IL VENERABILE LEONE DEHON
Discepolo e apostolo del Cuore di Gesù
(Ceroni Enrico)


autori
titoli

Indice:

Introduzione
La famiglia Dehon
Studente a Parigi
Seminarista a Roma
Prima esperienza sacerdotale
Cappellano a San Quintino
Fondatore dei "Dehoniani"
Il collegio San Giovanni
La congregazione cresce e si espande
La dura prova della soppressione
Il decreto di approvazione
Tra luci e ombre
Operatore sociale
Congregazione in esilio
Sul campo fino alla fine
Discepolo e apostolo del cuore di Gesù
Testamento spirituale
Decreto sulle virtù

 

 

 

Introduzione

Il padre Leone Dehon, fondatore della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore, ha vissuto molto intensamente i problemi sociali e religiosi del suo tempo. È stato un uomo di grande spiritualità centrata nella persona del Cristo, un vero discepolo e apostolo del Cuore di Gesù.
Egli ha diffuso con tanto impegno tutto ciò che riteneva utile per ridare al mondo un cuore umano, giusto e dignitoso, mite e umile, come quello del suo Signore che l’aveva totalmente conquistato e attirato a sé.
Nel testamento spirituale, lasciato ai religiosi della sua congregazione, ha scritto: "Miei carissimi figli, vi lascio il più meraviglioso dei tesori: il Cuore di Gesù".

Enrico Ceroni

 

 

LA FAMIGLIA DEHON

P. Leone Gustavo Dehon è il fondatore della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore. Poco dopo il Concilio Vaticano II (1965), è diventato comune, almeno in Italia, chiamare i membri di questo istituto religioso con il nome di "dehoniani", derivato dal cognome del fondatore.
Se vivessimo in altre epoche, sarebbe obbligatorio scavare nel passato alla ricerca di qualche grosso personaggio storico, che contribuisse a dar lustro alla famiglia dei Dehon e a rendere quasi naturale la comparsa di un rampollo degno di tale casato.
Qualcuno ci ha provato.
Stando alla documentazione, non è possibile tuttavia andar oltre il 1674, anno in cui troviamo gli antenati di p. Dehon nella parrocchia di Dorengt, presso Guisa, amministratori della signoria di Ribeaufontaine, proprietaria di trecento ettari di terreno. Stando alla tradizione, già prima del mille esisteva nelle Fiandre la signoria di Hon, che diede alle crociate nobili cavalieri.
Durante la rivoluzione francese, il "cittadino" Giuseppe Adriano "de Hon", bisnonno di p. Dehon, volle democratizzare il proprio cognome, modificando l’ortografia da "de Hon" in Dehon, con il consenso di tutti i familiari.
Leone Gustavo nacque il 14 marzo 1843 dai coniugi Alessandro Giulio Dehon e Adele Belzamine Vandelet, uniti in matrimonio civile e religioso nel 1836 a La Capelle, una cittadina rurale francese aperta allo sbocco industriale fin dalla prima ora, nel dipartimento di Aisne.
Circa quattro anni prima, era nato il fratello Enrico, secondogenito. I coniugi Dehon-Vandelet, infatti, nulla poterono fare per salvare il primo figlio, che mancò loro alla tenera età di quattro anni.
Nelle "memorie" della sua vita e nel "diario quotidiano", p. Dehon ha frequenti riferimenti ai suoi genitori, per descriverne l’animo profondamente umano e religioso.
Veramente il babbo, fin dagli anni di scuola a S. Quintino e in un collegio di Parigi, aveva abbandonato del tutto la pratica religiosa, pur conservando dell’educazione familiare "lo spirito di equità e di bontà". Egli era un consistente proprietario di terre e un fortunato commerciante di birra, amante delle corse dei cavalli, riverito tra i notabili del paese, molto attento ai bisogni della famiglia e sensibilmente rispettoso nel tratto con i domestici. Diremmo un uomo agiato e onesto, gentile e tollerante, politicamente di idee liberali.
La mamma, umanamente e religiosamente formata dalle "Dame del Sacro Cuore", religiose fondate nel 1800 da S. Sofia Barat, fu sempre coerente all’educazione ricevuta, con spiccata tendenza a una vita di preghiera e di riflessione, senza trascurare la guida della casa.
Anzi, p. Dehon dice di sua madre che era "sempre la prima in piedi al mattino, unicamente preoccupata della famiglia e della casa". Secondo gli usi di quel tempo, mentre il marito Alessandro aveva il suo circolo sociale per occupare il tempo libero, la signora Fanny (così era familiarmente chiamata la mamma di Leone) frequentava il gruppo delle signore di La Capelle, zelatrici delle opere di carità a beneficio della povera gente del luogo.
Con particolare insistenza, p. Dehon sottolinea l’importanza che la mamma dava alle preghiere quotidiane del mattino e della sera, a cui partecipavano anche i due figli. Tuttavia, il fratello Enrico seguiva con maggior assiduità le occupazioni del padre, che naturalmente si svolgevano fuori casa, tra i campi agricoli, i centri commerciali e le piste di corsa dei cavalli. Leone, invece, preferiva rimanere in casa con la mamma, impegnato nei lavori di giardinaggio, che adempiva con gusto e passione.
Dato lo spirito tollerante del padre e la squisita religiosità della madre, sono scontate le celebrazioni liturgiche dell’iniziazione cristiana del piccolo Dehon: battesimo il 24 marzo 1843; comunione il 4 giugno 1854, cresima il 1° giugno 1857.
Tre date che, per una ragione o l’altra, Leone ricorderà sempre anche da grande. Egli sente e vive profondamente la data del battesimo; ne rinnova ogni anno le promesse, da collegiale e da sacerdote. Il ricordo del suo battesimo lo troviamo scritto persino nel diario del 24 marzo 1925, cinque mesi prima della sua morte. Durante le vacanze, visita fedelmente il vecchio fonte battesimale della chiesa di La Capelle, finché venne inserito in un altare. Scomparve definitivamente con la costruzione della nuova chiesa parrocchiale, negli anni 1884-1886.
P. Dehon, secondo gli usi del tempo, fece la sua prima comunione a undici anni compiuti. Da notare che incominciò a frequentare le lezioni di catechismo, tenute dal parroco don Hécart, all’età di sette anni. La madre fu la sua instancabile catechista tra le pareti della "chiesa domestica". Egli lasciò scritto: "Questo bel giorno nessun’ombra lascia nel mio ricordo... Capii che si trattava d’un grande atto, al quale mi preparai bene e ne riportai vere e vigorose impressioni di grazia".
Non leggiamo la stessa cosa per ciò che riguarda il giorno della cresima. Leone ha ormai 14 anni, è alunno della scuola municipale di Hazebrouck e viene trasferito a quella di Poperinghe per ricevere la cresima dal vescovo Malou di Bruges. P. Dehon parla di quel giorno con una punta di tristezza: una cresima fatta in fretta, senza la dovuta preparazione e la dovuta responsabilità interiore. Egli si augura di aver ricevuto tutta la grazia del sacramento negli anni successivi della sua vita.
Il giovane Leone ottiene la licenza di maturità classica nell’agosto del 1859 a soli 16 anni. Egli aveva iniziato i suoi studi nel Convitto di La Capelle, sette anni prima, in qualità di semiconvittore, che lo obbligava a presentarsi in portineria, ogni giorno, alle sei del mattino, per far ritorno a casa nel tardo pomeriggio.
Una vita dura e sacrificata. Leone, di intelligenza pronta e vivace, sostenuto da una madre colta e vicina agli autori classici, non fece fatica a essere il primo della classe. Tuttavia, negli ultimi tre anni di permanenza nel Convitto di La Capelle, il suo carattere diventa sempre più scontroso, facile alla collera, di tendenza orgoglioso. Inoltre, in quel Convitto, come affermerà egli stesso più tardi, "il livello di fede e di virtù lasciava molto a desiderare".
La soluzione dei genitori è drastica. Il 1° ottobre 1855, i due fratelli, Enrico e Leone, entrano nel collegio di Hazebrouck, in Fiandra, rinomato per la serietà degli studi e il rigore della disciplina: ci si alzava di buon’ora, si mangiava pane nero, lavoro sodo, poche vacanze, riscaldamento che lasciava molto a desiderare. Il direttore era don Dehaene, austero e un po’ irruento. Con lui si occupava dei collegiali un altro sacerdote, don Boute, uomo di animo sereno e di vasta cultura umanista. Ambedue esercitarono un forte influsso sulla formazione umana, letteraria e spirituale del giovane Leone.
Poco dopo l’arrivo al nuovo collegio, un padre gesuita predicò gli esercizi spirituali a tutti gli alunni. Per Leone Dehon furono un momento di grazia speciale. Decise di fare la comunione con più frequenza, incominciò a familiarizzarsi con libri spirituali di vita ascetica, entrò nella Congregazione mariana e fece parte attiva nella Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli.
L’anno successivo, gli esercizi spirituali furono animati da un padre cappuccino. Leone si sentì chiamato al sacerdozio, al punto da voler confermare la sua decisione nella festività di Natale di quello stesso anno 1856.
Questa sua risoluzione non verrà meno, né davanti alle difficoltà spirituali e morali proprie di un adolescente, né davanti agli ostacoli frapposti dal padre, che sognava per Leone ben altra carriera.
Ben volentieri egli sarebbe entrato nel seminario di San Sulpizio di Parigi, ma non volle esasperare la volontà del padre. Con delicatezza d’animo, ma anche con fermezza, gli fece capire di credere fermamente d’essere chiamato al sacerdozio.
L’impedimento del presente non avrebbe ottenuto altro che rimandare all’età di maggiorenne una decisione già presa e fedelmente custodita nel cuore.

 

 

STUDENTE A PARIGI

I fratelli, Enrico e Leone, forti dell’educazione umana e religiosa ricevuta ad Hazebrouck, unita a una decorosa formazione umanistica, ora sono inviati dal padre a Parigi, per affrontare gli studi universitari.
Enrico ha vent’anni e si iscrive alla facoltà di Diritto. Leone ha solo sedici anni. Siamo infatti nell’ottobre del 1859. L’aspirazione del padre, nei riguardi di Leone, è di vederlo studente al politecnico parigino: un vero trampolino di lancio per i grandi uomini politici e intellettuali di Francia.
Per entrarvi, gli studi classici non erano sufficienti, per cui il giovane Leone, solo per compiacere il padre, si rassegnò al completamento del baccellierato classico con quello scientifico.
Leone riuscì nel suo intento in soli nove mesi: il 12 luglio 1860, egli ottenne il baccellierato in scienze. Questo non vuol dire che non abbia avuto delle difficoltà. Anzi, vale la pena dire qualche cosa circa l’ordinamento interno dell’Istituto Barbet, che ebbe Leone tra i 300 alunni impegnati negli studi scientifici.
Non va dimenticato che i fratelli Dehon avevano appena lasciato il collegio di Hazebrouck, un ambiente che rispecchiava fedelmente la Fiandra cattolica e praticante. Parigi era tutt’altra cosa: una metropoli aperta a tutte le tendenze religiose, a tutte le ideologie socio-politiche, a tutti i circoli culturali e artistici, anche se vigilati dal controllo severo di Napoleone III.
Nemmeno a farlo apposta, nell’Istituto Barbet la pratica religiosa non godeva del favore degli studenti, provocando nell’animo di Leone un profondo disagio: "Io non rimasi lì che due mesi come pensionante. Soffrivo troppo in quell’atmosfera morale così diversa da quella di Hazebrouck. Gli allievi non parevano affatto aver fede. Usuali le bestemmie dei più. Molti di una immoralità manifesta e grossolana. Si dicevano le preghiere, ma che preghiere!".
Con l’approvazione del padre, Leone lasciò quel pensionato, limitandosi a frequentare le lezioni di scuola. Egli andò ad abitare in via Madama con il fratello Enrico. Nel giugno 1860, lasciò definitivamente il Barbet per seguire corsi speciali nell’Istituto Mommenhein, che lo preparò agli esami di baccellierato in scienze, che, come è già stato ricordato, furono felicemente superati il 12 luglio 1860.
Il giovane baccelliere aveva ormai tutte le carte in regola per entrare al politecnico parigino, come era volontà del padre. Invece, questi venne a sapere che il figlio Leone aveva preferito seguire la stessa carriera del fratello Enrico. Fin dal dicembre 1859, egli si era segretamente iscritto alla facoltà di Diritto ed aveva dato il primo esame nello stesso periodo di quello di scienze.
È facile immaginare il disappunto del padre, che sognava per il figlio minore una grossa carriera politica, mentre nel cuore di Leone era sempre vivo il desiderio di essere sacerdote.
Comunque, il 2 aprile 1864, dopo cinque anni di studio di diritto romano e civile, Leone è dottore in legge. È pure maggiorenne e pensa sia ormai giunto il momento di intraprendere gli studi teologici, che lo dovrebbero portare al sacerdozio.
Il padre non era dello stesso parere. Ecco cosa scrisse nel suo diario il futuro p. Dehon: "Al mio ritorno a La Capelle, avevo da trattare la grande questione della mia vocazione con la famiglia. Era un’impresa difficile. Mio padre m’aveva promesso che mi avrebbe lasciato libero quando sarei stato dottore, ma ora, venuto il momento, non voleva ancora arrendersi".
Il tutto fu rimandato al ritorno da un lungo viaggio in Oriente, che il giovane Dehon fece con l’amico Leone Palustre, uno studioso di archeologia. Il padre acconsentì al viaggio del figlio, preso dalla convinzione che la politica del temporeggiamento e la distrazione del viaggio avrebbero finito per guadagnare il figlio alla propria causa.
Nei cinque anni vissuti a Parigi, Leone aveva diviso il suo tempo tra la chiesa di San Sulpizio, le aule della facoltà di Diritto, gli incontri culturali e ricreativi del Circolo cattolico, le pareti della sua cameretta. Con lui ci fu sempre anche il fratello Enrico e, dal 1862, anche l’amico Leone Palustre.
"A Parigi - lasciò scritto nel suo diario - v’imparai a conoscere il mondo, senza macchiarmi... Parigi è una delle vette della civiltà. Fa bene conoscerla, passare attraverso essa, soggiornarvi. Riguardo a me, ciò era stabilito nei disegni di Dio, ed io ne sono tanto grato. Nostro Signore doveva, del resto, aiutarmi a sostenermi a Parigi costantemente per mezzo della grazia e dei miei direttori".
È chiara l’allusione ai preti della casa di San Sulpizio, un vero centro di catechesi profonda e di alta spiritualità, centrata nella persona del Cristo. P. Dehon ricorderà sempre con ammirazione i padri Prével, de la Foulhouze e Gratry.
Non minore influsso ebbe sul giovane Leone il Circolo cattolico, diretto dal Beluze, cattivante per la sua amabilità e dolcezza. L’edificio era spazioso e offriva agli studenti la possibilità di leggere giornali e riviste, di partecipare a conferenze letterarie e giuridiche, di riempire le serate con incontri culturali e ricreativi. Tra l’altro, si ascoltava della buona musica, tanto che lo stesso Dehon si decise a prendere lezioni di pianoforte, integrate dall’apprendimento del canto liturgico. Trovò persino il tempo di esercitarsi nel disegno, sotto la guida del pittore Noel.
Leone è entusiasta di tale Circolo, al punto di scrivere: "L’incanto e il profitto di quelle riunioni viene dallo scambio dei sentimenti cristiani, dalla comunione di un entusiasmo spontaneo per tutte le cause nobili e per tutte le idee generose... Vedo qui il germe e la semenza della Francia rigenerata". Sono gli anni brucianti della spinta polemica e critica del liberalismo laicista e anche cattolico, poco disposto a guardare con simpatia la Roma di Pio IX e delle sue facoltà teologiche.
Nel caldo della polemica, il giovane Leone, sempre deciso a intraprendere gli studi ecclesiastici, si convinceva ogni giorno che la piena soluzione del problema non l’avrebbe trovata se non a Roma, portato "d’istinto verso la verità totale, verso il riconoscimento completo dei diritti di Dio".
Tra i suoi direttori spirituali, p. Prével gli aveva sempre indicato Roma, come centro ideale degli studi teologici, mentre p. de la Foulhouze avrebbe preferito avere Leone tra gli alunni del seminario di S. Sulpizio.
Spinto dall’esempio di altri giovani amici, egli fece parte della Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli, prendendosi cura, in modo particolare, di due vecchietti, rifugiati in una soffitta, tra la più squallida miseria. D’accordo con p. Prével, entrò anche nel Terz’Ordine dei Cappuccini.
Volendo fare un bilancio dei cinque anni parigini, si deve dire che Leone Dehon uscì da quell’esperienza arricchito della conoscenza di tante persone, che ritroverà più tardi in posti di notevole importanza, in campo civile e sociale, in quello culturale ed ecclesiale.
Inoltre va sottolineata la sua apertura al mondo sociale, alle correnti letterarie, alle idee politiche del suo tempo e, soprattutto, va segnalata la sua rinfrancata decisione di essere sacerdote.
Pur sentendosi un francese, orgoglioso della propria storia, amante della propria terra e profondamente colpito dallo spirito, che rendeva il seminario di San Sulpizio un luogo che lo affascinava, il giovane Leone aveva Roma nel cuore: "La logica del mio spirito - scrisse egli più tardi - mi diceva che l’acqua è più pura alla sorgente, non nel ruscello, e che la dottrina e la pietà devono attingersi con maggior pienezza dal centro della chiesa, non in qualsiasi parte".
La via della Provvidenza, tracciata spesso sul filo di eventi imprevedibili a mente umana, aveva riservato al brillante studente parigino la realizzazione di uno dei sogni più belli e più cari della sua vita.

