LA LETTERA DI GIUDA
(Pedron Lino)


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titoli

INDICE:

Introduzione

1) Indirizzo e saluto (vv.1-2)

2) I falsi maestri (1,3-16)

3) I doveri dei credenti (vv. 17-23)

4) Conclusione: Dossologia (vv. 24-25)

 

 

Introduzione

Stando ai vv. 3-4 di questa lettera, essa ha lo scopo di combattere certi falsi maestri, empi e scostumati, che si sono insinuati nella comunità. Il pericolo per i credenti è sopraggiunto all’improvviso, cosicché lo scrivente ha dovuto decidersi senza indugi a inviare una lettera combattiva. E il pericolo è molto grande, tanto che l’autore deve usare frasi molto pesanti e violente. I falsi maestri con cui polemizza fanno presumibilmente parte dell’incipiente gnosi ereticale. Questi eretici sostengono di possedere conoscenze superiori e pretendono di aver ricevuto visioni e rivelazioni (v. 8). La lettera ha un indirizzo molto vasto e assai generico, poiché si rivolge "ai diletti in Dio e ai chiamati, custoditi per Gesù Cristo" (v.1). Per natura sua, questo scritto si può considerare un volantino antieretico. Stando alle indicazioni della lettera, l’autore è Giuda, il fratello del Signore. La data dello scritto viene comunemente posta verso il 90 d.C. o non molto prima.

La lettera di Giuda e la seconda lettera di Pietro concordano a tal punto tra loro per contenuto ed espressione, che una dipendenza letteraria è evidente. L’esegesi attuale è quasi unanime nell’ammettere la priorità della lettera di Giuda.

L’autore della lettera è "Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo". Probabilmente questo Giacomo è l’autore della lettera che porta il suo nome.

Entrambi questi fratelli sono ricordati da Mt 13,55 quando i Nazaretani si chiedono sul conto di Gesù: "Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?" Dunque i due scrittori delle lettere del NT Giacomo e Giuda sarebbero tra loro fratelli e fratelli del Signore, ma non avrebbero fatto parte del gruppo dei dodici. D’altronde anche da Gd 17 risulta chiaro che l’autore non è uno dei dodici.

Se Giacomo e Giuda sono fratelli di Gesù si può dire ancora qualcosa su di loro. Secondo la storia della passione di Gesù, una delle donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea fin sul monte Calvario e alle quali apparve il Signore, era Maria, la madre di Giacomo il minore e di Ioses (Mc 15,40; 16,1). Questi due erano probabilmente quegli stessi che furono chiamati fratelli di Gesù (Mt 13,55). La madre dei fratelli è dunque una Maria, che nei racconti è distinta da Maria, la madre di Gesù (Mt 27,61). Quindi i fratelli di Gesù erano suoi cugini. Come in ebraico ah, così anche adelfos, nel greco influenzato dal semitico, può indicare un fratello oppure un parente meno prossimo.

 

(1)
Indirizzo e saluto
vv.1-2

1Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo, agli eletti che vivono nell’amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo: 2misericordia a voi e pace e carità in abbondanza.

v. 1. Giuda si designa come servo di Gesù Cristo. La persona pia dell’Antico Testamento sa di essere e si denomina servo di Dio. La formula dell’Antico Testamento è sostituita nel Nuovo Testamento dalla dichiarazione che i cristiani sono servi di Gesù Cristo. Il cristiano, liberato dalla schiavitù del mondo, del peccato e della morte, diventa servo di Gesù Cristo, è sua proprietà e appartiene a Lui con tutta la sua vita (1Cor 7,22; Ef 6,6). La formula ha un senso particolare quando Paolo la impiega ripetutamente negli esordi delle lettere come designazione di se stesso (Rm 1,1; Fil 1,1), anche se più spesso Paolo si dice apostolo di Gesù Cristo (1Cor 1,1; ecc.).

I destinatari sono detti "chiamati, amati in Dio e conservati per Cristo". La vocazione da parte di Dio contiene l’essere amati e custoditi. I cristiani sono amati da Dio e protetti dall’amore di Dio. I cristiani sono inoltre i "conservati per Gesù Cristo", cioè vengono custoditi per il compimento della fine dei tempi, che avverrà mediante Cristo e in Cristo. L’idea della conservazione per il compimento finale risuona ancora nel v. 25 della lettera. Simile per contenuto e forma è l’augurio di Paolo in 1Ts 5,23. Quindi tutto il v.1 mette in risalto la precedenza assoluta di Dio nell’evento della salvezza.

La sua chiamata costituisce l’inizio. Col suo amore permanente, Egli conserva e conduce l’eletto fino al raggiungimento della perfezione escatologica. Le forme dei verbi al perfetto accentuano la decisione che con l’agire di Dio è stata presa una volta per sempre. Più avanti la lettera esige fermamente l’attività morale del credente.

v. 2. Anche l’augurio benedicente tratta dell’attività e dei doni di Dio: misericordia, pace e amore. La misericordia nel tempo presente è grazia, nel tempo escatologico è salvezza nel giudizio finale. La pace è la condizione oggettiva e generale che consiste nel retto ordinamento delle cose e nella salvezza degli uomini, la nuova creazione che solo Dio può donare e operare (1Pt 1,2). L’amore è quello di Dio per i credenti. Gli uomini non sono in grado di creare questi beni, ma sono loro elargiti da Dio. Come spesso nel linguaggio biblico, si nasconde dietro il verbo passivo l’attività di Dio, del quale un profondo rispetto non vuole parlare direttamente.

