L'EDUCAZIONE
DEI RAGAZZI E DEI GIOVANI

(Pedron Lino)


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titoli

Indice:

I - CONSIDERAZIONI GENERALI
A) Gli educatori
B) I ragazzi e i giovani di oggi
C) Gli atteggiamenti pastorali fondamentali

II - QUALCHE ELEMENTO DI PASTORALE GIOVANILE
A) La parrocchia e i ragazzi
B) La parrocchia e i giovani

CONCLUSIONE

 

 

 

I - CONSIDERAZIONI GENERALI

A) Gli educatori

È compito grave e irrinunciabile della Chiesa, sposa di Cristo, impegnarsi a condurre alla piena maturità quella vita nuova da lei continuamente generata mediante l’annuncio della verità che salva e la celebrazione dei divini misteri. Il compito educativo è dunque intrinseco alla missione della Chiesa, come quello cherigmatico (primo annuncio), quello liturgico e quello caritativo.

Questo compito educativo non è un’azione occasionale o una supplenza, né una benevola concessione dell’autorità civile. Esso è connesso con la fondamentale prerogativa materna della Chiesa.

L’opera di formazione del credente tocca tutto l’arco dell’esistenza, ma acquista una rilevanza eccezionale per i ragazzi e per i giovani. La Chiesa lavora a sviluppare l’esistenza cristiana nei ragazzi e nei giovani attraverso molte persone. Esse, in quanto esercitano una missione che si radica nel loro battesimo, attuano tutte la maternità della Chiesa: in esse e attraverso la loro opera la Chiesa si fa sempre più madre nei confronti dei figli di Dio da educare.

I principali educatori nella Chiesa sono: i genitori cristiani, i sacerdoti e gli altri ministri, gli insegnanti e gli educatori a ogni titolo e livello, e la comunità cristiana in cui sono inseriti i battezzati da educare. A questi bisogna aggiungere anche la scuola cattolica nel suo insieme che è chiamata a farsi strumento, in modo integrale e coerente, dell’azione educativa della Chiesa.

 

1. I genitori

Va riaffermata con forza e avvalorata la funzione primaria dei genitori, proprio in quanto genitori cristiani: in virtù del sacramento del matrimonio essi hanno e esercitano un vero e proprio ministero ecclesiale per l’educazione dei figli. Essi perciò sono sempre da chiamare in causa e da coinvolgere nelle diverse iniziative pedagogiche della comunità.

Tuttavia dobbiamo essere realisti: nel mondo di oggi sono sempre più frequenti i casi di genitori che, per mancanza di fede personale o di coerenza nella vita, non sono in grado di compiere adeguatamente questo compito loro proprio.

Perciò più che supporre una situazione che dovrebbe esserci, ma che non c’è, gli altri educatori e l’intera comunità ecclesiale si impegneranno a supplire, meglio che possono, a queste dolorose inadempienze dei genitori. Anzi, si dovrà predisporre attraverso le iniziative della pastorale dei ragazzi e dei giovani qualche opportunità per la rinascita e la vitalizzazione della fede dei genitori.

 

2. I sacerdoti e gli altri ministri

Ogni sacerdote, che è maestro e pastore dei suoi fratelli, deve sentire profondamente l’obbligo specifico di essere maestro e pastore dei fratelli nell’età evolutiva, che sono più bisognosi di insegnamento e di guida.

Il beato Andrea Ferrari arcivescovo di Milano diceva di non voler ordinare preti quei giovani che non si sentissero disposti a lavorare in oratorio. I giovani sacerdoti, prima e più che orientarsi a esercitare la carità pastorale in altri campi magari più vistosi ed eccezionali, devono considerare normale e previdente l’educazione alla vita di fede dei ragazzi e dei giovani.

I diaconi e i ministri istituiti, nella misura delle loro attitudini personali, daranno il loro apporto caratteristico anche in questo delicato settore dell’azione pastorale.

 

3. Gli insegnanti cristiani

Parliamo di quei catechisti parrocchiali, dei docenti di religione nella scuola, e di tutti i credenti che insegnano nelle varie discipline. Dalla vivacità e dalla limpidezza della loro fede saranno motivati a sentirsi tutti investiti della missione materna della Chiesa nei confronti delle nuove generazioni, e si studieranno di armonizzare la loro opera col disegno pedagogico complessivo della comunità cristiana.

