LA CONFESSIONE:
FESTA DI DIO E DELL'UOMO

(Pedron Lino)


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Indice:

Introduzione
1 - La crisi della confessione
2 - Problemi della confessione
3 - La catechesi di Gesù sul sacramento del Perdono
4 - Perché il Perdono sia davvero gioia e festa

 

 

 

INTRODUZIONE

La confessione ha cambiato nome. Oggi la Chiesa vuole che si chiami riconciliazione o penitenza. Il termine confessione esprime una caratteristica marginale del sacramento, il dire i peccati. Ma l’elemento fondamentale è un altro: è pentirsi e riconciliarsi con Dio e con i fratelli.

Confessare i peccati è sempre una cosa pesante per tutti. Ma se bastasse confessare un delitto per cancellarlo, sarebbe una cosa abbastanza facile e semplice. Una colpa non basta confessarla, sia pure con sincerità, pentimento e umiltà. Dalla colpa bisogna uscire: questo è il problema. La cosa più problematica non è svuotare il sacco davanti al confessore: per fare questo non occorreva che Cristo istituisse un sacramento. Basterebbe andare da uno psicologo. Invece l’anima del sacramento è il pentimento sincero, è riprendere una vita nuova. E quando esiste un pentimento sincero non è neppure tanto difficile confessare le proprie colpe.

 

1 - LA CRISI DELLA CONFESSIONE

La crisi della confessione è stata provvidenziale e necessaria per arrestare il decadimento di questo sacramento e per riscoprirne la bellezza. Da questa crisi il sacramento uscirà rinnovato nella sua vitalità. Ma qualunque sia la soluzione della crisi della confessione, rimarrà sempre per tutti la difficoltà di convertirsi, di pentirsi, di cambiare vita. Dobbiamo essere ottimisti, ma non ingenui: la conversione e l’incontro con Dio esigono impegno, fatica, croce.

LA COSCIENZA DEL PECCATO OGGI

Oggi la coscienza del peccato si sta modificando. La psicologia e l’antropologia ci hanno dato nuovi elementi di valutazione e di giudizio sui comportamenti dell’uomo.

Così abbiamo acquistata una maggiore prudenza nel tracciare i confini tra il bene e il male. E usare prudenza non solo è saggezza, è anche umiltà.

Un altro passo avanti è la scoperta dell’importanza della coscienza personale che va sempre rispettata quando è in buona fede. Forse in passato si valutava la moralità degli atti partendo da principi ben precisi, per cui valeva soprattutto l’oggettività dei fatti. Oggi sappiamo che ogni persona ha una propria coscienza individuale che dà un significato unico anche ai gesti che sono comuni.

Inoltre stiamo prendendo atto dei tremendi condizionamenti che accompagnano il nostro agire morale e che rendono molto più difficile la valutazione della colpevolezza di ogni singolo peccato compiuto dalla persona concreta e non dall’uomo astratto e teorico. Tutte queste realtà, e altre ancora, hanno un grande influsso sulla coscienza del peccato. Devono influire altrettanto sull’atteggiamento del confessore il quale non sarà mai sufficientemente preparato, prudente, concreto e misericordioso.

LE STORTURE DEL SACRAMENTO DEL PERDONO

Il perdono facile, a prezzo di svendita, urta la mentalità moderna. La confessione è una cosa seria e non una presa in giro della misericordia di Dio. È bellissimo sottolineare con le parole e con i gesti la gratuità del perdono, ma non è per nulla bello giocare con il sangue di Cristo e con la grazia di Dio. L’eccessiva privatizzazione del sacramento ha aiutato a dimenticare che il peccato ha una dimensione anche ecclesiale, che è un danno procurato alla Chiesa, e che proprio per questo interessa anche la Chiesa. La mediazione della Chiesa, per il perdono dei peccati, è essenziale. La confessione poi non va confusa con la psicoterapia. Gesù non ha inventato questo sacramento per curare le nevrosi, ma per il perdono dei peccati. È il sacramento della conversione e del ritorno a Dio. E per convertirsi non occorrono tante parole.

