"LEONE DEHON"
(Benedetto Caporale)


autori
titoli

CAPITOLO I: I progetti dell'uomo e quelli di Dio
CAPITOLO II: Turista e pellegrino
CAPITOLO III: In cammino verso il sacerdozio
CAPITOLO IV: Sacerdote in cerca della sua strada
CAPITOLO V: Il suo lavoro pastorale a San Quintino
CAPITOLO VI: I Sacerdoti del Sacro Cuore
CAPITOLO VII: Il suo apostolato sociale
CAPITOLO VIII: L’opera del p. Dehon in Europa e nel mondo
CAPITOLO IX: La sua eredità spirituale
APPENDICE

 

 

Capitolo primo
I PROGETTI DELL’UOMO E QUELLI DI DIO

Anche se l’uomo propone...
È Dio che sa... e dispone
"Eccomi Signore"
Tra i santini di mamma e i diavoletti di papà
Luci e ombre dell’adolescenza
I quattro anni passati a Parigi

Anche se l’uomo propone...

Il futuro di un neonato è una di quelle cose sulle quali molti amano interrogarsi e avanzare pronostico, non appena risuonano i primi vagiti, e più ancora in occasione del battesimo.

Non diversamente si saranno comportati amici e parenti della famiglia Dehon, alla nascita di Leone Gustavo, il terzo figlio di Giulio Alessandro e di Stefania Adele Balzamine Vandelet: nascita che ebbe luogo a La Capelle, dipartimento dell’Aisne (Francia settentrionale), il 14 marzo 1843.

Ma è possibile conoscere qualche cosa sul futuro di un neonato? E anche ammessa la possibilità di tali pronostici, sulla base di quali criteri potrebbero venire avvalorati? È questo un campo nel quale la fantasia ha tutto il suo gioco.

Gli amanti dell’araldica, compulsando gli archivi dei De Hon (diventati Dehon "per privilegio" nel corso della rivoluzione francese, come dicono le cronache di famiglia) non avrebbero faticato molto per scoprire fra gli antenati, qualche guerriero che si è battuto al tempo delle crociate, per la liberazione del santo Sepolcro, e ne poteva scaturire, per Leone Gustavo, un pronostico da battagliero difensore della Chiesa e della fede di Francia.

Qualche altro, per dare un responso, avrà fatto ricorso a una sorta di psicanalisi domestica, a partire dalle caratteristiche paterne o materne. Ma, anche qui, da chi prende in prevalenza un bel maschietto? dal padre o dalla madre? nel primo caso sappiamo che Leone Gustavo era figlio di un proprietario terriero, noto per rettitudine e bontà, ma religiosamente indifferente o quasi, per l’educazione laicistica ricevuta e allora così comune in Francia. Nel secondo caso, invece, Stefania Adele era una tipica donna di casa, dolce e pia, autentico modello dell’educazione religiosa e umana ricevuta dalle Dame del S. Cuore di Sofia Barat.

A tutto s’aggiunga quel pizzico di nazionalismo che per i francesi è come una seconda natura, per cui anche in Leone Gustavo non poteva mancare del tutto. Anzi, come vedremo, il futuro fondatore dei Sacerdoti del S. Cuore sarà francese al cento per cento: mistico e umanista insieme, uomo di contemplazione e di azione, militante per il regno di Dio ma vivace e generoso combattente pure in una società umana ove le questioni terrene si stavano moltiplicando e ingigantendo.

 

È Dio che sa e... dispone

Ma a che pro tanti pronostici? Prendiamo invece attenta visione dei fatti.

Leone Gustavo, nato in una regione di frontiera spalancata tanto ai venti culturali della Francia quanto a quelli delle Fiandre, figlio di genitori di buona pasta ma globalmente né santi né reprobi, era in fondo un uomo come ciascuno di noi: pronto a diventare lo sfaticato figlio di papà, oppure capace di fungere da sgobbone di turno, autentico cireneo di una croce che grava sulle spalle dell’intera società; aveva disposizioni per vivere un banale tran-tran da mediocre proprietario terriero, oppure per diventare un avvocato di grido nel foro di Parigi; un soggetto capace di infilarsi nella corrente del laicismo allora imperante, oppure pronto a farsi pilotare dallo Spirito di Dio per diventare uno dei tanti apostoli della carità o della sapienza cristiana, che la Francia ha offerto alla chiesa con indiscutibile generosità.

Ecco perché non credo al destino segnato per nessuno. Sono convinto, invece, che del piccolo Dehon solo il Signore conoscesse il futuro e lo preparasse con quella cura che la Provvidenza è solita mettere, quando chiama qualcuno a una missione di particolare responsabilità.

Di un’altra cosa sono pure convinto: Dio chiama, ma non forza mai nessuno. Anzi la chiamata divina e la sua assistenza esigono una positiva, costante e libera cooperazione umana.

Perciò se la figura del Dehon ci apparirà ricca di stimoli, esemplare per la sua epoca, ma significativa anche per noi oggi, certamente lo si deve, in primo luogo a Dio; con questo non vanno però dimenticate le scelte, a volte drammatiche, che lo stesso Leone andrà via via maturando in risposta alla chiamata divina.

Inoltre, iniziando questo colloquio con coloro che avranno la bontà di seguirmi, tengo a sottolineare ciò che più mi sta a cuore in questa mia piccola impresa. Trovo la figura del Dehon particolarmente interessante e significativa anche per il cristiano moderno, perché accomuna due caratteristiche che immaginazione e realtà dimostrano raramente conciliabili: quella del mistico e quella dell’operatore sociale.

Provate a rifletterci. Il mistico, cioè il santo particolarmente votato all’ideale, lo immaginiamo austero, spesso in preghiera, con gli occhi sempre rivolti al cielo, magari a costo di dimenticare la terra. Viceversa, l’uomo impegnato nel sociale, o in economia, o nella politica, ci appare astuto, sempre indaffarato, più o meno l’uomo del compromesso: in breve un individuo che, anche se crede in Dio, scende facilmente a patteggiare col diavolo...

La conciliazione di questi due estremi, oltre che buon pasto per la curiosità, è un fatto che non può non interessare il cristiano, perché mai forse come oggi si è avvertito quanto sia arduo essere, insieme, cittadini di due patrie, quella terrena e quella celeste.

 

"Eccomi Signore"

L’infanzia di Leone Gustavo non fu spettacolare, almeno stando a quanto le cronache e i biografi ci hanno tramandato. Non vi dedicherò molto tempo.

Tuttavia, nella ricerca di tutto ciò che può essere significativo per una migliore comprensione della sua figura umana e cristiana, devo far presente che il Dehon ci ha lasciato un abbondante materiale autobiografico. Le due fonti principali sono: "Note sulla storia della mia vita" e "Note quotidiane". A queste però vanno aggiunte numerose altre fonti, come: "Note di viaggio" (iniziate a 13 anni!), "Diario spirituale", lettere private, circolari ai membri della Congregazione e, soprattutto, diversi libri destinati all’uso interno della Congregazione.

Tanta abbondanza di scritti "in prima persona" metterà forse in allarme i miei lettori, quasi rivelassero, nel Dehon, la preoccupazione di esaltare, o anche solo di giustificare il suo operato presso i poveri.

Ma, vista più da vicino la cosa, possiamo starne tranquilli. Come egli stesso ci confida, le sue note non sono "destinate a essere pubblicate dopo morte..."

Ma allora perché le ha scritte?

Risponde egli stesso: "Per esercitarmi alla riconoscenza verso Dio e per pentirmi dei miei peccati". E altrove precisa: "Le mie note potranno essere di qualche utilità per la storia dell’Opera". Il Dehon ha scritto, quindi, per se stesso e per gli altri. Altro che superbia! Le "memorie" sono state costante fonte, per il venerato Padre, di riconoscenza verso Dio e di pentimento personale per il poco fatto e il molto da fare.

Detto questo, torniamo ai primi giorni di vita di Leone Gustavo. Interrogando i suoi quaderni, troviamo un brano assai illuminante: "Sono nato il 14 marzo 1843. Era il martedì della seconda settimana di quaresima, cadendo la pasqua quell’anno il 16 aprile. Il 14 marzo è la festa di santa Matilde, regina di Germania. Sono stato battezzato il 24 marzo, nella modesta chiesa di La Capelle (...). Erano i primi vespri della festa dell’Annunciazione. Più tardi sono stato felice di unire il ricordo del mio battesimo a quello dell’Ecce Venio di Nostro Signore".

Per gustare quella noticina, autentica chiave di lettura della spiritualità di P. Dehon, dobbiamo dilucidare l’espressione per coloro che non la conoscono a fondo. Letteralmente significa: "Eccomi, sono pronto; hai ordinato e io vengo". Va, inoltre, tenuta ben presente la sfumatura che sottintende: non è risposta da pari a pari, ma è atto obbedienziale del servo o della ancella, cui è stata annunciata la volontà del Signore (suona così l’analogo "Ecce ancilla" di Maria, e in questo spirito va raccolto dalle labbra del Dehon).

L’origine dell’espressione è da ricercarsi nella lettera agli Ebrei il cui autore sacro, citando il salmo 40, ravvisa nell’incarnazione di Gesù un atto di volontà del Verbo che si impegna a fungere da vittima redentrice al posto delle offerte meschine e insufficienti degli antichi: "Per questo, entrando nel mondo, egli dice: Sacrificio e offerta tu non hai voluto, ma mi hai preparato un corpo: olocausti e sacrifici per il peccato tu non hai gradito. Allora dissi: Ecco che io vengo - di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà" (Ebr. 10,5-7).

Quanto P. Dehon amasse l’Ecce Venio e come lo considerasse quale programma di base per la vita, è testimoniato dal suo atteggiamento costante ed è ripetuto centinaia di volte nelle sue preghiere, nelle sue esortazioni, nelle sue meditazioni. Prendiamone atto.

Se le sue note biografiche fossero iniziate con una scorribanda tra gli avvenimenti del secolo di cui era figlio, l’avremmo letto con piacere: non fu un secolo scialbo! Se ci avesse parlato della sua Francia, impegnata a passare da Repubblica a Impero, poi ancora Repubblica e poi di nuovo Impero, e così via, l’avremmo capito. Se avesse menzionato il blasone familiare, l’avremmo scusato...

Lui, invece, si è premurato di scoprire, nei primi "segni" della sua vita, un richiamo alla volontà del Padre celeste e ha risposto: "Eccomi, sono qui; sono pronto a immolarmi completamente, per la salvezza degli uomini e per la tua gloria". È riflessione postuma, indubbiamente; ma non per questo priva di valore illuminante.

 

Tra i santini di mamma e i diavoletti di papà

Piuttosto, avendo già notato il diverso e antitetico atteggiamento, verso la religione, del padre e della madre, è doveroso riscontrare chi e come l’avrebbe vinta nell’orientamento del Dehon fanciullo e adolescente. Come giudizio globale, io lo anticiperei così: è la storia di un uomo che corre velocemente per quanto concerne la formazione studentesca; che incontra e supera con relativa facilità le crisi tipiche dell’evoluzione personale; che, tuttavia, si trova molto impacciato nelle scelte spirituali poiché, mentre prende dalla madre come orientamento cristiano, trova impaccio pratico nelle preferenze, più umane che laicistiche, del padre. Ci vorrà la mano provvidenziale di Dio che prima chiama, e poi non abbandona chi dà segno di volerne accettare la volontà. Le "trovate" del Signore le vedremo più avanti; per ora ricordiamo i cenni di cronaca.

Da bambino, il Dehon era fisicamente delicato: a quattro anni ebbe una congestione cerebrale che lo lasciò facile preda del mal di testa per tutto il resto della vita. Forse è questa la ragione di una infanzia da "abatino", attaccato alle gonne della mamma. Questo spiega pure l’influsso e il predominio iniziale della stessa, fino al punto da poter parlare esplicitamente di "primo germe di una vocazione" (N. Q.1: "Me l’hanno detto, a volte, nella mia infanzia. Allora non pensavo che si sarebbe realizzata tal cosa") (N. Q.).

P. Dehon ha ricordato spesso e con riconoscenza l’educazione ricevuta dalla madre; ne ha lasciato anche un bel ritratto, di cui riporto solo alcune frasi che testimoniano come il futuro Fondatore abbia attinto la spiritualità più dal contatto con la mamma che dalle lezioni di catechismo ricevute da un poco dotato parroco: "Voglio ringraziare Nostro Signore di avermi regalato una tale madre, di avermi iniziato per suo mezzo all’amore del suo divin Cuore e di avermi, per così dire, fatto un nipote spirituale di Sofia Barat (…). Mentre mio fratello andava e veniva con papà, e ne prendeva il gusto per la cultura e per i cavalli, io stavo a casa e seguivo mia madre passo passo. Fu una grazia per me (…). Ella possedeva delle statuette, delle immagini pie, persino qualche reliquiario ricevuto al pensionato di Charleville. Tutto questo divenne presto l’ornamento della mia cappella. In famiglia, i miei gusti erano noti e spesso ho ricevuto in dono oggetti di pietà (…). Mia mamma mi insegnò molto presto a pregare (...). L’anima bella di mia madre si trasfuse così un po’ nella mia, ma non completamente, purtroppo, a causa della mia leggerezza" (N. Q.).

 

Luci e ombre dell’adolescenza

Fino agli undici anni, Leone frequenta, in qualità di semiconvittore, la scuola di La Capelle, senza subire un particolare influsso o per poca consistenza della scuola stessa o per l’immaturità. Lui stesso ricorderà, in seguito, di aver attraversato in quel periodo una leggera burrasca spirituale. Ma si trattava certamente di crisi normale e passeggera, se il 4 giugno del 1854 potè ricevere la Prima Comunione con particolare fervore.

Gli studi successivi, per mancanza di scuola adatta sul posto, li dovette compiere nel collegio comunale di Hazebrouck (Fiandra francese) che frequentò come interno per quattro anni, insieme al fratello maggiore Enrico.

Il bilancio spirituale di questo periodo è incerto.

Infatti, se per gli studi si hanno prove per dire che li portò avanti brillantemente, per i problemi dell’anima ci sono pervenute notizie positive e altre negative. Tra le prime vanno ricordati gli esercizi spirituali di inizio d’anno, che fece con entusiasmo; i rapporti con persone di elevata spiritualità, l’attività di sagrestano; il primo cenno molto chiaro di vocazione sacerdotale. Le notizie negative concernono una crisi attraversata a 14 anni, molto più forte della precedente e... la celebrazione della Cresima (1 giugno 1857). Può sembrare strano, ma il sacramento della cresima, come confessa con dolore il Dehon più tardi, va annoverato per lui tra i ricordi negativi, per mancanza di preparazione e leggerezza di disposizione: era il periodo nero.

La conclusione di questo periodo di studi si ebbe presso la facoltà di lettere di Douai (Francia del nord) dove ha ottenuto il titolo corrispondente alla nostra licenza di liceo classico (16 agosto 1859): a soli 16 anni può così entrare all’università.

Prima di procedere è opportuno un altro bilancio. Per obbiettività ho ricordato i pro e i contro della sua preadolescenza. La si può dire una rivincita di papà? Direi di no.

Difatti, oltre ai fenomeni suaccennati, vanno ricordati due altri fattori particolarmente significativi: l’inizio di viaggi estivi e la partecipazione alle attività della Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli.

Il viaggiare contrappunterà gran parte della sua gioventù e anche il resto della sua lunga vita. Questo gli darà quella larga conoscenza di usi e costumi, quel gusto per l’arte, per le cose belle e per le varie culture, che sono testimoniate non solo dalle diverse memorie turistiche, da lui stese, ma anche da tutti gli altri scritti ove molto spesso le memorie di viaggio irrompono felicemente, denotando spirito di osservazione assai vivo e spiccata capacità di assimilazione.

Dalle Conferenze di S. Vincenzo, invece gli nasce il suo primo interesse per i fenomeni sociali e quella sensibilità verso i problemi del mondo operaio e rurale che lo condurranno ad essere uno dei pionieri dell’azione sociale cristiana, come vedremo a suo tempo.

Se, viziati da un modo sportivo di vedere le cose, vogliamo proprio continuare ad esaminare la gioventù di Dehon come un ballottaggio fra il misticismo materno e il naturalismo paterno, per assegnare un punto a favore del signor Giulio, dobbiamo guardare non all’indietro, ma a quanto avvenne nell’estate del 1859. Difatti Leone, a conclusione dei suoi studi umanistici scrive: "Mio padre era pieno di gioia, persino trionfante, dopo il mio successo; ma ben presto doveva essere colpito da un colpo doloroso, che lo avrebbe accompagnato fino alla morte. Mio padre, che non era punto ambizioso per se stesso, lo era per me: voleva vedermi giungere a qualche alta posizione. Per un anno accarezzò l’idea del Politecnico; più tardi pensò alla magistratura, alla diplomazia, infine, alle dignità ecclesiastiche. Dopo qualche giorno di vacanza, annunciai la mia vocazione ai genitori. Avrebbero dovuto aspettarselo; eppure fu come un colpo di fulmine. Papà voleva convincersi che avrei mutato opinione e non osava sperarlo. Finì per rinviare assai lontano il mio intento. Chiesi di entrare in seminario di S. Sulpizio, ma mi rispose che non me lo avrebbe mai permesso. Dopo questo approccio, gli feci intendere che credevo fermamente a una vocazione autentica, cui sarei rimasto fedele, anche a costo di aspettare che la maggiore età mi lasciasse libero" (N. H. V.).

Era importante ricordare l’episodio. Non bisogna tuttavia, né dedurne che il Signor Giulio fosse un "satanasso" né pensare che la mancanza dell’ostacolo paterno avrebbe cambiato natura delle cose. Nei disegni della Provvidenza, il Dehon doveva diventare il fondatore di una nuova famiglia religiosa, oggi lo possiamo affermare con certezza. E quando è il Signore a decidere, l’uomo può soltanto credere di aver frapposto barriere: misteriosamente esse si mutano in forze di cooperazione. Gli avvenimenti successivi ritardarono l’ordinazione sacerdotale, però in definitiva contribuirono in modo imprevisto al maturare della sua vocazione.

 

I quattro anni passati a Parigi

Nell’ottobre del 1859, Leone Dehon iniziò la sua avventura parigina come studente universitario. Il padre puntava ancora sul Politecnico e Leone entrò nel collegio Barbet di Parigi ove avrebbe conseguito il baccellierato in scienze, indispensabile per proseguire sulla strada scelta da papà. Non era il suo sogno, però; e nel dicembre dello stesso anno prese a frequentare la facoltà di diritto.

Nell’anno successivo, essendosi dimostrato assai scadente il collegio Barbet, passò all’Istituto Mommenhein.

Ottenuta la licenza in scienze (12 luglio 1860), si dedicò interamente al diritto, che trovava più vicino al sogno sacerdotale. Il 18 agosto 1862 ottenne la licenza in diritto con una tesi su la "tutela" (potestà di proteggere moralmente e materialmente). In settembre divenne membro della Società Archeologica di Francia. Il 22 novembre, a soli 19 anni, venne iscritto all’albo degli avvocati; prestò giuramento davanti alla prima camera della Corte d’appello di Parigi e iniziò l’apprendistato presso lo studio dell’avvocato Maza.

