I SACRAMENTI
(Pedron Lino)


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I sacramenti sono una realtà fondamentale per la vita cristiana.

Per chi già li conosce, li celebra e li vive con fede e impegno forse non dirò nulla di nuovo. Ma vorrei rivolgermi anche, e soprattutto, ai miei fratelli di fede che sono in crisi, perplessi, spoetizzati o addirittura disgustati nei confronti della religione (per motivi che forse solo loro conoscono) e a tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero, con fatica e sofferenza. A tutti vorrei ricordare che Dio si fa trovare sempre se lo cerchiamo con desiderio sincero, con umiltà e con disponibilità. Sarebbe meglio dire che è Dio stesso che cerca tutti, vuole avvicinarsi a tutti e incontrare tutti.

Tenterò di esprimere la fede e la dottrina cristiana di sempre con le immagini, le idee e il linguaggio di oggi: quello popolare, quello corrente per intenderci. Metterò tutto l’impegno per parlare chiaro e con semplicità: per farmi capire. E il motivo è molto semplice. Se non mi capite, perdo tempo io, faccio perdere tempo prezioso a voi e, quello che è peggio, il vangelo che è lieta notizia, il vangelo che è messaggio di gioia e di vittoria (Cristo ha vinto la morte e ci ha donato la vita eterna di Dio) diventerebbe notizia noiosa, insulsa e barbosa; e Cristo, che è interessantissimo e merita di essere conosciuto e amato, diventerebbe per colpa mia, deludente e insignificante.

 

Come vanno le cose in Italia riguardo alla pratica religiosa, alla celebrazione dei sacramenti e alla conseguente incidenza nella vita pratica?

Esistono milioni di praticanti pieni di fede e di amore di Dio; esiste un mondo di bene; ci sono tante energie spirituali, ci sono tanti santi all’opera, tante persone buone che consumano la loro vita per il regno di Dio nel nascondimento e nel silenzio. Noi cristiani dobbiamo essere ottimisti: ne abbiamo tutte le ragioni.

Ma esiste anche il rovescio della medaglia e non sarebbe onesto chiudere occhi per non vederlo.

Noi cristiani, che siamo battezzati di vecchia data, che abbiamo ricevuto la fede comodamente nella culla, che apparteniamo ad un popolo tradizionalmente cristiano da secoli, abbiamo spesso la presunzione di sapere già tutto, di avere gustato già tutto, di avere già fatto tutto e quindi di avere il sacrosanto diritto di essere lasciati in pace: ci sentiamo tranquillamente a posto.

Mi diceva un signore poco praticante: "Io in chiesa non ci vengo quasi più perché è sempre la stessa minestra. Ormai il vangelo lo conosco a memoria. Andate a predicarlo ai neri o ai gialli".

Sì, sì, anche ai neri e ai gialli, certamente! Ma anche a noi!

Proprio noi abbiamo bisogno di un riciclaggio della nostra fede, di un aggiornamento serio della nostra istruzione religiosa, di un’aratura profonda nel terreno della nostra ignoranza, di una potatura intelligente dei nostri pregiudizi e delle idee errate su Dio (e sono tante!), sulla chiesa e sulla religione cristiana (e sono tante, tantissime).

La pratica religiosa è sempre stata un problema. Oggi, dicono che i praticanti sono diminuiti di numero ma migliorati di qualità. Beh! Fare la conta dei praticanti non dovrebbe essere tanto difficile. Valutarne la qualità forse non è compito nostro. Lasciamo fare a Dio questo mestiere: lui solo legge nelle menti e scruta i cuori. Un fatto tuttavia è certo: molti non vanno più in chiesa e non celebrano i sacramenti perché non capiscono nulla dei sacramenti e non molto di Gesù Cristo.

Sì, sono battezzati, cresimati e sposati in chiesa ma non hanno compreso (o non gliel’hanno spiegato bene) che cosa è successo quando hanno celebrato questi sacramenti: lo ignorano totalmente o quasi.

Diceva il papa Paolo VI: "Un certo modo di conferire i sacramenti senza un solido sostegno della catechesi circa questi medesimi sacramenti e di una catechesi globale, finirebbe per privarli in gran parte della loro efficacia. Il compito dell’evangelizzazione è precisamente quello di educare nella fede in modo tale che essa conduca ciascun cristiano a vivere i sacramenti e non a riceverli passivamente o a subirli". (EN,47)

Il papa ha fatto la diagnosi esatta della nostra situazione e ha dato il rimedio giusto per risolvere il problema: sono indispensabili l’evangelizzazione, la catechesi, l’educazione alla fede per vivere i sacramenti.

 

Che cosa sono i sacramenti?

