LA FAMIGLIA CRISTIANA
(Morandini Giuseppe)


autori
titoli

Indice:

Presentazione
Matrimonio e famiglia, oggi
La vocazione dell'uomo all'amore
Famiglia, comunità di vita e di amore
La famiglia, comunità educante
La famiglia e l'educazione alla socialità
La famiglia e l'educazione religiosa
La famiglia cristiana e il "Giorno del Signore"

 

 

 

Presentazione

Un piccolo libro con alcune riflessioni semplici sul matrimonio e sulla famiglia, visti alla luce del messaggio evangelico.

Pensieri adatti alla riflessione di tutti e scritti dall’autore, senza pretese di novità, leggendo i Documenti del Concilio Vaticano II, la lettera dei Vescovi italiani sulla famiglia ed alcuni libri più recenti.

A quale fine? Per aiutare i lettori a riflettere sui valori perenni del matrimonio, della famiglia e della sua missione educativa, in questo momento di vertiginose trasformazioni sociali.

Siamo convinti che la "salvezza" del matrimonio e della famiglia sia da ricercare nella riscoperta dei loro valori di fondo.

 

MATRIMONIO E FAMIGLIA, OGGI

"L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti, che progressivamente si estendono all’intero universo... Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, che ha i suoi riflessi anche nella vita religiosa.
E, come accade in ogni crisi di crescenza questa trasformazione reca con sé non lievi difficoltà". (GS, 4)

 

Tempo di profonde mutazioni

Il nostro è tempo di grandi e rapide trasformazioni, in tutti i campi. Non è difficile constatarlo, anche se non e facile trovare delle giuste motivazioni per ognuna di esse.

Nel processo di trasformazione si è inserita - dal 1960 in poi - una esplosione di contestazione, soprattutto a livello giovanile. Non è possibile, qui, analizzare i due fenomeni assai complessi.

Sarebbe assurdo e inutile però negarli. Dalla contestazione è nata la "crisi" generale che ha messo il dubbio non solo sulle tradizioni e sulle strutture sociali, ma anche su certi valori morali fondamentali.

Anche il matrimonio e la famiglia sono contestati. Anche per il matrimonio e per la famiglia si parla di crisi.

E la crisi c’è. Solo che ad essa si possono dare vari significati, che ognuno cerca poi di giustificare a modo suo. È una crisi che indica un superamento totale del matrimonio e della famiglia? Oppure è chiaro segno di una indeclinabile esigenza di un nuovo stile di vita, di nuove forme di rapporti e di modi nuovi di vivere certi valori, che pur sempre restano alla base del matrimonio e della famiglia?

Le risposte variano col variare dei principi filosofici, che formano le convinzioni di coloro che le danno.

La risposta cristiana, alla luce di una sana ricerca sociologica e psicologica, considera questa crisi della famiglia come una crisi di crescita, di sviluppo e di trasformazione; simile a quella del fanciullo, che, attraverso la crisi dell’adolescenza, si prepara a divenire uomo. Una aperta concezione cristiana della storia deve guidarci a leggere in essa i "segni" di Dio; ad interpretarli e attuarli. Anche la crisi è un passaggio del Signore del mondo in mezzo agli uomini

A tempi nuovi devono allora corrispondere un matrimonio nuovo ed una famiglia nuova. È sterile rimpiangere tradizioni, usi e riti del passato.

I valori perenni - umani e cristiani - della famiglia possono e "devono" vivere in modi e forme nuove. L’amore, proprio perché è dono di Dio partecipato agli uomini, ha infiniti modi di realizzarsi; e la missione educativa - che ha nella fase procreativa soltanto il suo momento iniziale - essendo primariamente legata alla famiglia non potrà mai venir meno, anche se deve mutare metodi e tecniche.

La crisi in atto non annuncia dunque la negazione del matrimonio e della famiglia, ma la riscoperta di essi in una prospettiva nuova, che impegna anche a trovare nuove forme di rapporti e nuovo stile di vita.

Crisi di crescita

Non sono soltanto di oggi la crisi e la contestazione della famiglia. Anche se in forme diverse, ciò è già successo nel passato.

Bisogna dire che quelle in atto ora sono, nelle espressioni più serie e responsabili, in parte motivate. Nessuno può attardarsi più a rimpiangere "le scelte obbligate", l’"autoritarismo", l’"isolamento", la "mancanza di dialogo", la "condizione inferiore della donna", "una angusta interpretazione della sessualità", "il tradizionalismo religioso"... che erano componenti, forse anche involontarie, di un certo tipo di famiglia del passato.

Si sa, anche il matrimonio e la famiglia, come ogni altra struttura sociale, pagano il tributo al proprio tempo. Una visione socio psicologica più attenta ed aggiornata delle realtà - e soprattutto dell’uomo - ci dà suggerimenti e, quel che più conta, ci detta altri modelli.

Anche la visione della fede - poiché qui si parla della famiglia cristiana - con il Concilio Ecumenico Vaticano II si è fatta più ricca, non senza l’intervento dello Spirito, che guida nei secoli la Chiesa.

Le pagine della "Gaudium et Spes", che parlano della famiglia, accolgono e testimoniano l’autenticità delle più valide trasformazioni sociali, che hanno portato ad un riconoscimento maggiore della dignità della donna, della sua parità di diritti con l’uomo; alla scoperta dei valori profondi della sessualità umana; ad un modo nuovo di realizzare la paternità e la maternità, che sia più responsabile; e soprattutto ad un esercizio dell’autorità dei genitori, che sia autentico servizio alla crescita umana e cristiana dei figli, più che semplice potere di esigere l’obbedienza (GS, 47-52).

Secondo l’analisi e il giudizio, che il Concilio dà sul matrimonio e sulla famiglia cristiana nel mondo d’oggi, la crisi è occasione, come per ogni altra realtà, di "aggiornamento" e di "crescita".

"Il valore e la solidità dell’istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell’odierna società, nonostante le difficoltà, che con violenza ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura dell’istituto stesso" (GS, 47).

Una visione teologica rinnovata

La crisi porta alla ricerca. La contestazione motivata porta all’autenticità. Studiosi seri e attenti alle realtà sociali, che riguardano in particolare il matrimonio e la famiglia, hanno scritto che il matrimonio deve ricuperare, al di là delle strutture sociali che lo definiscono, tutta l’autenticità del suo essere rapporto totale di amore fra l’uomo e la donna; che a tale rapporto i giovani devono giungere per libera scelta, attuata in una matura consapevolezza.

Per la "nuova" famiglia riaffermano la validità della sua missione educativa primaria e insostitutibile, che scaturisce non solo dal fatto generativo, ma anche dal suo essere "comunità di amore". Il ruolo sociale della famiglia - gruppo di base della società - se è ridimensionato in vari aspetti, legati ad altri tipi di società, ne acquista nuovi, meno appariscenti, ma forse più determinanti.

Spetta sempre alla famiglia, innanzitutto, essere la "prima scuola di virtù sociali, di cui hanno bisogno tutte le società", e guida all’inserimento indispensabile dei ragazzi nella società umana.

La visione teologica del matrimonio e della famiglia - così come ce la propone il Concilio e la voce viva del Magistero attuale della Chiesa - non rifiuta i sani orientamenti psicosociologici, che abbiamo ricordato. Anzi, stimolata da essi, ha qualcosa di tipicamente suo da dire.

Anche la teologia rilancia l’invito a tutti di "ripensare" il matrimonio e la famiglia per "riscoprirne" le ricchezze antiche e quelle nuove.

"La famiglia deve andare al fondo di se stessa, se vuole risalire la crisi. Deve ritrovare la radice naturale da cui torna a germogliare sempre e comunque, deve ritrovare l’idea divina di sé, ossia il proprio ultimo significato in un ordine di valori, che la cultura cristiana ritiene fondamentalmente al di là della storia, non nel senso d’essere fuori della storia, ma nel senso di una giustificazione radicata nell’essere stesso dell’uomo" (E. Giammancheri).

Sono in molti ad essere convinti che sarà la visione della fede a salvare la famiglia, anche su un piano puramente umano.

Risalendo alle sorgenti della storia della salvezza bisogna riaffermare che il matrimonio e la famiglia sono parte del piano di Dio creatore; che la vocazione dell’uomo all’amore è partecipazione all’amore di Dio; che il dono della sessualità è la radice dell’attrazione fra uomo e donna; attrazione, che ha la sua realizzazione più piena nell’amicizia matrimoniale; che l’unità e l’indissolubilità dell’unione matrimoniale sono esigenze di questo amore totale, che non ammette molteplicità o cambi; che l’uomo, essendo per sua natura educabile, esige una famiglia, che gli testimoni quasi per istinto i valori immutabili, che sottostanno ai rapporti umani autentici, che legano gli uomini fra loro e supremamente con Dio.

Da queste verità ne derivano conseguenze operative precise e impegnative, come una qualificata ed indispensabile preparazione dei giovani al matrimonio e alla famiglia, una più matura valutazione dell’impegno matrimoniale, una scelta più personale e più libera, una educata capacità a vivere la vita del matrimonio e ad esplicare con responsabilità una paternità ed una maternità, che oggi hanno un volto nuovo, nella società civile e in quella ecclesiale.

Per tempi nuovi un matrimonio ed una famiglia nuovi, che non possono essere diversi, nei loro valori fondamentali, da quelli ideati dal pensiero di Dio, realizzati dal suo amore infinito, che li ha redenti per mezzo del Figlio, dopo la infezione del peccato originale.

I valori del matrimonio e della famiglia non sono un’invenzione o un prodotto della storia. Mutano storicamente i modi di percepire questi valori ed anche i modi di viverli; ma permangono negli uomini l’esigenza e il significato dei valori: essi hanno radici nell’uomo.

Per chi ha fede religiosa, i valori del matrimonio e della famiglia si fondano sopra un piano di Dio creatore. Il piano di Dio è nella storia: non è fatto da essa, ma la fa, in collaborazione con gli "uomini di buona volontà".

 

LA VOCAZIONE DELL’UOMO ALL’AMORE

"Disse ancora il Signore Dio: Non è bene che l’uomo sia solo, facciamogli un aiuto simile a lui". (Gen 2,18)
"L’uomo lascerà il padre e la madre, e si stringerà alla sua moglie, e saranno due in un corpo solo". (Gen 2,24)

Amore e matrimonio

L’amore, nella sua origine, è un mistero. Chi accetta la rivelazione cristiana e perciò ammette l’origine divina dell’uomo, sa che l’amore ha la sua sorgente prima in Dio - che è amore - e che l’uomo "è fatto ad immagine e somiglianza di Dio", proprio perché è capace di amare.

Mentre l’amore di Dio è perfetto, perché è infinito, quello dell’uomo è sempre imperfetto, fragile ed educabile. Per essere autentico l’amore dell’uomo deve conservare il legame con quello divino e sentirne, in qualche modo, sempre la nostalgia.

Ogni amore umano è un amore incarnato: che conosce la voce dello spirito e quella del corpo, misteriosamente fuse insieme. È profondamente radicato nella sessualità. Non è passione, non è istinto, non è estasi spirituale. È dono di sé all’altro: è apertura e dono totale di un io ad un tu, per un progetto di vita, che realizzi e l’uno e l’altro, secondo i doni caratteristici di ogni persona. C’è un amore di solidarietà umana, un amore di amicizia, un amore fraterno... e c’è un amore, che è quello proprio del matrimonio.