Nel 1863 superò l’esame di dottorato in diritto e il 2 aprile del 1864 difese brillantemente la laurea che lo licenziava avvocato alla corte imperiale di Parigi.

A titolo di curiosità devo far presente che fu l’unico esame contrassegnato da una sconfitta intermedia. Ma nulla di disdicevole. La tesi del Dehon, infatti, comprendeva due lavori, uno di diritto romano e uno di diritto civile. Presentato in marzo, era stato bocciato da una giuria comprendente il figlio del giurista Duranton, personaggio famoso, del quale però coraggiosamente il Dehon combatteva le opinioni. Ma ricorso in appello presso il vice-rettore dell’Università: ebbe la causa vinta: fu una bella soddisfazione!

Così a 21 anni, Leone Dehon possiede due licenze (in lettere e in scienze) e la laurea in diritto (romano e civile),

Un pensierino di invidia, qui, ci sta bene! Tuttavia è molto più importante chiederci quali siano stati i frutti dei quattro anni passati a Parigi.

La città la possiamo immaginare così come le vicende storiche, letterarie, artistiche e religiose, l’hanno tramandata: città scapigliata, godereccia, di caffè e di salotti, di teatri e di passeggi; città dalle belle chiese, fervore di studi e vivaci dibattiti.

Ebbene, dove se ne sono andati i santini di mamma? fino a qual punto si son fatti i diavoletti di papà?

I ricordi del Dehon sono numerosi al riguardo, gustosissimi e significativi; ma ci porterebbero via troppo spazio.

Sintetizzo: subì le tentazioni mondane e laicistiche, ma le superò con molta disinvoltura. Avvicinò colossi del momento e di varia estrazione; ma seppe secernere e finì per cogliere fior da fiore. Studiò in prevalenza una materia arida; ma si soffermò nelle sue parti più feconde, imparando a conoscere sempre più a fondo la natura umana e le strutture portanti della società. Frequentò concerti e teatri; ma preferì le chiese, i circoli giovanili e sociali...

La vocazione sacerdotale era più viva che mai, con gran disappunto del signor Dehon che al figlio avvocato, per coronare la laurea, propose un premio-trappola: un lunghissimo viaggio nel Medio Oriente.

 

 

Capitolo secondo
TURISTA E… PELLEGRINO

A zonzo come figlio di Dio... e di papà
Il problema vero: "saper viaggiare"
Interesse per i problemi sociali dei popoli
Ottica religiosa e sensibilità umana
Riserve sul Rinascimento italiano
Il progetto "vocazione" resiste
Da Gerusalemme a Roma

A zonzo come figlio di Dio ... e di papà

Leone Dehon incominciò a far il turista molto presto, a 12 anni, quando papà lo condusse, nell’agosto 1855, all’esposizione universale di Parigi, nonostante "i cattivi risultati" dell’anno scolastico precedente (l’anno della prima crisi). Benché ancora ragazzo, di quel viaggio potrà dire: "Fu come una grande lezione di cose. Potei giovarmene per raggiungere un’idea più grande e più vera di Dio stesso, dell’uomo e della natura" (N. H. V.).

Nelle vacanze degli anni successivi - 56,57,58 - giunse a Colonia, fece un pellegrinaggio a Nostra Signora di Liesse presso Cambrai e visitò il castello di Marchais, si recò a Chimay, in Belgio, e alla sua Trappa. Questo nel corso degli studi secondari e in compagnia dei familiari.

Trasferitosi a Parigi per gli studi superiori, divenne un autentico "turista appassionato". Da sacerdote e da superiore generale di un Istituto religioso in pieno sviluppo, allargherà il raggio del suo pellegrinare e compirà persino il giro del mondo. Però, gran parte di tali viaggi saranno autentici "impegni di lavoro", anche se dal Dehon verranno affrontati con uno stile tutto suo e a volte serviranno da base per scritti molto interessanti.

I viaggi del periodo universitario, tuttavia, sono d’un interesse tutto particolare, sia per la conoscenza del singolare spirito del Dehon, sia per una visione del turismo come dovrebbe intenderlo anche oggi un vero cristiano. Materia genuina per un tale studio non manca, poiché l’originale turista ha annotato le sue impressioni a mo’ di cronaca nei quaderni "Note sulla storia della mia vita", e li ha persino pubblicati a parte. Nelle biografie non ho trovato che si sia dato spazio proporzionato a tale aspetto. Il lettore non me ne vorrà, spero, se mi dilungo un po’: lui spesso potrà scoprire l’importanza di questo capitolo che trova il Dehon a metà tra la vita di giovane e quella di uomo, ancor laico e fortemente portato al sacerdozio.

In linea di massima, viaggiare ricorda all’uomo la sua condizione di viatore, vale a dire, di cittadino che non ha qui dimora stabile; e lo abitua a distaccarsi progressivamente da elementi terreni che tendono a coartarlo (abitudini, cultura, comodi, mentalità, ecc.). Molti sono convinti che il turismo sia un lusso di chi ha soldi e dei "figli di papà". Ma, personalmente, mi permetto di dissentire.

Fare del turismo a vasto raggio, per quanto sia divenuto più comune, è certamente ancora costoso; ma "visitare" con interesse e con intelligenza, molto spesso è solo questione di gusto e di buona volontà. Per noi italiani, ad esempio, ogni centro abitato è una miniera più o meno grande di tesori d’arte e di storia; ogni regione possiede bellezze naturali caratteristiche. Ci sono persino dei piccoli centri di province dimenticate dal turismo organizzato che offrono documenti altrove irreperibili. Che dire, ad esempio, di queste riflessioni, raccolte dal Dehon dodicenne sulla Fiandra, mentre vi soggiornava come collegiale?: "Non ho conosciuto a fondo i costumi di questa regione ove ho passato quattro anni, eppure ne ho conservato preziosi ricordi. Erano popolazioni francamente cristiane. Le famiglie erano numerose, i costumi regolari, la pratica della religione pressoché universale. La parrocchia era viva, la chiesa ornata, le opere numerose. Il lavoro era apprezzato, le coltivazioni ammirevolmente sviluppate e prospere. L’operaio delle città tesseva. La miseria era poca, nonostante l’abbondanza di bambini. Una filatura godeva di cattiva fama: raccoglieva operai provenienti d’ogni dove e abbassava il tenore dei costumi mettendo insieme operai d’ambo i sessi" (N. H. V.).

 

Il problema vero: "saper viaggiare"

Il problema, quindi, non è tanto di poter viaggiare, quanto di saper viaggiare. Di un viaggio in Germania il Dehon dirà: "Feci quel viaggio da turista serio, persino come studioso zelante. Magari ci avessi messo anche più fede e spirito soprannaturale". E, a differenza dell’inglese, che dichiarerà di poter parlare senza accento straniero visibile, nel corso del medesimo viaggio apprese la lingua tedesca, piuttosto male, ma a sufficienza per confessare delle suore alsaziane.

Seguire il Dehon in questa attività, significa apprendere cosa guardare, come osservare, che tesori raccogliere. È un modo per individuare le fonti della sua eccezionale formazione umana e culturale: "La Provvidenza mi viziava. Quanti frutti avrei ricavato da questo viaggio! Che grosso bagaglio di conoscenze estetiche, storiche, geografiche, e persino morali! Giunsi a poter comparare la pietà e l’onestà delle popolazioni cattoliche del Reno e della Baviera; la religione troppo ufficiale e tuttora intrisa di cesaropapismo dell’Austria; la corruzione e il furto in Prussia e nei Ducati; le virtù naturali ancora impregnate di vangelo della Norvegia; i costumi rudi e gli abusi dell’alcoolismo in Svezia" (N. H. V.).

È un segreto della sua convinta fede: "Mi piace ancora ripensarvi e rivedo volentieri i monumenti e le opere d’arte di Parigi, quando la Provvidenza mi ci conduce. Mi pare che la visione del bello induca l’anima nell’ordine, nell’armonia e nella pace, e la diriga verso Dio" (N. H. V.).

Infine, l’accenno ai viaggi dell’adolescenza del Dehon è una specie di esame globale di maturità personale, poiché permette di rispondere a due domande: quanto avesse attecchito il paganesimo parigino nel suo animo e se, a 21 anni, fosse pronto ad assumere il ruolo di uomo nella società. "La mia vocazione continuava. Io ti esprimo, o mio Dio, tutta la mia riconoscenza anche qui. Non esitavo punto. Volevo essere di Dio. Bramavo essere sacerdote" (N. H. V.).

I suoi viaggi tra l’altro furono ricchi di imprevisti curiosi, alcuni dei quali dovettero abituarlo al rischio e all’avventura calcolata, altri a temprarne il carattere.

Tuttavia l’avventura maggiore fu piacevole e costruttiva. L’incontro e l’amicizia con Leone Palustre, un uomo con la vocazione d’artista più che quella religiosa (alla quale pure a lungo pensò); una figura di colto e insieme di pio ("per nulla al mondo avrebbe lasciato il suo scapolare o il rosario)"; un personaggio cui dovette molto e del cui dono ringraziò più volte la Provvidenza. Cosa cercò il Dehon nei suoi viaggi giovanili? Che cosa guardò? Sarebbe ingiusto stendere dei cataloghi di interesse o stabilire delle priorità. Da persona sensibile e intelligente, si lasciò in genere guidare dalla natura dei paesi. Così se in Grecia o in Egitto lo interessò l’archeologia, nelle città europee non si lasciò scappare neppure una chiesa, grande o piccola, gotica o neoclassica. E, naturalmente, gli edifici sacri non lo colpirono unicamente per la loro bellezza o per la loro arte. Ecco una riflessione strappatagli dal Santo Stefano di Vienna: "Bisogna proprio pregare, in questi antichi santuari! Il semplice ricordo della fede, dell’entusiasmo, delle feste, della preghiera dei grandi secoli cristiani vi lascia un’impressione indefinibile. Quali testimoni di Cristo sono questi grandi edifici sacri!" (N. H. V).

 

Interesse per i problemi sociali dei popoli

Il Dehon, tuttavia, non seppe guardare soltanto agli edifici religiosi o civili. In effetti, le sue memorie di viaggio, salvo qualche osservazione del tipo di quelle riportate, assomigliano molto a una qualunque guida turistica. Dove il suo interesse appare più vivo è nel giudizio sui tipi di società: qui appare evidente la sua vocazione per l’azione di promozione sociale e il suo amore per l’uomo. A volte si tratta di annotazioni incisive e centrate: "Gli inglesi hanno il senso dell’utile, ma non il buon gusto". A volte si dilunga in descrizioni da moderno reporter: "Ho apprezzato assai i costumi inglesi. Ho ammirato la gravità nella condotta, la semplicità e la regolarità di vita. Tutto, compreso il regime pubblico, mi è parso serio e improntato a buon senso. Questo popolo è veramente sensato, pratico e saggio. Questa nazione aristocratica è più democratica di noi"...

Spesso fa riferimento a monumenti, a importanti eventi storici, a scene di folklore. Ma la sua forza di osservazione si congiunge sempre più all’esame critico degli aspetti sostanziosi e morali della società. La visita di alcuni grossi centri della Germania lo induce a una bella osservazione sul gioco d’azzardo: "La folla che circonda questi tavoli è animata e appassionata. Non vi si ascolta che il rumore delle monete d’oro che cadono nel cassetto del banchiere. Vi si notano dei giovani aristocratici russi. Donne di mezzo mondo giocano molto con il denaro di coloro che hanno sedotto. Quali drammi tenebrosi e quali misteri devono svolgersi in questi animi. E quanti si allontanano con il proposito di suicidio" (N. H. V). Il resto è scontato, ma non è moralismo da quattro soldi: "È uno spettacolo immorale e doloroso. Non è così che Dio ha detto all’uomo di guadagnarsi il pane!".

Dal giudizio morale a quello religioso il passo è breve, il Dehon lo compie senza compromessi: per lui la religione è una componente di tutta la realtà umana e l’unica vera è quella della confessione cattolica.

Forse qualcuno rimarrà colpito dalle punte di polemica nelle sue osservazioni sul fatto religioso: ma se ci portiamo all’epoca - un secolo fa - il suo atteggiamento è senz’altro meno animoso degli scrittori del tempo.

Il gusto per le bellezze della natura non ci sorprende. Ne porto una testimonianza, poiché ha sapore biblico, ed esclude che il Dehon sia stato un "turista naturalista": "La grande natura di questi paesi della Norvegia parla davvero all’anima: grandi pini prodigiosamente slanciati, laghi numerosi, cascate torrenziali, vallate interminabili, graniti ammucchiati, montagne nevose, tutto questo predica meravigliosamente il Creatore!" (N. H. V.).

A chi immaginasse che il rapporto del giovane Dehon verso le espressioni artistiche fosse soltanto l’occasionale incontro di un’animo sensibile e di circostanze fortunate, devo aggiungere la cosciente e laboriosa preparazione fatta sui libri e nei musei: "La lettura di Viollet-Leduc, di Viardot e di scrittori di questo tipo ci preparò a questi studi. Ci si apriva tutta la storia, con l’aiuto della deduzione e dell’immaginazione. Nei monumenti noi cerchiamo la traccia e il sigillo delle diverse epoche" (il plurale si riferisce allo scrittore e suo amico Palustre). E dove fosse giunto in tale lavoro, ce lo dice la seguente citazione che in poche parole abbraccia succosamente tutta l’arte europea: "Lo studio delle diverse scuole conferma i dati della religione e della storia. L’Italia e la Spagna hanno custodito, insieme alla loro fede, una grande arte cristiana, che si è indebolita con la decadenza dei costumi del 18º secolo. L’Olanda si è distratta ben presto nel positivismo. L’arte tedesca è stata interrotta dal vandalismo iconoclasta dei protestanti e non ha ripreso la sua corsa che nel nostro tempo. In Francia l’arte cristiana si è fatta solenne e classica con Luigi XIV. Il secolo 18’ non ha conosciuto che arte leggera, femminile e lasciva" (N. H. V).

 

Ottica religiosa e sensibilità umana

Ora, tornando allo studio del come il Dehon abbia saputo guardare, dobbiamo sottolineare quella che è definibile l’ottica religiosa: ogni fenomeno è giudicato da lui positivo o negativo, a seconda della presenza o assenza della religiosità. Sia ben chiaro, però, che un tale atteggiamento non ha intaccato il suo equilibrio e il suo buon senso. Dei Londinesi, ad esempio, ci dice che nel lavoro hanno messo tutto il loro impegno, sino a sfruttare la religione a tale scopo: il riposo domenicale è rispettato per favorire la ripresa del lavoro e degli affari al ricominciare della settimana. Riferisce delle leggi severe al riguardo; ma non si lascia trascinare all’esagerazione dal rispetto per il decalogo e conclude: "Se un abitante di Londra si diverte suonando il pianoforte di domenica, verrà ammonito dalla polizia: questo è puritanesimo!" (N. H. V.). D’altra parte, sempre secondo le sue confidenze, non è sempre necessario fare un riferimento diretto a Dio: "Ho fatto altre escursioni nei dintorni di Londra e ce ne sono di molto interessanti. Esse non avevano uno scopo direttamente religioso; ma tutto ciò che è grande e bello non eleva forse l’anima verso il Creatore?".

Però è vero anche il contrario: se Dio agisce nel mondo, pure Satana ci lascia la sua impronta: "Che triste e singolare cosa è la passione antireligiosa. Tutti quei personaggi, che avevano fatto dell’Inghilterra l’isola dei Santi, hanno visto le proprie ceneri gettate al vento dai presunti riformatori del 16° secolo. E’ possibile non vedervi una vendetta dell’inferno?" (N. H. V.).

Accanto all’ottica religiosa, vivissima nel Dehon, futuro operatore sociale è l’ottica umana. A Londra, ad esempio, ha un pensiero per tutti gli artisti che vi hanno soggiornato e per tutti i principi francesi che vi sono finiti in esilio e riflette: "che grande lezione sull’instabilità delle cose umane!". In Norvegia rimane fortemente colpito da usi e costumi del tutto diversi da quelli nostri e ne deduce delle conclusioni da economista oltre che da sociologo: "Questa popolazione si nutre raramente di carne e tuttavia è robusta. Vive di latte, di uova e di pane grossolano. Il pesce, le trote soprattutto, sono ciò che trova di più sostanzioso. Abbiamo seguito questo regime per sei settimane senza soffrirne poiché l’aria pura e l’esercizio fisico ci rinforzavano. Io sarei felice che, per la salute dell’anima e del corpo, le nostre popolazioni potessero tornare a questo regime frugale" (N. H. V.).

 

Riserve sul Rinascimento italiano

Può darsi che qualche lettore, incuriosito dai brani che ho citato, accosti direttamente gli scritti del Dehon. Ne avrà certamente delle grosse soddisfazioni.

In materia d’arte, tuttavia, potrebbe rimanere perplesso su un giudizio riguardante il Rinascimento italiano e il suo nefasto influsso in Europa in genere e in Francia in particolare: "Il Rinascimento mi ha fatto l’effetto di un’arte pagana, battezzata, ma ancora fortemente intrisa dall’impronta del peccato originale. Essa non ha saputo affrancarsi dai particolari mitologici e dalle forme sensuali". E non si tratta soltanto di "influsso italiano", ma di figure ben precise che hanno appoggiato l’influsso: "Le alleanze della famiglia reale hanno contribuito molto a italianizzarci. Valentina di Milano, Luisa di Savoia, Maria de Medici, Caterina de Medici hanno portato in Francia il gusto per le cose italiane e hanno ucciso la Francia per rifare la Gallia romana". Tutto diviene comprensibile se ci si rifà ai giudizi dell’epoca e, soprattutto, se si accettano questi giudizi del Dehon - davvero un po’ troppo severi! - come una testimonianza del suo modo di guardare cristianamente le cose.

Si può chiamare sommaria questa specie di filosofia dell’arte e della storia. Tuttavia, leggendo tutte le testimonianze del Nostro a questo riguardo, si scopre:

1) che la sua diffidenza verso il Rinascimento nasce soprattutto da una estrema ammirazione per l’arte pittorica (es. Giotto) e architettonica (es. cattedrali gotiche) dei secoli XII e XIII;

2) che l’ammirazione per l’arte medievale in lui nasce non solo per la materia religiosa trattata con tanta sensibilità, ma anche per i fervori sociali che testimonia (es. la vita corporativa e la nascita delle forme di organizzazione sociale);

3) che per l’Italia, del resto, egli ha dimostrato un’ammirazione incondizionata sia per le testimonianze di pensiero, di arte e di vita medievali, sia per i fermenti sociali di fine secolo XIX e inizio secolo XX (a questo riguardo, devo ricordare che nei suoi scritti sociali l’Italia e i suoi esempi sono una sorta di cavallo di battaglia per incitare clero e popolo francesi o belgi al risveglio sociale dettato dai magistrali documenti di Leone XIII).