Prima di dare delle descrizioni e delle definizioni provo a spiegarmi con un esempio facile e sicuramente comprensibile a tutti.

Guardiamo due innamorati. Si dicono parole d’amore, si scambiano dei gesti d’amore. Queste parole, questi gesti non solo significano l’amore ma lo producono, lo mantengono, lo alimentano. Non è possibile amarsi senza dimostrarselo con delle parole e dei gesti veri e inequivocabili. Ci siamo?

Ebbene! I sacramenti sono le parole, i gesti, i segni efficaci dell’amore di Dio per noi. Sono i gesti che Dio-Amore (1Gv 4,8) fa all’umanità (a noi, a me) di cui è follemente innamorato.

Sono momenti certissimi della presenza di Cristo che si incontra con noi. Sono incontri localizzabili , sensibili con l’uomo Gesù risuscitato e glorioso: una presa di contatto velata, misteriosa, ma reale, pienamente umana, cioè corporale e spirituale, con il Signore. Sono mezzi per un incontro reale tra uomini viventi: tra l’uomo Gesù e noi.

Molti uomini onesti chiedono: "Come si può trovare Dio? Come si può avere un rapporto vero e personale con lui?". La dottrina cristiana risponde: Attraverso la persona storica di Gesù Cristo.

"E come posso trovare questo Gesù Cristo vissuto duemila anni fa? Dove lo posso trovare?". La risposta è semplice, chiara e per qualcuno forse inattesa (qualcuno dirà: è la prima volta che la sento; non me l’avevano mai detto!). La risposta è questa: "Cristo è nei sacramenti; là lo troviamo sempre, vero Dio e vero uomo, risorto, vivente e vivificante (che vuol dire: che comunica a noi la sua vita, la vita stessa di Dio, la vita eterna, che ci fa vivere per sempre).

Quindi i sacramenti non sono cose, non sono macchine per produrre qualche effetto magico per i creduloni e gli ignoranti. I sacramenti sono incontri veri, concreti e vivi tra persone vere, concrete e vive; incontri tra innamorati: tra Cristo e me, tra Cristo e te.

Di conseguenza i sacramenti non sono semplici nozioni da studiare sul catechismo: sono avvenimenti, fatti e come tali vanno vissuti: si imparano vivendoli, celebrandoli, andandoci ai sacramenti. L’amore, lo sapete bene non si impara sui libri, non si fa coi libri, ma con una persona concreta e viva che ci dà completamente se stessa e alla quale diamo completamente noi stessi. I sacramenti sono questo: Cristo, Dio e uomo, che ci dà totalmente se stesso e al quale diamo totalmente noi stessi. I sacramenti sono azioni attraverso le quali Dio infonde in noi, riversa, travasa in noi il suo amore, che è lo Spirito Santo, e suscita in noi la capacità di amare lui con tutto il cuore e gli uomini suoi figli e nostri fratelli come lui li ama.

Siamo partiti intenzionalmente dai segni che si danno due innamorati, i segni dell’amore: è la strada migliore, anzi, l’unica per comprendere Dio e i suoi sacramenti, che sono l’agire di Dio. Perché? Perché Dio è amore.

Abbiamo imboccato questa strada (la strada dell’amore) e continuiamo su di essa.

L’uomo fin dal suo nascere ha bisogno di aria, di nutrimento, di calore e di tante altre cose (voi che avete dei figli lo sapete bene) ma più ancora ha bisogno di baci, di carezze, di tanto amore. È dimostrato che senza questi gesti d’amore il bimbo deperisce.

Il bambino, l’uomo di ogni età, la donna hanno il bisogno primario di essere amati e di amare, di incontrare gli altri e di stringere legami con essi, di fare alleanze, di far festa, di fare comunità. Dio ha creato l’uomo socievole, bisognoso degli altri, bisognoso di comunicare con gli altri e di ricevere comunicazioni dagli altri: i nostri meravigliosi sensi servono appunto per questo.

Se l’uomo fosse solo, sperduto in questo grande universo, sarebbe disperato, angosciato; preferirebbe morire che vivere in tale condizione: sarebbe perduto.

La salvezza dell’uomo, la sua piena realizzazione è legata necessariamente alle sue alleanze d’amore: alleanze d’amore del bimbo con i suoi genitori (pensate cosa accadrebbe ad un neonato se non avesse dei genitori, o altri al posto loro, che si prendono cura di lui: sarebbe destinato a morte sicura nel giro di pochi giorni), alleanza d’amore dell’uomo con la sua donna e con i suoi simili. Alleanze vissute coi fatti, manifestate con gesti e parole.

