IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE
(Pedron Lino)


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titoli

Indice:

Lasciatevi riconciliare
Ciò che Cristo ha istituito
Il ministero della riconciliazione è stato affidato alla Chiesa
Il rito della Penitenza
Conclusione

 

 

 

 

 

LASCIATEVI RICONCILIARE

Ripartiamo dal centro: Dio è amore. Dio crea per amore, per dare all’uomo tutto quanto è e ha: in una parola, per sposare l’umanità.
Questo amore, annunciato, delineato nell’Antico Testamento (il tempo del fidanzamento), si concretizza e si rivela pienamente in Gesù (lo sposo dell’umanità): Dio si fa uomo perché l’uomo diventi Dio.

Il cristiano è peccatore
Senza la rivelazione dell’amore misterioso di Dio, l’uomo non sarebbe peccatore. Sarebbe imperfetto, egoista, orgoglioso, violento, corrotto, ..., ma non sarebbe peccatore, perché non saprebbe quanto Dio l’ami.
In questo senso Gesù afferma: Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora sono senza scusa per il loro peccato... Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai fatto, non avrebbero alcun peccato (Gv 15,22-24).
Il peccato è il rifiuto di fronte alla rivelazione dell’amore inaudito che Dio ha per noi; il rifiuto, o il fallimento parziale e provvisorio della nostra vocazione divina. Il peccato è il non avere un cuore, un comportamento all’altezza del nostro destino. Non avere un cuore di figlio, un cuore di Dio (cf. Lc 15,11-16).
In questa vita ogni cristiano è peccatore, perché ognuno, per quanto santo, resta ben lontano dall’amore folle di Dio vissuto e manifestato in Gesù Cristo. Ogni battezzato fervente è pertanto pungolato dalla sua stessa fede verso un cammino di conversione mai terminato su questa terra. Nessuno è più lucido del santo nel valutare il proprio peccato; nessuno più di lui ne è pentito; nessuno più di lui sente il bisogno del sacramento della riconciliazione. Le sue confessioni settimanali (o anche più frequenti) sono meno abitudinarie di quelle di chi si confessa ogni morte di papa.
Opposizione radicale all’amore di Dio è il peccato mortale: esso è rottura tra l’uomo e Dio, è adulterio, è sbattere la porta e andarsene dalla casa del Padre.
Il peccato mortale fa morire, uccide il rapporto d’amore: il peccatore, scientemente, volutamente (con piena avvertenza e deliberato consenso) taglia i ponti con Dio volgendogli le spalle e andando a cercare la propria vita verso altre sorgenti lontane.
Il peccatore, come ramo tagliato dal tronco, non riceve più la linfa divina, non dà più frutti di salvezza, si secca ed è destinato al fuoco (cf. Gv 15,6).
Al di là delle immagini, il peccatore non è più partecipe della natura divina (2Pt 1,4) perché ha spezzato il suo rapporto di alleanza con Dio. Il figlio della luce, staccandosi dalla sorgente della luce, è diventato tenebra, figlio delle tenebre.

Ma Dio è misericordia
Il peccatore sa fare i guai, ma non sa rimediarli. Ma Dio è misericordia, Dio ama i peccatori, ama i propri nemici, porge l’altra guancia, perdona settanta volte sette, ossia sempre. Il prodigo è perdonato prima ancora che faccia ritorno a casa, è perdonato da sempre, perché il padre non ha mai smesso di amarlo.
La pecorella perduta è amata nonostante i suoi sbandamenti, anzi, proprio per i suoi sbandamenti, perché è soprattutto allora che attira su di sé l’attenzione premurosa del buon pastore che lascia tutte le altre pecore per darsi completamente alla sua ricerca finché non la trova (Lc 15).
In altri termini, Dio è amore incondizionato. Non ama perché è amato, come facciamo noi, come fanno i pagani (cf. Mt 5,43-48). Ama anche quando non è amato. È questa la gratuità, la grazia. Anzi, ama perché non è amato. È questa la misericordia, perché non c’è maggior miseria che quella di non amare Dio. La bontà di Dio non viene infiacchita da nessuna ingratitudine. Dio è amore e non può fare altro che amare.
Così Dio, libero di quella libertà dell’amore perfetto, che non viene mai meno, non cambia nel suo amore. Ama sempre, anche i suoi nemici. Dà il suo sole e la sua pioggia, simboli della sua inalterabile bontà, ai campi del bestemmiatore come ai giardini delle claustrali. Il suo amore non è una risposta, una eco. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi... Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo (1Gv 4,10-19).
Egli non cambia atteggiamento, non si lascia condizionare da noi: è sempre tutto amore, tutto perdono, anche nei confronti di chi si ostina nella rottura.
L’uomo rompe, Dio non rompe mai. Non reagisce alla rottura sbarrando la porta del suo cuore. Non interrompe le comunicazioni. Padre del prodigo, sposo della prostituta (Ez 16), rimane sempre in atteggiamento di perdono, di attesa, di accoglienza.
Il peccatore beneficia sempre dell’amore incondizionato di Dio. È sempre perdonato, e perdonato in anticipo. Ha in mano un assegno in bianco sul conto inesauribile della misericordia di Dio.
Per perdonare basta Dio. Per riconciliarsi bisogna essere in due. Se il peccatore accoglie liberamente il perdono, subito avverrà la riconciliazione: Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò (Lc 15,20).