Tutto sommato, se raccogliamo della severità nei confronti del Rinascimento italiano, ancor più severi sono i giudizi del Dehon sulla Rivoluzione francese, sul suo vandalismo nei confronti dell’arte cristiana, sul paganesimo e agnosticismo di filosofi, politici e artisti francesi del suo tempo.

 

Il progetto "vocazione" resiste

A questo punto, a parte le riflessioni che il Dehon ci ha potuto suggerire sul modo di intendere culturalmente e cristianamente il turismo, credo che ci siano elementi sufficienti per un giudizio positivo sul giovane avvocato.

Era uno che poteva guardare, giudicare, ricordare: "Osservavo, annotavo, mi preparavo alla mia vita di viaggiatore. Tutto era consegnato al mio diario... Questi ricordi non si sono mai cancellati dalla memoria".

E la vocazione sacerdotale? Contrariamente a quanto avrebbe desiderato il signor Giulio, i viaggi l’avevano temprata. Ne abbiamo una documentazione dalla Svezia: "Trovai a Stoccolma una lettera che mi fece dispiacere. La mia famiglia cominciava a dolersi del mio umore di viaggiatore. Aveva permesso il viaggio in Germania, ma non si era parlato di Norvegia e di Svezia. Non ci pensavo neppure io quando sono partito. Mia mamma temeva qualche incidente in paesi così lontani. Si era rivolta al Boute, mio vecchio maestro. Questi mi scrisse un severo rabbuffo, ove espresse il timore che perdessi la vocazione e mi attaccassi a un amico dall’indirizzo molto avventuroso. Grazie a Dio, tali paure erano vane. È vero, ero stato costretto a trascurare delle prediche (religiose) importanti a causa delle lunghe escursioni e a mancare più volte alla messa domenicale; ma non avevo offeso Dio gravemente e custodivo fedelmente i miei pii desideri" (N. H. V.).

Tutto questo prima del più importante e più incisivo, quello fatto in Palestina nella primavera del 1865.

 

Da Gerusalemme a Roma

Terminati brillantemente gli studi di diritto all’università di Parigi, il sig. Dehon propone al figlio neolaureato un lungo viaggio in Medio Oriente, a titolo di premio per i successi conseguiti.

Nelle intenzioni del genitore, quel viaggio avrebbe dovuto distogliere definitivamente il figlio Leone dai sogni sacerdotali.

La mèta era la Palestina. Leone, con l’amico Palustre, la raggiungono attraversando la Renania, la Svizzera, l’Italia del Nord, la Dalmazia, la Grecia e la Turchia.

Partiti da casa nell’agosto 1864, i due saranno di ritorno solo nel giugno 1865. Ma giunti in Ungheria, si lasciano: Palustre prosegue verso casa; il giovane Dehon invece si reca da solo a Roma. Un viaggio turistico, quindi, che s’è tramutato in pellegrinaggio. Leone lo ricorda spesso con gratitudine e gioia, per l’influsso grande che esercitò sulla sua maturazione umana e spirituale. Vediamo alcune delle sue riflessioni su questa tappa, che ha segnato in modo definitivo il futuro della sua esistenza.

Tutto in Palestina lo commosse e scosse profondamente. Basta ricordare quanto scrive del Santo Sepolcro: "Il Santo Sepolcro! Quale edificio al mondo offre ricordi più grandi? È lì, su quella roccia, che il Cristo è stato crocifisso; poco più in basso è stato messo nella tomba. È morto per noi, per espiare i nostri peccati, per salvare le nostre anime. Durante una prima visita, non si può meditare con calma su questi misteri. C’è, dapprima, una commozione profonda che ci soppraffà, un tremore misterioso che s’impadronisce dell’umile pellegrino; bisognerà tornare spesso, pregare, riflettere, ricevere Gesù Eucaristia, assistere al Santo Sacrificio per gustare le grazie di questo santuario...

Direi che sono reazioni normali e riflessioni scontate: capita a tutti di commuoversi a contatto dei Luoghi Santi. Ma bisogna leggerli tutti, questi ricordi, per accorgersi che il Dehon non fu un pellegrino qualunque e che la Terra di Gesù gli si impresse nell’animo tutta intera: città e villaggi, vallate e colline, laghi, fiumi e torrenti...

Leggendo i numerosi suoi libri di meditazione e i suoi suggerimenti ascetici, ci si rende conto che fu a contatto con la Palestina che pervenne allo stravagante - chiamiamolo pure così - ma insieme appassionante realismo mistico: l’unione a Gesù è la condizione prima per la perfezione cristiana. Ma come raggiungerla? La vita di grazia ricevuta nel battesimo e incrementata con gli altri sacramenti, è presenza in noi di Cristo stesso, il quale, per l’azione del suo Spirito, ci fa vivere da figli di Dio. La dottrina del Corpo Mistico, dunque, è il presupposto del paolino "per me... vivere è Cristo".

Eppure il Dehon sembra offrire una chiave anche umana: la contemplazione dei singoli momenti della vita di Nostro Signore. Di qui quelle vivaci descrizioni che introducono l’anima pia nella grotta di Betlemme, nella casa di Nazaret, nel Getzemani, sul Calvario... stavo per dire "come un film". È inesatto. Assai di più: come se i misteri della Redenzione si ripetessero ogni giorno con ciascuno di noi, per farci, da partecipi, testimoni.

Non credo che questo aspetto della sua spiritualità sia spiegabile senza il pellegrinaggio di cui abbiamo detto.

Ma ancora più sorprendente è la conclusione a cui portò. Gerusalemme e la visita ai luoghi santi, anziché distrarre il giovane Dehon, confermarono ulteriormente la sua scelta per il sacerdozio, che così divenne definitiva.

Tornare in famiglia per lui, così trasformato, non aveva più senso: la sua famiglia oramai era la Chiesa. Ecco perché, durante il viaggio di ritorno, abbandona l’amico Palustre e si reca a Roma, che sceglie come sede della sua formazione sacerdotale; e cerca il modo di entrare in seminario.

È il suo primo contatto con la Città eterna: nel diario lo ricorda con parole commosse: "Questo primo soggiorno in Roma non fu molto lungo: dieci giorni soli, ma mi hanno lasciato ricordi profondi: vi ho ottenuto grazie insigni... È la nuova Gerusalemme, tutta viva e splendida. È la risurrezione, mentre l’antica Gerusalemme è rimasta nelle tristezze della passione e morte del Salvatore".

Da notare soprattutto la soddisfazione con cui il Dehon appunta lo scopo di questa sua prima venuta nella Città eterna: "Avevo compiuto, a Roma, ciò che mi ero proposto di fare. La mia vocazione era stabilita, era il coronamento del mio viaggio" (N. H.)

 

 

Capitolo terzo
IN CAMMINO VERSO IL SACERDOZIO

Nel Seminario di santa Chiara
Studio e preghiera
Il difficile mestiere di stenografo
Sacerdote per Dio e per i fratelli
L’anno del Concilio Vaticano I
Rientra in diocesi ricco di molti tesori

Nel seminario di santa Chiara

Il breve soggiorno di Leone Dehon a Roma, nel giugno del 1865, muterà radicalmente le sue abitudini e le sue prospettive future. Non più lunghi viaggi turistici o la visita a città e paesi lontani, ma il cammino tenace e fiducioso che lo porterà a diventare sacerdote di Dio per gli uomini. La sua scelta è ormai definitiva: entrerà nel seminario francese in Roma, detto di santa Chiara; qui compirà i suoi studi ecclesiastici e riceverà quella formazione alla vita di fede, al dominio di sé, al servizio di carità, e a tutte quelle virtù che sono necessarie per l’esercizio del sacro ministero.

Chiarite le modalità della sua ammissione in questo seminario, Leone torna in famiglia, ma solo per salutare i suoi, prepararsi il corredo e ripartire.

Vinte le ultime resistenze paterne, riparte. Giunge a Roma il 25 ottobre 1865, animato dal desiderio di succhiare il meglio della fede cristiana alla sua più genuina sorgente.

Prese alloggio, come previsto, nel seminario di S. Chiara, un’autentica fucina di virtù. Nel diario, così ha fissato i sentimenti di quei giorni: "Ero finalmente nel mio elemento vero, ero felice. Il seminario era una vecchia dimora, stretta, tutta in altezza, buia e triste all’interno. Non importa, io ero felice; mi alloggiarono al quinto o al sesto piano, non so più bene, in una soffitta, sotto il puntone del tetto sopra la cappella. La cameretta era piccola, nuda, e il letto era duro. Non importa, ero felice".

Vi conobbe, come direttore spirituale, il P. Freyd: "era un uomo di Dio, un santo, come diceva Pio IX. Mi legai a lui da quel momento".

Gli studi li compì presso il Collegio Romano, la celebre Università Gregoriana, ove trovò una straordinaria accolta di docenti di primo piano: "Raramente il Collegio Romano ha riunito una tale aristocrazia" (N. H. V).

 

Studio e preghiera del Dehon

Le note, relative ai sei anni di studio passati a Roma, sono una abbondante messe di riflessioni teologiche, ascetiche, mistiche. Dovendo per ora soffermarmi soltanto ai cenni di cronaca, mi limiterò a riportarne una minima parte. E con grande dispiacere poiché sono pagine ricche di tanta sapienza cristiana. Tuttavia, non posso fare a meno di offrire la prima, una sorta di programma spirituale, che il seguito della vita del sacerdote Leone Dehon dimostrerà del tutto realizzato: "Nostro Signore si impadronì ben presto del mio interno, e vi creò quelle disposizioni che sarebbero state la nota dominante della mia vita, nonostante mille manchevolezze: la devozione al suo Sacro Cuore, l’umiltà, l’abbandono alla sua volontà. L’unione con lui, la vita d’amore: tale sarebbe stato il mio ideale e la mia vita per sempre. Nostro Signore me lo fece intravvedere, mi vi ricondusse senza posa, e mi preparò, in tal modo, alla missione cui mi destinava per l’opera del suo Cuore" (N. H. V.).

Siamo nel primo anno, 1865-1866. Il discendente dei De-Hon, nobili feudali, sbuca fuori da questa riflessione che, tra l’altro, denota il forte influsso gesuitico derivante dall’Università Gregoriana: "Avevo notato che i santi avevano generalmente, come i membri della nobiltà feudale, un motto che serviva loro per animarli al combattimento spirituale. Per s. Ignazio era: Alla maggior gloria di Dio; per S. Luigi Gonzaga: Che serve questo per l’eternità?; per Santa Teresa: Un’anima, un’eternità; per San Francesco Saverio: Vinci te stesso. In quanto a me, adottai questo. Signore, cosa vuoi che io faccia?".

Significativa è pure un’altra annotazione legata a un passo del Bellarmino: ben pochi sono i santi non usciti dai monasteri, se si eccettuano i martiri; è fatta persino osservando i ritratti dei cardinali vicari di Roma, a loro volta in gran parte provenienti dal clero regolare: "siccome io amo la logica, ne dedussi che mi sarei fatto religioso, non per venire dichiarato santo, ma per divenire santo e per meglio amare e servire Nostro Signore" (N. H. V.).

Nel secondo anno, approfondendo sempre più la teologia, egli, brillante umanista e parigino amante dell’elucubrazione pura, prende le distanze dalle tentazioni di una filosofia prettamente umana e troppo fiduciosa in se stessa: "La grande illusione moderna, quella che costituisce il fondo del razionalismo, quella che ha rovinato la filosofia, è la tesi cartesiana della potenza e sufficienza della ragione per giungere al possesso, completo e senza mescolanza, del vero filosofico". Con doloroso ritardo, dovuto alla volontà del genitore che lo aveva voluto in vacanza "con abiti laicali", nel dicembre 1866 ricevette la tonsura e la veste sacerdotale: "Provai una autentica sete di purezza, di preghiera, di vita interiore, di unione a Dio"; immediatamente dopo, gli ordini minori.

Dopo le solite vacanze estive alla natia La Capelle, il seminarista Dehon tornò a Roma per gli studi del terzo anno, 1867-1868. L’annata iniziava con una vicenda politica che non poteva lasciarlo indifferente. Sin dall’11 dicembre del 1866, la Francia aveva ritirato le sue truppe da Roma. Il governo italiano, presieduto dal Rattazzi, teneva un contegno incerto a riguardo delle crescenti aspirazioni degli Italiani a Roma quale futura capitale.

Il Dehon, più che da francese, cercò di vedere il dramma da un punto di vista di cattolico convinto: "La città sovrana del mondo pagano è divenuta capitale indipendente del mondo cristiano, per offrire asilo a tutte le grandezze terrene decadute, sotto la protezione della croce, e sopra le tombe dei martiri. Che cosa diverrebbe Roma, se cessasse di essere ciò che è da tanti secoli, la città unica tra le grandi città della terra, affascinante e possente per la sola forza della fede e delle memorie? Gli spiriti superiori non vogliono credere che diritti diversi possano ottenere pari rispetto, né che l’avvenire dei popoli esiga la rovina del loro passato, né che sia impossibile assicurare ai romani la loro giusta parte di progresso sociale e di libertà, senza che la condizione europea del Capo della Chiesa Cattolica sia snaturata e distrutta". Opinione personale, che va recepita nel contesto di lotte e rivendicazioni che spesso si ammantavano di nazionalismo per nascondere intenti ben diversi; è pur sempre un’opinione che segnala lo spirito romano del Dehon.

 

Il difficile mestiere di stenografo

Nel corso di questo terzo anno di seminario, il Dehon riceve l’ordinazione al suddiaconato (21 dicembre) e al diaconato (6 giugno 1868): "Dio ci sceglie tra mille, scrive; ci strappa dal nostro nulla e ci innalza a queste dignità soprannaturali" (N. H. V.).

Sempre nel corso di questo anno, il Dehon viene scelto anche per un’altra provvidenziale esperienza, destinata a forgiarlo e arricchirlo ulteriormente.

Il 29 giugno 1868, con la bolla "Aeterni Patris", il papa Pio IX indiceva il concilio Vaticano I che sarebbe iniziato l’8 dicembre dell’anno successivo.

Un concilio è un’impresa anche dal punto di vista tecnico-organizzativo. Tra le altre cose, era indispensabile un sistema di registrazione stenografica. Il compito venne affidato a don Virginio Marchese, sacerdote di Torino e già stenografo presso il senato italiano. Questi inventò un sistema di simboli per abbreviare il latino, lingua ufficiale ma assai difficile a comprendersi in quanto pronunciata assai diversamente dai Padri conciliari provenienti da tutto il mondo. Inoltre, lo stenografo maestro mise insieme uno stuolo di discepoli, tutti giovani seminaristi appartenenti ai collegi internazionali di Roma: uno dei 23 fu don Leone Dehon, del seminario di S. Chiara.

Iniziarono le sedute di studio, faticose poiché si trattava di apprendere i simboli e di raggiungere un forte grado di affiatamento con i colleghi, ciascuno dei quali - data la rudimentalità e lentezza del metodo - poteva raccogliere una sola riga.

Il Dehon si affaticò tanto da rischiare la tisi. Eppure, come sempre, accolse l’incarico come un privilegio e pensò ai benefici che ne avrebbe tratti: "Spero di trarne un serio profitto di istruzione e di esperienza... Anche l’elemento umano, che si manifesterà nel Concilio pur senza trionfarvi, offrirà dell’interesse poiché ci farà conoscere il valore degli uomini e le loro passioni" (N. H. V.).

Non si sbagliava: nel corso della celebrazione del concilio, vecchie e recenti ruggini (come il gallicanesimo, il cesaropapismo, il giuseppinismo) si tradussero in forme di opposizione soprattutto al dogma dell’infallibilità pontificia. Tenuto al segreto giurato, il Dehon non ha lasciato indiscrezioni; tuttavia, nel suo diario, si raccolgono annotazioni che dimostrano come non mancasse di spirito di osservazione e di una amabile arguzia, tutta francese. Ad esempio, ci riferisce che qualche vescovo dell’opposizione era preoccupato per la presenza dei giovani stenografi e si lamentava, temendo che essi riferissero all’esterno come avevano votato; e commenta: "Avevano dunque qualche scrupolo di coscienza sulla saggezza dei loro voti?" (N. H. V.).

 

Sacerdote per Dio e per i fratelli

Di ritorno dalle vacanze a La Capelle, a Roma, lo attendeva la grande grazia dell’ordinazione sacerdotale. E’ stata una tappa sofferta per il suo cuore di figlio affezionato. Difatti, nonostante gli anni da lui trascorsi in seminario, suo padre persisteva nel rifiuto né accennava di tornare alla pratica religiosa. Le molte preghiere di Leone sembravano senza speranza.

Ma all’improvviso sua madre gli scrive che ha in programma di venirlo a trovare col marito e di restare a Roma sino a febbraio. L’ordinazione era prevista per il giugno 1869; ma il suo direttore spirituali p. Freyd, con un gesto di squisita delicatezza, propose di anticiparla, per consentire anche ai genitori di essere presenti. Allora fu lo stesso sig. Giulio a presentare la supplica a Pio IX, e la data venne stabilita per il 19 dicembre 1868.

L’ordinazione sacerdotale ebbe luogo nella splendida basilica di S. Giovanni in Laterano, capo e madre di tutte le chiese. Il giovane ordinando visse quella celebrazione con animo profondamente commosso.

"Eravamo là 200 ordinati - scrive nel diario -. I capi venerati dei santi Pietro e Paolo presiedevano all’ordinazione, come per ripeterci: andate, così come tutte le generazioni d’apostoli che vi hanno preceduto. Andate in tutte le regioni, a predicare, battezzare, offrire il corpo e il sangue di Cristo, ed effondere la sua grazia. Andate... a portare dappertutto la verità, la pace, la carità, e anche i vantaggi temporali della civiltà cristiana".

È sacerdote. Questo pensiero lo riempie di gioia e gratitudine. La sua commozione è tale, da ripagare anni di sofferenze e di attesa. "I miei buoni genitori, scrive, erano dietro di me e versavano lacrime senza fine. Mio padre non poté mangiare quel giorno. Le impressioni dell’ordinazione non si possono rendere facilmente: mi rialzavo sacerdote, posseduto da Gesù, tutto pieno di lui, del suo amore per il Padre, del suo zelo per le anime, del suo spirito di preghiera e di sacrificio".

Il giorno dopo, sale per la prima volta l’altare, nella cappella del seminario di S. Chiara, per celebrare l’eucaristia alla presenza di pochi intimi. In quest’occasione, il Signore gli ha riservato un’altra gioiosa sorpresa: anche il papà è presente, e si accosta per ricevere da lui la santa Comunione. Leone interpreta il fatto come un trionfo della grazia divina. Lo ricorda come un momento di gioia pura e sconfinata.

"La commozione era generale", scrive. E quando mio padre e mia madre si avvicinarono per comunicarsi, nessuno poté trattenere le lacrime: quanto a me, ero folle d’amore per Nostro Signore e pieno di disprezzo per la mia povera piccola persona" (N. H. V.).

