LA RISCOPERTA DELLA MORALE
(Pedron Lino)


autori
titoli

Indice:

Introduzione
Una morale per tutti
Morale laica o morale cristiana?
Morale sì, moralismo no!
Una morale in ricerca
La legge della crescita
Le leggi sono finalizzate all'amore
La legge di Cristo
Le leggi umane

 

 

 

INTRODUZIONE

La morale è la ricerca universale della vera felicità e ne indica la via. Siamo chiamati alla gioia del Dio-Amore, alla libertà dei figli di Dio: le norme morali servono per raggiungere questa gioia e questa libertà.

Molti figli hanno l’impressione, e spesso la certezza, che i loro genitori non siano felici, che vivano in una tensione continua, in una rinuncia ormai abituale alla gioia. Se facessero riferimento al Vangelo, molti paragonerebbero i propri genitori allo stolto della parabola che spende tutta la vita a immagazzinare i suoi raccolti, a ingrandire i suoi granai, e a prepararsi... a godere la vita (cfr. Lc 12,16-21). Pascal ha scritto: Tutti gli uomini cercano di essere felici, senza eccezioni; per quanto usino mezzi diversi, tutti tendono a questo scopo... La volontà non si muove se non in questa direzione; la felicità è la motivazione di tutte le azioni di tutti gli uomini, anche di quelli che stanno per impiccarsi.

 

UNA MORALE PER TUTTI

Ogni uomo è cosciente di agire bene o male. Ogni uomo desidera che gli si faccia del bene e non del male. Quindi ogni uomo ha una certa idea di quello che è bene e di quello che è male; ogni uomo conosce la morale, a grandi linee; ogni uomo è un moralista.

La morale non è qualcosa che viene dall’alto o dal di fuori. La regola morale scaturisce dall’uomo e da lui viene affinata e unificata con l’aiuto e la provocazione dell’ambiente culturale che lo circonda. È l’uomo stesso che genera le sue norme, a partire da due realtà che svolgono una funzione di stimolo e di regolamentazione: da un lato la sua esperienza del mondo e della vita; dall’altro un ideale che è in lui e che lo chiama e lo attira verso l’alto, verso la conquista della felicità per sé e per tutti.

Il credente sa che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Che la ragione umana è il riflesso del pensiero e della sapienza di Dio. Che l’uomo, figlio di Dio, gode di tutte le libertà - e quindi di tutte le responsabilità - dei figli, nell’amore.

Dio ha voluto creare di fronte a sé, per amore, un uomo fatto a sua immagine e dunque libero. Di conseguenza l’uomo è innanzitutto libero, finché una volontà precisa di Dio non si è chiaramente manifestata alla sua coscienza individuale. Esiste una generale libertà finché non venga provato il contrario; la volontà di Dio è che l’uomo, suo figlio, faccia ciò che gli sembra buono, ad eccezione di alcuni casi ben definiti in cui Dio gli chiede di fare una cosa o di evitarne un’altra. Creato a immagine di Dio, l’uomo è più portato verso il bene che verso il male. E il peccato non cambierà mai la sua natura di uomo; per quanto si ribelli, non può rendere cattiva la propria natura. Il peccato può guastare ma non distruggere l’immagine di Dio che è in lui. Decaduto o no, l’essere umano resta chiamato ad amare in maniera totale, a condividere ciò che ha, a dimenticare se stesso per la felicità degli altri, come Dio che non esiste se non per donare la felicità. La concezione giudaica e cristiana dell’uomo è così luminosa e sublime da infrangere i confini dell’umanesimo.

Secondo questa concezione infatti l’uomo non realizza se stesso se non quando viene strappato ai suoi limiti e innalzato all’amore senza limiti di Dio.

Ora il Padre agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti (Ef 4,6), il Cristo illumina ogni uomo (cf. Gv 1,9), lo Spirito pervade la buona volontà di ciascuno. Ogni uomo, dunque, può sviluppare pienamente la propria umanità; ogni uomo, anche non credente, può realizzarsi nella santità. Basta che lasci crescere dentro di sé il meglio di se stesso. Figlio di Dio, è chiamato alla libertà per la propria realizzazione e per la felicità degli altri.

 

MORALE LAICA O MORALE CRISTIANA?

Molti dicono: I cristiani vivano pure la morale cristiana, ma non impediscano agli altri di vivere diversamente secondo la propria coscienza. Quelli che seguono il Cristo lo seguano pure, ma lascino che gli altri seguano chi vogliono o magari non seguano nessuno. A proposito del matrimonio, dell’omosessualità, del divorzio, della contraccezione, dell’aborto, ecc... i cristiani si comportino come credono di doversi comportare, ma non pretendano di impedire allo stato di promulgare leggi che corrispondono alle abitudini della maggioranza.

In questa posizione si nasconde un duplice errore.

In primo luogo, anche a livello di morale laica, non è vero che le abitudini della maggioranza siano sufficienti a legittimare un determinato comportamento; anche se sono atee le madri che hanno deciso di abortire avvertono un turbamento interiore che non ha nulla a che vedere col trauma dell’operazione.

In secondo luogo, non si possono attribuire ai cristiani dei comportamenti... speciali. Secondo una prospettiva che cercheremo di spiegare, non esiste una morale cristiana. Non si è contro il divorzio o contro l’aborto in quanto cristiani, ma semplicemente in quanto uomini.

