GLI ULTIMI SACRAMENTI
(Pedron Lino)


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Un tempo, il morente non doveva essere privato della sua morte. Doveva essere lui a presiederla. Come si nasceva in pubblico, si moriva in pubblico. Quante incisioni e quanti quadri del passato ci riproducono tale scena. Dal momento in cui uno giaceva a letto, malato, la stanza si riempiva di gente, parenti, amici, vicini, appartenenti a confraternite e anche gli stessi nemici e coloro che avevano qualcosa da perdonare o da farsi perdonare venivano a regolarizzare le situazioni perché lui morisse in pace e loro potessero continuare a vivere nella pace. Quando per la strada i passanti incontravano il prete che portava il viatico, la buona gente lo seguiva fino alla camera del morente, anche se costui era uno sconosciuto. L’avvicinarsi della morte trasformava la camera del moribondo in una sorta di luogo pubblico. Al centro, presiedeva l’avvenimento lui stesso, il morente.

Ai giorni nostri, il libero pensiero, il sentimentalismo e altri pensierini da quattro soldi hanno camuffato la morte. Il dovere di mentire ha sostituito quello di avvertire il morente. Si gioca quasi a rimpiattino con un malato serio che non ha nessuna voglia di scherzare e che spesso intuisce e capisce più di quanto non dimostri; ma pure lui, di solito sta al gioco, per non fare pena. Certamente sono cambiate alcune circostanze: si muore sempre più frequentemente all’ospedale e sempre meno a casa propria, dove solo era possibile vivere una liturgia familiare e cristiana della morte. Ma dobbiamo anche dire, senza peli sulla lingua, che si muore sempre più all’ospedale perché non si vogliono fastidi e complicazioni riportando il morente a casa sua: non se ne vede l’utilità per nessuno.

Anche i bambini non incontrano più la morte. Non bisogna traumatizzarli! Si dice con aria da psicologi consumati. Oggi i bambini, fin dalla più tenera età, sono iniziati alla fisiologia dell’amore e delle nascite, ma quando non vedono più il loro nonno e ne domandano la ragione si risponde che è partito per un lunghissimo viaggio o che è andato a fare delle vacanze prolungate in un bel giardino pieno di fiori. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma sono i morti che scompaiono tra i fiori.

Un tempo la ragazzina non sapeva come nascevano i bambini, ma sapeva che la nonna era in cielo; oggi la bambinella sa come si fa un figlio, ma non sa più dov’è andata a finire la nonna.

È questa la nostra civiltà di pubblicità e di consumo: negare la vecchiaia, nascondere la morte, vestirla, truccarla, per renderla estranea o irriconoscibile; mentre, invece, per vincerla deve essere affrontata lucidamente, vissuta attivamente, come ha fatto Cristo, con Cristo. Ecco qui il punto. Ecco qui l’esempio da imitare per il cristiano: egli deve vivere come Cristo e morire come Cristo. E Gesù è andato incontro lucidamente alla sua morte. Leggiamo nel vangelo di Marco: Gesù incominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare (Mc 8,31).

Si tratta, dunque, d’una morte guardata in faccia e accettata lucidamente; anzi molto di più: una morte offerta. Dice Gesù: Il buon pastore dà la vita per le sue pecore (Gv 10,11); Il Figlio dell’uomo è venuto... per dare la propria vita in riscatto per tutti (Mc 10,45).

In questa morte d’amore Dio Padre riconosce il proprio Figlio. Lo dice Gesù: Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso (Gv 10,17-18).

È tradito, ma lo sa. È sorvegliato e ricercato, ma non si nasconde. È arrestato ma non tenta di difendersi e di fuggire. A quelli che andarono ad arrestarlo, chiede: Cercate Gesù di Nazaret? Sono io!

