L'EUCARISTIA
(Pedron Lino)


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titoli

Indice:

I Simboli dell'Eucaristia
Le preparazioni dell'Eucarestia
L’Eucarestia: il compimento
Il Sacramento della Risurrezione

 

 

 

 

L’eucaristia è il sacramento più grande. Al vertice dell’iniziazione cristiana sta l’eucaristia.
Il battesimo è l’immersione nella morte di Cristo. Ma Cristo è morto per risuscitare. Anche noi dunque siamo stati immersi nella morte di Cristo per partecipare alla sua risurrezione.
Ora esiste un sacramento della risurrezione: l’eucaristia. Il battesimo chiama l’eucaristia.
La confermazione è il sacramento dello Spirito di vita, dello Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti (Rm 8,11). Anch’essa dunque conduce al sacramento di cui Cristo ha detto: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (Gv 6,54). Così, l’eucaristia è il traguardo del cammino d’ingresso nella Chiesa, la vetta dell’iniziazione.

 

I SIMBOLI DELL’EUCARISTIA

Un nutrimento
Quello che noi chiamiamo giustamente il sacrificio della messa è stato istituito da Gesù come un pasto: La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda (Gv 6,55). Un pasto fraterno: Prendetelo e distribuitelo tra voi (Lc 22,17). Un pasto di pane e di vino.
Per effettuare questo insondabile mistero della fede Gesù utilizza un pasto fraterno di pane e di vino e questo simbolismo è parlante.
E cosa dice questo sacramento-nutrimento, questo prendete e mangiate?
Dice: vita; dice: comunione con l’universo e con Dio.
La prima verità che si impone a un essere umano è che, se cessa di mangiare, cesserà anche di vivere.
Mangiare il pane e bere il vino significa anzitutto vivere. Vuol dire collegare la propria vita a colui che è il creatore dell’universo e il padrone della pioggia e della messe, il Vivente.
Dio dà morte e fa vivere ripete la Scrittura (Dt 32,39; Tb 13,2; Sap 16,13). Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; in pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce... (Sal 23).
Come senza pane e senza vino, o qualcosa di corrispondente, i corpi più vigorosi subito vengono meno, così senza la forza del corpo e del sangue di Cristo, le anime più sante sono destinate alla morte (J. Wesley).
Il corpo e il sangue di Cristo sono fonte di vita divina per colui che mangia e beve con fede. Essi sono innanzitutto un cibo e una bevanda.
Per mezzo del cibo e della bevanda l’uomo comunica con l’universo e l’universo comunica con l’uomo.
L’uomo, immagine di Dio, figlio di Dio, è l’invitato perenne alla tavola del cosmo. Mangiando i frutti della terra integra il mondo con la sua carne e con il suo sangue.
Dio stesso, l’uomo-Dio, ha comunicato con il cosmo perché ha mangiato e ha bevuto. Ciò che ha mangiato è diventato il suo corpo e il suo sangue divini.
L’universo fornisce il pane e il vino che lo Spirito Santo trasformerà nel corpo e nel sangue del Signore.

Vivere in eucaristia
Tutto ciò che esiste è dono di Dio ed esiste solo per far conoscere e gustare la paternità di Dio, per fare della vita dell’uomo una comunione con Dio. Il frutto e l’acqua, il latte e la carne, l’aria e il sole sono l’amore divino fatto nutrimento e vita per l’uomo.
Tutti gli altri animali mangiano e vivono per essere al servizio dell’uomo, per essere eventualmente suo cibo. Questo è il senso di quella solenne presentazione dell’Eden in cui spetta ad Adamo di dare un nome a ogni creatura, cioè di prenderne possesso come dono di Dio (Gen 2,19).
L’uomo mangia dalle mani di Dio: Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. Difatti chi può mangiare e godere senza di lui? (Qo 2,24-25).
Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti (Sal 24,1). La riconoscenza, il ringraziamento, il vivere in eucaristia è la maniera più naturale di vivere per chi sa che il mondo è dono di Dio.
Dio ha benedetto il mondo, l’uomo e ogni creatura per l’uomo. Ha riempito tutto ciò che esiste con la sua bontà; ha fatto ogni cosa molto buona per amore verso l’uomo. Alla manifestazione dell’amore di Dio che sgorga nella creazione e nella storia umana rispondono normalmente il ringraziamento e la lode dell’uomo. Dio si rivela creando meraviglie; l’uomo risponde benedicendo il Dio delle meraviglie. Questa è l’eucaristia.
Benedizione ed eucaristia hanno praticamente lo stesso significato: azione di grazie, ringraziamento.
Non è un caso che la rappresentazione biblica della caduta sia centrata sul nutrimento. L’uomo e la donna hanno mangiato dell’albero, hanno morso il frutto proibito: immagine di un mondo economico in cui Dio non è riconosciuto, in cui il cibo non è ricevuto come un dono di Dio, nell’azione di grazie, nell’eucaristia. È il peccato di una moltitudine di uomini che vedono il mondo come una realtà opaca e non attraversata dalla presenza di Dio. A molti, purtroppo, sembra naturale vivere senza rendere grazie - senza far eucaristia - per il dono che Dio ci ha fatto del mangiare e del bere e della vita di cui essi sono la radice quotidiana. Errore di coloro che, la domenica, preferiscono lavorare per il cibo, piuttosto che offrire l’eucaristia a colui che fa vivere.
Sappiamo che il nutrimento è la vita e che il mondo intero è stato creato per nutrire l’uomo. La funzione eucaristica primordiale dell’uomo è di offrire a Dio la sua vita, attraverso il nutrimento che ne è il simbolo espressivo. Prendere nelle mani il mondo intero come si prenderebbe una mela, ma non per rubarla o mangiarla nella ribellione o nell’indifferenza, ma per offrirla in riconoscenza a colui dal quale tutto abbiamo, a colui che ne è il legittimo proprietario. È il gesto che Adamo non ha saputo fare. È il gesto del sacrificio (= fare cosa sacra, azione dell’uomo indirizzata a Dio, atto di offerta a Dio). Il sacrificio dovrebbe essere l’atto più naturale dell’uomo. I pagani stessi ne hanno trovato spontaneamente la strada. Il sacrificio è amore: ringraziamento a Dio e condivisione con gli altri.