Ma l’uomo (ed ecco qui il punto che ci interessa!) non vive solo di amore umano e di alleanze umane. È creatura di Dio, è figlio di Dio, e il suo cuore cerca, si sgomenta e si angoscia fino a quando non incontra un Dio da cui si senta personalmente amato. S. Agostino ha scritto: "Ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te" (Confessioni I,1).

Di questo Dio l’uomo trova le tracce meravigliose nella creazione. Ad ogni passo scopre la sua azione e la sua presenza invisibile. Tenta anche di rendigli culto; ma tutto questo resta una religione imperfetta perché non lo ricongiunge completamente al suo creatore. Dio non risponde; non c’è dialogo. L’incontro personale, l’unione dell’uomo con Dio è possibile solo se Dio decide di prendere l’iniziativa amorosa di accostarsi a lui: può essere soltanto un dono di grazia. La salvezza dell’uomo, la sua piena realizzazione è legata a questo incontro personale con Dio. Se l’uomo senza l’uomo, suo simile, non avrebbe senso, sarebbe disperato, angosciato e perduto, destinato alla morte a breve scadenza, che cosa dovremmo dire dell’uomo senza il suo Dio? Non esisterebbe neppure! La salvezza dell’uomo, quella vera, definitiva e totale, sta nell’incontro dell’amore libero e personale di Dio con la risposta libera e personale dell’uomo a questa iniziativa divina. Non si tratta più della semplice presenza nella creazione di un Dio muto e nascosto; si tratta della presenza profonda e stabile di Dio nell’uomo, della inabitazione di Dio nell’uomo (Gv 14,23; 1Cor 6,19).

E questa presenza amorosa, stabile e duratura diventa unione intima, alleanza, matrimonio con lui, comunione di intenti, di vita e di destino: Dio con noi, Dio in noi. È proprio questa la meravigliosa realtà dei sacramenti: un mistero di alleanza, una fusione di destini e di vita. Questo è il punto centrale per comprendere in profondità i sacramenti.

 

Che cos’è un’alleanza? Cosa produce?

Pensate all’esperienza del vostro matrimonio: quello è un sacramento di alleanza.

Ogni alleanza è come il congiungimento di due affluenti, di due corsi d’acqua: essi formano un unico fiume, mescolano in modo irreversibile le loro acque e fanno un percorso comune. È un avvenimento, un fatto storico perché la storia delle due parti interessate viene modificata completamente.

Ecco, tutto questo è avvenuto nella storia di Dio e dell’uomo: hanno fuso in modo irreversibile le loro esistenze in un’eterno amore, in un’eterna alleanza.

La prima alleanza tra Dio e l’uomo, quella fondamentale, è la creazione. Proprio come la prima alleanza dei genitori con il loro figlio sta appunto nel dare inizio a questo figlio tanto desiderato e amato fin da prima in maniera incondizionata.

Aprendo la bibbia noi incontriamo proprio nelle prime pagine il libro della Genesi. I primi undici capitoli della Genesi non sono una storia naturale dell’origine del mondo, ma danno la prima testimonianza dell’amore di Dio per l’uomo, del suo primo atto di paternità terreste: "Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza" (Gen 1,26).

Questa alleanza fondamentale dura sempre: la creazione infatti continua in ogni istante. Il cielo e la terra, il sole e la luna, il suolo e i suoi frutti, la fedele successione dei giorni e delle notti, delle stagioni e degli anni sono segni sensibili, manifestazioni concrete e indiscutibili, "sacramenti" di questa alleanza di Dio con noi sue creature.

Fino a quando spunterà un filo d’erba e sboccerà un fiore, fino a quando nascerà un bambino sulla terra noi avremo davanti agli occhi i segni sicuri che Dio non si è ancora stancato di noi, che rimane con noi, cammina con noi, fa storia con noi: in una parola, che ci ama con amore eterno e incondizionato nonostante tutti i nostri tradimenti e le nostre stanchezze, i nostri ma e i nostri perché.

Ma poiché Dio ama l’uomo alla follia vuole accostarsi ancora di più a lui, sua creatura, vuole rivelarsi, manifestarsi a lui meglio di quanto ha fatto attraverso la creazione, vuole cercare la sua intimità, farsi suo compagno di viaggio nell’avventura della vita, abitare in lui, renderlo simile a sé, divinizzarlo pienamente.

Ed ecco allora la storia di questo amore lungo e travagliato che la bibbia descrive ampiamente e che noi riassumiamo, con dispiacere, ma per necessità, in poche parole. Dio fa alleanza con un uomo, Abramo, e ne fa il suo amico. Accostandosi a lui intende accostarsi all’umanità intera. Gli dice, infatti: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3).

