Vangelo di Gesù Cristo secondo
GIOVANNI

(Pedron Lino)


autori
titoli

"A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i vangeli meritatamente eccellono, in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro salvatore" (DV 18).

 

INTRODUZIONE

Il vangelo secondo Giovanni è una composizione di altissimo livello di pensiero e di spiritualità. Inoltre ha in sé una fortissima tensione drammatica. Soprattutto nella prima parte descrive, a molte riprese e a sussulti, il dramma del Figlio di Dio venuto nel mondo, che non riesce a farsi accogliere dal suo popolo. Gesù, "inviato dal Padre", svela sempre più esplicitamente il suo mistero trascendente, ma il risultato è un rifiuto aspro e tenace: si prepara lentamente la divina tragedia della croce. Teatro di questo tragico scontro è il tempio di Gerusalemme, con le sue feste classiche che si succedono con ordine: Tabernacoli, Pasqua, Dedicazione del tempio... Anche questa è una progressione calcolata. Si prepara così la "Pasqua" di Gesù con gli eventi di salvezza: la passione e la risurrezione. Questa prospettiva storica però, nella redazione evangelica alla fine del I secolo, si allarga a tutto il mondo in una specie di dramma cosmico che coinvolge tutta la storia umana con la difficile proposta della fede salvatrice. Il dramma del rifiuto del Figlio assume così dimensioni impressionanti. Questo vangelo accentua soprattutto il tema della fede che misteriosamente germina nel cuore dei discepoli. Nonostante il rifiuto di Israele e del "mondo", un piccolo gruppo di credenti si stringe attorno al Figlio di Dio e prepara la storia cristiana. La Chiesa sorta dalla predicazione dell’apostolo Giovanni, si sente continuazione di questo gruppo evangelico, a cui soprattutto è dedicata la seconda parte del vangelo: una serie di discorsi intimi e commoventi con Gesù e, dopo la morte di croce, il resoconto gioioso e arcano delle apparizioni pasquali del Risorto.

Il mistero di Gesù viene continuamente proposto al mondo attraverso tensioni crocifiggenti e soprattutto attraverso la testimonianza della fede che è un grandissimo dono di Dio. Questa fede va assiduamente nutrita per mezzo di una catechesi teologicamente ricca e di una esperienza spirituale profonda.

Questo scritto è essenzialmente dedicato ai credenti per alimentare la loro fede: "Questi segni sono stati scritti perché crediate..." (20,31).

In questo vangelo è predominante il discorso su Dio. In Gesù, è Dio stesso che è venuto fra gli uomini in vera carne umana e mortale: la Parola divina, eterna e creatrice è entrata nella storia del mondo e di ogni uomo. In Gesù, nuovo tabernacolo (1,14) e nuovo tempio (2,21), gli uomini possono incontrare con la fede Dio stesso. Così, attraverso la fede, gli uomini sono salvati, per opera dello Spirito Santo. E’ lo Spirito che vive misteriosamente nei credenti (3,8), li trasforma in veri adoratori del Padre (4,33-34), li disseta misteriosamente (7,37-39), li rende autentici testimoni (15,26-27) e strumenti nella trasmissione del perdono di Dio (20,22-23). Ma alla radice di tutto sta l’amore del Padre che "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" perché il Figlio "dia lo Spirito senza misura" (3,16-34).

Accogliendo con la fede lo Spirito, il discepolo "generato da Dio" (1,13) entra veramente nella vita di Dio, vive autenticamente come Dio stesso vive, senza più timore di morte (11,25-26). La vita eterna è già realmente iniziata nella vita presente del discepolo (6,47). La vita eterna è comunione profonda con il Figlio (15,4) e, attraverso il Figlio, con il Padre (17,21). Il momento culminante dell’unione di Cristo con i discepoli raggiunge la perfezione nell’Eucaristia (6,57).

Il quarto vangelo non è un’opera di teologia pura. Anche i temi più elevati sono sempre orientati alla catechesi, e più precisamente a una catechesi battesimale. L’intento principale di questo vangelo è quello di sostenere e guidare i credenti nell’autentico cammino al seguito di Gesù all’interno di un’autentica comunità cristiana.

 

Capitolo 1

1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste.
4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.
6 Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10 Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11 Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12 A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13 i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15 Giovanni gli rende testimonianza
e grida: "Ecco l'uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me".
16 Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18 Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.

Il prologo del vangelo secondo Giovanni è un inno cristiano primitivo, che è stato adattato per servire da introduzione al racconto evangelico della vita della Parola incarnata. A differenza di Matteo e Luca, i quali danno inizio al loro vangelo con la storia della nascita di Gesù nel tempo, Giovanni prende le mosse molto più da lontano e ricorda ai suoi lettori che l’origine vera della sua mirabile vita è nelle profondità dell’esistenza eterna di Dio.

In questa prima pagina del vangelo, Giovanni canta l’opera della Parola, persona divina, che è luce e vita dell’umanità, diventata uomo per rivelare al mondo la salvezza piena e perfetta, comunicandola a quanti credono in lui, l’Unigenito del Padre. Egli è l’unico rivelatore definitivo di Dio perché è l’unica persona che vede Dio e vive rivolto presso il Padre.

L’importanza di questo brano poetico è eccezionale per l’intera teologia cristiana. E’ una delle pagine più sublimi di tutta la letteratura del Nuovo Testamento. E’ una delle perle più preziose di tutta la Bibbia. Il vangelo di Giovanni è la più acuta interpretazione dell’evento-Gesù, che gli ha fatto meritare il nome di "vangelo spirituale" (Eusebio).

Giovanni colloca il Verbo in Dio, presentandone la preesistenza eterna, l’intimità di vita con il Padre e la sua natura divina. Il termine "Verbo" ha come sottofondo la letteratura sapienziale e il tema biblico della parola di Dio nell’Antico Testamento, dove sia la Sapienza che la Parola vengono presentate come "persona" legata a Dio e mandata da Dio nel mondo per orientarlo verso la vita. Il Verbo è forza che crea, rivelazione che illumina, persona che comunica la vita di Dio.

Il Verbo non solo è vicino al Padre, ma rivolto verso il Padre in atteggiamento di ascolto e di obbedienza. Giovanni afferma con chiarezza, fin dalle prime parole del suo vangelo, che nel Dio unico esiste una pluralità di persone.

Per l’uomo della Bibbia "la parola" è l’espressione più profonda e intima di una persona, e lo stesso Dio non sarebbe Dio se non comunicasse la sua Parola dal fondo del suo essere. Anche per l’evangelista Giovanni è così. Il Verbo è generato eternamente dal profondo del seno del Dio-Amore; egli è il volto del Padre, è l’uguaglianza nella diversità delle due persone che si amano e si comunicano. Con questi primi versetti Giovanni ci introduce nel mistero della rivelazione eterna di Cristo.

Dopo i primi due versetti introduttivi, Giovanni ci presenta il ruolo del Verbo nella creazione dell’universo e nella storia della salvezza: "Tutto accadde per mezzo di lui e senza di lui non accadde nulla (v. 3). Il Verbo spinge tutte le cose all’essere e alla salvezza in quanto esse partecipano alla comunione di vita con lui. Tutta la storia appartiene a lui. Tutte le cose sono opera del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret.

Ogni uomo è fatto per la luce ed è chiamato ad essere illuminato dal Verbo con la luce eterna di Dio, che è la vita stessa del Padre donata al Figlio. La luce di Cristo splende su ogni uomo che viene nel mondo e le tenebre lottano per eliminarla. Tuttavia l’ambiente del male, che si oppone alla luce di Dio e alla parola di Gesù-Verbo, non riesce ad avere il sopravvento e a vincere.

La luce venuta nel mondo è preceduta da un testimone, Giovanni il Battista, che ha la missione di parlare a favore della luce. Questo uomo mandato da Dio ha un compito ben definito nel piano della salvezza, e lo stesso suo nome "Giovanni" lo rivela: annunciare che "Dio è pieno di amore misericordioso" per tutta l’umanità.

Il ruolo del Battista è unico: "venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo" (v. 7). Giovanni è il testimone di Gesù che riceve la testimonianza che il Padre dà al Figlio nel battesimo e che vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù (Gv 1,32-34). Egli è colui che conduce l’uomo alla fede in Gesù-Luce.

Gesù è la luce autentica e perfetta che appaga le aspirazioni umane; la sola che dà senso a tutte le altre luci che appaiono nella scena del mondo. Questa luce divina illumina ogni uomo che nasce in questo mondo. E’ la luce che si offre nell’intimo di ogni essere come presenza, stimolo e salvezza.

Gesù-Verbo, presente tra gli uomini con la sua venuta, è vicino ad ogni uomo. Benché fosse già nel mondo come creatore e come centro della storia, "il mondo non lo riconobbe" (v. 10), cioè gli uomini non hanno creduto nel Verbo incarnato e nella sua missione di salvatore.

Al rifiuto del mondo, Giovanni ne aggiunge un altro ancora più grave: "E’ venuto tra la sua gente e i suoi non l’hanno accolto" (v. 11). In altri termini: la Parola del Signore è venuta nel popolo ebraico, ma Israele l’ha respinta. E’ presente qui il lungo cammino dell’umanità che, nonostante il progetto di amore e di vita voluto da Dio, ha perso col peccato l’orientamento di tutto il suo essere e non ha riconosciuto il piano amoroso e salvifico di Dio.

Se il comportamento dell’umanità, e in particolare quello d’Israele, è stato di netto rifiuto di Gesù-Verbo, tuttavia, un gruppo di persone, un "resto di Israele", l’ha accolto e ha dato una risposta positiva al suo messaggio, stabilendo un nuovo rapporto con Dio: "A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio" (v. 12). Solo coloro che accolgono il Verbo e credono nella sua persona divina diventano figli di Dio, perché sono nati da Dio e non da elementi umani.

Questo dono della figliolanza divina si accoglie credendo nel Cristo e approfondendo la nostra vita di fede in lui. Accogliere il Verbo significa "credere nel nome" di Gesù, ossia aderire pienamente alla sua persona, impegnare la propria vita al suo servizio.

Il versetto 14 è come la sintesi di tutto l’inno: si afferma solennemente l’incarnazione del Figlio di Dio. Il vangelo afferma che "il Verbo divenne carne", cioè che la Parola si è fatta uomo, nella sua fragilità e impotenza come ogni creatura, nascendo da una donna, Maria. E’ questo l’annuncio da credere per essere salvati: "Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio" (1Gv 4,2-3).

L’espressione "e pose la sua tenda in mezzo a noi" sottolinea lo scopo dell’incarnazione: Dio dimora con il suo popolo stabilmente e per sempre (cf. Ap 7,15). La sua presenza è nella vita stessa dell’uomo e nella carne visibile di Gesù (cf. Gv 2,19-22).

I discepoli hanno contemplato nella fede il mistero di Gesù-Verbo, cioè la gloria che egli possiede come Unigenito venuto da presso il Padre (v. 14). Gesù è la rivelazione di Dio, ma in un modo nascosto e umile. Nel vangelo di Giovanni la gloria del Signore è qualcosa di interiore che solo l’uomo di fede può comprendere. La "gloria" di Cristo è la verità del suo mistero: la rivelazione nell’uomo-Gesù del Figlio di Dio venuto da presso il Padre.

La "grazia della verità" (v. 14) nel linguaggio biblico è il dono della rivelazione che Dio ha offerto all’uomo. La verità, in Giovanni, indica la rivelazione piena e perfetta della vita divina. Il Verbo incarnato è "pieno della verità", ossia è tutto quanto rivelazione. Gesù è "la verità" (Gv 14,6) ossia la rivelazione definitiva e totale. E questa verità è la "grazia" del Padre, il dono supremo che ci ha fatto il Padre.

Tutta la vita di Gesù è manifestazione di Dio, ma per l’evangelista il momento centrale in cui si manifesta la gloria di Dio in tutta la sua potenza è la croce: l’innalzamento di Gesù è la sua glorificazione. Può sembrare paradossale dire che la croce è la glorificazione, ma tutto diventa luminoso se pensiamo che Dio è amore (1Gv 4, 8) e la sua manifestazione è dunque là dove appare l’Amore. E’ sulla croce che l’amore di Dio rifulge in tutta la sua penetrante luce e pienezza.

I credenti sono coloro che hanno ricevuto "dalla pienezza" (v. 16) di Gesù-Verbo il dono della rivelazione, che sostituisce ormai quella della legge antica. Ogni credente può attingere a piene mani da questa fonte di vita ed essere partecipe del dono della verità che è in Gesù. La vita di figlio di Dio entra nell’uomo mediante la fede. Il Figlio di Dio infatti si è fatto uomo per rendere tutti gli uomini partecipi della sua realtà di Figlio e introdurli nella vita di Dio.

"Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto una grazia al posto di un’altra grazia" (v. 16). Quali sono le due grazie di cui si parla? Il v. 17 ci aiuta a comprenderne il senso. Le due grazie sono la legge di Mosè e quella di Cristo. Per Giovanni, la storia della salvezza abbraccia due momenti fondamentali: il dono della legge nella rivelazione provvisoria del Sinai e "la grazia della verità" nella rivelazione definitiva di Gesù. Le due tappe della rivelazione non sono in contrasto tra loro: Mosè è il rivelatore imperfetto della legge e il mediatore umano tra Dio e Israele, Gesù invece è il Rivelatore perfetto e definitivo della Parola e il Mediatore umano-divino tra il Padre e l’umanità.

Infine il versetto finale del prologo offre un’ulteriore spiegazione del perché Gesù è il compimento della legge di Mosè: perché Dio si rivela in Gesù. Solo il Figlio unigenito ha potuto rivelare il Padre perché nessuno ha mai visto Dio se non il Figlio unigenito che ce l’ha rivelato (v. 18).

Il "seno" del Padre nel linguaggio biblico è l’immagine tipica dell’amore e dell’intimità: tutta la vita di Gesù si svolse come vita filiale in un atteggiamento di ascolto e di obbedienza al Padre, in un rapporto di amore con il Padre e come manifestazione del Padre.

19 E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: "Chi sei tu?". 20 Egli confessò e non negò, e confessò: "Io non sono il Cristo". 21 Allora gli chiesero: "Che cosa dunque? Sei Elia?". Rispose: "Non lo sono". "Sei tu il profeta?". Rispose: "No". 22 Gli dissero dunque: "Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?". 23 Rispose:
"Io sono voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
come disse il profeta Isaia". 24 Essi erano stati mandati da parte dei farisei. 25 Lo interrogarono e gli dissero: "Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?". 26 Giovanni rispose loro: "Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27 uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo". 28 Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Per comprendere bene la testimonianza di Giovanni Battista, bisogna chiarire cosa significa il termine "giudei". Nel linguaggio del Vangelo di Giovanni, essi sono i capi religiosi che entrano in polemica con Gesù, sono gli avversari di Gesù e di Giovanni Battista, sono i rappresentanti del mondo che non crede. Essi vanno distinti dagli "israeliti", che sono invece quelli che ascoltano la parola di Gesù (cf. Gv 1,47) e sono i "poveri di Dio", il "resto d’Israele" che attende il Messia.

La delegazione, composta da persone autorevoli, come sacerdoti e leviti, pone al Battista la fondamentale domanda della sua identità: "Tu chi sei?". Giovanni confessa con schiettezza di non essere il Cristo, il Salvatore atteso da Israele.

A questa prima risposta negativa seguono altre domande degli inviati: "Chi sei allora, sei Elia?…Sei tu il profeta?" (v. 21). Il Battista risponde con prontezza e decisione anche a queste domande. Egli non è Elia o il Profeta, personaggi attesi per il tempo messianico.

Il disorientamento dei suoi interlocutori è grande. Agli inviati, che ancora una volta cercano una spiegazione sulla sua identità, presenta se stesso con le parole di Isaia: "Voce di uno che grida nel deserto" (v. 23), e prepara la via al Cristo, vera salvezza.

Egli è la voce che invita a ritornare nel deserto per preparare spiritualmente il cammino al Messia. Egli non richiama l’attenzione su di sé, ma su colui che sta per arrivare.

I giudei, però, non sono soddisfatti delle sue risposte e gli domandano ancora: "Perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il Profeta?" (v. 24). Ed egli con la sua precisa risposta giustifica il suo operato e la sua missione: "Io battezzo con acqua" (v. 26). Giovanni pratica questo rito perché ogni uomo si disponga ad accogliere la rivelazione del salvatore d’Israele.

La definitiva conferma che egli non è il Messia, Giovanni la dà ai suoi interlocutori dicendo che il Cristo è già presente in mezzo al popolo. Egli non accosta la sua persona a quella del Salvatore per fare un confronto, ma solo per mettere in risalto la grandezza e la dignità del Cristo. La sua vita ha dimensioni di eternità e Giovanni non è degno di rendergli il più umile dei servizi, come quello di slacciare i sandali, che pure era un compito riservato agli schiavi.

La subordinazione del Battista a Gesù è totale. Con la parola e con la vita egli offre al Messia una testimonianza che cerca di suscitare la fede di tutti verso il grande sconosciuto che vive tra gli uomini e che essi non conoscono. La sua umiltà e la sua fedeltà sono esemplari: egli allontana sempre più l’attenzione e lo sguardo da sé per orientare tutti verso il suo Signore.

29 Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: "Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! 30 Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. 31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele". 32 Giovanni rese testimonianza dicendo: "Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. 33 Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. 34 E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio".

Il mistero della persona sconosciuta che deve venire dopo il Battista, viene svelato solo "il giorno dopo" (v. 29), quando gli inviati ufficiali dei giudei erano scomparsi dalla scena.

Giovanni, concentrandosi tutto su Gesù che gli veniva incontro, esclama: "Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo" (v. 29).

L’evangelista Giovanni, richiamandosi ai brani del "Servo sofferente di Dio", l’Innocente che porta su di sé il peccato dell’umanità (cf. Is 42,1-4; 52,13—53,12), presenta Gesù come l’Agnello-Servo che toglie le colpe degli uomini con la sua parola e con la sua verità e l’Agnello pasquale che comunica loro la vita nuova con la sua sofferenza e la sua morte in croce (cf. Es 12,1-28; 1Gv 1,7).

Con l’espressione "il peccato del mondo", Giovanni non intende tanto un peccato particolare e neppure la totalità dei peccati, ma quella mentalità sbagliata del mondo che si oppone a Dio e che costituisce la causa di ogni peccato e del rifiuto di Dio. Di conseguenza, il Cristo non assumerà la funzione del Messia politico trionfatore, ma quella del Messia umile e sofferente, che non conoscerà successi e non sarà capito dagli uomini.

Gesù è dunque il personaggio sconosciuto di cui ha parlato il Battista (Gv 1,26). Egli è superiore a lui perché esisteva prima di lui: la sua preesistenza divina è fuori del tempo e dello spazio. Se per i sinottici la superiorità di Gesù sul Battista si manifestava in una potenza più grande (cf. Mc 1,6; Mt 3,11; Lc 3,6), per Giovanni sta nella sua condizione divina.

Il mistero del Figlio di Dio è svelato al Battista quando Gesù viene al Giordano. Giovanni proclama pubblicamente il modo con il quale ha visto lo Spirito Santo scendere sul Messia. Il segno che convalida tale messianicità sta nel fatto che egli vede lo Spirito "scendere dal cielo come colomba" (v. 32). La colomba indica Israele. Lo Spirito che scende sotto forma di colomba è il simbolo dell’annuncio della nascita del nuovo Israele di Dio, che inizia con Gesù.

Lo Spirito scende su Gesù, lo riempie e vi rimane, impossessandosi di lui, come dono di Dio in modo pieno e stabile (cf. Is 11,2-3). Egli diviene così la nuova dimora di Dio, il Tempio dello Spirito, fonte perenne di salvezza per tutti i discepoli (cf. Gv 3,24).

Il battesimo "nell’acqua" dato dal Battista, a confronto con quello "nello Spirito" dato da Gesù è solo la preparazione a riconoscere colui che comunica lo Spirito.

La testimonianza storica del Battista ha lo scopo di far sbocciare la fede del discepolo nella persona di Gesù. Essa raggiunge il suo vertice nella proclamazione che Gesù è l’"eletto di Dio".

Con lo Spirito che scende dal cielo sul Figlio dell’uomo, è iniziato il cammino dell’umanità nel suo ritorno al Padre, è cominciata la creazione del nuovo Israele.

35 Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36 e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". 37 E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38 Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che cercate?". Gli risposero: "Rabbì (che significa maestro), dove abiti?". 39 Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
40 Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41 Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)" 42 e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)".

Chi legge il vangelo di Giovanni rimane colpito fin dall’inizio dal mistero della persona di Gesù e della sua grande umanità, che colma e soddisfa le aspirazioni fondamentali dell’uomo. Gesù, come ogni uomo, è conoscibile soprattutto dalle relazioni che si instaurano con lui e dal rapporto che egli ha con la singola persona.

Il brano di oggi mette in luce il rapporto tra Gesù e i primi discepoli. Il testo presenta il fatto storico della loro chiamata e il messaggio teologico sulla fede che porta a seguire Gesù.

Giovanni vuole offrire ai suoi lettori i tratti caratteristici dell’essere discepolo, cioè la fede come esperienza vissuta nell’incontro e nell’adesione alla persona del Cristo. Gesù è il Rivelatore che il discepolo accoglie nella fede (cf. Gv 1,12; 20,29-31).

Il Battista vede Gesù che cammina e, penetrando nell’intimo del cuore del Signore, lo indica ai suoi. La sua missione di precursore sta ormai per finire. Quando arriva lo sposo, l’amico delle sposo si deve ritirare (cf. Gv 3,29-30). Il passaggio di Gesù indica al Battista che per lui è arrivata l’ora di fermarsi per lasciare il posto al Cristo.

I due discepoli del Battista diventano discepoli di Gesù e si assumono anch’essi il compito di rendergli testimonianza, camminando dietro a lui. Essi rappresentano il passaggio dall’epoca dell’Antico Testamento, che ha il suo vertice e compimento nel Battista, al Nuovo Testamento, dove il regno di Dio arriva con Gesù.

Le prime parole che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni sono la prima e fondamentale domanda che è rivolta ad ogni uomo che intenda seguire il Cristo: "Che cercate?" (v. 38; cf. 18,4; 20,15). Sono un invito per il discepolo a chiarire a se stesso che cosa cerca realmente nella vita.

Con questa semplice domanda, Gesù scava nel cuore degli uomini, fa appello ai loro profondi desideri e fa emergere i loro pensieri più veri. Gesù bisogna cercarlo, perché egli si concede solo a chi lo cerca impegnando tutto se stesso.

Il venire a Gesù, il vedere dove sta per rimanere con lui sono espressioni che contengono l’invito a fare una diretta esperienza personale con lui e descrivono un vero cammino di fede. E’ essenziale sapere dove Gesù "vive", perché là dove Gesù è a casa sua, anche il discepolo troverà la propria dimora. Il "luogo" dove sta Gesù è il Padre (cf. Gv 1,18; 12,45; 14,3-9; 17,6-11).

Anche il discepolo deve collocarsi a partire da questo luogo (cf. Gv 12,26); deve "dimorare" presso Gesù. L’uso del verbo "dimorare" nel vangelo di Giovanni indica la condizione essenziale per entrare gradualmente nel mistero di Cristo. L’incontro dei primi discepoli con Gesù è decisivo e avvia una presenza durevole, indicata dall’ora decima, che è "l’ora perfetta della storia del mondo" (cf. Filone, Vita di Mosè 1,96), l’ora del compimento, in cui si conclude la ricerca dei discepoli: l’incontro con Gesù.

I discepoli ora seguono Gesù non per impulso di altri, ma perché affascinati da un’esperienza personale. Da questo momento, essi incominciano a chiamare altri a seguirlo. Il loro annuncio è la comunicazione di una certezza: Gesù è il Messia. Ogni chiamata riproduce sempre il loro itinerario spirituale di vita: annuncio, conoscenza ed esperienza diretta di Gesù. Così Andrea si fa guida del fratello Simone verso Gesù. Egli, prima testimonia la sua fede, comunicando l’esperienza avuta con il Messia, poi stimola il fratello a vivere in prima persona l’esperienza che lui ha vissuto.

Lo sguardo con cui il Maestro accoglie Simone è così profondo che basta a capovolgerne la vita. Simone riceve il nome di Pietro dalla "Pietra spirituale" che è Cristo (cf 1Cor 10,4).

43 Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: "Seguimi". 44 Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. 45 Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret". 46 Natanaèle esclamò: "Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?". Filippo gli rispose: "Vieni e vedi". 47 Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: "Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità". 48 Natanaèle gli domandò: "Come mi conosci?". Gli rispose Gesù: "Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico". 49 Gli replicò Natanaèle: "Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!". 50 Gli rispose Gesù: "Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!". 51 Poi gli disse: "In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo".

Come Andrea ha trovato Simone, così Filippo trova Natanaele. Ed entrambi esprimono la loro gioia: "Abbiamo trovato!".

Queste "vocazioni" sono soprattutto il risultato della comunicazione reciproca fra i primi discepoli. Gesù regge le fila di tutta questa storia: si parla di lui, si viene da lui e si va a lui. Egli è presente soprattutto per dare spazio al gioco delle libertà umane che egli anima.

Filippo incontra Natanaele e comunica all’amico l’esperienza fatta incontrando il Messia nella persona di Gesù. L’annuncio di Filippo si fonda sulla Scrittura. Egli riconosce in Gesù l’atteso d’Israele, colui nel quale si compie la promessa fatta ai Padri di suscitare in Israele un profeta come Mosè (cf. Dt 18,18-19).

La reazione di Natanaele esprime il suo scetticismo: il Messia non può avere la sua patria in un villaggio insignificante come Nazaret. Siamo di fronte allo scandalo di sempre, che tutti coloro che non sono ancora giunti alla fede sollevano di fronte alla persona di un Dio che si fa uomo come noi. Siamo di fronte alla logica evangelica del piccolo segno da cui deriva il massimo bene, che è nascosto all’uomo che si ritiene sicuro di sé in questo mondo.

Filippo non tenta di chiarire o risolvere il dubbio dell’amico, ma cerca di invitarlo ad un’esperienza personale con il Maestro, la stessa da lui vissuta in precedenza e che ha cambiato la sua vita. Solo la fede è capace di far superare i motivi di scandalo e di autosufficienza umana.

Gesù fa l’elogio di Natanaele presentandolo come un autentico israelita senza doppiezza. Egli conosce bene Natanaele anche se lo incontra per la prima volta, perché conosce tutti (cf. Gv 2,24) e sa ciò che vi è nell’uomo (cf. Gv 2,25).

L’espressione rabbinica: "Essere seduti sotto il fico" significa "studiare la Scrittura" (cf. Abba b. Kahana: Midrash a Ct 4,4). Con l’espressione: "Ti ho visto quando eri sotto il fico" (v. 48),Gesù vuol far capire a Natanaele l’acutezza della sua conoscenza sovrumana. La reazione di Natanaele è una professione pubblica di fede nella messianicità di Gesù.

Le cose maggiori promesse da Gesù sono concretizzate nella visione degli angeli che scendono e salgono sul Figlio dell’uomo. Con questa frase finale del v. 51, Gesù allude al Libro della Genesi 28,12. Egli promette una teofania, cioè una manifestazione di Dio, simile a quella avvenuta a Betel. Difatti sta per rivelare la sua gloria con il segno di Cana (Gv 2,11), anticipo della rivelazione suprema che avverrà con la sua morte e risurrezione (cf. Gv 17,1). "Il Figlio dell’uomo è il ‘luogo’ della piena rivelazione di Dio (Betel), in cui Dio svela la sua gloria a coloro che guardano con l’occhio della fede" (Schnackenburg).

 

Capitolo 2

1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". 4 E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora". 5 La madre dice ai servi: "Fate quello che vi dirà".
6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le giare"; e le riempirono fino all'orlo. 8 Disse loro di nuovo: "Ora attingete e portatene al maestro di tavola". Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: "Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono". 11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
12 Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.

Più che la cronaca delle nozze di Cana ci deve stare a cuore la significativa presenza di Gesù e di sua Madre.

Giovanni ha un suo stile nel presentarci Maria. Egli non la chiama mai con il suo nome, ma con l’appellativo di Madre di Gesù (v. 1) o di Donna (v. 4), perché a lui interessa mettere in risalto non tanto la sua individualità quanto il ruolo che le compete. In tutto il vangelo di Giovanni, Maria è presente solo in due momenti: a Cana, quando Gesù dà inizio alla sua prima manifestazione, e sul Calvario, quando il Figlio, nel momento conclusivo della sua missione, la consegna come madre al discepolo amato (19,25-27).

Per comprendere bene il vangelo di Giovanni è importante richiamare il principio fondamentale che regola la comprensione di questo vangelo: la presenza di due livelli di lettura. Ogni pagina del testo sacro contiene un livello storico, che è quello dei precisi ricordi storici di cui si serve l’evangelista nel narrare la sua catechesi, e un livello teologico, che è quello sottinteso al testo e presente nella mente dell’autore che scrive, interpretando il fatto alla luce dell’evento pasquale. Storia e teologia si legano e si compenetrano.

L’intero episodio di Cana, riletto alla luce della Pasqua, va letto così: le nozze rappresentano l’Antica Alleanza a cui anche Maria appartiene. Lo sposo e la sposa sono Dio e il popolo d’Israele tra cui non si è instaurata una relazione permanente di amore, nonostante i vari tentativi di Dio. Maria, simbolo del giudaismo che viveva in attesa della speranza messianica, rappresenta l’umanità bisognosa, che desidera la liberazione e attende la rivelazione piena della salvezza. Il segno del vino nuovo rappresenta il messaggio evangelico di Gesù.

Il vino, nel linguaggio dell’Antico Testamento, è il simbolo dell’amore tra lo sposo e la sposa, segno di gioia ed elemento essenziale per le nozze (cf. Ct 1,2; 5,1; 7,10; 8,2). Per i profeti esso è considerato un gran dono di Dio, e la sua mancanza, causata dall’infedeltà d’Israele all’Alleanza, una vera sciagura (cf. Gl 2,19-26; 4,18; Am 9,13-14; Is 25,6; 62,5-9; Os 2,21-24; 14,7). Per la tradizione ebraica in genere, il vino è associato alla Legge, di cui è uno dei simboli preferiti (cf. Pr 9,2.5; Sir 24,23). Sullo sfondo del giudaismo, si può dunque dire che il vino di Cana è simbolo della Parola di Dio, è la rivelazione di Gesù, "la grazia della verità"(1,17) che egli ha portato, cioè il dono della sua rivelazione: "Infatti la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo" (Gv 1,17).

La risposta di Gesù a sua madre: "Che cosa c’è tra me e te, o Donna?" (v. 4) indica il nascere di una divergenza di vedute tra i due. Gesù vuole affermare che le relazioni tra di loro non vanno poste su un piano umano, ma su una prospettiva superiore, che è quella della sua missione di rivelatore del Padre. Mentre Maria, cioè, si ferma al livello del vino che manca, per la gioia della festa di nozze (=livello umano), Gesù, invece, pensa a dare inizio al suo ministero profetico ed eleva la sua risposta sul piano del compimento della volontà del Padre. Egli pensa al dono messianico della "vita eterna", simboleggiato dal vino nuovo, che sta per donare all’uomo (=livello superiore).

Ma la novità che Gesù porta all’uomo è qualcosa di legato alla "sua ora": "Non è ancora giunta la mia ora" (v. 4). L’"ora di Gesù" non è il momento in cui sta per compiere il primo miracolo, ma il tempo della passione, morte e risurrezione del Cristo. L’ora di Gesù è tutta la sua vita terrena vissuta in conformità alla volontà del Padre, che comincia qui a Cana e raggiunge la sua pienezza sulla croce, vertice della rivelazione messianica di Gesù al mondo e preludio del suo ritorno al Padre (7,30; 8,20; 13,1; 17,1: 19,27).

La risposta di Gesù nel dialogo con Maria ha un suo preciso significato: è il superamento del primo livello terreno, in cui si trova ancora l’antico Israele e il passaggio nella fede, che il "resto d’Israele", tramite Maria, compie. Infatti, la Madre di Gesù, con le parole rivolte ai servi: "Fate quello che egli vi dirà" (v. 5) risponde all’invito di Gesù ed entra nel piano della disponibilità al progetto di Dio.

Non è difficile accostare l’espressione usata da Maria con quella che il popolo di Dio peregrinante nel deserto espresse al Sinai: "Tutto quello che il Signore ha detto, noi lo faremo" (Es 19,8; 24,3.7). Come Mosè al Sinai fu il mediatore tra Dio e il popolo, introducendo Israele nell’alleanza con Dio, così Maria a Cana introduce i servi, dopo aver lei stessa aderito alla volontà di Dio. Come al Sinai all’atto di fede seguì il dono della legge, così a Cana alla fede di Maria trasmessa ai servi, segue il dono del vino nuovo, che è la nuova legge, la "lieta notizia" portata da Gesù. Le parole di Maria sono come la ripresa di un solenne impegno assunto dal popolo d’Israele (cf. Paolo VI, Marialis cultus, n. 57).

Il confronto tra il Sinai e Cana ci permette di comprendere nella sua verità anche il significato che l’evangelista attribuisce a Maria con l’appellativo di Donna (v. 4). Con il nome di Donna, Maria non è più solo la Madre di Gesù, ma la Donna-Madre, che dovrà svolgere un compito specifico nell’opera di salvezza del Figlio: rappresentare il popolo dell’alleanza nel suo atteggiamento di apertura e di disponibilità alla Parola di Dio. Essa è la Madre-Sion (Sal 87,5; cf. Is 2,2-5; Mi 4,1-3; Zc 8,20-23), la nuova Gerusalemme che raduna i suoi figli per la costruzione del nuovo popolo di Dio (cf. Is 51,18-20; 66,8), il nuovo Israele nella sua situazione escatologica, definitiva. Maria a Cana è l’immagine di Israele giunto al suo compimento e quindi l’immagine della Chiesa.

Maria con queste sue ultime parole registrate dell’evangelista, ha raggiunto lo scopo della sua opera. Essa ha aperto la strada all’umanità perché si incontri con Cristo.

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato". 17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?". 19 Rispose loro Gesù: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere". 20 Gli dissero allora i Giudei: "Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?". 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. 24 Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti 25 e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo.

Nel tempio di Gerusalemme, Gesù si imbatte con mercanti di bestiame e cambiamonete che pensano ai propri interessi, seduti ai loro tavoli. Cambiano ai pellegrini il denaro impuro con l’effigie dell’imperatore con monete riconosciute pure per pagare la tassa annuale del tempio. Questo commercio permesso dalle autorità religiose e dal sommo sacerdote Caifa, per fare concorrenza al mercato gestito dal Sinedrio nei pressi del Cedron, scatena la dura reazione di Gesù, che constata amaramente il carattere profano assunto dalla festa della "Pasqua dei giudei" (v. 13).

L’evangelista ci presenta Gesù come il fustigatore dei vizi e delle azioni malvagie. Il gesto di Gesù va letto alla luce dei testi profetici: "Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e presto entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate" (Ml 3,1), "In quel giorno non vi sarà più nessun mercante nel tempio del Signore degli eserciti" (Zc 14,21). Esso richiama anche i testi profetici nei quali Dio dice di non gradire un culto esteriore fatto di sacrifici di animali e basato sull’interesse personale (Am 5,21-24; Is 11,11-17; Ger 7,21-26). Gesù, con la sua azione seguita dal rimprovero: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato" (v. 16), si colloca in questa tradizione profetica.

Gesù, per la prima volta chiama Dio "il Padre mio" e parla del tempio come della casa del Padre suo. Egli, come Figlio, purifica dalla profanazione del commercio la casa di suo Padre prima di prenderne possesso. Se Dio è Padre, non basta onorarlo con offerte di bestiame e di denaro. Il Padre vuole un culto spirituale e interiore da vivere nell’amore, vuole essere adorato "in spirito e verità" (Gv 4,23).

Alla richiesta di un segno, Gesù risponde promettendo il più grande dei segni, la sua risurrezione: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (v.19). E l’evangelista precisa: "Ma egli parlava del tempio del suo corpo" (v. 21). Cristo risorto è il nuovo Tempio, il solo luogo della presenza di Dio tra gli uomini, il Tempio dal quale sarebbe scaturita una sorgente di acqua viva (Gv 7,37-39; 19,34).

I discepoli non compresero il significato profondo di questo episodio. Ma dopo la risurrezione di Gesù furono illuminati dallo Spirito su tutto quello che Gesù aveva detto loro "e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù" (v. 22).

Giovanni non ci abbandona presso le rovine del vecchio tempio, ma ci indica il nuovo santuario di Dio. Il Tempio sempre attuale e duraturo è il corpo di Cristo risorto dai morti. Dio appare in un corpo reale, umano, carico di gloria divina. Il Dio-con-noi è per sempre Gesù risorto.

Nel v. 23 si parla per la prima volta della fede delle folle. Si tratta di una fede imperfetta perché fondata sui segni. Gesù è considerato un taumaturgo e un maestro venuto da Dio, ma non l’unico Figlio di Dio. Per Gesù la fede fondata sui segni non è sufficiente; in realtà i giudei non credono realmente, come dirà Gesù stesso (3,12). Giovanni ci informa che Gesù aveva compiuto molti segni a Gerusalemme, ma non ne descrive nemmeno uno.

Gesù non dà credito alla fede dei giudei perché era troppo superficiale. Gesù conosce il cuore di tutti. Anche dopo la moltiplicazione dei pani Gesù sfugge all'entusiasmo della folla (6,14-15) perché queste persone in realtà non credevano in Gesù, ma vedevano in lui un operatore di prodigi che sfamava gratis. " Questa fede non porta né a un fermo legame interiore né alla dedizione di se stessi. Cesserà di esistere quando finiranno i miracoli; non seguirà Gesù sulla via del Golgota, ma all’inizio di questa via tornerà indietro" (Strathmann).