Cristo Gesù, figlio di Dio fatto uomo per "ricostruire" con la sua passione e morte - opera di infinito amore - il piano della creazione realizzato dal Creatore e sconvolto dal primo peccato, ha riconsacrato l’amore umano.

L’amore per il fratello - nel messaggio di Cristo - è divenuto il "segno autentico" di appartenenza alla famiglia dei figli di Dio. Ed ogni uomo è stato reso capace, in Cristo, di chiamare con amore Dio suo Padre.

A Cana di Galilea, durante un banchetto nuziale, Gesù santificò - nel segno - con la sua presenza l’amore matrimoniale; e lasciò alla sua Chiesa il potere di fare altrettanto per tutti coloro che credono in Lui.

Nessun uomo può sottrarsi alla sua vocazione d’amore, pena la solitudine amara del cuore.

Infatti, proprio perché non fosse solo, Dio lo chiamò all’amore.

Varie possono essere le risposte concrete a tale chiamata. L’amore è l’origine e il fine del matrimonio. E il matrimonio è l’amore che si fa unione e fecondità.

Mai come oggi, forse, più che nella sua visione giuridica e sociale, il matrimonio è considerato, e giustamente, in questa sua essenzialità immutabile.

Il matrimonio, nato dall’amore, deve essere vissuto come "comunità d’amore".

Il dono della sessualità

L’amore umano, anche quello che lega l’uomo a Dio, è un amore incarnato, che ha il sapore della terra e rivela anzitutto le varie componenti della persona umana.

La sessualità è una caratteristica di base della persona umana.

Nell’uomo - a differenza degli animali - la sessualità è in relazione con tutte le componenti della sua persona, non solo quelle fisiche, ma anche quelle spirituali.

"La sessualità umana partecipa della interiorità spirituale, che è propria della persona umana; contribuisce allo sviluppo e alla maturazione dell’equilibrio che, nell’uomo, è non soltanto fisiologico, ma anche psichico e spirituale; interferisce, alterandosi o regredendo, su tutta la persona". (E. Giammancheri).

La sessualità umana non è solo capacità di procreare. E il suo esercizio, per essere umano, va inserito in un comportamento, che tenga conto di tutte le dimensioni dell’uomo.

Diversamente l’esercizio della genitalità equivale ad una regressione dell’uomo ad un livello inferiore.

La sessualità è il fondamento della distinzione fra l’essere uomo e l’essere donna. Essa caratterizza l’intera personalità dell’uomo e della donna.

"La sessualità non è nell’ordine dell’avere, ma in quello dell’essere. Non "abbiamo" il sesso come una realtà aggiunta alla nostra personalità; ma "siamo" esseri sessuati" (E. Giammancheri).

Non accettare la propria sessualità significa rifiutare la condizione base per essere se stessi e per realizzare quella maturità umana e cristiana, di cui ciascuno, in modo diverso, è capace.

Distinti per il sesso, l’uomo e la donna sono uguali per la comune capacità di conoscere e di amare, anche se in modo diverso. Sono ugualmente dotati di libertà, capaci di scegliere e responsabili personalmente delle loro scelte.

La distinzione dell’uomo dalla donna è il fondamento della loro "complementarietà". Aperti entrambi verso gli altri, per la loro socialità; lo sono, l’uno verso l’altra, per la costruzione della più profonda unità. Nessuna attrattiva è tanto radicata e primaria come quella che muove l’uomo e la donna all’incontro.

La loro relazione è il "modello" di ogni relazione. La relazione, che la sessualità determina fra l’uomo e la donna, si realizza, nel modo più pieno, attraverso l’amore coniugale. Amore, che è amicizia totale, apertura e dono di sé, ricerca della persona amata. È su questo amore, dono di sé all’altro, sempre umano e perciò fragile, che si innesta vigorosamente la grazia del sacramento del Matrimonio, rendendo l’unione dell’uomo e della donna "segno" e "causa" della presenza dell’amore salvifico di Cristo fra gli uomini, e "simbolo" dell’alleanza di Dio con l’uomo e dell’unione indefettibile, totale e feconda, che esiste tra Cristo e la Chiesa.

A questo punto sono illuminanti le parole semplici e cariche di mistero della Bibbia: "L’uomo lascerà il padre e la madre, e si stringerà alla sua moglie e saranno due in un corpo solo" (Gen 2,18).

La sessualità umana è un dono di Dio. Un grande dono, che deve essere accettato con gratitudine e amore, per divenire se stessi e per realizzare, nel matrimonio, la più alta collaborazione a Dio creatore, nella paternità e maternità responsabile.

Educare all’amore

L’uomo è un essere educabile.

Questa sua educabilità, però, può essere intesa in molti modi, non tutti accettabili. L’uomo non è educabile perché si può modellare come un blocco di creta, secondo un modello prestabilito.

Neppure è flessibile come la tenera pianticella, orientabile secondo la rigidità del sostegno posto dall’agricoltore.

L’uomo è educabile perché è dotato dalla natura e dalla grazia di disponibilità e potenzialità fisiche e spirituali, che, stimolate dall’ambiente e dall’intervento educativo liberante, diventano capacità e qualità strutturanti le diverse personalità.

Infatti l’autentico processo educativo dell’uomo è chiamato maturazione della personalità, che è per natura graduale e lento.

All’origine di un corretto intervento educativo sta la concezione umana e cristiana che ogni individuo è un essere originale, irrepetibile per la sua vocazione personale e per i doni tipici della sua personalità.

Un uomo, anche il più povero umanamente parlando, è sempre un progetto, ideato con sapienza infinita e realizzato con immenso amore dal Creatore, qualunque possa essere l’avventura particolare della sua vita.

All’uomo si insegna a mangiare, anche se l’istinto della fame è innato; si insegna a camminare, a parlare, anche se il bisogno del movimento e della comunicativa è istintivo. All’uomo si deve insegnare ad amare. È vero che l’amore è la sua vocazione profonda; ma ogni vocazione deve essere conosciuta, sentita e realizzata secondo le varie età, e nei diversi modi che la vita offre.

Anche l’educazione all'amore non è di un momento o di una stagione della vita: è di sempre e per sempre.

E non vi è altra educazione all'amore al di fuori dell’amore stesso: si impara ad amare solo amando.

Si sa cosa è l’amore quando si ama. Amare vuol dire "voler bene". Non c’è spiegazione più completa e più semplice.

Abbiamo già detto cosa significa "voler bene". Educare all’amore equivale educare all’essenza del cristianesimo.

Dio è amore, ed essere cristiani vuol dire partecipare alla vita di Dio, per mezzo di Cristo e nella grazia dello Spirito.

La carità - amore cristiano - è la vita di Dio in noi, che ci rende capaci di voler bene a Lui e ai fratelli, con la forza nuova di amare, che Dio ci dà.

L’amore è un’esperienza di fondo e come tale è originaria, totalizzante, capace di orientare e stimolare, spesso anche di sconvolgere, tutte le energie di cui la persona dispone.

Come tutte le virtù dell’uomo, anche l’amore è fragile; perciò va educato per tempo e con fatica.

L’educazione all’amore richiede l’educazione alla sessualità, ma non si esaurisce in essa.

Ogni stagione della vita dell'uomo è una tappa caratteristica della sua educazione all'amore: il neonato impara ad introdurlo nell’amore dei genitori, che si fa sicurezza e protezione; il bambino (4-6 anni) impara gradualmente ad anteporlo all'egocentrismo spontaneo, scoprendo i bisogni e le necessità dei coetanei; il fanciullo lo sperimenta con candore, illuminato dall’esempio dell’educatore; il pre-adolescente lo sperimenta interiormente nella sua crisi di interiorizzazione e nella prima ricerca dell’amicizia; l’adolescente lo crede come esperienza determinante della sua vita, alla luce di modelli autentici; il giovane lo fortifica nella sua maturazione interiore che lo rende responsabile di sé in modo pieno; il fidanzato lo soffre e lo gode nel tempo privilegiato e tipico del fidanzamento; lo sposo lo dona nella comunione totale del matrimonio, che, per essere scuola d’amore, domanda la capacità di rinnovarsi ogni giorno in esso, con freschezza e umiltà.

Nessuno può essere capace di educare all’amore se cessa, anche per un solo istante, di educarsi ad esso.

 

FAMIGLIA, COMUNITÀ DI VITA E DI AMORE

"L’intima comunità di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie è stabilita dal patto coniugale, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale". (GS, 48)
"L’amore è e deve costituire la forza e il clima dell’intera vita coniugale. Tanto più si approfondisce, tanto più diventa amore oblativo, fedele e continuamente rinnovato".
(Lettera dei vescovi italiani sulla famiglia)

Famiglia, comunità di vita

Ogni persona ha un suo modo di vivere, fatto di mille piccole abitudini. Soprattutto ha un proprio modo di concepire la vita, di organizzare la propria attività, i propri rapporti con gli altri e con Dio.

Ciò dipende dal tipo di educazione avuto, dalla diversità dell’ambiente in cui sono state vissute le prime esperienze ed anche dal tipo di classe sociale a cui si appartiene.

La fede religiosa, soprattutto quella autentica, dà un’impronta precisa al modo di vivere della persona che la possiede.

Entrando a far parte della nuova, piccola comunità, che nasce dal loro matrimonio, l’uomo e la donna scelgono contemporaneamente di attuare un nuovo stile di vita, che sia più adatto alla singolare esperienza dell’amore coniugale.

È l’amore che vuole la comunità di vita dell’uomo e della donna che si sposano. Ed è per l’amore e nell’amore che avviene il cambiamento di stile.

Cambiare stile di vita non vuol dire annullare o pianificare l’esperienza personale del passato; e neppure voler far nuova ogni cosa.

Significa senz’altro disponibilità ad un modo nuovo di pensare: non più da soli, ma in due; di decidere: tenendo conto anche delle riflessioni dell’altro; di organizzare anche le giornate, la settimana, l’anno, tutta la vita: per il bene e la crescita personale di tutti e due, e, più tardi, anche dei figli.

Comunità di vita è comunità di partecipazione, di lavoro, di gioia, di maturazione personale. E tutto ciò nel rispetto delle caratteristiche e dei doni personali di ciascuno, perché veramente comunità sia sinonimo di ricchezza spirituale e non di impoverimento o mortificazione reciproca.

Oggi è particolarmente difficile per la giovane famiglia vivere la comunità di vita. Si pensi ai diversi orari di lavoro, alla forzata permanenza fuori casa di uno dei coniugi, ai possibili, improvvisi trasferimenti obbligati, al massiccio intervento dei mezzi di comunicazione dell’opinione pubblica nel suggerire modelli di comportamento ed esperienze di vita.

La difficoltà deve rendere più impegnativo lo sforzo e più radicata la convinzione nei singoli che, senza una sostanziale comunità di vita, è impossibile anche vivere la grande realtà dell’amore coniugale. Anche la comunità dei beni è momento decisivo per la comunità di vita; ma lo è certamente di più quella delle scelte, degli impegni e delle abitudini.

Uno stile comunitario di vita faciliterà la comunità dell’amore; come, viceversa, la comunità dell’amore rende più facile anche uno stile comunitario di vita.

È nella famiglia che il bambino intuisce e si educa al senso della comunità. È là che impara a vivere con stile personale e comunitario allo stesso tempo.

Fatto più grande, è la famiglia che lo accompagna e lo inserisce nella più grande società civile ed ecclesiale.

Famiglia, comunità di amore

Dall’amore nasce il matrimonio e dell’amore autentico e perenne vive.