 

2
I falsi maestri
(1,3-16)

3Carissimi, avevo un gran desiderio di scrivervi riguardo alla nostra salvezza, ma sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte. 4Si sono infiltrati infatti tra voi alcuni individui - i quali sono già stati segnati da tempo per questa condanna - empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio, rinnegando il nostro unico padrone e signore Gesù Cristo.
5Ora io voglio ricordare a voi, che già conoscete tutte queste cose, che il Signore dopo aver salvato il popolo dalla terra d’Egitto, fece perire in seguito quelli che non vollero credere, 6e che gli angeli che non conservarono la loro dignità ma lasciarono la propria dimora, egli li tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno. 7Così Sòdoma e Gomorra e le città vicine, che si sono abbandonate all’impudicizia allo stesso modo e sono andate dietro a vizi contro natura, stanno come esempio subendo le pene di un fuoco eterno.
8Ugualmente, anche costoro, come sotto la spinta dei loro sogni, contaminano il proprio corpo, disprezzano il Signore e insultano gli esseri gloriosi. 9L’arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore! 10Costoro invece bestemmiano tutto ciò che ignorano; tutto ciò che essi conoscono per mezzo dei sensi, come animali senza ragione, questo serve a loro rovina. 11Guai a loro! Perché si sono incamminati per la strada di Caino e, per sete di lucro, si sono impegolati nei traviamenti di Balaàm e sono periti nella ribellione di Kore. 12Sono la sozzura dei vostri banchetti sedendo insieme a mensa senza ritegno, pascendo se stessi; come nuvole senza pioggia portate via dai venti, o alberi di fine stagione senza frutto, due volte morti, sradicati; 13come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno.
14Profetò anche per loro Ènoch, settimo dopo Adamo, dicendo: «Ecco, il Signore è venuto con le sue miriadi di angeli per far il giudizio contro tutti, 15e per convincere tutti gli empi di tutte le opere di empietà che hanno commesso e di tutti gli insulti che peccatori empi hanno pronunziato contro di lui». 16Sono sobillatori pieni di acredine, che agiscono secondo le loro passioni; la loro bocca proferisce parole orgogliose e adùlano le persone per motivi interessati.

Il v.3 espone il motivo per cui è stata scritta la lettera. Giuda intendeva comporre uno scritto che istruisse in modo generico i destinatari sulla salvezza cristiana. Ma ora la lettera deve trattare un argomento particolare, volendo opporsi a un pericoloso movimento ereticale nella Chiesa. Di questo pericolo della Chiesa la lettera riferisce nella sua sezione principale 3-16. La lettera mira a denunciare certi maestri di errore che minacciano di rovinare la comunità e smaschera la loro depravazione. Essa descrive gli eretici secondo la loro dottrina (4.8.10) e la loro vita dissoluta (4.8.12.16.19). Giuda scaglia su di loro la sua minaccia (11), perché per loro il giudizio è sicuro (15).

v. 3. I lettori sono interpellati come amati dallo scrivente. La salvezza viene detta "la nostra comune salvezza". La salvezza della religiosità ellenistica è acquisita dai singoli nell’evento appartato dei misteri, mentre nel concetto biblico essa è sempre intesa come salvezza della totalità. Nell’Antico Testamento la salvezza è promessa alla comunità del popolo e alla fine vi sono inclusi anche i pagani. Secondo il Nuovo Testamento essa è opera del Cristo a favore di tutto il mondo. Il pericolo al quale la lettera vuol porre rimedio è indicato come pericolo per la fede della Chiesa. La fede è trasmessa una volta per tutte ai santi, cioè alla Chiesa. Il Nuovo Testamento intende la fede come la risposta al Dio benevolo, quindi essenzialmente come atteggiamento personale di fede e come obbedienza di fede. Ma fin dall’inizio, la fede ha anche un suo preciso contenuto. Paolo esige con insistenza la fedeltà alla dottrina cristiana tramandata (Rm 16,17; 1Cor 11,2). Si esige che la tradizione provenga dal Signore (1Cor 11,23 ). Il trasmettitore autorevole è l’apostolo (2 Ts 2,15 ). La tradizione creata dagli uomini non ha alcun valore (Col 2,8).

