LEONE DEHON
Per una civiltà dell’amore
(Manzoni Giuseppe)


autori
titoli

Indice:

Presentazione
Infanzia a La Capelle
Universitario a Parigi
Dall'Oriente a Roma
Seminarista e sacerdote a Roma
Da Roma a San Quintino
Cappellano a San Quintino
Morte e risurrezione
Gioie e dolori
Anni oscuri e dolorosi
"Essere missionario e martire"
Andare al popolo
Gli ultimi anni
Lotte per la vita
Verso la gloria
Cronologia di Leone Dehon

 

 

Presentazione

Alla nuova stagione della Chiesa, iniziata con il pontificato di Leone XIII e che culmina con il Vaticano II, p. Dehon, fondatore dei Sacerdoti del s. Cuore (Dehoniani), dedicò tutta la sua vita, mediando tra la paura che paralizzava molti e l’impazienza di chi voleva bruciare le tappe. Il suo messaggio, liberato dai rivestimenti culturali dell’epoca, ci appare di sorprendente attualità. Egli non solo si è reso perfettamente conto delle trasformazioni profonde della società, ma dei tempi nuovi della Chiesa ha affrettato il cammino, ha condiviso le ansie, ha sofferto i disagi, ha intuito gli sviluppi. È stato veramente un precursore della Chiesa dei tempi nuovi.
Evocando la sua figura, lo ricordiamo non come qualcuno che appartiene al passato, ma che continua a essere presente nella storia perché la sua vita e opera influiscono ancora sulla vita di altri. È come un albero che col passare delle stagioni e degli anni continua a produrre frutti. Anzi, produce nuovi frutti. Sta a provarlo il fatto che, accanto alla Congregazione da lui fondata, molti altri, sacerdoti, persone consacrate in secolarità e laici, sentono il fascino della sua personalità e sono attirati dal suo carisma.
Un giovane laico, impegnato socialmente e politicamente, mi diceva: "P. Dehon non è solo della Congregazione; appartiene anche a noi. Anzi, oso dire che la sua spiritualità è più laicale che clericale. La sua vita ispira l’impegno del laico moderno, perché ci dà lo stile di testimoniare e servire il Vangelo, immersi nel mondo e nel sociale, ma rimanendo ancorati nel Cuore di Cristo. Non ho mai trovato un altro "santo" che possa dire tanto a un cristiano che voglia rendere questo mondo più umano, solidale, evangelico".
Qual è il segreto dell’attualità di p. Dehon? Possiamo coglierla in tre lineamenti, che definiscono la sua identità personale e il suo modo di essere e di agire in seno alla Chiesa e davanti al mondo: forte spiritualità, senso di Chiesa e impegno storico nel mondo.
Sono tre capisaldi della vita e opera di p. Dehon, che fanno parte della identità dehoniana; descrivono il profilo di un uomo realizzato, di un "santo" del nostro tempo; costituiscono le grandi sfide della nuova evangelizzazione oggi.
- P. Dehon vive una spiritualità molto intensa, centrata nel cuore trafitto del Salvatore, "l’espressione più evocatrice di un amore di cui egli sperimenta la presenza attiva nella propria vita". Non si può parlare di lui, capire la sua opera e impegno apostolico, senza partire da questa esperienza vitale e personale della "presenza attiva dell’amore".
Questa interiorità è ben necessaria nella Chiesa d’oggi per la nuova evangelizzazione.
- P. Dehon vuole una Chiesa aperta ai segni dei tempi. Intuisce però che non ci può essere un autentico rinnovamento della Chiesa senza la comunione dei cristiani tra loro e con i Vescovi e il Papa. Perciò vive e raccomanda un forte attaccamento e un leale amore verso la Chiesa e il Magistero. Soffre per la Chiesa, contribuisce a rimediare le insufficienze pastorali della Chiesa del suo tempo. Nei momenti difficili di discernimento sul suo operato sa aderire, anche se questo gli costa sacrificio, agli orientamenti del Magistero. È un intrepido messaggero della parola del Papa, soprattutto nella questione sociale.
La comunione ecclesiale è l’altra grande sfida per la nuova evangelizzazione. È come Chiesa che dobbiamo evangelizzare il mondo. È nella Chiesa che dobbiamo far fruttificare i diversi carismi, dono dello Spirito per il bene di tutti e la vita del mondo.
- La Chiesa non esiste per sé ma per il mondo. Da qui l’appello di p. Dehon a "uscire dalle sacrestie", ad "andare al popolo". Egli ha intuito il ruolo dei laici per questa presenza della Chiesa nel mondo. Mistico e uomo di Chiesa, p. Dehon comunica con le forze vive del suo tempo e si impegna nella questione sociale. Non separa la vita spirituale e la comunione ecclesiale dall’impegno storico nel mondo, l’amore di Dio e della Chiesa dalla passione per la dignità umana.
Ecco un’altra sfida per la nuova evangelizzazione oggi.
Questi aspetti della vita e opera di p. Dehon non esauriscono quanto egli ci può dire oggi. Ma sono orientamenti capaci di mobilitarci per la nuova evangelizzazione con nuovo ardore, nuovi metodi, nuove espressioni. Sono un itinerario per chi cerca veramente Dio e vuole impegnarsi nel mondo, sentendo il palpito di una comunità che crede, celebra, testimonia la presenza del Dio-Amore, compromesso con la storia degli uomini.

p. Virginio Bressanelli
7° Superiore Generale dei Dehoniani

 

 

Leone Dehon è nato a La Capelle, diocesi di Soissons, nella Francia settentrionale, il 14 marzo 1843.
Ed è morto a Bruxelles in Belgio il 12 agosto 1925.
Una lunga vita: quattro lauree, numerosi viaggi, grandi ideali, prove frequenti e molto dolorose, soprattutto un grande amore.
La Provvidenza lo ha sostenuto in un lavoro diuturno e in una passione continua per il Regno del Cuore di Gesù nelle anime e nelle società e per l’elevazione delle classi popolari attraverso l’avvento della giustizia e della carità cristiana.
Le sue intuizioni e il suo progetto d’amore rivivono nei suoi figli spirituali, religiosi e laici, impegnati nella storia di oggi perché si sviluppi e si affermi la civiltà dell’amore.

 

INFANZIA A LA CAPELLE

Sono nato a La Capelle nel dipartimento dell’Aisne il 14 marzo 1843.
La Capelle è un villaggio dalla storia eroica, perché il suo nome deriva da una santa martire, s. Grimonia (o Germana), una vergine irlandese fuggita da casa, rifugiatasi nelle foreste che a quel tempo ricoprivano l’Aisne e decapitata, perché non voleva ritornare in patria e accettare il matrimonio. Sul luogo del suo martirio fu costruita una cappella e il luogo fu chiamato "La Capelle".
Per La Capelle passa anche la strada reale che unisce Parigi a Maubeuge. Su quella strada si trova ancora la mia casa natale.
Mio padre si chiama Giulio Alessandro, mia madre Adele Stefania Vandelet, familiarmente Fanny.
Fui battezzato dieci giorni dopo la mia nascita, il 24 marzo, perché il mio padrino Gustavo Dehon non era disponibile prima di quella data. Madrina fu mia zia materna, Giulietta Agostina. Il battesimo avvenne nella povera, disadorna chiesa di La Capelle, amministrato da un vecchio prete, don Prospero Hécart. Ricevetti i nomi di Leone Gustavo.
Ho sempre ritenuto una grazia l’essere stato battezzato il 24 marzo nei primi vespri della festa dell’Annunciazione. L’Ecce ancilla di Maria e l’Ecce venio di Gesù preannunciavano la mia vocazione di sacerdote vittima.
La formatrice della mia infanzia fu mia madre. La mia famiglia era benestante e, prima della rivoluzione del 1879, anche nobile.
Ho trascorso i primi dodici anni della mia vita a La Capelle. La prima scuola che frequentai fu il pensionato del mio paese. Vi erano compagni buoni, ma prevalevano quelli cattivi. Ero abitualmente il primo della classe, ma nella mia condotta morale non ero migliore degli altri. Degli anni di pensionato di La Capelle sono giunto a scrivere queste pesanti parole nelle mie Memorie: "Come dovrei maledire quella casa se, in seguito, Nostro Signore non mi avesse dato la grazia di riparare, celebrandovi il santo sacrificio, essendo divenuta un ospizio con cappella". Il più bel ricordo della mia infanzia è la prima comunione fatta a 11 anni, il 4 giugno 1854.
Più che il vecchio parroco, debole e bonario, mi prepara mia madre, con lo studio, la preghiera e i buoni consigli. Vi ricevetti forti impressioni di grazia. Rinnovai le promesse battesimali e mi consacrai alla Vergine, anche a nome dei miei compagni.

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Non potendo più continuare gli studi a La Capelle, mio padre propendeva per un liceo di Parigi Mi sarei rovinato completamente sul piano morale e spirituale.
La Provvidenza mi venne in aiuto, anche per le preghiere di mia madre, e si servì di un buon sacerdote, don Boute, che era diventato amico di mio padre, per farmi entrare, con mio fratello Enrico, nel collegio di Hazebrouck, posto nel dipartimento del Nord e diretto da don Dehaene. Vi entrai il 1° ottobre 1855, giorno per sempre benedetto.
Ho scritto nelle mie Memorie: Don Dehaene era "un uomo della razza dei santi... Il collegio di Hazebrouck era proprio una casa benedetta da Dio. Gli studi erano molto seri e i professori ben preparati. Don Boute era un abile grecista, don Dehaene un raffinato latinista. Oltre ai classici pagani, si traducevano brani dei Padri". Don Dehaene diffidava degli autori contemporanei: "Se essi colpiscono il lettore - diceva - è spesso per la loro attualità, cosa effimera e fugace. Non si formano le generazioni con cose fugaci, ma con quelle stabili, ferme e sicure".
Riuscivo bene in tutte le materie e ottenni vari premi. Ero un po’ debole solo in francese.
Ma più della scuola, la vera grazia del collegio di Hazebrouck fu la mia formazione morale, spirituale e la grande grazia della vocazione al sacerdozio.
Il grande formatore fu don Dehaene che, per quattro anni mi confessò e mi aiutò a superare le tentazioni e difficoltà dell’adolescenza. Posso veramente chiamarlo: "Padre dell’anima mia".
Ripensando a quell’età critica, ho scritto nelle mie Memorie: "La lotta fu terribile. Ero tentato d’orgoglio, di vanità e soprattutto di sensualità. A volte cedevo alla golosità. Divenni, a volte, insopportabile... Ascoltai dei cattivi compagni e lo fui anch’io per parecchi altri. Tuttavia rimasi fedele alle mie pratiche di pietà. Era la lotta. La sostenevo a volte con coraggio. Dormivo su un asse, imponevo al mio palato delle mortificazioni molto dure, mi picchiavo a sangue. A volte ero ignominiosamente debole. Feci spesso, per aiutarmi, il voto di castità per alcune settimane".
Mi comunicavo all’inizio ogni quindici giorni, poi ogni otto giorni e infine due volte alla settimana.
Mi fu di grande aiuto la congregazione mariana di cui divenni membro, poi segretario e infine vicepresidente. Mi iscrissi anche alle conferenze di s. Vincenzo de’ Paoli. Ne fui tesoriere. Svilupparono il mio amore per i poveri. Li visitavo volentieri durante le ricreazioni di mezzogiorno. Ci accompagnavano i professori e a volte don Dehaene.
Gli esercizi spirituali furono la grande grazia di ogni anno.
Ricordo in particolare gli esercizi del primo anno. Mi fecero un’impressione davvero straordinaria. Fin dalla prima sera, profondamente emozionato, corsi dal predicatore, un gesuita. Volevo fare la mia confessione generale. La rimandò al giorno dopo.
Il 1° giugno 1857 ricevetti il sacramento della cresima da mons. Malou, nel collegio di Poperinge (Belgio). Non fu però un giorno limpido come quello della prima comunione. Se mi avesse preparato, come allora, mia madre! Con amaro rimpianto domando perdono al Signore della mia preparazione mediocre, a causa della crisi adolescenziale, con le inevitabili lotte e colpe.
Durante le vacanze estive presi gusto per i viaggi e i pellegrinaggi. Fui a Colonia e a Liegi nel 1856 con don Demiselle, divenuto parroco di La Capelle nel 1855.
Nel 1857 andai in pellegrinaggio con la mia famiglia a Nostra Signora di Liesse, il più celebre santuario dell’Aisne. Liesse è una parola antica, che significa gioia.
Nel 1858 visitai con mio padre il castello e il parco di Chimay in Belgio; ma ciò che mi colpì di più fu la Trappa: mi parve grande e meravigliosa.
Ero ormai giunto al termine dei miei studi di umanità e il 17 Agosto 1859 affrontai con successo l’esame di baccelliere in lettere alla facoltà di Douai (è il nostro esame di maturità classica).
Avevo 16 anni.
Dovevo lasciare il collegio di Hazebrouck. Vi ho ricevuto tali grazie da non potervi pensare senza emozionarmi per la riconoscenza.
Nel luglio 1859 mi ero iscritto alla confraternita del S. Cuore.
Nostro Signore mi aveva conquistato prendendomi sul suo cuore e ricolmandomi delle sue tenerezze.