 

 

SEMINARISTA A ROMA

Il 25 ottobre 1865, il giovane Leone entrò nel seminario francese di Roma, chiamato "Santa Chiara", una volta austero convento di suore clarisse, fatto chiudere da Napoleone negli anni in cui mai avrebbe immaginato che anche la sua stella si sarebbe inesorabilmente spenta nel grigiore dell’isola di Sant’Elena.
Il vecchio locale fu acquistato nel 1856 da p. Freyd, che vi trasferì il seminario francese, dopo essere stato accolto per tre anni nel collegio degli Irlandesi.
Leone fu accompagnato al quinto piano, in una camera modesta ma pulita: "è alta, ben arieggiata ed esposta al tramonto". Il mobilio è da seminarista: un letto, un tavolino, due casse, un armadio e un attaccapanni.
Egli sta finalmente per intraprendere gli studi teologici, preceduti da un ritiro spirituale di cinque giorni, che iniziano proprio quella sera.
Nel cuore di Leone c’è tanta pace, ma anche tanta pena, sapendo che a La Capelle ha lasciato babbo e mamma per nulla rassegnati alla sua scelta vocazionale.
E qui è necessario e giusto dire qualcosa.
Leone Dehon, con l’amico Leone Palustre, il 24 agosto 1864, aveva intrapreso un lungo viaggio per vari paesi dell’Oriente, tra cui la Grecia, l’Asia Minore, l’Egitto, l’Arabia e infine la Palestina. Fin dagli anni degli studi parigini, al giovane Leone era sempre piaciuto dedicare le vacanze a qualche viaggio per l’Europa, allo scopo di conoscere usi e costumi diversi, di contemplare le bellezze della natura e di ammirare i monumenti e le opere d’arte.
Il viaggio in Oriente ebbe anche un’altra ragione: padre e figlio si erano concessi una tregua alle lunghe discussioni in famiglia circa la scelta di una carriera civile, voluta dal padre, o della vita sacerdotale, desiderata dal figlio.
Il viaggio, che fu in generale di saggia "evasione", a Gerusalemme divenne di solida "conversione". Il contatto con i luoghi che furono di Gesù, fece decidere il Dehon a rompere ogni indugio sulla scelta definitiva della sua vita. Il 10 giugno 1865, conclusosi ormai il viaggio di ritorno, il giovane Leone si congedò dall’amico Palustre nei pressi di Salisburgo e raggiunse rapidamente Roma.
Egli si mise subito in contatto con il seminario francese. Accolto con fiducia dal rettore p. Freyd e incoraggiato dallo stesso Pio IX, che lo aveva ricevuto in udienza privata, prese la decisione di far ritorno a La Capelle dai suoi genitori, per comunicare loro che sarebbe diventato sacerdote. Rimase a casa tre mesi. Spesso si intratteneva raccontando le impressioni del suo viaggio in Oriente. Persino suo padre rimase fortemente impressionato dei racconti sulla Palestina, riempita dalla presenza di Gesù, nonostante tanti secoli di storia contorta che ne diluiva la memoria.
Non mancarono in casa spinosi momenti di forte tensione, quando il discorso cadeva sulla scelta vocazionale del figlio Leone. Egli lasciò scritto: "Mio padre soffriva crudelmente per la mia decisione: non ne capiva nulla. Tutti i suoi sogni sparivano. Per gran tempo aveva desiderato per me il Politecnico di Parigi. Ora che avevo compiuto gli studi di Legge, mi destinava alla diplomazia, oppure alla magistratura".
In più, Leone mai avrebbe sospettato di trovare una forte resistenza anche da parte della madre, un esempio di religiosità vissuta: "Mia madre, sulla quale avevo contato interamente, mi abbandonò. Era pia, mi voleva pio, ma il sacerdozio la spaventava. Le pareva che non sarei stato più della famiglia, che sarei stato perduto per lei".
Il figlio aveva ormai 22 anni, con una forte decisione in cuore, per cui nulla poté distoglierlo dal suo proposito: "Mi fu necessario indurire il cuore per resistere a tutti gli assalti che ebbi a subire. Fui duro, a volte, con i miei genitori. Ciò era necessario. Dissi loro che ero maggiorenne, e che intendevo essere libero... Stabilimmo che mi avrebbero lasciato partire, ma le scene di lacrime si rinnovarono spesso. Era il 14 ottobre. I miei genitori mi accompagnarono fino a Nostra Signora di Liesse e fino alla stazione di S. Ermo: costava loro tanto separarsi da me! Pareva che m’avessero a perdere per sempre".
Giunto a Torino, Leone si affrettò a scrivere loro una lettera in cui, tra l’altro, diceva: "Vado a Roma allegramente, perché credo di esservi chiamato dalla Provvidenza".
Non è certo facile immaginarci i pensieri e i sentimenti di Leone nella prima notte di sonno romano, chiuso nella cameretta del quinto piano del seminario francese!
Da una parte c’era Roma, splendida nei suoi monumenti e più ancora irresistibile nella sua storia cristiana. P. Dehon ne fu sempre un incondizionato ammiratore: "Se la terra fosse il nostro luogo di riposo, io vorrei vivere a Roma". Dall’altra parte, c’era la sua cara La Capelle, dove un padre e una madre soffrivano l’assenza del proprio figlio.
Durante i cinque anni di permanenza a Roma, interrotti dalle vacanze estive vissute a La Capelle, numerose lettere riempirono il cassetto della scrivania del padre e del tavolino della madre.
In esse, non fa che assicurare i suoi genitori che l’affetto per loro non diminuirà mai e che la dignità del sacerdozio non può essere paragonata a qualsiasi altra carriera umana. "Quanto al mio affetto per te - troviamo scritto in una delle lettere alla madre - esso è più vivo e più vero che mai. Io non avrò mai altra famiglia e sarò più compiutamente tuo. Mai ho pregato con più ardore per te, né mai ho meglio sentito tutta la gratitudine che ti debbo, e tutto l’amor filiale che tu meriti. Benedici adunque Dio con me e ringrazialo; e, dopo aver fatto una piccola concessione al mondo con il rattristarti per la mia vocazione, riconosci che è un immenso favore del cielo, e non mi ritagliare nulla del tuo affetto".
Il seminarista Dehon fece i suoi studi teologici nel Collegio Romano, con molto impegno e profitto. Riservò parte del suo tempo a visitare minuziosamente tutti gli angoli storici, attratto soprattutto dalle numerose chiese e luoghi interessati ai primi secoli del cristianesimo, come le catacombe, le tombe dei martiri; così pure i luoghi che furono di soggiorno a s. Francesco d’Assisi, a s. Domenico, a s. Ignazio, a s. Filippo Neri...
Seguendo le tappe proprie di un seminarista di quei tempi, Leone ricevette la tonsura il 22 dicembre 1866, gli ordini minori il 23 e il 26 dello stesso mese, il suddiaconato il 21 dicembre dell’anno dopo, il diaconato il 6 giugno 1868.
Durante le vacanze estive a La Capelle, il diacono Dehon riuscì a convincere i suoi genitori di accompagnarlo a Roma. Partiti da casa il 22 ottobre, giunsero a Roma il 2 novembre.
Babbo e mamma presero alloggio nel seminario stesso, riservandosi le domeniche e i giovedì per una passeggiata con il figlio.
La circostanza della loro presenza a Roma fece sì che i superiori di Leone decidessero di concedergli l’ordinazione sacerdotale nel dicembre di quello stesso anno, nonostante egli non avesse ancora completato gli studi teologici.
Il 19 dicembre 1868, dopo una settimana di esercizi spirituali, Leone fu consacrato sacerdote nella Basilica di S. Giovanni in Laterano. Molto commossa la madre: dopo l’ordinazione si mise in ginocchio davanti al figlio sacerdote per ricevere la sua prima benedizione. Non meno commosso il padre, il quale prese la decisione di confessarsi, dopo tanti anni, per poter ricevere la comunione dalle mani del figlio, quando, all’indomani, questi cantò la sua prima messa in seminario.
"Fu il più bel giorno della mia vita", scriverà più tardi p. Dehon. L’Eucaristia aveva compiuto il miracolo di ridargli i genitori in piena comunione di fede e di amore.
Il ricordo di quel giorno non rimase scolpito, a caratteri d’oro, solamente nel cuore di p. Dehon, ma anche in quello di suo padre, il quale, negli anni successivi, quando gli accadeva di parlare della sua esperienza romana, non finiva senza aver prima pronunciato il nome di mons. Level, il confessore che l’aveva preparato spiritualmente a partecipare e a godere, insieme alla moglie e al figlio, la gioia di quella prima messa.

 

 

PRIMA ESPERIENZA SACERDOTALE

P. Leone Dehon attese le vacanze estive per celebrare la prima messa nella sua cittadina di La Capelle. Ciò avvenne il 19 luglio 1869.
Nell’omelia egli parlò del sacrificio della messa, mentre nella celebrazione del pomeriggio esaltò il mistero della maternità di Maria e sottolineò la grandezza della sua bontà.
Fortemente emozionato, egli disse ai fedeli, accorsi in gran numero, di sentirsi in dovere di celebrare in mezzo a loro le primizie del suo sacerdozio, per riparare le sue colpe, per ringraziare Dio di tutte le grazie ricevute e per invocare la benedizione di Dio su tutti i parrocchiani: "Amo la nostra parrocchia. Essa non mi è meno cara al cuore dei santuari di Roma, dei luoghi della Palestina. È la parrocchia dove sono nato".
La gente lo ascoltò con emozione, fisso lo sguardo su quel giovane prete, longilineo, pallido, piuttosto debole di polmoni, al punto di far dire a più di uno: "Questo povero prete non dirà molte messe". E invece raggiunse la bella età di 82 anni.
Nei riguardi del seminarista Leone Dehon, si trovò scritta nei documenti del seminario di Santa Chiara di Roma, questa lusinghiera testimonianza del rettore p. Freyd: "Carattere, eccellente. Capacità, molto grande. Pietà e regolarità, perfette. L’esito degli studi, notevolissimo".
A questa presentazione telegrafica, fa subito seguito una dichiarazione che mette in evidenza la grande stima dei superiori per lui: "È uno dei nostri migliori alunni sotto tutti gli aspetti. Pietà, modestia, gravità, regolarità, amore filiale per i suoi maestri, applicazione energica, tutto ce lo rendeva caro. Promette molto per l’avvenire".
P. Dehon lascerà Roma per mettersi a disposizione del suo vescovo, mons. Dours, della diocesi di Soissons, il 3 ottobre 1871.
Ma che cosa fece a Roma, dall’ottobre 1869 all’ottobre 1871?
La ragione prima del suo ritorno a Roma da La Capelle è data dalla necessità di completare i suoi studi teologici, che egli coronò con il dottorato in Teologia, il 6 giugno 1871, e il dottorato in Diritto Canonico, il 31 luglio dello stesso anno. Due nuovi dottorati da aggiungere a quelli già ottenuti in Diritto Civile nel 1864 e in Filosofia nel 1866.
A questo punto è doveroso fare anche solo un accenno al Concilio Vaticano I, convocato da Pio IX l’8 dicembre 1869 e poi sospeso improvvisamente il 20 ottobre 1870, sia per le complicazioni sopraggiunte con la guerra franco-prussiana, quale l’imprevedibile caduta di Sedan (2 settembre 1870), sia per l’entrata irruenta dei piemontesi a Roma (20 settembre 1870), che mise fine al potere temporale dei Papi.
L’accenno al Vaticano I, che rimase famoso nella storia per aver definito, fra vivaci discussioni, il dogma dell’infallibilità pontificia in materia di fede e di morale, qui è fatto per un motivo senz’altro molto secondario, ma non privo di importanza per p. Dehon. Egli, infatti, fu uno dei 24 seminaristi dei collegi romani, scelti dal Vaticano per essere stenografi del Concilio.
A detta dello stesso p. Dehon, il contatto con tanti vescovi e prelati, tra cui il card. Pecci, il futuro Leone XIII, gli permise in un anno di acquistare esperienza della vita della chiesa, più di quanto lo avrebbe potuto fare in dieci anni di vita ordinaria. Singolare il suo modo di vedere il momento della definizione dell’infallibilità pontificia, avvenuta, dice lui, mentre "uno spaventoso temporale si abbatteva su San Pietro, immerso nell’oscurità; il dogma è stato proclamato fra lampi e tuoni".
La permanenza di P. Dehon a Roma, dal 1869 al 1871, non è stata continua. Recatosi infatti a La Capelle nel luglio del 1870, dopo la proclamazione dell’infallibilità pontificia per un breve periodo di riposo, si trovò con la sorpresa di un sindaco che gli impose il servizio militare, in evidente contrasto con la legge.
P. Dehon non si scompose. Chiese e ottenne dal suo vescovo un posto di cappellano militare in un reggimento dislocato nella stessa La Capelle. Questo gli permise di restare a casa sua fino a marzo del 1871, quando fece ritorno a Roma, per concludere il corso di teologia.
Egli potè occupare parte del suo tempo libero a impartire lezioni di latino a un discreto numero di piccoli seminaristi della zona.
Una volta terminati gli studi che, come si è visto, si conclusero con il dottorato in Teologia e in Diritto Canonico, p. Dehon si trovò nell’incertezza di scelta del campo operativo della sua vita sacerdotale.
Dedicarsi a un apostolato qualificato? Non gli mancava certo una solida e vasta preparazione, al punto da pensare all’organizzazione di una Università Cattolica.
Impegnarsi nell’apostolato sociale? Da tempo si sentiva particolarmente portato a interessarsi dei problemi del mondo del lavoro, ormai aperto all’era industriale. A tale scopo aveva fatto degli studi personali di economia politica e sociale, con ricerche approfondite sulla questione dei prestiti e dell’usura.
Ma c’era anche un altro punto di importanza essenziale per il futuro della sua vita sacerdotale. Il Signore che cosa voleva da lui? Rimanere sacerdote diocesano o entrare in un istituto religioso?
Durante i suoi anni di seminarista, egli aveva sempre cercato di coltivare, in modo particolare, la vita di unione con Dio. Vale a dire, sentire la presenza viva di Dio nella propria vita, in ogni momento, in ogni occupazione. Il cammino spirituale da lui seguito, sotto la guida valida e illuminata di p. Freyd, a sua volta discepolo fedele del venerabile Libermann della scuola ascetica di San Sulpizio di Parigi, era quello del culto al Cuore di Gesù, che lo portava docilmente all’umiltà, alla conformità alla volontà di Dio e alla vita di amore, in piena solidarietà con il maestro Cristo, mite e umile di cuore, generoso nel donarsi fino alla morte di croce.
Non per nulla il suo motto fu: "Signore, che cosa vuoi che io faccia?". Un cammino duro, come traspare dalle righe del suo diario spirituale, una lotta continua tra il bene e il meglio per acquisire quell’equilibrio interiore che gli permettesse una preghiera di unione al Cuore di Gesù e un comportamento libero da ogni condizionamento e da ogni manifestazione incontrollata di gioia o di dolore.
Fin dal primo anno di seminario, per il giovane Dehon la devozione al Sacro Cuore venne ad acquistare un carattere di priorità, per non dire di esclusività. Egli vedeva nel Cuore di Gesù una fonte viva di consolazioni e di consigli, di scienza e di saggezza; un riferimento obbligato per ogni prete, chiamato a predicare Cristo, con la parola e con l’esempio, prescelto da Dio per essere, come Cristo, sacerdote e vittima.
P. Dehon ritenne possibile una risposta concreta alla sua tendenza verso un apostolato intellettuale e sociale, unito a una reale vita di preghiera e di contemplazione, accogliendo l’invito di p. D’Alzon a entrare nella congregazione religiosa degli Assunzionisti, da lui fondata a Nimes nel 1845.
Sembrava ormai tutto risolto, quando un caro amico, il sacerdote Désaire, di fresco entrato tra gli Assunzionisti, gli fece sapere che forse l’attività esuberante e spinta di p. D’Alzon non sarebbe stata di suo pieno gradimento. Comunque, "venite e vedete" - gli scrisse - "poi, prima di prendere degli impegni, esaminerete".
Qualche cosa si inceppò. Sta di fatto che p. Leone Dehon, dopo aver consultato per lettera p. Freyd, prese la decisione di rimandare tutto a più avanti. Nel frattempo si presentò al suo vescovo di Soissons, che non aveva posto nessun impedimento al desiderio di p. Dehon di entrare in un istituto religioso. Si mise generosamente a sua disposizione.
Il 16 novembre 1871, fu nominato cappellano della Basilica di S. Quintino: un campo di apostolato a cui, veramente, non aveva mai pensato, ma che lo arricchì di una esperienza sacerdotale concreta e feconda.
È uno dei cosiddetti scherzi della Provvidenza, che gli fece dire: "Era assolutamente il contrario di quello che avevo desiderato da anni: una vita di raccoglimento e di studi!". Il Cuore di Gesù l’aveva scelto per una missione che alla contemplazione e allo studio avrebbe dovuto unire, con forza e coraggio, la testimonianza dell’azione, in mezzo ai problemi della gente, a contatto con una realtà dura e provocante, in un mondo sconvolto da idee contraddittorie e contrastanti.

 

 

CAPPELLANO A SAN QUINTINO

La cittadina francese di San Quintino, dove p. Leone Dehon giunse come cappellano, si aggirava sui 35 mila abitanti. Esclusi i cinque mila che formavano due piccole parrocchie della periferia, gli altri 30 mila abitanti appartenevano alla sola parrocchia di San Quintino.
Stando ai registri parrocchiali, erano quasi tutti battezzati. In realtà, la grossa massa degli operai non era praticante. Essi nutrivano una forte avversione contro i gestori della nuova società industriale, dimostrando una aperta antipatia nei riguardi dei padroni e un chiaro malcontento verso il clero.
A detta di p. Dehon, "i nove decimi degli industriali o imprenditori non avevano alcuna nozione dei doveri del padronato", mentre il clero, ridotto al silenzio dallo strapotere liberale o comunardo, "non faceva abbastanza" per gli operai. Essi, piovuti in gran parte dalla campagna, sprovvisti di tutto, vivevano con le loro famiglie ammassati in abitazioni incomode e malsane, condizionati da un lavoro insicuro e mal retribuito, abbandonati all’incultura e all’ignoranza.
In questo clima di sottosviluppo, arroventato da propagande rivoluzionarie, la religione era stata lasciata da parte dal ceto operaio, seguita solamente da gruppi parrocchiali di condizione sociale più elevata.
Nel passato, la Basilica di San Quintino aveva avuto un capitolo di 70 canonici e di altrettanti cappellani. Quando nel novembre del 1871 vi giunse p. Dehon, c’era un arciprete con sette cappellani, lui compreso. E fu così fino al 1878, data in cui per p. Dehon si aprirono cieli nuovi.
All’ultimo arrivato bastarono poche settimane di sopralluogo per rendersi conto che la cittadina di San Quintino, se voleva uscire dal suo grigiore sociale e religioso, aveva bisogno di un "Patronato" per togliere i ragazzi dalla strada, di un "Collegio" per impartire un insegnamento purificato da ogni contaminazione antireligiosa, di un "Giornale Cattolico" per neutralizzare il male diffuso dalla stampa anticlericale del luogo.
Il suo progetto fu ben accolto da tutti i sacerdoti della parrocchia, con i quali viveva in comunità nella stessa casa. Ognuno aveva il proprio appartamento, ma la tavola era comune, facilitando lo scambio spesso vivace di idee e di esperienze.
Come ultimo arrivato, al cappellano Leone Dehon toccò la celebrazione della messa del primo mattino e l’ultima nei giorni festivi. Inoltre, aveva a suo carico il catechismo in parrocchia e nelle scuole, senza contare le presenze ai funerali ed altri impegni occasionali.
Fatto un breve bilancio dei primi mesi di attività parrocchiale, p. Dehon s’accorse che stavano saltando tutti i suoi progetti di una vita di studio e di contemplazione. D’altra parte, l’ardore giovanile del suo temperamento, sempre disposto a dare, lo rendeva incapace di frenare un po’ l’impeto della sua azione.
Non ci è facile immaginare che cosa sia costata a p. Dehon quell’alzata quotidiana alle quattro e mezza del mattino, per non correre il rischio di tralasciare la meditazione, come avvio della giornata.
Riusciva persino a dedicare due ore quotidiane allo studio, anche se, con un certo umorismo, p. Dehon confesserà a se stesso che mai avrebbe immaginato di dover dividere il suo tempo con tanta gente di umili pretese, nonostante le sue quattro lauree di Parigi e di Roma.
Veramente non gli erano mancate le occasioni di migliorare la sua situazione culturale. Una gli era venuta dal rev.do Hautcoeur, fondatore nel 1874 dell’Università Cattolica di Lilla, il quale mosse mari e monti pur di avere p. Dehon nel numero dei professori; un’altra gli venne dal vescovo di Agen, che gli offerse la carica di segretario personale.
P. Dehon considerò le due offerte come due tentazioni e, memore del consiglio avuto da Roma dal p. Freyd, decise di rimanere a San Quintino, pur sapendo che avrebbe riempito di gioia il cuore del suo vecchio direttore spirituale, se avesse accettato di sostituirlo come rettore del seminario francese di Roma.
Ma veniamo ora alla realizzazione del suo progetto, sognato fino dai primi mesi di permanenza a San Quintino. Ci riferiamo, in primo luogo, al "Patronato", che egli chiamerà "Opera San Giuseppe". P. Dehon incominciò a riunire nel suo appartamento alcuni ragazzi, dopo i vespri della domenica. Dopo poco tempo, essendo sempre in aumento il numero dei partecipanti, ebbe un primo aiuto dal direttore di un convitto cittadino, che mise a sua disposizione il cortile della propria casa. L’iniziativa prosperò al punto da obbligare p. Dehon a pensare alla costruzione di un edificio vero e proprio, che potè inaugurare ufficialmente il 19 marzo 1873, festa di San Giuseppe.
Gli aiuti avuti gli rivelarono subito la simpatia della gente, ma il progetto sarebbe rimasto, chissà per quanto tempo, ancora sulla carta, se non fosse stato sostenuto da una parte del suo patrimonio personale.
L’edificio comprendeva sale di lettura e da gioco, una sala per la ginnastica, una biblioteca, un cortile di ricreazione, circoli di studio e persino una piccola orchestra. A tutto questo va naturalmente aggiunto l’ufficio di p. Dehon e una cappella. Egli pensò subito di istituire anche una cassa di risparmio, per ricevere e custodire i pochi soldi che i ragazzi riuscivano ad avere e a conservare.
L’opera divenne un centro di attrazione non solo dei ragazzi, ma anche di alcune persone notabili della cittadina. Si formò ben presto un comitato protettore che, sotto la guida illuminata di p. Dehon, pensò subito alla costruzione di un internato che accogliesse giovani operai e apprendisti senza famiglia. Per i giovani più grandi fu organizzato, sempre nella casa San Giuseppe, il primo "Circolo cattolico di operai" di San Quintino.
L’iniziativa fu presa da p. Dehon, dopo aver partecipato a Nantes, nell’agosto del 1874, a un congresso dei circoli cattolici operai, dove conobbe il sociologo e industriale Leone Harmel. Diventerà subito un suo grande amico e compagno inseparabile di numerose "battaglie" a difesa dei diritti del mondo del lavoro.
In questo modo, l’"Opera San Giuseppe" divenne un centro di incontri culturali, religiosi e ricreativi dei ragazzi e dei giovani operai del luogo, messi a contatto con conferenzieri e imprenditori, sensibili a una sociologia cristiana, che farà la sua storia, vent’anni dopo, con l’enciclica sociale "Rerum Novarum" del papa Leone XIII.
In collaborazione con il signor Julien, p. Dehon passò nel 1874 alla realizzazione di un suo secondo progetto, che fu la fondazione del giornale cattolico "Le Conservateur de l’Aisne", che, dopo dieci anni di lavoro serio, duro e difficile, si impose a "Le Journal de Saint-Quintin", privo di ogni orientamento religioso.
P. Dehon, in questi primi anni di sacerdozio, dedicò molto del suo tempo alla questione sociale del momento, partecipando, tra l’altro, a vari congressi nazionali francesi, come organizzatore e come relatore. Si trattava di interessare al problema gli operai, ma più ancora i padroni, essendo questi i primi responsabili dell’organizzazione di fabbriche, dove fossero rispettati i principi umani e cristiani della giustizia.
Dietro invito del vescovo Dours di Soissons, p. Dehon, sempre nel 1874, accettò di essere il segretario dell’Ufficio Diocesano, che doveva dare una valutazione delle opere esistenti in diocesi. Da un’inchiesta fatta, risultò che la situazione era semplicemente pietosa. Per ben quattro anni, p. Dehon si diede da fare per sensibilizzare le parrocchie a un lavoro più metodico ed effettivo in campo religioso, sociale e assistenziale, con risultati discretamente positivi.
E così arriviamo alle soglie del 1878, quando p. Leone Dehon, anche per merito delle suore "Ancelle del Sacro Cuore", stabilitesi a San Quintino nel 1873 e delle quali è divenuto direttore spirituale e confessore, ha ormai maturato la scelta definitiva del suo futuro: la fondazione della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore.