Per i battezzati come per tutti gli altri, avere un comportamento morale significa umanizzarsi sempre più, sia personalmente che a livello di società. Se una morale è autentica, è universale per principio, nei limiti di un determinato tempo e luogo.

Il popolo di Dio, mosso dalla fede, per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore, che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza e del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, e perciò guida l’intelligenza verso soluzioni pienamente umane (Gaudium et Spes, 11).

La morale cristiana è dunque una morale per tutti. E, viceversa, ogni morale degna di questo nome è morale cristiana, indipendentemente dal fatto che si ricolleghi o no alla fede in Cristo. Avere un comportamento perfettamente morale significa semplicemente vivere in pienezza la propria umanità. E questo è stato realizzato da Gesù, l’uomo perfetto. Il cristiano si presume che lo sappia. Gli altri lo ignorano, ma ciò non significa che non siano tutti ugualmente progettati su Gesù Cristo in virtù della loro stessa natura, per il fatto stesso di essere stati creati.

Per mezzo di lui (Cristo) sono state create tutte le cose (Col 1,16).

Ciò significa che l’esistenza umana di Gesù ha deciso e decide sovranamente dell’esistenza e del futuro di ogni essere creato. La nostra vita, la nostra morte, il nostro futuro eterno sono legati alla persona di Gesù di Nazaret. Dal momento che Dio è amore, non può mettere nella creazione qualcosa di meno di se stesso; non può mettere nella creazione che il meglio di se stesso, cioè la sua divinità, il suo tutto: suo Figlio.

Il disegno di Dio Padre, da tutta l’eternità, è dunque il seguente: la creazione di innumerevoli esseri a cui egli si donerà totalmente, per amore, come si dona al suo Figlio eterno; la creazione di innumerevoli figli e figlie simili al suo Figlio prediletto, per condividere tutto con loro come con Lui... Per mezzo di Lui, come Lui e in Lui, noi saremo partecipi della natura divina (2Pt 1,4).

Il mezzo scelto da Dio per trasfondersi il più perfettamente possibile in semplici creature è l’incarnazione del Verbo. Da tutta l’eternità il Padre vede il Figlio al centro della creazione; il Padre pro-getta il Figlio nel cuore della creazione, creatura egli stesso, carne, uomo, materia, per trasformare in Lui tutti gli uomini. Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo... in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo... predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo... Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1,3-10).

Per questo l’uomo è tanto misterioso. Dice il Concilio Vaticano II: In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (Gaudium et Spes, 22).

Ogni uomo è della serie di Gesù Cristo. Ogni uomo è un abbozzo di Gesù Cristo. L’Umanità, lavorata dal fermento Gesù Cristo, lievita verso la comunione trinitaria, verso la divinizzazione.

Ma tutto questo avviene lentamente, a fatica, con molte resistenze, molti fallimenti e molte lotte. La santità consiste nell’imporsi quegli adattamenti che permettono ad ogni uomo di diventare con gli altri pienamente uomo. L’obiettivo ultimo della morale è la felicità della persona, lo sviluppo e la realizzazione più totale di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Il cristiano sa che il modello e il principio motore di questa crescita non è altro che l’uomo-Dio. La morale cristiana ha lo stesso obiettivo della morale non cristiana: la felicità vera per tutti. Quando il non credente fa emergere dal profondo della sua coscienza il meglio di se stesso, senza saperlo conosce e vive la morale cristiana, perché anch’egli, come ogni uomo, è progettato a partire da Gesù Cristo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale (Gaudium et Spes, 16).

La morale dunque non è mai un codice; dal momento in cui ci si lascia guidare dalla propria coscienza, per tutti la morale è Qualcuno, che lo si conosca o no.

Il culmine della morale (che i cristiani chiamano la santità) non è altro che accogliere dentro di sé il Cristo che vive e che fa vivere, sia pure senza conoscerlo e senza credere in lui; è lasciarsi invadere e trasformare da questa presenza, è ascoltarlo, vivere di lui, permettergli di vivere in noi.

Più che affermare la legge, il Cristo ha predicato l’amore e ha irradiato la misericordia. Il suo messaggio è liberazione, ma, purtroppo, spesso è stato travisato al punto di essere percepito come una catena: Mentre Gesù stava a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?". Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9,10-13).

Fino a poco tempo fa, i sistemi morali si deducevano attraverso un ragionamento logico da alcuni grandi principi stabiliti dai sistemi filosofici o religiosi. L’esperienza non aveva posto in tutto questo. Oggi non esiste più il pensiero nel senso di una realtà immutabile, oggettiva, fredda, destinata a convincere la mente dell’uomo. Ciò che conta non è la mente, ma tutto l’uomo! Ebbene esistono persone in cui si incarna la dignità di essere uomini. Ciascuno di noi ne ha incontrate diverse, e non sempre erano credenti. Le loro vite tuttavia non si spiegano se non attraverso Gesù Cristo. Accanto a queste persone più in vista ce ne sono milioni di altre che nell’umiltà quotidiana rendono testimonianza all’uomo vivendo autenticamente da uomini. Sono loro il pensiero umano di oggi. Lo sono con tutto il loro essere, secondo il significato originale del termine pensiero che deriva da pesare, valutare il giusto peso: la loro esistenza indica ciò che è vero, senza mai separarlo da ciò che è buono, bello e vivo.

Di fronte all’attuale fallimento del pensiero morale, l’uomo è molto semplicemente provocato da loro a condividere con l’uomo il pensiero eternamente vero: amare.

