LA PREGHIERA DEI CRISTIANI:
IL PADRE NOSTRO

(Pedron Lino)


autori
titoli

Indice:

Sacramenti e preghiera
Caricature della preghiera
Preghiera cristiana, preghiera di Cristo
Preghiera cristiana, preghiera dei cristiani
Il Padre Nostro

 

 

 

 

Sacramenti e preghiera
Che cos’è la preghiera? "È quando si parla a Dio come a un uomo" (santo curato d’Ars). Pregare è credere che Dio è uno che ci ascolta e ci risponde perché ci ama. Pregare è lasciarsi amare da Dio e amarlo. È vivere un’alleanza, una relazione personale con le parole e con i fatti: Dio parla e l’uomo risponde; l’uomo parla e Dio risponde.
Abramo, Mosè e i profeti parlavano a Dio come un amico parla al suo amico. Leggiamo nella Bibbia: "Il Signore parlava con Mosè a faccia a faccia, come un uomo parla con un altro" (Es 33,11).
Ma veniamo subito al centro dell’argomento: Gesù. Cristo in quanto Dio è la grande parola del Padre rivolta agli uomini, il Verbo; in quanto uomo è la grande risposta degli uomini a Dio, il grande "sì", la grande preghiera in tutta la sua vita, sulla croce, sull’altare. Il sacramento dell’alleanza, l’eucaristia, è la grande presenza in mezzo a noi del Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per noi, e sempre in atteggiamento di supplica per noi (Rm 8,34; Eb 7,25). Pertanto la nostra grande preghiera personale e comunitaria è la messa, nella quale Cristo ci convoca e ci attende per pregare in mezzo a noi e attraverso di noi.
Per mezzo dei sacramenti noi riceviamo la grazia. La grazia non è qualcosa, ma Qualcuno: è lo Spirito santo. La presenza, la luce e l’amore dello Spirito santo si risolvono innanzitutto e soprattutto in preghiera, in adorazione, in un grido filiale che si alza verso Dio: "Abbà, Padre!".

Caricature della preghiera
La preghiera è un rapporto di amore vero dell’uomo con Dio. E perché questo rapporto sia genuino dobbiamo saper distinguere la vera preghiera dai sottoprodotti, dai surrogati della preghiera. Molte preghiere, purtroppo, sono false preghiere per un falso dio, per un dio che non esiste. Molti cristiani vanno a Dio come a un distributore automatico pronto alle loro necessità, per non dire ai loro capricci. Dio invece è il Padre, una persona seria, che non si presta alle falsità e alle pagliacciate.
A pensarci bene, tutte le deviazioni della preghiera possono essere ricondotte a una sola: vogliamo che Dio faccia la nostra volontà. No! Lo scopo della preghiera non è di ottenere che Dio faccia la nostra volontà, ma che noi facciamo la sua. Gesù ci ha insegnato: "Quando pregate, dite: ‘Padre nostro... sia fatta la tua volontà’" (Mt 6,9-10). Al di fuori di questo atteggiamento ogni preghiera è illusione. E proprio perché Dio ci ama. La sua volontà nei nostri confronti si identifica con il suo amore per noi. Chiedere e ottenere qualcosa di diverso dalla sua volontà sarebbe chiedere e ottenere da Dio di non amarci: un’autentica follia e soprattutto una cosa assolutamente impossibile perché "Dio è amore" (1Gv 4,8).