 

Capitolo 3

1 C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei. 2 Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: "Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui". 3 Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio". 4 Gli disse Nicodèmo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?". 5 Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7 Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito".

Dopo la descrizione dei rapporti di Gesù con i giudei, il vangelo introduce il personaggio che ne è il rappresentante tipico: Nicodemo. Egli è un uomo ragguardevole che in seguito prenderà le difese di Gesù (cf. Gv 7,50ss) e darà onorata sepoltura al corpo di Cristo (cf. Gv 19,39ss).

L’incontro di Nicodemo con Gesù avviene di notte, forse per timore dei giudei, forse perché i rabbini studiavano la Legge nelle ore notturne. Ma più probabilmente il cenno alla notte vuole alludere alle tenebre dell’incredulità di Nicodemo. Al contrario, il dialogo di Gesù con la samaritana avviene nell’ora sesta (Gv 4,6), in pieno meriggio, nell’ora in cui il sole sfolgora maggiormente. Nel vangelo di Giovanni le indicazioni cronologiche possono avere un significato teologico.

Per scoprire il mistero di Gesù e aderire alla sua persona è necessario essere generati nuovamente dall’alto. L’avverbio ànothen è intenzionalmente ambiguo. Il dialogo con Nicodemo si sviluppa su questo equivoco: nascere di nuovo dalla madre e nascere dall’alto, da Dio.

"Vedere il regno di Dio" ed "entrare nel regno di Dio" nel vangelo di Giovanni sono espressioni che significano sperimentare la presenza salvifica di Gesù, entrare in comunione vitale con la sua persona, riconoscerlo nella fede come Messia e Figlio di Dio.

Gesù spiega a Nicodemo che la vita nuova non è una seconda nascita dalla madre, ma una nascita dallo Spirito. Questa persona divina, suscitando nel cuore la fede profonda ed esistenziale nel Figlio incarnato, trasforma le creature umane in figli di Dio (cf. Gv 1,12-13). La carne, ossia la natura umana nella sua fragilità e caducità, può generare solo esseri carnali. Lo Spirito Santo invece genera degli esseri spirituali, che sono i figli di Dio.

La fede esistenziale in Gesù, Figlio di Dio, è il prodotto dell’azione dello Spirito. L’esempio del vento, che per gli antichi rappresentava un autentico mistero, serve come illustrazione del tema della necessità della rinascita dallo Spirito.

Anche in natura esistono misteri che superano la mente umana; non deve meravigliare che esistano dei misteri nell’agire di Dio. Il frutto dello Spirito sorpassa tutte le capacità della natura umana. I figli di Dio trascendono la carne, quanto lo Spirito supera le leggi della natura.

9 Replicò Nicodèmo: "Come può accadere questo?". 10 Gli rispose Gesù: "Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13 Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna".

La riflessione di Gesù sulla nascita dallo Spirito non è priva di qualcosa di misterioso, che trascende la mente umana. E Gesù previene Nicodemo avvertendolo di non meravigliarsi di questo cambiamento radicale che lo Spirito produce. Esso è certo misterioso, ma non per questo se ne deve negare l’esistenza.

Con le parole al plurale: "Dovete nascere dall’alto" (v. 7), Gesù non parla più solo a Nicodemo, ma a tutti coloro che egli rappresenta. In sintesi, la fede adulta nel Figlio di Dio è frutto dell’azione della Spirito Santo e non può scaturire dalla debolezza del cuore umano o dall’intelligenza che sa riconoscere i segni operati da Gesù.

A questo punto, l’esempio del vento è assai istruttivo al riguardo e l’evangelista lo utilizza anche per il significato che la parola vento, pneuma, contiene, cioè quello di "spirito". L’uomo è convinto dell’esistenza del vento dai suoi effetti, nonostante che il fenomeno sfugga al suo controllo ed egli non conosca né da dove il vento venga, ossia l’origine, né dove vada, ossia la destinazione. Altrettanto è vero sul piano della fede in questo nuovo modo di essere che è opera dello Spirito Santo.

L’uomo nuovo "nato da Dio" (cf. Gv 8,41; 1Gv 3,9; 4,7; 5,1.14.18) manifesta gli effetti misteriosi di questa nascita, che sono la gioia, la pace, l’equilibrio, la donazione, il servizio amoroso…, mentre l’uomo nato dalla carne agisce solo sul piano terreno e non può percepire la realtà dello Spirito e la stessa origine del mistero della persona di Gesù.

Dopo questa ampia rivelazione di Gesù, Nicodemo ripropone la sua difficoltà di uomo razionalista e terreno, che non riesce a fare il salto della fede appoggiandosi a Gesù e credendo in lui: "Come possono accadere queste cose?" (v. 9). Per passare dalla fede elementare a quella adulta Nicodemo deve imparare prima ad essere umile davanti al mistero, a farsi piccolo davanti all’unico Maestro che è Gesù. E come lui ogni uomo che voglia scoprire il mistero della persona del Figlio di Dio deve mettersi in ascolto silenzioso e adorante dello Spirito di Dio.

Il lungo monologo di Gesù che segue subito dopo, sembra mettere in luce che Nicodemo si pose in ascolto del vero Maestro per diventare suo discepolo (cf. Gv 7,50-51; 19,39).

Gesù avvia la terza rivelazione, presentandosi come testimone autentico dei misteri di Dio: "In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto" (v. 11). Ma la constatazione di Gesù: "voi non accogliete la nostra testimonianza" (v. 11b) è un’amara conclusione.

Le "cose del cielo" sono la rivelazione dell’amore di Dio che Gesù manifesterà in seguito; le "cose della terra" sono quanto egli ha rivelato sulla rinascita dell’uomo. Infatti, la generazione spirituale, anche se è compiuta dallo Spirito, riguarda l’uomo e le sue fondamentali aspirazioni di felicità e di liberazione.

Gli uomini sanno che la loro vita è senza prospettive e destinata al non senso, se non giungono a rendersi conto della necessità di un’elevazione spirituale e di un rinnovamento interiore che solo Dio può operare. Essi devono prestare fede a Gesù, anche se nessuno di loro è salito al cielo per capire i misteri celesti, perché lui solo, che è disceso dal cielo (v. 13), è in grado di annunciare la realtà dello Spirito, ed è il vero mediatore dell’uomo con Dio.

Egli, pur continuando ad avere la sua dimora nel Padre, si è incarnato per comunicare agli uomini la vita divina. Questo mistero di abbassamento e di rivelazione sarà portato alla perfezione sulla croce, quando Gesù sarà innalzato nella gloria, perché "chiunque crede in lui, abbia la vita eterna" (v. 15). La salvezza è sottomettersi a Dio e rivolgere lo sguardo a Gesù crocifisso, vero atto di fede che comunica la vita eterna (cf. Gv 19,37).

La rinascita spirituale dell’uomo che vive nel "deserto" della vita, minacciato dalla morte, è legata alla croce, perché questo è il luogo dove Gesù manifesterà al mondo la sua obbedienza radicale e la sua unità con il Padre, e rivelerà, con il sacrificio della sua vita, l’amore che Dio nutre per ogni uomo.

Gesù è l'unico rivelatore delle cose del cielo. Egli, pur continuando ad avere la sua dimora nel Padre, si è fatto uomo per comunicare agli uomini la vita di Dio. Questo mistero di abbassamento e di rivelazione sarà compiuto sulla croce, quando Gesù sarà innalzato nella gloria, perché "chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (v.15). Allora l'umanità potrà comprendere l'evento scandaloso e sconcertante della salvezza per mezzo della croce e guarire dal suo male, come gli ebrei un tempo nel deserto guarirono dai morsi dei serpenti velenosi guardando il serpente di bronzo che Mosè aveva fatto innalzare come segno di vita (Nm 21,4-9).

Anche allora tuttavia non era il serpente di bronzo che salvava, ma come scrive il libro della Sapienza, 17,7: "Chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti". Bisogna sempre oltrepassare le apparenze del segno e guardare con fede alla misericordia e alla potenza di Dio. La salvezza è sottomettersi a Dio e rivolgere lo sguardo al Cristo crocifisso. Questo è il vero atto di fede che ci comunica la vita eterna (cf. Gv 19,37).

La nuova vita generata in noi dallo Spirito è esposta quotidianamente ai morsi del serpente, il diavolo. Il rimedio contro il peccato e la morte è il Cristo morto sulla croce. La fonte della salvezza e della vita eterna è l'amore del Padre che ci dona il Figlio per distruggere il peccato e la morte.

16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Questi pochi versetti esprimono molto bene il carattere universale della salvezza operata dal Cristo, che trova la sua origine nell'iniziativa misteriosa dell'amore di Dio per gli uomini. Il fatto che il Padre ha mandato a noi il suo Figlio per salvarci è la più alta manifestazione di Dio che è Amore (cf. 1Gv 4,8-16).

La missione di Gesù è quella di portare agli uomini la salvezza: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (v. 16). La scelta fondamentale dell'uomo è questa: accettare o rifiutare l'amore del Padre che si è rivelato in Cristo. Questo amore non giudica e non condanna il mondo, ma lo salva: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (v. 17).

Il giudizio è un fatto attuale: avviene nel momento in cui l’uomo si incontra con Gesù. Chi crede, aderendo esistenzialmente alla persona del Figlio di Dio, non è giudicato; chi lo rigetta è già giudicato e condannato al presente, perché ha rifiutato Dio.

Chi accetta Gesù evita la perdizione e ottiene la vita, chi invece lo rifiuta è già condannato perché si autoesclude dalla salvezza eterna. Chi rifiuta il Salvatore, rifiuta la salvezza.

Il giudizio di condanna avviene nel momento in cui gli uomini rifiutano la luce, preferendo le tenebre. Questo giudizio attuale però non esclude il giudizio nell’ultimo giorno: chi crede in Gesù non va incontro al giudizio (5,24), ma i malvagi risorgeranno, nell’ultimo giorno, per il giudizio di condanna (5,29).

Le opere del mondo sono malvagie perché ispirate dal maligno. In realtà, tutto il mondo è in balia del maligno se non va verso Gesù. La radice di queste opere maligne è il rifiuto di credere in Cristo. Chi è sotto l’influsso del maligno, odia Gesù, luce del mondo, e non vuole aderire alla sua persona, perché aderisce al demonio.

"Chi fa la verità" è l’opposto di "chi fa il male". Fare la verità è assimilare la rivelazione di Gesù. La fede in Gesù è dono del Padre e ha come scopo la vita di comunione con Dio. Le opere del discepolo sono fatte in Dio (v. 21) perché hanno la loro origine nel Padre: Dio è l’origine e il fine della vita di fede.

22 Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e là si trattenne con loro, e battezzava. 23 Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché c'era là molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. 24 Giovanni, infatti, non era stato ancora imprigionato.
25 Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo la purificazione. 26 Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: "Rabbì, colui che era con te dall'altra parte del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui". 27 Giovanni rispose: "Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. 28 Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. 29 Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. 30 Egli deve crescere e io invece diminuire.

Gesù scende al Giordano perché battezza, e in Giudea non ci sono altri fiumi. Egli si adatta agli usi del tempo e, per allargare la cerchia dei suoi discepoli, si mette a battezzare come faceva Giovanni Battista. Questo battesimo di Gesù non aveva il compito di donare lo Spirito Santo, perché a questo punto della storia della salvezza, lo Spirito Santo non era ancora stato donato (cf. Gv 7,39).

La discussione tra i discepoli di Giovanni e questo ebreo verteva sul significato e il contenuto della purificazione. Per i giudei la purificazione era qualcosa di esterno e di legale (cf. Gv 2,6), per il Battista e per Gesù, invece, è il segno dell’eliminazione dei peccati.

L’informazione del v. 26 che tutti vanno da Gesù, che raccoglie più discepoli del Battista, mette in risalto la gelosia dei discepoli di Giovanni che vedono eclissarsi il prestigio del loro maestro. Secondo i discepoli del Battista, Gesù sarebbe un ingrato, perché sta oscurando la fama di colui che l’aveva presentato e lanciato. Nelle parole "tutti accorrono a lui" (v. 26) si riflette la loro irritazione. Dopo la testimonianza che Giovanni ha reso a Gesù nell’incontro descritto in 1,26-34, essi vedono nel comportamento di Gesù un atto di irriverente ingratitudine, addirittura di infedeltà.

Giovanni fa capire ai suoi discepoli che la loro gelosia è ingiustificata. Nessuno può arrogarsi delle funzioni o dei diritti se non è stato investito dall’alto, ossia da Dio in persona. Gesù ha ricevuto da Dio la missione e il dono di attirare tutti a sé (Gv 12,32) perché i credenti gli sono donati dal Padre (Gv 6,37) il quale li attira verso suo Figlio (Gv 6,44-45). Quindi se tutti vanno da Gesù e credono in lui, ciò corrisponde alla volontà del Padre.

Dopo questa premessa di carattere generale, Giovanni richiama la sua prima testimonianza, resa a Gesù presso il Giordano (Gv 1,20ss). Giovanni è un uomo inviato da Dio (Gv 1,6) per preparare la rivelazione del Messia a Israele (Gv 1,31), ma non è il Cristo.

Il Battista spiega il motivo della superiorità di Gesù e porta la ragione per cui non deve essere geloso di lui. Gesù è lo sposo e Giovanni è solamente l’amico dello sposo. Il capo del nuovo Israele non è il Battista, ma Gesù. Giovanni non solo non ha invidia dell’ascesa di Gesù, ma si rallegra grandemente del suo successo. Come Abramo si rallegrò nel vedere il giorno di Gesù (cf. Gv 8,56), così il Battista si rallegra per il pieno successo di lui.

La frase finale: "Egli deve crescere e io invece diminuire" (v. 30) è il vertice e la spiegazione delle precedenti dichiarazioni. Il Battista deve ritirarsi perché ha compiuto la sua missione.

31 Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32 Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; 33 chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. 34 Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. 35 Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36 Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui".

"Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti". Queste parole spiegano perché nessuno dev’essere geloso della superiorità di Gesù: egli viene dall’alto, da Dio; il Battista e tutti gli altri vengono dalla terra. Il Figlio incarnato rende testimonianza delle realtà celesti che continuamente vede, perché vive in continuo rapporto d’amore con il Padre (cf. Gv 1,18).

"Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza" (v. 33). L’evangelista ripete quanto aveva già detto Gesù in 3,11: "Voi non accogliete la nostra testimonianza". Ma l’orizzonte dell’incredulità è allargato, perché si afferma che nessuno accoglie la testimonianza di Gesù. Questa generalizzazione è esagerata, ma vuol dire che tutti dovrebbero credere in Gesù e invece non ci crede quasi nessuno.

Il v. 33 riprende in senso positivo le precedenti affermazioni negative sulla mancata accoglienza della rivelazione di Gesù. La fede dei discepoli offre la prova che Dio è veritiero. "Accogliere la testimonianza del rivelatore che viene dall’alto è dare, attraverso di lui, l’assenso a Dio stesso, è riconoscere la veracità divina nella parola stessa dell’inviato: Dio infatti parla in lui; egli coinvolge automaticamente Dio" (Mollat).

Il v. 34 spiega le precedenti affermazioni sull’autenticità della rivelazione di Gesù. Egli è l’unico autentico rivelatore definitivo inviato dal Padre. Chi accoglie la sua testimonianza costituisce la prova irrefutabile che Dio è veritiero, ossia si rivela veramente e autenticamente nel suo Figlio. L’inviato del Padre rivela la parola di Dio e comunica la salvezza perché egli solo può comunicare lo Spirito senza misura.

Il v. 35 spiega perché Gesù può donare lo Spirito: "Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa". Questo amore del Padre per il Figlio è lo Spirito Santo.

Sant’Agostino commenta: "Il Padre ama il Figlio, ma lo ama come Padre il Figlio, non come padrone il servo; lo ama come Figlio Unigenito, non come figlio adottivo. Per questo gli ha dato tutto in mano. Cosa vuol dire tutto? Vuol dire che il Figlio è potente quanto il Padre… Essendosi dunque degnato di mandare il Figlio, non pensiamo che ci sia stato mandato un inferiore al Padre; mandando il Figlio, il Padre ci ha dato un altro se stesso" (PL 35,1509).

Nel v. 36 si sviluppa la tematica della fede e dell’incredulità e si prospetta la situazione di chi crede e di chi non crede. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Chi non crede nel Figlio non partecipa alla vita eterna. Nella prima Lettera di Giovanni leggiamo: "Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo io vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio" (5,11-13).

 

Capitolo 4

1 Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevan sentito dire: Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni 2 - sebbene non fosse Gesù in persona che battezzava, ma i suoi discepoli -, 3 lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. 4 Doveva perciò attraversare la Samaria. 5 Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. 7 Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». 8 I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. 9 Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. 10 Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11 Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». 13 Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14 ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». 15 «Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16 Le disse: «Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». 17 Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene "non ho marito"; 18 infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19 Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21 Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». 25 Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». 26 Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo».
27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». 28 La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». 30 Uscirono allora dalla città e andavano da lui.
31 Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32 Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33 E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». 34 Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35 Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36 E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. 37 Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. 38 Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro».
39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Gesù è informato che i farisei sono allarmati per il suo grande successo, superiore a quello di Giovanni. Il battesimo amministrato da Gesù e dai suoi discepoli in questo momento della storia della salvezza era un mezzo per aggregare dei seguaci al suo movimento religioso.

Per questo viaggio dalla Giudea alla Galilea, Gesù doveva attraversare la Samaria. Questa necessità è più teologica che geografica. Il Padre vuole che Gesù evangelizzi i samaritani.

Questo sembra l’unico passo del Nuovo Testamento in cui si parla della stanchezza di Gesù. Gesù affaticato presso il pozzo di Giacobbe è l’esemplare dei missionari evangelici: evangelizza e salva anche mentre riposa.

L’incontro con la donna samaritana è una scena tipicamente biblica. Nelle storie dei patriarchi più di una volta è narrato l’incontro con un uomo stanco, incaricato di una missione straordinaria, con una donna eletta, presso una fonte. Ricordiamo l’incontro tra Rebecca e il capo dei servi di Abramo (Gen 24,11ss); quello tra Giacobbe e Rachele (Gen 29,1ss); e quello tra Mosè e le figlie di Reuel, una delle quali diverrà sua moglie (Es 2,15ss).

La scena di Gesù con la samaritana rievoca più da vicino quella di Es 2,15ss come ce la descrive Flavio Giuseppe: Mosè, fuggendo dall’Egitto, arriva affamato e stanco a un pozzo, situato a poca distanza da una città: Sfinito vi si riposa, sul mezzogiorno. Ed ecco venire al pozzo le figlie del sacerdote Reuel. La situazione è assai simile a quella descritta in questo brano del vangelo.

La richiesta di Gesù: "Dammi da bere" è veramente insolita per gli usi di quel tempo. Un Maestro non poteva abbassarsi fino al punto di rivolgere la parola a una donna in pubblico. E siccome questa donna era samaritana, i giudei la disprezzavano doppiamente. Per questo è comprensibile la meraviglia della samaritana: "Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?".

Con questo particolare si vuole mettere in luce, fin dall’inizio del racconto, che quell’uomo seduto a mezzogiorno presso il pozzo di Giacobbe è qualcuno diverso dai maestri d’Israele: egli è colui che non rispetta le barriere erette dagli uomini e consacrate dal costume e dagli usi, che creano differenze e aprono abissi invalicabili, ma vede in tutti, uomini o donne che siano, creature di Dio, per le quali è venuto il Salvatore e a cui bisogna far udire la chiamata di Dio.

Nella domanda di Gesù: "Dammi da bere" si rivela un tratto di umanità che caratterizza la realtà dell’incarnazione di Gesù: egli mendica un sorso d’acqua. E’ uno dei tratti di umanità che caratterizzano il vangelo secondo Giovanni, dove le più alte rivelazioni e i miracoli più importanti partono sempre dai più umili bisogni degli uomini.

Un giudeo autentico non avrebbe mai toccato con le sue labbra l’orlo di un vaso dal quale avesse bevuto prima un samaritano. Con questa richiesta Gesù fa capire che, di fronte alle questioni nazionali e religiose, egli prende un atteggiamento diverso dai giudei. Per la sua missione e il suo messaggio non esistono barriere di nazionalità e di culti particolari.

Dal v.10 in avanti Gesù sale a un livello insospettato per la donna. Egli pronuncia delle parole misteriose: sono parole di rivelazione che accennano al tema che svilupperà in seguito. Egli passa dalla situazione esterna all’incontro interiore della donna con il Rivelatore.

Il dono di Dio è l’acqua viva data da Gesù: è la rivelazione del mistero di Gesù, l’incontro con Gesù, è scoprire chi è Gesù. L’acqua viva è la salvezza che Gesù comunica agli uomini nella sua parola e nella sua opera.

Il pozzo di Giacobbe è profondo 32 metri. Con l’espressione "acqua viva", nel linguaggio biblico, si intende l’acqua corrente o sorgiva (cf. Gen 26,19; Lv 14,5).

La domanda del v. 12 è incentrata sul mistero della persona di Gesù. E’ forse più grande del patriarca Giacobbe di cui i samaritani si ritenevano discendenti?

Gesù contrappone la sua acqua che disseta per l’eternità, all’acqua del pozzo che disseta solo momentaneamente. L’acqua viva di cui parla Gesù è la fede, ossia l’assimilazione della parola e della persona di Gesù. Questa parola assimilata conduce alla vita eterna.

La reazione della donna è piena di scetticismo e d’incredulità. La samaritana non è salita al livello di Gesù: Per acqua essa intende ancora una realtà materiale che le risparmierebbe la fatica di andare ogni giorno al pozzo.

Gesù, constatando l’inutilità della sua precedente esposizione sull’acqua viva, passa ad un argomento che può far presa sulla sua interlocutrice, quello della sua vita privata.

I cinque mariti avuti dalla donna indicherebbero le cinque divinità adorate dal popolo samaritano, rappresentato da questa donna. Questa spiegazione simbolica è fondata su 2Re 17-21ss, e su Flavio Giuseppe (Antichità giudaiche, 9,288). Ma più probabilmente, Gesù ricorda i cinque mariti per rivelarsi a lei come persona dotata di poteri soprannaturali. E difatti questa seconda parte del colloquio termina con la professione di fede della donna in Gesù, riconosciuto come profeta (v. 19).

La samaritana, per allontanare il discorso dalla sua vita privata poco onorata, propone a Gesù il quesito sul luogo del culto. Per i giudei l’unico posto di culto era il tempio di Gerusalemme: I samaritani invece avevano costruito un tempio a Dio sul monte Garizim. Benché questo santuario fosse stato distrutto da Giovanni Ircano nel 128 a.C., i samaritani continuavano a rendere culto a Dio su questo monte. Lo scisma circa il vero luogo di culto aumentava l’ostilità tra samaritani e giudei.

"Credimi, donna!" è un invito alla fede autentica in Gesù. Questa fede ha per oggetto la venuta dell’ora, cioè l’inaugurazione dell’era escatologica (dei tempi ultimi e definitivi), nella quale il definitivo luogo di culto non sarà più rappresentato da edifici di pietra, ma dallo Spirito e dalla Verità.

I samaritani, a causa del loro sincretismo religioso, non hanno la retta conoscenza di Dio. Inoltre, il Salvatore è un discendente di Giuda e di Davide.

La prima parte della risposta di Gesù alla donna è stata prevalentemente negativa. La seconda parte (vv. 23-24) è positiva e indica il luogo del culto definitivo: il tempio definitivo e universale è Gesù. Egli rivela alla samaritana che questo luogo sarà spirituale: sotto l’azione dello Spirito bisogna pregare il Padre "nella Verità" che è Gesù stesso. La vera preghiera è possibile solo nella comunione con il Cristo-Verità. Gesù è il nuovo tempio che sostituisce da questo momento il santuario del monte Garizim e quello di Gerusalemme.

Gesù-Verità, il cui corpo è chiamato tempio (Gv 2,21), diverrà il luogo del culto cristiano quando sarà glorificato dallo Spirito di verità (Gv 16,14). Per san Giovanni la parola "verità" indica la rivelazione messianica che si identifica con il messaggio e la persona di Gesù (Gv 14,16). Sotto l’azione dello Spirito Santo, questa verità di Cristo è presente e attiva nel cuore del credente (2Gv 2): la Verità diventa così la sorgente segreta della vita cristiana. I veri adoratori del Padre sono nati dallo Spirito (Gv 3,3-8) e santificati per mezzo della parola della Verità, che è Cristo. Per adorare Dio in Spirito e Verità è necessario anzitutto che l’uomo sia colmato e compenetrato dallo Spirito di Cristo.

La replica della donna e la proclamazione di Gesù di essere l’Inviato definitivo di Dio rappresentano il vertice di tutto il colloquio con la samaritana.

Nel mondo semita la donna era considerata inferiore all’uomo e un maestro rispettabile non si sarebbe mai degnato di rivolgere la parola a una donna in pubblico. Rabbì Eleazaro diceva: "Sarebbe meglio che la Legge andasse in fiamme piuttosto che essere data in mano alle donne". Gesù al contrario parla dei misteri di Dio con una donna, e samaritana per giunta.

L’interrogativo se Gesù sia il Cristo indica un passo avanti nell’apertura della samaritana alla fede. Anche l’andare dei samaritani verso Gesù indica un inizio di fede.

L’invito dei discepoli perché Gesù mangiasse offre al Maestro lo spunto per parlare del suo cibo misterioso. Spesso Gesù parla di realtà sublimi partendo da realtà terrene. Ricordiamo l’acqua chiesta alla samaritana (v. 7ss) e la moltiplicazione dei pani (Gv 6,26ss).

La risposta data da Gesù è fraintesa dai suoi discepoli. Con la replica Gesù chiarisce l’equivoco. La volontà del Padre è la realizzazione del progetto di salvezza non solo del popolo ebraico, ma di tutta l’umanità.

L’opera del Padre esige che Gesù non si preoccupi di sfamare il corpo, ma di evangelizzare le popolazioni che stanno accorrendo a lui. Se alla mietitura del grano mancano ancora quattro mesi, la raccolta dei frutti dell’apostolato in Samaria è già pronta. Gesù invita i discepoli a sollevare gli occhi e a guardare il popolo samaritano che sta venendo verso di lui: questi samaritani sono le primizie della mietitura messianica.

I vv. 39-42 descrivono la fede dei samaritani in Gesù, salvatore del mondo. Questo popolo scismatico ed eretico si è lasciato penetrare dalla rivelazione di Gesù, mentre i giudei sono stati impermeabili dalla sua parola. E’ l’ascolto della parola di Gesù che suscita la fede in lui.

Il riconoscimento di Gesù, salvatore del mondo, raggiunge il vertice della rivelazione del Cristo in questo capitolo quarto. Il crescendo degli attributi di Gesù, che si trovano in questo capitolo, qui giunge al massimo.

43 Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea. 44 Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria. 45 Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa.
46 Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. 47 Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. 48 Gesù gli disse: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete". 49 Ma il funzionario del re insistette: "Signore, scendi prima che il mio bambino muoia". 50 Gesù gli risponde: "Va’, tuo figlio vive". Quell'uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. 51 Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: "Tuo figlio vive!". 52 S'informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: "Ieri, un'ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato". 53 Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù gli aveva detto: "Tuo figlio vive" e credette lui con tutta la sua famiglia. 54 Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.

Nel racconto del secondo segno di Cana il protagonista è un pagano. I giudei, i samaritani e i pagani erano le tre categorie che formavano l’umanità. Questi tre gruppi sono valutati in base alla loro fede in Gesù. I giudei non credono nel loro messia: Nicodemo con il suo scetticismo ne è il tipico rappresentante (Gv 3,1-12). Gli eretici samaritani invece accettano la testimonianza di una donna e soprattutto quella di Gesù, pur non avendo visto alcun prodigio (Gv 4,1-41). Il pagano crede alla parola di Gesù, ancor prima di vedere il segno (Gv 4,46-50).

La seconda visita di Gesù a Cana si riallaccia alla prima, in occasione delle nozze (Gv 2,1ss). I due miracoli di Cana costituiscono una grande inclusione di questa prima parte del vangelo di Giovanni. In essa Giovanni descrive la prima rivelazione di Gesù nelle tre principali regioni della Palestina: la Galilea, la Giudea e la Samaria, e alle tre categorie di persone che le abitavano: gli israeliti ortodossi, gli eretici samaritani e i pagani.

Dalla Samaria Gesù ritorna in Galilea perché non era stato accolto a Gerusalemme, nonostante avesse operato numerosi prodigi. Il funzionario regio di Cafarnao era al servizio di Erode Antipa, il tetrarca della Galilea. Il viaggio da Cafarnao a Cana è abbastanza disagiato: 26 chilometri in salita.

Gesù richiama subito il centurione alla fede vera, fondata sulla sua parola e non sui segni. Come i samaritani, anche questo pagano crede prontamente alla parola di Gesù e diventa, in tal modo, modello di fede per i discepoli.

Egli è tanto in ansia per la salute del figlio che non si preoccupa dell’ammonimento di Gesù, ma gli ripete con insistenza di scendere a Cafarnao prima che suo figlio muoia.

In antitesi con i giudei che non credono alle parole di Gesù, questo pagano crede immediatamente. Nell’apprendere che il figlio era guarito nell’ora nella quale Gesù gli aveva parlato, il funzionario credette, e con lui tutta la sua famiglia.

Nelle scelte, anche importanti, della nostra vita non dobbiamo cercare dei segni per credere. La parola di Gesù può bastarci per le decisioni grandi e anche per le scelte quotidiane. Dio ci ha già detto tutto in Gesù.

In caso di malattia cerchiamo ansiosamente medici, medicine, ospedali, interventi chirurgici. Gesù, Signore della vita e della morte, ha qualche significato e qualche peso nella nostra lotta contro il male e la morte?

 

Capitolo 5

1 Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2 V'è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, 3 sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. 4 Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto . 5 Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. 6 Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: "Vuoi guarire?". 7 Gli rispose il malato: "Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me". 8 Gesù gli disse: "Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina". 9 E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. 10 Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito: "E' sabato e non ti è lecito prendere su il tuo lettuccio". 11 Ma egli rispose loro: "Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina". 12 Gli chiesero allora: "Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?". 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. 14 Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: "Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio". 15 Quell'uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16 Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Gesù per la seconda volta sale a Gerusalemme in occasione di una festa ebraica non precisata. L’ambiente dove si svolge il miracolo è presso la porta delle pecore, un luogo riservato agli agnelli destinati ai sacrifici del tempio. Una piscina con cinque portici, accoglieva costantemente sul suo bordo "un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici" (v. 3).

La piscina di Betzaetà conserva resti di un culto pagano a divinità guaritrici. In questo luogo ci sono chiari segni di culto al dio Asclepios-Serapis. L’attesa del moto dell’acqua ad opera di un angelo è forse il residuo di una leggenda popolare. Il movimento dell’acqua poteva essere il travaso da una vasca all’altra, o l’acqua che usciva a intermittenza dalla sorgente. L’angelo indicherebbe un incaricato al culto del dio Asclepios.

Anche in questo caso è Gesù che prende l’iniziativa. Egli è presentato come padrone della salute e può guarire dalle malattie anche più gravi. La sua parola è tanto potente da produrre immediatamente la guarigione. Cristo è il vero guaritore di tutto l’uomo. In particolare il prodigio mette in luce che Gesù è il Salvatore dei più deboli, dei più abbandonati e trascurati da tutti.

Gesù guarendo di sabato imita la condotta del Padre, il quale opera continuamente, anche di sabato (Gv 5,17). Secondo Gesù "il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato" (Mc 2,27-28). Egli contesta le tradizioni umane che sono in contrasto con la carità.

Alcuni esegeti vedono nell’acqua della piscina di Betzaetà un’allusione alla legge mosaica che non può guarire, in contrasto con le parole di Gesù che invece guariscono. Scrive Loisy: "L’acqua di Betzaetà, come il battesimo di Giovanni, raffigura il regime della legge, e il caso del paralitico è destinato a mostrare che questo regime non porta alla salvezza. Vi è una paralisi inveterata che Gesù solo può guarire; egli solo infatti rigenera l’umanità con il dono della vita eterna".

Altri esegeti scoprono nei cinque portici della piscina una raffigurazione dei cinque libri della legge mosaica, mentre l’infermo che da trentotto anni attende la guarigione sarebbe tipo di quanti cercano invano la salvezza nella legge. Scrive Braun: "La cifra di trentotto anni verosimilmente è simbolica. Vi è una buona ragione di accostarla ai trentotto anni durante i quali, secondo Dt 2,15, gli israeliti avevano errato nel deserto, prima di giungere alle frontiere della terra promessa".

La guarigione dell’uomo infermo da trentotto anni, compiuta da Gesù, non è tanto un’opera di misericordia, quanto il manifestare l’opera di salvezza di Dio stesso, del Padre suo, attraverso la grazia del perdono e della salvezza.

17 Ma Gesù rispose loro: "Il Padre mio opera sempre e anch'io opero". 18 Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
19 Gesù riprese a parlare e disse: "In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. 20 Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. 21 Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; 22 il Padre infatti non giudica nessuno ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, 23 perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. 24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25 In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno. 26 Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; 27 e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. 28 Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: 29 quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. 30 Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

Per la tradizione rabbinica, solo Dio era dispensato dal riposo del sabato. Infatti, poiché l’uomo nasce e muore anche in giorno di sabato, Dio deve sempre dare la vita e giudicare. Egli, in questo giorno, non può rimanere inattivo, senza guidare la storia e il destino degli uomini, altrimenti il mondo avrebbe fine e sfuggirebbe al suo controllo. Questo è il senso della difesa che Gesù pronuncia davanti ai giudei: egli, come Figlio di Dio, ha gli stessi diritti divini del Padre. Va notato che il verbo operare è usato al presente e in senso assoluto sia per il Padre che per il Figlio, e indica uguaglianza e unica coordinazione nell’operare.

Circa la controversia sul sabato, dunque, Giovanni chiarisce che la discussione di Gesù non verte tanto sulla relatività della legge del riposo, ma sulla sua personale autorità, che è superiore all’osservanza del precetto. Egli intende far riscoprire il senso profondo e teologico del sabato, riproponendo il valore di Dio e della salvezza. Se Gesù opera in giorno di sabato è perché egli, che è Figlio di Dio, è in relazione col Padre e ne segue l’agire. Come il Padre è superiore al sabato e può lavorare anche in questo giorno, anzi può operare sempre, così Gesù, essendo uguale al Padre (v. 18), è padrone del sabato e può affermare: "Il Padre mio opera continuamente e anch’io opero" (v. 17). Per Gesù, dare la vita e la libertà interiore all’uomo, non è trasgredire il sabato, ma realizzarlo in pienezza secondo la volontà del Padre.

Gesù è il Figlio del Padre, l’inviato per la salvezza dell’uomo, colui che compie la stessa attività di Dio, incarnandone la volontà e il progetto. Essere con Gesù è essere con Dio. Agire contro Gesù è agire contro Dio.

Ascoltare la parola di Gesù e credere nel Padre sono due atteggiamenti religiosi che conducono l’uomo alla fede. Credere in Gesù e nel Padre vuol dire accettare il messaggio di Dio, il suo piano di salvezza per l’uomo; è possedere la vita eterna, perché per mezzo della parola del Figlio, l’uomo entra in comunione col Padre e, quindi, nella vita divina. La strada da seguire per giungere alla vita eterna è unica: dall’ascolto alla fede, e dalla fede alla vita.

Tutti gli uomini morti spiritualmente per il peccato sono in grado di udire la voce del Figlio di Dio, ma solo quelli che ascoltano, aprendosi alla dinamica della fede, possono entrare nella vita.

Oltre il potere di dare la vita, il Figlio dell’uomo ha nelle mani anche il potere del giudizio. Tutti, alla fine dei tempi, udranno la voce del giudice universale, e i morti, uscendo dalle loro tombe, riceveranno il premio o il castigo secondo le opere di bene o di male compiute. Coloro che avranno scelto il bene e l’amore, risorgeranno per la vita, coloro che avranno scelto il male e le tenebre, risorgeranno per la condanna. In questo giudizio Gesù avrà un solo criterio di valutazione: la volontà del Padre.

31 Se fossi io a rendere testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; 32 ma c'è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace. 33 Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. 34 Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. 35 Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce.
36 Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37 E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, 38 e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato. 39 Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. 40 Ma voi non volete venire a me per avere la vita.
41 Io non ricevo gloria dagli uomini. 42 Ma io vi conosco e so che non avete in voi l'amore di Dio. 43 Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. 44 E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo? 45 Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c'è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. 46 Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. 47 Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?".

A sostegno della sua missione divina Gesù presenta quattro testimoni: il Battista, le proprie opere, il Padre, le Scritture.

Anzitutto Gesù si appella alla testimonianza di Dio, espressa prima in un personaggio misterioso e senza nome (v. 32) e poi ripresa in seguito, in forma esplicita, con l’appellativo di Padre (vv. 37-38).

Gesù fa appello alla testimonianza del Padre: essa è vera, forte, inoppugnabile, incontestabile. L’uomo può ingannarsi nei suoi giudizi, Dio no.

Il Battista ha reso testimonianza a Cristo che è la verità (Gv 14,6). Gesù non ha bisogno di una testimonianza umana; si è appellato alla testimonianza del Battista solo per favorire la salvezza dei suoi interlocutori. La testimonianza del Battista ha avuto lo scopo di favorire la fede di tutti, soprattutto dei giudei (Gv 1,7). Il Battista ha preparato e favorito la rivelazione di Gesù a Israele (Gv 1,31).

Le autorità religiose di Gerusalemme vollero essere illuminate dalla parola del Battista, e per tale ragione gli mandarono un’ambasceria (Gv 1,19ss). Ma purtroppo non accettarono la sua testimonianza; non vollero riconoscere Gesù come Messia e Figlio di Dio, nonostante la proclamazione chiara ed esplicita del Battista (Gv 1,29ss).

Dopo aver citato in suo favore la testimonianza del Battista, Gesù ne porta una maggiore: le opere che compie. Tra esse occupa un posto di primo piano la risurrezione dei morti.

