LA PREGHIERA
(Pedron Lino)


autori
titoli

Indice:

Introduzione
Il Maestro è qui e ti chiama
Fare della vita una preghiera

 

 

 

INTRODUZIONE

"Tutti i guai degli uomini derivano da una cosa sola: dal non saper starsene quieti in una stanza" (Pascal). Siamo capaci di metterci in quel riposo contemplativo, che non è inattività, ma che anzi è la suprema attività?

Quando si prega accade sempre qualcosa di importante anche se non sempre sappiamo che cosa. La preghiera è dare spazio vitale allo Spirito di Dio.

 

Mancanza di tempo o scarsità d’amore?

"Ho troppe cose da fare, quindi ho poco tempo per pregare". Che abbiamo molto da fare è fuori dubbio. Siamo presi da una complessità di doveri e di attività che ci stringono come in una rete. Ma bisogna stare attenti a non diventare le ruote di un ingranaggio. Ho trovato questa espressione di Lutero che mi ha molto colpito: "Oggi ho molto da fare, dunque pregherò almeno quattro ore". In noi, spesso, prevale la logica contraria.

Se ho molto da fare, devo pregare di più, perché ci dev’essere una proporzione tra quello che faccio e quello che prego.

Ci lamentiamo della mancanza di tempo. Ma è proprio mancanza di tempo o scarsità d’amore? È difficile trovare due innamorati che non hanno il tempo per incontrarsi. E da chi ci ama aspettiamo soprattutto il dono di un po’ di tempo. Se la preghiera è un fatto d’amore, deve essere sotto il segno della gratuità. La prima cosa da fare è "buttar via", "sprecare" un po’ della propria vita nella preghiera. E poi ci accorgiamo che, se sappiamo buttare del tempo nella preghiera, alla fine saremo ricchissimi di tempo, perché quello che ci rimane è completamente diverso: fa un salto qualitativo. E la ragione è questa: dopo aver pregato abbiamo in noi la forza di Dio. Se è vero che senza di Lui non possiamo far nulla (Gv 15, 5) è altrettanto vero che con Lui riusciamo a far tutto.

La preghiera è un alibi?

Alcuni obiettano: "La preghiera è un alibi all’azione; favorisce l’irresponsabilità. È meglio agire che pregare". Certo la preghiera non è un rifugio per sottrarsi alle proprie responsabilità. Lo ha detto anche Gesù: "Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt 7, 21). La preghiera non è evasione dalla vita, ma invasione del divino nella vita. Il tempo della preghiera è quello in cui lasciamo entrare il Signore nella nostra esistenza e ci lasciamo trasformare a sua immagine; impariamo chi egli è, da quello che noi diventiamo. La sua luce illumina la nostra povera mente, così corta di vedute; la fragilità della mia volontà è sostenuta dalla sua forza; la mia vita è invasa dalla sua grazia.

La preghiera è l’azione più importante per far andare avanti il mondo. "È per la preghiera dei cristiani che il mondo sta in piedi" (Aristide l’Apologeta). "L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia" (s. Giovanni Crisostomo).

Il Signore va trattato da Signore.

La nostra vita ha assoluto bisogno di un ritmo vivo che alterni momenti di preghiera e di solitudine a momenti di impegno e di azione.

"Ora et labora" (prega e lavora) diceva s. Benedetto. Se si spezza questo equilibrio, diventiamo schiavi delle cose, degli avvenimenti e di noi stessi: la nostra vita diventa un caos inutile e dannoso. "Chi non raccoglie con me disperde" (Mt 12, 30).

Chi non sa interrompere la sua azione per buttarsi in uno spazio di contemplazione, ad un certo punto non si possiede più. È come l’automobilista che, tormentato dal sonno, non sa decidersi a interrompere il suo viaggio e ristorarsi un po’.

Shakespeare ha detto: "L’uomo che si agita fa scoppiare di risate gli angeli". La nostra azione diventa un agitarsi inconcludente, una accozzaglia di frammenti eterogenei che non servono a formare qualcosa di unitario. Anche le azioni più belle della nostra vita, le perle del nostro ingegno, vanno sicuramente perdute se non sono tenute insieme da questo filo d’oro che è la preghiera.