UNIVERSITARIO A PARIGI

Mio padre era felice, trionfante del mio successo... Non era ambizioso per sé; lo era per me. Voleva che arrivassi a un’alta posizione sociale.
Accarezzò per un anno il sogno del politecnico; poi fu la volta della magistratura e quando, contro la sua volontà, seguii la mia vocazione al sacerdozio, sognò per me le più alte dignità ecclesiastiche.
In tutti questi sogni ambiziosi del suo amore paterno l’ho proprio deluso.
Dopo la maturità classica lasciai passare alcuni giorni di vacanza, quindi rivelai a papà e mamma la mia vocazione al sacerdozio. L’opposizione venne soprattutto da mio padre. Domandai di andare in seminario a San Sulpizio. Mi rispose che non me lo avrebbe mai permesso.
Fu così che nell’ottobre 1859 dovetti iniziare i miei cinque anni di studi universitari a Parigi.
La permanenza a Parigi mi aveva dapprima spaventato. Ripensandoci ora posso dire che vi ricevetti molte grazie. La mia prima esperienza, all’Istituto Barbet come interno, fu deludente e amara sotto l’aspetto non materiale e intellettuale, ma morale.
Era tutto il contrario di Hazebrouck.
Non esagero dicendo che mi trovavo in una bolgia d’inferno.
Soffrii tanto che giunsi all’esasperazione. Scrissi lettere molto energiche a mio padre. Così, dal primo dicembre 1859 cominciai a frequentare l’Istituto Barbet solo come esterno.
Abitavo con mio fratello Enrico, che frequentava la facoltà di giurisprudenza.
Il 12 luglio 1860 superai l’esame di maturità in scienze, per poter frequentare il politecnico. Fu un esame inutile, perché finii con l’iscrivermi anch’io alla facoltà di giurisprudenza fin dal primo anno (1859-1860). Non sentivo la vocazione dello scienziato, del matematico, dell’ingegnere, dell’architetto.
Abitando con mio fratello Enrico, ripresi tutte le mie buone abitudini di Hazebrouck. Partecipavo ogni giorno alla messa, mi confessavo tutte le settimane da don Prével, cappellano di San Sulpizio, mi iscrissi al Circolo cattolico e alle Conferenze di s. Vincenzo de’ Paoli.
Mi furono affidati due vecchi che abitavano in una soffitta. Potei sviluppare in loro dei sentimenti cristiani e furono per me di edificazione.
Divenni anche un buon catechista. Miei alunni erano i poveri del quartiere di San Sulpizio.
Nel secondo anno (1860-1861) preparai in sei mesi le materie del primo e secondo anno di diritto, per poter fare dei lunghi viaggi durante le vacanze estive.
La vita di studente a Parigi mi ha lasciato un ricordo puro e gioioso. Andavo dalla mia stanza alla scuola, passando per la chiesa di San Sulpizio. Nulla mi allontanava dalla pietà e dallo studio. Ciò che vedevo mi dilatava l’anima e la elevava a Dio. Sentivo che lo studio del diritto era per me solo un passaggio. I miei affetti erano altrove.
Alla fine del terzo anno, il 18 agosto 1862, sostenni con successo l’esame di licenza. Argomento "La tutela". Vi misi qualche fiore retorico, copiai molto come facevano tutti... Durante il quarto anno (1862-1863) mi iscrissi all’ordine degli avvocati. Mi offrirono varie cause, ma le rifiutai tutte.
Lo studio del diritto mi piaceva, ma alla fine del quinto anno sperimentai un fastidioso senso di sazietà. I miei gusti erano altrove. Sognavo Roma. Avevo fretta di finire.
Superai la tesi di laurea sulla "cauzione", dopo la spiacevole avventura di essere rimandato, perché avevo dissentito dalle opinioni di un celebre giurista. Fu un piccolo incidente di viaggio. Un mese dopo, il 2 aprile 1864, tutto andò bene. Ero dottore in diritto.
A Parigi mi legai con una bella e profonda amicizia a Léon Palustre. Aveva un carattere difficile, una volontà di ferro e una natura altera. I suoi gusti e le sue maniere erano da gran signore. Mi fece ammirare i classici, gli autori contemporanei, le belle arti e soprattutto l’archeologia.
Il nostro primo incontro era avvenuto a Londra nel 1862, visitando l’abbazia di Westminster, in compagnia di don Poisson.
Con Palustre visitammo l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda.
Già l’anno prima (1861) ero stato a Londra e dintorni con mio cugino Leonzio Wateau.
Nel 1863, sempre con Palustre, visitai la Germania, la Scandinavia e l’Austria e proprio in Austria, a Frohsdorf, incontrai il conte di Chambord, Enrico di Borbone (Enrico V, pretendente al trono di Francia), che ci ospitò a pranzo, ci fece dono del suo ritratto, salutandoci con le lacrime agli occhi: "Arrivederci in Francia".
Ero allora convinto monarchico e legittimista, come, in seguito, seguendo l’insegnamento di Leone XIII, divenni repubblicano.

DALL’ORIENTE A ROMA

Se il diritto mi aveva saturato, se i viaggi mi piacevano, tuttavia i miei gusti erano altrove. Mio padre mi aveva promesso che, divenuto dottore, mi avrebbe lasciato libero; ma giunto il momento, non voleva arrendersi.
La Provvidenza si servì di questa ostinazione di mio padre per condurmi in pellegrinaggio ai Luoghi santi, ove la mia fede e la mia vocazione si sarebbero rafforzati.
Nel frattempo, mio fratello Enrico, il 30 maggio 1864, si era sposato con Laura Longuet. Li accompagnai nel loro viaggio di nozze. Enrico e Laura ebbero due figlie. La minore, Laura, nata nel 1868, maritata nel 1889, morì senza figli nel 1896. La primogenita, Marta, nata nel 1865, ha continuato la nostra casata, avendo ottenuto dallo Stato di aggiungere al cognome dei Malézieux quello dei Dehon.
Giunse finalmente il giorno di partenza per il mio viaggio in Medio Oriente. Partii da Strasburgo il 23 agosto 1864. Per quasi un anno visitammo i paesi bagnati dal Mediterraneo: l’Italia, la costa dalmata, la Grecia, l’Egitto, la Palestina soprattutto, la Siria, la Turchia. Questo viaggio fu per me una grande grazia ed ebbe anche pericolose avventure. Affrontai tutto con la noncuranza dei vent’anni. Avevo però una grande fiducia, davvero filiale, in Maria. Sono convinto che varie volte, in questo viaggio, mi ha salvato miracolosamente.
Ho parlato a lungo di questo viaggio nelle mie Memorie. Ho conservato anche una foto, vestito da turista.
Mi separai da Palustre a Salisburgo (Austria) il 10 giugno 1865. Egli doveva raggiungere in fretta la Francia, perché gli era morta una nipotina; io invece l’11 giugno mi diressi in treno verso Roma.
Sospiravo di giungervi al più presto e di parlare col Papa.
Il 20 giugno 1865 giunsi finalmente a Roma, fui ricevuto in udienza particolare da Pio IX una sera alle sei. Mi consigliò di entrare nel seminario francese di Santa Chiara, diretto da un "vero uomo di Dio, un santo", p. Melchiorre Freyd. Tutto ormai era chiaro. Mi trovai subito a mio agio. Ero di casa. Ero ormai in pace.
Non sto a descrivervi come trascorsi le vacanze estive a La Capelle, dopo le emozioni gioiose del primo incontro, essendo assente da quasi un anno.
Riguardo alla mia decisione di diventare sacerdote e fare gli studi a Roma, tutti erano contrari, perfino mia madre, così buona e pia.
Trovai un solo sostegno nella nonna paterna (Enrichetta Esther Gricourt) che con molto buon senso non si stancava di ripetere: "Sarà felice, se è la sua vocazione".

SEMINARISTA E SACERDOTE A ROMA

Il 25 ottobre 1865 varcai la soglia del seminario francese di s. Chiara. Chiesa ed edificio erano ben diversi da come sono ora.
L’importante è che ero felice, mi trovavo nel mio ambiente.
Felici purtroppo non erano i miei, soprattutto papà e anche mamma. La loro tristezza si protrasse per ben due anni.
Feci i miei studi seminaristici al Collegio Romano o università Gregoriana, l’attuale liceo Visconti, un frutto delle ruberie dei beni ecclesiastici fatta dallo Stato italiano dopo il 1870.
Feci i miei studi di filosofia (un anno) e di teologia (quattro anni) con degli eccellenti professori.
Ricordo fra tutti p. Franzelin, professore di dogmatica, divenuto cardinale sotto Pio IX nel 1876; p. Ballerini, professore di morale; p. Taparelli d’Azeglio e p. Liberatore in filosofia.
Ottimi i professori, ottimi anche gli studi, comprovati dai tanti premi ottenuti in varie materie e dalle lauree in filosofia (1866), in teologia (1871) e in diritto canonico (1871). Gli studi pur intensi mi lasciavano del tempo per letture personali e per conoscere Roma, così ricca di opere, di monumenti, di archeologia. Era soprattutto la bellezza religiosa della Roma cristiana che mi affascinava: le basiliche romane, le catacombe.
Vi era poi la vita religiosa, le feste, le liturgie papali. Non ne perdevo una. Ero avido specialmente delle cappelle papali della Sistina: gioivo della vista di Pio IX per un’ora intera!
A quei tempi vi era una festa religiosa continua a Roma: quella delle Quarant’ore. Ogni giorno il Santissimo veniva esposto, ora in una chiesa, ora in un’altra. Quella era spesso la mèta delle passeggiate coi miei compagni. Che bei momenti vi ho vissuto e quante grazie vi ho ricevuto!
Un anno trascorso a Roma è davvero santificante.
In seminario a Roma sono entrato a 22 anni. Venivo dal mondo, dalla dolorosa opposizione dei miei genitori alla mia vocazione, opposizione che ora riconosco provvidenziale: tutte circostanze che hanno favorito in me un impegno straordinario nella preparazione al sacerdozio.
L’atmosfera del seminario francese favoriva un’intensa pietà. Anima del seminario era il rettore, p. Melchiorre Freyd, mio confessore e direttore spirituale. Aveva degli ottimi collaboratori. Ricordo fra tutti p. Eschbach e p. Daum, ambedue intelligenti e istruiti.
Nostro Signore si impadronì ben presto della mia anima. Vi stabilì le disposizioni che dovevano essere la nota dominante della mia vita: la devozione al suo sacro Cuore, l’umiltà, la conformità alla sua volontà (scelsi difatti come motto: Domine quid me vis facere - Signore, cosa vuoi che io faccia?), l’unione con lui, la vita d’amore. Questo doveva essere il mio ideale, la mia vita per sempre.
Nostro Signore me lo mostrava, mi vi riconduceva senza posa e mi preparava così alla missione che mi destinava: l’opera del suo cuore (la congregazione).
Vivevo quotidianamente quell’amore oblativo che sarebbe stato l’elemento fondamentale del mio carisma di fondatore. Considero gli anni di seminario, specialmente il 1867-1868, come una prolungata grazia di noviziato in preparazione alla vita religiosa. I lumi che Gesù mi dava in tutte le meditazioni erano così conformi alla nostra vocazione di Sacerdoti-Oblati del Cuore di Gesù, che le mie stesse note di allora potrebbero fornire il materiale per un Direttorio spirituale dell’opera.
Ricevetti la tonsura e gli ordini minori fra il 22 e il 26 dicembre 1866.
L’anno dopo, il 21 dicembre 1867, fui ordinato suddiacono. Nostro Signore mi fece la grazia di gustare e amare il breviario con una santa passione. Vi impiegavo la parte migliore del mio tempo e lo recitavo in ginocchio. I miei studi non ne soffrivano.
Il 6 giugno 1868 ricevetti il diaconato. Ero alla fine del terzo anno di seminario, baccelliere in teologia.
Proprio durante le vacanze estive del 1868 a La Capelle i miei genitori decisero di accompagnarmi a Roma.
Il viaggio durò dal 22 ottobre al 3 novembre. C’erano tante meraviglie da vedere, ma la meraviglia più splendida me la stava preparando il Signore. Mio padre era commosso del suo soggiorno a Roma. La sua fede si rafforzava di giorno in giorno.
I miei genitori si sarebbero fermati a Roma fino a febbraio (1869); io dovevo essere ordinato a giugno (1869). P. Freyd ebbe la geniale idea di anticipare la mia ordinazione sacerdotale. Bastava il permesso del Papa.
Mia madre accettò la proposta con gioia; mio padre, pur temendo profonde emozioni, l’accettò a sua volta, anzi fu lui a presentare a Pio IX la domanda scritta. Era un vero trionfo della grazia di Dio. Chi più aveva contrastato la mia vocazione, ora ne domandava il compimento.
Vennero le due giornate più belle della mia vita: l’ordinazione sacerdotale e la prima messa: 19 e 20 dicembre 1868.
Cantai la mia prima messa il 20 dicembre nel seminario di Santa Chiara, assistito da p. Freyd e dai miei migliori amici.
L’emozione fu generale. Quando mio padre e mia madre si accostarono per comunicarsi, nessuno potè trattenere le lacrime.
Personalmente ero pazzo d’amore per Nostro Signore.
A La Capelle, la prima messa solenne la celebrai il 19 luglio 1869. Fu davvero una festa bella e commovente. Sono emozioni che non si possono esprimere... Tutti piangevano: i miei genitori, i miei compaesani. Penso che quella giornata abbia lasciato nelle anime un accrescimento di fede che avrà contribuito alla salvezza di molti.

