LO SPIRITO DEL SIGNORE   HA RIEMPITO L'UNIVERSO (Sap 1,17)
(Ornaghi Giuseppe)


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Indice:

1. Introduzione
2. Lo Spirito Santo nell'A.T.
3. Lo Spirito Santo nel N.T.
4. Gesù promette e dona lo Spirito
5. Gesù dona lo Spirito
6. Il dono dello Spirito e la nascita della comunità cristiana
7. La Parola e lo Spirito
8. I doni dello Spirito Santo e il loro rapporto con la vita spirituale
9. Lo Spirito nella vita del cristiano
10. La preghiera cristiana
11. Lo Spirito è l'edificazione del corpo di Cristo, che è la Chiesa

 

 

 

 

 

1. Introduzione

• Noi sappiamo poco della "Vita di Dio"; quello che sappiamo ci è stato rivelato.
Dio non ci ha trattati come servi tenuti all’oscuro di tutto, ma ha voluto rivelare la sua vita in modo graduale, per non essere frainteso.
• L’idea dello Spirito si collega spontaneamente con quella del mistero.
Questo giudizio lo da Gesù stesso parlando a Nicodemo: "e non sai di dove viene né dove va" (Gv 3,8).
• Ma l’idea dello Spirito si collega anche con la vita. È ancora Gesù che parla: "Le mie parole sono spirito e vita" (Gv 6,63).
• Nel Vangelo di Giovanni è affermato che lo Spirito è dono di Gesù e opera in suo favore.
Lo Spirito Santo non è un personaggio "spaesato" messo a fianco di Gesù, ma ha come attività specifica di far sorgere, approfondire e rafforzare la fede in Gesù.
• Lo Spirito, quale forza dinamica di Dio, è concepito in diverso modo secondo le particolari situazioni delle varie epoche della storia della salvezza.
Da quello che lo Spirito fa si scopre chi è, anche se la Bibbia non è un trattato teologico.

2. LO SPIRITO SANTO NELL’A.T.

2.1 - Spirito (Ruah, Pneuma) occupa un posto eminente nel V.T.
È citato 380 volte e significa: vento, corrente d’aria, respiro, soffio di vita.
Indica in primo luogo la forza misteriosa e terribile di cui si serve Dio per eseguire i suoi disegni nella creazione e nella storia della salvezza.
Questo intervento consiste prevalentemente nel potenziamento delle capacità fisiche e intellettuali di uomini chiamati a compiti o missioni difficili o di governo. La concezione dello Spirito si affina a mano a mano che il popolo progredisce culturalmente.

2.2 - Le più antiche manifestazioni dello Spirito di Dio sono quelle sui giudici d’Israele, personaggi carismatici suscitati da Dio per liberare o guidare il popolo in momenti particolarmente difficili della sua storia, nel periodo tra la conquista di Canaan e l’instaurazione della monarchia.
Sono interventi transeunti, che danno forza e coraggio.
Es: Otniel (Gdc 3,10), Gedeone (Gdc 6,34), Jefte (Gdc 11,29). Il più evidente è Sansone (Gdc 13,25 e ss.).

2.3 - Interventi permanenti dello Spirito Santo.
Quando nasce la monarchia il re rappresenta il punto di riferimento necessario di tutta la vita del popolo di Dio. Per questo si pensa che il re debba avere uno speciale rapporto con lo Spirito di Dio.
Da questo rapporto provengono tutti gli aiuti necessari per governare saggiamente.
• Come figura del re ideale si propone Davide, il quale ricevette l’unzione regale e lo Spirito Santo in forma permanente.
"Lo Spirito del Signore penetrò in lui da quel giorno in poi" (1Sam 16,13).

2.4 - Lo Spirito Santo e i Profeti.
Una manifestazione permanente dello Spirito la troviamo nei profeti.
Per questo aspetto si prendono in considerazione i profeti "classici", il cui messaggio è confluito in scritti, spesso per opera dei discepoli, che iniziarono la loro attività profetica nel sec. VIII con Amos e Osea.
La presenza dello Spirito è messa in relazione con la parola di Dio: "Così dice il Signore...".
Solo dopo l’esilio appare chiara la connessione tra lo Spirito e la parola profetica; soprattutto in Ezechiele.
Con la caduta della monarchia, il punto di riferimento fondamentale per la vita del popolo di Dio, rimane il profeta.
Lo Spirito spiega l’origine e il valore divino della parola profetica; poi lo Spirito attesta che il profeta è lo strumento di salvezza, che guida alla salvezza; ruolo prima esercitato dai re.
Questa concezione spingerà a leggere tutto il passato come rapporto di dialogo tra lo Spirito di Dio "mediato" dai profeti e il popolo. "Indurirono il cuore come un diamante per non udire la legge e le parole che il Signore degli eserciti rivolgeva loro mediante il suo Spirito, per mezzo dei profeti del passato" (Zc 7,12).

2.5 - Lo Spirito nei tempi messianici.
Come si è visto, l’azione dello Spirito di Dio è la manifestazione della protezione del Signore verso Israele, della sua attività salvifica. Lo Spirito opera negli uomini scelti da Dio per salvare e condurre il suo popolo.
• Esso esprime la realizzazione degli impegni presi dal Signore con Israele mediante l’alleanza al Sinai. Per questo motivo si può pensare a una forte manifestazione dello Spirito di Dio nei tempi messianici. La pienezza dei tempi sono la pienezza dello Spirito.
• Per quanto riguarda il Messia abbiamo due oracoli profetici: Is 11,1-9; 42,1-7.
Il primo riflette il tempo della monarchia: la salvezza futura sarà affidata a un re ideale, che avrebbe eliminato le inadempienze dei re storici. Il futuro re davidico avrebbe ricevuto il dono permanente dello Spirito ("riposerà su di lui"). Grazie a questo dono egli governerà con sapienza e farà rifiorire la giustizia e la pace. Un nuovo paradiso terrestre insomma.
Questo re riassumerà tutte le qualità migliori degli antenati: sarà saggio e intelligente come Salomone, prudente e coraggioso come Davide, pieno di conoscenza e timore di Dio come i patriarchi.
Il secondo oracolo (Is 42,1-7) con la figura del Servo di Jhwh ci porta all’esilio e al postesilio, quando ormai la struttura portante del regime di alleanza non è più la monarchia, ma il profetismo.
È logico allora che la figura del futuro Messia sia più riflessa nel re, ma in un profeta. Il Servo, investito dallo Spirito è abilitato a compiere la missione di profeta.
• Se lo Spirito è l’energia con cui Dio attua il proprio impegno di alleanza, esso dovrà essere presente anche nella nuova alleanza per operare il rinnovamento morale e religioso. Anzi in Ezechiele (36,25-27) questa presenza dello Spirito investirà non solo il Messia, ma tutto il popolo per una rigenerazione individuale.
Questo avverrà in tre tappe:
a. La prima sarà la purificazione dai peccati (v. 25) che fa prendere coscienza della propria situazione suscitando il desiderio di perdono.
b. Questa purificazione sarebbe inefficace se l’uomo rimanesse quello di prima. Perché abbia la sua efficacia occorre un mutamento radicale; viene promesso un "cuore nuovo", "uno spirito nuovo" (v. 26), che equivale al dono di un animo attento e docile ai richiami di Dio, a differenza del cuore ottuso e insensibile.
c. Infine abbiamo la promessa del dono stabile dello Spirito di Dio. (v. 27) "Porro il mio Spirito dentro di voi". Dimorerà in noi quale principio di vita morale ben vissuta.

3. LO SPIRITO SANTO NEL N.T.

3.1 - Lo Spirito Santo pervade tutto il N.T. essendo la vita stessa di Dio comunicata agli uomini per mezzo di Gesù.
È logico che i discepoli all’inizio, abbagliati dalla gloria inattesa della risurrezione, abbiano concentrato su di essa la loro attenzione e predicazione (cfr. At 2,22; 3,12; 4,8-12...). Poi gradualmente la loro contemplazione del Risorto si estese compiendo una riflessione su tutta la vicenda messianica, specialmente soffermandosi sui fatti più significativi della vita di Gesù.