LA TEOLOGIA MORALE DEV’ESSERE SEMPRE PIÙ EVANGELICA

La teologia morale è stata per troppo tempo la morale del peccato, fatta in luce negativa. Troppe volte è stata più la morale della legge che quella del vangelo e della grazia. Spesso è caduta nel formalismo, nel legalismo, nel giuridismo.

Essa deve orientarsi in luce positiva per essere la morale dell’amore, che pur tenendo conto delle debolezze dell’uomo, tuttavia lo spinge ad amare e a lasciarsi amare. Inoltre dev’essere una morale creatrice che spinge l’uomo verso un futuro sempre più illuminato dalla speranza e dal mistero di Cristo risorto.

 

2 - PROBLEMI DELLA CONFESSIONE

Paolo VI chiamò la confessione: sacramento dell’umiltà e della gioia. L’umiltà è la migliore preparazione al perdono. Dal perdono nasce la gioia. Ma il perdono non è solo la gioia dell’uomo, è prima di tutto la gioia di Dio. Gesù ha detto: Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (Lc 15,7).

Ma oggi c’è una grande ignoranza riguardo il sacramento del perdono. La CEI fece un’inchiesta sulla conoscenza e il valore della confessione in Italia.

I risultati furono catastrofici:

- il 41% degli italiani intervistati dichiarò che la confessione non è necessaria;

- il 25% rispose di avere dei dubbi sulla sua necessità;

- il 30% si disse favorevole, ma per motivi psicologici.

Ciò significa che la stragrande maggioranza dei cristiani in Italia non capisce il sacramento del perdono.

I problemi che riguardano la pratica della confessione possono essere principalmente cinque:

1 - Oscuramento della coscienza;

2 - Attenuazione del senso del peccato;

3 - Travisamento del concetto di pentimento;

4 - Stortura mentale sul perdono;

5 - Abitudinarietà.

 

a - L’oscuramento della coscienza

La coscienza è il nucleo più segreto dell’uomo, il suo io. È il luogo dove Dio rivela all’uomo il suo vero bene. Da sempre la coscienza dell’uomo è minacciata: Nei sussulti cui è soggetta la cultura del nostro tempo, viene spesso aggredito, messo alla prova, sconvolto, ottenebrato questo santuario interiore, cioè l’io più intimo della persona, la sua coscienza (Giovanni Paolo II). È sotto gli occhi di tutti quanto il senso di Dio sia scaduto in molta gente. C’è un’ignoranza religiosa impressionante anche nelle persone che hanno ottenuto diplomi e lauree. La superstizione è dilagante: oroscopi, magia, indovini, imbroglioni... L’indifferenza religiosa e l’ateismo pratico non giovano certamente a illuminare le coscienze.

 

b - Attenuazione del senso del peccato

Con l’oscuramento delle coscienze viene oscurato il senso di Dio; e, smarrito questo punto di riferimento, si perde il senso del peccato (Giovanni Paolo II). Il peccato è la nostra tragedia quotidiana. Una realtà più grande di noi. Un mistero che non siamo capaci né di capire, né di eliminare totalmente.

Portiamo in noi una radice peccaminosa, un fuoco che cova sotto la cenere, un rifiuto congenito di Dio e del suo amore. È un’allergia al divino. Oltre a tutto questo fardello personale, ci portiamo addosso anche le debolezze dei fratelli, la pesantezza del mondo impregnato di peccato. C’è poi il potere devastante del male sempre presente e sempre operante di satana e dei suoi aiutanti.

Molti ignorano che il peccato è l’esclusione di Dio dalla propria vita, la disobbedienza a Dio. Esso indebolisce la volontà e oscura l’intelligenza. Ogni peccato compie devastazione a largo raggio e si ripercuote sulla Chiesa e sull’intera famiglia umana.

Oggi c’è tanta confusione sul problema del bene e del male: in tanta gente la coscienza non parla con sufficiente chiarezza. Per questo il papa Giovanni Paolo II ha scritto: Primo frutto della coscienza è chiamare il bene e il male con il loro nome.