Pane e vino
Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: "Prendete, questo è il mio corpo". Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: "Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti. In realtà vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio" (Mc 14,22-25).
Il pane e il vino sono gli alimenti base, simbolo di tutti gli altri, almeno nella nostra civiltà occidentale. Al Padre si chiede il pane quotidiano, cioè, tutto ciò che è necessario alla vita. Il vino, poi, è necessario per un pasto completo e festoso: Il vino è come la vita per gli uomini, purché tu lo beva con misura. Che vita è quella di chi non ha vino? Questo fu creato per la gioia degli uomini. Allegria del cuore e gioia dell’anima è il vino bevuto a tempo e a misura (Sir 31,27-28).
Per preparare la vita e la festa eterna Gesù prende il pane e un calice di vino. Il pane e il vino sono frutti della terra. Radicati nella terra, vi raccolgono tutte le energie profonde e oscure del suolo per viverne e farcene dono. Fanno proprie tutte le energie del cielo: assimilano la pioggia e il vento, la luce e il calore, i raggi e le forze cosmiche. Nel frumento e nell’uva si dà appuntamento tutto l’universo. Così il cosmo intero si concentra sulla tavola dell’uomo.
Pane e vino sono segni, sacramenti, espressivi e parlanti del sacrificio di Cristo. Il frumento e l’uva, non sfuggono al passaggio attraverso la morte per giungere ad essere pane e vino. Per diventare pane, i chicchi di frumento sono macinati; per diventare vino, i grappoli d’uva sono torchiati e dissanguati. Nella Scrittura e nel linguaggio corrente, la macina e il torchio evocano sofferenza, stritolamento, tortura, sangue versato.
Il grano e l’uva devono fare un cammino di morte per nutrire la vita. Immagine espressiva di Gesù stritolato nella passione, morto in croce, sepolto, risorto e diventato, sotto l’umile apparenza del mangiare, quel pane vivente che fa vivere: l’eucaristia.
Nel pane e nel vino è significata, in modo eloquente per chi la sa intendere, la tragedia di Cristo morto per dare la vita agli altri.
Il pane e il vino, frutti della terra, non sono prodotti grezzi; sono anche frutti del lavoro dell’uomo. "Con il sudore del tuo volto mangerai il tuo pane" (Gen 3,19). Perciò il pane e il vino non sono solamente doni di Dio, ma anche opera della laboriosità dell’uomo. Infatti il pane e il vino sono alimenti elaborati. Il Signore non ha scelto frutti di alberi, carne, miele: di questi se ne cibano anche gli animali. Il pane e il vino non rappresentano soltanto la vita dell’uomo in ciò che ha di più istintivo - nutrirsi -, ma anche di ciò che comporta di più attivo, di più industrioso, di più intelligente. Sono più espressione dell’uomo creatore che dell’uomo consumatore.
Offrendo a Dio il pane e il vino, perché siano trasformati nel suo corpo e nel suo sangue, gli offriamo anche la nostra attività manuale e intellettuale, la nostra storia umana, ed egli le integrerà nel suo sacrificio per comunicare loro una dimensione divina ed eterna.
Il pane e il vino significano le pene e le fatiche degli uomini. Sono stati dei lavoratori a seminare, mietere, macinare, impastare, torchiare...
Sulla nostra tavola e sui nostri altari ci sono i loro sudori e le loro pene. E vi sono rappresentati tutti i lavoratori del mondo. Il sacrificio eucaristico è fatto anche delle loro giornate di fatica, della loro vita che hanno dato per i fratelli. Nativi e immigrati, conservatori e progressisti, credenti e non credenti, capitalisti e socialisti... Insieme.
Sulla tavola eucaristica, come sulla tavola della mia famiglia, trovo così tutta la solidarietà degli uomini nonostante le loro diversità e, addirittura, le loro opposizioni. Tutta questa convergenza degli uomini e delle loro attività nel pane e nel vino è ripresa da Cristo, assunta da Cristo e offerta al Padre in sacrificio. Tutti gli uomini che lavorano si danno perciò convegno, senza saperlo, a messa, in quel pane e in quel vino che sono il frutto del loro lavoro collettivo.
E noi, che lo sappiamo, dobbiamo diventare, insieme con Cristo, gli offerenti coscienti ed estasiati di tutto il cosmo e dell’umanità intera realmente presenti in quel pane e in quel vino. Come questo pane spezzato era prima sparso qua e là su per i colli e, raccolto, divenne una cosa sola, così si raccolga la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo regno; poiché tua è la gloria e la potenza per Gesù Cristo nei secoli (Didachè).
L’unità del genere umano, il superamento di tutte le barriere, la pace e quant’altro possiamo desiderare di umano e di divino possono sgorgare solo da questo pane e da questo vino offerti al Padre in sacrificio da Cristo e dalla sua Chiesa.

Il pasto eucaristico
Il pane e il vino, frutti della terra e del lavoro dell’uomo, sono naturalmente destinati a essere condivisi a tavola. Il Signore, infatti, istituì l’eucaristia mentre cenavano (Gv 13,2), cioè durante un pasto: a mensa con i dodici (Mt 26,20). L’eucaristia è un pasto condiviso: Prendetelo e distribuitelo tra voi (Lc 22,17).
Un pasto condiviso è molto più del nutrirsi e del dissetarsi: è un importante gesto umano!
È una celebrazione rituale della famiglia, della fraternità, dell’amicizia, dell’ospitalità, della riconciliazione. Il simbolo dell’eucaristia non è l’atto del mangiare, ma quello di condividere nella comunione fraterna: condividere il pasto con qualcuno significa riconoscerlo come fratello.
Il sacramento dell’eucaristia non consiste principalmente nella presenza reale di Cristo, ma nel mangiare Cristo insieme, in un pasto fraterno.
Ogni sacramento è presenza reale di Cristo. Egli è presente in ogni comunità unita nel suo nome; è presente nella sua parola. L’eucaristia è mangiare e bere Cristo insieme; è la frazione del pane consacrato e la condivisione del vino consacrato.
Il pasto deve essere un’assemblea. Purtroppo il nostro mondo industrializzato, schiacciato dal progresso (!) non ha più tempo di radunarsi gratuitamente e di condividere fraternamente tra convitati. Ci si nutre, è vero: si ingoia, ci si abbuffa; oppure si insacca un panino, si mangia a raffica al self-service senza una parola, senza posare lo sguardo su un volto amico. Nella Bibbia e presso i popoli che noi chiamiamo primitivi ogni pasto introduce nell’incontro con gli altri e con l’Altro... Il ruolo naturale del pasto, infatti, oltre ad alimentare, è di riunire, di creare la comunione degli spiriti e dei cuori, di condividere gli alimenti terrestri e spirituali. Non si invita un nemico; oppure, se lo si invita, è un gesto espressivo di perdono nel tentativo sincero di farselo amico. Essere traditore proprio mentre si prende il boccone dell’amicizia significa essere posseduti dal demonio, come Giuda (Gv 13,27).
Un pasto umano raduna dei fratelli, o rende fratelli coloro che raduna.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?".
Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori
(Mt 9,10-13).
Abbiamo qui il senso sconvolgente dei pasti di Gesù. Il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori; si comporta come fratello dei peccatori. E questa misericordia li fa ritornare amici di Dio e dei fratelli.
Se un pasto comune produce risultati così esaltanti, quanto più ciò sarà vero a proposito di quel pasto che è l’eucaristia, Gesù mangiato e condiviso. Nelle scorpacciate, la bocca è soltanto mascelle sul piatto. Nei pasti fraterni è innanzitutto labbra, lingua e sorriso: è parola e conversazione: condivisione di novità, di idee e di sentimenti più che di pane e di sale.
La messa dei tempi andati ci ha forse abituati più a tacere che a parlare, a stare seri che a sorridere, a raccoglierci in un individualismo estatico più che a cantare allegramente. È perciò necessario ritrovare al più presto anche quelle parole spontanee e improvvisate che ciascuno si sente di dire nell’incontro caldo e fraterno (preghiera dei fedeli, scambio della pace, ringraziamento). Altrimenti i giovani andranno a cercare nelle sette e nelle discoteche quella calda atmosfera che Cristo amava condividere con i suoi commensali.
Un pasto è, infine, condivisione. Un pasto fatto da ciascuno per conto suo non è più un pasto. Lo afferma con forza Paolo: Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco (1Cor 11,20-21).
Il pane è per tutti. Il calice deve passare di mano in mano, di labbro in labbro. Per tutti e per ciascuno devono essere gli sguardi, i sorrisi, i gesti e le parole. Condividere!
Ma condividere è ben diverso che dare... Si dà ciò che è proprio.
Il dare mette gli altri nella spiacevole situazione di debitori.
Il condividere, invece, li rende liberi.
Non condivido ciò che è mio, condividiamo del nostro, perché il Padre celeste ce l’ha dato: è lui la fonte di tutto. Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie. È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce (Sal 36,8-10). Come preparazione alla comunione la liturgia ci fa pregare: Padre nostro... dacci oggi il nostro pane. È il suo pane che diventa nostro, mai mio. Se siamo coscienti di ciò, nascono spontanee l’umiltà, la benedizione, l’eucaristia.
Anche in un’economia atea di capitalismo e di proprietà individualistica esasperata, un uomo, degno di questo nome, dovrà vivere i suoi pasti e le sue messe in una mentalità e in un clima di fraternità di cui la primitiva comunità cristiana di Gerusalemme resta l’ideale:
Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo (At 2,44-47).