 

L’anno del Concilio Vaticano I

Il quinto anno di permanenza a Roma (1869-1870) è quello della celebrazione conciliare: "Il Concilio, in quell’anno, prese la metà del mio tempo. Ero in ritardo per i miei studi; ma, d’altra parte, quale preziosa messe di conoscenze ed esperienze! (...). Ero tuttora fortemente inclinato alla vita religiosa" (N. H. V.).

Il mondo laico tentò di soffocare in vari modi il Vaticano I: il deputato Ricciardi, stimolato dalla massoneria, disegnò di celebrare un conciliabolo a Napoli e ottenne l’adesione di Garibaldi, di Victor Hugo, di Ausonio Franchi.

Molto più pericolose furono le lotte interne al mondo cattolico che, a proposito del dogma in progetto sull’infallibilità pontificia, si suddivise in "opportunisti" e "inopportunisti", raccogliendo tra queste personalità peraltro ammirevoli, come il Dupanloup, tanto amato dal Dehon.

Finalmente, l’8 dicembre 1869, la cerimonia di apertura in San Pietro: "Il mio cuore batteva vigorosamente, e io pregavo per la chiesa ammirando nello stesso tempo quella grandiosa manifestazione della sua unità e santità".

Il 18 luglio dell’anno successivo, nonostante le lotte precedenti, il Concilio definiva l’infallibilità pontificia e il Dupanloup (che era stato onestamente contrario più per timore di reazioni del governo francese che per motivi dottrinali) lo accettava prontamente. L’altra conoscenza del Dehon, invece, il p. Gratry era più ostico: "Contava egli forse di dirigere il Concilio perché era stato al Politecnico ed era dell’Accademia?". Quest’ultima noticina non è amara nei confronti dell’illustre personaggio, perché il Dehon non ha mai avuto atteggiamenti così meschini. È piuttosto un riepilogo delle lotte sostenute dal Nostro prima per evitare il Politecnico, poi per raggiungere Roma e il sacerdozio.

Ma nel giorno precedente erano scoppiate le ostilità tra la Francia di Napoleone III e l’allora potentissima Prussia. Molti prelati dovettero abbandonare precipitosamente Roma per recarsi nelle proprie diocesi minacciate dalla guerra. Anche il Dehon partì per La Capelle, in compagnia di mons. Pie, una delle figure di maggior spicco del concilio: "Avevo toccato con dito la vita della Chiesa e acquistato, in un anno, più esperienza di quanto avrei potuto fare in dieci anni del mio tenore di vita ordinario".

La maturità raggiunta dal sacerdote Leone Dehon è dimostrata da questi brani che da una parte evidenziano il suo realismo nell’osservare e, dall’altra parte, denotano un incrollabile senso di fede: "Debolezza e forza della chiesa di Dio: debolezza per se stessa, imperfezione, oscurità; forza in Dio, stabilità, luce, vita quando ella si appoggia sulla pietra d’angolo che è Cristo e sulle fondamenta che sono gli apostoli. Intima unione della Chiesa del cielo e di quella della terra. Le due si contemplano e vivono l’una con l’altra per Dio (...). Come è sensibile, nell’agitazione di questi giorni la solidità della roccia che è Pietro. Tutto ciò che si agita fuori di lui, si dibatte nelle tenebre. Tutto ciò che non è edificato sopra di lui, è fondato sulla sabbia. Tutti i vescovi uniti compongono un edificio indistruttibile, ma solo quando sono fondati sulla roccia" (N.H.V.).

 

Rientra in diocesi ricco di molti tesori

Ed eccolo a La Capelle, in anticipo, causa la guerra "che doveva durare sei mesi. Passò come un lungo e terribile incubo, pieno di angosce e di sofferenze" (N. H. V.). Il sindaco lo voleva mobilitare, nonostante che fosse esente quale sacerdote: "La legge mi dispensava, ma la confusione si era impadronita degli animi e i sindaci cominciavano a credersi onnipontenti". Tuttavia si diede da fare per essere utile ai soldati, che sapevano di dover affrontare la morte nel giro di pochi giorni, e alla popolazione locale molto sbandata: "La prova avvicina a Dio e si cominciò a pregare di più in Francia: ma occorreva il disastro di Sédan per aprirci del tutto gli occhi".

Dopo una serie di sconfitte, Napoleone III si arrese ai Prussiani il I settembre 1870.

Il 20 settembre, caduto l’ostacolo francese, i Piemontesi entravano in Roma attraverso la breccia di Porta Pia. Il 20 ottobre, Pio IX sospendeva il Concilio che sarebbe rimasto per sempre privo di conclusione. Il 31 dicembre, Vittorio Emanuele Il entrava in Roma, proclamata capitale del Regno d’Italia.

La Francia era tuttora nei guai, quando il Dehon tornava a Roma, il 18 marzo 1871, per concludere gli studi. Come si è già detto, nel corso dei cinque anni precedenti aveva studiato teologia presso la Gregoriana. Non pago, si era iscritto anche all’Apollinare per il diritto canonico. Nel sesto anno, quindi, potè dare la laurea in teologia (1 giugno) e la laurea in diritto canonico (23 luglio); totale: due maturità e quattro lauree!

Terminati definitivamente i suoi studi, scriveva: "Lascio Roma molto a malincuore, nonostante la sua triste condizione. Vi ho passato degli anni molto pieni, bene impiegati grazie a Dio, e dei quali non conoscerò il valore completo che in cielo. E’ mio conforto riportarne i ricchi tesori come il sacerdozio, la scienza ecclesiastica, delle buone abitudini e dei deliziosi ricordi" (N. H. V.). Queste le sue dichiarazioni.

Non meno interessanti le note burocratizzate del suo direttore spirituale, p. Freyd: "Il Signor Leone Dehon, della diocesi di Soissons. - Entrato il 25 ottobre 1865. - Uscito il I agosto 1871. - Carattere: eccellente. - Capacità: grandissima. - Pietà e regolarità: perfette. - (...). Era uno dei nostri migliori alunni sotto tutti i punti di vista. Pietà, modestia, serietà, regolarità, amore filiale verso i maestri, applicazione energica, ecc.: Tutto ce lo rendeva caro. Ora è vicario a San Quintino, nella sua diocesi, e promette molto per il futuro".

 

 

Capitolo quarto
SACERDOTE IN CERCA DELLA SUA STRADA

Le molte strade possibili
L’impegno per la verità della fede
Preferenze per la vita religiosa
Cappellano a San Quintino

Le molte strade possibili

Il giovane Leone Dehon, e figlio di papà, ventottenne, francese di nascita e romano d’adozione, avvocato del foro di Parigi e sacerdote della chiesa di Dio, con in tasca quattro lauree che gli garantivano ampie conoscenze su uomini e società, su materie giuridiche e dottrine della fede, che cosa avrebbe potuto fare?

E’ una battuta vecchia, ma validissima al caso, chiedersi invece: "Che cosa non avrebbe potuto fare?"

Difatti, per tutte le molte strade che si aprono per un giovane sacerdote, egli avrebbe potuto esibire un passaporto qualificato: avrebbe potuto insegnare o dirigere una scuola; aveva i numeri per darsi alla ricerca scientifica o per prodigarsi in un’azione da pioniere; aveva la stoffa del buon prete di parrocchia, e persino quella del prelato per qualche aristocratica curia arcivescovile...

Riconosciamolo:il sig. Giulio Dehon, sognando tanto sul futuro del proprio figlio, non aveva poi sognato di estrarre la luna dal pozzo, poiché il suo Leone poteva assai.

Ma, come si è detto iniziando questo libro, bisogna anche fare i conti con Dio che, alla fin fine, non è un "guastafeste", poiché tutto ciò che ci induce a sognare, piccolo o grande che sia, è pur sempre dono suo e un segno del suo amore.

 

L’amore per la verità

Al termine di tanti studi, fatti con impegno e successo, era inevitabile che il giovane sacerdote Dehon propendesse per l’insegnamento e la ricerca teologica. Ancora quando era diacono aveva scritto: "Lo studio o l’azione?... Beati i tempi in cui la Chiesa, ricca di sacerdoti, poteva permettere a molti di darsi liberamente alla ricerca della verità!" (N. H. V.).

Ed ecco uno dei tanti sogni di Leone, poco prima di lasciare Roma: "Ero ossessionato, a Roma (tra il 1869 e il 1871), dall’idea di formare una congregazione di studi, con il suo centro in Roma e, come quarto voto, l’impegno a sostenere le dottrine romane, anche non definite come dogma di fede. Ne avevo parlato a personalità eminenti( ... ) che approvarono questo progetto. Io prendevo appunti sulle ragioni che avrebbero giustificato l’opera e sui particolari da realizzare" (N. Q.).

E, sempre nell’ipotesi di un sacerdozio dedicato alla ricerca e all’annuncio della verità, menziona certi contatti avuti con fondatori o direttori di università cattoliche. Tra questi, il più convinto fu certamente mons. Hautcoeur, vescovo di Lilla che, in un primo momento, pensò di affidare al Dehon la fondazione della nuova Università cattolica di quella città; poi, essendo stato costretto a ricorrere ad altri, insistette per avere il Dehon titolare di una cattedra; infine, visto che il suo beniamino era trascinato altrove, scriveva: "Desolato della vostra decisione, capisco che non posso tentare nuove istanze. Altri, lo so, non ci rinunciano. Possano essere più fortunati di me!".

Accanto alla tentazione di essere un luminare d’università, possiamo mettere anche quella di rispondere alla richiesta di un vescovo che lo avrebbe voluto come segretario: indubbiamente una di queste due ipotesi avrebbe soddisfatto, almeno in parte, i sogni di gloria del papà Dehon.

 

Preferenze per la vita religiosa

Molto forte, nel giovane sacerdote Dehon anche la tendenza verso la vita religiosa, come abbiamo più volte accennato. E anche in questa ipotesi non c’era che l’imbarazzo della scelta, essendo gli ordini religiosi e le congregazioni assai numerosi.

Chi amava il classico, poteva scegliere dai silenziosi Cistercensi ai vivaci e onnipresenti Gesuiti (con i quali, del resto, il Dehon aveva avuto contatti fruttuosi). Per chi tendeva alle novità, beh! bisogna proprio dire che il secolo XX era uno dei più pittoreschi: le congregazioni "nuove" erano tante, e non prive di ideali entusiasmanti.

In realtà, una di queste ultime ipotesi fu lì lì per fagocitare il Dehon: "Sia benedetto Dio per avermi mandato un aiuto come voi"........ Vi aspetto per i primi di ottobre": sono brani di lettere del padre Emanuele d’Alzon, fondatore degli Agostiniani dell’Assunzione.

Dalle biografie del Dehon non risultano sottolineate le affinità che univano i due fondatori, affinità che chiariscono come il Buon Dio abbia avuto il suo buon da fare per trascinare il nostro su una strada del tutto autonoma.

Analogie: il d’Alzon era figlio di un visconte di Le Vigan (Gard, Francia), erede di una famiglia profondamente cristiana; ma aveva trovato nel padre una forte opposizione ai suoi ideali religiosi; studente a Roma, vi aveva attinto una convinta romanità: "Mi confermo in alcune massime, delle quali il mio viaggio a Roma mi fa comprendere l’importanza. La prima si è che bisogna sempre lavorare per Roma, talvolta senza Roma, mai contro Roma" (acutissime le due ultime espressioni!). Lasciò due volumi di meditazioni sulla perfezione religiosa; fondò e animò un numero impressionante di istituti e opere; morì in concetto di santità.

Perché non si realizzò il fatidico aggancio in orbita dei due?

Si sa che il Dehon, nel settembre del 1871, ricevette dall’amico Desaire, già novizio nell’istituto del d’Alzon, la seguente lettera: "Prepara bene le tue batterie, mio buon amico, prima di arrivare, al fine di non prendere altri impegni se non quelli per i quali siamo risoluti a sacrificare la vita. Più che mai, il d’Alzon è un uomo di Dio, il quale vuole il bene, e acquista influenza per farlo. Ma mette una certa sua gloria nel compromettersi ed essere compromettente, come dice lui, e mi pare che tu ne rimarresti spaventato. Insomma, vieni e vedrai!".

Spaventato, perché? Forse il d’Alzon era uno di quegli uomini di punta che oggi sembrano di moda; ma che sempre, e anche nel coraggioso cristianesimo francese del secolo scorso, suscitano sospetto. Forse quel suo lavorare "talvolta senza Roma", pur contenendo il saggio ammonimento a non aspettare sempre le decisioni da vertici che per forza di cose debbono adottare un ritmo lento, appariva troppo audace.

 

Cappellano a San Quintino

La realtà cronachistica è che, in attesa di più chiare indicazioni per un impegno "più conforme ai sogni e alle tendenze", il sacerdote Leone Dehon si offrì a mons. Dours, vescovo di Soissons, diocesi dalla quale era giuridicamente legato per l’ordinazione sacerdotale. E il 3 novembre del medesimo anno veniva assegnato quale settimo cappellano alla collegiata di S. Quintino, città famosa per storia e per arte, nota ad ogni italiano per la vittoria degli Spagnoli di Filippo II, condotti da Emanuele Filiberto di Savoia, contro i Francesi di Enrico II nel 1557.

Il risultato non era certo l’ingresso su un binario morto: tutto il contrario! Era però esattamente il contrario di quanto progettato!: "Era assolutamente il contrario di quanto avevo desiderato da anni: una vita di raccoglimento e di studio. Fiat".

Bello questo "fiat". Il famoso "Ecce Venio" dehoniano qui ci appare in tutta la sua luce di rinuncia alla scelta prettamente umana, capricciosa o saggia che sia, per seguire l’abbandono fiducioso e attivo alle misteriose scelte divine.

Bisognava anche dire che, proiettato così inopinatamente dalla Provvidenza in mezzo al campo dell’apostolato dove c’era tanto da fare, il Dehon non era poi condannato a lavorare senza pensare. Era solamente messo in condizioni di attingere nuove idee e nuovo slancio dalle stesse fatiche e dalle complesse esperienze che stava per fare. C’era tempo per pensarci e per raccogliere il frutto dottrinale di tanti sforzi pastorali.

Il periodo che si apre per il giovane sacerdote nella dìocesi di Soissons è uno dei più belli della sua vita; uno dei più significativi per lo studio della sua personalità; certamente quello che maggiormente ce lo può far sentire e gustare come sacerdote moderno, generosamente coinvolto in forme di impegno e di testimonianza che sono, anche oggi, della più viva attualità.

Se, in seguito, l’impegno sociale avrà tanta parte nella vita del Dehon, non dobbiamo dimenticare che ad esso era stato in qualche modo disposto e preparato, per i suoi studi umanistici e di diritto, per i suoi viaggi in paesi e presso popoli diversi, per la sua grande sensibilità umana e sociale.

Il suo lavoro pastorale nella popolosa cittadina di S. Quintino, poi, gli farà toccare con mano l’urgenza, anche per la Chiesa, di questo tipo d’impegno e gli suggerirà le prime modalità concrete.

 

 

Capitolo quinto
IL SUO LAVORO PASTORALE A SAN QUINTINO

L’ambiente operaio di S. Quintino
"Andare al popolo"
Iniziative sociali d’avanguardia
La scelta operaia e la stampa cattolica

La vita e le attività di Leone Dehon sacerdote si possono suddividere abbastanza chiaramente in tre distinti periodi: il primo caratterizzato dal lavoro pastorale nella popolosa parrocchia di San Quintino (1871-1877); il terzo, caratterizzato prevalentemente da impegni relativi alla Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore, già sufficientemente affermata (1903-1925); e quello intermedio, in cui le due cure si fondono, e così il Dehon, mentre continua a essere un motore possente in diocesi con puntate significative anche a livello nazionale e internazionale, contemporaneamente si trova sempre più assorbito dalle sue nuove funzioni di fondatore e superiore generale dell’Istituto da lui fondato (1877-1903).

Quello che ho chiamato il "primo periodo" è di un interesse eccezionale, sia per i lettori sacerdoti che siano alla ricerca di un nuovo modello di prete, sia per i fedeli, desiderosi di ispirazione. Vediamo, molto succintamente, in quale ambiente egli si sia trovato a lavorare e le linee portanti che ispirarono la sua attività pastorale e sociale.

 

L’ambiente operaio di S. Quintino

San Quintino, posta sulla riva destra del fiume Somma, è una città molto attiva. Quando il giovane sacerdote Leone Dehon vi iniziò il suo apostolato, vi trovò la popolazione - in prevalenza operaia - molto lontana e spesso ostile alla Chiesa. Le tensioni sociali erano continue, la moralità pubblica in decadenza, le chiese spesso quasi deserte.

Scorrendo il rapporto sulla situazione religiosa della diocesi, compilato dallo stesso Leone Dehon per il congresso diocesano del 1875, ci si può fare un’idea della gravità del male. Riposo festivo spesso inosservato, immoralità pubblica, ostentata inadempienza del precetto pasquale, alcoolismo sfrenato ecc.. Di una parrocchia si legge: "Non vi sono che due uomini veramente cristiani, dei quali l’uno, vecchio e sordo, non può essere elemento di associazione, e l’altro, data la posizione che occupa, non può prendere l’iniziativa". Di un’altra parrocchia si legge: "Prevenzioni contro tutto ciò che tocca da vicino o da lontano la religione non lasciano alcuna speranza, almeno prossima, negli uomini."

Così nella provincia. In città, che contava allora circa 30.000 salariati, la situazione non era certo migliore. Anche perché gli operai allora erano soltanto come macchine nelle mani dei padroni. "In tutte le industrie di costruzione, scrive il Dehon, la situazione è disastrosa... Le abitazioni sono infette, vere topaie. In chiesa non vi sono operai: leggono i giornali anticlericali, nutrono odio per la società attuale, antipatia per il padrone, scontento verso il clero che non agisce sufficientemente per loro".

 

"Andare al popolo"

L’impatto con una realtà così deludente costituì, per il giovane sacerdote, colto, alquanto aristocratico, tendenzialmente mistico e ottimista per natura, un’esperienza amara e molto sofferta. Ma non tarpò affatto il suo zelo; anzi, si può dire che lo stimolò a un’attività pastorale intensa, in qualche caso persino febbrile, ma sempre vivificata da una profonda vita interiore.

Sotto forma di critica a certe forme troppo superficiali, egli stesso ci confida le linee portanti cui ispirava la sua attività pastorale. "Vedo buoni sacerdoti che sembrano attendere una risurrezione come per un colpo della Provvidenza o per l’azione di qualche personaggio straordinario della Francia o dell’Italia. Non credo che questa strana speranza valga per mantenere in buona salute. E’ necessario consumarsi, andare al popolo e fare come se tutto dipendesse da noi. Solo allora Dio ci aiuterà e agirà come solo lui sa fare" (N. Q.).