Non per questo la morte gli è meno spiacevole che a voi e a me. La prospettiva della morte lo turba profondamente. Dice: Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! (Gv 12,27). Quindi prega con convinzione: Padre, sia fatta la tua volontà e muore di morte atroce.

Ma muore con dignità: con la dignità di un uomo-Dio. Cristo, dunque, va verso la propria morte lucidamente, amorosamente; le dà un senso, la presiede sovranamente, la pilota verso un traguardo ben preciso: la sua offerta è del tutto volontaria: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23,46). Come vedete c’è modo e modo di morire. Esiste una netta differenza tra la morte subìta come al mattatoio e quella offerta come Cristo sulla croce, la morte cristiana.

Un proverbio dice: Tale la vita, tale la morte. Applichiamo il proverbio. Per dare la morte al Padre e agli altri, come ha fatto Gesù, dobbiamo innanzitutto dare loro la nostra vita. Chi conserva la propria vita, la perderà ha detto Gesù.

Bisogna vivere per amore, per morire per amore. Bisogna vivere da altruisti per poter morire da altruisti, perché la morte è il gesto più grande e definitivo dell’amore: ci si dà completamente a Dio e agli altri.

Chi non vive per dare, per amare, sciupa la sua esistenza.

Ascoltiamo il poeta Tagore:

Perché la lampada si spense?
La ricoprii col mantello
per ripararla dal vento,
ecco perché la lampada si spense.
Perché il fiore appassì?
Con ansioso amore
me lo strinsi al petto,
ecco perché appassì.
Perché il ruscello inaridì?
Lo sbarrai con una diga
per averlo solo per me,
ecco perché il ruscello inaridì.
Perché la corda dell’arpa si spezzò?
Tentai di trarne una nota
al di là delle sue possibilità,
ecco perché la corda si spezzò.

Diamo un’occhiata alla nostra vita e al senso che deve avere, per non trovarci sul viale del tramonto impreparati e a mani vuote.

Bisogna morire per vivere e per far vivere. Il grano muore per diventare pane; il pane muore per diventare carne. Così noi dobbiamo morire a noi stessi per vivere per gli altri, per vivere agli altri e negli altri.

Che cos’è il matrimonio se non morire nella mia vita per me e vivere per l’altro? Che cosa è la paternità-maternità se non il morire al nostro egoismo a due per dare la vita ai figli? Che cosa vuol dire essere utile agli altri se non morire alla mia pigrizia, alla mia tranquillità, alle mie pantofole? Se muoio alla mia ingordigia, allora la terra sarà meno ingiusta. Se muoio alla mia volontà di sfruttamento, allora divento servizio, come Cristo che non è venuto per essere servito ma per servire.

Come potete constatare, il mistero della morte è quotidianamente all’angolo della nostra strada. Il segreto della buona morte si nasconde nella vita di ogni giorno. Bisogna riconoscerlo, sorridergli, tendergli le mani, dargli un significato eterno: tutto questo significa imparare a ben morire. Ascoltiamo l’apostolo Paolo: Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi (Rm 14,7-9).

D’altra parte sarebbe un’aberrazione, un atteggiamento ridicolo, un comportamento da scemi passare la vita a nasconderci la morte. Quale grande differenza esiste fra il vivere e il morire? Moriamo ogni momento perché morire significa perdere la vita, e noi la perdiamo istante dopo istante.

Dobbiamo ripeterci senza farfugliare le parole, ma con voce chiara e tono forte, la massima antica: Cotidie morior: muoio ogni giorno.

Amando lucidamente la vita, amerò anche la morte, mia sorella morte, sora nostra morte corporale. Amerò la morte non per se stessa (perché in sé e per sé è solamente detestabile) ma per il volto d’amore che ha preso sulla croce di Cristo.

S. Paolo ha scritto a tutti i battezzati e dunque anche a noi: Con lui siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti (Col 2,12; cfr. Ef 2,4-6).