Un matrimonio senza amore è un focolare senza fiamma, una sorgente senza acqua, una madia senza pane.

È per l’amore che il matrimonio diviene piccola comunità fra i due coniugi; e poi più grande, per la fecondità e l’ospitalità verso i fratelli.

Comunità di amore, perché nata dall’amore, perché vive l’amore e perché è capace, più di ogni altra, di educare all’amore.

Per i cristiani, che vivono l’esperienza del matrimonio, la presenza di Cristo, che si è fatto garanzia del loro amore attraverso la grazia del Sacramento, la realtà della comunità d’amore si fa più ricca.

Questa divina presenza è purificante, fortificante santificante ogni giorno, nella fede.

La grazia si attua però nelle cose reali e umili, che la natura dà e che l’impegno educativo di ognuno deve coltivare. L’amore vero resta sempre fatto di conoscenza reciproca, di stima, di comprensione, di rispetto, di perdono. È sempre uno sforzo di aprire se stessi nel servizio e nel dono all’altro, in ogni occasione, nell’impegno di crescere personalmente e di essere per l’altro occasione di maturazione personale.

L’amore è anche attesa fiduciosa e semplice dell’aiuto, che ci viene dall’altro, per conoscere e realizzare meglio noi stessi.

È una via d’andata e ritorno per un incontro quotidiano di disponibilità.

Per questo è necessario ogni giorno ripetere il "sì" del primo giorno, che aveva la novità della creazione, perché essa continui dando alle cose di tutti i giorni un volto ed un sapore nuovi.

Ogni mattina è indispensabile alzarsi con la disponibilità di cominciare da capo, di andare avanti, di crescere; senza sfiducia, senza rimpianto, senza incapacità di perdonare l’uno all’altro quel tanto di egoismo, che cammina sempre con noi.

La comunità di amore si costruisce nella comunità di pensieri, di desideri, di sforzi, di sacrifici, di gioie, di fede.

Ogni individuo ha un modo caratteristico di vivere l’esperienza dell’amore, come ha un suo stile di vita. Questa impronta di individualità, se è originale e rispettosa dell’autenticità dell’altro, è proprio ciò che rende possibile il più efficace incontro dei due amori nella comunità d’amore. Abbiamo infatti ricordato all’inizio che queste diversità profonde non sono per la separazione, ma per l’incontro, anzi, per l’unità.

Un amore unico, grande, vissuto in forma comunitaria da due persone, destinate dall’unione coniugale ad essere "due in una carne sola".

In questa misteriosa ed unica comunità di amore, che è il matrimonio, il coniuge diventa ogni giorno di più se stesso. Si diventa anche, ogni giorno, di più marito e moglie.

Poiché l’amore è fecondo, la comunità del matrimonio si allarga e si fa famiglia.

Nella fecondità fisica nasce la famiglia naturale: nella fecondità spirituale nasce la famiglia di adozione, la famiglia ospitale, la famiglia apostolica.

Fecondità fisica e fecondità spirituale sono momenti di un’unica fecondità, che è partecipazione di quella più misteriosa e infinita di Dio, anche se hanno realizzazioni e modi diversi.

È la missione più esaltante dell’uomo e della donna quella di essere collaboratori di Dio nella generazione di altre creature.

Costruttori di uomini e, nel mistero della grazia, primi collaboratori nella rigenerazione dei figli di Dio, ad immagine del primogenito, Gesù.

La famiglia è comunità d’amore, che educa all’amore. Dice il Concilio Vaticano II: "Tocca infatti ai genitori creare in seno alla famiglia quell’atmosfera vivificata dall’amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, che favorisce l’educazione completa dei figli, in senso personale e sociale. La famiglia è la prima scuola di virtù sociali, di cui hanno bisogno tutte le società" (GE, 3).

All’amore si educa solo creando una "atmosfera vivificata dall’amore"... In nessun altro modo!

Anche l’amore del matrimonio - sia pure vivificato dalla grazia del Sacramento - come ogni altra virtù umana, è fragile.

Scrive E. Giammancheri: "È fragile perché è esposto all’azione continua di fatti e di situazioni, che lo possono deteriorare, all’inizio senza quasi che la persona si accorga, in seguito fino a lasciar posto, in certi casi, all’odio.

Nessuno può mai presumere del proprio amore.

Anche l’amore, per quanto grande, può essere disperso e lasciare il posto alla miseria del cuore ed alla insofferenza per quella persona, un tempo tanto desiderata e idealizzata.

Ogni virtù ha le proprie tentazioni.

Le tentazioni dell’amore coniugale vengono innanzi tutto dalla stessa quotidiana convivenza coniugale. Dopo l’esaltazione del fidanzamento e dei primi tempi del matrimonio, la vita quotidiana si fa più ordinaria e monotona.

Ogni giorno succedono tante piccole cose, capaci di accrescere o di logorare anche i sentimenti più profondi.

È così che può avvenire una scoperta graduale di sé e dell’altro mai sospettata. Limiti e difetti, atteggiamenti ed usanze possono diventare ad un certo momento insopportabili. Può nascere allora, fra amore e matrimonio, una profonda tensione, che non è sempre facile superare.

Altre tentazioni possono venire dall’esterno: dall’ambiente di vita, da incontri con persone, dall’incitamento della società permissiva al disimpegno morale.

Anche certe disagiate condizioni di lavoro, di lontananza, di desolata povertà possono rendere difficile la fedeltà matrimoniale.

Come l’esistenza delle malattie fisiche rende attenti e solleciti per la salute del corpo, così la realtà sempre più evidente delle tentazioni dell’amore devono impegnare nell’educazione ad un amore sano duraturo".

Famiglia, comunità di grazia

"Furono celebrate nozze a Cana di Galilea e Gesù fu invitato" (Gv 2,2).

La dignità del matrimonio è grande presso tutti i popoli.

Il cristiano sa che il suo matrimonio, per volere di Cristo Gesù, è santificato da un dono caratteristico, che si chiama la "grazia matrimoniale".

Quel Gesù, che a Cana si sedette di persona in mezzo a quei giovani sposi, ogni giorno "misteriosamente" si siede accanto agli sposi, cristiani, nella loro casa, per stare con loro tutta la vita.

Se il tempo del fidanzamento è stato per essi tempo di attesa, quello del matrimonio è tempo di presenza quotidiana e santificante.

Attraverso il segno sacramentale del matrimonio Gesù ha consacrato l’amore degli sposi e l’ha reso strumento di grazia. Da quell’istante ogni gesto di amore è gesto di grazia dell’uno verso l’altro e di tutti e due verso i figli e verso i fratelli.

Dice il Concilio: "Il Signore si è degnato di donare, perfezionare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità. Un tale amore, unendo insieme valori umani e divini, conduce gli sposi al libero e mutuo dono di se stessi, provato da sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei coniugi" (GS, 49).

Questa dottrina non è una scoperta di oggi. Già san Paolo la predicava ai primi cristiani con espressioni estremamente chiare.

Il mistero della grazia matrimoniale però, come ogni altro mistero di grazia, è legato indissolubilmente alla fede.

La grazia opera per la fede.

Il cristiano, che vive l’esperienza matrimoniale e familiare senza fede si mette in volontario atteggiamento di rinuncia a tutti i doni, che sono insiti nella grazia del matrimonio.

La povertà spirituale di certi matrimoni cristiani ha soltanto questa motivazione: è morta la fede e con essa è cessata la sorgente della grazia.

Perché il matrimonio cristiano possa essere comunità di grazia deve essere comunità di fede. Una fede umile e incrollabile, che sa affrontare la prova con serenità e godere la felicità con misura. Una fede che sa essere quotidiana e spicciola come le piccole cose di ogni giorno; perenne e grande come il formidabile impegno di tutta una vita. Una fede che sa di essere innanzi tutto dono di Dio, e perciò è riconoscente; ma sa anche di essere risposta personale e comunitaria ad una chiamata d’amore, e perciò sa farsi scelta fondamentale in tutta l’esperienza di vita.

Una fede che trova il suo alimento nella preghiera e nel sacrificio e si concretizza nella carità; che si purifica nel perdono di Dio, dato anche sacramentalmente attraverso l’incontro con Cristo nella Confessione; che si verifica nella parola di Dio e nell’Eucaristia, come banchetto del Padre e incontro fraterno dei figli di Dio, che attualizza la morte e la resurrezione del Cristo.

È da questa fede che sgorga la grazia capace di purificare, di accrescere, di santificare l’amore umano, per renderlo degno di farsi dono e servizio quotidiano al coniuge e agli altri, in famiglia e fuori.

Questo è l’amore, che, più di ogni altro, è capace di essere duraturo, nella fedeltà all’unità e alla indissolubilità.

 

LA FAMIGLIA, COMUNITÀ EDUCANTE

 

"I genitori, poiché han trasmesso la vita ai figli, hanno l’obbligo gravissimo di educare la prole... La famiglia è dunque la prima scuola di virtù sociali..." (GE, 3).
"Nella famiglia, che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori debbono essere per i loro figli i primi annunciatori della fede..." (LG, 11).

Prima educatrice

La famiglia, da sempre, è considerata la prima istituzione educativa. L’educazione è la continuazione della generazione e ne è il completamento.

Genitori e figli realizzano il primo incontro di generazioni diverse, che è per i giovani occasione di educazione, e per gli adulti di rinnovamento.

Oggi nessuno osa negare questo fatto di estrema evidenza. Anche se, a causa delle trasformazioni e dei mutamenti, di cui abbiamo parlato, la famiglia si trova in condizioni difficili proprio in relazione alla sua funzione educativa.

Questa "grave e dolorosa insicurezza" della famiglia, nella funzione educativa, è denunciata dai genitori, i quali ammettono di non sapere cosa fare e come orientarsi con i figli. Ma anche dai figli, che contestano i genitori, perché incapaci di offrire loro un ordine di valori, per i quali valga la pena di impegnarsi, al di là di un semplice esercizio di obbedienza o di accettazione di norme oppressive.

Essi chiedono, a chi ha dato loro la vita e vuole insegnare a viverla, le ragioni per vivere.

Così nasce nei genitori la tentazione di declinare ogni responsabilità e di trasmetterla, semmai, ad altri.

La gioia della paternità o maternità idealizzata nel fidanzamento, l’attesa premurosa del figlio, le prime preoccupazioni, i facili anni della prima infanzia, hanno lasciato il posto ai primi scontri e ad una sofferenza acutissima, dopo aver constatato l’indifferenza, l’ostilità quasi.

E i figli, nella difficile ricerca di un dialogo, si sono fatti impazienti, apparentemente ingrati e, in molti casi, smaniosi di indipendenza e di libertà fuori della famiglia.

Senza dubbio la funzione educativa della famiglia si è molto trasformata, nello spazio di una generazione.

Lo indicano i fatti accennati, ma soprattutto lo confermano le analisi sociologiche e psicologiche più serie.

È un fatto che dobbiamo dare per scontato, anche se a qualcuno può non piacere.

Varie sono le cause, che hanno portato a tale trasformazione: l’aumento della scolarità, la nuova "ventata democratica", la crescente incidenza dell’esperienza dei gruppi e delle istituzioni educative, la diffusione capillare dei mezzi di comunicazione di massa, le mutate condizioni della famiglia stessa e il "discredito" gettato su certi valori di fondo...

"Il motivo di fondo è questo: i giovani acquisiscono la conoscenza della realtà e la socializzazione sempre più fuori o indipendentemente dalla famiglia, e spesso contro di essa" (E. Giammancheri).