Diceva padre Semeria: "Il Signore bisogna trattarlo da Signore". Bisogna metterlo al centro della vita, preparare per lui un trono nella parte più intima del nostro cuore e lasciare che di lì domini tutto. E non prendiamo la scusa che non siamo degni, che il nostro cuore è una stalla. Fin dal suo nascere Gesù ha scelto una stalla come suo quartier generale e luogo di appuntamento tra il cielo e la terra (cfr Lc 2, 1-20). Quando entra il Signore in una persona, tutto si trasforma, tutto diventa meraviglioso; il paradiso scende sulla terra.

Occorrono momenti di preghiera gratuita che nasce solo dall’amore. Carlo de Foucauld si esprime così: "Esalarsi davanti a Dio in pura perdita di sé". La preghiera non è accattonaggio: è atteggiamento di figlio, di innamorato. Si sta davanti a lui perché lo amiamo, perché non possiamo fare a meno di lui, perché ci è più necessario dell’aria che respiriamo e del pane che mangiamo. Gesù si è definito luce, pane, vita... perché è realmente tale: Lui è indispensabile, necessario. "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6, 33).

La preghiera non è anzitutto un mezzo per ricaricarsi, per stare meglio, per essere più felici: questi motivi e altri ancora nascono da egoismo e da interessi personali, sia pure spirituali. Noi siamo figli di Dio e non schiavi o parassiti. La preghiera è soprattutto un bisogno filiale, un bisogno dell’amore.

Alla scuola della tradizione

Diamo la parola a quelli che se ne intendono, a quelli che hanno pregato tanto prima di scrivere qualcosa sulla preghiera.

Agostino (354 - 430)

"Se preghi con le aspirazioni intime, tu anche tacendo con la lingua, canti col cuore. Se tu invece non preghi con queste aspirazioni, qualunque sia il clamore con cui ferisci le orecchie degli uomini, resti muto davanti a Dio" La preghiera è essenzialmente uno slancio del cuore. Le formule delle labbra non sono preghiera ma un mezzo di preghiera.

"Risuoni nel cuore ciò che viene pronunciato con le labbra". Le formule e gli esercizi di preghiera sono mezzi importantissimi, ma servono solo nella misura in cui diventano veicoli delle realtà che ci urgono nel cuore.

Girolamo (340- 420)

"Preghi? Sei tu che parli allo Sposo. Leggi? È lo Sposo che parla a te". Per Girolamo "leggere" significa "leggere la Bibbia". La Bibbia non è un libro, ma Qualcuno che parla: Parola viva. La preghiera è la risposta dell’uomo a Dio che ha parlato: è un dialogo. La lettura della parola di Dio è un "cuore a cuore" con Dio: Lui mi parla e io gli parlo, e così entro in intimità con Lui.

Evagrio Pontico (345 - 399)

"La preghiera è sorgente di gioia e di grazia. Quando dedicandoti alla preghiera, sei giunto al di sopra di ogni altra gioia, allora veramente hai trovato la preghiera."

La preghiera non deve essere abitualmente un peso, un dovere imposto dal di fuori, ma un bisogno che nasce nell’intimo e produce gioia. Quando prega, l’anima raccoglie bracciate di gioia. Le persone che si vogliono bene sono sempre felici d’incontrarsi: e il tempo vola quando stanno insieme. Perché l’incontro con Dio, che deve essere amato con tutto il cuore, dovrebbe sfuggire a questa legge?

"Beato colui che, dopo Dio, considera tutti gli uomini come Dio." È un’indicazione luminosa preziosissima che mostra la strada principale per creare l’osmosi tra la preghiera e la vita: vedere nel fratello un "sacramento" del Risorto, trasformare ogni incontro con i fratelli in un incontro con Dio.