Notiamo! La parola di Dio, lo Spirito Santo in persona ci dice: Con Cristo siete stati insieme risuscitati per la potenza di Dio. È un discorso serio, è una verità di fede, è una realtà: la nostra morte è dietro di noi, non davanti. Ce la siamo lasciata alle spalle il giorno del nostro battesimo. Il primo giorno della nostra vita cristiana abbiamo attraversato il guado della morte, realmente!

Scrive l’apostolo Giovanni: Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli (1Gv 3,14).

Non è al termine della nostra vita che incontriamo la morte e la risurrezione. La dipartita finale è solo l’ultimo atto di un lungo itinerario di morte e di vita il cui colpo decisivo è stato dato al momento del battesimo. Le condizioni dell’esistenza manifestano questa legge universale della natura: tutto è passaggio. Passiamo dal giorno alla notte, dalla notte al giorno, dall’estate all’inverno, dall’inverno all’estate, dal sole alla pioggia... Passiamo da un’età all’altra. I capelli passano dal nero al bianco. Tutto è passaggio.

Questa legge della natura è anche la legge della natura umana. Troviamo infatti all’interno di noi stessi questa dinamica: aspiriamo a passare dal finito all’infinito, dal relativo all’assoluto, dall’imperfetto al perfetto.

Col battesimo siamo morti con Cristo, siamo stati sepolti nella sua morte: è questa una delle affermazioni centrali di san Paolo e quindi della nostra fede. E di conseguenza quali problemi si pongono per noi? Si tratta di poter conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conformi nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti (Fil 3,10-11). Si tratta di passare con Cristo e mediante la sua forza che è in noi, dal peccato all’amore, dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre. Come potete notare, ritorna sempre il mistero pasquale. Il battesimo ha dato il grande colpo: la porta della nostra prigione è saltata, il decreto della nostra condanna è stato stracciato, la nostra morte è stata ferita a morte, la vita eterna è stata accesa in noi e niente più la deve spegnere. Ogni sacramento, incontro col Cristo pasquale, mi serve per conformarmi meglio alla croce di Cristo, alla sua morte e alla sua vita. Mediante tutti i sacramenti, incontro Cristo, morto duemila anni fa, per fare una sola cosa con lui nella sua morte e nella sua risurrezione.

Ogni sacramento è una quotidiana esperienza di morte: morte a se stessi per vivere per Dio. Ma esiste un sacramento specifico per il momento della morte? Esiste un ultimo sacramento?

Sì! L’ultimo sacramento che Dio, nel suo amore, ci mette a disposizione è il santo viatico. Come abbiamo già detto, i sacramenti sono segni della presenza e dell’azione salvifica di Cristo risorto, nella storia della chiesa e dei cristiani. I sacramenti assumono le principali situazioni e i grandi momenti della vita cristiana per divinizzarli. L’ora della morte è il momento dei momenti. Se ci fossero dei sacramenti per tutti i grandi momenti della vita, ad eccezione per quello della morte, l’ordine sacramentale sarebbe insignificante.

Il santo viatico, non è una comunione come tutte le altre; è il sacramento del grande viaggio, è l’ultimo sacramento. Il suo nome significa scorta per il viaggio. Questa estrema comunione serve per farci decollare felicemente per il nostro passaggio al Padre: lasciamo questo mondo con il Risorto nel cuore e nel corpo. La vita cristiana è una lotta continua e penosa, ma il termine della vita terrena rappresenta il momento decisivo di questa lotta: per questo è chiamato agonia. Gesù, mediante il viatico arriva di persona ad affrontare l’agonia, l’ultima battaglia con il diavolo tentatore, assieme al moribondo.