Il sapere prima e di più, in famiglia, può trasformare il rapporto tra le generazioni in conflitto.

È evidente che tutto ciò vale soprattutto per i figli adolescenti (o forse preadolescenti), e giovani. Ma anche la fanciullezza ha già i suoi problemi e i primi conflitti. Anzi, è la giusta impostazione dei rapporti di dialogo e di autenticità in essa, che spesso decide del futuro.

Le difficoltà non devono portare all’abdicazione di responsabilità. Se mai devono condurre ad una più sollecita divisione delle competenze.

La giusta pluralità delle istituzioni educative (scuola, associazioni, parrocchia...), trova in ciò il suo motivo di essere, ed offre allo stesso tempo un prezioso aiuto integrativo.

Oggi nessuna famiglia è in grado di assolvere da sola il compito educativo.

L’azione educativa di convergenza, nel rispetto e nella valorizzazione delle singole competenze, si impone.

Uno stile nuovo

Convergenza educativa non significa per nulla "liquidazione" della famiglia. Anzi, nella convergenza va ribadita e difesa la insostituibile funzione di essa. Una famiglia abdicatrice sarebbe un’occasione paurosa di impoverimento morale per tutta l’umanità.

Abbiamo già detto che le difficoltà devono stimolare a scoprire i valori di sempre e a trovare modi nuovi per interpretarli e viverli.

È necessario un nuovo "stile educativo". Uno stile che, da una parte eviti alla famiglia l’errore di credersi autosufficiente e perciò di chiudersi in se stessa, dall’altra la facile tentazione di delegare irresponsabilmente ad altri ciò che le compete inderogabilmente.

La famiglia, che vuol essere sola e quella che si ritira, sono ambedue sconfitte in partenza.

Il criterio da seguire è quello della collaborazione.

Dopo aver dato la vita, un ambiente favorevole alla crescita e alla manifestazione personale, la famiglia guida il ragazzo sulle soglie della società civile ed ecclesiale.

In esse, attraverso le molteplici articolazioni (scuola, associazioni, gruppi, parrocchia...), egli può trovare tutto ciò che è necessario al suo maturare come cittadino e come credente.

Ogni ragazzo non è solo figlio, ma è anche alunno, membro di una società, figlio di Dio e costruttore di Chiesa.

Se la paura di non essere più soli ad educare i propri figli può far commettere gravi errori ai genitori possessivi e gelosi, il giusto rispetto dell’impegno educativo della famiglia, da parte di altri enti educativi, può evitare senz’altro dolorose fratture.

Ecco perché la famiglia - punto di partenza di ogni opera educativa - deve restare sempre anche punto di riferimento in tutto lo sforzo di convergenza.

Punto di costante riferimento, non modello unico di esperienza.

Ogni ambiente educativo, proprio come tale, offre esperienza e contributi propri. L’esperienza della scuola è tipica e non potrà mai essere ridotta a quella familiare. Così si dica dell’esperienza dei gruppi sportivi, delle associazioni educative e dell’ambiente educativo delle strutture parrocchiali per i ragazzi.

Tutte queste esperienze, a seconda delle scelte, devono essere valorizzate dalla famiglia, dopo una scelta libera operata dai ragazzi, per la loro crescita e maturazione umana e cristiana.

Il rapporto famiglia-scuola o famiglia-gruppo è indispensabile per creare convergenza educativa. Non deve però essere tale da ridurre le esperienze extra-familiari del ragazzo ad un doppione di quella della famiglia.

Educare insieme è il nuovo stile.

Ma per renderlo possibile bisogna essere da ogni parte sufficientemente umili, cioè coscienti dei propri limiti; rigorosamente rispettosi della competenza altrui e grati reciprocamente per lo scambio di correzione e di supplenza.

Non dimenticando mai che l’opera di Dio nell’anima dei ragazzi può trovare operai ovunque e ad ogni ora.

Senza amore non si educa

Un grande amico dei giovani ha scritto: "Dio ha voluto che senza amore non si possa fare del bene a nessuno" (P. Lacordaire).

Non è difficile sottoscrivere questa verità.

La vita dimostra ogni giorno che l’unica chiave, capace di aprire il cuore umano, è l’amore.

Per educare bisogna conoscere; ma non si può conoscere senza amare.

Se educare significa - anzitutto - insegnare ad amare, l’esperienza prova che nessuno è capace di-amare se non è mai stato amato. Ognuno ama come è stato amato.

Perché l’amore di Cristo per gli uomini è infinito? Perché egli ha goduto l’esperienza dell’eterno amore del Padre per Lui. "Come il Padre ha amato me, io amo voi" (Gv 15,9).

La famiglia educa perché è una comunità di amore e solo se è una comunità di amore.

Sotto la sferza della contestazione essa deve interrogarsi per vedere se è proprio a causa della sua incapacità di amare in modo nuovo che le riesce così difficile educare. Allora c’è un unico obiettivo da raggiungere, per riacquistare capacità educativa: fare di tutto per essere veramente "comunità di amore", perché solo così diviene "comunità educante".

La funzione educativa non è per la famiglia una delle tante, che essa deve compiere. È una funzione primaria, perché investe tutti i membri della famiglia ed è determinante per la loro crescita. Ecco perché è indispensabile che l’educazione diventi l’anima e lo scopo di un’esperienza di vita comunitaria, dalla quale tutti hanno qualcosa da guadagnare, e che sempre condiziona in modo decisivo la personalità da adulti.

La prima forma di educazione familiare è quella che i coniugi esercitano fra di loro. La loro crescita, come coppia, è premessa indispensabile per un’opera educativa valida.

Il diventare padre e madre - nel senso fisico e spirituale - crea legami, che stabiliscono rapporti originali con i figli e fanno sì che l’educazione sia una continuazione diretta della procreazione.

Il figlio resta sempre una "realizzazione concreta" dell’amore dei genitori e come tale è un progetto di perfezione, secondo il piano del loro amore, che si ispira a quello di Dio.

Più figli costituiscono la "comunità fraterna". Anch’essa ha un valore educativo determinante. L’essere in più fratelli è per esperienza una occasione continua di completamento della personalità, di reciproca integrazione, ossia un esercizio continuo di socializzazione.

Se poi la "comunità fraterna" risulta di fratelli e di sorelle, ciò potrà costituire un’occasione di educazione sessuale, nel senso di scoperta e accettazione del ruolo del proprio e dell’altro sesso.

Sono noti i problemi psicologici e pedagogici del figlio unico. Essi si riducono al pericolo di un amore dei genitori facilmente possessivo e di una insufficiente socializzazione.

Anche i figli esercitano sui genitori un’azione educativa. Non è una frase di moda. Nell’incontro di generazioni, che caratterizza l’esperienza familiare, i ragazzi portano la percezione di valori nuovi o di modi nuovi di intendere quelli di sempre.

I giovani, anche perché non hanno ancora fatto tutti i conti con l’esperienza, sono più attratti dagli ideali, più scandalizzati dai compromessi, più solleciti ai problemi che alle meschinità di una esistenza delusa.

In tal modo sono per gli adulti un invito all’esame di coscienza, all’autenticità, che diviene poi nei loro confronti autorevolezza.

Le relazioni di natura educativa, nella famiglia, vanno perciò in tutte le direzioni, coinvolgendo tutti, ognuno a proprio modo. È così che si crea in essa un "clima educativo", che è qualcosa di più e di diverso degli interventi educativi specifici.

Un clima, che è fatto di un patrimonio spirituale, che si accresce o si distrugge ad opera di tutti.

L’educazione familiare è, in questo modo, un’educazione indiretta e continuata. "È la vita che educa", diceva giustamente un grande pedagogista. È la vita, fatta di azioni e di parole quotidiane, che prima di essere insegnamento sono avvenimenti che incarnano i valori e li rendono imitabili.

Un ambiente familiare di questo tipo, anche se viene in contrasto con l’ambiente culturale moderno, nel quale il ragazzo e il giovane sono immersi, resiste al confronto e non teme smentita.

La verità e la bontà, che si costruiscono con la testimonianza quotidiana, non possono essere negate, mai.

Autorità e obbedienza hanno ancora significato?

Soltanto quando l’ambiente familiare è educativo si può trovare, anche se con pena e difficoltà, una soluzione al problema delicato dell’autorità.

La famiglia tradizionale viene spesso accusata di autoritarismo, di incitamento alla sottomissione, all’obbedienza, a scapito dello sviluppo della personalità, della spontaneità e della creatività dei ragazzi e soprattutto dei giovani. È assai impopolare, oggi, parlare di autorità e di obbedienza. Poche cose sono rifiutate, irrise, talvolta disprezzate, quanto l’autorità.

Eppure i genitori, prima che il diritto, hanno il dovere di esercitare l’autorità.

Evidentemente si tratta, prima di tutto, di capire umanamente e cristianamente bene che cosa è la vera autorità e l’autentica obbedienza. Poi di inventare i modi più idonei per esercitare l’autorità e per richiedere l’obbedienza; abbandonando quelli di un autoritarismo che la sensibilità e la cultura del nostro tempo non possono più capire.

Da sempre l’autoritarismo è stato riconosciuto come una degenerazione dell’autorità, e come tale va rifiutato.

Esso è un modo di intendere l’autorità come fine a se stessa, che vuole "piegare" e "plasmare" l’educando, che spesso si esercita con ira e con passionalità.

"L’autoritarismo è volontà di dominio, che ha le sue radici nella personalità irrisolta o deviata dell’educatore" (E. Giammancheri).

L’autorità è partecipazione della paternità di Dio, che è fonte di ogni vita e di ogni crescita umana. Da Lui l’uomo deve perciò apprendere i modi di esercitarla, con lungimiranza e bontà.

L’autorità, per il cristiano, è partecipazione alla "regalità" di Cristo, che governa l’universo nel suo servizio di amore, che ha la suprema espressione nel sacrificio del Calvario.

Perciò, chi vuol essere discepolo di Cristo, anche nell’esercizio dell’autorità , deve essere il "servo dei suoi fratelli".

L’autorità, come indica l’origine stessa della parola, è un servizio, un aiuto per la "crescita" degli altri. Essa aiuta a crescere, ad andare avanti, a maturare secondo i dinamismi di ogni personalità.

È un aiuto graduale, che viene meno quando l’educando è capace di libertà. L’autorità muore per la libertà.

L’autorità è disponibilità. Disponibilità è capacità di ascoltare e di parlare, è saper rinunciare a se stessi per vivere con gli altri e per gli altri. Al disopra delle preoccupazioni, della lotta quotidiana, dei propri problemi, nella famiglia, ognuno deve essere disponibile per gli altri. Ma soprattutto lo deve chi esercita l’autorità.

L’autorità è dialogo. È capacità di confrontare le proprie idee con gli altri, senza pensare in partenza che le proprie sono sempre giuste; senza tagliare i ponti o avvalersi del ruolo più importante per imporre il silenzio.

L’autorità è "amore pensoso". Non è amore cieco, che tutto lascia passare, che sfugge da ogni intervento. È un amore illuminato dalla saggezza della vita, che evita le asprezze, ma anche le manie del possesso.

L’autorità è testimonianza. La testimonianza è l’incarnazione, dolorosa qualche volta, dei valori. È attraverso la testimonianza che la coscienza subisce il fascino dei valori e li accoglie in se stessa come criterio di giudizio e di azione.

Cristo Gesù è stato prima testimone e poi maestro: "Incominciò prima a fare e poi ad insegnare" (At 1,1).