 

c - Travisamento del concetto di pentimento

L’uomo contemporaneo sembra far più fatica che mai a riconoscere i propri sbagli e a decidersi di tornare sui suoi passi per riprendere il cammino, dopo aver rettificato la marcia. Egli sembra molto riluttante a dire: "Me ne pento" o "Mi dispiace" (Giovanni Paolo II).

Eppure senza pentimento vero non è possibile ottenere la remissione dei peccati: Non si può battezzare se non c’è l’acqua, non si può cresimare se non c’è il crisma, non si può celebrare il sacramento del perdono se manca il pentimento. Se manca quello, si possono denunciare tutti i peccati di questo mondo, ma non c’è la materia del sacramento. Il pentimento è l’elemento chiave (Magrassi). È il pentimento che fa il sacramento. La Chiesa può perfino dispensare dall’accusa dei peccati, ma nessuno può dispensare dal pentimento.

Pentirsi è un cambiamento intimo e radicale. È calarsi nel proprio intimo e andare in crisi. Ma è soprattutto un guardare seriamente negli occhi di Cristo per trovare la serietà del peccato e la grandezza della sua misericordia.

 

d - Stortura mentale sul perdono

Insidia il sacramento della confessione la mentalità talora diffusa che si possa ottenere il perdono direttamente da Dio, anche in maniera ordinaria, senza accostarsi al sacramento (Giovanni Paolo II).

Me la vedo direttamente con Dio! È questa la stortura mentale di tanta gente. Solo che Cristo non la pensa in questo modo. Per questo ha dato alla Chiesa il dono di questo sacramento.

Certo il Salvatore e la sua azione salvifica non sono così legati a un segno sacramentale da non potere, in qualsiasi tempo e settore della storia della salvezza, operare al di fuori e al di sopra dei sacramenti (Giovanni Paolo II). Esistono altre strade per il perdono dei peccati, e la Chiesa le ha sempre insegnate fin dai primi tempi.

Ma se Gesù Cristo ha inventato un mezzo apposito per il perdono dei peccati sarebbe insensato, oltreché presuntuoso, voler prescindere arbitrariamente dagli strumenti di grazia e di salvezza che il Signore ha disposto, e nel caso specifico, pretendere di ricevere il perdono facendo a meno del sacramento istituito da Cristo proprio per il perdono (Giovanni Paolo II).

 

e - L’abitudinarietà

Per alcune persone la confessione è una pratica burocratica, una formalità che deve essere sbrigata nel minor tempo possibile, magari durante la celebrazione della messa. Per confessarsi bene occorre capire il significato di questo sacramento, occorre una catechesi fatta bene. Giovanni Paolo II ha detto al Consiglio Internazionale della Catechesi (1983): Se è necessaria la catechesi in genere per i sacramenti, molto più è necessaria per il sacramento della riconciliazione, il cui elemento sensibile, cioè la materia del sacramento, è costituita propriamente dagli atti del penitente: il pentimento, l’accusa, la penitenza.

Così il papa ci ha indicato la strada: quella della catechesi. E la prima catechesi sul sacramento del perdono ce la dà Gesù nel vangelo.

 

3 - LA CATECHESI DI GESÙ SUL SACRAMENTO DEL PERDONO

La parabola del Padre misericordioso (Lc 15) è la più bella catechesi sul sacramento del perdono. Essa va diritta al tema centrale della fede: Dio è Padre tenerissimo verso il peccatore pentito. È il dramma dell’uomo che si alza dalla sua miseria e va verso Dio. Il padre non si irrigidisce: Dio è rispettoso e gentile. Dio è finezza e amore vulnerabile e disarmato. Dio è silenzio che ama, è silenzio più eloquente delle parole. Dio è tolleranza infinita; non è mai condiscendente al male, ma è attesa. Dio è tutto questo per i miliardi di figli traditori che siamo noi. L’amore è umiltà sconcertante.