Gesù è passato da questo mondo al Padre mediante la sua morte di crocifisso appeso al patibolo. Egli è la via. Anche il cristiano passa da questo mondo al Padre con Cristo e come Cristo. Le modalità, le circostanze e la scena esterna possono variare quasi all’infinito, ma la sostanza è sempre la stessa: non si può entrare in Dio senza uscire da se stessi, senza morire. Mediante la comunione si fa unità col corpo di Cristo. Ora Cristo è passato attraverso la morte ed è risorto. Ogni comunione, durante la vita, ha deposto nel corpo del cristiano un germe d’immortalità. Nell’ora della morte tutti questi germi danno il loro frutto nell’ultimo sacramento della vita eterna.

Soprattutto in questo momento solenne si avverano le parole di Gesù: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno... Chi mangia questo pane vivrà in eterno (Gv 6,54-58).

Non sarà superfluo ricordare che il cristiano non muore, ma passa dalla vita alla Vita. Leggiamo infatti nel prefazio dei defunti: Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata: e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo.

Leggiamo nella lettera agli ebrei: Per la grazia di Dio, Gesù ha provato la morte a vantaggio di tutti (Eb 2,9). E ancora: Egli è divenuto partecipe del sangue e della carne degli uomini per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (Eb 2,14-15).

Con la morte e la risurrezione di Cristo è avvenuta realmente una radicale trasformazione nella morte. La morte di Cristo ha conferito alla morte un altro significato, un senso nuovo, quello che avrebbe dovuto avere fin dal principio, fin dall’esistenza del primo uomo: il passaggio a una nuova eterna vita d’uomo.

La morte di Gesù in croce trasforma totalmente il significato della morte, la rende sacramento di salvezza: è il completo ribaltamento dell’avvenimento della nostra morte. È la liberazione di noi uomini peccatori da una schiavitù così profonda e tragica che avrebbe reso assurda ogni nostra umana esistenza. Proprio perché Gesù è morto sulla croce, gli uomini ritrovano il senso della loro vita, e particolarmente il senso della loro morte e la possibilità concreta di realizzarlo. Ciò è avvenuto per una solidarietà d’amore inaudita: nel suo amore per noi, Cristo è disceso fino a condividere la perdizione ultima dei suoi fratelli caduti, per portare la carità e la luce là dove, senza di lui, sarebbero regnate le tenebre, la solitudine, la rottura e la disperazione eterne. Per cercare e salvare la pecora smarrita (l’umanità perduta), il buon pastore è disceso negli inferi della morte e ha trasformato la morte nella porta del cielo per tutti gli uomini che muoiono.

Così la morte degli uomini non è più morte. La morte dei peccatori è cancellata; da morte-rottura è diventata morte-comunione, morte pasquale, morte-passaggio, morte-porta verso la risurrezione e la vita.

Cristo morto e risorto ha penetrato tutta la natura degli esseri con il suo amore infinito. Prendendo la natura umana, l’ha infiammata fin nelle sue fibre più profonde e resa incandescente di divinità.

Ogni uomo che muore, si unisce al Salvatore in questa morte umana che egli ha subìto per tutti e nella quale ci attende: la morte è il luogo di appuntamento e d’incontro d’ogni uomo con il Cristo salvatore. L’amore di Cristo raggiunge ogni uomo nella vita e soprattutto nel momento supremo, decisivo e determinante della morte.

Cristo incontra ogni morente nel diluvio universale della morte, nel battesimo della morte, anche se il morente non l’ha ancora incontrato nella fede e nei sacramenti. Questo incontro con il Salvatore di tutti può essere accettato o rifiutato (non c’è amore per forza) ma c’è da sperare che nessuno lo rifiuterà perché Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia (Rm 11,32).

Certo, la morte conserva per tutti il suo aspetto tenebroso. Le tenebre del Golgota hanno circondato la morte di Gesù e circonderanno anche la nostra, altrimenti non saremmo veramente partecipi della sua morte per essere anche veramente partecipi della sua risurrezione.

Vorrei concludere con un messaggio di speranza e di gioia che Gesù stesso ci ha lasciato nel vangelo di Giovanni: Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via... Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,1-6).

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