LE BEATITUDINI:
LA FELICITÀ DI DIO E DEGLI UOMINI

(Pedron Lino)


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titoli

Indice:

1 - Dio è felice
2 - Lasciarsi amare
3 - Il fuoco di Dio
4 - Le beatitudini
5 - Il Regno è qui
6 - Farsi prossimo
7 - Costruire con successo la propria vita

Dal Vangelo di Gesù secondo Matteo:

"Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi"" (5,1-12).

1 - Dio è felice

Le beatitudini parlano innanzitutto di Dio stesso. Gesù sa bene qual è l’origine di quelle esclamazioni di gioia che scaturiscono dal suo cuore. Non salgono soltanto dal profondo della sua umanità, ma da qualcosa di più intimo. Quando proclama le beatitudini, c’è in lui un tale fremito, una tale pienezza, che tutto il suo essere riconosce la loro sorgente segreta: quel Dio-Amore che egli chiama Abbà, papà.

Leggere le beatitudini significa leggere anzitutto il cuore di Dio, perché Gesù, pronunciandole, descriveva il cuore di Dio. Quando parla, Gesù parla innanzitutto del Padre. Quando propone le beatitudini alle folle, Gesù svela loro il suo segreto, ciò che ha ricevuto di più prezioso: il cuore stesso di Dio. Le beatitudini parlano innanzitutto di Dio, rivelando che egli è povero, mite. Bisogna cominciare da qui, se non vogliamo fare delle beatitudini quello che non sono: una cantilena romantica o un programma morale. È vero che esse toccano il nostro cuore e la nostra sensibilità, come è vero che ci invitano a cambiare il nostro modo di vivere, ma solo in un secondo momento, cioè dopo che avremo riconosciuto che parlano anzitutto di Dio e dopo che avremo esaminato onestamente tutte le qualità che esse attribuiscono a Dio. Attraverso le beatitudini possiamo capire qual è il Dio che Gesù ci presenta, vederne la vera immagine.

Il fatto di credere in Dio non è un comune denominatore: bisogna vedere in quale Dio si crede. Ci sono dei cristiani che hanno chiaramente compreso che il Dio di Gesù Cristo è un Dio di fraternità, di mitezza e di bontà, come Francesco d’Assisi ha lasciato trasparire in tutta la sua vita. Altri cristiani si dichiarano tali e tuttavia con il loro comportamento si creano un Dio a propria immagine, che non ha quasi più nulla a che vedere con il Dio di Gesù Cristo. Quello che vogliamo osservare qui è il volto di Dio come Gesù ce lo dipinge nelle beatitudini, e non quei ritratti sfigurati di Dio che troppo spesso siamo noi cristiani.

Le beatitudini parlano innanzitutto di Dio e ci dicono che egli è felice, e indicano la ragione della sua felicità nei suoi modi di essere: egli è povero, è mite.

Il volto del Padre, che Gesù mostra ai suoi contemporanei come togliendo un velo, è del tutto diverso da quello che gli uomini avevano fino allora immaginato, e i suoi ascoltatori l’hanno capito bene: gli uni per riconoscerlo con meravigliato stupore, gli altri per rifiutarlo gridando alla bestemmia. L’Abbà è colui a cui ci si può affidare, con cui si respira e a cui si può dire tutto: non smetterà mai di amarci, di comprenderci, di aspettarci, senza mai forzare la nostra volontà, come il padre del figlio prodigo che scruta l’orizzonte, ma non manda nessuno a cercare il figlio e quando questi ritorna gli fa festa, voltando pagina sul suo passato. Non è questione di padre o di madre, nel senso del carattere maschile o femminile: questo Abbà è l’uno e l’altra nello stesso tempo. Non è una madre che tiene legato affettivamente il figlio, ma una madre che lo mette al mondo inviandolo verso la vita; non è un padre che vuole imporre il suo nome, la sua immagine, la sua autorità, ma un padre che indica vie di libertà al figlio e desidera che egli viva la propria avventura. Questo Abbà non vuole legami di dipendenza, ma rapporti liberi che spingano continuamente il figlio a diventare autonomo e adulto. Quando si insiste su una relazione con Dio che si richiama continuamente a obblighi e doveri, si dà a Dio un volto diverso da quello che ci è stato mostrato da Gesù. Dio Padre, che è amore, ha un solo desiderio: che gli esseri umani costruiscano la propria vita e diventino anch’essi "amore", ciascuno a suo modo.

Dobbiamo dunque rifiutare le immagini di un Dio-Padre che non corrispondono a quelle che Gesù ci ha rivelato. Il Dio di Gesù è papà, è amore, è accoglienza.

Gesù ci rivela chi è Dio e ci dice che Dio è felice di essere ciò che è: papà, amore, accoglienza. E questo è il senso primo delle beatitudini e il loro messaggio fondamentale.