Riconciliarsi con Dio
Il perdono di Dio è costante, la riconciliazione è sempre offerta in Gesù Cristo nostro salvatore. Poiché l’amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro... Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio (2Cor 5,14-21).

Riconciliarsi con i fratelli
La riconciliazione non è solo pace fra Dio e gli uomini, ma contemporaneamente anche pace degli uomini tra loro. Dio ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà... il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (Ef 1,9-10).
In Gesù Cristo, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunciare pace... Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito (Ef 2,14-18).
Vi esorto dunque io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati... (Ef 4,1-4).
In questo modo la penitenza è anche il sacramento dell’umanità riconciliata. Il disegno di Dio è la pace, un miracolo che rovescia ogni forma di inimicizia e di guerra. La pace di Cristo pone fine alla triplice rottura (con Dio, con gli altri e con se stessi) che è appunto il peccato.
Cristo non è solamente vittima di espiazione per i nostri peccati (1Gv 2,2; 4,10), ma ci rende nuovi: Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove (2Cor 5,17).

I sacramenti della riconciliazione
Questa novità è prima di tutto Gesù stesso al centro del mondo degli uomini: Figlio di Dio incarnato, diventato uomo per gli altri, il Crocifisso che prega per i suoi carnefici, morto al peccato per tutti noi, risorto per la nostra divinizzazione.
Mediante i sacramenti il Risorto fa saltare le nostre serrature e ci attira a sé in modo da formare con lui e con tutti un solo uomo nuovo (Ef 2,15).
Il battesimo fa nascere a questa nuova realtà e ci fa entrare come membra nel corpo di Cristo che è la Chiesa. Se prendo il mio battesimo seriamente, io sono Cristo, uomo per gli altri, che perdona ai suoi carnefici, che muore per i suoi nemici.
L’eucaristia mi fa vivere in pienezza la riconciliazione. Insieme mangiamo Cristo per fare una cosa sola con lui. Insieme beviamo il suo sangue versato per tutti per la remissione dei peccati, per il perdono generale, per la pace di tutti con Dio e con l’umanità.
Non dovrebbe succedere, ma succede. Il battezzato può ancora peccare gravemente. In questo caso interviene, normalmente, il sacramento della riconciliazione.
Nel sacramento della penitenza, Dio Padre accoglie il figlio pentito che ritorna a lui, Cristo prende sulle spalle la pecora smarrita e la riporta all’ovile, lo Spirito Santo santifica nuovamente il tempio di Dio e abita più abbondantemente in esso. Infine questo ritorno a Dio si manifesta in una partecipazione rinnovata e più fervente alla mensa del Signore; il fatto che il figlio ritorni da lontano è fonte di grande gioia al banchetto della Chiesa di Dio (Nuovo rito della penitenza, 6).

 

CIÒ CHE CRISTO HA ISTITUITO

Torniamo al vangelo. Lì troveremo ciò che Cristo ha istituito e ciò che va cercato e vissuto.
Giovanni Battista apostrofa i peccatori con espressioni terribili e annuncia l’ira imminente (Mt 3,7).
Viene Gesù in mezzo ai peccatori e, come uno di loro, si fa battezzare.
Sono questi i primi passi pubblici di Gesù: passi di un peccatore, un itinerario di confessione pubblica, di penitenza pubblica. Giovanni ne proclama subito il significato: Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).