 

 

FONDATORE DEI "DEHONIANI"

All’inizio dell’anno 1877, p. Dehon scrisse nel suo diario: "Tutto mi sorrideva nella vita secolare. Ero amato da tutti e riuscivo nelle mie opere. Ero canonico onorario a 33 anni e si parlava di farmi Vicario generale, alla prima vacanza del posto.
"Tuttavia non ero felice, mi pareva che la mia vita intellettuale e la mia vita soprannaturale si spegnessero. Sovraccarico di lavoro com’ero, non avevo più tempo di leggere e di studiare, e anche i miei esercizi di pietà ne soffrivano.
"Non mi credevo al mio posto e volevo la vita religiosa. Il mio desiderio si acuiva, quando vedevo le nostre care suore, calme, fervorose e ricolme dei doni di Dio".
Notiamo subito che nel cuore del brillante cappellano di S. Quintino, gestore dell’Opera San Giuseppe, confondatore del giornale cattolico "Le Conservateur de l’Aisne", segretario dell’"Ufficio diocesano per le opere sociali", organizzatore e conferenziere di incontri di formazione cristiana sociale, si era aperta una lotta interiore tra l’ambizione del fare e l’umiltà dell’essere. L’agitazione del fare era entrata in conflitto con la sua inclinazione verso una vita più raccolta e più spirituale.
Nella pagina di diario sopra citata, p. Dehon allude alle Ancelle del Sacro Cuore "calme, fervorose e ricolme dei doni di Dio" e alle "Suore Vittime del Sacro Cuore". P. Dehon aveva conosciuto le suore ancelle nel 1873, quando esse si stabilirono a San Quintino. Egli, come è già stato ricordato, ne divenne uno dei direttori spirituali e ottenne che alcune di esse sbrigassero le faccende di casa dell’Opera San Giuseppe.
La loro spiritualità era molto vicina a quella intimamente coltivata e vissuta da p. Dehon. Esse, consacrate in modo speciale al culto verso il Cuore di Gesù, volevano riparare con una vita di amore e di sacrificio le offese del "mondo" contro l’amore di Dio. La loro vita era contemplativa e il loro esercizio principale era l’adorazione di Cristo nell’Eucaristia. Allo stesso tempo, si dedicavano all’educazione della gioventù femminile nelle scuole, negli orfanotrofi e in altre opere.
Non minore influsso esercitò sull’animo di p. Dehon la madre Veronica, fondatrice delle "Suore Vittime del Sacro Cuore". Essa ebbe anche l’idea di riunire nel 1876 un gruppo di sacerdoti, allo scopo di portare e far vivere lo spirito di immolazione nei seminari, nella direzione spirituale delle anime e nel ricupero dei preti che avevano abbandonato la vita sacerdotale.
Il suo intento non ebbe il risultato sperato. Anzi sfumò nel nulla, a distanza di appena un anno. Uno dei padri che fecero parte dell’opera sacerdotale di madre Veronica fu p. Prévot, che ben presto diventerà sacerdote dehoniano. Egli lasciò scritto quanto un giorno gli aveva confidato madre Veronica: "Prego il Signore di far nascere quest’opera altrove, in condizioni migliori". Dopo pochi giorni, la stessa madre gli comunicò: "Le nostre preghiere sono state esaudite", e gli mostrò una lettera di p. Dehon, in cui egli le esponeva il suo progetto di fondare una congregazione di "Oblati del Sacro Cuore". Siamo nel 1877.
Era avvenuto che, rompendo ogni indugio, p. Leone Dehon, dopo aver inutilmente cercato una congregazione religiosa, consacrata al culto del Cuore di Gesù, rispondente vivamente alla sua spiritualità di amore e di riparazione, aveva deciso di prendere lui stesso l’iniziativa di fondare un istituto di suo pieno gradimento, tale da appagare il suo spirito.
Non si esclude che in parte abbia influito anche la spiritualità vissuta dalle Ancelle del Sacro Cuore. Tuttavia, né la madre Maria del Sacro Cuore né alcuna delle altre suore di questo o di quell’istituto religioso mossero p. Dehon a fare il passo decisivo. Anzi, pur avendo la madre Maria manifestato il suo desiderio di creare un’opera di sacerdoti riparatori, ella non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato proprio lui il realizzatore di questa sua aspirazione. Nella mente di madre Maria, infatti, c’era il gesuita p. Jenner, suo direttore spirituale fin dal 1864.
Padre Dehon giunse a questa risoluzione, dopo aver maturato la sua idea soprattutto negli anni 1875 e 1876. Negli esercizi spirituali del 1875 si era chiesto seriamente se avrebbe potuto salvare l’intima unione con Dio in mezzo a tante "seccature esterne" o se non avrebbe fatto meglio "rifugiarsi" in una casa religiosa.
Negli esercizi spirituali dell’anno dopo, sotto la direzione del p. gesuita Dorr, giunse alla conclusione che le opere intraprese a San Quintino richiedevano ancora la sua presenza, tuttavia avrebbe abbracciato la vita religiosa per liberarsi da qualsiasi altro legame.
Nel febbraio del 1877, p. Dehon si recò a Roma con il vescovo Thibaudier, succeduto a mons. Dours nel governo della diocesi di Soissons. Ben volentieri sarebbe rimasto nel seminario francese per continuare i suoi studi di diritto pratico, ma non ne ebbe il permesso del suo vescovo, per cui fece ritorno a San Quintino, più che mai deciso di entrare nella vita religiosa.
Mons. Thibaudier, venuto a conoscenza del progetto di p. Dehon, lo incoraggiò a dar compimento all’opera, anche perché da tempo era invogliato a fondare a San Quintino un collegio per ragazzi. La nuova congregazione gli avrebbe assicurato il personale di direzione e assistenza. Gli stessi gesuiti, p. Augusto Modeste, suo direttore spirituale, e p. Dorr, direttore spirituale della madre Maria del Sacro Cuore, gli diedero l’ultima spinta per passare dall’idea all’azione.
In tutto questo, naturalmente, va vista l’azione progressiva dello Spirito santo, che, attraverso voci umane e momenti di riflessione, stava scegliendo p. Dehon per la fondazione di una nuova congregazione religiosa di vita consacrata.
Il 14 luglio del 1877, p. Dehon acquistò la casa Lecompte in via Richelieu, aiutato anche dalle suore Ancelle del Sacro Cuore. Dal 16 al 31 luglio scrisse le Costituzioni della sua congregazione, sul modello di quelle dei gesuiti. Non conosciamo il testo di questa prima stesura. Tuttavia, p. Dehon ha sempre assicurato i suoi primi religiosi che esse erano identiche a quelle che avevano nelle loro mani.
Iniziò il noviziato il 31 luglio, prendendo il nome di Giovanni del Cuore di Gesù: era l’unico novizio della nuova congregazione, chiamata inizialmente degli "Oblati del Sacro Cuore", poi ribattezzata dei "Sacerdoti del Sacro Cuore", nome rimasto anche attualmente, anche se i "Sacerdoti del Sacro Cuore" sono ora meglio conosciuti come "dehoniani".
Padre Dehon emise i primi voti il 28 giugno 1878, festa del Sacro Cuore. Egli volle che questa venisse considerata ufficialmente la data di fondazione della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore. Il vescovo Thibaudier aveva delegato a ricevere i primi voti di p. Dehon lo stesso arciprete di San Quintino, p. Mathieu, il quale riservò sempre per il suo antico cappellano una grande stima e un affetto sincero.
La cerimonia avvenne nella cappella della casa acquistata da P. Dehon, che prese il nome di "Collegio San Giovanni". Erano presenti il rev.do Rasset, ricevuto postulante in quello stesso giorno, due aspiranti a fratelli coadiutori e due suore ancelle.
Di quel giorno, p. Dehon scrisse: "Mi diedi senza riserva al Sacro Cuore di Gesù e nel mio pensiero i voti erano già perpetui. La mia emozione fu molto profonda. Sentivo di prendere la croce sulle spalle dandomi a Nostro Signore come riparatore e come fondatore di un nuovo istituto"
Il Collegio San Giovanni, di cui parleremo nel prossimo capitolo, non poteva essere contemporaneamente casa di studio per ragazzi e noviziato per i futuri religiosi. Le Ancelle del Sacro Cuore, che avevano acquistato una casa presso il collegio San Giovanni, rinunciarono allo scopo per cui l’avevano comprata e la cedettero a p. Dehon. Fu chiamata "Casa del Sacro Cuore", la vera "casa madre" della congregazione.
Egli ne prese possesso il 14 settembre del 1878, giorno dell’Esaltazione della Santa Croce, luogo che sarà per p. Dehon motivo di tante gioie, ma anche di tante sofferenze.

 

 

 

IL COLLEGIO SAN GIOVANNl

La casa Lecompte, acquistata da p. Dehon, era un antico pensionato che ospitava ragazzi di età scolare. Da quel momento, la casa smise la sua funzione di semplice pensionato per assumere la nuova di "Collegio San Giovanni".
Il 4 agosto del 1877, P. Dehon aveva esposto ai genitori degli alunni, convenuti nel nuovo collegio in occasione della distribuzione dei premi, il suo programma di educazione. Fu ben accolto da tutti, con grande soddisfazione del signor Lecompte, direttore dimissionario dell’ex-pensionato. Dieci giorni dopo, p. Dehon si stabilì nel Collegio per provvedere subito all’organizzazione del nuovo anno scolastico.
Da quell’agosto del 1877 fino al 1892, l’attività principale di p. Dehon si svolse su due direttive diverse: è fondatore degli "Oblati del Sacro Cuore" ed è direttore del collegio diocesano "San Giovanni", mentre è dispensato da ogni altro ministero parrocchiale.
In occasione del cinquantenario di fondazione del Collegio, mons. Binet paragonerà le due istituzioni a due gemelli: "Suo figlio è il collegio e sua figlia è la sua carissima congregazione. L’uno e l’altra hanno una vita distinta ...". Infatti, il collegio era una istituzione vescovile, mentre la congregazione era tutta sua. Tuttavia, p. Dehon, stando alla sua stessa testimonianza, ebbe per le due opere il medesimo amore.
Le circostanze impedirono alla congregazione di conservare il Collegio, che era stato la sua culla. P. Dehon rimase il direttore fino al 1892, quando, sollecitato dai suoi impegni di lavoro nell’azione sociale e nel governo della congregazione, si vide obbligato a liberarsi da alcune delle sue funzioni normali. Egli nominò p. Delloue prefetto degli studi e il rev.do Mercier, prefetto di disciplina.
Nell’autunno del 1893, per volere di mons. Duval, successore di mons. Thibaudier a vescovo della diocesi di Soissons, fu nominato direttore del collegio il rev.do Mercier, per cui p. Dehon lasciò il collegio per stabilirsi nella "Casa del Sacro Cuore". Egli rimase ancora il rappresentante legale. Trascorreva con gli studenti un giorno ogni settimana, senza godere di molta simpatia da parte del nuovo direttore.
Questo stato di cose si protrasse fino al 1896. In quell’anno, il rev. do Mercier, dominato da una eccessiva severità che lo aveva reso inviso agli alunni e ai professori, spontaneamente diede le dimissioni. Gli successe p. Delloue. Ciò consentì a p. Dehon di rinunciare anche al suo titolo di rappresentante legale, pur restando fino alla morte il legittimo proprietario dell’edificio.
Ai vescovi di Soissons stava molto a cuore il collegio S. Giovanni, da essi sempre ritenuto un’opera diocesana. Ben volentieri avrebbero visto come direttore un sacerdote della diocesi. Più volte, p. Dehon ebbe piccoli ma noiosi disappunti con mons. Thibaudier e con mons. Duval, i quali ritenevano che il grosso impegno di p. Dehon con la congregazione, gli impedisse di svolgere, in piena efficienza, le sue funzioni di direttore.
A questa pena vanno aggiunte le reali difficoltà di ordine disciplinare ed economico, le preoccupazioni causate da professori non sempre all’altezza della loro missione, la voce subdola dei laicisti anticlericali, che non perdevano occasioni per esagerare gli inconvenienti che sorgevano, allo scopo di screditare la scuola cattolica, ricorrendo anche alla diffusione di vere calunnie. A detta di p. Delloue, il "Collegio San Giovanni" è stato per p. Dehon "un atto di fede e di fiducia".
Nella serata del 29 dicembre 1881, ci fu persino un incendio che distrusse gli ultimi due piani del collegio. Quella sera, i professori, con gli alunni e il personale del collegio, si erano recati al patronato San Giuseppe per festeggiare l’onomastico di p. Dehon "Giovanni del Sacro Cuore". Pare che uno dei professori, prima di lasciare la stanza, non avesse provveduto a spegnere la propria stufa.
Uno dei soliti tizzoni, caduto sul pavimento di legno, provocò un incendio che fu avvertito dal padre, rimasto a custodia della casa, solo verso le 22,30, quando era troppo tardi. Furono subito chiamati i pompieri ai quali non rimase che assistere impotenti alla strage del fuoco, a braccia incrociate, dato che le loro pompe d’acqua non potevano raggiungere l’altezza dell’edificio in fiamme.
Fu un duro colpo al cuore di tutti, ma soprattutto ne sofferse immensamente p. Dehon. Tuttavia non si abbandonò a inutili lamenti, ma provvide subito, perché le scuole riprendessero regolarmente il 15 gennaio del nuovo anno.
Nella Casa del Sacro Cuore fu sistemato un dormitorio provvisorio e venne riutilizzato quello del primo piano dell’ala bruciata. Con i fondi raccolti da varie parti, dietro sollecitazione dell’infaticabile p. Dehon, furono subito ripresi i lavori di ricostruzione che durarono fino a Pasqua. "Per tutto questo tempo - ricordò più volte p. Dehon - non cadde né pioggia né neve. In un clima come quello del nord, era un fatto molto anormale".
P. Dehon era riuscito a creare nel San Giovanni un reale spirito di famiglia: tutti, professori e alunni, si sentivano legati al collegio da un affetto profondo e sincero, che sapevano esprimere nelle aule scolastiche e nei cortili, nelle feste religiose e nei momenti ricreativi.
Nei giorni delle grandi feste o delle ricorrenze più significative, l’intera giornata era vissuta secondo un orario che concedeva un largo spazio ai giochi di ogni sorta. Persino durante il pranzo, c’erano momenti deliziosi, dedicati alla musica e al canto accademico. Nella serata era d’obbligo la rappresentazione teatrale. Quest’uso si introdusse anche nelle Scuole Apostoliche della congregazione e si andò spegnendo solo a causa della forte diminuzione degli alunni seminaristi, incominciando dagli anni settanta del nostro secolo.
Nel collegio San Giovanni occupò un posto di privilegio anche la vita religiosa. La giornata aveva i suoi momenti di preghiera comune. Gli alunni si accostavano all’Eucaristia ogni settimana e non era poco, tenuto conto che a quei tempi, le comunioni erano poco frequenti. Sempre per tener vivo lo spirito di pietà e di servizio, p. Dehon aveva fondato, tra gli alunni, la congregazione dei Figli di Maria e la conferenza di San Vincenzo de’ Paoli.
Nonostante che p. Dehon avesse cessato fin dal 1896 ogni legame legale con il San Giovanni, il collegio gli rimase nel cuore per tutta la vita. Più volte intervenne per aiutare la direzione a risolvere serie difficoltà economiche. Fu merito suo se nel 1913 riuscì a salvare il collegio dalla chiusura, formando una società di ex-alunni che si addossò la responsabilità della conduzione economica. Così pure fu determinante il suo intervento, quando si trattò di ricostruire dalle fondamenta l’intero edificio, perché ridotto a un cumulo di rovine, durante i bombardamenti della prima guerra mondiale. A tutt’oggi il Collegio San Giovanni continua la sua attività scolastica.
Ancora nel 1919, p. Dehon ricorda con emozione la festa del raduno degli ex-alunni. Mons. Binet, vescovo di Soissons, ha lasciato nel 1927 questa testimonianza di p. Dehon, morto da due anni: "Egli aveva un comportamento grave, un po’ sostenuto all’apparenza, ma il tutto addolcito sovente da un’amabile cortesia e delicata bontà". Ma sentiamo anche la voce di p. Delloue, compagno di lavoro nella direzione del San Giovanni: "Il successo dell’istituto era dovuto soprattutto alle qualità personali del suo superiore. La sua brillante intelligenza, la sua signorile cortesia, la dolcezza delle sue maniere, la vastità del suo sapere e soprattutto la sua grande bontà condiscendente, guadagnavano tutti quelli che lo avvicinavano. Il metodo di direzione poggiava sulla fiducia reciproca. Ci lasciava molta libertà".