L’autorità è pazienza. È pazienza di attendere i frutti di una donazione leale e cosciente di genitori, che in una disponibilità diuturna, hanno avuto la costante preoccupazione di testimoniare con la vita ciò che andavano insegnando.

Frutti che non possono mancare, anche se non è sempre dato di conoscere i tempi e i luoghi di maturazione.

Forse sarà la stagione della propria paternità o maternità, che farà ripensare al figlio o alla figlia la figura e la donazione totale del padre e della madre.

L’autorità muore per la libertà. L’autorità educativa, a differenza di altre, ha la coscienza della propria provvisorietà e strumentalità.

Col crescere dei figli, l’autorità dei genitori si trasforma e finisce. Col nascere della libertà, che è un frutto della graduale maturazione personale, l’autorità cessa il suo compito.

Quando un figlio ha imparato a fare le sue scelte personali, motivandole con principi validi, l’autorità dei genitori ha compiuto la propria missione.

A questa autorità, originale ed autentica, corrisponde un’obbedienza, che è impegno personale di crescita, di maturazione e di liberazione. Un’obbedienza, che è ricerca di una volontà superiore, mediata da segni umani, fedeli ad essa.

Un’obbedienza, che è cammino verso Dio e fonte di pace interiore anche nella sofferenza; nell’imitazione del primo modello dei cristiani: Cristo Gesù.

Educare ad amare

Quali sono le finalità dell’educazione umana e cristiana per la famiglia d’oggi?

La risposta sembra semplice ed evidente: sono quelle di sempre. Anche se i tempi nuovi e la nuova cultura postulano "colorazioni" nuove delle verità immutabili.

Anzitutto va detto che l’educazione cristiana non è una semplice aggiunta a quella umana: è qualcosa di essenziale che forma un tutt’uno con essa, trasformandola ed arricchendola profondamente.

Cristo Gesù, con il suo messaggio e la sua opera di salvezza, non ha inventato una diversa umanità e un uomo diverso, ma ha "rifatto", rendendoli "nuovi", e l’umanità e l’uomo.

Educare cristianamente, perciò, significa far crescere verso la maturità quell’uomo nuovo, che è nato dalla carne e dal sangue dei genitori ed è rinato, per il Battesimo, dallo Spirito.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II dice chiaramente quali sono le mete dell’educazione integrale: "La vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana sia in vista del suo fine ultimo sia per il bene delle varie società, di cui l’uomo è membro ed in cui, divenuto adulto, avrà missioni da svolgere. Pertanto i fanciulli ed i giovani, tenuto conto del progresso della psicologia, della pedagogia e della didattica, debbono essere aiutati a sviluppare armonicamente le loro capacità fisiche, morali e intellettuali, ad acquistare gradualmente un più maturo senso di responsabilità nell’elevazione ordinata ed incessantemente attiva della propria vita e nella ricerca della vera libertà, superando con coraggio e perseveranza tutti gli ostacoli. Debbono anche ricevere, man mano che cresce la loro età, una positiva e prudente educazione sessuale. Devono inoltre essere avviati alla vita sociale, in modo che, forniti dei mezzi ad essa necessari ed adeguati, possano attivamente inserirsi nelle diverse sfere della umana convivenza, siano disponibili al dialogo con gli altri e contribuiscano di buon grado all’incremento del bene comune... I fanciulli e i giovani hanno diritto di essere aiutati sia a valutare con retta coscienza e ad accettare con adesione personale i valori morali sia a conoscere e ad amare Dio più perfettamente" (GE, 1).

Per quanto riguarda l’arricchimento specifico della componente cristiana dell’educazione dell’uomo, divenuto figlio di Dio, il Concilio afferma: "L’educazione cristiana non comporta solo quella maturità propria dell’umana persona, di cui si è parlato, ma tende soprattutto a far sì che i battezzati, iniziati gradualmente alla conoscenza del mistero della salvezza, prendano sempre maggiore coscienza del dono della fede, che hanno ricevuto: imparino ad adorare Dio Padre in spirito e verità, specialmente attraverso l’azione liturgica; si preparino a vivere la propria vita secondo l’uomo nuovo, nella giustizia e santità della verità; e così raggiungano l’uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo e diano il loro apporto all’aumento del suo Corpo mistico. Essi, inoltre, consapevoli della loro vocazione, debbono addestrarsi sia a testimoniare quella speranza che è in loro, sia a promuovere la elevazione in senso cristiano del mondo, per cui i valori naturali, inquadrati nella considerazione completa dell’uomo redento da Cristo, giovino al bene di tutta la società" (GE, 2).

Parole chiare ed inequivocabili, sia per la descrizione dei contenuti della educazione cristiana, come per la "colorazione" di attualità, che essi debbono avere per rispondere ai problemi e alla cultura di oggi.

Volendo tentare una breve sintesi, si può dire che scopo dell’educazione integrale (umana e cristiana) dell’uomo è di renderlo capace di scoprire gradualmente il senso profondo delle cose, opera di Dio; di scoprire Dio, sua origine e suo fine; di scoprire se stesso e il prossimo, bisognosi di amore; di sentirsi responsabile personalmente della edificazione della società e della Chiesa.

In una parola: educare significa insegnare ad amare, amando.

In tale modo, quasi senza volerlo, la famiglia diviene anche esperienza e preparazione ad un’altra famiglia, che nascerà da quella che i figli lasceranno. È una legge di natura. Una famiglia declina e si scompone, perché altre possano nascere e perpetuare la vita. Non è difficile pensare - come dice Gesù - al "granello di frumento, che, caduto in terra, marcisce per dare la vita a nuove spighe..." (Gv 12,24) Cristo Gesù è morto per dare la vita a noi, proprio come il granello di frumento.

La famiglia cristiana, che nell’opera educativa fa leva sulla grazia di Cristo oltre che sulle capacità umane, per realizzare nei figli la pienezza della maturità, crede e opera in questo mistero di morte per la vita, di crocifissione per la risurrezione gloriosa.

 

LA FAMIGLIA E L'EDUCAZIONE ALLA SOCIALITÀ

"Tocca ai genitori creare in seno alla famiglia quell’atmosfera vivificata dall’amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, che favorisce l’educazione completa dei figli, in senso personale e sociale.
La famiglia è, dunque, la prima scuola di virtù sociali, di cui hanno bisogno tutte le società". (GE, 3)

La famiglia non è un’isola

La maturità umana-cristiana dell’uomo, meta suprema dell’educazione, è frutto di un lento, faticoso e spesso sconcertante cammino.

Se è vero che non si deve mai perdere di vista tale meta, è altrettanto vero che ad essa si giunge attraverso momenti successivi e convergenti.

Questi momenti sono i vari aspetti dell’educazione: l’educazione fisica, psichica, sociale, religiosa...

È sempre, però, la stessa persona, che si costruisce crescendo, imparando, vivendo i rapporti interpersonali secondo valori assoluti, scoprendo ed entrando in familiarità col mistero di Dio.

Ecco perché si può parlare distintamente - senza prescindere dalla visione globale - di educazione sociale.

La famiglia non è un’isola. Nasce dalla società, in cui sono inseriti i suoi due componenti iniziali, e si realizza nella società, che la riconosce e l’accoglie.

Il sacramento, che consacra l’amore del matrimonio, è dato nella chiesa, famiglia dei figli di Dio, di cui ogni famiglia cristiana fa parte.

Se questo è vero teoricamente, in pratica, però, queste idee non costituiscono le convinzioni di molte famiglie. Così si assiste spesso al fenomeno di giovani famiglie, che nascono e si isolano, sia dalla comunità ecclesiale che da quella civile.

Anche la nascita dei figli e i successivi rapporti con gli altri, a causa delle esigenze dei bimbi, non sono capaci di aprire le famiglie, qualora le trovino in questo atteggiamento di chiusura precostituita.

Una famiglia così, certo, non può essere la "prima scuola di virtù sociali".

Spesso le famiglie chiuse, socialmente e religiosamente, sono quelle più critiche e più intransigenti nei riguardi della società e delle singole istituzioni educative. Vedono ovunque "permissività", "disordine", "cattiva educazione", "mancanza di autorità", "corruzione" e "nemici della religione"...

Non ci si rende conto che le cose sono viste così per un’innata capacità di vedere diversamente e per una presuntuosa abitudine di qualificare "non bene" tutto quello che viene operato dagli altri.

L’influsso della comunità sulla famiglia e della famiglia sulla comunità è, inoltre, interscambiabile: si influenzano a vicenda. Se la comunità si impoverisce umanamente è perché la famiglia e i singoli, forse quelli più qualificati, rifiutano di mettere in comune e a disposizione di tutti i doni e le capacità di cui dispongono.

E le famiglie soffocano, senza benefiche correnti d’aria primaverile, carica della novità dei problemi degli altri, perché le porte e le finestre di casa rimangono ermeticamente chiuse.

Il giorno in cui saranno i figli insofferenti a sfondare porte e finestre, non ci sarà più il beneficio della freschezza della novità, ma l’urto della protesta e della contestazione ribelle.

È ancora da inventare la famiglia aperta?

Dalle inchieste, condotte a vario livello e dalla riflessione seria degli specialisti in materia, risulta, con un giudizio un po’ generale, che la famiglia italiana, tutto sommato, è ancora una famiglia autoritaria.

Che cosa vuol dire?

In parole semplici, ciò equivale ad un atteggiamento di fondo che si può esprimere così: i due coniugi sono molto legati al loro ruolo di padre e di madre, più che essere attenti ai rapporti interpersonali; e nell’educazione dei figli sono più preoccupati di trasmettere dei valori, di "inculcare" degli atteggiamenti, di far raggiungere delle mete precostituite, che di cogliere ogni figlio nella sua singolarità per aiutarlo a realizzare se stesso in un clima di dialogo e di libertà.

L’ambiente stesso della famiglia, invece di considerarlo un luogo privilegiato, ma non unico, della educazione, lo esclusivizzano, riducendolo quasi a "serra".

Non mancano fortunatamente esperienze profondamente diverse e in via di moltiplicazione.

La famiglia, che ha per diritto e dovere la primarietà della responsabilità educativa, proprio per questo, oggi, deve realizzare la sua decisiva e non facile missione educativa in chiave di dialogo interno e di apertura verso le altre famiglie, le istituzioni associative e tutta la comunità, sia civile che ecclesiale. Nel clima autenticamente democratico, che è una lenta, faticosa e difficile conquista dell’epoca storica in cui viviamo, la famiglia educa in atteggiamento di partecipazione: l’educazione, più di ogni altra arte, è sinfonica. Ogni strumento, ogni voce a tempo e a luogo, per la costruzione stupenda e misteriosa di ogni ragazzo, che è uomo e figlio di Dio.

La volontà di partecipazione è simultaneamente "andata verso gli altri" per aiutare e per farsi aiutare; è "presa di coscienza" graduale di aver bisogno e di voler dare qualcosa o se stessi, per quel poco che si vale.

Dalla partecipazione nasce la scoperta di tante cose, si crea l’esigenza di aprire la casa e si gusta la gioia di essere con gli altri e di condividere anche le loro gioie e preoccupazioni.

Così la famiglia diventa capace di una autentica e storica educazione sociale dei propri figli e, nella misura possibile, dei ragazzi del quartiere o della comunità ecclesiale.

Solo col tempo e con tanta fatica nascerà nelle famiglie lo "stile di partecipazione".