Una chiesa di peccatori
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo (Mc 1,14). Gesù non annuncia l’ira imminente o la scure alla radice degli alberi (Mt 3,7-10), ma la sua commozione e la sua compassione. Vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore (Mc 6,34). Sento compassione di questa folla (Mc 8,2).
La cosa è talmente fuori dal comune e dalle attese che Giovanni, in carcere, ne rimane scosso e gli manda a chiedere: Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettarne un altro? (Lc 7,19). Gesù risponde con i fatti e con le parole. In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. Poi diede loro (ai due discepoli inviati da Giovanni) questa risposta: "Andate a riferire a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!" (Lc 7,21-23). In altre parole: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui... (Gv 3,16-21). Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno (Gv 6,39).
Gesù non è venuto a infliggere il colpo mortale all’umanità spogliata, percossa e mezza morta, ma facendosi uomo ha preso su di sé l’umanità intera con tutte le sue ferite e si prende cura di lei pagando di tasca sua perché la storia vera è questa: l’omicida fin da principio (Gv 8,44), il brigante in cui incappò l’uomo (cf. Lc 10,30) è il diavolo; l’uomo è prima di tutto vittima e, solo in un secondo momento, carnefice; e Cristo è il buon samaritano (Lc 10,29-37), il salvatore (Mt 1,21), il liberatore dal potere delle tenebre.
Cristo, mediante la sconvolgente rivelazione della misericordia, prospetta a tutti una via d’uscita, dà un futuro radioso a coloro che non speravano più: all’adultera (Gv 8,3-11), a Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni (Lc 8,2), a Zaccheo (Lc 19,1-10), a Pietro (Gv 21,15-23), al ladrone sul Calvario (Lc 23,39-43)...
Gesù non passa oltre, dall’altra parte della strada, non si tura il naso, non chiude gli occhi: passa accanto, vede, ha compassione, si fa vicino, fascia le ferite, versa olio e vino, si fa carico, porta in luogo adatto e sicuro.
La prima immagine dell’assemblea attorno a Cristo, la prima descrizione della Chiesa ci viene presentata così dal vangelo: Mentre Gesù sedeva a mensa in casa (di Matteo), sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?". Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9,10-13).

Una celebrazione comunitaria della riconciliazione
Se Gesù ha conosciuto degli insuccessi, ciò è avvenuto solo e sempre con coloro che si reputavano giusti: allora come oggi. Sono sempre loro che s’indignano per i peccati... degli altri, che trascinano davanti ai tribunali pubblici o privati, che si appellano alla legge, che hanno il sasso in mano per l’esecuzione. L’adultera è convinta del suo peccato, ma i suoi accusatori non sono affatto coscienti del loro.
Gesù li rimanda alla loro coscienza: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei (Gv 8,7).
Le voci concitate degli uomini fanno silenzio di fronte alla parola pacata di Dio; ognuno scopre improvvisamente la propria cattiveria, la propria durezza di cuore, la propria complicità reale e profonda con il peccato di questa adultera: la trave nel proprio occhio (Mt 7,3). E ciascuno se ne va a testa bassa cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Abbiamo più voglia di giudicare i difetti degli altri che di correggere i nostri. Nessuno degli accusatori è risultato migliore di quella donna. La partenza in punta di piedi di tutti quegli accusatori è una confessione: la prima celebrazione comunitaria della penitenza!
Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.
Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo
(1Gv 1,8-10; 2,1-2).
Ci troviamo così al centro della rivelazione sul peccato e sulla remissione dei peccati.

Il sacramento dell’amore
Partendo dai gesti salvifici di Gesù passiamo a quelli che egli stesso ha voluto affidare alla sua Chiesa perché li continuasse nel suo nome.
Nel Nuovo Testamento si parla direttamente ed esclusivamente del sacramento della penitenza solo in un testo di Mt 18. Parola di Dio da cui si sprigionano in maniera stupenda e l’esigenza cristiana del rispetto delle persone, e l’amore di Dio che suscita l’amore dell’uomo. Mettiamoci riverenti in ascolto di Dio che parla!: Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro".
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello"
(Mt 18,15-35).