DA ROMA A SAN QUINTINO

Nel mese di ottobre 1869 ero di nuovo a Roma. Trovai la città in fermento per la preparazione del concilio Vaticano I.
Vi partecipai anch’io come stenografo con altri miei compagni.
Del Concilio ho parlato a lungo nelle mie Memorie.
P. Freyd aveva pensato a me per la prestigiosa difesa delle tesi "ex universa theologia" che richiedeva mesi e mesi di preparazione; poi ci aveva ripensato e stimato più utile per me l’esperienza del Concilio.
Non si è sbagliato. Anche se il Concilio aveva preso quell’anno metà del mio tempo e quindi ero in ritardo per i miei studi, avevo tuttavia accumulato una messe preziosa di conoscenze diverse. Avevo toccato con mano la vita della Chiesa e acquistato, in un anno, più esperienza che in dieci anni di vita ordinaria.
Malgrado gli impegni del Concilio, superai gli esami di licenza in teologia il 30 novembre 1869 e quelli di licenza in diritto canonico il 19 luglio 1870.
Il giorno prima, 18 luglio, Pio IX aveva definito il dogma dell’infallibilità pontificia. Il 20 luglio lasciai Roma per la Francia.
Eravamo agli ultimi bagliori di Roma papale, come Stato pontificio.
Il 20 settembre Roma era conquistata dagli italiani; ma anche la mia patria, la Francia, era invasa dai prussiani.
La sfortunata guerra del 1870-1871 metteva termine alla lunga e dispendiosa festa imperiale.
Nasceva la terza Repubblica.
Anche di questi eventi ho parlato a lungo nelle mie Memorie.
Mons. Dours, vescovo di Soissons, considerando la carenza di clero nella diocesi, con tante parrocchie senza prete, mi chiese di accettare il posto di cappellano. Purtroppo non potei acconsentire a una simile proposta, poiché non avevo finito i miei studi a Roma e inoltre la mia segreta aspirazione era la vita religiosa.
Ai primi di marzo del 1871 partii per Roma, passando per Nimes, ospite di Padre d’Alzon, fondatore degli Assunzionisti.
Come religioso, infatti, avrei desiderato dedicarmi all’apostolato degli studi superiori, specialmente in favore del clero di Francia.
Ebbi un’impressione abbastanza favorevole dell’opera di Nimes, non senza preoccupazioni, poiché Padre d’Alzon mi appariva più un uomo d’azione che di studio; inoltre non mancavano le difficoltà finanziarie.
Giunto a Roma, sempre nel marzo 1871, trovai la città calma, pur con i guasti, le occupazioni e sopraffazioni dei piemontesi. Mi fu possibile riprendere i miei studi al Collegio Romano anche se in gran parte occupato da nuovi padroni.
Il primo giugno 1871 divenni dottore in teologia e il 24 luglio 1871 in diritto canonico. I miei studi erano dunque finiti. Avrei voluto continuare ancora. Erano stati un po’ frettolosi. Per il prete lo studio serio delle scienze ecclesiastiche è un dovere di coscienza. La pietà non può supplirvi. Bisogna sapere e ritenere ciò che sappiamo, se non vogliamo perdere le anime, compresa la propria, adempiendo in modo insufficiente o sbagliato il nostro ministero di insegnamento e di direzione.
Un anno di più a Roma nella calma, senza esami in vista, mi avrebbe molto aiutato a sistemare le mie conoscenze.
Ma pressioni giungevano da Nimes, da Soissons e anche da La Capelle... e ho ceduto.
Sentivo in me da anni la vocazione per l’apostolato della cultura e degli studi superiori. Il clero francese ne aveva estremo bisogno. Di questo problema avevo discusso a lungo con mons. Dupanloup, con p. Gratry, col card. Simeoni, con mons. Mermillod, con p. Sauvé.
Divenuto sacerdote, con quattro lauree, l’apostolato per gli studi superiori divenne la mia più potente attrattiva.
Padre d’Alzon fece di tutto perché entrassi nella sua congregazione; mons. Hautcoeur mi corteggiò a lungo perché mi impegnassi nella fondazione e nell’insegnamento dell’università cattolica di Lilla.
Io stesso ero andato a Lovanio nell’estate 1871, per rendermi conto delle esigenze di una valida università cattolica.
Ho finito col rinunciare sia agli inviti di Padre d’Alzon che di mons. Hautcoeur, ubbidendo alle direttive di p. Freyd e tutto questo con un intento solo: "Fare la volontà di Dio". Domine quid me vis facere?
La decisione di entrare fra gli Assunzionisti mi provocava un turbamento interiore insopportabile. Per questo telegrafai a p. Freyd, il quale mi rispose il 1° ottobre 1871 con un telegramma: "La vostra esitazione è legittima. Preferirei che vi disimpegnaste (da P. d’Alzon), se possibile. Segue lettera. Freyd".
Obbedendo alle direttive di p. Freyd, scrissi il 3 ottobre 1871 al mio vescovo, mons. Dours, mettendomi a sua completa disposizione.
Un mese dopo, il 3 novembre, ricevevo la mia nuova destinazione: cappellano alla basilica di San Quintino. Era assolutamente il contrario di ciò che avevo desiderato da anni: e cioè una vita di raccoglimento e di studio. Abbandonandomi alla Provvidenza, ho detto il mio "fiat": Sia fatta la volontà di Dio!

CAPPELLANO A SAN QUINTINO

Il 16 novembre 1871 iniziai il mio ministero a San Quintino come settimo e ultimo cappellano della basilica. Mi sentii inviato a San Quintino dalla sola volontà di Dio. Fui alloggiato temporaneamente nella mansarda del vicariato, dalla quale contemplavo il tetto della basilica. Iniziai così, a 28 anni, il mio apostolato parrocchiale.
Fin dai primi giorni mi resi conto della situazione religiosa di San Quintino: 8.000 comunioni pasquali su 30.000 fedeli; 65.000 comunioni di devozione; 700 morti all’anno dei quali 140 senza sacramenti; 600 nascite all’anno delle quali 120 illegittime.
Sono passati appena quattro giorni dalla mia venuta a San Quintino e il 20 novembre 1871 leggo questa nota nelle mie Memorie: "Mancano a San Quintino un collegio, un patronato, un giornale cattolico".
La stragrande maggioranza della popolazione vede il prete molto raramente e forse mai. La mia costatazione è realistica e sconsolata: "Non si possono fare delle parrocchie di 30.000 anime. È contrario al buon senso".
Se la situazione religiosa di San Quintino è desolante, la situazione sociale degli operai è spaventosa: l’orario di lavoro è duro, le condizioni nelle filature sono disumane per la salute, per la promiscuità dei sessi e per l’immoralità.
L’ubriachezza è un vero flagello. Si beve alla domenica e al lunedì. Le bettole sono frequentate anche da ragazzi di 15 anni.
Il riposo festivo per molti è un sogno.
Gli alloggi sono fetidi, vere catapecchie che coprono vasti spazi della città.
Gli operai in chiesa non si vedono. Leggono La Lanterne o altri fogli locali che diffondono l’odio per la società.
È "una società marcia". E contro questa società, nella focosità dei miei giovani anni, mi scaglio nel discorso di Natale (1871) in basilica, condannando le molte ingiustizie sociali, che in seguito Leone XIII avrebbe denunciato nelle sue encicliche, specialmente riguardo all’organizzazione deplorevole del lavoro, del mondo degli affari.
Fui ripreso amabilmente dall’arciprete, don Gobaille, per il mio tono eccessivamente polemico e l’argomento incandescente che avevo trattato; ma convertii almeno una persona, probabilmente un padrone, che ogni anno a Natale mi esprimeva la sua riconoscenza con un canestro di doni e una bella offerta per le mie opere.
Da tre mesi ero cappellano, quando cominciai a riunire dei ragazzi nella mia stanza, alla domenica, dopo i vespri. Guardavano dei libri illustrati e giocavano un po’. Era iniziato il patronato.
Avevo bisogno di un cortile e un mio amico, il sig. Julien, direttore di una pensione, me lo mise a disposizione mentre i suoi alunni erano a passeggio.
Il 23 giugno 1872 cominciammo regolarmente. I ragazzi giocavano due ore in cortile, poi li riunivo per una conversazione: raccontavo loro la storia di un santo, parlavo della Palestina, di Roma, ecc.
Finalmente, nell’agosto del 1872, riesco ad affittare un giardino, con diritto di acquisto per 20.000 franchi. La mia prima preoccupazione è di costruire una cappella e alcune sale per le riunioni.
Nel giugno 1875 la costruzione è finita e anche pagata: 30.000 franchi. Ho ancora il debito di 20.000 franchi per il terreno. I ragazzi intanto crescono: a Natale del 1872 sono già 200.
Organizzo un circolo per i più grandi. Apriamo il patronato anche ai soldati.
Nel gennaio 1875 i ragazzi sono 301; 139 gli iscritti al circolo. Totale 440. Di essi 82 sono studenti, 324 operai e apprendisti, 34 impiegati.
Realizzo anche la "casa di famiglia" per gli apprendisti che abitano lontano e per gli orfani: 25 nel 1877; 27 nel 1878. Hanno da mangiare e da dormire.
Nel 1875 organizzo un circolo di studi religiosi e sociali per i giovani liceisti o che hanno concluso i loro studi. Sono i padroni di domani.
Le riunioni sono settimanali. Nel 1876 inizio delle riunioni quindicinali per i padroni.
Nel frattempo avevo fondato un giornale Le Conservateur de l’Aisne che cominciò a uscire il 15 novembre 1874. Continuò le pubblicazioni per dieci anni, poi si fuse con Le Journal de St-Quentin.
Nel 1873 mi ero impegnato con successo perché un istituto di suore, le Ancelle del Cuore di Gesù, trovassero una casa a San Quintino. Così divenni confessore e direttore spirituale di queste suore. Fu una circostanza provvidenziale che preparò l’orientamento di tutta la mia vita. Era veramente un gruppo di anime elette, una santa comunità.
La mia attività non si limitò a San Quintino. Nel 1874 mons. Dours, vescovo di Soissons, fondò l’Ufficio diocesano delle Opere e mi scelse come segretario. Cominciai a organizzare un’inchiesta sullo stato della diocesi. Solo un terzo dei parroci rispose.
Esclusa qualche eccezione, la situazione era desolante. Esisteva quasi nulla sul piano delle associazioni, e ovunque si segnalava l’indifferenza e l’irreligiosità degli uomini.
L’Ufficio diocesano delle Opere ebbe un’attività abbastanza intensa fino al 1878. Ero aiutato da due signori (Julien e Guillaume). Mantenni per cinque anni una corrispondenza abbastanza intensa, specialmente coi preti della diocesi di Soissons; feci stampare e diffondere diversi documenti e resoconti, organizzai tre congressi, uno a Nostra Signora di Liesse (1875), uno a San Quintino (1876) e uno a Soissons (1878). Durante il congresso di San Quintino, mons. Thibaudier mi nominò canonico onorario della cattedrale di Soissons. Avevo 33 anni.
Tutti questi impegni non mi impedirono di partecipare a congressi, pellegrinaggi e di fare anche un viaggio in Italia con mons. Thibaudier, nuovo vescovo di Soissons, don Mignot e don Mathieu nel 1877.
Il 14 febbraio 1877 celebrai la messa nella santa Casa di Loreto. Ebbi una particolare illuminazione, tanto da poter affermare: ivi è nata la congregazione!
Prima di concludere la mia attività come sacerdote secolare devo ancora ricordare la fondazione dell’Oratorio diocesano per la promozione della vita spirituale dei sacerdoti secolari. Anche dell’Oratorio diocesano divenni segretario.

Nell’ottobre 1872 avevo fatto alcuni giorni di ritiro a Nostra Signora di Liesse e avevo costatato in me un ardente desiderio della vita religiosa. Temevo di perdere la vita interiore nell’attività del ministero e delle opere. Sentivo perfino rancore verso il mio amatissimo padre spirituale, p. Freyd, perché mi aveva abbandonato nel mondo come prete secolare e non mi aveva indirizzato alla vita religiosa.
Eppure devo ora riconoscere che, nei misteriosi disegni di Dio, p. Freyd aveva ragione.
Mi scrisse una lettera nell’agosto 1872 che ritengo profetica: "Più tardi vedrete come la divina Provvidenza conduce tutto a buon fine e sa mirabilmente servirsi delle minime cose... per condurci là ove siamo chiamati a realizzare la sua opera".
Tutti gli anni facevo i miei esercizi spirituali e tutti gli anni concludevo che la mia vera vocazione era la vita religiosa.
Col passare del tempo, dirigendo le Suore Ancelle del sacro Cuore, esperimentavo che tutta la mia attrattiva era per il Cuore di Gesù e per la riparazione.
Nel 1877 non riuscivo più a resistere. Cercai se vi fosse qualche opera già iniziata... Non trovai nulla di bene avviato e d’altra parte ero troppo condizionato dalle mie numerose opere a San Quintino per poterle abbandonare senza mandare tutto in rovina.
Non sto a ricordare tutti i santi religiosi che consultai.
Che fare?
A San Quintino le Suore Ancelle avvertivano le mie stesse aspirazioni per un’opera sacerdotale. Giunsi a domandarmi se la Provvidenza non volesse che iniziassi io personalmente quest’opera.
Avevo già avuto delle illuminazioni al riguardo: quella già ricordata della santa Casa di Loreto il 14 febbraio 1877; ma anche l’anno precedente (1876) a Pellevoisin, ove la Vergine era apparsa a Estelle Faguette, avevo ricevuto la stessa illuminazione.
Pregando e facendo pregare, decisi di rivolgermi al mio vescovo, mons. Thibaudier. L’incontro avvenne l’8 giugno 1877.
Per la diocesi di Soissons era la festa del suo patrono, san Medardo; per la Chiesa universale era invece la festa del Cuore divino di Gesù.
Ci trovammo d’accordo sul progetto di fondare a San Quintino un collegio e all’ombra di quel collegio avrei potuto fondare il mio Istituto.
A mons. Thibaudier stava molto a cuore il collegio; per me, nel mio cuore, l’Istituto aveva il primo posto.
La conferma verbale l’ebbi il 25 giugno e la conferma scritta il 13 luglio. Questa lettera del mio vescovo mi dava la sicurezza che la fondazione dell’istituto degli "Oblati del Cuore di Gesù" era voluta da Dio.
Con questa certezza, il giorno stesso in cui ricevetti la lettera di mons. Thibaudier, facendo un grande atto di fede nella Provvidenza, con soli 500 franchi in tasca, presi in affitto una pensione per studenti, la casa Lecompte, con la promessa di acquistarla.
Nasceva così il Collegio san Giovanni, prima culla della congregazione degli Oblati del Cuore di Gesù.
Iniziai subito il mio noviziato con un corso di esercizi spirituali dal 22 al 31 luglio, presso le Suore Ancelle e feci una prima stesura di costituzioni.
Tralascio di narrare tutte le fatiche e croci richieste dalla fondazione del nuovo collegio.
Riguardo alla congregazione fui l’unico novizio durante il primo anno (1877-1878). Avevo con me due aspiranti fratelli cooperatori, ma erano più un ostacolo che un aiuto. Ricordo che uno di loro ripeteva spesso, per consolarmi (!): "Non ci verrà nessuno".
Grazie a Dio erano impegnate nei lavori domestici del collegio due Ancelle: sr. Maria Olivia e sr. Clara. Mi aiutarono molto anche con le loro preghiere, con il loro autentico e sereno spirito religioso.
Giunsi così alla festa del s. Cuore del 1878, il 28 giugno, e mons. Thibaudier mi permise di emettere i voti religiosi nelle mani dell’arciprete di San Quintino, don Mathieu. Coi voti religiosi emisi anche il voto privato di vittima.
Erano presenti poche persone, fra di esse don Adriano Rasset, il primo religioso dehoniano, che proprio in quel giorno (28 giugno) entrò nella neonata congregazione come postulante.
Nell’agosto 1878 le Suore Ancelle avevano acquistato la casa Hibon. Era meravigliosamente adatta come casa di noviziato per il silenzio e la pace. Aveva il vantaggio di essere vicina al Collegio san Giovanni. Avrei così potuto dirigere il collegio e seguire i novizi.
Con la solita generosità madre Maria del Cuore di Gesù, la fondatrice delle Ancelle, mi cedette in uso quella casa, che divenne la Casa s. Cuore, la casa madre, la vera culla della congregazione degli Oblati.
Ne presi possesso il 14 settembre 1878. Era la festa dell’esaltazione della santa Croce. Una congregazione riparatrice non doveva essere fondata sulla croce?