Questo metodo, certo, costa fatica ed espone a rischi. Il Dehon lo sa: "Felici i tempi in cui non avevo che da pensare alla mia santificazione e alla mia istruzione! Era un preludio di paradiso! Ora provo anche delle soddisfazioni a lottare per il trionfo di Nostro Signore nelle anime, a riprendere, a dirigere, a consolare, a guidare un’iniziativa e a seguire un piano per instaurare il regno di amore del Sacro Cuore" (N. Q.). Con questo, lui non tira i remi in barca; fa e incita a fare: "Adempiere placidamente le funzioni ordinarie del sacro ministero non è più sufficiente. Bisogna adoperarsi per attirare a noi gli uomini, e soprattutto la classe più numerosa, quella degli operai... Occorre formare in noi questo stato d’animo, questa disposizione di andare agli uomini, al popolo, con ogni mezzo opportuno. (Ciò presuppone) una vita di lavoro e di sacrificio, e al tempo stesso una vita che serva di esempio" (Conferenza ai sacerdoti di Bourges).

"I sacerdoti non possono restarsene rinchiusi nelle chiese e nelle canoniche; occorre animarli di spirito apostolico... I sacerdoti hanno veduto l’apostasia di tutto il popolo, e hanno creato soltanto delle associazioni per ragazze" (Manuale Sociale Cristiano).

Un po’ dura questa rampogna, ma non inesatta. Del resto, l’esilio dei sacerdoti in ambienti riservati, egli lo imputa giustamente a una mossa di coloro che hanno tutto l’interesse a non trovarseli tra i piedi: "Gli errori gallicani e liberali hanno avuto quale effetto soprattutto di allontanare il clero dalla vita pubblica e di mummificarlo nelle sacrestie. Esso è divenuto, per quanto riguarda l’azione sociale, un sale scipito" (Regno del S. Cuore).

 

Iniziative sociali d’avanguardia

In queste prospettive e sotto questa luce, seguiamolo nelle sua attività sociali almeno riassuntivamente.

Nel dicembre 1871, due pionieri dell’apostolato sociale in Francia, Albert De Mun e La Tour du Pin, fondano i "Circoli cattolici degli operai".

Il Dehon, che per il momento lavora nell’ambito ristretto della parrocchia, non rimane però estraneo a queste iniziative di rinnovamento sociale, e scrive: "Mi sono dato, meglio che non lo sperassi al ministero attivo, una vera sorgente quotidiana di consolazioni".

Nell’anno successivo cominciano a prendere forma nuove iniziative sociali che, poco per volta, faranno di lui un apostolo d’avanguardia. Inizia raccogliendo una quarantina di ragazzi per istruirli, per farli giocare, per non lasciarli abbandonati alle insidie della strada.

È il punto di partenza di qualsiasi curatino, si dirà. È vero. Ma non è di tutti acquistare, nel giro di pochi mesi, un terreno tutto per loro, fondare, a meno di un anno, il Patronato san Giuseppe che in breve riuscirà a interessare oltre 450 giovani.

Nel 1873 inaugura la cappella del Patronato, che dedica a san Giuseppe. Grazioso il commento che ne fa: "È il primo altare che innalzo a Nostro Signore. Ho sempre pensato che sia una grande grazia donargli un altare in più, grazia che in seguito mi è stata frequentemente concessa".

In maggio, il Patronato prende parte al solenne pellegrinaggio operaio che ha riunito presso il santuario di Nostra Signora di Liesse sacerdoti e operai da tutte le parrocchie della diocesi. A questo periodo risalgono anche i primi rapporti del Dehon con un altro grande pioniere dell’apostolato sociale, Leone Harmel.

Come risultato di questi incontri e di queste iniziative, in novembre, e ancora per iniziativa del Dehon, si costituisce il "Circolo operaio cattolico" di San Quintino.

 

La scelta operaia e la stampa cattolica

Oramai bisogna farci l’abitudine: la parola "operaio" ricorre continuamente nelle cronache e nel lavoro pastorale del sacerdote Leone Dehon. Chi l’avrebbe detto? Di origini quasi "nobili", di cultura eccezionale, di tendenze quasi mistiche, egli si dà sempre più totalmente a coloro che probabilmente non gli concedevano neppure il beneficio di una conferenza un tantino "intellettuale". E non è che mancassero le occasioni di circoli per gente bene o per cinguettanti damine di carità!

L’anno dopo, 1874, con l’aiuto di persone generose il Dehon appoggia il sorgere di un giornale cattolico locale molto vivace, dal titolo "Il Conservatore dell’Aisne": per questo giornale sarà lui a dettare, molto spesso, gli articoli di fondo.

Quasi contemporaneamente, la diocesi di Soissons avverte il bisogno di promuovere in tutte le parrocchie le nuove iniziative sociali che, un po’ dovunque, andavano sorgendo, e coordinarne gli obiettivi e le iniziative. Sorse, così, l’Ufficio diocesano delle opere sociali e a dirigerlo, in qualità di segretario e animatore, il vescovo chiamò Leone Dehon che ormai si era fatto conoscere e apprezzare da tutti per le molte iniziative d’avanguardia avviate in San Quintino.

Per muoversi a ragion veduta e in base a una precisa programmazione, il Dehon inaugurò il suo lavoro come segretario dell’Ufficio diocesano organizzando e portando a termine una accurata inchiesta sociologica sullo stato delle opere e delle associazioni cattoliche in diocesi; da essa abbiamo attinto all’inizio di questo capitolo.

Nel 1875 Leone Dehon da settimo cappellano della collegiata viene promosso a secondo. L’anno successivo, tuttora giovanissimo, viene nominato canonico onorario della cattedrale di Soissons.

Nella immaginazione comune, il canonicato è una onorificenza "alla memoria", una messa in pensione. Non così per l’intraprendente sacerdote di San Quintino. Anzi, approfitta di questa stima che gli dimostrano il vescovo e i sacerdoti suoi confratelli per avviare altre iniziative: una "conferenza" per i giovani poveri, per dare loro un minimo di qualificazione professionale e di sensibilità umana e cristiana; l’associazione dei padroni cattolici, convinto che per aiutare in modo sostanzioso gli operai, oltre che promuoverli spiritualmente e socialmente, bisognava indurre gli stessi datori di lavoro ad agire secondo il vangelo; e infine il così detto "Oratorio del S. Cuore", iniziativa che si proponeva di riunire periodicamente i sacerdoti più sensibili della diocesi per studiare insieme i problemi sociali e la pastorale del mondo operaio.

Queste le principali iniziative, promosse in quegli anni fecondi da Leone Dehon a favore della classe operaia. Onde con ragione poteva scrivere nei suoi ricordi: "Ho voluto contribuire alla riabilitazione delle masse popolari mediante il regno della giustizia e della carità cristiana. Vi ho speso buona parte della mia vita".

 

 

Capitolo sesto
I SACERDOTI DEL SACRO CUORE

Desiderio ardente di vita interiore
Il progetto di una nuova congregazione
All’ombra del Collegio San Giovanni
Le molte e durissime prove degli inizi
Rinascita e approvazione romana
La spiritualità "dehoniana"

Desiderio ardente di vita interiore

Tutti i grandi santi, nella chiesa di Dio, ci appaiono dei lavoratori indefessi. Il nuovo "canonico" di S. Quintino era un po’ lo stesso: non sapeva mai dire di no, di fronte ai problemi sempre nuovi della parrocchia e della diocesi.

Eppure non era contento.

Il diario, nel 1877, incomincia così: "Tutto mi sorrideva nella vita secolare: ero amato da tutti e riuscivo nelle mie opere... Tuttavia non ero felice. Mi pareva che la mia vita intellettuale e anche quella soprannaturale si spegnessero. Sovraccarico di lavoro com’ero, non avevo più tempo di leggere e di studiare; anche i miei esercizi di pietà ne soffrivano. Non mi credevo più al mio posto e volevo la vita religiosa" (N. Q.).

E’ difficile comprendere appieno i motivi di questa sua insoddisfazione. Dai ripetuti accenni che troviamo nel diario, sembra che il suo problema di fondo non fosse tanto il sovraccarico di lavoro come tale, ma piuttosto una eccessiva dispersione, dovuta ai troppi impegni di carattere materiale o soltanto burocratico; per cui si sentiva frustrato in quelle che da sempre erano state le sue aspirazioni più profonde: una vita interiore intensa, e un’azione pastorale concepita soprattutto come missione profetica a servizio della vita di fede.

Ecco un brano del diario in cui egli stesso ci svela questo suo dramma interiore: "Soffro di non poter trarre profitto dalla preparazione eccezionale che avevo ricevuto nei miei lunghi studi. Non posso né coltivarli né completarli. Il ministero, nelle città, impone ai preti giovani troppi servizi materiali" (N. Q.).

Ma per dissipare l’impressione che si trattasse soltanto di "paura" del lavoro, subito soggiunge: "Il pensiero di sfuggire al sovraccarico di lavoro mi perseguitava giorno per giorno. Sentivo di non poter coltivare abbastanza la vita interiore. Volevo diventare religioso ad ogni costo" (N. Q.).

La preoccupazione non era, dunque, quella di rimanere con le mani in mano, bensì quella di coltivare una vita interiore intensa che si riteneva facilmente realizzabile solo nella vita religiosa.

Questo suo scandaglio continua per diverse pagine del suo diario, minuto e profondo. In una serie di riflessioni di questi mesi, egli ritorna di continuo su questo problema, distribuendo, come su una bilancia invisibile ma rigorosa, il complesso delle ragioni che gli consigliano la vita religiosa e di quelle che gli suggeriscono di restare nel sacerdozio secolare.

Dopo diversi ritiri fatti in questa prospettiva, l’unico serio motivo che ancora lo trattiene dal lasciare il ministero attivo in diocesi, sono le numerose opere sociali da lui avviate a S. Quintino, le quali esigono la sua presenza. Pensò anche di sormontare l’ostacolo affidando ad altri le sue responsabilità, ma ogni tentativo gli riuscì inutile.

"Cominciai tutti i tentativi per svincolarmi dalle mie opere, leggiamo ancora nel suo diario. Scrissi ai Padri dell’Immacolata Concezione di Rennes, ai religiosi di S. Vincenzo de’ Paoli e a varie altre congregazioni, per cedere ad esse le mie istituzioni operaie. Ebbi da ogni parte risposte negative. Mi trovavo inchiodato a S. Quintino. La responsabilità delle opere fondate rimaneva in pieno. Come abbandonarle?" (N. Q.).

 

Il progetto di una nuova congregazione

Mentre il Dehon si trovava così impegnato nel lavoro pastorale e insieme così preso dall’ideale della vita religiosa, l’azione della grazia andava rafforzando, in lui e nel suo ambiente, un tema particolare di spiritualità e di vita: l’idea della riparazione, strettamente collegata con la corrente spirituale suscitata e alimentata dalla devozione al S. Cuore di Gesù.

Questa idea spunta non come un innesto estraneo, bensì come un elemento profondo, e del tutto congeniale, nella spiritualità del Dehon. Anzi, ben presto egli troverà in essa l’elemento propulsore e qualificante di tutte le sue future attività.

È in questo contesto che sboccia, e un po’ alla volta prende forma e consistenza, il progetto di dare vita a una nuova congregazione religiosa di sacerdoti, animata del suo stesso ideale spirituale e apostolico.

La piattaforma remota, per il sorgere di questo progetto, è stata la innata propensione del Dehon per la vita religiosa; invece il motivo che direi "occasionale" (ma ogni "occasione" è "grazia" per chi vive di fede) è stata la obiettiva impossibilità di liberarsi dalle opere che lo tenevano legato a s. Quintino.

Ma su questa piattaforma si erano inserite, nel frattempo, altre forze di stimolo: in primo luogo, le Suore Ancelle del S. Cuore, originarie di Strasburgo e stabilitesi a S. Quintino fin dal 1872: esse costituivano un intenso cenacolo di spiritualità, del quale il Dehon era ad un tempo e animatore e beneficiario. Un’altra figura che ebbe un ruolo di primo piano nel progetto che stava prendendo vita: il nuovo vescovo di Soissons, mons. Thibaudier, il quale fu sempre vicino e comprensivo, anche nei momenti più duri.

Nella primavera del 1877 Leone Dehon si recò a Roma accompagnando appunto il suo vescovo mons. Thibaudier. Quel viaggio, e in particolare il suo soggiorno romano, fecero rinascere più forte il desiderio della vita religiosa. Tornando a S. Quintino, era più che mai disposto ad accogliere le esortazioni molto pressanti che gli venivano dalla superiora delle Suore Ancelle. Voci d’incoraggiamento per il progetto che andava maturando gli giungevano anche da altre parti, e a volte parecchio suasive. Contemporaneamente anche la chiamata interna si sviluppava, precisandosi.

Se la vita religiosa si rivelava, per lui, un ideale irrinunciabile, e, d’altra parte, non poteva abbandonare le opere avviate a S. Quintino, perché non pensare a un impegno di vita religiosa senza abbandonare il suo posto di lavoro?

Parlò di questo con il vescovo, il quale ebbe per lui parole piene d’incoraggiamento. Non solo, ma gli suggerì anche un modo concreto di procedere che potrebbe sembrare parecchio interessato, ma che alla prova dei fatti risultò quanto mai valido.

Da tempo, infatti, auspicava per S. Quintino un collegio tenuto da sacerdoti: perché non tentare di attuarlo con l’aiuto dei sacerdoti che avrebbero aderito alla congregazione progettata dal Dehon?

"Il momento provvidenziale di attuare finalmente la mia vocazione era venuto", scrisse a questo proposito il Dehon: la congregazione verrebbe fondata all’ombra del collegio, anzi sotto il suo stesso tetto.

 

All’ombra del Collegio S. Giovanni

Il 26 giugno 1877 il Dehon riferì alla Superiora delle Ancelle i colloqui avuti col vescovo; e quella rispose: "Non ho potuto ringraziare abbastanza Nostro Signore, né ammirare abbastanza la via che egli sta prendendo per compiere i suoi disegni misericordiosi verso le anime".

Ormai tutti i motivi di esitazione erano caduti. La via da seguire era chiara. Il consenso del vescovo esplicito. "Presi la risoluzione il 27 giugno 1877, scrive il Dehon, e dovevo fare i primi voti il 28 giugno 1878".

Oltre l’assenso dato a voce, mons. Thibaudier volle confermare i suoi sentimenti anche per lettera, datata al 13 luglio 1877, nella quale dice: "Il progetto di società riscuote tutte le mie simpatie. Collaborerò alla sua realizzazione nella misura che mi parrà voluta da Dio. Desidero che sia Lei a presiedere alla sua attuazione".

"Questa lettera, commenta il Dehon, è il vero atto di fondazione del nostro Istituto".

Appena ricevuto questo biglietto con l’approvazione scritta del suo vescovo, il canonico Dehon si appartò dal 16 al 31 luglio, per un ritiro che trascorse nel silenzio e nella preghiera. In tale occasione scrisse le regole o costituzioni del nuovo Istituto che volle chiamare dei "Sacerdoti Oblati del S. Cuore". Con questo ritiro diede anche inizio al suo noviziato, che sì concluse il 28 giugno 1878, nella festa del S. Cuore, con la professione dei voti religiosi.

Il rito della professione fu semplice e commovente. Era presieduto dall’arciprete di S. Quintino mons. Mathieu. Partecipavano alla cerimonia il p. Rasset, postulante, i professori del collegio, due suore Ancelle e alcuni amici.

"I miei voti, scrive il p. Dehon, erano già perpetui nell’intenzione, benché ufficialmente fossero soltanto temporanei. Sentii che prendevo la croce sulle spalle, dandomi a Nostro Signore come sacerdote riparatore e come fondatore di un nuovo istituto".

Per il Dehon si compiva, in questo modo, un’aspirazione profonda: essere religioso, "sacerdote oblato del S. Cuore di Gesù", impegnato a fondare sull’amore tutta la sua esistenza e le sue scelte di ogni giorno. Ma questo non significò per il Dehon minor impegno nel lavoro. Tutt’altro.

La Congregazione, infatti, doveva nascere all’ombra di un collegio che ancora non esisteva e che egli stesso avrebbe dovuto far sorgere e dirigere.

Già nel mese di agosto acquistò un vecchio convitto per giovani studenti, e subito avviò i lavori di adattamento. Contemporaneamente dovette occuparsi di reclutare i professori, stilare i programmi scolastici, avviare i contatti con i nuovi alunni ecc..

Benché iniziato in una sede modesta, il Collegio S. Giovanni si affermò rapidamente. Il p. Dehon lo diresse per oltre dieci anni con molta abilità e grandissimo amore: lo considerava, un po’, come il suo feudo, la sua "proprietà" nel senso più vero del termine. Qui egli profuse il meglio di sé, per formare una gioventù in grado di "camminare a fronte alta nella luce radiosa della fede".

 

Le molte e durissime prove degli inizi

Nell’estate 1878, le Suore Ancelle compravano una casa in via Richelieu, poco distante dal Collegio S. Giovanni e, molto generosamente, la mettevano a disposizione del p. Dehon per la sua nuova Opera. Egli la destinò come sede del noviziato. Era la prima casa religiosa della Congregazione da lui fondata e significativamente venne chiamata "Casa del S. Cuore". Fu inaugurata il 14 settembre, festa della Santa Croce.

"Tutto era impressionante in quei primi esordi, scrive p. Dehon; la malattia, la morte, la rovina. Ma, nonostante tutto, la fecondità, con vocazioni numerose e piene di zelo".

Questo clima favoriva la collaborazione l’ottimismo, la gioia fiduciosa anche nelle inevitabili difficoltà, che certo non mancavano, e che il p. Dehon sapeva accogliere con grande fede e disponibilità, interpretandole come il segno che Dio accettava la sua offerta!

Le cronache ci parlano di malattie, di incostanza o anche di infedeltà da parte di "falsi fratelli", di momenti di incomprensione nei delicati rapporti che s’instaurarono tra la nuova opera e le Suore Ancelle che tanto l’avevano favorita e aiutata.

Il 29 dicembre 1881 ricorda una nuova sciagura. Mentre tutto il personale del collegio, con molti benefattori e invitati, stavano celebrando in teatro l’annuale festa dell’amicizia, improvvisamente scoppiò un violento incendio che, in poche ore, distrusse completamente i due piani superiori. Fu una prova drammatica per tutti, soprattutto in quei primi inizi; e tuttavia essa valse a confermare la stima e la solidarietà dei benefattori e dell’intera cittadinanza. Nel suo diario, il Dehon appuntava: "lo non potevo che contemplare l’incendio e offrire al S. Cuore il sacrificio che mi chiedeva" (N. Q.).

La seconda grande prova si ebbe nel 1883, l’anno che il Dehon qualifica "terribile".

Nel clima di fervore che caratterizzò gli inizi dell’Opera, il p. Dehon aveva accolto nei libri ufficiali della Congregazione anche le elevazioni spirituali di una certa Sr. Maria Ignazia, delle Ancelle del S. Cuore, la quale pretendeva di essere favorita di particolari rivelazioni celesti.

Il vescovo, mons. Thibaudier, molto perplesso per questi fatti, spedì quegli scritti a Roma, sollecitandone un parere orientativo.