La moralità cristiana è la vitalità dell’uomo, il suo pieno consenso alla gioia di essere uomo. E prima o poi, in questo mondo o nell’altro, scopriremo e proclameremo che la sorgente e il fine di questa gioia è l’amore infinito di Dio che la pervade e la innalza.

 

MORALE SI, MORALISMO NO!

La chiesa non è radunata attorno a qualche idea morale per condurre una lotta morale. La chiesa è radunata dalla fede nel Risorto per comunicare la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione e diffondere la buona notizia.

La chiesa non ha una sua morale che non sia la morale di ogni uomo degno di questo nome. La chiesa, santa e peccatrice, è la folla di coloro che hanno ancorato la propria speranza a Gesù Cristo, perché è il Risorto che vive per sempre, il Dio vivente, l’Amore vivente. Non è una squadra del buon costume che ogni tanto sonnecchia e ogni tanto interviene con vigore.

Fare della chiesa un carabiniere della morale è imbrattarle il volto, privarsi della gioia di conoscerla e rendersi incapaci di farla amare. La chiesa tuttavia non è indifferente ai comportamenti umani, non è assente dalla lotta per la morale, per il semplice fatto che non può essere indifferente all’uomo.

Di fronte a una società in decomposizione, la chiesa ha qualcosa da vivere e qualcosa da dire. Innanzitutto ha un esempio da dare. Sale della terra, luce del mondo, città collocata sopra un monte, la chiesa deve offrire al mondo il suo servizio (Mt 5,13-16). Una chiesa morale e maestra di morale, dunque, ma non di moralismo.

La morale è la scienza del bene e del male. Non si tratta dunque di un insieme di regole di condotta valide sempre e dovunque, in maniera assoluta, ma di una conoscenza equilibrata dei valori e delle capacità di riconoscerli nei comportamenti concreti tesi verso il bene, verso la pienezza dell’amore.

Il moralismo invece è l’attaccamento rigido e formalista a una morale.

È l’atteggiamento di chi sacrifica tutti i valori al rigore morale, preoccupandosi dei principi più che delle persone. È l’atteggiamento di chi scruta le leggi più che i segni dei tempi.

Di conseguenza succede spesso che il moralismo sia immorale, perché ignora i valori prioritari: l’attenzione alle situazioni e l’amore.

Il moralismo dunque non conduce gli uomini alla morale autentica, ma ne fa dei moralizzatori, dei moralisti in senso negativo.

È moralistico l’atteggiamento di chi dà più valore alle regole di vita che alle ragioni di vita. Pensiamo alla parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37). Il sacerdote giudeo vede l’uomo in fin di vita sul ciglio della strada e passa oltre, perché la legge lo considererebbe liturgicamente impuro per sempre se gli capitasse di toccare un cadavere (Lv 21,1-3.11). E un uomo in quelle condizioni avrebbe potuto diventare facilmente un cadavere fra le sue braccia. Il legalismo e il moralismo portano il sacerdote a un comportamento immorale. Il samaritano invece vede e salva il proprio fratello, perché la sua prima ragione di vita è di far vivere il prossimo colpito dalla sventura.

È moralistico, quindi, l’atteggiamento di chi cerca una risposta alle proprie perplessità di coscienza guardando alla legge più che alle persone coinvolte nel problema.

E ancora più moralistico è l’atteggiamento di chi non può vivere senza misurare tutto quello che fanno gli altri, di chi sa sempre quello che gli altri devono fare o non fare, e lo dice, e lo scrive, lo predica, come se fosse il Dio del Sinai in persona, salvo poi comportarsi anch’egli come può, cioè come coloro che continuamente giudica e condanna.

È moralistico l’atteggiamento di chi pretende di far filare dritto sorelle, fratelli e figli sotto l’incubo del suo terrorismo. Peccato mortale di qua, inferno eterno di là... Troppo spesso certi uomini di chiesa hanno ceduto a questo tipo di moralismo. È molto più facile far paura che rendere felici. Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito (Mt 23,1-4). È moralistico infine, per non dilungarci troppo, l’atteggiamento di chi è scrupolosamente fedele al culto, ma sorvola con grande disinvoltura sulla giustizia e sulla carità: Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia, la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! (Mt 23,23-24).

Morale e moralismo: due parole quasi simili e due comportamenti quasi opposti. Quindi noi diciamo: Sì alla morale, no al moralismo! Come vedremo si tratta di una delle esigenze fondamentali del vangelo.

 

UNA MORALE IN RICERCA

La preoccupazione costante della morale e dei moralisti è quella di evitare il male e di fare il bene. E anche di raggiungere il meglio, la perfezione, la santità. Appunto per questo una morale che cerca di essere onesta si preoccupa costantemente di prestare attenzione alla vita che si evolve e di aggiornarsi e di adattarsi ad essa. La salute delle anime, come quella dei corpi, è una realtà storica, cioè una realtà che muta. Di conseguenza, proprio perché cerca i valori permanenti del bene e del meglio, la morale deve temere il ristagno ed essere sempre preoccupata di rinnovarsi.

Facciamo un solo esempio. Il Concilio Vaticano II condanna la schiavitù e penso che nessuno di noi sia favorevole ad essa. Ma fino al XVI secolo tutti i teologi giustificavano la riduzione in schiavitù dei prigionieri pagani catturati nel corso di una guerra giusta.