 

LE PREPARAZIONI DELL’EUCARISTIA

Sacramento della creazione
La storia degli uomini, la storia della Chiesa, la mia storia personale cominciano con la creazione.
La salvezza dell’uomo è legata alle alleanze d’amore con Dio, di cui la prima è la creazione, il primo sacramento dell’incontro con il Padre.
La creazione è il primo gesto di amore per noi, un gesto sconfinato come l’universo. Un gesto permanente perché la creazione esce ora dalle mani di Dio come da una sorgente. O meglio, la creazione è il cuore di Dio che non cessa di donarsi. La creazione è il primo gesto di Dio per l’uomo come il concepimento è il primo gesto di amore dei genitori per il proprio bambino. È il primo gesto a cui ne dovranno seguire tanti altri fino a quando il figlio diventa grande come i genitori: fino a quando l’uomo diventa grande come Dio.
La creazione è dunque qualcosa che Dio sta perfezionando verso una migliore vita, coscienza, umanizzazione, divinizzazione.
Come nei cromosomi è programmata e prodigiosamente miniaturizzata tutta la vita di un essere umano, eccettuate, è chiaro, le sue libere scelte; così fin dall’inizio, nei cromosomi del cosmo e dell’umanità, una forza vitale chiama e trae l’umanità e il mondo verso la pienezza e la realizzazione totale che è Dio. Questa forza è una Persona, il Verbo, il Verbo incarnato: Gesù Cristo nel cuore del mondo per trasformarlo e portarlo fino alla divinizzazione.
Fin dal principio (Gen 1,1; Gv 1,1), l’uomo e l’universo sono programmati da Gesù Cristo risorto. Il codice - cioè il senso scritto, ma segreto - il codice per un’autentica interpretazione del mondo è, come ci dice san Paolo, Cristo in voi, speranza della gloria (Col 1,27). Il Figlio eterno del Padre è l’alfa, il principio del mondo, e l’omega, il compimento. È il punto di partenza e di arrivo, e tutto ciò che vi è in mezzo. Creatore con il Padre e lo Spirito, con la sua incarnazione egli diventa anche creatura, uomo fra gli uomini, corpo fra i corpi, materia in mezzo alla materia, per condurre ogni cosa alla pienezza della vita divina, perché lui solo ne conosce la via, anzi, lui solo è la Via (Gv 14,6).
Per usare un paragone: egli non solo è il costruttore del bolide, ma si mette anche al volante e guida la corsa. Dirige l’evoluzione del cosmo e la trascina. Egli è generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra... Tutte sono state create per mezzo di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo che è la Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza (della divinità e dell’universo)... (Col 1,15-19).
Questo sconfinato movimento di divinizzazione è significato e realizzato, in maniera particolarmente intensa, dall’eucaristia. Con la consacrazione, il pane e il vino, elementi materiali del mondo, sono mutati nel corpo e nel sangue del Figlio di Dio. Per la potenza dello Spirito la creazione è investita dalla luce sovrana del Risorto e diventa la pienezza che è Cristo stesso. Si tratta di una progressione della materia verso l’uomo, dell’uomo verso Cristo, e di Cristo verso il Padre. Tale ritorno della creatura a Dio è significato, in maniera che supera tutti gli altri sacramenti, dall’eucaristia. Il momento della consacrazione, quando il pane e il vino, frutti della terra e del lavoro dell’uomo, diventano il corpo di Cristo, (questo momento della consacrazione) compie in un batter d’occhio il cammino dei secoli verso Dio. La creazione, nata dal cuore di Dio, ritorna nel cuore di Dio per esservi eternamente lode e gloria della sua grazia (Ef 1,6).
Nella eucaristia avviene per due elementi di questo mondo, pane e vino, ciò che deve avvenire per il mondo intero e per l’uomo stesso quando li si considera alla luce della risurrezione: Cristo tutto in tutti (Col 3,11), Dio tutto in tutti (1Cor 15,28). È l’eucaristia che guida e anticipa la fine dei tempi (non nel senso che accorcia l’esistenza del mondo, ma che ci dà un anticipo, una caparra, un assaggio) realizzando il divenire divino dell’uomo e dell’universo.
L’eucaristia è il grande sacrificio di lode attraverso il quale la Chiesa parla a nome di tutta la creazione. Infatti il mondo che Dio ha riconciliato con se stesso, è presente a ogni eucaristia: nel pane e nel vino, nella presenza dei fedeli e nelle preghiere che offrono per se stessi e per tutti gli uomini. I fedeli e le loro preghiere, poiché sono uniti nella persona del Signore e alla sua intercessione, sono trasfigurati ed accolti. Così l’eucaristia rivela al mondo ciò che esso deve diventare (Consiglio ecumenico delle Chiese, 1976).

