LA PREGHIERA DEL SIGNORE:
IL PADRE NOSTRO

(Pedron Lino)


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titoli

Indice:

Il Padre nostro è la preghiera della Chiesa
Padre nostro che sei nei cieli
Sia santificato il tuo nome
Venga il tuo regno
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori
Non ci indurre in tentazione
Ma liberaci dal male
Conclusione

 

 

 

 

Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e, quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse:
Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli (Lc 11,1).
In risposta a questa domanda il Signore affida alla sua Chiesa la preghiera cristiana fondamentale. San Luca ci riporta un testo più breve di questa preghiera (di cinque richieste), san Matteo una versione più ampia (di sette richieste). La tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato il testo di san Matteo:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti come noi
li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.

Il Padre nostro è la preghiera cristiana fondamentale. Dunque è da questa preghiera del Signore che possiamo capire che cos’è la preghiera. La preghiera del cristiano è parlare con Dio chiamandolo Abbà, papà, babbo.
Scrive santa Teresa:

La preghiera è un intimo rapporto di amicizia, un trattenimento con colui da cui sappiamo di essere amati.

La preghiera è una necessità fondamentale di ogni uomo e soprattutto del cristiano; è il respiro di ogni anima credente. La preghiera non umilia l’uomo, ma lo esalta perché ne rivela la sua grandezza: l’uomo è l’interlocutore privilegiato di Dio.

Scrive san Giovanni Crisostomo:

La preghiera e il colloquio con Dio è il bene sommo, perché è unione con lui.

La preghiera è il linguaggio della nostra fede.

Tertulliano ha scritto:

L’orazione del Signore (il Padre nostro) è veramente la sintesi di tutto il Vangelo.

E Joachim Jeremias ha scritto:

Il Padre nostro è il più chiaro e il più completo riepilogo del messaggio di Gesù.

E sant’Agostino:

Tutte le parole che noi diciamo pregando non esprimono altro se non quanto è racchiuso in questa preghiera insegnataci dal Signore, se la recitiamo bene e convenientemente.

E san Tommaso d’Aquino:

La preghiera del Padre nostro è perfettissima... Nella preghiera del Signore non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell’ordine in cui devono essere desiderate: cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma anche tutti i nostri affetti.

Gesù ci insegna la vita nuova con le sue parole e ci educa a chiederla con la preghiera. Dalla rettitudine della nostra preghiera dipende la rettitudine della nostra vita.

Gesù ha proibito una preghiera fatta soltanto di parole (Mt 6,7), ma ci ha insegnato una preghiera fatta anche di parole.

Scrive sant’Agostino:

La vera preghiera non è nella voce, ma nel cuore. Non sono le nostre parole, ma i nostri desideri a dar forza alle nostre suppliche. Se invochiamo con la bocca la vita eterna, senza desiderarla dal profondo del cuore, il nostro grido è un silenzio. Se senza parlare, noi la desideriamo dal profondo del cuore, il nostro silenzio è un grido.

Il Padre nostro è questo silenzio diventato il grido di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

 

Il Padre nostro è la preghiera della Chiesa

Le prime comunità cristiane pregano la Preghiera del Signore tre volte al giorno (Didaché 8,3) in sostituzione delle diciotto benedizioni della preghiera ebraica. Il Padre nostro è una preghiera essenzialmente comunitaria. Scrive san Giovanni Crisostomo:

Il Signore ci insegna a pregare insieme per tutti i nostri fratelli. Infatti egli non dice Padre "mio" che sei nei cieli, ma Padre "nostro", affinché la nostra preghiera salga, da un cuore solo, per tutto il Corpo della Chiesa.

Dal quarto secolo la preghiera di Gesù è collocata nel cuore della celebrazione della Cena del Signore (nella Messa). Essa è preceduta da queste parole: Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire...

Senza questo precetto esplicito del Signore nessuno avrebbe mai avuto l’ardimento di chiamare Dio: Padre nostro. Senza Cristo non avremmo mai saputo d’essere realmente figli di Dio e partecipi della natura divina e, dunque, non avremmo mai saputo quanto Dio ci ama.

 

Padre nostro che sei nei cieli

Fin dalle prime parole la Preghiera del Signore ci introduce negli orizzonti immensi del mistero di Dio e dell’uomo. Il Signore del mondo è il Dio dell’uomo, il suo creatore, il suo Padre. Scrive san Tommaso d’Aquino:

L’amore ha impedito a Dio di restare solo.