In data 28 novembre 1883 il S. Ufficio rispondeva, sempre tramite il vescovo diocesano, che gli scritti presentati all’esame non potevano considerarsi frutto di particolari rivelazioni celesti; che, pertanto, la società degli Oblati del S. Cuore, fondata dal canonico Dehon, doveva essere sciolta. Solo si consigliava di procedere con cautela, per evitare ogni motivo di danno o di scandalo per le persone implicate.

L’episodio, tanto chiacchierato e fonte di sospetti a suo tempo, oggi si può ripensare con più serena obiettività. Difatti, se alle forze del male esso diede qualche punto iniziale di vantaggio, a quelle del bene ne conferì ben presto molti di più.

In primo luogo, a parte le comprensibili angosce del Fondatore, lo indusse a una reazione molto edificante: "Mi ero dunque sbagliato!"; e scrisse prontamente al suo vescovo, aggiungendo: "Quello che mi tortura, più che il resto, è il pensiero al quale non posso sottrarmi: Nostro Signore ha voluto quest’opera, io l’ho fatta fallire con le mie infedeltà".

Ma di fallimento non si può parlare, poiché lo stesso Thibaudier dettava subito precisazioni incoraggianti, cui seguiva a poca distanza un secondo decreto del S. Ufficio (28 marzo 1884) che permetteva, sotto la regia del medesimo Fondatore, la continuazione dell’Opera, sia pure con nome mutato.

E questo cambiamento, visto con lo spirito più distaccato da noi del XX secolo, fu un chiarimento opportuno.

Infatti, sotto la spinta di un vento d’entusiasmo mistico abbastanza esagerato, il nome scelto inizialmente per l’Istituto doveva essere di "Vittime del Sacro Cuore". Quello preferito, "Oblati del Sacro Cuore", era meno audace, ma pur sempre compromettente per sacerdoti destinati a militare nella nuova opera con tutto il carico inevitabile di "umanità peccatrice".

Tutto riprese, dopo la crisi, con un titolo programmatico "Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore" che, a dire il vero, contiene con maggiore umiltà e maggiore realismo il sogno del Dehon: "Vostra Eccellenza sa che io ho fondato l’Istituto degli Oblati del Cuore di Gesù, nel solo intento di fare la volontà di Dio, e di procurare la sua gloria. L’unico desiderio di estendere il regno di Nostro Signore, propagando la devozione del suo Cuore Santo, e offrendo a questo Cuore Divino le riparazioni che Egli chiedeva alla sua serva Margherita Maria, m’ispirò il disegno di fondare quest’opera. Lo maturai nella preghiera".

 

Rinascita e approvazione romana

La ripresa, dopo questa grossa bufera, fu lenta e difficile, ma sicura e veramente benefica. Il gruppo iniziale andava aumentando. Solo a tre anni dagli inizi, contava già 16 sacerdoti e una trentina di chierici. Dopo la sede del noviziato era venuta la scuola apostolica di Fayet, sempre in diocesi di Soissons, un’altra a Sittard in Olanda, e poi una casa per religiosi studenti di teologia a Lilla.

Di questi sacerdoti, alcuni si affiancavano al Dehon come educatori o insegnanti al Collegio S. Giovanni. Nel 1886, alla Congregazione veniva affidata anche la cappellania di Val-des-Bois, opera sociale tra le prime e significative della Francia, a tutti nota per le iniziative promosse da Leone Harmel e punto di riferimento per i numerosi incontri di seminaristi e sacerdoti, desiderosi di iniziarsi al movimento sociale cristiano.

In quegli stessi anni, il vescovo di Soissons chiese la collaborazione del p. Dehon per una missione popolare a vasto raggio, destinata a raggiungere tutte le parrocchie della diocesi. Gli otto sacerdoti, residenti alla Casa del S. Cuore, per due anni consecutivi percorsero città e villaggi, predicando la parola di Dio a ogni ceto di persone. Si lavorava con entusiasmo, fino al limite delle proprie energie. "La vita non ci è data per annoiarci", ripeteva il p. Rasset.

Anche all’interno della Congregazione il fervore e l’intesa erano eccellenti.

Nel corso del primo capitolo generale della Congregazione, celebrato a S. Quintino nel settembre 1886 sotto la presidenza del vescovo mons. Thibaudier, il p. Dehon venne acclamato superiore generale a vita.

Non la nomina, ma lo spirito che regnava in quell’anno e nei successivi, strappa al p. Giovanni del S. Cuore questo elogio: "Quale ardente amore di Gesù e di Maria regnava nelle nostre case del S. Cuore di Fayet, di Sittard. Era un amore divorante, assorbente, che veniva testimoniato in tutti i modi: con le visite assidue all’Eucaristia, con i canti, con il pensiero costantemente rivolto a Nostro Signore. Quale carità reciproca regnava allora! Come si amavano i superiori! Come ci si amava reciprocamente! Infine, quale abbondanza di vocazioni si raccoglievano allora e come si bramava prepararsi!".

Molte cose, come si vede, erano cambiate. La giovane Congregazione si era acquistata numerose benemerenze e sembrava dare buon affidamento per l’avvenire. Tutti ormai dimostravano apertamente stima e fiducia. Lo stesso card. Langénieux, che era intervenuto personalmente anche nel periodo critico dell’‘83, ora, dopo un’udienza che aveva avuto con il s. Padre, scriveva al p. Dehon: "Tutti vi vogliono bene a Roma. Ormai ostacoli non ne esistono più. Fra qualche mese vi sarà accordato il decreto di lode", espressione che indica l’approvazione temporanea da parte della S. Sede, per cui l’Istituto diventa di diritto pontificio.

Il decreto di lode, di cui parlava appunto il card. Langénieux e sollecitato da 27 vescovi amici dell’Opera, non tardò a venire. Porta la data del 25 febbraio 1888: "Come fiore grazioso e profumato, vi si legge, l’anno 1877 è sorta, nella città di San Quintino, diocesi di Soissons, la società dei Sacerdoti del S. Cuore, detta appunto di Soissons, con lo scopo che i suoi membri si consacrino interamente al Cuore divino di Gesù e s’adoperino ad accendere in se stessi e nel prossimo quel fuoco che Nostro Signore è venuto a portare in terra e altro non vuole se non che si accenda... Questa Congregazione, appena sorta, cominciò subito a diffondere il suo grato profumo; e oggi è stabilita già in quattro diocesi della Francia, con 8 case e 87 membri".

 

La spiritualità "dehoniana"

Le prove e le consolazioni che hanno contrassegnato la vita della nuova famiglia religiosa e che culminarono con il decreto di lode del 1888, contribuirono anche a precisare e approfondire le sue caratteristiche spirituali e apostoliche, che s’è convenuto riassumere nell’espressione: "spiritualità dehoniana".

Molto sinteticamente, possiamo dire: quella che era stata la grazia e l’aspirazione evangelica del p. Leone Dehon, dilatata a dimensione ecclesiale è diventata ora l’eredità spirituale e il carisma dell’intera famiglia "dehoniana".

"Il nostro Istituto, si legge negli atti dell’ultimo capitolo generale della Congregazione, trova la sua origine nell’esperienza di fede del p. Dehon, la stessa esperienza che l’apostolo Paolo esprimeva con queste parole: La vita che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20).

"Il costato aperto e il Cuore trafitto del Salvatore, per il p. Dehon costituiscono l’espressione più evocatrice di un amore, di cui egli sperimenta la presenza attiva nella propria vita.

"In questo amore del Cristo, che accetta la morte come dono supremo della sua vita per gli uomini e come obbedienza filiale al Padre, il p. Dehon vede la sorgente della salvezza per gli uomini. Dal Cuore di Cristo nasce l’uomo dal cuore nuovo, animato dallo Spirito e unito ai suoi fratelli in quella comunità di carità che è la Chiesa.

"Cosciente però dei mali della Chiesa e della società, e conoscendone meglio di molti altri le cause sia sul piano umano che sociale, egli ne ravvisa la causa più profonda nel rifiuto dell’amore di Cristo. Preso da questo amore, si propone di riparare tali mali mediante una intima unione a Cristo nella sua oblazione per gli uomini: unione a Cristo che cercherà di realizzare in tutta la sua vita, e soprattutto nel suo apostolato, caratterizzato da una vigile attenzione agli uomini, soprattutto i più indifesi.

"La congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore è stata voluta dal p. Dehon per rendere alla Chiesa il servizio di unire, in maniera esplicita, la vita religiosa e apostolica dei suoi membri all’oblazione di Cristo al Padre, per la salvezza degli uomini. Egli si attende dai suoi religiosi che siano, in mezzo agli uomini, dei profeti dell’amore, degli artefici della riconciliazione degli uomini e del mondo in Cristo.

"In tal modo essi vivono uniti a Colui il cui corpo, nonostante le lacerazioni del peccato e dell’ingiustizia, si costruisce nella carità. E rendono, con tutta la loro vita (preghiera, lavoro, sofferenze), un culto d’amore e di riparazione al Cuore di Cristo".

 

 

Capitolo settimo
IL SUO APOSTOLATO SOCIALE

Il regno sociale di Nostro Signore
"Predicate le mie encicliche"
Incontri di seminaristi e di sacerdoti
Il p. Dehon e la "democrazia cristiana"
Le sue conferenze romane

Il regno sociale di Nostro Signore

Non è ancora ben recepita l’idea che il sacerdote possa - anzi debba - impegnarsi nelle questioni sociali. In pratica si equivoca tanto in coloro che hanno il coraggio di impegnarsi, quanto in coloro che dall’esterno giudicano di questo fatto.

Proprio a causa di tali permanenti diffidenze, l’esempio del p. Dehon, su una materia tanto scottante e compromettente potrà essere di stimolo e di istruzione insieme.

Intanto, come punto di partenza, si tenga presente che il Dehon fu una eccezionale sintesi di buon senso e di fede, al punto da rendere difficile il discernere, nel suo pensiero e nella sua azione, dove finisca il valore umano e comincia il progetto cristiano.

Quello che si potrebbe chiamare il "denominatore comune" di tutto il suo impegno di uomo e di sacerdote è: "il regno del Cuore di Gesù, nel mondo, nelle anime e nella società".

Questo il suo ideale personale, che propone poi come scopo essenziale alla sua famiglia religiosa e che volle riassumere programmaticamente per tutti i battezzati nel periodico "sociale" da lui fondato nel 1889, che volle intitolare appunto: "Il regno del Cuore di Gesù nelle anime e nelle società".

"Il nostro voto comune, rinnovato tutti i giorni, scrive in questa rivista il Dehon, è l’avvento del regno del Cuore di Gesù. Egli ha detto: Io regnerò, e il mio regno sarà come una nuova redenzione. Che venga questa redenzione, per la quale sospirano i veri cristiani! Venga a rinnovare il vero spirito evangelico, lo spirito di giustizia e di carità, lo spirito di disinteresse e di lealtà! Venga lo spirito di carità, per riunire le classi sociali nella pratica della giustizia e dell’amore fraterno! Venga sulla terra con sufficiente abbondanza per ricondurre alla Chiesa romana le comunità dissidenti del Nord e dell’Oriente!".

Prima di procedere, voglio sottolineare come anche della devozione al Sacro Cuore, da molti intesa egoisticamente o pietisticamente, il p. Dehon ebbe un’idea vigorosa e altruistica: "Il culto del S. Cuore, scrive, non è una semplice devozione sentimentale o una specie di cristianesimo all’acqua di rose; no, è un vero e profondo rinnovamento di tutta la vita cristiana, alla luce sfolgorante del vangelo; è il regno di Gesù nelle anime e nella società: regno di giustizia, di misericordia e di pietà per i deboli, gli umili e i sofferenti".

In ogni caso, il messaggio del Regno, per il Dehon, non è cieca accettazione di un dato che viene dall’alto (la Rivelazione) o un surrogato per eventuale carenza di esperienze terrene. È invece una visione molto ampia, che scaturisce dai dati fondamentali del nostro Credo.

Il punto di partenza della riflessione del p. Dehon, infatti, è sempre il mistero dell’amore infinito di Dio, che si rivela in pienezza, come dono di sé per la vita del mondo, nel segno del Cuore di Cristo, trafitto e glorioso. E solo nella misura in cui si accetta di vivere secondo questa legge portata da Cristo e fondata sull’amore, potranno regnare tra gli uomini pace e giustizia.

Certo, molto spesso le riflessioni del Dehon si limitano a richiamare questi principi generalissimi; ma ciò non significa che egli ignorasse la complessità e l’urgenza dei problemi concreti. Egli era convinto che compito del sacerdote, nelle questioni sociali, fosse non tanto una competenza tecnica specifica sui problemi della società, quanto piuttosto il richiamo profetico alle esigenze del vangelo e allo spirito delle beatitudini.

 

"Predicate le mie encicliche"

Nel decennio che seguì la fondazione della Congregazione (1878/88), il p. Dehon si trovò troppo assorbito nella direzione del Collegio S. Giovanni e nel governo interno della nuova famiglia religiosa; per cui la sua presenza nel movimento sociale cristiano, allora in forte ascesa, subì un notevole rallentamento. Ma, appena ottenuta l’approvazione pontificia dell’Istituto (1888), anche la sua attività sociale riprese nuovo vigore.

A spronarlo in questo senso contribuì certamente la visita che fece al Papa Leone XIII in quello stesso anno, per ringraziarlo dell’approvazione avuta: "So che fate del bene, gli aveva detto il Papa; il vostro scopo è molto bello. La riparazione è veramente necessaria. Predicate le mie encicliche".

Ritornando in Francia, il p. Dehon prese queste parole del Papa "Predicate le mie encicliche" come una consegna per sé e per la sua famiglia religiosa e, negli anni che seguirono, lo troveremo sempre più impegnato sia a livello diocesano e nazionale, sia anche a livello internazionale.

Il papa Leone XIII era già intervenuto diverse volte su temi di carattere sociale, come l’organizzazione delle società operaie, i doveri civici dei cittadini, la schiavitù ecc.. Ma la più celebre, tra tutte le encicliche dei papi sulla questione operaia, fu e rimane la Rerum novarum, pubblicata il 15 maggio 1891. In questa enciclica, il Papa descrive la condizione della classe operaia ed espone le cause della questione sociale, i valori in essa impegnati, i princìpi secondo cui risolverla con giustizia ed equità.

L’influsso che esercitò quest’enciclica sul movimento sociale cristiano fu immenso.

Il p. Dehon ne fu coinvolto soprattutto a partire dal 1893. Chiamato a presiedere la commissione diocesana delle Opere sociali, per prima cosa egli propose la elaborazione di un sussidio che esponesse in modo chiaro, sintetico e sicuro l’insegnamento sociale della Chiesa. Ne stese lui stesso il canovaccio, distribuì le parti ai diversi collaboratori e in pochi mesi usciva il Manuale sociale cristiano (1894). "Questo piccolo libro, scrive un suo biografo, doveva avere una grande fortuna: son legione coloro che vi si sono iniziati alla questione sociale". Tradotto in spagnolo, italiano, portoghese e ungherese, venne adottato come libro di testo in molti seminari.

In questo libro, come in altri da lui pubblicati (per es. Catechismo sociale; Direttive politiche e sociali dei Papi; I nostri congressi; L’usura nel tempo presente, ecc.), il Dehon non si presenta come un caposcuola, ma piuttosto come un animatore infaticabile, preoccupato di esporre e diffondere l’insegnamento sociale della Chiesa, e in particolare del papa Leone XIII.

Ma oltre il richiamo agli insegnamenti immediati del Pontifice, il Dehon dimostra la preoccupazione di rifarsi di continuo alle prospettive di fondo dell’intero messaggio cristiano, interpretando nel contesto di una precisa visione di fede l’intera storia umana.

Per questo egli non cessa di leggere nella Bibbia la volontà divina: la vocazione alla socialità e alla famiglia già nella creazione di Adamo ed Eva; una dolorosa solidarietà nella colpa e nei destini sociali, evidenziata nella colpa originale; unicità e solidarietà che si riconferma e vivacizza in Cristo, il quale ci può redimere appunto in forza della sua appartenenza alla stirpe umana; il trionfo di quest’unità della famiglia umana, destinata ad esprimersi nella comunanza dei beni soprannaturali come fine, e di quelli temporali come segni e strumenti...

Nella Bibbia, quindi, il Dehon non si fermò ai dettami pratici, ma ricercò le basi dottrinali che servissero da sostegno all’etica personale e sociale.

Se, nel suo Catechismo sociale, fa appello a tre istituzioni della legge di Mosè di carattere sociale - il sabato, l’anno sabbatico e il giubileo - è per dimostrare che già ai tempi di una rivelazione imperfetta l’essere popolo di Dio comportava una particolare fisionomia di vita associata.

Anche nelle parole dei Profeti il Dehon individuò un preciso rapporto con le realtà sociali: non c’è pace senza giustizia; non c’è pace per i singoli, se non c’è pace nella nazione e tra le nazioni; la pace è dono di Dio, ma va costruita con una serie di impegni che riguardano prima di tutto i capi e calano immediatamente a beneficio del povero, dell’orfano, del prigioniero, di tutti coloro che sono vittime della frode e dell’ingiustizia.

Dal Nuovo Testamento, pienezza della Rivelazione, il Dehon ricava l’affermazione che, al di là di tutte le vantate rivoluzioni sociali, una soluzione efficace si potrà avere soltanto se si avrà il coraggio di fare... la rivoluzione dell’amore. La società cui l’uomo da sempre aspira, quella della giustizia e della pace, per il Dehon è il Regno del Cuore di Gesù. Su questo egli non nutre dubbi: ad esso egli dedica la sua preghiera, le sue ricerche, tutta la sua intensissima attività. "Bisogna che il culto del Cuore di Gesù (ossia l’ideale di una vita fondata sull’amore), cominciato nella vita mistica delle anime, discenda e penetri nella vita sociale dei popoli... Il Cristo è stato estromesso dalla vita politica ed economica. Egli vuole rientrarvi con i suoi doni, con il suo regno di giustizia e di pace".

 

Incontri di seminaristi e sacerdoti

Oltre che attraverso gli scritti, il p. Dehon svolse la sua attività di animatore sociale in numerosi incontri di seminaristi e sacerdoti, in congressi sociali di diverse diocesi di Francia, Belgio e Italia.

Indimenticabili, per quanti vi hanno partecipato, sono rimaste le riunioni annuali di seminaristi a Val-des-Bois presso Reims. Erano promosse da Leone Harmel, un nome che ricorre spesso nel diario di p. Dehon per le coraggiose esperienze sociali che era riuscito a promuovere nei suoi stabilimenti. Fin dal 1887, il p. Dehon vi aveva mandato un suo confratello per l’assistenza religiosa, ed egli stesso vi si recava spesso per esporre gli insegnamenti sociali della Chiesa.

"Le nostre riunioni di seminaristi, scrive un testimone oculare, avevano il fascino di una giornata primaverile. Si svolgevano in un ambiente industriale tutto diverso dagli altri, nel quale la fabbrica, la cappella, la casa dell’imprenditore e le abitazioni dei lavoratori sembravano formare un solo edificio... Prendevamo i pasti in comune, alla tavola di Leone Harmel, già circondata da numerosi figli, e che si prolungava secondo le dimensioni di questa invadente famiglia adottiva. Qui noi abbiamo trovato una dottrina, un esempio, una proposta diversa".