 

 

LA CONGREGAZIONE CRESCE E SI ESPANDE

La "Casa del Sacro Cuore", a pochi passi dal "Collegio San Giovanni", incominciò subito a diventar meta di sacerdoti e laici, disposti a iniziare il noviziato sotto la direzione dello stesso p. Dehon.
Il primo novizio fu p. Rasset. Aveva la stessa età del fondatore: un uomo obbediente, pio, infaticabile. Sulle sue spalle rimase il lavoro di direzione dell’Opera San Giuseppe. P. Dehon ebbe per lui una grande stima e ne apprezzò la serietà della sua vita di fede, nonostante peccasse di ingenuità nel voler vedere segni soprannaturali in eventi del tutto normali.
Sul finire del 1879, la giovane congregazione aveva quattordici membri, tra sacerdoti, fratelli coadiutori e giovani seminaristi. Tra essi, spiccava la singolarità di un certo Giuseppe Legrand, combattente nella guerra del 1870 e poi amministratore delle imposte a San Quintino.
Attratto dalla spiritualità dehoniana, egli aveva chiesto di entrare al noviziato. Era sua intenzione limitarsi alla professione religiosa di fratello coadiutore, ma p. Dehon gli ingiunse di affrontare le fatiche dello studio, finché un giorno divenne sacerdote, rendendo alla congregazione ottimi servizi.
Il metodo formativo di p. Dehon era improntato sulla fermezza e sulla dolcezza. Riguardo alla penitenza, era contrario al rigore di alcuni che volevano imporsi delle aspre mortificazioni, anche fisiche. Era solito ripetere: "Gesù non si è crocifisso, si è lasciato crocifiggere". Allo stesso tempo, egli avvertiva: "In tutti i campi abbiate grandi disegni, ma non vi meravigliate se la Provvidenza ne ha di diversi". E aggiungeva: "Per parte mia, io soprattutto lascio in mano del Signore il manico della frusta".
Come vedremo più avanti, la frusta divenne a volte molto inquietante e pesante. Non dimentichiamo, ad esempio, l’incendio del Collegio San Giovanni.
Un altro punto su cui insisteva p. Dehon era lo spirito di obbedienza. Non bisogna dimenticare che i primi sacerdoti dehoniani erano entrati al noviziato già preti o erano laici di età adulta, con abitudini proprie, difficili a conformarsi alle esigenze della vita comune. I padri Rasset, Lamour, Paris, Falleur, Legrand, Charcosset, Roth, Prévot, tutti della prima ora, lasciarono nella congregazione l’esempio di uno spiccato spirito di obbedienza, senza dire dei vari fratelli coadiutori, ammirevoli nella loro vita di servizio e di umiltà evangelica.
Era logico, tuttavia, che p. Dehon pensasse anche a un piccolo seminario per ragazzi, non potendosi accontentare di ricevere nella Casa del Sacro Cuore solo vocazioni adulte.
Egli ne parlò al rev.do Mathieu, arciprete di San Quintino, che si diede subito da fare per acquistare una casa nel villaggio di Fayet, a pochi chilometri dalla città, e la mise subito a disposizione del suo ex cappellano. Il piccolo seminario fu inaugurato il 21 novembre 1882.
Il primo alunno della scuola apostolica di Fayet fu Giorgio Bertrand, di dieci anni. A lui si unirono ben presto altri ragazzi della zona. La vita si svolgeva in un clima di grande semplicità e di una decorosa povertà. La gente del luogo si abituò a chiamarli "i ragazzi del velluto", perché indossavano una divisa di velluto grosso e scuro. In testa portavano un berretto di panno nero, con visiera. La scuola li preparava fino agli esami del baccalaureato.
La vita spirituale degli alunni era intensa, concedendo il posto d’onore alle celebrazioni liturgiche. La cappella fu dedicata a San Clemente, di cui aveva anche le reliquie, portate da Roma da p. Dehon e conservate in un primo tempo nella chiesetta dell’Opera San Giuseppe e poi trasferite nella nuova casa di Fayet, che prese il nome di "Scuola Apostolica San Clemente".
Anche questa casa ebbe il suo calvario. Ne parleremo in altra sede; ora ci limitiamo a dire che la Scuola Apostolica di Fayet, nel 1903, dovette emigrare nel Belgio, esiliata dalla persecuzione francese contro i religiosi. Potè ritrovare dimora stabile solo nel 1930 a Viry-Chatillon, nelle vicinanze di Parigi.
P. Dehon prese molto seriamente il piccolo seminario di Fayet. Visitava spesso gli apostolini, dettava loro delle meditazioni, si preoccupava della liturgia, che voleva decorosa e solenne, soprattutto nelle feste più significative. Quei "ragazzi di velluto", piuttosto rozzi e mal conciati, diventavano nobili ed eleganti, quando indossavano l’uniforme del chierichetto: tunica e cintura di flanella bianca, colletto alla marinara, con un cuore rosso disegnato sul lato sinistro.
Nello stesso anno 1882, al piccolo seminario di Fayet si aggiunse lo scolasticato di Lilla per gli studenti religiosi di filosofia e di teologia, non potendo essi rimanere a San Quintino, sprovvisti di professori realmente competenti in materia. Nello scolasticato di Lilla lasciò un’impronta di solida pietà e di studio severo il canonico Didiot, che fu per alcuni anni il direttore spirituale degli studenti.
Possiamo dire che sul finire del 1882, la giovane congregazione aveva tutte le strutture indispensabili per considerarsi solidamente avviata: la Scuola Apostolica di Fayet, il Noviziato nella Casa del Sacro Cuore, lo Scolasticato e Teologato a Lilla. Inoltre, rimaneva la gestione del patronato San Giuseppe, la direzione del Collegio San Giovanni, l’animazione dei Circoli sociali per padroni e operai. Per alcun tempo, tre padri dehoniani ebbero a loro carico anche l’opera S. Medardo di Soissons per sordomuti.
Il coraggio di p. Dehon, che pensava a una congregazione religiosa al servizio della chiesa universale, si spinse a tentare una nuova fondazione a Londra. Non gli riuscì per opposizione del vescovo Thibaudier, il quale considerava la nuova congregazione al servizio esclusivo della diocesi di Soissons. Egli sempre dimostrò nei confronti con p. Dehon una stima profonda e un affetto sincero, ma, dato il suo punto di vista, fece più volte sentire il peso eccessivo della sua autorità di vescovo.
Tuttavia, egli non impedì al fondatore di aprire una casa in Olanda, a Watersleyde-Sittard, capace di accogliere i suoi religiosi che potevano essere espulsi dalla Francia da un momento all’altro, in forza di una legge del marzo 1880 che dichiarava sciolte tutte le congregazioni religiose non riconosciute dallo Stato. Tra queste c’era anche la giovane congregazione di p. Dehon, per il momento senza noie perché passata inosservata.
La fondazione della congregazione nell’Olanda meridionale risale al 2 febbraio 1883. Si provvide all’organizzazione del Noviziato e, più tardi, all’apertura di una Scuola Apostolica. Questa dimora non fu la definitiva, trattandosi di una casa presa solo in affitto. Poco a poco fu tutto trasferito a Leyenbroek Sittard. Questa casa, pur trovandosi in territorio olandese, è considerata come la casa madre dei dehoniani tedeschi.
In questi primi anni, p. Dehon, oltre a non perder di vista la sua azione sociale, si impose la fatica della diffusione in Francia del culto al Cuore di Gesù. Egli si associò a mons. Gay nel lanciare un appello a tutti i vescovi francesi, perché in ogni parrocchia si pregasse per la Francia, colpita duramente da un’ondata massonica, caparbiamente ostile alla religione e alla chiesa.
Ogni prete fu invitato a promettere "di recitare tutte le mattine una preghiera al Sacro Cuore, di consacrargli tutte le proprie azioni, soprattutto le opere sacerdotali". Inoltre, si sarebbe impegnato ogni giorno "a fare visita al Santissimo Sacramento, per recitare un atto di riparazione e a pregare per la chiesa e per la Francia". Ogni sacerdote, infine, "avrebbe celebrato una messa riparatrice, possibilmente senza l’elemosina, il primo venerdì di ogni mese".
La campagna non diede i risultati sperati, tuttavia, p. Dehon, per tutta la sua vita, continuerà a promuovere "la preghiera e la riparazione sacerdotale al Cuore di Gesù e con il Cuore di Gesù", per potere, per mezzo del ministero dei sacerdoti, "guadagnare al Cuore di Gesù anche il popolo cristiano".

 

 

LA DURA PROVA DELLA SOPPRESSIONE

La nuova congregazione di p. Dehon era sorta tra i migliori degli auspici: apprezzata dal vescovo Thibaudier; incoraggiata da mons. Gay in cui aveva trovato un solido appoggio alla sua crociata a favore del culto al Cuore di Gesù; considerata da don Bosco, che p. Dehon aveva incontrato a Parigi nel 1882, un’opera di "vera ispirazione divina".
Tuttavia, tra il clero francese circolavano anche altre voci per nulla incoraggianti: "Preti che vogliono fondare nuove congregazioni! Preti che pretendono essere dei riparatori! Preti che danno retta alle visioni di religiose!".
Da parte di una fascia del clero francese era evidente il rifiuto di congregazioni religiose che avevano per fine la riparazione dei peccati e delle infedeltà degli stessi preti; il rifiuto anche di quanti facevano il voto di vittima, ritenuto troppo presuntuoso...
Sta di fatto che p. Dehon, quando il 28 giugno del 1878 emise i primi voti, unì ai tre tradizionali di obbedienza, povertà e castità, anche il voto di vittima. Circa questo quarto voto, lo stesso vescovo Thibaudier non nascose la sua perplessità, non riuscendo a capirne la giusta dimensione. Per p. Dehon il voto di vittima consisteva nell’affidare la propria vita consacrata al compimento incondizionato della volontà di Dio, in ogni situazione di gioia o di dolore.
Egli, fin dai primi mesi della sua professione religiosa, dovette sperimentare la portata di tale voto: abbondanti sbocchi di sangue gli avevano rivelato di essere malato di tisi.
I medici non gli avevano dato che sei mesi di vita. P. Dehon non si scompose, abbandonandosi interamente al beneplacito di Dio, senza porre tregua ai suoi impegni di lavoro. E qui si inserisce un avvenimento, che può essere capito solamente da chi è illuminato dalla fede.
Suor Maria di Gesù delle Ancelle del Sacro Cuore, venuta a conoscenza delle condizioni di salute di p. Dehon, offrì la sua vita a Dio, come vittima, per ottenergli la guarigione. Ella lasciò scritto alla madre Maria del Sacro Cuore: "Se Gesù mi prende, sapete perché e per chi. Sì! Il nostro padre sarà conservato all’Opera di Dio e la mia vita sarà presa al posto della sua". Suor Maria di Gesù morì il 27 agosto 1879, mentre p. Dehon si ristabilì dagli attacchi di una malattia, considerata a quei tempi inguaribile. Egli aveva 36 anni e visse fino alla bella età di 82 anni.
Nel breve spazio di un anno, p. Dehon provò anche il dolore della perdita dei suoi genitori: suo padre, che negli ultimi anni si era riavvicinato alla pratica religiosa, morì nel febbraio 1882, dando segni di viva pietà cristiana; sua madre, che egli "amava più di ogni altra persona in terra", si spense dolcemente il 19 marzo 1883.
Durante la malattia, il figlio le propose un giorno di offrire le sue sofferenze a Dio per amore. Le parlò del voto di vittima, che egli stesso aveva professato. La madre, molto sofferente, rivolse lo sguardo al figlio, cercò di abbozzare un sorriso e gli disse: "Mi considero come tua novizia". Poco prima di morire, trovò la forza di sussurrare ai due figli, raccolti attorno al capezzale: "Oggi non mi vedrete più piangere, o, se le lacrime mi vengono ugualmente, è la gioia interna e la dolcezza della rassegnazione che le fa nascere".
Al dolore della perdita dei genitori e alla sofferenza interiore per segni di incomprensione avuti da alcuni dei suoi religiosi, doveva presto unirsi il peso della prova più dura che mai abbia colpito la sua tempra di uomo di fede. Infatti, l’8 dicembre di quello stesso anno della morte della mamma, p. Dehon ricevette improvvisamente la notizia che la sua congregazione era stata soppressa dal Santo Uffizio con decreto datato 28 novembre 1883.
Le ragioni che indussero il Vaticano a tale decisione vanno fondamentalmente ricercate in due fatti circostanziati: le "presunte" rivelazioni di suor Maria di Sant’Ignazio delle Ancelle del Sacro Cuore, che avrebbero condizionato la spiritualità di p. Dehon e della sua opera; le "stranezze" dottrinali di p. Captier, superiore della Scuola Apostolica di Fayet. I due fatti non vanno né equiparati né messi in rapporto l’uno con l’altro. Ne facciamo un breve accenno.
Suor Maria di Sant’Ignazio fu sempre considerata dalle sue consorelle una religiosa psicologicamente sana ed equilibrata, di animo mite, fervente nella sua vita di preghiera, obbediente nella sua condotta quotidiana. Ella ai voti comuni emessi il 4 giugno 1875 aveva aggiunto il 16 giugno dello stesso anno anche quello di vittima. Dopo pochi mesi, fu colpita da forti sofferenze nel suo fisico, che si indeboliva a vista d’occhio, e da non meno crude sofferenze nel suo spirito, che sentiva arido come un deserto. Frequenti gli svenimenti, a cui faceva seguito un sonno profondo. Dal febbraio 1878 a tutto il 1883, suor Maria di Sant’Ignazio, al riaversi dai suoi stati di assenza, sentiva il bisogno di dettare pensieri, ispirazioni, consigli, previsioni, che, nella sua semplicità, riteneva usciti dalla stessa bocca di Nostro Signore. Nel suo atteggiamento mai un segno di vanità o di presunzione. P. Dehon, suo direttore spirituale, e la madre Maria del Sacro Cuore, sua superiora, si trovarono dapprima nell’imbarazzo, non sapendo come comportarsi di fronte a tale fenomeno.
In seguito, dopo essersi consultati con sacerdoti più esperti di loro in manifestazioni mistiche, ambedue ritennero che si trattasse di "rivelazioni" di origine soprannaturale, per cui esse ebbero un certo peso sull’ordinamento spirituale e disciplinare all’interno dei rispettivi istituti religiosi.
Il vescovo Thibaudier volle andare a fondo della questione. Egli esaminò per primo gli scritti di suor Maria di Sant’Ignazio e poi li sottomise al giudizio di una commissione teologica di Reims. Questa decise di rimettere tutto all’esame del Sant’Uffizio di Roma. Alla discussione conclusiva, che avvenne nel settembre 1883, fu presente a Roma anche p. Dehon. Tenuto al segreto d’ufficio, di quell’incontro egli non rivelò mai nulla.
All’esame della commissione romana furono sottoposti anche gli scritti di p. Captier, superiore della Scuola Apostolica di Fayet; scritti di tutt’altro tenore. Infatti, ci troviamo di fronte ad un uomo di vasta cultura letteraria, ma affetto da nevrosi, che lo rendeva stravagante nelle sue idee e nei suoi comportamenti.
Proveniente dalla Congregazione francese dei Missionari del Sacro Cuore, p. Dehon lo aveva accolto tra i suoi religiosi, fidandosi eccessivamente del giudizio dello stesso vescovo Thibaudier, il quale, il 16 maggio 1881, gli aveva scritto: "Sono molto contento delle eccellenti notizie avute sul conto del rev.do Captier. Tratteremo il problema della incardinazione a San Quintino. Frattanto ne disponga come meglio crede".
Non vi è dubbio che il vescovo diede molto peso al bagaglio culturale di p. Captier, uno dei pochi preti francesi di quel tempo con titoli accademici, senza però aver approfondito la conoscenza della persona in quanto tale. Più ancora, sempre il vescovo Thibaudier comunicò a p. Dehon, in una lettera del 19 novembre 1882: "Desidero che il p. Captier sia il direttore effettivo di Fayet e vi risieda".
Dopo un breve tempo di vita sufficientemente equilibrata, p. Captier incominciò a considerarsi "confondatore" degli Oblati del Sacro Cuore e, dando via libera alla sua fantasia bizzarra di neuropatico, si diede a comporre testi liturgici, preghiere comuni e persino si mise a tracciare un progetto di costituzioni e di direttorio spirituale, in cui apparve evidente la carenza della sua preparazione teologica.
Se è vero che p. Dehon fu propenso a ritenere "rivelazioni" i semplici "lumi" personali di suor Maria di Sant’Ignazio, mai condivise le idee di p. Captier. L’8 maggio 1883, usando una severità insolita in p. Dehon, questi gli scrisse: "Diffidate del vostro giudizio e obbedite. Come potete avere tanta fiducia nel vostro modo di giudicare, dopo tutti gli influssi immaginari e diabolici che avete subito da un anno in qua? Siate semplice, umile e soprattutto obbediente". Fu un dialogo tra sordi, tanta era la certezza di p. Captier di parlare e di scrivere dietro "rivelazione" degli angeli.
Messe insieme le due cose, vale a dire, l’influsso delle presunte "rivelazioni" di suor Maria di Sant’Ignazio su p. Dehon, del resto senza errori teologici, e soprattutto le stravaganze teologiche di p. Captier, fuori dell’ortodossia, Roma decise di non autorizzare la congregazione degli Oblati del Sacro Cuore.
Il decreto di soppressione inflisse una grossa ferita al cuore del fondatore. Ma non si lasciò sopraffare: l’umiltà del cuore e la fiducia in Dio lo mossero a un serio esame della situazione, per poi ricominciare tutto da capo.

 

 

IL DECRETO DI APPROVAZIONE

La notizia dello scioglimento dell’opera degli Oblati del Sacro Cuore creò non poco scompiglio tra i membri della congregazione e diede motivo alle solite voci di malignare su tutto.
P. Dehon, lasciando da parte ogni stile convenzionale, diresse al vescovo Thibaudier una lettera, che rivela la chiara trasparenza di un’anima che scusa tutti, prendendo su di sé la responsabilità piena dell’insuccesso: "Vostra Eccellenza sa che ho fondato l’Istituto degli Oblati del Cuore di Gesù, nel solo intento di fare la volontà di Dio e di procurare la sua gloria... Nostro Signore mi chiede ora di distruggere ciò che mi ha chiesto di costruire. Non posso avere, nemmeno per un attimo, l’idea di resistere...
"Quello che mi tortura più di tutto è un pensiero, al quale non mi posso sottrarre: Nostro Signore ha voluto quest’opera, io l’ho fatta fallire con le mie infedeltà... Ora, monsignore, rimetto tutto fra le vostre mani. Vi prego di non tener conto della mia persona... Farò tutto ciò che vostra Eccellenza mi ordinerà in nome della santa chiesa, nell’ora in cui vorrà".
Il tono e il contenuto della lettera mossero il vescovo Thibaudier ad aprire il proprio animo al rev.do Mathieu, parroco di San Quintino: "I rimorsi del rev.do Dehon non mi paiono legittimi, perché era troppo in buona fede. Sono io, forse, che non sono stato abbastanza fermo in certe circostanze".
Passando dalle parole ai fatti, il vescovo Thibaudier, nel gennaio 1884, si recò a Roma, incontrò i membri del Sant’Uffizio e potè esporre il "caso Dehon", con la calma del padre che vuole scagionare il figlio da un’accusa troppo pesante.
Da Roma non tardò a venire una risposta, che può essere considerata di "riabilitazione" dell’opera di p. Dehon. Naturalmente, a certe condizioni, che egli osserverà scrupolosamente alla lettera.
Nel nuovo decreto del 28 marzo 1884, era detto che la società degli Oblati del Cuore di Gesù non era stata sciolta a causa dei membri che la componevano, ma perché era stata fondata, diretta e governata sotto l’influsso di pretese rivelazioni che non si potevano considerare autentiche. Dovuto a questo, il Santo Uffizio autorizzava il vescovo di Soissons a riunire i sacerdoti della società disciolta in una nuova Congregazione, esclusivamente diocesana, assolutamente diversa dalla precedente, sotto altro nome e alle dipendenze del vescovo stesso.
Nei riguardi di p. Dehon, il Sant’Uffizio non escluse la possibilità che egli continuasse a essere il superiore, a condizione che riconoscesse la sua svista di ritenere "rivelazioni" del Signore a suor Maria di Sant’Ignazio, ciò che il Sant’Uffizio giudicò essere dei semplici "lumi di orazione".
Praticamente il caso fu chiuso in questo modo: Suor Maria di Sant’Ignazio fu trasferita in un altro monastero; p. Captier fu sostituito da p. Falleur nella carica di direttore del piccolo seminario di Fayet; le copie degli scritti depositati a Roma furono bruciate; p. Dehon si mise a stendere nuove costituzioni, che furono approvate e firmate di pugno dal Vescovo Thibaudier, il 2 agosto 1885.
Alla nuova congregazione fu dato il nome di "Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore". L’esattezza storica esige che a questo punto si chiarisca che non si trattò di fondare una nuova congregazione, in sostituzione di quella degli ex Oblati del Sacro Cuore, ma di ritornare al progetto primitivo, tracciato da p. Dehon negli anni 1878-1881. A quei tempi, suor Maria di Sant’Ignazio non era ancora apparsa nella vita spirituale di p. Dehon. Va pure detto che, dopo quattro anni trascorsi nel monastero dell’"esilio", ella fece ritorno a San Quintino, dove svolse con la saggezza delle anime semplici e umili la funzione di assistente generale della fondatrice delle Ancelle, madre Maria del Sacro Cuore. Morì il 24 aprile 1935, all’età di 87 anni.
In quanto a p. Captier, invitato a uscire dalla congregazione, egli riuscì a metter giudizio solo dopo essersi abbandonato ad alcuni anni di pettegolezzi che p. Dehon considerò "scempiaggini". L’insuccesso delle medesime lo aiutò pian piano a scoprire la preziosità del buon senso. Morì nel 1925, dopo alcuni anni di vita serena e tranquilla. P. Dehon, in data 19 dicembre 1892, scrisse nel suo diario: "Il p. Captier mi scrive domandandomi perdono di tutto il male che ci ha fatto... Va bene: sono queste delle riparazioni tardive".
Gli inconvenienti più gravi con p. Captier erano successi nella Scuola Apostolica di Fayet. I ragazzi, infatti, eccitati dalla sua fantasia accesa, vivevano in un continuo stato di esaltazione pietistica. Uno di loro persino credette di avere delle rivelazioni dagli angeli, trovando nel superiore, p. Captier, un entusiasta e fanatico sostenitore, al punto da dare alla casa il nome arbitrario di "Scuola Angelica".
Il suo allontanamento si era reso necessario. Qualcuno si domanda ancora come p. Dehon abbia potuto affidare a un padre, così imprudente e delirante, la direzione di un piccolo seminario. Sono cose che non hanno una spiegazione: rispetto delle persone, attesa paziente di ravvedimenti che non si danno, fiducia eccessiva nei giudizi altrui...
Sta di fatto che p. Dehon, dopo la dura esperienza del decreto di soppressione, fu sempre portato a dubitare eccessivamente di se stesso, attribuendosi i motivi di ogni insuccesso, in qualsiasi campo d’azione.
Egli dimostrò un profondo spirito di umiltà e di obbedienza, segno indiscusso di una solida santità interiore, accettando tutte le condizioni dettate dall’alto, compresa la rinuncia alla sua carica di direttore spirituale delle Ancelle del Sacro Cuore, verso le quali conservò sempre un’alta stima e un profondo affetto. Nel suo testamento spirituale, p. Dehon si espresse in questi termini: "Noi dobbiamo una riconoscenza perenne alle suore Ancelle. Non saprei dire tutto ciò che hanno fatto per noi, sino ad offrire la loro vita per il successo della nostra opera. Non abbiamo nessun legame canonico con loro. Ma ciò non toglie l’unione di preghiere e di sacrifici, non dimenticatelo mai".
La giovane congregazione, riportata alla freschezza delle origini, celebrò nel settembre 1886 il suo primo capitolo generale. Erano presenti tutti i padri ritenuti le colonne dell’opera fondata da p. Dehon nel concetto delle generazioni che li seguirono. Tra questi, ricordiamo il p. Alfonso Rasset, assistente generale del fondatore e superiore del Patronato San Giuseppe; p. Mattia Legrand, per trent’anni responsabile della Scuola Apostolica di Fayet; p. Claudio Charcosset, cappellano dal 1887 degli operai nelle aziende industriali di Val-des-Bois, proprietà di Leone Harmel, cattolico convinto, amico di p. Dehon e promotore con lui delle encicliche sociali di Leone XIII; p. Andrea Prevot, maestro dei novizi, un santo sacerdote che conduceva una vita di penitenza e di mortificazione alla maniera forte dei santi inimitabili. Con p. Charcosset, egli proveniva dal gruppo sacerdotale di madre Veronica, rimasto senza seguito.
Durante lo svolgimento del capitolo generale, p. Dehon fu nominato, all’unanimità, superiore generale della giovane congregazione per sei anni. In quell’occasione, il vescovo Thibaudier ricevette la professione dei voti perpetui del fondatore e dei suoi primi religiosi.
Da quell’anno e per tutto il 1887, i primi padri dehoniani si videro impegnati nella predicazione di missioni popolari e di ritiri spirituali; nella direzione del collegio San Giovanni e delle opere sociali presenti in diocesi; nel consolidamento della Congregazione. P. Dehon era solito chiamare la Casa del Sacro Cuore: "casa di riparatori e di predicatori".
Superata ormai ogni difficoltà con il Santo Uffizio, anche per interessamento assiduo e risoluto del vescovo Thibaudier e del card. Langénieux, p. Dehon, in risposta alla sua formale richiesta alla Santa Sede di riconoscimento della congregazione da lui fondata, ebbe il 25 febbraio 1888 il "Decretum laudis", vale a dire, un documento ufficiale di approvazione della sua opera.
Per p. Dehon e per tutti i membri dell’istituto fu un giorno di gioia piena e profonda.