I giudei non hanno mai sperimentato la presenza visibile di Dio e non sono in comunione con lui, perché non credono nel suo inviato. L’esperienza di Dio si concretizza nella dimora della sua parola nel cuore dell’uomo. Dio ha reso e continua a rendere testimonianza al Figlio suo nel cuore di ogni uomo. Solo chi accoglie la parola di Dio in sé, accoglie la testimonianza del Padre.

Dopo la testimonianza del Padre, Gesù si appella alla testimonianza delle Scritture. L’Antico Testamento deve fornire la fede in Gesù, perché parla di lui. "La legge era uno strumento di preparazione. Coloro che la capivano veramente, coloro che per mezzo di essa entravano nel disegno di Dio e vi corrispondevano meglio che potevano, erano guidati verso il termine voluto dal Padre, Gesù Cristo, nel quale solo è offerta la vita eterna" (Giblet). I giudei che studiavano le Scritture avrebbero dovuto essere le persone più preparate ad accogliere Gesù. Ma purtroppo i giudei non vogliono credere in Gesù.

A differenza dei giudei che ricevono gloria gli uni dagli altri, e perciò non possono credere, Gesù non riceve gloria dagli uomini, non cerca il loro plauso. L’amore dei giudei per la gloria umana è l’amore dell’uomo per la falsa grandezza. Gli avversari sono ostinati nella mancanza di fede perché amano più la gloria degli uomini che quella di Dio (cf. Gv 12,43). Questi increduli ostinati avranno come accusatore il loro stesso profeta, Mosè, perché essi non credono neppure ai suoi scritti.

I giudei che non credono in Gesù, non credono neppure in Mosè, non sono veri figli di Abramo, ma sono discendenti del diavolo (cf. Gv 8,39-44): la loro mancanza di fede smentisce la venerazione che dicono di avere verso questi padri del popolo eletto.

Mosè ha scritto di Gesù: egli è il centro delle Scritture; la Legge e i Profeti parlano di lui (cf. Gv 1,45) e gli rendono testimonianza (Gv 5,39). I nemici di Gesù non credono agli scritti di Mosè: a maggior ragione non possono credere alle parole del Figlio di Dio. Rifiutando Cristo, i giudei dimostrano di non credere neppure in Mosè.

Gesù accusa i giudei di non credere nella sua persona divina perché non cercano la gloria di Dio, ma la propria (Gv 5,44). La condotta dei giudei è un ammonimento anche per noi perché non ci serviamo della religione per il nostro prestigio o tornaconto umano. Lo zelo religioso può essere talvolta un’occulta sublimazione del nostro orgoglio: ci serviamo di Dio invece di servire Dio.

La Chiesa, come Cristo, non deve cercare la gloria umana: "Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza… La Chiesa non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì a diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione" (Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II,8).

 

Capitolo 6

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: "Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo". 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 "C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?". 10 Rispose Gesù: "Fateli sedere". C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: "Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!". 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani ci introduce al grande discorso sul pane della vita, anticipandone i temi principali. Il racconto è importante perché tutti gli evangelisti lo riportano e lo mettono al centro dell’attività pubblica di Gesù.

Il brano rivela un preciso significato cristologico e sacramentale, che non è tanto quello di sfamare la folla, ma di rivelare la gloria di Dio in Gesù, Parola fatta carne.

Il lago di Galilea è chiamato mare di Tiberiade dal nome della città costruita negli anni 14-36 d. C. dal tetrarca Erode Antipa in onore dell’imperatore Tiberio.

La grande folla che segue Gesù e parteciperà al prodigio straordinario della moltiplicazione dei pani, il giorno dopo rifiuterà la rivelazione del Figlio di Dio. Il seguire Gesù per vedere dei miracoli non è indice di una fede autentica.

Nella tradizione biblica Dio si è rivelato soprattutto su un monte: il Sinai (Es 19-20). Anche il rivelatore definitivo di Dio, Gesù, si manifesta sopra un monte. Questa specificazione ha soprattutto un valore teologico.

Prima di dare inizio al segno-miracolo, Giovanni precisa che "era vicina la Pasqua, la festa dei giudei" (v. 4). Per l’evangelista e la comunità cristiana, che rilegge il fatto alla luce della risurrezione, questa precisazione cronologica serve come richiamo alla Pasqua cristiana, simboleggiata dal pane spezzato, che affonda le sue radici nel ricordo della Pasqua ebraica e nei miracoli che l’accompagnarono. In Gesù si compie il passato e si realizza ogni speranza di Israele. Il pane che egli sta per donare al popolo porta a perfezione la Pasqua ebraica facendola confluire nel grande banchetto eucaristico cristiano.

Con le parole di Gesù a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?", l’evangelista sembra ispirarsi alle parole che Mosè rivolse al Signore: "Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?" (Nm 11,13).

Gesù rivolge questa domanda a Filippo per metterlo alla prova. Si presenta fin dall’inizio il tema della fede, di cui è permeato tutto il capitolo sesto. La risposta di Filippo mette in evidenza che perfino un acquisto rilevante di pane sarebbe stato insufficiente per sfamare tante persone. La soluzione umana non basta a saziare i bisogni dell’uomo. E’ Gesù che appaga in pienezza ogni necessità e aspirazione: con cinque pani sfama cinquemila persone e ne avanzano dodici ceste (v. 13).

Giovanni specifica che i pani erano di orzo per indicare che si tratta del pane dei poveri e per rievocare l’analogo prodigio operato da Dio per mezzo del profeta Eliseo (2Re 4,42ss).

Tutti mangiarono a sazietà. La frase: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto" vuole sottolineare il carattere sacro del pane avanzato, perché viene visto in prospettiva eucaristica, come segno della carne di Cristo. Il pane di Gesù, a differenza della manna nel deserto (cf. Es 16,20), viene raccolto perché non si corrompa.

Il numero dodici potrebbe essere riferito agli apostoli: ne raccolsero una cesta ciascuno; ma più probabilmente indica la perfezione e la completezza del pane eucaristico, che può saziare la fame spirituale non solo dei cinquemila ma di tutti gli uomini.

La folla riconosce Gesù come il profeta atteso per la fine dei tempi (Es 4,1-9). Ma il testo fa capire che l’entusiasmo della folla è di carattere politico. E poiché la sua regalità è fraintesa dalla folla, Gesù si ritira da solo sul monte. Da questo momento ha inizio il progressivo ridursi della folla narrato in questo capitolo, finché Gesù non rimane solo con i Dodici.

16 Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare 17 e, saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro. 18 Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. 19 Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. 20 Ma egli disse loro: "Sono io, non temete". 21 Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Dopo la moltiplicazione dei pani, i discepoli, come la folla, avevano acclamato Gesù re, ma la loro speranza era stata delusa. Ora scendono al lago e, sconsolati, dirigono la barca verso Cafarnao per ritornare a casa loro e al loro lavoro.

Giovanni sottolinea questa incomprensione dei discepoli con l’immagine della notte e della tenebra (vv. 16-17). Il separarsi da Gesù e il non seguire la sua parola è entrare nella tenebra e nella cecità più profonda. La confusione interiore del loro cuore, simboleggiata dal forte vento che scuote la barca, li induce ad abbandonare il Maestro.

L’annotazione dell’evangelista: "Gesù non era ancora venuto da loro" (v. 17) prepara la sua rivelazione ai discepoli. Lontani dalla spiaggia circa cinque o sei chilometri essi videro Gesù che camminava sulle acque. Egli si presenta come Dio che può camminare sulle grandi acque e sul mare (Sal 77,20; 107,4-30; ecc.). Con le parole: "Sono io, non temete!" Gesù si fa conoscere loro e si rivela come il Signore in cui è presente la potenza di salvezza di Dio. Le forze della natura, anche le più violente, non possono ostacolare l’azione del Figlio di Dio. Egli si rivela ai discepoli non solo come Messia, che sazia la loro fame, ma ancor più come Dio che ancora una volta va loro incontro con amore.

22 Il giorno dopo, la folla, rimasta dall'altra parte del mare, notò che c'era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. 23 Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberìade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. 24 Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. 25 Trovatolo di là dal mare, gli dissero: "Rabbì, quando sei venuto qua?".
26 Gesù rispose: "In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27 Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo". 28 Gli dissero allora: "Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?". 29 Gesù rispose: "Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato".

Questa gente che cerca Gesù sembra piena di fede, ma in realtà essa non crede nel Cristo. La loro non è fede, ma solo curiosità e simpatia superficiale, come risulterà nel seguito del racconto.

Gesù denuncia il vero motivo del loro interesse per la sua persona e li invita a una ricerca meno egoistica e più spirituale. Egli li rimprovera per la loro superficialità: nella moltiplicazione dei pani non avevano riconosciuto Gesù come Dio.

Il Cristo biasima la loro ricerca affannosa per il cibo che perisce, ossia per il pane che sfama il corpo, e li esorta a cercare il cibo che dura per la vita eterna. Questo cibo dev’essere qualcosa che assomiglia all’acqua viva che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14). Si tratta quindi della rivelazione del Verbo incarnato, assimilata con una vita di fede profondissima che conduce alla vita eterna.

In questa prima fase del discorso, il cibo che Gesù darà rimane misterioso. In 6, 51 l’evangelista specificherà che si tratta della persona del Figlio di Dio, sacrificata per l’umanità con la passione e la morte, e donata in cibo.

L’azione del Padre che pone il suo sigillo indelebile sul Figlio è la consacrazione solenne dell’uomo Cristo Gesù fin dal primo istante della sua incarnazione e nel suo battesimo al Giordano.

"Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?" (v. 28). In questa domanda appare chiaramente la mentalità giudaica legata al valore delle opere. Gesù si oppone a questa mentalità e presenta necessaria per il possesso del regno di Dio una sola opera: la fede nella sua persona.

In questo brano sembra riecheggiare la polemica di Paolo contro le opere della legge a favore della fede: con le opere della legge nessun uomo può essere giustificato davanti a Dio (Rm 3,20); infatti si è giustificati non dalle opere, ma dalla fede, indipendentemente dalle opere (Rm 3,27-28; Gal 2,16; 3,5).

L’oggetto di questa fede è colui che Dio ha inviato, Gesù. L’unica opera che l’uomo deve compiere è credere nell’inviato di Dio. La fede di cui parla il vangelo è dono di Dio. L’uomo ha però la sua responsabilità perché può anche rifiutare questo dono. Quindi la fede è anche opera dell’uomo.

30 Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? 31 I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo ». 32 Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dá il pane dal cielo, quello vero; 33 il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dá la vita al mondo». 34 Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35 Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 36 Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. 37 Tutto ciò che il Padre mi dá, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. 40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno».
41 Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42 E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».

I giudei pretendono di fondare la loro fede sull’esperienza di prodigi straordinari. Nella mentalità giudaica i segni sono visti nella linea delle opere e devono essere simili a quelli operati da Mosè quando liberò Israele dalla schiavitù dell’Egitto.

I galilei citano uno dei prodigi dell’esodo per indicare a Gesù in quale direzione deva operare i suoi segni per esigere la loro fede. Egli deve compiere un prodigio simile a quello della manna. Il testo più vicino alla citazione è il Sal 78,24: "Fece piovere loro la manna da mangiare e diede loro il pane del cielo".

Il cibo divino della rivelazione escatologica piena e perfetta non è dono di Mosè, ma è offerto dal Padre nel dono del suo Figlio. Questo pane dal cielo è chiamato veritiero perché contiene la verità, cioè la rivelazione definitiva della vita divina che si identifica con la persona di Gesù. Questo pane dal cielo è dunque una persona: è Gesù che dà la vita al mondo. Tutti gli uomini possono trovare vita e salvezza nel Figlio di Dio.

La replica finale dei giudei (v. 34) sembra piena di fede. In realtà non credono affatto in Gesù e intendono il pane dal cielo come alimento terreno; non hanno afferrato per nulla il senso della rivelazione del Verbo incarnato nella sua persona divina. Appena il Maestro chiarirà ulteriormente il suo pensiero, proclamandosi come il pane della vita disceso dal cielo (vv. 36ss), i giudei manifesteranno la loro incredulità (Gv 6,41-42).

Gesù chiarisce il suo pensiero dichiarando esplicitamente di essere il pane di Dio, fonte della vita. Ora non ci sono più equivoci: il pane di Dio, disceso dal cielo per dare la vita all’umanità, è Gesù.

La frase: "Io sono il pane della vita" confrontata con "Io sono… la verità e la vita" (Gv 14,6) ci fa comprendere che il pane dal cielo è la parola, la rivelazione di Gesù, ossia la verità. Gesù è la verità della vita eterna, manifesta e comunica la vita di Dio.

Il Verbo incarnato è l’unica persona che può spegnere la fame e la sete di vita e di salvezza. Per questo motivo esorta tutti ad andare da lui per appagare il bisogno di felicità (Gv 7,37).

"Chi viene a me" e "Chi crede in me" sono espressioni dell’unico atteggiamento di fede. La fede è l’orientamento della vita verso la persona di Gesù.

L’incomprensione da parte dei giudei porta Gesù ad affrontare più esplicitamente l’argomento della sua identità con parole chiare che mettono tutti davanti a scelte concrete. E’ lui il pane venuto dal cielo per nutrire e sostenere il nuovo popolo di Dio. E’ lui il dono d’amore fatto dal Padre ad ogni uomo pellegrino nel deserto del mondo. E’ lui la Parola che dà la vita eterna.

Gesù denuncia la mancanza di fede dei giudei. Essi hanno ascoltato le sue parole e hanno visto i segni operati da lui, ma rifiutano di aderire a lui.

In questo brano Gesù spiega il motivo ultimo dell’incredulità dei giudei: essi non fanno parte del gruppo di coloro che il Padre ha dato a suo Figlio. Il Padre vuole la salvezza completa e perfetta di tutte le persone affidate al Figlio, e questa salvezza è la risurrezione nell’ultimo giorno.

Il dono della vita eterna e della risurrezione nell’ultimo giorno è legato a una condizione: contemplare il Figlio e credere in lui. Si tratta dello sguardo contemplativo di una fede profonda che orienta tutta l’esistenza verso la persona di Gesù.

Gli interlocutori di Gesù vengono chiamati per la prima volta "giudei". In realtà quelli che ascoltano in quel momento sono galilei. Per Giovanni il termine "giudei" indica gli increduli, i rappresentanti tipici del mondo ostile alla rivelazione del Figlio di Dio. I giudei "mormoravano", come i loro padri che nel deserto mormorarono contro Dio e contro Mosè, ribellandosi al piano di salvezza di Dio (Es 16; Nm 11). La mormorazione è mancanza di fede ed esprime lo scandalo dinanzi al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Gesù dichiara di essere disceso dal cielo, ma i galilei conoscono suo padre e sua madre; per questo si meravigliano della sua affermazione ardita. Essi, ovviamente, non erano al corrente dell’origine vera di Gesù; questa non si conosce con gli occhi della carne, ma con lo sguardo della fede.

43 Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. 44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

La ragione ultima della fede si trova nell’attrazione del Padre perché gli uomini aderiscano al Figlio suo. La citazione dei profeti: "E tutti saranno ammaestrati da Dio" potrebbe ispirarsi a Ger 31,33-34 e a Ez 36,23-27, ma il testo più vicino a quello citato da Giovanni è Is 54,13: "E porrò … tutti i tuoi figli ammaestrati da Dio". Anche qui, come in Gv 6,31, la citazione non sembra trovarsi alla lettera nell’Antico Testamento. Giovanni adatta il testo alle sue prospettive teologiche, tra le quali spicca l’universalismo della salvezza. Egli infatti non parla solo di "tutti i figli di Gerusalemme", ma di " tutti" semplicemente, interpretando la nuova alleanza in prospettiva universalistica.

La fede è dono di Dio e affonda le sue radici nell’azione divina del Padre. Quindi crede in Gesù solo chi " ha ascoltato e imparato dal Padre" (v. 45).

Gesù, dopo aver detto che il motivo ultimo della fede sta nell’attrazione del Padre, soggiunge: "Chi crede ha la vita eterna" (v. 47). La vita eterna dipende dalla fede. E la fede consiste nell’ascoltare e mangiare Gesù, che è il pane celeste che fa vivere eternamente.

Dopo la solenne proclamazione di essere il pane della vita, Gesù fa il confronto tra la manna mangiata dai padri nel deserto e il pane che è la sua persona. La manna non procurò l’immortalità perché tutti nel deserto morirono, compreso Mosè, ma chi mangia Gesù non morirà mai.

L’azione del mangiare indica l’interiorizzazione della parola del Figlio di Dio e l’assimilazione della sua persona con una vita di fede profondissima. Il mangiare il pane vivente che è Gesù, significa far propria la verità del Cristo, anzi la persona del Cristo che è la verità, ossia la rivelazione piena e perfetta del Padre.

Nel v. 51 Gesù aggiunge un nuovo elemento che preannuncia la tematica centrale dell’ultima sezione del discorso (vv. 53-58): il pane della vita è la carne di Gesù per la vita del mondo. Il pane del cielo è la carne di Gesù, ossia la sua persona sacrificata per la salvezza dell’umanità con la passione e morte gloriosa.

L’amore di Dio per gli uomini raggiunge la sua massima espressione nella morte di Gesù in croce: sulla croce egli dona tutto se stesso per il mondo.

52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". 53 Gesù disse: "In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno".
59 Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.

Questo brano riprende il tema del mangiare la carne di Gesù per richiamarlo e svilupparlo, e per associargli il tema del bere il suo sangue. Il mangiare la carne di Gesù e il bere il suo sangue hanno come effetto salvifico la vita eterna o il rimanere in comunione intima con la persona divina di Cristo.

Dopo le mormorazioni dei giudei, Gesù non attenua il suo linguaggio sulla necessità di mangiare la sua carne, anzi, rincara la dose aggiungendo anche la necessità di bere il suo sangue; e nel brano seguente sostituirà il verbo faghèin con il verbo tròghein, termine molto crudo che indica l’azione del masticare con i denti.

Le parole di Gesù sono di un verismo così accentuato che non possono essere interpretate solo nel senso di interiorizzazione della rivelazione. Questo linguaggio si applica sicuramente all’Eucaristia. Evidentemente la cena eucaristica non prescinde dalla fede; anzi, il mangiare la carne del Signore e il bere il suo sangue è una dimostrazione di fede.

Le parole di Gesù sulla condizione per possedere la vita eterna sono esplicite: bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue. La fede in Gesù si concretizza e si dimostra nel mangiare la sua carne e nel bere il suo sangue.

Con la comunione al corpo e al sangue di Cristo è seminato in noi il germe della risurrezione che porterà il suo frutto più maturo nell’ultimo giorno. "La risurrezione non farà che mettere in attività le forze che la comunione al corpo e al sangue del Salvatore ha deposto nell’uomo per la risurrezione finale del suo essere" (Loisy). L’alimento della carne e del sangue di Cristo nutre veramente e in modo perfetto e definitivo, perché è fonte di risurrezione e di vita eterna.

La comunione tra Gesù e il discepolo si concretizza in un’azione di vita. Il Cristo diventa fonte e fine dell’esistenza del cristiano che mangia la sua carne, in modo analogo a quanto avviene in seno alla Trinità. Come il Padre dà la vita al Figlio, così il Figlio dà la vita a colui che si nutre dell’Eucaristia.

Nel v. 58 Gesù chiude il discorso confrontando l’effetto diverso del nutrimento della manna e del mangiare il pane del cielo che è la sua persona. Il contrasto tra il nutrimento perituro e imperfetto della manna - simbolo della legge mosaica - e la persona del Verbo incarnato, rivelazione definitiva e perfetta di Dio, è chiaro.

60 Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». 61 Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62 E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? 63 E' lo Spirito che dá la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64 Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65 E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».
66 Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
67 Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». 68 Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; 69 noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». 70 Rispose Gesù: «Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». 71 Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici.

In questo brano viene descritta la reazione negativa dei discepoli alla rivelazione di Gesù sul pane della vita. I giudei e i discepoli manifestano la loro incredulità. Queste persone non sono rinate dallo Spirito Santo, perciò non possono credere alla rivelazione di Gesù. Per questo il discorso di Cristo appare loro duro, ossia assurdo e inaccettabile.

Di fronte allo scandalo dei discepoli che non credono, Gesù parla subito dell’evento conclusivo della sua esistenza terrena, che potrebbe essere motivo di uno scandalo maggiore: è Gesù con la sua natura umana che sale al cielo. Lo scandalo dell’ascensione sta nel fatto che un "uomo" sia salito presso Dio, dove svolge la sua funzione di avvocato in nostro favore (1Gv 2,1).

La ragione per cui i discepoli rimangono increduli è che non si lasciano vivificare dallo Spirito Santo e perciò sono dominati dalla carne, cioè sono schiavi della natura umana e dell’istinto, che non può accettare il sublime mistero della rivelazione del Figlio di Dio.

Per quanto riguarda la rivelazione del Figlio di Dio, la carne (= tutte le capacità dell’uomo) non giova a nulla perché solo lo Spirito dà la vita di Dio. La natura umana infatti è incapace di trascendere i suoi limiti per accogliere le parole di Gesù che sono Spirito e Vita.

Di qui la necessità della fede per ricevere la rivelazione di Cristo e il suo corpo e il suo sangue nell'Eucaristia. Solo lo Spirito Santo può far salire l’uomo al livello divino delle parole del Cristo. Proprio per questo, negli scritti di Giovanni, lo Spirito Santo è presentato come lo Spirito della verità (Gv 14,17; 15,26; ecc.), ossia come la persona divina in funzione della rivelazione di Gesù, in quanto deve far penetrare nel cuore degli uomini la rivelazione del Verbo incarnato.

Gesù termina il suo soliloquio constatando con tristezza che alcuni dei suoi discepoli non credono. Egli dà la spiegazione ultima dell’incredulità dei discepoli, come aveva fatto a proposito dei giudei (v. 44). L’adesione alla persona di Gesù è un dono di Dio, che l’uomo può accogliere o rifiutare.

Nel v. 66 si descrive la conclusione della crisi spirituale dei discepoli increduli: abbandonano Gesù e non lo seguono più. Dinanzi alla defezione massiccia di tanti discepoli, Gesù mette alla prova anche i Dodici, chiedendo loro: "Volete andarvene anche voi?" (v. 67). Gesù invita gli apostoli a rinnovare la loro scelta: o accettare la sua rivelazione, anche sconcertante, o abbandonarlo e andarsene.

La risposta all’interrogativo provocatorio del Cristo viene da Simone Pietro, il quale, a nome dei Dodici, professa la sua fede nella messianicità divina di Gesù. Egli riconosce in Gesù il Signore che ha parole di vita eterna. Quello che per gli altri è un discorso duro, assurdo e inaccettabile (v. 60), per Pietro sono parole di vita eterna (v. 68). La medesima cosa è scandalosa per l’uomo carnale e fonte di vita eterna per il credente.

La replica di Gesù alla confessione di fede di Pietro è una denuncia del traditore. L’elezione da parte del Figlio di Dio non è garanzia di fedeltà da parte dell’uomo. Questo capitolo, che contiene una delle più sublimi rivelazioni del Figlio incarnato, termina con questa nota di profonda amarezza.

 

Capitolo 7

1 Dopo questi fatti Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più andare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
2 Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne; 3 i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e và nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. 4 Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifèstati al mondo!». 5 Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. 6 Gesù allora disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto, il vostro invece è sempre pronto. 7 Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di lui io attesto che le sue opere sono cattive. 8 Andate voi a questa festa; io non ci vado, perché il mio tempo non è ancora compiuto». 9 Dette loro queste cose, restò nella Galilea.
10 Ma andati i suoi fratelli alla festa, allora vi andò anche lui; non apertamente però: di nascosto. 11 I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: «Dov'è quel tale?». 12 E si faceva sommessamente un gran parlare di lui tra la folla; gli uni infatti dicevano: «E' buono!». Altri invece: «No, inganna la gente!». 13 Nessuno però ne parlava in pubblico, per paura dei Giudei.
14 Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al tempio e vi insegnava. 15 I Giudei ne erano stupiti e dicevano: «Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?». 16 Gesù rispose: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17 Chi vuol fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso. 18 Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l'ha mandato è veritiero, e in lui non c'è ingiustizia. 19 Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?». 20 Rispose la folla: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?». 21 Rispose Gesù: «Un'opera sola ho compiuto, e tutti ne siete stupiti. 22 Mosè vi ha dato la circoncisione - non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi - e voi circoncidete un uomo anche di sabato. 23 Ora se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la Legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché ho guarito interamente un uomo di sabato? 24 Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!».

Con questo capitolo inizia un nuovo atto della vita di Gesù: dalla Galilea si trasferisce nella Giudea, a Gerusalemme o nei dintorni di essa.

La Festa delle Capanne nel Nuovo Testamento è ricordata solo qui. Si celebrava all’inizio dell’autunno; durava una settimana. In essa si ringraziava il Signore per i raccolti dei campi, e si invocava la pioggia. Durante questa settimana festiva i giudei vivevano nelle capanne, costruite nelle piazzette e sui terrazzi di Gerusalemme, per ricordare il soggiorno degli ebrei nel deserto durante l’esodo. Inoltre si celebravano processioni dalla fontana di Siloe, dove si attingeva l’acqua, fino al tempio. Infine si dava molta importanza all’illuminazione notturna del tempio.

All’approssimarsi di questa solennità i suoi parenti esortano Gesù a recarsi in Giudea per manifestare le sue opere a un pubblico più vasto. L’annotazione sulla mancanza di fede in Gesù da parte dei suoi parenti (v. 5) ci spiega il significato delle loro precedenti espressioni. La loro esortazione non può essere intesa come un invito sincero a compiere l’opera rivelatrice della salvezza, ma come tentazione simile a quella del tentatore nel deserto (Mt 4,5-7).

Gesù fa intendere che egli è legato a una volontà superiore, che deve rispettare ed eseguire un piano di salvezza tracciato dal Padre. Il riferimento all’odio del mondo (v. 7) spiega il motivo del rifiuto di Gesù di andare a Gerusalemme per mostrarsi in pubblico. Egli non può esporsi prima del tempo stabilito da Dio ai pericoli della morte. Il mondo che odia Gesù si concretizza nei capi dei giudei che non solo si ostinano nel non credere, ma perseguitano Gesù fino a volerne la morte.

Solo dopo la partenza dei suoi parenti, Gesù si reca a Gerusalemme, in forma privata. Egli ha rifiutato la suggestione tentatrice dei parenti di far mostra di sé, di dare spettacolo. L’ingresso trionfale del Messia in Gerusalemme è riservato ad altro tempo, quando giungerà la sua ora (cf. Gv 12,12ss).

I capi del popolo cercano Gesù per eliminarlo. La gente emette giudizi opposti sul suo conto: alcuni simpatizzano, altri lo considerano un seduttore. Ma la gente ha paura dei capi. Nel seguito del Vangelo, il cieco miracolato sarà uno dei pochi che renderà testimonianza a Gesù davanti ai capi del popolo, senza temere le loro rappresaglie (Gv 9,13ss e 24ss).

Gesù si mostra in pubblico solo quando la festa è a metà. Egli entra nel tempio per insegnare. L’insegnamento di Gesù è divino e suscita meraviglia nei suoi nemici, i quali sanno che egli non ha frequentato nessuna scuola rabbinica. Nella sua risposta (vv. 16-19) Gesù spiega l’origine divina della sua dottrina: egli manifesta la parola e la vita divina del Padre che l’ha inviato. Ma per conoscere l’origine divina della dottrina di Gesù bisogna fare la volontà del Padre. Gesù non cerca la propria gloria, ma quella del Padre. Non parla di sé, non manifesta la sua persona, ma quella del Padre che l’ha inviato. Dato questo orientamento verso la gloria del Padre, l’insegnamento di Gesù è veritiero e giusto. Egli non cerca il proprio interesse nel rivelare il Padre e questo è garanzia di verità e di giustizia. La ricerca della propria gloria, invece, può prestarsi all’inganno e all’ingiustizia.

Gesù condanna i propositi omicidi dei suoi avversari. La folla è indignata per il rimprovero di Gesù perché si sente innocente di questa accusa; per questo reagisce nei suoi confronti dicendo che lui è un indemoniato. In realtà, fino a questo punto del Vangelo, chi vuole la morte di Gesù è il gruppo dei capi (5,16.18), che è mescolato alla folla. La reazione della gente si capisce solo in questa situazione. L’accusa lanciata contro Gesù di avere un demonio si incontra per la prima volta qui. L’insinuazione che Gesù sia un indemoniato è la più maligna, proprio perché egli è venuto per cacciare il demonio. E realmente egli scacciò molti demoni e guarì molti indemoniati (cf. Mc 1,34.39; ecc.).

Nei vv. 21-24 Gesù ricorda il prodigio operato presso la piscina di Betzaetà (5,1ss) e, per giustificare il suo comportamento in giorno di sabato, richiama le prescrizioni della legge di Mosè relative alla circoncisione. Il ragionamento di Gesù è logico: se il riposo del sabato non è trasgredito circoncidendo in questo giorno festivo, anzi, si deve fare questo intervento per non violare la legge, a maggior ragione Gesù doveva risanare un uomo che da tanti anni giaceva nella sua infermità. In Luca 13,10-17 troviamo un ragionamento simile: Gesù ha risanato una povera donna inferma da diciotto anni; il capo della sinagoga si irrita per la trasgressione del riposo festivo. Allora il Signore lo affronta e lo rimprovera di ipocrisia perché si indigna per la guarigione di una figlia di Abramo legata da satana da tanti anni, mentre giudica legale sciogliere il bue o l’asino di sabato per condurli all’abbeveratoio.

Il passo finale di questo intervento di Gesù (v. 24) mette in antitesi il giudizio superficiale e quello giusto. I giudei, spettatori del prodigio alla piscina di Betzaetà, hanno emesso un giudizio superficiale, cioè hanno giudicato secondo la loro mentalità non illuminata dalla fede, come dichiarerà poco più avanti Gesù ai farisei (8,15). Solo Dio può emettere un giudizio giusto, e chi vuole giudicare rettamente deve essere unito con Dio e non in opposizione come i giudei.

25 Intanto alcuni di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? 26 Ecco, egli parla liberamente, e non gli dicono niente. Che forse i capi abbiano riconosciuto davvero che egli è il Cristo? 27 Ma costui sappiamo di dov'è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». 28 Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. 29 Io però lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». 30 Allora cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora.

Gli abitanti di Gerusalemme sono al corrente del disegno omicida dei capi, per questo si meravigliano che Gesù parli liberamente in pubblico. Essi conoscono bene la teologia messianica e sanno che l'origine di Gesù dalla Galilea è una prova decisiva per escludere la sua messianicità. Ma l’origine di Gesù è un autentico mistero. Nonostante la sua apparente origine dalla Galilea, la patria terrena di Gesù è la Giudea; inoltre la fonte della sua vita e della sua missione non è un uomo, ma Dio.

Gesù riprende, a voce alta e con linguaggio ironico, le precedenti espressione degli abitanti di Gerusalemme sulla loro conoscenza della sua identità e della sua origine. Questi giudei sono molto sicuri della loro scienza, ma vivono nella più completa ignoranza della vera natura di Gesù. In questo contesto Gesù insinua la sua origine divina, proclamando di non essere venuto da sé, ma di essere stato inviato dal Verace. Colui che ha mandato Gesù è verace, cioè non inganna e si rivela in modo autentico nel suo inviato. Questa persona verace purtroppo non è conosciuta dai giudei; anche se si considerano figli di Dio, essi sono figli del diavolo omicida (cf. Gv 8,39-44) perché compiono le opere del padre loro cercando di uccidere Gesù.

L’ignoranza di Dio e del suo inviato da parte dei nemici di Gesù è una tragica realtà, riconosciuta anche nei discorsi dell’ultima cena (cf. Gv 16,3; 17,25).

I nemici di Gesù non possono catturarlo perché non è ancora giunto il tempo della sua morte e risurrezione.

31 Molti della folla invece credettero in lui, e dicevano: «Il Cristo, quando verrà, potrà fare segni più grandi di quelli che ha fatto costui?».
32 I farisei intanto udirono che la gente sussurrava queste cose di lui e perciò i sommi sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo. 33 Gesù disse: «Per poco tempo ancora rimango con voi, poi vado da colui che mi ha mandato. 34 Voi mi cercherete, e non mi troverete; e dove sono io, voi non potrete venire». 35 Dissero dunque tra loro i Giudei: «Dove mai sta per andare costui, che noi non potremo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi fra i Greci e ammaestrerà i Greci? 36 Che discorso è questo che ha fatto: Mi cercherete e non mi troverete e dove sono io voi non potrete venire?».
37 Nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: «Chi ha sete venga a me e beva 38 chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». 39 Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato.

Si descrivono le opposte reazioni degli interlocutori di Gesù: alcuni si ostinano nel rifiuto, anzi tentano di catturarlo; altri accolgono la sua parola e aderiscono alla sua persona con la fede. I nemici di Gesù non possono catturarlo perché non è ancora giunto il tempo della sua passione e glorificazione. In antitesi con l’atteggiamento ostile dei giudei, molti della folla credettero in Gesù. La folla non ammette ancora che Gesù sia il Cristo perché ne riconosce la sua origine dalla Galilea, ostacolo insormontabile per la dignità messianica; riconosce però che anche il Cristo non potrà fare segni maggiori di quelli operati da Gesù.

Questo primo tentativo dei giudei di catturare Gesù è destinato a fallire perché l’ora di Gesù non è ancora giunta. Ciò dà a Cristo lo spunto per parlare della sua prossima dipartita, dichiarando ai giudei che la sua morte non sarà una fatalità o una conseguenza dell’odio dei suoi nemici, ma una libera scelta: egli se ne andrà di sua spontanea iniziativa, per tornare al Padre. Dopo la sua partenza, ossia dopo la sua morte e il suo ritorno al Padre, i giudei cercheranno il Maestro, ma non lo troveranno. Questa espressione misteriosa può essere interpretata alla luce dell’Antico Testamento, che minaccia il giudizio di Dio a chi non approfitta del tempo favorevole per convertirsi. Il Signore offre la salvezza e si lascia trovare, ma per chi rifiuta sistematicamente può giungere il momento in cui sarà troppo tardi. "Andranno in cerca del Signore, ma non lo troveranno; egli si è allontanato da loro" (Os 5,6). "Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno" (Am 8,12). "Allora mi invocheranno, ma io non risponderò; mi cercheranno, ma non mi troveranno" (Pr 1,28). Per questa ragione il profeta ammonisce gli israeliti: "Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino" (Is 55,6). E’ un invito pressante alla conversione. "Dove io andrò, voi non potete venire" significa che Gesù sta per tornare al Padre e in questo "luogo" celeste i suoi nemici non possono raggiungerlo (8,21–22); anzi, per il momento non possono raggiungerlo neppure i suoi discepoli (13,33): questi lo raggiungeranno in un secondo momento (13,36). Il Logos incarnato ritorna al Padre prima dei suoi amici per preparare loro il posto, affinché anch’essi siano con lui nella casa di Dio (14,2ss). Per questo Gesù prega il Padre: "Voglio che anch’essi siano con me dove sarò io" (17,24).

I giudei si domandano se Gesù vuole lasciare la Palestina per farsi missionario dei pagani. Ma in realtà Gesù sta per tornare dal Padre per preparare un posto ai suoi discepoli e per inviare ad essi lo Spirito Santo (16,7). Per l’evangelista questo interrogativo dei giudei preannunzia la futura missione della Chiesa tra i pagani.

I giudei in Gv 7,36 continuano le loro obiezioni, sottolineando l’oscurità delle precedenti espressioni di Gesù (v. 34), ripetendole alla lettera. Ai nemici però Gesù non offre nessuna risposta né qui né più avanti (8,21–22). Agli amici invece Gesù spiega il significato delle sue precedenti espressioni misteriose (16,19ss).

La solennità delle capanne volge al termine. Il Maestro, assistendo al rito dell’acqua attinta alla fonte di Siloe, prende l’occasione per presentarsi come la sorgente dell’acqua viva e invita gli astanti ad andare da lui e a bere dal suo cuore per dissetarsi eternamente. Il verbo gridare indica l’importanza e la solennità del messaggio proclamato. Il Logos incarnato è la fonte della vita e della salvezza perfetta. L’Antico Testamento aveva già annunziato questa felice realtà della salvezza: come disse la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo intimo (v. 38). I passi biblici che riecheggiano in questa citazione sono diversi. In Ez 47,12 si parla delle acque che sgorgheranno dal tempio. In Gv 4,18 è predetto, per l’era escatologica, che una fonte zampillerà dalla casa del Signore. Zc 13,1 preannuncia, per il tempo messianico, una sorgente zampillante per lavare il peccato; mentre in Zc 14,8 leggiamo: "In quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme e scenderanno parte verso il mare orientale, parte verso il mare mediterraneo". La frase gridata da Gesù rievoca la scena della morte di Gesù: dal costato squarciato del Cristo crocifisso escono sangue e acqua (19,34). In realtà il Cristo esaltato sulla croce, con il petto squarciato, è la manifestazione più eloquente dell’amore del Padre e dello stesso Cristo per l’umanità. "Gv 7,37–39 annunzia che nella Chiesa fiumi d’acqua viva sgorgheranno in permanenza dall’intimo del Cristo per vivificare i credenti, quando sarà compiuta la passione–glorificazione del Salvatore" (Feuillet). Chi ha sete di felicità e di salvezza deve andare dal Salvatore, deve orientare completamente la sua esistenza verso questa persona divina.

A una prima lettura sembra che l’acqua viva simboleggi lo Spirito Santo. Ma Giovanni non identifica l’acqua viva con lo Spirito Santo. L’acqua viva è la sua parola, la sua verità, la sua persona. Lo Spirito santo rende possibile l’interiorizzazione della rivelazione di Cristo, fa penetrare nei cuori le parole di Gesù. Il dono dello Spirito non poteva essere concesso prima della morte e della risurrezione di Cristo. Fino alla sua morte in croce, Gesù è l’unico maestro dell’umanità. Con la morte gloriosa del Cristo comincia la seconda fase della storia della rivelazione escatologica, intimamente connessa con la persona dello Spirito santo.