Noi possiamo invocare Dio come Padre perché ci è rivelato dal Figlio suo fatto uomo e perché il suo Spirito ce lo fa conoscere.

Scrive Tertulliano:

L’espressione Dio-Padre non era mai stata rivelata a nessuno. Quando lo stesso Mosè chiese a Dio chi fosse, si sentì rispondere un altro nome. A noi questo nome è stato rivelato nel Figlio: questo nome, infatti, implica il nuovo nome del Padre.

Attraverso la Preghiera del Signore, noi siamo rivelati a noi stessi, mentre ci viene rivelato il Padre. Scrive sant’Ambrogio:

O uomo, tu non osavi levare il tuo volto verso il cielo, rivolgevi i tuoi occhi verso la terra, e, ad un tratto, hai ricevuto la grazia di Cristo: ti sono stati rimessi tutti i tuoi peccati. Da servo malvagio sei diventato un figlio buono... Leva, dunque, i tuoi occhi al Padre... che ti ha redento per mezzo del Figlio e di’: Padre nostro!...

La preghiera del Padre nostro deve sviluppare in noi il desiderio e la volontà di somigliargli. Scrive san Cipriano:

Bisogna che quando chiamiamo Dio "Padre nostro", ci ricordiamo del dovere di comportarci come figli di Dio.

E san Giovanni Crisostomo:

Non potete chiamare vostro Padre il Dio di ogni bontà, se conservate un cuore crudele e disumano; in tal caso, infatti, non avete più in voi l’impronta della bontà del Padre celeste.

E san Gregorio di Nissa:

È necessario contemplare incessantemente la bellezza del Padre e impregnarne l’anima.

Per recitare convenientemente il Padre nostro dobbiamo avere un cuore umile e confidente che ci fa diventare come bambini (Mt 18,3) perché il Padre si rivela solo ai piccoli (Mt 11,25). Chi recita il Padre nostro

tratta con Dio come con il proprio Padre, in una tenerezza specialissima di pietà (san Giovanni Cassiano).

E sant’Agostino scrive:

Padre nostro: questo nome suscita in noi, contemporaneamente, l’amore, il fervore nella preghiera... e anche la speranza di ottenere ciò che stiamo per chiedere... Che cosa infatti può Dio negare alla preghiera dei suoi figli, dal momento che ha loro concesso, prima di tutto, di essere suoi figli?

L’espressione che sei nei cieli non indica un luogo, ma la maestà di Dio e la sua presenza nel cuore dei credenti. Scrive sant’Agostino:

Ben a ragione queste parole: "Padre nostro che sei nei cieli" si intendono riferite al cuore dei giusti, dove Dio abita come nel suo tempio. Pertanto colui che prega desidererà che in lui prenda dimora colui che invoca.

Gesù ci dice:

Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23).

Il cielo, la casa del Padre è la vera patria verso la quale siamo in cammino e alla quale apparteniamo.

 

Sia santificato il tuo nome

Il nome, nel linguaggio della Bibbia, esprime l’essere, il carattere, la funzione di colui che lo porta. Il nome di Dio è Dio stesso come l’abbiamo conosciuto dal Figlio Gesù.

Sul finire della sua vita terrena Gesù ha detto al Padre:

Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo (Gv 17,6).

Domandare che il nome di Dio sia santificato vuol dire chiedere che egli sia conosciuto da tutti come il Santo, colui che è totalmente diverso da ogni altro essere,

il solo che possiede l’immortalità, che abita in una luce inaccessibile; che nessuno tra gli uomini ha mai visto né può vedere (1Tm 6,16).

Nella Bibbia Dio è proclamato: Santo, Santo, Santo (Is 6,3). La triplice ripetizione indica l’assoluta santità di Dio: Egli è santissimo. Gesù ci insegna che Dio è il primo a santificare e glorificare se stesso:

Padre, glorifica il tuo nome! Venne allora una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò (Gv 12,28).

Dio glorifica il suo nome compiendo meraviglie nell’opera della creazione e nella storia della salvezza. Dio parla così nel libro di Ezechiele:

Io agisco non per riguardo a voi, gente di Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato tra le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato tra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio - quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi (Ez 36,22-23).

Questa glorificazione del nome di Dio si compie definitivamente nel Figlio di Dio. Gesù dice:

Padre, io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare (Gv 17,4).

La glorificazione del nome del Padre è la più grande gioia di Gesù.

In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto (Lc 10,21).