"Porta a compimento la preghiera colui che offre a Dio la primizia di se stesso, come se fosse un frutto." La preghiera è dono di sé nell’amore. A Dio si danno le primizie della nostra vita, le energie migliori e la parte migliore del nostro tempo, non i rimasugli e lo scarto, il tempo della stanchezza e degli sbadigli, il tempo che ci vergogneremmo di dedicare agli altri. Dio non è il bidone dei rifiuti!

La preghiera è un gesto con cui il meglio di noi stessi viene buttato in Dio in modo gratuito.

Massimo il confessore (580 - 662)

"La mente che è unita a Dio si intrattiene a lungo con lui, mediante la preghiera e la carità, diventa saggia, buona, benefica... in breve reca in sé quasi tutte le caratteristiche divine"

La preghiera non abbassa Dio al nostro livello, ma innalza noi al suo: ci divinizza, ci trasforma in Dio. Dopo la preghiera non siamo più quelli di prima e il mondo non è più lo stesso.

Giovanni Damasceno (650 - 740)

"La preghiera è un’elevazione della mente in Dio". È come un volo d’aquila, un’impennata ardita, con cui l’anima si innalza fino a Dio. Ricordiamo che l’uomo non potrebbe salire a Dio, se prima Dio non fosse disceso fino all’uomo. "Ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me" (Es 19, 4). Gesù buon Pastore viene a cercare l’umanità perduta e, ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento e la porta alla casa del Padre (cf Lc 15, 4-6). Lo Spirito che prega in noi ci eleva verso Dio.

Bernardo di Chiaravalle (1090 - 1153)

"I tuoi desideri gridino a Dio". Ci ricorda la beatitudine evangelica: "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati" (Mt 5, 6). L’inappetenza verso il cibo materiale è una malattia grave e va curata energicamente. Lo stesso, e ancor più, dicasi dell’inappetenza verso le cose di Dio, la noia e il disinteresse per Dio e per il suo regno. Chi tiene acceso il desiderio di Dio prega sempre. Chi non prega si spegne e muore. Per cacciare i nostri mali dobbiamo riempirci di Dio, unico bene.

"La preghiera è una pia tensione del cuore verso Dio". È l’atteggiamento del figlio che tende le braccia verso il genitore: gesto più eloquente di qualsiasi parola.

Francesco d’Assisi (1181/82 - 1226)

Francesco ha pensato di vivere la preghiera più che a scrivere su di essa.

Sentiamo il suo biografo, Tommaso da Celano: "Se il suo sguardo cadeva sul Crocifisso, diventava come ebbro d’amore e compassione, e cominciava a cantare la più delicata melodia, piano prima, poi sempre più forte...". "Suo porto sicuro era la preghiera, non di pochi minuti, o vuota e presuntuosa, ma lunga per durata, piena di devozione e placida di umiltà... sia che camminasse o sedesse... era intento all’orazione".

E finalmente una frase scultorea che non sarà mai dimenticata: "Non tam orans quam oratio factus": Divenuto non orante, ma preghiera. Cioè, non era più uno che pregava, ma era diventato la sua preghiera. Non c’era più diaframma tra preghiera e vita, ma combaciavano perfettamente: pregare era vivere e vivere era pregare. Il cuore di Francesco era totalmente identificato con quello di Cristo, attraverso l’amorosa e appassionata contemplazione del Crocifisso.

Solo quando il cuore del cristiano si identifica col cuore di Cristo la vita diventa preghiera e la preghiera diventa vita.

Bonaventura (1218 - 1274)

"I desideri in noi si infiammano doppiamente: per lo slancio dell’orazione che sprigiona gemiti dal cuore e per lo splendore della speculazione con cui la mente, in modo diretto e intensissimo, si volge ai raggi della Luce".

La preghiera è un grido del cuore e un’illuminazione dell’intelligenza. Amando si capisce di più e scoprendo, nello stupore, si ama di più. La contemplazione è come un esporsi alla luce e al calore di Dio. L’uomo, come il girasole, volge continuamente se stesso verso l’infinito sole di Dio per attingere avidamente calore e vita.