Da questo amico nascerà un popolo che Dio farà suo popolo, Israele, che riceverà la sua rivelazione e la custodirà per poi passarla alla chiesa e al mondo: la rivelazione di Dio e del suo amore per gli uomini, infatti, è per tutti.

Il progetto d’amore concepito fin dall’eternità nel cuore di Dio si realizza dunque attraverso una lunga storia d’amore. Questa storia comincia con la creazione, si arricchisce e si esplicita meglio nella chiamata di Abramo e del popolo d’Israele per compiersi nell’evento sommo, definitivo e insuperabile che è l’unione di Dio con tutta l’umanità in Gesù, Figlio di Dio fatto uomo. In Cristo morto e risorto trova pieno significato l’uomo e l’universo. Scrive S. Paolo: "Tutte le cose sono state create per mezzo di lui (Cristo) e in vista di lui" (Col 12,16).

Gesù è il sacramento, il segno che Dio ci salva, l’apparizione visibile di Dio in persona. In lui "è apparsa infatti la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini" (Tt 2,11).

Dio si rivela come colui che cerca l’uomo, colui che è tanto innamorato dell’uomo fino a diventare uomo lui stesso.

È Dio che discende per raggiungere l’uomo. È lui il samaritano che si prende cura dell’umanità ferita (Lc 10,30-37).

È lui il buon Pastore che va in cerca della pecora smarrita

(Lc 15,4-7). È lui che ci ha amati per primo (1Gv 4,19).

Scrive l’evangelista Giovanni: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3,16-17).

Tiriamo subito una conclusione importante, fondamentale: i sacramenti sono gesti di Dio, non nostri, sono una iniziativa libera e gratuita di Dio, non un’iniziativa nostra.

Il grande gesto sacramentale di Dio, il più grande, il più eloquente, il più efficace è quello di essersi fatto uomo. Cristo è dunque il primo, il vero sacramento perché egli è lo strumento e il segno efficace della divinizzazione dell’umanità.

Nell’incarnazione, in Gesù di Nazaret una natura umana è innalzata alla dignità divina: un uomo diventa veramente Dio.

E questo non è avvenuto per Gesù soltanto - che cosa ne avrebbe fatto lui, che è già il Figlio di Dio da sempre e per sempre? -ma per tutti noi, per tutta l’umanità. Egli è il segno, il tipo, il modello dell’adozione filiale a cui Dio vuole elevare tutti gli uomini. E ne è il segno efficace perché egli viene per "riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,52), per essere "il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29) e per condurli, mediante la sua morte e risurrezione, a condividere tutto ciò che egli è ed ha: li fa figli ed eredi di Dio (Rm 8,17), partecipi della natura divina" (2Pt 1,4), partecipi della vita di Dio. I santi padri della chiesa hanno forgiato una frase di una forza e di una potenza notevoli per descrivere questo avvenimento: Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. "Meraviglioso scambio! (esclama la liturgia della chiesa). Il Creatore ha preso un’anima e un corpo, è nato da una vergine; fatto uomo senza opera d’uomo, ci dona la sua divinità" (Lit. 1 gennaio).

La vigilia della sua passione Gesù, parlando della sua imminente morte in croce e della sua ascensione al cielo, del suo ritorno al Padre, disse: "Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12,32).

Gesù passa da questo mondo al Padre (Gv 13,1) portando con sé tutti gli uomini; vorrei dire: tirandoseli dietro, nonostante le loro pesantezze e le loro infedeltà.

È il mistero pasquale: Pasqua vuol dire, appunto, passaggio da questo mondo al Padre, per Gesù e per noi.

Tutti i sacramenti non sono altro che il mistero pasquale che si realizza nella vita degli uomini: cioè il Cristo risorto che raggiunge l’umanità e i singoli nella loro vita quotidiana: li sostiene, li accompagna, li trasforma, li divinizza e li conduce al Padre.

Cristo è Dio. Tutto ciò che egli compie in quanto uomo è dunque atto di Figlio di Dio, atto di Dio. L’uomo Gesù è l’incarnazione dell’amore redentore di Dio, la venuta dell’amore di Dio in forma visibile.

Tutti gli atti umani di Gesù sono atti di Dio, cioè atti personali di Figlio di Dio in forma umana: essi hanno in sé una potenza divina di salvezza. Ma poiché questa forza divina ci appare sotto forma terrena, visibile, palpabile, i gesti di salvezza compiuti da Gesù sono gesti sacramentali. Sacramento, infatti, significa dono divino di salvezza in una forma e attraverso una forma esteriormente tangibile, costatabile e concreta. Dunque i gesti umani di Gesù sono segni visibili di Dio: sono gesti sacramentali.