L’educazione, in una certa misura, è frutto anche dell’ambiente. E l’ambiente dei ragazzi, oggi soprattutto, non si identifica con l’ambiente familiare. È ambiente la famiglia, la scuola, il campo da gioco, la famiglia degli amici, il gruppo educativo ed anche ogni strumento di comunicazione sociale.

Il giornaletto, il libro, il film e lo spettacolo televisivo... sono ambiente attraente e moderno; o, se preferiamo, sono "voci persuasive", anche se "occulte", del dialogo educativo.

Tutti questi "momenti" dell’ambiente educativo sono altrettanti luoghi di partecipazione e di dialogo per la famiglia.

La recente apertura dell’ambiente scolastico ai genitori (Decreti delegati) ha fatto toccare con mano a tutti l’incapacità quasi generale a "partecipare", a "discutere", a "fare delle scelte"... e perfino a trovare un po’ di tempo disponibile per le riunioni.

Da quanti anni la parrocchia e i responsabili delle Associazioni educative rivolgevano ai genitori questo invito e questa provocazione! Ci voleva la voce "autoritaria" della scuola per provocare il benefico terremoto.

L’apertura e la partecipazione non sono facili per nessuna famiglia, anche se per qualcuno è fortunatamente un’esperienza già collaudata. Anzi, agli inizi soprattutto, ma anche in seguito, sono facilissime le tentazioni di "ripiegamento strategico".

Le motivazioni, provvisorie e vere, non mancano: "si perde troppo tempo", "non si conclude nulla", "è una gabbia di matti", "noi non siamo fatti per queste cose", "i nostri genitori ci hanno educati senza questi comizi".

Anche una certa "intimità familiare" viene violata: amici dei ragazzi che vanno e vengono, telefonate, visite, uscite di sera...

Non c’è intimità né personale, né familiare, che abbia valore in se stessa. Tutto è per la crescita, per la maturazione delle persone, con preferenza per quelle, che hanno più bisogno di essere aiutate, prima a crescere socialmente capaci di esprimersi e di essere accettate, e poi a farsi una posizione e una fortuna.

"Nessuno di noi - dice S. Paolo - vive soltanto per se stesso e nessuno muore soltanto per se stesso" (Rm 14, 7).

Vivere per gli altri

La via dell’amore autentico non porta al possesso, ma al dono; non alla richiesta, ma al servizio. E nel dono e nel servizio sta la gioia vera dell’amore. Per una educazione sociale dei figli, che sia una componente autentica della loro personalità e nello stesso tempo una capacità di risposta alle esigenze della storia, in cui vivono, è indispensabile allora offrire loro l’incarnazione quotidiana dei valori, che fondano tale realtà.

Quali sono?

Un radicale senso della naturale solidarietà umana, arricchito stupendamente dal senso della comune origine dalla paternità di Dio. Uomo e figlio di Dio, sono due titoli mai superabili da nessun altro per dignità e grandezza.

La dignità della persona umana, riconosciuta e rispettata nei rapporti interpersonali di ogni giorno, la misteriosità della filiazione divina fatta esigenza di uno scambio incessante di carità (..."Padre perdona a noi i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri fratelli"...), costituiscono il fondamento e l’essenza insostituibile dell’educazione sociale, che, per il cristiano, è educazione alla carità del prossimo.

Il senso della solidarietà e del rispetto della persona non bastano, se non sono concretamente tradotti in una costante volontà di partecipazione per la difesa della persona umana.

Molti si sentono solidali, ma stanno a guardare o, al più, fanno progetti ideali.

Gesù, nel vangelo, commentando la carità concreta del "buon samaritano", dice all’interlocutore: ..."Va’ e anche tu fa’ lo stesso!..." (Lc 10, 37).

Ogni causa giusta, soprattutto se non è riconosciuta, ci deve vedere coinvolti. Genitori che tengono ai figli la lezioncina sulla carità e sulla giustizia e contemporaneamente ripetono ai figli: "non ti impicciare delle cose degli altri", "ognuno sta bene a casa propria", "a ognuno i guai suoi"... ce ne sono tanti ancora, sfortunatamente.

Ma, oggi soprattutto, è l’attuazione pratica di quei sublimi principi che è capace di convincere e di muovere i ragazzi.

La partecipazione alla vita della famiglia, della scuola, della fabbrica, della parrocchia e di singole persone particolarmente bisognose, è scuola convincente di educazione sociale per i figli.

Anche per la maturazione delle persone dei genitori, la volontà di partecipazione gioca un ruolo importante: tiene vivo l’interesse per la vita, dà giusta dimensione a certi piccoli problemi personali, apre l’orizzonte degli interessi e rende più disponibili e capaci di dialogo coi figli e con gli altri.

L’educazione alla povertà - nel senso evangelico di libertà nell’uso dei beni della terra e di convinzione che essi non sono mai esclusivamente nostri, ma anche degli altri, soprattutto dei più bisognosi - è pure alla base dell’educazione sociale.

L’"essere contenti di poco", come scriveva il Manzoni, non solo rende il cuore libero e buono, ma aiuta a scoprire tante cose superflue.

Chi non trova mai nulla di superfluo, ha il cuore gretto e piccolo: non ha posto per l’amore degli altri. La nostra società dei consumi ci fa tutti sazi e ingordi, capaci solo di parole e di promesse di solidarietà, ma incapaci di atteggiamenti concreti e di gesti compromettenti per il bene degli altri.

Uno sguardo, anche solo fugace e superficiale alla grande famiglia umana, ci fa scorgere immediatamente che gli stati più ricchi e più sazi sono anche i più bramosi di dominare e sfruttare gli altri, magari col pretesto di "colonizzarli" o di "civilizzarli".

La vera povertà rende disponibili e attenti: la disponibilità e l’attenzione rendono capaci di essere concretamente per gli altri, cogliendo ognuno nella sua giusta situazione.

Dalla disponibilità e dall’attenzione agli altri nasce l’atteggiamento e la capacità progressiva di "servizio".

Il servizio è uno degli aspetti tipici della personalità di Cristo, modello supremo dell’educazione cristiana. Egli ha detto di sé: "Non sono venuto per essere servito, ma per servire" (Mt 20, 28). E per i suoi amici: ..."Chi tra voi vuol essere il primo sia il servo di tutti" (Mt 20, 27).

Dalla capacità di servizio della famiglia deriva la sua fecondità e la sua stessa capacità educativa. Perché dare la vita, educare a partecipare ai problemi di tutti significa soprattutto servire: servire per aiutare a crescere, a realizzarsi, ad essere liberi.

In questo clima di solidarietà, di rispetto della persona, di partecipazione, di povertà e di servizio, che la famiglia sa creare al suo interno, sta il segreto di una autentica e storica educazione sociale delle nuove generazioni, nelle cui mani sta il domani di tutti.

"A ben guardare, la crisi della famiglia contemporanea, soprattutto la sua crisi educativa, è essenzialmente il frutto di un’incapacità di aprirsi ai problemi del mondo.

La famiglia non riuscirà a sopportare la pressione della realtà solo chiudendo porte e finestre e rifugiandosi in una malintesa ed asfittica intimità.

Una famiglia chiusa è una famiglia che, prima o poi, esplode e si disintegra" (G. Campanini).

 

LA FAMIGLIA E L'EDUCAZIONE RELIGIOSA

"Soprattutto nella famiglia cristiana, arricchita dalla grazia e dalla missione del matrimonio-sacramento, i figli, fin dalla più tenera età, devono imparare a percepire il senso di Dio e a venerarlo, e ad amare il prossimo secondo la fede, che hanno ricevuto nel battesimo". (GE, 3)

Non c’è un unico modello familiare

Anche se parliamo di famiglia cristiana, vogliamo essere realistici e non ipotizzare la famiglia ideale, esemplare assai raro.

Non si può, oggi, privilegiare un unico modello familiare. "Nel contesto attuale sono possibili diversi modelli di famiglia, secondo gli ambienti di appartenenza. Nessun ambiente può essere proposto a modello degli altri. Quello che importa è che la famiglia possa, a modo suo, vivere i compiti e i valori essenziali" (I vescovi del Canada, 1975).

Si sa che la famiglia può anche diventare, in qualche caso, una prigione, nella quale le persone non crescono, ma soffrono. E l’egoismo può trovare in essa un baluardo di difesa e di isolamento.

Molte situazioni sociali difficili mettono in pericolo la vita familiare. "La riuscita di una vita familiare autentica non è mai scontata, ma viene costruita tramite una lotta incessante" (I vescovi del Canada, 1975).

Le constatazioni si fanno anzi più amare quando si deve "rilevare" la religiosità delle famiglie e, conseguentemente, la loro capacità di educare religiosamente i figli.

Tutta l’opera educativa è principalmente frutto di testimonianza, di risposte autentiche a precise domande e incarnazione di valori nelle improvvise e varie situazioni della vita, più che impersonale e autoritaria affermazione di leggi e di doveri.

Ma ciò vale, in senso tutto particolare, per la formazione religiosa e morale. Per questo, numerosi genitori si sentono incapaci a tale compito, mentre altri lo affrontano senza convinzione o, addirittura, lo trascurano, pur con grande amarezza.

La famiglia, primo luogo di esperienza religiosa

Tuttavia, la famiglia rimane sempre, in via normale, il luogo in cui il bambino fa la prima esperienza religiosa, positiva o negativa. Infatti, tutti sanno come, essendo innata in ogni uomo una certa "disponibilità" al senso di Dio, qualora venga a mancare una adeguata risposta a tale fondamentale esigenza, la sua esperienza umana resta incompleta. "L’esperienza religiosa, esperienza tipicamente umana, costituisce un aspetto irrinunciabile dell’educazione del bambino" (Orientamenti per le Scuole materne statali italiane, 1969, pag. 15).

È alla luce di tale principio psicologico che si deve affermare come, in pratica, ogni famiglia dà un’educazione religiosa, che sarà positiva o negativa. Il vuoto educativo non esiste.

I bimbi, poi, che sono stati battezzati, diventando figli di Dio e fratelli di Cristo nel mistero della rigenerazione operata dallo Spirito santo, hanno il diritto di ricevere un’educazione rispondente alla dignità che Dio ha loro donato, attraverso la domanda dei genitori e la mediazione della chiesa.

Trascurare l’educazione religiosa dei figli, in questo caso, è un mancare ad un grave dovere assunto nel giorno del battesimo.

Come vari possono essere i modelli di famiglia, oggi, così altrettanto diverso può essere il tipo e il livello dell’impegno educativo religioso. Senz’altro esso non potrà mai prescindere dalle esigenze personali dei bimbi e dagli essenziali contenuti della fede cattolica.

A tutti i genitori, che vogliono vivere l’impegno educativo religioso, sia pur tenendo conto delle molteplici e difficili situazioni della loro esperienza familiare, offriamo alcune fondamentali e semplici indicazioni, nella speranza di dare un aiuto.

Un clima di fede autentica e vissuta è la prima condizione indeclinabile per la crescita nella fede dei figli.

Non solo pratiche, preghiere, gesti, ma clima: anche il clima religioso, come quello naturale, non si identifica con nulla, ma è composto da tante cose visibili e invisibili.

Il clima di fede dà vita alla speranza e alla carità, che si traducono in dedizione, in umiltà, in attenzione, in servizio gli uni degli altri...

Così il bambino "respira", con l’aria della casa, la serenità, la disponibilità dei genitori, l’amore fra loro e verso di lui, l’accettazione, che diventano per lui fiducia in se stesso, possibilità di autonomia, di espressione personale.