E si è dovuti arrivare fino al XIX secolo perché i cristiani, costretti dalle leggi civili, liberassero i loro schiavi. Non si riesce a capire come quei teologi riuscissero a mettere insieme vangelo e schiavitù. Eppure Dio sa quanto erano sicuri di se stessi. Dunque se non vogliamo cadere in una sclerosi mortale, dobbiamo imparare a superare costantemente il passato. Il si è sempre fatto così! Può essere spesso una frase da deficienti se non si sanno i motivi per cui è giusto continuare a fare così.

Cambia la morale? No! Cambia la conoscenza della morale: la coscienza del mondo e della chiesa maturano nell’amore e nel rispetto delle persone, i suoi orizzonti si sono drammaticamente allargati. La radio e la televisione ci portano in casa i drammi del mondo intero, e noi siamo responsabili del benessere di tutti e dunque siamo colpevoli se non facciamo tutto ciò che è in nostro potere per contribuire ad esso.

Oggi la morale di tutti e di ciascuno si sviluppa su scala planetaria: È dovere permanente della chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche (GS 4).

Papa, vescovi, preti, genitori, educatori hanno un lavoro immenso davanti a sé: ricerca, aggiornamento, approfondimento della parola di Dio e maggiore fedeltà al vangelo. Tutto devono fare fuorché ripresentare il passato riverniciato a nuovo, ammannire bugie e ignoranze fritte e rifritte, o presentare alle nuove generazioni brodaglie riscaldate.

Il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell’ordine, a una concezione più dinamica ed evolutiva; ciò favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che stimola ad analisi e a sintesi nuove (GS 5).

Ora soffermiamoci brevemente sulla scoperta delle scoperte. Bisogna riconoscere che la libertà di decisione di ogni persona umana e il rispetto dello Spirito Santo che è presente in ogni uomo di buona volontà, soprattutto se battezzato e cresimato, sono state realtà molto misconosciute fino ai nostri giorni almeno a livello pratico.

Il loro riconoscimento apre al laico uno spazio molto più vasto di libertà, di responsabilità e di decisione personale! In questa nostra età gli uomini diventano più consapevoli della dignità della persona umana e cresce il numero di coloro i quali esigono che gli uomini nell’agire seguano la loro iniziativa e godano di una libertà responsabile, non mossi da coercizione, bensì guidati dalla coscienza del dovere (Conc. Vat. II, La libertà religiosa, 1).

Questo sconvolge alcuni atteggiamenti che erano diventati ormai un’ abitudine, da un lato nei moralisti, che trovavano normale dire agli altri quello che dovevano fare, pensando al posto loro, e dall’altro nei cristiani, che vengono rimandati in ultima istanza alla loro coscienza e perdono la sicurezza dei principi stereotipati e delle risposte già pronte, dei divieti e dei permessi che vengono dall’alto.

Costruirsi una coscienza ben formata e ben informata è il dovere di ogni adulto. Rivendicare una coscienza sovrana è il suo diritto. Questa giusta rivendicazione farà nascere una morale creatrice, matura, una morale di libertà e non necessariamente di libertinaggio, non una morale da schiavi ma da figli di Dio (Rm 8,14-16).

È di fondamentale importanza cercare le vie da seguire in piena libertà. È vero che certe norme possono e devono cambiare. È vero che sorgono valori nuovi mentre altri vengono meno. È vero che ci troviamo di fronte a problemi nuovi che non avremmo mai immaginato e che ci trovano del tutto impreparati. E il futuro ci riserverà sicuramente altre sorprese... Ma lasciare cadere le braccia di fronte alle novità o peggio ancora seguire l’andazzo generale senza una ricerca ostinata, seria e consapevole della moralità (o meno) della strada che stiamo percorrendo, è rinunciare ad essere uomini.

È urgente risvegliare le coscienze; è urgente strappare i gaudenti e gli affaristi dal loro stordimento; è urgente anche scuotere dal sonno chi continua a vivere tranquillo ignorando le novità e i problemi dell’oggi. Gli uomini, i cristiani devono affrontare con entusiasmo i rischi del tempo presente, partecipando alla gioia dell’invenzione di una morale viva e aderente alla realtà e al vangelo.

La morale tradizionale ha molte cose da farsi perdonare. E in ogni caso non può più pretendere di pronunciare la prima e l’ultima parola, per esempio, sulla sessualità umana. Anche le scienze hanno la loro parola da dire. Se la morale non accetta di ascoltarle, invalida se stessa.

Ma quando le scienze e le tecniche pretendono di sostituire la morale, producono danni ancora maggiori di quelli causati da una morale totalitaria. Scienza senza coscienza è rovina dell’anima, scriveva Rabelais. Il peggio si verifica quando i pubblici poteri assumono il ruolo di direttori spirituali e sessuali dei giovani e dei meno giovani. Oggi più che mai abbiamo bisogno della morale per conservare o restituire agli individui e alle coppie il senso umano e divino della sessualità, del denaro, del sapere, del potere... in una parola: il senso della vita.

La morale infatti, non è fine a se stessa. È a servizio dell’esistenza umana che si realizza in Gesù Cristo. Non da sola, come spesso si è creduto fino ai giorni nostri, ma in collaborazione con le scienze umane e soprattutto con l’esperienza degli uomini di buona volontà, cristiani o non cristiani. Essi hanno qualcosa da dire, perché possiedono globalmente l’esperienza dello sforzo verso il bene, verso il meglio; e anche l’esperienza del male, del fallimento; l’esperienza del possibile e dell’impossibile nel cammino collettivo verso la umanizzazione, verso la divinizzazione in Gesù Cristo.