Il dono pasquale di Gesù
Gesù dà il suo sangue in remissione dei peccati (Mt 26,28). La sera di Pasqua si mostrò risorto ai suoi apostoli, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi". Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20,19-23).
Cristo al culmine della sua missione, costituito Figlio di Dio con potenza... mediante la risurrezione dai morti (Rm 1,4) riunisce nelle sue mani l’essenziale della missione ricevuta dal Padre e la trasmette ai suoi apostoli, ai suoi sacerdoti: dà loro il potere di perdonare i peccati.
Il dono pasquale di Gesù Cristo alla sua Chiesa e al mondo è la remissione dei peccati.
Il Salvatore istituisce il sacramento della penitenza e il potere divino dell’assoluzione. Istituisce la Chiesa come luogo, potere e strumento della remissione dei peccati.
Questa è la buona notizia che dobbiamo annunciare ad ogni creatura: ci è stata data la remissione dei peccati e, mediante essa, la risurrezione della carne e la vita eterna.
La stessa sera di Pasqua, Gesù conversando con i suoi discepoli aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati" (Lc 24,45-47).
Ricordiamo che la remissione dei peccati è data, innanzitutto, dal battesimo: Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati. Il giorno di Pentecoste Pietro disse: Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati (At 2,38).
Dopo il perdono e la salvezza conseguiti nel battesimo, il cristiano non dovrebbe aver bisogno di un altro sacramento di penitenza.
Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio (1Gv 3,9).
Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca (1Gv 5,18).

 