Alle sue domande ingenue e profonde insieme, i genitori danno risposte altrettanto semplici e vere; nei loro atteggiamenti, in riferimento agli avvenimenti della vita quotidiana, egli impara a leggere i valori evangelici dell’ospitalità, del perdono, della comprensione, della gioia; nel loro volto e nei gesti austeri, soprattutto durante la preghiera, intuisce il segno della presenza di Dio, padre e signore, col quale egli stesso imparerà a dialogare sul loro esempio e con il loro aiuto.

Così, nella esperienza di ogni giorno, mamma e papà saranno per lui il "volto familiare" di Dio, di cui scoprirà gradualmente l’amore e i doni e che imparerà ad amare, per ricambiare le sue premure, come si ricambiano quelle di papà e mamma. La fede, ricevuta nel battesimo come piccolo seme, cresce e si fa albero frondoso.

Il cammino della fede dei bambini incomincia così.

Evidentemente l’aspetto religioso dell’educazione del bambino - come si è ripetuto più volte - deve essere intimamente intessuto in tutta la sua esperienza di vita, perché sia autentico e vitale. Anche se esistono momenti tipicamente religiosi, l’essenza della religiosità cristiana è l’amore; e l’amore, per essere autentico deve incarnarsi nella vita. Nell’unità della personalità umana l’esperienza religiosa autentica può svolgere un ruolo di unificazione equilibrante.

È per far ciò che nel faticoso e lento cammino per la "costruzione" della maturità della persona umana - che è il fine dell’educazione - la scoperta progressiva e la maturazione della "novità cristiana" gioca il ruolo del lievito nella pasta.

La pasta lievitata e cotta diventa pane: l’uomo, che vive da figlio di Dio, costruisce la sua maturità umana-cristiana.

Momenti fondamentali del cammino di fede

Nel cammino della fede nessuno è solo: Gesù, che è il fratello maggiore, fa da guida come modello; lo Spirito dà la forza e il Padre ci fa camminare alla sua presenza perché, qualora si cada, sia fra le sue braccia.

La percezione del senso di Dio - così come l’abbiamo descritta precedentemente - è il primo momento personale nel cammino della fede del bambino.

Un secondo momento, nell’età ancora della scuola materna, è quello delle prime manifestazioni di lode, di ringraziamento, di gioia, di stupore e di domanda, in riferimento al Creatore di tutte le cose belle. È questa l’età in cui la preghiera è scoperta, è stupefatta contemplazione delle cose più comuni e più vere: il sole, la luna, le stelle, l’acqua, ecc.

Anche le feste religiose, sia liturgiche che popolari, come anche gli avvenimenti religiosi familiari (battesimo, matrimonio o loro anniversari...) offrono occasioni ricche di spunti per nuove scoperte della vita cristiana.

Un terzo momento è quello della "prima intuizione" del rispetto dovuto alle persone e della suprema legge dell’amore del prossimo.

Non si dimentichi che il cristianesimo è essenzialmente religione dell’amore.

La psicologia dice che è verso i 6-7 anni, in occasione anche della prima esperienza scolastica che il bambino incomincia ad essere capace di cogliere efficacemente, ancora a livello esperienziale, le esigenze degli altri, uguali alle sue, e perciò stimolatrici di una risposta di solidarietà. Diviene capace, per spiegarci con esempi, di capire questa realtà: "quello è un bambino come te: se a te fa piacere una fetta di torta, fa piacere anche a lui; se tu hai sete, può aver sete anche lui...".

Scopre la realtà concreta del "prossimo" e delle sue vere esigenze.

L’amore dei fratelli consiste proprio nel fare questa scoperta e nell’essere capaci di soddisfarla, volta per volta.

Anche il "risveglio" della coscienza morale del bambino trova, in questo momento tipico, un cardine per la sua formazione progressiva, poiché tutto l’impegno morale del cristiano, in qualsiasi età, si radicherà nel rispetto e nell’amore dell’uomo e di Dio, scoperto nella sua immagine più vera, che è la creatura ragionevole.

L’esperienza scolastica, di grande importanza per il bambino, si affianca a quella della famiglia per rendere più valida l’opera formativa.

La preparazione alla prima comunione, che ogni parrocchia realizza per i ragazzi, offre un’ulteriore occasione alla famiglia per una catechesi efficace e ricca sulla persona di Gesù, sugli avvenimenti della sua vita, su quello che egli ci insegna del Padre, dello Spirito santo, della sua chiesa, dei sacramenti... È evidente che nessun genitore può affidare, in esclusiva, ad altri questo momento decisivo per l’educazione cristiana dei figli.

Anzi, tocca proprio alla famiglia fare da guida ai figli nel loro passaggio dall’esperienza di "chiesa domestica", che è la famiglia, alla "chiesa", grande famiglia dei figli di Dio. Infatti, è dall’esperienza familiare che i ragazzi deducono - per analogia naturale - le caratteristiche fondamentali della Chiesa, ed imparano così ad amarla e a sentirsi corresponsabili di essa come della propria famiglia naturale.

Anche l’ingresso nella società civile - fatte le dovute proporzioni - ha bisogno di una iniziazione, che la famiglia dovrebbe curare: non si può diventare corresponsabili della "cosa pubblica" all’improvviso, quasi per miracolo.

Fra il bambino che impara a non calpestare le aiuole pubbliche o a non strappare i fiori, e il cittadino capace di rispettare e di usare bene il denaro dello Stato... c’è un rapporto diretto!

Nessuna famiglia può essere autosufficiente nell’educazione dei figli. L’apertura verso la scuola, la parrocchia e le istituzioni educative, oggi più che mai, è un’esigenza.

La complementarietà è, non solo occasione di confronto, ma anche di arricchimento.

Una famiglia diversa dalla nostra, alcuni amici, dei ragazzi meno dotati, un incontro con genitori di vario livello sociale... offrono spesso l’occasione di scoprire la limitatezza di certe visioni unilaterali della realtà, di alcune esigenze ridicole e la vuotaggine di certi pregiudizi o privilegi di classe.

Anche l’educazione religiosa è permanente

Oggi si parla, sempre con maggiore convinzione, della esigenza di una educazione permanente: l’uomo è sempre educabile, essendo vivo; perciò deve essere sempre educato.

Cambiano le esigenze, le capacità, i mezzi; ma l’uomo ha sempre bisogno di imparare a vivere e ad amare per essere felice.

Anche l’educazione religiosa e morale deve essere permanente.

Quanti genitori pensano che, ricevuto il sacramento della cresima, l’impegno dell’educazione religiosa sia finito per la famiglia.

Se è vero che i figli, ad una certa età, incominciano un certo cammino di graduale distacco dalla famiglia, questa, cogliendo il loro giusto desiderio di crescita e di libertà, deve allargare sempre di più l’area di compartecipazione all’educazione dei figli, ma non cedere il suo compito, che resta ancora valido, anche se profondamente diverso.

La preadolescenza - l’età della scuola media - è tempo di grandi trasformazioni e di verifiche per tutti i ragazzi.

A 12 - 13 - 14 anni è lecito e doveroso fare un primo "inventario" della propria vita, per prenderla in mano sempre di più.

Allora si cercano le motivazioni vere e precise dei comportamenti, l’origine di certe abitudini, anche religiose, e il fondamento delle verità, che sono state insegnate in famiglia e altrove.

È il tempo dei "confronti", delle prime critiche e contestazioni.

L’unico atteggiamento educativo valido, in ogni ambiente e principalmente in famiglia, è quello del dialogo, della comprensione, del rispetto e della pazienza. È lo stile vero dell’autorità, che si fa servizio, nell’amore, per la libertà e la maturazione delle persone, nella loro originalità, progettata da Dio.

Ciò vale anche e soprattutto per la crisi religiosa e morale, che normalmente sorge nei ragazzi di questa età. Offrire loro le occasioni concrete e vitali per una "riscoperta" della religione, per una motivazione nuova dei comportamenti religiosi e morali, senza schemi preconcetti, ma nell’attenzione leale ai valori essenziali, è l’atteggiamento saggio e costruttivo, che i ragazzi attendono inconsciamente da chi dice di amarli e di volerli aiutare a diventare uomini liberi e felici, della libertà dei figli di Dio e della felicità, che è santità cristiana.

Una pratica religiosa formalista, una onestà legale, un rispetto delle tradizioni senza anima, non servono né agli uomini, né a Dio. E poi, oggi, sono di brevissima durata.

Un ambiente sano, un atteggiamento serenamente critico nell’uso dei mezzi della comunicazione sociale (libri, giornali, cinema, tv...), una responsabile partecipazione ai "gruppi educativi", senza creare strutture protettive di "serra", danno alla famiglia, particolarmente in questa età, un contributo decisivo per l’educazione e la maturazione dei ragazzi.

Anche l’età dell’adolescenza e della giovinezza presentano problemi educativi non facili per la famiglia, ma la loro ampiezza e diversità ci impediscono di trattarli qui.

 

LA FAMIGLIA CRISTIANA E IL "GIORNO DEL SIGNORE"

"Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della Risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente "giorno del Signore" o "domenica". In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare all’Eucaristia, e così far memoria della Passione, della Risurrezione e della gloria del Signore Gesù e rendere grazie a Dio, che li ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della Risurrezione di Gesù Cristo dai morti". (SC, 106)

Matrimonio e famiglia nella storia della salvezza

Storia della salvezza vuol dire piano di Dio, realizzato nella creazione e nella redenzione, per dare all’uomo la possibilità di vivere conoscendo, amando, servendo il suo creatore e padre, ed insegnando anche ad altri a conoscerlo ed amarlo.

È un piano di infinita sapienza e di immenso amore nel quale la libera iniziativa dell’uomo, illuminata e sostenuta dalla grazia, ha il suo posto.

La Chiesa cattolica, nella quale noi siamo nati e viviamo, non è altro che un momento di questa storia della salvezza; in continuazione al momento centrale di essa, che è stato quello dell’incarnazione, della morte e risurrezione del Cristo, figlio di Dio fatto uomo.

È così che la Chiesa è "il Cristo perpetuato fra gli uomini"; è "il mistero di salvezza"; è "il nuovo popolo di Dio", guidato dai legittimi pastori, in comunione col vicario di Cristo, che è il Vescovo di Roma.

Nella Chiesa, che è per tutti gli uomini, anche per quelli che non fanno parte di essa, segno dell’amore salvifico di Dio, ogni uomo ha il proprio posto e la propria missione.

La famiglia, come tale, ha un posto privilegiato nella Chiesa, perché essa, nata dal sacramento del matrimonio istituito da Cristo, è la prima cellula della comunità ecclesiale, è "chiesa domestica" nella grande Chiesa, che si attua nella parrocchia e nella diocesi.

Il matrimonio è per gli sposi partecipazione misteriosa dell’amore di Cristo per la Chiesa, segno e causa dell’amore salvifico di Dio fra gli uomini. Per tutti i fratelli è simbolo dell’alleanza di Dio con l’uomo e dell’unione indefettibile, totale e feconda, che esiste tra Cristo e la Chiesa.

Dalla fecondità degli sposi, sublime partecipazione al piano creativo di Dio, nasce la famiglia, che prepara i figli di Dio, rigenerati dalla grazia. La famiglia cristiana "edifica" così la Chiesa, e la Chiesa santifica la famiglia.