Nell’acqua del Battesimo noi siamo stati santificati nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio (1Cor 6,11). Ne consegue che dobbiamo santificare in noi il nome di Dio manifestando ciò che siamo diventati in Cristo. Gesù ci rivela la nostra identità e il nostro agire:

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (Mt 5,14-16).

Glorificare Dio è splendere della sua luce riflettendola sul mondo. È la missione della Chiesa:

Cristo è la luce delle genti, e questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, splendente sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini annunziando il Vangelo a ogni creatura (LG 1).

Nell’ultima cena Gesù dice ai suoi discepoli:

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli (Gv 15,8).

L’apostolo Pietro ci esorta:

La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio (1Pt 2,12).

Scrive san Pietro Crisologo:

Domandiamo che il nome di Dio sia santificato in noi dalla nostra vita. Infatti, se viviamo con rettitudine, il nome di Dio è benedetto; ma se viviamo nella disonestà, il nome di Dio è bestemmiato, secondo quanto dice l’apostolo: "Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani (Rm 2,24). Noi, dunque, preghiamo per meritare di essere santi come è santo il nome del nostro Dio.

E Tertulliano:

Quando diciamo: "Sia santificato il tuo nome" chiediamo che venga santificato in noi, che siamo in lui, ma anche negli altri che non si sono ancora lasciati raggiungere dalla grazia di Dio; ciò per conformarci al precetto che ci obbliga a pregare per tutti, perfino per i nostri nemici. Ecco perché non diciamo espressamente: il tuo nome sia santificato "in noi"; non lo diciamo perché chiediamo che sia santificato in tutti gli uomini.

Questa prima domanda del Padre nostro compendia anche le altre sei domande seguenti.

 

Venga il tuo regno

Il regno di Dio è l’argomento essenziale della predicazione di Gesù. I Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) parlano un centinaio di volte del regno di Dio o del regno dei cieli.

Davanti a Pilato, Gesù dichiara:

Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36).

Il regno di Dio non è come i regni di questo mondo. Non è conquistato e conservato con le armi, non è il risultato di un successo politico o elettorale. Il regno di Dio è la forza dell’amore di Dio che solleva il mondo dalla perdizione alla salvezza.

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3,16-17).

Ringraziamo con gioia il Padre chi ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati (Col 1,12-13).

Il dominio regale e salvifico di Dio si realizza mediante la liberazione dal peccato, che è il rifiuto della signoria del Padre celeste.

Gesù dice a Nicodemo:

In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5).

Dopo la sua risurrezione Gesù si mostrò vivo agli apostoli apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio (At 1,3) e disse loro:

Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,18-20).

Il regno di Dio non si esaurisce nella storia del mondo, ma avrà il suo vertice quando Gesù verrà come re a pronunziare l’ultimo giudizio di salvezza o di condanna:

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo... (Mt 25,31-34).

San Paolo dopo aver parlato della risurrezione dei morti, continua così:

Poi sarà la fine, quando egli (il Cristo) consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi... E quando tutto gli sarà sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,24-28).

La Gerusalemme celeste sarà

la dimora di Dio con gli uomini. Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo ed egli il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate (Ap 21,3-4).

Così si concluderà la storia del regno di Dio che noi invochiamo recitando il Padre nostro.

L’avvento del regno di Dio è per tutti gli uomini, perché per tutti è morto Cristo, il quale vuole attirare tutti a sé (Gv 12,32).

Gesù ha detto:

Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe! (Mt 9,38)

e:

Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore (Gv 10,14-16).

Questa ansia di Cristo deve diventare la nostra. Dobbiamo pregare e operare perché tutti entrino nel regno di Dio. Il regno di Dio non è ancora completamente realizzato nelle singole persone, nelle famiglie, nella Chiesa e nella società. Non basta emettere sterili lamenti sui mali del mondo. Dobbiamo contribuire con tutte le nostre possibilità a realizzare il regno di Dio, che è

regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, d’amore e di pace (dal Prefazio della solennità di Cristo re).

Il regno di Dio deve venire in tutto il suo splendore alla fine dei tempi. Perché noi credenti vogliamo pensare con terrore a quei momenti definitivi nei quali si manifesta in tutta la sua potenza l’amore del Padre? Il cristiano aspetta con amore la manifestazione della gloria di Cristo a conclusione della sua vita terrena (2Tm 4,8).

Dicendo Padre, venga il tuo regno noi chiediamo a Dio che l’opera di salvezza giunga a felice compimento per tutti gli uomini.

 

Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra

La volontà del Padre nostro è

che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).

