

Padre ho peccato contro il cielo e contro te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.

Nella sua confessione riscopre la sua vocazione. Di fronte al padre, alle sue tenerezze, non dice che vuole essere servo. Ora, di nuovo, sa che il padre lo ama. L’amore del padre lo cambia. Si riconosce figlio.

Ma il padre disse ai servi: presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

Il padre non dice nulla al figlio. Il loro incontro è contrassegnato da un grande silenzio. L’amore paralizza la parola.
Il padre parla. Ma ai servi. Solo agli altri può parlare di suo figlio.
E il padre esprime la sua gioia grandissima, ma anche il dramma vissuto.
"Il motivo della gioia e del dolore di Dio è espresso così: - questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato.
Motivo del dolore del padre è che il figlio era morto, ha distrutto se stesso. Dio soffre perché il figlio ha voluto perdersi, si è allontanato da lui. Al primo posto del dolore non c’è il suo cuore, ma la rovina e il dolore dell’altro"
(Forte).
Questo padre libero ha dato al figlio l’educazione pericolosa e salvifica della libertà.
Per questo figlio il padre ordina i "segni" della festa nuziale:

- il vestito

Come il peccato spoglia e ci rende nudi e indifesi, senza la dignità e i desideri divini così il perdono riveste.
Il cristiano è colui che si "riveste di Cristo" (Gal 3,27) e quindi è "rivestito di misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine, pazienza e amore reciproco" (Col 3,12) È questa la veste battesimale che ci fa e ci rivela come figli.

- l’anello al dito

Col sigillo, segno che di nuovo ha il dominio su tutto perché il "padre gli ridona tutto"(Gen 41,41). L’anello è il segno di un legame fedele, duraturo. È un legame con l’amato.

- i calzari ai piedi

Per proteggere il cammino del figlio. Lui diventa la buona notizia portata a tutti i popoli.
Le cose, che hanno portato il figlio ad allontanarsi dal padre, ora vengono usate dal padre per celebrare il ritorno del figlio.
Il padre vuole celebrare la festa. Una festa che ha un inizio, ma non termina più. E il segno della festa è il banchetto in cui ci si nutre di "grasse vivande" dei beni eterni.
Questo banchetto richiama i tanti banchetti che Gesù ha voluto celebrare con i peccatori.
Questo padre insegna a noi la "paternità".
Quale padre può essere indifferente, o peggio, provare orrore per suo figlio, in qualunque stato lo incontri?
Quale padre potrà ascoltare come un estraneo la sofferenza del figlio, e non la sentirà invece sua?
Quale padre non starà attento e non si fonderà su ciò che di buono ha il figlio, non lasciandosi affatto impressionare dal cumulo di ciò che non piace e deturpa?
Come un padre pieno di misericordia sconfinata, di affetto infinito, di comprensione e di speranza, che ha una grande idea sul futuro dei suoi figli.