IL MINISTERO DELLA RICONCILIAZIONE È STATO AFFIDATO ALLA CHIESA

Abbiamo detto che il cristiano non dovrebbe aver bisogno di un altro sacramento per il perdono dei peccati, ma, purtroppo, il cristianesimo pecca e, per fortuna, esiste il sacramento della riconciliazione.
Durante i primi secoli la Chiesa accordava questo sacramento solo una volta in vita. Successivamente, preoccupata di perpetuare una misericordia che cerca la pecora matta ogni volta che si smarrisce, decise di dare l’assoluzione a ogni peccato grave, dopo che il peccatore avesse fatto penitenza dura e prolungata.
Che dire delle nostre confessioni di oggi?
Jacques Maritain scriveva: Credo che coloro i quali, molto a ragione ritenevano la confessione frequente una normale abitudine nella vita spirituale, avvertivano sempre più penosamente la discordanza tra l’idea che il peccato del mondo ha fatto morire Dio sulla croce e la stesura settimanale d’una lista di peccati correnti, sempre gli stessi, da dire senza saltarne nessuno, un po’ troppo somigliante alla lista della spesa, quando si va al mercato. Non sarebbe da augurarsi che tutti questi peccati, sempre gli stessi, divenissero oggetto di una formula di confessione recitata periodicamente dalla comunità, e seguita da un’assoluzione pubblica, riservando la confessione privata ai peccati che tormentano veramente l’anima del penitente?
In una linea più tradizionale e teologica, che lascia al sacramento il suo carattere di avvenimento, padre Congar auspica per i peccati quotidiani di fragilità, i mezzi quotidiani di perdono... senza privarsi del beneficio di confessarli esplicitamente ogni tanto, riservando la penitenza particolare per i peccati più gravi, soprattutto per quelli che hanno un’incidenza sociale.
Il 5 novembre 1970 i vescovi svizzeri prendevano questa posizione: La confessione personale non dovrebbe essere così frequente da farla scadere in un gesto abitudinario, ma non dovrebbe essere neppure così rara da perdere l’esercizio e il gusto del senso della propria responsabilità di fronte ai propri peccati.
Si tratta dunque di trovare l’equilibrio, il giusto mezzo, tra il non uso e l’abuso del sacramento della riconciliazione. Si tratta di riscoprire, in ogni caso, la presenza di Cristo misericordioso che agisce e che salva: è Lui che assolve, è Lui che perdona.
Papa Giovanni Paolo II, il 22 febbraio 1984 diceva: Mi preme, ora, sottolineare il compito della remissione dei peccati.
Spesso, nell’esperienza dei fedeli, proprio il dover presentarsi al ministro del perdono costituisce una difficoltà rilevante. "Perché - si obietta - rivelare a un uomo come me la mia situazione più intima e anche le mie colpe più segrete?". "Perché - si obietta ancora - non rivolgermi direttamente a Dio o a Cristo, e dovere, invece, passare attraverso la mediazione di un uomo per ottenere il perdono dei miei peccati?"
. Queste e simili domande possono avere una loro plausibilità per la fatica che richiede un po’ sempre il sacramento della Penitenza. Esse, però, nel loro fondo, pongono in evidenza una non comprensione o una non accoglienza del mistero della Chiesa. È vero: l’uomo che assolve è un fratello che si confessa lui pure, perché nonostante l’impegno di santificazione personale, resta soggetto ai limiti dell’umana fragilità. L’uomo che assolve, tuttavia, non offre il perdono delle colpe in nome di doti umane peculiari di intelligenza, o di penetrazione psicologica, o di dolcezza e di affabilità; egli non offre il perdono delle colpe nemmeno in nome della propria santità. Egli, auspicabilmente, è sollecitato a divenire sempre più accogliente e capace di trasmettere la speranza che deriva da una totale appartenenza a Cristo (cfr. Gal 2,20; 1Pt 3,15). Ma quando alza la mano benedicente e pronuncia le parole dell’assoluzione, egli agisce in persona Christi: non solo come rappresentante, ma anche e soprattutto come strumento umano in cui è presente, in modo arcano e reale, e agisce il Signore Gesù, il Dio-con-noi, morto e risorto e vivente per la nostra salvezza.
A ben considerare, nonostante il senso di disagio che può provocare la mediazione ecclesiale, essa è un metodo umanissimo, perché il Dio che ci libera dalle nostre colpe non si stemperi in una astrazione lontana, che alla fine diverrebbe una scialba, irritante e disperante immagine di noi stessi. Mediante la mediazione del ministro della Chiesa questo Dio si rende prossimo a noi nella concretezza di un cuore pure perdonato.
In questa prospettiva vien fatto di domandarsi se la strumentalità della Chiesa, invece che contestata, non dovrebbe, piuttosto, essere desiderata, poiché risponde alle attese più profonde che si nascondono nell’animo umano quando si avvicina Dio e si lascia da Lui salvare. Il ministro del sacramento della Penitenza ci appare così - entro la totalità della Chiesa - come un’espressione singolare della logica dell’Incarnazione, mediante la quale il Verbo fatto carne ci raggiunge e ci libera dai nostri peccati. Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli, dice Cristo a Pietro. Le chiavi del regno dei cieli non sono affidate a Pietro e alla Chiesa perché se ne servano a proprio arbitrio o per manipolare le coscienze, ma perché le coscienze siano liberate nella Verità piena dell’uomo, che è Cristo, pace e misericordia (cfr. Gal 6,16) per tutti.

 

IL RITO DELLA PENITENZA

La nuova formula di assoluzione mette in luce tutta la ricchezza del rinnovamento che avviene in chi accoglie in pienezza la grazia del perdono. Per comprendere meglio la formula è bene tenere davanti agli occhi il vangelo di Giovanni: La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi". Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20,19-23). In questo brano sono indicati chiaramente i quattro elementi messi in luce dalla nuova formula di assoluzione: Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Evidenziamo i quattro elementi fondamentali:

1) Dio, Padre di misericordia,
2) ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio,
3) ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati,
4) concede il perdono e la pace mediante il ministero della Chiesa.