3.2 - Lo Spirito di Dio e l’origine di Cristo.
Gli evangelisti Matteo e Luca mettono già in evidenza la dimensione trascendente fin dall’inizio della vita di Cristo.
Luca specialmente fa una splendida composizione di elementi per dimostrare la divina filiazione di Gesù fin dal concepimento per opera dello Spirito Santo, avvenuta per la potenza di Dio (Lc 1,35): "Spirito Santo", "potenza", "sotto la sua ombra", "Figlio di Dio". La concezione per opera dello Spirito Santo sottolinea che il mistero della persona di Cristo va al di là di ciò che appare all’esterno.
Quella gloria, che apparirà in modo nuovo alla fine della vita terrena di Cristo e pienamente alla fine dei tempi, è già adesso realmente presente in Lui, anche se ancora nascosta. Luca anticipa nell’Annunciazione i temi della gloria finale, già presenti all’origine umana di Cristo.
Luca non penetra nella preesistenza di Cristo, come fa Giovanni, ma lascia intravedere il mistero nascosto in Dio.

3.3 - Lo Spirito Santo nel Battesimo di Gesù.
Gesù è nato per opera dello Spirito Santo, quindi in pieno possesso dello Spirito. Nei momenti "forti" della propria esistenza fa esperienza sempre nuova e sempre più intensa di questo "meraviglioso compagno di viaggio".
• Il battesimo rappresenta il primo momento significativo.
Del battesimo di Gesù ci interessa l’esperienza religiosa che Egli visse in quella circostanza.
a. Gesù manifesta l’intenzione di venire a farsi battezzare da Giovanni (Mt 3,13).
b Gesù vide i cieli aprirsi e lo Spirito scendere su di Lui (Mt 3,16; Mc 1,10; Gv 1,32-33). Lo Spirito discende e rimane su Gesù.
c. La voce divina udita e diretta a Gesù (Mc 1,11; Lc 3,22).
La volontà di solidarizzare con i peccatori lo ha spinto a ricevere il battesimo di penitenza, sicuro di fare la volontà del Padre.
Lo Spirito sceso su Gesù ne indica la sua attività profetica, come annunciato da Isaia (42,1 ss).
Lo Spirito Santo inaugura il ministero messianico di Gesù.
Lo Spirito è anche per Gesù "luce e forza" per affrontare il ruolo di Servo sofferente.
Nella sinagoga di Nazareth Gesù inaugura la predicazione con la potenza dello Spirito Santo, spiegando il passo di Isaia (61,1-2 - cfr. Lc 4,14-19).

3.4 - Lo Spirito Santo nella vita pubblica di Gesù.
Dai Vangeli risulta che Gesù, durante la sua attività messianica, è molto cauto nel collegarsi allo Spirito di Dio e anche per parlarne.
Quando parla dello Spirito lo fa nella linea della tradizione dell’A.T.
Per trovare delle affermazioni esplicite sul ruolo e la personalità dello Spirito, dobbiamo attendere gli ultimi istanti della vita terrena di Gesù quando Giovanni riferisce i discorsi di addio (Gv 14-16).

• Matteo e Marco
Per questi due evangelisti, lo Spirito di Dio manifesta la sua azione in Gesù mediante le guarigioni, le liberazioni da possessioni diaboliche, cioè nello sconfiggere il regno di satana e inaugurare il regno di Dio (Mt 12,15-21; Mc 3,22-30). Lo Spirito è la forza misteriosa che dà all’azione di Cristo il suo carattere straordinario e unico. Manifesta la presenza di Dio nel mondo; non riconoscere in Gesù questa presenza di Dio, significa rifiutare volontariamente Dio stesso e quindi bestemmiare contro lo Spirito. È un peccato imperdonabile perché esprime la chiusura totale allo Spirito, cioè a Dio.

• Luca
Luca mostra più attenzione alla presenza dello Spirito in Gesù. Preferisce mettere lo Spirito in relazione con la parola di Cristo piuttosto che con i miracoli (Lc 4,14-21).
Tutto il vangelo di Luca fa vedere come Gesù adempie ciò che promise a Nazareth, per cui tutto l’operato di Cristo appare in realtà come opera dello Spirito Santo.
Luca fa notare che, come lo Spirito è all’origine dell’essere di Cristo (1,35), così lo Spirito è all’inizio dell’attività messianica.

4. GESÙ PROMETTE E DONA LO SPIRITO

La promessa e il dono dello Spirito Santo da parte di Gesù vengono presentati soprattutto dal vangelo di Giovanni.

4.1 - La promessa (Gv 7,37,39).
Nella struttura del Vangelo di Giovanni le grandi rivelazioni avvengono per lo più durante le festività liturgiche ebraiche. La promessa dello Spirito avviene durante la festa delle capanne (sukkoth), che si celebrava in autunno.
Era una festa agricola di ringraziamento per il raccolto dell’annata (Es 23,16; Dt 16,13-15) e di propiziazione per le piogge d’autunno (Zc 14,17).
In questa festa ogni famiglia erigeva una capanna di fronde nel cortile o sul tetto di casa per ricordare i 40 anni trascorsi nel deserto e per la presenza di Dio nella tenda in mezzo al popolo.
Il rito dell’acqua ricordava lo zampillo dalla roccia patrocinato da Mosè per dissetare il popolo.
Gesù fece la promessa dello Spirito proprio durante il rito dell’acqua. Gesù si presenta come la vera roccia del deserto e il vero tempio escatologico da cui scaturisce l’acqua della salvezza definitiva. Egli è il punto di confluenza di tutte le antiche promesse.
"Se qualcuno ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno" (Gv 7,37-39).
Gesù invita gli assetati a venire a Lui; chi crede troverà da bere in Lui.
L’evangelista spiega che l’acqua è lo Spirito che Gesù donerà quando sarà stato glorificato.
È chiaro che lo Spirito è raffigurato dai fiumi di acqua viva. Chi crede riceverà quest’acqua scaturita dal Cuore di Gesù.
Probabilmente il credente non è solo ricevitore del dono dello Spirito, ma è chiamato a effondere all’esterno l’abbondanza di quel dono.
Anche i credenti sono resi donatori fecondi: come si realizzerà questa fecondità, saranno altri contesti a definirla.

4.2 - I discorsi di addio.
Questi discorsi rivelano molte cose sullo Spirito.
Per prima cosa sono i nomi dati allo Spirito:
"Spirito della verità" (14,17; 15,26; 16,13), "Spirito Santo" (14,26), "Paraclito" (14,16.26; 15,26; 16,7), lo Spirito è "un altro Paraclito" (14,16); quindi il primo è Gesù.
Alcuni vv. significativi: Gv 14,16; 14,26.
Il contesto è la partenza di Gesù: la partenza è accompagnata dalle promesse: vi preparerò un posto e vi prenderò con me (14,3), ciò che chiederete nel mio nome lo farò (13), pregherò il Padre per l’invio di un altro Paraclito (16), non vi lascerò orfani (18), chi mi ama lo amerò e mi manifesterò a lui (21), il Padre lo amerà a noi verremo a lui (23).
Ancora sulla scia delle promesse troviamo la seconda affermazione sullo Spirito: "Lo Spirito Santo che il Padre vi manderà, vi insegnerà e vi ricorderà tutto" (26).
• Lo Spirito Santo è in qualche modo, il personaggio risolutivo di tutte queste promesse.
Lo Spirito ha come funzione di stare con i discepoli, per rivelare.
La pienezza del dono della rivelazione costituisce l’oggetto dell’azione "memorizzatrice" dello Spirito. Quando noi facciamo "memoria" di Cristo, lì c’è lo Spirito. Gv 15,26.
È inserito in un contesto di predizioni sul comportamento del mondo. Mentre nel cap. 14 si intravedeva la radice del rifiuto del mondo di amare Gesù (vv. 21-22), ora questo rifiuto è esplicito. Il mondo odia Gesù e i suoi.
È un odio non motivato: lo Spirito è mandato per darne testimonianza. Gesù è venuto, ha parlato; il partito avverso Lo ha odiato, nonostante le numerose opere e segni compiuti.
L’atteggiamento del mondo è peccato.
I discepoli che sono con Gesù fin dall’inizio, condividono anche l’odio che il mondo ha per Gesù.
Lo Spirito rende testimonianza che il mondo sbaglia a condannare Gesù e i discepoli.