Mentre erano ancora vivi gli apostoli la tradizione si consolida in una formula di confessione (1Cor 15,3-4) e già si forma la confessione cristologica del simbolo successivo. Anche l’ordinamento sacramentale della Chiesa si compone in una tradizione fissa (1Cor 11,23). È di questi primi inizi della formazione di una tradizione di fede che parla il v. 3 con l’espressione "la fede trasmessa ai santi una volta per sempre". Il principio cattolico della tradizione appare addirittura completamente sviluppato. La fede è consegnata alla Chiesa una volta per tutte. Il suo compito è di custodirla senza sottrarre o aggiungere nulla. Essa può soltanto sviluppare il patrimonio di fede affidatole. La legge della fede è quindi già promulgata nel Nuovo Testamento. Giuda esorta a "lottare" per la fede. La lotta è il servizio apostolico (Col 1,29; 2Tm 4,7-8) ma anche la vita cristiana in genere (1Cor 9,25; Ef 6,10-17). Anche il Signore parla di lotta da sostenere per entrare nel regno di Dio (Lc 13,24).

v. 4. Giuda offre una prima descrizione dei falsi maestri. Li chiama "certe persone" il che ha evidentemente un senso dispregiativo: non meritano di essere chiamati per nome. Il loro apparire è presentato come un insinuarsi di nascosto nella Chiesa (cfr. Gal 2,4; 2Pt 2,1). Come la grande Chiesa aveva e inviava i suoi apostoli, maestri e profeti, così facevano anche le comunità minori. Le lettere ai Corinzi (2 Cor 11), la lettera ai Galati (2,4) e quella ai Filippesi (3,2) presentano Paolo in lotta con questi altri apostoli che con la violenza e l’astuzia penetravano nelle comunità di Paolo; lo stesso avviene più tardi nelle lettere pastorali (2Tm 3,6). Le lettere di Giovanni si preoccupavano di tenerli lontani dalle comunità (1Gv 4,1; 2Gv 7.10.11; 3 Gv 9). Nel v.4 della lettera di Giuda, i falsi maestri non cercano di formare un’altra Chiesa separata dalla comune madre, ma stanno nella Chiesa e cercano di introdurvi le loro dottrine. Questi eretici sono designati come empi. La loro empietà si manifesta con la loro dissolutezza e la loro negazione di Dio. Costoro "stravolgono la grazia del nostro Dio in dissolutezza". Anche Paolo si rivolta contro un fraintendimento e un abuso del vangelo, che finirebbe nella dissolutezza (Rm 3,5-8; 6,1). Ciò accade quando uno pecca col pretesto che l’uomo in ogni caso è pur sempre un peccatore e necessita della grazia del perdono di Dio, e pensa che la grazia di Dio può dimostrare di essere tanto più potente quanto maggiore è il peccato. Paolo mette in guardia da uno stravolgimento del vangelo della libertà: libertà non è libertinaggio, sfrenatezza e licenza. La libertà è invece un essere liberi per il servizio di Dio (Rm 6,15-22) e per l’amore operoso verso il prossimo (Gal 5,3). In questo contesto la grazia è soprattutto il perdono del peccato e la liberazione dal giogo della legge per raggiungere la libertà dei figli di Dio. Il suo abuso è la dissolutezza morale del libertinaggio.

L’altra caratteristica dei falsi maestri è la loro negazione di Dio o meglio di Gesù Cristo che è il nostro unico sovrano e Signore (cfr. 2Pt 2,1). Il termine despòtes indica una persona che possiede un potere sovrano illimitato. Questa parola usata in senso cristologico indica il potere sovrano di Cristo che lo manifesta proprio quale kùrios, cioè quale Signore Dio.

Questi falsi maestri rinnegano Cristo sia con una condotta dissoluta sia con una esplicita negazione della dottrina cristologica. Essi sono "da lungo tempo predestinati a questo giudizio".Di questo giudizio punitivo trattano i vv. 5-7 e 15. "Questo giudizio" è un’anticipazione di questi versetti. Di questi malfattori e del loro giudizio sta scritto in anticipo, già da lungo tempo, nelle Scritture, come si mostra subito dopo in 5.7.9.14.15.

v. 5. La lettera riporta tre esempi dell’Antico Testamento, affermando però che i destinatari sanno già tutto una volta per tutte. Simili affermazioni possono essere una cortesia dello stile epistolare (1Ts 4,9; Rm 15,14; Gv 2,21-27; ecc.). Ma qui trovano la loro motivazione dal v.3. La fede, come la pienezza della rivelazione di Dio, è stata trasmessa ai santi una volta per tutte. Perciò i destinatari possiedono ogni conoscenza dell’evento salvifico. La dottrina apostolica è fatta essenzialmente e soprattutto dal ricordo di ciò che si sa e si è provato. Ecco perché l’esortazione pasquale suona cosi: "Ricordatevi come vi parlò" (Lc 24,6). La Chiesa di Corinto deve ricordarsi di Paolo e di tutto quello che egli le ha trasmesso (1Cor 11,2). Secondo le lettere pastorali, il compito della predicazione è di far sì che la Chiesa ricordi (2Tm 2,8-14; Tt 3,1). Nel richiamo e nel ricordo della Chiesa la fede e la dottrina vengono trasmesse, e così esse giungono ad una sempre nuova e profonda comprensione da parte della Chiesa.