 

Che cosa ha fatto concretamente Gesù per manifestare questo infinito amore e per salvarci?

Come abbiamo già ricordato, il più grande, il più eloquente, il più efficace gesto sacramentale di Dio è stato quello di farsi uomo, di morire e risorgere per noi uomini e per la nostra salvezza. Tutti i gesti di Gesù che riempiono le scarne pagine dei vangeli sono gesti sacramentali, ma ciò è vero soprattutto per quegli atti che, sebbene operati in una forma umana, sono tuttavia per loro natura esclusivamente atti di Dio come i miracoli e la redenzione.

Ricordiamo qualcuno dei miracoli più noti: Gesù cambia l’acqua in vino, moltiplica i pani, perdona i peccati, sana i malati, risuscita i morti, istituisce l’eucaristia.

L’apostolo Giovanni termina il suo vangelo con queste parole: "Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome" (Gv 21, 30-31).

Ora permettete che richiami la vostra attenzione su ciò che sto per dirvi. Tutti i gesti d’amore e di salvezza compiuti da Gesù non sono cessati quando egli è scomparso dalla nostra vista ed è salito al Padre, duemila anni fa.

Cristo, sacramento dell’incontro con Dio, è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28,20) per compiere nuovamente e perennemente su di noi i suoi gesti di salvezza attraverso i sacramenti della sua chiesa.

La presenza del Cristo risorto e glorioso è continuata e resa operante nel mondo della chiesa. Per questo la chiesa è detta sacramento di Cristo, cioè mezzo o strumento attraverso il quale Cristo continua la sua opera nel mondo.

È la chiesa, dunque, il sacramento dell’incontro con Cristo. Cerchiamo di comprendere meglio. Dio non ama solo i cristiani e non salva solo i cristiani lasciando perire tutti gli altri. Sta scritto: "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati" (1Tm 2,4).

Il Padre non ha dato il suo Figlio unigenito per una ristretta cerchia di privilegiati, ma per tutto il mondo (Gv 3,16-17).

Gesù ha versato il suo sangue per tutti gli uomini senza eccezioni (Mt 26,28); ogni celebrazione dell’eucaristia ce lo ricorda: "Questo è il calice del mio sangue... versato per voi e per tutti".

Gesù, quindi, è morto ed è risorto per tutti; per tutti è salito al Padre. La sua volontà decisa ed efficace è di "attirare tutti a sé" (Gv 12,32).

 

E come realizza tutto questo?

Attraverso la chiesa. Questo popolo di Dio, la chiesa, che nasce per opera dello Spirito Santo dalla fede e dai sacramenti, diventa il sacramento globale e permanente del suo Signore Gesù Cristo; che vuol dire: Cristo risorto e salito al Padre, scomparso dalla nostra vista, continua a "far segno" a tutti gli uomini, a chiamarli a sé, a santificarli e a salvarli attraverso la sua chiesa.

Leggiamo nei documenti del Concilio Vaticano II: "La chiesa è in Cristo come un sacramento o un segno e uno strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano" (LG I,1).

E ancora: "Il Signore, ottenuto ogni potere in cielo e in terra, prima ancora di essere assunto in cielo, fondò la sua chiesa come sacramento di salvezza e inviò gli apostoli nel mondo intero, come egli era stato invitato dal Padre, comandando loro: "Andate, dunque, e insegnate a tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandato" (AG I,5). La chiesa è, dunque, innanzitutto un popolo per il mondo, per gli uomini: essa esiste per annunciare e realizzare con la parola e i sacramenti la salvezza universale. Gesù ha detto ai suoi cristiani: "Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi" (Gv 20,21). Ne consegue che chiesa, sacramento, di Cristo vuol dire segno innalzato tra i popoli e non comunità ripiegata su se stessa e incurante della salvezza degli altri, di tutti gli altri. Essa deve manifestare e portare al mondo la salvezza di Dio, in Cristo Gesù; deve essere per tutti gli uomini il segno, il sacramento dell’incontro con Gesù salvatore.

Gesù ha detto ai suoi cristiani: "Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore con che cosa lo si potrà rendere salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo: non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5,13-16).

Dice il Concilio Vaticano II: "Essendo Cristo la luce delle genti, questo santo concilio, radunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera con la luce di lui splendente sul volto della chiesa, illuminare tutti gli uomini annunziando il vangelo ad ogni creatura" (LG I,1).

