LA LETTERA AI FILIPPESI
(Pedron Lino)


autori
titoli

Indice:

Introduzione

La lettera dalla prigionia

La lettera polemica

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Filippi era situata nella pianura della Macedonia orientale. Fu fondata da Filippo II, padre di Alessandro Magno, negli anni 358-357 a.C. Filippi costituisce per la storia del cristianesimo una pietra miliare, perché dentro le sue mura si formò la più antica comunità cristiana d’Europa. Gli Atti degli apostoli hanno efficacemente sottolineato il significato dell’istituzione a Filippi di una comunità, raccontando una visione notturna in cui un macedone si presenta a Paolo, a Troade, e lo supplica: "Imbarcati per la Macedonia e vieni in nostro aiuto" (At 16,9).

Il passaggio dall’Asia all’Europa viene così considerato un’iniziativa di Dio. Con grande probabilità si può ritenere che il vangelo fu annunziato a Filippi nell’anno 50.

I Filippesi furono fin dall’inizio fedelmente legati all’apostolo Paolo. Proprio questa lettera conferma l’intesa affettuosa tra la comunità e il suo fondatore. Dopo la prima visita nell’anno 50, Paolo venne ancora due volte a Filippi.

La struttura concettuale della lettera è la seguente: dopo un prescritto, nel cui indirizzo vengono compresi quelli che dirigono la comunità (1,1-2), Paolo sviluppa il suo proemio sotto forma di una preghiera traboccante d’affetto per la comunità (1,3-11). La parte centrale dello scritto si divide in due sezioni principali, di cui la prima è dedicata alla situazione dell’apostolo in prigionia (1,12-26) e la seconda ai compiti della comunità (1,27; 2,18). La parte seguente tratta questioni concrete: i progetti futuri, lo stato di salute di Epafrodito, la lite delle donne. Infine, con parole inimitabili, viene un ringraziamento per il dono. Come al solito, saluti e benedizione chiudono la lettera (4,21-23). Ma all’interno di questa lettera, secondo gli esegeti, è stata inserita una seconda lettera che comprende il cap. 3 e qualche versetto del cap.4. Per questo divideremo lo scritto in due parti: la lettera A (1,1-3,1a; 4,2-7.10-23) chiamata "lettera dalla prigionia" e la lettera B (3,1b-4,1.8-9) chiamata "lettera polemica".

La lettera fu scritta probabilmente a Efeso (1,13; 4,22).

 

 

LA LETTERA DALLA PRIGIONIA
(1,1-3,1a; 4,2-7.10-23)

L’indirizzo
(1,1-2)

1Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. 2Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

Gli indirizzi nelle lettere di Paolo sono strutturati nel loro nucleo in modo uniforme e contengono tre elementi: mittente, indirizzo e saluto. A differenza dello stile epistolare greco contemporaneo, l’apostolo non elenca scheletricamente questi tre elementi, ma li riempie già di intenti e desideri ulteriori e li eleva così al livello di un’espressione teologica.

v. 1. All’inizio sta il mittente, com’è richiesto dallo stile. Paolo però unisce a sé qualcuno dei suoi collaboratori. In questa lettera si tratta di Timoteo. Si pone qui il problema in che misura Timoteo deve essere ritenuto corresponsabile nell’ideazione e configurazione della lettera. Paolo appare l’unico mittente. L’accenno a Timoteo nell’intestazione della lettera dipende dal fatto che questi era noto ai Filippesi e da loro ricordato con simpatia. Quale accompagnatore di Paolo durante il secondo viaggio missionario, Timoteo prese parte alla fondazione della comunità di Filippi e le rimase unito in modo strettissimo (At 16,1ss.). Fil 2,19-23 richiama alla memoria della comunità la prova che Timoteo diede di sé. Paolo associa a sé Timoteo e lo pone sullo stesso piano con l’espressione "servi di Gesù Cristo". Il termine "servo" o "schiavo" non significa soltanto abbassamento e umiltà. Certamente vuol esprimere la piena sottomissione e obbedienza a Cristo Signore, ma nello stesso tempo indica una persona che ha avuto un incarico particolare. Già nell’Antico Testamento i funzionari del re sono detti servi (1Sam 29,3; 2 Re 5,6; ecc.) per descrivere la particolarità della loro posizione. Il nome "servo" è quasi un titolo onorifico, ma per Paolo ha un significato religioso. Nell’AT sono chiamati servi di Dio soprattutto i grandi personaggi come Mosè, Davide, Abramo, Giacobbe o i profeti. Se questi uomini furono "servi di Jahvè", Paolo e Timoteo sono "servi di Gesù Cristo".