Qual è il significato di Dio, della sua esistenza? È la sua felicità di essere in se stesso comunicazione e diffusione di amore; la sua felicità di vedere altri esseri felici allo stesso modo. Non si possono affrontare le beatitudini senza cominciare dal principio: Dio è la sorgente della felicità. Leggendo ad una ad una le beatitudini, dovremo sempre ricordare il fremito di gioia che invade Gesù quando le pronuncia, la gioia di parlare del suo Abbà. E dietro ad ogni beatitudine dovremo sempre vedere, come in filigrana, il vero volto di Gesù Cristo.

2 - Lasciarsi amare

Il problema è tutto qui: non dalla parte di Dio che ama, ma da parte dell’uomo che esita a lasciarsi amare, che non vuole fidarsi subito, d’istinto, del suo papà. La parabola del figlio prodigo è, in sostanza, la parabola del figlio che non voleva essere amato dal padre. Lasciarsi amare da Dio, ritornare bambini (Mt 18,3; Mc 10,15; Gv 3,3) di fronte all’Abbà richiede una morte totale a se stessi, che Nicodemo, come il giovane ricco, non ha voluto affrontare. "Quando un bambino si sente amato da Dio, accetta ogni cosa, perché la sua gioia è nell’amicizia di Dio. Non cerca complicazioni inutili, e non lo dice a nessuno perché è il suo segreto" (Patrice de la Tour du Pin). L’abbandono nelle braccia amorose del Padre è la via che sta alla base delle beatitudini. Questa via dell’infanzia spirituale non è una regressione nostalgica agli atteggiamenti della prima età della vita, rappresenta invece l’accettazione della morte: è un nascere alla vita eterna, alla vita dell’Abbà. Quando nel Getsemani e sul Golgota Gesù si abbandona nelle mani del suo Abbà, sta percorrendo fino in fondo la via dell’infanzia.

Ai cristiani è stato instillato il terrore della morte e l’ansia di acquistare meriti per riuscire a superare bene quel passaggio, presentato come spaventoso. Vediamo in quale prospettiva l’affronta il p. Augusto Valensin in una meditazione dell’11 settembre 1937: "Andrò da lui e gli dirò: non faccio affidamento su nulla, se non nell’aver creduto alla tua bontà. È questa infatti la mia propria forza, tutta la mia forza, l’unica mia forza. Se essa mi abbandonasse, sarebbe la fine perché non ritengo di valere soprannaturalmente qualcosa; e se bisogna essere degni della felicità per ottenerla, non c’è che da rinunciarvi. Ma più vado avanti, più mi accorgo che ho ragione a rappresentarmi il mio Padre come l’indulgenza infinita. I maestri di vita spirituale possono dire quello che vogliono, possono parlare di giustizia, di esigenze, di timori: il mio giudice è colui che tutti i giorni saliva sulla torre e scrutava l’orizzonte per vedere se il figlio prodigo stava ritornando a lui. Chi non vorrebbe essere giudicato da questo giudice? San Giovanni ha scritto: "Chi teme non è perfetto nell’amore" (1Gv 4,18). Io non ho paura di Dio, non tanto perché lo amo, quanto perché so di essere amato da lui. E non sento il bisogno di chiedermi perché il Padre mi ama o che cosa ama in me. Del resto, avrei molta difficoltà a rispondere; anzi sono del tutto incapace di farlo. Mi ama perché è l’Amore; e basta che io accetti di essere amato da lui per esserlo realmente. Ma bisogna che io compia questo gesto personale di accettazione. È la mia dignità, è la bellezza stessa dell’amore che lo esige. L’amore non si impone, si offre. Padre, grazie perché mi ami! Non sarò io a gridarti che sono indegno. In ogni caso, amare me così come sono è sicuramente degno di te, degno dell’amore essenzialmente gratuito. Questo pensiero mi affascina e mi mette al riparo dagli scrupoli, dalla falsa umiltà che porta allo scoraggiamento, dalla tristezza spirituale".

Ciò che conta, nella vita di ogni persona, è questa morte positiva, questo abbandono in cui ci si rimette all’Abbà. Nessuno può essere libero al nostro posto; nessuno può abbandonarsi al Padre al nostro posto. Ma ognuno può fare della sua morte un gesto di apertura all’Abbà, una consegna ardente di sé, nella fiducia. E il segreto ultimo di ciascuno è il suo modo di fare il passo, giorno per giorno durante la vita; il suo modo di farsi avanti nell’ultimo giorno, di precipitarsi verso l’Abbà con una fiducia decisiva, con il coraggio di dire "sì".

Tutto questo richiede un’audacia appassionata. L’essere umano è stato spesso svigorito dalla società che l’ha distratto, l’ha distolto il più possibile dalla morte, e ne ha presentato un’immagine spaventosa o del tutto insignificante, al punto che è diventato difficile morire da uomini, perché tutto porta ad evitare di guardare in faccia la morte e di entrarvi liberamente. Il nostro mondo invecchia non tanto perché la percentuale degli anziani, sul nostro pianeta, è in continuo aumento, quanto perché ha perso quella capacità dell’infanzia spirituale che consiste nell’accettare il reale, la vita e la morte.