Tommaso d’Aquino (1225 - 1274)

"La preghiera non viene presentata a Dio per fargli conoscere qualcosa che egli non sa, ma per spingere verso Dio l’animo di chi lo prega". Il pagano pregava Dio per conquistarlo, per cattivarsene il favore e tirarlo dalla sua parte: doveva in qualche modo informarlo e convincerlo.

Il vangelo invece ci dice che Dio non ha bisogno di essere informato: "Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate" (Mt 6, 8). E lo sa molto meglio di noi "perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare" (Rm 8, 26). Meno ancora ha bisogno di essere convinto e tirato dalla nostra parte perché il Padre ci ama (cfr Gv 16, 27) e vuole il nostro bene molto più di quanto lo vogliamo noi per noi stessi.

E allora a che cosa serve pregare? Serve a me, non a lui. Prego per prendere coscienza della mia situazione e del mio estremo bisogno di Dio. Prego per togliermi i fumi della superbia e dell’autosufficienza. Prego perché senza di lui non posso esistere.

Prego non per tirare Dio dalla mia parte, ma perché Dio mi tiri dalla sua. Non chiedo a Dio di cambiare la sua volontà per fare la mia, ma chiedo che mi dia la forza per fare solo e sempre la sua.

La sola risposta che mi attendo dalla preghiera è la mia conversione.

Molti dicono sfiduciati: Dio non mi ascolta; la preghiera è inutile. E spesso cessano di pregare. Senza saperlo sono ancora sulla linea pagana: pretendono di essere gli architetti della loro vita e, solo a progetto ultimato, chiamano Dio, mediante la preghiera, perché venga a fare il manovale. No! Il progettista è lui; io nella preghiera collaboro umilmente per la realizzazione del suo progetto.

Teresa d’Avila (1515 - 1582)

"Dove sta Dio ivi è il cielo. Sappiate dunque che dove si trova la maestà di Dio ivi è tutta gloria. Ricordate ciò che dice s. Agostino che dopo aver cercato Dio in molti luoghi, lo trovò finalmente in se stesso. Ora credete che importi poco per un’anima soggetta a distrazioni comprendere questa verità, e conoscere che per parlare con il Padre celeste e godere della sua compagnia non ha bisogno di salire in cielo, né di alzare la voce... per cercarlo non ha bisogno di ali, perché basta che si ritiri in solitudine e lo contempli in se stessa. Non deve allora spaventarsi per la degnazione di tale ospite, ma gli parli umilmente come a Padre, gli racconti le pene che soffre, gliene chieda il rimedio, si riconosca indegna di essere chiamata sua figlia...".

Il cuore dell’uomo è la splendida dimora in cui Dio si compiace di abitare. Il mondo non può contenere Dio, ma il cuore dell’uomo sì, perché è una realtà spirituale. È lì, nel cielo dell’anima, che bisogna cercarlo.

Lorenzo Scupoli (1530 - 1610)

"Con l’orazione porrai la spada in mano a Dio, perché combatta e vinca per te". La preghiera è dunque l’arma di tutte le vittorie. Essa è la debolezza di Dio e la forza dell’uomo perché il cuore del Padre non sa negare nulla di buono ai suoi figli.

Ignazio di Loyola (1491 - 1556)

Ha paura dei lunghi colloqui con Dio, per non rischiare l’astrattismo. Non concepisce la preghiera sganciata dall’azione. Pregare è perciò "seguire Cristo che va tra gli uomini, quasi accompagnandolo" È un’indicazione preziosa per la fusione tra contemplazione e vita. È chiaro che per un uomo di Dio come Ignazio l’andare ai fratelli è frutto dell’incontro con Dio. Ma l’incontro con Dio rende impellente l’andare verso gli altri, essere "contemplativi nell’azione".

Carlo de Foucauld (1858 - 1916)

"La preghiera è l’attenzione dell’anima amorosamente fissata su Dio: più l’attenzione è amorosa, migliore è la preghiera".