I destinatari della lettera sono "tutti i santi in Cristo Gesù" che sono a Filippi. Come Paolo e Timoteo sono i "servi di Gesù Cristo" così i fedeli di Filippi sono i "santi di Gesù Cristo". Il titolo impegnativo "i santi" non riguarda affatto la loro qualità morale, ma rimanda alla nuova base esistenziale che hanno acquistata come credenti in Cristo Gesù.

Cristo Gesù è il fondamento della loro santità. Quale comunione dei credenti la comunità si trova nella sfera determinata da Gesù Cristo, e per questo è santa. Certamente ne consegue che la santità raggiunta attraverso il legame con Cristo deve manifestarsi in una vita santa, cioè in un comportamento morale rispondente al dono ricevuto.

All’inizio di questa lettera si presenta per la prima volta un gruppo particolare nella comunità destinataria, gli episcopi e i diaconi. Si affaccia qui subito tutta una serie di problemi: chi sono questi episcopi e diaconi? Perché vengono menzionati nell’introduzione? E ancora: questi episcopi e diaconi esistevano soltanto nella comunità di Filippi o anche nelle altre comunità fondate da Paolo? Per ora prendiamo atto che nella comunità esisteva un collegio di episcopi e diaconi. 

 

PARTE PRIMA

PREGHIERA DELL’APOSTOLO
PER LA COMUNITÀ
(1,3-11)

L’esordio di questa lettera è il più lungo di tutte le lettere di Paolo e si articola in tre punti:

1) La preghiera di ringraziamento per la comunità (1,3-6);

2) Assicurazioni personali (1,7-8);

3) Intercessione per la comunità (1,9-11).

La base di tutta l’introduzione è la preghiera. Solo in questa lettere la preghiera di ringraziamento e quella di intercessione vengono accuratamente distinte l’una dall’altra.

 

Preghiera di ringraziamento per il buono stato della comunità
(1,3-6).

3Ringrazio il mio Dio ogni volta ch’io mi ricordo di voi, 4pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera, 5a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, 6e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.

v. 3. In questa lettera la preghiera di ringraziamento è particolarmente diffusa e questa circostanza fa pensare all’esistenza di ottimi rapporti tra l’apostolo e la comunità di Filippi. Nella lettera ai Galati, per es., si accentua fin dall’inizio una perturbazione e una crisi nel rapporto tra la comunità e il suo fondatore (Gal 1,6). Nella lettera ai Filippesi, Paolo si rivolge a Dio al singolare, ed è così sciolta la comunanza con Timoteo, sottolineata nell’indirizzo. L’accento personale della preghiera si esprime in quel "mio Dio" al quale è rivolta. I sentimenti dell’apostolo davanti a Dio sono colmi di riconoscenza al ricordo della comunità di Filippi: egli l’assicura infatti di ringraziare Dio ogni volta che la pensa.

v. 4. Questo versetto si presenta come una parentesi tra i vv. 3 e 5: Paolo prega con gioia per tutti loro. Risuona così per la prima volta l’accordo della gioia che determina i rapporti dell’apostolo con la comunità di Filippi. C’è una corrispondenza tra la preghiera di intercessione dell’apostolo per i Filippesi e la loro preghiera d’intercessione per l’apostolo prigioniero (1,19). Si deve dunque pensare che l’assicurazione della sua intercessione è collegata alla sua presente situazione di prigioniero.

v. 5. La pienezza di gratitudine che investe l’apostolo al pensiero della comunità di Filippi è motivata dalla "comunione con il vangelo" che essi hanno con lui. La comunione che lega una comunità cristiana con il vangelo è molteplice: in primo luogo essa è nata come comunità cristiana nel momento in cui ha ottenuto di partecipare al vangelo, così che il vangelo accettato per fede è la ragione della sua esistenza; in secondo luogo si esprime soprattutto in una diretta cooperazione all’annuncio del vangelo agli altri.