Possiamo percorrere questa via dell’infanzia guardando all’Abbà che, certo, è padre; ma nella vulnerabilità del suo amore è anche un bambino. L’ "eterna innocenza di Dio", di cui parla Claudel, lo rende simile a un bambino. Dio, se è possibile dargli un volto, non può assomigliare che a un bambino.

3 - Il fuoco di Dio

L’ Abbà a cui ci si dona non è tutto zucchero e miele: è un fuoco. "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra" ha detto Gesù (Lc 12,49). È il fuoco di Dio quello che Gesù ha acceso sulla terra. Spesso i mistici si sono paragonati a un legno incendiato dal fuoco di Dio.

Dio è un pericolo, è un incendio: allora ci facciamo un cuore non infiammabile, prendiamo tutte le precauzioni perché il fuoco non riesca a introdursi in casa. Dio è fuoco perché è l’Abbà a cui stanno profondamente a cuore la persona e la libertà dell’uomo. Dio vuole attraversare il pesante schermo della resistenza che noi opponiamo al suo amore; e soltanto il fuoco può compiere questa morte-risurrezione, questa trasformazione profonda. Dio non solo si rivela all’uomo di sua iniziativa ed è sempre il primo ad amare; Dio non solo guarda l’uomo, scruta e conosce il suo essere, ma scende su di lui come l’Amore, un amore appassionato, che è fuoco che penetra e invade il cuore.

Questa invasione non ha nulla a che vedere con i nostri modi umani di conquistare e di vincere. Questo fuoco è di una dolcezza sconcertante, ma è fuoco; è di una discrezione straordinaria, ma è fuoco; è di una tenerezza meravigliosa, ma è fuoco; è di una pace sconvolgente, ma è fuoco.

Dio non si rivela ai sapienti e agli intelligenti, ma a i piccoli e ai poveri (Mt 11,25); non si rivela ai virtuosi e ai farisei, ma alle prostitute e ai pubblicani; non si rivela ai potenti, ma agli umili, ai bambini. Il Dio di Gesù Cristo non rispetta le nostre regole, non dà a ciascuno secondo i suoi meriti: "Egli fa sorgere il suo sole sui buoni e sui malvagi, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti" (Mt 5,45). Questo per noi non è giusto.

Secondo i nostri criteri di giustizia, Dio è ingiusto. Non fa una selezione preliminare, ma lascia crescere il grano e la zizzania insieme, dando loro la sua pioggia e il suo sole. Gesù insiste su questa specie di arbitrio di Dio per invitare gli uomini a fare come lui, ad essere ingiusti come lui: "Amate i vostri nemici, pregate per i vostri persecutori" (Mt 5,44).

Il Dio di Gesù Cristo non è un Dio giusto. Se risparmiasse i buoni e distruggesse immediatamente i cattivi, ci darebbe l’opportunità di giudicare, di essere con lui nello scegliere alcuni e nel rifiutare altri.

Per noi questo sarebbe più facile da attuare e, come i discepoli di fronte al cieco nato, sapremmo come fare per giustificare Dio: potremmo dire che le sventure hanno una causa, che sono state meritate dalla colpa di un uomo o di un gruppo. Ma agli occhi di Gesù nessuna sofferenza, nessuna morte reca il segno della mano punitrice di Dio. Le ingiustizie naturali devono essere ridotte alle nostre mani di uomini. Di fronte a qualsiasi situazione c’è sempre qualcosa da fare. Gesù non ci presenta un Dio che fornisce spiegazioni per i mali dell’umanità; il Dio di Gesù sa che cosa c’è nel cuore degli uomini, sa che alcuni sono più buoni e altri più malvagi; ma ogni essere umano è giusto e ingiusto nello stesso tempo, in un intreccio inestricabile di cattiveria e di dolcezza. Dio non si ferma a sottilizzare su quella realtà composita che è l’uomo; il suo sole e la sua pioggia, la sua fecondità, non vengono distribuite su misura; il dono del suo amore è globale, senza distinzioni; l’ha profuso una volta per tutte nella creazione e nell’esistenza degli uomini che ha fatto liberi e responsabili.

Da sempre egli distribuisce tutto il suo amore; lo riversa in maniera sovrabbondante sulla nostra fede e sulla nostra incredulità, sulla nostra generosità e sul nostro egoismo. Di fronte al ferito, il samaritano non si ferma a chiedersi se è stato aggredito per colpa sua o no; non pensa che forse se l’è meritato; lo aiuta e basta.

Dal momento che l’Abbà non fa distinzioni, dice Gesù agli uomini religiosi del suo tempo, siate anche voi come lui: "Siate perfetti come il Padre vostro celeste" (Mt 5,48). E la sua perfezione consiste nell’essere perfettamente libero nella gratuità dei suoi doni, quindi non giustificabile, perché il buon raccolto dei malvagi manifesta l’Abbà tanto quanto il buon raccolto dei giusti. L’atteggiamento dell’Abbà è dunque assurdo? Agli occhi degli uomini sì. Ma Gesù ci propone di amare come ama l’Abbà, in maniera assurda, cioè senza una selezione preliminare, con una gratuità senza limiti. Attraverso questo modo di essere, che va perfettamente contro corrente, noi raggiungiamo una vita più alta: quando superiamo la nostra mentalità di ragionieri dello spirito, quando arriviamo a dare senza attendere nulla in cambio, a perdonare senza pretendere riparazione, abbiamo la consapevolezza di varcare una soglia, passiamo dal modo umano al modo divino di comportarsi, e sperimentiamo una gioia tutta particolare: la gioia di Dio.