Riportiamo una delle sue preghiere più celebri:

"Padre mio, io m’abbandono a te;
fa’ di me quello che ti piace;
qualunque cosa tu faccia di me,
io ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
perché la tua volontà si compia in me
e in tutte le tue creature;
non desidero nient’altro, mio Dio.
Rimetto la mia anima nelle tue mani,
te la dono, mio Dio,
con tutto l’amore del mio cuore,
perché ti amo.
Ed è per me un’esigenza d’amore
il donarmi, il rimettermi nelle tue mani,
senza misura, con confidenza infinita,
perché tu sei il PADRE MIO".

È stata una rapida corsa attraverso la Tradizione per cogliere qualcuna delle componenti maggiori della preghiera. Ma non pensiamo che la preghiera sia esclusiva di anime eccezionali che hanno raggiunto le vette della santità. La preghiera è accessibile a tutti: basta praticarla. Evagrio diceva: "Vuoi imparare a pregare? Prega".

IL MAESTRO È QUI E TI CHIAMA

Leggiamo insieme due racconti evangelici (Gv 11, 1 - 44 e Lc 10, 38 - 42).

"Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro". Per diventare amici di Cristo e per innamorarsi di lui bisogna sentire che ci vuole molto bene.

"Il Maestro è qui e ti chiama". Quando Gesù è o sembra lontano succedono i guai; quando lo sentiamo presente rifiorisce la vita e la speranza. Il Cristo che duemila anni fa era a Betania, oggi è qui e ripete anche a noi: "Io sono la risurrezione e la vita".

Per Maria "sedutasi ai piedi di Gesù" non esiste più niente: c’è lui solo. Lo guarda con occhi estasiati e pieni d’amore. "Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta".

Queste pagine del vangelo ci sembrano riassunte nella bella definizione di Teresa d’Avila: "La preghiera per me, altro non è che un intimo rapporto d’amicizia e un frequente intrattenersi da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati".

Un intimo rapporto personale.

Il cristianesimo è Qualcuno, è Cristo.

È Qualcuno che per me conta; Qualcuno senza del quale non potrei vivere: "Per me infatti il vivere è Cristo" (Fil 1, 21).

Il mio rapporto con lui deve essere esauriente, afferrare tutta la mia vita.

L’amore ha sete di presenza.

Dio si è fatto meravigliosamente vicino. È venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1, 14). L’amore ha bisogno di presenza, desidera l’incontro. Dio è soprattutto presenza: Qualcuno che è qui, adesso, per me. È qui e mi aspetta perché mi vuol bene. Bisogna avvertire questa presenza. Una presenza non avvertita è come una "non presenza". E non vale la scusa che abbiamo tante cose da fare e da pensare. Un giorno il Signore disse a santa Teresa: "Figlia mia, pensa a me, che a te ci penso io". Se noi pensiamo a Lui e ai suoi interessi, Lui pensa a noi e ai nostri interessi: è un affare d’oro!

La preghiera non può nascere se non avvertiamo questa presenza: non si dialoga con un assente. La preghiera comincia nel preciso istante in cui Dio cessa di essere un egli e diventa un Tu. I personaggi dei salmi danno del tu a Dio, lo interloquiscono con fiducia.

Si dice che santa Caterina, quando pregava il "Gloria al Padre", lo recitasse così: "Gloria al Padre, e a Te, o Figlio, e allo Spirito santo" perché in quel momento, attraverso un’esperienza particolare, la presenza di Cristo si faceva sensibile. Per non essere da meno, noi potremmo pregare così: "Gloria a Te, o Padre, e a Te, o Figlio, e a Te, Spirito santo" perché sappiamo che la Trinità abita stabilmente in noi come in un tempio (cf Gv 14, 23; 1Cor 3, 16-17; 6, 19-20).

Io lo guardo e lui mi guarda.

È meraviglioso sentirsi addosso lo sguardo di un innamorato. Il salmo 139 (138) e l’episodio dell’uomo ricco (Mc 10, 17-22) ci aiutano ad attualizzare e a pregare questa realtà.

Quando prego, io lo guardo e lui mi guarda. Io che sono senza importanza per tutti, non sono senza importanza per lui.