 

 

TRA LUCI E OMBRE

Dall’anno 1888, quando la Santa Sede con il "Breve di lode" approvò il fine della Congregazione, fino al 1914 che segnò l’inizio della prima guerra mondiale, è a tutti difficile seguire, con un certo ordine, l’intensa e svariata attività di p. Leone Dehon.
Senza dubbio, sono stati gli anni in cui egli diede il meglio di se stesso, come animatore della Congregazione e come scrittore di varie opere, come operatore in campo sociale e come attento osservatore di quanto visto durante i suoi numerosi viaggi in Europa e fuori. Cercheremo, in capitoli successivi, di sottolineare i momenti più significativi di ognuno di questi quattro solchi, che ci rivelano la ricchezza della personalità di p. Dehon, nella complessità della sua azione dentro e fuori la Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore.
Il "Breve di lode" aveva fatto piovere sul tavolo di lavoro di p. Dehon numerose lettere di congratulazione da parte di molti amici, tra cui spiccavano i rallegramenti del card. Langénieux, arcivescovo di Reims; di mons. Thibaudier, arcivescovo di Cambrai; di mons. Duval, vescovo di Soissons, che gli consigliò di recarsi personalmente a Roma per ringraziare il papa Leone XIII. Cosa che p. Dehon fece subito, accompagnato da alcuni padri, non appena si concluse il secondo capitolo generale, che si era tenuto a San Quintino dal 16 al 24 agosto di quello stesso anno.
Di quella memorabile udienza del 6 settembre, p. Dehon lasciò una dettagliata relazione nel suo diario. Ne trasse questa conclusione: "Predicare le encicliche del Papa e le sue direttive; pregare per i sacerdoti, aiutarli; dedicarsi alla Santa Sede e al Sacerdozio; fare l’adorazione eucaristica e andare nelle missioni lontane: tale è il compito che ci viene assegnato dal Papa".
Di ritorno a San Quintino, egli passò subito all’attuazione di un vasto piano di lavoro, sostenuto da un ottimismo e da un dinamismo che possono scaturire solamente da un animo privilegiato e ricolmo di spirito di fede.
Colse subito l’occasione per l’invio in Ecuador dei padri Blanc e Grison, chiamati da un certo p. Matovelle, fondatore del "Sacerdoti oblati dell’Amore divino". Questi aveva prospettato a p. Dehon la fusione delle due congregazioni in una.
Dopo pochi mesi e precisamente nel gennaio 1889, p. Dehon incominciò la pubblicazione di una rivista di attualità, pensata per il popolo cristiano, dal titolo: "Il Regno del Sacro Cuore nelle anime e nella società". Ne diede la motivazione, scrivendo tra l’altro: "Bisogna che il culto al Sacro Cuore, cominciato nella vita mistica delle anime, discenda e penetri nella vita sociale dei popoli. Esso porterà un rimedio sovrano al deplorevole malessere del nostro mondo morale. Il Regno del Sacro Cuore non è per noi una semplice devozione, ma un vero rinnovamento di tutta la vita cristiana".
Di questa rivista egli ne fu il direttore e il principale redattore fino al 1903. Essa ebbe ed ha continuità in varie province della Congregazione.
Nel giugno di quello stesso anno fu aperta a Clairfontaine, in un punto di frontiera tra il Belgio e il Lussemburgo, un’altra Scuola Apostolica, rimasta celebre nella storia della Congregazione per i numerosi missionari che da essa uscirono, diretti alcuni nelle terre africane del Congo e del Cameroun; altri nel Canada e tra i pellirossa del Dakota; ed altri ancora nel Brasile settentrionale e meridionale. Inoltre, molti padri, educati e formati in questa scuola apostolica, svolsero il loro apostolato in varie nazioni europee, fondando nuove case nel Belgio e in Francia, nel Lussemburgo e nella Svizzera, in Austria e in Italia, nella Spagna e in Finlandia.
Tutto lasciava credere che lo sviluppo della Congregazione si sarebbe svolto senza ombre e senza difficoltà. Ma non fu così.
Diremo subito che la progettata fusione delle due Congregazioni nell’Ecuador non diede i risultati sperati. Infatti, nel luglio del 1889, p. Matovelle decise inaspettatamente di continuare la sua opera da solo. I padri Blanc e Grison, seguendo le direttive di p. Dehon, si misero subito a disposizione di mons. Schumacher, vescovo di Porto Viejo, il quale affidò loro la direzione del seminario diocesano. Nel mese di agosto 1890, ci ritroviamo con i due padri nella cittadina di Bahia, responsabili di un collegio di ragazzi, che diressero fino al giugno del 1896, anno in cui tutti i padri dehoniani furono espulsi dall’Ecuador dal governatore massone Roberto Andrade, che li accusò gratuitamente di istigare gli alunni contro la sicurezza dello Stato.
I padri, salutati dalla gente emozionata e impotente a ogni reazione, lasciarono il paese il 12 giugno 1896, festa del Sacro Cuore.
Le cose si misero male anche a San Quintino. Non per nulla p. Philippe, che succederà a p. Dehon nel governo della Congregazione dopo la sua morte, ebbe a dire: "I dieci anni che seguirono al Capitolo del 1888, furono per la Congregazione anni di lotte e di angosce". Il numero crescente delle opere superava, infatti, le reali possibilità della Congregazione sia dal punto di vista del personale sia da quello economico. La sproporzione tra le forze aveva suscitato inquietudini all’interno dell’Istituto ed aveva provocato reazioni negative e ostili negli ambienti ecclesiastici.
Vale la pena, a questo punto, fare un bilancio della situazione. Nel 1891 i membri della Congregazione erano 151, impegnati in opere di diverso tenore. A San Quintino c’erano il Collegio San Giovanni, la Casa Sacro Cuore e la direzione del coro della Basilica; a Fayet la Scuola Apostolica S. Clemente; a Fourdrain il noviziato francese; a Val-des-Bois l’assistenza agli operai nelle officine Harmel; a Lilla lo Scolasticato. Inoltre ai padri era stata affidata la cura della parrocchia di Oulchy e a Marsanne il Santuario di Nostra Signora di Fresneau. A tutto questo va aggiunta la Scuola Apostolica di Clairfontaine, il noviziato con Scuola Apostolica a Sittard nell’Olanda; e, nell’Ecuador, sia pure per pochi anni, il collegio e la parrocchia di Caraquez a Bahia.
Per svolgere il lavoro richiesto, p. Dehon si vide obbligato a impegnare con i padri anche gli scolastici, nonostante il rischio di influire negativamente sulla loro formazione intellettuale e spirituale. Di fronte a tali obbligazioni, non passava giorno senza che p. Dehon ricevesse notizie piuttosto pungenti da ogni angolo dell’Istituto: "Quasi ogni volta - leggiamo nei quaderni del diario - la posta mi porta difficoltà nuove da Sittard e da Clairfontaine, da Lilla e da Fourdrain, da Porto Viejo e da Fayet. Sono diventato molto impressionabile, e ne soffro molto".
Tuttavia i colpi più dolorosi gli giunsero da Soissons e da Cambrai. Il vescovo Duval, infatti, infastidito da alcune lettere di denunce e di maldicenze, non riusciva a contenere il suo disappunto nei confronti di p. Dehon, nonostante riuscisse sempre a risolvere i problemi più urgenti e fastidiosi, soprattutto in campo economico. Dal canto suo, il vescovo Thibaudier, che mirava in primo luogo alla piena efficienza del Collegio San Giovanni, fin dal 1889 aveva chiesto a p. Dehon la rinuncia alla direzione del collegio e gli aveva anche manifestato il desiderio che l’Istituto si fondesse con un’altra Congregazione, quella dei padri dello Spirito Santo o l’altra dei Padri di Issoudun.
In quella circostanza, p. Dehon si sentì profondamente ferito, al punto da non poter trattenere un pianto dirotto: "È la crocifissione", egli scrisse. "Un ordine di partenza arriva da Cambrai. È la rovina di ogni cosa. Mi sforzo di portare con gioia questa croce suprema. Grazie, Gesù mio, per la grande grazia che mi fate di soffrire con Voi e per Voi. Quest’ordine oltrepassa qualsiasi misura. È inapplicabile e duro nella forma. È questo che lo rende prezioso. Ancora grazie, Gesù mio".
La situazione critica in cui si era venuta a trovare la Congregazione, indusse p. Dehon ad anticipare di un anno il terzo Capitolo Generale, che si tenne nel noviziato francese di Fourdrain nel settembre del 1893. In quel Capitolo si vissero ore drammatiche. Il vescovo Duval, che si era proposto di assistere alle sedute, rinunciò ad intervenire di persona, affidando le sue "lagnanze" a una lettera dal tono duro e intransigente. In essa dichiarava apertamente di non condividere il metodo amministrativo di p. Dehon e nemmeno il suo modo di governare la Congregazione e di gestire le sue opere. Per porre rimedio alla situazione, il vescovo esigeva che i membri del consiglio generale si stabilissero a San Quintino, affinché p. Dehon fosse maggiormente in grado di consultarli e di sentire i loro pareri.
A questo punto p. Dehon, dando prova di grande umiltà, si dimise dalle sue funzioni di Superiore generale, nonostante fosse stato eletto a vita nel capitolo del 1888, lasciando ai padri capitolari la piena libertà di nominare il successore. Ma la maggioranza dei presenti, dopo votazione segreta, prese la decisione di non accettare le dimissioni del fondatore e di rimandare il tutto al prossimo Capitolo Generale da tenersi nel 1896.
Proseguendo nei lavori del capitolo, presieduto da p. Dehon, che riprese subito le sue funzioni, si stabilì, tra l’altro, di avere per il momento un unico noviziato a Sittard per tutta la Congregazione, affidato alle cure di p. Andrea Prévot, maestro dei novizi, e di abbandonare il tentativo di stabilire a Roma una sede dello Scolasticato, nei locali disponibili della chiesa di Santa Maria del Suffragio.
Il Capitolo Generale, segnato da un confronto vivace tra i padri fiduciosi in p. Dehon, e altri che avevano avanzato forti perplessità sulle sue capacità organizzative, si chiuse premiando l’umiltà del fondatore, che continuò ad essere la fonte ispiratrice di un’opera voluta dal Signore, non sempre capita dagli uomini, spesso ostacolata anche da chi nessuno se lo sarebbe immaginato.

 

 

CONGREGAZIONE IN ESILIO

Subito dopo il Capitolo Generale del 1893, p. Dehon si recò a Braine, a sud di Soissons, ospite nella casa dei gesuiti, per un mese di esercizi spirituali, che visse intensamente dal 17 ottobre al 16 novembre 1893. Di questo "mese di sant’Ignazio", padre Dehon lasciò un fascicolo di appunti, che raccoglie riflessioni, lumi e propositi, compresa la redazione di un "patto" che avrebbe dovuto regolare il futuro della sua vita. A questo patto egli diede una grande importanza: fu come uno stimolo costante, una spinta risoluta a oltrepassare un cumulo di sofferenze e di agitazioni interiori che gli stavano appesantendo la stessa vita di preghiera e di riflessione.
Lo confermano alcune delle risoluzioni prese:
"Tenere l’anima mia in pace, raccolta e attenta alla grazia, sotto lo sguardo di Nostro Signore".
"Cercare sempre la purità di cuore, piuttosto che le grazie, che da essa conseguono".
"Mi riserverò fermamente il tempo per l’orazione e la vita interiore".
"Per i miei doveri di superiore e per la direzione delle anime, farò un esame di previdenza dopo il ringraziamento (della messa); ed eseguirò ciò che la grazia divina mi avrà ispirato".
Da queste risoluzioni ne venne ciò che p. Dehon chiamò "patto": "Mi dò tutto intero a Nostro Signore, per servirlo in tutto e fare in tutto la sua volontà. Con l’aiuto della sua grazia, sono pronto a fare e a soffrire ciò che egli vorrà. Ho la mia regola e il mio direttore, e gli avvenimenti provvidenziali, che mi diranno il da farsi. Rinuncio alla mia propria volontà ed alla mia libertà".
"Supplico Nostro Signore di accettare questa offerta, questo dono che gli faccio e di non permettere mai che io glielo ritolga. Prego la Vergine Santissima, il mio Angelo custode e i miei santi protettori di aiutarmi a compiere questo patto fino all’ultimo istante della vita".
Conseguente al suo proposito di concedere maggior tempo al governo della congregazione, p. Dehon fece una delle rinunce più generose e dolorose della sua vita: lasciò ad altri la direzione del Collegio San Giovanni e il 20 novembre 1893 si ritirò nella Casa Sacro Cuore.
Ritornato al lavoro della vita quotidiana, nonostante l’intensa attività in campo sociale, egli non perse mai di vista lo sviluppo sempre crescente della Congregazione, facendo sentire la sua autorevole presenza nelle varie case ora di persona ora con lettere programmatiche ora anche solo con brevi biglietti di saluto o di incoraggiamento.
Sia pure con maggior oculatezza, le opere della Congregazione furono in continuo aumento, in modo particolare all’estero, soprattutto dopo l’espulsione dei religiosi dalla Francia, come si vedrà più avanti.
Nel giugno 1893 fu aperta la prima casa in Brasile, a Camaragibe: fu il piccolo seme di una vera fioritura di opere e di case religiose nel Brasile del Nord e soprattutto del Sud. Due anni dopo fu la volta della prima casa nel Lussemburgo, mentre nel 1897 partirono per il Congo i primi missionari, recando al cuore del fondatore una delle gioie più intense della sua vita. Osò affermare: "È l’opera più notevole della Congregazione". I pionieri furono p. Lux e p. Grison, reduci dall’Ecuador, i quali si stabilirono a Stanley-ville, nel cuore della foresta nera. Il clima micidiale non potè nulla contro la fibra robusta di p. Grison, ma fece numerose vittime tra i padri che lo seguirono. Alcuni neppure ebbero la gioia di raggiungere il luogo della missione.
Tre anni dopo la fondazione della prima missione in terra africana, fu aperta in Olanda la Scuola Apostolica di Bergen op Zoom, l’opera più significativa dell’anno 1900.
Infine, desiderando ormai da tempo portare la Congregazione anche in Italia, p. Dehon si mise a cercare un luogo che gli assicurasse un inizio fecondo. Dopo aver visitato inutilmente varie diocesi, si orientò verso la diocesi di Bergamo, incoraggiato da Pio X, che espresse un giudizio lusinghiero sulla religiosità seria e matura di quella popolazione, fonte di abbondanti vocazioni sacerdotali e religiose. Egli fu ben accolto dal vescovo Radini-Tedeschi, che lo fece accompagnare dal suo stesso segretario, don Angelo Roncalli, poi papa Giovanni XXIII, per alcune località della diocesi.
Fu così che l’8 settembre 1907 la Congregazione ebbe nel paese di Albino la sua prima Scuola Apostolica in Italia.
Cinque anni più tardi, fece seguito l’inaugurazione dello Studentato delle Missioni di Bologna, che accoglieva gli studenti di filosofia e di teologia, insieme alla cura pastorale del Santuario della Madonna dei poveri, in via Nosadella.
Sopra si è appena accennato che uno dei motivi, che ha accelerato lo sviluppo della Congregazione all’estero, è venuto da una assurda persecuzione contro le Congregazioni religiose, decretata dai vari governi massonici e anticlericali di Francia, a partire dal 1879, culminata agli inizi del secolo ventesimo con il governo di Emilio Combes.
Aprì questa pagina turbolenta e settaria della pur luminosa storia di Francia il ministro dell’istruzione pubblica, Giulio Ferry, quando nel 1879 si propose di interdire l’insegnamento pubblico e privato a tutti i religiosi, per ragioni di puro stampo anticlericale. La sua proposta di legge non ebbe fortuna, bocciata dal senato francese. Tuttavia, divenuto l’anno dopo presidente del Consiglio, esigette la rigida applicazione dei cosiddetti "Decreti di Marzo", in base ai quali vennero espulsi dalla Francia i Gesuiti, mentre si chiedeva alle altre Congregazioni religiose non ancora autorizzate dallo Stato di fare domanda di riconoscimento. Nel gennaio 1881 furono praticamente chiusi 261 conventi, obbligando all’espatrio 5641 religiosi.
Da questa prima tempesta uscì incolume la giovane congregazione di p. Dehon, probabilmente perché passata inosservata o presa per una associazione di preti secolari, impegnati come professori nel collegio diocesano San Giovanni.
La bufera riprese con maggior virulenza nel 1901, anno in cui fu votata una legge, secondo la quale si proibiva la formazione di associazioni religiose non autorizzate dallo Stato e si proibiva a qualsiasi membro di una Congregazione religiosa di dirigere una scuola e di insegnarvi.
P. Dehon, comprendendo la gravità della situazione, non volle tacere e pubblicò su "Il Regno" un articolo fortemente polemico: "Molte comunità religiose emigrano, le altre restano sotto la spada di Damocle, mentre i cattolici litigano". È chiaro il riferimento ai cattolici che occupavano i seggi nel Parlamento francese.
"C’è in genere - continua p. Dehon nell’articolo - un atteggiamento dignitoso fra i cattolici; ma ci sono anche gli scalmanati, gli arruffoni, i codardi di sinistra e i refrattari di destra. I codardi di sinistra sono tutti i mezzi-cattolici, abbastanza numerosi alla Camera... Alcuni sono anche ecclesiastici, frivoli e ambiziosi, che non comprendono e non amano i religiosi, e cercano i favori del potere. I refrattari di destra sono quelli... che hanno conservato le idee dell’Antico Regime. Sono sempre scontenti del Papa, fossero anche religiosi o prelati. Avrebbero voluto un esodo clamoroso dei religiosi, con infiammate proteste e anatemi contro la Repubblica. Sono insolenti verso i religiosi che restano, e irrispettosi verso il Papa, il quale ha consentito che si restasse".
Nel giugno 1902, con l’avvento al potere di Emilio Combes, un uomo sconvolto da una forte crisi religiosa e che si era proposto di sostituire il cristianesimo con una religione laica di Stato, le cose furono portate alle ultime conseguenze. Egli decretò la chiusura di 135 scuole private, insieme ad altre numerose opere gestite da Congregazioni religiose. Nessuna di quelle che avevano sollecitato il riconoscimento dello Stato ottenne l’autorizzazione a sussistere.
Da questa seconda ondata di persecuzione non si salvò nemmeno l’opera di p. Dehon. Nonostante i suoi ricorsi alla giustizia, non potè evitare che la maggior parte dei suoi religiosi, residenti in San Quintino e in altre case di Francia, partissero per il Belgio. In quanto alla Casa Sacro Cuore, la Scuola Apostolica San Clemente di Fayet e il noviziato di Fourdrain, dopo una serie di ricorsi, di sospensioni e di processi, vennero messe all’asta dall’autorità civile. P. Dehon, mettendo in mostra le sue qualità di giurista (era infatti laureato in Diritto civile e canonico), riuscì a ricomprare la Casa Sacro Cuore, dove vi potè abitare liberamente, ritenuta naturalmente come casa privata e non come immobile della Congregazione.
La casa di Fayet fu acquistata da un amico di p. Legrand, il noviziato di Fourdrain fu invece venduto al miglior offerente. In questo modo, p. Dehon si vide obbligato a trascorrere parte dei suoi giorni a Bruxelles, nella nuova casa madre, là trasferita fin dal 1903, e parte nella Casa Sacro Cuore di San Quintino, per non perderne i diritti.
In mezzo a tante prove, p. Dehon ebbe anche una grande consolazione. Da Roma, il 15 luglio 1906 ricevette il Decreto che approvava definitivamente la Congregazione e le sue Costituzioni, anche se queste ultime solo a titolo provvisorio per la durata di dieci anni.
Durante gli anni 1893-1914, ebbero luogo altri quattro Capitoli Generali. Il quarto e il quinto si svolsero a San Quintino nella Casa Sacro Cuore, rispettivamente nel 1896 e 1899, in un clima di grande serenità. Il sesto fu invece tenuto a Lovanio nel settembre 1902. Come era abitudine di p. Dehon, anche in questo capitolo egli presentò le dimissioni da Superiore Generale, che però non furono accettate.
Il settimo capitolo, tenutosi ancora a Lovanio dal 15 al 16 giugno 1908, ebbe una notevole importanza. In esso fu fissata la divisione della Congregazione nella provincia occidentale, comprendente i paesi del Nord Europa, e la provincia orientale con i paesi del sud, tra cui l’Italia.
Inoltre, i padri capitolari stabilirono che fosse tenuto in ciascuna casa un mese di rinnovamento, ogni tre anni. P. Dehon ne fu spesso l’animatore principale, comportando un lavoro di sommo impegno e di non poca fatica.
L’amore di p. Dehon verso le missioni ebbe una nuova grande soddisfazione, quando l’11 ottobre 1908 assistette a Roma alla consacrazione episcopale del suo primo missionario, mons. Grison, chiamato a reggere il Vicariato Apostolico di Stanley-Falls nel Congo. Non passarono altri quattro anni che egli benedisse i primi sei missionari tedeschi diretti in Cameroun.
Pur non avendo ricordato dettagliatamente tutte le singole fondazioni, in Europa e nelle terre di missione, ciò che è stato esposto è una conferma del progressivo assestamento di una Congregazione cresciuta tra grosse difficoltà, sempre superate dalla forza trainante e carismatica del suo fondatore.