Il primo esempio biblico è tratto dalla storia d’Israele. Dio ha salvato una volta il suo popolo, quando lo fece uscire dall’Egitto. Ma quando il popolo divenne incredulo, egli lo annientò (Nm 14,26-35). La storia è una prefigurazione degli eretici e della loro sorte. Essi una volta hanno ricevuto la salvezza, ma si sono lasciati indurre all’incredulità e alla defezione, e la loro rovina è sicura.

v. 6. Il secondo esempio biblico è la caduta degli angeli. Essendo potenti principi celesti essi avevano il loro dominio. Secondo la concezione del tardo giudaismo e del Nuovo Testamento, gli esseri spirituali celesti hanno le loro zone di dominio nel mondo, tanto che gli esseri angelici si possono perfino chiamare potenze (Rm 8,38; Col 2,15). Secondo Dt 32,8 LXX, agli angeli di Dio sono stati assegnati dei popoli (cfr. Dt 10,12-20). Il loro potere è così grande, che essi appaiano come "dominatori del mondo" (Ef 6,12). Secondo Ef 2,2; 3,10, la loro dimora si trova nelle regioni subcelesti o nell’aria in genere. Certamente Paolo assegna questi luoghi agli spiriti malefici, ma presuppone che gli spiriti siano stati creati come spiriti buoni (Col 1,16).

Per certi loro crimini, questi angeli perdettero i loro ambienti di dominio celeste e subirono una grave punizione. Dio li incatena con vincoli eterni nel buio fino al "giudizio nel grande giorno".

Riferita agli eretici, la caduta degli angeli è un esempio che ricorda quale punizione debbano aspettarsi coloro che tradiscono un’alta dignità; ma al tempo stesso è anche un esempio della punizione per la lussuria, poiché il v.8 rimprovererà agli eretici proprio questo peccato.

v. 7. Il terzo esempio è la fine di Sodoma e Gomorra, un esempio del giudizio punitivo di Dio ricordato spesso nella tradizione biblica (Ger 23,14; Ez 16,48-50; Mt 10,15; 11,24; Rm 9,29). Con Sodoma e Gomorra Giuda ricorda le città limitrofe, che subirono la medesima punizione. Secondo Dt 29,22 e Os 11,8 si tratta di Adma e Seboim. Il delitto di queste città fu che esse "commisero atti di libidine e seguirono carne diversa". Giuda richiama il racconto di Gen 19,4-25, secondo cui gli abitanti di Sodoma volevano violentare i due angeli che avevano preso alloggio presso Lot come ospiti. La loro era una carne diversa, poiché erano angeli che si erano incarnati. La Bibbia racconta che i Sodomiti non poterono attuare il loro progetto per l’intervento di una forza superiore. Il luogo delle città peccatrici è visibile a tutti: il Mar Morto. Il terribile fenomeno naturale del Mar Morto è spiegato così: là sotto giacciono le città depravate, punite col fuoco eterno.

v. 8. Dai tre esempi di peccato deriva l’applicazione agli eretici, i quali peccano allo stesso modo. Essi sono indicati anzitutto come enupniazòmenoi, cioè sognatori. La spiegazione del vocabolo si deduce dall’uso che ne fa l’Antico Testamento. Dt 13,2.4.6, mette in guardia dall’istigazione al culto degli idoli da parte di profeti o sognatori. In Is 56,10 le guide del popolo sono accusate di assomigliare a cani muti che sognano accovacciati e amano il sonno. In Ger 34,9 e 36,8 LXX coloro che illudono il popolo sono elencati in questi termini: falsi profeti, indovini e sognatori. I sogni di questi falsi profeti non sono soltanto sogni di desiderio, ma visioni false e bugiarde. Secondo il giudizio della lettera sono sicuramente visioni demoniache, che diventano fatali per gli stessi sognatori, che poi se ne servono per ingannare e sedurre gli altri.

Agli eretici sono rimproverati tre misfatti. Essi contaminano la carne: fanno come i Sodomiti, che erano avidi di rapporti sessuali sfrenati. Essi rifiutavano la sovranità del Signore, disobbedendo ai precetti di Gesù Cristo. E, infine, bestemmiano le potenze celesti, ossia, come i Sodomiti volevano violentare gli angeli in figura d’uomo, così gli eretici bestemmiano e disprezzano gli angeli del cielo.

v. 9. Un esempio desunto dalla storia sacra mostra quanto siano presuntuosi i bestemmiatori. Una volta l’arcangelo Michele dovette lottare col diavolo per il corpo di Mosè, eppure si guardò bene dal bestemmiare satana. Quindi i bestemmiatori si permettono ciò che neppure l’arcangelo osò fare nei confronti di satana rimproverato. Tanto meno semplici uomini possono bestemmiare le signorie angeliche. Questa leggenda riportata da Giuda si trova nell’"Assunzione di Mosè". La parte del libro, che trattava della morte e sepoltura di Mosè, è andata perduta. La tradizione prendeva lo spunto da Dt 34,6:"E Jahvè seppellì Mosè". Poiché questo antropomorfismo sembrava troppo ardito, i LXX tradussero: "Si seppellì Mosè" e Filone (Vita di Mosè 2,291) dice che lo seppellirono forze angeliche immortali.