Scomparso Gesù dalla scena di questo mondo, lo Spirito Santo subentra al suo posto e diventa il maestro interiore dei credenti facendo assimilare la rivelazione del Logos incarnato. L’inizio dell’azione didattica dello Spirito santo è quindi legato all’esaltazione di Gesù. Questi, prima della sua passione, morte e risurrezione, non era stato ancora glorificato.

40 All'udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: "Questi è davvero il profeta!". 41 Altri dicevano: "Questi è il Cristo!". Altri invece dicevano: "Il Cristo viene forse dalla Galilea? 42 Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?". 43 E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui.
44 Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. 45 Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: "Perché non lo avete condotto?". 46 Risposero le guardie: "Mai un uomo ha parlato come parla quest'uomo!". 47 Ma i farisei replicarono loro: "Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? 48 Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? 49 Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!". 50 Disse allora Nicodèmo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: 51 "La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?". 52 Gli risposero: "Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea". 53 E tornarono ciascuno a casa sua.

La parola "Cristo" indica il "consacrato" di Dio, che avrebbe realizzato le attese definitive del popolo di Dio, portando la pace e la pienezza dei beni della salvezza.

Non tutti gli ascoltatori di Gesù vedono in lui il Cristo: alcuni ritengono impossibile tale riconoscimento per la sua provenienza dalla Galilea: la Scrittura infatti è molto esplicita a questo riguardo (cf. Gv 7,41-42).

Nella scena finale di questo capitolo, i sommi sacerdoti e i farisei argomentano allo stesso modo. La sentenza dei capi: "Dalla Galilea non sorge profeta" (v. 52) chiude l’ultimo atto di questo dramma sull’origine del Messia.

In Gv 7,30 vi era già stato un tentativo per arrestare Gesù; esso però era andato a vuoto perché non era ancora giunta l’ora della sua passione e risurrezione. Anche in 7,44 il tentativo dei giudei non riesce.

La risposta delle guardie mette in risalto il fascino che emanava da Gesù. Nella loro semplicità questi uomini sono presi da stupore e da ammirazione per le parole di Gesù. I farisei invece reagiscono con stizza e manifestano apertamente la loro animosità e il loro accecamento. Per essi Gesù è un seduttore che abbindola la gente ignorante (cf. Gv 7,12; Mt 27,63).

L’arroganza dei farisei raggiunge il colmo quando considera maledetto il popolo che non conosce la Legge: si trattava di contadini, di analfabeti, di servi. Questo disprezzo dei dotti per gli ignoranti e gli umili è bene documentato negli scritti giudaici.

Non tutti i capi però condividevano questo atteggiamento ostile dei sommi sacerdoti e dei farisei. Nicodemo dissentì dal giudizio dei suoi colleghi ed ebbe il coraggio di prendere le difese di Gesù appellandosi alla legge mosaica. Nella Legge è prescritto di ascoltare le cause di tutti i fratelli senza avere riguardi personali (Lv 19,15; Dt 1,16-17) e di indagare con diligenza per evitare false testimonianze (Dt 19,15-20). I capi del popolo reagiscono alla contestazione di Nicodemo circa la legalità del loro atteggiamento e lasciano trasparire sdegno e irritazione.

In merito all’origine del Messia la Scrittura è chiara: il Cristo è un discendente di Davide (2Sam 7,12-16; Is 11,1-2; Ger 23,5-6; 33,15; Sal 89,5. 37) e deve sorgere da Betlemme di Giudea (Mi 5,1). Quindi il profeta di Nazaret non poteva essere assolutamente il Messia.

Giovanni ora può chiudere questa parte dello scontro tra Gesù e le autorità giudaiche, facendoci capire che la vita di Gesù è ormai volta verso l’epilogo della croce.

 

Capitolo 8

1 Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". 11 Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; va’ e d'ora in poi non peccare più".

L’inserzione di questo brano interrompe l’unità dei due atti drammatici, incentrati l’uno sulla messianicità di Gesù (Gv 7) e l’altro sulla sua divinità (Gv 8,12-57).

Il Cristo di Gv 8,1-11 appare molto più simile a quello dei sinottici, e in modo particolare al Gesù di Luca, che a quello del vangelo di Giovanni.

Gli scribi e i farisei nel loro cuore hanno già condannato la povera donna colta in fallo. La conducono da Gesù solo per tendergli un tranello. La legge giudaica è molto esplicita su questa materia: l’adultera deve morire. Ora, se Gesù assolve la peccatrice si mette contro la Legge e quindi si condanna da solo; se si mostra giudice severo si scredita davanti a tutti, rinnegando la sua dottrina su Dio clemente e misericordioso. La domanda degli scribi e dei farisei si rivela molto abile e astuta.

Gesù però non abbocca, ma, chinatosi, scriveva sulla terra col dito. Secondo alcuni esegeti, Gesù voleva ricordare simbolicamente Geremia 17,13: "Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore".

Forse Gesù, con il gesto di scrivere, ha voluto manifestare il suo desiderio di non intervenire o di non mostrare la sua indignazione per la loro ipocrisia.

"Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". Questa risposta degna del Figlio di Dio per la saggezza, la semplicità e la profondità toglie agli avversari ogni argomento per condannare sia l’adultera, sia Gesù. Come può un peccatore infierire contro un altro peccatore?

L’espressione "scagli la prima pietra" ricorda Dt 13,10 dove si ordina che i testimoni oculari devono dare inizio all’esecuzione della condanna a morte.

Dopo una risposta tanto saggia, Gesù si china di nuovo per scrivere sulla terra. Questo gesto vuol porre i giudici dinanzi alle loro responsabilità e invitarli a una decisione sincera e libera. I presenti riconoscono di essere peccatori e se ne vanno. L’accenno ai più anziani vuole insinuare che costoro erano più assennati e capirono per primi la lezione. Forse c’è una constatazione salace: col crescere degli anni si accumulano anche i peccati.

In questo racconto c’è un’eco della storia di Susanna (Dn 13), nella quale gli anziani che tentarono di sedurre la donna sono presentati come uomini perversi, invecchiati nel male, pieni di peccati e di iniquità.

Eclissatisi gli accusatori, sulla scena rimangono solo Gesù e la donna. Ma il Figlio dell’uomo non è venuto per condannare, ma per salvare (cf. Gv 3,17). Dio non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione, perché viva felice (Ez 18,23; 33,11; Sap 11,23.26).

L’esortazione a non peccare più era già stata rivolta anche all’infermo guarito presso la piscina di Betzaetà (cf. Gv 5,14): la misericordia e il perdono non minimizzano la gravità del peccato.

Questo brano contiene un dramma di squisita bellezza, nel quale sono posti a confronto una fragile creatura e l’unico uomo senza peccato. La povera peccatrice appare in tutta la miseria della sua colpa: non solo ha perso pubblicamente l’onore, ma sta per perdere anche la vita.

La drammaticità della scena è data soprattutto dal confronto tra la miseria della creatura e la santità del Cristo, che si manifesta misericordia infinita.

In antitesi con gli scribi e i farisei, spietati nell’applicare la legge di Mosè contro l’adultera, Gesù si manifesta come la misericordia incarnata e pronuncia un giudizio di assoluzione piena: "Neppure io ti condanno".

Sant’Agostino ha commentato la scena con una frase lapidaria: "Relicti sunt duo, misera et misericordia", "rimasero in due, la misera (donna) e la misericordia (Cristo).

Gesù non giudica nessuno (cf. Gv 8,15) perché è venuto a salvare l’umanità peccatrice (cf. Gv 3,17; 12,47). Egli è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cf. Gv 1,29; 4,42; 1Gv 4,14).

12 Di nuovo Gesù parlò loro: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita".
13 Gli dissero allora i farisei: "Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera". 14 Gesù rispose: "Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15 Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16 E anche se giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17 Nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera: 18 orbene, sono io che do testimonianza di me stesso, ma anche il Padre, che mi ha mandato, mi dà testimonianza". 19 Gli dissero allora: "Dov'è tuo padre?". Rispose Gesù: "Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio". 20 Queste parole Gesù le pronunziò nel luogo del tesoro mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora.

Il dialogo tra Gesù e i giudei si apre con la solenne proclamazione: "Io sono la luce del mondo". Per fare questa affermazione, Gesù prende lo spunto dalle luminarie della Festa delle Capanne, nella quale si illuminava il tempio di Gerusalemme con tanta profusione di luci. Superando l’orizzonte giudaico, Gesù si proclama la luce non solo di Gerusalemme, ma di tutta l’umanità. Egli, per la prima volta, si proclama, in modo solenne ed esplicito, la luce del mondo, cioè la rivelazione divina che porta vita e salvezza.

Per non camminare nelle tenebre, bisogna seguire Gesù, diventare suoi discepoli. Cammina nelle tenebre chi rifiuta l’adesione personale al Figlio di Dio (cf. Gv 12,35.46) e chi odia il proprio fratello (cf. 1Gv 2,9.11).

I giudei accusano Gesù di vanagloria perché rende testimonianza a se stesso e perciò concludono che la sua testimonianza non è verace. In 5,32-37 Gesù aveva già portato a suo favore la testimonianza del Battista, delle opere compiute e del Padre. Ora afferma che la sua testimonianza è attendibile perché egli è una persona divina.

In 5, 31 Gesù aveva detto: "Se fossi io a rendere testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera". Ora qui sembra dire il contrario: "Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove vado" (v. 14). Nel primo caso Gesù parlava della sua testimonianza umana, nel secondo si appella alla sua natura divina. Gesù conosce per scienza divina il mistero della sua origine.

I farisei ignorano completamente la vera identità di Gesù e la sua origine divina perché giudicano secondo la carne, a differenza del Figlio che vive in sintonia e in comunione con il Padre che l’ha mandato. Gesù che è pieno della grazia della verità (cf. Gv 1,14.17) non solo è la rivelazione vivente del Padre, ma con il suo giudizio mostra lo stato reale degli uomini. La ragione della veracità del giudizio di Cristo sta nella sua intima unione con il Padre. In tal modo è rispettata anche l’esigenza della legge mosaica, che esige la testimonianza di due persone, perché Gesù non è solo, perché il Padre è sempre con lui (cf. Gv 8,29; 16,32).

"Gli dissero allora: ‘Dov’è tuo padre?’. Rispose Gesù: ‘Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio’ ". Questa risposta di Gesù insinua implicitamente la sua divinità. Egli dichiara che uno solo è suo Padre, Dio, e che per conoscere il Padre bisogna conoscere lui che è suo Figlio.

I giudei ignorano la vera identità di Gesù, non sanno che egli è il Figlio di Dio e tanto meno immaginano che per giungere alla vera conoscenza del Padre occorra passare per la persona del Cristo. Gesù dichiara che nessuno può andare al Padre se non per mezzo di lui che è via, verità e vita; che per conoscere il Padre bisogna conoscere il Figlio; che vedendo Gesù si vede il Padre, perché l’uno vive nell’altro (cfr Gv 14,6-11).

Gesù attacca il giudaismo e gli nega ciò di cui è più fiero: la conoscenza di Dio. Gli ebrei in realtà non conoscono Dio, perché rifiutano il Figlio di Dio.

Questa sublime rivelazione della vita trinitaria fu proclamata presso la camera del tesoro nel tempio. Tale precisazione forse vuol dare alla testimonianza un carattere più ufficiale e più solenne.

La frase finale "E nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora" è un ritornello che ricorre varie volte nel vangelo. Esso vuol mettere in evidenza l’impossibilità, per i nemici, di impedire a Gesù di compiere la sua missione secondo il disegno del Padre.

21 Di nuovo Gesù disse loro: "Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire". 22 Dicevano allora i Giudei: "Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?". 23 E diceva loro: "Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24 Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati". 25 Gli dissero allora: "Tu chi sei?". Gesù disse loro: "Proprio ciò che vi dico. 26 Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui". 27 Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28 Disse allora Gesù: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. 29 Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite". 30 A queste sue parole, molti credettero in lui.

Gesù, per stimolare i suoi avversari a cambiare atteggiamento nei suoi confronti, diventa polemico e fa balenare la minaccia della morte nel peccato. Egli sta per tornare da Dio: con la sua passione e risurrezione passa da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1); i suoi nemici non potranno raggiungerlo nella gloria eterna; anzi, con la morte nel peccato di incredulità, si separeranno eternamente da lui.

La reazione dei giudei è molto più sarcastica che in 7,35. Lì i suoi avversari ipotizzavano il suo trasferimento in terra pagana, qui parlano di suicidio. L’idea che la fonte della vita e della luce possa suicidarsi è possibile solo ai figli del diavolo. In nessun altro passo del vangelo troviamo espressioni più sarcastiche e blasfeme contro il Figlio di Dio.

La risposta di Gesù all’insulto satanico dei giudei è tagliente e aspra: voi siete dal basso, dal mondo tenebroso del maligno, io sono dall’alto, di origine divina. In Gv 8,44 Gesù espliciterà maggiormente l’origine satanica dei suoi avversari: il loro padre è il diavolo, l’omicida fin dal principio. Scrive Loisy: "I giudei pensano di deridere il Cristo; ma sono loro tragicamente ridicoli".

Se i giudei si ostinano a non aprirsi alla luce, che è Cristo, la loro sorte è segnata: essi moriranno nei loro peccati. L’ostinazione nel rifiuto della luce (cf. Gv 9,41), cioè l’opposizione fondamentale contro il Figlio di Dio, conduce alla morte eterna (cfr 1Gv 5, 16-17). Questo è il peccato specifico del mondo tenebroso (cf. Gv 16,8-9).

La risurrezione e la vita si trovano in Gesù; per non morire bisogna credere alla sua divinità (cf. Gv 11,25-26). Le parole "Io sono" indicano con chiarezza la divinità di Cristo. "Io sono" è la traduzione del nome ebraico di Jahvè, quindi esprime la divinità della persona di Gesù.

Gli interlocutori di Gesù non hanno ancora afferrato la sua dichiarazione, davvero inaudita, di essere Dio. La comprensione piena dell’"Io sono" è riservata alla scena finale (vv. 58-59). Per questo i giudei chiedono a Gesù: "Tu chi sei?". L’interrogativo: "Chi è Gesù" è fondamentale nel vangelo di Giovanni. La risposta di Gesù appare molto enigmatica. Fin dal principio il Logos è ciò che dice, ossia la parola di Dio(Gv 1,1), la manifestazione della vita e dell’amore del Padre.

Il Logos incarnato non manifesta solo il mistero di Dio, ma conosce bene anche l’uomo; quindi può parlare dei suoi interlocutori senza sbagliarsi. Gesù rivela al mondo ciò che ha udito dal Padre che lo ha mandato. L’evangelista annota: i giudei non capirono che parlava loro del Padre.

La divinità di Gesù sarà riconosciuta quando sarà innalzato sulla croce. Anche i giudei per avere la vita dovranno credere nel Logos incarnato esaltato sulla croce. Con l’esaltazione dell’uomo Gesù sulla croce non avverrà solo il riconoscimento della sua divinità, ma anche quello della sua funzione di rivelatore definitivo, in piena e perfetta dipendenza dal Padre.

Il Padre e il Figlio vivono sempre intimamente uniti e formano una cosa sola per cui il Logos incarnato non può mai essere abbandonato da Dio. Questa unità perfetta tra Gesù e il Padre ha come conseguenza il perfetto compimento della volontà del Padre. Nella Trinità esiste una sola volontà divina.

La pausa descrittiva sulla fede di molte persone in ascolto serve come passaggio a un’altra scena nella quale è svolta una nuova tematica teologica, quella della vera libertà dei figli di Abramo. Anche qui sembra trattarsi di una fede superficiale, come quella di Nicodemo e degli altri abitanti di Gerusalemme.

31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". 33 Gli risposero: "Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?". 34 Gesù rispose: "In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. 35 Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; 36 se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. 37 So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. 38 Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!". 39 Gli risposero: "Il nostro padre è Abramo". Rispose Gesù: "Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! 40 Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l'ha fatto. 41 Voi fate le opere del padre vostro". Gli risposero: "Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!". 42 Disse loro Gesù: "Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato.

La fede autentica non si riduce a un’adesione momentanea al Cristo, ma esige perseveranza e fedeltà con Gesù, Parola vivente del Padre. Il vero discepolo di Cristo si riconosce da questa permanenza continua e intima in Gesù. Solo allora si conosce la verità che libera da ogni schiavitù.

Si tratta di una conoscenza esistenziale e vitale, di una comunione intima con il Figlio di Dio. La conoscenza della verità non è dunque qualcosa di speculativo. La verità è Gesù in persona (cf. Gv 14,6). La verità, ossia Cristo stesso, in quanto manifestazione della vita divina, opererà la liberazione dell’uomo, come è chiarito in 8,36. Quindi la libertà piena si vive nella fede, credendo esistenzialmente in Gesù.

Le parole di Gesù provocano la reazione dei suoi interlocutori, offesi per le affermazioni sulla liberazione operata dalla verità. I giudei si proclamano persone libere e figli di Abramo. Essi protestano di non essere mai stati schiavi di nessuno. Per Gesù la libertà e la schiavitù sono di ordine morale, mentre i suoi interlocutori intendono questi termini in chiave politica.

Gesù parla della schiavitù e della libertà morale in relazione al peccato. Egli insegna che la vera schiavitù è quella di ordine religioso: è schiavo chi fa il peccato. In questi testi di Giovanni il peccato indica l’opzione fondamentale contro la luce, ossia l’incredulità. La frase "lo schiavo non rimane nella casa per sempre" contiene una velata minaccia di espulsione dei giudei dalla casa di Dio, dal regno e dall’amicizia con il Padre.

Nel v. 35 il termine "figlio" è preso in senso generico, per essere applicato a tutti gli uomini; esso però è aperto al significato specifico divino, per indicare il Figlio unigenito del Padre. In realtà nel v. 36 abbiamo questo passaggio. Qui si parla del Figlio liberatore. Gesù è il Logos incarnato, la verità personificata, che sola può liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato. Egli è il Figlio di Dio che rimane per sempre nella casa del Padre.

Dopo aver sviluppato la tematica della vera schiavitù e della vera libertà, Gesù contesta l’affermazione dei giudei di essere discendenza di Abramo e dimostra loro che sono figli di un altro padre.

E’ un linguaggio misterioso che sarà chiarito nella scena successiva (v. 44). Per discendenza naturale gli ebrei sono figli di Abramo, ma per l’animo e i comportamenti sono figli del diavolo. Tentando di uccidere Gesù fanno un’opera diabolica perché il diavolo è omicida fin dal principio.

I giudei, con la loro incredulità, rinnegano la loro origine da Abramo, uomo di grande fede. Il loro intento omicida si spiega con il rifiuto della rivelazione divina del Cristo: "La mia parola non penetra in voi".

L’opposizione tra Gesù e i giudei sta nell’influsso dei rispettivi padri. Il Logos incarnato rivela ciò che ha visto e continua a vedere nel Padre. I giudei rivelano ciò che ispira loro il demonio.

I giudei, con gli atteggiamenti pratici, rinnegano la loro discendenza da Abramo. Essi non solo non compiono le opere del patriarca, caratterizzate da una fede profonda in Dio e dall’adesione incondizionata alla sua parola (cf. Gen 12,1ss; 15,1-7), ma addirittura si oppongono all’inviato del Padre e cercano di ucciderlo. L’allusione finale di Gesù sulla vera paternità dei giudei suscita la loro protesta.

La fornicazione indica l’infedeltà idolatrica. I giudei quindi protestano la loro fedeltà all’alleanza mosaica e proclamano di non aver tradito il patto con Dio adorando altre divinità: "Abbiamo un solo padre, Dio". Questa espressione richiama l’inizio dello shemà: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo" (Dt 6,4). Nell’Antico Testamento Jahvè è presentato spesso come padre d’Israele.

Se i giudei avessero un solo padre, Dio, essi dovrebbero amare Gesù perché è stato mandato dal Padre. Gesù vuole dimostrare che i giudei non sono figli di Dio, perché non amano l’inviato di Dio che è uscito dal Padre.

43 Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, 44 voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. 45 A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. 46 Chi di voi può convincermi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? 47 Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio».
48 Gli risposero i Giudei: «Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e hai un demonio?». 49 Rispose Gesù: «Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. 50 Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca e giudica.

I giudei non amano Dio (5,42), il mondo (1Gv 2,15), ossia amano le tenebre (3,19) e la gloria degli uomini (12,43). I giudei non possono ascoltare la parola di Gesù e restano nell’incredulità perché non si lasciano attirare dal Padre. L’uomo, abbandonato alle sue forze, è incapace di fare il salto della fede che supera le sue possibilità. L’incredulità volontaria, cieca e ostinata dei nemici di Gesù, che li spinge a propositi omicidi, manifesta la loro discendenza dal diavolo, il nemico della verità, il padre della menzogna. L’accusa lanciata da Gesù contro i suoi avversari è la più grave. Nel seguito del discorso i giudei ritorceranno questa accusa contro Gesù, insultandolo come un indemoniato (vv. 48.52). Questa filiazione diabolica dev’essere intesa come un influsso malefico con il quale satana si impossessa degli uomini, ispirando loro odio e incredulità. Solo i discepoli del Cristo non sono sotto l’influsso del maligno, anzi lo hanno vinto (1Gv 2,13–14). La preghiera insistente di Gesù al Padre perché preservi i suoi amici dal diavolo (17,15) ha portato il suo frutto nella Chiesa, per cui il maligno non può nuocere al cristiano: "Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno" (1Gv 5,18–19). Gesù è la verità personificata (14,6), il diavolo è la menzogna personificata. La verità è la rivelazione di Dio, è la luce del Cristo; il suo contrario è la menzogna che significa inganno, tenebra, odio (1Gv 2,4; 4,20). Gesù comunica la parola di Dio (8,40), il diavolo manifesta la menzogna (8,44). La menzogna è l’opposto di Cristo che è la verità, quindi non va presa in senso etico, ma indica l’atteggiamento satanico contro Dio e contro suo Figlio e si identifica con il mondo tenebroso caratterizzato dall’odio e dall’incredulità. Il diavolo è menzognero e padre della menzogna (v. 44), è il male, l’incredulità, le tenebre, l’odio fatto persona. I giudei sono figli di tale padre e non figli di Dio che è luce, amore e vita.

I giudei non credono a Gesù, rivelatore perfetto di Dio e uomo senza peccato, perché sono nati dal diavolo. Gesù si presenta come l’unica persona che dice la verità, ossia manifesta la vita di Dio; quindi si pone in antitesi con il diavolo, il menzognero e padre della menzogna. Gesù è il rivelatore definitivo che comunica la salvezza liberando dal peccato con la verità (8,32ss), purificando i suoi discepoli dall’ingiustizia con la sua parola (15,3) e con il suo sangue (1Gv 1.7.9), togliendo il peccato del mondo (1,29). Egli è fedele alla sua missione perché "dice la verità" ossia merita la massima fiducia come rivelatore definitivo di Dio. Egli è senza peccato e per questo può distruggere l’iniquità e l’ingiustizia. L’attività di Gesù appare in radicale opposizione con quella del diavolo: Gesù dice la verità, il diavolo dice la menzogna.

Con l’espressione "essere da Dio" si esprime l’origine divina di una persona o di una dottrina (7,17). I figli di Dio ascoltano le sue parole (v. 47), accolgono la sua rivelazione e credono nel suo inviato. I giudei, rifiutando di ascoltare la parola di Dio e di credere nell’inviato di Dio, dimostrano la loro origine satanica; hanno per padre il diavolo, perché ascoltano la sua voce e seguono le sue suggestioni omicide (8,44).

Le pesanti accuse di Gesù sull’origine satanica dei suoi avversari suscitano la reazione dei giudei, i quali insultano Gesù chiamandolo samaritano e indemoniato. Gesù non cerca la sua gloria come fanno i suoi avversari (5,44), ma cerca l’onore del Padre che l’ha mandato (7,18). Gesù ricorda ai giudei che saranno giudicati proprio da quel Dio che essi erroneamente considerano il loro Padre. Si tratta di un giudizio di condanna per l’ostinazione nell’incredulità e per gli oltraggi blasfemi lanciati contro Gesù.

51 In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte". 52 Gli dissero i Giudei: "Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: "Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte". 53 Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?". 54 Rispose Gesù: "Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "E' nostro Dio!", 55 e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola. 56 Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò". 57 Gli dissero allora i Giudei: "Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?". 58 Rispose loro Gesù: "In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono". 59 Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Gesù riprende la tematica dell’immortalità derivante dall’osservanza della sua parola. In 5, 24 aveva assicurato il passaggio dalla morte alla vita per chi ascolta la sua parola, cioè crede nella sua rivelazione e vive secondo essa. Cristo è la risurrezione e la vita, perciò chi crede in lui, anche se sperimenterà la morte temporale, eviterà la morte eterna, cioè l’inferno (cf. Gv 11,25-26).

Gesù fa dipendere la vita eterna e l’immortalità dall’ascolto della sua parola, dall’adesione esistenziale e pratica al suo messaggio. In antitesi con il diavolo menzognero che ingannò i nostri progenitori con la sua parola falsa (cf. Gen 2,17; 3,2ss) e portò nel mondo la morte (cf. Sap 2,24), Gesù, con la sua parola divina, è fonte di vita e di immortalità.

La reazione dei giudei è scomposta e oltraggiosa. L’affermazione di Gesù è veramente inaudita per un semplice uomo, perché anche i personaggi più grandi della storia della salvezza sono morti. Se Gesù non fosse il Figlio di Dio, la sua pretesa di donare l’immortalità sarebbe assurda.

La risposta pacata di Gesù fa vedere la sua grandezza eccezionale. Nella frase finale di questo dialogo drammatico (v. 58), Gesù proclama esplicitamente la sua divinità e quindi anche la sua superiorità anche di fronte al più grande patriarca del popolo ebraico, Abramo.

L’affermazione dei giudei che ritengono Dio loro padre è falsa. Essi ignorano del tutto Dio perché non osservano la sua parola. La conoscenza di Dio infatti non si riduce alla sfera speculativa, ma si acquista e si dimostra osservando i suoi comandamenti. La conoscenza vera di Dio e del suo Figlio si riduce all’amore concreto e operativo.

Alla domanda dei giudei: "Sei tu forse più grande del nostro padre Abramo?", Gesù risponde che il padre del popolo ebraico era completamente orientato verso il tempo del Messia e visse in funzione di lui. La nascita dl suo figlio Isacco fu motivo di gioia (cf. Gen 18,1-15; 21,1-7) perché in lui si realizzavano le promesse messianiche. All’annuncio di questo lieto evento il patriarca rise (cf. Gen 17,17), ossia si rallegrò e gioì, perché nella nascita di suo figlio previde la discendenza dalla quale sarebbe nato il Cristo. Abramo vide il giorno di Gesù, come Isaia vide la sua gloria (cf. Gv 12,41) e Mosè scrisse di lui (cf. Gv 5,46): tutto l’Antico Testamento è in funzione di Gesù.

"Gli dissero allora i giudei: ‘Non hai ancora quarant’anni e hai visto Abramo?’". Questo intervento finale dei giudei prepara la solenne proclamazione della divinità di Gesù. Notiamo che essi deformano e capovolgono l’affermazione di Gesù. Egli ha detto che Abramo vide il suo giorno. Essi rovesciano il soggetto e l’oggetto e fanno dire a Gesù di aver visto Abramo. Per gli increduli giudei è inconcepibile che Gesù sia oggetto della contemplazione di Abramo, tanto sono lontani dal comprendere la vera identità del Figlio di Dio.

"In verità in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io sono". La risposta di Gesù è il vertice di tutto il dialogo drammatico del capitolo 8. Essa contiene la proclamazione esplicita della divinità di Gesù. Contrapponendosi al più grande patriarca dell’Antico Testamento, del quale la Scrittura descrive la vita e la morte, Gesù si presenta come l’"Io sono", il Vivente, il vero Dio, Jahvè in persona.

La reazione dei giudei conferma il significato divino dell’espressione usata da Gesù. Per loro è un bestemmiatore, perché si è proclamato Dio e quindi merita la lapidazione come prescrive la legge di Mosè (cf. Lv 24,16).

Questo nascondersi di Gesù ha un profondo significato teologico: è l’eclissi del Sole, che è il Logos incarnato, dinanzi all’incredulità dei suoi interlocutori.

Il capitolo 9 continuerà questo tema della luce di Cristo nell’episodio della guarigione del cieco.

 

Capitolo 9

1 Passando vide un uomo cieco dalla nascita 2 e i suoi discepoli lo interrogarono: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?". 3 Rispose Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. 4 Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. 5 Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo". 6 Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7 e gli disse: "Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. 8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: "Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?". 9 Alcuni dicevano: "E' lui"; altri dicevano: "No, ma gli assomiglia". Ed egli diceva: "Sono io!". 10 Allora gli chiesero: "Come dunque ti furono aperti gli occhi?". 11 Egli rispose: "Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va’ a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista". 12 Gli dissero: "Dov'è questo tale?". Rispose: "Non lo so".
13 Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14 era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15 Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: "Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo". 16 Allora alcuni dei farisei dicevano: "Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato". Altri dicevano: "Come può un peccatore compiere tali prodigi?". E c'era dissenso tra di loro. 17 Allora dissero di nuovo al cieco: "Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?". Egli rispose: "E' un profeta!". 18 Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19 E li interrogarono: "E' questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?". 20 I genitori risposero: "Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; 21 come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso". 22 Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23 Per questo i suoi genitori dissero: "Ha l'età, chiedetelo a lui!".
24 Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: "Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore". 25 Quegli rispose: "Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo". 26 Allora gli dissero di nuovo: "Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?". 27 Rispose loro: "Ve l'ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?". 28 Allora lo insultarono e gli dissero: "Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! 29 Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia". 30 Rispose loro quell'uomo: "Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31 Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32 Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33 Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla". 34 Gli replicarono: "Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?". E lo cacciarono fuori.
35 Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?". 36 Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". 37 Gli disse Gesù: "Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui". 38 Ed egli disse: "Io credo, Signore!". E gli si prostrò innanzi. 39 Gesù allora disse: "Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi". 40 Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: "Siamo forse ciechi anche noi?". 41 Gesù rispose loro: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane".

La domanda dei discepoli, se il cieco potesse aver peccato prima della nascita, a noi sembra assurda. Ma per i giudei il feto partecipava al peccato dei suoi genitori. In alcuni passi dell’Antico Testamento si fa riferimento esplicito allo stato di miseria e di peccato della creatura ancor prima della nascita (Gb 14,4; Sal 51,7).

La risposta di Gesù risolve il quesito dei discepoli, elevando il loro pensiero alla considerazione del piano divino; la cecità di quest’uomo ha una finalità di salvezza: la rivelazione delle opere di Dio in lui. Una risposta simile Gesù la darà in occasione della malattia di Lazzaro: "Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato" (Gv 11,4).

Il tempo della manifestazione delle opere di Dio è chiamato giorno, in contrapposizione alla notte durante la quale nessuno può operare. Il giorno di Gesù è il tempo della sua rivelazione salvifica. L’immagine della notte prelude la fine della sua vita terrena, che inizia con la notte del tradimento di Giuda (Gv 13,30).

Gesù deve compiere le opere di Dio prima che sopraggiunga questa notte tenebrosa. Egli, infatti, finché vive nel mondo è la luce del mondo. In questo brano Gesù dimostra la verità delle sue affermazioni donando la vista a un cieco dalla nascita e illuminandolo con la sua parola perché aderisca con la fede alla sua persona divina.

Nel racconto della guarigione del cieco Giovanni accentua molto il fatto che Gesù fece del fango; ne parla quattro volte (vv. 6.11.14.15). Il fango fatto con la saliva potrebbe avere valore simbolico in riferimento alla creazione del primo uomo; se così fosse, alluderebbe alla nuova creazione operata dal Padre per mezzo del Figlio incarnato.

La piscina di Siloe era collocata nell’estremità meridionale della valle del Tiropeon, ai piedi del monte Sion. Essa raccoglieva le acque dell’acquedotto sotterraneo costruito dal re Ezechia verso l’anno 700 a.C. Il nome della piscina è derivato dal participio attivo ebraico del verbo inviare (shalach), che andrebbe tradotto "inviante", ossia piscina che invia l’acqua. L’evangelista però lo traduce con un participio passivo per darle un significato cristologico: l’inviato per eccellenza è Gesù (Gv 6,29; 10,36; ecc.). Quindi la piscina di Siloe simboleggia il Figlio di Dio incarnato nel quale i ciechi si lavano per riacquistare la vista, cioè gli uomini che vivono nelle tenebre dell’incredulità ottengono la luce della fede andando da Gesù. Il cieco ottiene da Gesù, luce del mondo, la vista fisica e quella spirituale della fede.

In questo punto del cammino della fede, Gesù è per il cieco un semplice uomo, anche se straordinario. Tra breve riconoscerà in Gesù il profeta messianico (v. 17) che viene da Dio (v.33) e il Figlio dell’uomo nel quale si rivela il Padre (v. 35ss). Anche la folla dimostra interesse per Gesù: vuole sapere dove sia.

Il fatto che la guarigione sia avvenuta di sabato mette Gesù nuovamente in contrasto con i farisei che erano i rigidi tutori della legge. Per essi Gesù non può essere inviato da Dio proprio perché viola il sabato (Gv 5,9; 9,16), quindi è un peccatore (v. 24).

Il miracolato fa la sua deposizione in piena assemblea, davanti ai farisei, sintetizzando al massimo gli elementi del miracolo. Secondo alcuni farisei Gesù non è da Dio, ma il cieco guarito li contraddice dicendo che se Gesù non fosse da Dio non potrebbe far nulla (v. 33). La professione di fede del miracolato nell’origine divina di Gesù sarà la causa della sua scomunica, della sua espulsione dalla sinagoga (v. 34).

A motivo del dissenso tra i due gruppi di farisei, qualcuno si rivolge al cieco guarito per ascoltare il suo parere. Egli fa prontamente la sua professione di fede: "E’ un profeta!" (v.17). Nel suo cuore si sta accendendo la luce della fede.

Da questo punto in poi gli inquisitori sono i giudei, mentre nella parte precedente si parlava di farisei. Sono chiamati giudei perché chiudono gli occhi alla luce della fede. Come abbiamo già detto precedentemente, la parola "giudei", nel vangelo di Giovanni, significa "increduli" e sta ad indicare tutti coloro che non credono in Gesù.

I genitori riconoscono nel miracolato il loro figlio e affermano che è nato cieco, ma non si pronunciano sul come abbia ottenuto la vista, né tanto meno su chi ha operato tale miracolo. La freddezza dei genitori ha dell’inverosimile: non una manifestazione di gioia, di riconoscenza o di qualche altro genere per la guarigione del figlio. Il terrore dei giudei e dell’espulsione dalla sinagoga ha letteralmente paralizzato i loro sentimenti più spontanei. Il figlio, invece, con semplicità e franchezza, tiene testa ai dotti giudei, mostrando loro, con la prova dei fatti, che Gesù è l’inviato di Dio, e per tale confessione, è cacciato dalla sinagoga (vv. 30-34).

I giudei non solo rifiutano la messianicità di Gesù, ma sono convinti che egli è un peccatore e vogliono indurre il cieco guarito a negare l’evidenza dei fatti. Essi tentano di abbindolare quest’uomo semplice, ma intelligente, ostentando tutta la loro scienza: per due volte essi proclamano "noi sappiamo" (vv. 24.29).

I giudei convocano il cieco guarito una seconda volta e lo esortano a riconoscere il suo errore. La frase "dà gloria a Dio!" (v. 24) è un’espressione biblica con la quale si esorta alla sincerità, riconoscendo la propria colpa. Il cieco guarito mette fuori gioco la loro scienza con un’osservazione semplicissima: al "noi sappiamo" dei giudei contrappone il suo "una cosa so"; nessuno può mettere in dubbio il prodigio straordinario compiuto da Gesù, e contro i fatti non valgono gli argomenti.

Il cieco guarito si è accorto che i giudei vogliono trovare un pretesto per condannare Gesù; per questo li provoca, per costringerli a smascherare le loro intenzioni. Ed essi reagiscono con insulti. Nella loro risposta è contenuto tutto il disprezzo per Gesù: non si degnano neppure di chiamarlo per nome, lo indicano con il pronome "quello". E ostentano la loro fierezza di essere discepoli di Mosè.

Il cieco guarito contesta l’affermazione dei giudei che Gesù sia un peccatore. Non solo Gesù non è un peccatore, ma è un uomo religioso che compie in tutto la volontà di Dio: il segno inaudito di aver aperto gli occhi di un cieco dimostra eloquentemente che egli è da Dio.

I giudei, non potendo controbattere le ragioni del cieco guarito, nella loro stupidità passano agli insulti e ai castighi, facendo uso dispotico della loro autorità (v. 34). La frase "sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?" (v. 34) indica la disgrazia della cecità fisica e richiama l’inizio del brano (vv. 1-2) con cui forma un’inclusione.

L’espulsione del testimone di Cristo dalla sinagoga completa il peccato dei giudei e prepara la confessione esplicita del cieco guarito nel Figlio dell’uomo (v. 35ss) e la seguente rivelazione sul buon Pastore, che chiama le sue pecore per nome e le conduce fuori dal recinto del giudaismo, cioè fuori dalla comunità ebraica (Gv 10).

Il cieco guarito è stato espulso dalla comunità giudaica a motivo della sua testimonianza alla verità. Ma non sarà lasciato solo, perché Gesù lo accoglie nel suo gregge. Il buon Pastore va in cerca di lui e prima di introdurlo nel suo ovile esige una professione di fede esplicita: "Tu credi nel Figlio dell’uomo?… Ed egli disse: Io credo, Signore!" (v. 38).