Preghiera cristiana, preghiera di Cristo
Entriamo dunque nel mistero della preghiera cristiana attraverso la porta che è Cristo (Gv 10,9).
Da sempre Dio esiste in se stesso come amore, come dialogo d’amore del Padre e del Figlio nell’unità dello Spirito santo. Mediante il battesimo noi siamo introdotti in questo mistero, chiamati personalmente ad essere figli e figlie nella famiglia della Trinità, ad essere in comunione col Padre, mediante il Figlio, nell’unità dello Spirito santo. Essere battezzati significa partecipare al rapporto di Gesù col Padre.
Ma che cos’è questo rapporto filiale di Gesù col Padre? Come lo vive concretamente Gesù? Ci risponde il vangelo prospettandoci la preghiera di Gesù. Gesù è Figlio. Ciò significa innanzitutto che egli prega. Spieghiamoci meglio. Anche quando agisce in mezzo agli uomini, Gesù rimane aperto al Dio vivente che lo ascolta sempre (Gv 11,42) in uno stato di lode e di supplica incessante. Non può fare a meno di lunghe e frequenti ore d’intimità gratuita con lui. Il Padre è la fonte di tutta la sua vita e il suo continuo riferimento. Il Figlio riceve la propria vita dalle profondità del suo ininterrotto dialogo con il Padre. È Figlio, ed è detto tutto. La sua esistenza consiste nell’essere in comunione costante e reciproca col Padre suo. A differenza dei figli di questo mondo, che possono continuare a vivere anche quando muoiono il padre e la madre, il Figlio di Dio dipende eternamente nel suo essere dal Padre. Il Figlio esiste perché è da sempre generato dal Padre, è nel seno del Padre (Gv 1,18) e vive per il Padre (Gv 6,57).
Per capire il genuino significato della preghiera cristiana dobbiamo comprendere che cos’è l’adorazione in spirito e verità di cui parla Gesù nel vangelo secondo Giovanni al capitolo quarto. La donna samaritana interroga Gesù su un problema che opponeva giudei e samaritani. Leggiamo: "Gli replicò la donna: ‘Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare’. Gesù le dice: ‘Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre... È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità’" (Gv 4,19-24).
È una risposta solenne che segna la grande svolta nella storia della preghiera per tutta l’umanità. Fino alla venuta di Gesù nessun uomo era figlio di Dio nel senso pieno della parola. Dio era l’Altissimo e conveniva rendergli culto sui luoghi alti dove si costruivano i santuari. Ma ora il Figlio di Dio si è fatto uomo. Gesù è qui, uomo tra gli uomini. Quindi tutti i templi non valgono più nulla perché il solo luogo da cui sale la sola adorazione degna di Dio non è un edificio di pietre consacrate, ma Qualcuno, il Cristo. È lui il vero tempio, è lui il vero adoratore. Ormai l’adorazione in verità non sale né salirà più da un monumento di pietre, ma da un cuore d’uomo, dalla vita d’un uomo, dell’uomo-Dio Gesù. Ed essendo Gesù il Figlio, l’adorazione non si rivolge più al Dio altissimo, ma al Padre. La parola chiave di questa adorazione in spirito e verità è: "Abbà, Padre!’’. È lo Spirito santo che nel cuore del Figlio fa salire questo grido filiale verso il Padre. Ripetiamo: da quando il Figlio di Dio si è fatto uomo, la sola adorazione vera è quella "in Spirito" e il tempio da cui sale non è più un luogo sacro, ma il cuore dell’uomo-Dio Cristo Gesù. È Gesù stesso che identifica il nuovo tempio con il suo corpo. Leggiamo nel vangelo secondo Giovanni: "Gesù rispose ai Giudei: ‘Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere’. Gli dissero allora i Giudei: ‘Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo fai risorgere?’. Ma egli parlava del tempio del suo corpo" (Gv 2,19,21).
Questa rivelazione ha un’importanza sconvolgente per comprendere la vera preghiera cristiana: non esiste altro luogo sacro, altro tempio al di fuori della persona di Gesù. Osserviamo, dunque, come vive la preghiera questo Figlio così unito al Padre suo nell’unità dello Spirito santo. Leggiamo qualche tratto del vangelo.
All’inizio della sua vita pubblica, il giorno del suo battesimo: "Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’" (Lc 3,21-22).
Il vangelo secondo Marco ci dice: "Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava" (Mc 1,35).
E il vangelo secondo Luca: "La sua fama si diffondeva ancor più: folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare" (Lc 5,15,16).
E quando giunse il momento di scegliere i Dodici "Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione" (Lc 6,12).
Dopo la prima moltiplicazione dei pani "salì sul monte a pregare" (Mc 6,46).
E Luca ci riferisce così il fatto della trasfigurazione: "Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto..." (Lc 9,28-29).
I tre testimoni della trasfigurazione saranno in seguito i testimoni della sua agonia. Nel Getsemani, racconta Luca, "Gesù, inginocchiatosi, pregava: ‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’... E, in preda all’angoscia, pregava più intensamente" (Lc 22,40-44).
Messe una dietro l’altra, queste citazioni ci sorprendono. Forse, per la prima volta, attirano con forza la nostra attenzione sulla vita interiore di Gesù. Questi "pregava", ripetuti, all’imperfetto, indicano e sottolineano un’abitudine, una vita di preghiera frequente e prolungata. Questi lunghi tempi gratuiti, queste notti in preghiera sconcertano tutti e in particolare quelli che non hanno mai tempo di pregare e tutti quegli indaffarati, quegli attivi ad ogni costo per i quali "lavorare è pregare". Il Figlio di Dio non la pensa in questo modo e non si comporta in questo modo.
E di che cosa è fatto questo dialogo Padre-Figlio nello Spirito santo? Innanzitutto Gesù prega per illuminare e orientare il suo cammino missionario, per capire a chi e dove il Padre lo invia. Dopo la prima giornata di insegnamento e di guarigioni a Cafarnao, Gesù prende un breve riposo e poi se ne va, quando era ancora buio, a pregare in un luogo solitario. Al mattino, Simone e i suoi compagni si affrettano a trovarlo e gli dicono: "Tutti ti cercano!". E lui: "Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là: per questo infatti sono venuto!" (Mc 1,35-38).
Gesù prega per i suoi apostoli e per la sua chiesa: "Padre, prego per coloro che mi hai dato. Custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato... Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno... Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me, perché siano una cosa sola..." (Gv 17).
Gesù prega per avere il coraggio di aderire alla volontà del Padre, accettando la croce (ricordiamo la preghiera nel Getsemani). Gesù prega per ottenere la salvezza, cioè la sua risurrezione e la nostra. Leggiamo nel vangelo secondo Giovanni: "Alzàti gli occhi al cielo, Gesù disse: ‘Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato’" (Gv 17,1-2).
E nella Lettera agli Ebrei leggiamo: "Nei giorni della sua vita terrena, egli (Cristo) offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Eb 5,7-9).
Infine, e soprattutto, Gesù pregava proprio per conversare disinteressatamente con il Padre e solo perché è Figlio. Tertulliano ha scritto: "Nessuno è tanto Padre quanto Dio; nessuno è così tenero quanto lui". Allo stesso modo possiamo dire che nessuno è tanto Figlio quanto Gesù, nessuno è così tenero quanto lui.
Gesù è il Figlio, Iahvè è suo Padre, o meglio, il suo papà. È questo infatti il termine che gli esce dalla bocca e dal cuore; una delle prime parole balbettate dal bambino ebreo: abbà, papà; un termine completamente diverso da quello che usava il popolo di Dio quando ripeteva: "Iahvè tu sei nostro padre" (Is 63,15; 64,7; Ger 3,19; ecc.).
Scrive Ioachim Ieremias: "Ci troviamo qui di fronte a qualcosa di completamente nuovo: il termine ‘abbà’... Uno sguardo d’insieme sulla grande e ricca letteratura giudea della preghiera ci porta a concludere che è completamente sconosciuta l’invocazione di Dio col nome di ‘abbà’. Come spiegare questo fatto? I padri della chiesa Crisostomo, Teodoro di Mopsuestia e Teodoreto di Ciro, originari di Antiochia, le cui nutrici, conseguentemente, parlavano il dialetto siriano occidentale dell’aramaico, sono concordi nell’affermare che ‘abbà’ era il nome dato dal bambino a suo padre. E il Talmud conferma: ‘Quando un bambino è svezzato, impara a dire ‘abbà’ e ‘immà’, papà e mamma. ‘Abbà’, ‘immà’ sono le prime parole balbettate dal bambino. ‘Abbà’ è puerile e comune; nessuno avrebbe osato dire ‘abbà’ a Dio! Gesù ha quindi parlato a Dio come un bambino al padre suo, con la stessa intima semplicità e lo stesso fiducioso abbandono".
Un figlio non può dire "abbà", papà, a uno che non è suo padre nel senso più forte del termine, se non è stato generato da lui, se non è della stessa natura, della stessa sostanza. L’uomo Gesù è quindi Dio, "della stessa sostanza del Padre" . Per questo la sua vita è pregare, perché la sua vita è essere Figlio. E la sua preghiera è "abbà" perché Dio è il suo "papà". Mai prima d’allora si era sentita una simile preghiera. Eppure da allora sarà la preghiera del mondo, la preghiera di tutti gli uomini, perché il Figlio si è fatto uomo appunto per essere "il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29), ai quali dirà: "Quando pregate, dite: ‘Padre nostro’, chiamatelo papà". Per il fatto che tutti i cristiani sono "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4), la preghiera "cristiana" passerà dal cuore e dalle labbra di Gesù al cuore e alle labbra dei cristiani.