 

4. La comunità cristiana

Ogni comunità cristiana si consideri sempre organismo e parte attiva della Chiesa educante. Per questo deve dare spazio all’integrale formazione cristiana dei ragazzi e dei giovani attraverso iniziative organiche e permanenti, e dare tempestivamente gli aiuti culturali necessari quando si accorgesse che i suoi ragazzi e i suoi giovani sono vittime - nella scuola, in famiglia, nei vari ambienti di vita - di presentazioni faziose della verità evangelica, della legge morale, della storia,

 

B) I ragazzi e i giovani di oggi

Sappiamo che nel mondo esiste il bene e il male, esistono ombre e luci per cui ci sono sempre motivi di preoccupazione e di speranza. Non vogliamo essere né pessimisti, né ottimisti, ma realisti: esiste il buon Dio e il demonio; esistono i buoni e i cattivi. Abbiamo però la certezza che la vittoria finale è di Cristo. La nostra speranza si appoggia sulla certezza della fede e per questo riesce a stare salda anche dopo le esperienze più deludenti.

 

1. Attenzioni interessate

I ragazzi e i giovani sono oggetto di molte attenzioni, non tutte però disinteressate e benefiche. Sono visti come consumatori di articoli di moda sempre più raffinati e complessi, come clienti di un mercato organizzato per creare necessità fittizie sempre più estese.

I giovani sono talvolta oggetto di un’ammirazione irragionevole e di una adulazione senza criterio e senza vera stima, solo perché la cultura dominante esalta la bellezza, la salute, l’efficienza, considerandoli i beni supremi dell’uomo. In questo modo i modelli invidiabili di vita non sono più gli uomini saggi, giusti, altruisti, capaci di donarsi per qualche ideale, ma appunto quelli che possiedono il fascino e la prepotenza degli inizi della vita; coloro cioè che più degli altri avrebbero bisogno di esempi da studiare e da imitare. Allevati in un mondo dove lo spontaneismo senza norme, la libertà senza contenuti, la possibilità di affermare in assoluto i propri diritti sono ritenuti da molti i soli valori ai quali ispirare ogni azione educativa, i giovani oggi arrivano spesso fragili ed impreparati ad affrontare le immancabili difficoltà dell’età evolutiva.

 

2. Poveri di verità

Con l’allungarsi del tempo scolastico e il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione, i giovani diventano senza dubbio sempre più ricchi di impressioni, di nozioni, di stimoli, ma si fanno anche sempre più poveri di verità. Il mondo della scuola e quello dell’informazione, infatti, non propongono sufficienti ragioni plausibili per impegnarsi a vivere, né regole convincenti di comportamento.

 

3. La crisi della famiglia

Un numero sempre più grande di ragazzi e di giovani hanno grandi possibilità di alimentazione, di istruzione, di esercitazione fisica e di svago, ma sono spesso defraudati di alcuni fondamentali diritti: il diritto di crescere in una famiglia stabile, concorde, in pace; il diritto di avere dei genitori che sappiano sacrificarsi per il bene dei figli; il diritto di avere un padre e una madre che si integrino vicendevolmente come educatori; il diritto di non essere vezzeggiati e colmati di regali da un padre e una madre in discordia tra loro e quindi in gara per accaparrarsi con i doni e le concessioni l’affetto dei figli.

 

4. Il tesoro della giovinezza

Di fronte a questi problemi ci sono anche tanti valori che ci danno fiducia. Giovanni Paolo II ci ricorda alcune caratteristiche della giovinezza: "Giovinezza vuol dire libertà da preconcetti e sclerotizzazioni ideologiche, che impediscono di aprirsi alla verità nella sua interezza. Giovinezza vuol dire capacità di speranza e di tensione verso traguardi non puramente utilitaristici; vuol dire disponibilità a pensare ed a operare ‘in grande’ senza lasciarsi intimidire dalle presunte esigenze di leggi e meccanismi inadeguati alla dignità della persona; vuol dire saper cogliere in ogni situazione e avvenimento la possibilità di procedere oltre, di cercare ancora e di operare più profondamente per consentire all’uomo di non chiudersi in prigioni da lui stesso edificate. Giovinezza è infine propensione alla solidarietà e al desiderio di comunione che sono insiti nell’animo umano, non ancora soffocato dalla ricerca smodata dell’interesse individuale".