 

 

OPERATORE SOCIALE

L’attenzione che p. Dehon, ancora giovane cappellano di San Quintino, aveva manifestato a favore del mondo del lavoro, fondando tra l’altro nel 1873 l’Opera San Giuseppe, divenne uno dei motivi fondamentali della sua azione sociale, soprattutto negli anni 1893-1903.
Non intendiamo stendere una cronistoria della sua svariata e complessa attività in questo campo, stimolato in modo particolare dall’enciclica "Rerum Novarum" (15 maggio 1891) di Leone XIII. Infatti, l’appello del papa di "andare al popolo" fu da lui accolto come un imperativo primario e non ebbe indugi nel dirigere la sua azione di scrittore e di conferenziere a un clero da sensibilizzare, a padroni da evangelizzare, a organismi sociali da ristrutturare, alla classe operaia da orientare e da sostenere.
P. Dehon si presentò sul campo dell’azione sociale, con una adeguata preparazione culturale e una esperienza acquisita nella stessa città di San Quintino e nell’intera diocesi di Soissons, in qualità di animatore di alcuni "circoli operai" sorti in quella zona.
A un gruppo di industriali di tradizione cristiana disse, durante una riunione tenutasi nel 1877 a San Quintino: "Voi distruggete, durante la lunga e oscura notte di sei giorni di lavoro, ciò che noi tessiamo, con tanta fatica, nella bella giornata di domenica. Non siete abbastanza cristiani nella vostra vita di padroni".
L’enciclica sociale di Leone XIII era divenuta un punto di riferimento obbligato per quanti si volessero interessare della questione operaia. Per questa ragione, sul finire del 1893, p. Dehon radunò la "Commissione di studi sociali", che operava nella diocesi di Soissons sotto la sua direzione, per redigere un libro-manuale sulla questione sociale, un grosso problema da alcuni ignorato, da altri esasperato e da altri ancora distorto.
Il libro "Manuale sociale cristiano", pubblicato nell’agosto 1894, ebbe un’accoglienza lusinghiera da parte degli esperti, e calde felicitazioni dal vescovo Duval, dal card. Lengénieux e dal sociologo-industriale Leone Harmel, amico personale di p. Dehon.
Due anni dopo, al manuale fu aggiunta una seconda parte, "Manuale delle Opere", i cui capitoli, preparati e discussi da tutta la Commissione, furono interamente redatti da p. Dehon.
Nella prima parte del nuovo manuale, che fu pubblicato nel 1895, dopo aver individuato le cause remote e prossime del malessere sociale, si passa a suggerirne i rimedi, con interventi più consoni allo spirito cristiano. Al centro dell’attenzione del mondo politico e sociale ci deve essere la difesa della dignità di ogni persona, che comporta una risposta adeguata a tutte quelle esigenze che la sostengono e la promuovono.
Qualsiasi movimento politico o sociale che mettesse in pericolo i diritti naturali dell’uomo è contro l’uomo stesso. In tal senso, nel manuale, sono mosse forti critiche sia al liberalismo-massonico sia al socialismo-marxista, in quanto, ciascuno a suo modo, ostacolano diritti elementari, come quello dell’associazione libera, della proprietà privata, della libertà religiosa.
In modo particolare, viene condannato l’abuso circa il lavoro imposto alle donne e ai fanciulli, è profilata l’organizzazione della giornata di lavoro, viene delineato l’uso corretto del capitale ed è sostenuta la validità dei consigli di fabbrica...
Molto severa, inoltre, appare l’analisi della situazione della famiglia, devastata dai divorzi, deformata dalle nascite illegittime, profanata dagli infanticidi, degradata dall’infanzia abbandonata.
Lo Stato, quindi, è chiamato a salvaguardare la sicurezza del vivere civile e sociale, a fomentare l’intesa tra padroni e operai, a promuovere una leale giustizia retributiva.
Nella seconda parte, il libro si dedica allo studio delle opere sociali, dirette dalla chiesa di quel tempo. È affrontato il problema della "buona stampa" e la promozione delle "scuole cristiane libere", si sofferma sull’organizzazione delle "casse rurali di credito" e sulla funzionalità dei "patronati". Descrive, infine, nuove forme di apostolato del Terz’Ordine di San Francesco e delle varie congregazioni mariane.
A modo di esempio, p. Dehon, conclude la seconda parte del libro, dedicando alcuni capitoli alla presentazione di una autentica azione patronale cristiana in alcuni ambienti di lavoro, quali la filatura di De Vrau a Lilla e di Leone Harmel a Val-des-Bois; l’azienda agricola nei pressi di Villemontoire e la testimonianza concreta di alcuni sacerdoti impegnati socialmente a Saône-et-Loire e a Haute-Marne.
P. Dehon, nel riferirsi alle "opere sociali cristiane", si era proposto di distogliere non pochi sacerdoti dall’illusione di fare azione sociale, limitandosi ad affrontare il tutto a striminzite associazioni di poche signore e di alcune ragazze, impegnate in qualche servizio benefico a favore degli anziani e dei bambini, senza coinvolgimenti degli adulti in opere da e per adulti, estese al mondo del lavoro.
La chiesa non è di soli bambini e anziani. "Impegnarsi nell’azione sociale - era solito ripetere ai sacerdoti - non è, come si dice, fare un’opera estranea al nostro ministero, è preparare il regno sociale di Gesù Cristo".
Il "Manuale sociale cristiano", nelle sue due parti, ebbe in Francia cinque edizioni. Fu tradotto in ungherese, spagnolo e arabo. Dietro interessamento del sociologo Giuseppe Toniolo, il manuale ebbe anche una versione italiana.
Dopo la pubblicazione del libro-manuale che, a detta di Prélot, uno dei primi biografi di p. Dehon, "fu presto un classico per chi voleva militare nell’azione sociale, secondo le direttive del Sommo Pontefice", p. Dehon si impegnò a divulgarne le idee, scrivendo molti articoli, pubblicati nel quotidiano "La France libre" e in modo più regolare nelle riviste "Chronique" e "Le Règne".
Allo stesso tempo, dal 1896 al 1903, egli partecipò da protagonista e conferenziere a numerosi e ripetuti incontri e congressi in varie città della Francia, come Reims, Parigi, Lione, Bourges. Nel gennaio-marzo 1897, p. Dehon fu addirittura chiamato a Roma da mons. Tiberghien per tenere un ciclo di 7 conferenze sulla questione sociale.
Leone XIII lo seppe e, nell’udienza concessa ai superiori delle comunità religiose, nella festa tradizionale del 2 febbraio in cui gli veniva offerto un cero, il papa si congratulò vivamente con p. Dehon per la sua infaticabile azione in campo sociale, divulgatore di quanto espresso nella sua enciclica Rerum Novarum.
P. Dehon seppe affrontare con decisione e impegno un pubblico di qualsiasi levatura culturale: dai seminaristi ai sacerdoti, dagli imprenditori agli operai, dai membri di una associazione civile a quelli di un raggruppamento religioso. Il frutto di questo suo intenso e svariato lavoro fu raccolto in varie pubblicazioni, tra cui segnaliamo "L’usura del tempo presente" (1895), "Le direttive pontificie" (1897), "Catechismo sociale" (1898).
Per meglio comprendere l’ambiente civile e sociale, in cui si trovò a operare p. Dehon, è necessario un riferimento, sia pure fuggevole, alla situazione socioreligiosa della Francia di fine secolo diciannovesimo.
Il mondo cattolico francese era diviso in simpatizzanti per la monarchia e in sostenitori della repubblica. P. Dehon fino al 1890 fu un francese dichiaratamente monarchico, non vedendo nella repubblica una sufficiente garanzia alla continuità della cattolicità in Francia. Nemmeno il termine "democrazia", ormai sulla bocca di politici di ogni tendenza, gli era del tutto gradito, trovandolo più un sinonimo di "disordine politico e sociale" che di un reale governo voluto dal popolo a salvaguardia dei diritti di tutti.
Gli stessi "Circoli operai" fondati dal marchese La Tour du Pin e dal conte Alberto de Mun, rigidi sul principio che l’autorità non può che venire dall’alto, erano praticamente monarchici. Tuttavia, la "fede" monarchica di p. Dehon subì una forte scossa, quando si rese conto che l’apostolato sociale non poteva essere appannaggio del solo clero e di qualche nobile altolocato, ma che gli stessi operai dovevano essere coinvolti, in prima persona, nel miglioramento della loro sorte. Inoltre, sentì il dovere di doversi riconciliare con il termine "democrazia", perché aveva molto a che fare con l’"anticapitalismo".
L’anno decisivo della sua svolta verso la Repubblica e verso la "Democrazia cristiana" fu segnato dal secondo congresso operaio, tenutosi a Reims il 12-14 maggio 1893, presieduto dall’amico Leone Harmel, succeduto al marchese La Tour du Pin nella direzione dell’Opera dei circoli operai.
Dopo aver constatato la fermezza e la serietà di quell’assemblea di operai, che avevano aderito al movimento democratico cristiano, dichiarò: "È un bello spettacolo; c’è l’embrione di una "democrazia cristiana". Questi uomini sono poco istruiti, ma hanno studiato le questioni sociali. Vogliono sollevare la classe operaia, ma non intendono oltrepassare la legge cristiana".
Purtroppo l’entusiasmo degli inizi non ebbe durata. Il movimento democratico cristiano francese di quegli anni dovette soccombere dopo soli dieci anni di vita. La ragione va cercata nello scontro di idee al suo interno: qualcuno avrebbe desiderato che il movimento si limitasse al campo sociale, altri invece lo vollero impegnato anche nella politica.
La mancanza di uomini-guida, il disinteresse per il mondo sociale o per quello politico, l’eccessiva politicizzazione di alcuni "preti democratici" per eccesso e, infine, l’intervento dello stesso Leone XIII portato a vedere nella "democrazia cristiana" una semplice "benefica attività religiosa"... questi ed altri elementi furono più che sufficienti per decretarne lo scioglimento. Solo più tardi, la "Democrazia cristiana" risorgerà in Francia per iniziativa di Marco Sangnier, uomo di solidi principi e di dinamismo pratico e geniale insieme.
A incominciare dall’anno 1903, p. Dehon dovette limitare la sua attività sociale alla pubblicazione di alcuni articoli. Le ragioni presumibili del suo ritiro dalla scena pubblica vanno ricercate nell’ostilità del governo nei confronti delle "congregazioni religiose", fino a decretarne la soppressione, obbligando i religiosi alla via dell’esilio. P. Dehon si vide costretto ad impegnarsi a fondo per salvare il salvabile della sua giovane congregazione, che trovò rifugio in Belgio.
Tuttavia, egli si congedò, se così si può dire, dalla sua attività pubblica in campo sociale, lanciando un monito per il futuro: "Ogni tentativo di riforma sociale al di fuori del cristianesimo sprofonderà nell’egoismo e nel dominio della forza... Le nazioni oscilleranno fra la tirannia di uno solo e quella di una oligarchia. Il secolo ventesimo farà dei tentativi disastrosi e ritornerà al Vangelo per non morire nell’anarchia".

 

 