L’amore del Padre è descritto al vivo. Non ha nessun ritegno ad esprimere il suo amore travolgente. Dio non ci ama per quello che valiamo, ci ama e basta! È veramente un delitto il non credere al suo amore: è il peccato più grave. Dobbiamo pensare più alla sua misericordia infinita che alla nostra colpa.

Il Padre non lascia finire il discorso del figlio, la confessione dei peccati, perché la sua tenerezza traboccante non può attendere. Prima di tutto vuole cancellare il ricordo della miseria del figlio. Ed ecco allora il vestito più bello e l’anello, segno della dignità di figlio del padrone. Il Padre è fuori di sé dalla gioia. Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (Lc 15,7).

Ne avrà da celebrare di feste in cielo il Padre, dato che di figli balordi è pieno il mondo! Il sacramento della riconciliazione deve essere una festa per il Padre e per noi suoi figli.

 

 

4 - PERCHÉ IL PERDONO SIA DAVVERO GIOIA E FESTA

Perché il sacramento del perdono diventi davvero gioia e festa come lo intende il Signore, occorre accogliere alcune verità sul peccato, il pentimento e il perdono della colpa che Gesù ha affidato alla Chiesa.

Riconoscere la realtà del peccato

Non esiste il peccato in astratto, esiste il peccatore, la persona che pecca. Il discorso sul peccato non può essere svolto solo in termini astratti (Giovanni Paolo II).

Il peccatore esclude volontariamente Dio dalla propria vita e lacera i suoi rapporti con gli altri. Il suo peccato compie devastazioni a vasto raggio. C’è la comunione del peccato... Ogni peccato si ripercuote con maggiore o minore veemenza e danno, su tutta la compagine della Chiesa e sull’intera famiglia umana (Giovanni Paolo II).

Il pentimento autentico

Le caratteristiche del pentimento autentico sono tre: la sincerità, il distacco dal peccato e la riparazione.

La sincerità di fronte alla propria coscienza, di fronte a Dio e di fronte al confessore è una garanzia molto forte che la rottura con il male è a buon punto.

La decisione di distaccarsi dal peccato, per essere valida e sicura, deve essere precisa, concreta e proporzionata.

La riparazione del male fatto è la logica conseguenza del pentimento vero e profondo.

Tale riparazione deve essere adeguata. Essa deve ricostruire ciò che è stato distrutto. Se non si ripara è segno che non esiste ancora una seria lotta contro il male.

Occorre chiedere il perdono attraverso la Chiesa

Non è il prete che perdona, ma Cristo. Egli ha dato agli apostoli il potere di perdonare i peccati: "Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi". Dopo aver detto questo alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20,21-23). Il prete è strumento di Cristo: attraverso di lui, è Cristo che assolve e perdona: Il sacramento è un gesto personale di Cristo salvatore, incarnato in un gesto ecclesiale. Se non fosse lui che alza la mano e dice: "Ti sono perdonati i peccati", noi rimarremmo nei nostri peccati, perché solo Dio può perdonare i peccati (Magrassi).

Capire l’amore di Cristo

Finché non si è meditato sulla tenerezza di Cristo verso il peccatore, la confessione rimarrà sempre un boccone amaro da ingoiare. Gesù è andato in cerca dei peccatori, anzi dichiara solennemente che questa è la ragione della sua venuta sulla terra: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori (Mc 2,17).

Gesù è tenero con i peccatori, ma non è tenero con il peccato. E il peccatore, quando incontra Gesù, sente il bisogno di cambiare.

Egli non perdona mai la moltitudine, ma il singolo. Nel vangelo non troviamo mai episodi di perdono collettivo, ma il perdono è sempre un atto personale di Dio rivolto al singolo.

Gesù insegna senza mezze misure che la strada della conversione è difficile. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano (Mt 7,14).

Ma Gesù dà a tutti la forza per convertirsi. Agli apostoli sbigottiti che si chiedevano: "Chi mai si può salvare?", Gesù rispose: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio" (Mc 10,26-27).

Egli ci ha svelato il segreto della riuscita: la fede e l’abbandono in lui. Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero (Mt 11,28-30).

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