 

5. L’iniziale conformità a Cristo

Queste positive connotazioni hanno una ragione teologica profonda. È vero che ogni uomo nasce con il peccato originale, che lascia nel suo cuore, anche dopo la rinascita del battesimo, un cumulo di inclinazioni perverse. È altrettanto vero che l’uomo può essere immerso in un’atmosfera per molti aspetti ostile alla mentalità cristiana e sfavorevole alla verità. Ma resta sempre uomo, cioè una creatura che fin dall’inizio è stata creata ad immagine di Dio e modellata su Cristo, derivata da lui e orientata a lui. Questa iniziale conformità al Signore Gesù è spesso nascosta e quasi soffocata sotto i condizionamenti negativi acquisiti da una cultura di vanità, di menzogna, di morte; ma in nessuna creatura umana viene mai totalmente soffocata o annientata. E quanto meno questa cultura di vanità, di menzogna e di morte ha avuto tempo di infierire con i suoi influssi malefici, tanto più l’uomo è ancora nativamente aperto alla luce e alla grazia.

Sotto questo aspetto i ragazzi e i giovani (più che gli adulti e gli anziani) sono disponibili ad accogliere l’insegnamento dell’unico vero maestro, il Cristo. Questo non va mai dimenticato da parte di chi si accinge a educare nel nome del Signore. Per quanto le situazioni esteriori siano poco propizie alla comunicazione della verità evangelica e della vita divina, abbiamo sempre degli alleati potenti nell’intimo dei nostri interlocutori: la loro mente che è fatta per la verità, il loro cuore che anela invincibilmente alla giustizia, il loro spirito che è originariamente aperto all’influsso dello Spirito Santo, tutto il loro essere autentico che aspira istintivamente a diventare pienamente se stesso assimilandosi al Figlio di Dio crocifisso e risorto.

 

6. La personalità cristiana

I ragazzi e i giovani che di solito incontriamo non sono soltanto immagini appena abbozzate di Cristo per il solo fatto di essere uomini. Dio infatti ha già avviato e condotto a buon punto il lavoro di rifinitura: nel battesimo essi hanno già ricevuto gli elementi costitutivi essenziali della loro personalità cristiana; hanno celebrato la cresima, sono stati ripetutamente nutriti dall’eucaristia, Pane di vita eterna; hanno avuto l’infusione della fede, della speranza, della carità e hanno ricevuto i doni dello Spirito.

Nella difficile impresa della formazione alla maturità dell’uomo redento, nella quale vediamo spessissimo vanificata la nostra fatica, dobbiamo ricordarci di tutte queste energie divine che favoriscono il nostro lavoro, anche se non possiamo riscontrarle nei risultati immediati. Il Signore che le ha donate, le saprà anche attivare secondo un disegno e un ritmo che non sempre corrispondono agli itinerari e ai tempi di crescita da noi auspicati, ma sempre sono efficaci ai fini del vero bene dell’uomo.

 

7. Il tramonto dei miti e la benefica spregiudicatezza

Per rianimare la nostra speranza dobbiamo aggiungere che le nuove generazioni si trovano per qualche aspetto avvantaggiate nei confronti degli ultimi decenni trascorsi. I miti e le ideologie, che possono distoglierle dalla verità e traviarle, sono ancora sulla scena, ma, dopo i ripetuti fallimenti, sono diventati un po’ meno aggressivi.

Le sane certezze esistenziali, che danno senso e consistenza alla vita, sono ancora derise e quasi colpevolizzate da parte di molti maestri del niente, ma questi apostoli del non-senso, del dubbio e del vuoto sembrano oggi meno sicuri di sé e dei loro squallidi insegnamenti. Qualcuno comincia a non essere più così risoluto nel proclamare la morte di Dio, la fine del sacro, la dannosità della Chiesa. Al contrario si fa strada nella mente di quanti sono ancora capaci di analisi spregiudicate, che la Chiesa, il sacro, Dio sono ciò che rimane di vivo, di nuovo, di sensato in mezzo al declino generale di tutte le dottrine umane, all’invecchiamento di tutti gli avanguardismi, alla sempre più manifesta assurdità delle cose e degli avvenimenti. Anche il gusto dell’autonomia e dell’insubordinazione, che c’è in molti giovani, può perfino giocare a favore della loro salvezza, consentendo loro di reagire contro "la possibile influenza negativa del mondo degli adulti, nel quale talvolta prevalgono sentimenti di chiusura egoistica sullo sfondo di una società che spesso non ha saputo sviluppare valori duraturi e fecondi" (Giovanni Paolo II).