Nell’angelogia giudaica Michele è soprattutto il protettore d’Israele e l’antagonista del diavolo. Combattendo col diavolo, Michele non osò condannare e maledire il diavolo con una sentenza di giudizio (sarebbe stata una bestemmia), ma lasciò che fosse Dio a giudicare il diavolo. Michele fa ciò servendosi di una frase desunta da Zc 3,2 dove con un procedimento simile è descritta una contesa fra un angelo e un diavolo a proposito del sommo sacerdote Giosuè.

v. 10. Questo v. si riallaccia al v.8. I tre rimproveri del v.8 sono qui riassunti nei due della bestemmia e della soddisfazione delle voglie. Come motivo delle loro bestemmie ora si rinfaccia agli gnostici proprio la loro ignoranza. Al v.19 si dirà che non hanno lo Spirito, ma sono psichici. Perciò non possono conoscere le cose celesti e spirituali. Secondo 1Cor 2,10.14-15, l’uomo psichico non capisce le cose dello Spirito di Dio e soltanto l’uomo pneumatico (che ha lo Spirito) può giudicare di tutto. Agli eretici manca quella comprensione spirituale al punto di ridursi in balia dell’istinto naturale. Essi capiscono solo ciò che muove anche l’animale. Poiché nei vv.4.7.8 si parla di lussuria, probabilmente qui si parla di colpe sessuali.

L’immoralità sessuale compare anche in Rm 1,24 come conseguenza dello smarrimento intellettuale. Gli eretici precipitano nella rovina e nella perdizione che seguono al giudizio e alla punizione di Dio.

v. 11. Come nei vv.5-7, anche qui la cattiveria di questi malvagi si dimostra ancora con paragoni desunti dall’Antico Testamento. Sono sempre gli esempi di punizioni dell’Antico Testamento che devono avvisare i malvagi e mettere in guardia da loro la Chiesa. Perché saranno guai per quelli che commettono tali errori. Ma i punti di paragone tra i malvagi di allora e quelli di adesso non riusciamo a stabilirli facilmente e sicuramente. Gli eretici hanno imboccato la via di Caino e ora la percorrono. In Gen 4,12-16 si parla ripetutamente della via di Caino, dicendo che egli era senza pace e inquieto. Secondo Filone (Post.C. 38-39.42; Migr.Abr. 75) Caino è guida e maestro degli uomini che si ribellano a Dio, si abbandonano ai sensi e ai piaceri e sono destinati alla rovina eterna. Per Flavio Giuseppe (Ant. 1,52 ss.) Caino è completamente empio, rapace e violento ed è istigatore agli stravizi, alla rapina e ad ogni malizia. In Eb 11,4 Caino è il rappresentante dell’incredulità. I libertini della Chiesa primitiva (Ireneo, Haer. 1,31; Epifanio Haer. 38,1,1-3) si denominavano cainiti proprio perché riassumevano in sé tutta la degradazione di Caino. Quindi per la lettera di Giuda gli eretici che hanno percorso la via di Caino sono empi e avidi come lui.

Nell’Antico Testamento la storia di Balaam è tramandata in varie forme. Secondo Nm 22-24; Gs 24,9-10, Mi 6,5 egli benedice Israele, seguendo l’ordine di Dio. Ma secondo Nm 31,16, per suggerimento di Balaam le donne madianite indussero gli Israeliti alla fornicazione e a passare da Jahvè a Baal Fegor. Perciò in una spedizione di vendetta contro Madian, Balaam venne ucciso (Nm 31,8). La lettera di Giuda si aggancia a questa seconda tradizione secondo cui Balaam diventa il prototipo dell’avido, del bestemmiatore e del seduttore. Il Nuovo Testamento riprende questa tradizione in Ap 2,14 ove si dice che come Balaam era colpevole del culto idolatrico e della libidine di Israele, così i Nicolaiti corrompono la Chiesa di Pergamo. Gli eretici della lettera di Giuda sono caduti vittime della seduzione di Balaam. Gli eretici vengono proprio accusati di libidine e di bestemmia, quindi dei peccati di Balaam. E fanno tutto questo "per guadagno", per avidità, come viene loro rimproverato anche nel v.16. Il Nuovo Testamento è costretto a mettere ripetutamente in guardia dal predicare per cupidigia (1Pt 5,2; 1 Tm 3,3) e ai falsi maestri rimprovera spesso l’avidità di guadagno (2Cor 12,14-18; 2Tm 3,6; Tt 1,11).

La colpa di Core fu, secondo Nm 16, di contraddire e di ribellarsi a Mosè e al sacerdozio di Aronne. Egli e i suoi seguaci furono annientati dalla punizione di Dio. Della medesima colpa si macchiano gli eretici, perché si oppongono ai capi della comunità, turbano e disturbano l’ordine e la pace. La loro sorte è già decisa. Essi sono caduti nella rovina. Già ora, per la Chiesa, sono dei perduti, e ciò verrà confermato nel giudizio. In definitiva essi vanno alla morte sulla via di Caino, incorrono nell’errore di Balaam e si rovinano nella disobbedienza di Core.

v. 12. In questo verso gli eretici vengono qualificati con affermazioni ricavate dalla natura o formate da espressioni proverbiali. Gli eretici partecipano alle riunioni della Chiesa, alle agàpi. Qui agàpe significa il pasto preso in comunione, che nel primo secolo era insieme ripetizione della Cena del Signore e pasto normale. Nel secondo secolo la ripetizione della Cena del Signore venne separata dal pasto normale. In questi pasti gli eretici libertini sono chiamati spilàdes, termine che viene tradotto ora con "scogli" ora con "macchie di sporco".