In tal modo si andava formando un giovane clero, capace di adottare metodi nuovi di pastorale, in un ambiente che si dimostrava in rapida trasformazione dovunque.

Ancora più significativa l’azione del p. Dehon per la formazione sociale e l’aggiornamento pastorale del clero. Numerosi i convegni da lui promossi o nei quali egli era invitato a esporre la dottrina della Chiesa sulla questione sociale, sulla funzione dello Stato che non può essere assente ma deve interessarsi a fondo di tutti i bisogni dei cittadini, sui doveri degli imprenditori cristiani che non possono illudersi di mascherare tante intollerabili situazioni di ingiustizia con qualche elemosina alla parrocchia o a un asilo o a qualche opera pia, sul diritto-dovere dei lavoratori di riunirsi in associazioni professionali o sindacali per contrapporre, alla forza del potere o del denaro, la forza del numero e della solidarietà operaia.

Il p. Dehon si dimostrava molto critico verso un certo modo, troppo burocratico, di gestire la pastorale parrocchiale. "L’organizzazione delle nostre grandi parrocchie, ripete più volte, non permette al clero di fare dell’apostolato. Quando i nostri buoni preti hanno assistito ai funerali, partecipato agli uffici, aggiornato i registri, il loro tempo e le loro attività sono pressoché esaurite. Si potrà vivere parecchi secoli a questo modo, senza rifare una società cristiana... Tutto è stato organizzato su questo tono, e poi ci si stupisce che il popolo abbia finito col dire che la religione è fatta per le donne e i bambini. Questa generazione pusillanime ci ha cambiato il Cristo. Non è più il Cristo degli operai, il Cristo che esercitava il suo apostolato tra i peccatori e la gente del popolo". E concludeva: "Andate ai vivi, andate al popolo, andate agli uomini".

Tutta la seconda parte del suo "Manuale sociale cristiano" (edizione 1895) è occupata a descrivere come dovrebbe essere organizzata la parrocchia moderna e quali opere dovrebbe promuovere per andare incontro alle attese della gente: la stampa cattolica, i sindacati agricoli, i circoli rurali, le casse di credito, le cooperative, i segretariati del popolo, i gruppi giovanili, i circoli cristiani di studi sociali ecc..

Queste idee il p. Dehon le andava ripetendo in tutti gli incontri e congressi del clero. E’ difficile trovare un convegno di sacerdoti in Francia tra il 1893 e il 1900, nel quale egli non sia presente, e spesso con una relazione di rilievo. Nel suo diario, egli stesso ricorda: nel 1893, riunioni diocesane a Liesse: per dieci anni, riunioni annuali di studio a Val-des-Bois; nel 1895 e ‘96, congresso operaio a Reims e congressi vari a Limoges, Nîmes e Digione; nel 1897, congresso democristiano a Lione e serie di conferenze a Roma sulla democrazia cristiana; nel 1900, congresso di Cahors, congresso internazionale del Terz’ordine francescano a Roma e congresso sacerdotale a Bourges con oltre 700 partecipanti, provenienti da tutte le diocesi della Francia. Nel congresso internazionale di Roma il p. Dehon tenne una relazione fondamentale, che poi usci in volume ("Ricchezza mediocrità e povertà") e al congresso sacerdotale di Bourges tenne il discorso inaugurale.

In questi congressi, ai quali era spesso presente la parte migliore del clero di Francia, il p. Dehon ci teneva a sottolineare che "il sacerdote deve intervenire nel movimento sociale attuale, non solo per opportunismo, che sarebbe abbastanza giustificato, ma per un dovere stretto di giustizia e di carità, e per il compimento rigoroso del suo ministero pastorale".

 

Il p. Dehon e la "democrazia cristiana"

Il movimento cristiano in Francia, nei suoi inizi, si limitava ad inculcare il dovere anche per gli operai, di vivere secondo il vangelo; solo col tempo andò maturando precise scelte politiche e sindacali.

Non appena si cominciò a passare dalla prima alla seconda fase, dal movimento emersero due diverse correnti: da una parte i cattolici sociali, legati alla tradizione e nostalgici dell’ordine gerarchico (re, nobili, clero, popolo) sconvolto dalla rivoluzione e che occorreva ripristinare perché potesse regnare la giustizia tra le classi; dall’altra, invece, i cosiddetti democratici cristiani, ai quali non importava tanto ristabilire il diritto del re o il predominio dei nobili, ma piuttosto di avviare un regime di effettiva libertà e giustizia per tutti.

Com’è facile capire, la democrazia cristiana non si presentava ancora in quel tempo, come partito politico; era invece un movimento sociale che si voleva organizzato dal popolo, per il bene del popolo.

Leone Dehon proveniva da una famiglia di proprietari terrieri, quindi tendenzialmente conservatori; anche da giovane sacerdote, benché sensibile ai problemi del popolo, aveva fondato un giornale dal titolo "Il conservatore dell’Aisne" e quindi anche monarchico. Ma nella misura in cui s’accorge che, per causa di una mentalità troppo tradizionalista, la Chiesa era sempre meno ascoltata, abbandona le tradizioni di famiglia e la stessa causa monarchica. Quale il motivo? Uno solo: "Bisogna andare al popolo" (titolo di un capitolo del "Manuale sociale cristiano", edz. 1895).

La sua partecipazione alle manifestazioni del movimento "democrazia cristiana" inizia già nel 1894. Al congresso del movimento, che ha luogo a Digione nel 1896 egli vi tiene una relazione. Insiste perché vi partecipi un grande numero di associazioni professionali, e lamenta pubblicamente che al movimento vengano ammessi solo operai.

L’anno successivo, 1897, il congresso si svolgerà a Lione. Il p. Dehon questa volta fa parte del comitato direttivo e nella relazione che presenta riesce a dimostrare che il movimento della democrazia cristiana è "a favore degli operai" ma non dev’essere fatto solo di operai, perché l’intera società deve sentirsi solidale con i loro problemi. Questo suo punto di vista venne accolto nel programma stesso del movimento, per cui già a questo congresso furono ammessi rappresentanti di tutte le classi sociali.

Il 22 gennaio di quello stesso anno, Leone Dehon e Leone Harmel sono ai piedi di Leone XIII, per informarlo sugli orientamenti che stanno maturando in seno al movimento sociale in Francia, dirgli la loro gratitudine per le sue direttive sociali, confermare la loro volontà a servizio della Chiesa e del Papa.

In quell’occasione, il p. Dehon non poté non ricordare al Pontefice anche la sua famiglia religiosa. Il Papa osservò: "Molto bene. Fate l’apostolato popolare; insegnate i diritti di ciascuno: dei padroni e degli operai... Non dubitate. Benedico tutte le vostre opere volentieri".

 

Le sue conferenze romane

Sulla democrazia cristiana il p. Dehon tenne una serie di conferenze anche a Roma, nei mesi di gennaio, febbraio e marzo 1897. In seguito furono pubblicate nel volume "Rinnovazione sociale", tradotto anche in italiano.

Significativo l’esordio della prima conferenza, bella espressione di romanità indirizzata ai due porporati presenti: "l’apostolo Paolo racconta ai Galati di essere andato due volte a Gerusalemme, anzitutto per vedere Pietro, e poi per intrattenersi con quelli che erano come le colonne della Chiesa; e ciò per assicurarsi della rettitudine della sua dottrina e per non lavorare invano. Noi pure, sacerdoti e missionari, veniamo volentieri a Roma, per ascoltare più da vicino gli insegnamenti di Pietro. Ma siamo anche lieti di vedere quelli che sono con Pietro le colonne della Chiesa, esporre loro le nostre dottrine, riceverne i consigli e gli indirizzi".

Mons. Philippe, primo successore del p. Dehon nel governo della Congregazione, nei suoi "Ricordi" così ritrae l’ambiente romano di quegli anni e la parte che vi ebbe il p. Dehon conferenziere: "Il Fondatore era una persona conosciuta a Roma per la sua azione, che svolgeva in conformità degli insegnamenti del grande papa Leone XIII. Spiegava le sue encicliche sulla questione sociale, sui problemi del mondo moderno e sulla democrazia, in pubbliche conferenze molto frequentate, e in incontri familiari che teneva nella residenza dei Sacerdoti del S. Cuore. Ad esse prendevano parte non solo religiosi ragguardevoli, ma anche prelati della curia romana. Tra essi v’era mons. Giacomo Della Chiesa, il futuro papa Benedetto XV, e il suo intimo amico conte Radini-Tedeschi, che partecipava attivamente alle discussioni sui problemi sociali del tempo".

Un alunno del seminario francese di S. Chiara, presente a quegli incontri romani, così ci descrive il Dehon conferenziere. "L’oratore entrò fra gli applausi della sala. Alto, secco, nervoso, aveva un che di militare nel contegno e nel passo: la fronte aperta, lo sguardo indagatore, il naso aquilino e una sicurezza che indica il pieno dominio di sé e l’ardore della convinzione" (G. Prunel). Dopo la conferenza, il giovane seminarista dice di essere stato conquistato e rinnovato da questa sua esperienza romana; e osserva: sì, la Chiesa può compiere un’opera sociale ammirevole: Leone XIII, Leone Dehon, Alberto De Mun ecc. mi hanno convinto; ho visto che questi, e altre migliaia di uomini di cuore, preti e laici, sono animati dalla passione di promuovere il benessere materiale e morale del popolo.

Più modestamente, il p. Dehon, annota: "La pratica camminava di pari passo con la teoria... Non tutto era perfetto in questo movimento... In ogni riforma sociale, esistono degli esagerati e dei precipitosi. Personalmente ero troppo romano per correre il rischio dell’esagerazione... In tutto questo apostolato non vedevo altro che la redenzione dei piccoli e degli umili, secondo lo spirito del Vangelo".

E, con molta umiltà, confessava: "L’azione sociale cattolica e il Regno del Cuore di Gesù sono state le due grandi missioni nelle quali la Provvidenza mi ha assegnato un ruolo che io ho ricoperto molto tiepidamente"...

 

 

Capitolo ottavo
L’OPERA DEL P. DEHON IN EUROPA E NEL MONDO

Torna la primavera, ma non senza qualche tempesta
La bufera continua
I Sacerdoti del S. Cuore in Italia
I Sacerdoti del S. Cuore nel mondo

Torna la primavera ma non senza qualche tempesta

Dopo il lungo paragrafo sulle attività in seno al movimento sociale cristiano, torniamo ora a vedere il p. Dehon all’interno della sua famiglia religiosa, la Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore, che con il decreto di lode del 1888 era diventata di diritto pontificio.

Quella data ha segnato una svolta decisiva per il futuro sviluppo della Congregazione.

Stando alle cifre o alle statistiche, tutto ormai sembra procedere a gonfie vele. Eppure mons. Philippe, immediato successore del p. Dehon nel governo della Congregazione, afferma che il decennio successivo al decreto di lode è stato tra i più difficili e dolorosi per il Fondatore. Ma certamente anche tra i più fecondi. Vediamo brevemente perché...

Nel 1889, mons. Thibaudier, che abbiamo visto così vicino al Dehon nei suoi momenti più difficili, viene trasferito alla sede arcivescovile di Cambrai. A Soissons gli succede mons. Duval, che inizia il suo servizio pastorale alquanto prevenuto nei confronti del Dehon, soprattutto a causa di insistenti calunnie da parte di "falsi fratelli".

Per il p. Dehon sono prove dolorosissime. Passa alcuni mesi lontano da S. Quintino, come in esilio; cede la direzione del suo "S. Giovanni" al p. Mercier; accetta con grande umiltà misure restrittive nella sua stessa carica di superiore generale...

La sua sofferenza è grande, ma ancora più grande il suo spirito di fede: "E’ la rovina totale, scrive nel diario; io mi applico a portare con gioia questa croce suprema. Grazie, o mio Gesù, per la grande grazia che mi fai, di soffrire con te e per te".

Come succede spesso, per il p. Dehon la croce accettata con fede diventa sorgente di fecondità apostolica anche visibile.

E difatti, se non avesse abbandonato parte delle assorbenti responsabilità che aveva a S. Quintino, mai avrebbe potuto dare tanto di sé, tra il 1890 e il 1900, al movimento sociale cristiano. E già abbiamo visto, nel paragrafo precedente, quali iniziative ha promosso, quanti libri di carattere sociale ha pubblicato, quale apporto ha potuto dare ai numerosi convegni o congressi ai quali ha preso parte in quegli anni.

A questo stesso periodo, e più precisamente agli anni compresi tra il 1895 e il 1910, risale prevalentemente anche la pubblicazione dei suoi numerosi scritti spirituali.

Ricordiamo almeno i titoli principali: Gli esercizi spirituali con il S. Cuore (1896); Il mese di Maria (1900); Vita d’amore nel Cuore di Gesù (1901); Mese del S. Cuore (1903); Corone d’amore o "i misteri dell’amore" (1905); Il Cuore sacerdotale di Gesù (1907); Amore e riparazione (1908); L’anno con il S. Cuore, due grossi volumi di quasi 600 pagine ciascuno (1909).

Dopo questo periodo di così intensa attività letteraria (abbiamo quasi la pubblicazione di un libro all’anno!), il p. Dehon pubblicherà altre due opere ascetiche assai importanti: La vita interiore, in due volumi (1909), e Studi sul S. Cuore di Gesù, pure in due volumi (1922).

Oltre la possibilità di impegnarsi più a fondo nel movimento sociale cristiano e di dedicare più tempo per la pubblicazione dei suoi scritti sia di carattere sociale che spirituale, il fatto di aver lasciato ad altri la direzione immediata delle sue opere in S. Quintino consentì al p. Dehon l’interessamento più diretto e costante per le opere e le case dell’Istituto che proprio in quegli anni andavano moltiplicandosi in Olanda, Belgio, Germania, Lussemburgo, Italia... segno evidente che il Cielo premiava i suoi sforzi.

"Io mi lascio condurre dalla Provvidenza, scriveva il Padre in queste circostanze, e vedo in tutto l’opera della sua divina bontà. La Provvidenza mi conduce per mano... Non attendo e non cerco altro che la volontà di Dio".

E Dio appunto lo conduceva di paese in paese, favorendo il moltiplicarsi delle case e delle opere della sua famiglia religiosa, perché l’ideale che gli bruciava nel cuore potesse irradiare dovunque.

Già nel 1883, come abbiamo notato a suo tempo, era stata aperta una scuola apostolica (ossia un seminario minore per aspiranti missionari) a Sittard in Olanda; nel 1887 il p. Dehon aveva potuto inviare i suoi due primi confratelli oltre oceano, a Quito nell’Ecuador; nel 1889 aveva visto sorgere un’altra scuola apostolica a Clairefontaine, sul confine tra il Belgio e il Lussemburgo; nel 1892 aveva aperto una residenza a Roma, per studenti chierici che dovessero frequentare le università romane; nel 1893 manda un primo gruppo di religiosi nel Brasile meridionale; nel 1897 ha la gioia di salutare i primi missionari della Congregazione, in partenza per l’Africa equatoriale, con destinazione Stanleyville, l’odierna Kisangani...

Veramente, per la voce dei suoi figli spirituali, il vangelo veniva ormai predicato fin nei più lontani confini della terra.

Quella croce che il p. Dehon, contro ogni logica umana, aveva incontrato proprio a S. Quintino, in seno alle sue opere più care, dai disegni della Provvidenza era quindi stata trasformata, per la sua congregazione, in occasione di vita.

 

La bufera continua

Ma l’ora della croce non sembra mai finita, almeno finché siamo in questa vita terrena. Così dovette pensare anche il p. Dehon, soprattutto all’inizio di questo secolo. Difatti, superate felicemente le difficoltà interne alla sua Congregazione, per il p. Dehon la "via crucis" continua, questa volta a causa della situazione politica francese che progressivamente andava peggiorando.

I governi che si succedettero in Francia all’inizio di questo secolo alimentarono una campagna anticlericale senza precedenti. Dopo alcune leggi, palesemente ostili alla Chiesa e alla religione, nel 1901 il parlamento giunse a decretare nientemeno che la soppressione pura e semplice di tutte le congregazioni religiose; tre anni dopo decideva la rimozione dei crocifissi e di tutti i segni religiosi dalle scuole e dalle aule dei tribunali, e nel 1905 disponeva la sospensione di ogni sussidio statale per il culto e tutte le opere connesse.

Il p. Dehon, come altri in Francia in quei giorni tristissimi, credette per un momento di poter evitare la dispersione della sua famiglia religiosa, chiedendo la legalizzazione delle opere culturali che dirigeva (il collegio S. Giovanni, le scuole medie ecc.). E invece, nel marzo 1903 gli veniva risposto con un decreto di immediata espulsione di tutti i religiosi insegnanti, e la conseguente confisca di tutti i beni e gli immobili che aveva a S. Quintino.

"Comincio l’anno sulla croce, scrive all’inizio del 1904. Sono perseguitato dai tribunali, minacciato di espulsione e di spogliazione. Abito al "S. Cuore", quasi solo, senza libri, senza archivi"...

Ma anche in questo caso, se l’espulsione dei religiosi dehoniani dalla Francia ha segnato la fine di opere vivacissime che il Dehon aveva avviato soprattutto

nella città di S. Quintino e a Lilla, di fatto ha contribuito ad accelerare la diffusione della Congregazione soprattutto in Belgio, Germania, Italia, Stati Uniti e Canada, dove molti dei religiosi esiliati cercarono rifugio.

 

I Sacerdoti del S. Cuore in Italia

La prima casa religiosa che il p. Dehon aprì in Italia fu quella di Roma, che iniziò ancora nel 1892: ma era riservata alla Procura e agli studenti chierici, soprattutto stranieri, che dovevano frequentare le università romane. Ma col tempo matura in lui il desiderio di avviare anche in Italia alcune opere in modo che, poi, la sua famiglia religiosa potesse avere uno sviluppo autonomo.

Nel 1907 questo suo progetto prende forma concreta con l’avvio di una scuola apostolica nella cittadina di Albino (Bergamo), grazie anche all’interessamento del vescovo Radini Tedeschi, e del suo segretario Roncalli futuro Papa Giovanni XXIII. La nuova opera inizialmente viene sistemata accanto al santuario della Madonna di Guadalupe; ma nel 1910 si trasferisce nella nuova sede, a nord del paese, con ampie possibilità di sviluppo futuro.

L’altra opera che ha avuto un’importanza determinante per lo sviluppo futuro della presenza dehoniana in Italia è lo "Studentato Missioni". Ha avuto inizio nel 1912, grazie alla stima che l’arcivescovo Della Chiesa, poi Benedetto XV, già nutriva per il Dehon. Allo zelo e allo spirito d’inventiva di questa comunità sono più o meno collegate le altre opere e iniziative dehoniane, che sono andate moltiplicandosi in Italia, tra cui non possiamo dimenticare l’edizione italiana de "Il regno del S. Cuore" e, successivamente, l’avvio del Centro editoriale dehoniano.