Il compito della morale è quello di indicare agli uomini la via della felicità. Soltanto l’amore, l’esperienza e lo Spirito Santo possono insegnarle quali indicazioni dare. Questo presuppone un ampio ascolto dei laici, anch’essi abitati dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo. Di fronte a questo immenso sforzo, che ormai pervade tutto il genere umano, molti interrogativi sorgono tra gli uomini. Qual è il senso e il valore dell’attività umana? Come vanno usate queste realtà? A quale scopo tendono gli sforzi sia individuali che collettivi? La chiesa, che custodisce il deposito della parola di Dio, da cui vengono attinti i principi per l’ordine morale e religioso, anche se non ha sempre pronta la soluzione per ogni singola questione, desidera unire la luce della rivelazione alla competenza di tutti, allo scopo di illuminare la strada sulla quale si è messa da poco l’umanità (GS 33).

 

LA LEGGE DELLA CRESCITA

Ogni uomo, indipendentemente dal fatto che sia cristiano o no, è modellato su Gesù Cristo. Ogni creatura umana, credente o non credente, peccatrice o santa, è e rimarrà sempre immagine di Dio Trinità e suo partner nella storia della salvezza. Per il semplice fatto di essere stato creato, ogni uomo è progettato sul Figlio di Dio ed è in cammino dall’animalità alla divinizzazione nel Cristo incarnato, morto e risorto.

Per questo il cuore di ogni morale è innanzitutto il vangelo, cioè l’uomo perfetto, Gesù, che dopo la sua morte e la sua risurrezione elevato da terra (sulla croce e nella gloria) attirerà a sé tutti gli uomini (Gv 12,32) indipendentemente dal fatto che lo conoscano o meno.

Il cammino dell’ascesa umana è lungo, ma non sfocierà mai nel superuomo, perché nessuno può superare Gesù Cristo. Quindi umanizzarsi pienamente è diventare un altro Cristo. Niente di meno: Ecco l’Uomo (Gv 19,5).

Il neo-convertito inizia un itinerario spirituale in cui... passa dall’uomo vecchio all’uomo nuovo che in Cristo trova la sua perfezione. Questo passaggio che implica un progressivo cambiamento di mentalità e di costumi, deve manifestarsi... e svilupparsi progressivamente (AG 13).

Nessuno diventa santo con un solo balzo che lo proietta all’improvviso da un mondo a un altro: ogni conversione si sviluppa in uno spazio di tempo la cui durata dipende dal dono di Dio e dalla capacità interiore di evoluzione di ciascuno.

Il Signore ci insegna che il regno di Dio, cioè l’assimilazione del vangelo da parte delle società e dei cuori, dei costumi e delle coscienze, procede per fasi successive che esigono tempo (Mt 13).

La prima legge della moralità è dunque la legge della crescita. L’importante è che uno voglia cominciare a progredire. Esigere tutto subito da un peccatore che vuole correggersi è propriamente immorale, perché significa ignorare la lentezza obbligata di un cammino di conversione. Mettere dei deboli di fronte alla scelta del tutto o niente equivale a gettarli nella disperazione: tra la palude delle loro difficoltà e la vetta della perfezione c’è una lunga salita che essi possono percorrere solo passo dopo passo, nella ricerca progressiva della loro piena umanità. Quanti cristiani, posti con durezza di fronte a esigenze praticamente impossibili, hanno abbandonato definitivamente quei sacramenti che pure Cristo aveva istituito per i peccatori!

Ogni bambino è chiamato a crescere e a diventare uomo; ogni malato a guarire. Allo stesso modo ogni peccatore è chiamato a raggiungere la pienezza della propria umanità in Cristo. A tutti i peccatori pentiti Gesù dice, come un giorno all’adultera: Va’, e non peccare più. Si tratta di un augurio affettuoso, non di una profezia, e ancor meno di una promessa richiesta in cambio del perdono. La parola di Gesù indica semplicemente un cammino, addita una strada, suscita una volontà di crescita, non la volontà di diventare grandi in un momento solo, raggiungendo immediatamente lo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo (Ef 4,13).

S. Alfonso de’ Liguori era molto indignato di fronte a ciò che esigevano i confessori del suo tempo. Scriveva: Più le anime sono sprofondate nel vizio e dominate dal demonio, più bisogna accoglierle con tenerezza per strapparle agli artigli di Satana e metterle fra le braccia di Gesù Cristo. Come si fa a dire: Tu sei dannato, non posso darti l’assoluzione? Questo significa dimenticare che la persona che si ha davanti è stata riscattata a prezzo del sangue di Gesù Cristo! E ancora: Più i peccatori sono sprofondati nel male, più bisogna amarli. Gesù non agiva diversamente... Rimandare l’assoluzione per mesi e mesi non è soccorrere i peccatori ma finire di perderli. Il nostro compito è di aiutarli. E non li aiuteremo mai meglio che dando loro l’assoluzione e la comunione.

 

LE LEGGI SONO FINALIZZATE ALL’AMORE

Se dovessi scrivere un libro di morale, avrebbe 100 pagine, e 99 sarebbero bianche. Sull’ultima scriverei: L’unico dovere che conosco è quello di amare (Albert Camus). Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19,18). L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore (Rm 13,8-10).

Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti... Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,44-48).

Ma amare è una parola troppo vaga, che finisce col non significare più nulla o il contrario del suo vero significato. Chi commette adulterio, spesso si esprime così: Ho fatto l’amore con un’altra donna (o uomo). Ma ha fatto l’amore o il contrario dell’amore, trasgredendo il comandamento: Non commettere adulterio?

Ci sono due stadi dell’amore, lo stadio digestivo e lo stadio oblativo. Il primo è quello del bambino e di parecchi milioni di adulti rimasti infantili, divoratori e possessivi; al secondo stadio, quello del dono di sé, arrivano soltanto alcuni.

L’imperialismo dell’io egoista si esprime in pulsioni totalitarie che sfocerebbero nella negazione dell’altro: voglia di uccidere, di rubare, di mentire... in breve, di trattare l’altro come se non esistesse. Fortunatamente tra l’altro e me si inserisce la legge che interdice: Non uccidere, non rubare. Così a ciascuno viene impedito di annientare la vita del prossimo, sotto pena di negare e distruggere la propria. Non per nulla gli psicanalisti hanno riscoperto il decalogo come l’interdetto che fonda ogni società umana.

Le dieci parole sono il patto che fonda la storia della liberazione e della redenzione. Devono essere comprese come le dieci grandi libertà. Approfondito in modo intelligente, il decalogo offre al mondo moderno quel significato inesauribile che il vangelo ha fatto riecheggiare amplificandolo.

 

LA LEGGE DI CRISTO

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi non per portarci una morale, ma per portarci la salvezza. Gesù lo sottolinea in tutti i modi: Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori (Mt 9,13). Dicendo questo non vogliamo insinuare che Gesù liquida i comandamenti. Egli è venuto a proclamare il perdono, non a negare il peccato. È venuto ad annunciare la misericordia, non a sopprimere la legge. Egli assume le dieci parole dell’alleanza, perché è venuto proprio per rendere perfetta ed eterna questa alleanza. Al giovane ricco che gli chiede: Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?, Gesù dice: Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. E alla domanda: Quali?, risponde: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso (Mt 19,16-19).

L’opera di Cristo non liquida dunque il decalogo, come spesso è stato detto, e neppure consiste nel fondare una morale più elevata. Il Cristo è venuto ad affinare spiritualmente la morale del decalogo e ad offrirla a tutti.

Non esistono due leggi, una per i cristiani e una per i non cristiani.

Cristo è morto per tutti gli uomini, è risorto per tutti e ha effuso il suo Spirito sopra ogni persona (At 2,17).

La legge di Cristo è la legge di ogni uomo, credente o non credente, battezzato o non battezzato, che è stato redento dal peccato e vive, giustificato dalla grazia, nel corpo mistico di Cristo.

Ma un non credente, un non battezzato, possono vivere, giustificati dalla grazia, nel corpo mistico del Cristo?

Certamente sì! Non dimentichiamo il carattere universale della redenzione: La grazia di Dio, e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini... Per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita (Rm 5,15-18). Non ci sono due tipi di uomini, i salvati e i non salvati. Ci sono semplicemente quelli che conoscono e quelli che non conoscono la salvezza di Dio. Fra quelli che la conoscono non mancano i cattivi soggetti che soffocano dentro di sé lo Spirito del Cristo; e fra quelli che non la conoscono c’è sicuramente un gran numero di persone di buona volontà. Dal momento che fanno il bene, costoro amano il bene supremo, amano Dio senza saperlo. E per loro si realizza la promessa di Gesù: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23).

È il battesimo di desiderio di cui ci hanno parlato tutti i catechismi.

Non esiste altro uomo se non l’uomo redento. Tutti gli uomini sono progettati a partire da Gesù Cristo, primogenito di ogni creatura. Tutti hanno il medesimo destino ultimo: quello di essere eredi del Padre e coeredi del Figlio. Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti (Rm 5,18-19).

Ogni esistenza umana ha dunque un modello: il Cristo. Tutte le norme morali, in ultima analisi, sono l’uomo-Dio, in cui ogni esistenza umana e ogni ordine umano trovano il loro fondamento. Il Verbo era la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9).

Qualcuno potrebbe rimproverarci di pretendere in questo modo di accaparrare tutta l’umanità. Ma non abbiamo inventato noi il fatto rivelato che l’uomo-Dio è il modello su cui è costruito ogni uomo, che Dio vuole la salvezza di tutti (1Tm 2,4), che il Cristo illumina ogni uomo (Gv 1,9), che il suo Spirito è stato effuso sopra ogni persona (At 2,17). Noi non siamo i proprietari dell’incredibile amore del Padre in Gesù Cristo: esso appartiene a tutti gli uomini. Il fatto di saperlo in virtù della fede è per noi una fortuna; ma è il Cristo che, innalzato da terra (sulla croce e nella gloria) attira a sé tutti gli uomini. A sé, non a noi. Noi siamo stati conquistati dal Cristo e lo sappiamo; essi sono stati conquistati dal Cristo e non lo sanno. Questo non fa che rendere più grande la nostra responsabilità; ma anche la nostra gioia e il nostro privilegio di leggere le sue parole nel vangelo e di incontrarlo in quei tempi forti della grazia che sono i sacramenti. Associato al mistero pasquale e assimilato alla morte di Cristo, (il cristiano) andrà incontro alla risurrezione confortato dalla speranza. E ciò non vale solamente per i cristiani ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale (GS, 22).