Questo impegno missionario dovette essere una caratteristica particolare della comunità di Filippi. Per lui prigioniero sarà stato una vera consolazione sapere che il vangelo continuava ad essere annunciato dai Filippesi, che si erano dedicati con impegno alla predicazione fin dal primo giorno.

v. 6. Il rendimento di grazie sfocia nella fiducia. Guardando all’inizio e agli sviluppi della comunità di Filippi. egli ha fiducia che la situazione resterà tale fino al "giorno di Cristo Gesù". Il buono stato della comunità è frutto della grazia divina. Dio ha iniziato un’opera eccellente nel momento in cui fece diventare i Filippesi una comunità vivente. "Il giorno di Cristo Gesù" è il giorno della rivelazione finale di Cristo (1Cor 1,7-8; 2Cor 1,14; ecc.). Insieme con la sua comunità Paolo sperò che questa fine fosse imminente.

 

Lo stretto legame tra Paolo e la comunità
(1,7-8)

7È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo. 8Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù.

v. 7. La preghiera di ringraziamento è conclusa. Paolo assicura la comunità che le sue espressioni precedenti sono sincere e riafferma il suo costante ricordo, la sua gioia, la sua fiducia. Sono i sentimenti del padre spirituale della comunità che erompono al ricordo di una creatura particolarmente amata. Il motivo del suo comportamento affettuoso è l’amore: "perché vi ho nel cuore". Il cuore, nella Bibbia, è il centro della vita interiore, spirituale, e quindi l’ "io". Paolo parla della sua grazia che non consiste solo nella sua vocazione apostolica, ma soprattutto nella sua sofferenza attuale: egli soffre per il vangelo. La sua prigionia può servire così alla difesa e al consolidamento del vangelo.

v. 8. Ciò che muove l’apostolo è certamente un amore di tipo personale, ma questo amore è elevato a un piano superiore perché è l’amore di Cristo Gesù, reso concreto nell’amore dell’apostolo. L’amore umano è purificato nell’amore di Cristo. E questo amore cristiano non è esclusivo privilegio dell’apostolo, ma si fonda nella comunione con Cristo alla quale ogni credente ha pieno accesso.

 

L’intercessione
(1,9-11)

9E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, 10perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, 11ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.

vv. 9-10. A questo punto diventa esplicito il contenuto della preghiera per la comunità. Il primo desiderio espresso nella preghiera per la comunità riguarda un amore sempre più abbondante: la vita cristiana deve essere sempre in crescita; se non progredisce avvizzisce. L’agàpe, l’amore è un dono dello Spirito (Rm 5,5) e va quindi chiesta nella preghiera. Questo amore divino deve prendere forma nei rapporti all’interno della comunità e con tutti gli uomini. Ciò che Paolo vuole insegnare alla comunità è che essa non deve sprecare sprovvedutamente l’amore operante in essa, ma deve realizzarlo in azioni degne e sensate: "in conoscenza e pienezza di discernimento".

Il fine è l’attuazione delle "cose che è opportuno fare". Appare qui chiaramente la differenza tra la dottrina ellenistica e giudaica sull’agire morale. Nella comunità cristiana i principi fondamentali sono determinati dall’agàpe e da questa viene dedotto l’agire.

La filosofia morale ellenistica procede in senso inverso; parte dalla situazione e cerca di stabilire ciò che è di volta in volta la cosa migliore. Per l’ebreo il punto di partenza è la legge, in base alla quale egli conosce la volontà di Dio e decide le cose da fare. "Puri e irreprensibili". Il loro comportamento deve brillare alla luce del sole come l’oro puro.

v. 11. "Puri e irreprensibili" ha qui il riscontro in "ripieni del frutto di giustizia": il frutto che consiste nella giustizia, che ci viene per mezzo di Gesù Cristo.

È il frutto dello Spirito Santo come è spiegato in Gal 5,22: "il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace pazienza, dominio di sé". "Ripieni del frutto di giustizia..." equivale alla santificazione divenuta possibile nella comunione con Cristo. Il senso della dossologia finale "a gloria e lode di Dio" significa che lo scopo ultimo della vita cristiana è Dio; essa consiste nel glorificarlo e lodarlo.