Il figlio maggiore si trovava nei campi.
Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò.
Il servo gli rispose:
È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo.
Egli si arrabbiò, e non voleva entrare.
Il padre allora uscì a pregarlo.
Ma lui rispose a suo padre:
Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa coi miei amici.
Ma ora che questo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.
Gli rispose il padre:
Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Il figlio maggiore.
Tutto il racconto della parabola vuole condurci a provare simpatia per lui, a pensarla come lui. È sempre rimasto in casa in una situazione di vicinanza fisica, ma non di vicinanza di cuore.
Il brano ci pone di fronte allo stesso peccato del figlio minore. Anche lui vuole gestire la sua vita, farsi arbitro e giudice del bene e del male. Pur essendo stato vicino al padre, ci si può talmente essere allontanati da lui da giudicare la vita e il cuore degli altri.
Le parabole del Signore si completano l’un l’altra. Certi personaggi ritornano con nomi diversi. Il maggiore lo si può facilmente individuare
- nell’infingardo della parabola dei talenti
- nel fariseo che prega nel tempio
- nel servo spietato che, perdonato, non perdona
- nel sacerdote e nel levita che tirano diritto
- nel lavoratore della vigna che contratta la giornata e poi si lamenta della generosità del padrone verso quelli dell’ultima ora.
In molti banchetti evangelici c’è sempre chi non partecipa! È difficile gioire con gli altri.
Nel figlio maggiore ci siamo un po’ tutti noi perché i difetti crescono ovunque senza seminarli.
Il figlio maggiore viene dai campi, lo conosciamo come un lavoratore, uno impegnato, uno bravo e osservante. Come i farisei e gli scribi.
Il suo ritorno a casa complica le cose. Fa rinnovare la sofferenza del padre. Questo padre è come se non avesse nessun figlio vero. Il primo se ne va, l’altro è servo. Nessuno di loro ha conosciuto i suoi sentimenti.
Ogni giorno le tentazioni creano problemi, provocano sofferenze.
Il ritorno di questo fratello inquina la gioia della festa. È un figlio anche lui ammalato di invidia e di gelosia. Per lui amare sarebbe stato partecipare alla festa per il fratello perché "Dio lo si ama amando il prossimo"(cfr. 1Gv 4,20). Invece questa festa segna una nuova divisione nella famiglia.
Per il maggiore questa diventa l’occasione per buttar fuori quanto in lui si ammassava e bolliva da lungo tempo.
Perché questa rabbia dei buoni? Questo desiderio che il cattivo sia punito? Questa convinzione che non è giusto farla passare liscia al colpevole? Dietro questo atteggiamento punitivo si nascondono due sentimenti:
- un sentimento vendicativo. C’è la testardaggine di vivere secondo i propri schemi;
- un sentimento di invidia, che porta la morte nel mondo (Sap 2,24).
In entrambi i sentimenti l’altro è assente, viene distrutto dal modo di pensare.
Questo figlio/fratello non è uno di casa.
Non dice mai la parola padre. Lo vede e lo conosce solo come padrone per il quale lavorare e dal quale attendersi un salario. È sempre pronto a giustificare se stesso condannando l’operato del padre. Il rapporto col padre è carico di fatiche, di attese.
C’è nel figlio maggiore una grande attenzione alle proprie opere, ai propri sacrifici, ai propri meriti. Questo atteggiamento meritocratico ha come conseguenze:
- un atteggiamento di confronto e di giudizio verso il fratello minore
- il risentimento e la rottura col padre.
Non chiama il fratello, fratello, ma figlio del padre. Il peccato del minore diventa non l’essersi allontanato da casa, ma di aver dilapidato le ricchezze di famiglia.
Gesù nei Vangeli scoraggia questo comportarsi "orizzontalmente".
Le sue misure sono assolute: siate perfetti come il Padre; amatevi come io ho amato voi; fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi...
Si tratta di abbandonare la logica del confronto per preferire quella dello scambio.
Anche questo figlio ha bisogno dell’amore del padre per iniziare a vivere.
E il padre va verso di lui con attenzione grande per ricordargli la sua vocazione. Lui è il figlio (il generato). Non è servo. Ed è fratello.
Lui uscì a pregarlo, lo chiama a sé, lo supplica, lo incoraggia a lasciare la sua cattiveria.
Il figlio poteva vivere in paradiso, come Adamo prima del peccato: "essere sempre col padre" e "avere tutto". Invece rifiuta questa ricchezza per il capretto. È segno di un credente "ateo" che non riconosce il prossimo e allora non può ascoltare Dio. Ha la mentalità dei perfetti, che devono vivere da soli. Non c’è nessuno degno di loro.
In lui c’è l’inferno.
L’amore del padre gli provoca tormento e agitazione.
Nessuno riesce a spingerlo nel banchetto. Resta fuori, è l’invitato che non accoglie l’invito. La sua festa non è fatta dal vitello grasso, musiche e danze, ma da un capretto consumato insieme con gli amici Chi sono i suoi amici? Come può avere degli amici, lui che non è capace di essere figlio e fratello?
E questo capretto lo pretende, ne ha diritto, lo ha meritato.
Quando si ha a che fare con Dio ci sono altre relazioni da stabilire, ti riferisci ad altre perdite e ad altri guadagni. Non ti difendi, ma ti umili.
E il padre rinuncia alla propria dignità, lo invita ad una conversione, ad uscire dalla logica del merito e del profitto per entrare in quella dell’amore.
Il padre è in continuo esodo, mistero pasquale. Deve sempre "uscire incontro".
Il figlio maggiore ci fa comprendere come è bello il giudizio di Dio. Se non accettiamo il giudizio di Dio diventiamo noi giudici, cattivi, severi con gli altri.
Il Padre invita questo figlio a entrare nella logica della gratuità: non giudicare secondo i pesi della ragione e del torto, ma far pendere tutto dalla parte dell’amore più grande.
Questo figlio non si converte perché nella sua vita verità e carità non stanno insieme. "La verità è diventata un idolo. La verità senza la carità non è da Dio. È un idolo che non bisogna amare né adorare." (Pascal). E Bossuet aggiunge: "Infelice colui che ha una conoscenza sterile, che non porta all’amore". E S. Paolo ci ricorda: "E se avessi il dono della profezia, e conoscessi tutti i misteri, e avessi una fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità non ho nulla. La carità non è invidiosa, non si vanta..," (1Cor 13).
Questo fratello è giudice che non cosnosce la giustizia divina perché non ha sperimentato la sua fragilità, il peccato, quindi il perdono gratuito.
La parabola non dice nulla come vanno a finire le cose: come continuerà la vita del figlio minore una volta tornato a casa, né che cosa accadrà nella vita del maggiore.
Probabilmente la parabola termina qui perché deve continuare nella vita di ognuno di noi. Noi siamo la "sequentia sancti Evangelii".
Che cosa è la vita di un uomo che si è convertito dalle ricchezze alla povertà e ha accettato di dare il primato incondizionato a Dio nella gestione della sua vita?
Questa parabola ha un rapporto diretto tra Dio Padre e l’umanità, che è divisa in due parti.
Noi dove ci troviamo? Chi rappresentiamo?
Non è facile a dirsi. È pericoloso affrettarsi a dare una risposta.
Nella vita noi siamo sempre figli di Dio. Ci consola il sapere che il padre regola tutto divinamente, sopporta tutto. Porta serenamente il peso di tutta la vicenda di casa. Entrambi i figli avevano dei problemi: hanno sofferto e lo hanno fatto soffrire. Egli tuttavia non ha qualificato il minore come dissoluto né ripreso il maggiore. Il suo comportamento manifesta infinito amore e genera consolazione.
Nella nostra vita, in quanto uomini, ci troviamo a rivestire anche il ruolo di padre.
Allora l’"uomo" della parabola ci mostra come dobbiamo comportarci. L’uomo è chiamato ad amare "a immagine di Dio", con l’amore di Dio che salva.
L’universo è vivibile: abbiamo Dio quale padre e il nostro simile come fratello.

 

BIBLIOGRAFIA

- Basilio di Iviron, La parabola del figlio prodigo, Cens.
- Rupnik, Il padre misericordioso, Lipa.
- Mazzolari, Dire la fede, EDB.
- Fausti, Il Vangelo di Luca, EDB.
- Rossé, Il Vangelo di Luca, Città Nuova.
- Pronzato, Il Vangelo di Luca, Gribaudi.
- S. Ambrogio, Il Vangelo di Luca, Città Nuova.

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