A questo punto dobbiamo chiederci se abbiamo capito che cos’è il perdono di Dio. Il fuoco di Dio è tale da bruciare in anticipo tutte le offese che possono essergli fatte, le ribellioni contro di lui, le bestemmie di ogni genere. Come potrebbe ricordarsi di queste colpe? Il padre del figlio prodigo non vedeva che la miseria a cui il figlio condannava se stesso; non ha mostrato risentimenti per il modo con cui il figlio si era comportato con lui, pretendendo l’eredità, andandosene da casa e sperperando tutti i suoi beni. Il figlio aveva preparato una confessione precisa; avrebbe imbastito tutto un discorso per farsi assumere almeno come servo, convinto ormai di aver perso irrimediabilmente il suo posto di figlio. E il motivo del ritorno non è molto nobile; non ritorna per amore o perché sente la mancanza del padre, ma perché muore di fame. Il padre non è un ingenuo, sa bene come stanno le cose e tuttavia non gli lascia dire neanche una parola; egli ha perdonato tutto da sempre e ora gli impedisce di confessare le sue colpe.

Quando eravamo bambini ci hanno insegnato a fare di tutto per sentirci in colpa di fronte a Dio: ho messo le dita nel naso, ho rubato lo zucchero alla mamma... Questo tipo di educazione ci metteva di fronte a un Dio contabile che andava in collera per la più piccola mancanza, che aveva mandato suo Figlio a morire sulla croce perché noi avevamo messo le dita nel naso o avevamo rubato (!) lo zucchero alla mamma. Ma la cosa più imperdonabile è che ci facevano credere che l’Abbà ci avrebbe abbandonato se non avessimo cambiato. Sono ben note le conseguenze disastrose della nevrosi dell’abbandono, cioè di quella malattia psichica che deriva dal sentimento di non essere stati amati o di essere stati rifiutati dai propri genitori; una malattia che porta anche a una notevole aggressività verso gli altri. Sarebbe stato molto più vero e molto più intelligente se ci avessero insegnato che l’Abbà non abbandona mai i suoi figli e non smette mai di amarli. L’Abbà è un Dio che non si preoccupa della zizzania; un Dio che non ha una memoria astiosa e meschina come la nostra, ma è un fuoco che brucia tutti i nostri peccati, un fuoco di amore, un fuoco di gioia.

4 - Le beatitudini

Il calo della fede tra i nostri contemporanei deriva prima di tutto e soprattutto dalla falsa predicazione del vangelo compiuta da tanti predicatori della paura nei confronti di Dio: messi di fronte a tanti motivi di paura e a così pochi motivi di gioia e di speranza, gli uomini hanno rinunciato a una fede che getta nell’angoscia e hanno cercato altre ragioni per vivere.

Con le beatitudini, Gesù non propone una via che possono riuscire a percorrere soltanto i superuomini o i campioni della virtù. La grazia (in greco "chàris") è imparentata con la gioia (in greco "chàra"): Dio stesso è grazia, inesauribile sorgente di amore per gli uomini. Come è possibile che questo Dio di amore voglia nutrire i suoi figli di leggi dure come pietre (cfr. Mt 7,9; Lc 11,11)? Eppure le beatitudini sono state presentate spesso come virtù indispensabili che bisognava imporre, colpevolizzando ulteriormente ascoltatori già colpevolizzati al massimo. Scrive Marcel Morè: "La grazia di cui parla il Nuovo Testamento è una "grazia di virtù"? Se così fosse, il cristianesimo sarebbe una dottrina della disperazione. Infatti basta essere vissuti in mezzo ai cristiani per rendersi conto che moltissimi di loro hanno implorato fin dall’infanzia la grazia del Signore per rimanere virtuosi, e non sono rimasti tali. Possiamo chiederci invece se la grazia non è piuttosto una "grazia d’amore" che permette, quando si è in peccato, di non odiare, come troppo spesso avviene, gli altri peccatori, ma di avere un’infinita compassione per i nostri fratelli e di lanciare verso Dio un grido d’amore".

Gesù ci dà fiducia e concede a tutti la possibilità di realizzare le beatitudini, che egli presenta come qualcosa di naturale, di semplicissimo, in linea con la vita di tutti i giorni.

Non dobbiamo dimenticare quante volte Gesù ha messo in guardia i cristiani contro i metodi degli scribi, dei farisei e dei dottori della legge. Questi avvertimenti valgono per tutti i tempi. Il legalismo è duro a morire, e ancor oggi è ben lungi dall’essere tramontato.