SUL CAMPO FINO ALLA FINE

L’intensa attività di p. Dehon, impegnato soprattutto nel promuovere lo sviluppo e l’ordinamento delle varie case della Congregazione, ebbe una forzata battuta d’arresto a causa della prima guerra mondiale.
Molti dei suoi giovani padri e fratelli cooperatori furono arruolati nell’esercito delle rispettive nazioni, con la conseguenza di avere le case religiose sguarnite e semivuote.
Per oltre trenta mesi, la stessa città di San Quintino venne bombardata a tappeto. P. Dehon, fortemente colpito da una bronchite cronica, che gli doveva procurare, per il resto della sua vita, una tosse insistente, con frequenti sbocchi di sangue, si sentì appesantito dalla responsabilità di conduzione di una Congregazione che soffriva tutte le conseguenze nefaste di una guerra di distruzione: "Ho tanti miei figli spirituali in guerra! Le risorse mancano, i benefattori vengono meno, occorre una fiducia cieca nella Provvidenza".
Egli potè rimanere a San Quintino fino alla primavera del 1917, quando l’aggravarsi della situazione lo costrinse a cercar rifugio in Belgio, ben accolto dai padri gesuiti nel collegio di Enghien.
Dopo poco tempo, qualcuno di San Quintino gli fece sapere che la casa "Sacro Cuore" era in rovina, il collegio "San Giovanni" semidistrutto, la "Scuola Apostolica" di Fayet, ricuperata in quegli anni, quasi del tutto devastata. "Dio ci riprende quello che ci aveva dato: sia sempre benedetto! Egli ci ridarà molte case, se lo vorrà", fu il suo commento!
Dietro interessamento di Benedetto XV, p. Dehon può recarsi a Roma nel dicembre 1917, ospite nel seminario francese. Ne è molto felice e scrive: "Grazie, mio Dio, hai voluto questo soggiorno per rinnovare nella mia vita molte grazie".
Durante la sua permanenza, egli si interessò presso il papa perché fosse eretto un altare al Cuore di Gesù, nella Basilica di San Pietro. Ne ebbe il pieno consenso. Nonostante che il progetto iniziale, che avrebbe dovuto raffigurare in mosaico l’apparizione del Sacro Cuore a Santa Margherita Maria, non sia mai stato eseguito, ugualmente fu sistemato un quadro con lo stesso soggetto, tuttora presente nella Basilica romana.
P. Dehon rimase a Roma fino all’aprile 1918, facendo poi ritorno in Francia. Sul finire di quello stesso anno, egli è nuovamente a Roma, sempre accolto nel seminario francese, non avendo ancora la Congregazione una casa propria.
Ricordiamo questo viaggio, perché ci fu una sosta nella comunità dehoniana di Bologna, dove il 17 dicembre fu anticipata la celebrazione delle sue nozze d’oro sacerdotali. Dal canto suo, il seminario francese non volle perdere l’occasione di festeggiare, in modo caldo e solenne, il cinquantesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di uno dei suoi più rinomati seminaristi del passato.
Di quel giorno di festa, celebrata il 20 dicembre, il padre annotò nel suo diario: "Domando al Sacro Cuore di rimettermi nelle disposizioni, tutte pure e generose, di cinquant’anni fa".
Finita finalmente la guerra, con l’armistizio firmato l’11 novembre 1918, p. Dehon, ormai sulla soglia dei 76 anni, raccolse tutte le sue forze e, con insolito vigore, si preparò ad affrontare la riorganizzazione della Congregazione, che fece precedere con l’indizione dell’ottavo Capitolo Generale, tenuto nella casa olandese di Heer, presso Maastricht, dal 29 al 31 luglio 1919, l’ultimo della sua vita.
I padri capitolari francesi e tedeschi trovarono a Heer, da parte dei padri olandesi, un clima di calorosa accoglienza, tale da far dimenticare a tutti che, in un certo senso, la casa si accingeva ad ospitare i vincitori e i vinti di una guerra appena terminata.
I lavori del capitolo si proposero soprattutto di ordinare più attentamente le regole e le prescrizioni attinenti alla vita religiosa nelle sue varie articolazioni spirituali e disciplinari, comprendendo una maggior uniformità delle preghiere comuni. Inoltre, il p. Fondatore si sentì in dovere di richiamare, in una apposita lettera circolare, i membri della congregazione a non lasciarsi sopraffare dall’attività esterna, a scapito di una cura più diligente della vita interiore. In essa, egli dispose che il mese di rinnovamento introdotto nel Capitolo precedente fosse sostituito da un ritiro spirituale da tenersi prima della festa liturgica del Cuore di Gesù.
Dopo il Capitolo Generale, p. Dehon scelse di rimanere nella casa madre di Bruxelles, permettendosi alcuni brevi viaggi di circostanza, come, ad esempio, a Parigi e a San Quintino per il raduno degli ex-alunni del collegio "San Giovanni", alla cui ricostruzione si era impegnato di persona, con notevoli aiuti economici. Ebbe la gioia di assistere nel 1924 alla sua inaugurazione, che egli preferì chiamare "risurrezione".
Si recò anche a Roma, il 18 maggio 1920, in occasione della posa della prima pietra del Tempio di Cristo Re. Di passaggio, fece la sua ultima visita alla Scuola Apostolica di Albino, presiedendo la cerimonia della vestizione di alcuni apostolini.
Lo ritroviamo a Roma nel giugno 1923, impegnato nella composizione di un Comitato d’Onore, allargato a prelati, accademici e uomini politici di varie nazioni, allo scopo di favorire la raccolta di fondi per portare a termine una delle opere che più egli ebbe a cuore. Nonostante le continue e molteplici difficoltà tecniche o economiche, p. Dehon non si perse mai d’animo: "S’intronizza ovunque il Sacro Cuore nelle famiglie. Ho potuto intronizzarlo nella Basilica di San Pietro, con il suo nuovo altare. Passerò il resto della mia vita a preparare la sua intronizzazione universale nella sua basilica regale a Roma". Le sue speranze non rimasero deluse, perché giunse anche il giorno della solenne consacrazione del Tempio di Cristo Re, costruito in viale Mazzini, nelle vicinanze del ponte Milvio, tuttora retto dai Sacerdoti del Sacro Cuore della provincia italiana.
Dopo la prima guerra mondiale, la Congregazione riprese progressivamente a risorgere, con la fondazione di nuove case in Germania, nella stessa Francia, in Spagna ed in Italia, che ebbe il suo primo noviziato nel 1919 ad Albisola Superiore (Savona) e che fu eretta come provincia nel 1920. Sempre vivente il fondatore, essa ebbe un notevole sviluppo nel Brasile e furono aperte nuove missioni nel Sud-Africa, a Sumatra, nel Dakota e in Norvegia. Ai padri dehoniani fu pure affidata una missione in Finlandia e nella Svezia.
Attualmente, la Congregazione di p. Dehon, di circa tre mila religiosi, è presente in numerose nazioni dell’Europa e delle due Americhe, dell’Asia e dell’Africa, impegnata nella conduzione di opere svariate, come seminari, parrocchie, opere sociali, attività culturali e pastorale missionaria in paesi, quali lo Zaire, il Cameroun, il Mozambico e il Madagascar.
Nonostante gli anni che avanzavano, p. Dehon conservò la carica di Superiore Generale fino alla morte, non solo per indulto della Santa Sede del 18 luglio 1922, ma perché dimostrava di averne la piena capacità. Come Fondatore, ebbe la soddisfazione più grande della sua vita, quando, dopo anni di lavoro sofferto, assiduo e tenace, ottenne il 5 dicembre 1923 l’approvazione definitiva della Congregazione da parte della Santa Sede. Nella presentazione delle Costituzioni, in data 10 maggio 1924, da lui meticolosamente riformulate secondo lo spirito del nuovo codice di Diritto Canonico, si sentì in dovere di ricordare ai suoi religiosi che, raffrontandole con le precedenti, nulla era stato cambiato circa il fine e lo spirito dell’Opera da lui voluta, per cui, citando le sue stesse parole, si doveva "camminare con ardore nel solco abituale, in nome della chiesa e, per conseguenza, in nome di Nostro Signore".
Durante la sua lunga esistenza, p. Dehon scrisse numerose opere spirituali, uscitegli dalle mani, quale frutto di studi continui e di meditazioni prolungate circa il culto da tributarsi al Cuore di Gesù. Egli si sentì sempre spinto a comunicare anche agli altri ciò che veniva a conoscere e ciò che si impegnava a vivere. Tra le altre opere, ricordiamo quelle che riteniamo meglio riuscite come espressione della sua profonda spiritualità: "Mese del Sacro Cuore" (1900), "Vita d’amore nel Cuore di Gesù" (1901), "Il Cuore sacerdotale di Gesù" (1907), "L’anno con il Sacro Cuore" (1919). Particolarmente caro ad ogni dehoniano è il "Direttorio Spirituale", che ebbe la stesura definitiva nel 1919.
Nel gennaio 1925, incominciando il sessantesimo quaderno del diario, un’opera che, oltre a delinearci la ricca personalità del Fondatore, traccia anche i primi quarantacinque anni di storia della Congregazione, p. Dehon confida alla carta la sua impressione di essere ormai entrato nell’ultimo anno di vita.
Spesso esprime il suo rammarico di non aver dato all’Opera tutto quello che avrebbe potuto. Persino si addossa, senza pietà, tutta la responsabilità degli insuccessi, che resero difficili gli anni della fondazione.
Allo stesso tempo, vibra il suo grazie al Cuore di Gesù e di Maria, per averlo aiutato a superare le difficoltà e le malattie della sua lunga esistenza. In modo particolare, nell’ultimo quaderno, egli rivela la ricchezza della sua preghiera e la sua profonda devozione ai santi, che sceglie tra gli apostoli e i martiri, tra i dottori e i confessori, con particolare riferimento ai santi del Cuore di Gesù: Geltrude, Matilde, Margherita Maria, Claudio de la Colombière, Giovanni Eudes, senza dimenticare le anime sante incontrate nella sua vita quotidiana.
Considera il "Padre nostro" l’espressione più viva del "puro amore", in quanto, prima di chiedere il "pane quotidiano", si vuole che sia santificato il nome del Padre, che venga il suo regno, che sia fatta la sua volontà.
Il 14 marzo 1925, p. Dehon festeggia il suo ottantaduesimo compleanno. Rivela tuttora vivacità e brio. Si sente impegnato nella preparazione del nono Capitolo Generale, da tenersi a Lovanio nell’autunno di quell’anno.
Ma cadde ammalato. Apparentemente nulla di grave. Solo che nell’agosto un forte attacco di gastroenterite ne decretò la fine.
Informato della sua situazione dall’assistente, p. Philippe, egli, l’11 agosto, volle ricevere il Viatico e l’Unzione degli infermi, commentando bonariamente: "Che cosa si direbbe, se si sapesse che il Padre Generale è morto senza gli ultimi sacramenti?". Dopo aver rinnovato i voti religiosi, compreso quello di immolazione, benedisse tutta la comunità, e, avendo davanti agli occhi tutti i suoi religiosi, le Ancelle del Sacro Cuore, le Suore vittime, familiari e amici, aggiunse: "Dite loro che penso a tutti in questo momento".
Verso le dieci del mercoledì, 12 agosto, il susseguirsi di forti crisi cardiache gli tolse ogni possibile reazione al richiamo della morte, che si compì dieci minuti dopo il tocco del mezzogiorno. A richiesta di p. Philippe, pochi istanti prima della fine, p. Dehon aveva tracciato il suo ultimo segno di croce, in segno di benedizione.
Ai funerali, celebrati a San Quintino il 19 agosto, mons. Binet, tra le tante cose, disse: "Se ne è andato il grande Vegliardo, dal cuore sempre giovane, sempre fiducioso, sempre ottimista, verso l’eterna giovinezza di Cristo, al Cuore del quale si era consacrato".
Le spoglie di p. Dehon, tumulate in un primo momento nella tomba della Congregazione a San Quintino, riposano ora nella chiesa di San Martino, da lui costruita nel 1890 in un sobborgo della stessa città.

 

 

DISCEPOLO E APOSTOLO DEL CUORE DI GESÙ

"Miei carissimi figli, vi lascio il più meraviglioso dei tesori: il Cuore di Gesù...
"Offro ancora e consacro la mia vita e la mia morte al sacro Cuore di Gesù, per il suo amore e secondo le sue intenzioni. Tutto per tuo amore, o Cuore di Gesù".
Così inizia e termina il "Testamento spirituale", steso a San Quintino da p. Dehon nel 1914 per tutti i suoi religiosi, durante i tristi giorni della prima guerra mondiale. Egli aveva 71 anni.
Richiamandosi al "Testamento spirituale", gelosamente conservato nel resto della sua vita, p. Dehon scrisse nel dicembre 1924: "Voglio morire da discepolo e apostolo del Sacro Cuore". Come è già stato ricordato nel capitolo precedente, p. Dehon si spense serenamente il 12 agosto 1925, all’età di 82 anni e cinque mesi.
Nelle brevi frasi sopra citate, è espressa tutta la ragione della sua vita, della sua preghiera, della sua azione. P. Dehon è stato un uomo di vasta cultura e di plurimi interessi, manifestati nella continua attenzione alle scienze naturali, politiche e sociali; agli usi e costumi dei popoli, che ebbe modo di visitare nei suoi lunghi e frequenti viaggi nei vari continenti; all’arte architettonica e pittorica distribuita nei secoli della sua storia. Era solito affidare le sue impressioni immediate a quaderni, che poi ordinava in articoli o in libri...
Semplice curiosità? Ricerca di evasione? Spirito di avventura? Qualcuno dei suoi lo disse, più o meno a bassa o ad alta voce.
La realtà è un’altra. P. Dehon aveva in corpo e nell’anima lo zelo di stabilire nel mondo il Regno del Cuore di Gesù. Tutto quello che vedeva o visitava, scriveva o diceva, fosse scienza o arte, filosofia o teologia, cultura profana o religiosa, tutto egli ordinava, con la capacità degli uomini d’azione, ad un unico fine: conoscere il più possibile per meglio agire in un mondo bisognoso dell’amore del Cuore di Gesù e dell’avvento del suo Regno di pace e di giustizia. Il suo costante punto di riferimento, per mantenersi nell’ortodossia, era la voce del papa.
Nulla, senza la parola orientativa del Romano Pontefice.
Per questo, p. Dehon, pur sentendosi francese da capo a piedi, sente e vive la romanità cristiana, centrata nella persona del papa. Egli entra nel seminario francese di Roma, dopo essere stato incoraggiato da Pio IX; ama definirsi "il piccolo fonografo delle encicliche di Leone XIII"; sovente esprime la sua commozione nel vedersi invitato da Pio X "a sedersi accanto a lui", durante le udienze private che gli venivano concesse; non può nascondere la gioia di godere della franca e cordiale amicizia di Benedetto XV.
Inoltre, dopo la fondazione della Congregazione, è fedele a trascorrere a Roma, ogni anno, parte dei mesi invernali, non solo per ragioni di salute sempre cagionevole, ma soprattutto per attingere alla fonte genuina della cattolicità la sapienza evangelica del discepolo e dell’apostolo del Cuore di Gesù. Si sottopose a un super- lavoro di ricerca di fondi per la realizzazione a Roma di un tempio dedicato a Cristo Re, in viale Mazzini. Egli stesso, il 18 maggio 1920, volle pronunciare il discorso della posa della prima pietra.
Ma come era p. Dehon nei lineamenti della sua persona e nei comportamenti del suo essere e del suo agire?
Di lui non abbiamo ritratti a opera di pittori. Probabilmente considerò sempre una spesa inutile e una perdita di tempo il doversi sottoporre alle inevitabili pose da loro richieste. Invece, ci sono rimaste di lui molte foto, da solo o in gruppo, nelle diverse età della sua lunga vita. Alcune di esse furono da lui legate al ricordo per i membri della Congregazione.
P. Dehon era longilineo, vicino al tetto dei due metri, snello e diritto, volto piuttosto asciutto ma illuminato da due occhi chiari, vivaci e intelligenti. Visto da lontano, nessuno avrebbe immaginato in quella figura austera e ieratica la delicatezza squisita dei suoi modi, suggeriti da una profonda bontà d’animo.
Egli era un osservatore nato, facile alle battute brevi ed argute, di parola sciolta sempre stringata e concreta, gradita anche negli ambienti giovanili. Di carattere tendeva alla timidezza, ma fortemente volitivo, con il temperamento genuino dell’organizzatore che fa molto da sé, puntando subito alle risoluzioni pratiche e operative.
La sua bontà d’animo lo portò ad essere generoso con tutti e a concedere fiducia anche a chi ne avrebbe poi abusato, causandogli nella vita non poche sofferenze, fino a indurlo, a volte, a dubitare di se stesso. Non è mai stato favorito da una buona salute. Con frequenza interveniva qualche malanno fisico per intralciare i suoi progetti di lavoro. Lo stesso volto marcava spesso i lineamenti di una persona sofferente.
Eppure visse fino agli 82 anni!
P. Dehon, copiosamente fornito di talenti naturali, volle e lasciò che la grazia li orientasse al servizio della causa dell’uomo e della instaurazione del Regno del Cuore di Gesù. La sua collaborazione ai lumi e ai doni dello Spirito santo è stata lineare, docile e perseverante, conforme a quanto aveva anche scritto: "Il sacro Cuore di Gesù deve regnare nelle anime e nella società per mezzo dello Spirito santo... La devozione allo Spirito santo è un po’ lasciata da parte; eppure proprio per mezzo dello Spirito santo ci vengono tutte le grazie di luce, di vita soprannaturale e di santificazione ...".
La forte carica umana e spirituale, che lo resse durante tutta la sua vita di sacerdote, ha la sua fonte nel culto al Cuore di Gesù. Nulla ci fa pensare che fosse incline a un devozionalismo di tinta sentimentale e quietista. Anzi, disapprovava puntualmente tutte le pubblicazioni di certe immagini del Sacro Cuore, da lui ritenute troppo sentimentali e lontane dal rappresentare la persona divina e umana del Cristo, nella pienezza del suo vigore espressivo e operante, al punto da non sentirsi soddisfatto nemmeno della celebre immagine del Batoni, in cui Gesù è raffigurato con il cuore in mano.
Facendo forse un accostamento un po’ ardito, si potrebbe dire che p. Dehon fu attratto al Cuore di Cristo dallo spirito contemplativo di San Giovanni e dallo zelo apostolico di San Paolo: contemplazione e azione unite in un equilibrio, non sempre facile, di forze parallele che hanno animato la spiritualità di p. Dehon. Nel pensiero teologico e nella vita operante di p. Dehon è chiara la visione della paternità ricca e feconda del Padre, che per amore ha inviato il Figlio sulla terra, per aiutare l’uomo a ricomporre la storia disastrata dal peccato e per coinvolgerlo attivamente nella ricostruzione del Regno di Dio. All’uomo, quindi, è chiesta fiducia piena e abbandono filiale alla indefettibile provvidenza di Dio. È pure chiesta l’adesione incondizionata alla mediazione di Cristo, avendo il Padre riposto ogni cosa nelle sue mani.
P. Dehon, profondamente avvinto alla persona del Cristo, Agnello pasquale, Vittima immolata, Offerta gradita al Padre, si propose di vivere la giornata in unione ai misteri della vita terrena del Redentore. Così, al mattino, ama contemplarlo nel clima familiare di preghiera e di lavoro nel santuario domestico di Nazaret, insieme a Maria e a Giuseppe; a metà giornata, professa la sua solidarietà, con Maria e Giovanni riuniti sul Calvario, "dove la vittima divina compie il suo sacrificio sull’altare della Croce"; nelle ore pomeridiane, rinnova la sua volontà di donazione della propria vita a Gesù, che ha il cuore "squarciato dal dolore e dall’amore"; chiude la sua giornata, accompagnandolo al giardino degli olivi, "per onorarne l’agonia di sangue", con l’offerta dei propri sentimenti di amore e di solidarietà.
Il culto al Cuore di Gesù, per p. Dehon, è la sintesi di due componenti essenziali e inscindibili: la componente dell’adorazione, che è omaggio, solidarietà e unione alla persona del Cristo, attratti, come direbbe Paolo, dall’ampiezza e dalla lunghezza, dall’altezza e dalla profondità del suo amore di donazione; la componente dell’azione, che è missione apostolica attiva, perché il Regno del Cuore di Gesù trovi stabile dimora nel cuore del mondo, pienamente disponibili a impegnare le proprie forze operative e a unire le proprie sofferenze, provocate dai disagi, dalle fatiche e dalle eventuali incomprensioni della vita quotidiana, a quelle di Cristo.
Nei suoi scritti, p. Dehon parla spesso di "amore puro", di "abbandono al beneplacito di Dio", di "immolazione riparatrice". Tradotti questi concetti in un linguaggio a noi più accessibile, diremmo che vive di "amore puro" colui che sa dimenticare se stesso, il proprio egoismo, il proprio successo, per lasciarsi compenetrare dall’amore di Dio nelle scelte quotidiane, senza anteporre esigenze di ricompense terrene e gratificanti. Questo non è possibile, se manca la disponibilità a mettere al primo posto la ricerca del Regno di Dio e il compimento della sua volontà, con la consapevolezza di doversi abbandonare al beneplacito di Colui, in cui si è riposta incondizionatamente la propria fiducia.
In questo modo, si diventa con Cristo restauratori di un mondo, che avrebbe dovuto essere la manifestazione indiscussa dell’amore di Dio, ma che in realtà fu guastato dal male del peccato. Riparare, quindi, vuol dire "restaurare" quanto è stato rovinato, in unione a Cristo con l’offerta della propria preghiera, con l’accettazione delle sofferenze, con lo zelo delle opere.
Cristo è rimasto in mezzo a noi, vivo e reale, soprattutto nell’Eucaristia. Non si può quindi concepire un devoto del Cuore di Gesù, che non viva la celebrazione della messa, che non si riservi un momento per contemplarlo nell’adorazione eucaristica, che non si imponga alcune preghiere che si riferiscano alla sua persona, nella manifestazione del suo amore di donazione e di servizio a salvezza dell’umanità.
Del resto, per p. Dehon, si è realmente "dehoniani", se agli impegni dell’azione pastorale e missionaria, educativa e formativa, sociale e culturale, non è mai sacrificato il tempo da dedicare alla celebrazione della messa, all’adorazione quotidiana, alla preghiera del proprio atto di oblazione.
"Il culto al Cuore di Gesù - egli scrisse nel 1889 sul primo numero della rivista "Il Regno del Sacro Cuore nelle anime e nella società" - non è per noi una semplice devozione, ma un vero rinnovamento di tutta la vita cristiana". Un anno più tardi, ebbe a ribadire: "Non bisogna immaginarsi la devozione al Sacro Cuore come una sottospecie di cristianesimo. È necessario concepirla come una devozione forte e generosa che attira, è vero, le anime con la dolcezza dell’amore, ma per renderle capaci di compiere gli obblighi sacri della vita cristiana e di praticare in tutta la pienezza le virtù forti che la costituiscono".
La visione, direi quasi profetica, che di questo culto ebbe p. Dehon, trovò valida conferma nell’affermazione di Pio XI che lo considerò "il compendio di tutta la religione cattolica", senza dire di Pio XII per il quale il culto al Cuore di Gesù "è sommamente rispondente ai bisogni dei nostri tempi". Lo stesso Giovanni Paolo II non esitò a ricordare ai fedeli radunati in piazza San Pietro che "il Cuore del Redentore vivifica tutta la chiesa". P. Dehon, a giusta ragione, lo possiamo salutare e ritenere un apostolo credibile del nostro tempo, candidato agli onori dell’altare.

