IL PADRE NOSTRO NELLA VITA
(Pedron Lino)


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Indice:

Padre nostro che sei nei cieli
Sia santificato il tuo nome
Venga il tuo regno
Sia fatta la tua volontà
Come in cielo così in terra
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori
E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male


 

 

 

 

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI

Tertulliano, uno dei primi padri della chiesa, ha scritto: "La preghiera insegnataci dal Signore, il ‘Padre nostro’, è la sintesi di tutto il vangelo". Questa preghiera ci mette nel cuore e sulle labbra gli interessi di Dio e le suppliche dell’uomo peccatore. Essa può essere recitata a una condizione: che colui che la recita osi parlare a Dio come un figlio parla al suo papà. La prima libertà di un figlio di Dio è quella di poter chiamare Dio, Padre.
Molti arrivano a credere che c’è qualcuno sopra di noi. A costoro e a tutti noi annunciamo la verità che spiega l’esistenza dell’universo e dell’uomo: Dio è nostro padre, padre di tutti e noi tutti siamo fratelli.
Questa verità apre orizzonti nuovi e prospettive infinite al singolo e alla grande famiglia umana.
Ma qual è la natura di tale paternità divina?
È proprio il caso di chiedercelo perché anche nella maggioranza delle religioni pagane gli dèi erano designati col nome di padri: ricordiamo soprattutto Zeus "padre degli dèi e degli uomini".
Anche nell’AT Iahvè è innanzitutto il padre del popolo d’Israele (Es 4,22), che di conseguenza è detto figlio di Dio. L’idea che Dio è anche il padre del singolo israelita si trova già nel libro del Siracide (23,1.4; 51,10). Nel libro della Sapienza solo il giusto ha Dio come padre e perciò è chiamato figlio di Dio (Sap 2,13.18) e dà a Dio il titolo di "Padre" (Sap 14,3).
Dal primo secolo dopo Cristo la designazione di Dio come "Padre del cielo" diventa usuale anche tra i rabbini: con tale espressione non pretendevano spiegare la trascendenza di Dio, ma solo evitare ogni confusione con un padre terreno, umano.
Chiediamoci: è in questo senso che Gesù ci ha comandato di chiamare Dio come Padre nostro? O ci ha insegnato e dato qualcosa di nuovo e di unico rispetto agli dèi dell’Iliade di Omero o rispetto alla paternità riconosciuta a Iahvè nell’AT? Gesù presentandoci Dio come Padre suo e Padre nostro ci rivela una realtà infinitamente superiore a quanto si poteva supporre o conoscere fino ad allora.
Per comprendere meglio leggiamo il vangelo secondo Giovanni: "Il Verbo (il Figlio di Dio) venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali... da Dio sono stati generati" (Gv 1,11-13). Diventare figli di Dio... Ma non lo eravamo già anche prima? Certamente Dio è padre di tutti perché è il creatore, il principio della vita di tutti. Leggiamo nella prima Lettera ai Corinti: "C’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui" (1Cor 8,6). E nella Lettera agli Efesini sta scritto: "Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti" (Ef 4,6).
Che cosa significa dunque: "A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali... da Dio sono stati generati"?
Certamente qui il vangelo vuole esprimere una realtà nuova rispetto alla paternità universale di Dio in quanto creatore. Qui non si parla di una paternità antecedente ad ogni nostra scelta, come il fatto di essere creati da Dio e generati dal padre e dalla madre: una paternità che non possiamo né accettare né rifiutare perché decidono gli altri per noi. Qui si dice che Dio ha dato all’uomo un potere paradossale: quello di accettare o di rifiutare di essere generato di nuovo da acqua e da Spirito (Gv 3,5) per entrare nel regno di Dio, per vivere la vita nuova, la vita di Dio. Il vangelo secondo Giovanni ci ha insegnato che diventano figli di Dio quelli che accolgono Cristo, credono in lui e rinascono per mezzo del battesimo. San Paolo ci insegna la stessa cosa nella Lettera ai Galati: "Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo, perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,26-27). E nella stessa Lettera scrive: "Dio mandò il suo Figlio... perché ricevessimo l’adozione a figli" (Gal 4,5). Siamo conseguenti: prima che Dio mandasse suo Figlio non c’era la possibilità di essere figli di Dio nel senso pieno di cui si parla qui.
Quindi questa nuova nascita avviene per volere di Dio e per libera accettazione da parte nostra. Questa nostra libera adesione si attua attraverso la fede, che è l’accoglienza del Figlio di Dio, e il battesimo.
Quindi l’ingresso, come veri figli, nella famiglia di Dio dipende da questa adesione che si attua per mezzo della fede e del battesimo di acqua per coloro che conoscono Gesù; e per gli altri dalla risposta della loro coscienza illuminata dalla grazia dello Spirito: dal battesimo di desiderio. San Giovanni esclama: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1Gv 3,1).
A rigor di termini, solo i battezzati possono rivolgersi a Dio chiamandolo Padre nel senso pieno del termine, solo coloro che attraverso la nuova nascita dallo Spirito, da semplici figli dell’uomo sono diventati figli di Dio. San Gregorio Nisseno del IV secolo scriveva: "Se tu ti attacchi al denaro, se ti lasci sedurre dal fascino del mondo, se vai dietro ai desideri della carne... immagino che Dio ti risponda in questi termini: ‘La tua vita è sudicia e tu chiami Padre colui che è il Padre incorruttibile e santo?... Io non vedo in te l’immagine della mia natura: tu sei agli antipodi; quale unione può esistere tra la luce e le tenebre, quale parentela tra la vita e la morte?... È pericoloso, prima di aver emendato la propria vita, chiamare Dio: Padre’".
Dicendo questo non intendiamo impedire a nessuno di chiamare Dio "Padre" nell’ora della sofferenza, del rimorso o della speranza. È proprio e solo del Padre onnipotente amarci teneramente tutti, qualunque sia l’abisso in cui siamo caduti. È scritto infatti: "Dio nostro Padre ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza" (2Ts 2,16). Ma non dimentichiamo che Cristo ha insegnato il "Padre nostro" a dei discepoli che volevano entrare sinceramente in comunione con il Dio vivente e ai quali aveva proposto di essere perfetti come il Padre che è nei cieli. Abbiamo detto, poco fa, che dipende anche da noi diventare figli di Dio. Ora aggiungiamo che, dopo esserlo diventati, tocca ancora a noi rimanere figli veri e coerenti.
Come? Imitando il Padre con la vita. Nel vangelo Gesù invita a perdonare come perdona il Padre, ad aver misericordia e ad amare i nemici come fa il Padre. Ma per arrivare a questi comportamenti pratici bisogna che viviamo da figli convinti, obbedienti e rispettosi: dobbiamo diventare come bambini, dobbiamo diventare piccoli. Nel vangelo è scritto che il Padre ha rivelato i misteri del regno di Dio ai piccoli (Lc 10,21) e che chi vuole entrare nel regno di Dio deve diventare come un bambino (Lc 18,17).
Ma chi sono coloro che diventano come bambini? Che cosa bisogna fare per diventare piccoli?
Leggiamo il vangelo secondo Matteo: "In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: ‘Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?’. Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli’" (Mt 18,1-4).
Gesù non canonizza il bambino; non si fa illusione sui suoi difetti. Egli parla di una certa maniera di esistere che ha alla base due atteggiamenti tutt’altro che puerili: la vera umiltà e la semplicità della fede.
Diventare bambini, diventare veramente umili, diventare poveri in spirito (Mt 5,3) significa dipendere totalmente da Dio. L’uomo che vive nell’umiltà e nella verità sa che dipende da Dio in tutto ciò che è e in tutto ciò che fa. L’uomo non sarà mai "vero" fino a quando non si metterà all’ultimo posto, come servo di tutti e padrone di nessuno. Nel vangelo Gesù condanna la nostra presunzione e abbatte senza pietà la nostra falsa grandezza. Leggiamo: "Sorse una discussione tra loro, chi di essi fosse il più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: ‘Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Perché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande’" (Lc 9,46-48).
Se accettiamo la condizione di figli, di bambini piccoli quali realmente siamo, Dio rivelerà alla nostra umiltà la grandezza del suo amore di Padre.
Diciamo qualcosa anche sulla semplicità della fede. Gesù nel vangelo esalta i piccoli che credono in lui (Mt 18,6). Vi è una qualità della fede che è propria dell’infanzia; quella fede che, pur passando attraverso le vicissitudini della vita, ha saputo mantenere la semplicità originale. La fede va all’essenziale: scopre come prima realtà la paternità di Dio-Amore. Essa ha l’istinto di questa realtà primaria come il bimbo che si abbandona fiducioso sul seno materno, fonte di vita, di protezione sicura e di riposo beatificante. La fede semplice è l’istinto divino di un figlio verso il suo papà, Dio. A noi adulti capita di smarrirci nelle nostre complicazioni e di perdere ogni curiosità nei confronti di Dio, mentre il bambino assedia continuamente il padre di domande e dimostra una grande avidità di conoscere. Quando Dio non suscita in noi interesse alcuno, quando orientiamo stancamente verso di lui la nostra preghiera e la nostra vita, è segno evidente che siamo vecchi. Quando invece abbiamo fame e sete di Dio, interesse vivo e avidità di conoscerlo, allora siamo veramente come i bambini di cui parla Gesù nel vangelo.