Gesù dice che nel profondo di noi stessi siamo amati dall’Abbà, siamo degni di essere amati da lui (perché nulla può distruggere la parte vergine del nostro cuore: nessuno è mai totalmente cattivo), e che dobbiamo innanzitutto accettare con gioia noi stessi perché egli ci accetta con gioia.

Quello che dice Gesù nel vangelo noi siamo pienamente capaci di viverlo. Non è riservato ai monaci o alle claustrali, agli asceti o alle persone straordinarie. Quello che dice Gesù è per le persone qualsiasi come noi. Noi siamo capaci di comprendere e di vivere le beatitudini.

Il vangelo presenta Gesù come un uomo mite che non spegne nessun lucignolo fumigante (Mt 12,20). Gesù non introduce nel mondo la psicosi della fine; al contrario egli vuole che il mondo viva, che i peccatori abbiano tempo per convertirsi ed essere salvati (2Pt 3,9) e non annuncia nessun fuoco vendicatore (Lc 9,51-56).

Nelle beatitudini, Gesù non usa maniere forti; ricordiamo quanto abbiamo detto nel capitolo precedente: non è possibile cogliere il significato delle beatitudini se non si comprende che in esse Gesù parla prima di tutto e soprattutto di Dio, che è povero, mite. Le beatitudini diventano del tutto semplici e naturali quando si comprende che Dio è l’Abbà, buono e pieno di tenerezza, quando si smette, grazie a quello che ci ha detto Gesù, di immaginare Dio che ci spia, che ci attende al varco, che fa scattare la sua trappola al più piccolo passo falso. Le beatitudini diventano semplici e possibili quando si spera vivamente di essere invitati da questo Abbà a condividere la sua gioia di amare, e sulla sua parola si crede di esserne capaci. Molti nostri contemporanei sono diventati non credenti perché è stato presentato loro un Dio nemico della vita, nemico della loro gioia di vivere, nemico del loro desiderio di realizzazione e di creatività. Le beatitudini invece cominciano col presentarci un Dio della vita e della gioia, un Dio di cui non si ha motivo di diffidare: non ci imbroglierà, sarà sempre dalla parte della vita. Sotto i suoi occhi ci si può dunque muovere senza paura e senza preoccupazioni, in pace, come bambini sotto lo sguardo vigile e pieno di amore di un padre e di una madre. Di fronte a lui non si sta come sudditi o servi, ma si è come figli, come i prediletti, quelli che fanno intenerire il cuore dei genitori: i piccoli.

Se non si capisce lo statuto regale che Gesù dà all’uomo di fronte a Dio (l’uomo è un bambino-re), non si possono comprendere le beatitudini. Di conseguenza sbaglia di grosso chi pensa che Dio chieda l’impossibile agli uomini. E sbaglia radicalmente chi traduce e interpreta come chiamata a un perfezionismo logorante e distruttore la parola che segue le beatitudini: "Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48). Qual è la perfezione di questo Padre? È la perfezione del cuore, dell’amore. Il Dio di Gesù si lascia perfettamente sconvolgere dall’essere umano, è perfettamente preso da lui, entusiasmato da lui; l’umanità gli ha trafitto il cuore per sempre. È stato totalmente afferrato da donarle il proprio Figlio, il cuore del proprio essere (Gv 3,16-17; Rm 8,31-39).

Nel vangelo Gesù propone all’uomo una nuova nascita (Gv 3): nascere da Dio, e così diventare un uomo nuovo. Il Dio da cui siamo nati nel battesimo non è un Dio vendicatore che fa pagare all’uomo le sue mediocrità e le sue vigliaccherie: se così fosse avrebbe dei figli sottomessi e pieni di paura, o dei figli ribelli irriducibili. In entrambi i casi degli scontenti.

La fede cristiana invece o nasce dalla felicità interiore o non è fede cristiana. Per il cristiano esiste una sola tristezza: quella di non possedere del tutto la persona del suo Abbà che ama e dal quale è infinitamente e cordialmente amato.

Tutti i mediocri vogliono leggi chiare e misure precise per poter dire a se stessi: ho fatto tutto quello che dovevo fare. Per il cristiano vero tutto questo è assurdo perché ha compreso che il comandamento della sua vita è quello di amare Dio con tutto se stesso (Mc 12,29-30; Dt 6,4-5) e il prossimo come Cristo ci ha amati (Gv 15,12). E Dio ci ama infinitamente, al di là di ogni misura. Per questo "la misura dell’amore è di amare senza misura" (s. Basilio).

5 - Il regno è qui

Il regno: questo termine risuona molte volte nella Scrittura per indicare la sovranità di Dio o il regno che è donato da Dio agli uomini. I giudei del tempo di Gesù attendono l’uomo provvidenziale, l’uomo di Dio, il messia annunciato dai profeti, perché compia la liberazione di Israele. Bisogna prendere le armi, dicono gli zeloti; bisogna pregare intensamente perché Dio mandi il fuoco dal cielo e faccia perire tutti i "figli delle tenebre", dicono gli esseni. Sulla mèta sono tutti d’accordo: instaurare un regime nuovo, il regno di Dio sulla terra.