Il Padre misericordioso che perdona
Prima del peccato e al di sopra del peccato, c’è la misericordia di Dio. Egli è sempre pronto a perdonare, perdona in anticipo. È detto misericordioso chi ha un cuore misero (s. Tommaso d’Aquino). La misericordia è chiamata così perché rende misero il cuore di chi soffre per il dolore altrui (s. Agostino). Qui si tratta di Dio.
Egli partecipa alla nostra miseria in modo reale, con un amore gratuito, impastato di tenerezza, fedele, che non si arrende mai. Proprio nel perdonare Dio trova la sua gioia più grande. L’ha detto Gesù: Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (Lc 15,7). Scrive s. Ambrogio: Rendiamo grazie al Signore Dio nostro che fece un’opera nella quale potesse trovare riposo. Fece il cielo, ma non trovo che ivi si riposò; fece la terra, ma non leggo che ivi si riposò; fece il sole, la luna e le stelle, ma non leggo che ivi si riposò. Leggo invece che fece l’uomo e che allora si riposò perché aveva qualcuno a cui rimettere i peccati.
Dio ha completato la sua opera creatrice nel momento in cui ha creato un essere libero che avrebbe potuto offenderlo, a cui Lui avrebbe potuto offrire nell’amore il suo perdono e, attraverso quel perdono, rivelare le ricchezze insondabili del suo cuore. Una orazione liturgica recita così: Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua ad effondere su di noi la tua grazia... (Dom XXVI).
L’onnipotenza di Dio crea da capo l’uomo con la misericordia e il perdono. Il suo amore non si arrende mai.

Dimensione pasquale del perdono
Il Padre della misericordia ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio. Dunque c’è un rapporto stretto tra il peccato e la Croce: è il peccato che ha provocato la Croce. E c’è un rapporto altrettanto stretto tra il perdono e la Croce, perché è proprio la morte di Cristo che ha distrutto il peccato. Il nostro peccato non solo ha crocifisso una volta Cristo, ma lo crocifigge di nuovo nelle sue membra, che siamo noi, ogni volta che pecchiamo. Per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia (Eb 6,6).
La Croce è stata causata dal peccato, ma è anche il rimedio del peccato. Perché piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli (Col 1,20). Cristo ha inchiodato il peccato sulla croce e l’ha distrutto. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati e per l’incirconcisione della vostra carne, perdonandoci tutti i peccati, annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce (Col 2,13-14).
Il peccato è una realtà tragicamente seria: ha fatto morire il Figlio di Dio sulla croce. Di conseguenza il perdono dei peccati è una realtà indicibilmente gioiosa: è il ritorno dalla morte alla vita. Il Padre disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15,22-24).
Il sacramento della riconciliazione è una festa. Scriveva s. Teresa di Lisieux: Tornavo a confessarmi in tutte le maggiori feste ed era per me una festa ogni volta che mi confessavo.

Dimensione pentecostale del perdono
Il momento del perdono è una nuova pentecoste. È lo Spirito del Risorto che annulla il peccato e ridona la vita di Dio. All’inizio ci ha creati il soffio di Dio (Gen 2,7), ora ci ricrea il soffio (lo Spirito) del Risorto (Gv 20,22). Così prega la Chiesa: Venga, Signore, il tuo Spirito Santo e disponga i nostri cuori a celebrare degnamente i santi misteri, perché egli è la remissione di tutti i peccati (Sabato della VII sett. di Pasqua).

La mediazione ecclesiale
Dio ci ha riconciliati a sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in favore nostro, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio. E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio (2Cor 5,18-21; 6,1). La Chiesa è lo strumento attraverso il quale Dio concede agli uomini il perdono e la pace. Essa, per volontà di Dio e non per capriccio personale o per scopi inconfessabili, entra di diritto e di dovere, nell’opera della riconciliazione: Dio ha affidato a noi il ministero della riconciliazione... Ha affidato a noi la parola della riconciliazione... Dio esorta per mezzo nostro... Siamo suoi collaboratori. Ma c’è anche un altro motivo per cui la Chiesa deve entrare in questa faccenda della nostra riconciliazione con Dio. Il peccato non ricade solo su chi lo fa. Noi viviamo in una comunità di vita e di destino, in cui non possiamo fare del male a noi senza fare, nello stesso tempo, del male a tutta la Chiesa. Il peccato commesso da me, anche nella più grande segretezza, danneggia tutto il corpo mistico di Cristo perché siamo membra gli uni degli altri (Ef 4,25). Siamo solidali nel bene e nel male. Se è così, se la Chiesa è coinvolta nel mio peccato, è chiaro che dovrà essere presente anche nel momento del perdono. Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato. Di conseguenza non mi riconcilio solo con Dio, ma anche con i fratelli, con la Chiesa. Il peccato e il perdono hanno sempre una dimensione comunitaria: il peccato e il perdono non sono mai affari miei, ma sempre affari nostri.
Rinnovati nel perdono di Dio canteremo, con la voce e con la vita, un canto nuovo: quello che nasce dall’esperienza meravigliosa dell’amore misericordioso del Padre.