 

PARTE SECONDA

LA SITUAZIONE DI PAOLO NELLA PRIGIONIA
(1,12-26)

Per quanto parli di sé, Paolo scende ben poco nei particolari quando descrive la sua condizione. Invece che di se stesso, Paolo parla della sorte del vangelo: in questo modo fa capire ai Filippesi che non devono preoccuparsi di lui, ma del vangelo.

Possiamo dividere in cinque punti questa sezione:

1) Progresso del vangelo (1,12-14);

2) Predicatori diversi (1,15-18a);

3) Cristo viene glorificato (1,18b-20);

4) Vita o morte (1,21-24);

5) Speranza in un prossimo incontro (1,25-26).

 

Progresso del vangelo
(1,12-14)

12Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del vangelo, 13al punto che in tutto il pretorio e dovunque si sa che sono in catene per Cristo; 14in tal modo la maggior parte dei fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene, ardiscono annunziare la parola di Dio con maggior zelo e senza timore alcuno.

v. 12. Tra le tante notizie che Paolo avrebbe potuto scrivere sulla sua prigionia e le traversie giudiziarie ad essa connesse, una sola gli sembra importante: la sua condizione di prigioniero, contro ogni aspettativa, riusciva a vantaggio del vangelo, dell’annuncio, della causa apostolica.

Nella lettera di Paolo si nota che la sua vita è tutta orientata in base al vangelo. Egli scrive, per es., di essere stato segregato per il vangelo di Dio (Rm 1,1), di servire il vangelo nello Spirito (Rm 1,9) e di non vergognarsi del vangelo (Rm 1,16).

Vangelo e ufficio apostolico formano un nesso stretto in questa lettera: le vicende di Paolo sono quelle del vangelo che annuncia.

v. 13. Il primo vantaggio del vangelo consiste nel manifestarsi delle catene di Paolo "in Cristo". L’apostolo dice che la sua prigionia è ora diventata nota a un’ampia cerchia e che questo torna a vantaggio del vangelo. Egli allude probabilmente alle udienze pubbliche del tribunale che gli diedero l’occasione di sostenere la causa del vangelo.

v. 14. La testimonianza dell’apostolo nelle udienze pubbliche ha dato coraggio alla comunità locale per un annuncio più coraggioso del vangelo.

L’impegno dell’apostolo è un incentivo all’impegno dei cristiani, il suo coraggio accende il loro coraggio. Il loro nuovo ed efficiente impegno si basa sull’incoraggiamento nel Signore dato loro dalle catene di Paolo. Non è stato solo l’esempio umano a stimolare la comunità, ma l’azione della grazia divina.

 

Predicatori diversi
(1,15-18a)

15Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. 16Questi lo fanno per amore, sapendo che sono stato posto per la difesa del vangelo; 17quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle mie catene. 18Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene.

Le asserzioni di questa pericope sembrano essere in contraddizione con quelle del v. precedente. Lì si parlava di una predicazione sempre più coraggiosa, fondata sulla fiducia che le catene di Paolo avevano saputo infondere, qui apprendiamo con sorpresa che non tutti i predicatori sono elogiati da Paolo, anzi alcuni vengono aspramente rimproverati.

v. 15. Paolo si sofferma sull’aspetto soggettivo dei predicatori. Alcuni nel loro lavoro di predicatori sono mossi da invidia e polemica, altri da buone intenzioni. I primi sono quelli che sconvolgono e mettono in pericolo la vita comunitaria. Coloro che sono dominati dall’invidia e dalla polemica mostrano di essere "carnali" e di comportarsi "alla maniera degli uomini" (1Cor 3,3). I secondi sono coloro che, guidati da buone intenzioni, predicano Cristo per l’edificazione della comunità nell’amore.

vv. 16-17. La lode e la critica dei predicatori è in rapporto con il loro atteggiamento verso l’apostolo prigioniero. Gli uni sono guidati dall’amore, gli altri dall’egoismo. Questi ultimi non vogliono riconoscere il vero significato delle sue catene: negano il carattere di grazia alla prigionia dell’apostolo e la riconducono a un fastidio umano.

v. 18a. Paolo sa distinguere tra i predicatori e la parola predicata, assegnando alla parola una forza propria. La parola di Dio giunge al traguardo superando tutti gli ostacoli; il suo contenuto si afferma irresistibilmente (Is 55,10-11). Nell’esclamazione "Cristo viene annunciato" c’è quindi una grande fiducia in colui che sta dietro ad ogni predicatore e opera il "progresso del vangelo" (v.12), e anche in questa situazione di prigionia Paolo riesce a gioire.