 

8. L’insidia della debolezza morale

Tutti questi dati positivi ci allargano il cuore, anche se dobbiamo rilevare, con la stessa oggettività, che il permissivismo imperante, il culto del successo, l’eclissi degli ideali meritevoli di abnegazione e di fedeltà, l’atmosfera di scetticismo e di cinismo nelle quali sono state costrette a crescere le nuove generazioni e l’edonismo che vedono vantato dagli adulti come una conquista sociale, infiacchiscono i nostri giovani più di quanto non sia mai avvenuto e li espone al rischio di decadenze precoci e spesso senza ritorno. Ce l’ha ricordato il papa Giovanni Paolo II: "L’esaltazione del piacere ricercato per se stesso affascina le personalità più fragili e le porta ad evadere dall’intima verità del proprio essere verso forme di pericolosa superficialità, di acritica adesione all’ultima moda e, nei casi più gravi, di resa rassegnata al dramma della droga e dell’alcolismo". Ma se questa è la pericolosa e amara condizione mondana, nella quale i nostri figli sono chiamati a farsi uomini nuovi in Cristo, non dimentichiamo che è ancora vera la parola di Cristo: "Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo!" (Gv 16, 32).

 

C) Gli atteggiamenti pastorali fondamentali

La comunità cristiana deve risvegliare e ravvivare alcuni atteggiamenti fondamentali nei confronti del mondo giovanile, quali l’attenzione, la comprensione, la simpatia, la prospettiva di fede, la concreta operosità pastorale.

 

1. Un’attenzione che nasca dall’amore

Dare attenzione ai ragazzi e ai giovani significa aver tempo per loro, assicurare ad essi uno spazio tra le varie attività comunitarie, saper comprendere le loro richieste di aiuto anche quando sono espresse in modi sbagliati o sconcertanti, saper capire i loro malesseri e i loro iniziali sbandamenti. Significa notare tempestivamente le loro malinconie, le loro pericolose solitudini, i loro conflitti interiori. Significa saper ascoltare quando sono disposti a comunicare, sollecitarli alla confidenza quando tendono a rinchiudersi nel mutismo, intrattenerli quando si avvicinano, aspettarli quando se ne vanno lontano. In una parola, significa accorgersi che ci sono e far loro capire che sono conosciuti e amati.

 

2. Una comprensione paziente

L’attenzione cordiale diventa naturalmente comprensione. Comprendere i ragazzi e i giovani non vuol dire lasciar correre tutti i loro errori, approvare tutte le loro vuotezze, accettare passivamente tutte le ingiustizie e le crudeltà di cui i giovani, come gli adulti, sono capaci.

Vuole dire invece conoscerli nei loro problemi, nelle loro difficoltà, nei loro conflitti. Vuol dire apprezzarli nelle loro sincere aspirazioni, anche quando sono incerte e indefinite. Vuol dire pazientare di fronte alle loro impazienze, non scoraggiarsi per la loro incostanza, offrire un punto stabile di riferimento alla loro volubilità. Vuol dire discernere quanto di buono, di bello, di positivo c’è nella scioltezza del loro comportamento e nella loro spontaneità, anche quando il loro stile di vita non è conforme ai gusti di chi è stato allevato in altro modo.

 

3. Una simpatia sincera

La comunità cristiana deve abituarsi a guardare le nuove età con quella schietta simpatia che favorisce la stima, consente di non dare troppo peso ai difetti e di superare i momenti di crisi, e che diventa alla fine affetto limpido e forte.

Non bisogna dimenticare mai che i ragazzi e i giovani sono in ogni caso i meno responsabili delle aberrazioni della società, delle prevaricazioni dei nostri giorni e dei lati deteriori delle nuove forme di convivenza, perché essi sono arrivati per ultimi sulla scena del mondo, e i loro modi di pensare, di parlare, di agire, contrariamente a quello che può sembrare, non sono una loro creazione originale, ma sono arrivati a loro e sono stati a loro quasi imposti dalle precedenti generazioni.