 

 

TESTAMENTO SPIRITUALE

Miei carissimi figli,
vi lascio il più meraviglioso dei tesori: il Cuore di Gesù. Egli appartiene a tutti, ma ha delle tenerezze particolari per i sacerdoti che gli sono consacrati e sono completamente dediti al suo culto, al suo amore, alla riparazione che il sacro Cuore ha domandato purché siano fedeli a questa bella vocazione.
Nostro Signore amava tutti i suoi apostoli, ma ha amato con una tenerezza speciale l’apostolo san Giovanni, al quale ha affidato la Madre sua e il suo divin Cuore.
Il decreto di Leone XIII del 25 febbraio 1888 lo affermava: "Questo istituto sarà come un mazzo di fiori per il Cuore di Gesù, se i suoi membri vivranno in tutto uniti e consacrati al sacro Cuore e se faranno regnare il suo ardente amore in se stessi e fra i popoli che evangelizzeranno"
Interpretando un detto di Davide possiamo dire: Il Cuore di Gesù è la mia porzione. Quanto è bella la parte che mi è toccata nell’eredità comune! (cf. Sal 16,5).
Comprendete che una così bella vocazione richiede un grande fervore e una grande generosità.
Non dobbiamo mai perdere di vista il nostro scopo e la nostra missione nella chiesa, come sono posti in rilievo nei primi due capitoli delle nostre costituzioni:
- un tenero amore verso il sacro Cuore, preparato col distacco dalle creature e con la vittoria sulle nostre passioni;
- la riparazione con tutte le sue pratiche: le messe e comunioni riparatrici, l’ammenda onorevole, l’adorazione riparatrice quotidiana, l’ora santa, le mortificazioni compatibili con la nostra salute, regolate dall’obbedienza;
- l’abbandono di noi stessi in spirito di vittima al sacro Cuore, per sopportare con pazienza e anche con gioia le croci che la divina provvidenza ci invierà.
Questa vocazione esige un’abituale vita interiore e l’unione con Gesù.
Dobbiamo perciò adottare tutti i mezzi per giungervi e per rimanervi ben saldi.
La vita interiore non si conserva senza una grande regolarità e senza la pratica del silenzio religioso.
Per stabilirvi in questa vita interiore consacrerete tutti i giorni una buona mezz’ora alla meditazione del mattino, oltre al tempo per le preghiere vocali, e una mezz’ora per l’adorazione riparatrice. Farete ogni giorno la vostra lettura spirituale, che dividerete fra la sacra Scrittura e un libro di ascetica o la vita d’un santo. Sceglierete la vita dei santi che si possono chiamare i santi del sacro Cuore, quelli che meglio lo hanno conosciuto e hanno praticato la sua adorabile devozione.
Per quanto posso vi affido tutti al Cuore di Gesù. Vi raccomando alla sua misericordia. Gli rivolgo la preghiera che egli indirizzava al Padre per i suoi discepoli: Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato (Gv 17,11).
Vi affido ugualmente alla nostra Madre del cielo. Nostro Signore vorrà ben dirle a vostro riguardo ciò che diceva di san Giovanni sul Calvario: Ecco i tuoi figli (cf. Gv 19,26).
Amiamo particolarmente i prediletti di Gesù:
Maria e Giuseppe, i tre grandi Arcangeli, san Giovanni Battista, san Pietro, san Giovanni, santa Maria Maddalena e tutti i santi del sacro Cuore.
Per dirvi qualcosa di me stesso, vi chiedo perdono di avervi così poco edificati. Non mi faccio illusioni. Mi metto al di sotto di tutti gli uomini per l’abuso che ho fatto delle grandi grazie ricevute.
Per far risaltare la sua misericordia, Gesù mi ha conservato la missione affidatami, malgrado la mia indegnità.
Spero di salvarmi, poiché la misericordia del Signore non vorrà smentirsi; ma dovrò fare una grande espiazione. Sollecito ardentemente le vostre preghiere per il riposo della mia anima.
Non ho bisogno di dirvi che, se nostro Signore vuol accogliermi alla sua presenza, pregherò per tutti voi e per l’opera che è così cara al sacro Cuore.
Perdonatemi le sofferenze che vi ho potuto causare e i cattivi esempi di tiepidezza che vi ho dato.
Come san Giovanni, mio maestro e modello, dico a tutti: Amatevi gli uni gli altri come Gesù Cristo vi ha amati (cf. 1Gv 3,23).
Vi prego con tutto il mio affetto e per quell’affetto che avete avuto per me, di sforzarvi perché la carità regni sempre tra voi.
Non proferite mai una parola di critica o di amarezza l’uno contro l’altro. Abbiate sempre un grande rispetto per coloro che tengono il posto di Dio presso di voi.
L’obbedienza, la regolarità, la povertà sono la salvaguardia di una congregazione.
Sapete che le famiglie religiose sacerdotali sono state, in genere, aiutate ai loro inizi da vergini consacrate, che hanno pregato secondo le loro intenzioni, come la santa vergine Maria faceva per san Giovanni. Questo aiuto a noi non è mancato. Due comunità soprattutto ci hanno offerto il concorso delle loro preghiere e dei loro sacrifici.
Dobbiamo una riconoscenza perenne alle Suore Ancelle del Cuore di Gesù di san Quintino. Non mi è possibile esprimere a parole tutto quello che hanno fatto per noi, fino ad offrire la loro vita per il successo della nostra opera.
Non abbiamo alcun legame canonico con loro. La Santa Sede non autorizza più le comunità unite come avveniva per gli ordini antichi. Ma questo non impedisce l’unione di preghiere e sacrifici. Non dimenticatelo mai.
Mentre fondavo l’opera a San Quintino con il concorso delle Suore Ancelle, le Suore Vittime di Namur preparavano alcuni santi sacerdoti che si unirono a noi, come il rev. p. Andrea, di santa memoria, e il p. Charcosset, il mio fedele assistente. Vi ricorderete anche di queste Suore.
La mia ultima parola sarà per raccomandarvi ancora l’adorazione quotidiana, l’adorazione riparatrice ufficiale, in nome della santa chiesa, per consolare nostro Signore e per affrettare il regno del sacro Cuore nelle anime e nelle nazioni.
Offro ancora e consacro la mia vita e la mia morte al sacro Cuore di Gesù, per il suo amore e secondo le sue intenzioni.
Tutto per tuo amore, o Cuore di Gesù!

Fatto a San Quintino, durante i tristi giorni della guerra, nel 1914.
Giovanni del Cuore di Gesù

 

 

PATTO D’AMORE

(del servo di Dio p. Giovanni Leone Dehon)

Gesù mio, dinanzi a te e al tuo Padre celeste, alla presenza di Maria Immacolata, mia Madre, e di san Giuseppe, mio protettore, faccio voto di consacrarmi per puro amore al tuo sacro Cuore, di dedicare la mia vita e le mie forze per l’opera dei Sacerdoti del tuo Cuore, accettando fin d’ora tutte le prove e tutti i sacrifici che ti piacerà domandarmi.
Faccio voto di dare a tutte le mie azioni l’intenzione del puro amore per Gesù e per il suo sacro Cuore, e ti supplico di toccare il mio cuore, di infiammarlo del tuo amore, affinché non abbia solamente l’intenzione e il desiderio di amarti, ma anche la gioia di sentire, per l’influsso della tua santa grazia, tutti gli affetti del mio cuore accentrati unicamente in te.

Rinnovazione quotidiana

O Gesù, rinnovo con amore il patto che ho stretto con te. Dammi la grazia d’esservi fedele.

 

Appendice

Congregazione delle cause dei Santi

MECHLINIEN. seu SUESSIONEN. Causa di Beatificazione e Canonizzazione del servo di Dio

 

LEONE GIOVANNI DEL S. CUORE DI GESÙ
(al secolo: Leone Gustavo Dehon)

Sacerdote fondatore della Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore di Gesù (1843-1925)

 

DECRETO SULLE VIRTÙ

"Il regno del Cuore di Gesù nelle anime e nella società": così il Servo di Dio P. Leone Giovanni del S. Cuore di Gesù Dehon, fondatore della Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore di Gesù, compendiava le sue più alte aspirazioni e la missione della sua Famiglia Dehoniana nella Chiesa. A questo progetto spirituale e apostolico consacrò tutte le ricchezze delle sue energie, concludendo la sua vita, all’età di 83 anni, con uno sguardo d’amore all’immagine prediletta del Cuore di Gesù: "Per te sono vissuto, per te io muoio".
Leone Gustavo Dehon nacque il 14 marzo 1843 a La Capelle (Aisne), in Francia, nella diocesi di Soissons. Egli godrà d’essere stato battezzato il 24 marzo successivo, alla vigilia dell’Annunciazione, "unendo - scriverà - il mio battesimo all’Ecce venio di Nostro Signore". Dirà, infatti, ai suoi figli spirituali, gli Oblati-Sacerdoti del S. Cuore di Gesù: "Nell’Ecce venio e nell’Ecce Ancilla si trova tutta la nostra vocazione e missione".
Dalla famiglia, distinta e stimata, il giovane Dehon attinse caratteristiche di nobiltà d’animo e signorilità di portamento che lo rendevano ricco di umanità e aperto a relazioni d’amicizia con personalità civili ed ecclesiastiche durante tutta la sua esistenza. In particolare, ringraziava Dio "per il dono d’una mamma che l’aveva iniziato all’amore del divin Cuore".
Durante gli studi umanistici, favorito dalla guida spirituale di sacerdoti eminenti per scienza e virtù, sperimenta la prima chiamata al Sacerdozio nel Natale del 1856. Ma suo padre, che sognava per lui una brillante posizione sociale, cercò di distoglierlo dalla sua vocazione, inviandolo al Politecnico di Parigi, dove infatti, all’età di 21 anni, Leone Dehon conseguì il dottorato in diritto civile. Tuttavia la frequenza a S. Sulpizio, "là dove regnava uno spirito sacerdotale" - scriveva - dona vigore all’attrattiva verso il sacerdozio. Accetta l’offerta del padre d’un viaggio in Oriente, gode anche di percorrere la terra di Gesù; ma, al ritorno, senza cedere alle resistenze familiari, si ferma a Roma, va dal Papa Pio IX e gli confida la propria vocazione. Il Papa, nel quale ammira "la bontà unita alla santità", lo invita ad entrare nel seminario francese di S. Chiara. Vi entra, di fatto, nell’ottobre 1865: "ero finalmente nel mio vero elemento: ero felice!" Gli sarà illuminata guida spirituale il saggio rettore, p. Freyd, il quale lo seguirà, anche dopo l’ordinazione sacerdotale, fino alle scelte che si riveleranno decisive per la sua futura missione di fondatore.
Ricordando la sua ordinazione sacerdotale, nella Basilica Lateranense, il 19 dicembre 1868, il Servo di Dio ci apre il suo animo esultante: "Mi sono alzato Prete, posseduto da Gesù, tutto pieno di Lui, del suo amore per il Padre, del suo zelo per le anime, del suo spirito di preghiera e di sacrificio". Un preludio splendente della sua lunga, feconda vita di Sacerdote del S. Cuore.
Dopo la forte esperienza ecclesiale, quale stenografo al Concilio Vaticano I, il giovane sacerdote Dehon, docile al suo direttore di spirito, rinuncia all’invito di p. d’Alzon per una collaborazione all’Opera da questi iniziata, e accoglie l’obbedienza del suo Vescovo, divenendo l’ultimo dei cappellani della basilica di S. Quintino (diocesi di Soissons).
Qui l’attendeva la volontà di Colui che l’aveva scelto e chiamato per divenire maestro e padre di numerosi discepoli del S. Cuore e apostoli "del suo regno nelle anime e nella società". Fervore spirituale e pastorale bruciava il cuore e la mente del giovane vicario. Il suo animo era aperto alle necessità religiose e sociali della gente e del tempo. Le sue decisioni, come sempre in seguito, erano illuminate e rapide: prese iniziative capaci di rispondere alle esigenze pastorali e sociali. Partecipò ai primi congressi di associazioni operaie; fondò un giornale cattolico; diede vita a un patronato per l’accoglienza e la formazione dei giovani. Un evento, frattanto, segnò il suo cammino: il Vescovo gli affidò l’assistenza spirituale delle Ancelle del S. Cuore: "una circostanza provvidenziale, dirà, che preparò l’orientamento di tutto il resto della mia vita". Il progetto di amore e di riparazione al S. Cuore, che animava quell’istituto, attendeva d’essere condiviso da una congregazione sacerdotale.
Nel luglio 1877, la stima del nuovo Vescovo di Soissons, Mons. Thibaudier, che aveva designato Leone Dehon canonico onorario della cattedrale, gli affidò l’impegno di promuovere un collegio cattolico a S. Quintino, consentendogli di dare inizio, in esso, alla fondazione d’una nuova congregazione religiosa: gli Oblati del Cuore di Gesù. Il 28 giugno 1878, festa del S. Cuore, nella cappella del Collegio S. Giovanni, come volle chiamarlo, il canonico Leone Dehon emetteva i voti religiosi e, come primo Oblato del Sacro Cuore, vi univa il voto di vittima d’amore e di riparazione. Per questo volle chiamarsi con un nome nuovo: p. Giovanni del S. Cuore.
Più tardi, meditando sulle vicende spesso assai dolorose della sua storia, egli scriverà: "Nostro Signore ha accettato il mio atto d’oblazione. Egli voleva fare dell’Opera un edificio importante. Per questo ha scavato così profondamente...". Le prove cominciarono presto. Dopo pochi anni di fervida attività, mentre stavano fiorendo le prime vocazioni, il Servo di Dio accolse con esemplare umiltà e obbedienza, l’intervento del S. Officio (dicembre 1883), che, a motivo d’alcuni riferimenti a pretese rivelazioni e per l’esaltazione di qualche imprudente, ordinò la soppressione della giovane fondazione. Ma dopo quel "consummatum est", già nel marzo 1884, ecco la "risurrezione" con il nuovo nome di Sacerdoti del S. Cuore. Il Breve di Lode del 25 febbraio 1888 dimostrò il consolidarsi dell’Istituto e gli diede slancio missionario. Leone XIII incoraggiò il Servo di Dio a "predicare le sue encicliche"; a sostenere con la preghiera e la collaborazione i sacerdoti; a suscitare case di adorazione; a donarsi per le lontane missioni: "Ecco la missione affidataci dal Papa", annoterà con gioia p. Dehon. Lo ripeterà ai suoi figli: "Vi lascio il più meraviglioso dei tesori, il Cuore di Gesù. Non dobbiamo mai perdere di vista la nostra missione nella Chiesa".
La Congregazione si consolida: il 4 luglio 1906, s. Pio X diede il Decreto d’approvazione dell’Istituto e, il 5 dicembre 1923, Pio XI emanerà il Decreto d’approvazione definitiva. L’espansione missionaria raggiunse i vari continenti, sulle tracce delle "due grandi iniziative apostoliche" che p. Dehon lasciava come eredità ai suoi figli: "condurre i sacerdoti e i fedeli al Cuore di Gesù per offrirgli un tributo quotidiano di adorazione e di amore; contribuire alla promozione delle masse popolari con il regno della giustizia e della carità cristiana".
Sostenuto dalla benevolenza dei Sommi Pontefici Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI, verso i quali professò una devozione sempre fedele e operosa, p. Dehon proseguì instancabile la missione confidatagli, con scritti, conferenze, partecipazione a congressi sociali e, soprattutto, con le numerose fondazioni del suo istituto: "L’ideale della mia vita - scrisse nelle ultime pagine del suo diario - il voto che formulavo con lacrime nella mia giovinezza era d’essere missionario e martire. Mi sembra che questo voto si è compiuto. Missionario lo sono con i cento e più missionari sparsi nel mondo; martire lo sono perché Nostro Signore diede compimento al mio voto di vittima".
Il Servo di Dio morì santamente a Bruxelles il 12 agosto 1925, dando un supremo esempio di fiducioso abbandono nel Cuore di Gesù e benedicendo con effusione i suoi figli tanto amati.
Il Vescovo di Soissons, Mons. Binet, apriva l’orazione funebre dichiarando: "Una pagina di grande storia religiosa si chiude. A uno dei suoi figli più eminenti la diocesi di Soissons offre l’immenso rimpianto e l’infinita gratitudine. Se n’è andato il grande vegliardo dal cuore sempre giovane, sempre fiducioso, sempre ottimista, verso l’eterna giovinezza di Cristo, al Cuore del quale egli si era consacrato".
In verità p. Dehon è entrato nell’eternità, illustre per l’ampia fama di santità, fondata sullo strenuo esercizio delle virtù cristiane.
"Scio cui credidi" (2Tm 1,12): la fede, fatta "certezza nella confidenza". Ecco la roccia (cfr. Mt 7,24-25) sulla quale il Servo di Dio aveva costruito l’edificio della sua vita e della sua missione. "Questa confidenza senza nubi - scrisse di lui il suo primo successore, Mons. Giuseppe Philippe - era una delle note caratteristiche della vita interiore del nostro Padre". Ne proveniva un costante, cristiano ottimismo che, superando ogni prova, lo induceva a guardare sempre più avanti, operando, anche con audacia, per l’amore di Cristo che lo accendeva (cfr. 2Cor 5,14): "Un amore ardente verso il S. Cuore. È la mia vita, la mia vocazione, la mia grazia", scriveva. Un’armonia di virtù teologali che, anche tra i fedeli laici, suscitava ammirazione e simpatia: "Aveva una fede irradiante, che manifestava nella predicazione e nei suoi esempi, tutto riconducendo a Dio. Era pieno d’una devozione al S. Cuore, che si effondeva nelle grandi iniziative della sua vita". "Amore e riparazione è il programma che egli ha voluto per la sua congregazione. E ha fatto tutto per propagarlo. Era la sua grande preoccupazione". Riparazione eucaristica, specialmente mediante l’adorazione, affidata ai suoi figli quale "loro missione nella Chiesa"; e riparazione sociale, mediante la giustizia e la carità come vie per una "civiltà dell’Amore". Al centro, sempre il Cuore di Cristo, che egli bramava ardentemente divenisse il cuore della sua Famiglia Dehoniana, della Chiesa, del mondo. Per questo è stato chiamato "un precursore del famoso Prodire ad populum", che Leone XIII lanciò con l’enciclica Rerum Novarum (1891), della quale p. Dehon si fece paladino e sapiente divulgatore tra sacerdoti e laici.
Nella contemplazione del Cuore di Cristo egli attinse pure quella che fu considerata una costante della sua personalità: - la bontà luminosa, che lo circondava di un fascino particolare, specialmente tra i giovani: "La gioventù venne a lui con entusiasmo - disse ancora Mons. Binet -. E non bisognava essere grande, soprattutto di cuore, per essere tanto amato?" E Mons. Philippe: "Egli sapeva affascinare e conquistare i cuori; soprattutto la gioventù si sentiva attirata a lui; sentiva ch’egli l’amava. Raramente un superiore è stato amato come lui; fino alla sua morte lo si chiamava "Très Bon Père". E il motivo del suo affetto per i giovani era la vocazione: attirare giovani al sacerdozio, alla Congregazione, alla causa di Cristo".
Le virtù cardinali, che contribuiscono a dare equilibrio, armonia e sicurezza al comportamento della persona, trovarono in lui un temperamento che le favoriva. Ma le vicende, spesso assai dolorose, della sua lunga vita, mostrarono quanto elevata fosse, nel Servo di Dio, la capacità di valorizzarle, affrontando con prudenza, fortezza ed equilibrio le situazioni più complesse. Consapevole dell’aiuto che la sua sete di santità e, insieme, il suo ardente zelo apostolico avrebbero trovato nella vita religiosa, egli l’abbracciò con entusiasmo e con una fedeltà che lo condusse ad elevati livelli d’una mistica intensa e serena. Nato ricco, pose i suoi beni personali al servizio dell’Opera alla quale lo Spirito l’aveva preposto. Intraprendente e audace nelle sue iniziative apostoliche e sociali, diede sempre prova d’una obbedienza umile e illuminata dalla fede, specialmente verso la Sede Apostolica, nella quale trovò la sua sicurezza di dottrina e di vita. E il Processo addizionale di Soissons, confermando, con l’unanime deposizione dei numerosi testi, la condotta intemerata del Servo di Dio, si conclude con la testimonianza dello stesso Vescovo, Mons. Pierre Douillard: "È incontestabile la fama che p. Dehon conserva nella nostra diocesi. Si custodisce, per lui, una memoria venerata d’una personalità molto elevata, che s’impone per il suo valore umano e, ancor più, per la santità della sua vita".
L’accompagnò sempre la luce amabile della Vergine Maria: "Vivat Cor Jesu, per Cor Mariae", era il suo saluto. Esortava i suo figli ad unirsi a Lei, quale madre e maestra della loro "vocazione d’amore e d’immolazione", specialmente nella sua partecipazione al Sacrificio di suo Figlio Sacerdote, per essere, con Lei, calici e canali dell’acqua e del sangue scaturiti dal Cuore aperto di Gesù.
Persistendo e diffondendosi sempre più questa fama di santità, nella quale p. Dehon fu insigne in vita e nella sua morte, si diede inizio alla Causa di beatificazione e canonizzazione e fu istruito il processo ordinario di Malines (diocesi nella quale era deceduto il Servo di Dio), dal 31 maggio al 3 luglio 1952, per raccogliere testimonianze sulla vita e le virtù del Servo di Dio. Fece seguito il processo rogatoriale di Roma (1952-1953) e quello addizionale di Soissons (1958-1961). Preparata la Positio secondo le norme emanate dalla Congregazione delle Cause dei Santi nel 1983, si procedette all’esame dell’eroicità delle virtù praticate dal Servo di Dio. Il 30 gennaio 1996 fu celebrato con felice risultato il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi. Il 3 febbraio successivo i Padri Cardinali e Vescovi, riuniti in Sessione Plenaria, Ponente della Causa l’Em.mo Cardinale Edoardo Gagnon, hanno dichiarato che il Servo di Dio Leone Giovanni del Sacro Cuore di Gesù Dehon ha praticato in modo eroico le virtù teologali, cardinali e ad esse connesse.
Fatta diligente relazione di tutto questo al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, il 25 marzo 1997, da parte del sottoscritto Pro-Prefetto, Sua Santità, accogliendo e ratificando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, ordinò di stendere il decreto sulle virtù eroiche del Servo di Dio.
Essendo stato fatto questo nel debito modo, convocati presso di Sé, in data odierna, il sottoscritto Pro-Prefetto, nonché il Cardinale Ponente della Causa e me Vescovo Segretario della Congregazione, insieme agli altri da convocarsi secondo la consuetudine, alla presenza di tutti questi, il Santo Padre ha solennemente dichiarato: Constare delle virtù teologali Fede, Speranza e Carità sia verso Dio che verso il prossimo, come pure delle virtù Cardinali Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza, e le altre ad esse connesse, in grado eroico, del Servo di Dio Leone Giovanni del S. Cuore di Gesù (al secolo: Leone Gustavo Dehon), Sacerdote, Fondatore della Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore di Gesù; nel caso e per l’effetto del quale si tratta.
Il Sommo Pontefice ordinò di rendere pubblico questo Decreto e di riportarlo negli atti della Congregazione delle Cause dei Santi.

Dato a Roma, 8 aprile A.D. 1997

 

† Alberto Bovone

Arcivescovo titolare di Cesarea in Numidia
Pro-Prefetto

† Edoardo Nowak

Arcivescovo titolare di Luni
Segretario

 

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