Non affrettiamoci ad affermare sbrigativamente: la chiesa è Cristo. Perché se è vero che Cristo è il capo della chiesa, è anche vero che i cristiani, membra del corpo, sono spesso membra miserabili, spastiche, che non obbediscono agli ordini che vengono dal capo Cristo. La chiesa non è Cristo, ma il segno, il sacramento di Cristo: essa lo proclama ed è in essa che lo si può e lo si deve trovare. La chiesa non è Cristo, ma Cristo e la chiesa sono un corpo solo: capo e membra, sposo e sposa (Ef 5,31-32): non sono separati, ma distinti si!

Come Cristo incarnato fu il volto del Padre, (Gv 14,9) così la chiesa deve essere per gli uomini il volto del Cristo asceso al cielo, il segno efficace che lo rende visibilmente presente nel mondo, il suo "sacramento". È ciò che essa realizza nei suoi santi, è il mistero e la missione che tutti siamo chiamati a vivere: essere il segno visibile dell’amore invisibile di Dio.

E qui vorrei accogliere una obiezione diffusissima e abusata: "Ma non è possibile andare a Dio senza passare attraverso la mediazione della chiesa?". Questa obiezione è mal posta.

Nelle religioni che non sono il cristianesimo il problema in effetti è quello di andare a Dio, ma per il cristianesimo no, perché è Dio che viene a noi, e la chiesa è il cammino di Dio verso l’uomo, la strada che lui stesso ha aperto per venire a noi. La chiesa dunque non è un’invenzione nostra che possiamo modificare o disfare a nostro piacimento, ma è un’invenzione di Dio. Ripeto: la chiesa è il cammino di Dio verso l’uomo, il mezzo scelto da Dio per salvare l’umanità.

Lo so che le obiezioni nei confronti della chiesa e del suo operato sono tante, ma non è questo il momento per rispondere a tutte.

Vorrei solamente aggiungere una considerazione. Non esiste contraddizione tra la santità della chiesa e la nostra mediocrità. Al contrario, la santità della chiesa spicca nel fatto che essa non ha paura di essere insozzata dal contatto con i peccatori (che siamo noi). Dall’inizio alla fine della sua vita pubblica Gesù ha frequentato i peccatori e non c’era il lui nessun atteggiamento brusco o di emarginazione verso di loro; anzi, diceva: "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9,13); "Sono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto" (Lc 19,10).

Se la chiesa escludesse i tiepidi, i mediocri e i peccatori con la pretesa di diventare un ghetto di puri e di perfetti, smetterebbe subito di essere santa perché non esiste imperfezione maggiore qui in terra del ritenersi perfetti.

Dio è amore, Dio è misericordia e pietà. Ricordate la parabola del samaritano (Lc 10,29-37): è Dio che si fa "prossimo" dell’uomo, lo cura e lo porta in luogo adatto (la sua chiesa) e si fa carico di tutte le spese della degenza, della guarigione e della salvezza; ha preso su di sé i nostri mali e ha pagato per tutti.

Ma c’è modo e modo di salvare.

Per farmi capire userò un esempio romantico. Il medico che salva la vita ad una ragazza gravemente malata o incidentata è sicuramente un grande benefattore a cui la ragazza porge vivissimi ringraziamenti e serba riconoscenza imperitura. E tutto può finire lì. Ma potrebbe anche nascere tra loro (e perché no) una simpatia che diventa amore e che sfocia in un matrimonio. Bene! È proprio ciò che è avvenuto tra il medico-Dio e l’umanità incidentata. Dio è amore fino alla follia, fino alle estreme conseguenze. Dio ha amato l’umanità unendola a sé in un matrimonio indissolubile (Ez 16; Mt 22,1-14).

Dio ha sposato con amore infinito l’umanità intera. Voglio essere più concreto ancora e più veritiero: Dio ha sposato, ha unito a sé in un amore infinito e indistruttibile ogni uomo nel suo essere più profondo, sia che quest’uomo lo sappia oppure no. Dio ha detto all’umanità intera e alla singola persona: "Ti faccio mia sposa! Ti amerò per sempre, per l’eternità!". Il Figlio di Dio sposa l’umanità nel suo sangue versato sulla croce. Non esiste gesto più grande d’amore. È la nuova ed eterna alleanza: in Gesù, Dio "passa" all’uomo perché l’uomo "passi" a Dio; il Figlio di Dio lascia suo Padre e si unisce all’umanità, sua sposa, e i due formano una carne sola: il corpo di Cristo morto e risorto.

Questo mistero di matrimonio è grande: è il matrimonio di Cristo con la sua chiesa. È l’unico matrimonio con la M maiuscola da cui derivano come pallide, pallidissime immagini tutte le altre unioni d’amore.

Scrive l’apostolo Paolo: "Voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la chiesa, poiché siamo membra del suo corpo" (Ef 5,25-30).

"Cristo purifica la sua chiesa, per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola": ecco il battesimo.