MORTE E RISURREZIONE

Ho già accennato al mio incontro provvidenziale con le Ancelle del Cuore di Gesù, ma per gli inizi della congregazione hanno un’importanza particolare madre Maria del Cuore di Gesù, sr. Maria di s. Ignazio e sr. Maria di Gesù.
A sr. Maria di Gesù debbo la vita. Si è offerta per me quando i medici, a causa delle violente emottisi, non mi davano più di sei mesi di vita.
Solo pochi giorni prima della sua morte il medico diagnosticò una tubercolosi acuta. Era il 15 agosto 1879. Il 27 agosto sr. Maria spirava come Cristo in croce. Sono convinto che vivo di una vita che non è mia.
Madre Maria del Cuore di Gesù, la fondatrice delle Ancelle, chiamata "chère Mère", era una donna di intensa preghiera, di una fede poco comune e un carattere di rara energia. Era inoltre molto generosa in tutto. In un parola, aveva una ricca e forte personalità e, negli anni degli inizi così difficili dell’Istituto, fu per me un sostegno indispensabile, con conseguenze positive e purtroppo anche negative.
Sr. Maria di s. Ignazio era una mistica autentica, molto umile e modesta. Spiritualmente noi siamo vissuti e viviamo dei suoi lumi di orazione. Le parti più belle del Direttorio Spirituale risalgono a lei come ispirazione.
L’errore fu di credere, come la "chère Mère" mi assicurava, che i lumi d’orazione di sr. Maria di s. Ignazio fossero autentiche rivelazioni di Nostro Signore, da realizzare anche quando si trattava del governo dell’Istituto.
Posso invocare un’attenuante: al tempo dei miei studi teologici non c’era una cattedra di teologia spirituale.
Le opere di s. Giovanni della Croce, così utili per comportarsi con saggia prudenza nei fenomeni straordinari della mistica, le lessi solo nel 1912, a settantanni.
Comprendo ora le preoccupazioni e le perplessità del mio vescovo, mons. Thibaudier, il suo consiglio di rivolgermi all’arcivescovo di Reims, mons. Langénieux, perché facesse esaminare da una commissione gli scritti di sr. Maria di s. Ignazio.
Tutto si sarebbe concluso positivamente se non fosse intervenuto uno psicopatico a complicare la già difficile situazione, p. Taddeo Captier, che credeva di essere favorito da voci angeliche. Inoltre aveva scritto un direttorio e delle costituzioni che avrebbero dovuto servire per un grandioso ordine del s. Cuore... Nella sua manìa di grandezza si presentava come confondatore della congregazione.
Si aggiunga che nella casa di Fayet, ove p. Captier era superiore, avvenivano fatti strani, ritenuti miracolosi.
Per descrivere tutte queste vicende sempre più complicate occorrerebbe un volume.
Accennerò solo alle conclusioni. Fra il 17 gennaio e il 17 febbraio 1883, mons. Thibaudier, sempre più preoccupato dell’uso e abuso che si faceva delle "rivelazioni" di sr. Maria di s. Ignazio e delle bizzarie di p. Captier, decise di sottoporre tutto all’esame della Santa Sede.
Rilevo che fra gli scritti inviati al Sant’Ufficio mancavano proprio le mie costituzioni; c’erano invece quelle di p. Captier.
Solo nel settembre 1883 andai a Roma a fornire tutte le spiegazioni necessarie sotto il vincolo del segreto e consegnai le mie costituzioni. Ebbi però l’impressione che ormai fosse troppo tardi. I consultori del Sant’Ufficio si erano formati un giudizio prevalentemente negativo.
Il 30 settembre 1883 ritornai a San Quintino. Scrissi a mons. Thibaudier lamentandomi, con la dovuta discrezione, perché era stato troppo pesante con noi, aggiungendo ai documenti inviati a Roma delle lettere che aveva ricevuto contro di noi e che non erano affatto giuste.
Il mio vescovo si illudeva di ricevere da Roma solo delle direttive; invece, come un fulmine a ciel sereno, il Sant’Ufficio soppresse la Congregazione degli Oblati.
La sentenza di morte mi giunse nella festa dell’Immacolata, l’8 dicembre 1883.
Mi sentii scagliato a terra e stritolato. Mi ero dunque ingannato nel fondare la Congregazione degli Oblati? Mi restava il collegio San Giovanni; ma non erano lì le mie attrattive e la mia vocazione. L’avevo fondato per velare l’opera, la congregazione. Ero oppresso dai debiti... Dio sa quello che ho sofferto in quei giorni di morte. Senza una grazia speciale avrei perso la ragione o la vita.
Il mio vescovo era costernato come me. Mi rimaneva una sola decisione saggia da prendere: affidare tutto nelle sue mani.
Gli scrissi che avevo fondato l’Istituto degli Oblati col solo intento di fare la volontà di Dio. Nostro Signore mi chiedeva ora di distruggere quello che mi aveva chiesto di costruire.
Resistere...! Mi sarebbe sembrato mille volte insensato. Non potevo fare altro che pronunciare il mio doloroso "fiat". La morte sarebbe stata per me molto meno dolorosa.
"Tutto è fatto a pezzi e distrutto - scrivevo al mio vescovo - l’onore, le risorse economiche impegnate, le speranze e molte altre cose che non posso esprimere. Ma che cos’è tutto questo? Quello che mi tortura più di tutto è un pensiero, al quale non mi posso sottrarre: Nostro Signore ha voluto quest’opera; io l’ho fatta fallire con le mie infedeltà... Questa è la sofferenza che nulla può alleviare.
Ora, Monsignore, metto tutto nelle vostre mani, chiedendovi perdono per l’imperfezione della mia obbedienza nel passato... Vi prego di non tener conto della mia persona. Sarei fin troppo felice se potessi, con tutte le mie umiliazioni e distruzioni, riparare le mie colpe passate... Farò tutto ciò che vostra eccellenza mi ordinerà in nome della santa Chiesa, nell’ora in cui vorrà".
Questa sottomissione fu indubbiamente accetta a Dio, poiché la congregazione soppressa riprese quasi subito vita.
Il vescovo stesso, mons. Thibaudier, si recò a Roma e ottenne che gli Oblati potessero rivivere come congregazione diocesana, con la nuova denominazione di Sacerdoti del Cuore di Gesù.
La piccola opera riviveva. Era una nuova Betlemme. Ci furono molte sofferenze. Per i miei religiosi (una quarantina circa, compresi i novizi) la soppressione da parte della Santa Sede provocò una grande delusione.
Si esageravano le cose, si disperava di diventare in avvenire una congregazione più estesa... Era una vita di sofferenza, ma era la vita.

GIOIE E DOLORI

Di tanto in tanto si risvegliava nel mio cuore la nostalgia dei primi tempi della congregazione (1877-1883), delle "rivelazioni" del passato, e mi nasceva in cuore un certo rimpianto di come si erano svolte le vicende presso il Sant’Ufficio.
L’affermazione che l’Istituto era fondato su rivelazioni private (quelle di sr. Maria di s. Ignazio) non era esatta. Esistevamo già da un anno, con basi ben più solide. Infatti c’era l’approvazione della Chiesa, tramite il vescovo di Soissons, mons. Thibaudier.
Mi avevano giudicato da lontano e su informazioni insufficienti. Dinanzi al Sant’Ufficio avevo potuto spiegarmi molto imperfettamente in italiano; inoltre alcuni testi di p. Captier avevano irritato gli esaminatori e guastato tutto...
Mi sfogavo allora col mio vescovo, il quale mi scriveva: "Abbiate fiducia, voi siete ora nella via voluta da Dio... Non tutto era da Dio nei primi incantesimi che vi sostenevano. Accettate di buon cuore le pene feconde...".
Anche p. Augusto Modeste, gesuita e mio direttore spirituale, mi assicurava: "L’opera del s. Cuore, ricondotta alla sua prima ispirazione e ridotta alle proporzioni primitive, riuscirà. Ne ho la piena fiducia. È troppo bella e troppo necessaria".
Furono profeti. Dio mi inviava dei validi collaboratori. Ricordo fra tutti p. Leone Andrea Prévot, il mio santo maestro dei novizi, entrato in congregazione nel maggio 1885 e morto santamente nel novembre 1913.
Con lui ricordo p. Carlo Barnaba Charcosset, entrato fra noi nell’ottobre 1884, tutto dedito al bene spirituale degli operai di Valdes-Bois e morto nel dicembre 1912.
Un ricordo riconoscente anche per p. Teodoro Stanislao Falleur, mio uomo di fiducia durante le mie prolungate assenze da San Quintino. Un po’ rude di carattere, ma affezionatissimo, mio figlio spirituale e per 46 anni economo generale della congregazione.
Nel 1886 si svolse il primo Capitolo Generale e nello stesso anno, il 17 settembre, con altri sei religiosi, ebbi la gioia di emettere i miei voti perpetui, sempre nelle mani di mons. Mathieu, arciprete di San Quintino, vicario generale, delegato del vescovo di Soissons, mons. Thibaudier.
Altro giorno di grande gioia quando ricevetti da Roma il decreto di lode, emesso il 25 febbraio 1888. Era per la mia piccola congregazione (avevamo allora otto case in quattro diocesi, con 87 membri, compresi 20 novizi e 4 postulanti) un risultato enorme.
Ci avevano tolto le catene dalle mani. Ci liberavamo dalla stretta tutela del vescovo di Soissons.
Una congregazione solo diocesana rischia di vegetare. Aspiravamo alle dimensioni universali della Chiesa.
Non trovo le parole per descrivere l’immensa gioia e la sconfinata fiducia che suscitò in me e nei miei religiosi questo dono della Santa Sede.
Era una feconda rinascita, tanto che volli esprimere la mia commossa riconoscenza al papa, Leone XIII, andando a Roma a ringraziarlo, nell’udienza che mi concesse il 6 settembre 1888.
Il 1888 è anche l’anno dell’invio dei primi due missionari, p. Gabriele Grison e p. Ireneo Blanc in Ecuador.
Seguirono varie fondazioni all’estero. Ricorderò solo quella di Roma del 1892.
Dopo il "decreto di lode" tutto sembrava procedere a gonfie vele e invece mi attendevano delle prove e dei dolori ancor più laceranti della soppressione della congregazione nel 1883.
Il terzo Capitolo Generale di Fourdrain (1893) e il quarto di San Quintino (1896) sono prove evidenti di un grave disagio all’interno della congregazione.
Sono contestato come fondatore. Mi si scarica addosso una vera tempesta di critiche, di accuse, di calunnie. Nemici fuori e falsi fratelli all’interno della congregazione.
Rileggo nel mio Diario di quel tempo alcune annotazioni pesanti: "Il maligno non dorme... sfrutta lo scoraggiamento e l’illusione... Alcuni si sono lasciati sedurre dal cattivo spirito... sono rami secchi dell’istituto.
Il Signore mi fa capire lo stato desolante dell’opera, ove regna così poco lo spirito d’amore e di immolazione. Se l’opera non gli dà ciò che Egli attende, la distruggerà.
Penso con nostalgia ai primi anni (1878-1883): si era in pochi, ma quanto fervore!".
Ma la prova più dolorosa doveva venirmi dal vescovo che mi aveva tanto amato e mi amava, mons. Thibaudier. Mi stimava come persona, ma non aveva fiducia nella mia congregazione.
Eletto nel 1889 arcivescovo di Cambrai e ancora amministratore per un anno della diocesi di Soissons fino alla presa di possesso del nuovo vescovo, mons. Duval, ascoltò i rapporti calunniosi che arrivavano da Soissons da parte dell’alto clero: p. Dehon dà troppo tempo alla sua congregazione e alle Ancelle, non solo trascura il collegio San Giovanni, ma rischia di mandarlo in rovina in campo morale.
Non mancavano inoltre difficoltà in campo economico.
Nei mesi di agosto-settembre 1889 scoppia la tempesta. Mons. Thibaudier ci condanna a morte. Io devo lasciare il San Giovanni. L’opera deve fondersi con qualche congregazione più antica: i Padri dello Spirito santo o i Missionari del sacro Cuore di Issoudun o un’altra congregazione.
Dopo le prime emozioni pronuncio il mio "fiat".
Anche se per me e per la mia congregazione le notizie che giungevano da Cambrai erano ordini di morte, era evidente l’intenzione di mons. Thibaudier di affidare il collegio San Giovanni, l’opera della diocesi a lui più cara, a una congregazione con religiosi più esperti.
Tuttavia il collegio era mia proprietà personale. Riguardo alla congregazione pensavo che molti membri non avrebbero accettato la fusione con un altro istituto e avrebbero chiesto di diventare sacerdoti diocesani. Così il nuovo vescovo avrebbe trovato il campo libero e un problema difficile risolto.
Domandai, con molta umiltà, la fusione coi Preti del s. Cuore di Bétharram; ma la risposta fu cortesemente negativa. Ritentai, sempre per obbedire a mons. Thibaudier, con i Padri dello Spirito santo. La loro risposta, per due volte, fu dilatoria, anche per le gravi difficoltà che implicava la fusione di due istituti. La fusione alla fine si rivelò impossibile.
Erano mesi di agonia. Mi ero confidato solo col mio direttore spirituale, p. Modeste, e con la Fondatrice delle Ancelle.
Rileggo il mio Diario di quel tempo: "È la crocifissione. Da Cambrai giunge un ordine di partenza. È la rovina di ogni cosa. Mi applico a portare con gioia questa croce suprema. Grazie, mio Gesù, della grande grazia che mi fai di soffrire con te e per te. Quest’ordine oltrepassa ogni misura: è inapplicabile e duro nella forma. Ma ciò lo rende prezioso. Grazie ancora, mio Gesù... Ho creduto di fare la volontà di Dio, fondando quest’opera; sono pronto a distruggerla, se Nostro Signore lo domanda".
In quel tempo, per incomprensioni e malintesi, avevo perso anche l’amicizia del mio più grande protettore, mons. Mathieu, il potente arciprete di San Quintino, che mi aveva sempre vigorosamente difeso come suo pupillo. Col cuore amareggiato per supposte mancanze di riguardo, per motivi economici, per ragioni di prestigio, si era trasformato in un temibile avversario.
Gli uomini volevano la morte della mia piccola opera, ma Dio, nella sua sconfinata misericordia e bontà, ne voleva la vita. La luminosa certezza mi veniva da un misterioso p. Ignazio, che verrà forse un giorno identificato.