Come Paolo in 1Cor 11,17-24 deve biasimare abusi nella celebrazione della Cena del Signore, così Giuda rimprovera la profanazione del pasto comunitario da parte degli eretici. Essi, nonostante la loro eresia, sono ancora collegati alla comunità cristiana, e si riempiono la pancia senza vergognarsi neanche un po’.

Gli eretici assomigliano a nubi senz’acqua sospinte dal vento. L’immagine illustra la vuotezza degli avversari, privi di contenuto e di vita cristiana. Essi sono alberi senza frutto nella stagione dei frutti che è l’autunno; sono senza frutti e senza foglie: due volte morti. Perché sono detti "due volte morti"? Forse perché prima di diventare cristiani erano morti e con la fede e il battesimo avevano avuto la vita e poi di nuovo sono ricaduti nella morte. Oppure l’espressione si deve spiegare con l’immagine della duplice morte, che talvolta è usata nell’Apocalisse (2,11; 20,6.14; 21,8). La morte fisica diventa morte definitiva in seguito al giudizio di Dio. Come tutti gli uomini, i malvagi sono destinati alla morte naturale, ma anche alla seconda morte che è già la dannazione eterna, della quale essi sono già preda, perché per loro il giudizio divino di condanna è certo (v. 11; apòlonto, sono già caduti in rovina). Gli eretici non portano alcun frutto e non ne possono portare perché sono come alberi "sradicati", ossia divelti dal terreno fertile della Chiesa. Essi si sono distaccati dalla comunità e perciò sono diventati infecondi. Il Nuovo Testamento usa ripetutamente le immagini dell’albero fruttuoso e infruttuoso (Mt 3,10; 7,19; 15,13; ecc.)

v. 13. Le onde del mare agitato gettano ogni immondizia sulla spiaggia. Così gli eretici vomitano spudoratamente le loro azioni vergognose. Per quanto riguarda il paragone degli "astri vaganti ai quali è riservato il buio delle tenebre in eterno" troviamo un rimando agli ambiti mitologici. Henoch (Haen. aeth. 18-21; 90,21-24) vede nel suo viaggio celeste quegli angeli, che, secondo Gen 6,1-4 si unirono con le figlie degli uomini, vagare come sette stelle che hanno abbandonato la loro orbita e perciò vennero rinchiusi in un tenebroso abisso, legati fino al giorno dell’ultimo giudizio. L’immagine, applicata agli eretici, significa che essi sono luci illusorie, che hanno abbandonato l’ordine e che per loro è già destinata una orribile punizione. Simile è il paragone in Teofilo di Antiochia (Ad Autolico 2,15,47,49): "Gli astri che vagano e fuggono da un luogo all’altro, i cosiddetti pianeti, sono un’immagine degli uomini che rinnegano Dio e hanno abbandonato la sua legge e i suoi precetti".

vv. 14-15. La minaccia di punizione viene documentata con una frase di Henoch. Questa citazione coincide strettamente con Haen. Aeth. 1,9, benché la citazione non corrisponda del tutto letteralmente né al testo etiopico né a quello greco. Nell’elenco delle generazioni di Gen 5,3-18 e di Cr 1,1-3 Henoch è menzionato come il settimo dopo Adamo, e così lo computano anche il libro di Henoch (60,8; 93,3) e i testi rabbinici. Il sette è anche numero sacro e segno della grazia di Dio. Henoch è il giusto perfetto e il prediletto di Dio, perciò la sua parola è ancora più valida. Giuda introduce la citazione dal libro di Henoch con la formula: "Ecco viene il Signore". Nel termine "Signore" il cristiano poteva scorgere il Cristo, la cui venuta, accompagnata dagli angeli, era attesa con speranza (Mt 25,31).

I commentatori antichi e moderni si sono scandalizzati del fatto che la lettera di Giuda citi un libro giudaico apocrifo. Come tutta la sua epoca, anche la lettera di Giuda tiene in alta stima quel libro e crede che esso derivi veramente dal patriarca Henoch, anche se da esso traspaiono tali concezioni del mondo angelico e del giudizio e riflessioni etiche così progredite, che per contenuto e forma non si può far risalire all’epoca di Henoch.

v. 16. Gli eretici sono presentati come giudicatori di Dio, mormoratori verso di lui e increduli. Inoltre si lamentano della propria sorte, facendone responsabile Dio stesso. Giuda richiama nuovamente la vita "secondo le loro voglie" degli gnostici eretici e a ciò aggiunge anche i loro sacrileghi peccati di parola: "La loro bocca dice cose esagerate". Teodozione dice la stessa cosa dei discorsi blasfemi di Antioco Epifane in Dn 11,36 (lalèsei upèronka, pronunciava parole orgogliose). Dopo le precedenti imputazioni di bestemmia contro Dio (vv.4.8.10) e accanto alla designazione degli eretici come giudicatori di Dio e mormoratori contro di lui, anche questi discorsi smodati s’intenderanno non come autoesaltazione presuntuosa, ma come discorsi contro Dio. Il v.16 chiude con una accusa grave nei confronti di questi eretici: "Lusingano le persone per amore di lucro". A conclusione del brano possiamo dire: questi eretici sono scontenti della loro sorte, si lamentano e vivono secondo le loro voglie.