Per intanto lo possiamo contemplare solo nei segni della sua presenza, nel riflesso delle sue creature. "Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 3, 2).

Il desiderio di vederlo ha fatto nascere nella Chiesa primitiva la prima formula liturgica tipicamente cristiana: "Maranà tha, Vieni, Signore Gesù" (cf 1 Cor 16, 22; Ap 22, 20).

È la stessa struggente nostalgia del paradiso che faceva dire a Teresa d’Avila: "Muoio, perché non muoio".

Camminare alla presenza di Dio.

Dice la Bibbia: "Enoch camminò con Dio" (Gen 5, 21-23); "Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio" (Gen 6, 9); "Quando Abram ebbe novantanove anni il Signore gli apparve e gli disse: Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro" (Gen 17, 1). Tutti camminano con lui come si cammina con un compagno di viaggio. In Cristo Gesù, buon samaritano, Dio è in viaggio e passa accanto all’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi e se ne prende cura (cf Lc 10, 30-37). La fede è la capacità di avvertire questa presenza amorosa e benefica.

Il mio silenzio ti parla.

Il primo mezzo per comunicare è il silenzio. Sbaglia chi crede che il silenzio sia un diaframma tra persone che porta all’isolamento. I momenti più belli dei rapporti anche umani sono i momenti in cui ci si guarda negli occhi senza dir niente. Il silenzio può esprimere una fusione di cuori, un’intimità che nessuna parola può tradurre. Elisabetta della Trinità l’ha definito "l’estasi dell’amore". Un’anima inebriata dalla presenza di Dio non trova più parole.

Il dialogo orante.

Il valore del silenzio non elimina né oscura quello della parola. È proprio il silenzio che dà valore alla parola. Una parola è vera quando nasce dal silenzio interiore di chi parla e trova nel silenzio interiore dell’interlocutore uno spazio per entrare.

Il bisogno di comunicare con il Tu divino, di cui nella fede avvertiamo la presenza, si esprime dunque attraverso la parola, rispettando però le norme del dialogo. Molti pensano che pregare significhi semplicemente parlare con Dio. E non si accorgono di cadere così nel monologo. C’è dialogo tra due persone quando parlano entrambi. Se poi tra i due uno emerge sull’altro per dignità, spetta a lui la prima battuta del dialogo. Qui l’interlocutore è il Signore: dovrò lasciare che anzitutto parli lui. Pregare è soprattutto ascoltare. La mia non potrà essere che una risposta.

Ora il mezzo privilegiato con cui Dio mi parla è la Parola ispirata, la Bibbia. Dio parla certamente anche attraverso le creature, gli avvenimenti, le voci intime del mio cuore, ma senza la luce della Parola ispirata non saprei decifrarne il linguaggio. Nella storia della salvezza è la Parola profetica che illumina gli avvenimenti indicando il senso che assumono nel piano di Dio. Sarà dunque la Bibbia il grande mezzo per mettermi in ascolto: la Bibbia però come parola viva, colta sulla bocca dell’interlocutore.

Diciamo di più: la Bibbia mi fornisce anche la risposta. Questo spiega perché la Chiesa privilegia i salmi nella sua preghiera. "Sono preghiere ispirate che arrivano dirette al cuore di Dio" (s. Gregorio Magno). E Pascal diceva che "solo Dio parla bene a Dio".

In ogni caso la mia risposta dopo l’ascolto consisterà nel reagire a ciò che egli mi ha detto, nel far rimbalzare verso di lui la Parola ricevuta dopo che essa si è incorporata al mio mondo interiore ed è diventata ad un tempo la sua e la mia parola.

Esiste una scuola di preghiera, esiste una maestra esperta in materia. La liturgia è la Chiesa che prega. È lì che dobbiamo imparare a pregare ed è da lì che dobbiamo prendere ispirazione e metodo anche per la nostra preghiera personale.

Pregare è soprattutto lodare.

Quando Dio è al centro del nostro interesse, la lode prende il sopravvento sulle altre forme di preghiera. Non guardo me, guardo lui. Se guardassi solo me, rischierei di restare paralizzato dal panorama squallido delle mie miserie.