Sacramento dell’alleanza
Questo è il mio sangue dell’alleanza (Mt 26,28; Mc 14,24); questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che viene versato per voi (Lc 22,20; 1Cor 11,25).
I materiali di cui si serve l’eucaristia cristiana non sono affatto una semplice materia bruta, ma sono pietre già squadrate e sapientemente lavorate. Non possiamo partire da zero con le formule eucaristiche cristiane, come non si può partire da zero col vangelo. Nei due casi, per un disegno provvidenziale, abbiamo un Antico Testamento che non è possibile saltare a pie’ pari. Se infatti la provvidenza ha giudicato necessaria questa tappa, non abbiamo né il diritto né la possibilità di cancellarla con un colpo di spugna.
L’eucaristia è dominata dall’idea, dalla realtà dell’alleanza. È radicata nell’alleanza, compie l’alleanza.
Chi è sposato porta al dito il segno dell’alleanza: esso significa dono totale, corpo e anima, per tutta la vita, nell’amore.
Ma sappiamo che cos’è l’Alleanza con la A maiuscola, di cui le altre sono soltanto il sacramento, il simbolo?
L’eucaristia è il sacramento dell’alleanza, il sangue dell’alleanza.
Come lo intendiamo? Come lo viviamo?
Leggendo i vangeli di Matteo e di Luca, Gesù viene detto figlio di Abramo (Mt 1,1; Lc 3;34).
I due cantici evangelici - il Benedictus e il Magnificat, che la liturgia cristiana riprende ogni giorno, a lodi e a vespri, come i pilastri della sua fede e della sua speranza -, non ricordano Mosè o qualche altro personaggio della storia sacra, ma Abramo come l’uomo con cui Dio aveva stabilito l’alleanza facendo giuramento e promessa: Si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre (Lc 1,72-73); Ha soccorso Israele suo servo ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre (Lc 1,54-55).
Con Abramo la Bibbia entra nella storia. Tutto ha inizio verso il 1850 a.C. in Mesopotamia (Gen 11,31-32). Proprio in questo luogo e in questo tempo Dio prende l’iniziativa di rivelarsi. Abramo vive un’esperienza interiore che lo domina: Dio gli parla. Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre... (Gen 12,1). Quando Dio parla lo fa sempre per portarci verso un altrove; verso se stesso.
Dio non si rivolge a nessuno per lasciarlo nella situazione precedente, ma gli ordina di andare oltre, di passare ad altra terra e ad altra divinità. Prima tappa della fede: lasciare la presa, senza rete di salvataggio: fidarsi di lui.
Va’ verso il paese che io ti indicherò (Gen 12,1). Comincia qui l’avventura di Abramo e del popolo in cammino nel quale siamo inseriti anche noi. L’unico paese in cui ci si può fermare è Dio.
Abramo, amico di Dio (Is 41,8), partì: credette alla divina parola e attese impassibile. Per questo nessuno fu simile a lui nella gloria (Sir 44,19). Le tradizioni ebraica e cristiana lo proclamano padre di tutti coloro che credono (Rm 4,11).
Tutta la storia del popolo di Dio, tutta la storia dei popoli, tutta la storia della salvezza parte da questa chiamata e da questa risposta.
Da questa sorgente aperta nella sterilità di Abramo, sostituita dalla sorgente aperta nella verginità di Maria, e dalla loro duplice fede che dice senza batter ciglio. C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? (Gen 18,14).
Questa frase annuncia il concepimento miracoloso d’Isacco, ed è ripresa dall’angelo dell’annunciazione per garantire a Maria il concepimento verginale di Gesù: Nulla è impossibile a Dio (Lc 1,37).
Questa fede prepara e accoglie l’incarnazione del Figlio di Dio, figlio di Abramo, figlio della Vergine, fratello universale di tutti gli uomini, vita e salvezza del mondo.
In realtà con la sua pasqua di morte e di risurrezione, Gesù figlio di Abramo,... Figlio di Dio (Lc 3):

- entra personalmente nella beatitudine eterna, la vera terra promessa che noi non conosciamo, e ne apre le porte a tutto il genere umano;
- attira a sé tutti gli uomini (Gv 12,32) e ne fa una sola famiglia di fratelli, un solo corpo (Rm 12,5) e li conduce al Padre, al quale è passato (Gv 13,1).

Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa (Gal 3,26-29).
Abramo è superiore a Mosè. Di conseguenza il sacerdozio di Aronne, fratello di Mosè, sarà sostituito in Gesù Cristo, da un sacerdozio superiore, alla maniera di Melchisedek (Eb 7,1-28), dal sacerdozio che Abramo ci fa scoprire: quello delle nostre eucaristie.
Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram (Gen 14,19-19).
Il salmo 110 preannuncia il sacerdozio perpetuo del Cristo: Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek (Sal 110,4). La lettera agli ebrei riassume il mistero della storia della salvezza in questi termini: Nei giorni della sua vita terrena (Cristo) offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek (Eb 5,7-10).
Melchisedek offrì pane e vino (Gen 14,18). È un gesto di ospitalità, un rito di accoglienza per gli stranieri. È un pasto condiviso tra due stirpi, un segno di alleanza fraterna. In questo pane e vino presentati ad Abramo, i santi padri vedono una figura dell’eucaristia e insieme un vero sacrificio. Tale interpretazione è entrata nel canone della messa: Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedek, tuo sommo sacerdote (Canone romano I).
Dopo l’incontro con Melchisedek, Abramo vede approfondirsi la sua esperienza di Dio in alleanza (Gen 15,4-18). Dio, sotto forma di fiaccola ardente, accetta di essere tagliato in due qualora venisse meno alla sua promessa. Ad Abramo non chiede nulla, non mercanteggia con lui. E Abramo non dà nulla, non promette nulla, non dice nulla (cfr. Gen 15).
Questa è la differenza radicale con le alleanze umane. Dio promette tutto e darà tutto. Dio si impegna a condurre l’uomo alla felicità nella terra di Dio. E questa promessa ci riguarda personalmente, allo stesso modo di Abramo. Nonostante le nostre infedeltà, Dio non potrà contraddirsi, egli resterà sempre fedele. L’amore di Dio è incondizionato. Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2,13). D’ora in poi la sicurezza di Abramo sarà la fedeltà di Dio.
Dopo dieci anni di vita errabonda, Abramo ha avuto il figlio promesso, Isacco. Un unico figlio.
Ora Dio gli dice: Prendi il tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io t’indicherò (Gen 22,2).
Abramo, il credente, ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli... Egli non vacillò nella fede (Rm 4,18-19). Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche i morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo (Eb 11,17-19).
Un simbolo del sacrificio e della risurrezione di Cristo.