ANNI OSCURI E DOLOROSI

Se i rapporti con mons. Thibaudier erano diventati nell’ultimo anno un martirio continuo, tanto da compromettere la mia salute, con l’arrivo del nuovo vescovo, mons. Duval, la situazione peggiorò.
Leggo nel mio Diario, al giorno 22 marzo 1890: "Monsignore (Duval) è pieno di diffidenza. Egli gira e rigira il ferro nella piaga del mio cuore. Fiat, fiat!". Leggo ancora qua e là nel Diario, sempre del 1890: "Vengo a sapere dei pregiudizi che in alto loco (curia vescovile di Soissons) hanno contro di me e contro l’opera. Noi non valiamo molto, è vero; ma come si infierisce sui nostri difetti!... Giorni di prova, in realtà di purificazione e di grazia. La curia vescovile e l’opinione pubblica parlano di una mia partenza prossima e definitiva".
In realtà rapporti malevoli e anche calunniosi continuavano a giungere a mons. Duval. Non bastava l’umiliazione di essere solo direttore di nome del collegio San Giovanni, poiché direttore effettivo era un prete secolare, don Mercier? Qualcuno voleva a tutti i costi la mia testa. Volevano allontanarmi da San Quintino per togliermi, non solo la direzione del collegio, ma anche della congregazione.
Per placare la tempesta mi allontano per tre mesi. Parto col cuore a pezzi per Roma il 24 novembre 1890. Senza la mia presenza, don Mercier sarà più libero di dirigere il collegio come vuole. In realtà l’esperienza educativa di don Mercier si rivela un fallimento per il suo temperamento severo e scostante.
Al mio ritorno (22 febbraio 1891) sono accolto con grandi manifestazioni di affetto filiale. Riprendo la direzione effettiva del collegio e l’anno scolastico termina normalmente.
Penso che mons. Duval mi stimi come persona, mi critichi come superiore ritenendomi troppo debole e non abbia alcuna fiducia nella mia congregazione.
Leggo nel mio Diario al 26 marzo 1892: "Ho dei figli che mi fanno soffrire. Quello però che mi è più doloroso, è che fanno soffrire Nostro Signore, scandalizzano e appesantiscono l’opera. Signore, perdona loro. Non sanno veramente tutto il male che fanno".
Nel luglio 1893 una nuova tempesta di denunce e calunnie mi piomba addosso: Domine, adiuva nos! - Signore, vieni in nostro aiuto! Mons. Duval è assente da Soissons e mi invia una lettera da Rocquefort, il 26 luglio 1893, in cui mi ordina di partire immediatamente da San Quintino: "Scegliete l’Olanda, l’America, come luogo del vostro soggiorno. Nascondetevi la vostra vita... Vi comando la partenza per evitare uno scandalo che minaccia di scoppiare... Io lo so... se non accettate la mia sentenza, deferirò la vicenda al Sant’Ufficio di Roma. Dubito che la sua sentenza sia più indulgente della mia, che vi assicura almeno il silenzio. Che Dio vi illumini e vi tocchi".
Rimango allibito. Non so esattamente di che cosa mi si accusa. Sono condannato senza essere neppure interrogato.
Quindici giorni dopo, il 2 settembre 1893, ricevo un’altra lettera di tutt’altro tono. Lo spaventoso scandalo non è affatto scoppiato. Tuttavia le condizioni di mons. Duval sono ben pesanti: del collegio avrò la responsabilità finanziaria e il titolo di superiore, senza alcuna autorità reale; così pure nella congregazione: sarò superiore generale senza poteri reali.
Il piano di mons. Duval era evidente riguardo al collegio San Giovanni: voleva affidarlo a don Mercier e riguardo alla congregazione mi accorsi che tutta la sua fiducia era riposta in p. Germano Blancal, superiore della Casa s. Cuore.
La mia fiducia è solo nel Cuore di Gesù. Apro il mio Diario e, alla data 20-30 agosto 1893, leggo: "Prove e inquietudini. Il demonio solleva contro le nostre opere un uragano di critiche, di accuse, di calunnie. Delle difettosità reali vi hanno dato occasione. Vado a Montmartre, il 22, a passarvi qualche ora. Vi ricevo grazie ben sensibili di luce, forza e pace. Il Cuore di Gesù è sempre misericordioso".
In questo clima si volge il Capitolo Generale di Fourdrain (6-7 settembre 1893), capitolo imposto da mons. Duval, essendo trascorsi solo cinque anni e non sei dal capitolo del 1888. Diedi le dimissioni da superiore generale. Prima di procedere a una nuova elezione, p. Rasset propose ai capitolari se era opportuno accettare le mie dimissioni. Con undici voti favorevoli e sei contrari la questione fu rinviata di tre anni. I voti contrari venivano da p. Blancal e dai suoi sostenitori.
P. Rasset fu eletto primo assistente e p. Blancal secondo assistente. Personalmente misi in pratica le disposizioni di mons. Duval, che mi aveva lasciato solo il titolo di superiore generale e invitai tutti i religiosi a chiedere i permessi a p. Rasset.
Il Capitolo, apertosi in un clima di tempesta, si chiuse in pace con la predicazione, fino al 14 di settembre, di un corso di esercizi spirituali da parte di p. Andrea Prévot.
Era solo una bonaccia, perché contrasti e tempeste si scatenarono ancora fino al quarto Capitolo Generale di San Quintino del 1896.
Le cause di queste dolorose prove erano principalmente tre: la mia bontà verso i ragazzi e i giovani; l’opposizione del clero diocesano per motivi di gelosia e di interesse; l’opposizione all’interno della congregazione incentrata a Casa s. Cuore attorno al superiore, p. Blancal. Fu in questo tempo che decisi di fare il mese di s. Ignazio, dal 17 ottobre al 15 novembre 1893, nella casa dei gesuiti di Braisne, non lontano da Soissons. Fu un mese di purificazione, di grazia e di luce.
Scrissi un "patto" che trascrivo in parte: "Mi offro completamente a Nostro Signore, per servirlo in tutto e fare in tutto la sua volontà. Sono pronto a fare e a soffrire ciò che egli vorrà con l’aiuto della sua grazia... Supplico Nostro Signore di accettare questa offerta, questo dono che gli faccio...".
Durante questo mese di preghiera decisi di compiere uno dei più duri sacrifici della mia vita: lasciare la direzione del collegio San Giovanni.
Leggo nel mio Diario in data 20 novembre 1893: "Ho il cuore grosso grosso e gli occhi pieni di lacrime. Lascio l’istituzione (il collegio) dove ho vissuto per sedici anni e vado ad abitare a Casa sacro Cuore... Tentazioni di scoraggiamento mi assalgono; ma ho votato al Cuore del buon Maestro un amore confidente. Mi getto ai suoi piedi e oso avvicinarmi al suo Cuore".
La direzione del collegio passa nelle mani di don Mercier e nel 1896 nelle mani di un nostro religioso, p. Paolino Delloue.
Tralascio le meschinità, le gelosie, gli attacchi, le denunce, le calunnie di quegli anni; ricordo solo che nel giugno 1896 affrontai dei penosi negoziati con mons. Duval.
Dopo molte umiliazioni e pene, riesco a conservare il collegio San Giovanni, ma devo sacrificare il patronato San Giuseppe.
Così scrivo nel Diario, il 24 luglio 1896: "Il vescovo prende una decisione penosa per noi. Affida il patronato San Giuseppe a don Mercier. Erano 25 anni che avevo fondato quest’opera. Vi avevo impegnato somme rilevanti. Mi ero donato con tutto l’ardore del mio giovane sacerdozio. Mi sembra che quest’opera avrebbe dovuto rimanere per sempre affidata alla congregazione. L’autorità diocesana ha deciso diversamente. Fiat".
Dopo il patronato anche il collegio San Giovanni passerà alla diocesi, al tempo della legge sulle associazioni, votata il 1° luglio 1901, che colpì quasi tutte le congregazioni religiose.
Del collegio San Giovanni finii col rimanere solo proprietario. Vi erano dei debiti. Li saldai con fatica, lentamente, finché nel 1925 donai la proprietà del collegio all’associazione degli ex-alunni.
Ritorno indietro negli anni e mi ritrovo al quarto Capitolo Generale di San Quintino del 31 agosto-1 settembre 1896.
L’aria è pesante, addirittura "infuocata". C’è grande confusione fra i capitolari: "Sento una pena profonda", scrivo nel mio Diario. "Un padre ha inteso delle calunnie contro di me. Vi crede, le propaga e agita il Capitolo...".
I capitolari sono 26, si prospetta uno svolgimento più difficile di quello del 1893. Sono presente in veste di accusato. Faccio il discorso di apertura e do le dimissioni da superiore generale.
P. Rasset, in qualità di presidente del Capitolo, propone, come nel 1893, prima di passare a nuove elezioni, di mettere ai voti l’accettazione o il rifiuto delle mie dimissioni.
Si alza p. Andrea Prévot e decisamente afferma: "Comunque stiano le cose, p. Dehon è il solo capace di dirigere l’opera".
Le mie dimissioni sono respinte con 16 voti contro sei, quelli di p. Blancal e dei suoi sostenitori.
P. Blancal alla fine risulta messo da parte, poiché al suo posto è eletto come assistente p. Prévot insieme a p. Rasset. P. Blancal rimase semplice consigliere.
La sua reazione non si fece attendere. Con altri sei padri richiese la scissione della congregazione. Reagii con pazienza e bontà, lasciando il tempo al tempo e abbandonandomi alla Provvidenza di Dio.
Difatti il 23 agosto 1897 muore mons. Duval, principale sostenitore di p. Blancal.
Tre dei firmatari della scissione escono di congregazione e diventano preti secolari. Gli altri ritornano all’ovile, ultimo di tutti p. Blancal stesso, che morirà fra le mie braccia, quasi ottantenne, a Fayet, il 1° dicembre 1905. Ho scritto nel mio Diario: "S’è spento dolcemente, senza agonia. Era il 1° venerdì del mese. È una finezza della Provvidenza".