Preghiera cristiana, preghiera dei cristiani
Leggiamo nel vangelo secondo Giovanni: "A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue né da volere di carne né da volere d’uomo, ma da Dio sono stati generati" (Gv 1,12-13). Dobbiamo credere alla realtà di questa nostra nascita da Dio: battezzati nel nome del Dio trinitario, entriamo realmente nella condivisione della vita filiale di Gesù. Leggiamo nella prima Lettera di Giovanni: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1Gv 3,1). Sul fonte del nostro battesimo, come sulle acque del Giordano, è disceso lo stesso Spirito di vita e d’amore, e su ciascuno di noi il Padre ha detto veramente: "Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Mc 1,11).
Con la sua nascita umana, Gesù aboliva tutti i templi, superandoli e surclassandoli all’infinito. Con la nostra nascita battesimale, siamo diventati, ciascuno, tempio come lui, con lui e in lui.
L’apostolo Paolo scrive ai Corinti: "Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio che siete voi" (1Cor 3,16-17).
In tutto il mondo, il tempio di Dio è dove un cristiano è abitato dallo Spirito e cerca di vivere come figlio o figlia di Dio. C’è tempio di Dio ovunque una comunità è riunita nello Spirito, nel nome di Gesù, e vive l’ascolto, la supplica, la lode e soprattutto l’eucaristia. I luoghi di culto non sono niente senza cuori oranti e assemblee celebranti "in spirito e verità" (Gv 4,23-24). La chiesa non è mai un edificio, ma l’assemblea che lo fa vibrare della sua fede e del suo fervore.
Gesù è entrato nel tempio tante volte per insegnare (Mt 26,55; Lc 19,47; 20,1; Mc 12,35), per affrontare i suoi avversari (Gv 7,37; 8,2), per scacciarne i mercanti (Mt 21,12), ma mai per pregare il Padre suo. Perché? Perché lui è più grande del tempio (Mt 12,6). Non da quelle mura secolari sale la vera adorazione, ma dal suo cuore abitato dallo Spirito, abitato dall’amore filiale. I veri sacrifici graditi a Dio non sono quelli offerti nel tempio, ma solo dal suo corpo viene offerto il vero ed unico sacrificio. Leggiamo queste parole attribuite a Cristo nella Lettera agli Ebrei: "Tu (o Dio) non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ‘Ecco io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà’" (Eb 10,5-7). Anche noi siamo più grandi del tempio, più importanti della nostra chiesa parrocchiale e del duomo della nostra diocesi, perché il tempio di Dio siamo noi. Scrive san Paolo: "O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo" (1Cor 6,19-20).
La nostra preghiera dunque non può essere un vestito da cerimonia da indossare ogni tanto. La nostra condizione di battezzati esige un’esistenza che abbia il suo centro nella comunione con il Padre mediante il dialogo con lui. Per un cristiano pregare non significa solo dire qualche preghiera mattina e sera, recitando delle formule di tanto in tanto, ma stare all’ascolto di Dio, in atteggiamento di apertura al Padre, in modo da prendere tutte le proprie decisioni in un amen, un "sì" filiale alla divina volontà. Questo è il senso della sola formula di preghiera che il Signore ci ha insegnato, il "Padre nostro".
Dobbiamo diventare quello che siamo! Noi siamo costitutivamente fratelli o sorelle di Gesù, figli del Padre. Ora un fratello o un figlio che non ama è un degenere: rinnega il proprio sangue, la propria specie. Invece chi ama sente il bisogno di vivere questa realtà e di proclamarla. Ebbene, questo è pregare. Pregare è amare. Essere figli con Gesù costituisce la nostra stessa natura e quindi ascoltare il Padre e parlargli costituisce la nostra stessa vita; lasciare che lo Spirito d’adorazione e d’amore soffi in noi è la nostra stessa respirazione, il nostro alito vitale. Pregare significa esistere come figlio di Dio, come fratello di Gesù Cristo e come tempio vivo dello Spirito santo.
Se siamo figli nel Figlio Gesù, preghiamo nel nome di Gesù, come ci invita a pregare Gesù (Gv 14,13-14; 16,23-28; ecc.), ossia non chiediamo a vanvera la prima cosa che ci salta in mente, ma quanto egli stesso ha chiesto, quanto egli stesso chiederebbe se pregasse al nostro posto, perché in realtà è proprio Cristo che prega in noi e attraverso di noi quando preghiamo. La preghiera "cristiana" è la preghiera di Cristo. In altre parole, la preghiera "cristiana" è quella che Gesù continua a rivolgere al Padre attraverso di noi e in noi, per mezzo del suo Spirito, come scrive san Paolo: "Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio" (Rm 8,26-27). E che cosa ci fa dire lo Spirito? Ascoltiamo nuovamente l’apostolo Paolo: "Avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà’, ‘Padre!’. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8,15-16). Ancora, come sempre, ci troviamo davanti al Padre nostro.
Prima di concludere diciamo qualcosa sulla preghiera di domanda. È una preghiera insegnataci con forza da Gesù stesso. È lui che ha detto: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane gli darà una pietra? O se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono" (Lc 11,9-13).
Diciamo subito una verità elementare: la preghiera non serve per cambiare Dio che va benissimo così, ma per cambiare noi che non andiamo bene così e dobbiamo convertirci. La preghiera serve per cambiare i nostri cuori, per mobilitare le nostre braccia e metterci all’opera con Dio che opera sempre (Gv 5,17). Quindi la preghiera non serve per rifilare a Dio le cose che non ci piacciono e per chiedere che faccia lui la nostra parte e ci lasci vivacchiare nella pigrizia e nel disimpegno. Dio è il Padre, l’educatore perfetto e non si presta a foraggiare i nostri vizi e ad accarezzare le nostre viltà. Se vogliamo essere figli come il Padre ci vuole, dobbiamo realizzare la beatitudine proclamata da Gesù: "Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,28). Ascoltare per sapere che cosa domandare; domandare per avere l’amore e la forza di vivere ciò che si è ascoltato: questo è il culmine, questa è la perfezione della preghiera di domanda.
Leggiamo nel vangelo: "Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate" (Mt 6,8). Quindi le nostre richieste non sono pronunciate per rendere edotto Dio di qualcosa, ma per aprirgli il nostro cuore. Non perché il Padre, il Figlio e lo Spirito santo non sappiano quanto abbiamo in cuore, ma perché il nostro cuore si illumina mentre si manifesta, come una stanza quando si aprono le imposte. "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto" (Mt 7,7-8). Con questi imperativi, amorosamente fermi, è Dio stesso che bussa alla nostra porta. Nel rispetto assoluto della nostra libertà, egli aspetta la nostra invocazione; come una madre, spia il nostro grido per venirci in aiuto.
Concludiamo con una frase felice di Paul Claudel: "Se Dio non cessa di comandarci e di raccomandarci la preghiera è perché ne ha bisogno per essere alleggerito della sua misericordia che monta la guardia alla porta del nostro cuore in attesa che questa si apra".