"La nutre e la cura": ecco l’eucaristia, la riconciliazione, l’unzione degli infermi...

È soprattutto nell’eucaristia che Cristo unisce a sé la sua sposa in un gesto di insuperabile intimità.

I sacramenti sono questo "lavoro" amoroso di Cristo, rinnovato costantemente in incontri ripetuti nel tempo, in attesa di un incontro definitivo, inebriante ed eterno.

Cristo con interventi successivi santifica, consacra, divinizza sempre più l’umanità sua sposa, cioè ogni uomo, ogni comunità che si espone al sole del suo amore celebrando i sacramenti.

Abbiamo detto: santifica, consacra, divinizza.

Sono tre parole per indicare la stessa realtà: ci trasforma in altri Cristo, in altri se stesso fino a diventare una cosa sola con lui. I sacramenti infatti sono i segni efficaci dell’alleanza, dell’unione dell’uomo con Dio: la rivelano e la realizzano nello stesso tempo.

Gesù Cristo risorto è realmente presente nella celebrazione dei sacramenti. Attraverso gesti e parole che "significano" la sua presenza e la sua azione egli ci salva qui e adesso.

In tutti i sacramenti Gesù ci tocca personalmente, entra in contatto con noi: ci purifica, ci perdona, ci guarisce, ci nutre, santifica il nostro amore umano e lo sublima facendolo diventare divino...

L’eucaristia ci dona il Cristo stesso, morto e risorto per noi, e gli altri sacramenti diversificano le ricchezze del mistero di Cristo morto e risorto secondo le particolari situazioni di colui che li riceve: perdono per il peccatore, consacrazione dell’amore per chi sposa, rimedio e sostegno al malato, consacrazione per chi diventa sacerdote...

Gesù ha detto: "Io sono con voi tutti i giorni" (Mt 28,20).

Celebrare un sacramento è dunque realmente celebrare Gesù presente in mezzo agli uomini. Egli non è un personaggio del passato: è risorto, è vivente oggi, è un nostro contemporaneo, è misteriosamente presente nel mondo e operante nella chiesa.

Essere cristiani perciò significa scoprire questa presenza del Signore, accoglierla nei nostri cuori e nei nostri "affari", nelle ventiquattro ore della nostra giornata e sottometterci alla sua azione nella nostra vita. Cristo, infatti, ci raggiunge nella nostra esistenza mediante i sacramenti per trasformarci.

È sempre l’incontro misterioso con Gesù sulla strada di Emmaus (Lc 24,13-35).

Lo ricordate il racconto dei discepoli di Emmaus? Due uomini stanno camminando sulla strada verso questo villaggio. Si allontanano definitivamente da Gerusalemme dove Gesù, il loro maestro, il loro amico è morto su una croce. Mentre camminano, discorrono, discutono. Hanno il volto triste. Senza farsi riconoscere, Gesù si avvicina, li raggiunge sulla loro strada, si inserisce in ciò che essi vivono. La sua presenza, certamente reale, più reale di prima, resta tuttavia misteriosa. "I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo" (Lc 24,16).

Si rende necessario un segno, un sacramento: lo riconobbero nello spezzare il pane. E il segno è efficace: eccoli, trasformati, ardenti di fede e di speranza. Ripercorrono verso Gerusalemme la strada della loro disperazione. Ritrovano i fratelli, fanno chiesa con essi... I sacramenti fanno la chiesa.

Qualche anno dopo, Paolo, o meglio Saulo, caduto a terra non vede nessuno, ma sente una voce che gli dice: "Io sono Gesù che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare" (At 9,5-6).

Gesù lo rinvia alla chiesa. A Damasco, infatti, Anania, mandato dal Signore, raggiunge Paolo nella sua cecità. Anania agisce come ministro di Dio e rappresentante della comunità. Gli impone le mani e gli conferisce il battesimo e lo Spirito Santo.

Attraverso i segni sacramentali, che sostituiscono le apparizioni del Risorto, coloro che non hanno vissuto personalmente con Gesù allora, possono a loro volta incontrarlo e riconoscerlo oggi e affermare: "È il Signore!" (Gv 21,7).

A questo punto si pone una domanda: "È proprio necessario passare attraverso i riti sacramentali per vivere di Gesù Cristo?".