5. GESÙ DONA LO SPIRITO

Gli ultimi avvenimenti di Gesù sul Calvario sono collocati da Giovanni in cinque scene composte con cura e poggianti ognuna su una citazione della Scrittura o su una parola di Cristo o su Cristo stesso.

5.1 - La morte di Gesù.
La morte di Gesù è descritta come "consegna o trasmissione" dello Spirito (19,30): "Chinato il capo spirò".
La prima lettura indica la cessazione della vita.
Ma l’evangelista descrive la morte con molta solennità, come il momento culminante della sua via, insistendo con il verbo "compiere". È il momento supremo che il Padre gli chiede di vivere per la salvezza del mondo. È arrivata "l’ora" di Gesù.
L’ultimo soffio vitale di Gesù che muore, diventa il soffio dello Spirito animatore della nuova creazione.
Chi accoglie questo soffio vitale è sua Madre e il discepolo prediletto, assieme alle donne ai piedi della croce.
"Paradidonai" è il verbo greco che indica trasmissione, ma che ha un significato molto pieno: trasmettere ad altri ciò che si è ricevuto a propria volta".
Gesù dona ai credenti lo Spirito da lui stesso ricevuto dal Padre.

5.2 - Il costato trafitto.
Questa pericope ha per l’evangelista un’importanza straordinaria. Dopo aver presentato la morte di Gesù come la fine della creazione dell’uomo e il fondamento della nuova alleanza (19,28-30), presenta ora la prospettiva che apre per il futuro: da essa nascerà la nuova comunità messianica. Il tema centrale è la trafittura del costato, da cui sgorgano sangue ed acqua. Troviamo qui un cumulo di simboli:
a) il sangue raffigura la morte, espressione dell’amore fino all’estremo; l’acqua è la vita (lo Spirito) che ne deriva. L’amore dimostrato è l’amore comunicato.
b) Il sangue raffigura la morte per amore; è espressione della sua gloria, della natura di Dio, che è amore fino alla fine.
Gesù sulla croce è la tenda del nuovo esodo (2,21) in cui si verifica la suprema manifestazione della gloria: dal suo fianco fluisce l’Amore che è suo e del Padre.
c) L’acqua che sgorga rappresenta lo Spirito (7,37-39) che tutti avrebbero ricevuto quando Gesù avrebbe manifestato la sua gloria.
La trafittura del costato, insegnano i Padri della Chiesa, è paragonata al vasetto di alabastro spezzato, che conteneva il profumo della Divinità; questo profumo uscito ha rivelato Dio, "Io sono" amore leale, grazia e fedeltà".

5.3 - Il dono del Risorto
Giovanni specifica: "Il primo giorno dopo il sabato", cioè l’inizio di una nuova settimana. Questo riferimento alla settimana genesiaca ha lo scopo di dire che con Cristo inizia il mondo nuovo della nuova creazione.
Nella prospettiva giovannea la sottolineatura delle piaghe toccate non ha solo lo scopo di evidenziare l’identità tra il Risorto e il Crocifisso, come nei Sinottici, ma è un richiamo di Gv 19,34-37 per accentuare che la sorgente dello Spirito è stata ormai aperta con il colpo di lancia nel costato di Cristo.
Il brano continua con l’invio in missione, il dono dello Spirito, il potere di perdonare i peccati. I discepoli sono resi partecipi della missione di Cristo, amati come è amato Cristo inviato nel mondo.
Il loro equipaggiamento non sarà solo l’autorità che nasce da questo mandato, ma sarà costituito dalla stessa energia divina che sostenne Cristo: lo Spirito.
Infine questa forza dello Spirito si manifesta, nel tempo della Chiesa, nel rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena comunione con la Trinità: il peccato del mondo.

6. IL DONO DELLO SPIRITO E LA NASCITA DELLA COMUNITÀ CRISTIANA

6.1 - "Al compiersi del giorno della Pentecoste..." (At 2,1).
La Chiave di lettura è la prima parola: non si tratta di una fine "cronologica", ma dell’avverarsi della promessa fatta più volte da Gesù (Lc 24,49; At 1,5-8) e dai profeti.
È l’evento ultimo, segno sicuro di salvezza.
Si viene a dire che il disegno salvifico di Dio non si compie solo nella morte-esaltazione di Cristo, ma che esso ha la sua piena e ultima attuazione nel dono dello Spirito.
Facendo un parallelismo con l’A.T., Luca sottolinea alcuni elementi per descrivere la nascita del popolo escatologico. Il Cenacolo è visto come il nuovo Sinai, dove, tramite il dono dello Spirito, viene realizzata la nuova alleanza promessa. La nuova legge si identifica con il dono dello Spirito. L’esaltazione di Gesù "salito al cielo" è un parallelo con la salita al Sinai di Mosè per avere la legge e negoziare l’alleanza con Dio. Lo Spirito scende su "tutti"; la ricomposizione del gruppo, rappresenta il nuovo popolo di Dio (At 2,1-13).
C’è una intenzionalità negli Atti di allargare il gruppo, offrendo numeri sempre più grandi: i dodici, i centoventi, le lingue parlate...

6.2 - Gli "Atti degli Apostoli" è il libro che descrive l’azione dello Spirito Santo nei primi 30 anni della vita della Chiesa. È presentato come l’anima della Chiesa, che manifesta questa presenza nei vari personaggi (Pietro, Paolo, Stefano, Barnaba...).
Mostra anche che lo Spirito Santo qualche volta agisce con noi, e qualche volta contro di noi. Con la presenza dello Spirito Santo dovremmo avere dei risultati sorprendenti; invece il lato umano della Chiesa a volte ostacola il lavoro dello Spirito. Basti pensare che abbiamo avuto 39 antipapi e 4 Papi contemporanei, per far finire anche l’organizzazione più perfetta. "Di che cosa vive la Chiesa? Dello Spirito Santo" (Paolo VI), quindi niente paura.

6.3 - "Ricevi il sigillo dello Spirito che ti è dato in dono" (Rit. Cr.).
Nei testi biblici e nella letteratura patristica il sostantivo "sigillo" e il verbo sigillare sono connessi con il mistero dello Spirito Santo.
Così le espressioni "donare lo Spirito" e "dono dello Spirito" si rifanno a testi biblici.
Nel colloquio con la samaritana Gesù le dice: "Se tu conoscessi il dono di Dio" (Gv 4,10); questo dono viene poi espresso con l’immagine dell’acqua viva. Il significato dell’acqua viva è la rivelazione, e in profondità: lo Spirito fa penetrare la rivelazione nella coscienza del credente (Gv 7,37-39).
• Alla conclusione del discorso di Pentecoste, Pietro, rispondendo alla domanda degli ascoltatori, dice: "Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo" (At 2,38).
• Simon mago voleva comperare il "dono di Dio" con denaro (At 8,19-20) e Pietro lo minaccia di perdizione.
• Di fronte alla discesa dello Spirito Santo sui pagani in casa di Cornelio, i fedeli circoncisi che erano venuti con Pietro si meravigliavano che anche sopra quelli "si effondesse il dono dello Spirito Santo" (At 10,45; 11,17).
A coloro che hanno ricevuto l’iniziazione cristiana, la lettera agli Ebrei dice: "Quelli che sono stati una volta illuminati (battezzati), che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo" (Eb 6,4).
• Il dono nel suo significato dice relazione all’amore e stabilisce unione tra colui che dona e colui che riceve il dono. Per questo s. Paolo può scrivere: "L’amore di Dio che ci è stato donato" (Rm 5,5).
• Nel dono dello Spirito, Dio Padre ci ama e in questo dono noi possiamo ricambiare il Padre con amore filiale.
• Il sigillo impresso nel cristiano manifesta la sua appartenenza a Dio e a Cristo e la sua inviolabilità da parte delle potenze nemiche del demonio e del male.