 

4. Una prospettiva di fede

La comunità cristiana deve porsi davanti ai ragazzi e ai giovani soprattutto in una prospettiva di fede. Si tratta di fare propri gli occhi penetranti e pieni di amore di Gesù che scruta l’animo del giovane ricco (cfr. Mt 19, 20; Mc 10, 21); il suo cuore che ha compassione del ragazzo morto di Nain (cfr. Lc 7, 11-17); il realismo misericordioso che lo muove non solo a risuscitare la fanciulla dodicenne ma anche a preoccuparsi che le diano da mangiare (cfr. Mc 5, 41-43); la carica affettiva con cui chiama a sé i fanciulli contro l’atteggiamento serio e infastidito dei discepoli (cfr. Mc 10, 13-16) e la passione che lo fa indignare al pensiero dello scandalo dato ai piccoli (cfr. Mc 9, 42).

In virtù di questa prospettiva di fede, la comunità cristiana non si lascerà mai affascinare dall’una o dall’altra teoria pedagogica nell’affrontare la questione giovanile e i vari problemi che vi sono annessi.

Cercherà invece di valutare tutte le teorie e le mode del momento alla luce dell’insegnamento di Cristo come è custodito nella costante tradizione della Chiesa, e in definitiva troverà sempre nel vangelo i principi del suo sistema educativo.

 

5. Una effettiva operosità

La carità ecclesiale, che ispira ai credenti attenzione, simpatia per i ragazzi e per i giovani, chiede di sbocciare anche in una effettiva operosità pastorale. Se non si vuole che tutto rimanga a livello di idee vaghe e di sentimenti inefficaci, se si vuole uscire dal generico, dall’occasionale, dall’improvvisato, occorre che ogni comunità faccia dei programmi stabili di pastorale giovanile corrispondenti alla concreta situazione in cui si trova.

Si dovrà prima di tutto riconoscere e valorizzare ciò che esiste cercando di migliorarlo, di aggiornarlo e di vitalizzarlo dandogli un più autentico dinamismo missionario. Se tutto questo non basta bisogna creare qualcosa di nuovo rischiando con tanto coraggio e con tanta fede.

 

 

 

II - QUALCHE ELEMENTO DI PASTORALE GIOVANILE

A) La parrocchia e i ragazzi

Ogni parrocchia deve mettere in atto un’azione educativa permanente e ben strutturata nei confronti dei ragazzi.

Evidentemente le situazioni diverse suggeriranno progetti diversi. Ma ci sembra tuttavia che sia possibile e utile individuare quegli elementi che possiamo definire universali e immancabili.

 

1. Le certezze di fede

La formazione dei ragazzi si fonda su alcune certezze di fede che vanno continuamente richiamate con le parole e con i comportamenti. Sono le stesse che hanno sempre avuto un posto di primo piano nella tradizione educativa cristiana e bisogna proclamarle anche oggi con decisione e chiarezza.

Citiamo le più importanti: la netta distinzione tra il bene e il male; la persuasione che la vita ha un traguardo da raggiungere e una strada segnata da non lasciare, dei doveri da compiere e delle norme da rispettare; la convinzione della debolezza umana e insieme della forza salvatrice della grazia ottenutaci dalla redenzione di Cristo; la volontà di usare assiduamente dei mezzi divini di salvezza, in particolare dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia; l’amicizia con il Signore Gesù, vivo e presente nei nostri tabernacoli; l’abitudine di ricorrere con semplicità all’aiuto della Madonna e dei santi.

Una volta poste al sicuro queste certezze, ci si può e ci si deve aprire a tutto quanto di bello e di degno il mondo può offrire, e niente va giudicato come estraneo o incomprensibile per la proposta cristiana. Tutto va raccolto e composto in una vita di famiglia, dove ogni ragazzo si senta interessato a partecipare e dove ognuno abbia un suo compito e una sua responsabilità.

 

2. L’azione del sacerdote

La presenza attiva e illuminante del prete non può mai mancare dovunque ci sia un’iniziativa di formazione cristiana. Nessuna abbondanza di collaboratori potrà mai indurre a lasciare la pastorale dei ragazzi priva del naturale ed essenziale supporto del prete. Anche dove c’è un oratorio sostenuto e potenziato dall’azione provvidenziale di molti laici, la direzione e l’animazione decisiva sarà sempre del sacerdote.