Le ultime note cronistiche, per quanto concerne l’opera di p. Dehon in Italia, si riferiscono al Tempio di Cristo Re in Roma, Viale Mazzini. Anche in questo caso, fu il papa Benedetto XV a incoraggiare e benedire il progetto di erigere un tempio votivo alla Regalità di Cristo Re in Roma; anzi volle essere lui il primo a concorrere alla sua erezione con la cospicua somma di duecento mila lire. La prima pietra fu posta il 18 maggio 1920, alla presenza di tre cardinali e di folto pubblico. Il p. Dehon non ebbe la gioia di vedere il tempio ultimato, ma seguì sempre con passione l’iniziativa, cui dedicò generosamente i suoi ultimi anni di vita. "Tutto il mio tempo, scrive nel diario, lo impiego per raccogliere offerte a favore del Tempio di Roma. Intreccio la corona regale del S. Cuore. Altri possono pensare alla restaurazione monarchica di una dinastia; io vivo per l’instaurazione regale del S. Cuore di Gesù".

 

I Sacerdoti del S. Cuore nel mondo

La Congregazione dehoniana non aveva dato ampio spazio, ai suoi inizi, alle missioni lontane. Però il Fondatore ha lasciato scritto: "L’ideale della mia vita, il voto che formulavo tra le lacrime nella mia giovinezza era di essere missionario e martire".

Questa prospettiva, di una presenza qualificata nelle missioni lontane, il p. Dehon cominciò ad attuarla fin dal primo decennio di questo secolo. Difatti, dopo la prima missione dehoniana avviata in Africa ancora nel 1897, vennero aperte successivamente numerose altre missioni: in Finlandia (1907); nel Cameroun (1911); ad Aliwal North in Sud-Africa (1923), nell’isola di Sumatra (1923), senza parlare delle iniziative missionarie a favore degli Indios in Canada, negli Stati Uniti e nell’America latina.

Questa rapida estensione delle opere missionarie dehoniane nei diversi continenti fu possibile perché anche le scuole apostoliche, nel frattempo, erano andate moltiplicandosi e le vocazioni religiose e missionarie erano numerose un po’ dovunque.

Ancora nel 1912, il p. Dehon poteva spiegare al papa S. Pio X che la Congregazione contava già tre provincie (francese, tedesca e olandese), 450 religiosi, 400 alunni nelle scuole apostoliche, 40.000 abbonati alla rivista "Il Regno del S. Cuore" pubblicata in cinque lingue diverse, 20.000 iscritti all’associazione riparatrice.

Alla morte del Fondatore (1925), i religiosi dehoniani erano circa un migliaio. Attualmente (1977), a cento anni dalla fondazione, sono 2622; distribuiti in 18 provincie religiose e 8 regioni, interessano i paesi seguenti: Francia, Germania, Olanda, Italia, Belgio, Lussemburgo, Inghilterra, Spagna, Polonia, Finlandia, Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Cile, Uruguay, Zaire, Cameroun, Sud-Africa, Mozambico e Indonesia.

Il progetto del p. Leone Dehon, in religione "Giovanni del S. Cuore", di fondare una congregazione allo scopo di testimoniare, nella Chiesa e nel mondo, il primato dell’amore di Cristo, non è stato vano. Si contano a migliaia le persone che, tuttora, vivono della sua eredità spirituale.

 

 

Capitolo nono
LA SUA EREDITA SPIRITUALE

Il p. Giovanni: apostolo dell’amore
"Io sono la vite, voi i tralci"
Il giusto vive di fede
"Io sono la porta: chi entrerà per me, sarà salvo"
Crocifissi con Cristo
"Tutto, o Padre, è stato compiuto"

Il p. Giovanni: apostolo dell’amore

Nel presentare la figura del Padre Leone Dehon - il lettore attento se ne sarà accorto - ho insistito molto sulle sue idee e sulla sua attività di carattere sociale. Le ragioni di questa preferenza sono fondamentalmente due: la necessità oggi di un risveglio e di una piena fiducia nell’impegno socio-politico dei cattolici; il fatto che di studi sulla spiritualità del Dehon ne esistono già diversi e belli. D’altra parte, gli scritti spirituali del venerato fondatore sono a loro volta abbondanti e alla portata di tutti.

Nel terminare questo scritto, tuttavia, lascerei un vuoto inspiegabile se non accennassi, sia pur brevemente, a tanta ricchezza di spiritualità. Il Fondatore della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore non è il fondatore di una scuola teologica, ascetica o mistica. E non ha neppure inteso esserlo. Era troppo umile per presumere un ruolo del genere nella storia della spiritualità cristiana. Come nel fondare un Istituto ha accettato influssi dottrinali e devozionali provenienti dai suoi tempi e, soprattutto, dalle scuole francesi dell’epoca, così nel parlare e nello scrivere si è accontentato di fungere da "divulgatore": ma con uno stile tutto suo.

Alla base dei suoi scritti è facile reperire una base teologica, precisa. Se vogliamo chiamarlo "originale", lo dobbiamo fare per la sua capacità di usare medesima base tanto per gli studi sociali, quanto per quelli di spiritualità: Dio è amore; Gesù è dono di amore; lo Spirito del Padre e del Figlio è fuoco d’amore; l’uomo, creato e redento per amore, se si sottrae alla forza della carità verso Dio e verso i fratelli, diviene un pesce fuor d’acqua, un essere mancato e assurdo.

Da questa traccia semplice ma non semplicistica, nasce la sua visione del cammino dell’uomo nel duplice Regno di Cristo, sociale e mistico: il progresso terreno è inscindibile dalla realizzazione del Regno sociale del Cuore di Gesù; il progresso soprannaturale del cristiano è costantemente legato alla devozione del Cuore di Gesù, ossia a una vita vissuta in prospettiva di carità.

Stranamente, in certe espressioni del pensiero e dell’arte, l’amore viene legato misteriosamente alla morte. Il Dehon capovolge tale filosofia pessimistica: la morte è la mancanza di amore!

"Prima di tutto vi raccomandiamo l’amore a Nostro Signore e al suo Cuore. E’ il nostro fine e la nostra ragion d’essere".

Tuttavia, l’amore di cui parla il Dehon non è un sentimento istintivo, spesso equivoco e non duraturo, il più delle volte egoistico. Non è neppure un ideale troppo elevato e, per conseguenza, sterile, come certi miti prettamente letterari. E’ una forza costante e portante.

 

Io sono la vite, voi siete i tralci

L’esempio non è soltanto botanico; ma è evangelico e dice tutto. L’amore lega Gesù alle anime e viceversa. Vivere di amore, vuol dire giungere a un’unione intima e continua con Nostro Signore. "Amare Gesù e gioire amorosamente nel possederlo è la felicità riservata ai santi. Coloro che lo amano fin da questa vita di prove, pregustano già il cielo (...). Il modo pratico per dargli il proprio cuore deve essere una vita di dolce e abituale intimità con lui. Tale intimità, di cuore a cuore, deve riprodurre l’intimità che Gesù aveva con Maria e Giuseppe" (Vita d’amore nel Cuore di Gesù).

Si ricorda, attraverso questo felicissimo esempio, il viaggio del Dehon nella Palestina e i suoi innumerevoli inviti a meditare sempre la vita di Cristo, e le pagine numerose con le quali cerca di eccitare la fantasia dei suoi religiosi o dei suoi lettori, sino a far loro rivivere le tappe terrene dell’azione redentrice di Gesù.

Ed ecco il principio dell’unione: la realtà del Corpo Mistico, per cui formiamo una sola cosa con Gesù e siamo vivificati dal suo stesso Spirito.

Il modo dell’unione: attingere di continuo alla sorgente che è Gesù stesso.

Le conseguenze: "Amare il Cristo, nostro Capo, nostro Re, nostro Maestro, Sposo delle nostre anime. Lui solo deve vivere in noi (... ). Vivere di lui e per lui (... ). Meditare la sua vita e imitarla, poiché la nostra deve essere come un seguito e una conseguenza della sua: mihi vivere Christus est".

 

Il giusto vive di fede...

Divenuti creature nuove in forza della trasformazione battesimale, i cristiani sono uomini nuovi e devono progressivamente acquistare un senso nuovo e coerente della loro vita: è la vita di fede, che consiste in un dialogo familiare con Dio per raggiungere il suo modo di vedere, per accettare in pieno la sua volontà, per abbandonarsi a lui in tutto e per tutto: "Per il cristiano, la vita interiore possiede un carattere particolare: è la vita guidata dalle verità della fede e aiutata dai lumi e dal concorso della grazia. E’ una vita a due: Dio con noi e noi con Dio".

"Ma il principio e il punto di partenza di tutta la vita interiore è il raccoglimento. Il raccoglimento si ottiene fissando in Dio la propria attenzione e fermandosi su una verità di fede qualsiasi: in tal modo l’unione con Dio per mezzo dell’amore ne è il risultato spontaneo (...).

All’inizio ci vuole una volontà molto decisa, perché l’affetto del cuore è diviso, l’amore di Dio è debole e l’anima ha ancora l’abitudine di rivolgersi alle creature.

Assieme a una volontà risoluta, ci vuole anche un discreto lavoro, una certa industria per liberare l’immaginazione dalle divagazioni, darle un altro pascolo e nutrire gli affetti del cuore.

Ma ai nostri sforzi viene sempre in aiuto la grazia e, se siamo generosi, acquistiamo ben presto l’abitudine al raccoglimento che è la vera pietra filosofale, capace di cambiare tutto il vile metallo delle nostre azioni naturali nell’oro puro della carità".

Ancora una volta, nelle ultime espressioni, si scopre il Dehon conoscitore degli uomini e delle loro debolezze; il Dehon che mira al sublime, ma non ignora il suolo appiccicoso sul quale siamo costretti a zampettare goffamente prima di spiccare il volo.

 

Io sono la porta: chi entrerà per me sarà salvo...

Il silenzio, il raccoglimento, la meditazione dei misteri divini, non sono una sorta di alienazione: sono soltanto la condizione per raggiungere l’abbandono completo all’amore di Gesù che diviene forza vitale in tutte le direzioni, verso il Padre e verso i fratelli.

Di qui la legge del duplice amore: "Vi è in Nostro Signore l’amore divino e l’amore umano, che sono distinti e inseparabili. La devozione al Sacro Cuore si riferisce all’uno e all’altro". In un altro suo scritto troviamo un invito dolcissimo a scegliere il Cuore di Gesù come strada per raggiungere Dio: "La mia umanità è il ponte gettato tra Dio e l’uomo. Era difficile andare direttamente a Dio; io sono venuto per tenderti la mano (...). Il mio Cuore è il centro della mia umanità; venire al mio Cuore è il mezzo per possedermi tutto e per possedere, nel medesimo tempo, Dio: perché io sono l’Uomo-Dio".

Dalla medesima fonte, il Cuore di Gesù, si attinge l’amore per i fratelli: "Il mio Cuore è il mio amore di uomo per i fratelli, ma è anche l’amore del Creatore per la sua creatura, perché come Dio sono il creatore degli uomini, nello stesso tempo che, come uomo, sono il loro fratello. L’amore divino diventa umano passando attraverso il mio Cuore di uomo".

 

Crocifissi con Cristo

Cosciente che "nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici" (Gv 15,13), il Padre Giovanni del S. Cuore trova la massima dimostrazione dell’amore di Cristo nella Passione e nel perenne rinnovarsi del sacrificio eucaristico; ma individua in questi misteri anche il segreto dell’amore cristiano: "La mia passione ti fa comprendere l’amore che nutro per il Padre e per te, e anche il valore della tua anima e la bruttezza del peccato. Questa è la lezione della passione".

"Nel Santissimo Sacramento, sotto apparenza di morte, il Cuore di Gesù vive la sua vita più attiva (...). Nessuna parola esprime, meglio di questa, il mistero della vita di Cristo nell’Eucaristia e la parte che vi svolge il suo Cuore adorabile: Mistero di morte e di vita, ove tutto ciò che si vede parla di morte, mentre il suo Cuore divino è bruciante di vita".

E nel Sacro Cuore il cristiano trova la forza per il suo atto di amore più autentico, l’accettazione del sacrificio: "Se ami il mio Cuore, se desideri la sua gloria e il suo regno, il tuo migliore contributo sarà il sacrificio".

 

Tutto, o Padre, è stato compiuto

Qual è l’uomo che può ripetere la dichiarazione di Nostro Signore sulla croce: "Ho fatto tutto ciò che, secondo il disegno del Padre, dovevo fare?".

Il Dehon non fece dichiarazioni del genere; anzi, nelle ultime pagine del suo lungo diario vergò espressioni di umiltà.

Quando nella primavera del 1924, dopo lunghissima gestazione, si poterono finalmente pubblicare definitivamente le Costituzioni della Congregazione, egli scrisse: "È Nostro Signore che ha fatto tutto per l’opera; io sono stato l’ostacolo e molte volte ho messo tutto in pericolo. Tutti i giorni grido: miserere! Gesù e Maria hanno salvato l’Opera, nonostante me".

Nel gennaio 1925, ottantaduenne, scrive: "È l’ultimo quaderno e forse l’ultimo anno! Fiat!... La mia carriera si compie, è il crepuscolo della mia vita. L’ideale della mia vita, il voto che formulavo tra le lacrime nella mia giovinezza, era di diventare missionario e martire. Mi pare che quel voto si sia compiuto".

Mercoledì, 12 agosto 1925, alle ore 12 e 10, Padre Giovanni Leone Dehon, ci lasciava.

Così commentò l’avvenimento il vescovo di Soissons, futuro card. Binet: "Una grande pagina di storia è stata ultimata; la penna è caduta dalle mani stanche di Colui che la scriveva da sessant’anni; ma gli Angeli hanno raccolto quella penna, e il Libro della Vita - noi ne abbiamo la dolce speranza - segue alla storia terrena e alle opere del venerabile e grande personaggio, Leone Gustavo Dehon, canonico onorario della cattedrale di Soissons, già vicario di questa basilica, Fondatore e primo Superiore dell’Istituto San Giovanni, Fondatore e Superiore Generale dei Sacerdoti del Sacro Cuore".

 

 

APPENDICE
I SACERDOTI DEL S. CUORE IN ITALIA

La Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore (Dehoniani) fu fondata a S. Quintino, in Francia, nel 1878, dal servo di Dio p. Leone Giovanni Dehon. A dieci anni dalla fondazione divenne di diritto pontificio. Contava a quell’epoca 87 membri e 3 case religiose.

Alla morte del ven. Fondatore (1925) i suoi membri erano 960. Attualmente (1977) essi sono 2705, così suddivisi: 1937 sacerdoti, 300 religiosi chierici, 385 religiosi cooperatori, 83 novizi.

L’intera congregazione è suddivisa in 18 province religiose: Francia, Germania, Olanda, Inghilterra, Spagna, Polonia, Portogallo, Stati Uniti, Indonesia, Zaire, due in Italia, due nel Belgio e Lussemburgo, due in Brasile e due in Canada. Vi sono inoltre 8 regioni dove la vita della congregazione non è ancora sufficientemente autonoma.

In Italia i religiosi dehoniani sono distribuiti in due province religiose: la provincia italiana settentrionale, con sede centrale a Milano, che conta 386 membri, e quella meridionale, con sede centrale a Napoli, che ne conta 86.

IL LORO SCOPO NELLA CHIESA

Il costato aperto e il cuore trafitto del Salvatore hanno rappresentato per il p. Dehon l’espressione più evocatrice di un amore profondo e personale, che egli ha esperimentato come presenza attiva nella sua vita. Alla realtà di questo stesso amore, in atteggiamento di adorazione, di risposta, di servizio, si richiamano i suoi figli nella loro vita spirituale e nelle diverse iniziative di apostolato. Si può dunque dire che questa sia, storicamente, la ragion d’essere della congregazione nella Chiesa, ciò che la caratterizza e la distingue.

Per formare a questo spirito i giovani che chiedono di entrare nella congregazione, i Dehoniani in Italia hanno diversi seminari (o case di formazione): - per la provincia settentrionale: Albino (BG), Villazzano (TN), Padova, Conegliano Veneto (TV), Monza. Lo studentato teologico a Bologna; - per la provincia meridionale: Pagliare (Ascoli Piceno), S. Antonio Abate (NA), Andria (BA). Il noviziato è a Vitorchiano (Viterbo). Lo studentato teologico a Napoli.

LE LORO PRINCIPALI ATTIVITA APOSTOLICHE

Le attività apostoliche dei religiosi dehoniani non sono caratterizzate dalla scelta di un determinato settore a preferenza di altri, ma piuttosto dallo spirito che le deve animare: l’amore di Cristo come continua provocazione all’impegno, alla condivisione, al servizio.

I religiosi dehoniani in Italia si sono orientati su tre direttrici facilmente discernibili:

1) L’apostolato missionario nei paesi del terzo mondo: per le due province italiane questo è sempre stato, e ancora rimane, il settore che assorbe una grande parte del personale attivo. Attualmente i Dehoniani italiani lavorano in Mozambico, Madagascar, Argentina, Uruguay e collaborano con confratelli di altre nazionalità nello Zaire e nel Cameroun.

2) L’apostolato sociale e parrocchiale soprattutto negli ambienti della periferia urbana, e altre iniziative sociali come la presenza nel mondo operaio, l’educazione della gioventù, l’impegno personale per i drogati o gli obiettori di coscienza, ecc., prendono senso e ispirazione, per i figli del p. Dehon, dall’esempio stesso di Gesù, che non ha nascosto le sue preferenze per i poveri e gli emarginati.

3) L’apostolato attraverso la stampa e i mezzi di comunicazione sociale. Costituiscono da alcuni anni un settore nel quale i Dehoniani italiani sono presenti in modo significativo.

In particolare il Centro Dehoniano di Bologna, che si è sviluppato nell’immediato dopo-concilio attorno alla rivista "Il Regno", cura attualmente la pubblicazione di due settimanali: "Settimana" e "Testimoni", del mensile "Evangelizzare" sui problemi della catechesi a livello di Chiese locali, e la "Rivista di Teologia Morale" che è quadrimestrale. Significativa e ben caratterizzata anche l’attività editoriale "Edizioni Dehoniane Bologna" (EDB) soprattutto nei settori catechistico, biblico, pastorale e di attualità.

Analoga attività editoriale, ma del tutto autonoma, svolgono le Edizioni Dehoniane di Napoli, le cui pubblicazioni danno una certa preferenza a temi come l’educazione, la vita della coppia, la famiglia, ecc.. Alle stesse fanno capo attualmente la rivista missionaria "Messis" e la gestione amministrativa della rivista "Orientamenti Pastorali".

Queste importanti iniziative, rese possibili dalla collaborazione di sacerdoti e laici impegnati di ogni parte d’Italia, tendono a promuovere un’opinione pubblica al servizio del messaggio cristiano e dello sviluppo dell’uomo, in una prospettiva di continuo rinnovamento e sano pluralismo.

^