"ESSERE MISSIONARIO E MARTIRE"

Questo è stato l’ideale della mia vita, il voto che formulavo con le lacrime fin dalla mia giovinezza.
Se posso considerarmi almeno in parte martire, perché il Signore ha accolto il mio voto di vittima e per le dolorose prove che mi hanno colpito durante tutta la vita, missionario lo sono per i tanti missionari che ho inviati nelle lontane missioni.
Ho avuto sempre una predilezione per le missioni difficili, ove si realizza meglio la professione di immolazione. La mia missione prediletta fu quella del Congo belga (Zaire), ove il clima è micidiale a causa della malaria, della malattia del sonno, della lebbra. Mi diceva un santo cardinale: andare laggiù è già meritare la palma del martirio.
Tanti missionari non riuscivano neppure a raggiungere la missione, poiché morivano lungo il tragitto da Matadi sull’oceano Atlantico, a Stanleyville, tragitto che aveva la sinistra denominazione di "Pista della morte".
Ma la prima missione che ho accettato fu quella dell’Ecuador (1888-1896). C’era la prospettiva di fondersi con una congregazione simile alla nostra: gli Oblati del divino Amore, fondati da p. Giulio Matovelle; ci avevano offerto la costruzione della basilica del s. Cuore a Quito e infine c’era la possibilità di evangelizzare gli Indios delle Ande.
I miei primi due missionari furono p. Gabriele Grison e p. Ireneo Blanc. Di quella prima missione, incantevole fu solo il viaggio di andata. Tutte le altre prospettive andarono in fumo.
I due padri li misi a disposizione di mons. Schumacher, vescovo di Porto Viejo. Ebbero la direzione del collegio di Bahia, finché nel 1896 furono espulsi per l’intervento della massoneria.
L’anno dopo, il 25 marzo, ricevetti dal ministro degli esteri del Congo belga, il barone van Eetvelde, di passaggio a Roma, la proposta di accettare una missione nella regione di Stanley-Falls.
Ho pensato che fosse la Vergine santa, nel giorno dell’Annunciazione ad aprirci il continente nero. Tutto è presto concluso col consenso della Santa Sede; ma devo fare i conti con i miei consiglieri, tutti contrari: "Non abbiamo né uomini né mezzi", mi dicono. Personalmente ero convinto che il buon Dio dà ai fondatori delle grazie che non concede ai loro consiglieri.
Pensai immediatamente a p. Gabriele Grison, il quale aveva la tempra del vero missionario. Rispose: "Sono come un soldato: vado dove mi mandano".
Il mio desiderio sarebbe stato di partire con lui, ma ero preoccupato per le difficoltà interne dell’Istituto; al ritorno l’avrei trovato sfasciato.
Fu così che convinsi p. Lux ad accompagnare p. Grison.
Ricordo con commozione il coraggio di p. Gabriele: "Non avete nulla da obiettare? - gli domandai -. L’impresa che vi accingete a compiere è molto difficile". Con disarmante semplicità mi rispose: "Niente è difficile; voi ci mandate, noi obbediamo. Questo basta".
Partirono il 6 luglio 1897 e giunsero a Stanleyville il 21 settembre. Pochi giorni dopo, il 30 settembre - ricordo con commozione - moriva sr. Teresa del Bambino Gesù, offrendo la sua giovane vita per i missionari.
P. Lux resistette solo un mese al micidiale clima dell’alto Congo; si ammalò di febbre tropicale e dovette rientrare in Europa.
P. Grison rimase sette mesi da solo. Piantò le sue tende sulle rive del grande fiume Congo e lì cominciò la prima missione di San Gabriele.
Ingaggiò centoventi operai negri per abbattere un tratto di foresta e costruire una provvisoria casa-cappella di fango e di frasche.
Finalmente la notte di Natale del 1897 ebbe la gioia di celebrare la prima messa nella cappella di San Gabriele.
Leggo il racconto in una lettera di p. Grison. Rimango incantato come dinanzi a una splendida poesia. È interessante rilevare che è l’anniversario del suo battesimo avvenuto nel Natale del 1860.
Organizzare la missione del Congo fu un compito immane.
Le distanze sono enormi. Esistono solo sentieri e i viaggi si fanno completamente a piedi, se non c’è un fiume navigabile. Da San Gabriele a Beni, alle falde del Ruwenzori, sono necessari 42 giorni di viaggio. Quel tragitto p. Grison l’ha percorso venti volte. Era solito dire: "Beni è la mia morte".
Nel 1901 mi scrisse: "Il clima è micidiale. In due anni e mezzo, su undici missionari arrivati ne abbiamo perduti sette (morti o rientrati in Europa). Abbiamo sempre degli ammalati fra la vita e la morte. Così il lavoro diventa massacrante".
Da parte mia continuo a inviare missionari e mezzi dall’Europa. Dal 1897 al 1903 ho organizzato nove spedizioni, con un totale di 25 missionari. Nel 1901 ci vengono provvidenzialmente in aiuto le Suore Francescane di Maria per l’educazione delle ragazze e la cura degli ammalati.
Nel 1904, su 28 missionari, solo 15 si sono acclimatati.
Non posso dimenticare p. Vincenzo Jeanroy, l’eroico procuratore della missione del Congo. Quanti miracoli ha fatto la Provvidenza per mezzo suo!
Nel 1908 la missione del Congo, già prefettura apostolica nel 1904, diventa vicariato apostolico e p. Grison è consacrato vescovo a Roma l’11 ottobre 1908.
Nel 1924 mons. Grison domanda a Roma un successore. È prostrato dalle fatiche. Roma risponde di attendere.
Ormai l’aurora apparsa nel lontano Natale del 1897 era diventata una grande luce. La grande e difficile missione dell’alto Congo si dimostra una fonte di benedizione per l’Istituto. Posso dire che "il Congo ha salvato la congregazione", difatti ne favorì l’internazionalizzazione facendovi affluire molte vocazioni dal Belgio, dal Lussemburgo, dall’Olanda e suscitando molta simpatia a Roma.
Nel 1906 feci un lungo viaggio in America latina, per visitare i nostri padri che si trovavano in Brasile dal 1893.
Nel 1907 iniziai la missione della Finlandia: una piccola comunità cattolica di diverse nazionalità, in ambiente totalmente luterano: "Che ministero difficile!".
Nel 1910 domandai a Propaganda Fide una missione nel Camerun per i religiosi tedeschi della congregazione. La risposta fu positiva. Il 5 novembre 1912 cinque missionari partirono per questa nuova missione.
I padri riuscirono a conquistarsi la fiducia della popolazione interessandosi dei loro ammalati, aprendo scuole per i ragazzi e formandoli anche al lavoro. Venne purtroppo la prima guerra mondiale. Il Camerun era una colonia tedesca. Dei diciassette missionari tedeschi, cinque furono arruolati, due andarono in guerra come volontari (l’uno come medico, l’altro come infermiere). Gli altri furono fatti prigionieri.
La missione del Camerun la riaprii di nuovo nel 1919, con padri e fratelli di lingua francese. Le missioni fiorirono nella regione del Mungo fra le popolazioni Bamiléké.
Nel 1923 ebbi la gioia di aprire altre due missioni: quella di Sumatra e quella del Gariep in Sud-Africa.

ANDARE AL POPOLO

Giovane cappellano nella città industriale di San Quintino fui spinto dal degrado sociale e dallo zelo apostolico a interessarmi del mondo del lavoro, degli apprendisti, degli operai, degli studenti (che sarebbero diventati i futuri padroni), degli imprenditori. Quindi, fin dagli anni 1871-1878, ricercai una giusta soluzione della questione sociale.
Delle mie iniziative e opere di San Quintino e nella diocesi di Soissons ho già ampiamente parlato.
Il 6 settembre 1888, quando andai a Roma per ringraziare Leone XIII del decreto di lode alla mia congregazione, il Papa mi invitò insistentemente a diventare apostolo delle sue encicliche: "Predicate le mie encicliche". La voce del Papa fu per me la voce di Dio: mi indicava la vocazione all’apostolato sociale che svolsi intensamente fino alla morte di Leone XIII (1903).
L’amore del Cuore di Cristo mi spingeva all’amore e all’azione in favore dei più deboli, dei più emarginati che, nella società di quei tempi, erano gli operai.
Per questo il 25 gennaio 1889 iniziai la pubblicazione della rivista: "Il Regno del Cuore di Gesù nelle anime e nelle società". Era tutto un programma: il trionfo dell’amore avrebbe portato all’esigenza della giustizia e di leggi adatte per realizzarla. Scrivevo nell’editoriale del febbraio 1889: "Bisogna che il culto del Cuore di Gesù, iniziato nella vita mistica delle anime, esca e penetri nella vita sociale dei popoli. Porterà il vero rimedio ai mali cruenti del nostro mondo sociale: l’apostasia dalla fede, il lassismo, l’odio e l’indifferenza, il disimpegno e la disperazione, l’ingiustizia... Solo il Cuore di Gesù può ridare all’umanità la carità che essa ha perduto. Solo lui può riguadagnare il cuore delle masse, il cuore degli operai, il cuore dei giovani".
Mettere in pratica le proposte sociali di giustizia, di onestà, di carità del Vangelo, non è forse risolvere la questione sociale alla radice, anche per un non credente?
Mio motto sociale era: "Andare al popolo", per renderlo cosciente dei suoi diritti e dei suoi doveri.
Personalmente cercai di realizzarlo suscitando dei collaboratori laici, sensibilizzando le classi dirigenti e gli imprenditori ai doveri cristiani, soprattutto di giustizia, coscientizzando i sacerdoti in cura d’anime e anche i seminaristi ai problemi sociali, perché uscissero di sacrestia e andassero al popolo.
Suscitai negli operai il bisogno di essere apostoli fra i loro compagni di lavoro.
Sostenni dapprima i sindacati misti (di operai e padroni) e poi i sindacati operai, perché fossero i lavoratori stessi protagonisti delle loro giuste rivendicazioni, nella conquista dei loro diritti.
Rinunciai alle mie simpatie monarchiche e divenni democratico, repubblicano secondo le direttive di Leone XIII.
Non sono stato un sociologo e neppure un caposcuola; non ho avuto pretese di originalità: sono stato solo un fedele interprete delle direttive socio-politiche di Leone XIII.
Mi hanno accusato di essere un prete socialista. In realtà sono stato audace, progressista in campo sociale, ma con giusto equilibrio. Sono stato un animatore, un direttore di coscienze: sapevo incitare e trattenere, incoraggiare e prevedere i pericoli. Il grande Leone Harmel mi onorò della sua illimitata fiducia, specialmente in campo dottrinale.
Questa è un po’ la sintesi del mio apostolato sociale, che ora preciserò meglio nei particolari.
Se vi ricordate, il 20 novembre 1893, avevo fatto uno dei sacrifici più dolorosi della mia vita: avevo rinunciato definitivamente alla direzione del collegio San Giovanni. Fui così più libero di dedicarmi alla congregazione e all’apostolato sociale.
Già l’8 giugno 1893 mons. Duval mi aveva proposto la presidenza della commissione di studi sociali della diocesi di Soissons.
Ricordo che il 15 maggio 1891 Leone XIII aveva pubblicato la famosa enciclica Rerum Novarum.
Si trattava di farla conoscere. Accettai la presidenza della commissione di studi sociali. Nacque così il Manuale sociale cristiano che presentava i princìpi sicuri della dottrina sociale cattolica e le sue soluzioni pratiche.
La prima edizione, fatta in collaborazione con altri scrittori, fu pubblicata nel 1894. Era un libretto di 132 pagine che, nella seconda edizione, pubblicata l’anno dopo, divennero più di 300.
Mons. Duval mi aveva chiesto di aggiungere una seconda parte, dedicata ai problemi pratici, specialmente del mondo rurale.
Rilevavo la situazione desolante di tante parrocchie francesi, ove i giovani e gli uomini erano scomparsi dalla chiesa.
L’opera era indirizzata non solo ai lavoratori, ma in modo particolare ai sacerdoti e ai padroni, se avevano la buona volontà di leggerla.
Con Leone Harmel e vari altri collaboratori avevamo iniziato fin dal 1887 i raduni di Val-des-Bois per i seminaristi e poi per i giovani sacerdoti e laici, per formarli ai problemi sociali e alla loro soluzione. L’iniziativa si ripeté regolarmente per quattordici anni, fino al 1901. In questi raduni il mio compito era di padre superiore della giovane comunità.
Un anno (1895) furono tante le domande di partecipazione che dovemmo trasferirci da Val-des-Bois al collegio San Giovanni.
Dal 9 al 14 settembre si svolse un vero congresso con 200 ecclesiastici provenienti da 30 diocesi diverse.
Leggo nel mio Diario: "Sono giornate memorabili, ardenti, luminose, che non si possono scordare. È un piccolo concilio, un concilio di giovani".
Partecipai anche ai grandi pellegrinaggi di operai che Leone Harmel organizzava perché i lavoratori conoscessero a Roma il loro papa, Leone XIII.
Mi convinco sempre più che "andare al popolo" significa dar fiducia ai lavoratori, non sostituirli, ma aiutarli ad aver coscienza dei loro diritti e dei loro doveri, soprattutto non privarli della dignità di essere protagonisti della loro storia, specialmente mediante i sindacati operai.
Sconfessavo così ogni paternalismo ed esigevo la realizzazione di un’autentica giustizia sociale.
Non sto a ricordare gli innumerevoli congressi sociali a cui ho partecipato, i libri che ho scritto, le riviste a cui ho collaborato. La mia attività era diventata vertiginosa. Lavoravo perché si affermasse la democrazia cristiana intesa, non come un partito politico, ma come l’organizzazione di tutte le forze sociali, senza distinzioni di classi, che si uniscono perché si facciano giuste leggi, si realizzino opere in favore del popolo, sempre in armonia con le esigenze del Vangelo.
Due delle famose conferenze, che tenni a Roma nel 1897 e seguenti, trattano proprio della democrazia cristiana e una dell’azione sociale della Chiesa e del prete. Proprio nel 1897 ebbi, con Leone Harmel e altre due personalità, una famosa udienza da Leone XIII. Il dialogo fu molto familiare. Mi accorsi che il Papa era preoccupato non solo della questione sociale, ma anche della situazione politica in Francia. Pensava a Stefano Lamy quale capo di una federazione cattolica di partiti.
"Credete che possa riuscire?" mi domandò.
Feci osservare che, malgrado il suo talento di scrittore e le sue belle qualità di uomo politico, Lamy non sembrava godere molto prestigio in vari ambienti cattolici e neppure l’autorità sufficiente per ottenere dei suffragi.
Allora Harmel rischiò: "E Alberto de Mun, Santo Padre?". Secondo il Papa era meglio tenerlo in disparte... Godeva dei suoi favori Stefano Lamy per il suo costante impegno di repubblicano e cattolico.
In realtà, nelle elezioni del 1898, la destra e la sinistra cattolica si ostacolarono a vicenda, favorendo i radicali e i socialisti.
In queste vicende, nonostante la mia ripugnanza ad impegnarmi in campo politico, ripugnanza che condividevo con Harmel, dovetti far da tramite tra i cattolici francesi e Roma. Con tutte le mie forze sostenni Lamy. Non approdai a nulla.
Il povero Lamy si trovò solo, esautorato di fronte e contro un potente esercito.
Le elezioni generali del 1898 furono una vera Sedan per i cattolici francesi.
Fu questa l’unica mia infelice esperienza politica.
La mia passione era la democrazia cristiana come movimento sociale. Nel congresso del 1897 svolto a Lione dal 1° all’8 dicembre, fu costituito un comitato direttivo diviso in tre sezioni: operaia, intellettuale, ecclesiastica. Venni eletto in quest’ultima con i preti democratici Lemire, Naudet, Garnier. Presidente del comitato direttivo era il grande Leone Harmel.
Nel 1897 la democrazia cristiana raggiunse il suo massimo splendore, ebbe ancora qualche giornata luminosa, poi si avviò inesorabilmente sulla via del declino.
Mi sono sempre stupito come un movimento così vitale, così sentito dagli operai e dai giovani sacerdoti, sostenuto con grande entusiasmo, in dieci anni sia sfumato e quasi sparito nel nulla.
Credo di trovare i motivi nel fatto che l’impegno organizzativo non corrispondeva all’entusiasmo; il consiglio nazionale si riuniva solo saltuariamente attorno al sacerdote-deputato Giulio Lemire. Mancavano i mezzi finanziari; sorsero rivalità e divisioni specialmente quando si volle trasformare la democrazia cristiana in partito.
L’unico grande organizzatore, incontestabile capo, sarebbe stato Leone Harmel, da tutti accettato e seguito; ma Harmel aveva sempre rifuggito dalla politica e Leone XIII, con l’enciclica Graves de communi del 1901, gli diede ragione: la democrazia cristiana doveva limitarsi all’attività socio-religiosa, volta a migliorare le condizioni sociali e materiali del popolo, in collaborazione con tutte le altre classi sociali.
Nel 1901 furono sospesi anche gli incontri di studi sociali di Valdes-Bois per i giovani sacerdoti e seminaristi, a causa delle vive opposizioni che suscitavano.
Il 20 luglio 1903 moriva Leone XIII.
Considerai il mio apostolato sociale attivo concluso. Non ricevetti alcun ordine dall’alto (Santa Sede) per sospenderlo.
Non andai soggetto a un processo involutivo misticizzante. Chi mi rivolge questa accusa, dimentica che è stata proprio la spiritualità del Cuore di Cristo, con l’esigenza dell’amore oblativo e della riparazione anche in campo sociale, a impegnarmi in favore dei più poveri, degli oppressi della società d’allora, i lavoratori.
In realtà, con la morte di Leone XIII veniva meno la mia fonte sicura di ispirazione in campo sociale e politico, in mezzo a tanti contrasti e divisioni dei cattolici francesi.
Al nuovo papa, Pio X, interessava soprattutto la difesa degli interessi religiosi della Chiesa.
I cattolici, in tutte le loro iniziative, dovevano dipendere dalla gerarchia. Tutte le pubblicazioni degli ecclesiastici dovevano sottostare all’approvazione dell’Ordinario.
Aggiungo lo scatenarsi in Francia (dal 1901 al 1905) della persecuzione contro le associazioni religiose. Era questione di vita o di morte anche per la mia congregazione.
Si trattava anche di farla approvare definitivamente dalla Santa Sede. Altra questione di vita o di morte.
Fu necessario l’intervento diretto di Pio X, per superare gli ostacoli frapposti dal Sant’Ufficio. L’approvazione arrivò improvvisa l’11 giugno 1906.
Voglio accennare anche alla rapida diffusione della congregazione e ai lunghissimi viaggi che feci dal 1906 al 1911.
Ero ormai alla soglia dei 70 anni ed era prossimo il tempo di tirare i remi in barca e ammainare le vele.
Il 14 marzo 1912 inviai ai miei religiosi una lunga lettera, intitolata: Ricordi. È come il mio testamento. In essa mi sono preoccupato di richiamare le due grandi iniziative della mia vita: "La prima, condurre i sacerdoti e i fedeli al Cuore di Gesù, per offrirgli un quotidiano tributo di adorazione e di amore. È un apostolato da continuare, diffondere, rendere più intenso...; la seconda, ho voluto anche contribuire all’elevazione delle classi popolari, con l’avvento della giustizia e della carità cristiana. Per questo ho speso buona parte della mia esistenza. Anche in questo settore il lavoro deve continuare".
Ormai sono vecchio. Il mio compito attivo è finito. Continueranno i miei religiosi: "Le masse non sono ancora convinte che solo la Chiesa possiede le soluzioni vere e pratiche di tutti i problemi sociali".
Pochi anni dopo (1914), scoppia la guerra, che coinvolge ben presto l’Europa e il mondo, e io rimango confinato per tre anni a San Quintino. Sono invitato più intensamente a vivere l’abbandono e la fiducia nella Provvidenza.