 

Cristo viene glorificato
(1,18b-20)

18Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. 19So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, 20secondo la mia ardente attesa e speranza che in nulla rimarrò confuso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.

Con il v. 18b comincia qualcosa di nuovo. Lo sguardo è rivolto al futuro. Come il v. 13 descriveva un fatto del passato, così ora Paolo mostra le sue attese personali per il futuro.

v. 18b. La gioia qui espressa e orientata al futuro rappresenta il passaggio a un grado superiore rispetto a quella del v. 18a. Si potrebbe tradurre: "E non solo questo, ma mi rallegrerò veramente solo nel futuro". La situazione interiore di Paolo nell’attesa per il futuro è la gioia ed è in questa chiave che si devono leggere le riflessioni seguenti.

v. 19. La motivazione di questa gioia consiste in un sapere: "io so". Naturalmente questo sapere non si fonda su un calcolo umano, ma su un’esperienza religiosa originata dalla fede. Per specificare il contenuto del suo sapere non si serve di parole proprie, ma di un’espressione biblica.

Una citazione di Gb 13,16 (LXX) affiora improvvisamente nel testo, anche se non è riportata come citazione e gli stessi lettori di Filippi non l’hanno probabilmente colta come tale: "Questo servirà alla mia salvezza".

Per Paolo la salvezza si riferisce sempre al rapporto dell’uomo con Dio; è la salvezza eterna. Paolo quindi non si attende la liberazione e non spera tanto che tutto vada per il meglio davanti ai tribunali umani. Egli guarda alla propria salvezza finale. Per questo scopo confida nella preghiera dei fratelli e nell’assistenza dello Spirito di Gesù Cristo. La preghiera della comunità per l’apostolo è come un’eco della preghiera dell’apostolo per la comunità (v.3-4).

Egli li supplica di continuare a ricordarsi di lui nella preghiera. Quando Paolo invita le comunità a pregare per lui, lo fa di regola per cose personali: per essere custodito dai pericoli (Rm 15,30-31;2Cor 1,11; 1Ts 5,25) e perché la sua predicazione possa avere successo (Col 4,3; 2Ts 3,1-2). Egli conta però soprattutto sull’assistenza dello Spirito, così come viene assicurata in Mt 10, 20 al discepolo di Cristo trascinato davanti al tribunale degli uomini.

v. 20. La speranza contiene tre elementi: l’attesa del futuro, la fiducia e la pazienza. L’attesa timorosa, l’incertezza del futuro viene assorbita nella speranza gioiosa nutrita dalla fede. L’oggetto della speranza di Paolo è che Cristo venga glorificato pubblicamente nella sua persona, sia con la sua vita che con la sua morte. Paolo è cosciente di non essere proprietario della sua vita, perché egli è di Cristo. La vita che egli vive nella carne, la vive nella fede nel Figlio di Dio, "il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).

La glorificazione di Cristo può quindi avvenire in futuro in duplice modo: o con la libertà, e quindi con la possibilità di impegnare nuovamente tutte le sue forze per la predicazione del vangelo, o con la morte, testimoniando in essa la grandezza del suo Signore. Vita-morte è l’alternativa su cui procede il discorso, un’alternativa che non spaventa Paolo, ma lo riempie anzi di speranza, perché egli ha comunque davanti agli occhi la glorificazione di Cristo.

 

Vita o morte
(1,21-24)

21Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. 22Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. 23Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; 24d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne.

Questa pericope ci permette di gettare uno sguardo suggestivo nell’anima di Paolo. Siamo davanti all’alternativa: vita o morte. Paolo tratta la questione come chi ne è direttamente coinvolto, a faccia a faccia con la morte. Questo spiega non solo l’eccitazione di Paolo, che traspare nella scelta delle parole e nello stile spezzato, ma anche l’immediatezza e l’unicità delle sue affermazioni. Il nesso è costituito da questa conoscenza fiduciosa (vv. 19-20) della certezza che Paolo sente in qualsiasi circostanza perché tutta la sua esistenza è determinata da Cristo. Cristo è il punto di orientamento sul quale convergono tutte le riflessioni di Paolo.