 

3. Il gruppo degli educatori

Ogni comunità cristiana deve avere un numero adeguato di educatori che, in piena sintonia con i sacerdoti, si assumano un impegno preciso, duraturo e consistente nella formazione dei ragazzi. Le parrocchie hanno già un buon numero di catechisti generosi. Tra essi e accanto ad essi deve sorgere in ogni comunità un gruppo di adulti e di giovani ben formati, che diventi l’anima di una realtà associativa specificamente riservata ai ragazzi.

Essa può assumere nome e configurazione diversi, può essere o no chiamata "oratorio", può avere spazi e tempi variabili, ma sempre deve costituire quasi una famiglia dove tutti si sentano a casa loro e dove i piccoli imparino dai grandi come si può vivere seriamente da cristiani.

L’attività catechistica, o scuola di catechismo, deve a poco a poco assumere la figura di "comunità di vita" in cui è sollecitata e armonizzata una pluralità di interessi: la preghiera, la vita liturgica, l’istruzione, il gioco e, in genere, tutta la vita associata.

 

4. Alcune scadenze nell’itinerario educativo

Nel cammino di formazione previsto per i ragazzi fino alle soglie della piena giovinezza, è molto importante che vi siano dei traguardi intermedi, non troppo distanziati tra loro, proposti a tutti vigorosamente e con animo missionario. I primi traguardi sono quelli sacramentali, la cui necessità è ancora abbastanza capita nella coscienza comune: la prima confessione, la prima comunione, la cresima.

Conclusa la scuola media inferiore, è importante che il ragazzo incontri un altro appuntamento e faccia un’altra esperienza religiosa particolarmente intensa: è la pubblica professione di fede, da collocarsi solitamente tra i quattordici e i sedici anni, Dopo il diciottesimo anno sarà bene arrivare a proporre ai giovani di tutte le nostre parrocchie un corso di esercizi spirituali residenziali, che li aiuti a orientarsi bene nel cammino dell’esistenza.

 

B) La parrocchia e i giovani

Ciò che abbiamo detto per i ragazzi andrebbe ripetuto trattando di quanto la comunità cristiana deve fare per i giovani. Vogliamo solo aggiungere che ai giovani va presentata una proposta di vita secondo il vangelo piena e intensa, nella convinzione che solo i grandi ideali riescono veramente a conquistare i cuori.

 

1. La scoperta personale di Cristo

I giovani vanno condotti alla scoperta personale di Cristo, come della sola vera ricchezza dell’uomo che non viene mai svalutata nel continuo alternarsi e oscillare delle quotazioni e delle mode esistenziali. Il cristianesimo è adesione non tanto a un sistema di idee quanto a una persona, Gesù di Nazaret che ha vinto la morte, che possiede insieme l’umanità più perfetta e la pienezza della divinità; che non enuncia teorie, ma è lui stesso la verità; che non indica sistemi opinabili di progresso e di liberazione, ma è lui la nostra piena realizzazione e il principio invincibile della nostra vera libertà; che non ha ricette per rendere più agiati i nostri giorni, ma è la nostra vita.

Essere cristiani significa essere sempre nuovi quando tutte le ideologie invecchiano, essere uomini motivati anche quando le varie militanze deludono e decadono, essere protagonisti della storia di fronte al rapido apparire e scomparire dei vari dominatori della scena mondana.

Davanti al Signore Gesù, Uomo-Dio, crocifisso e risorto, unico Maestro e Salvatore, tutto sbiadisce e perde sapore: nessuna cosa o dottrina o personalità riescono più a incantarci. E tutto, se è visto in lui che è il centro e il compendio di quanto è stato voluto dal Padre ed esiste, riacquista colore, senso e valore. Da lui ogni bellezza, ogni impegno per la giustizia e ogni luce di conoscenza desume la sua verità. Dall’adesione a Cristo perciò, il credente è invitato con forza a uscire dalla sua latitanza e a sentire la sua vocazione di essere presente in tutti i campi in cui l’uomo si esprime e in cui direttamente o indirettamente si gioca il suo destino.