La prostrazione davanti al Figlio dell’uomo indica chiaramente il riconoscimento della sua divinità. Questa adorazione del Cristo costituisce il vertice dell’intero racconto. Credendo nel Signore, il cieco è stato illuminato nel senso più pieno e perfetto: non solo ha acquistato la vista, ma ha ottenuto la luce della fede.

In antitesi con il cieco guarito stanno i giudei. Il miracolo operato da Gesù e la testimonianza semplice e intelligente del guarito hanno aumentato le tenebre della loro incredulità. Per questo Gesù, al centro della scena finale, proclama di essere venuto in questo mondo per un giudizio (v. 39). Egli è causa di vita o di morte: chi sceglie l’incredulità rifiuta la salvezza, chi si lascia illuminare dalla sua parola ottiene la luce della vita (Gv 8,12).

I farisei, presenti al dialogo tra Gesù e il cieco guarito, capiscono la chiara allusione alla loro cecità spirituale e gli chiedono di spiegarsi meglio. La risposta di Gesù non lascia dubbi. La presunzione dei giudei di non essere ciechi aumenta la loro colpa e perciò il loro peccato rimane.

I giudei chiudono volontariamente gli occhi alla luce, perciò muoiono nel loro peccato di incredulità (Gv 8,21-24). Essi sono schiavi del peccato (Gv 8,34) e non vogliono essere liberati dal Figlio di Dio (Gv 8,36). Essi continuano a vivere nel loro peccato (v. 41) e si stanno preparando a morire nell’ostinato rifiuto della luce della vita.

 

Capitolo 10

1 "In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. 4 E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei". 6 Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.
7 Allora Gesù disse loro di nuovo: "In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

Questo brano è la continuazione del capitolo precedente. Il discorso sulla porta e il buon Pastore spiega e interpreta il significato dell’epilogo drammatico della professione di fede del cieco guarito.

Chi è espulso dalla sua comunità politica o religiosa, a motivo della sua testimonianza nel Signore Gesù, entra a far parte del gregge di Cristo e in esso trova vita abbondante e salvezza perfetta.

I capi del popolo giudaico con il loro comportamento si sono manifestati ladri e briganti (v. 8), non pastori d’Israele. Il cieco guarito, scomunicato dai giudei, non vivrà come pecora senza gregge e senza pastore; egli ha già incontrato il buon Pastore e con la sua professione di fede è già entrato nell’ovile del Signore attraverso la porta che è Gesù.

L’espressione "In verità, in verità vi dico" (v. 1) preannuncia rivelazioni molto importanti e profonde. L’immagine della porta (v. 1) significa che per essere veri pastori del gregge di Dio bisogna passare per la porta che è Cristo. Egli infatti è il luogo della presenza di Dio, è la via d’accesso al Padre ed è il nuovo tempio definitivo.

Chi ignora Cristo e rifiuta la sua persona è un ladro e un brigante, cioè non può guidare le pecore ai pascoli della vita eterna, ma causa rovina e morte. In concreto, i giudei e i farisei, che non vogliono accettare la mediazione salvifica di Gesù, sono ladri e briganti. Così pure i ribelli, gli zeloti e i guerriglieri come Barabba, che hanno provocato sommosse popolari, non essendo entrati nella comunità d’Israele attraverso la porta stabilita da Dio, sono causa solo di rovina e di morte. Il vero pastore del gregge di Dio entra per la porta che è Gesù e si mette in rapporto con le pecore attraverso Gesù.

Con la frase "chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori" (v. 3), Gesù fa capire la sua azione di condurre le sue pecore fuori dal recinto della sinagoga. Il cieco guarito, che è stato espulso dalla comunità giudaica, in realtà è stato condotto fuori dalla sinagoga dal buon Pastore ed è stato introdotto nell’ovile di Cristo che è la Chiesa.

Come Dio ha condotto Israele fuori dall’Egitto, così Gesù si mette alla testa del suo gregge per farlo uscire dal giudaismo. Con questa azione la Chiesa è separata radicalmente dalla sinagoga.

Data l’incomprensione delle sue parole enigmatiche, Gesù riprende le immagini precedenti e le chiarisce: la porta delle pecore è lui, i ladri e i briganti sono i falsi pastori d’Israele. Gesù è il mediatore per avere accesso al gregge di Dio, è la via per giungere al Padre (Gv 14,6), è la strada obbligata per mettersi in comunione con le sue pecore.

La porta, nel linguaggio biblico, significa anche la città o il tempio (cf. Sal 87,1-2; 112,2; ecc.). Gesù quindi proclama di essere il luogo dove si trova la salvezza. Egli è stato mandato dal Padre nel mondo affinché l’umanità peccatrice fosse salvata per mezzo di lui (Gv 3,17). Perciò le pecore che vogliono avere la vita eterna in pienezza non possono fare a meno della sua azione mediatrice: devono entrare nella vita eterna per la porta che è Cristo.

Questa mediazione salvifica non è qualcosa di oppressivo, ma il mezzo per godere perfetta libertà e per sperimentare la pienezza della vita.

Il Figlio di Dio non è venuto nel mondo per uccidere e per portare alla rovina l’umanità, come fanno i falsi pastori, ma per salvare tutti.

11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 12 Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; 13 egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15 come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. 16 E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. 17 Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18 Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio".
19 Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. 20 Molti di essi dicevano: «Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo state ad ascoltare?». 21 Altri invece dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi dei ciechi?».

Con la solenne proclamazione: "Io sono il buon Pastore" (v.11) Gesù chiarisce le precedenti allusioni alla sua missione pastorale. Egli realizza pienamente le promesse dell’Antico Testamento (Ger 3,15; 23,3-4; Sal 23) tra le quali l’oracolo di Ezechiele 34,1-25 ha un ruolo primario. Nella parte finale di questo brano di Ezechiele Dio promette il pastore definitivo della discendenza di Davide, il Messia che regnerà su Israele (Ez 34,23ss).

Con l’espressione "deporre l’anima a favore delle pecore" è indicato il dono della vita, il dono supremo di Gesù per salvare l’umanità che egli ama. Gesù dispone pienamente della sua vita e può deporla come un vestito (Gv 13,4) per riprenderla quando vuole (v.8): egli è il Signore della vita e della morte. Il mercenario, l’operaio stipendiato, non espone al pericolo la sua vita per salvare il gregge che non è suo. I capi di Israele si sono comportati da mercenari, come ladri e briganti, come lupi che sbranano e uccidono; per questo Dio strapperà loro di bocca le sue pecore (Ez 34,10).

La conoscenza di cui parla Gesù in questo brano dev’essere intesa in senso biblico come scambio di amore profondo. Essa non consiste in una nozione intellettiva, ma in una penetrazione nell’essere della persona conosciuta. Il buon pastore Gesù ama il suo gregge come ama il Padre suo.

Il pensiero del buon Pastore corre anche alle pecore che non sono del recinto ebraico: anch’esse saranno conquistate al suo amore e così tutta l’umanità diventerà un solo gregge sotto la guida dell’unico vero pastore Gesù. Egli vuole salvare non solo gli ebrei, ma l’umanità intera (3,16-17; 4,42; 12,47).

Con la conversione dei pagani al vangelo si rompono gli steccati tra i due recinti del mondo, quello dei giudei e quello degli altri popoli, per formare un unico popolo di Dio. "Egli (Cristo) è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo" (Ef 2,14). L’unità del genere umano è operata dalla morte di croce di Gesù: egli è morto per radunare in unità i dispersi figli di Dio (Gv 11,52). Il Padre ama il Cristo perché egli dona la sua vita a favore del suo gregge. Gesù è sempre obbediente alla volontà del Padre, fino alla morte di croce (Fil 2,8). La morte di Gesù quindi non trova la sua spiegazione ultima nella violenza e nell’odio degli uomini, ma è un evento salvifico del piano divino, accettato liberamente da Cristo: egli depone la sua anima per poi riprenderla di nuovo, in conformità al comando del Padre. Gesù allude chiaramente al suo potere divino di risorgere dai morti. La morte e la risurrezione rappresentano il culmine della volontà del Padre nei confronti del Figlio (Gv 14,31).

Questo brano sottolinea l’amore tenero e profondo del buon Pastore per le sue pecore. La conoscenza reciproca tra il pastore e le pecore indica un amore concreto e forte, un rapporto intimo tra persone.

Le parole di Gesù sulla porta e sul buon Pastore provocano reazioni contrastanti negli ascoltatori. La sua rivelazione è causa di divisioni e di valutazioni opposte. I giudei giudicano Gesù indemoniato e pazzo e invitano la gente a non ascoltarlo. Tuttavia non tutti gli ascoltatori sono d’accordo su tale apprezzamento: un indemoniato pazzo non fa discorsi così sensati e, soprattutto, non compie un prodigio come la guarigione del cieco dalla nascita.

22 Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 24 Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: "Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente". 25 Gesù rispose loro: "Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola".

La festa della dedicazione del tempio di Gerusalemme ricorreva a metà dicembre. Con tale solennità i giudei celebravano l’anniversario della purificazione del tempio operata da Giuda Maccabeo (cfr 1Mac 4,36-59; 2Mac 10,1-8).

I giudei mascherano la loro intenzione ipocrita, dichiarando di avere l’animo sospeso; fingono di avere il desiderio sincero di conoscere la verità. Gesù risponde richiamando le sue precedenti dichiarazioni, dalle quali potevano dedurre facilmente la sua messianicità.

Egli, per invitare ancora una volta i suoi avversari alla fede, fa appello alla testimonianza delle sue opere straordinarie compiute nel nome del Padre: esse sono la garanzia divina della sua messianicità.

I giudei non accettano la testimonianza divina delle opere compiute da Gesù perché non sono pecore di Cristo: le pecore di Cristo ascoltano la sua voce, i giudei invece non credono.

Le pecore di Gesù si trovano in mani sicure, perché sono custodite con cura dal Padre e dal Figlio, queste due persone che vivono in comunione e in intimità perfetta, come dice Gesù: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (v. 30). Le parole di Gesù, di essere una cosa sola con Dio, si rivelano scandalose agli orecchi degli increduli giudei.

In questo testo Giovanni pone sulla bocca di Gesù tre affermazioni che mettono in risalto l’identità delle pecore e le loro caratteristiche in rapporto a Cristo: ascoltano la sua voce, lo seguono e non periranno mai.

La qualità fondamentale di chi è aperto alla fede è anzitutto l’ascolto: "Chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato ha la vita eterna" (Gv 5,24). Chi ascolta il Maestro ha la vita e diventa suo confidente. E a sua volta è conosciuto da lui con una unione personale e profonda che si concretizza nell’amore (Gv 10,4).

Ma l’ascolto implica il seguire Gesù, ed è azione e impegno. Chi si fida di Gesù, che "ha parole di vita eterna" (Gv 6,68), gode dei beni messianici e porta frutti di vita duratura (Gv 10,10-15; 14,6).

Inoltre chi lo segue sarà custodito da lui (Gv 17,12), nessun ladro lo potrà rapire e nessuna prova o persecuzione lo vincerà perché Gesù, cosciente della sua missione, lo custodisce e lo preserva dai pericoli nella sicurezza e nella pace.

Solo chi appartiene al gregge di Cristo riconosce nella sua parola la qualità di Messia e di buon Pastore, che agisce a nome del Padre, in unità di azione e di amore. Il credente, a differenza di colui che non è delle pecore di Cristo, sente vicino nella sua vita il Signore che gli dà sicurezza, perché in lui vede il Padre che gli dona la vita eterna, che è conoscenza del Padre e del Figlio (Gv 6,40; 17,3.22).

31 I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. 32 Gesù rispose loro: "Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?". 33 Gli risposero i Giudei: "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio". 34 Rispose loro Gesù: "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? 35 Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), 36 a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio? 37 Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; 38 ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre". 39 Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
40 Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò. 41 Molti andarono da lui e dicevano: "Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero". 42 E in quel luogo molti credettero in lui.

Il dialogo con i giudei, riportato nei capitoli 7 e 8 aveva avuto come epilogo il tentativo di uccidere Gesù a sassate. Qui tentano ancora una volta di lapidarlo. Le parole di Gesù di essere una cosa sola con Dio si rivelano scandalose agli orecchi degli increduli giudei.

Gesù dimostra di essere il Figlio di Dio con una duplice argomentazione, quella della Scrittura e quella delle opere straordinarie compiute nel nome del Padre. Gesù reagisce in modo pacato al gesto violento dei suoi avversari: "Vi ho mostrato molte opere buone da parte del Padre; per quale di queste opere mi lapidate?" (v. 32). I giudei replicano che lo vogliono lapidare per la bestemmia pronunciata, perché si proclama Dio. Gesù argomenta dal Sal 81, di valore incontestabile per i giudei, che se dei semplici uomini sono chiamati dèi e figli dell’Altissimo, quanto più è Figlio di Dio colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo per essere il rivelatore definitivo e il salvatore universale.

La seconda argomentazione di Gesù a prova della sua divinità è costituita dalle opere eccezionali compiute nel nome del Padre (cf. Gv 10,37-38). E’ il Padre che, nel Figlio, compie le sue opere (cf. Gv 14,10-11).

I giudei sarebbero senza colpa se Gesù non avesse compiuto opere che nessun altro al mondo ha mai fatto; ma ora non sono scusabili per questo peccato (cfr Gv 15, 23-25). Le opere eccezionali compiute da Gesù hanno una finalità ben precisa: favorire la fede nella sua divinità: "Credete alle opere, affinché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io sono nel Padre (Gv 10,38).

Gesù si ritira a Betania, non il villaggio di Lazzaro, ma una località situata sulla sinistra del Giordano dove il Battista aveva svolto il suo primo ministero (cf. Gv 1,28). Questo ritorno di Gesù nel luogo dove aveva avuto inizio la sua rivelazione pubblica forma un’inclusione solenne tra Gv 1,28ss e 10,40ss. Forse l’evangelista vuole insinuare che la sua manifestazione davanti al mondo iniziata a Betania si conclude, dopo essersi infranta contro il muro dell’incredulità dei giudei.

Queste persone che vanno da Gesù (v. 41) indicano il movimento della fede. I nuovi discepoli constatano che le cose dette da Giovanni Battista sul conto di Gesù erano vere. Queste persone che credono esistenzialmente nel Figlio di Dio si rivelano come pecore di Cristo: ascoltano la sua voce e lo seguono (cf. Gv 10,27).

 

Capitolo 11

1 Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2 Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3 Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, il tuo amico è malato".
4 All'udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato". 5 Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. 6 Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. 7 Poi, disse ai discepoli: "Andiamo di nuovo in Giudea!". 8 I discepoli gli dissero: "Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?". 9 Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce". 11 Così parlò e poi soggiunse loro: "Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo". 12 Gli dissero allora i discepoli: "Signore, se s'è addormentato, guarirà". 13 Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è morto 15 e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!". 16 Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!".
17 Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia 19 e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. 20 Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21 Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà". 23 Gesù le disse: "Tuo fratello risusciterà". 24 Gli rispose Marta: "So che risusciterà nell'ultimo giorno". 25 Gesù le disse: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?". 27 Gli rispose: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo".
28 Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: "Il Maestro è qui e ti chiama". 29 Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31 Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: "Va al sepolcro per piangere là". 32 Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". 33 Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: 34 "Dove l'avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a vedere!". 35 Gesù scoppiò in pianto. 36 Dissero allora i Giudei: "Vedi come lo amava!". 37 Ma alcuni di loro dissero: "Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?".
38 Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. 39 Disse Gesù: "Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto: "Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni". 40 Le disse Gesù: "Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?". 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato". 43 E, detto questo, gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!". 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: "Scioglietelo e lasciatelo andare".

Gesù, per concludere la sua rivelazione pubblica davanti al mondo, opera un prodigio straordinario che da una parte aumenta la fede dei discepoli e dall’altra accresce l’incredulità dei giudei. Il segno della risurrezione di Lazzaro rivela in modo chiaro la natura divina di Gesù, perché nessuno può richiamare in vita chi è già in stato di putrefazione. Il segno della risurrezione di Lazzaro mette molto bene in risalto la responsabilità degli avversari di Gesù per la loro incredulità. Con questo segno Gesù si manifesta come il Signore della vita e della morte. Egli è la risurrezione e la vita: per non morire, per avere la vita eterna, bisogna credere nella persona divina di Gesù.

Di fronte all’infermità di Lazzaro, Gesù reagisce da Signore della vita, della malattia e della morte. Egli non si lascia impressionare dall’informazione, anzi rivela il fine provvidenziale di questa malattia: l’infermità di Lazzaro servirà a glorificare il Figlio di Dio.

L’annotazione dell’evangelista sull’amore di Gesù per i tre fratelli vuole prevenire la possibile meraviglia del lettore per il comportamento di Gesù. Egli tarda ad andare dall’amico non per mancanza d’amore, ma per un motivo superiore.

Gesù ci insegna una grande verità: la morte è un semplice sonno. Il Cristo con una sola parola può svegliare dalla morte e ridonare la vita. Difatti i morti risorgeranno ascoltando la voce del Figlio di Dio (Gv 5,25.28). Il Maestro svela la finalità salvifica della morte di Lazzaro; la sua risurrezione stimolerà la fede dei discepoli: per questo motivo Gesù si rallegra.

Tommaso detto Didimo, cioè "gemello", non si lascia persuadere dalle parole di Gesù, perché dice esplicitamente che tornando in Giudea moriranno tutti, Gesù e gli apostoli. Questo apostolo che si rifiuta di credere alle parole, ma vuole la prova dei fatti (Gv 20,24 ss), è quello stesso che esige da Gesù chiarezza di linguaggio (Gv 14,5). Egli si mostra scettico sulle dichiarazioni del Signore, tuttavia non vuole lasciarlo solo, perciò invita gli amici a rischiare la stessa sorte di Gesù.

L’annotazione che Gesù trovò l’amico nel sepolcro già da quattro giorni è importante perché secondo la mentalità ebraica l’anima abbandonava definitivamente il corpo nel quarto giorno dopo la morte, mentre si riteneva che nei primi tre giorni lo spirito della vita aleggiasse attorno al corpo esanime. Quindi nessuno poteva dubitare della morte di Lazzaro; il suo cadavere aveva già cominciato a decomporsi e a puzzare (v. 39).

La presenza di tanti avversari di Gesù a Betania in questa circostanza è molto importante: mette in risalto la colpevolezza dell’incredulità dei giudei.

Marta alla presenza del Signore professa la sua fede nella potenza divina di Gesù: con la sua presenza Gesù avrebbe potuto impedire la morte di Lazzaro. Con la sua professione di fede, Marta non richiede la risurrezione del fratello, ma insinua un intervento speciale di Gesù a suo favore.

Gesù esaudisce subito il desiderio di questa amica, anzi supera di molto le attese, perché l’assicura della risurrezione del fratello. Gesù, essendo stato frainteso da Marta, dichiara esplicitamente di essere la risurrezione e la vita in persona (v. 25). La risurrezione è quindi un evento presente: essa si identifica con il Cristo. Cristo può risuscitare chi vuole e quando vuole (Gv 5,21), egli è il Signore della vita e della morte.

La risurrezione di Lazzaro anticipa la risurrezione finale e mostra concretamente come essa avverrà: il Figlio di Dio richiama in vita i morti con il suo grido, con un suo comando (Gv 5,25.28; 11,43).

Gesù è la risurrezione e la vita in persona: chi muore vivrà in lui. Per mezzo suo si evita la morte eterna (vv. 25-26). Per ottenere la risurrezione e la vita eterna bisogna aderire esistenzialmente alla persona di Gesù: chi crede in lui vivrà nonostante la morte. In questo modo il desiderio più profondo dell’uomo è soddisfatto.

La professione di fede di Marta è completa. Questa donna è presentata come il modello di tutti i discepoli, i quali dovranno credere che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio (v. 31). Questa perfetta professione di fede costituisce il vertice del brano che stiamo leggendo: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo" (v. 27).

Marta chiama sua sorella Maria di nascosto, perciò i giudei presenti in casa non capirono la ragione per la quale Maria si era alzata in fretta; essi pensarono che andasse al sepolcro per piangere.

Maria si rivolge a Gesù con le stesse parole di Marta: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto (vv. 21 e 32). Gesù, ascoltando per la seconda volta questo grido angosciato e vedendo i presenti che piangevano, "fremette nell’intimo e si turbò" (v. 33).

Perché questo sconvolgimento nell’animo del Signore? E’ l’incredulità dei giudei o la poca fede di Maria o la realtà della morte a togliergli la serenità? Forse Gesù fu turbato per tutti questi motivi insieme. E’ sconvolto dalla tragedia della morte e irritato dall’ostinazione nell’incredulità (cf. Mc 3,5).

Una delle manifestazioni dell’umanità del Figlio di Dio è il suo pianto. Il vangelo di Giovanni ci presenta Gesù che piange solo in questa circostanza.

Marta, pur credendo che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio (v. 27), non ha capito il significato profondo della precedente rivelazione di Gesù di essere la risurrezione e la vita e perciò gli fa osservare che il fratello è nella tomba da quattro giorni e che il suo cadavere ha già cominciato a decomporsi.

Dinanzi all’obiezione della donna, Gesù si richiama al suo precedente ammaestramento, con il quale aveva dichiarato apertamente di poter far risorgere i morti, perché egli è la risurrezione e la vita (vv. 25-26).

Tolta la pietra del sepolcro, Gesù prega il Padre e lo ringrazia di avere esaudito il suo desiderio, ispirandosi al salmo 118, e in particolare al v. 21. Egli rivolge lo sguardo a Dio per mostrare il suo contatto diretto con il Padre, che ascolta sempre la voce del Figlio (v. 41).

Gesù è a conoscenza di questa sua relazione intima con il Padre e si esprime con formule di preghiera per la folla che lo circonda, affinché essa creda nella sua missione divina (v. 42). Le opere straordinarie compiute da Gesù hanno lo scopo di favorire la fede (Gv 14,11; 20,20-31); di qui la grande responsabilità dei giudei per il loro peccato di incredulità (Gv 15,24).

Terminata la breve preghiera al Padre, Gesù gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!" (v. 43). Il Figlio dell’uomo richiama i morti alla vita con un grido. Coloro che sono nella tomba rivivranno ascoltando la voce del Figlio di Dio (Gv 5,25-28).

La risurrezione di Lazzaro anticipa la risurrezione finale dell’ultimo giorno della storia. Richiamando all’esistenza l’amico morto, Gesù si rivela realmente e concretamente come la risurrezione e la vita.

45 Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. 46 Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. 47 Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: "Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. 48 Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione". 49 Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: "Voi non capite nulla 50 e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera". 51 Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52 e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. 53 Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
54 Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli.
55 Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. 56 Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: "Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?".

57 Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo.

Questo brano illustra la reazione opposta al segno della risurrezione di Lazzaro: molti spettatori del miracolo credono in Gesù, i capi del popolo decretano la sua morte, ostinandosi nella loro cecità volontaria.

Gv 11,45-57 prepara la passione e la crocifissione del Cristo. Questo brano ha un profondo significato teologico. Non solo determina che Gesù deve morire, ma stabilisce anche lo scopo e l’effetto di questa morte: egli muore "per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (v. 52).

Questo è uno dei pochi brani del vangelo di Giovanni che parla del valore salvifico della morte di Gesù.

Il prodigio della risurrezione di Lazzaro ha favorito la fede di molti giudei venuti da Maria. I segni operati da Gesù devono favorire la fede (cf. Gv 20,30-31). Bisogna credere nel Figlio di Dio almeno per i segni eccezionali da lui operati (cf. Gv 14,11). Tuttavia la fede profonda deve prescindere dal vedere, per cui Gesù proclama beati i discepoli che credono senza aver visto (cf. Gv 20,29).

Non tutti i giudei presenti a Betania hanno creduto, anzi alcuni andarono subito ad informare i sommi sacerdoti e i farisei i quali prendono occasione da questa notizia per radunare d’urgenza il consiglio supremo.

I sommi sacerdoti e i farisei mostrano la loro preoccupazione per il comportamento di Gesù e implicitamente riconoscono la loro impotenza dinanzi ai segni operati da lui. L’ammissione che Gesù compie molti prodigi non stimola i giudei a credere, ma al contrario li spinge a prendere misure repressive nei suoi confronti. La preoccupazione maggiore dei capi religiosi degli ebrei è di carattere politico: essi temono di perdere il potere.

Quando Giovanni scriveva il suo vangelo, la deportazione degli ebrei e la distruzione di Gerusalemme operata dai romani era un fatto compiuto. I capi del popolo che temevano dei disastri sociali a motivo della fede in Cristo, non previdero che questi mali sarebbero stati una conseguenza della loro incredulità, un castigo per aver rifiutato il loro Messia (cf. Lc 19,41-44).

Caifa nel suo intervento dichiara che è conveniente sacrificare un uomo per evitare la rovina dell’intera nazione. Per l’evangelista queste espressioni di Caifa acquistano un significato molto profondo. Gesù muore a favore dell’intera umanità, per donare la vita al mondo (cf. Gv 6,51), per salvare il gregge di Dio (cf. Gv 10,11.15), per santificare i discepoli nella verità (cf. Gv 17,19).

I figli di Dio sono i discepoli di Gesù, generati da Dio (cf. Gv 1,12-13). Il loro distintivo è la fede e l’amore. Questo popolo che è stato acquistato dal Signore (cf. 1Pt 1,19) è la Chiesa, la sposa santa e immacolata di Cristo (cf. Ef 5,25-27).

La morte di Cristo ha una finalità salvifica perché raduna in unità i dispersi figli di Dio. Il peccato è divisione, la salvezza è vita in unità con Dio e con i fratelli. La morte di Gesù realizza l’oracolo di Ezechiele 34,12-13 che prediceva la riunione delle pecore del Signore, radunandole da tutte le regioni nelle quali erano state disperse, per formare un solo gregge condotto da un solo pastore.

Dopo la decisione del sinedrio Gesù si ritira ai margini del deserto di Giuda. Questi avvenimenti si verificarono a pochi giorni dalla Pasqua. I giudei che abitavano in campagna salivano qualche giorno prima della solennità per purificarsi secondo le prescrizioni della legge, sottoponendosi ai riti di aspersione con il sangue degli agnelli (cf. 2Cr 30,15ss). Questi pellegrini cercano Gesù. La loro ricerca era sincera. Questi pii campagnoli osanneranno Gesù in occasione del suo ingresso trionfale in Gerusalemme (cf. Gv 12,12).

 

Capitolo 12

1 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2 Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento. 4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: 5 "Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?". 6 Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: "Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me".
9 Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. 10 I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, 11 perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

In questo brano è accentrato il contrasto tra la generosa dimostrazione d’amore di Maria e la gretta irritazione di Giuda Iscariota.

Gesù era stato a Betania qualche giorno prima per risuscitare Lazzaro e se ne era allontanato dopo la decisione del sinedrio di ucciderlo. Ora la famiglia degli amici fa una cena un onore di Gesù. Maria, ungendo i piedi di Gesù, fa un gesto di squisita cortesia, secondo l’usanza giudaica, come segno di omaggio all’ospite.

Una libbra corrisponde a 330 grammi e il prezzo di trecento denari allo stipendio di trecento giornate lavorative.

L’intervento di Giuda mette in risalto la fede e l’amore di Maria per il Signore. Questa donna, in uno slancio di generosità, si è prodigata in un gesto di tenerezza senza badare a spese; al contrario Giuda Iscariota; con la sua contestazione, manifesta la grettezza del suo cuore. Egli non era preoccupato delle necessità dei poveri, ma desiderava che quella somma finisse nella cassa comune della comunità di Gesù, di cui era amministratore, per rubarla (v. 6).

"Lasciatela fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura" (v. 7) Con questa frase Gesù vuole spiegare che il gesto della donna ha un significato profetico, perché preannuncia l’unzione del suo corpo prima della sepoltura.

"I poveri li avete sempre con voi". Con queste parole Gesù non vuole scoraggiare l’assistenza e il soccorso ai poveri, ma vuole ricordare il primato che si deve riservare a Dio in tutte le circostanze della vita.

Con la frase "non sempre avete me" (v. 8) evidentemente Gesù parla della sua vita terrena che avrà termine tra qualche giorno. La sua presenza come risorto, invisibile ma reale, non cesserà mai (cf. Gv 14,16; Mt 28,20).

Dinanzi al comportamento del popolo che crede in Gesù, la reazione dei sommi sacerdoti rasenta la follia, perché decretano di uccidere anche Lazzaro per far scomparire questa testimonianza così eloquente a favore della divinità di Gesù. L’ostinazione dei capi nel male raggiunge il parossismo.

12 Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, 13 prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando:
Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore,
il re d'Israele!
14 Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:
15 Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
seduto sopra un puledro d'asina.
16 Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto. 17 Intanto la gente che era stata con lui quando chiamò Lazzaro fuori dal sepolcro e lo risuscitò dai morti, gli rendeva testimonianza. 18 Anche per questo la folla gli andò incontro, perché aveva udito che aveva compiuto quel segno. 19 I farisei allora dissero tra di loro: «Vedete che non concludete nulla? Ecco che il mondo gli è andato dietro!».

I pellegrini venuti alla festa di Pasqua dalle campagne non si preoccupano più di tanto delle decisioni prese dai sommi sacerdoti e dai farisei per eliminare Gesù. Appena ebbero udito che il Signore veniva a Gerusalemme gli andarono incontro per accoglierlo con onore, acclamandolo re d’Israele. Nel seguito del vangelo, Giovanni preciserà in che senso dev’essere intesa la regalità di Gesù: essa è di ordine religioso e non politico. Gesù è re in quanto rende testimonianza alla verità, cioè la sua regalità è finalizzata alla rivelazione piena e perfetta della vita divina (18,37).

Gesù non è un re politico e bellicoso, perciò non entra in Gerusalemme sopra un carro da guerra o sopra un cavallo, ma seduto sopra un asino, con sentimenti e segni di mitezza e di pace. In Gv 12,15 molto probabilmente sono sintetizzati due oracoli dell’Antico Testamento: Is 40,9 e Zc 9,9.

L’evangelista annota che i discepoli capirono il significato della Scrittura solo dopo la Pasqua di risurrezione. Sarà lo Spirito Santo a richiamare alla memoria dei discepoli le parole di Gesù e a far capire il significato pieno delle opere da lui compiute (14,26).

Il prodigio della risurrezione di Lazzaro costituisce la migliore preparazione per l’accoglienza trionfale di Gesù nella città di Davide. Gesù con questo segno aveva manifestato la sua persona divina. La folla esce incontro a Gesù perché aveva sentito parlare del segno straordinario della risurrezione di Lazzaro (12,18).

La reazione dei farisei, per l’accoglienza entusiastica che il popolo ha riservato per il Maestro, appare sdegnosa. Essi sono costretti a riconoscere il fascino esercitato da Gesù: "Ecco il mondo è andato dietro di lui" (12,19). In realtà non solo il mondo giudaico va dietro il Messia, ma anche i greci vogliono incontrarlo per seguirlo, come sarà presentato nella scena seguente (12,20ss).

20 Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. 21 Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: "Signore, vogliamo vedere Gesù". 22 Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23 Gesù rispose: "E' giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo. 24 In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 26 Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. 27 Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! 28 Padre, glorifica il tuo nome". Venne allora una voce dal cielo: "L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!".
29 La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: "Un angelo gli ha parlato". 30 Rispose Gesù: "Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31 Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32 Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me". 33 Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

34 Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell'uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell'uomo?». 35 Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. 36 Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce».
Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.
37 Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui;

L’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme fu notato non solo dai giudei e dai farisei, ma anche da un gruppo di greci, saliti a Gerusalemme per celebrare la Pasqua. Si tratta di non circoncisi, simpatizzanti dell’ebraismo. Questi pii pagani vogliono vedere Gesù. Per incontrare il Maestro si servono della mediazione di Filippo. Gesù, informato del desiderio dei greci, esclama: "E’ venuta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo" (v. 23). L’"ora" di Gesù indica il tempo della sua glorificazione con la passione, morte e risurrezione.

La glorificazione del figlio dell’uomo è spiegata con il paragone della sorte del chicco di grano che per portare frutto deve morire. La glorificazione di Cristo avviene mediante la sua morte e sepoltura. Il seme per poter fruttificare deve morire sotto terra. Il chicco che non volesse morire è destinato alla sterilità. Il Cristo fu sepolto nella terra per risorgere, essere esaltato e attirare tutti a sé (v. 32). La fecondità salvifica di Gesù deriva dall’accettazione del disegno divino che ha posto la sua glorificazione in dipendenza della sua passione e morte.

L’amore per la propria vita, l’esagerato attaccamento alla vita, per cui per salvarsi si è disposti a rinunciare a tutti i valori, anche a quelli divini, è causa di perdizione. La disponibilità a morire per una causa superiore, quale è Cristo e il suo regno, è fonte di salvezza eterna. Gesù "odia" la sua anima in questo mondo, ossia è disposto a rinunciare alla vita terrena, per portare molto frutto, cioè per attirare a sé tutti gli uomini, compresi i pagani, rappresentati da questi greci che desiderano vederlo. Il suo discepolo fedele deve seguirlo su questa strada per essere dove l’ha preceduto Cristo. Nella casa del Padre (Gv 14,1-3).

La precedente affermazione sulla morte del chicco di grano e sull’odio per la propria anima viene applicata da Gesù a se stesso. Tra poco inizierà la sua passione che culminerà sulla croce; per questo motivo Gesù è profondamente turbato (v. 27). Giovanni anticipa all'epilogo della rivelazione pubblica questa scena che gli altri evangelisti collocano nel Getsemani (cf Mt 26,37-39). Gesù è tentato di domandare al Padre di salvarlo, cioè di liberarlo da questa prova angosciosa, ma scarta subito questa eventualità. Lo scopo della vita di Gesù è tutto incentrato su quest’"ora", perciò chiede al Padre di glorificare il suo nome. Il Figlio di Dio si è incarnato per rivelare l’amore di Dio; questa manifestazione raggiunge il culmine sulla croce. E’ nella morte di Gesù che gli uomini riconoscono la sua divinità: "Il centurione che stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: "Veramente quest’uomo era Figlio di Dio" (Mc 15,39).

Nella scena conclusiva di questo brano il Padre interviene per autenticare la missione del Figlio. Gesù infatti spiega che la voce venuta dal cielo è diretta ai suoi uditori (v. 30). Con tale manifestazione il Padre vuole presentare Gesù come la persona divina per mezzo della quale egli si rivela in modo perfetto e pieno.

Con l’esaltazione di Gesù si attua il giudizio del mondo delle tenebre e la sconfitta del suo principe. Il giudizio di questo mondo si attua con la sconfitta di satana. Satana è sconfitto dalla morte gloriosa di Cristo sulla croce e dalla esaltazione-ascensione al cielo di Gesù (Gv 3,14; 8,28). L’elevazione di Gesù sul patibolo del Calvario costituisce l'inizio dell'esaltazione alla destra del Padre.

L’obiezione della folla che vede contraddizione tra il Messia che rimane per sempre e Gesù che deve essere innalzato nasce dal fatto che per la gente la seconda espressione indica unicamente la crocifissione e non anche l’ascensione del Cristo, risuscitato e glorioso, al Padre. La domanda: "Chi è questo figlio dell’uomo?" non ottiene risposta. Gesù aveva già rivelato di essere lui il figlio dell’uomo nel racconto del cieco dalla nascita (9,35–37).

Gesù invita i suoi uditori ad affrettarsi nell’accogliere la fede nella sua persona perché lui sta per tramontare: è scoccata la sua "ora" di passare da questo mondo al Padre (13,1). Devono affrettarsi ad aderire alla luce della verità che è il Cristo, per non essere sorpresi dalle tenebre, per non essere raggiunti dal maligno, per non essere sopraffatti dall’incredulità e quindi privati della vita (8,12). L’espressione: "Camminate finché avete la luce" (12,35) significa: "Credete finché avete la luce" (12,36). Aderendo vitalmente al Cristo e alla sua rivelazione si diventa "figli della luce".

37 Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui; 38 perché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia:
Signore, chi ha creduto alla nostra parola?
E il braccio del Signore a chi è stato rivelato?
39 E non potevano credere, per il fatto che Isaia aveva detto ancora:
40 Ha reso ciechi i loro occhi
e ha indurito il loro cuore,
perché non vedano con gli occhi
e non comprendano con il cuore, e si convertano
e io li guarisca!
41 Questo disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui. 42 Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga; 43 amavano infatti la gloria degli uomini più della gloria di Dio.

Dinanzi all’ostinazione dei giudei di voler rimanere nelle tenebre, Gesù, luce del mondo, si eclissa (12,36). Come si spiega l’incredibile ostinazione nell’incredulità dopo che il Cristo ha operato segni così eccezionali? Le considerazioni di Giovanni su questo argomento costituiscono l’epilogo di questo dramma.

I segni compiuti da Gesù sono stati operati per favorire la fede (20,30–31), ma, nonostante questi, molti non vollero aderire alla persona del Figlio di Dio.

Tale incredulità adempie l’oracolo di Is 53,1. Isaia parlò dell’incredulità dei giudei non tanto in riferimento ai suoi contemporanei, quanto in rapporto agli uditori del Cristo che non avrebbero creduto alla rivelazione del Figlio di Dio. Giovanni interpreta Isaia 6,1ss in chiave cristologica, favorito in ciò dai targumin palestinesi che parlano non della gloria di Dio, ma della gloria della Parola ("memrà") del Signore. Quindi il profeta contemplò la gloria della parola di Dio. Siccome nel vangelo di Giovanni, Gesù di Nazaret è la parola di Dio diventata uomo, di conseguenza Isaia vide la gloria del Cristo e parlò di lui (12,41). Gesù è il fine, il centro e il culmine delle Scritture. L’oracolo profetico citato in Gv 12,15 si riferisce alla sua persona. Mosè ha scritto di lui (5,46) come pure i profeti (1,45). Abramo ha visto il suo giorno (8,56). Mosè, i profeti, i salmisti hanno scritto e parlato di lui perché tutto e tutti sono finalizzati a lui.