Noi uomini dell’era moderna sentiamo maggiormente le esigenze della fraternità umana a tutti i livelli. Ma come facciamo a considerare gli altri come nostri fratelli se prima non crediamo seriamente che abbiamo un padre comune, colui che giustamente invochiamo Padre nostro?
Dopo le parole "Padre nostro" diciamo "che sei nei cieli". Queste ultime parole sono di un’importanza capitale. Senza di esse è impossibile comprendere in quale maniera e con quale orientamento di pensiero e di azione noi possiamo santificare il nome del nostro Padre, promuovere il suo regno e fare che nel mondo si compia la sua volontà. In un primo momento, questa espressione "che sei nei cieli" può dare un senso di delusione. Sembra che Cristo, dopo aver avvicinato Dio agli uomini, lo allontani di nuovo e immediatamente, e lo collochi fuori dal nostro mondo. Evidentemente dobbiamo comprendere nel modo giusto questa espressione.
La Bibbia usa i termini cielo e cieli in due accezioni diverse. La prima per indicare la realtà fisica del cielo; e insegna che il cielo, come la terra, appartiene a Dio che l’ha creato. Tuttavia, in questa realtà del cielo, la Bibbia riconosce pure un simbolo e da qui ne deriva la seconda accezione. Quello che noi vediamo alzando gli occhi, quello che scopriamo nell’immensità dei cieli creati, può evocare qualcosa dell’insondabile mistero e dell’infinito di un altro cielo: quello che noi chiamiamo dimora di Dio.
Quando noi diciamo "Padre nostro che sei nei cieli" designamo questa dimora. Per raggiungerla, Gesù, quando giunse la sua ora, dovette lasciarci, andandosene realmente (Gv 16,19-20), ma non ad abitare le profondità del nostro cielo fisico, al di là delle nebulose. La sua scomparsa dalla nostra vista significa che egli è passato da questo mondo al Padre (Gv 13,1), vale a dire che ha trasportato la sua umanità nell’amore, nella potenza e nella gloria di Dio; perché quest’altro mondo invisibile è appunto la pienezza di Dio, il possesso pieno e definitivo di Dio.
Se il Padre nostro ci ha fatto realmente suoi figli, noi apparteniamo a lui e al suo mondo fin d’ora, ed è sulla base dei valori di quel mondo che dobbiamo valutare i beni del mondo presente. Questa presenza del cielo di Dio avvolge tutta la nostra terra, la compenetra e la anima con la sua energia spirituale. Noi non la vediamo perché i nostri occhi non hanno ancora l’acutezza necessaria. Ma essa c’è, e alcuni la scoprono e ne restano illuminati. Per capirci potremmo fare un paragone con l’atmosfera che ci avvolge. In tutte le ore del giorno e della notte siamo immersi in un mondo di suoni. Miliardi di persone prima di noi hanno ignorato l’esistenza di queste onde. Cosi, fatte le dovute precisazioni, sono i non credenti nei confronti del mondo della fede. Per usare un altro paragone terra terra: i credenti hanno il transistor della fede sintonizzato sulle onde della trasmittente di Dio; gli altri non ce l’hanno e si meravigliano che i credenti possano captare realtà così misteriose: sono simili ai primitivi quando vengono introdotti nel mondo dell’elettronica o ai ciechi che non possono vedere la luce.
Questo mondo dell’amore e della gloria di Dio esiste; i credenti ne fanno esperienza e, a poco a poco, entrano più profondamente in esso e diventa loro familiare: diventa un valore grande, una realtà che convince, diventa l’unica realtà che conta e dà senso alla vita. Il credente fin d’ora fa una grande scoperta che gli altri faranno forse al termine della loro vita o al momento stesso della morte. E la scoperta è questa: la terra e il cielo nei quali abitiamo, con tutto quanto contengono, non hanno alcun senso e alcun valore se non come preludio al cielo di Dio, al cielo dell’amore e della vita eterna. Le realtà presenti hanno significato vero e definitivo se sono percepite e vissute nella fede, immerse nel mondo di Dio, nella realtà divina del Padre nostro che è nei cieli.
In altre parole dobbiamo vivere fin d’ora come veri figli di Dio e cittadini del cielo. L’apostolo Paolo ci esorta: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra" (Col 3,1-2).
Il giusto che vive di fede (Rm 1,17) valuta gli avvenimenti e le cose della vita presente secondo i criteri di Dio espressi nel vangelo di Cristo. I santi, prima di prendere delle decisioni, prima di fare qualcosa si chiedevano: "Quid hoc ad aeternitatem?", "A che cosa serve per l’eternità? Questa cosa serve per l’eternità?". E, in base alla risposta ponderata della loro coscienza, agivano nell’unico modo intelligente: secondo la fede, secondo le valutazioni di Dio. In parole semplici: i santi facevano solo cose eterne, arricchivano davanti a Dio, come ha insegnato Gesù nel vangelo: "Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore" (Mt 6,19-21).
E per fare questo non occorre sfuggire al proprio stato di vita e alle proprie responsabilità di sposi, di genitori, ai propri impegni terreni, qualunque sia il campo di attività in cui si svolge la nostra vita, perché non si può diventare santi senza compromettersi con gli altri e per gli altri, come ha fatto Cristo e come farebbe Cristo al nostro posto.
Ma è proprio perché vogliamo impegnarci nell’unico modo giusto per il bene di questo mondo che la conversione al Padre che è nei cieli si impone con maggior forza e urgenza. Gesù Cristo non sarà amato, servito e annunciato sulla terra se non quando la terra sarà evangelizzata da veri cristiani, da cristiani che si riconoscono, nel più profondo della coscienza, autentici cittadini del cielo. Nella Lettera agli Ebrei leggiamo che i nostri antenati (Abele, Enoch, Noè, Abramo e Sara) vissero da stranieri e da pellegrini sopra la terra, aspirando ad una patria migliore, alla patria del cielo, alla città che Dio aveva preparato per loro (Eb 11,13-16).
Per essere testimoni credibili del mondo misterioso di Dio, del regno dei cieli, occorre che coloro che ci incontrano e vedono il nostro modo di vivere percepiscano con chiarezza che noi abbiamo trovato il tesoro nascosto e la perla di grande valore (Mt 13,44-46): il mondo dell’amore e della vita di Dio. Bisogna che essi vedano che noi usiamo del mondo presente come se in realtà non ne usassimo (1Cor 7,29-31). Che ci comportiamo da amministratori e non da proprietari dei beni di Dio: da amministratori distaccati da tutti i beni, compresa la vita che Dio ci ha dato, pronti a lasciare tutto e a considerare tutto come perdita e spazzatura a motivo di Cristo. Lo scrive l’apostolo Paolo: "Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo" (Fil 3,7-8).
Ma come è possibile questo? Come si può vivere da veri figli e da vere figlie di Dio nel mondo d’oggi?
Il vangelo ci risponde: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile a Dio" (Mc 10,27). Dobbiamo mantenere salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuta da principio (Eb 3,14): dobbiamo aver fiducia in Dio. All’origine di ogni amore si trova sempre questa scelta, senza calcoli e senza timore, con cui l’essere che ama si mette nelle mani dell’altro, si consegna all’altro per sempre. In ogni vero amore c’è sempre una grande speranza: quella di vedere realizzarsi, per mezzo di questo amore, le promesse della vita, i desideri e le attese.
Dobbiamo riscoprire, tra le tante, la grande devozione al Padre che è nei cieli: devozione fatta di atteggiamento interiore di fiducia e di speranza, come leggiamo nella prima Lettera di Giovanni: "Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l’amore ha raggiunto in noi la perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così saremo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore" (1Gv 4,16-18).
A chi mi chiede: "Che cosa hai fatto finora nella vita e che cosa pensi di fare in futuro?" vorrei poter rispondere con tutta sincerità: "Io ho creduto in Dio mio Padre, mi sono fidato completamente di lui e non ho avuto paura di lui; per il futuro desidero che questa fiducia nell’amore che il Padre ha per me diventi sempre più vera e definitiva".
Prendiamoci la libertà e l’ardimento di chiamare Dio "Padre" ed egli realizzerà in noi questa familiarità con il suo mondo. Il Padre è in me e mi dà il gusto delle cose di Dio e la capacità di credere che io sono amato da lui e che il mio avvenire sarà un’eternità d’amore beato in lui.
Perché questo non resti un bel sogno, ma diventi la realtà più reale, dobbiamo accogliere l’invito di Gesù a ridiventare come bambini nell’umiltà e nella semplicità della fede. Perché solo l’umiltà e la fede semplice ci consentono di chiamare, in tutta verità, Dio "Padre nostro che sei nei cieli".