 

3
I doveri dei credenti
(vv. 17-23)

17Ma voi, o carissimi, ricordatevi delle cose che furono predette dagli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo. 18Essi vi dicevano: «Alla fine dei tempi vi saranno impostori, che si comporteranno secondo le loro empie passioni». 19Tali sono quelli che provocano divisioni, gente materiale, privi dello Spirito.

Ora la lettera si rivolge ai lettori cristiani: "Ma voi, carissimi..." e li esorta ai doveri che ad essi si impongono nel pericolo che la Chiesa sta correndo. E intanto si ricordano ancora gli eretici, che vengono nuovamente descritti.

v. 17. I lettori non devono meravigliarsi che nella Chiesa ci siano eresie ed eretici. E si ricorda che gli apostoli parlarono in anticipo di tali fenomeni nella Chiesa. Non sono quindi sviluppi inaspettati che possono far dubitare della Chiesa.

v. 18. Qui l’autore riproduce il Kerigma apostolico in genere senza citare una scrittura particolare. Questa dottrina apostolica si può trovare riprodotta nel Nuovo Testamento (At 20,29-30; 1Tm 4, -3; 2Tm 3,1-5; 4,3). Questa predicazione degli apostoli risale fino alle parole del Signore (Mc 13,22; Mt 24,24).

Gli schernitori sono il contrario dei devoti, sono gli empi in genere. Nel sostantivo empàiktai confluisce il contenuto del verbo empàizein (schernire) che si trova nella predizione della passione (Mc 10,34) e nella sua descrizione (Lc 23,36; Mc 15,20-31). Esso indica il comportamento violento dei peccatori nei confronti del Cristo. Qui accusa i malvagi di assecondare beffardamente le loro voglie.

v. 19. Gli eretici sono coloro che ritenendo di avere l’esclusiva dello Spirito, affermano che gli altri sono psichici e in questo modo creano divisioni nella comunità.

Il Nuovo Testamento deve mettere in guardia spesso dalle scissioni nella Chiesa (1Cor 1,11; Gal 5,20; 1Tm 4,1) Qualcuno vorrebbe che l’interpretazione di apodiorìzontes (= persone che fanno distinzioni, che danno definizioni) partisse dal significato filosofico della parola secondo Aristotele (Pol. 4,4,13): essi sono dei dialettici che con le loro discussioni annullano la fede. La lettera afferma che sono loro, gli eretici, che sono psichici e non hanno lo Spirito.

La distinzione tra psichici e pneumatici è familiare al Nuovo Testamento a partire da Paolo. Lo psichico è colui che conosce e vive soltanto la vita naturale ed è incapace di capire la realtà di Dio (1Cor 2,13-15; 15,44-46). La mancanza dello Spirito non è una carenza di doti naturali, ma soprannaturali. Gli eretici non possiedono lo Spirito perché esso è stato concesso alla Chiesa (v. 20).

v. 20. All’eresia che distrugge l’unità si oppone la Chiesa unita nella fede. Con un’immagine assai diffusa nel Nuovo Testamento la Chiesa è descritta come casa di Dio (1Pt 2,5). Il Nuovo Testamento dice che Dio sovracostruisce la Chiesa (Ef 2,20; Col 2,7) oppure che sono gli apostoli e i ministri a costruirla (1Cor 3,10). Giuda dice che i fedeli stessi si costruiscono come Chiesa.

Te pìstei (con la fede o sulla fede) può indicare il mezzo con cui si fa la costruzione o la base su cui essa si fonda. Questa fede è detta santissima perché proviene da Dio come sua rivelazione e si mantiene sempre separata ed estranea al mondo. La fede, essendo il compendio della dottrina e della vita, è il bene supremo della Chiesa. Essa si esprime nella preghiera. Lo Spirito è l’interiorità della fede, la quale si esprime nella preghiera. La preghiera nello Spirito Santo è un profondo insegnamento della teologia paolina (Rm 8,15-26; 1Cor 12,3; Gal 4,6; Ef 6,18) che qui viene ripresa dalla lettera di Giuda.

v. 21. L’amore di Dio è inteso nel senso di Dio che ama l’uomo. Ciò tuttavia non esclude ma addirittura sollecita la risposta dell’amore dell’uomo. L’esortazione all’attesa è in prospettiva escatologica. Il ritorno di Cristo è designato come misericordia perché anche il giusto ha la consapevolezza che non potrebbe sopportare un giudizio di giustizia, ma aspetta con fiducia un giudizio di perdono e di misericordia. Solo la misericordia di Dio introduce nella vita eterna.