6.4 - Lo Spirito Santo crea la comunione piena con Dio.
Il dono pentecostale dello Spirito non è dato solo in ordine agli effetti del "parlare" carismatico o a quelli della testimonianza profetica. Questi elementi ci sono; ma non sono gli unici.
Questi doni sono finalizzati allo scopo essenziale, che è quello di creare quell’incontro dell’uomo con Dio, che segna l’inizio della vita nuova di piena comunione con Lui.
Questo dato risulta chiaramente negli Atti degli apostoli (2,37-41): "All’udire questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: - Che cosa dobbiamo fare, fratelli? -. E Pietro disse: - Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro -".
Il dono dello Spirito, come è descritto negli Atti (2,38) può essere teologicamente interpretato come evento di grazia che l’uomo riceve nel contesto dell’iniziazione cristiana.
Il processo ha una serie di passaggi:
1 L’annuncio della Parola di Dio. Nella Pentecoste abbiamo il duplice annuncio.
2 L’ascolto salvifico, che suppone un animo onesto e sincero, il quale ascolti l’appello di Dio nella predicazione.
3 La fede che scaturisce dall’ascolto. Possiamo anche chiamarla "accoglienza" della Parola.
4 La conversione che dice la piena adesione alla Parola, rinunciando alla propria logica umana per entrare in quella di Dio.
5 La ricezione del battesimo, come segno e riconoscimento dell’autenticità dei momenti precedenti. Lo Spirito è presente dall’inizio alla fine.

6.5 - Riflessioni.
a. Il battesimo è irripetibile; esso segna l’inizio di un cammino. È lo Spirito Santo che ci ha fatti cristiani e ci fa cristiani. Dice s. Agostino: "Cristiani: piccoli Cristi nel grande Cristo".
b. Il cristiano è un individuo che nel battesimo è stato mutato, trasformato e cambiato in Cristo. Il cristiano è il quadro restaurato dopo il peccato originale: dopo il restauro è risultato migliore (S. Ambrogio).
c. Il fonte battesimale è paragonato al seno di Maria: "Quod dedit Matri, dedit aquae" (s. Leone Magno). Il fonte battesimale era considerato da s. Ambrogio come il "Tabernacolo dello Spirito Santo". S. Agostino definiva la Chiesa "Societas Spiritus Sancti".
d. Lo scopo dello Spirito Santo è quello di renderci sempre più conformi a Cristo. S. Paolo dice che noi nel battesimo siamo rivestiti di Cristo. Questo a livello ontologico; ma a livello psicologico dobbiamo indossare quotidianamente, prendere coscienza dello Spirito che è in noi. La santità è un cammino: se diciamo basta, siamo perduti! Essere "pueri senes, senes pueri", dice s. Ambrogio. Sempre pronti come bambini e saggi come adulti.

7. LA PAROLA E LO SPIRITO

7.1 - Nel fatto di Pentecoste si nota un legame stretto tra lo Spirito e la Parola (At 2,4). Il "parlare carismatico" è frutto della pienezza dello Spirito.
La Parola fa da mediazione tra lo Spirito e la conversione. L’annuncio porta alla conversione e al dono dello Spirito.

7.2 - Luoghi ecclesiali dove lo Spirito opera.
• La catechesi: proprio perché siamo diventati cristiani in età infantile e altri hanno assunto per noi gli impegni battesimali, la catechesi si rivela di primaria importanza. Essa fa prendere coscienza della propria fede e fa approfondire i contenuti della medesima.
La catechesi non è un momento culturale religioso, ma mira a far vivere la fede. Per vivere la fede c’è bisogno della presenza dello Spirito.
Nella Esortazione Apostolica "Catechesi tradendae", Giovanni Paolo II scrive: "Lo sguardo del cuore si volge verso colui che è principio ispiratore di tutta l’opera catechetica e di coloro che la compiono: lo Spirito del Padre e del Figlio, lo Spirito Santo... Lo Spirito è promesso alla Chiesa e a ciascun fedele come Maestro interiore che, nel segreto della coscienza e del cuore, fa comprendere ciò che s’è bensì udito, ma che non si è in grado di afferrare.
‘Lo Spirito Santo istruisce fin d’ora i fedeli - diceva in proposito s. Agostino - nella misura in cui ciascuno è capace di intendere le cose spirituali, e accende nel loro cuore un desiderio di conoscere tanto più vivo, quanto più ognuno progredisce nella carità, grazie alla quale ama le cose che già conosce e desidera conoscere quelle che ignora’.
La missione dello Spirito è, inoltre, quella di trasformare i discepoli in testimoni di Cristo: ‘Egli mi renderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza’ (Gv 15,26-27).
La catechesi, che è crescita nella fede e maturazione della vita cristiana verso la pienezza, è conseguentemente opera dello Spirito Santo..." (C.T. n. 72).
Paolo VI nella Esortazione Apostolica "Evangelii nuntiandi" parlando dell’evangelizzazione, proponeva lo stesso discorso Poiché nelle nostre chiese, la catechesi coincide sovente con l’evangelizzazione di battezzati che di fatto non conoscono quasi nulla della loro fede, è opportuno riflettere su quanto il Papa ha detto:
"Lo Spirito è l’anima di questa chiesa. È Lui che spiega ai fedeli il significato profondo dell’insegnamento di Gesù e del suo mistero... Le tecniche dell’evangelizzazione sono buone, ma neppure le più perfette tra di esse potrebbero sostituire l’azione discreta dello Spirito.
Se lo Spirito di Dio ha un posto eminente in tutta la vita della chiesa, Egli agisce soprattutto nella missione evangelizzatrice: non a caso il grande inizio dell’evangelizzazione avvenne il mattino di Pentecoste, sotto il soffio dello Spirito..." (E.N. n. 75).
• L’Anno liturgico: non è fuori luogo ricordare l’esperienza dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35).
Il fatto va letto con l’ottica teologica di Luca. Egli, in chiusura del suo vangelo vuol dirci che la presenza di quel Cristo, di cui ha proclamato la vicenda storica, non è cessata con i fatti pasquali della sua morte e risurrezione, ma che continua oggi nella comunità ecclesiale, soprattutto nei momenti dell’ascolto comunitario della parola, e nello spezzare il Pane eucaristico.
"Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del vangelo risuona nella chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la parola di Cristo" (DV n. 8).
Nella Scrittura, liturgicamente proclamata, risuona in effetti la voce stessa dello Spirito (DV n. 21).
Nella proclamazione liturgica "la Parola di Dio viene impressa nel cuore dei fedeli per opera di Spirito Santo". Veramente la liturgia è Epifania dello Spirito.
• La "Lectio divina".
Essa consiste nella lettura personale della Scrittura in clima di preghiera. Non si tratta di aprire la Bibbia per il solo motivo di "istruirsi" o per studio.
Si tratta di farne un "uso religioso" della Parola di Dio. Ci si mette in ascolto della Parola di Dio per entrare in comunione con Lui. È una lettura fatta in clima di fede.
Siamo di fronte a quello che la teologia monastica chiamava "ruminazione, masticazione" della Parola.
La meditazione sfocia poi nella preghiera ardente e contemplativa: "L’anima vede dunque che non può giungere con le sue forze alla dolcezza della conoscenza e dell’esperienza, oggetto del suo desiderio... Allora si umilia e si rifugia nell’orazione" (Guigo II il certosino).
Nei maestri monastici medievali spesso la lectio divina si ferma alla contemplazione, che è il postulato fondamentale del loro stile di vita.
Tuttavia la tradizione cristiana non ha mai dimenticato il momento risolutivo dell’attualizzazione.
"Le Scritture non ci sono state date perché le conservassimo solo scritte nei libri, ma perché le scolpissimo nel cuore" (s. Giovanni Crisostomo).
E s. Gregorio Magno, espressione classica dello spirito pratico latino, ammoniva: "Dobbiamo in effetti assimilare ciò che leggiamo, affinché, trovando lo spirito uno stimolo nelle sue letture (della Scrittura) la vita concorra a realizzare nei propri atti l’insegnamento ricevuto".
Si tratta di entrare in comunione con Dio attraverso la sua Parola.
"Poiché la carne di Cristo è il vero cibo e il suo sangue è la vera bevanda, nel tempo presente noi abbiamo questo beneficio si ci nutriamo della sua carne e beviamo il suo sangue, non soltanto quando partecipiamo all’Eucaristia, ma anche quando ascoltiamo la Scrittura" (S. Gerolamo).
• Si comprende allora come la lectio postuli un’intensa presenza dello Spirito, nella convinzione che, se "tutte le parole di Dio contenute nelle Scritture... sono piene di Spirito Santo" (s. Ilario di Poitiers), per cui "la parola è vivente per mezzo dello Spirito che vi riposa, come si è posato sul Figlio", ne deriva che si deve parlare di un "modo eucaristico di consumare la parola".
Non possiamo capirla senza l’aiuto dello Spirito Santo.
Nello Spirito queste parole furono dette e nello stesso Spirito devono essere spiegate.