Il suo comandamento, che compendia tutti gli altri e ci manifesta la sua volontà, è che ci amiamo gli uni gli altri, come egli ci ha amato.

Dio ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà... il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose... In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà (Ef 1,9-11).

Dicendo: Padre, sia fatta la tua volontà noi chiediamo con insistenza che si realizzi pienamente questo disegno della benevolenza di Dio sulla terra, come è già realizzato in cielo.

Entrando nel mondo, Cristo dice:

Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà (Eb 10,5-7).

E durante la sua vita terrena ci ha detto:

Io non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 5,30); Io faccio sempre le cose che gli sono gradite (Gv 8,29).

Quale sia la volontà del Padre, Gesù l’ha detto con chiarezza:

Questa è la volontà del Padre mio, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui, abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno (Gv 6,37-40).

Il cristianesimo si distingue dalle altre religioni anche per l’importanza che attribuisce alla vita morale come conseguenza della fede religiosa.

La volontà di Dio è che siamo felici: State sempre lieti (1Ts 5,16). E la felicità nasce dall’osservanza dei comandamenti di Dio:

Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15,10-11).

La volontà di Dio è il suo infinito amore per noi. L’uomo che fa la volontà di Dio non è un debole, ma un uomo che ha il coraggio di vivere in armonia con Dio e con se stesso e il coraggio di amare gli altri come Cristo li ama. La via del male è la via dei deboli. La via del bene invece è la via di coloro che ricevono da Dio la forza di amare sempre tutti, anche i nemici.

Nella preghiera della sua agonia, Gesù fa totalmente la volontà del Padre:

Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà (Lc 22,42).

Gesù Cristo

ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro (Gal 1,4).

Nella lettera agli Ebrei leggiamo che Gesù

pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì (5,8).

Noi siamo radicalmente incapaci di obbedire a Dio e di fare la sua volontà. Solo uniti a Cristo e sorretti dalla potenza dello Spirito Santo possiamo fare sempre ciò che piace al Padre (Gv 8,29). Come scrive Origene:

Aderendo a Cristo, possiamo diventare un solo Spirito con lui e così compiere la sua volontà; in tal modo essa sarà fatta perfettamente in terra come in cielo.

Con l’espressione come in cielo così in terra Gesù ci insegna a riempire la terra di cielo, ad anticipare nel profondo del nostro spirito la pace della patria celeste, a riempire di eterno ogni attimo della vita.

Noi preghiamo: Sia fatta la tua volontà affinché tutti gli uomini siano docili alla voce di Dio e giungano alla salvezza per la gloria del Padre. San Giovanni Crisostomo scrive:

Gesù Cristo comanda ad ogni fedele che prega, di farlo con respiro universale, cioè per tutta la terra. Egli, infatti, non dice "sia fatta la tua volontà" in me o in voi, ma "in terra, su tutta la terra"; e ciò perché dalla terra sia eliminato l’errore e sulla terra regni la verità, sia distrutto il vizio, rifiorisca la virtù, e la terra non sia diversa dal cielo.

Gesù ci insegna:

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21).

 

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Durante la sua vita mortale Gesù nutrì le folle con la parola di Dio, ma sentì ugualmente forte il problema della fame e della mancanza di pane:

Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li mando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono da lontano (Mc 8,2-3).

Nel Padre nostro Gesù ci esorta a chiedere il necessario sostentamento della vita, non da egoisti, ma secondo lo spirito del Vangelo. Leggiamo nel vangelo secondo Matteo:

Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena (Mt 7,25-34).

Noi siamo figli di Dio Padre che conosce i nostri bisogni e provvede: non abbiamo motivo di affannarci. Gesù ci dice:

Chi fra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se dunque voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano! (Mt 7,9-11).

Il richiamo del Padre nostro e di tutto il Vangelo alla provvidenza del Padre celeste ci ricorda che le cose necessarie alla vita sono dono della creazione di Dio il quale ha messo le cose buone da lui create a disposizione di tutti. Il Concilio Vaticano II ci insegna che

Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e i popoli, così i beni devono, secondo un equo criterio, essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e compagna la carità... Perciò l’uomo, usando questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri. Del resto a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alle proprie famiglie. Questo ritennero giusto i Padri e Dottori della Chiesa quando hanno insegnato che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare i poveri e non soltanto con il loro superfluo (GS, 69).

A questi proposito il Concilio ricorda una frase dei Padri:

Nutri colui che è moribondo per fame, perché se non l’hai nutrito, l’hai ucciso (GS 69).