Certo l’esame di coscienza ci vuole, ma va fatto in compagnia del Signore. Un bambino che fa l’inventario delle sue ferite in braccio a una madre premurosa che minimizza l’accaduto, lo consola e lo restaura: ecco un’immagine dell’esame di coscienza.

Quindi non stiamo a perdere eccessivo tempo a guardare i nostri cerotti. Mettiamo sempre Dio in primo piano e guardiamo soprattutto le sue meraviglie.

"Cantare amantis est: è proprio di chi ama, cantare" (s.Agostino). Cantare, nei testi agostiniani, è sinonimo di lodare.

Tagore, un poeta non cristiano ma impregnato di senso religioso esprime così l’atteggiamento di lode: "Quando mi comandi di cantare, il mio cuore pare che si spezzi dall’orgoglio. Guardo il tuo viso e mi vengono le lacrime agli occhi. Tutto quello che vi è di aspro e di discorde nella mia vita, si fonde in un’unica dolce armonia, e la mia adorazione apre le ali, fa come l’uccello felice quando vola attraverso il mare. So che ti diletti del mio canto, e che solo quale cantore sono venuto al tuo cospetto. L’ala spiegata del mio canto sfiora i tuoi piedi, che non aspirerei mai a raggiungere. Nell’ebbrezza gioiosa del canto dimentico me stesso e chiamo te amico, che sei il mio Signore".

Soprattutto le ultime parole sono una delle più stupende definizioni dell’atteggiamento di lode: dimenticarsi per prorompere in un canto di ammirazione e di gioia, davanti all’amico Signore.

"Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa". Non solo per i benefici che ci hai dato, o Signore, ma soprattutto perché Tu esisti, perché Tu sei Dio, perché Tu sei la bontà, la bellezza infinita.

"Bisogna anzitutto lodarlo. Lodare è esprimere la propria ammirazione e nello stesso tempo il proprio amore, perché l’amore è inseparabilmente unito ad una ammirazione senza limiti" (C. De Foucauld).

Certo l’atteggiamento di lode non è l’unico atteggiamento della preghiera: ci sono tutti gli altri. Ma è il vertice della preghiera.

Sarà la lode che riempirà la nostra eternità felice, alla fine, senza fine.

 

FARE DELLA VITA UNA PREGHIERA

Ora et labora - Prega e lavora.

Uno storico tedesco (!) ha detto che si potrebbe caratterizzare le grandi svolte della civiltà con il motto benedettino "ora et labora".

Per gli antichi valeva così com’è: la preghiera al primo posto, il lavoro al secondo posto, e una stretta unione tra preghiera e lavoro.

All’epoca del Rinascimento i due termini sono stati capovolti nella prassi, ed è come se si dicesse: "Labora et ora".

Finalmente con la svolta materialistica del nostro tempo uno dei due termini è soppresso. È come se si dicesse: "Labora et labora".

Infatti siamo in una repubblica fondata sul lavoro! Questa mentalità è diffusa e si cerca anche di giustificarla a suon di Bibbia.

Il cavallo di battaglia più conosciuto e più usato è il testo di Matteo che presenta i criteri del giudizio finale: Ero affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato... (cf Mt 25, 31-46).

Per dare maggiore forza al discorso si sintetizza l’immagine di Gesù, come "l’uomo per gli altri".

È verissimo che Gesù è stato l’uomo per gli altri, ma egli era anzitutto "il Figlio unigenito che è nel seno del Padre" (Gv 1, 18), che si occupa delle cose del Padre (Lc 2, 49), che onora il Padre (Gv 8, 49), il cui cibo era fare la volontà del Padre e compiere la sua opera (Gv 4, 34). Per farla breve, insegnandoci a pregare, Gesù ci ha messo subito davanti agli occhi il Padre, il suo nome, il suo regno, la sua volontà.

Poi il pane. Un pane che è dono del Padre prima, e più ancora, che frutto del lavoro dell’uomo.