La professione pubblica della fede in Cristo comportava la scomunica e l’emarginazione dalla società giudaica (16,2). Questi capi credenti mancano di coraggio e di decisione, perché preferiscono la gloria degli uomini a quella di Dio (12,43). Nel caso dei giudei, la ricerca della gloria umana ha impedito l’accensione della fede (5,44) e la vergogna di dichiararsi per Cristo ha soffocato la manifestazione della medesima fede (12,42–43).

44 Gesù allora gridò a gran voce: "Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; 45 chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46 Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 47 Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48 Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell'ultimo giorno. 49 Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. 50 E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me". 

L’incredulità degli uni e la fede troppo imperfetta degli altri danno a Gesù l’occasione per un ultimo appello. Egli grida che la fede nella sua persona è in realtà rivolta a Dio: l’oggetto primario della fede è il Padre che ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito (Gv 5,24).

Gesù e il Padre formano una cosa sola, per cui chi contempla Gesù contempla il Padre che l’ha mandato (v. 45) e chi vede Gesù vede il Padre (Gv 14,9).

Gesù è la luce dell’umanità che giace nelle tenebre (v. 46); egli è venuto nel mondo per rivelare l’amore del Padre e salvare l’umanità peccatrice (Gv 3,16-19). La liberazione dalle tenebre del male è frutto della fede in Gesù. Ma questa fede non consiste in un ascolto superficiale, ma nell’osservanza dei comandamenti di Gesù (Gv 14,15.21; 1Gv 5,2-3). Chi dice di conoscere Cristo, ma non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo (1Gv 2, 4).

Gesù non è venuto per condannare il mondo, ma per salvarlo (v. 47). Chi però non accoglie il Salvatore, rimane privo della salvezza, si autoesclude colpevolmente dalla salvezza. Chi non ascolta in modo efficace le rivelazione di Cristo, accogliendo le sue parole, mostra disprezzo per il Figlio di Dio.

La conseguenza del rifiuto del Cristo è il giudizio di condanna nell’ultimo giorno da parte della Parola rivelatrice (v. 48). La parola di Gesù sarà il giudice definitivo, perché il Verbo di Dio non ha portato una sua rivelazione personale, ma ha manifestato la volontà del Padre (v. 49). Gesù esegue il comando del Padre, perché sa che tale obbedienza è fonte di vita eterna (v. 50). Egli è la parola di Dio, è la manifestazione vivente della vita d’amore del Padre.

L’ultima parola del discorso finale della rivelazione pubblica di Gesù è il termine laléin (che significa dire) che fa inclusione con l’espressione iniziale "In principio era il Verbo (lógos)" (Gv 1,1). Questa figura letteraria vuole sottolineare che uno dei temi centrali trattati nei primi dodici capitoli del vangelo di Giovanni è la manifestazione della vita divina ad opera del Verbo incarnato. Il Figlio di Dio è il Verbo rivelatore che dice, esprime, rivela il Padre.

 

Capitolo 13

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: "Signore, tu lavi i piedi a me?". 7 Rispose Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo". 8 Gli disse Simon Pietro: "Non mi laverai mai i piedi!". Gli rispose Gesù: "Se non ti laverò, non avrai parte con me". 9 Gli disse Simon Pietro: "Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!". 10 Soggiunse Gesù: "Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti". 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: "Non tutti siete mondi".
12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: "Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.

Giovanni apre il racconto della passione e morte di Gesù presentando il gesto profetico della lavanda dei piedi con il quale è simboleggiata la donazione d’amore del Figlio di Dio con il servizio della sua vita, mediante l’umiliazione suprema della croce.

La lavanda dei piedi raffigura la passione e la morte di Gesù, l’estremo atto d’amore di Gesù per i suoi. Questo servizio del lavare i piedi, che poteva essere preteso solo dagli schiavi non ebrei, preannuncia l’annientamento della croce, supplizio riservato agli schiavi.

Questa fase finale della manifestazione del Cristo inizia poco prima della festa di Pasqua.

L’ora di Gesù è il passaggio dalla terra al cielo, il ritorno al Padre dal quale era uscito (v. 3). Con la sua morte Gesù va al Padre (cf. Gv 17,13). Il Cristo è stato inviato nel mondo dall’amore del Padre per salvare l’umanità peccatrice (cf. Gv 3,16-17; 12,47) e per illuminare le tenebre del male (cf. Gv 3,19; 12,46): ora, adempiuta la sua missione, egli lascia il mondo e va dal Padre (cf. Gv 16,28).

Questo passaggio di Gesù, attraverso la passione e la morte, rappresenta la suprema prova del suo amore per i suoi discepoli (v. 1): l’espressione più alta dell’amore è costituita dal sacrificio della vita per i propri amici (cf. Gv 15,13). Gesù, buon pastore, ha dato la vita per le sue pecore (cf. Gv 10,11.15). Questo significa "amare sino alla fine" (v. 1).

Sulla croce è stato consumato il sacrificio dell’amore del Figlio di Dio; per questo Gesù, prima di chinare il capo e di consegnare lo Spirito, esclamò: "E’ compiuto!" (Gv 19,30). Questo verbo (in greco: tetélestai) richiama l’espressione "sino alla fine" (in greco: eis télos) di Gv 13,1 e forma una grande inclusione dei capitoli 13-19 del vangelo di Giovanni.

Gli eventi finali della rivelazione suprema dell’amore di Gesù per la sua comunità devono essere visti in questa luce della perfezione dell’amore del Figlio di Dio per i suoi. La lavanda dei piedi preannuncia simbolicamente questo servizio supremo di amore del Cristo per la sua Chiesa.

Questo gesto profetico avviene durante l’ultima cena. Paolo e gli altri vangeli ci raccontano che in questa occasione Gesù ha istituito l’eucaristia (cf. 1Cor 11,23ss; Mc 14,22ss e par.). Giovanni, nel contesto dell’ultima cena, non fa neppure un cenno a tale avvenimento. Il tema dell’eucaristia l’aveva già trattato ampiamente nel capitolo 6.

La lavanda dei piedi simboleggia l’ora del Cristo, cioè il dono supremo della sua vita a favore dei suoi amici con la morte umiliante sulla croce. Il "deporre le vesti" (v. 4) richiama il "deporre l’anima" (cf. Gv 10,11.15.17): il buon Pastore dona la vita a favore delle sue pecore.

Simone Pietro rifiuta di ricevere da Gesù il servizio della lavanda dei piedi. Tra gli ebrei questo servizio era riservato agli schiavi pagani; il padrone non poteva esigerlo da una schiavo circonciso. In tale contesto sociale si capisce pienamente l’obiezione di Pietro: è inaudito che il Signore compia un servizio così umiliante.

La risposta misteriosa di Gesù: "Quello che io faccio… lo capirai in seguito" (v. 7) non è di facile comprensione. Difatti Pietro non si accontenta della risposta di Gesù e si ostina nel suo rifiuto. Gesù gli risponde che tale rifiuto lo esclude dalla partecipazione alla sua vita.

L’espressione "avere parte" indica l’eredità della terra promessa (cf. Dt 12,12; 14,27.29) e la vita di comunione con il Signore (cf. Dt 10,9). In questo contesto esprime la vita di amicizia profonda del discepolo con il Figlio di Dio. Gesù fa presente a Pietro che, rifiutando il suo umile servizio, si separa dal suo Signore, perché non accetta il suo sacrificio redentore, simboleggiato dalla lavanda dei piedi.

Davanti a questa prospettiva Pietro si ricrede prontamente e si dichiara disposto a farsi lavare anche le altre parti del corpo. Gesù gli risponde che non è necessario il bagno per chi è puro. La risposta di Gesù indica la mondezza del cuore dall’incredulità e dal peccato. In Gv 15,3 la purificazione dei discepoli è presentata in rapporto con la parola rivelata dal Cristo e accolta da essi, quindi fa capire che tale mondezza spirituale è frutto della fede. Questa spiegazione è suggerita dal riferimento al tradimento di Giuda: non tutti gli apostoli sono puri, perché tra loro c’è un incredulo, il traditore (vv. 10-11).

Gesù, al termine della lavanda dei piedi, può esortare, con la forza dell’esempio, i discepoli al servizio vicendevole nella comunità cristiana. Egli fa leva sulla sua condizione divina di Signore e Maestro per invitare i discepoli a imitare il suo esempio di umile servitore dei fratelli (v. 14).

Se il Figlio di Dio si è abbassato tanto per amore dei discepoli, a maggior ragione questi devono servirsi reciprocamente. Gesù ha dato l’esempio che i suoi discepoli devono imitare: essi devono amarsi come Gesù li ha amati (Gv 13,34; 15,12) e devono prestarsi i più umili servizi a imitazione di Cristo che è venuto per servire (cf. Mc 10,41-45; Lc 22,24-27).

16 In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. 17 Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. 18 Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. 19 Ve lo dico fin d'ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20 In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato".

Con l’esortazione alla pratica delle sue parole, Gesù intende rivolgersi soprattutto al discepolo che sta per tradirlo; per questo specifica che non intende parlare di tutti i discepoli. Costoro, infatti, eccetto Giuda, hanno osservato la parola di Dio (Gv 17,6) e hanno creduto nell’Inviato del Padre (Gv 17,8). Gli undici apostoli fedeli a Cristo sono stati custoditi dal Figlio di Dio (Gv 15,16; 17,12) e il Padre li preserverà dal maligno (Gv 17,15).

Il caso di Giuda corrisponde al disegno divino, in quanto adempie la Scrittura che aveva già predetto il tradimento del Messia da parte di uno dei suoi amici più intimi (v. 18). Il testo biblico citato qui da Giovanni è il Sal 41,10. La denuncia anticipata del traditore favorisce la fede dei discepoli nella divinità di Gesù (v. 19).

Il brano si conclude con un detto di Gesù che troviamo anche nei sinottici (Mc 9,37 e par. ; Mt 10,40 e par.). In questo detto Gesù proclama che l’accoglienza riservata alla sua persona e ai suoi inviati, in realtà, è fatta al Padre. Questo detto sull’accoglienza di Gesù probabilmente vuole insinuare, per antitesi, la gravità del rifiuto del Cristo da parte del traditore.

Nel vangelo di Giovanni "accogliere Gesù" molto spesso significa credere in lui, aderendo alla sua persona divina (1,12; 3,33; 5,43).

21 Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: "In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà". 22 I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. 23 Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 24 Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: "Dì, chi è colui a cui si riferisce?". 25 Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: "Signore, chi è?". 26 Rispose allora Gesù: "E' colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò". E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. 27 E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: "Quello che devi fare fallo al più presto". 28 Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; 29 alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: "Compra quello che ci occorre per la festa", oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 30 Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
31 Quando egli fu uscito, Gesù disse: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.
36 Simon Pietro gli dice: "Signore, dove vai?". Gli rispose Gesù: "Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi". 37 Pietro disse: "Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!". 38 Rispose Gesù: "Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte.

Gesù aveva già parlato in modo enigmatico dell’amico intimo che lo avrebbe tradito (cf. Gv 13,18), ma ora che denuncia chiaramente il traditore è preso da un turbamento profondo. Questa denuncia così chiara del traditore provoca grande costernazione nel gruppo dei discepoli: essi ignorano di chi stia parlando Gesù.

Il discepolo, "quello che Gesù amava" (v. 23) si trovava a mensa a fianco del Signore. Secondo l’usanza greco-romana, diffusa anche in Palestina, i commensali stavano adagiati sui divani, poggiandosi sopra il gomito sinistro, mentre con il braccio destro prendevano i cibi e le bevande.

In questo brano appare per la prima volta sulla scena questo discepolo innominato, del quale si parlerà anche nel seguito del vangelo: nel brano della morte di Gesù (19,26ss), nella scoperta della tomba vuota (20,2ss) e nel brano della pesca miracolosa (21,7).

Gesù accoglie la richiesta del discepolo e indica il traditore. Satana entrò nel cuore di Giuda dopo che questi ha mangiato il boccone offerto da Gesù. Il nemico di Dio si impossessa del traditore, immergendolo nelle tenebre dell’incredulità e dell’odio, fino alla consumazione del delitto più grande: l’uccisione del Figlio di Dio (19,11).

Con l’ingresso di satana nel cuore di Giuda, gli eventi precipitano; per questo Gesù esorta il traditore ad affrettarsi nell’attuare il suo disegno criminoso. Il traditore esce dalla luce, abbandona il Cristo luce del mondo (8,12) e si immerge nelle tenebre della notte (v. 30). Nel cuore di Giuda si è spenta la luce della fede; in lui regnano le tenebre dell’incredulità e dell’odio. E’ notte!

Appena il traditore è uscito, Gesù apre il cuore ai suoi amici che lo circondano. Egli è consapevole di essere giunto alla vigilia della sua morte e per questo si premura di spiegare loro il vero significato della sua partenza da questo mondo. La sua morte in croce non è la sua sconfitta, ma il suo trionfo, la sua glorificazione e il suo ritorno al Padre. Con la sua passione e morte Gesù esegue con obbedienza eroica il piano di salvezza voluto dal Padre e dimostra fino a che punto ama Dio e gli uomini.

Attraverso la glorificazione di Gesù si compie anche la glorificazione del Padre. Dio è glorificato per mezzo di Gesù e in Gesù. Il Padre è glorificato dal Figlio con l’esaltazione di Gesù sul trono regale della croce. Da questo trono Gesù manifesta in pienezza la sua divinità (8, 28) e attira tutti a sé (12,32).

L’appellativo "figlioli" (v. 33), usato da Gesù, esprime tutto l’amore e la confidenza per i suoi discepoli. Gesù avverte i suoi amici che sta per lasciarli. In questo momento essi non possono seguirlo; lo raggiungeranno più tardi.

Il ritorno di Gesù al Padre non è un viaggio di piacere, ma di dolore: egli allude alla sua passione e morte. Pietro al momento presente non è in grado di imitare Gesù, nonostante la sua protesta di fedeltà fino al sacrificio della vita; egli lo seguirà con la prigionia e la morte, ma in seguito.

Data l’insistenza di Pietro nell’affermare la sua fedeltà a Gesù fino al sacrificio della vita, il Signore gli predice l’imminente rinnegamento. Il riferimento al canto del gallo vuole indicare con chiarezza che Pietro rinnegherà tre volte Gesù proprio in quella stessa notte.

 

Capitolo 14

1 "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4 E del luogo dove io vado, voi conoscete la via".
5 Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?". 6 Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo: Es 33,18+«Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Gesù riprende l’argomento della sua imminente partenza esortando i discepoli alla fiducia, perché egli sta andando a preparare loro un posto nel regno del Padre e poi tornerà a prenderli per portarli con sé.

I discepoli possono provare angoscia e tristezza per la separazione dal Maestro, ma Gesù li previene informandoli che la sua lontananza sarà temporanea.

La "casa del Padre" indica lo stato beato di intima unione in cui vive Dio con la sua famiglia. In questa casa dimora per diritto il Figlio (Gv 8,35), il quale può preparare dei posti per i suoi amici: in essa "vi sono molti posti" (v. 2). Lo stato di beatitudine consiste nell’essere con il Cristo glorioso.

Dal tema del viaggio verso la casa del Padre, Gesù, con naturalezza, passa a parlare della via (v. 4). Per giungere al Padre bisogna passare per il Figlio.

Tommaso desidera concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica all’apostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio.

Gesù proclama di essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno può arrivare a Dio con le proprie forze, né può servirsi di altri mediatori. Come nessuno può andare verso il Cristo, se non gli è concesso dal Padre (Gv 6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù (v. 6).

Gesù proclama anche di essere la verità e la vita. I sostantivi via, verità e vita sono applicati al Cristo per indicare le sue tre funzioni specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore.

Gesù è l’unica persona che mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la vita e l’amore di Dio per l’umanità, e comunica al mondo la salvezza che è la vita di Dio. Solo Gesù può condurre l’uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui.

L’intervento di Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli vive nel Padre (vv. 9-10). L’apostolo avrebbe dovuto sapere che Gesù è una sola cosa con il Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38; 13,13). Di conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre (v. 9).

Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere da lui compiute sono fatte dal Padre (v. 10).

L’immanenza del Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo delle opere straordinarie da lui compiute.

Gesù spesso invita alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv 4,21.48; 6,29), per cui proclama beato chi crede senza aver visto (20,29). Egli tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e straordinarie compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina, invitando i suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv 5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il peccato d’incredulità dei giudei è senza scuse (Gv 15,24).

Nel v. 12 Gesù usa l’espressione solenne: "In verità, in verità vi dico" per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’argomento trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona divina, potranno compiere opere meravigliose e segni straordinari. La motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli (v. 13).

Affinché la preghiera sia esaudita, dev’essere fatta nel nome di Gesù, cioè dev’essere rivolta a Dio per mezzo di Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio di Dio. Gesù non lascia senza risposta le preghiere dei suoi amici (v. 14).

15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui".

Nel brano precedente Gesù ha parlato dell’amore in prospettiva orizzontale: i cristiani devono amarsi vicendevolmente come Cristo li ha amati. Ora Gesù riprende l’argomento dell’amore, soprattutto in prospettiva verticale.

Le tre persone della santissima Trinità abiteranno stabilmente nei credenti, i quali diverranno il tempio vivente di Dio. Perciò Gesù non sarà più visto con gli occhi del corpo, ma sarà presente in un modo più intimo nel profondo del cuore dei suoi discepoli, assieme al Padre e allo Spirito Santo.

L’argomento dei vv. 15-16 è l’amore per Gesù dimostrato con la pratica dei suoi comandamenti. Questo tema è sviluppato ampiamente nella Prima Lettera di Giovanni, nella quale si insegna che non può amare Dio chi non ama il fratello e che bisogna amare non a parole, ma con i fatti (1Gv 3,16-18). Come l’amore del Padre ci è stato dimostrato nel dono del Figlio unigenito, così i cristiani devono amarsi concretamente (1Gv 4,7-21).

I comandamenti di Cristo da osservare sono le sue parole (vv. 23-24). La parola di Gesù è la verità (Gv 17,17), quindi l’osservanza dei precetti del Cristo indica l’assimilazione della rivelazione del Figlio di Dio, caratterizzata dall’amore eccezionale del Padre per il mondo (Gv 3,16) e di Gesù per i suoi (Gv 13,1).

Per questo osserva i comandamenti del Cristo chi si impegna a imitare la sua carità eroica fino al dono della vita per i fratelli. Se uno ama il Cristo metterà in pratica la sua parola: "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato" (Gv 13,34).

Questo amore così forte, esigente e concreto non è possibile alla natura umana; per tale impegno eroico è necessario l’intervento dello Spirito di Dio. Per questo Gesù chiederà al Padre di donare ai suoi discepoli lo Spirito della verità, affinché sia sempre con loro (vv. 16-17).

Lo Spirito Santo ha la missione di far penetrare nel cuore dei discepoli la parola di Gesù, la verità, rendendoli capaci di osservare i comandamenti del Signore e in modo speciale il comandamento nuovo dell’amore.

Il passaggio dal v. 15 al v. 16 che, a prima vista può sembrare senza nesso, in questa prospettiva appare logico e naturale. Per l’evangelista Giovanni, lo Spirito Santo, oltre ad essere l’avvocato difensore del Cristo nel grande processo intentato dal mondo incredulo contro Gesù, svolge anche la funzione specifica di far penetrare nel cuore dei discepoli la verità, cioè la parola, la rivelazione del Signore; per questo è chiamato "Spirito della verità" (Gv 14,17; 15,26; 16,13).

Lo spirito Santo ha la missione di far vivere dal discepolo la rivelazione del Cristo, che è la manifestazione dell’amore di Dio: egli deve instradare i cristiani verso tutta la verità (Gv 16,13), ossia deve introdurli nella rivelazione completa del Signore.

Lo Spirito di verità non può essere ricevuto dal mondo perché, in questo contesto, con la parola "mondo" si intende l’umanità chiusa alla rivelazione di Gesù. Al contrario, i discepoli hanno riconosciuto lo Spirito Santo presente nella persona di Gesù (Gv 1,33) e, dopo la glorificazione del Figlio dell’uomo, lo Spirito Santo sarà nei discepoli (v. 17).

Gesù, il giorno di Pasqua, alitò lo Spirito Santo sugli apostoli (Gv 20,22): da allora lo Spirito della verità dimora nel cuore dei cristiani (1Gv 3,24; 4,13). Gesù non lascerà orfani i suoi amici: essi non dovranno affrontare la vita da soli, perché il Paraclito sarà in loro e, con la venuta dello Spirito della verità, Gesù tornerà in loro (Gv 14,8) perché egli, che è la verità, è inseparabilmente unito allo Spirito Santo e forma con lui una cosa sola con il Padre (v. 20).

In tale prospettiva le parole di Gesù "ritornerò a voi" (v. 14) possono essere riferite non solo alle apparizioni del Risorto, descritte in Gv 20,19-23, ma anche al dono dello Spirito della verità, data l’unione inscindibile tra Gesù e lo Spirito Santo.

Nei vv. 17-18 è proclamata l’inabitazione dello Spirito Santo e del Cristo nel cuore dei discepoli; nel v. 23 si parlerà esplicitamente dell’inabitazione del Padre e del Figlio nei credenti. Perciò gli amici di Gesù non sono abbandonati né lasciati orfani, perché accoglieranno non solo lo Spirito della verità e il Cristo glorioso, ma anche la persona del Padre.

A motivo di questa sua presenza nel cuore dei cristiani, Gesù può dire che i suoi discepoli lo vedranno dopo la sua partenza da questa terra. Essi vedranno per sempre nella fede il Cristo glorioso, perché sperimenteranno la sua inabitazione reale nel loro intimo (v. 19). Dal giorno della risurrezione del Signore, i discepoli credono realmente (Gv 20,8-29) e perciò possiedono la vita eterna, sperimentando la salvezza salvifica del Cristo glorioso e in tal modo lo vedono nella fede.

Questa esperienza soprannaturale farà percepire, nella fede, agli amici di Gesù la vita di comunione tra il Padre e il Figlio e tra queste persone divine e i discepoli(v. 20).

Nel v. 21 è ripresa la tematica del v. 15: l’amore per la persona di Gesù è dimostrato credendo nei suoi precetti, ossia accogliendo la sua persona, facendola penetrare nel cuore e custodendola gelosamente. Il vero discepolo, che dimostra di amare il Signore concretamente, sarà amato con un amore speciale dal Padre e dal Figlio.

22 Gli disse Giuda, non l'Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?».
23 Gli rispose Gesù: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25 Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. 26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dá il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. 30 Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, 31 ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui».

Il linguaggio misterioso di Gesù provoca l’intervento di Giuda, non l’Iscariota, il quale chiede spiegazioni. Egli rivela la mentalità dei giudei in merito alla manifestazione del Messia. Gli ebrei, infatti, attendevano il profeta escatologico che doveva fare la sua comparsa in modo spettacolare per manifestarsi davanti a tutti come il re d’Israele, il quale avrebbe guidato la riscossa nazionale contro i dominatori pagani e instaurato definitivamente il regno di Dio. La risposta di Gesù del v. 23 a prima vista sembra ignorare la domanda di Giuda, ma in realtà è la risposta più profonda alla domanda dell'apostolo. Gesù chiarisce ai suoi amici che la sua manifestazione ai discepoli non avverrà in modo spettacolare, ma si realizzerà nell’intimo delle coscienze, con la sua venuta insieme al Padre nel cuore dei credenti (v. 23). Il regno di Cristo infatti non è di carattere politico, non è di questo mondo, ma si instaura con l’assimilazione della verità (Gv 18,36-37), osservando la sua parola (v. 23).

Con questa interiorizzazione della rivelazione di Cristo, i discepoli sono resi tempio di Dio, ospiteranno le persone del Padre e del Figlio. Gesù si manifesterà realmente ai suoi amici che lo amano concretamente, perché tornerà da loro e abiterà per sempre nel loro cuore (Gv 14, 20), assieme al Padre (v. 23) e allo Spirito della verità (Gv 14,17).

Nel v. 24 Gesù ribadisce una verità già annunciata precedentemente (v. 10): la sua parola, ascoltata dai discepoli, in realtà è del Padre che l’ha mandato.

Gesù mette in rapporto la sua rivelazione con l’azione dello Spirito Santo. Il Maestro, dimorando presso i suoi discepoli, ha rivelato la parola di Dio (v. 25). Ma essi non hanno capito né fatto penetrare nel cuore la verità: di qui la necessità dell’intervento dello Spirito. Quindi non solo Gesù, ma anche lo Spirito Santo è maestro di fede: egli insegnerà ogni cosa ai credenti.

Lo Spirito Santo non eserciterà una funzione didattica prescindendo dalla rivelazione di Gesù, ma ricorderà ai discepoli le parole del Maestro (v. 26) e li introdurrà nella verità tutta intera (Gv 16,13).

Gesù, dopo aver parlato dello Spirito Santo, dona ai suoi discepoli la sua pace. Essa sintetizza la pienezza dei beni messianici e si differenzia da quella del mondo che si esaurisce nella gioia effimera del piacere e del successo (Gv 16,20). Inondato dalla pace di Cristo, il cuore dei credenti non deve turbarsi o spaventarsi per la prossima partenza del Maestro, perché egli ritornerà da loro (vv. 27-28).

I discepoli non devono rattristarsi, ma rallegrarsi perché Gesù va dal Padre che è più grande di lui. In realtà il Padre è più grande di tutti (Gv 10,29), anche del Figlio suo, perché è la fonte dell’essere, della vita e dell’agire del Figlio e di tutte le creature (Gv 5,19ss). Egli è l’ideatore delle storia e della salvezza.

Gesù informa in anticipo i suoi amici della sua partenza per favorire la loro fede quando questo avverrà (v. 29). Gli avvenimenti finali della vita terrena di Gesù stanno concludendosi: il Rivelatore è alle ultime battute della sua missione. Il principe di questo mondo ha già scatenato la sua ultima offensiva (v. 30). Egli può dominare gli uomini e servirsene come satelliti, ma non ha alcun potere su Cristo. Con l’esaltazione del Cristo, il demonio è stato sconfitto e detronizzato (Gv 12,31), è stato giudicato e condannato (Gv 16,11).

Gesù però deve dimostrare il suo amore per il Padre, eseguendo il suo piano di salvezza che esige il suo sacrificio, perciò deve accettare la sconfitta della croce che è la vittoria effimera del principe di questo mondo.

Facendo la volontà del Padre, sottomettendosi spontaneamente alla sua passione dolorosa, Gesù mostra all’umanità fino a quale punto egli ama il Padre (v. 31). Questo sembra l’unico passo del vangelo di Giovanni nel quale si parla dell’amore di Gesù per il Padre.

L’ultima frase di questo brano segna, senza alcun dubbio, la fine del primo discorso di Gesù durante l’ultima cena.

 

Capitolo 15

1 "Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

In questo brano Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel suo amore, per portare molto frutto e per godere la gioia in pienezza. L’espressione dominante di questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte.

Gesù si presenta come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e perfetta.

Nell’Antico Testamento la vite ha simboleggiato il popolo d’Israele. Il salmo 80 canta la storia del popolo di Dio utilizzando l’immagine della vite che Dio ha divelto dall’Egitto per trapiantarla in Palestina, dopo averle preparato il terreno.

La presentazione del Padre, come l’agricoltore che coltiva la vite identificata con Gesù, richiama il canto d’amore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come il vignaiolo che cura la casa d’Israele.

La vite-Gesù produce numerosi tralci; non tutti però danno frutto. Il portare frutto dipende dal rapporto personale del discepolo con Gesù, dall’unione intima con il Cristo. L’opera purificatrice di Dio nei discepoli di Gesù ha come scopo una fecondità maggiore.

Dio purifica i discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. Per Giovanni la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè all’adesione, per mezzo della fede, alla sua rivelazione.

Gesù parla della mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di Cafarnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione perfetta tra lui e i suoi discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo sangue (Gv 6,56). La finalità della comunione intima con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve portare è la salvezza.

L’uomo separato da Cristo, che è la fonte della vita, si trova nell’incapacità di vivere e operare nella vita divina. Senza l’azione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel regno di Dio (Gv 3,5); senza l’attrazione del Padre, nessuno può andare verso il Cristo e credere in lui (Gv 6,44.65).

Come il mondo incredulo si trova nell’incapacità totale di credere (Gv 12,39) e di ricevere la Spirito della verità (Gv 14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al Cristo, non possono operare nulla sul piano della fede e della grazia (v. 5).

Chi non rimane in Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del giudizio finale (v. 6).

Una conseguenza benefica del rimanere in Gesù è l’esaudimento delle preghiere dei discepoli da parte del Padre. L’unione intima e profonda con Gesù rende molto fecondi nella vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v. 8).

9 Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Come il Padre ama il Figlio, così il Figlio ama i suoi discepoli e, proprio perché li ama con un amore così grande, li scongiura di rimanere nel suo amore.

Gesù spiega come si rimane concretamente nel suo amore: osservando i suoi comandamenti, cioè vivendo la sua parola. Il Cristo si presenta come modello: egli ha custodito i precetti del Padre e perciò vive intimamente unito a lui.

Gesù si rivela come la vite della verità, cioè come la fonte della rivelazione e della salvezza mediante la manifestazione della vita di amore del Padre per inondare di pace, di gioia piena e di felicità profonda il cuore dei suoi amici.

I precetti dati da Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li contiene tutti, è uno solo: l’amore scambievole tra i suoi discepoli.

L’elemento distintivo caratteristico dell’amore fraterno tra i discepoli è la sua misura e il suo modello: "Come io vi ho amati" (v. 12). Il Cristo si presenta come l’esemplare dell’amore forte ed eroico, fino al vertice supremo (Gv 13,1.34) e come il fondamento di questo amore: è lui che lo rende possibile all’uomo. Difatti la particella "come" (kathós) indica non solo un paragone, ma anche la base su cui poggia il comportamento del discepolo (Gv 6,57; 13,15).

Gesù può dare con efficacia il suo comandamento perché egli è il Maestro dell’amore e ne ha offerto agli amici la prova suprema con il sacrificio della vita (v. 13). Il dono della vita per gli amici costituisce il segno più eloquente dell’amore forte e concreto.

L’amore di Dio si è manifestato nel dono del suo Figlio unigenito (Gv 3,16; 1Gv 4,9-10). L’amore di Dio è sperimentabile e concreto. L’amore dei discepoli dev’essere altrettanto concreto e impegnativo.

L’amore autentico per il Signore si dimostra osservando i suoi comandamenti (1Gv 2,4-5). Chi non vive la parola di Cristo, che prescrive l’amore per i fratelli, non può amare Dio (1Gv 4,20-21).

Gesù considera amici i suoi discepoli perché li ha resi partecipi dei segreti della sua vita divina (v. 15). Egli ha rivelato loro il nome, cioè la persona del Padre e quindi li ha resi partecipi della vita di Dio rivelando e comunicando loro la vita del Padre (Gv 8,26. 40). Questo rapporto d’amore non è frutto di una scelta dei discepoli, ma è dono, è grazia.

Gli apostoli, e dopo di loro tutti i credenti, sono stati scelti dal Cristo per essere suoi amici e suoi missionari (v. 16).

Gesù preannuncia la fecondità apostolica dei suoi amici. Una delle conseguenze importanti di questa unione fruttuosa con Cristo è l’esaudimento delle loro richieste al Padre, fatte nel nome di Gesù (v. 16).

18 Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20 Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21 Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.
22 Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. 23 Chi odia me, odia anche il Padre mio. 24 Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25 Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.
26 Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; 27 e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.

Gesù, dopo aver parlato dell’amore e dell’amicizia, tratta un tema antitetico, quello dell’odio. I discepoli devono amarsi fraternamente come Cristo li ha amati; essi però saranno odiati dal mondo proprio perché sono amici di Gesù. Come il mondo ha odiato e perseguitato Cristo, così odierà e perseguiterà i suoi discepoli.

Il mondo, in quanto personificazione del male, odia la luce (Gv 3,20), lotta contro il Verbo-luce (Gv 1,5.10), perché preferisce le tenebre alla luce (Gv 3,19).

Questo mondo tenebroso, in potere del maligno (1Gv 5,19), odia il Cristo (Gv 7,7), ma con la glorificazione di Gesù è condannato (Gv 12,31) e sarà convinto di peccato dallo Spirito Santo (Gv 16,8).

Il mondo ostile a Gesù odia anche i suoi discepoli; essi sperimenteranno tribolazioni, ma non devono spaventarsi, perché il Cristo ha vinto il mondo (Gv 16,33). I cristiani partecipano a questa vittoria mediante la fede (1Gv 5, 4).

Nel vangelo di Giovanni, il mondo satanico, in concreto, è rappresentato dai giudei, dai capi del popolo che perseguitano il Cristo (Gv 5,16) e tentano di ucciderlo (Gv 5,18). Costoro odiano Gesù e di conseguenza odiano anche il Padre (Gv 15,23-24).

La ragione profonda di questo odio contro i discepoli sta nel fatto che essi non appartengono al mondo di satana, ma al nuovo popolo di Dio, perché Gesù li ha scelti per grazia.

Per illustrare la ragione di questo odio del mondo, Gesù ricorre al detto già utilizzato nel contesto della lavanda dei piedi per insegnare la necessità di imitare il suo esempio nell’umile servizio dei fratelli (Gv 13,16). Questa massima è qui utilizzata per informare i discepoli sull’inevitabilità delle persecuzioni. Ma i discepoli, perseguitati a causa della giustizia, ossia a motivo della persona di Gesù, devono considerarsi beati (Mt 5,10-11).

La ragione profonda di questo odio del mondo contro gli amici di Gesù è la loro appartenenza al Signore. I cristiani aderiscono all’uomo-Dio, per questo saranno osteggiati da quelli che si oppongono al regno di Cristo. Questo atteggiamento ostile dei nemici di Cristo è dovuto all’ignoranza nei confronti di Dio.

Non solo i pagani, ma anche i giudei che perseguitano Gesù e i suoi discepoli, in realtà non conoscono il Padre (Gv 17,25). I nemici di Cristo, uccidendo i cristiani, penseranno di rendere gloria a Dio: Essi si comporteranno così perché non hanno conosciuto né il Padre né Gesù (Gv 16,3).

I giudei hanno rifiutato il loro Messia e continuano a vivere nel rifiuto di credere. Questo loro peccato è senza attenuanti dopo la venuta e la rivelazione del Figlio di Dio: il loro peccato è senza scusa. Questo peccato consiste nel rifiuto radicale di Cristo.

Il peccato dei giudei è smisurato perché l’odio contro Gesù implica l’odio contro Dio. Il Figlio e il Padre infatti sono una cosa sola (10,30), l’uno vive nell’altro (10,38) per cui chi vede Gesù vede Dio (14,9ss), chi non onora il Figlio non onora il Padre (5,23).

Il peccato dei giudei ammetterebbe delle attenuanti se il Cristo non avesse compiuto tra di essi opere che nessun altro aveva fatto. Dall’inizio del mondo non si era mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi di un cieco dalla nascita (9,32) o abbia richiamato dal sepolcro una persona morta da quattro giorni (11,34-44). Queste opere rendono testimonianza alla missione divina del Cristo (5,36; 10,25), perciò i giudei dovrebbero credere almeno a motivo di tali opere eccezionali (10,37-38), perché è il Padre che le compie in Gesù (14,10). Ma i nemici di Gesù, pur avendo visto queste opere, non solo non hanno aderito alla rivelazione del Figlio di Dio, ma hanno odiato lui e il Padre suo. Giovanni trova la spiegazione profonda del peccato dei giudei nel compimento delle Scritture. Questo mistero d’iniquità (2Ts 2,7; 1Gv 3,4) supera le capacità dell’uomo. Il tradimento di Giuda, il rifiuto di credere e l’odio dei giudei sono comprensibili solo alla luce del piano di salvezza di Dio, manifestato nelle Scritture. La frase della Bibbia citata nel v. 25: "Mi hanno odiato senza ragione" non si trova alla lettera nell’Antico Testamento, ma ricorre in forma molto simile nei salmi 34,19 e 68,5, secondo la traduzione dei Settanta. L’odio ingiustificato contro il giusto che prega in questi salmi è considerato da Giovanni un preludio dell’avversione viscerale dei giudei non credenti nei confronti di Gesù. Tale avversione ingiustificata verso Gesù è conforme al disegno di Dio che prevedeva tanta ostinazione nel male, tanto odio e tanto rifiuto di credere nel Figlio di Dio.

Gli amici di Gesù non saranno lasciati soli nelle persecuzioni e nelle circostanze dolorose: lo Spirito Santo li renderà abili alla testimonianza, confonderà i nemici del Cristo e lo glorificherà.

La missione specifica dello Spirito consisterà nel rendere testimonianza al Cristo, nel glorificarlo e nel prendere le sue difese davanti al mondo (Gv 16,8ss).

Nel mandare il Paraclito, Cristo non opera in modo autonomo o indipendente, perché egli lo invia "da presso il Padre" e questa persona divina "procede da presso il Padre". Egli, venendo sui discepoli, svolgerà la sua missione a favore di Gesù, rendendogli testimonianza. Il Paraclito è chiamato "Spirito della verità" perché è lo Spirito di Cristo che è la verità (Gv 14,6) e perché svolge la sua missione a favore di Cristo che è la verità.

I discepoli potranno testimoniare la loro fede in Cristo perché riceveranno nel cuore la testimonianza interiore dello Spirito. Questa persona divina suscita l’adesione vitale al Figlio di Dio (Gv 3,5ss) e conferma la fede profonda mediante la quale si riporta vittoria sul mondo incredulo (1Gv 5,5-6).

Gli apostoli potranno rendere testimonianza alla divinità del Cristo perché sono stati con lui fin dall’inizio. Fortificati nella fede dallo Spirito Santo, saranno testimoni del Cristo dinanzi al mondo (Lc 24,48; At 1,8.22).

 

Capitolo 16

1 Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2 Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3 E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4 Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato.
5 Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? 6 Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7 Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. 8 E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9 Quanto al peccato, perché non credono in me; 10 quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; 11 quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.