La legge di Cristo è il Cristo che vive in me (Gal 2,20). È dunque una legge interiore. È la presenza in me dell’amore del Cristo per il Padre e per gli uomini. Questo amore è una persona: lo Spirito Santo, che supera in noi le inclinazioni egoistiche dell’uomo segnato dal peccato e suscita l’uomo nuovo in cui il Cristo vive il suo amore per il Padre e il suo amore per tutti gli altri.

Amore significa libertà, slancio, gioia interiore. L’amore non costringe: trascina gioiosamente. La legge di Cristo è dunque una legge di libertà. Nella misura in cui siamo animati dallo Spirito del Cristo, le esigenze dei comandamenti e della carità evangelica diventano la nostra volontà e il nostro amore, la nostra legge interiore, la nostra autentica e invincibile autonomia perché chi ama è supremamente libero e autonomo.

Tuttavia anche per i cristiani più ferventi, arrendersi al Cristo per lasciarsi conquistare da lui non è un gesto indolore ed esige molto tempo. Il Cristo risorto è come un pizzico di lievito gettato nella nostra pasta umana, personale e collettiva: ci vuole del tempo prima che tutta la pasta sia lievitata (Lc 13,20-21). Di conseguenza, la chiesa è il luogo della remissione dei peccati: i peccati che i cristiani commettono contro i dieci comandamenti di Dio.

Il vangelo dà al decalogo il sublime compimento del discorso della montagna, col vertice delle beatitudini; ma è sempre il medesimo cammino nel Cristo, per mezzo dello Spirito.

 

LE LEGGI UMANE

L’uomo è essenzialmente comunitario. La famiglia è la prima cellula di un organismo vasto e complesso: la società. La società è un dato umano essenziale.

A questa società le leggi naturali e divine non possono bastare. Il vivere insieme esige anche delle regole convenzionali: delle leggi umane per precisare ed applicare la legge naturale.

Provate a sostituire il codice della strada con il semplice non uccidere o con il comandamento dell’amore: i barellieri e i dipendenti delle pompe funebri non basterebbero più a raccogliere i feriti e i morti. Ma il fatto di tenere la destra è così poco ovvio, che in Inghilterra si tiene la sinistra. Perché? La legge naturale, cioè l’elementare buon senso, esige che si circoli tutti sullo stesso lato: non importa che sia il destro o il sinistro, basta che sia lo stesso. Ci vuole dunque una legge positiva per stabilire una disciplina comune che renda possibile la vita in concreto. Tutti gli elementi importanti della vita comunitaria - stato civile, scuola, matrimonio, proprietà, lavoro, successioni... - saranno dunque regolate da leggi positive. Nasce così il diritto in tutte le sue forme. Quando queste leggi sono promulgate dalle legittime autorità in vista del bene comune, esse obbligano in coscienza. S. Paolo ha scritto: Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non avere da temere l’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, perché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto (Rm 13,1-7).

Dunque, alle leggi umane autenticamente promulgate è necessario stare sottomessi per ragioni di coscienza.

Nei secoli passati le varie monarchie assolute, le dittature di vario colore, la gerarchia delle autorità religiose, politiche, sociali e militari ne hanno combinate di tutti i colori trattando i sudditi come un’immensa folla di mentecatti da sfruttare e da terrorizzare.

Fortunatamente queste autentiche porcherie sono state spazzate via dalle rivoluzioni e dal Concilio Vaticano II. Quest’ultimo, dopo aver restituito al popolo di Dio il suo posto di realtà primaria della Chiesa, afferma nella Gaudium et spes: È evidente che la comunità politica e l’autorità pubblica hanno il loro fondamento nella natura umana e perciò appartengono all’ordine prestabilito da Dio, anche se la determinazione dei regimi politici e la designazione dei governanti sono lasciate alla libera decisione dei cittadini (GS 74).

Per quali motivi infatti i primi depositari del potere di emanare leggi (potere che ha la sua origine in Dio) non dovrebbero essere i cittadini stessi, indipendentemente dalle istituzioni che avranno ritenuto opportuno instaurare per l’esercizio concreto di tale potere? Da una coscienza più viva della dignità umana sorge, in diverse regioni del mondo, lo sforzo di instaurare un ordine politico-giuridico, nel quale siano meglio tutelati nella vita pubblica i diritti della persona, quali il diritto di liberamente riunirsi, associarsi, esprimere le proprie opinioni e professare la religione privatamente e pubblicamente. La tutela infatti dei diritti della persona è condizione necessaria perché i cittadini, sia individualmente presi, sia associati, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica (GS 73).

Ci sono molte cose da chiarire anche a proposito del bene comune.

Le leggi umane si giustificano soltanto in funzione del bene comune. Ma nella visione piramidale dell’autorità di diritto divino il bene comune si identificava con l’avidità di potere dell’oligarchia e spesso con gli interessi particolari dei despoti di diritto divino. È questo l’ordine voluto da Dio di cui parla s. Paolo e che solo può giustificare le leggi umane? Sicuramente no! Perché Dio è amore, nient’altro che amore. Non ci può essere dunque autorità se non finalizzata all’amore. Di conseguenza, un’autorità che non si traduce in amore non è da Dio. Dal momento che non c’è autorità se non da Dio, l’unico potere legittimo è quello di amare. Tutto il resto è usurpazione, nella chiesa come nello stato, nella famiglia come nei rapporti di lavoro.