 

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

"Confessare Dio come Padre riassume la fede cristiana" (C. Spicq). La santità verso la quale noi andiamo è una santità di figli. Nonostante le molte tenebre che ci circondano, noi crediamo alla paternità di quel Dio d’amore che ci ha rivelato il Signore Gesù. Soltanto là è la luce che toglie le ombre dal nostro cammino.
Ogni figlio teneramente affezionato a suo padre desidera come prima cosa che suo padre sia onorato e rispettato. Ecco perché noi gli diciamo: "Sia santificato il tuo nome". E siccome l’onore di Dio è anche nelle nostre mani, in quanto i figli possono essere motivo di legittimo orgoglio o di disonore per un padre, cerchiamo di comprendere con quali mezzi possiamo onorarlo e farlo onorare: con quali mezzi possiamo santificare il suo nome. Ricordiamo brevemente qualche pagina dell’AT, in cui Dio si indigna per la maniera con cui lo tratta Israele.
Ezechiele, in un testo di sfolgorante bellezza, enumera le profanazioni di cui si sono resi colpevoli gli israeliti: "Mi fu rivolta questa parola del Signore: ‘Figlio dell’uomo, la casa d’Israele, quando abitava il suo paese, lo rese impuro con la sua condotta e le sue azioni... Perciò ho riversato su di loro la mia ira per il sangue che avevano sparso nel paese e per gli idoli con i quali l’avevano contaminato. Li ho dispersi tra le genti e sono stati dispersi in altri territori: li ho giudicati secondo la loro condotta e le loro azioni. Giunsero fra le nazioni dove erano spinti e disonorarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: ‘Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese’. Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che gli israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. Annunzia alla casa d’Israele: ‘Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio - quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi’" (Ez 36,13-26).
Geremia riporta queste parole di Dio: "Io pensavo: voi mi direte: ‘Padre mio’, e non tralascerete di seguirmi. Ma come una donna è infedele al suo amante, così voi, casa d’Israele, siete stati infedeli a me" (Ger 3,19-20).
E, attraverso il profeta Malachia, Dio rivolge ai suoi sacerdoti questa requisitoria: "Il figlio onora suo padre e il servo rispetta il suo padrone. Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta?... Dice il Signore degli eserciti a voi, sacerdoti, che disprezzate il mio nome. Voi mi domandate: ‘Come abbiamo disprezzato il tuo nome?’... Quando mi offrite un animale zoppo o malato... offritelo pure al vostro governatore: pensate che l’accetterà o che vi sarà grato?... Poiché io sono un re grande, dice il Signore degli eserciti, e il mio nome è terribile fra le nazioni" (Ml 1,6-14).
Noi cristiani, ancor più del popolo eletto d’allora, possiamo oggi far insultare il nome di Dio a causa della nostra condotta per nulla cristiana. Il vero cristiano crede in Dio che vive e ama, che fa vivere e insegna ad amare: questo è Dio Padre. Noi conosciamo il Dio che ci ha creati e ci ha generati come veri figli suoi. Noi crediamo che l’avventura umana ha un senso, che essa è illuminata e infiammata nell’intimo di sé dalla luce e dall’amore che è Dio stesso (1Gv 1,5; 4,8). E poiché non vi è speranza per gli uomini che in Dio Padre, perché senza la sua provvidenza tutto è assurdo, noi traduciamo in preghiera tutti questi molteplici sentimenti del nostro cuore: Sia santificato il tuo nome, sii tu benedetto, adorato e ringraziato.
La familiarità, che è la prima conseguenza dell’amore, diviene una degradazione dell’amore quando fa inaridire nel cuore le sorgenti del rispetto e della riconoscenza. Ciò vale per l’amore e la familiarità tra le persone umane e ancor più per i nostri rapporti d’amore e di familiarità con Dio. Spesso noi trattiamo con Dio e trattiamo di Dio in un modo indecente e con una disinvoltura superficiale che offenderebbe anche l’ultimo degli uomini. Ricordiamo che è ancora pienamente valido il comandamento: "Adorerai il Signore tuo Dio" (Dt 6,16; Lc 4,8). Senza questa adorazione non vi è vita cosciente e seria nei confronti di Dio, non vi è santificazione del suo nome.
Molti obiettano che i cristiani comuni, i laici, non possono oggettivamente fare questa esperienza di intimità e di adorazione perché vivono in uno stato di vita che non è adatto, perché il ritmo del lavoro, il chiasso, la gente e tante altre cose rendono praticamente impossibile incontrare Dio e adorarlo nel profondo del proprio cuore, "in spirito e verità".
Queste obiezioni sono scuse e motivazioni false.
L’esperienza di Dio non è incompatibile con la fatica, con la durezza dell’esistenza, con la malattia e gli affanni anche gravi della vita. Certamente ci vogliono fede, pazienza, coraggio... Ci vuole soprattutto coscienza che noi siamo nati dallo Spirito, che lo Spirito abita in noi e che lo Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili e ci fa gridare a Dio: "Abbà, Padre!".
Gesù ha detto: "È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità" (Gv 4,23-24). Qualunque sia il mestiere o l’occupazione che riempie le ore delle nostre giornate, quali che siano le nostre prove e i nostri problemi, lo Spirito di Dio è in noi e ci fa pregare con la semplicità del bambino: "Abbà, papà".
Non dimentichiamo che gli interessi di Dio hanno la precedenza sui nostri. Per raccoglierci, per entrare nel santuario del nostro cuore, è indispensabile farla finita con i ritmi superficiali dell’esistenza e svincolarsi dall’agitazione. Ciò non significa che la preghiera sia un’alienazione dalla vita e dai problemi quotidiani. No. Significa solamente che per adorare Dio in spirito e verità nei nostri cuori non possiamo restare totalmente rovesciati all’esterno di noi stessi. L’equilibrio nella preghiera sta nel cercare il Padre senza smarrire i fratelli, nell’entrare in noi senza alienarci dagli altri, nel trovare Dio negli uomini e gli uomini in Dio. San Paolo scrive a Timoteo: "Uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù" (1Tm 2,5). Ma noi cristiani partecipiamo alla sua missione. Cristo ci associa alla sua opera come membra del suo corpo e ci affida la cura e la responsabilità del mondo intero. E il primo mezzo potente che Dio ci ha dato per collaborare con lui è la preghiera di intercessione. Ricordiamo l’intervento di Abramo in favore di Sodoma (Gen 18) e l’audacia del profeta Isaia: "Voi, che rammentate le promesse al Signore, non prendetevi mai riposo e neppure a lui date riposo, finché non abbia ristabilito Gerusalemme e finché non l’abbia resa il vanto della terra" (Is 62,6-7).
Il vangelo secondo Luca, al testo della preghiera insegnata da Gesù ai discepoli, il Padre nostro, fa seguire immediatamente l’esempio dell’amico importuno che viene esaudito per la sua insistenza. E Gesù continua il suo insegnamento sull’efficacia della preghiera insistente con queste parole: "Ebbene io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto! Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!" (Lc 11,9-13).
E san Paolo scrive a Timoteo: "Ti raccomando, dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,1-4).
Qualcuno obietta: "Perché pregare se Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e Gesù stesso ci ha detto: ‘Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate’ (Mt 6,8)?. Abbiamo forse la presunzione di cambiare la volontà di Dio e i suoi progetti infinitamente sapienti?". Qual è dunque il compito della preghiera?
Per capire il significato e la portata della preghiera di intercessione dobbiamo capire che Dio vive in un eterno presente. Quando noi formuliamo una preghiera di domanda, egli non ci può rispondere: "Sei arrivato troppo tardi, ormai avevo già deciso", o cose di questo genere, perché il nostro appello lo raggiunge nell’eterno presente, perché non esiste un momento in cui Dio stabilisce le sue leggi e le sue decisioni e un altro nel quale ci ascolta ed esaudisce o respinge le nostre preghiere. Questo porre in Dio un prima e un dopo è un’illusione di noi minuscoli uomini avvolti nel tempo. La nostra preghiera, dunque, trova il giusto peso e il giusto posto nella sua decisione. E poiché è lui che ha voluto così, noi partecipiamo ai suoi decreti: in un certo modo deliberiamo con lui, ponendo sulla bilancia tutto il peso del nostro amore.
Cristo nel vangelo ci esorta così vivamente a pregare e ci propone come modelli da imitare quelli che gridano verso il Padre giorno e notte (Lc 18,7-8), che si può asserire non solo che Dio tiene conto delle implorazioni degli uomini, ma anche che è lui stesso che le sollecita e che fa dipendere da esse l’attuazione di alcuni dei suoi voleri. Tale collaborazione è una specie di condivisione di responsabilità. San Paolo ha scritto: "Noi siamo i collaboratori di Dio" (1Cor 3,9). Dobbiamo rinnovare la nostra fede e le nostre convinzioni su questo ruolo e su questo potere che Dio ci ha affidato. S. Caterina da Siena afferma che un giorno il Signore le rivolse queste parole: "Io ti invito a domandarmi misericordia per il prossimo e per il mondo intero".
Qualcuno obietta: "Io ho pregato tanto e non ho avuto risposta, ho chiesto e sono rimasto a mani vuote. Come potete dire che Dio esaudisce la nostra preghiera e richiede la nostra collaborazione?". Il Signore mette delle condizioni all’esaudimento della preghiera e specifica bene che cosa è disposto a concederci. Leggiamo solo qualche frase del vangelo: "Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato" (Gv 15,7). C’è un "se": se rimanete in me. Cosa significa rimanere in lui? Lo dice Gesù nella continuazione del brano ora citato: "Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore" (Gv 15,10). Se noi trasgrediamo i comandamenti di Cristo e non vogliamo vivere secondo il vangelo, il Padre non ascolta le nostre preghiere perché sicuramente non chiediamo cose buone. Nessun padre dà cose cattive ai suoi figli e tanto meno Dio. Leggiamo ancora due frasi del vangelo: "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto" (Mt 7,7-8). Letto fino a questo punto il vangelo sembra non porre alcuna condizione e Dio può sembrarci un distributore automatico o un burocrate che firma i documenti di concessione senza leggerne il contenuto. Ma il vangelo continua e ci fa comprendere che se Dio esaudisse tutte le nostre richieste senza vagliarle non sarebbe "il Padre" . Il padre non dà cose cattive ai figli e non li esaudisce quando chiedono cose pericolose o sbagliate: "Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano" (Mt 7,11). E il vangelo secondo Luca dice: "Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono" (Lc 11,13).
Lo sappiamo che qualcuno resta deluso di fronte a queste cose che il Padre dà (come il bambino avido di goloserie resta deluso davanti alla minestra e alla bistecca preparate amorosamente dalla madre) e più ancora resta deluso di fronte al dono dello Spirito che è Dio in persona. Come il figlio capriccioso, qualcuno pensa e dice in cuor suo, bestemmiando: "Cosa me ne faccio dello Spirito santo e di tante cose buone secondo Dio. Io voglio che non faccia morire quella persona cara, che faccia guarire quel mio amico, che faccia vincere il concorso per il posto di lavoro a mio figlio. Questo io voglio". A questi tali ha già risposto chiaramente e inequivocabilmente Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Diciamo senza esitazione che il dio-distributore-automatico, il dio tappabuchi, non esiste: esiste Dio Padre. E per il padre le cose buone non sono sempre quelle che i figli vogliono lì per lì. Quanti di voi sono genitori lo sanno bene che i contrasti in famiglia nascono spesso proprio dalle diverse vedute e dalle diverse volontà tra genitori e figli. Ma mentre per un genitore umano possiamo ammettere che sia cattivo (Mt 7,11; Lc 11,13) o ignorante, questo non possiamo assolutamente dirlo nei confronti di Dio.
Possiamo quindi concludere che Dio ci esaudisce sempre, ma alla sua maniera, secondo la sua volontà. E la volontà di Dio Padre, che è amore, vuole sempre il nostro vero bene. Diciamo quindi sempre e senza esitazioni: "Sia santificato il tuo nome, sii tu benedetto, lodato e ringraziato anche quando non mi esaudisci secondo i miei desideri, anzi, proprio e soprattutto allora, perché è segno evidente che mi ero sbagliato nelle richieste, che non avevo capito i miei veri interessi, che stavo facendo un cattivo affare. Ti ringrazio e ti benedico perché tu correggi gli errori delle mie domande e scrivi diritto anche sulle mie righe storte".

 