Dopo l’ascensione di Gesù al cielo, dopo che egli è definitivamente scomparso dalla nostra vista, per noi è necessario incontrarlo là dove egli ci ha detto. Il Cristo risorto ci dà appuntamento nella sua chiesa. Essa è, come sappiamo, il sacramento di Cristo come Cristo è il sacramento del Padre. Non c’è fede reale in Gesù Cristo se si rifiuta di entrare nella trama del suo disegno e della sua volontà. Non si può pretendere di incontrarlo negli uomini se si rifiuta di riconoscerlo proprio in quel gruppo particolare di uomini, la chiesa, che egli ha istituito dicendo: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

Dice il Concilio Vaticano II: "Cristo è sempre presente nella sua chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, egli che offertosi una volta sulla croce offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che, quando uno battezza è Cristo che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra scrittura. È presente infine quando la chiesa prega e loda, lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro" (Mt 18,20). Di fatto, in quest’opera così grande con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la chiesa, sua sposa amatissima, la quale prega il suo Signore e per mezzo di lui rende culto all’eterno Padre" (SC 7).

La fede cristiana consiste nel fidarsi di Cristo, nel credergli con i fatti ogniqualvolta egli ci invita a incontrarlo corporalmente, nel credere fermamente che lui è presente quando ci riuniamo per celebrarlo: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20); quando ascoltiamo la sua parola annunciata dalla chiesa: "Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me" (Lc 10,16); quando lo riconosciamo nel sacramento del fratello bisognoso: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me" (Mt 25,40); ma anche, e non meno, quando si presenta a noi, misteriosamente presente nei segni sensibili dei sacramenti: lì la fede cristiana riconosce il Signore personalmente presente, corporalmente presente.

L’apostolo Tommaso potè mettere le sue mani nelle cicatrici del Risorto. Gesù gli dice: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli, che pur non avendo visto, crederanno" (Gv 20,29).

Quest’ultima frase ci riguarda personalmente: attraverso qualsiasi sacramento siamo messi in contatto con il Cristo vivificante in maniera altrettanto reale, in maniera altrettanto corporale, seppure diversa, come se ci fossimo trovati in mezzo a coloro che egli perdonò, guarì, nutrì e istruì duemila anni fa in Palestina. Perciò credere in Gesù Cristo vuol dire praticare i sacramenti. Non si possono contrapporre fede e pratica, parola e sacramento.

La fede cristiana ha bisogno di riti sacramentali perché è in essi che il Cristo risorto ci dà appuntamento. Un cristianesimo senza riti corporali, ossia senza gesti concreti di celebrazioni sacramentali, molto presto diventa un cristianesimo spiritualizzato, teorico, superficiale e praticamente privo di incidenza nella vita.

Tentiamo di rispondere ad un’altra domanda prima di finire:

 

"Per celebrare i sacramenti bisogna avere la fede?"

I sacramenti sono per i credenti: sono i sacramenti della fede.

Il primo gruppo raccolto intorno a Gesù, la prima chiesa, è un gruppo di peccatori, tutt’altro che innocenti e puri, ma sono dei credenti. Ci vuole la fede cristiana per celebrare i sacramenti.

Notate! Non ho detto che ci vuole la fede per celebrare i sacramenti; ho detto che ci vuole la fede cristiana. Perché non ogni religiosità vaga, non ogni credenza di qualche genere è di per sé fede cristiana. Dirò di più: credere in Dio non è la fede cristiana. Altrimenti sarebbero cristiani anche gli ebrei e i musulmani.

La fede cristiana è essenzialmente fede in Cristo salvatore: fede esplicita in Gesù Dio morto e risorto per la salvezza degli uomini (cfr. 1Cor 15,1-5).

Ma allora, potreste obiettare, bisogna cacciare dalla chiesa coloro che praticamente non hanno la fede "cristiana"?

Cristo non ha mai cacciato nessuno, eccetto i demoni e i mercanti dal tempio. E la chiesa, come lui, è inviata innanzitutto a chi è perduto, lontano, malato. Sull’esempio del buon Pastore, suo maestro, essa deve sforzarsi di cercare tutti i perduti fino a che li trovi (Lc 15).

La chiesa è inviata a tutti gli uomini e deve trovare la sua gioia e la sua ragion d’essere nell’incontrarli, nell’ascoltarli, nel partecipare alle loro ricerche.

Ma nessuno ha mai detto che l’unica maniera che la chiesa possiede per accogliere gli uomini sia quella di dar loro un sacramento!

Sacramentalizzare tutti e subito sarebbe un modo di accalappiare i "clienti", di legarli in maniera definitiva che sa di rapimento, di sequestro.

Se coloro che chiedono i sacramenti non sanno quello che chiedono, non vanno accontentati; perché ogni sacramento è un gesto d’amore, di alleanza, di intimità tra Dio e l’uomo; chi lo celebra senza fede, senza crederci, scherza pesantemente con Dio e prende in giro se stesso. Per chi invece li celebra con fede e impegno personale, i sacramenti diventano sorgenti di vita eterna.

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