 

IL PADRE NOSTRO

Facciamo un brevissimo commento alla meravigliosa preghiera insegnataci da Cristo: il Padre nostro.
Leggiamo nel vangelo secondo Matteo queste parole di Gesù: "Voi dunque pregate così: ‘Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male’" (Mt 6,9-13).
Nei primi secoli della chiesa, colui che chiedeva di diventare cristiano riceveva due tesori nella sua memoria e nel suo cuore: prima del battesimo, il credo o simbolo apostolico; dopo il battesimo, il Padre nostro.
Scrive Ioachim Ieremias: "Era un privilegio poter dire ‘la preghiera del Signore’. Nulla dimostra meglio delle antiche formule d’introduzione conservate in tutte le liturgie d’occidente e d’oriente di quale timore e di quale rispetto fosse circondato il Padre nostro. In oriente, la liturgia detta di Crisostomo, ancora in uso oggi nelle chiese ortodosse greca e russa, fa dire al prete prima del Padre nostro: ‘Dègnati accordarci, Signore, di osare con gioia e senza temerarietà d’invocarti come Padre, tu che sei il Dio del cielo, e dire: Padre nostro...’". In occidente, la messa romana si esprime in maniera analoga: "Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire: ‘Padre nostro...’". Fin dal primo secolo, il Padre nostro costituisce la preghiera personale del battezzato e della sua famiglia, al mattino, a mezzogiorno e alla sera.
Al tempo di Gesù, ogni gruppo religioso si distingueva mediante una formula particolare di preghiera. Ora, quando i discepoli di Gesù cominciarono a prendere coscienza di costituire una comunità chiesero al Maestro: "Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli" (Lc 11,1). Chiesero al Maestro una preghiera che fosse il loro legame e il segno della loro appartenenza alla "famiglia" di Gesù, perché avrebbe dovuto esprimere il centro del pensiero e della preghiera di Gesù. E Gesù disse loro: "Quando pregate, dite: ‘Padre nostro’".
Ci dà la sua preghiera come preghiera personale, evidentemente. Difatti Gesù premette all’insegnamento del Padre nostro questo comando: "Tu quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6). Ma anche dietro alla mia porta non sono solo nella mia preghiera: il mio cuore contiene i miei fratelli e il mondo, e dico al plurale: "Padre nostro... dacci... rimetti a noi... non ci indurre... liberaci...".
D’altra parte, questa forma plurale, con cui Gesù ci fa pregare, sottolinea il suo desiderio di vederci spesso riuniti in comunità di preghiera. Se il Padre nostro è il simbolo di riconoscimento dei battezzati, dei figli di Dio, è evidente che dobbiamo pregarlo spesso insieme. I cristiani sono un popolo e questo popolo ha la sua preghiera.
Luca ci riporta "la preghiera del Signore" in una redazione più breve di quella di Matteo. È impossibile dire con certezza quale sia la forma più antica. E poco importa. Il Signore dovette insegnare questa preghiera diverse volte con delle variazioni particolari sui temi essenziali. Comunque, dandoci il Padre nostro, Gesù non ha fissato la nostra preghiera ad una rigida formula così come suona. Ci dà una direzione, ci libera lo spirito; e poi tocca a noi.
Questa preghiera è profonda e semplice come Dio stesso, come il vangelo che essa sintetizza in poche righe. Dire il Padre nostro "in spirito e verità" (Gv 4,23-24) significa entrare nella profondità e nell’immensità dell’amore di Dio, nella conversione totale al Padre, nel movimento filiale di obbedienza spontanea e amorosa a lui. Il Padre nostro non può essere detto sinceramente che da persone che si convertono completamente all’amore per il Padre e per i fratelli.
Riflettiamo ora, brevemente e in modo essenziale, sulle singole espressioni del Padre nostro.