Sacramento della Pasqua
L’eucaristia sacramento dell’alleanza è anche il sacramento della pasqua. La vigilia della sua passione Gesù afferma: Ho desiderato ardentemente di mangiare questa pasqua con voi, prima della mia passione (Lc 22,15). Istituisce l’eucaristia proprio durante la pasqua ebraica. Egli stesso indica esplicitamente il riferimento dell’eucaristia alla pasqua ebraica. Non è possibile ignorare questi collegamenti. Non è possibile capire la Pasqua cristiana ed espressioni come Cristo, nostra Pasqua è stato immolato (1Cor 5,7), se non sappiamo che cosa ha riempito il cuore di Cristo e degli apostoli durante la pasqua dell’ultima cena. Che cos’era per loro la Pasqua?
Questa festa di origine cananea risale molto tempo prima dell’esodo dall’Egitto. Ha la stessa età della primavera, dei greggi e dei pastori. È il sacrificio di Abele (Gen 4,4).
In origine, la pasqua è una festa di famiglia. La si celebra di notte, nel plenilunio dell’equinozio di primavera, il 14 del mese di abib o delle spighe (chiamato nisan dopo l’esilio). Si offre a Dio un animale giovane, nato nell’anno, per attirare le benedizioni divine sul gregge. La vittima è un agnello o un capretto, maschio, senza difetti; non gli si deve spezzare nessun osso. Il suo sangue è posto, in segno di preservazione, all’ingresso di ogni dimora.
La sua carne è mangiata con rispetto in segno di comunione con Dio.
Forse il termine pasqua deriva da una festicciola sacrificale attorno all’agnello o al fuoco (pasah ha, tra gli altri, questo significato: eseguire una danza rituale attorno a un sacrificio: cf. 1Re 18,26).
L’Esodo darà poi a questa festa il suo significato definitivo: la pasqua nomade diventerà la pasqua ebraica. Ricorderà l’uscita dall’Egitto, la liberazione, l’alleanza rinnovata sul Sinai...
Sarà la festa, sempre attuale, dell’onnipotenza e dell’amore di Jahvè, per il passato, per il presente e per il futuro.
Gli ebrei (parola che significa: stranieri in un paese che non è il loro paese d’origine; quelli che vengono da altrove) vivono quattrocento anni in Egitto.
Verso il 1310 a.C. il faraone Seti I° inizia a sviluppare il delta del Nilo per la coltura intensiva del grano e la costruzione di città-deposito per il commercio. Il successore Ramses II° ricorre alla schiavitù: gli ebrei sono costretti a lavorare duramente...
Sul monte Sinai (chiamato anche Oreb) Mosè esperimenta Dio come presente in un roveto ardente, un Dio che gli rivela il suo nome: Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". Poi disse: "Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi" (Es 3,14).
Dio è colui che è, colui che è presente per agire. Propone perciò la fede attraverso atti storici che cambiano l’avventura umana. Sarà questa la caratteristica fondamentale del cristianesimo autentico. Dio non può rinnegare se stesso.
Io sono (Gv 8,58), Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20), dice Cristo. Ed è l’eucaristia che, in primo luogo, assicura sacramentalmente questa presenza. È una presenza attiva, liberante, non sonnifero per privilegiati, incoscienti e linfatici. Il Dio dell’eucaristia è in testa ad un cammino di liberazione. Comunicarsi significa partire, camminare al seguito di, più che adorazione o culto. Il cammino del popolo al seguito di Jahvè, il cammino del cristiano al seguito di Cristo, fino alla morte, sono la forma della stessa fede, sono lo stesso movimento, lo stesso viaggio che continua.
Il pasto dell’agnello pasquale (Es 12) comprende circostanze e elementi tipici, che vanno riconosciuti e rivissuti nell’eucaristia.
La nostra eucaristia deve essere una pasqua, un passaggio. Noi non siamo di quaggiù. Non siamo sedentari, insediati, ma nomadi. La comunione è un cibo di viaggio, un pasto di tappa, per camminare senza venir meno fino al termine della traversata. Cristo crocifisso è il vero agnello pasquale. Paolo lo celebra come nostra pasqua (1Cor 5,7). Pietro ci ricorda che siamo stati liberati con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia (1Pt 1,19). Giovanni Battista lo presenta come l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29). L’evangelista Giovanni sottolinea che i giudei hanno celebrato la pasqua la sera del venerdì santo; hanno perciò immolato l’agnello nel pomeriggio, proprio nell’ora della morte di Gesù; e conclude il suo racconto su un dettaglio che fa, dell’immolazione dell’agnello, una profezia dell’immolazione di Gesù: Questo avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso (Gv 19,36). Nell’Apocalisse, infine, il salvatore ci è presentato per una trentina di volte come un agnello immolato e sempre vivo, in piedi, e signore della storia.
Gesù, l’agnello di Dio, nel suo sacrifico pasquale, nella sua cena pasquale: questa è la messa. Un popolo, la Chiesa, ha la vita eterna perché mangia la sua carne e beve il suo sangue (cf. Gv 6,53-58).
Il popolo di Dio passa dalla schiavitù dell’Egitto alla terra promessa attraverso il deserto. Il deserto è il passaggio obbligato verso la terra delle promesse. Per gli ebrei fu il periodo del meglio e del peggio: del meglio per il cammino con Dio, per la povertà senza attaccamento, per l’alleanza del Sinai; del peggio per gli sguardi indietro verso le pentole dell’Egitto, per il vitello d’oro, per la prostituzione e le apostasie (Nm 20-25). Allora come oggi. Infedeltà dell’uomo, della Chiesa, e pazienza e perdono di Dio. Questi tratti duraturi, ciclici, rimarranno, fino alla fine dei tempi, le caratteristiche del cammino della coppia dell’alleanza: l’uomo e Dio. La liberazione non ha mai termine; le purificazioni del deserto sono sempre da ricominciare; le misericordie gratuite del Signore non si stancano; la terra promessa è sempre da conquistare...
Tutto questo passaggio inaugurato con la pasqua ebraica, che apre il ciclo dell’esodo, continua e si consumerà nella pasqua della nuova ed eterna alleanza.
La carne dell’agnello e il pane azzimo della prima pasqua dell’esodo saranno sostituiti, durante il cammino, dalla manna miracolosa (Es 16).
Sfamasti il tuo popolo con il cibo degli angeli, dal cielo offristi un pane già pronto senza fatica, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto. Questo tuo alimento manifestava la tua dolcezza verso i tuoi figli; esso s’adattava al gusto di chi lo inghiottiva e si trasformava in ciò che ognuno desiderava (Sap 16,20-21).
La manna cesserà di cadere solo dopo la celebrazione della prima pasqua nella terra promessa (Gs 5,10-12).
Essa era immagine di un’altra manna, di un altro pane disceso dal cielo. Disse Gesù: Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,48-51).
La traversata del deserto è seguita dal più grande evento della storia ebraica: il rinnovamento dell’alleanza.
Un tempo essa era stata stipulata con un amico, Abramo; ora è ripresa con il popolo dei suoi discendenti per farne pienamente il popolo di Dio... un regno di sacerdoti e una nazione santa (Es 19,5-6).
Il Signore darà a Mosè il decalogo (le dieci parole) e il codice dell’alleanza. Il popolo acconsente. Resta da suggellare il patto nella formula dovuta (Es 24): con un sacrificio inserito in un rito di alleanza.
Mosè... costruì un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù di Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti d’offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: "Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!". Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: "Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!" (Es 24,4-8).
Si tratta di diventare fratelli di sangue, sposi di sangue.
Il sangue delle vittime è perciò versato sia sull’altare che rappresenta Dio, sia sul popolo raffigurato dalle dodici stele: ormai un unico sangue, un’unica vita circolano nelle due parti contraenti e fanno, dei due, come un solo essere vivente.
Nelle vene del Figlio di Dio diventato figlio di Abramo, circolerà infatti un solo sangue, che sarà il sangue dell’ebreo e il sangue di Dio. Un vero sangue d’uomo sarà il vero sangue di Dio.
È il sangue dell’alleanza, versato nell’unico sacrificio, il sacrificio della croce e della messa. Il sangue del pasto eucaristico: Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue versato.
Comprendo la vostra fatica nel seguire fino a questo punto i precedenti della pasqua celebrata da Gesù. Ma non è certamente di poca importanza, se vogliamo comprendere il mistero eucaristico, riflettere che, per gli apostoli presenti all’ultima cena e più ancora per Gesù, la festa che celebravano, commemorava tutta la storia della salvezza passata come è raccontata nella nostra Bibbia, dal primo versetto della Genesi: In principio Dio creò il cielo e la terra, e tutta la storia della salvezza futura, fino all’ultimo versetto dell’Apocalisse: Vieni, Signore Gesù.
La messa è un memoriale; commemora tutta la storia della salvezza.
Memoriale, imprimersi nella memoria, ricordare, è un richiamo sia per gli uomini che per Dio:
- un richiamo per gli uomini dei benefici di Dio operati nel passato; per ridestare il ringraziamento e la fedeltà;
- un richiamo per Dio di tutto ciò che ha operato; perché si ricordi del suo amore.
Il ricordo di Dio però non è una semplice evocazione del passato.
Dio non rumina i suoi ricordi. Il suo ricordo è sempre un intervento nuovo e attuale del suo amore. Quando Dio si ricorda avviene qualcosa: viene creata una nuova situazione. Celebrare un memoriale del passato significa provocare un evento reale nel presente, e non una semplice evocazione.
La pasqua del Nuovo Testamento, l’eucaristia, riveste perciò anche questo duplice aspetto dinamico di ringraziamento da parte dei cristiani e di impegno salvatore da parte di Dio.
L’eucaristia è la grande azione di grazie al Padre per tutto ciò che egli ha compiuto nella creazione, nella redenzione e nella santificazione; per tutto ciò che egli compie ora nella Chiesa e nel mondo, nonostante il peccato degli uomini; per tutto quanto compirà nel portare il suo regno alla pienezza (Consiglio ecumenico delle Chiese). La messa è quindi il memoriale della morte e risurrezione di Cristo, della sua pasqua, nella quale è confluita la pasqua ebraica con tutti i suoi memoriali dalla creazione fino a Gesù. Non solo, ma è anche la celebrazione degli ultimi tempi, il tempo della Chiesa, fino alla creazione definitiva, la nascita definitiva degli uomini e del mondo finalmente liberati (cf. Rm 8,18-25). Secondo la promessa (di Dio), noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia (2Pt 3,13).
Come l’ago magnetizzato è rivolto verso il polo, anche a distanza di migliaia di chilometri, così l’Antico Testamento è rivolto verso la persona del Cristo, il Cristo della pasqua, il Cristo delle nostre eucaristie. Il passato, il presente e il futuro confluiscono in lui: Io sono l’alfa e l’omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente (Ap 1,8).