Se dobbiamo essere disposti a dare la vita per gli altri, a maggior ragione dobbiamo dare loro le cose di cui hanno bisogno.

Egli (Cristo) ha dato la vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità (1Gv 3,16-18).

Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non dà loro il necessario per il corpo, che giova? (Gc 2,15-16).

Inoltre non basta aiutare gli amici, i buoni, quelli che chiedono con garbo, buona educazione e umiltà. Ma

se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare, se ha sete dagli acqua da bere; perché così ammasserai carboni ardenti sul suo capo e il Signore ti ricompenserà (Pr 25,21-22; Rm 12,20).

Il cristiano si vendica dei suoi nemici facendo loro del bene. Il bene fatto ad un indegno è come fuoco bruciante che lo porta a conversione.

Infine, l’amore che dona deve essere generoso e lieto

perché Dio ama chi dona con gioia (2Cor 9,7).

Questa quarta richiesta del Padre nostro riguarda però anche un altro pane e un’altra fame.

L’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore (Dt 8,3),

cioè della sua Parola e del suo Soffio. Non esiste solo la fame di pane e la sete di acqua, esiste la fame di Dio (Am 8,11). Per questo il senso specificamente cristiano di questa domanda riguarda il Pane di vita: la Parola di Dio da accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell’Eucaristia.

L’Eucaristia è il nostro pane quotidiano... La virtù propria di questo nutrimento è quella di produrre l’unità, affinché, resi Corpo di Cristo, divenuti sue membra, siamo ciò che riceviamo... ma anche le letture ascoltate ogni giorno in chiesa sono pane quotidiano, e l’ascoltare e recitare inni è pane quotidiano. Questi sono i sostegni necessari al nostro pellegrinaggio terreno (sant’Agostino).

Alla folla che lo cercava dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù disse:

In verità, in verità, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna... Io sono il pane della vita... Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo... Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno... Chi mangia questo pane vivrà in eterno (Gv 6,26-58).

Il Padre nostro è recitato nella Messa come la preghiera migliore per la preparazione alla comunione con il Cristo, pane di vita eterna.

L’uomo vive la vita umana e la vita divina: ha bisogno del pane della terra e del pane del cielo.

 

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Noi non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli:

Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello (1Gv 4,20-21).

Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all’amore misericordioso del Padre. Concretamente, chi non desidera perdonare il fratello non desidera neppure essere perdonato da Dio. Come esiste un solo amore per Dio e per il prossimo, così esiste un solo perdono dato e ricevuto. Il grande ostacolo al perdono è la superbia e la falsità. Giusto risulta solo colui che riconosce i suoi peccati e implora da Dio il suo perdono come dono non meritato (Lc 18,9-14).

Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli, che è fedele e giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi (1Gv 1,8-10).

Non è possibile nascondersi allo sguardo di Dio (Sal 139,11-12). Gesù invita tutti a venire coraggiosamente alla luce (Gv 8,12), a mettere a nudo le proprie piaghe perché egli è il medico (Mt 9,12) e diagnostica la nostra malattia non per terrorizzarci, ma per guarirci e ridarci la gioia di essere salvati (Sal 51,14).

Noi non siamo capaci di rimettere i debiti ai nostri debitori. Solo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che abitano in noi possono donarci la capacità stessa di Dio di perdonare.

Non è in nostro potere non sentire più il rancore e dimenticare l’offesa, ma lo Spirito può darci la capacità di trasformare il rancore in compassione e il ricordo dell’offesa in desiderio di intercedere per colui che ci ha offeso.

Quando domandavano a santa Bernardetta di Lourdes se ricordava i tanti tormenti e le persecuzioni che aveva dovuto subire al tempo delle apparizioni, lei rispondeva: Io non me ne ricordo. Non è questione solo di impegno e di buona volontà, è questione soprattutto di grazia di Dio: ecco perché lo chiediamo nella preghiera al Padre. Quindi noi non riusciremo a perdonare se Dio stesso non ci fornisce la grazia del perdono: è il suo perdono che diventa nostro e che noi offriamo al prossimo gratuitamente dopo averlo ricevuto gratuitamente da Dio (Mt 10,8).