Si dice: "Chi lavora, prega". Sì, il lavoro è preghiera per chi sa pregare. Il lavoro diventa preghiera quando prima di lavorare si trova il tempo per pregare; in questo modo il lavoro diventa la continuazione naturale della preghiera, il fare quello che si è detto e capito nella preghiera. Diversamente il lavoro resta lavoro e stop.

Non siamo capaci di scoprire il volto di Cristo nel fratello se prima Cristo non è diventato per noi Qualcuno nella preghiera. Padre Peyriguère, un discepolo di Carlo de Foucauld, così esprime l’incontro con Cristo nei fratelli: "Forse, non faccio mai così bene orazione, quanto nelle lunghe e stressanti giornate passate in mezzo a questa brava gente che mi assedia, che mi succhia letteralmente. Vedere Gesù in ogni essere umano, diceva il padre de Foucauld. Come è reale il Cristo, come è terribilmente reale, quando si presenta "sotto le specie" di uno dei nostri fratelli infelici! Come è bello venire in aiuto di Gesù, quando ce lo domanda uno di quelli per cui egli è morto! Allora, passare la giornata a curare la carne stessa di Gesù, è diventare contemplativi."

Ma questo poteva scriverlo uno che aveva cominciato la sua esperienza spirituale, passando molte ore in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, e che continuava a farlo anche mentre faceva l’infermiere.

Chi non prega, e dice di incontrare Cristo nei fratelli, illude se stesso e gli altri.

Agire per amore.

Siamo spesso in balia delle cose da fare. Siamo schiavi del lavoro. Parafrasando il detto di Gesù: "Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato" (Mc 2, 27) potremmo dire: "Il lavoro è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il lavoro".

Dobbiamo poter dire: Agisco perché amo. E questo non deve valere solo per i grandi gesti, che nella vita capitano raramente, ma per quei piccoli gesti quotidiani, per i gesti al dettaglio.

Fra’ Lorenzo della Risurrezione, umile cuoco carmelitano, diceva: "Non è necessario avere grandi cose da fare. Io rivolto le frittate nella padella per amore di Dio. Quando sono pronte, se non ho altro da fare, mi prostro a terra e adoro il mio Dio che mi ha dato la grazia di prepararle. Dopo di che mi alzo più contento di un re. Quando non posso far altro, mi basta aver sollevato una pagliuzza da terra per amor di Dio".

È questo "per amor di Dio" che rende felici nella vita: solo questo.

Trova Dio nell’intimo di te, poi agirai.

Gesù: preghiera e azione in perfetta simbiosi.

Ogni azione deve sgorgare dall’azione numero uno: dall’intimo del cuore che si unisce a Dio. Di lì tutte le azioni devono sgorgare per essere vere ed efficaci.

Gesù, l’esemplare divino, a questo riguardo, come sempre, è inarrivabile.

Gesù riceve in ogni istante la vita dal Padre e vive continuamente rivolto verso di lui. È un rapporto costante che non conosce interruzione: "Io non sono mai solo. Il Padre è sempre con me" (Gv 16, 32); "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10, 32).

Questo si traduce anche a livello operativo: "Io faccio sempre le cose che gli sono gradite" (Gv 8, 29).

Lo vediamo passare spontaneamente dalla preghiera all’azione e dall’azione alla preghiera. Davanti alla tomba di Lazzaro, prima alza gli occhi al cielo e dice: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto..." poi si rivolge verso la tomba e grida a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori". Il morto uscì" (Gv 11, 41-44).

Passa dalle giornate in cui non aveva più neanche il tempo per mangiare (Mc 6, 31) alle nottate di preghiera sulla montagna (Lc 6, 12).

Per lui preghiera e azione sono in perfetta simbiosi. Questo è il modello divino.

Riusciremo a pregare e a vivere così?

"Dio dà la preghiera a colui che prega" (Evagrio).

Si impara a pregare pregando.

"Chi impara a pregare impara a vivere" (s. Agostino).

"Signore, insegnaci a pregare!" (Lc 11, 1).

"Signore, insegnaci a vivere! Amen".

^