Anche Giovanni Battista si colloca sulla stessa linea degli esseni e degli zeloti, annunciando Dio come giudice giusto che viene con la forza purificatrice del fuoco (Mt 3,7-12). Tutti fanno a gara ad invocare le peggiori calamità sui nemici di Dio. Non è di questa liberazione attraverso il sangue e il fuoco che parla Gesù. E Giovanni Battista ne rimane deluso (Mt 11,2-6). Dal carcere in cui è rinchiuso, invia a Gesù due dei suoi discepoli perché gli chiedano: "Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?" (Lc 7,19).

Gesù non annuncia una venuta folgorante di Dio e una trasformazione violenta, ma semplici atti di liberazione per la gente comune, schiacciata ogni giorno dai suoi problemi. E questo è lo stesso messaggio che Gesù propone all’inizio della sua vita itinerante, quando si alza a leggere nella sinagoga di Nazaret, e nel volume delle Scritture sceglie l’oracolo di Isaia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me. Mi ha consacrato e mi ha inviato per annunziare ai poveri la buona notizia; ai prigionieri la liberazione; ai ciechi la vista; agli oppressi la libertà". Gesù arrotola il volume e dice semplicemente: "Questa Scrittura si è adempiuta oggi per voi" (Lc 4,16-21).

Gesù non annuncia dunque un regno di sangue e di fuoco, ma il regno della tenerezza di Dio; e non lo proietta nel futuro, ma lo dichiara già presente e realizzato nell’oggi. Su quest’ "oggi" Gesù insisterà sempre, persino nell’ora della sua morte; al ladrone che attende la venuta del regno di Dio nel futuro e gli dice: "Ricordati di me quando arriverai nel tuo regno", Gesù risponde: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,42-43). Quando Gesù ringrazia il Padre, lo fa per qualcosa di già attuato: "Padre, tu hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25). I "piccoli" sono coloro che hanno il senso dell’Abbà; "queste cose" sono i segreti del regno di Dio. La presenza del regno è compresa dai piccoli, che hanno coscienza di non essere capaci di conoscere Dio.

Trattandosi del regno di Dio, bisogna ricordare che soltanto Dio può far conoscere, rivelare Dio. È questo il significato delle parole che seguono nel vangelo di Matteo: "Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt 11,27).

Siamo all’opposto di ciò che si intende ordinariamente con la parola "regno": il regno di Dio non ha nulla a che vedere con i regni di questo mondo. Dio si rivela come Abbà in Gesù attraverso una vita, una povertà, una crocifissione, una risurrezione; la sua verità, il suo progetto, si palesa attraverso i gesti e le parole di un’esistenza semplice e quotidiana, umiliata e alla fine distrutta, quella di Gesù che ormai è l’unica "via, verità e vita" (Gv 14,6). L’originalità di questo Abbà sta in questo suo rivelarsi attraverso il povero, il rifiutato, l’incompreso, l’innocente che è Gesù.

Così facendo, l’Abbà - e Gesù con lui - si pone su una linea decisamente opposta a quella degli imperi umani e delle strategie del potere: egli dichiara che il debole, colui che ama e quindi è vulnerabile, colui che è disarmato, senza corazza, col cuor aperto, possiede fin d’ora la vita vera, la vita eterna. Si tratta di sradicare nel proprio cuore ogni volontà di potere e di possesso, di riconoscere l’altro, di considerarsi uno fra gli altri, amando e facendosi amare, nel non vedere mai nell’altro un avversario o uno straniero, ma un fratello e un altro se stesso. L’amore è sempre vittorioso, anche della morte, perché Dio si rivela come l’onnipotenza dell’amore.

Questo è il "regno": un germe posto in ciascuno, la facoltà di amare e di essere amati, un rapporto nuovo tra gli uomini, e la relazione fra ogni essere umano e l’Abbà.

A tutti coloro che ha incontrato sulla terra, a tutti noi, oggi, Gesù dichiara, dimostrandolo nella sua vita, che al di là di tutte le miserie e sofferenze, al di là di tutta la povertà e di tutta la disperazione, ciascuno può dire a se stesso di avere una facoltà che nulla e nessuno può togliergli: l’impulso dell’amore ricevuto dall’Abbà attraverso Gesù di Nazaret.

6 - Farsi prossimo

L’Abbà desidera che noi ci comportiamo con gli uomini come lui si comporta, con quel genere di amore irragionevole che non conosce le distinzioni che fanno i benpensanti tra buoni e cattivi.

L’Abbà dunque non ha un criterio di discernimento? Al contrario! Per tutta la sua vita Gesù si adopera per rivelare ai suoi ascoltatori i criteri dell’Abbà, che spesso appaiono loro del tutto fuori dal comune buon senso umano se non addirittura blasfemi. Gli apostoli stessi fanno molta fatica ad accettarli.