LOTTE PER LA VITA

Nel 1899 la situazione politica in Francia subì un cambiamento radicale che mi procurò anni di sofferenza e di lotta per salvare la mia piccola congregazione.
I repubblicani moderati si erano alleati con i radicali dando vita al governo Waldeck-Rousseau. Ritenendo che le congregazioni religiose esercitassero uno sproporzionato potere sociale e politico e fossero pericolose per lo Stato, Waldeck-Rousseau fece approvare il primo luglio 1901 la legge sulle associazioni.
In pratica le congregazioni dovevano domandare l’autorizzazione ad esistere entro tre mesi. Arbitro lo Stato di concederla o no.
Su 830 congregazioni, 615 presentarono la domanda.
Anch’io l’8 settembre 1901 inviai la richiesta al presidente del consiglio per costituirci in congregazione legalmente riconosciuta.
Il 17 dicembre 1902 ricevetti un decreto ministeriale con l’ordine di espulsione dei religiosi stranieri, essendo la loro presenza "un pericolo per la sicurezza pubblica". Una sinistra commedia.
Frattanto erano iniziate le defezioni.
Nel maggio 1902 leggo nel mio Diario: "Molti dei nostri vengono meno. Alcuni ci liberano da un peso; altri li rimpiango. La diocesi li accoglie molto facilmente, forse troppo... Lascio il giudizio a Dio". E pochi mesi dopo: "Vi sono ancora molte domande di secolarizzazione fra i nostri. È meglio che l’opera sia purificata dalle sue scorie. Vi sono tuttavia fra di loro delle anime che hanno avuto di certo la vocazione. L’hanno perduta per loro negligenza. Domando perdono a Nostro Signore della parte di responsabilità che posso avere in queste diserzioni. Non mi sono occupato abbastanza delle loro anime, non le ho abbastanza edificate".
Nel giugno 1902 sale al potere Emilio Combes, un laicista fanatico, che scatena la più spietata persecuzione contro le congregazioni religiose.
Respinge in blocco centinaia di domande di autorizzazione, eccetto cinque, che diventano congregazioni tollerate.
Combes agisce da dittatore: quello che decide, le camere ratificano.
I religiosi sono obbligati a diventare preti diocesani, le religiose a secolarizzarsi..., diversamente, rimane solo la clandestinità (molto pericolosa) o l’esilio.
Anch’io impacco le mie carte e alcuni libri e parto esule per Bruxelles. E il 18 novembre 1902. I beni delle congregazioni disciolte sono confiscati dallo Stato. Il loro valore è stimato un miliardo di franchi. Si tratta ora di venderli, anche se chi vende o compra è scomunicato.
Noi abbiamo tre case: il sacro Cuore, Fayet e Fourdrain. Lo Stato me le ha confiscate quando il 4 aprile 1903 ho ricevuto la notifica del rifiuto di autorizzazione ad esistere della mia congregazione. Non sto a narrare tutte le vicende giudiziarie, le iniziative, gli appelli all’opinione pubblica.
La conclusione fu questa: Casa s. Cuore fu da me riacquistata per 10.050 franchi; Fayet fu comperata per p. Legrand da un suo amico per 2.000 franchi. La più bella proprietà, quella di Fourdrain, andò irrimediabilmente perduta.
La persecuzione di Combes ebbe anche i suoi vantaggi: favorì la fondazione di nuove case all’estero. Fra tutte ricorderò la casa di Albino (Bergamo) nel 1907.
Il fanatismo e la mania persecutoria di Combes naufragarono nel disgusto della slealtà e nell’ignominia della delazione. Il 18 gennaio 1905 dovette dimettersi. Era "un gesuitismo alla rovescia - affermava Clemenceau - ove si spara a tradimento dai nascondigli di un bosco.
Sopravvissuta alla persecuzione dello Stato francese, dovevo ora infondere un potente alito di vita alla mia congregazione, con l’approvazione definitiva di Roma, senza la quale sarei sempre vissuto nell’insicurezza e nell’incertezza di iniziare nuove opere, di accettare le numerose vocazioni che la Provvidenza mi inviava.
L’ostacolo più grave era costituito dal Sant’Ufficio, che non possedeva documenti scritti sulla mia totale obbedienza, quando la congregazione era stata soppressa (1883).
Altro ostacolo: l’impossibilità di ottenere una lettera di raccomandazione da mons. Vittore Deramecourt, vescovo della diocesi per la quale mi ero maggiormente sacrificato, quella di Soissons.
Il racconto di tutte le difficoltà e pene della lunga "via crucis" per ottenere l’approvazione definitiva da parte di Roma, sarebbe per me un riaprire ferite profonde ormai rimarginate.
Vi basti la conclusione. In un ultimo disperato tentativo, o meglio assalto, mi rivolsi al mio grande amico, il card. Rampolla. Gli aprii proprio tutto il mio cuore addolorato ed esacerbato per tante opposizioni. Egli mi disse semplicemente: "Vada su!", ossia si rivolga direttamente al Papa.
Il 9 aprile 1906 Pio X mi accoglie in udienza, mi ascolta con grande bontà fissando il Crocifisso, poi prende un foglio di carta e scrive: "Voglio che questo affare vada avanti e sia sistemato!".
Veramente Pio X ha salvato la congregazione: "Non dubitate, sarete approvati".
Finalmente l’11 giugno 1906, all’una del pomeriggio, arriva la buona notizia: la congregazione è approvata definitivamente e le costituzioni per dieci anni.
Cantiamo tutti il Magnificat e rinnoviamo i voti.
Non voglio finire questo capitolo senza accennare allo sviluppo della congregazione in Italia.
Era stato Pio X a indirizzarmi verso la diocesi di Bergamo. Il vescovo, mons. Radini-Tedeschi, era mio grande amico. Dopo varie peripezie ci stabilimmo al Albino, presso il santuario di Nostra Signora di Guadalupe (1907). Ma, dopo un anno, essendo impossibile l’accordo col fondatore del santuario, don Federico Gambarelli, traslocammo in una casa offerta dal notaio Solari, finché nel 1910 la nuova casa fu benedetta dal vescovo di Bergamo. Da Albino avvenne la diffusione in tutta Italia.