Chiesa e famiglia, nel piano di Dio, in modo diverso naturalmente, sono per i singoli membri luoghi privilegiati dell’incontro col Signore. Dal giorno del matrimonio, infatti, Gesù, per la grazia permanente del sacramento, è ospite abituale della famiglia per divenire partecipe della sua vicenda quotidiana, sia felice che dolorosa.

Tutto ciò nel mistero della fede, che rende vicino ed operante l’invisibile.

Il giorno del Signore

Tutti i giorni sono giorni del Signore, perché il tempo, come ogni altra cosa, è un suo dono.

Tutte le sue creature, e in particolare i suoi figli, camminano ogni giorno alla sua presenza, godono il sole e la pioggia, che egli manda loro con sapiente provvidenza e aspettano il cibo dalle sue mani, nella operosità e nel sudore della loro fronte.

Ma c’è un giorno, che è chiamato ed è, per motivi particolari, il giorno del Signore.

È la domenica.

La domenica, per i cristiani, ricorda la Risurrezione del Signore, e della Risurrezione fa rivivere il mistero di salvezza.

La domenica è così la "pasqua settimanale": il giorno del perdono, dell’amore infinito, della liberazione dal peccato, della salvezza, per la morte e risurrezione di Gesù, salvatore degli uomini.

Il saluto domenicale del cristiano dovrebbe essere: "Oggi siamo salvati, alleluia!".

È ovvio che tale giorno sia un giorno privilegiato nel corso della settimana. Sia un giorno di riposo dal lavoro, di festa, di gioia, di amicizia e di preghiera.

Un giorno, più disponibile degli altri, per il Signore.

La famiglia cristiana trova nella domenica una tappa serena nel lungo e spesso tribolato cammino della vita. E gli sposi momenti preziosi di indispensabile intimità spirituale.

La comunità ecclesiale ha sempre incentrato il "mistero pasquale", ripresentato nella domenica, nella celebrazione dell’Eucaristia.

Celebrare l’Eucaristia è "fare memoria della morte e resurrezione del Signore"; è "celebrare la sua cena"; è "perpetuare sacramentalmente il suo sacrificio redentore"; in attesa che Egli ritorni fra noi, nell’ultimo giorno.

Partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia è vivere il momento centrale della domenica, perché nella celebrazione dell’Eucaristia si ascolta la proclamazione della parola di Dio, si rinnova la fede, si partecipa al sacrificio di Cristo con l’offerta di sé e delle proprie cose, si comunica al suo corpo, si rinsaldano i vincoli di carità coi fratelli e si ridiviene capaci di tornare nel mondo come testimoni della speranza e costruttori della pace.

Da questo incontro col Signore, la Messa domenicale, nasce una giornata diversa dalle altre, anche se trascorsa poi nella gioia, nella preoccupazione solita, nel servizio degli altri o fra gli amici e l’abbraccio sereno e rigenerante della natura.

Una celebrazione vera dell’Eucaristia, che domanda a tutti una partecipazione attiva secondo l’età e le capacità, esige una preparazione fatta con la lettura dei testi biblici; una frequenza alla catechesi per i bimbi e i fanciulli; una sensibilità religiosa per i giovani e gli adulti.

È difficile dare per tutti una norma precisa: ogni famiglia deve trovare la sua strada per andare all’incontro domenicale con Dio e con i fratelli preparata e ben disposta.

Giorno del Signore, giorno privilegiato per l’ascolto della sua parola, per la preghiera, per la carità, per l’amicizia.

Anche nella forma più povera e più semplice.

Dio è Padre e Cristo è fratello: a loro sono ben note le particolari condizioni di vita di ognuno di noi.

Forse che la piccolissima offerta della vedova non piacque infinitamente a Cristo, perché piccola e data con grande amore?

Le domeniche ritmano l’anno liturgico che ci ripropone tutti i misteri della vita del Signore Gesù.

E come ogni anno solare ha le sue stagioni, così l’anno liturgico ha i suoi tempi forti: tempo di Avvento e di Natale, di Quaresima e di Pasqua e tempo di Pentecoste. Ogni tempo ha i propri frutti: l’attesa del Signore, che viene ogni giorno; la conversione nella penitenza e nell’amore; la risurrezione nella salvezza; l’impegno a familiarizzare con lo Spirito Santo e a collaborare con Lui per l’edificazione della Chiesa fra gli uomini.

L’esperienza del perdono

L’uomo è una creatura meravigliosa e fragile. Grande per la sua dignità, chiamato da Dio ad essere partecipe in modo misterioso della sua vita, ogni giorno patisce la tentazione del male e spesso è vittima del peccato, per l’uso inconsiderato della sua libertà.

Dio, che conosce bene il cuore dell’uomo, perché è stato fatto da lui e perché è Padre, è grande e infinito nella sua misericordia. Cristo, che si è fatto mediatore e salvatore per tutti gli uomini, è "colui che paga per i nostri peccati".

Così all’esperienza dolorosa del peccato si accompagna, per il mistero della grazia, quella felice del perdono.

Il Padre, come quello del figlio prodigo, è sempre in attesa sulla via del nostro ritorno.

Al nostro arrivo, in qualsiasi momento, c’è sempre Lui ad attendere.

Ogni cristiano conosce la via del pentimento, della riconciliazione con Dio e con la Chiesa, che è la famiglia dei figli di Dio.

È la via del dolore, dell’umiltà, che nasce dal profondo del cuore.

Cristo Gesù ha voluto, nella sua Chiesa, un segno visibile del suo perdono e della sua riconciliazione: il sacramento della Penitenza. Inginocchiarsi ai piedi di un sacerdote è solo, per accondiscendenza di Dio, il desiderio di voler quasi intravedere il Suo volto e ascoltare la Sua voce, attraverso quelli di una creatura visibile.

Sacramento di purificazione, di perdono, di conversione, di rinnovamento.

È un dono per i singoli uomini.

È un dono per la coppia, che, riunita dall’amore consacrato dal sacramento nel vincolo del matrimonio, sente il bisogno di rendere questo amore sempre più vero, perché sempre più puro, più forte, più generoso, più fecondo, perché sia capace di essere unico e di durare per sempre.

Gli sposi, che sperimentano ogni giorno come la legge del perdono sia indispensabile pane quotidiano di ogni vita in comune, hanno più di altri la grazia di comprendere il perdono di Dio.

Giorni di buio, momenti di crisi, tentazioni di infedeltà possono avere una medicina, possono trovare la via della soluzione, prima nel perdono del Signore poi in quello degli uomini.

La famiglia cristiana, che educa alla legge del per dono perché sia possibile una fraterna e comprensiva convivenza, si fa educatrice anche di un’esigenza più profonda e più alta di perdono.

Insegna ai figli, più con l’esempio che con le parole, la fondamentale esperienza del perdono del Signore e della quotidiana esigenza della conversione del cuore.

Testimoni della speranza e dell’amore

Ogni cristiano dovrebbe pensare ogni giorno al proprio Battesirno come pensa al pane quotidiano, perché se il pane gli dà la vita fisica, la grazia battesimale gli dà la vita di Dio. Purtroppo le cose grandi si dimenticano più facilmente di quelle piccole, di uso immediato...

Il Battesimo ha fatto l’uomo figlio di Dio: gli ha dato, in germe, i doni della fede, della speranza e della carità.

Da quel giorno la fede è la luce vera dei suoi passi, "come una lucerna in un luogo oscuro, in attesa che sorga la luce del giorno, Cristo Gesù" (2 Pt 1,19).

La speranza è la sua certezza, che non ha fondamento nelle cose umane, ma nell’amore di Chi si fa garante della grande promessa.

In un mondo disperato e solitario come il nostro il cristiano è chiamato, più che mai, a portare la speranza vera, che è quella del Signore Gesù.

Non a portarla con le parole, ma con la testimonianza della vita.

Lui, che ha ricevuto la speranza come un dono, la deve testimoniare, perché altri ne sentano il bisogno e la cerchino, là dove la si può trovare.

La speranza si testimonia nella vita di ogni giorno, nelle scelte, negli interessi, nella sofferenza, nella gioia.

Accettando e godendo con serenità i beni della terra, ricercando senza voracità irrequieta ogni miglioramento umano possibile, lottando perché ogni uomo possa vivere una vita umana e giusta, in un atteggiamento di povertà interiore - povertà evangelica - che fa essere contenti del poco, insegna a rendere partecipi gli altri di tutto e sa privarsi del superfluo.

La speranza cristiana è una spinta ideale per la realizzazione di un mondo migliore, degno del progetto di Dio e della tensione continua dell’uomo verso il progresso nell’attesa costruttiva e fiduciosa che l’Amore, autore della creazione e della redenzione, realizzi per tutti gli uomini "cieli nuovi e terra nuova".

Il cristiano, che testimonia la speranza, vive la vita di ogni giorno, come inizio di quella che durerà sempre.

È nella speranza cristiana che l’amore del matrimonio e della famiglia trova la forza per farsi nuovo ogni giorno. I coniugi cristiani hanno come loro vocazione privilegiata nella Chiesa quella di essere i testimoni dell’amore.

Del loro amore umano, che è la radice del matrimonio; della grazia sacramentale, che hanno ricevuto, la quale rende il loro amore cristiano segno dell’amore di Cristo per la Chiesa e simbolo dell’alleanza di Dio col suo popolo.

È questo amore della famiglia cristiana, che facendosi carità, è capace di essere ospitale, apostolico, e specificamente fecondo nella generazione e nell’educazione dei figli propri ed anche nella adozione di quelli abbandonati.

"Da questo riconosceranno se siete miei discepoli: se vi amerete fra voi" (Gv 13,35).

In cammino verso la Casa del Padre

La famiglia, come la Chiesa, anche se in modo diverso, è un’immagine della Casa del Padre, dove egli abita.

Là ogni cristiano troverà la sua dimora stabile, la sua vera casa paterna, la famiglia definitiva.

È là che ognuno vedrà il volto di Dio, e lo scoprirà rassomigliante al proprio, perché noi siamo suoi figli e Lui è nostro Padre, per la rigenerazione del Battesimo.

Un incontro decisivo, unico e tale da rendere felici per sempre.

Chi non lo avrà amato non vedrà il volto di Dio: nella sua scelta volontaria ha voluto misteriosamente rinunciare a tale visione per sempre.

È strano che anche il cristiano, nella maggior parte dei casi, non pensi alla vita come pellegrinaggio e tanto meno alla festosità dell’arrivo alla meta.

È un errore di prospettiva, ingenerato anche da una scarsa ed inefficace catechesi sui misteri del nostro destino eterno. Nel cuore di ogni uomo, ciò nonostante, ed è per grazia di Dio, ci sono dei momenti preziosi di presentimento.

È indispensabile moltiplicarli, renderli più efficaci e più veri, attraverso la lettura della parola di Dio che ci parla della nostra dimora definitiva, della nostra vera e immutabile famiglia dei figli di Dio.

La famiglia cristiana, che si è aperta per dare la vita ai figli e per aiutarli a costruirne una propria, nel cammino di ogni giorno, che l’avvicina sempre di più al Signore, deve ricordare a se stessa e ai figli le parole di Gesù: "Vado a prepararvi un posto... Vado e ritornerò da voi" (Gv 14,7)... "E così saremo sempre col Signore" (1 Ts 4,17).

È bello testimoniare ai figli e a tutta la comunità cristiana anche un’attesa serena e gioiosa dell’incontro definitivo col Signore.

È l’ultima tappa umana dell’amore, perché da quel momento il nostro amore viene assunto in Lui, che è l’Amore.

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