La storia del samaritano è singolare in primo luogo perché mette in scena un personaggio che agli occhi degli ascoltatori di Gesù è un perfetto "miscredente". Per i giudei, i samaritani sono traditori del popolo di Dio, infedeli ed empi. Ai tempi di Gesù, dire "samaritano" era un insulto. I samaritani erano disprezzati e odiati dai giudei. Come potevano essere amati da Dio? Come avrebbero potuto fare il bene? Gesù vuol mettere in evidenza prima di tutto che l’Abbà non considera le persone in base al gruppo a cui aderiscono o alla loro appartenenza religiosa e culturale. Ciò che interessa all’Abbà è che noi siamo come lui: presi da profonda compassione per le miserie degli altri. Non c’è bisogno che uno sia battezzato, credente o devoto; basta che sia un uomo degno di questo nome, un essere che si lascia afferrare nel profondo di sé dalla situazione dell’altro. La parabola conclude con queste parole di Gesù: ""Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?" Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù disse: "Va’, e anche tu fa’ lo stesso" " (Lc 10,36-37).

L’Abbà non desidera che noi ci torturiamo chiedendoci continuamente che cosa potremmo fare per aiutare i poveri; desidera soltanto che apriamo gli occhi lungo le strade che percorriamo abitualmente e che là ci lasciamo prendere dalla compassione. L’essenziale è reagire bene di fronte alle situazioni che si presentano.

E per reagire bene di fronte all’incontro imprevisto bisogna avere una grande disponibilità all’accoglienza: bisogna stracciare i certificati di buona o di cattiva condotta, distruggere i nostri archivi mentali nei quali abbiamo registrato, anticipandolo, il giudizio universale. Bisogna sbarazzarsi di queste schedature se vogliamo lasciarci prendere dalla compassione e aiutare indistintamente tutti i feriti della strada. Il giudizio finale si colloca sulla stessa linea del samaritano. Come lui, quelli che sono accolti da Gesù nel suo regno hanno compiuto gesti di vera e semplice compassione verso persone in stato di bisogno (Mt 25,31-46). Nel giudizio finale, il giusto e l’ingiusto vedono il Signore in piena luce e lo riconoscono nella sua gloria. Ma avranno una sorte differente perché il primo, come il samaritano, lo ha riconosciuto anche qui in terra nel fratello bisognoso e si è lasciato prendere dalla compassione; il secondo, come il sacerdote e il levita, ha visto il ferito, ma non è stato preso da compassione.

Per Gesù il prossimo non è colui che riceve l’aiuto, ma colui che si avvicina, colui che dà l’aiuto. Agli occhi di Gesù, la distinzione tra il prossimo e il non prossimo è la distinzione tra chi vedendo una persona in stato di bisogno si avvicina e chi invece si allontana.

L’Abbà che non smette mai di avvicinarsi a quegli esseri pieni di ferite che sono gli esseri umani, desidera che gli uomini siano come lui, in movimento verso tutti coloro che incontrano e sono in necessità. Ogni uomo, ogni donna di questo mondo è un essere ferito, segnato da qualche debolezza, incapace di mettersi in cammino senza l’aiuto dell’altro. Gesù è venuto a dirci che siamo tutti ugualmente feriti, che possiamo senza vergogna amarci gli uni gli altri, farci aiutare, lasciarci amare. Ma nello stesso tempo ci dice che dobbiamo farci avanti, guardando all’altro nella sua condizione di ferito a cui è urgente avvicinarsi. E non dobbiamo meravigliarci delle ferite altrui: sono identiche alle nostre. Bruno Bettelheim, che ha conosciuto di persona i campi di concentramento nazista, analizza la situazione delle vittime di questi campi e arriva a concludere che coloro che hanno resistito meglio e che hanno retto più a lungo sono coloro che sono riusciti a pensare: "Questi carnefici che distruggono delle vite sono ancora esseri umani, sono uomini come me; avrei potuto essere ciò che essi sono e fare ciò che essi fanno". Anche se l’altro è un criminale e non dimostra di avere il minimo senso di responsabilità nei confronti dei suoi simili, non dobbiamo giudicarlo, vale a dire non dobbiamo dichiararlo fuori dalla condizione umana: rimane un fratello. Deve essere riconosciuto nella sua qualità di uomo, senza per questo approvare le sue perversioni. Il "non giudicate" di Gesù è una parola rivoluzionaria: significa che nessuno può essere identificato con le azioni che commette o con l’ideologia che segue ciecamente. Dobbiamo distinguere tra l’errore e l’errante: bisogna odiare l’errore e amare l’errante, come il medico odia la malattia, ma ama il malato. Gesù non ha condannato i suoi carnefici: ha pregato per loro e li ha scusati: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34). E notiamo un fatto, che dovrebbe spazzar via tutte le nostre scuse e le indisposizioni: attaccato alla croce e privo di tutto, Gesù trova ancora qualcosa da fare, sente compassione per qualcuno. Al suo compagno di supplizio che lo prega: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno", egli risponde: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso" (Lc 23,42-43).