GLI ULTIMI ANNI

Ho viaggiato molto nella mia vita.
Fra i tanti libri che ho scritto vi sono anche tre libri di viaggi: uno nel Nord-Africa; uno in Spagna; uno nell'America latina. Il viaggio più lungo fu indubbiamente il giro del mondo, compiuto dal 10 agosto 1910 al 2 marzo 1911.
Amici carissimi mi avevano invitato al congresso eucaristico di Montréal. Avrei visitato così gli Stati Uniti e il Canada fino alla nostra missione nell’Alberta, verso il Pacifico.
Il ritorno avvenne dalla parte dell’Asia. Mi resi conto della reale situazione delle missioni cattoliche. Si aprì la prospettiva di una nuova missione per la congregazione nelle Indie olandesi (Indonesia). Stesi una lunga relazione alla Santa Sede e ne parlai a voce con Pio X.
Dal 1912 al 1914 viaggiai ancora molto per visitare le case della congregazione. Tuttavia il 1912 segna una svolta nella mia vita spirituale.
Gli anni più intensi spiritualmente furono quelli di seminario (1865-1871) e i primi anni di vita religiosa (1877-1883).
Leggo nel mio Diario una valutazione degli anni trascorsi dal 1892 al 1912 e così li giudico: "Una vita mista di giorni buoni e di giorni di grande miseria" e ancora "un tempo di aridità e di lotta".
Feci gli esercizi spirituali nel mese di settembre 1912, domandandomi se il periodo 1892-1912 era stato un periodo di prova o una punizione. Ecco la risposta; la leggo nel mio Diario: "...piuttosto di punizione... Nostro Signore ha permesso al demonio di lanciarmi continui assalti. Ricevevo delle grazie per gli altri ma non molto per me stesso... Tutto rivive dopo gli esercizi spirituali di settembre del 1912. È un’altra vita. La vita interiore è rinnovata e si accentua... Nostro Signore mi conduce presto, sensibilmente e con chiarezza a una grande unione".
Avanzando negli anni, la mia vita spirituale è sempre più caratterizzata da una profonda contemplazione e unione d’amore con la ss. Trinità.
Nel gennaio 1915 ho la grazia di leggere la vita di sr. Elisabetta della Trinità. Ne rimango affascinato, come dell’autobiografia e della vita d’infanzia spirituale di sr. Teresa di Lisieux.
Nel caso di sr. Elisabetta è l’attrazione alla vita interiore in comunione d’amore con i Tre. Sono giunto alla fonte dell’amore oblativo, l’anima profonda del carisma della mia congregazione che, vissuto come l’ha vissuto Gesù, esige l’esperienza della croce e quindi dell’immolazione, per realizzare la riparazione.
È spiegata così tutta la "mistica" e la "politica" del mio apostolato.
Dall’amore oblativo del Cuore di Cristo, contemplato e amato, è scaturita tutta la mia vita interiore e tutto il mio impegno apostolico in campo sociale e missionario.
Ritorno spesso sulla devozione trinitaria. Il ricambio d’amore oblativo alla Trinità diventa la mia preghiera continua.
Leggo nel mio Diario: "Devo vivere in questo piccolo angolo di cielo in me, dove abita la Trinità santa. La grazia mi aiuterà... La mia preghiera! Ecco come è in quest’ultimo periodo della mia vita: saluto la santissima Trinità: il mio Padre creatore; il Verbo di Dio, fattosi mio fratello e mio redentore; lo Spirito Santo, diventato mia guida e mio consolatore. Assisto alla grande messa del cielo: Gesù si offre al Padre suo come l’agnello immolato fin dal principio...".
Intanto era sopraggiunta improvvisa la prima guerra mondiale. Il 2 agosto 1914 è ordinata la mobilitazione generale. La mia congregazione è decimata: trentacinque francesi e altrettanti tedeschi sono colpiti dalla mobilitazione.
Il 20 agosto 1914 muore Pio X. È stato nostro amico, nostro benefattore. Ci ha dato l’approvazione. Era un santo; prego per lui e lo invoco. Come era buono, semplice, familiare quando andavo a trovarlo!
Il 3 settembre 1914 è eletto papa il card. Della Chiesa, Benedetto XV. È uno dei nostri amici.
Durante il periodo angoscioso della guerra rimango confinato a San Quintino. Le preoccupazioni per la mia famiglia, per la congregazione, per la mia patria mi logorano. Anche fisicamente non ne posso più. La bronchite cronica mi fa tossire. Sputo sangue. La notte del 31 ottobre 1915 un violento accesso di tosse rischia di soffocarmi. Credo sia mancato pochissimo perché tutto fosse finito... Sono una nave logora.
Durante i tristi giorni della guerra scrivo il mio "testamento spirituale" lasciando ai miei religiosi "il più meraviglioso di tutti i tesori: il Cuore di Gesù".
Li esorto ad amare e offrire riparazioni al Cuore di Cristo, abbandonandosi a lui in spirito di vittima, sopportando con pazienza e anche con gioia tutte le croci inviate dalla Provvidenza.
Chiedo perdono ai miei figli di averli così poco edificati, delle pene che ho loro causato. Spero ugualmente di salvarmi. Raccomando loro di amarsi fraternamente, di rispettare i superiori, di essere riconoscenti verso le Suore Ancelle.
L’ultima mia parola è per raccomandare la fedeltà all’adorazione quotidiana, l’adorazione riparatrice, fatta in nome della Chiesa per consolare Nostro Signore e affrettare il regno del s. Cuore nelle anime e nelle nazioni.
Nella primavera del 1917 i tedeschi ordinano l’evacuazione di San Quintino. Parto il 12 marzo, con un pesante zaino sulle spalle; ma sento ancor più il peso della mia età (75 anni).
Viaggio per un giorno intero, sempre in piedi, su un vagone merci, finché a sera giungo sfinito a Enghien (Belgio). Attraversando i binari, inciampo e cado. Ho un attacco cardiaco, mi sento morire. Finalmente mi rialzo sanguinante. Vengo ospitato e curato fraternamente dai gesuiti.
Il 17 marzo, a Soignies (Belgio), muore madre Maria del Cuore di Gesù, la fondatrice delle Ancelle. Il 20 partecipo ai suoi funerali. È un’anima santa che dal cielo ci aiuterà... Ha pregato e fatto pregare quanto nessun’altra anima al mondo.
Finalmente il 19 aprile 1917 giungo malandato ed esausto nella nostra casa di Bruxelles. Nel mese di ottobre il mio amico, Benedetto XV, si ricorda di me, mi ottiene un salvacondotto per Roma, ove arrivo solo il 31 dicembre.
Il 3 gennaio 1918 il Papa mi riceve in udienza.
Rimango circa quattro mesi a Roma. Riparto il 25 aprile.
Nell’ultima udienza ho domandato al Papa di dedicare in San Pietro un altare al s. Cuore. Sono stato esaudito.
Lasciata Roma, passo per Bologna e raggiungo la Francia. L’11 novembre 1918 è il giorno dell’armistizio. È la fine di una terribile, sanguinosa, inutile guerra.
All’inizio di dicembre del 1918 sono di nuovo in Italia, ospite del Seminario francese di S. Chiara. Il 22 celebro il 50° anniversario della mia ordinazione sacerdotale e prima messa... Mi sembra che quella prima messa (del 1868) così lontana sia di ieri: lo stesso altare, la stessa messa della quarta domenica d’avvento. È un giorno di grazie.
Le feste del mio giubileo sacerdotale culminano con l’udienza di Benedetto XV, che mi consegna una medaglia d’oro.
Nell’udienza di congedo, il 26 febbraio 1919, il Papa mi parla della fondazione di una casa a Roma e della costruzione di una chiesa in un nuovo quartiere.
Da qui il mio impegno per costruire una chiesa al sacro Cuore a Roma, che diventerà poi il tempio-basilica di Cristo Re, con un seminario per le missioni. La prima offerta mi viene da Benedetto XV: sono 200.000 lire. Raccogliere offerte per questa grande opera sarà l’ultima fatica della mia vita.
Debbo pensare anche alla ricostruzione della mia povera, lacerata congregazione. Il 7-8 aprile 1919 sono a San Quintino. La città è un ammasso di rovine. Mi sento male dinanzi a tante distruzioni!
Il 10 aprile 1919 arrivo a Bruxelles. Ritrovo finalmente una casa, una vita di comunità. Ero vagabondo da 16 mesi.
Ormai il mio riposo è solo il Cuore di Gesù.
Con questa fiducia organizzo l’ottavo Capitolo Generale che si tiene felicemente a Heer presso Maastricht (Olanda) dal 29 al 31 luglio 1919. Mi danno come assistente p. Lorenzo Philippe, assecondando i miei desideri. La riorganizzazione dell’Istituto procede bene. La casa-madre di Bruxelles sarà ormai la mia stabile dimora. Dedico le mie ultime forze all’opera di Roma: procurare i mezzi finanziari è una fatica ardua, monotona e spesso infruttuosa. La mia questua produce assai poco! Bisogna che mi ricordi l’insegnamento del Vangelo: la fede fa miracoli.
Il 22 gennaio 1922 muore Benedetto XV, il mio papa tanto benevolo e tanto amato, fedele nell’amicizia durata 25 anni!
Gli succede Pio XI, benefattore della nostra scuola apostolica di Albino. Mi invia una delle sue prime benedizioni, mi incoraggia per l’opera di Roma, inviandomi un’offerta di 10.000 lire, emozionato fino alle lacrime di non poter dare di più. Ho la consolazione, prima di morire, di vedere l’opera bene avviata.
Nel 1923, in occasione dei miei 80 anni, mi giungono lettere da tutte le parti, con testimonianze di simpatia e di benevolenza, anche dal vescovo di Soissons, mons. Binet. È molto più di quanto io meriti.
Il 5 dicembre 1923 la Santa Sale approva definitivamente anche le costituzioni.
Ormai penso costantemente al cielo. Vivo con i miei protettori e i miei amici di lassù... Non tengo più alla vita: Cupio dissolvi et esse cum Christo - Desidero essere sciolto dal corpo per essere con Cristo!
Nel gennaio 1925 inizio così il 45° quaderno del mio Diario: "È l’ultimo quaderno e forse l’ultimo anno. Fiat... L’ideale della mia vita, il voto che formulavo tra le lacrime nella mia giovinezza, era di diventare missionario e martire. Mi pare che quel voto si sia compiuto...
Sono il più piccolo e il più indegno dei fondatori, e nondimeno provo il bisogno di unirmi a tutti i fondatori, i cui nomi durante l’orazione mi ritornano al pensiero: Benedetto, Bernardo, Francesco, Domenico, Ignazio, Filippo Neri, Francesco di Sales, Vincenzo de’ Paoli, Alfonso, Giovanni Battista de la Salle, Giovanni Eudes, Paolo della Croce, Libermann, Don Bosco, Lavigerie, d’Alzon... Queste grandi anime avevano un ideale grandioso: guadagnare il mondo a Gesù Cristo. A questo fine hanno pregato, sofferto e lavorato. Io mi unisco quotidianamente e vorrei elevare il mio ideale all’altezza del loro: amo ardentemente Nostro Signore e vorrei promuovere il regno del s. Cuore.
O Cuore di Gesù languisco per il desiderio di essere unito a te, di possederti, di inabissarmi in te, che sei la mia dimora per sempre".

VERSO LA GLORIA

Questo desiderio si è compiuto il 12 agosto 1925. Nel luglio 1925 a Bruxelles, si era diffusa una epidemia di gastroenterite e vari padri si erano ammalati. P. Dehon andava a visitarli, per dir loro una buona parola.
Il 4 agosto anche p. Dehon, dopo la messa, deve mettersi a letto. Le sue condizioni generali sono buone. I medici sono ottimisti. Il malato continua ad occuparsi degli affari della congregazione col suo assistente, p. Philippe.
Passa però le notti insonni. Prega e offre le sue sofferenze per l’istituto. Nella notte fra il 9 e 10 agosto le sue condizioni peggiorano. Il cuore si è notevolmente indebolito. Le sue sofferenze si sono fatte acute: "Soffro dal mattino alla sera e dalla sera al mattino". Di notte percorre tutte le stazioni della via crucis. Guarda spesso il Crocifisso e mormora: "Espio per l’opera".
Prima di ricevere il viatico fa umilmente a p. Philippe la sua confessione generale.
L’11 agosto gli è amministrata l’unzione degli infermi.
Ricevendo il viatico rinnova i suoi voti religiosi e il voto d’immolazione: "Per questo ho bisogno della croce".
La lucidità di mente è perfetta. P. Philippe domanda a nome di tutti i membri della congregazione la sua benedizione. P. Dehon stende le braccia, traccia un segno di croce, dicendo con voce chiara le parole della benedizione.
Mercoledì mattina, 12 agosto, le crisi cardiache si fanno sempre più frequenti. Il morente soffre molto e indica il cuore. Verso mezzogiorno entra in agonia.
A un tratto stende la mano verso un’immagine del sacro Cuore e dice con voce chiara: "Per lui vivo, per lui muoio".
Sono le sue ultime parole. Alle 12,10 del 12 agosto 1925 rende l’ultimo respiro.
Le cerimonie funebri si svolsero a Bruxelles e a San Quintino, nella basilica da lui tanto amata. Il vescovo di Soissons, mons. Binet, pronunciò un commovente elogio funebre. Le spoglie di p. Dehon furono tumulate nella tomba della congregazione nel cimitero di San Quintino. Riesumate nel 1963, riposano ora nella chiesa di San Martino, costruita da p. Dehon nel 1890 per un sobborgo di San Quintino.
Così si è conclusa la vicenda terrena del servo di Dio Giovanni Leone Dehon. La sua causa di beatificazione è introdotta a Roma.
Fra le carte che contenevano le ultime volontà di p. Dehon fu trovato un foglio con questa scritta: "Patto d’amore con Nostro Signore" e sulla busta una frase in latino che sintetizza tutta la sua vita: "Non disdegnare, o Signore, di ricambiare la tua amicizia al tuo povero, piccolo discepolo: fiat, fiat!".
Ecco il testo del patto d’amore:
"Patto con nostro Signore: Gesù mio, dinanzi a te e al Padre tuo celeste, alla presenza di Maria immacolata, mia madre, e di san Giuseppe, mio protettore, faccio voto di consacrarmi per puro amore al tuo sacro Cuore, di dedicare la mia vita e le mie forze all’opera degli Oblati del tuo Cuore, accettando fin d’ora tutte le prove e tutti i sacrifici che ti piacerà domandarmi. Faccio voto di dare per intenzione a tutte le mie azioni il puro amore per Gesù e il suo sacro Cuore, e ti supplico di toccare il mio cuore, di infiammarlo del tuo amore, affinché non abbia solo l’intenzione e il desiderio di amarti, ma anche la gioia di sentire, per l’influsso della tua santa grazia, tutti gli affetti del mio cuore accentrati unicamente in te".

 

Cronologia di Leone Dehon

 

1843 Nascita a La Capelle.

1856 Prima chiamata al sacerdozio.

1859 Studente in diritto a Parigi. Aderisce alla Conferenza di s. Vincenzo.

1864 Laurea in diritto. Viaggio di 8 mesi in Medio Oriente.

1865 Entrata nel seminario francese di Roma.

1866 Laurea in filosofia.

1868 Ordinazione sacerdotale.

1869-1870 Concilio Vaticano I. Leone Dehon vi panecipa come stenografo.

1871 Laurea in teologia e diritto canonico.

1871 Cappellano a San Quintino.

1872 Fondazione del Patronato S. Giuseppe.

1873 Il sacerdote Dehon è confessore e direttore spirituale delle Suore Ancelle del s. Cuore.

1873 Fonda il Circolo cattolico degli operai a San Quintino.

1874 Diventa segretario dell’Ufficio diocesano delle Opere della diocesi di Soissons.

1874 Inizia la pubblicazione del giornale: "Le Conservateur de l’Aisne’.

1877 Decide di fondare la congregazione degli Oblati del S. Cuore.

1877 Fondazione del collegio San Giovanni a San Quintino.

1878 Leone XIII è eletto papa.

1878 Prima professione religiosa di L. Dehon. Ha inizio la Congregazione degli Oblati del s. Cuore di Gesù.

1883 Apertura della prima casa della congregazione fuori della Francia, a Sittard, in Olanda.

1883 Roma sopprime l’Istituto degli Oblati del s. Cuore.

1884 Roma autorizza l’Istituto diocesano dei Sacerdoti del s. Cuore di Gesù.

1888 Decreto di lode di Leone XIII.

1888 Udienza di Leone XIII: "Predicate le mie encicliche".

1888 Partenza dei primi missionari per l’Ecuador.

1889 Fondazione della rivista "Il regno del s. Cuore nelle anime e nelle società".

1891 Enciclica Rerum Novarum.

1894 Pubblicazione del "Manuale sociale cristiano".

1897 Conferenze romane su temi sociali.

1897 Inizio della missione in Congo belga.

1900 Congresso ecclesiastico di Bourges. P. Dehon tiene la relazione di apertura.

1901 Pubblicazione di "La vita d’amore nel Cuore di Gesù".

1903 In Francia, decreto di esplusione dei religiosi di p. Dehon.

1906 Approvazione definitiva della Congregazione.

1910 Viaggio attorno al mondo.

1914 Prima guerra mondiale.

1919 Pubblicazione de "L’anno col s. Cuore".

1920 Progetto di un tempio-basilica del S. Cuore a Roma. P. Dehon dedica i suoi ultimi anni a raccogliere i fondi necessari per questa costruzione, ultimata nel 1934.

1925 Morte di p. Dehon a Bruxelles, il 12 agosto. Viene sepolto a San Quintino.

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