Padre nostro che sei nei cieli
Gesù ci ha insegnato: "Voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno padre sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo" (Lc 23,8-9). Un solo Padre di tutti, il nostro Padre comune. Non è possibile, quindi, dire il Padre nostro al di fuori della fraternità; non è possibile trovare accoglienza in Dio quando non abbiamo nel cuore tutti gli altri suoi figli, gli uomini nostri fratelli. Leggiamo, infatti, nella prima Lettera di Giovanni: "Chi ama Dio ami anche il suo fratello" (1Gv 4,21). Chi mette da parte i propri fratelli, con essi mette da parte anche il fratello maggiore Gesù e di conseguenza non può presentarsi al Padre nel suo nome. Con Gesù e con tutti i fratelli fin dalla prima parola del Padre nostro! Il Padre nostro è comunitario: è la preghiera della grande famiglia di Dio.
Gesù ha detto: "In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,19-20).
Gesù ci assicura che il Padre suo è anche Padre nostro. Ma Padre a quale titolo? Dio è il creatore del mondo e dell’uomo, la sorgente della vita. L’Antico Testamento rivela, dunque, l’amore paterno di Dio per ogni creatura e in modo particolarissimo per l’uomo che, solo fra tutte le creature, è fatto "a sua immagine e somiglianza", come solamente un padre e una madre fanno il loro figlio.
Questa paternità dell’amore creatore è già una sconvolgente rivelazione che fa brillare sulla nostra vita il sorriso di un Dio che non è il Dio dei filosofi e dei sapienti. Ma c’è di più. "Il Figlio unigenito che è nel seno del Padre" (Gv 1,18), colui che, a ragione, può chiamare Dio "Abbà" si fece uomo e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14) perché gli uomini, suoi fratelli, potessero "‘nascere’ di nuovo" (Gv 3,3-5). "A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio" (Gv 1,12) in una vera partecipazione alla natura divina (2Pt 1,4). Quindi noi siamo realmente figli di Dio (1 Gv 3,1), e "ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: ‘Abbà, Padre!’" (Gal 4,6).
Così questa parola "Abbà", questo termine riservato al Figlio unigenito nella famiglia divina passa direttamente nel nostro cuore e sulle nostre labbra perché noi tutti siamo uno in Cristo (Gal 3,26). La famiglia divina si estende a tutta l’umanità e diventa regno, il regno di Dio. L’uomo-Dio Gesù, venuto a chiamare i peccatori (Mt 9,13), ci fa entrare nel regno invitandoci a pronunciare questa parola "Abbà", a chiamare Dio "Papà amatissimo".
L’espressione "che sei nei cieli" non vuole localizzare nei cieli piuttosto che sulla terra colui che è ovunque. Nella simbolica biblica, il termine "cieli" richiama la trascendenza divina: l’uomo è piccolo, terra-terra; Dio è grande e riempie i cieli. Ma lungi dall’essere assente da quaggiù, "la sua gloria riempie tutta la terra" (Is 6,3). Ma anche se abita fra gli uomini "i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerlo" (1Re 8,27). Eppure a questo Dio osiamo dire: "Padre nostro".
Aggiungiamo che Matteo destinava il suo vangelo a una comunità cristiana venuta dal giudaismo. Ora costoro, per tradizione, non pronunciavano mai il nome di Dio, per rispetto. Tenendo conto della loro sensibilità, Matteo sostituisce il temine Dio con cielo o cieli. Così dice "regno dei cieli" per dire "regno di Dio". Nel vangelo di Matteo, pertanto, "Padre che sei nei cieli" o "Padre celeste" vuol dire "Padre che sei Dio" o "Padre Dio".