 

L’EUCARISTIA: IL COMPIMENTO

Nuova ed eterna alleanza
L’eucaristia è il sacramento dell’amore di Dio. Dio-Amore è il centro del mistero, l’essenza della fede: se non comprendiamo questa esaltante verità non possiamo comprendere nulla né di Dio, né dell’uomo, né dell’universo.
Dio crea l’universo per unire a sé nell’amore tutti gli uomini, per renderli partecipi della sua vita, della sua divinità.
Dio si incarna per sposare l’umanità. Fa passare l’umanità dalla sua condizione di creatura alla Sua condizione divina. Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio... (Mt 22,2-14). È la pasqua! Gesù sposa l’umanità e la conduce a casa sua, alla casa del Padre: Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; perché tu mi hai amato prima della creazione del mondo (Gv 17,24).
E non si tratta di una metafora. Si tratta dell’unico matrimonio vero e proprio! Gli altri - anche i nostri più bei matrimoni terreni - ne sono soltanto una pallida e lontana immagine, una scintilla della fiamma del Signore (Ct 8,6). Dio si incarna per sposare l’umanità nel senso più forte del termine, cioè per fare eternamente con essa un unico essere, un’unica carne: I due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento al Cristo e alla Chiesa! (Ef 5,31-32). Io sono nel Padre e voi in me e io in voi (Gv 14,20).
Non un abbraccio passeggero e, tutto sommato superficiale, ma fusione. Fusione, senza confusione: è questo il desiderio di Dio stesso, folle d’amore per l’umanità.
Il nostro corpo mortale divide più di quanto unisca. Il Cristo nella sua condizione di Risorto, può farsi un’unica cosa con l’umanità; solo lui può essere carne della sua carne, donandosi a lei come vero cibo e vera bevanda (Gv 6,55), poiché tutte le barriere umane sono abolite per il suo corpo glorioso. L’uomo e Cristo diventano così veramente uno: l’uomo mangia Dio e così sono due in una carne sola.
Il pasto eucaristico è innanzitutto questo: comunicare con Dio.
La realtà primaria dell’eucaristia consiste nel fatto che essa è in primo luogo una fusione, senza confusione, di Dio con l’uomo.
La seconda consiste nel fatto che si tratta dell’uomo, di ogni uomo e non soltanto di me. Dio si è incarnato, unendo a sé personalmente l’uomo chiamato Gesù, allo scopo di sposare l’intera umanità attraverso l’uomo Gesù. Cristo muore e risorge, facendosi cibo per diventare la carne della carne di tutta l’umanità. L’incarnazione non si conclude nel Cristo, ma raggiunge tutta l’umanità. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. Ogni uomo!

A tavola con i Dodici
Venuta la sera, egli giunse con i Dodici (Mc 14,17). Dodici persone sono attorno a Gesù: amici, eccetto Giuda (Gesù lo inviterà a lasciare l’assemblea prima dell’eucaristia). Sono degli iniziati a cui egli ha fatto conoscere tutto ciò che ha udito dal Padre (cf. Gv 15,15).
Non ci si comunica senza disposizione di coscienza e di fede. Voi siete mondi, ma non tutti ha detto Gesù (Gv 13,10). E non ci si comunica da soli. L’eucaristia non è semplicemente un mangiare Cristo; è un mangiare Cristo insieme.
Questo insieme è già quello del semplice pasto umano, dove il cibo condiviso lega i commensali e spesso li riconcilia. Nell’eucaristia questo cibo è Cristo stesso: è lui che unisce i credenti, lui che è ricevuto da tutti senza essere diviso. Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane (1Cor 10,16-17). Alla mensa di Dio, è Gesù Cristo che ci unisce e non primariamente il fatto di essere insieme.
Gesù giunse con i Dodici. Non si dice: con Maria e i cugini di Nazaret... Siccome la pasqua ebraica si celebrava in famiglia, che cosa vuole indicarci il Signore con questa scelta? Certamente: Il tuo parentado è più vasto: ogni uomo è tuo fratello, perché ogni uomo è mio fratello.
La cena di Gesù, dunque, non è un pasto familiare, ma un pasto comunitario. La grazia di essere figli di Dio deve farci passare dal gruppo naturale, chiuso, ad una Chiesa aperta, radunata dalla fede in Gesù e dall’amore per Gesù, dall’amore vicendevole di tutti per tutti, dal primo all’ultimo venuto, di ogni razza e colore... di ogni età!
Come dai dodici figli di Giacobbe nacquero le dodici tribù che costituirono la totalità del popolo di Dio fino a Gesù, così dai dodici apostoli che sono l’embrione della Chiesa, Cristo ha fatto nascere la totalità del nuovo popolo di Dio, un popolo universale, cattolico.
Tutta l’umanità, dunque, è invitata attorno alla tavola eucaristica.

Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni agli altri
La partecipazione all’eucaristia sa di sacrilegio, se manca la preoccupazione per il pane degli altri. Non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzitutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi... Quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno, infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il discredito sulla Chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?... Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri (1Cor 11,17-33).
L’eucaristia non era chiamata messa, ma frazione del pane in ricordo del gesto abituale e caratteristico di Gesù. Questa idea della condivisione era talmente naturale, quasi automatica, per coloro che credevano al corpo donato e al sangue versato del Salvatore presenti nell’eucaristia.
Gesù ha istituito l’eucaristia affinché noi, divenuti veramente una cosa sola con lui sacrificato, condividiamo con tutti quanto è rappresentato dal pane e dal vino: il nutrimento, la gioia, la vita... È facile dirlo o scriverlo. Senza dubbio lo dicevano anche i Corinzi, ma facevano il contrario. C’erano i ricchi e i poveri e (qui sta il grave) i poveri erano disprezzati dai ricchi.
Paolo non biasima i Corinzi per errori dottrinali. Rimprovera loro di non comprendere le implicazioni sociali della comunione.
I ricchi di Corinto credono di poter ricevere con i loro fratelli poveri il corpo di Cristo, pur rifiutando di condividere con essi i loro beni. Ma questo è impossibile.
La tenacia dei rancori, il rifiuto della condivisione, l’egoistico mantenimento dei privilegi, comportano una rottura della comunione con Cristo e con i cristiani. La non-condivisione porta perciò la contraddizione al cuore stesso del sacramento.
S. Paolo ha premuto con forza un ferro bruciante sulle piaghe aperte dei Corinzi... e sulle nostre.
S. Giovanni, che ha annunciato e commentato così a lungo il pane di vita (cap. 6), ci sorprende per il suo silenzio sull’istituzione di questo sacramento. Ci sorprende ancor di più perché sostituisce la narrazione del fatto con un racconto sconvolgente che ne precisa l’impatto. Dove porta la vera eucaristia?
Gesù lava i piedi dei discepoli (Gv 13,1-17). Lavoro da schiavi. Follia impensabile.
Perché non falsiamo la portata del gesto, le conseguenze le tira Gesù stesso: Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica (Gv 13,13-17).
Pagare di persona, nei servizi più umili, più pesanti, poco o nulla appariscenti: questo è lasciar vivere in sé, con i fatti, il Cristo che abbiamo mangiato, corpo donato e sangue versato per tutti. E tutti vuol dire... tutti!
L’evangelista Luca, subito dopo l’istituzione dell’eucaristia e l’annuncio del tradimento di Giuda (e quindi in un momento particolarmente solenne e tragico) butta lì il fattaccio che spiega ancor meglio la lavanda dei piedi riportata da Giovanni.
Sorse tra di loro una discussione, chi di loro poteva essere considerato il più grande. Egli disse: "I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve (Lc 22,24-27). Perciò chi vuol essere il primo tra voi, sarà il servo di tutti. Il figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,44-45). Gesù è il Servo annunciato da Isaia (cap. 53).

* * *

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13,34-35).
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando... Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv 15,12-17).
Questo gli uni gli altri ripetuto in modo così martellante e impressionante attorno alla prima tavola eucaristica, oggi rimbalza a noi e alle nostre eucaristie. Ci amiamo veramente? Perché questo è il segno per conoscere i veri discepoli di Gesù. Non ce n’è un altro!

 

IL SACRAMENTO DELLA RISURREZIONE

Il primo giorno della settimana
Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba... Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo di Gesù... Due uomini, in vesti sfolgoranti, dissero loro: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato" (Lc 24,1-6).
Nello stesso giorno, a 12 Km. circa da lì, il Risorto celebra l’eucaristia con i discepoli di Emmaus. Notiamo attentamente i tre momenti:

- Gesù commenta a lungo la Scrittura, spiegando l’avvenimento del giorno; la sua parola mette il fuoco nel cuore dei discepoli: liturgia della parola;
- poi quando fu a tavola con loro prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero (Lc 24,30-31): liturgia eucaristica;
- infine, senza indugio (Lc 24,33), i discepoli di Emmaus ritornano indietro sulla strada della loro delusione, arrivano a Gerusalemme, raccontano quanto è accaduto e come l’abbiano riconosciuto alla frazione del pane: liturgia della vita e della missione.

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù e si fermò in mezzo a loro... (Gv 20,19-29).
È la prima domenica della Chiesa e del mondo!
La risurrezione di Cristo dai morti, la sua manifestazione nell’assemblea dei suoi, il pasto messianico preso dal Risorto con i suoi discepoli, il dono dello Spirito e il compito missionario dato alla Chiesa: questa è la pasqua cristiana. Questo è l’avvenimento centrale della storia della salvezza che ha segnato per sempre "il primo giorno della settimana". Tutto il mistero che la domenica celebrerà è già presente nel giorno di pasqua; la domenica non sarà nient’altro che la celebrazione settimanale del mistero pasquale (P. Jounel).
Lo stesso Risorto prende per mano la giovane Chiesa per insegnarle questo ritmo settimanale e il significato di questo giorno: Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa, e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente!" (Gv 20,28-29).
Siamo ancora al primo giorno della settimana; la Chiesa è presente, perché ha compreso che deve riunirsi; il Signore viene in mezzo ad essa, celebra con essa la sua passione-risurrezione: Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato. Consolida, attraverso Tommaso, la fede di tutti e anche la nostra: Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!
Il giorno della risurrezione di Cristo venne chiamato dominica dies, giorno del Signore, prima ancora della fine del primo secolo, come ne fa fede l’Apocalisse: Rapito in estasi, nel giorno del Signore... (Ap 1,10).
Gli Atti degli apostoli ci presentano i primissimi cristiani assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (At 2,42).
Hanno qualcosa da obiettare i nostri cristiani stagionali? Il testo continua. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati
(At 2,44-48).
Non fa meraviglia che godessero la simpatia di tutto il popolo.
Davanti a simile gente anche un miscredente alza tanto di cappello!
La letizia e la semplicità di cuore fanno gola a tutti e convertono più che le prediche ringhiose.
A proposito, quanto erano lunghe le prediche di s. Paolo?
Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane e Paolo conversava con loro; e poiché doveva partire il giorno dopo, prolungò la conversazione fino a mezzanotte... Poi... spezzò il pane e ne mangiò e dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì (At 20,7-11). Leggete il testo integrale. I puntini nascondono il morto. Neppure davanti a uno che muore a causa del sonno Paolo accorcia la predica!
Citiamo alcuni testi arcinoti (e arcidimenticati) della tradizione apostolica.
Il giorno del Signore, riunitevi per la frazione del pane (Didachè).
Coloro che vivevano sotto l’antico ordine delle cose sono venuti alla nuova speranza, non osservando più il sabato, ma la domenica, giorno in cui la nostra vita è nata mediante Cristo (s. Ignazio di Antiochia + 106).
Ci riuniamo tutti il primo giorno in cui Gesù Cristo nostro salvatore risuscitò dai morti (s. Giustino + 165).
Non mettete le vostre faccende temporali al di sopra della parola di Dio, ma tutto abbandonate nel giorno del Signore e correte alacremente alle vostre Chiese. Altrimenti, quale scusa potranno invocare presso Dio coloro che non si riuniscono nel giorno del Signore per ascoltare la parola di vita e nutrirsi del cibo divino che permane eternamente? (Didascalia degli apostoli, III secolo).
Quale scusa potranno invocare presso Dio? Gli antichi avevano poca inventiva. Lo chiedano all’ottanta per cento degli italiani. Loro l’hanno trovata!
Dice il Concilio Vaticano II: Secondo la tradizione apostolica, che trae origine dal giorno stesso della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente il giorno del Signore o domenica. In questo giorno i fedeli devono riunirsi in assemblea, perché, ascoltando la parola di Dio e partecipando all’eucaristia, facciano memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù, e rendano grazie a Dio che li ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti (1Pt 1,3). Per questo la domenica è il giorno di festa primordiale che deve essere proposto e inculcato alla pietà dei fedeli, in modo che divenga anche giorno di gioia e di astensione dal lavoro (SC 106).