8. I DONI DELLO SPIRITO SANTO E IL LORO RAPPORTO CON LA VITA SPIRITUALE

8.1 - Che cosa sono i doni dello Spirito Santo?
S. Tommaso dice che sono disposizioni abituali, che permettono all’uomo di ubbidire e seguire prontamente le mozioni dello Spirito Santo (I, II, 68,3).
Questo significa che con i doni dello Spirito Santo sono infuse nell’uomo particolari disposizioni mediante le quali l’uomo agisce nell’amore del Signore, comprende i suoi misteri, è illuminato da un principio intuitivo.
Dice ancora s. Tommaso che sotto l’azione dello Spirito Santo l’uomo è capace di pensare e vivere divinamente, di lasciarsi guardare e guidare da Dio.

8.2 - Inserimento dei doni nella vita spirituale.
Nel battesimo noi riceviamo la grazia di Dio e siamo trasformati in creature nuove. La grazia santificante è uno stato, una vita nuova.
Questa nuova vita agisce mediante le virtù teologali infuse che hanno per oggetto Dio, e le virtù morali infuse ed acquisite, che hanno per oggetto le creature.
Queste virtù teologali (fede, speranza, carità) e le virtù morali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza), sperimentano nel loro esercizio il contraccolpo delle imperfezioni dell’uomo. Fanno difficoltà a decollare. S. Paolo diceva: "Voglio il bene e faccio il male". La natura umana è redenta, ma è ancora bloccata, inceppata nella via del bene. Le virtù non riescono ad esprimersi al meglio.
• A questo punto entrano i doni dello Spirito Santo. Essi sono "l’Unzione dello Spirito Santo", i lubrificanti.
Con i doni Dio agisce direttamente nella natura umana e l’uomo si lascia guidare e trasportare dal suo amore travolgente.
• Per mezzo dei doni Dio agisce nel cuore dell’uomo.
Ancora s. Paolo scriveva: "Non sono più io che vivo, Cristo vive in me" (Gal 2,20).
• Molte persone, pur desiderose di perfezione, rimangono prigioniere delle loro paure, dei loro sospetti, impedendo così a Dio di agire.
"Non vogliate contristare lo Spirito" (Ef 4,20), come a dire "non impedite allo Spirito con le vostre paure, le vostre indecisioni, la vostra sensualità, il vostro orgoglio". I doni permettono di agire facilmente, prontamente e con gioia. Il segreto della santità non è il proposito di farci santi, ma di permettere allo Spirito Santo di farci santi secondo il "suo" progetto.

8.3 - Necessità dei Doni.
• I doni sono necessari alla nostra salvezza:
- perché il nostro organismo spirituale è imperfetto;
- perché la visione di Dio, nostro fine, supera le nostre capacità;
- perché l’uomo durante tutta la sua vita è dominato da tre vizi: concupiscenza della carne, degli occhi e superbia della vita.
L’uomo debilitato a causa del peccato vive in una natura ferita che lo fa soffrire. Secondo s. Tommaso quattro sono le malattie da curare:
- la stoltezza: agire al di fuori della ragione. È stolto chi è dominato dall’istinto (Il ricco stolto, in Lc 12,16);
- l’ignoranza: mancanza di illuminazione interiore, specialmente nel riguardo dei valori. È ignorante chi non vede ed è superbo chi non accetta suggerimenti (Il ricco epulone, in Lc 16,19-31);
- l’ottusità: chiusura mentale alla verità. L’ottuso è prigioniero del suo IO e del suo egoismo (Erode, Pilato);
- la durezza di cuore: la chiusura all’amore. Il duro di cuore ama solo se stesso, ama poco e male (I Fairsei, i Sommi Sacerdoti, gli Apostoli in Mt 9,4 e 19,8; Lc 24,25.38).
- Accanto a queste malattie spirituali ci sono anche quelle psicologiche: affettività distorta, bisogno di protezione, volontà di emergere, di dominare, manie di persecuzione, timidezze, ansie...
È importante ritrovare il proprio equilibrio psicologico prima di compiere grandi imprese. Il tempo "perso" per aggiustarci è tutto a favore del lavoro successivo.
Una bella pagina evangelica è quella di Mt 6,25-34: "Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?...".