Sia santificato il tuo nome
Il nome è la persona in quanto è conosciuta, amica, la persona su cui si può affettuosamente contare perché ci ama, colui che si può chiamare per nome. Per questo il nome di Dio è la maniera biblica tradizionale per indicare rispettosamente il suo essere. Gesù, quindi, ci fa dire al Padre: "Che la tua persona sia santificata", "Che tu sia santificato".
Ma è evidente che non possiamo aggiungere nulla alla santità infinita di Dio. E allora che significato può avere questa "santificazione" dell’essere di Dio? E che cosa vogliono dire i termini "santo" e "santificato"?
Con la rivelazione che Dio è amore sappiamo che la santità è dimenticare se stessi e amare veramente gli altri con i fatti. L’espressione "Sia santificato il tuo nome" può essere compresa solo così: "Che tu sia rispettato, predicato, manifestato, riconosciuto per quello che sei: l’amore stesso. Rivela la tua santità, ossia il tuo amore".
In questo senso appunto Dio proclama per mezzo del profeta Ezechiele: "Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. Vi libererò da tutte le vostre impurità: chiamerò il grano e lo moltiplicherò e non vi manderò più la carestia" (Ez 36,23-29). Come possiamo capire da questa lunga citazione, l’espressione "sia santificato il tuo nome" è tutt’altro che un vago, pio desiderio! Questa domanda indica due direzioni ben precise e impegna a fondo Dio e noi. Innanzitutto domandiamo che Dio stesso irradi la sua gloria, che moltiplichi nel mondo le meraviglie del suo amore e della sua misericordia, che parli più forte e più teneramente agli uomini attraverso la creazione, le persone, gli avvenimenti, attraverso i poeti, gli artisti, i santi. Che si degni di moltiplicare la grazia e la vocazione missionaria della chiesa affinché tutti gli uomini possano conoscerlo e lodarlo in eterno.
Ma questa manifestazione del Padre impegna concretamente anche tutti i suoi figli. "Mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi" ha detto il Signore. La gloria del Padre sono i figli. Così già la prima domanda del Padre nostro non ci lascia tranquilli nella nostra nicchia, ma ci fa implorare la grazia di contribuire il più possibile alla gloria di Dio. Il nostro comportamento può essere occasione di bestemmia contro Dio o di riconoscimento del suo amore, appunto perché siamo suoi figli. Proprio così si esprime il vangelo: "Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5,14-16). E l’apostolo Paolo, senza mezzi termini, ci dice: "Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passione e di libidine, come i pagani che non conoscono Dio... Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito" (1Ts 4,3-8). I nostri pensieri, quindi, le nostre parole, le nostre opere sono lo specchio della santità divina, dell’amore del Padre.
Il nostro primo compito è quello di ripulire in noi e attorno a noi l’immagine del Padre da tutte le incrostazioni che la sfigurano e dalle caricature che la deformano: il Dio carabiniere, inquisitore, torturatore, o, dal lato opposto, il Dio bonaccione, accomodatutto, il Dio salvagente e altre puerili deformazioni che degradano Dio e l’uomo.
Il nostro secondo compito, più difficile, è quello di dare alla nostra chiesa il volto che deve avere, quello che Dio le ha assegnato: il volto di un popolo cristiano onesto, distaccato e generoso, purificato dai suoi peccati; un popolo unito e pacifico, lavoratore sincero e gioioso, che canta e prega, abitato dallo Spirito di Dio; un popolo in cui l’amore è sovrano e le cui mani sono ricolme di opere di giustizia.

Venga il tuo Regno
Gesù ha detto esplicitamente: "Il mio regno non è di questo mondo... il mio regno non è di quaggiù" (Gv 18,36). Il regno quindi è escatologico: è lo stato definitivo del mondo quando il granello di senape, la chiesa, avrà raggiunto la sua statura e la sua maturità piena (Mt 13,31-32); quando il Padre sarà riconosciuto da tutti, quando il Figlio sarà il Signore di tutti, e lo Spirito santo sarà la vita di tutti; insomma, quando la salvezza sarà completamente realizzata, la mietitura portata a termine (Mt 13,30) e la sala del banchetto riempita di commensali (Lc 14,23).
La chiesa, pertanto, non è ancora il regno perché troppi sono ancora i posti vuoti, troppi i peccati. Ma nella chiesa il regno è in cammino, perché esso comincia da questo mondo, nei cuori, nella vita, nelle comunità di coloro che la fede e il battesimo ha "illuminati". È proprio a costoro che si rivolge l’apostolo Paolo quando scrive: "Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati" (Col 1,12-14).
Questo regno dell’amore non "viene" come una stagione o un avvenimento gratuito, ma come una persona. Il suo procedere è sempre una iniziativa di Dio. Ma Gesù dice: "Chiedetelo!". Chiedete che il regno, annunciato e inaugurato da Gesù, si dilati, entri più profondamente nei cuori, si manifesti con convincente chiarezza nel comportamento dei cristiani. Sotto altre parole, quindi, abbiamo la stessa insistenza della richiesta precedente: "Sia santificato il tuo nome". Il regno di Dio non è un movimento politico e non è monopolio di nessuno. Al contrario, il vangelo è lo specchio in cui tutti i movimenti cristiani devono confrontarsi con Gesù Cristo per mantenersi in tensione e in conversione permanente. Tutto questo, però, non deve giustificare l’assenteismo e il disimpegno. Chi non si bagna nel politico non si bagna nemmeno nel regno di Dio, perché Gesù non ha solo pregato, ma ha fatto il bene e ha combattuto il male e l’oppressione in tutte le sue forme. Quindi la nostra preghiera al Padre non deve essere una semplice manifestazione di pii desideri e di buone intenzioni, ma l’offerta concreta di collaborazione per l’avvento del suo regno. Le nostre preghiere, purtroppo, qualche volta, rischiano di distaccarci dall’azione responsabile personale e comunitaria perché sono legate a bisogni che non superano il contesto domestico. Qualche cristiano è un accanito divoratore di novene, un grande organizzatore di pellegrinaggi, un ricercatore dal fiuto finissimo di apparizioni e di devozioni inedite, ma non si occupa di niente e di nessuno.
Un certo numero di devoti non si appassiona per l’avvento del regno di Dio, ma soffre di una fame insaziabile e morbosa di sensazioni sacre. Colui che prega: "Venga il tuo regno" non può essere un egoista alla ricerca di se stesso, ma deve diventare l’intercessore di questo povero mondo, di tutti, buoni e cattivi, perché la preghiera è la leva fondamentale per innalzare il mondo a Dio.