Un’altra osservazione fondamentale da fare è la seguente: la chiesa ha talmente tirato dalla propria parte il famoso bene comune che alla fine non era più comune, perché comportava dei privilegi rispetto alle altre religioni e alla stessa società civile.

Questo ci insegna che sia la chiesa che lo stato hanno tutto da guadagnare a non essere troppo sicuri di sé e a rivedere costantemente i valori che collocano sotto l’etichetta del bene comune. Da una parte come dall’altra, spesso si è trattato di una bandiera di comodo che nascondeva un assolutismo molto sospetto. Le autorità sono al servizio degli altri, non di se stesse. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mt 20,28).

In sintesi, in qualsiasi società non sono i membri ad essere al servizio di chi detiene il potere, ma chi detiene il potere è al servizio dei membri della società stessa. Gesù, chiamati a sé i discepoli, disse: I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande, tra di voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mt 20,24-28).

Tutto questo non equivale assolutamente a una liquidazione dell’obbedienza, ma piuttosto alla sua estensione e alla sua promozione.

In passato, il capo veniva identificato con Dio stesso. Non doveva obbedire a nessuno. La sua volontà, le sue leggi erano imperative, perché emanavano dal carisma dell’autorità legittima. Durante l’ultima guerra, quanti crimini sono stati perpetrati da uomini che occupavano posti di rilievo nella gerarchia militare e hanno creduto di poter essere scusati per il fatto di aver obbedito a ordini superiori! E anche oggi vediamo dei governi legittimi votare leggi (come quella dell’aborto) che sono contrarie ai diritti dell’uomo e del bene comune più elementare!

Adesso il cristiano sa di essere il primo responsabile delle proprie azioni; sa che una legge può essere immorale e che un criminale o un pazzo possono occupare una posizione di potere. Il cristiano sa che il dovere essenziale di chi comanda è cercare la volontà di Dio (in altre parole: obbedire), subordinando la propria azione al miglior ordine sociale possibile.

Il potere che alcuni legittimamente detengono non ha altro fondamento che i principi della verità, della giustizia, dell’amore e della libertà per tutte le persone affidate al loro governo. Credente o non credente, il responsabile politico che persegue con coscienza il bene comune cerca la volontà di Dio. In questo senso egli si trova sulla medesima strada del semplice cittadino che si sottomette alle leggi umane (a meno che non siano espressamente immorali): cammina nella volontà di Dio e nell’amore dei fratelli. Non obbedisce al presidente o al parlamento, ma allo Spirito di carità che abita dentro di lui. Così facendo è il più indipendente degli uomini, perché lo Spirito è più intimo a noi di noi stessi. Questa libera obbedienza rinnegherebbe se stessa se fosse solo un ripiegamento passivo su di sé. Ogni adulto influisce sulle decisioni politiche con la sua astensione o con la sua azione. Per tutti bisogna parlare dunque di un necessario impegno politico perché ciascuno deve rispondere del bene comune. La politica infatti è determinante ai fini del bene comune perché è lì che si decide la forma che assume, in una società, il voler vivere insieme. La decisione politica tocca praticamente tutti gli aspetti dell’ esistenza: lavoro, famiglia, educazione, tempo libero, cultura, informazione, armamenti, disoccupazione, contraccezione, aborto... Ogni cittadino è coinvolto di fatto in queste realtà ed è chiamato di conseguenza a influire su di esse tramite una presenza effettiva nel processo di scelta politica, con una gamma di possibilità che vanno dal voto alla militanza in un partito, all’assunzione diretta di un incarico elettivo.

È continuamente necessario scegliere, nella concretezza del presente, una linea politica piuttosto che un’altra. Non scegliere significa tagliarsi fuori dalla realtà vissuta, salvo poi godere dei frutti dell’impegno altrui, atteggiamento che non è molto responsabile e quindi non è molto morale.

Ogni uomo si trova in una situazione concreta, e in essa è chiamato a prendere oggi una posizione politica precisa.

In conclusione, ogni legge giusta - sia essa biblica o naturale, cristiana o civile -, è divina, perché è finalizzata al bene, al bene comune, e di conseguenza è in sintonia con l’amore di Dio per tutti gli uomini. E il bene comune verso cui convergono tutte le leggi, non è altro che la liberazione e la piena realizzazione dell’uomo. La gloria di Dio consiste infatti nella beatitudine dell’uomo per mezzo di Gesù Cristo: La gloria di Dio è l’uomo vivo; e la vita dell’uomo è vedere Dio (s. Ireneo).

Siamo noi che abbiamo trasformato in giogo ciò che è libertà, in barriera Colui che è la via, la verità e la vita, per tutti. Perché non abbiamo capito che la libertà e la felicità non nascono mai dai nostri egoismi. Perché non abbiamo capito che la libertà e la felicità sono per tutti, assolutamente per tutti. E di conseguenza la nostra libertà è incatenata finché ci sono catene nel mondo, e la nostra felicità è mutilata finché esiste un infelice che non può condividerla.

Le leggi hanno la funzione di spezzare queste catene e distruggere queste prigioni. Sono leggi finalizzate all’amore per non lasciare nessuno al di fuori del cerchio in cui si ama e si condivide.

La felicità diventa più grande quando viene condivisa; e diventa la beatitudine stessa di Dio quando si è donato tutto. Come ha fatto Colui che è stato l’uomo per gli altri, il Cristo.

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