8.4 - I doni.
Il Catechismo, seguendo Is 11,2, elenca sette doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio. La sapienza è il dono più alto; il cammino verso la sapienza inizia con il timore del Signore (Sir 1,12). "Inizio della sapienza è il timore del Signore".
Allora iniziamo da questo dono.
Il timore del Signore - Il timore del Signore non è da confondersi con la paura che nasce dal peccato, dall’infedeltà o dal servilismo...
È piuttosto una disposizione abituale che lo Spirito Santo introduce nell’anima per tenerla nel dovuto rispetto davanti a Dio. Il timore del Signore ha effetti molto importanti: ci aiuta a fuggire ciò che dispiace a Dio e quindi ci aiuta nella custodia del cuore e nella vigilanza per evitare il peccato o riparare al male fatto.
Uno dei frutti migliori che lo Spirito Santo ci elargisce in questo dono è il sacramento della Penitenza. In esso la grazia sacramentale guida e sostiene il confessore, anima il penitente, dà efficacia al gesto e alla parola.
In ogni confessione va ravvivata la fede perché in essa avviene l’incontro con Cristo che ci dona lo Spirito Santo. Il timor di Dio è la porta d’ingresso della vita spirituale, è la bussola che ci fa cercare Dio.
Tiene vivo il timor di Dio l’assiduo ascolto e la meditazione della parola di Dio.
Le figure che meglio descrivono questo dono sono: Simeone e Anna (Lc 2,25-38).
La fortezza - La fortezza è il dono che fortifica la volontà, rende perseveranti nelle opere buone, rende saldi e stabili nell’esercizio della virtù e nei propositi di santità. La nostra debolezza e indolenza ci rende indecisi e incostanti nella vita spirituale (terreno sassoso).
Questo dono è essenziale per mantenere salda la fede soprattutto nelle situazioni difficili e di contrasti (Stefano e i martiri).
La fortezza ci rende uomini coraggiosi, dei lottatori contro le forze del male.
Molti cristiani sono fiacchi perché concepiscono la vita cristiana non come progetto da realizzare, ma come una pratica da sbrigare. Altri sono animati da grandi desideri, ma si sentono fragili e deboli: ecco allora il dono della fortezza offerto proprio per supplire alla deficienza umana.
Il dono della fortezza va tenuto sempre presente, specialmente per l’aiuto che può dare nell’osservanza dei voti.
Nei momenti di stanca spesso si filtra il moscerino e si ingoia il cammello.
La pietà - È il dono per cui Dio guarisce il cuore da ogni forma di durezza e lo apre alla tenerezza affettiva verso Dio e il prossimo.
La pietà di Dio verso gli uomini è così grande da arrivare al punto di donarci suo Figlio. Gesù è il mistero della pietà (1Tm 3,16).
Il Padre, dopo averci donato il Figlio, come non ci donerà con Lui ogni cosa? (Rm 8,32).
Gesù non è solo il "sì" della pietà del Padre, ma anche il "sì" della pietà detta al Padre (Gv 8,29). "Ecco io vengo, o Dio, per fare la tua volontà" (Eb 10,5). Nelle lettere pastorali (1 e 2Tm e Tito) il tema della pietà acquista una particolare valenza: la pietà è adorazione, adempimento della volontà di Dio, rispetto, gratitudine, sottomissione alla parola di Gesù.
Per questo dono l’uomo non solo da agli altri quello che loro è dovuto, ma molto di più.
• Questo dono ci aiuta a pregare: suscita e sostiene la nostra preghiera, ci fa capire l’importanza della preghiera specialmente quando siamo tentati di abbreviare o trascurare i tempi.
Il tempo della preghiera è quello meglio speso; sappiamo che costa fatica. Si fa meno fatica a lavorare un’ora che a pregare un’ora. Bisogna avere il coraggio di annoiarci davanti a Dio. È necessario l’aiuto dello Spirito Santo.
Il consiglio - È il dono che ci rende capaci di giudicare con prontezza, alla luce della parola del Signore, ciò che è giusto fare nelle varie situazioni concrete della vita.
"Benedico il Signore che mi ha dato consiglio" (Sal 16,7).
Nella vita concreta ognuno di noi si trova nella necessità di fare scelte concrete, di manifestare idee, di assumere comportamenti... Chi ci deve aiutare? L’istinto, la simpatia, la ragione, l’antipatia?...
Lo spirito del consiglio ci viene donato per superare le prevenzioni, i pregiudizi, per fare scelte conformi alla ragione e alla fede.
Questo dono semplifica al massimo il cammino spirituale e da la direzione giusta.
• In questo dono troviamo il discernimento. Discernere vuol dire saggiare, verificare.
Discernere per noi vuol dire formarci una coscienza giusta, retta.
Il discernimento è importante sia per chi ha delle responsabilità, sia per chi le deve assumere: tutti e due devono capire. Prendere decisioni è difficile, metterle in pratica non è facile; almeno alcune volte!
Il consiglio illumina l’intelletto, riscalda e muove la volontà, ci da forza di agire.
La scienza - I primi quattro doni che abbiamo meditato sono detti "pratici" perché aiutano a realizzare le esigenze morali del vangelo.
Con i successivi doni lo Spirito Santo aiuta la nostra fede teologale e la nostra carità.
• La scienza "è il dono che ha per attività propria comunicare il retto giudizio circa le creature’’ (s. Tommaso). Il dono della scienza fissa il cuore e la mente dell’uomo sul vero fine della vita, che è Dio e sulla funzione delle creature per raggiungere questo fine.
• "Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno" (1Gv 2,15).
• L’uomo è tendenzialmente egoista, possessivo, avaro, prepotente... Il dono della scienza ne guarisce il cuore e lo rende capace di vedere le creature nella vera luce di Dio.
Nella vita interiore questo dono allarga al massimo la virtù teologale della fede, illuminando di più il cammino verso Dio.
Il cristiano, per questo dono, non è chiamato a fuggire dal mondo, ma a slanciarsi con il mondo verso Dio.
Il cristiano deve "cristianizzare" il mondo: "Essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero possibile..." (1Cor 9,19).
L’intelletto - Il dono dell’intelletto purifica l’intelligenza dell’uomo affinché egli possa penetrare con maggior luce nel pensiero di Dio, aderirvi con gusto a gioia, per rimanervi.
Una verità ascoltata tante volte può diventare nuova se accolta con questo dono.
Quando si riesce a penetrare meglio la parola di Dio, non può che scaturire il nostro Magnificat, come per Maria che, nello Spirito, ha penetrato la volontà di Dio.
Questo dono è necessario per tre motivi:
- La difficoltà di comprendere Dio e i suoi misteri. Gesù ringrazia il Padre perché ha nascosto ai sapienti e agli intelligenti i suoi misteri rivelandoli ai piccoli (Mt 11,27).
- La difficoltà che abbiamo di capire il pensiero di Dio contenuto nelle Scritture: "Nessuno può capire questa dottrina, ma solo coloro a cui è dato" (Mt 19,11). Come si può capire il Discorso sulle Beatitudini o quello della Croce?
- Il contrasto che si crea tra la dottrina di Gesù e le nostre tendenze carnali; l’uomo che è dominato dal peccato e dalle passioni.
La sapienza - Questo dono vivifica la virtù della carità.
Il cristiano ama di più e meglio. Non si tratta di amore-sentimento, ma dell’amore-pienezza (1Cor 13,8).
La sapienza è gusto di Dio e della sua parola. Per questo dono della sapienza l’anima ama spontaneamente e si sente amata da Dio; di conseguenza effonde il suo amore sul prossimo.
Gesù paragona il sapiente all’uomo che costruisce la casa sulla roccia.
"Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia..." (Mt 7,24).
Il cuore abitato dalla sapienza diventa sorgente di pace, perché questa nasce dall’amore. Tutto si trasforma in pace per chi sa veramente amare.

9. LO SPIRITO NELLA VITA DEL CRISTIANO

9.1 - Se da un lato non è semplice dire che cosa sia lo Spirito Santo, dall’altro si può però constatare la sua azione nella vita di coloro che si lasciano da Lui dirigere. Lo Spirito, infatti, trasforma e trasfigura talmente la vita del cristiano, che il cambiamento non può passare inosservato.

9.2 - Lo Spirito rende partecipi della vita divina.
"La grazia dello Spirito Santo ha il potere di giustificarci, cioè di mondarci dai nostri peccati e di comunicarci la ‘giustizia di Dio’ per mezzo della fede in Gesù Cristo" (Rm 3,22).
"Per mezzo della potenza dello Spirito Santo, noi prendiamo parte alla Passione di Cristo morendo al peccato, e alla sua Risurrezione nascendo a una vita nuova; siamo le membra del suo Corpo che è la Chiesa, i tralci innestati sulla vite che è Lui stesso" (CCC 1987-88).
La tradizione chiama quest’opera santificatrice dello Spirito "divinizzazione". Giovanni Paolo II afferma: "Nella divinizzazione... la teologia orientale attribuisce un ruolo tutto particolare allo Spirito Santo; per la potenza dello Spirito che dimora nell’uomo, la deificazione comincia già sulla terra, la creatura è trasfigurata e il regno di Dio e inaugurato" (Orientale Lumen, 6).
Le parole del Papa fanno eco a quelle di Atanasio: "Per mezzo dello Spirito, tutti noi siamo detti partecipi di Dio... Entriamo a far parte della natura divina mediante la partecipazione allo Spirito. Ecco perché lo Spirito divinizza coloro nei quali si fa presente" (Lettere a Serapione 1, 14).

9.3 - La Grazia santificante.
S. Cirillo di Gerusalemme spiegava così la maternità verginale di Maria: "La sua nascita fu pura e incontaminata. Ove infatti spira lo Spirito, ivi viene tolta ogni macchia. Incontaminata dunque fu la nascita dell’Unigenito della Vergine". Per analogia possiamo dire che la presenza dello Spirito Santo in noi "lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina" (Seq. di Pentecoste).
La Grazia di Dio non consiste in qualche dono, ma nel dono di Se Stesso. Si domanda s. Ireneo: "Quale novità ha portato il Figlio di Dio, venendo nel mondo? Ha portato ogni novità, portando Se Stesso" (Contro le eresie, IV). Lo Spirito ci garantisce l’abitazione della SS. Trinità in noi.

9.4 - "Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui" (1Gv 3,9).
Lo Spirito si pone nell’uomo come germe di vita. Il fine del cristiano è di essere un "altro Cristo". S. Tommaso spiegando la filiazione divina dei cristiani afferma: "Il seme spirituale che procede dal Padre è lo Spirito Santo". Il seme spirituale è la grazia dello Spirito Santo.
Lo Spirito Santo innestandosi nei fedeli come "seme di vita", fa nascere "la vita in Cristo" risorto.

9.5 - Lo Spirito dispone all’accoglienza della vita divina con la fede.
Dio Padre, per mezzo dello Spirito, fa in modo che Cristo abiti nel cuore dell’uomo; il cuore nel concetto biblico è il centro dove nasce la sua opzione fondamentale.
C’è una costante nel N.T., specialmente in s. Paolo, secondo la quale non si può aderire alla predicazione del Vangelo senza il dono della fede, che viene concessa "con la potenza dello Spirito Santo" (Rm 15,9; Gal 3,1-5, 1Cor 6,11; 1Ts 1).
Ne consegue che "è impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo" (CCC 154).
Si tratta, non di una conoscenza teorica, ma di quella fede viva che coinvolge la totalità dell’uomo.
Perché l’intelligenza della Rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni (DV, 5).
Lo Spirito, dunque, nutre, approfondisce, interiorizza, personalizza sempre più questa fede, vivificando e attivando la parola della predicazione (1Ts 1,5), aiutando l’ascolto (At 1,8), e svelando il senso delle Scritture (2Cor 3,14-15).
Il primo effetto dell’animazione della fede da parte dello Spirito è quello di far aderire l’uomo alla Persona di Cristo, con tutto il suo essere. L’uomo accetta come Maestro e Signore, Gesù Cristo.
Dice il Catechismo (n. 150): "Non si può credere in Gesù Cristo se non si fa parte al suo Spirito. È lo Spirito Santo che rivela agli uomini chi è Gesù. Infatti ‘nessuno può dire Gesù è il Signore se non sotto l’azione dello Spirito Santo" (1Cor 12,3). Quando una persona è "rapita da Dio", incomincia a vedere le realtà del mondo come le vede Dio. È lo Spirito che ci aiuta a discernere quanto nella storia si oppone al piano di salvezza e apre i cuori ai misteri di Dio.
"Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che lo Spirito ci ha donato... L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito" (1Cor 2,12-14).
Il cristiano percepisce che la logica della fede non è fondata sulla "sapienza umana", ma sulla potenza e presenza dello Spirito.