Il nostro peccato e l’esperienza del perdono di Dio deve diventare una scuola di vita per perdonare ai nostri fratelli. San Gregorio Magno parlando del peccato dell’apostolo Pietro e del perdono ricevuto da Gesù, scrive:

Colui che sarebbe stato il pastore della Chiesa doveva imparare dal suo peccato come doveva essere misericordioso con gli altri. Prima, perciò, Dio rivelò Pietro a se stesso e poi lo mise a capo degli altri, affinché conoscesse dalla sua debolezza con quanta misericordia doveva compatire la debolezza degli altri.

L’ultimo gesto di Gesù sulla croce fu la proclamazione del perdono verso tutti:

Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34).

Quante volte dobbiamo perdonare?

A questa domanda il buon senso umano ha risposto così:

La prima volta si perdona, la seconda si condona, la terza si bastona; oppure: Chi perdona una volta è buono, chi perdona la seconda è santo, chi perdona la terza è matto.

Cosa risponde Gesù?

Ascoltiamo il Vangelo:

Allora Piero si avvicinò a Gesù e gli disse: "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette (Mt 18,21-22);

ossia, sempre, di tutto cuore e con tanto amore. Solo quando Dio smetterà di perdonare avremo il diritto di non perdonare: e non succederà mai, perché

la sua misericordia è eterna (Sal 136).

Il perdono ci fa simili a Dio. Dio perdona perché è grande, intelligente e buono. L’uomo, quando non perdona, è piccolo, stupido e cattivo.

L’apostolo Paolo ci esorta a imitare Dio nostro Padre:

Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per voi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore (Ef 4,31-32; 5,1-2);

Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi (Col 3,12-13).

Il cristiano deve essere seminatore di amore e di perdono, a imitazione di Dio suo Padre.

 

Non ci indurre in tentazione

Il racconto della passione di Gesù ci fa capire il significato della parola indurre. Nel Getsemani, gli apostoli sono esposti al pericolo di entrare nella tentazione di cedere a satana. Non ci indurre in tentazione significa perciò: Fa’ che non entriamo nella tentazione, cioè nella situazione critica di chi comincia ad essere affascinato dal male. Il diavolo è nemico sleale e si trasforma in angelo di luce (2Cor 11,14) presentando il male come bene e il bene come male.

Gesù ci esorta:

Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole (Mt 26,41).

E san Paolo scrive:

Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo... Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi (Ef 6,10-18).

La vittoria contro satana è possibile solo con la preghiera. È per mezzo della preghiera che Gesù è vittorioso sul tentatore nel deserto e nel Getsemani.

Dio permette che ci assalgano tentazioni di ogni genere, ma con la preghiera ci dà l’aiuto per resistere e uscirne vittoriosi e collaudati nel bene.

Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (1Cor 10,13).

 

Ma liberaci dal male

Forse sarebbe meglio tradurre quest’ultima invocazione: Ma liberaci dal Maligno come leggiamo nella preghiera sacerdotale di Gesù in Gv 17,15:

Non chiedo che Tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno.

Il Padre nostro ci fa chiedere prima il perdono dei peccati commessi, poi ci fa domandare di evitarli in avvenire, con l’invocazione:

Liberaci dal male, liberaci dal Maligno.

Il male viene dal Maligno che ha introdotto il peccato nel mondo, essendo omicida fin dal principio (Gv 8,44).

Scrive sant’Ambrogio:

Il Signore che ha cancellato il vostro peccato e ha perdonato le vostre colpe, è in grado di proteggervi e di custodirvi contro le insidie del diavolo che è il vostro avversario, perché il nemico che suole generare la colpa, non vi sorprenda. Ma chi si affida a Dio, non teme il diavolo. "Se infatti Dio è dalla nostra parte, chi sarà contro di noi? (Rm 8,31).

Chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghiamo anche di essere liberati da tutti i mali di cui egli è l’artefice e l’istigatore.

Così prega la Chiesa ogni giorno nella celebrazione eucaristica:

Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo.

 

Conclusione

A proposito del Padre nostro, santa Teresa d’Avila dice:

C’è da lodare Dio nel considerare la sublime perfezione di questa preghiera evangelica. Come si vede che fu insegnata da quel Maestro! Ognuno può servirsene secondo i suoi particolari bisogni, perché in poche parole racchiude tutto quanto si può dire... Io ne sono tutta meravigliata e mi pare che avendo questa preghiera non ci debba occorrere altro libro, bastandoci essa sola.

La preghiera insegnataci da Cristo, infatti, è la sintesi della fede, è preghiera sublime e sicura, sazia l’anima e la libera da ogni ansia e paura dell’ignoto e del male. È un grido di certezza nell’amore di Dio,

Padre di tutti, che è al sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti (Ef 4,6).

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