Con la sua rivelazione sul Paraclito, Gesù vuole prevenire lo scandalo dei discepoli in tempo di prove e di persecuzioni. L’emarginazione dalla società civile e religiosa sarà il primo passo contro i cristiani. L’odio dei nemici di Gesù si manifesterà anche in atti di violenza che giungeranno fino all’assassinio; anzi, chi ucciderà i discepoli del Cristo penserà di rendere culto a Dio, perché non hanno conosciuto né il Padre né il Figlio.

Gesù ha rivelato in anticipo ai suoi amici le persecuzioni degli uomini e la testimonianza dello Spirito perché non si meraviglino e non si spaventino di tanto odio del mondo.

Gesù sta per tornare al Padre e sente il bisogno di premunire i discepoli dalle tentazioni dello sconforto e dell’apostasia. In tali circostanze dolorose i discepoli sperimenteranno angoscia e sofferenza, simili alle doglie del parto, ma la loro tristezza si trasformerà in gioia quando Gesù tornerà a prenderli con sé (Gv 16,21-22). Questa felicità sarà pregustata parzialmente in occasione dell’apparizione del Risorto ai Dodici (Gv 20,20).

Il cuore dei discepoli non deve turbarsi per l’annuncio della partenza di Gesù perché egli farà ritorno ad essi mediante il suo Spirito. La funzione dello Spirito Santo consiste nel convincere il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio. Egli fornirà ai discepoli, nell’intimo della loro coscienza, la prova irrefutabile del grave delitto commesso dal mondo incredulo, rifiutando la rivelazione di Gesù e uccidendolo.

Lo Spirito convincerà il mondo di peccato perché non crede in Gesù: il peccato del mondo è l’incredulità. Convincerà il mondo di giustizia perché Gesù ha fatto ritorno al Padre e perché mostrerà che il passaggio di Gesù da questo mondo al Padre non è una sconfitta, ma il trionfo del Cristo sul mondo che l’ha crocifisso pensando di sconfiggerlo per sempre.

Lo Spirito della verità farà giustizia a Gesù facendo rivedere il processo ingiusto nel quale il Cristo è stato condannato iniquamente, anzi, ne capovolgerà la sentenza a suo favore. L’apparente sconfitta di Cristo sulla croce costituisce il suo ritorno glorioso presso Dio, il suo ingresso trionfale nella gloria del Padre.

Lo Spirito infine convincerà il mondo di giudizio "perché il principe di questo mondo è giudicato". Con la revisione del processo di Gesù nell’intimo delle coscienze, lo Spirito della verità mostrerà ai discepoli, nella fede, che il responsabile principale della passione e morte del Cristo, il diavolo, è stato giudicato e condannato proprio quando sembrava che avesse riportato vittoria completa su Gesù facendolo morire.

Il principe di questo mondo è stato sconfitto e cacciato fuori dal mondo con l’esaltazione del Figlio di Dio (Gv 12,31).

12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà.

Gesù vorrebbe comunicare ai discepoli altre rivelazioni che ora essi non sono capaci di accogliere perché lo Spirito Santo non ha ancora acceso in loro una fede profonda.

Quando Gesù oppone la sua presente rivelazione in figure ed enigmi a quella futura, aperta e chiara, vuole riferirsi all’azione del suo Spirito che fa capire e penetrare nel cuore la sua parola.

Lo Spirito della verità introdurrà i credenti nella verità tutta intera che è il Cristo, ma non porterà nuove rivelazioni. La sua funzione specifica consiste nel far capire e far vivere la parola di Gesù, rendendola operante nell’esistenza dei discepoli.

Lo Spirito della verità glorificherà Gesù facendolo conoscere agli uomini, rivelandolo ad essi come Figlio di Dio e suscitando in essi la fede nella sua persona divina.

Tra Gesù e il Padre esiste perfetta comunione di vita e perfetta unità di azione. Lo Spirito riceverà dal Cristo tutti i beni della salvezza, la cui fonte si trova nel Padre.

16 Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete". 17 Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: "Che cos'è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?". 18 Dicevano perciò: "Che cos'è mai questo "un poco" di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire". 19 Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: "Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’ ancora e mi vedrete? 20 In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.

Gesù parla degli ultimi eventi della sua vita terrena con espressioni alquanto enigmatiche che provocano sconcerto nei suoi amici, i quali non riescono a capire soprattutto il senso delle parole "un poco".

Gesù aveva già usato queste parole nel primo discorso dell’ultima cena (Gv 13,33; 14,19): mentre i suoi nemici fra poco non l’avrebbero visto più, i suoi amici l’avrebbero rivisto, perché avrebbero partecipato alla sua vita.

Gesù sta per ritornare al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5): per tale ragione i discepoli non potranno vedere il Maestro, perché egli sta lasciando definitivamente questo mondo; però con la risurrezione dalla morte, Gesù si farà vedere nuovamente ai suoi amici.

La passione e morte del Cristo provocherà pianto e afflizione nel cuore dei discepoli, mentre i suoi avversari si rallegreranno per la vittoria riportata. La tristezza dei discepoli però durerà poco: essa si trasformerà in gioia quando il Signore risorto apparirà loro il giorno di Pasqua (Gv 20,20).

21 La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22 Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e 23 nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla.
In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24 Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.
25 Queste cose vi ho dette in similitudini; ma verrà l'ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. 26 In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27 il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. 28 Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre".

La situazione degli amici di Gesù durante la sua passione e morte sarà simile a quella della partoriente, la quale dopo le doglie sperimenta una gioia tanto grande da dimenticare il travaglio del parto.

Come la gioia della maternità fa dimenticare le doglie del parto, così il ritorno del Signore risorto tra i suoi sarà fonte di una gioia grande e perfetta, che nessuno potrà mai togliere ai suoi discepoli.

Nel giorno della risurrezione gli apostoli non sentiranno il bisogno di domandare spiegazioni a Gesù perché le loro numerose domande sul suo imminente ritorno al Padre (Gv 13,36-37; 14,15ss; ecc.) avranno ottenuto una risposta soddisfacente nel fatto, del tutto inatteso, della risurrezione. Tuttavia se i discepoli faranno delle richieste al Padre, questi le esaudirà nel nome del Figlio.

Le preghiere dei cristiani saranno ascoltate se saranno conformi alla volontà del Signore (1Gv 5, 14), perché Dio ama gli amici di Gesù (Gv 16,17). Per questa ragione egli esorta i discepoli a rivolgere richieste al Padre nel nome di Cristo affinché la loro gioia sia piena e perfetta. Tale gioia perfetta sarà concessa a chi rimane nell’amore di Cristo (Gv 15,11), a chi vive la sua parola (Gv 17,13).

Gesù parla di una duplice fase della sua rivelazione: quella presente "in enigmi" e quella futura che sarà chiara, aperta e manifesta. La difficile e oscura rivelazione di Gesù diverrà chiara, aperta e manifesta ai discepoli per opera dello Spirito della verità.

Dopo la glorificazione di Gesù, i cristiani rivolgeranno richieste al Padre nel nome del Figlio. Tali suppliche saranno infallibilmente esaudite (Gv 14,13-14; 15,16) perché Dio ama coloro che credono in Gesù. Il Padre ama tutta l’umanità (Gv 3,16), ma in modo speciale le persone che amano suo Figlio (Gv 14,21.23). In tale situazione felice non appare più necessaria la preghiera di intercessione del Signore Gesù perché siano ascoltate dal Padre le richieste dei credenti, in quanto la mediazione di Gesù ha raggiunto il suo scopo, quello di unire i discepoli a Dio.

I Dodici non solo amano Gesù, ma hanno creduto nella sua origine divina. Giovanni attribuisce molta importanza a questo aspetto della fede, perché lo considera un elemento fondamentale del discepolo autentico (Gv 17,8).

Gesù è conscio della sua origine divina (Gv 6,46; 7, 29) e con tale consapevolezza dà inizio alla sua passione (Gv 13,3). Egli è uscito dal Padre per venire nel mondo, ora con la sua morte gloriosa fa ritorno al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5).

Nel giorno della risurrezione gli apostoli non sentiranno il bisogno di domandare spiegazioni a Gesù perché le loro numerose domande sul suo imminente ritorno al Padre (Gv 13,36-37; 14,15ss; ecc.) avranno ottenuto una risposta soddisfacente nel fatto, del tutto inatteso, della risurrezione. Tuttavia se i discepoli faranno delle richieste al Padre, questi le esaudirà nel nome del Figlio.

Le preghiere dei cristiani saranno ascoltate se saranno conformi alla volontà del Signore (1Gv 5,14), perché Dio ama gli amici di Gesù (Gv 16,17). Per questa ragione egli esorta i discepoli a rivolgere richieste al Padre nel nome di Cristo affinché la loro gioia sia piena e perfetta. Tale gioia perfetta sarà concessa a chi rimane nell’amore di Cristo (Gv 15,11), a chi vive la sua parola (Gv 17,13).

Gesù parla di una duplice fase della sua rivelazione: quella presente "in enigmi" e quella futura che sarà chiara, aperta e manifesta. La difficile e oscura rivelazione di Gesù diverrà chiara, aperta e manifesta ai discepoli per opera dello Spirito della verità.

Dopo la glorificazione di Gesù, i cristiani rivolgeranno richieste al Padre nel nome del Figlio. Tali suppliche saranno infallibilmente esaudite (Gv 14,13-14; 15,16) perché Dio ama coloro che credono in Gesù. Il Padre ama tutta l’umanità (Gv 3,16), ma in modo speciale le persone che amano suo Figlio (Gv 14,21.23). In tale situazione felice non appare più necessaria la preghiera di intercessione del Signore Gesù perché siano ascoltate dal Padre le richieste dei credenti, in quanto la mediazione di Gesù ha raggiunto il suo scopo, quello di unire i discepoli a Dio.

I Dodici non solo amano Gesù, ma hanno creduto nella sua origine divina. Giovanni attribuisce molta importanza a questo aspetto della fede, perché lo considera un elemento fondamentale del discepolo autentico (Gv 17,8).

Gesù è conscio della sua origine divina (Gv 6,46; 7,29) e con tale consapevolezza dà inizio alla sua passione (Gv 13,3). Egli è uscito dal Padre per venire nel mondo, ora con la sua morte gloriosa fa ritorno al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5).

29 Gli dicono i suoi discepoli: "Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. 30 Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio". 31 Rispose loro Gesù: "Adesso credete? 32 Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
33 Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!".

In questo brano il linguaggio di Gesù è giudicato chiaro dai discepoli. Il fatto che Gesù conosca tutti i pensieri prima che siano espressi suscita la loro professione di fede nella sua onniscienza e nella sua origine divina.

Essi credono di avere compreso il segreto della persona di Gesù e di possedere una fede adulta in Dio, ma il Maestro non si lascia lusingare da questa professione di fede, anzi prende motivo da essa per predire l’imminente defezione dei discepoli durante il suo arresto: essi non crederanno più e torneranno ai loro interessi, abbandonandolo.

Gesù, però, nonostante l’abbandono dei discepoli, non rimane solo, perché è sempre unito al Padre: egli è una cosa sola con il Padre (Gv 10,30.38).

Al termine del discorso Gesù ritorna sul tema della gioia e della sofferenza dei discepoli per invitarli alla fiducia: la vittoria finale sarà del Cristo e dei suoi amici.

Gesù ha vinto il mondo, disarmandolo con l’amore: alle ricchezze ha preferito la povertà, agli onori l’umiltà, la croce e la trasparenza di vita. Egli ha scelto ciò che conta nella vita e non l’effimero.

"Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!". Con questo grido di vittoria termina il secondo e ultimo discorso di Gesù nell’ultima cena.

 

Capitolo 17

1 Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: "Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. 2 Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.
6 Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. 10 Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11a Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te.

Tra i due lunghi discorsi dell’addio e il racconto della passione, Giovanni inserisce una solenne preghiera di Gesù al Padre. Questa preghiera è stata chiamata "sacerdotale" perché presenta Gesù come il sommo sacerdote che intercede per i suoi fratelli (1Gv 2,1-2; Rm 8,34; Eb 4,15; 7,25).

Ciò nonostante, la preghiera di Gesù è segnata profondamente dallo scoccare della sua "ora" (v. 1): la glorificazione del Figlio, la protezione paterna dei discepoli e l’unità dei credenti.

Il genere letterario di questa preghiera rientra negli schemi dei testamenti o discorsi di addio dei patriarchi (Dt 32 e 33, ecc.). In questo capitolo Gesù esprime le sue ultime volontà in forma di preghiera al Padre. L’uso del verbo "voglio" (v. 24) conferma il valore di testamento spirituale di questo capitolo.

La sublime preghiera del capitolo 17 chiude il vangelo di Giovanni prima del racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù. Per il suo carattere poetico forma una grande inclusione con il prologo.

Il Cristo prega il Padre elevando gli occhi al cielo come aveva fatto prima di risuscitare Lazzaro (Gv 11,41); il cielo, nel linguaggio degli antichi, è considerato il luogo della dimora di Dio.

Gesù chiede al Padre di glorificare il Figlio suo perché l’"ora" è giunta, ossia è già iniziata la parte finale della sua vita, nella quale egli è glorificato con la sua passione, morte e risurrezione.

In questo testo si afferma che è il Padre l’autore di questa glorificazione e che la glorificazione del Figlio è contemporaneamente la glorificazione del Padre. Gesù glorifica il Padre compiendo l’opera di rivelazione e di salvezza affidatagli dal Padre. Ha ricevuto la missione di donare la vita eterna a tutti gli uomini che vorranno diventare suoi discepoli.

Nel v. 3 è proclamato in che cosa consista la vita eterna: nel conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo. Questa conoscenza deve essere intesa in senso biblico, come sinonimo di comunione vitale, intima, profonda. La vita eterna consiste nella comunione con il Padre e con il Figlio suo.

Gesù, alla fine della sua missione rivelatrice, proclama di aver glorificato il Padre sulla terra portando a termine in modo perfetto l’opera affidatagli da Dio. Quest’opera di rivelazione e di salvezza raggiunge il compimento pieno e perfetto sulla croce (Gv 19, 28. 30). Qui l’amore di Gesù per i suoi amici raggiunge la perfezione.

Il Verbo di Dio, prima dell’incarnazione, possedeva la gloria divina, frutto dell’amore eterno del Padre (Gv 17,24). Assumendo la natura umana nella sua fragilità e debolezza (Gv 1,14), il Figlio di Dio occultò la sua gloria divina (Fil 2,6-7) e la manifestò a sprazzi durante la sua vita terrena (Gv 1,14; 2,11; Lc 9,31). La gloria divina sarà comunicata alla natura umana del Figlio di Dio, in tutto il suo splendore, con la sua esaltazione sulla croce e con la sua risurrezione e ascensione al cielo.

Dal v. 6 in avanti Gesù parla degli uomini che il Padre gli ha dato dal mondo. I discepoli sono uno dei doni più preziosi concessi da Dio a suo Figlio; essi sono proprietà del Padre, ma sono stati dati a Gesù. A questi amici il Cristo ha rivelato il nome del Padre e continuerà a manifestarlo affinché il suo amore sia in essi (Gv 17,26). Il Figlio è la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità (Gv 3,16). Il nome del Padre indica la persona di Dio in quanto Padre, che è la fonte della vita divina del Figlio.

Dinanzi alla manifestazione di Dio come Padre, i discepoli hanno reagito custodendo la sua parola, cioè credendo in modo concreto e dimostrando di amare seriamente il Padre. Gesù ha ricevuto tutto in dono dal Padre e ha donato tutto ai discepoli. La fede dei discepoli ha per oggetto anche l’origine divina di Gesù mandato dal Padre: essi hanno creduto che egli è uscito dal Padre ed è stato inviato da lui (v. 8).

Gesù precisa che la sua preghiera è per i credenti e non per il mondo tenebroso, perché esso si esclude da solo dalla vita e dalla salvezza rifiutando volontariamente la rivelazione del Figlio di Dio. Gesù non prega per il mondo, inteso come la personificazione delle potenze occulte del male che lottano contro il Padre e contro il suo Inviato.

Egli prega invece per i suoi, perché li ama di un amore fortissimo e concreto (Gv 13,1). Li affida al Padre affinché li custodisca nel suo nome, perché sono sua proprietà: il Padre e il Figlio hanno tutto in comune.

Come il Padre è glorificato nel Figlio (Gv 13,31-32; 14,13), così il Figlio è glorificato nei discepoli (Gv 17,10) attraverso la loro testimonianza, resa possibile dall’azione dello Spirito Santo nel loro cuore (Gv 15,26-27). In questo modo Gesù sarà glorificato dallo Spirito della verità (Gv 16,14).

Gesù rivolge la sua preghiera al Padre a favore degli amici che rimangono nel mondo mentre egli torna al Padre. L’espressione "Padre santo" è esclusiva di questa preghiera sacerdotale e indica la trascendenza increata di Dio, la sua essenza, la sua maestà rivelata nella gloria. Il nome santo del Padre "è come un tempio, come un luogo nel quale Gesù domanda che i credenti siano custoditi" (De La Potterie). Con tale protezione Dio si manifesta come Padre e si fa conoscere come il Santo, il Dio trascendente e onnipotente.

11b Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.
12 Quand'ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura. 13 Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14 Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
15 Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. 16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18 Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; 19 per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.

Nei vv. 11-12 di questo brano Gesù afferma per due volte che il Padre gli ha donato il suo nome. Ciò significa che "donando il suo nome al Figlio, il Padre si fa conoscere da lui come Padre e nello stesso tempo si dona a lui in un amore eterno" (De La Potterie).

La prima conseguenza benefica della protezione del Padre verso i credenti è la loro unione profonda fondata e modellata sull’unità del Padre e del Figlio. Questa tematica dell’unità è toccata di sfuggita in questo passo; essa sarà uno degli argomenti più importanti del brano che seguirà (Gv 17,21-26).

Gesù, con le sue cure di buon Pastore (Gv 10,11ss), ha impedito la perdizione dei suoi amici, anzi ha operato la loro salvezza (Gv 3, 16-17) e ha donato loro la vita in abbondanza (Gv 10,10). Il Cristo però riconosce che in tale opera di salvezza si è verificata un’eccezione per "il figlio della perdizione", Giuda.

L’evangelista ha già descritto il suo tradimento, l’invasamento diabolico e l’ingresso nel regno di satana (Gv 13,21.30). Per Giovanni il traditore è un diavolo (Gv 6,70), quindi è votato alla rovina. Il tradimento di Giuda però non appare senza significato nel piano della salvezza: egli doveva compiere la Scrittura. Probabilmente si allude al Salmo 41, 10: "Anche l’amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno".

Gesù prega il Padre per gli amici che sta per lasciare nel mondo e aggiunge che lo scopo della sua preghiera è favorire la gioia piena dei discepoli. Per essi il sapersi affidati al nome paterno di Dio, alle mani forti e amorose del Padre, deve essere fonte di gioia perfetta e di pace profonda.

Gesù ha custodito gli amici nel nome del Padre donando loro la sua parola (v. 14), cioè donando loro la rivelazione totale e definitiva di Dio. I discepoli quindi sono stati illuminati dalla parola di Gesù: per questa ragione il mondo tenebroso li ha odiati. I credenti non fanno più parte del mondo e per questo motivo il mondo li odia.

Nonostante l’odio delle tenebre contro i credenti, Gesù non chiede al Padre di toglierli dal mondo, ma lo prega di custodirli dal maligno. Dio custodirà i discepoli nel suo nome santo (v. 11), preservandoli dall’influsso del demonio e del male (v. 5), cioè santificandoli nella verità (v. 17).

La santità piena e perfetta è posseduta dall’unico uomo senza peccato (Gv 8,46; Eb 4,15; 7,26), santificato dal Padre e inviato nel mondo (Gv 10,36); egli è il Santo di Dio (Gv 6,69), è l’unica persona che appartiene totalmente a Dio.

La santità dei cristiani invocata da Gesù nei vv. 17 e 19 dev’essere intesa come fedeltà piena al patto d’amore sancito nel sangue di Cristo, vivendo da autentici figli di Dio, da proprietà esclusiva del Padre.

Il Padre opera la santificazione dei credenti nella sua parola e per mezzo della sua parola. La verità, che è la rivelazione totale e definitiva del nome, della persona del Padre, costituisce l’ambiente vitale nel quale i cristiani devono essere santificati. Questa parola, questa verità è il Cristo. Il Padre santifica i credenti per mezzo del Figlio, Parola di Dio. La santificazione è quindi la vita di comunione filiale con Dio per mezzo di Cristo.

Essere santificati nella verità significa essere custoditi nella vita filiale, nella comunione con il Padre, per mezzo della nostra comunione con il Figlio che è unito al Padre.

Una delle conseguenze più immediate della santificazione dei discepoli è la loro abilitazione alla missione. Come il Figlio è stato santificato e inviato nel mondo (Gv 10,36), così i credenti possono essere inviati nel mondo da Gesù (v. 18) perché il Padre li santifica nella verità (vv. 17 e 19).

Gesù santifica se stesso "nella verità" come i discepoli, cioè rivelando il nome del Padre, adempiendo la sua missione di Inviato di Dio. Gesù si santifica per i suoi discepoli per salvarli. La santificazione salvifica di Gesù a favore dei credenti è orientata verso l’offerta della sua vita sul Calvario.

La rivelazione dell’amore paterno di Dio, attraverso il dono del Figlio all’umanità, opera la salvezza e la santificazione dei credenti, i quali potranno vivere in comunione piena con il Padre lasciandosi guidare in tutto dalla sua volontà, partecipando così alla santità di Cristo, causa, fondamento e modello di quella dei discepoli.

20 Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; 21 perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
22 E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. 23 Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
24 Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.
25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro".

A questo punto del capitolo 17 la preghiera di Gesù si allarga fino ad abbracciare tutti i discepoli che in futuro crederanno in lui per la parola dei suoi primi discepoli. Per essi chiede al Padre il dono dell’unità più profonda, modellata e fondata sulla comunione di vita tra il Padre e il Figlio.

Il "come" indica il modello e il fondamento dell’unità dei credenti. I cristiani devono ispirarsi all’ideale realizzato dalle persone della Trinità; nella loro vita di comunione devono tendere a questa unità perfetta. Una vita di unione e d’amore così profonda nella comunità cristiana riveste un valore fortissimo per suscitare la fede: "Affinché il mondo creda che tu mi hai mandato" (vv. 21 e 23).

Gesù ha donato ai discepoli la gloria ricevuta dal Padre (v. 22), ossia ha reso i credenti partecipi della sua divinità. Questa gloria divina rifulge in modo unico nel Figlio, per questo Gesù domanda al Padre di farla contemplare ai credenti (v. 24). Il dono della gloria di essere figli di Dio è stato concesso ai discepoli in vista dell’unità: "affinché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola" (v. 22).

I cristiani, consapevoli di essere figli dello stesso Padre e di formare la famiglia di Dio devono vivere uniti, in perfetta comunione di mente e di cuore, a somiglianza del Padre e del Figlio; anzi, sono inseriti nella vita della Trinità, perché il Padre è nel Figlio e il Figlio è nei discepoli. Quindi, rimanendo vitalmente uniti a Cristo, i credenti vivono in comunione perfetta con Dio e così si realizza la perfezione dell’unità.

Tale unità dei cristiani avrà un effetto di salvezza per l’umanità: susciterà la fede nella missione divina di Gesù e il riconoscimento dell’amore del Padre per i discepoli. Il Padre ama i credenti come ama Gesù e li ama in lui.

Nel v. 24 Gesù esprime la sua estrema volontà: "Padre, voglio". Gesù chiede che i suoi discepoli partecipino alla sua gloria in paradiso. Al malfattore, crocifisso con lui, Gesù assicura: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43).

Il passo finale di questa preghiera si apre con l’invocazione "Padre giusto": essa è una variazione di "Padre santo" (17,11); ambedue le invocazioni esprimono la trascendenza e la natura di Dio. Nel salmo 145,17 gli aggettivi giusto e santo, riferiti al Signore, sono sinonimi.

Nelle ultime invocazioni di questa preghiera Gesù ricorda al Padre che egli e i suoi discepoli hanno riconosciuto la sua santità, ossia la sua trascendenza divina. Il mondo tenebroso invece non ha voluto conoscere Dio perché ha rifiutato la luce di Cristo e quindi non può giungere a Dio, perché nessuno va al Padre se non per mezzo del Figlio (Gv 8,19.39ss; 14,6ss).

L’uomo Gesù ha riconosciuto il Padre per esperienza diretta e in maniera vitale. I suoi discepoli si sono inseriti in questa corrente di luce aprendosi alla fede nell’Inviato di Dio (v. 25).

Nelle battute finali Gesù riprende la tematica della rivelazione del nome del Padre ai suoi amici (17,6.26). La manifestazione passata della rivelazione ("ho manifestato loro il tuo nome") ricorda il ministero pubblico di Gesù fino allo scoccare dell’"ora" presente. La manifestazione futura ("lo manifesterò") riguarda gli avvenimenti finali della vita terrena di Cristo, ossia la sua glorificazione con la passione, morte, risurrezione e ascensione. L’"ora" di Gesù costituisce la manifestazione piena e definitiva del nome del Padre, della manifestazione del suo amore, del dono dell’amore di Dio ai discepoli. L’amore del Padre per i credenti è concesso in occasione dell’esaltazione suprema del Figlio (v. 26).

 

Capitolo 18

Giovanni nel narrare gli ultimi eventi della rivelazione suprema del Logos incarnato si riallaccia al racconto dei sinottici. Pur presentando gli avvenimenti sotto una luce molto originale, Giovanni concorda con gli altri evangelisti spesso anche nei dettagli. Tuttavia Giovanni spicca tra gli altri evangelisti per l’accentuazione della forma drammatica delle varie scene rappresentate e per la prospettiva regale della passione del Signore. Gesù è presentato come un trionfatore che si consegna spontaneamente ai suoi nemici per essere intronizzato sulla croce, dopo essere stato incoronato e proclamato re dei giudei. Per tale ragione nel quarto vangelo sono molto attenuati gli elementi oltraggiosi e ingiuriosi della passione, mentre il Cristo domina sempre gli eventi da sovrano divino. Per Giovanni il processo e la morte di Gesù sono soffusi della gloria del Figlio di Dio. Gesù in questi eventi non è descritto come il Servo sofferente, il Messia che redime l’umanità con il suo sangue; per Giovanni, Gesù con la sua passione e morte è proclamato re divino che genera la Chiesa.

1 Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2 Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3 Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4 Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5 Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6 Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7 Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8 Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». 9 Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: « Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato ». 10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11 Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».
12 Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono 13 e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno. 14 Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: «E' meglio che un uomo solo muoia per il popolo».
15 Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; 16 Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. 17 E la giovane portinaia disse a Pietro: «Forse anche tu sei dei discepoli di quest'uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». 18 Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
19 Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. 20 Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21 Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». 22 Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». 23 Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». 24 Allora Anna lo mandò legato a Caifa, sommo sacerdote.
25 Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». 26 Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l'orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». 27 Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
28 Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. 29 Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest'uomo?». 30 Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato». 31 Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». 32 Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire.

Gesù uscì dal cenacolo per recarsi in un giardino oltre il torrente Cedron. Il ricordo del Cedron richiama la storia del re Davide, quando per la ribellione del figlio Assalonne fuggì da Gerusalemme, attraversò il Cedron (2Sam 15,23) e risalì l’erta del monte degli Ulivi (2Sam 15,30). Giovanni, situando l’incontro di Gesù con il traditore in un giardino, probabilmente allude al peccato del primo uomo: a differenza di Adamo, che nel giardino dell’Eden fu vinto dal serpente tentatore (Gen 2,8ss; 3,1ss), il Cristo riportò vittoria su Giuda che personifica le forze sataniche. Giuda, il traditore, venne a catturare Gesù con un numero imprecisato di soldati romani e di guardie dei sommi sacerdoti. Questo vuol significare che tutte le forze del male, giudei e pagani, hanno congiurato contro il Cristo.

La scena della manifestazione della divinità del Signore (‘Io sono’) trasforma il significato dell’arresto di Gesù: egli si consegna di sua iniziativa ai nemici. Il fatto che i soldati cadano a terra indica con chiarezza che Gesù ha rivelato il suo nome divino "Io sono".

Con l’incolumità dei discepoli (v. 8) si adempie la parola di Gesù: "Di coloro che mi hai dato, non ne ho perduto nessuno" (v. 9). A differenza dei sinottici, Giovanni svela il nome di colui che colpisce con la spada, Simon Pietro, e il nome del servo colpito, Malco. La presentazione della passione, come un calice amaro che Gesù deve bere, la troviamo nella preghiera angosciosa di Cristo al Padre (Mc 14,36 e par.). Pietro con il suo zelo umano si oppone anche in questa occasione alla volontà di Dio espressa da Gesù con le parole: "Il calice che il Padre mi ha dato" (v. 11).

Dopo essersi rivelato come il Signore e dopo aver proclamato la necessità di compiere la volontà del Padre, Gesù si lascia catturare e legare per essere condotto dal sommo sacerdote Anna. Anna fu sommo sacerdote dal 6 al 15 e fu deposto dai romani. Dopo qualche anno gli successe il genero Caifa che tenne la carica dal 18 al 36. Anna fu sommo sacerdote perché esercitò questo ufficio per una decina d’anni e inoltre perché ben cinque suoi figli e suo genero Caifa ottennero il sommo sacerdozio. Quindi Anna fu molto influente anche quando non coprì personalmente questa carica.

Marco riporta la triplice negazione di Pietro dopo la condanna di Gesù (14,66ss). Luca fa precedere il rinnegamento di Pietro al processo di Gesù (22,55ss). Giovanni pone l’interrogatorio al centro, racchiuso dalle tre negazioni di Pietro (18,18.25), ossia contrappone la ferma testimonianza di Gesù al triplice rinnegamento dell’apostolo.

Interrogato dal sommo sacerdote sui suoi discepoli e la sua dottrina, Gesù risponde con franchezza dichiarando di aver adempiuto la sua missione di rivelatore non di nascosto, ma al cospetto di tutto il mondo, per cui tutti conoscono la sua dottrina. A questa rivelazione completa e perfetta non deve aggiungere nulla (v. 20) e conclude che, invece di interrogare lui, il sommo sacerdote avrebbe fatto meglio a interrogare quelli che l’hanno ascoltato (v. 21). Ma la sua risposta franca fu giudicata insolente da una guardia che gli diede uno schiaffo. Questo è l’unico gesto ingiurioso subìto da Gesù durante il processo giudaico. Quindi il Cristo, nel vangelo di Giovanni, non fu umiliato come descrivono i sinottici, ma conservò tutta la sua dignità regale. Giovanni qui e nel pretorio (19,2–3) ricorda solo gli schiaffi probabilmente perché questo gesto indica il rifiuto violento di una persona: il Cristo del vangelo di Giovanni può essere rigettato, ma non umiliato.

Concluso l’interrogatorio davanti ai capi giudei, Gesù è condotto al pretorio. Era l’alba (v. 28). In questa circostanza traspare con evidenza la fine ironia di Giovanni: i giudei senza scrupolo condannano a morte un giusto, anzi il Santo di Dio, e si preoccupano di non contrarre impurità legali, entrando nella casa di un pagano. In questa situazione il procuratore romano esce dal pretorio e va verso i giudei per conoscere l’accusa contro Gesù.

Ponzio Pilato fu prefetto della Giudea dal 26 al 36 d.C. In base alle informazioni di Filone, di Giuseppe Flavio e di Tacito sappiamo che Pilato esercitò la sua carica con durezza e crudeltà, mostrando il suo disprezzo per i giudei; fu deposto da Vitellio, legato di Siria, per la sua brutalità nel procedere con i popoli sottomessi al governo di Roma. Secondo i sinottici, i giudei portano molte accuse contro Gesù (Mc 15,3 e par.); invece Giovanni riporta la risposta sdegnosa dei capi dinanzi alla richiesta di Pilato (v. 30). Con questa risposta i capi dei giudei fanno intendere a Pilato che Gesù è reo di qualche delitto religioso. Per questo Pilato replica: ‘Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge’ (v. 31). I capi dei giudei però non avevano il diritto di eseguire la condanna a morte, perciò risposero al governatore: ‘A noi non è consentito uccidere alcuno’ (v. 31). L’annotazione dell’evangelista sull’adempimento della parola di Gesù sul tipo di morte che avrebbe subìto chiarisce che i capi intendevano la crocifissione. Gesù infatti aveva preannunziato la sua esaltazione sulla croce (3,14; 8,28; 12,32). Quindi ai giudei non era consentito eseguire sentenze di morte perché i romani si erano riservati questo diritto. Le esecuzioni ad opera dei giudei registrate nel Nuovo Testamento (At 7,54-60; Gv 8,3ss) e i tentativi di lapidazione (8,59; 10,32) devono essere considerati degli abusi.

33 Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». 34 Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». 35 Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». 36 Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 38 Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?». E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa. 39 Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?». 40 Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

Al termine del primo contatto con i capi dei giudei, Pilato entra di nuovo nel pretorio per interrogare Gesù sulla sua pretesa regalità: "Tu sei il re dei giudei?" (v. 33). Giovanni sviluppa il tema della regalità di Gesù in un dialogo di alto valore cristologico. La regalità di Gesú non è di carattere temporale e politico, ma riveste una finalità rivelatrice: rendere testimonianza alla verità. Gesù è re; lo scopo della sua incarnazione è costituito dall’esercizio di questa funzione regale religiosa. Pilato vuole sapere di quale delitto è accusato Gesù. Dopo aver rivolto la domanda ai capi senza ottenere risposta, ora interroga direttamente l’accusato per conoscere il capo di imputazione. Gesù nella risposta trasporta l’interlocutore dal piano politico a quello religioso, dichiarando che il suo regno trascende l’ordine temporale (v. 36). Il regno di Cristo non è di ordine politico anche se le folle l’hanno acclamato re d’Israele nel suo ingresso messianico in Gerusalemme (12,12-13). Gesù ha sempre rifiutato la regalità mondana: per questo si ritirò sul monte quando i galilei tentarono di prenderlo per proclamarlo re (6,14-15). La prova migliore che il regno di Cristo non è di questo mondo, è l’assenza completa di un esercito che impugni le armi per difenderlo (v. 36). Il Logos si è fatto carne per essere testimone della verità, cioè per manifestare autorevolmente e infallibilmente le realtà celesti che vede e ascolta (3,11.32). Perciò la regalità di Cristo concretamente si identifica con la sua missione rivelatrice e salvifica. Gesù è re perché è l’unica persona in contatto diretto con Dio (1,18) che manifesta e comunica la vita del Padre instaurando nel mondo la presenza salvifica del Signore. L’elemento essenziale del regno consiste nella comunicazione della vita divina all’umanità. Dio regna quando manifesta concretamente la sua potenza salvifica a favore del suo popolo. Il Cristo è re in quanto manifesta e comunica la presenza salvifica di Dio; però la sua regalità non è imposta con la forza o la violenza, ma dev’essere accolta liberamente. Questo atteggiamento dell’accettazione libera viene espresso con la categoria dell’ascolto della voce di Gesù (v. 37): fa parte del regno di Cristo chi riceve docilmente la sua parola. "Essere dalla verità" significa avere l’origine della vita religiosa dalla Parola, cioè essere animati profondamente dalla rivelazione del Cristo, per cui non si subisce alcun influsso malefico del maligno. I giudei che non lasciano penetrare nel cuore la parola di Gesù sono dal diavolo non da Dio, perché non ascoltano il Logos rivelatore. Perciò il discepolo del Cristo, partecipe del suo regno, trova l’origine della propria esistenza nella rivelazione di Gesù, nella sua verità e quindi si dimostra docile alla sua voce (v. 37).

Evidentemente Pilato non poteva capire la profondità delle espressioni del Cristo, perciò domanda: ‘Che cos’è la verità?’ (v. 38) e senza attendere risposta esce di nuovo dal pretorio. Con questa domanda e questo atteggiamento Pilato mostra concretamente di non essere dalla verità, perché non ascolta la voce di Gesù.

Pilato dinanzi alla folla dei giudei proclama senza equivoci l’innocenza di Gesù (v. 38). Quindi il tribunale pagano ha proclamato l’innocenza del Cristo; sono stati i capi dei giudei a volere la sua morte.

Il governatore romano, per liberare Gesù, gioca la carta della clemenza a favore di un prigioniero, in occasione della festa di Pasqua. Presentando Gesù come re dei giudei voleva far presa sull’orgoglio nazionale del popolo. La reazione dei giudei è violenta: preferiscono il sedizioso Barabba, imprigionato per omicidio, a Gesù che aveva risuscitato i morti (v. 40).

Gesù usa tre volte l’espressione "il mio regno" nel v. 36 per farci comprendere la natura del suo regno: esso non ha origine da questo mondo, ma da Dio. La sua regalità non ha nulla da condividere con quella del mondo, anche se si estende ad esso. Non è politica perché egli non si serve della potenza e non fa uso della forza di un esercito per difenderla. Non è di origine terrena perché egli non è di questo mondo, ma è venuto in esso per salvarlo e riportarlo al Padre. La sua regalità ha la sua origine dall’alto, è divina e universale. Non è opera umana ma è dono di Dio che si manifesta nell’amore fatto servizio alla verità e alla vita.

Sì, Gesù è re, ma egli presenta la sua regalità collegata alla verità. Egli è il testimone di un Dio-Amore; il rivelatore della verità che conduce al Padre; la manifestazione della presenza di Dio che salva attraverso la sua parola e la sua opera. La verità di cui parla è la manifestazione di se stesso agli uomini e la salvezza che dona a loro per mezzo della conoscenza che essi hanno di lui. Egli è re di "chiunque è dalla verità", ossia di ogni uomo che ascolta la sua parola, la interiorizza e la vive.

Pilato non ha compreso nulla né della regalità, né della verità, né tantomeno di avere davanti a sé colui che è la Verità.

La regalità di Gesù, così fortemente legata alla croce, è esattamente il contrario del trionfalismo e dell’oppressione dei re di questo mondo. Il Cristo regna dalla croce morendo per salvare l’umanità. La sua regalità è tutta misericordia, solidarietà con i peccatori e perdono.