VENGA IL TUO REGNO

Il regno di Dio verrà anche se noi non lo domandiamo. Sì, il regno di Dio verrà anche se noi stiamo zitti. Dipende da noi lavorare e pregare per non esserne esclusi. Ma è anche vero che senza la conversione dei nostri cuori e il lavoro delle nostre mani qualcosa del regno, legato alla storia, non verrà sulla terra. Quindi noi sappiamo che il regno non verrà senza che noi glielo domandiamo perché esso, per una parte, dipende da noi che siamo i collaboratori di Dio (1Cor 3,9). Il regno di Dio è la vita di Dio comunicata alle sue creature. Dice Gesù: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). E ancora: "Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra" (Lc 12,49). Vita abbondante e fuoco non sono due realtà smorte, ma indicano appunto vita robusta, vivacità, entusiasmo, slancio, zelo irresistibile per portare la conoscenza e la vita di Dio ai vicini e ai lontani. Chiedere: "Venga il tuo regno" è domandare di avere in sé la vita di Dio per farla traboccare agli altri, essere infuocati dallo Spirito di Dio per infuocare il mondo. Spesso ci domandiamo: "Andremo a evangelizzare i lontani o ci fermeremo a risvegliare i vicini scuotendoli dalla loro pigrizia e liberandoli dalle illusioni della loro pratica religiosa? Daremo la precedenza ai giovani o punteremo decisamente sulla evangelizzazione degli adulti e delle famiglie?".
Le esigenze sono tante. Tutte le scelte preferenziali possono avere una loro motivazione seria e sincera. Ma Cristo ci ha insegnato che egli è venuto ad evangelizzare i poveri: non vi è alcuna considerazione umana che possa prevalere su questo diritto evangelico. E i poveri sono coloro che hanno più bisogno di Dio, i lontani, le pecore perdute, quelli che sono meno amati e desiderati.
Certamente nessuno deve essere escluso dalla nostra preghiera e dalle opere del nostro apostolato: dobbiamo abbracciare con amore appassionato ogni uomo. E tale amore, se domanda che dappertutto sia predicata la fede, celebrata l’eucaristia e testimoniata la carità, è sicuro di non dimenticare nessuno. Il cristiano cattolico deve volgere lo sguardo e aprire la mente e il cuore alla chiesa universale e al mondo intero. Le nostre preghiere spesso sono ottuse, egoiste e bolse: sono indirizzate a Dio quasi esclusivamente per i nostri fratelli di sangue, per la nostra famiglia e per i nostri amici; diciamo solo preghiere interessate ed egoiste. Noi siamo premurosi di affidare alla tenerezza di Dio quel parente, di far celebrare la messa di suffragio per un nostro amico e, via di seguito, tutto e sempre per i miei e soltanto per i miei. Dimentichiamo che noi, i nostri parenti e gli amici facciamo parte della grande famiglia di Dio, del regno di Dio. Dimentichiamo che il legame del sangue è stato superato dal legame della fede e che la nascita da Dio ha superato e surclassato la generazione umana. Ma allora non dobbiamo più pregare per le nostre famiglie, per i parenti, gli amici, i vicini e i connazionali?
Sì, dobbiamo pregare per loro che sono il nostro prossimo più prossimo, ma non per le semplici motivazioni che derivano dalla carne e dal sangue, ma ricordando che il nostro parente fa parte della famiglia di Dio. Cerchiamo di non estrarlo dal popolo di Dio nel quale il battesimo l’ha introdotto. Parliamo pure a Dio dei nostri familiari e dei parenti, ma non dimentichiamo gli altri, diversamente la nostra preghiera non è amore, ma la solita ricerca di noi stessi e dei nostri interessi, del nostro piccolo regno e della nostra stupida volontà. Voi capite quale vera conversione opererebbe nella nostra preghiera un tale riconoscimento dei diritti altrui, un riconoscimento degli orizzonti universali della famiglia di Dio, nella quale siamo inseriti. Dire: "Padre nostro... venga il tuo regno" significa prima di tutto chiedere che Dio abbatta dentro di noi tutti gli steccati e le divisorie, che curi la nostra miopìa spirituale, la quale non ci permette di vedere un palmo più in là di noi e dei nostri.
Dobbiamo convertirci anche nel modo di pregare. Nel nostro intimo colloquio con il Padre non si tratta più di concedere un posto agli altri per pura generosità o per motivi di amicizia e di parentela. Nel corpo mistico di Cristo noi diventiamo oggetto di una esigenza quasi infinita. Attraverso il tempo e lo spazio è la moltitudine di tutti gli uomini, cristiani e non, che ci chiedono imploranti di intercedere presso il Padre perché venga il suo regno.
Sì, proprio la preghiera al Padre è il primo e più indispensabile modo per rispondere alle richieste che i fratelli ci rivolgono. Ma va curata la nostra sordità: non sempre sentiamo, o vogliamo sentire, le invocazioni di aiuto dei vicini, quasi mai quelle dei lontani.
Turarsi le orecchie per non sentire è una cattiva soluzione e un cattivo affare perché il Padre ha pietà di noi come noi abbiamo pietà degli altri e ascolta le nostre invocazioni come noi ascoltiamo, e se noi ascoltiamo, le invocazioni degli altri (1Pt 3,7). Dobbiamo anche convertire l’atteggiamento interiore della nostra preghiera. Vi è una maniera di invocare la conversione degli altri che dimostra un fariseismo scandaloso, che fa della nostra preghiera un gesto da benefattore invece che un servizio ai fratelli che hanno diritto alla nostra preghiera e alla nostra carità.
È pure un atteggiamento farisaico pregare per gli altri tirandoci fuori dal mazzo, pregare per la conversione dei poveri peccatori, che sono gli altri. No. Preghiamo per noi peccatori, perché il regno venga in noi, senza prendere l’atteggiamento di chi sta al sicuro sulla riva mentre gli altri rischiano di affogare, gli altri, i soliti altri. No. Siamo tutti solidali nel bene e nel male perché Dio Padre ci ha inseriti come membra vive nell’unico corpo di Cristo suo Figlio.
I nemici del regno sono gli spiriti del male. San Paolo ci esorta e ci istruisce: "Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti" (Ef 6,11-12). Gesù ci ha insegnato che "questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera" (Mc 9,29).
Molti hanno un’idea molto semplicistica della preghiera: un grande silenzio nella serenità di una chiesa, lontani dal mondo, in un’atmosfera rarefatta e immersi in un mare di dolcezze spirituali. Se preghiamo perché venga il regno di Dio, allora la preghiera diventa un combattimento, perché non esiste essere umano o comunità di uomini, battezzati e non, che non opponga terribili resistenze al regno di Dio. Si ritiene che certi ambienti siano più accessibili e più aperti al messaggio cristiano, e forse lo sono. Ma provate a presentare ad essi il messaggio evangelico in tutto il suo rigore e vedrete quale accoglienza vi faranno anche le anime che credevate disponibili e preparate!
"Venga il tuo regno" è un’invocazione che possiamo dire o gridare solo con tanto dolore e tanta speranza.
Sì, noi sappiamo che la grazia di Dio lavora segretamente nei cuori ad ogni latitudine della terra, ma sappiamo anche che molti rifiutano di ascoltare Dio che parla. Cercate pure tutte le spiegazioni e le scusanti che volete, ma resta pur sempre vera la parola di Gesù: "Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato" (Gv 15,22). Non giudichiamo nessuno e non condanniamo nessuno, affidiamo noi stessi e tutti gli uomini alla misericordia infinita di Dio, a condizione però che questo non vada a scapito di un amore e di un impegno che devono provare angoscia. Quando diciamo: "Venga il tuo regno", fermiamoci e lasciamo che penetri in noi quella parola terribile: "Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato", e facciamo salire verso il Padre un’ardente invocazione, colma di dolore e bagnata di lacrime, in favore di quelli che adesso "non hanno più scusa per il loro peccato".
Quando parliamo a Dio del suo regno, non inganniamoci sulla natura di questo regno, non prestiamo a Dio le nostre idee, le nostre immaginazioni, i nostri sogni, perché vi sono svariate maniere di interpretare questo regno, sia quando si tratta della sua crescita tra i cristiani, sia quando si tratta di iniziarlo in paesi e società dove Dio non è ancora conosciuto. Diciamo con chiarezza che la chiesa non ha la missione di governare i popoli e di regolare i loro affari nel nome del Signore, ma non può neppure limitarsi ad un’azione spirituale senza alcuna influenza sulla vita temporale delle nostre città perché in questo modo abbandonerebbe al suo destino la natura, la storia, l’universo, l’uomo...
L’ordine temporale, pur conservando la sua autonomia, deve essere compenetrato di giustizia e di carità nelle strutture economiche, sociali e politiche: non si può abbandonarlo a quel baratro di egoismi, di interessi e di false civiltà che calpestano gli sventurati. Ma, come Cristo proclamò davanti a Pilato, i mezzi scelti non sono quelli della potenza, ma si chiamano povertà, umiltà, sofferenza, dedizione assoluta di sé, servizio per amore. Dicendo "Venga il tuo regno" chiediamo di promuovere il regno di Dio secondo il suo genuino pensiero e con dei mezzi che non siano mai difformi dai suoi. Chiediamo a Dio che ci faccia capire, con sempre maggiore chiarezza, che cosa vuole esattamente che "venga". I segreti del regno, ha detto Gesù, sono nascosti ai dotti e ai sapienti e rivelati ai piccoli. E allora come prima cosa chiediamo a Dio l’umiltà, la capacità di diventare bambini per capire quello che i grandi e i dotti di questo mondo non possono capire, affinché dovunque "venga" il regno di Dio che è "regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace".

 

SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ

Se tutta l’umanità capisse la volontà di Dio, il nome del Padre sarebbe santificato, e il suo regno si stabilirebbe in un mondo riconciliato. Che cos’è la volontà di Dio? Come possiamo conoscerla? Qui, il "Padre nostro" tocca sempre più in profondità e sul vivo la relazione tra il Creatore e i suoi figli. Che cos’è la volontà di Dio?
Riportiamo solo alcune risposte che ci fornisce la parola di Dio. "Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,34). "Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà... Il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra" (Ef 1,9-10). Il progetto definitivo della volontà divina è "che Dio sia tutto in tutti" (1Cor 15,28). Dobbiamo accettare senza restrizioni questo punto di vista vastissimo, universale, perché il rischio di ridurre la volontà di Dio a quattro storie che ci stanno a cuore è grande e tutt’altro che teorico. È un errore madornale il cercare i voleri particolari di Dio sulle nostre vite senza tener conto del mistero d’amore a cui tutta la creazione è invitata a comunicare. Istintivamente ciascuno pensa a sé e ai suoi rapporti personali con Dio. È sbagliato? No, a condizione di non isolare mai dal resto del mondo il dialogo che noi intratteniamo con Dio, a condizione che sappiamo superare quel maledetto individualismo che è egoismo, che è il contrario della fraternità e dell’amore.
Quindi la volontà di Dio è, in primo luogo, la salvezza e la felicità di tutti in Cristo, l’ingresso dell’umanità intera nella casa del Padre.
Fare la volontà di Dio significa anche realizzare la missione che Dio ci ha affidato: fare con Dio la storia sacra dell’umanità, collaborare con tutti i mezzi a riunire, a ricapitolare tutto in Cristo.
Che cosa devo fare per conoscere la volontà di Dio su di me? Se ho capito che Dio è mio Padre, sicuramente, la prima volontà concreta di Dio su di me è che io sia suo figlio e mi comporti da figlio. Ma anche qui facciamo attenzione all’individualismo molto radicato nelle nostre abitudini, comprese quelle religiose, che ci fa chiedere al nostro Dio una parola "privata", personale, destinata esclusivamente a noi. Abbiamo un esempio molto eloquente nel vangelo: "Maestro buono che cosa devo fare per avere la vita eterna?" E Gesù risponde: "Osserva i comandamenti". Abbiamo tutti una grande voglia di essere dei solisti della vita cristiana, mentre il Signore ci invita ripetutamente a pregare in coro: "Padre nostro... dacci... rimetti a noi... non ci indurre... liberaci".
La vocazione di ciascuno di noi è prima di tutto la vocazione di tutti: "Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo" (1Cor 12,13). Alcuni, per sapere infallibilmente ciò che Dio vuole da loro, attendono dei segni personali e inequivocabili. E il silenzio di Dio sconvolge la loro sensibilità, li irrita, e mette in profonda crisi la loro fede. Non hanno ancora capito che Dio ha già parlato. San Giovanni della Croce fa dire a Dio: "Considerate mio Figlio... Egli dice ogni mia parola, dà la mia risposta, è la mia visione, è la rivelazione... Colui che mi chiede che gli parli e gli riveli qualcosa, è come se mi domandasse di nuovo Cristo... affinché ricominci la sua vita e torni a morire". Unendoci ai discepoli di Cristo e obbedendo alle leggi del vangelo sentiremo il Signore che ci parla: "Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano" (Lc 11,28): nella parola di Dio rivolta a tutti troveremo la sua risposta personale per ognuno di noi. Quindi ripetiamo che la vocazione di ciascuno è essenzialmente la vocazione di tutti: l’universale vocazione alla santità, come ci insegna il capitolo V della Costituzione dogmatica sulla chiesa del Concilio Vaticano II. Ciò non impedisce, anzi richiede espressamente, che ciascuno abbia la sua propria maniera di amare Dio e il prossimo secondo le diversità dei carismi e dei ministeri (1Cor 12,4-11).
Da dove si può desumere la propria vocazione, e quindi la volontà di Dio, da chi e da che cosa bisogna lasciarsi guidare? Rispondiamo: dagli avvenimenti e dalla propria coscienza. Il gioco delle circostanze, le situazioni concrete, le influenze e le interferenze degli altri contribuiscono alla realizzazione o al fallimento della nostra vocazione. Favorevoli o sfavorevoli che siano, gli avvenimenti sono per noi delle indicazioni, dei punti di riferimento e degli incitamenti. In seguito ad un fatto inaspettato, la vita di molti personaggi della storia e di molti santi ha cambiato totalmente corso. Ricordate Saulo sulla via di Damasco, o qualche avvenimento che ha rivoluzionato la vostra vita. Per reagire contro le violenze sociali di un’epoca o di un ambiente sono nate vocazioni elevate e forme di donazione e di amore che hanno fatto storia. La vocazione dei santi, di quelli noti e di quelli ignoti, è sempre una risposta d’amore agli avvenimenti del loro tempo. Le situazioni di male, di ingiustizia e di peccato provocano il cristiano a un impegno fattivo e senza riserve: questa è la sua vocazione, questa è la volontà sicura di Dio. Bisogna saper accettare e vivere in maniera assolutamente positiva tutto quello che la provvidenza e l’amore infinito del Padre vuole o permette. Un tale atteggiamento di accettazione trasforma l’avvenimento, sopprime i suoi frutti di morte e lo trasforma in avvenimento di storia sacra per il singolo, per la chiesa e per il mondo.
L’apostolo Paolo ha scritto: "Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno" (Rm 8,28).
Tale certezza tuttavia non basta. Abbiamo detto che la nostra vocazione, la volontà di Dio, si deve desumere dagli avvenimenti e dalla propria coscienza. San Paolino da Nola del V secolo proclamava che nei fedeli "respira lo Spirito santo" (Ep. 23). E san Paolo scrive ai Romani: "Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm 12,2). E ai Colossesi: "Non cessiamo di pregare per voi e di chiedere che abbiate una conoscenza piena della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio" (Col 1,9-10).
È nella familiarità con lo Spirito di Dio, che abita in noi, che scopriamo il nostro cammino. L’apostolo Paolo scrive: "Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio" (Rm 8,14).
"Sia fatta la tua volontà": pronunciamo queste parole non come chi si prepara alla fuga per non lasciar sconvolgere la propria vita, ma con una reale confidenza nella tenerezza di Dio, con una reale disponibilità di fronte all’avvenire, e ci sarà data quell’intelligenza spirituale che cerchiamo.
Una preghiera che dialoga con il Dio vivente fa presentire e decifrare nell’intimo del cuore ciò che la ragione non ha ancora compreso e ammesso. Nella preghiera di ogni giorno troveremo la luce e la forza per le scelte quotidiane conformi alla volontà di Dio. Non basta certamente conoscere la volontà di Dio, bisogna esserle fedeli.
Un giorno Gesù fece questa confidenza ai suoi discepoli: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera" (Gv 4,34). Tutti i santi e le sante hanno illustrato magnificamente con la loro vita questa affermazione.
Ma la volontà di Dio non va addomesticata, accomodata ai nostri gusti e desideri: sarebbe tradirla. Dobbiamo combattere contro la nostra natura e la nostra paura. Contempliamo il comportamento esemplare del nostro modello Cristo Gesù: "E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: ‘La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me’. E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: ‘Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! però non come voglio io, ma come vuoi tu!... Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà’" (Mt 26,37-42).
Il Figlio di Dio ha provato prima di noi e più di noi la distanza terribile che può intercorrere tra ciò che vogliamo noi e la volontà del Padre.
Agli occhi di Cristo la volontà del Padre prendeva una forma ben precisa: la morte. Ai nostri occhi prende, volta per volta, la forma precisa di avvenimenti dolorosi, separazioni, ingratitudini... e infine verrà anche per noi il momento della verità: la morte. Noi spesso siamo tristi perché temiamo l’ignoto. Un fitto mistero grava sul nostro avvenire. Allora volgiamo altrove lo sguardo per non vedere, ci turiamo le orecchie per non sentire, per non intendere quello che Dio ci sta chiedendo o ci chiederà. Strano atteggiamento! Quale immagine ci siamo fatti del volto di Dio Padre? Chi lo ha raffigurato davanti a noi come un essere insaziabile, sempre in cerca di dolori da infliggerci, che gode nel vedere la nostra vita depressa e sempre minacciata? Noi cristiani respingiamo le filosofie che mostrano l’assurdità del nostro destino e contrapponiamo a queste brodaglie il cibo saporoso della fede in un Dio che è amore, e poi diamo lo spettacolo di gente impaurita, che rende anch’essa assurdo, più assurdo ancora, l’amore da cui affermiamo di essere amati, che dà un’immagine grottesca delle relazioni di un figlio di Dio con suo Padre.
Il buon Dio non ci chiede di anticipare la sua volontà o di scavalcare la sua provvidenza. Ci chiede di non stagnare nella mediocrità per schivare prove che forse non ci saranno mai. Ci chiede di sdrammatizzare l’avvenire e di toglierci dalla testa tutte quelle stupide fantasie catastrofiche che ci allontanano dalla santità. La nostra vita è nelle mani di Dio, nostro Padre onnipotente, il quale sa di che cosa abbiamo bisogno (Mt 6,8). San Paolo scrive: "Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla" (1Cor 10,13).
La vita cristiana non è una guerra contro dei fantasmi. C’è un nemico reale ed è dentro di noi: dobbiamo combattere con quella parte della nostra mente e del nostro cuore che si oppone a Dio. Questa è la vera lotta. Il Signore ci ha avvertiti: "Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt 7,21). Perché la tragedia delle nostre vite è questa: diciamo con sincerità "Signore, Signore", testimoniamo il nostro attaccamento al cristianesimo, declamiamo il nostro amore incondizionato a Dio. Ma se non lottiamo contro questa parte di noi che dice no a Dio, noi inseriamo la menzogna nelle nostre pratiche religiose e, in qualche modo, le rendiamo sterili. La volontà di Dio cozza contro i nostri istinti di uomini peccatori. Lo scopo primo di ogni preghiera e di ogni sacramento è precisamente questo: farci morire a noi stessi, al nostro uomo vecchio, al peccato, alla nostra volontà che si oppone alla volontà del Padre. Vincere se stessi, o meglio, lasciarsi vincere da Dio richiede tempo e impegno. Ma la lotta non deve cessare se vogliamo obbedire al Signore della nostra vita, al Padre.
C’è poi un secondo nemico reale: il mondo. Troviamo sempre dei complici accanto a noi, simpatici e invitanti. Quante pagine miserabili della nostra storia personale non sarebbero mai state scritte se il tale o la tale fossero andati per la loro strada! Il nostro più grande nemico è il principe di questo mondo (Gv 12,31). Coloro che si lasciano traviare da lui, san Giovanni li chiama "figli del diavolo" (1Gv 3,10). Il diavolo esiste e si accanisce ad ingannare l’uomo e a dilatare a dismisura ogni forma di male nel mondo. Ascoltiamo le gravi parole dell’apostolo Giovanni: "Non amate né il mondo né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!" (1Gv 2,15-17). Ecco dunque la doppia lotta che dobbiamo affrontare, contro noi stessi e contro il mondo. In questa lotta, che è la vita cristiana, la prima e l’ultima parola spetta alla preghiera. La preghiera ci ottiene da Dio la docilità, l’obbedienza, e inclina il nostro cuore verso Dio. "Nel vero rapporto della preghiera non è Dio che intende quello che gli si chiede, ma colui che prega e continua a pregare fino a intendere ciò che vuole Dio" (S. Kierkegaard). Il saggio Tobia ci esorta: "Convertitevi a lui con tutto il cuore e con tutta l’anima per fare la giustizia davanti a lui, allora egli si convertirà a voi e non vi nasconderà il suo volto" (Tb 13,6). Se chiediamo sinceramente a Dio di fare la sua volontà egli ci esaudirà e farà la nostra volontà perché la nostra volontà e la sua saranno diventate l’unica, identica volontà: una totale volontà di bene e d’amore.

 

COME IN CIELO COSÌ IN TERRA

Ogni volta che un’anima recita il "Padre nostro", sotto qualunque cielo, essa prega Dio anche per me. Al trettanto avviene ogni volta che io recito il "Padre nostro": parlo a Dio per tutti. Imploro il suo regno, la sua volontà, il nostro pane, il perdono e la liberazione dal male per tutti. Quale potenza Dio ci ha posto nelle mani! La preghiera di uno solo ha il potere d’innalzare a Dio tutto e tutti.
Prima di iniziare la seconda parte del Padre nostro dobbiamo fermarci davanti a quella frase alla quale di solito si fa poca attenzione: "Come in cielo così in terra". Questa espressione ha in sé una ricchezza tale che merita di essere studiata per se stessa. Essa completa le prime domande del Padre nostro che concernono Dio e illumina potentemente quelle che seguono e che riguardano l’uomo. Essa congiunge in una maniera indissolubile la nostra terra, la terra della fame, delle offese e del male, al cielo di Dio.
Tanto per cominciare, non limitiamo alla sola terza domanda "sia fatta la tua volontà" la determinazione "come in cielo così in terra". Alcuni padri della chiesa l’hanno estesa ai versetti precedenti e il catechismo del concilio di Trento fa altrettanto. Per santificare il nome del Padre, per pregare e operare affinché venga il suo regno, per compiere in tutto la volontà di Dio, la terra ha un modello: il cielo. E per cielo intendiamo quella parte dell’umanità che seguendo Cristo è già penetrata "fin nell’interno del velo del santuario dove Gesù è entrato per noi come precursore" (Eb 6,19), quegli uomini e quelle donne che, al termine del loro pellegrinaggio terreno, ci hanno preceduto nella casa del Padre e sono diventati gli eletti.
Il cielo, che è come il soggiorno di Dio, il mondo del suo amore, della sua gloria e della sua potenza ha un nesso, una parentela con la nostra povera terra. L’esistenza sulla terra ha un senso, una direzione e una spiegazione se esiste questo cielo di Dio. Man mano che passano gli anni della nostra vita sulla terra, il centro di gravità della nostra esistenza di credenti si sposta: esso si pone sempre più in Dio. Il fine della terra è il cielo. Scrive l’apostolo Paolo: "Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (Rm 8,22-23). E san Pietro riassume tutte le angosce e le speranze di quelli che soffrono quando scrive: "Secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (2Pt 3,13). La precisazione, introdotta da Cristo nel "Padre nostro", "come in cielo così in terra" definisce e chiarisce per noi ciò che dobbiamo invocare: che la terra, a poco a poco, diventi il cielo. Questo sogno, apparentemente irrealizzabile e folle, è la vocazione che Dio ha dato alla terra e noi collaboriamo a quest’opera esaltante facendo la volontà di Dio. Scrive Origene: "Se viene fatta la volontà di Dio sulla terra come in cielo, tutti noi diventiamo cielo".
Preghiamo dunque: "Padre nostro sia santificato il tuo nome come in cielo così in terra, venga il tuo regno come in cielo così in terra, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra".

 

DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

Dopo che le cose riguardanti il Padre - l’onore del suo nome, il suo regno e la sua volontà - sono diventate cose nostre, il Padre, allo stesso modo, fa suoi i nostri interessi. Il pane quotidiano degli uomini, il perdono delle loro colpe e la guarigione dei loro mali gli stanno a cuore tanto quanto i propri interessi.
San Francesco d’Assisi quando trovava per terra un pezzo di pane calpestato, prima di raccoglierlo, si inginocchiava e gli chiedeva perdono per quell’oltraggio. Noi cogliamo il senso di un tal gesto e diciamo: "Padre, dacci quel pane sacro e ciò che esso rappresenta: l’indispensabile, il necessario per la vita". Pregare non è chiedere l’elemosina, ma offrire la propria collaborazione a Dio. Su questa terra la sorte del regno di Dio e la nostra vita quotidiana dipendono insieme dal Padre e da noi. Il regno di Dio e il pane quotidiano richiedono la nostra preghiera al Padre e i nostri sforzi, il nostro lavoro, il sudore della nostra fronte. Il regno di Dio e il pane dell’uomo non vanno mendicati, ma pregati e guadagnati. Ciò non mette per nulla in discussione l’elemosina e l’aiuto ai poveri. Gesù ha detto: "I poveri li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete" (Mc 14,7). Non chiudiamo la mano, rifiutando di dare al prossimo sfortunato nel quale è presente Gesù proprio nel momento in cui eleviamo le mani aperte verso il Padre per ricevere. Gesù ci insegna a chiedere il pane "nostro", il pane da tenere per noi e quello da distribuire agli altri: se lo teniamo tutto per noi siamo dei ladri. Il Padre fa affidamento su di noi perché collaboriamo con lui: la provvidenza di Dio passa, ordinariamente, attraverso il nostro cuore e le nostre mani.
Ora ci chiediamo: "Qual è l’oggetto preciso di questa nostra richiesta al Padre? Di quale pane si tratta?
Naturalmente di tutto il pane, del pane che nasce dalla terra e di quello che è disceso dal cielo, del pane della nostra tavola e del pane di Dio che è Cristo in persona: non l’uno senza l’altro. Chiediamo il pane per tutto l’uomo, per l’uomo nato dalla terra e per l’uomo nuovo nato dallo Spirito: il pane per la vita terrena e quello per la vita eterna.
Tutti noi ricordiamo le moltiplicazioni dei pani narrate dal vangelo. Questi miracoli servirono certamente per sfamare il corpo di quelle migliaia di persone, ma soprattutto erano dei segni che preannunciavano un altro pane che dava la vita non per qualche ora o per qualche anno, ma la vita eterna; un pane che non differiva la morte di qualche ora, ma la eliminava per sempre.
Ascoltiamo Gesù che parla alla gente che gli sta attorno sulle rive del lago di Tiberiade: "In verità, in verità vi dico: voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il figlio dell’uomo vi darà... In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo". Allora gli dissero: "Signore, dacci sempre questo pane". Gesù rispose: "Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete" (Gv 6,32-35).
Dinanzi a una tale risposta data alla fame umana, in un primo momento, c’è da rimanere delusi.
Ma Gesù prosegue: "Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo... In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno... Chi mangia questo pane vivrà in eterno" (Gv 6,48-58).
Come appare chiaro, Gesù ci invita a chiedere "non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna" (Gv 6,27). Quindi il pane quotidiano è prima di ogni altra cosa la parola di Dio e l’eucaristia, così come nella domanda seguente i debiti sono quelli morali e non quelli commerciali. Guardiamoci dal ridurre questa preghiera altamente spirituale ad una semplice faccenda di bottega di alimentari. Non riduciamo la religione a un toccasana per risolvere i nostri problemi materiali e a nulla più. Ricordiamo quanto ha risposto Gesù al tentatore: "Sta scritto: ‘Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’" (Mt 4,4). "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" è la richiesta di chi ha fame della parola di Dio, di chi ha fame del corpo e del sangue di Cristo, è la richiesta di chi brama la verità del vangelo e la vita eterna.
Chi ha un poco di pratica di vita cristiana ha certamente fatto esperienza di questa fame "spirituale" molto più profonda e tormentosa della fame materiale. Presto o tardi un cristiano adulto nella fede pone questi beni (la parola di Dio e l’eucaristia) al centro della sua preghiera: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" che è Cristo.
Dopo aver annunciato senza esitazione questa fondamentale verità, dobbiamo però dire che non vi è ragione per contrapporre i due significati che stanno in queste parole: il pane che è Cristo e il pane della nostra tavola. Pur ritenendo più importante il pane che dà la vita eterna, non sottovalutiamo il pane che ci dà la vita nel tempo. Non poniamo diaframmi tra l’anima e il corpo, tra la vita naturale e quella soprannaturale. Non perdiamo di vista il mondo nuovo nel quale il battesimo ci ha introdotto. Noi siamo tutti interi di Dio e al servizio di Dio. Il pane che mangiamo a casa nostra per avere le energie da porre al servizio del regno di Dio è segno e annuncio di quell’altro pane che è Cristo. Il pane della terra, che da solo non basta per vivere, è pur sempre necessario per vivere.
Diamo ora un’occhiata alla carta geografica della fame. La terza parte del mondo, felice e prospera, è formata da cristiani o da uomini che sono sotto l’influsso cristiano; i due terzi che soffrono ancora la fame sono, in maggioranza assoluta, dei pagani. La geografia della fame coincide con le zone non evangelizzate. Se da un lato siamo riconoscenti al cristianesimo che ha insegnato all’uomo la via per risolvere i problemi del corpo e dello spirito, dall’altro dobbiamo constatare che i cristiani, che partecipano al pane del cielo, non spartiscono il pane della terra, e che i pagani da loro, spesso, non ricevono né Cristo né il pane.
Che si tratti del banchetto dell’eucaristia o dei nostri pasti familiari, è sempre dalla condivisione del pane spezzato e distribuito a tutti che, come i discepoli di Emmaus (Lc 24,3035), i popoli riconosceranno Gesù. Questo è il senso completo della frase del "Padre nostro".
Perché il Signore ha inserito il limite preciso di tempo con la parola "oggi"?
Perché in questo modo segna nella nostra vita il posto della preghiera: il ritmo delle necessità materiali impone quello delle nostre relazioni col Padre. Poiché le necessità per il corpo e per la vita si fanno sentire ogni giorno, ogni giorno devo riprendere il dialogo con il Creatore di ogni bene; ogni giorno ho la fortuna e la gioia di avere udienza dal Padre.
E come ogni giorno chiedo il pane materiale, ogni giorno chiedo il pane della Parola e dell’eucaristia: tutti e due devono essere domandati con la medesima frequenza. La parola di Dio e l’eucaristia non sono un alimento di eccezione, per le feste grandi: è il pane quotidiano, l’alimento di tutti i giorni.
Vicino alla preghiera del "Padre nostro" nel vangelo secondo Matteo ci viene presentato il testo che ci rammenta l’abbandono alla Provvidenza: "Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete... Non affannatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena" (Mt 6,25-34). Sempre nel capitolo sesto del vangelo secondo Matteo, Gesù ritorna sull’argomento e dice: "Nessuno può servire a due padroni;... Non potete servire a Dio e a mammona" (Mt 6,24). E infine ecco un altro testo eloquente: "Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore" (Mt 6,19-21).
Facciamo rilevare, con chiarezza e con forza, che l’abbandono filiale alla provvidenza del Padre non va confuso con la spensieratezza e l’irresponsabilità che ne sono la caricatura. Non dobbiamo spingere fino all’assurdo i comandamenti evangelici, col rischio di addossare a Dio le catastrofi che sopravvengono per la nostra incuria, la pigrizia e l’omissione del nostro dovere. Il vangelo va letto tutto intero. In altre occasioni del suo insegnamento Gesù richiama la nostra vigilanza, e ci dà come modello colui che volendo costruire una torre si siede prima a calcolarne la spesa; e quel re, che partendo per la guerra contro un altro re, si siede prima ad esaminare se non può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila (Lc 14,28-33). Non canonizziamo né la pigrizia né la stranezza. La nostra intelligenza è figlia di Dio e una delle sue grandezze consiste nel portare con Dio la responsabilità della terra. Il pane nostro di domani, come quello di oggi, dipende anche da noi. Solamente non dobbiamo dimenticare che quel pane dipende anche da Dio. Cristo esige dunque che nella ricerca del nostro sostentamento non assomigliamo ai pagani: che non siamo degli incettatori. Dobbiamo comportarci da figli che sanno di avere il Padre e non da orfani che si preoccupano come se il Padre non ce l’avessero. Dio ci ripete: "Io non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani" (Is 49,15-16).
Lo so bene che stiamo toccando un tasto molto delicato, che esige tanta intelligenza, tanto equilibrio e moltissima fede. Non è facile prendere seriamente la paternità di Dio e fidarsi di lui. Nel nostro mondo attuale, in cui il domani si prepara da lunga data, in cui si evitano tutte le difficoltà possibili mediante una assicurazione generalizzata che copre tutti i rischi in vita e in morte, è difficile che un uomo, lavorando normalmente e procurando da vivere ai suoi, si affidi anche a Dio; è sempre più difficile per lui e sempre meno giustificabile agli occhi degli altri. Ecco perché il Signore pone il problema al livello della coscienza: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia" (Mt 6,33). Solo la fede vera porta con sé la confidenza vera in Dio Padre. Se la fede sarà vera e viva, detterà al cristiano il giusto comportamento nella pratica.
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tale ricerca incessante purificherà i vostri progetti e rettificherà i vostri calcoli.
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e ogni cosa, in una giusta graduatoria, troverà il suo posto. Nella propria condizione di vita e nel grado di grazia che possiede, il cristiano apprenderà da se stesso e gradualmente insegnerà alla sua famiglia a compiere tutto e a prevedere tutto secondo questa regola aurea: che Dio non sia mai assente, che i figli di Dio non facciano mai astrazione dal Padre.
Sì, cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, perché i paradossi del vangelo si risolvono prima nel cuore e poi nella vita. Anche su questa faccenda però non giudichiamo nessuno. Coloro che noi accusiamo di imprevidenza o di prodigalità corrispondono forse a un segreto appello del Signore. Coloro che ci danno l’impressione di preoccuparsi tanto come i pagani forse hanno avuto da Dio la vocazione a operare fino al limite delle loro forze. Non vogliamo dunque giudicare nessuno. Lasciamo piuttosto che la parola di Dio ci interpelli personalmente e ci converta.
Certamente, su questo duplice piano della spartizione con i nostri fratelli e dell’abbandono fiducioso alla provvidenza di Dio, noi pecchiamo più per difetto che per eccesso. I santi hanno trovato il coraggio di scrollarsi di dosso tutte le mezze misure e le paure. È dal loro esempio che dobbiamo prendere l’avvio e la continuazione del nostro cammino di conversione. Di questi santi ne ricordiamo uno per tutti: san Giuseppe Benedetto Cottolengo. Da circa centocinquant’anni continua il miracolo della Provvidenza nelle case fondate da lui e dai suoi. Egli era solito dire: "Il Padre manda tutto. Il Padre di domani è il medesimo di quello di oggi".
Quando recitiamo questo versetto del "Padre nostro": "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" pensiamo alla casa della divina provvidenza di san Giuseppe Benedetto Cottolengo e ricordiamo con riconoscenza tutti i segni d’amore che Dio ha moltiplicato nella nostra vita e diciamo anche noi con fede convinta: "Il Padre di domani è il medesimo di quello di oggi".

 

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME NOI I RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI

Il rifiuto di abbattere il muro dell’inimicizia produce ovunque dei disastri. Il "Padre nostro" ci fa chiedere a Dio la remissione dei nostri debiti, ma ad una precisa condizione: "Come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
Cosa sono questi debiti?
Noi siamo figli di Dio: il nostro dovuto, il nostro debito è quello di comportarci da figli. E tutti gli atteggiamenti di un figlio nei confronti di un padre possono essere riassunti in un’unica parola: amore. Il figlio deve al padre amore, deve ai fratelli amore. Il peccato è non comportarsi da figli e da fratelli, è non amare.
I figli non possono contrarre con il padre alcun debito se non quello dell’amore. Se leggiamo il vangelo abbiamo una conferma meravigliosa di quanto stiamo dicendo: "Un dottore della legge interrogò Gesù per metterlo alla prova: ‘Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?’. Gli rispose: ‘Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti’" (Mt 22,35-40). E, nel vangelo secondo Giovanni, Gesù dice: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,34 35).
Quindi quando recitiamo questa frase del "Padre nostro" ricordiamo che i nostri debiti vanno computati in considerazione dell’amore totale che dobbiamo a Dio e al prossimo. Se poi vogliamo ricordare il comandamento di Gesù: "Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48) avremo una ulteriore conferma che il nostro debito è tutto quanto manca alla nostra perfezione per essere come quella del Padre: è un debito praticamente infinito. Il nostro debito è la differenza che esiste tra l’amore infinito di Dio e il nostro piccolo amore. Siamo più insolvibili di quel servo che doveva al suo padrone diecimila talenti (Mt 18,24).
Se poi alla scarsità dell’amore aggiungiamo pure la presenza di odio e di cattiveria, allora la situazione si fa più grave e drammatica. Dobbiamo quindi toglierci ogni forma di sciocca superficialità e i fumi dell’illusione. Dobbiamo stracciare il certificato di buona condotta che ci siamo rilasciato e prendere atto della situazione debitoria insanabile nella quale siamo immersi fino ai capelli.
Leggiamo nella prima Lettera di Giovanni: "Se diciamo che siamo senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli, che è fedele e giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi" (1Gv 1,8-10).
Qual è la nostra situazione, quali sono le nostre convinzioni e il nostro modo di sentire su quest’argomento?
San Francesco Saverio diceva: "Sono numerosi coloro ai quali la coscienza non rimprovera nulla, perché essa è inesistente oppure, se ne hanno una, è molto esigua". Dobbiamo arrivare ad una visione chiara della nostra situazione attuale secondo una coscienza onesta, ma non per andare in una crisi di scoraggiamento e meno ancora per dubitare della misericordia del Padre, ma proprio per arrivare a una conoscenza oggettiva del bene e del male che è in noi. È indispensabile conoscere e conoscersi, diversamente non riusciremo a pregare con sincerità questa frase del "Padre nostro". Se avessimo di noi una valutazione diversa da quella che ha Dio sul nostro conto, le nostre relazioni con lui sarebbero false.
Il riconoscersi peccatori è la prima cosa da fare, la prima cosa che deve venire spontanea, quando ci si incontra con Dio. Ricordiamo il figlio prodigo: "Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio" (Lc 15,21). Ricordiamo il ladrone in croce: "Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male" (Lc 23,41). Ricordiamo Pietro dopo la pesca miracolosa: "Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: ‘Signore, allontanati da me che sono un peccatore’" (Lc 5,8). Ricordiamo quanto scrive l’apostolo Paolo a Timoteo: "Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io" (1Tm 1,15). E infine ricordiamo l’atteggiamento sbagliato del fariseo al tempio: "O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e nemmeno come questo pubblicano" (Lc 18,11) e quello giusto del pubblicano: "Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’" (Lc 18,13).
Si può tirare subito una conclusione pratica: per essere liberati dai nostri peccati bisogna che noi ne siamo coscienti e che collaboriamo con Dio. Nemmeno Dio può curare e guarire un malato che si crede in buona salute e rifiuta le cure.
Il mistero dell’alleanza, dei rapporti di Dio con l’uomo poggia su due basi: sulla miseria dell’uomo e sulla misericordia di Dio. L’umanità ha cominciato a tradire Dio fin dal principio e quindi fin da allora ha sempre avuto il bisogno di ritornare, di convertirsi a Dio. Il cristianesimo nella sua essenza e nella sua realtà spicciola quotidiana è un ritorno al Padre dal quale ci siamo allontanati; è un riconoscersi infedeli nei confronti di Dio fedele. Non ricorriamo a dei sotterfugi con Dio nostro Padre quando diciamo: "Rimetti a noi i nostri debiti". Ascoltiamo invece il consiglio di sant’Agostino: "Di’ a Dio quello che sei... Datti a lui per quello che sei".
Lo sappiamo che esistono anche tante scusanti per il nostro peccato. Gesù stesso in croce ha pregato: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34). E l’apostolo Pietro, negli Atti degli apostoli, ha detto agli Ebrei: "Voi avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l’autore della vita... Ora, fratelli, io so che avete agito per ignoranza, così come i vostri capi" (At 3,14-17). E san Paolo afferma di sé: "Mi è stata usata misericordia perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede" (1Tm 1,13).
È vero! L’ignoranza che è in noi è colossale. Essa attenua o addirittura sopprime la nostra responsabilità. Ma non per questo è una disgrazia minore. Le deficienze della nostra formazione, l’influsso nefasto dell’ambiente, l’ottusità della nostra coscienza e la nostra pigrizia spirituale sono dei mali dai quali dobbiamo liberarci e contro i quali dobbiamo porre rimedio con cure energiche di istruzione religiosa, di sacramenti e di preghiera: l’essere volontariamente ciechi e sordi nei confronti di Dio non è una scusante, ma un’aggravante. Quindi il primo passo per uscire dal pantano è quello di rendersi conto di esserci dentro.
C’è un aspetto importante nella predicazione di Gesù, ed è questo: Dio è buono e misericordioso; egli perdona tutto e tutti; egli va in cerca dei peccatori e va incontro a chi ha sbagliato. Nessuno deve mai dubitare della sua misericordia e del suo perdono. Ma nessuno può pensare di non averne bisogno.
"Rimetti a noi i nostri debiti": è ancora una preghiera al plurale, dove nessuno può sentirsi autorizzato a prendere le distanze dagli altri: tutti siamo solidali davanti a Dio nell’esperienza del nostro peccato e del suo perdono. Un perdono che trasforma, un perdono che deve innescare tra i discepoli di Cristo una reazione a catena di misericordia e di perdono vicendevole. Da una parte è proprio la coscienza del perdono di Dio che rende capaci di perdonare agli altri e ci spinge a farlo. San Paolo ci esorta: "Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo" (Ef 4,32); "Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi" (Col 3,13). D’altra parte il perdono fraterno è uno dei segni più sicuri di quella conversione che il perdono di Dio opera in noi, e diventa quindi condizione per essere perdonati da Dio.
"Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori": subito dopo aver insegnato questa preghiera, Gesù aggiunge: "Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro celeste perdonerà le vostre colpe" (Mt 6,14-15).
È un insegnamento confermato e ribadito senza possibilità di equivoci da tanti altri passi del vangelo. Ascoltiamo questa parabola: "Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: ‘Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa’. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: ‘Paga quel che devi!’. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: ‘Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito’. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: ‘Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?’. E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello’" (Mt 18,23-35).
Quindi il Signore ci impone una condizione per ottenere il suo perdono: che perdoniamo come lui perdona. Noi invitiamo il Padre a trattarci come noi trattiamo gli altri. In altre parole gli diciamo: perdonaci come noi perdoniamo. O come leggiamo nel vangelo secondo Luca: "Perdonaci i nostri peccati perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore" (Lc 11,4).
San Cirillo di Gerusalemme ha visto in questo versetto "un contratto stipulato con Dio". Tale contratto è audace, ma è tutto a nostro favore. Ricordate l’enorme somma dei nostri debiti (diecimila talenti) e la somma esigua dei debiti degli altri nei nostri confronti (cento denari), come abbiamo appena letto nel vangelo secondo Matteo. In verità, Dio non fa somme, sottrazioni o sconti, fa piazza pulita di tutto, azzera tutto, se noi perdoniamo tutto al nostro prossimo. Beati noi quando perdoniamo. Beati noi quando cambiamo l’odio in amore, la vendetta in amicizia, la guerra nella pace: il vero cristianesimo lo si vede chiaramente lì dove la redenzione vince il peccato. Perdonare significa trasformare il male in bene. Quindi perdonare non deve essere un gesto fatto a malincuore, per osservare un precetto gravoso del vangelo senza che in noi cambi qualcosa, senza che ci sia un passaggio dal rammarico e dalla tristezza alla gioia. Perdonare solo perché è indispensabile per essere perdonati, perdonare per forza o per interesse non è perdonare come il Signore ci ha perdonato e come ci ha insegnato a perdonare: il cristiano deve perdonare per amore. Se quando perdoniamo facciamo dei calcoli opportunistici, o manifestiamo una certa aria di superiorità, o ci proponiamo di dare una lezione di cristianesimo o uno spettacolo di bravura, tutto questo sarebbe una caricatura del perdono cristiano. Non si perdona mettendosi sulla testa del fratello che ha sbagliato, ma inginocchiandosi ai suoi piedi. Perdonare è donare al di là di ogni limite e di ogni dovere, non farla pagare. Il perdono è un gesto di amore e di umiltà, non di disprezzo e di superiorità farisaica. Il perdono per obbedienza al vangelo è legittimo solo se inaugura un perdono per amore secondo il vangelo.
Perdonare è anche dimenticare?
Richiamiamo il significato della parola perdonare. Essa significa super-donare, donare al di là, sorpassare gli astii, le sofferenze e i rancori che sono derivati dal comportamento del prossimo e dalla nostra esigua capacità di comprendere e di amare, superarli affinché si ristabiliscano tra innocente e colpevole le relazioni che devono esserci tra i figli di uno stesso Padre.
Come vedete, questo dono di sé non comprende immediatamente che scompaiano i ricordi, che si spenga come per incanto la virulenza della nostra passionalità o che l’amarezza scompaia tutta all’istante.
Perdonare, donare al di là, è passare sopra a tutte le reazioni che proviamo, immediatamente, quando la ferita non è ancora rimarginata e la piaga guarita, è sorridere, è rendere un servizio per amore, per buona volontà, per amor di Dio... Il resto verrà a suo tempo. Sì, la guarigione delle piaghe e il dimenticare verranno col tempo e con la grazia di Dio perché l’amore di Dio agirà in noi. Possiamo amare veramente colui che ci ha ferito e ci ha fatto soffrire: amarlo per amor di Dio. Per l’effetto della grazia di Dio si può arrivare alla dimenticanza delle offese e dei torti che sembrava impossibile. Citiamo l’esempio di una santa. Quando domandavano a santa Bernadetta di Lourdes se ricordava i tanti tormenti e le persecuzioni che aveva dovuto subire al tempo delle apparizioni, essa, con semplicità, rispondeva: "Io non me ne ricordo". Non è questione solo di impegno e di buona volontà, è questione soprattutto di grazia di Dio: ecco perché lo chiediamo nella preghiera al Padre. Quindi noi non riusciremo a perdonare se Dio stesso non ci fornisce la grazia del perdono: è il suo perdono che diventa nostro e che noi offriamo al prossimo gratuitamente dopo averlo ricevuto come dono da Dio.
Terminiamo perciò questa parte del Padre nostro con una preghiera: "Padre perdona a noi e allora noi potremo perdonare. Il perdono che offriamo ai nostri fratelli, noi lo riceviamo da te. Noi non facciamo che trasmetterlo. Dal tuo cuore passa nel nostro cuore e dal nostro nel cuore dei fratelli che ci hanno offeso. Perdona a noi e a quelli che non perdonano mai, perché non sanno che essi per primi hanno bisogno di essere perdonati da te. Padre, apri loro gli occhi, illumina la loro coscienza perché comprendano la gioia di perdonare dopo essere stati da te perdonati. Allora in questo mondo dove vivono, penano e muoiono gli uomini, vi sarà un po’ più di pace, un po’ più di gioia: la pace e la gioia dei tuoi figli riconciliati con te e tra di loro. Amen".