 

CONCLUSIONE

Il peccato spezza o allenta il rapporto personale d’amore con Dio e con la Chiesa; quindi è un male, il peggiore di tutti i mali.
Tuttavia il peccato non ci toglie la possibilità dell’esperienza di Dio, ma ci apre uno spazio privilegiato per questa stessa esperienza. Il perdono è la realtà nella quale Dio si rende più sensibile al cuore dell’uomo, dove Dio si fa meglio conoscere, perché è lì che si rivela nel modo più sublime l’amore del Padre, un amore che va verso la miseria diventando così misericordia. Nel momento del perdono, mentre misuro l’abisso del peccato, misuro ancor più l’abisso della misericordia che lo inghiotte, e il mio grande peccato non è che una piccola pietra che sprofonda nell’oceano del suo amore.
Al di fuori di questa esperienza, c’è il rischio che la nostra conoscenza di Dio sia frammentaria e contraddittoria. Per esempio, a livello concettuale, la collera di Dio, di cui la Bibbia parla spesso, sembra il contrario dell’amore. Allora ci si chiede: Può amare Dio, mentre è adirato? E la risposta logica sembrerebbe: No! fino a quando non sarà sbollita la sua ira!
E invece no! Chi fa l’esperienza della conversione coglie il mistero di una collera che distrugge il male, e, contemporaneamente, di un amore che avvolge, preserva e trasforma chi era affetto dal male.
Come il medico combatte la malattia perché ama il malato, così Dio odia il peccato perché ama il peccatore.
Al di fuori di questa esperienza c’è il rischio di conoscere il Signore per sentito dire, mentre la parola di Dio ci invita a provare per credere: Gustate e vedete quant’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia (Sal 34,9).
L’ascesi (lo sforzo personale per evitare il peccato e avvicinarsi a Dio), se è priva dell’esperienza penitenziale, può diventare una tensione verso un sistema di giustizia analogo a quello dei farisei. Invece l’esperienza del perdono ci fa capire che è Dio che ci salva. Allora nasce spontanea l’umiltà: l’unica virtù che commuove le viscere della misericordia di Dio perché Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili (1Pt 5,5). Rileggiamo la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14) e diciamo con Maria il suo cantico (Lc 1,46-55).
L’apostolo Paolo, dopo aver avuto visioni e rivelazioni dal Signore e dopo essere stato rapito in paradiso, non si vanta se non delle sue debolezze (cf. 2Cor 12,1-6) e ci descrive la sua situazione che è tanto consolante anche per noi. Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata data una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte (2Cor 12,7-10).
Un grande autore orientale, Isacco di Ninive (sec. VII) scrive: Colui che conosce i propri peccati è più grande di chi risuscita un morto con la preghiera. Chi geme su se stesso per un’ora, è più grande di chi insegna all’universo intero. Chi conosce la propria debolezza è più grande di colui che vede gli angeli. Chi, solitario e contrito, segue Cristo è più grande di colui che gode il favore delle folle nelle Chiese (Discorso 34).
E il papa san Gregorio Magno: È più gradita a Dio una vita ardente dopo la colpa che un’innocenza che intorpidisce nella sicurezza (Regola Pastorale, III,28).
Per chi si sente perdonato, non c’è il rischio che la vita spirituale sia considerata una prodezza dell’uomo, una conquista delle sue forze. Al centro della sua vita non ci sarà più l’uomo, ma Dio che perdona. Allora nascerà la preghiera, quella genuina, che sposta lo sguardo del povero dalla propria miseria alla misericordia di Dio. Allora, diffidenti di noi, saremo totalmente fiduciosi in Lui. Niente prodezze fatte da noi, ma solo miracoli operati dal Signore e accolti in cuori umili e totalmente aperti a Lui. Il perdono ci apre le porte della più meravigliosa esperienza di Dio.
Paolo scrive: "Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rm 8,28). E sant’Agostino, commentando, non esita ad aggiungere: "anche i peccati", non certo perché il peccato sia una prodezza (è piuttosto una suprema miseria), ma per quell’arte meravigliosa che è propria di Dio: sa trarre il bene anche dal male. Perfino dal peccato!

 

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