La Chiesa è una comunione
La Chiesa in quanto tale ha il dovere di riunirsi in assemblea: Chiesa vuol dire assemblea.
La Chiesa primitiva, uscita tutta nuova dalle mani di Cristo, era una comunione: La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune (At 4,32).
La riunione domenicale della comunità cristiana non è mai stata facile.
Nei primi tempi meno ancora di oggi, a causa dei pericoli, delle persecuzioni e anche perché la domenica era giorno lavorativo per tutti i cristiani che dipendevano da un padrone o erano schiavi. Ed erano la stragrande maggioranza!
L’autore della lettera agli ebrei scrive: Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone, senza disertare le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma invece esortandoci a vicenda; tanto più che potete vedere come il giorno (del Signore) si avvicina (Eb 10,25).
Quelli che avevano preso l’abitudine di rimanere a casa potevano avere delle buone ragioni. Avevano patito tanto a causa della loro fede.
Richiamate alla memoria quei primi giorni nei quali, dopo essere stati illuminati (= battezzati), avete dovuto sopportare una grande e penosa lotta, ora esposti pubblicamente a insulti e tribolazioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi. Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa (Eb 10,32-36).
Nonostante questo, non bisogna disertare le nostre riunioni: l’abbandono delle riunioni è visto come il primo passo sulla strada dell’apostasia.
In piena persecuzione, s. Ignazio di Antiochia (+ 106), mentre era condotto a Roma a morire maciullato dai denti dei leoni scrive agli Efesini: Nessuno s’inganni: chi non è nel recinto dell’altare rimane privo del pane di Dio. Se la preghiera di due persone riunite ha sì grande efficacia, quanto più ne avrà quella del vescovo e di tutta la Chiesa? Chi non interviene all’adunanza fa già un atto di superbia e si scomunica da sé.
S. Giustino filosofo e martire (+ 165) scrive nella sua Prima apologia al cap. 67: Nel giorno detto del sole convengono tutti nello stesso luogo, sia quelli di città, sia quelli di campagna. E finché il tempo lo permette si leggono le memorie degli apostoli, oppure le scritture dei profeti, poi quando il lettore ha cessato, chi presiede parla ammonendo ed esortando a imitare sì belli esempi, quindi ci alziamo insieme in piedi e facciamo preghiere, come già si disse, si offrono pane, vino, acqua...
Si fa la distribuzione e si dà a ciascuno delle offerte su cui si sono celebrate le azioni di grazia (= eucaristia), e si mandano agli assenti per mezzo dei diaconi.
Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del sole, perché è il primo giorno nel quale Dio, mutando la tenebra e la materia, creò il mondo, e anche perché Gesù Cristo nostro salvatore, nello stesso giorno, risorse da morte
.
Qualcuno dice che i ritmi di vita dell’uomo moderno, le scadenze del mondo industriale, la fretta e l’agitazione che attanaglia tutti... consiglierebbero di diluire le scadenze dell’eucaristia, della messa obbligatoria, portandola ad un ritmo quindicinale, mensile, trimestrale, stagionale...
Chi avrebbe il coraggio di proporre ai lavoratori di saltare i giorni festivi e di riposo, di fare un giorno di riposo ogni quindici, trenta, novanta, centoventi giorni...?
Solo per incontrare Dio e i fratelli le frequenze sono troppo ravvicinate?!
Il ritmo delle eucaristie è il respiro dell’anima, della vita del cristiano. Quando un malato tira il respiro coi denti e a intervalli sempre più ampi vuol dire che s’avvicina il momento della morte. Se vuoi vivere, devi partecipare all’eucaristia tutte le domeniche.
C’è ancora il precetto? Non diciamo che non esiste più l’obbligo della messa tutte le domeniche e le feste comandate. È falso! La Chiesa non può rinunciare a essere sé stessa: cioè assemblea pasquale e festiva di coloro che credono nel Risorto e lo incontrano personalmente secondo un ritmo settimanale da lui stesso inaugurato (cf. Gv 20,26).
I sacerdoti e i genitori non si sgravino la coscienza tanto facilmente e a buon prezzo. Lo so bene che è più facile minacciare l’inferno che comunicare la fede nell’eucaristia e dare il gusto di prendervi parte. Nostro compito è di far capire la necessità vitale, di creare l’esigenza interiore affinché figli e fedeli partecipino liberamente secondo la loro legge interiore. Ma la legge interiore non vuol dire sentire (ho voglia... non ho voglia... me la sento... non me la sento), non vuol dire capriccio o arbitrio. Libertà è poter fare ciò che si deve fare (Montesqiueu). Bisognerebbe fare un modo che nemmeno una volta nella vita si abbiano a compiere i propri doveri religiosi, perché costretti o per obbedire a pure convenienze (Lacordaire).
Lo Spirito è la fonte della libertà cristiana. La legge è cristiana solo se è interiorizzata nel cuore. Solo l’amore giustifica la legge. Ama e fa’ quello che vuoi (s. Agostino). Voi siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non diventi un pretesto per vivere secondo la carne... (Gal 5,13-15).
Di Cristo, nella celebrazione dell’eucaristia, si dice: Egli, offrendosi liberamente alla sua passione... : lo stesso si possa dire del cristiano presente a messa! Senza la libertà non c’è amore. La messa è il più grande mistero d’amore: per questo esige la massima libertà.
Andare a messa è un diritto, una necessità, una gioia.
La nostra ultima parola è un appello pressante a tutti i responsabili e animatori delle comunità cristiane: non temano d’insistere, a tempo e fuori tempo, sulla fedeltà dei battezzati a celebrare nella gioia l’eucaristia domenicale. Come potrebbero essi trascurare questo incontro, questo banchetto che Cristo ci prepara nel suo amore?... È il Cristo crocifisso e glorificato che passa in mezzo ai suoi discepoli, per trascinarli insieme nel rinnovamento della sua risurrezione (Paolo VI).

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