9.6 - Figli di Dio per mezzo dello Spirito.
I cristiani attraverso lo Spirito salgono al Figlio e attraverso il Figlio al Padre (s. Ireneo). Diventano, come dicono i Padri, "figli nel Figlio".

Non ci si deve lasciare ingannare, dicono i teologi, dall’espressione "figli adottivi"; non si tratta di una finzione giuridica, ma di una realtà ancora più profonda della stessa generazione fisica.
Non si limita a conferire l’onore del nome, come nelle adozioni.
Si tratta di vera nascita e di vera comunione con l’Unigenito, non solo nel nome, ma nella realtà: comunione di sangue, di corpo, di vita.

9.7 - La testimonianza dello Spirito (Rm 8,14-16).
Il principio agente della filiazione adottiva è lo Spirito.
Si vive la vita vera solo se si è condotti dallo Spirito, perché essendo principio di vita, dona ai credenti la possibilità di comportarsi da figli di Dio.
Come ciò avvenga è espresso nel v. 15: "infatti" questo avviene "mediante" lo Spirito.
La conclusione al v. 16 riserva una sorpresa: lo Spirito oltre averci dato la filiazione divina, per cui invochiamo Dio come "Papà", ci offre anche la testimonianza sull’adozione avvenuta; ci fa sperimentare personalmente la divina paternità: "Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (v. 16).
Il cristiano, come Gesù, dovrà cercare costantemente la volontà del Padre, manifestando così di essere in conformità con i suoi desideri.
In Gal 4,6 viene spiegato da Paolo che la figliolanza divina è equiparata a quella del Figlio per mezzo dello Spirito del Figlio. Lo Spirito donato nel battesimo ci abilita a gridare "Abbà" come lo fa il Figlio.
L’Abbà esprime un rapporto intimo, personale con Dio. In tal modo il cristiano viene incluso nella famiglia di Dio (Rm 8,15-16).

10. LA PREGHIERA CRISTIANA

Ci accostiamo a un altro aspetto della presenza dello Spirito nella vita cristiana, quello che riguarda la preghiera. Lo Spirito suscita e realizza la preghiera cristiana del credente, sia sul piano personale che su quello comunitario.
Si può affermare che "non vi può essere alcuna preghiera cristiana senza l’azione dello Spirito Santo, che unificando tutta la Chiesa per mezzo del Figlio, la conduce al Padre" (Liturgia delle ore secondo il Rito romano. Principi e norme n. 8).
Troviamo nel N.T. numerosi passi che sottolineano queste affermazioni.

10.1 - Lo Spirito dispone il cuore dell’orante alla preghiera.
Dato che la preghiera, sia personale che comunitaria non si identifica semplicemente con dei gesti rituali o forme verbali, ma consiste nell’aprire l’animo e il cuore a Dio, il primo frutto della presenza dello Spirito è proprio quello di suscitare nel credente questa apertura al soprannaturale.
Lo Spirito di Dio si è impadronito di noi: si è fatto respiro del nostro respiro, lo Spirito del nostro spirito. Prende per così dire a rimorchio il nostro cuore e lo volge verso Dio.
È lo Spirito che, secondo Paolo, parla incessantemente al nostro spirito e testimonia che siamo figli di Dio. Portiamo continuamente questo "stato di preghiera" dentro di noi; ma il nostro cuore sonnecchia e bisogna destarlo continuamente per tutta la vita.

10.2 - Destarsi!
La preghiera deve consistere in una forma di vigilanza interiore. "Vegliate e pregate" (Mt 26,41; Mc 13,33); consiglio che risale certamente a Gesù. Per pregare bisogna ritornare al centro "redire ad cor", ritornare al cuore (Is 46,8 - Vulgata). Il cuore è il luogo della preghiera. Il Signore scruta il cuore e i reni e nulla Gli è nascosto (Ger 11,20; Sal 139,1-2-3).
È con il cuore che si desidera: Dio soddisfa il desiderio del cuore (Sal 21,3). Gesù spiega la parabola del figlio sottolineando un aspetto molto importante: "Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia, ed egli comincio a trovarsi nel bisogno... Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza" (Lc 15,11-32).
Un tesoro è nascosto nel campo del cuore; come il mercante del vangelo bisogna vendere tutto per comprare il campo e disotterrare il tesoro.
Un monaco del nostro tempo dice: "Oggi ho l’impressione che già da anni portavo la preghiera nel mio cuore senza saperlo Era come una sorgente ricoperta da una pietra. A un certo momento, Gesù ha spostato la pietra. Allora la sorgente si è messa a sgorgare e da allora continua a sgorgare".

10.3 - La preghiera dei figli di Dio (Rm 8,14-16; Gal 4,4). Contesto di Rm 8,14-16.
Questi versetti costituiscono il cuore di tutto il cap. 8, il quale sintetizza l’essenza della vita cristiana come "vita nello Spirito".
Il capitolo si articola in quattro momenti:
a. I vv. 1-11 presentano il dono dello Spirito come fonte di vita;
b. nei vv. 12-17 si specifica la "natura" di questa vita; la natura consiste nel dono della filiazione divina, per opera dello Spirito Santo.
c. Nei vv. 18-30 descrivono l’anelito di tutti (uomini e cosmo) alla pienezza della redenzione che sarà la gloria finale dove Dio manifesterà Se Stesso.
d. I vv. 31-39 concludono il capitolo affermando che tutta questa ricchezza e grazia provengono dall’amore del Padre.
Il cap. 8 della Lettera ai Romani è il capitolo dello Spirito Santo. Se lo Spirito è principio di vita nuova è anche principio di preghiera nuova.
Tra le opere buone che l’uomo redento può compiere per crescere in grazia, la preghiera ha la caratteristica unica di essere "utile a tutto" (1Tm 4,8). È lo strumento indispensabile per avanzare in tutte le virtù.
"Se vuoi cominciare a possedere la luce di Dio, prega; se sei già impegnato nella salita della perfezione e vuoi che questa luce in te aumenti, prega; se vuoi la fede, prega; se vuoi la speranza, prega; se vuoi la castità, prega; se vuoi la povertà, prega; se vuoi l’obbedienza, prega... Quanto più sei tentato, tanto più persevera nella preghiera..." (b. Angela da Foligno).
Lo Spirito "brucia" tutta la zavorra che mettiamo insieme nella preghiera: cattiverie e imperfezioni.
La prima imperfezione risiede nelle cose richieste. Spesso assomigliamo a quel contadino, di cui parla un antico maestro di spirito, che ha ottenuto udienza dal re.
Quando giunge il momento di parlare al re in persona, gli chiede di regalargli un quintale di letame per i suoi campi! (cfr. Isacco di Ninive, sec. VII, discorsi ascetici III).
Molte cose che chiediamo a Dio molte volte sono piccole e riguardanti esclusivamente la sfera materiale. Sono "letame" rispetto a quelle cose che Dio è disposto a concederci. Le cose materiali ci sono date "in aggiunta" purché noi cerchiamo "il regno di Dio e la sua giustizia" (Mt 6,33).
Lo Spirito Santo ci aiuta a chiedere quelle cose che sono secondo il disegno di Dio.
Oltre all’oggetto sbagliato, spesso è il soggetto che non funziona. S. Paolo afferma che lo Spirito prega in noi "con gemiti inesprimibili". Se potessimo scoprire come prega in noi lo Spirito, avremmo scoperto la sorgente della preghiera.
Molte volte il soggetto è preso da un’angoscia esistenziale; la paura di avvicinarsi a Dio. Lo Spirito annulla questa angoscia perché ci fa sentire familiari di Dio mettendoci sulle labbra la dolce parola di "Papà".
Questo "ABBÀ" è la confessione di fede della comunità messianica. E lo Spirito ci fa sperimentare nella vita questa paternità.
• Lo Spirito non solo predispone l’animo alla preghiera personale, ma interviene efficacemente per indirizzare alla preghiera comunitaria.
Il testo Ef 5,15-20 contiene un invito a comprendere perfettamente la volontà di Dio e indica il mezzo per raggiungere tale scopo; mezzo che consiste nel partecipare alla preghiera comunitaria.
• v. 15 - È la conseguenza di quanto è stato detto nel v. 14, cioè che il cristiano, con il battesimo è diventato luce in Cristo. Questa luce deve ora esprimersi nella vita.
• v. 16 - Dice in che cosa consiste la sapienza che Dio ci ha donato. Essa si manifesta nell’intelligente uso delle presenti circostanze della vita; sfruttare l’occasione per vivere in modo cristiano. Il tempo presente è kairòs, cioè tempo di salvezza. Anche se c’è la presenza del maligno, è in questo tempo che avviene la salvezza.
È possibile che il tempo presente diventi "tempo di salvezza", solo se conosciamo la volontà di Dio.
Qui risiede la vera sapienza cristiana.
C’è l’invito a non essere àphrones, cioè ottusi e ignoranti, gente che non pensa.
Questa conoscenza, dono dello Spirito, non è qualcosa di statico, che si riceve passivamente "una tantum", una sola volta, ma è una comprensione continuata e progressiva, per arrivare a una conoscenza profonda di fede: "Ciò che e gradito al Signore" (Ef 5,10), oppure in Rm 12,2 "ciò che è buono, a lui gradito e perfetto".
• vv. 18-20 - Indicano il mezzo che procura questa conoscenza. "Riempitevi di Spirito" e non di vino, come talvolta avveniva nelle assemblee (1Cor 11,17-22).
Come si realizza questo riempimento?
Ammonirsi gli uni con gli altri, con salmi, inni e cantici spirituali. È la descrizione delle assemblee liturgiche dove i fedeli si lasciano raggiungere dallo Spirito e si riempiono di Lui.