 

Capitolo 19

1 Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. 2 E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: 3 «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. 4 Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». 5 Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!». 6 Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». 7 Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
8 All'udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura 9 ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta. 10 Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». 11 Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande».
12 Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare». 13 Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. 14 Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». 15 Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». 16 Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Dinanzi alla richiesta popolare, Pilato liberò l’assassino e fece flagellare Gesù (19,1). Il comportamento del governatore può sembrare crudele e incoerente, avendo egli riconosciuto e proclamato l’innocenza di Gesù. Nell’interpretazione di Giovanni, però, appare come un atto di clemenza per placare il furore della folla. Difatti, subito dopo la flagellazione, Pilato conduce fuori Gesù sperando di ottenere il consenso dei giudei per la sua liberazione (19,4ss). La coronazione di spine è una parodia inventata dai soldati pagani per dichiarare Cristo re. Questo episodio va letto a un duplice livello: storicamente costituisce una beffa dei soldati romani; Giovanni però vi vede un’autentica proclamazione della regalità di Cristo da parte dei pagani; per questo elimina quegli elementi oltraggiosi e umilianti che possono offuscare tale lettura cristologica.

Dopo la flagellazione Pilato uscì dal pretorio per proclamare ancora una volta l’innocenza del Cristo e annunciare che lo avrebbe condotto al loro cospetto. Gesù uscì "portando la corona di spine e la veste di porpora", segni della regalità; allora Pilato proclamò: "Ecco l’uomo" (19,5).

Nella scena finale del processo romano, Pilato esclamerà davanti ai giudei: "Ecco il vostro re" (v. 14). Quindi l’uomo incoronato e rivestito del manto regale è un re che non fa paura. L’uomo che ora è giudicato è stato costituito giudice unico e supremo, perché figlio dell’uomo (5,22.27), il Logos diventato carne (1,14). Tra il titolo "figlio dell’uomo" e l’espressione "uomo" di 19,5 esiste una grande somiglianza. Nel quarto vangelo ambedue le locuzioni sottolineano l’umanità del Figlio di Dio, rivelatore del Padre.

I capi, al vedere Gesù con la corona e il manto regali, schiamazzarono: "Crocifiggilo, crocifiggilo" (19,6). Pilato però non si arrende dinanzi alla richiesta dei capi e proclama nuovamente l’innocenza di Gesù, perciò propone loro di prendere il prigioniero e di crocifiggerlo, come già si era espresso nel primo dialogo con la folla (18,31). La risposta dei capi contiene la causa ultima del loro odio religioso contro Gesù: secondo la legge giudaica deve morire perché si è fatto Figlio di Dio (v. 7). Pilato, sentendo questa accusa, ebbe ancor più paura (v. 8). Imbevuto com’era di mitologia e di superstizione, temette di trovarsi dinanzi a uno dei semidei del panteon pagano, perciò, entrato nel pretorio, chiese a Gesù: "Donde sei tu?" (v. 9). L’avverbio "donde" nel vangelo di Giovanni indica l’origine misteriosa di Gesù e dei suoi doni (4,11; 7,27-28; 8,14; 9,29–30). Gesù però non rivela a Pilato la sua origine. Questi rimane sconcertato per l’atteggiamento di Gesù e gli ricorda il suo potere supremo di decretare la sua liberazione o la sua crocifissione. Gesù ricorda a Pilato che il suo potere gli viene dall’alto, cioè da Dio, il quale gli permette di procedere contro il Cristo; tuttavia la maggiore responsabilità della sua condanna a morte deve essere attribuita al traditore Giuda e ai giudei che lo hanno consegnato al tribunale pagano (v. 11). Il peccato di Pilato sta nell’abuso di potere e nella viltà, ma sono i capi del popolo e Giuda che hanno voluto la morte di Cristo.

Il giudice romano rimase molto impressionato dalla risposta di Gesù, perciò "cercava di rimetterlo in libertà" (v. 12). Questo tentativo di Pilato è registrato in tutti quattro i vangeli. La reazione dei giudei però scoraggia il governatore, anzi contiene una velata minaccia di accusa presso l’imperatore: "Se rimetti in libertà costui, non sei amico di Cesare; chi si fa re, si oppone a Cesare" (v. 12). L’accusa di non essere amico dell’imperatore era la minaccia più grave per un romano desideroso solo di far carriera politica, perché il successo in questa strada dipendeva dal favore dell’imperatore.

All’udire le minacce dei giudei, Pilato "condusse fuori Gesù verso il luogo detto Litòstroto... e lo fece sedere nel tribunale" per proclamarlo re (v. 13). Pilato fa sedere il Cristo sul trono e lo proclama re dei giudei. A livello storico appare con evidenza il disprezzo di Pilato contro il popolo ebraico, ma nella mente dell’evangelista il Cristo è presentato come re-giudice che siede in tribunale.

Dinanzi allo scherno del governatore romano, i giudei reagiscono schiamazzando e gridando: "Via! Via! Crocifiggilo" (v. 15). E Pilato insiste sullo scherno, dicendo: "Crocifiggerò il vostro re?". La dichiarazione finale dei sommi sacerdoti esprime l’abisso dell’incredulità dei capi; costoro non solo rifiutano la regalità di Gesù, ma anche quella di Dio, perché proclamano: "Non abbiamo (altro) re se non Cesare". Il Signore doveva essere l’unico re d’Israele (1Sam 8,7; 12,12), invece i capi dei giudei affermano solennemente che l’unico loro re è l’imperatore romano. Con queste espressioni è consumato il rifiuto totale e completo del Cristo e termina il dramma del processo di Gesù con la consegna della sua persona ai giudei, perché fosse eseguita la crocifissione.

17 Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, 18 dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù nel mezzo. 19 Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». 20 Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21 I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei». 22 Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto».
23 I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. 24 Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura:
Si son divise tra loro le mie vesti
e sulla mia tunica han gettato la sorte.
E i soldati fecero proprio così.
25 Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. 26 Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». 27 Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: « Ho sete ». 29 Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30 E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.

Coloro che dovevano eseguire la condanna presero in consegna Gesù, il quale portando su di sé la croce uscì verso il Calvario (che significa cranio), in ebraico detto Golgota. Il Calvario era un piccolo colle brullo e spoglio di vegetazione, per questo chiamato "cranio", situato fuori le mura di Gerusalemme, ma vicino alla città. Su questo piccolo colle Gesù fu crocifisso tra altri due condannati. A questo punto Giovanni dedica un brano intero alla scritta posta sulla croce di Gesù: "Gesù il nazareno, re dei giudei" (v. 19). Il titolo era scritto in tre lingue: quella della popolazione indigena, l’ebraico; quella dei dominatori, il latino; quella internazionale, il greco. Giovanni vuole insinuare sottilmente l’universalismo della regalità di Cristo.

La scritta di Pilato irritò i sommi sacerdoti, i quali dissero al governatore romano: "Non scrivere: ‘Il re dei giudei’, ma che egli ha detto: ‘Sono re dei giudei’" (v. 21). I capi hanno capito l’umiliazione della scritta e per questo non vogliono, neppure per burla, che il nazareno sia proclamato loro re. Il governatore però rimase fermo nella sua decisione, per assaporare la gioia della rivincita e dell’umiliazione dei giudei.

La divisione e il sorteggio dei vestiti realizzano la profezia del salmo 22,19. I crocifissosi avevano diritto sugli indumenti dei condannati. I soldati divisero le vesti di Gesù in quattro parti. Da questo dettaglio siamo informati che i crocifissosi del Cristo furono quattro. La tunica del Maestro però creò un problema: "Era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo" (v. 23): per questo la tirarono a sorte. Nel comportamento dei soldati l’evangelista vede l’adempimento del salmo 21,19: "Si divisero le mie vesti e sui miei indumenti gettarono la sorte". Nella tradizione cristiana la tunica di Gesù, senza cuciture, spesso è stata vista come segno dell’unità della Chiesa, a somiglianza della rete di Simone Pietro che non si ruppe, pur contenendo una quantità così grande di pesci (21,11).

Anche la scena dei vv. 25-27 è carica di simbolismo. L’elemento storico è interpretato a un livello molto profondo, perché l’evangelista vede in esso un significato ecclesiologico di grande importanza: la proclamazione di Maria, madre della Chiesa. Solo Giovanni ricorda la madre di Gesù e il discepolo amato e ci informa che erano "presso la croce", mentre i sinottici ci dicono che le pie donne stavano lontano. Ma l’elemento caratteristico di questa scena è rappresentato dalle parole di Gesù alla madre e al discepolo amato. Con le parole rivolte a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio" (v. 26), Gesù costituisce Maria madre del discepolo che personifica tutti i discepoli del Cristo. Quindi Maria è proclamata madre della Chiesa dal Figlio di Dio. Con le parole rivolte al discepolo, Gesù chiarisce e ribadisce il suo pensiero: "Ecco tua madre" (v. 27). Maria è veramente la madre dei discepoli del Cristo, ossia è madre della Chiesa. La scena si conclude con la frase: "E da quell’ora il discepolo l’accolse nei propri (beni)". Il discepolo amato, rappresentante di tutti i credenti, accoglie la madre del Cristo come sua, quale tesoro preziosissimo.

La scena che descrive gli ultimi istanti di Gesù crocifisso fino alla sua morte (vv. 28-30) è incentrata sul tema del compimento perfetto della Scrittura. Nella sua scienza divina Gesù è consapevole di aver compiuto perfettamente l’opera di Dio (4,34), cioè la sua opera rivelatrice e redentrice (17,4), e quindi può morire per consegnare alla Chiesa lo Spirito, cioè per iniziare l’era dello Spirito santo. Egli ha sete (v. 28) di chiudere la sua giornata per aprire la strada al Paraclito, consegnandolo alla Chiesa nell’istante della sua morte.

La sete è caratteristica nei moribondi che hanno perduto molto sangue. Ma la sete di Gesù ha un profondo significato: quello di donare la persona divina dello Spirito santo alla sua Chiesa. Il gesto dei soldati che porgono dell’aceto a Gesù richiama il salmo 69,22, dove il povero perseguitato si esprime così: "Quando avevo sete, mi hanno dato aceto". Dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù pronunziò l’ultima parola: "E’ compiuto!". Con la sua morte il Cristo ha rivelato in modo perfetto il suo amore e quello del Padre per l’umanità peccatrice. Egli ha compiuto l’opera affidatagli dal Padre (17,4) e perciò può chiudere volontariamente la sua giornata inclinando la testa e consegnando lo Spirito. Quest’ultima espressione non significa solo la morte del Signore, ma anche il dono dello Spirito Santo alla Chiesa nascente: morendo sulla croce Gesù consegnò alla sua comunità lo Spirito. Il giorno della sua risurrezione Gesù dirà agli apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo" dopo aver mostrato loro le mani e il costato con le ferite della crocifissione (20,20.22). Il dono dello Spirito alla Chiesa è legato alla morte e alla risurrezione del Signore.

31 Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. 32 Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui. 33 Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34 ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.
35 Chi ha visto ne dá testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36 Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37 E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

Dopo la morte di Gesù l’evangelista riporta una scena originalissima nella quale il Cristo è presentato come l’agnello pasquale che doveva essere immolato senza fratture. Data l’imminenza della festa di Pasqua i giudei si preoccupano di osservare la legge che prescrive la rimozione dei cadaveri dei giustiziati prima della sera (Dt 21,22-23); tanto più questo precetto doveva essere rispettato in occasione della Pasqua. Per tale ragione i capi si premurarono di non lasciare i corpi dei condannati sulla croce nel giorno di quel sabato solenne e pensarono di accelerare loro la morte con la frattura delle gambe. Questa crudeltà doveva servire ad accorciare l’agonia dei crocifissi, i quali, non potendo più far leva sui piedi per respirare, sarebbero morti soffocati. I giudei perciò si rivolsero a Pilato per ottenere la frattura delle gambe dei condannati per farli morire subito e così deporli dalla croce prima del tramonto del sole, cioè prima che iniziasse la solennità della Pasqua.

I soldati romani vennero sul Calvario e spezzarono le gambe ai due crocifissi con Gesù, ma "venuti da Gesù, come videro che egli era già morto, non gli spezzarono le gambe" (v. 33). Così il Cristo è presentato come l’agnello pasquale al quale non doveva essere rotto alcun osso (v. 36). E questo avvenne nella stessa ora in cui nel tempio di Gerusalemme si immolavano gli agnelli pasquali.

A questo punto della narrazione Giovanni rileva un dettaglio al quale annette grande importanza: "Uno dei soldati con una lancia colpì il suo fianco e subito ne uscì sangue e acqua" (v. 34).

Come abbiamo constatato a più riprese nel vangelo secondo Giovanni, l’acqua viva o corrente donata dal Cristo, simboleggia il sacramento dell’Eucaristia (Gv 6,53ss). Perciò il Cristo crocifisso viene presentato come la fonte della vita eterna e della salvezza, in quanto rivelatore perfetto dell’amore di Dio e autore del sacramento dell’Eucaristia.

L’evangelista si presenta lungo tutto il vangelo come testimone diretto di tutti gli eventi che narra, ma qui, nel v. 35, ribadisce che la sua testimonianza è verace. L’appello alla veracità della testimonianza di chi ha visto, vuole inculcare la storicità della scena del versamento del sangue e dell’acqua dal fianco del Cristo crocifisso e favorire la fede dei lettori del suo vangelo. La contemplazione della rivelazione suprema dell’amore di Gesù sulla croce, con il costato trafitto, immolato come l’agnello pasquale, suscita la fede esistenziale che si concretizza in un contraccambio d’amore. Se i segni operati da Gesù devono favorire la fede in lui, Messia e Figlio di Dio (Gv 20,30-31), a maggior ragione il segno supremo della carità di Cristo, con il petto squarciato, deve invitare a credere esistenzialmente nella sua persona divina, perché gli eventi descritti in questa scena adempiono la Scrittura (v. 36). Perciò l’adempimento dell’Antico Testamento nella vita di Gesù costituisce un argomento a favore della fede nel Cristo, Figlio di Dio, perché in tal modo è mostrato che egli è il personaggio predetto dai profeti, che riempie di sé tutta la Bibbia.

Gli oracoli dell’Antico Testamento realizzati nella scena del colpo di lancia sono due: il primo concerne l’agnello pasquale, il secondo il personaggio messianico trafitto. Nella Bibbia era prescritto che l’agnello pasquale dovesse essere immolato senza frattura di ossa (Es 12,46; Nm 9,12). Ora con la sua morte Gesù ha adempiuto anche questo dettaglio della Scrittura (vv. 32.36). Il colpo di lancia con il quale Cristo fu trafitto ha realizzato un altro passo biblico, quello di Zaccaria 12,10 nel quale si parla dello sguardo a colui che hanno trafitto. Evidentemente lo sguardo al crocifisso trafitto è lo sguardo della fede, simile a quello rivolto al serpente di bronzo (Gv 3,14-15).

38 Dopo questi fatti, Giuseppe d'Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39 Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. 40 Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com'è usanza seppellire per i Giudei. 41 Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. 42 Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino.

Nel brano finale di Giovanni 18–19 il quarto evangelista si riallaccia al racconto dei sinottici. La nota caratteristica su Giuseppe di Arimatea, che era un discepolo del Signore, ma in segreto, per la paura dei giudei, aggiunge un elemento nuovo a quanto avevano detto i sinottici che lo avevano descritto semplicemente come un pio e influente membro del sinedrio. Solo Giovanni introduce in scena un altro attore: Nicodemo, personaggio ben noto al lettore del quarto vangelo per il suo dialogo notturno con Gesù (Gv 3,9). Secondo la narrazione di Giovanni, Giuseppe di Arimatea e Nicodemo accolsero il corpo di Gesù come un bene prezioso e lo avvolsero in piccoli lenzuoli (othónia) con gli aromi, secondo il costume giudaico (v. 40). Nel descrivere la sepoltura di Gesù, Giovanni, in modo originale, parla di un giardino vicino al luogo della crocifissione; in esso vi era un sepolcro nuovo nel quale non era stato posto nessuno (v. 41). Il corpo di Gesù fu deposto in questo sepolcro vicino, perché ormai stava per finire la Preparazione dei giudei (v. 42). Al tramonto del sole infatti iniziava ufficialmente la festa di Pasqua.

 

Capitolo 20

1 Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!". 3 Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4 Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7 e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9 Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. 10 I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa.

Maria Maddalena si reca al sepolcro per rimanere presso la tomba di Gesù, come una persona che non vuole separarsi da colui che ama intensamente neppure dopo la morte. Questa discepola è animata da un forte amore umano per Gesù come dimostra eloquentemente il suo pianto inconsolabile presso il sepolcro del Signore.

L’annotazione "mentre era ancora buio" potrebbe avere un significato simbolico, per indicare le tenebre provocate dall’assenza di Gesù. Ma ben presto apparirà il Cristo-luce che illumina il mondo e sarà contemplato per prima proprio da Maria Maddalena.

La Maddalena, giunta al sepolcro, constata che la pietra della tomba di Gesù è stata rimossa e, pensando a una manomissione del sepolcro, corre da Simone Pietro e dal discepolo che Gesù amava.

Il discepolo amato corse più velocemente di Pietro e arrivò per primo al sepolcro, forse perché era più giovane; non è improbabile però che questo dettaglio voglia insinuare un maggiore amore per Gesù. Infatti, se il correre è proprio di chi ama, corre più velocemente chi ama di più.

Il discepolo amato arrivò per primo alla tomba, ma non entrò e si limitò a chinarsi e a vedere i lenzuoli per terra. Egli attese Pietro per entrare nel sepolcro. Forse con questo gesto si vuole insinuare il primato di Pietro. Nel capitolo seguente troveremo la scena del conferimento del primato pastorale a Pietro (Gv 2115ss).

Pietro entrò nel sepolcro e vide i lenzuoli per terra come aveva visto l’altro discepolo, ma vide anche il sudario, che era stato sul capo di Gesù, piegato a parte. Tale constatazione suscitò la fede nel discepolo amato.

La presenza di due uomini per testimoniare la verità del sepolcro vuoto risponde alle esigenze del diritto ebraico secondo il quale per la validità di una testimonianza devono essere almeno due i testimoni oculari (Dt 1915; Mt 18,16; 2Cor 13,1ss).

L’associazione tra il vedere e il credere (v. 8) formerà una delle tematiche centrali della seconda parte di questo capitolo, dove Tommaso pretenderà di vedere per credere (v. 25) e il Risorto esaudirà la sua richiesta, proclamando però beati quelli che crederanno senza aver visto (v. 29).

Il discepolo vide e credette alla Scrittura che prediceva la risurrezione di Gesù (v. 9). L’ignoranza della Scrittura da parte dei discepoli implica una certa difficoltà a credere (Gv 20,8; 1,26; 7,28; 8,14).

Dopo aver constatato la tomba vuota, Pietro e l’altro discepolo fecero ritorno dagli altri discepoli nel cenacolo: lì li troverà Gesù riuniti, a porte chiuse, la sera di quello stesso giorno (20,19ss).

"Nella Chiesa che va alla ricerca dei segni ci sono diversi temperamenti, diverse mentalità: c’è l’affetto di Maria, l’intuizione di Giovanni, la massiccia lentezza di Pietro; si tratta di diversi tipi, di diverse famiglie di spiriti che cercano i segni della presenza del Signore. Ma tutti, se sono veramente nella Chiesa, hanno in comune l’ansia della presenza di Gesù tra noi. Esistono quindi nella Chiesa diversi doni spirituali, da cui hanno origine diverse disposizioni: alcuni sono più veloci, altri più lenti; tutti comunque si aiutano a vicenda, rispettandosi reciprocamente, per cercare insieme i segni della presenza di Dio e comunicarceli, nonostante le diversità delle reazioni di fronte al mistero. In questo episodio troviamo l’esempio della collaborazione nella diversità: ciascuno comunica all’altro quel poco che ha visto, e insieme ricostruiscono l’orientamento dell’esistenza cristiana, laddove i segni della presenza del Signore, di fronte a gravi difficoltà o a situazioni sconvolgenti, sembrano essere scomparsi… Quando manca la presenza dei segni visibili del Signore, bisogna scuotersi, muoversi, correre, cercare, comunicare con altri, con la certezza che Dio è presente e ci parla. Se nella Chiesa primitiva Maddalena non avesse agito in tal modo, comunicando ciò che sapeva, e se non ci si fosse aiutati l’un l’altro, il sepolcro sarebbe rimasto là e nessuno vi sarebbe andato; sarebbe rimasta inutile la risurrezione di Gesù. Soltanto la ricerca comune e l’aiuto degli uni agli altri portano finalmente a ritrovarsi insieme, riuniti nel riconoscimento del Signore" (C. M. Martini, Il vangelo secondo Giovanni, Roma 1980, 157-158).

11 Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?". Rispose loro: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto". 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. 15 Le disse Gesù: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?". Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo". 16 Gesù le disse: "Maria!". Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: "Rabbunì!", che significa: Maestro! 17 Gesù le disse: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro". 18 Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: "Ho visto il Signore" e anche ciò che le aveva detto.

I due discepoli lasciano il luogo della tomba, invece Maria rimase presso il sepolcro e piangeva. Agli angeli che le chiedono la ragione del suo pianto, essa rispose: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto" (v. 13).

A questo punto entra in scena Gesù, fuori dal sepolcro, in piedi, ma Maria non lo riconosce. Non solo qui, ma anche nel brano della pesca miracolosa il Risorto non è conosciuto immediatamente. Gesù si fa conoscere da Maria chiamandola per nome: egli è il buon pastore che conosce le sue pecore e le chiama per nome (cf. Gv 10,3-4.27). Maria, appena sentito il suo nome, riconosce subito Gesù e gli dice: "Rabbunì" che significa "Maestro mio".

Matteo narra che le pie donne abbracciarono i piedi di Gesù, appena lo incontrarono (Mt 28,9). Giovanni fa intendere un gesto simile da parte della Maddalena, perché il Risorto le dice: "Non trattenermi, infatti non sono ancora salito al Padre" (v. 17). Quindi Gesù affida alla discepola una missione per i suoi discepoli: annunziare loro che sta per ascendere al Padre. I discepoli sono fratelli di Gesù, perciò Dio è il Padre dei credenti in Cristo.

Maria Maddalena esegue l’ordine affidatole dal Risorto, annunziando ai discepoli: "Ho visto il Signore" e raccontando quello che le aveva detto (V. 18). Questo lieto messaggio costituisce il vertice di tutto il brano Gv 20,1-18. Esso si è aperto con l’esclamazione dolorosa: "Hanno portato via il Signore" (v. 2) e si chiude con l’esplosione gioiosa: "Ho visto il Signore" (v. 18).

L’incontro di Gesù con la Maddalena e l’annuncio fatto dalla donna ai fratelli contengono un grande messaggio per il discepolo di ogni tempo: il Signore è vivo e ognuno deve cercarlo in un cammino di fede, sicuro che se farà la sua parte, il Signore non tarderà a venirgli incontro e a farsi conoscere.

Un monaco del XIII secolo descrive questo incontro tra Cristo e Maria, mettendo sulla bocca di Gesù queste parole: "Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora la cerchi al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso la tomba: Il tuo cuore è la mia tomba. E lì io non sto morto, ma riposo vivo per sempre. La tua anima è il mio giardino. Avevi ragione di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il nuovo Adamo. Lavoro nel mio paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le tue lacrime, il tuo amore, il tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia. Tu mi possiedi nel più intimo di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu mi cerchi fuori. E’ dunque anche fuori che io ti apparirò, e così ti farò ritornare in te stessa, per farti trovare nell’intimo del tuo essere colui che tu cerchi altrove" (Anonimo, Meditazione sulla passione e risurrezione di Cristo, 38: PL 184,766).

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". 22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi".
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò".
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". 27 Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!". 28 Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". 29 Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!".
30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. 31 Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Dal mattino di Pasqua si passa alla sera di quello stesso giorno. Solo Giovanni racconta che Gesù apparve in mezzo ai suoi entrando a porte chiuse. Essi stavano chiusi nel cenacolo per paura dei giudei. I discepoli temono di subire rappresaglie, per questo vivono nel terrore.

Gesù entra nella casa a porte chiuse, perché il corpo del Risorto ha qualità sovrumane e può superare ostacoli insormontabili all’uomo.

Il Signore, mostrandosi ai discepoli, rivolge loro il saluto messianico : "Pace a voi!" (v. 19). Sulle labbra del Risorto questa espressione, tanto comune tra gli ebrei, acquista un significato particolare: è l’augurio della salvezza operata dal Redentore.

"E detto questo mostrò loro le mani e il fianco" (v. 20) per far vedere le ferite dei chiodi e del colpo di lancia. Giovanni è l’unico che parla del colpo di lancia che ha trafitto il fianco di Cristo sulla croce.

Con la sua risurrezione Gesù ha mostrato di essere vero Dio, padrone della vita e della morte: egli è veramente il Signore, Iahvè. I discepoli si rallegrarono proprio perché hanno riconosciuto in Gesù risorto Iahvè.

Dopo aver dato loro la seconda volta la pace, il Risorto affida ai suoi discepoli la missione di essere suoi messaggeri. L’invio dei discepoli da parte di Gesù è paragonato a quello di Gesù da parte del Padre (v. 21). Si tratta quindi di una consacrazione divina dei discepoli di essere gli annunciatori del Risorto: per questo sarà sigillata con il dono dello Spirito Santo (v. 22).

Questo soffio di Gesù risorto richiama l’azione creatrice di Dio, quando soffiò nelle narici di Adamo l’alito della vita (Gen 2,7). Secondo l’oracolo di Ezechiele 37,9, lo Spirito di Dio darà vita alle ossa aride, soffiando su di esse. Perciò il giorno della risurrezione del Cristo è creato l’uomo nuovo, il popolo dei salvati inviato nel mondo per annunciare il messaggio della salvezza evangelica.

Con il dono dello Spirito che li consacra alla missione, i discepoli ricevono anche il potere di rimettere i peccati. Rimettere i peccati significa purificare dalla colpa (1Gv 1, 9) per mezzo del sangue di Gesù (1Gv 1,7). Questo potere di perdonare i peccati è riservato a Dio e a suo Figlio (cf. Mc 2,5-10). Il giorno della sua risurrezione Gesù conferisce questa facoltà divina alla sua Chiesa (v. 23).

Giovanni, dopo aver descritto il primo incontro di Gesù con i suoi la sera di Pasqua, si premura di precisare che Tommaso era assente quando venne Gesù (v. 24). Quest’uomo molto concreto (cf. Gv 11,16; 14,5) vuol vedere con i suoi occhi e toccare con le sue mani; egli non crederà finché non abbia visto il segno dei chiodi nelle mani di Gesù e messo il dito al posto dei chiodi e la mano nella ferita del costato. Questa frase dell'apostolo è aperta dal verbo vedere e chiusa dal verbo credere. Egli dichiara apertamente: "Se non vedo e non tocco, non credo".

Nella seconda apparizione ai discepoli nel cenacolo, otto giorni dopo, Gesù, dopo aver salutato gli amici col dono della pace, si rivolge all’apostolo non credente esortandolo a toccare le sue ferite per credere. In questo invito il Signore prende quasi alla lettera le parole di Tommaso, tralasciando la frase sul vedere, perché l’apostolo ha davanti a sé il Signore.

L’esortazione del Signore a non essere incredulo, ma credente, trova la risposta nella professione di fede di Tommaso che riconosce in Gesù il Signore Dio. L’aggettivo "mio" davanti a Signore e Dio denota un accento d’amore e di appartenenza.

Nella sua replica alle parole di Tommaso, Gesù volge lo sguardo ai futuri discepoli che non si troveranno nelle condizioni dell’apostolo, perché non avranno la possibilità di vedere il Risorto: i futuri discepoli che crederanno senza aver visto sono proclamati beati (v. 29). La frase di Gesù a Tommaso contiene un velato rimprovero perché la fede pura dovrebbe prescindere dal vedere e dal toccare.

Tuttavia nel passo conclusivo del suo vangelo, Giovanni dichiara che i segni operati dal Cristo non sono inutili, anzi essi devono favorire la fede. L’evangelista dichiara che la raccolta dei segni rivelatori di Gesù contenuti nel suo libro è incompleta e parziale (v. 30). Lo scopo della raccolta dei segni operati da Gesù, cioè lo scopo del vangelo, è suscitare e rafforzare la fede nel Messia, Figlio di Dio (v. 31).

L’effetto salvifico di questa adesione al Cristo, Figlio di Dio, è il possesso della vita divina, mediante la sua persona.

Le ultime parole di Gesù: "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno" costituiscono il vertice delle apparizioni del Cristo risorto ai discepoli. Il messaggio di questa beatitudine evangelica è importante per tutti i cristiani di tutti i tempi. Alcuni di essi cercano, con una bulimia insaziabile, apparizioni, prodigi, messaggi celesti. La Costituzione Dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Divina Rivelazione ricorda autorevolmente che non ci si deve aspettare nessun’altra rivelazione pubblica prima della venuta finale del Signore (DV 4).

Dio si è manifestato in modo autentico nella sacra Scrittura, che rappresenta la regola suprema della fede della Chiesa, il nutrimento sano e sostanzioso della vita del popolo di Dio (DV 21).

 

Capitolo 21

1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: "Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
4 Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5 Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". Gli risposero: "No". 6 Allora disse loro: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "E' il Signore!". Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10 Disse loro Gesù: "Portate un po’ del pesce che avete preso or ora". 11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. 12 Gesù disse loro: "Venite a mangiare". E nessuno dei discepoli osava domandargli: "Chi sei?", poiché sapevano bene che era il Signore.
13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. 14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: "Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". 16 Gli disse di nuovo: "Simone di Giovanni, mi vuoi bene?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci le mie pecorelle". 17 Gli disse per la terza volta: "Simone di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: "Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi". 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi".

Il capitolo 20 del vangelo di Giovanni ha descritto il cammino di fede pasquale dei discepoli a partire dalla tomba vuota fino all’incontro personale con il Risorto che reca i doni pasquali. Il capitolo 21 ci presenta Gesù risorto nella comunità che è in missione tra le ostilità del mondo e che viene invitata a seguire il Maestro, anche se le è riservata la medesima sorte (cf. 21,29).

Il ritorno dei discepoli alla loro terra di Galilea e al loro lavoro di pescatori forse rivela un momento di dispersione e di smarrimento della comunità dopo lo scandalo della croce. Ma l’esperienza con il Risorto, vissuta in una normale giornata di fatica, mette in luce che la fede si può vivere sempre in qualsiasi tempo e circostanza.

Il Signore si rivela loro presso il mare di Tiberiade svelando con gradualità il suo mistero e la loro vocazione.

Pietro è il primo del gruppo ad essere nominato. E’ lui che prende l’iniziativa della pesca. La sua funzione nella comunità cristiana è già delineata chiaramente.

Il loro numero di "sette" ha un significato: come il numero "dodici" indica la totalità di Israele, il "sette" è la cifra simbolica dell’universalità. Questi sette discepoli sono simbolicamente il primo seme della Chiesa che viene sparso tra le nazioni pagane, perché la parola di Gesù possa generare altri figli di Dio. Ma senza Gesù l’insuccesso è totale e non prendono nulla. Senza la fede nel Risorto, che è la Vita della comunità, è impossibile riuscire nella missione e portare frutti nella Chiesa.

Sul far del giorno, quando i discepoli tornano dal loro lavoro infruttuoso, egli va loro incontro, ma loro non lo riconoscono. L’"alba" in cui agisce Gesù è l’opposto della notte e delle tenebre in cui hanno agito i discepoli. Nel linguaggio biblico, è il momento dell’intervento straordinario di Dio (cf. Es 24,24; ecc.); essa coincide con la risurrezione di Cristo e con la sua presenza nella comunità ecclesiale.

E’ spuntato il nuovo giorno e Gesù rivolge la sua parola autoritativa: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete" (v. 6a). Il risultato è una pesca miracolosa e abbondante, tanto che "non riuscivano più a tirare su la rete per la grande quantità di pesci" (v. 6b).

Allora il discepolo che Gesù amava dice a Pietro: "E’ il Signore!". Pietro non discute minimamente l’intuizione di fede del suo compagno: Tutto proteso verso il Signore si cinge la veste e si getta in mare: è l’uomo della risposta immediata. Anche gli altri credono dopo aver visto, ma il loro modo di agire verso il Signore è diverso: tirano la rete piena di pesci e nel servizio ecclesiale tutti prendono contatto con Gesù.

Per ordine di Gesù, Pietro riprende il suo servizio nel gruppo, sale sulla barca, tira la rete a terra e fa il computo della pesca: centocinquantatré grossi pesci. Dietro a questo numero c’è qualcosa di misterioso. Scrive Strathmann: "L’esegesi della Chiesa antica aveva ragione quando intuiva che dietro a quel numero c’era qualcosa di misterioso; è particolarmente degno di nota quanto dice Gerolamo a proposito di Hes. 47,9-12, che gli antichi zoologi avrebbero conosciuto 153 specie di pesci; inoltre, si poteva considerare il numero 153 come la somma dei numeri da 1 a 17, o come numero di un triangolo di base 17, cioè come un numero di misteriosa perfezione. Così la pesca apostolica degli uomini è definita universale e misteriosa, nessun popolo ne è escluso (cf. At 2,9-11) e tutti si raccolgono nell’unica rete della Chiesa universale, che può accogliere tutti senza lacerarsi. Ma gli apostoli come pescatori di uomini possono compiere con successo questo lavoro soltanto su comando di Gesù" (Il vangelo secondo Giovanni, Brescia 1973, pag. 435).

La pesca è seguita da un banchetto in cui il Cristo risorto dà da mangiare ai discepoli. Il testo, parlando di pane e di pesce, allude in modo esplicito all’Eucaristia, momento vertice della vita della Chiesa. Il Signore è al centro della sua comunità rinnovata, che egli nutre familiarmente con il pane e il pesce, simbolo dell’Eucaristia, ossia dono della sua vita (cf. Lc 24,30.41-43; At 1,4).

Solo nell’ascolto della parola del Signore e nell’incontro eucaristico con il Risorto la Chiesa rende fruttuoso ogni suo impegno. Sempre e dovunque vale il detto di Gesù: "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5).

Al termine del pasto con i discepoli, Gesù si rivolge a Pietro, chiedendogli una professione d’amore, per affidargli il suo gregge: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?" (v. 15). Il Cristo per costituire Pietro pastore della Chiesa esige da lui un amore più grande di quello degli altri discepoli.

Nella sua risposta Pietro si appella alla scienza divina di Gesù chiamandolo Signore, evitando così la presunzione di considerarsi migliore dei suoi amici. La triste esperienza del rinnegamento, dopo che egli aveva protestato di voler dare la vita per il Maestro anche se tutti gli altri lo avessero abbandonato (Mc 14,29), ha prodotto il suo effetto benefico. Pietro non si confronta più con gli altri, ma confessa con sincerità e semplicità il suo amore per il Signore.

Pietro, dopo la sua dichiarazione d’amore, riceve da Gesù il conferimento dell’ufficio pastorale: "Pasci i miei agnelli" (v. 15); "Pasci le mie pecore" (vv. 16-17). Quindi Pietro è costituito pastore di tutto il gregge, ossia guida spirituale di tutta la Chiesa.

Dopo aver dato a Pietro la missione di guida della Chiesa, Gesù gli predice la fine: in vecchiaia egli sperimenterà la prigione e verserà il suo sangue per il Signore.

Gesù ha perdonato a Pietro e lo ha riabilitato facendo di lui un uomo nuovo che lo imiterà anche nel martirio. Durante l’ultima cena Pietro aveva protestato di voler seguire subito il Maestro, offrendo la vita per lui; Gesù però gli aveva replicato che lo avrebbe seguito in futuro. Dopo la risurrezione il Signore annuncia a Pietro che questa testimonianza la darà in vecchiaia (v. 18).

A somiglianza di Gesù, Pietro glorificherà Dio con la testimonianza del sangue versato. Seguire Cristo (v. 19) è andare con lui fino alla morte.

20 Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: "Signore, chi è che ti tradisce?". 21 Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: "Signore, e lui?". 22 Gesù gli rispose: "Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi". 23 Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: "Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?".
24 Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25 Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

La predizione della sua morte suscita in Pietro la curiosità sulla sorte del discepolo amato che lo seguiva dietro il Maestro (v. 20). Ma Gesù non soddisfa la curiosità dell’apostolo. Pietro non deve preoccuparsi della fine dell’amico, ma solo di seguire il Maestro; Gesù potrebbe lasciarlo in vita fino al suo ritorno nella parusia, che probabilmente non era ritenuta lontana (cf. 1Cor 4,5; 11,26; 1Ts 4,15ss; Ap 3,11; 22,7.12.20).

Probabilmente questo discepolo amato, noto a tutti i lettori del vangelo di Giovanni, dovette essere molto longevo; per questo le parole del Signore a Pietro, riportate nel v. 22, furono equivocate e considerate una profezia della sua immortalità (v. 23).

Alla fine di questo brano troviamo un secondo epilogo sulla veracità della testimonianza del discepolo amato e sull’incompletezza del vangelo di Giovanni.

Con l’iperbole del v. 25 l’autore vuol mettere in risalto che solo una piccola parte delle opere compiute da Gesù è stata messa per iscritto.

Questo lavoro di raccolta e di penetrazione è un grande dono per la fede della Chiesa e di ogni discepolo, che ha per vocazione un orizzonte senza confini, come il messaggio spirituale di Cristo.

Origene ha scritto: "Primizia dei vangeli è quello secondo Giovanni, il cui senso profondo non può cogliere chi non abbia poggiato il capo sul petto di Gesù e non abbia ricevuto da lui Maria come sua madre. Colui che sarà un nuovo Giovanni deve diventare tale da essere indicato da Gesù, per così dire, come Giovanni che è Gesù" (Commento al Vangelo di Giovanni, Torino 1968, 123).

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