Sia fatta la tua volontà
Questa domanda, come la preghiera di Gesù nel Getsemani, non è una preghiera di rassegnazione, ma un appello a Dio perché compia liberamente la sua volontà, che è la migliore di tutte: il Padre infatti vede (Mt 6,6), sa (Mt 6,8) e ci ama (Gv 16,27). La sua volontà è l’espressione della sua sapienza e del suo amore infinito.
Il Padre è solo amore e tutto amore, e non può volere altro che amarci. Noi, invece, siamo egoisti, chiusi e impazienti; non sappiamo bene che cosa vogliamo realmente, siamo peccatori, continuamente attirati verso scelte di peccato anche quando preghiamo, se chiediamo secondo la nostra volontà. Alla fine dei nostri sentieri capricciosi, constatiamo di essere infelici e nudi come Adamo ed Eva. Cristo, in agonia, ha pregato: "Padre mio... sia fatta la tua volontà" (Mt 26,42). Tutta la sua vita si racchiude in questo "sì" incondizionato: "Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato" (Gv 6,38).
La preghiera è un atto forte, non un gioco: è lo sforzo per avvicinarsi sempre più alla volontà di Dio, perché diventi totalmente nostra. L’alpinista aggrappato a uno spuntone di roccia tira forse perché la roccia venga a lui? Mai più. Precipiterebbe nel baratro. La roccia, fortunatamente, non si sfalda e l’alpinista fa assoluto affidamento su quella solidità per prendere slancio e tirarsi su fino ad essa. Il cristiano che prega non tenta di piegare Dio alla propria volontà, ma solleva verso Dio la sua anima pesante.