11. LO SPIRITO È L’EDIFICAZIONE DEL CORPO DI CRISTO, CHE È LA CHIESA

Nella prima metà del sec. XX la voce "carisma" nei dizionari di Teologia, è assente.
Nella teologia tradizionale il termine "carisma" era appena menzionato in una suddivisione della grazia e significava un dono straordinario concesso eccezionalmente da Dio a qualche cristiano non per il suo bene personale, ma per quello della Chiesa.
Tutto questo non era in sintonia con il N.T.
Questa concezione di carisma come dono straordinario, fu pure presente agli inizi del Concilio Vaticano II; ma presto dovette cedere il passo alla concezione del carisma diffuso con abbondanza nella Chiesa.
Si ricuperarono i dati neo-testamentari sulla vita cristiana dove i carismi non hanno un posto marginale. Tale scoperta venne consacrata nella Costituzione dogmatica "Lumen gentium".
"Inoltre, lo stesso Spirito Santo, non solo per mezzo dei Sacramenti e dei ministeri santifica il popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma distribuendo a ciascuno i propri doni, come piace a Lui (1Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento della Chiesa o allo sviluppo della sua costruzione, secondo quelle parole: A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune..." (1Cor 12,7).
E questi carismi, straordinari o anche più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto appropriati e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione..." (LG, 12).
Nel Concilio Vaticano II, la riflessione non riprende i dati neo-testamentari semplicemente, ma ne fa una riflessione approfondendo e specificando il significato di "carisma".

11.1 - Carisma: significato.
Il termine è di importazione greca per cui non ha alcun aggancio con la lingua italiana.
Nel greco classico è pure assente questo termine, tuttavia è un sostantivo derivante dal verbo assai noto "charìzomai", che significa "essere generoso, regalare qualcosa". In pratica significa "regalo".
L’accento non è posto sulla straordinarietà del dono, ma sulla gratuità.
Nel N.T. ricorre solo 17 volte; 16 in Paolo e una in Pt 4,10. In S. Paolo stesso il termine non è univoco, ma varia a secondo del contesto.
"Ci sono diversità di carismi, ma lo stesso Spirito" (1Cor 12,4).
Il dato fondamentale è questo: esistono vari doni distribuiti da Dio per il bene di tutti.

11.2 - Discorso paolino sui carismi: 1Cor 12-14
cap. 12: in questo capitolo ricorre il termine "carisma" per 5 volte. Il fenomeno dei carismi all’interno della comunità, anziché contribuire alla sua crescita ordinata, aveva suscitato competizione e rivalità tra i fedeli. Il carisma era un pretesto per mettersi in mostra.
Paolo è obbligato a intervenire. "Qual è dunque la questione, fratelli? Quando vi radunate, ciascuno ha un salmo, ha un insegnamento, ha una rivelazione, ha una lingua, ha un’interpretazione" (v. 26).
Paolo con fine psicologia incomincia ad elencare i pregi e le ricchezze della comunità; poi passa alla denuncia e alle competizioni, al voler mettere avanti i propri carismi e a prevalere sugli altri.
In 1Cor 12,1-30 si ferma sulla diversità e unità dei carismi. Dice che l’esperienza cristiana non ha nulla di torbido come era la religiosità pagana. La diversità dei carismi proviene dall’unico Spirito.
Illustra questa affermazione con l’esempio del corpo umano e l’applicazione alla compagine della Chiesa. Passa poi ad un livello più alto: che cosa da valore a tutti i doni? La carità (1Cor 13,1-13).
Tutti i doni spirituali sarebbero inutili senza la carità; tutti i doni sono destinati a cessare, mentre la carità rimane sempre viva. Fatta questa ammonizione, Paolo parla del retto uso dei carismi. La conclusione paolina: nella Chiesa c’è unità nella diversità, e quello che Dio da ad uno è per l’utilità di tutti. Infatti Dio non fa preferenze di persone, ma ha riguardo per tutti in modo "personalizzato".

11.3 - Elementi dottrinali.
Pur non trovando nel N.T. una dottrina esplicita sul termine "carisma", tuttavia c’è il significato teologico fondamentale: "il carisma è cosa donata per e con generosità". Il termine è usato solo per i doni concessi da Dio.
Sono doni speciali, non nel senso che essi siano necessariamente straordinari, ma in quanto non fanno parte del corredo di vita cristiana dei fedeli.
Ne consegue che non ogni fedele deve avere un carisma per essere autenticamente cristiano, cioè che risulti possedere lo Spirito; i carismi non sono l’unica manifestazione dello Spirito (1Cor 12,1-3).
Vi è quindi una chiara distinzione tra carismi e virtù, sebbene le due realtà non possano esistere separate.
Mentre il vero credente non è tale senza le virtù cristiane, può invece esistere senza un carisma specifico.
Non esiste fra le due realtà una separazione; l’esercizio del carisma implica quello delle virtù, specialmente della carità (Rm 12,6-16).
La specialità del carisma comporta anche la diversità: non tutti i carismatici hanno lo stesso carisma. Questa diversità è necessaria per rispondere a tutte le necessità della comunità.
La distinzione tra carismi non proviene dalla loro grandezza o importanza; la classificazione esiste solo in riferimento alla funzione dell’edificazione della comunità.
I carismi sono nell’ordine della grazia, e non doti personali dell’individuo.
Un altro aspetto importante del carisma si riferisce all’edificazione della Chiesa e quindi tende ad unire (1Cor 12; Ef 4).
Non è dato in premio perché la persona è "santa", né ha come scopo immediato la sua santificazione; ha primariamente una funzione ecclesiale.
P. A. Vanhoye afferma: "Il carisma è una grazia speciale nella Chiesa come manifestazione visibile dello Spirito". Oppure: "I carismi sono doni particolari con i quali la persona viene attrezzata per poter adempiere la sua vocazione" (I carismi nel N.T. - Vanhoye).

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