 

E NON CI INDURRE IN TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALE

La lotta contro il male che sosteniamo tutti i giorni è permessa da Dio e fa parte integrante della nostra vita e del nostro destino. E poiché anche Gesù nostro salvatore e modello è stato tentato, rileggiamo il vangelo per capire cosa sia la tentazione e in quale modo se ne può uscire vittoriosi.
Dunque, leggiamo nel vangelo secondo Matteo: "Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo" (Mt 4,1). E nel vangelo secondo Marco: "Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana" (Mc 1,12). L’iniziativa di questa prova non parte da satana, ma da Dio che è il padrone assoluto. Il testo del vangelo non lascia alcuna possibilità di equivoco: Dio mette alla prova Cristo. Satana prende occasione da questa prova per tentare Gesù al male. Il brano del vangelo delle tentazioni conclude così: "Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato" (Lc 4,13). Satana riprenderà la lotta quando colui che è più grande di lui glielo permetterà. Tutto comincia con Dio, tutto finisce con Dio e con il trionfo del suo amore che ha suscitato la prova. Ce lo conferma il vangelo secondo Matteo: "Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano" (Mt 4,11).
Abbiamo detto, e lo ripetiamo, che è l’amore di Dio che ha suscitato la prova. Il vangelo dice: "Fu condotto dallo Spirito (santo) nel deserto per essere tentato dal diavolo" (Mt 4,1). Sono tantissime le occasioni nell’Antico e nel Nuovo Testamento in cui si dice che Dio mette alla prova quelli che egli ama. Sotto forme diverse, secondo la propria condizione, la propria vocazione, la propria natura e le grazie ricevute da Dio, ciascuno è provato da Dio. Questo è un fatto innegabile. Vuol dire che è Dio che ci tenta al male?
No. Scrive l’apostolo Giacomo: "Nessuno, quando è tentato, dica: ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male" (Gc 1,13). Si impone dunque una distinzione decisiva tra prova e tentazione al male. La prova in sé è buona e fa bene, ma su di essa può inserirsi la tentazione. Può avvenire che intervengano le forze del peccato e la prova si trasformi in pericolo. Se invece di difendersi contro il male, l’uomo cede, allora egli non è provato e tentato soltanto, ma è vinto e colpevole. Mandato in guerra per coprirsi di gloria contro il male, l’uomo depone le armi e passa al nemico: quella che era un’occasione di gloria diventa un’occasione di vergogna: la possibile vittoria è diventata sconfitta.
Dunque, prova e tentazione non sempre sono sinonimi. Se ogni tentazione è una prova, non ogni prova si cambia in tentazione. La prova è voluta da Dio per dei motivi che diremo subito. La tentazione propriamente detta è solo permessa da lui: essa viene da noi e dalle connivenze che abbiamo con il mondo del peccato, come leggiamo nella Lettera di san Giacomo: "Ciascuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte" (Gc 1,14-15).
Di conseguenza il significato di questo appello che rivolgiamo al Padre "Non ci indurre in tentazione" significa: "Padre, se vuoi, mettimi alla prova, ma fammi uscire con esito positivo". La prova, come abbiamo detto, ha come origine l’amore di Dio: è il Padre che ci allena, ci fa imparare, ci fa crescere. Ricordiamo le prove alle quali i genitori sottopongono i figli, apparentemente senza troppe indulgenze e tenerezze, perché imparino a camminare, a sbrogliarsela da soli, a diventare adulti. Ricordiamo le prove scolastiche e le gare sportive. Ricordiamo tutti gli esperimenti scientifici: la scienza è progredita provando e riprovando. Le prove dunque sono dei mezzi indispensabili per imparare, crescere e progredire. Anche il Figlio di Dio fatto uomo è stato sottoposto alle prove della vita e alla morte e ha imparato a sue spese.
Leggiamo nella Lettera agli Ebrei: "Nei giorni della sua vita terrena, egli (Cristo) offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Eb 5,7-9). E, ancora, nella stessa Lettera leggiamo: "Perciò (Cristo) doveva rendersi in tutto simile ai fratelli... Infatti proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2,17-18).
Come Dio ci prova? Perché Dio ci prova?
Tutte le prove alle quali Dio sottopone gli uomini, da quella di Adamo fino a quella dell’ultimo uomo che esisterà sulla terra, avranno un unico scopo che troviamo espresso molto bene in una frase del Deuteronomio: "Il Signore vostro Dio vi mette alla prova per sapere se amate il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima" (Dt 13,4) . In altre parole, se siamo disposti a fare la sua volontà e a obbedire ai suoi comandamenti che sono l’espressione del suo amore per noi. Quando le circostanze congiurano contro di noi o contro le persone che ci sono care, allora la nostra fede nella bontà di Dio e nella provvidenza del Padre viene messa alla prova. Dio ci fa provare una sofferenza che non comprendiamo, o non completamente. E allora ci chiediamo: "Come si fa a trovare in queste prove che Dio ci manda un motivo per amarlo di più? Perché Dio ci prova?". Se pensiamo quanto siamo deboli e instabili dobbiamo proprio dire che devono essere particolarmente gravi le ragioni che giustificano tali visite di Dio. Quello che noi chiamiamo Padre, si comporta appunto da padre. Egli vuole che i suoi figli evitino che la loro fede, la loro speranza e il loro amore manchino di consistenza e di verità: vuole toglierci dai fumi della falsità e dell’illusione per collocarci nella concretezza della verità. E per fare questo non c’è altro modo che provare.
Quando Gesù volle provare la fede dei suoi apostoli, perché essi si rendessero conto chi erano realmente e dessero bando alle chiacchiere e alle illusioni, li caricò su una barca e si cacciò con loro nel pieno di una tempesta. Al loro grido: "Maestro, maestro, siamo perduti!" egli rispose: "Dov’è la vostra fede?" (Lc 8,24-25). La prova aveva fatto piazza pulita di tutte le illusioni. Fino a quando le cose andavano lisce, essi si erano illusi di avere fede in Gesù, ma alla prima burrasca venne a galla la verità: la loro fede pratica era veramente poca.
Ma non pensiamo che solo gli avvenimenti che sconvolgono la nostra vita siano i mezzi per rivelare quello che c’è in noi. Anche nelle piccole occasioni quotidiane viene a galla la verità: spesso scivoliamo su una buccia di banana. Quello che ci umilia maggiormente non è l’aver mancato la prova nelle grandi difficoltà, ma l’essere caduti nelle autentiche sciocchezze.
Il nostro cuore ha capitolato davanti agli idoli dell’ambizione, del sesso e del denaro. Dio vuole liberarci da queste schiavitù, purificare i nostri affetti e convertire il nostro cuore: ci tende la mano per salvarci. Certo, questo gesto di misericordia può apparirci violento, talvolta crudele, perché Dio ci libera da queste schiavitù per mezzo di quelle che noi chiamiamo "prove della vita" o, impropriamente, "disgrazie". Ma ascoltiamo che cosa ne pensa il Signore. Leggiamo nella Lettera agli Ebrei: "Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! Del resto, noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti per avere la vita? Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati" (Eb 12,5-11). Al termine di questa lettura dovremmo riuscire a pregare con questa preghiera di sant’Agostino: "O Signore, in questa vita, bruciami, tagliami, non avere pietà, purché tu abbia pietà di me nella vita eterna". O con quest’altra che formuliamo noi: "O Padre, io accetto la prova che permetti, ma fa’ che essa non diventi per me occasione di peccato. Provami perché ne ho bisogno. Io non rifiuto di apprendere così ad amarti meglio. Tu, però, proteggimi e liberami dal male".
Questa preghiera del "Padre nostro" iniziata col nome del Padre termina col nome del male o del maligno. L’apostolo Paolo scrive: "Quando voglio fare il bene, il male è accanto a me" (Rm 7,21). Ognuno di noi si trova stretto tra il bene e il male, tra Dio e satana: ambedue sono a portata di mano. Riconoscersi peccatori non è solo riconoscere il male già fatto, ma essere convinti che abbiamo un cuore capace di ogni male per il futuro. È al maligno che dobbiamo principalmente questa nostra condizione di male. Leggiamo nel libro della Sapienza: "Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono" (Sap 2,23-24).
Secondo la Lettera agli Ebrei, il Salvatore è venuto "per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare cosi quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,14-15).
Cristo ci dice che il diavolo "è stato omicida fin dal principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna" (Gv 8,44), ed è sempre lui che distrugge l’opera di Dio in noi, come leggiamo nella spiegazione della parabola del seminatore nel vangelo secondo Luca: "Il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati" (Lc 8,11-12).
Gesù ha pregato per noi: "(Padre), non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno" (Gv 17,15). Chi è dunque questo nemico di Dio? È un essere personale, un angelo decaduto, che prosegue sulla terra la ribellione che iniziò nel cielo. La sua radicale opposizione alla volontà di Dio fa di lui l’avversario irriducibile del piano provvidenziale di Dio. Ogni cristiano deve fare la scelta tra il maligno che è odio e morte e Dio che è amore e vita. San Paolo paragona la nostra vita e quella del mondo a un grande travaglio da cui nascerà la nuova creazione: "Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità... e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (Rm 8,19-23). Tra l’universo e noi c’è una misteriosa solidarietà nel bene e nel male: l’universo condivide il nostro destino. Noi gemiamo con esso ed esso, in qualche modo, partecipa alla nostra esperienza.
Ogni programma sociale, politico ed economico si propone di dare agli uomini la liberazione dai mali e il possesso dei beni. È questa la liberazione che chiediamo quando preghiamo il Padre che ci liberi dal male?
La liberazione da quel male assoluto che è il maligno, e da tutte le sventure che ne derivano, supera le forze dell’uomo e quelle dell’universo. Se vogliamo distruggere il male che è nel nostro cuore dobbiamo ricorrere a qualcuno più grande di noi e del maligno perché ci liberi, dobbiamo tendere le braccia e gridare la nostra preghiera a uno che abbia la forza per liberarci: "Padre nostro... liberaci dal male, dal maligno". Quando preghiamo per la liberazione dal male intendiamo chiedere a Dio che ci liberi dal male che è in noi, dall’attaccamento al peccato. Ma se noi amiamo i nostri peccati e siamo attaccati ad essi perché ci piacciono, se coltiviamo le nostre ingiustizie, le nostre impurità e tutto il resto, che cosa può significare la preghiera che rivolgiamo al Padre? In questo caso non gli domanderemmo altro che di essere preservati dalle sofferenze, dalle malattie e dai rovesci. No. Il primo significato di questa invocazione è la richiesta di essere liberati dal peccato, da quella parte di noi stessi che è senza amore per Dio.
La nostra conversione è indubbiamente opera della grazia di Dio, ma essa è contemporaneamente anche opera nostra. Non possiamo aspettare che arrivi il giorno della nostra conversione come un fulmine dal cielo, senza che noi facciamo la nostra parte di fatica contro le cattive abitudini e il peccato. San Franceso di Sales ha scritto che il compimento della volontà di Dio "si fa non solamente senza piacere e gioia, ma contro ogni piacere e gioia". La liberazione dal male è una cosa tremendamente seria e Dio non vuole salvarci senza la nostra collaborazione. Se noi peccatori dimentichiamo questo, il "Padre nostro" che recitiamo non è quello che Gesù Cristo ci ha messo sulle labbra. Non possiamo pregare per essere liberati dal male senza accettare tutte le conseguenze pratiche di tale domanda.
L’avversario, satana, ci perseguiterà fino alla fine della nostra vita, ma noi abbiamo la possibilità di trionfare. Ce lo dice san Giovanni: "Voi siete da Dio, figlioli,... colui che è in voi (Dio) è più grande di colui che è nel mondo (il diavolo)" (1Gv 4,4). Che cosa ci manca dunque? Una parola, una parola sola, un sì della nostra coscienza che metta d’accordo la nostra volontà con la liberazione che Dio ci offre.
Concludiamo con una frase di s. Agostino: "Teniamo presente con compassione la nostra debolezza e non dimentichiamo quello che siamo, perché è scritto: ‘Ricordati, Signore, che siamo polvere’ (Sal 103,14). Ma Dio per questa povera creatura, che egli ha fatto dalla terra e le ha dato un’anima, ha consegnato alla morte il suo Unigenito. Nessuno può spiegare, e tanto meno pensare, quanto egli ci ami!".

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