Quando Gesù vuol dare ai suoi un simbolo della sua morte imminente, sceglie dei gesti che significano il dono che egli fa di se stesso agli altri (l’eucaristia a livello cultuale, la lavanda dei piedi a livello esistenziale). Si tratta di accogliere il suo dono come fa il ladrone sulla croce, di accogliere la sua vita; si tratta di lasciarsi lavare i piedi da lui, di accettare di essere serviti da lui, e poi comportarsi allo stesso modo con gli altri. L’atteggiamento di Gesù deve ormai esprimersi attraverso le azioni e i gesti di coloro che vogliono fare come lui, di coloro che vogliono essere cristiani di fatto.

Gesù è venuto a instaurare un culto del tutto diverso dai culti antichi, un culto che si colloca al di là dei libri e dei templi, al di là della legge, al di là di Gerusalemme o dei vari Garizim; è un culto nuovo, il culto della persona umana, della comunione fraterna nella quale ciascuno si avvicina agli altri.

Quando Gesù è sulla croce, il suo Abbà non è assente: anche in quel momento egli tiene il suo sguardo e la sua mano su colui che ha annunziato il suo vero nome a tutti gli uomini suoi fratelli. Nella risurrezione, l’Abbà farà vedere fino a che punto gli è vicino. L’Abbà, preso da profonda compassione per questo innocente messo a morte, inventa una nuova nascita e una nuova creazione per lui e per mezzo di lui. Gesù ha vinto! Ora egli si identifica con tutti i piccoli, con tutti quelli che non hanno diritti, con quelli che sono nella miseria e nell’angoscia e li porta con sé nel suo regno, nella sua nuova vita. Li ha scelti come compagni lungo la strada del mondo e li vuole come compagni nella casa del suo Abbà, nel paradiso.

7 - Costruire con successo la propria vita

Il grido di Gesù: "Beato!" deve essere dunque riferito in primo luogo all’Abbà: egli è felice in se stesso, perché la sua è l’onnipotenza dell’amore, della povertà, della mitezza, di tutto ciò che dicono di lui le beatitudini. E Gesù vuole essere beato alla maniera del Padre, vuole costruire con successo la propria vita attraverso la povertà, la mitezza... I vangeli non fanno altro che mostrarci l’Abbà e Gesù così come sono, nella loro profonda felicità.

Dobbiamo cercare di comprendere esattamente le parole evangeliche; e tradurre è sempre un po’ tradire. Cosa vuol dire Gesù quando esclama: "Beato!"? La prospettiva migliore per comprendere questa esclamazione è quella del giudizio finale così come ce lo presenta il capitolo 25 di Matteo. È una constatazione che esprime un assenso gioioso: Bravo! Evviva! Hai ragione! Hai fatto la cosa giusta! Fortunato te! Ecc. Se il primo e più grande beato è l’Abbà, i beati sono coloro che assomigliano all’Abbà, che vivono come lui, che "ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8,21). Maria è beata perché ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore (Lc 1,45). La gioia di Gesù non si manifesta solo nel giudizio finale, ma già durante la sua vita terrena. Se da un lato si commuove di fronte alla folla che non sa dove trovare felicità, se di fronte a Gerusalemme piange su una città che non vuol capire, dall’altro lato egli prova una gioia profonda quando vede un’altra folla, quella di tutti coloro che ascoltano la parola del Padre e mettono in pratica nella vita di tutti i giorni quello che egli dice. Le beatitudini constatano un fatto di ieri, di oggi, di domani, di sempre.

Le beatitudini indicano un risultato. A tutti i discepoli che scelgono la via delle beatitudini, Gesù dice: "Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo" (Mt 5,13-14). Gesù vede davanti a sé tutti i poveri, i miti, i puri di cuore della storia e proclama che sono loro che danno al mondo il sale e la luce, il sapore e il significato.

Gesù dichiara che tutti costoro possiedono il segreto della felicità personale e la vera soluzione della vita collettiva.

Gesù vede con chiarezza la strada da seguire e la indica agli uomini senza ignorare le difficoltà. Gesù propone all’uomo di andare oltre l’amore degli amici per entrare nella via irrazionale dell’amore dei nemici. Gesù sa che non-violenti non si nasce, ma si diventa e ai suoi tempi la Palestina stava attraversando un periodo di particolare violenza e di fortissime tensioni. È necessario rendersi conto di tutte le tensioni che c’erano in Palestina al tempo di Gesù per evitare di considerarlo "il dolce sognatore di Galilea" (Jaurès). Ebbene, a questa gente Gesù dice che tutti sono amati da Dio, a qualsiasi razza o religione appartengano; mostra loro il volto dell’Abbà che crede nell’uomo e nelle sue possibilità, che dà fiducia anche ai pubblicani e alle prostitute. L’essenziale è sapere che l’Abbà ama ciascuno singolarmente e che tutti gli uomini hanno effettivamente accesso al suo amore. La solidarietà tra gli esseri umani si stabilisce così non sulla base di comandamenti esterni, ma a partire dalla persona dell’Abbà e dal suo amore personale per il singolo e per l’umanità intera. Costruisce con successo la propria vita, è "beato" e felice chi ha fiducia nell’Abbà, chi dà fiducia all’altro e ha fiducia nella vita e nel futuro. Nel linguaggio del cristiano queste realtà si chiamano: fede, speranza e carità.

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