Come in cielo così in terra
Evidentemente i cieli presentati come termine di paragone non sono solamente quelli visibili, ma soprattutto quelli invisibili, gli angeli e i santi che compiono perfettamente la volontà di Dio. Noi desideriamo e chiediamo che Dio sia glorificato dalla libera adorazione dei suoi figli in terra, come è glorificato dall’evoluzione meravigliosa del sole, della luna e delle stelle e ancor più dalla lode armoniosa e perenne dell’assemblea dei santi.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano
La prima parte del Padre nostro è tutta incentrata sul Padre: è la ricerca del regno di Dio e della sua giustizia (Mt 6,33). È questo il nostro primo desiderio e il nostro maggior bisogno. La seconda parte rimane ancora a livello di Dio perché è la preghiera dei suoi figli poveri e angosciati che portano dentro di sé la preoccupazione per i loro fratelli, nessuno escluso. Il pane quotidiano è tutto quanto è necessario all’uomo per essere uomo nel senso più pieno della parola. L’uomo non vive di solo pane materiale (Dt 8,3). Gesù, nel vangelo secondo Giovanni, ci dà il significato totale di questa domanda, quando dice: "‘Mio Padre vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo!’. Allora gli dissero: ‘Signore, dacci sempre questo pane!’. Gesù rispose: ‘Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete’" (Gv 6,32-35). Ma queste grandi realtà (la parola di Dio e l’eucaristia) non mettono in ombra la richiesta fiduciosa dell’umile pane della nostra tavola. Il pane quotidiano è un dono di Dio ai suoi figli perché arrivino fino a domani e, giorno dopo giorno, giungano all’appuntamento definitivo del banchetto eterno dove Cristo stesso si cingerà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli (Lc 12,37).
Che cosa significa "quotidiano"? L’aggettivo greco originale non è usato in nessun altro luogo del Nuovo Testamento e neppure nella letteratura greca profana. Se la traduzione esatta del termine epiousios resta incerta, è comunque chiaro che questa domanda non racchiude una esigenza di sicurezza per il futuro. Gesù invita i suoi discepoli a chiedere, giorno dopo giorno, il cibo di cui hanno bisogno, con la certezza che Dio vi provvederà ogni giorno, come aveva nutrito Israele nel deserto con la manna raccolta giorno dopo giorno (Es 16,4). Scrive François Varillon: "Il Padre si occupa di te. Se lo chiami Padre, devi avere fiducia in lui. Se non ne hai, smetti di chiamarlo Padre".
Il Padre nostro è, quindi, la preghiera del povero di fatto, che non vuole inquietarsi per il domani, e volge lo sguardo fiducioso verso le mani del Padre.
È la preghiera del povero volontario che non accumula perché pensa fiduciosamente che la sua ricchezza e il suo domani sono il Padre.
È la preghiera del lavoratore che non dimentica di dovere la forza delle sue braccia al Padre, e guadagna il pane con il sudore della fronte.
È la preghiera del fratello che ha paura di accaparrare due porzioni, mentre altri suoi fratelli non hanno niente.
È la preghiera onesta di chi non può domandare in verità che gli altri abbiano il pane, se non fa lui stesso quanto può per procurarlo loro.
È la preghiera di chi crede fermamente che Dio è Padre di tutti e, di conseguenza, che tutti sono suoi fratelli in Cristo; di chi sa che solo chiedendo per tutti otterrà per sé e per i suoi.
Il vangelo, anche in questa espressione "Dacci oggi il nostro pane quotidiano", che può sembrare tanto accondiscendente ai nostri appetiti e al nostro egoismo, è terribile: non ci dà un momento di tregua, non ci lascia dormire sonni tranquilli.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori
La parola "debito" ha un significato molto ampio e include tutto quanto dovevamo fare e non abbiamo fatto. È più dell’offesa perché include i peccati di omissione; è più del debito, del torto e del peccato: è la smisurata distanza che separa la nostra povera vita reale dalla santità alla quale siamo chiamati come figli di Dio: "Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48). Siamo "nati da Dio" (Gv 1,13) e siamo "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4): quindi dobbiamo vivere come Gesù Cristo. È questo il nostro "dovuto", il nostro "debito". Se le cose stanno così, allora è facile comprendere che siamo più insolventi del debitore della parabola, che doveva al suo re diecimila talenti (Mt 18,23-25). Il nostro debito è praticamente infinito. E Dio sa meglio di noi che non potremo mai pagare. Ma Dio, che è nostro Padre, non ci chiede un regolamento di conti (i regolamenti di conti sono cose che fanno i malviventi!). Di più, tra Dio e noi non ci saranno nemmeno dei conti, perché un padre non tira mai le somme e, soprattutto, perché presso Dio non ha corso la giustizia umana. Il nostro Dio è il Padre tutto amore e misericordia. Egli "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,16-17).
Il Padre rifiuta il livello della giustizia umana se noi viviamo al livello delle leggi della famiglia divina. Ma se vogliamo risolvere i torti e le ragioni sul terreno della giustizia umana, rifiutando di considerare gli altri come fratelli, noi rifiutiamo di riconoscere Dio come Padre nostro e Dio misurerà a noi con la stessa misura con cui misuriamo agli altri, come sta scritto nel vangelo secondo Matteo: "Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe" (Mt 6,14-15). È questo il solo commento che Gesù aggiunge al Padre nostro, perché sa che su questo punto abbiamo la testa dura, l’orecchio ancora più duro e il cuore durissimo.
Gesù ci insegna: "Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono" (Mt 5,23-24). Intendiamoci, Dio per primo ha perdonato e lo ha dimostrato coi fatti. È scritto nella Lettera ai Romani: "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8). Nonostante i nostri sbandamenti e i nostri debiti, il Padre ci tratta come figli amatissimi. Ma pretende, e giustamente, che noi lo imitiamo nel perdono e nella misericordia sempre e verso tutti. Diversamente, sarà lui a imitare noi. Se noi non perdoniamo, lui non perdona; se perdoniamo poco o nulla, lui perdona poco o nulla. E non diciamo che Dio cambia le carte in tavola. Glielo abbiamo chiesto noi, lo abbiamo pregato e scongiurato noi di comportarsi così: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male
La Bibbia, dalle prime pagine della Genesi fino alle ultime dell’Apocalisse, ci presenta l’uomo in balìa della tentazione, dilaniato fra il bene e il male, fra Dio e satana.
Gesù stesso, Figlio di Dio fatto uomo, fu ripetutamente (sarebbe meglio dire continuamente) tentato da satana. Appena fu battezzato "Gesù fu portato dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo" (Mt 4,1). "Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato" (Lc 4,13). Il tempo fissato è quello dell’agonia e della passione. Solo con la sua risurrezione Cristo inaugura la disfatta di satana. Tuttavia satana, come bestia ferita a morte, sa ancora terribilmente colpire. Leggiamo nel libro del l’Apocalisse: "Guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi, pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo" (Ap 12,12).
La tentazione al male non può mai venire da Dio, che è buono e vuole solo il bene. Scrive san Giacomo: "Nessuno quando è tentato dica: ‘Sono tentato da Dio", perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce’" (Gc 1,13-14). L’apostolo Paolo ci insegna: "La carne, infatti, ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda" (Gal 5,17). E satana, il tentatore, accende e alimenta il fuoco divorante della concupiscenza. Gesù ha riportato vittoria su satana e ha dato anche a noi questo potere. Leggiamo nel vangelo secondo Luca: "Vi ho dato il potere di camminare... sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare" (Lc 10,19).
Quali sono le armi per vincere questa lotta? Quelle stesse usate da Gesù!
Per Gesù la prima arma fu la parola di Dio. A ciascuna delle tre grandi tentazioni da lui subite (Mt 4) lo sentiamo rispondere con la Bibbia: "Sta scritto". La prima arma per vincere Satana è la Bibbia ascoltata, letta assiduamente e meditata ogni giorno. San Paolo ci esorta: "Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo... Prendete la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio" (Ef 6,11-17).
La seconda arma è la preghiera. Nel Getsemani, "inginocchiatosi, Gesù pregava... Poi andò dai discepoli e disse loro: ‘Perché dormite? Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione’" (Lc 22,41-46). Per questo il Signore ci fa terminare il Padre nostro con l’invocazione: "Non permettere che siamo vinti dalla tentazione, ma liberaci dal maligno".
Leggiamo nella prima Lettera di san Paolo ai Corinti: "Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza di sopportarla" (1Cor 10,12-13).
Quando preghiamo: "Liberaci dal male (o dal maligno)" dobbiamo renderci conto a quale male andiamo incontro quando ci imbattiamo in satana. Anche quest’ultima invocazione del Padre nostro è seria e grave: chiediamo al Padre di essere liberati dal potere delle tenebre, dalla dannazione, dalla morte eterna. Tutti, prima o poi, avremo il nostro Getsemani, la nostra parte di tentazioni e di pericoli mortali. La vita è una guerra continua e per salvarci dobbiamo combattere e vincere. Noi siamo tanto deboli e i nemici sono molti e assai forti. Ma attraverso la preghiera il Signore ci darà la forza che noi non abbiamo.
S. Agostino dice che tutta la scienza di un cristiano consiste nel conoscere che egli è niente e non può niente. Così non cesserà di procurarsi da Dio, con la preghiera, quella forza che non ha e che gli è necessaria per resistere alle tentazioni e per fare il bene; e allora farà tutto con il soccorso di quel Signore che non sa negare nulla a chi lo prega con umiltà, perché è Padre, il Padre nostro, Dio.

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