 

2. Il prodigio della Chiesa

I giovani devono anche essere condotti con pazienza e con amore tenace a scoprire la realtà stupenda della Chiesa, cioè dell’incorporazione in Cristo di tutti coloro che sono stati redenti e sono rinati nel battesimo.

La Chiesa è la sola aggregazione umana capace di rinnovare instancabilmente l’uomo, di rialzarlo dopo ogni caduta, di potenziarlo interiormente al di là di tutte le sue debolezze, di difenderlo dalla disumanizzazione sempre in agguato, di mantenerlo libero di fronte ai tentativi ricorrenti di asservimento (di varia provenienza e natura), di salvarlo dall’insignificanza e dall’assurdità da cui la sua esistenza è insidiata, di custodire nel suo cuore le speranze senza le quali ogni lavoro e ogni agitazione appaiono senza scopo, di persuaderlo a tentare e a ritentare quotidianamente di dar vita a un’autentica e fondata fraternità umana.

Le sfavorevoli presentazioni della Chiesa, che sono imposte ossessivamente al giovane dalla cultura dominante, potranno essere da lui superate sia in un progressivo irrobustirsi della sua fede, sia per l’esperienza che egli compie nella comunità cristiana dove è inserito.

 

3. La missione nel mondo

Chi arriva alla scoperta essenziale del Signore Gesù e della Chiesa, arriva anche a capire di avere una grande missione nel mondo. "Tutte le cose sono state create per mezzo del Figlio di Dio e in vista di lui... perché piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza" (cfr. Col 1, 16-19). E "la pienezza di colui che si realizza in tutte le cose" (Ef 1, 23) è la Chiesa.

Appare così il progetto di Dio fortemente unificato e unificante, nel quale sono ugualmente incluse la creazione e la redenzione, la natura e la grazia, la ragione e la fede. In questo insieme si devono porre le dovute distinzioni tra le diverse realtà e i diversi livelli, ma sempre restando consapevoli dell’unità di questo progetto divino.

La missione del credente è quella di collaborare con entusiasmo a questo disegno, animando cristianamente tutti gli ambiti umani e tutte le cose terrene, imitando, per quanto è possibile, l’agire di Dio, il quale non fa mai violenza alle persone, alle cose e alle leggi del creato, ma inserisce ogni realtà in un orizzonte nuovo e unico di significati e di finalità.

 

4. L’impegno di carità

Una componente essenziale della formazione cristiana è la generosità e l’attenzione ai più sfortunati. La presenza di attività caritative nel gruppo giovanile sarà il segno della sua autenticità e della sua completezza evangelica. Il papa Giovanni Paolo II ha detto: "È impossibile che chi ha conosciuto e vive un’esperienza comunitaria autenticamente cristiana possa accettare di chiudersi in forme egoistiche e sterili di autocompiacimento, senza guardare con affettuosa partecipazione e con impegno intelligente a chi amaramente affronta da solo il dramma della vita".

 

5. L’impegno morale

Al giovane va presentato senza ambiguità e senza reticenze il comportamento morale che è conseguenza coerente dell’adesione al Signore Gesù. Il discepolo deve conformare la propria vita alle norme della legge morale. Non è possibile essere di Cristo e vivere in modo difforme da Cristo.

 

6. Preghiera e direzione spirituale

Nella formazione dei giovani deve trovare spazio l’educazione alla preghiera. Bisogna insegnare ai giovani l’arte della preghiera personale e comunitaria, dell’ascolto della Parola e della celebrazione dei sacramenti, della meditazione, della liturgia delle ore. Bisogna proporre loro con coraggio la partecipazione frequente - anche quotidiana - alla celebrazione dell’eucaristia.

Con il sacramento della riconciliazione va indicata seriamente la direzione spirituale che indichi senza mezze misure alla generosità giovanile la meta della santità cristiana.

 

CONCLUSIONE

Bisogna coltivare nei giovani la passione della verità che, in definitiva, è amore per Cristo e per l’uomo. Chi cerca la verità è sempre disposto al dialogo sincero, nella stima, nell’affetto, nella volontà di collaborazione, nella comunicazione cordiale con tutti i fratelli in Cristo, perché Dio, anche su vie diverse, chiama tutti allo stesso destino di gioia e di gloria.

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