Mentre nell’Antico Testamento il giudizio è riservato a Dio, nel Nuovo Testamento è designato come giudice Gesù Cristo (Mt 25,31-46; 26,64). Anche nella lettera di Giuda v.21 Cristo è presentato come giudice, il che è ovvio per il Kerigma apostolico (2Cor 5,10). Questa è una delle molte prove che la dignità divina di Cristo viene espressa sempre più chiara e sicura nella fede e nell’insegnamento della Chiesa.

Il credente deve rimanere nell’amore che Dio ha dimostrato all’uomo. Da questo derivano come singoli atti la fedeltà nella fede, la preghiera nello Spirito e la speranza escatologica. Solo per l’azione di Dio è resa possibile l’azione dell’uomo.

vv. 22-23. All’esortazione rivolta ai fedeli si collegano le istruzioni sul comportamento da tenere di fronte agli sviati. La precisa comprensione di questi versetti è resa più difficile dall’incertezza della tradizione testuale. Essa presenta due forme: una più breve, a due membri, e una più lunga, a tre membri. Il testo più breve è stilisticamente difettoso, il testo più lungo è più facile e scorrevole.

Secondo il principio che il testo più difficile è il più originario, seguiamo il più breve e il più difficile.

Questo distingue due categorie di persone, una pericolante di cui ci si deve ancora occupare, e una già perduta con cui non si possono più avere legami. Quelli che appartengono al primo gruppo sono coloro che dubitano, quindi quelli che non si sono ancora allontanati del tutto dalla Chiesa e non hanno ancora scelto la separazione definitiva. Essi devono essere trattati con misericordia e strappati dal fuoco al quale sono votati. L’altro gruppo, quello degli eretici, è rovinato in misura assai peggiore, ma la misericordia della Chiesa deve estendersi anche a loro. Però una comunione con loro non è più possibile, perché la misericordia deve andare congiunta al timore di essere contaminati e contagiati. I credenti non devono assolutamente avere alcun rapporto con i rinnegati, neppure col contatto esterno dell’abito. Infatti la cattiveria intima ha insozzato anche gli indumenti (la stessa immagine si ha in Ap 3,4). Nella separazione degli erranti dalla comunità si applica al caso dell’eresia la regola fondamentale valida per i peccatori impenitenti (Mt 18,15-17). La stessa cosa avviene in 2Ts 3,14-15; 1Cor 5,5; 1Tm 1,20; Tt 3,10-11). Ma come si può usare misericordia a coloro coi quali i credenti non possono aver alcun contatto? Non rimane che la preghiera di intercessione.

 

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Conclusione: Dossologia
(vv. 24-25)

24A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e nella letizia, 25all’unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e sempre. Amen!

La lettera si conclude con un’ampia dossologia. La solennità dello stile liturgico si distingue dalla polemica violenta dei vv. precedenti.

v. 24. L’inizio della dossologia si richiama alla potenza di Dio. Viene magnificata la potenza di Dio, perché è tanto grande da poter esaudire il desiderio della preghiera che segue. Ma poiché soltanto Dio può procurare la salvezza escatologica richiesta nella preghiera, al presente Dio proteggerà i credenti da ogni inciampo e poi, dopo questo tempo, farà loro contemplare la sua gloria. Qui nel senso genuinamente biblico, doxa significa la gloria di Dio come equivalente della sua essenza, che Dio manifesterà ai beati in cielo (1Ts 3,13; 1Pt 1,8-9). Àmomos, senza difetti, indica la irreprensibilità religioso-morale dei credenti. Agallìasis significa la gioia cultuale ed escatologica, la gioia del cielo che è presentata come celebrazione cultuale (Sal 50,8.12; 125,2.5-6; Is 12,6; 25,9; 1Pt 4,13; Ap 19,7).

v. 25. L’unicità di Dio è lodata anche in Rm 16,27 e 1Tm 1,17. Dio è lodato come salvatore. Nel Nuovo Testamento Dio è salvatore perché salva tutti gli uomini e li conduce dall’eterna perdizione alla salvezza eterna. A quest’unico Dio nella dossologia sono attribuiti quattro predicati, dòxa, megalosùne, kràtos, exousìa. La dòxa è la gloria di Dio, la sua essenza. La megalosùne è la sublimità e la maestà che si predicano solo di Dio. Kràtos indica la forza superiore di Dio, a cui apparterrà anche la vittoria finale. Exousìa indica il potere di agire. Dio possiede i predicati della potenza in ogni tempo passato, presente e futuro.

"Per mezzo di Gesù Cristo Signore nostro". Dio realizza la redenzione per mezzo di Gesù Cristo. Infatti il Nuovo Testamento ripete spesso che Cristo fa da mediatore nelle opere di Dio: nella creazione del mondo (Gv 1,3; 1Cor 8,6; Col 1,16), nella rivelazione salvifica e nella riconciliazione (Gv 1,17; 3,17; At 10,36; 2Cor 5, 18; Col 1,20), nel giudizio (Rm 2,16) e nel compimento della salvezza (Rm 5,9; 1Cor 15,57). La dossologia viene conclusa con amèn che nell’Antico e nel Nuovo Testamento compare spesso come acclamazione alla dossologia.

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