v. 21. Ora Paolo parla strettamente di sé, anche se con lo sguardo sempre rivolto a Cristo. La frase fondamentale di questo versetto è: "Per me infatti il vivere è Cristo". Se questo "vivere" di Paolo si riferisse soltanto alla vita terrena, si ripeterebbe soltanto il v. 20. Inoltre, il pensiero successivo che la morte sarebbe un guadagno, risulterebbe del tutto estraneo e, in certo senso, addirittura non cristiano, dal momento che presenterebbe la morte desiderabile solo perché pone fine a una vita faticosa e insopportabile, e sarebbe una fuga nell’al di là immaginato migliore. "Il vivere" di cui parla Paolo parte certo dalla vita terrena e l’abbraccia totalmente, ma anche la trascende fondamentalmente. Non è la vita animale che è in questione, ma la vita divina che è Cristo in noi. Cristo è il fondamento portante di questa vita che è l’unica di cui Paolo s’interessi. La frase "il morire è un guadagno" ripropone una sentenza diffusa nell’ambiente greco (Platone, Apol. 40; Eschilo, Prom. Vinct. 747, 750-751; Sofocle, Antig. 463-464). La motivazione però è diversa nei due casi. Per gli scrittori e i filosofi greci la morte è la liberazione dell’anima dalla prigionia del corpo, la liberazione dello spirito dalla prigionia della materia. Per Paolo invece ciò che sta al di là della morte è un potenziamento di quanto conteneva già la realtà terrena, poiché è Cristo il fondamnto della vita. E la vita, che è Cristo, non può essere tolta dalla morte, ma solo accresciuta.

v. 22. Dopo aver parlato della morte come guadagno, ora si rivolge all’altra possibilità: la "vita nella carne". Questa possibilità di continuare a vivere in questo mondo viene considerata senza disprezzo perché crea spazio per un ulteriore lavoro apostolico. Il "frutto dell’opera" è il compito del messaggero del vangelo e del pastore d’anime, quell’opera che ha Dio (1,6) o Cristo (2,30) per autentico autore, ma che tuttavia ha bisogno dell’impegno umano (1Cor 9,1; 16,10; 3, 13-15).

L’apostolo prigioniero vuole dedicarsi di nuovo a questo impegno, ma fino a questo momento non ha potuto prendere decisioni per l’una o per l’altra possibilità. Egli guarda al di là della situazione concreta della sua prigionia che non gli lascia, al momento, alcuna effettiva possibilità di scelta. L’esito del processo è nelle mani degli uomini, ma al di là e al di sopra degli uomini c’è Dio, di fronte al quale Paolo pone la sua esistenza e prende le sue decisioni.

v. 23. L’angustia spirituale per questa scelta tra una morte fruttifera e una vita fruttuosa è grande. Egli è come preso tra due fuochi. Il termine sunèchomai (sono preso) indica una stretta che non lascia la presa, che non permette di liberarsi. La scelta è tra ciò che sarebbe meglio per lui personalmente (il desiderio di andarsene da questo mondo ed essere con Cristo) e ciò che sarebbe più necessario alla comunità ("il rimanere ancora nella carne è più necessario per il vostro bene").

Il suo desiderio di morire per essere con Cristo non è un egoismo spirituale. Paolo esprime un grande amore per Cristo, non un egoismo spirituale. Il suo impegno verso la vita è grande quanto l’aspirazione alla morte. Il suo desiderio di morire mira alla comunione totale e definitiva con Cristo che è il fine dell’esistenza e non una fuga dai disagi e dalle fatiche della vita presente.

L’ "essere con Cristo" viene introdotto come se si sapesse bene che quella è la destinazione di colui che muore. La preposizione "con" indica la comunanza di persone che sono insieme, si trovano insieme, si accompagnano tra di loro, operano insieme. Questa intensificata comunione con Cristo, che la morte rende possibile al credente, è per Paolo il bene desiderabile.

v. 24. L’apostolo prende ora la decisione nella scelta che lo angustia. Il desiderio di andarsene cede il posto alla necessità di rimanere. I fedeli hanno bisogno di lui e per questo egli deve restare; egli trova la soluzione del problema nel compito che gli è stato assegnato.

 

Speranza in un prossimo incontro
(1,25-26)

25Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, 26perché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo, con la mia nuova venuta tra voi.

v. 25. Sembra una contraddizione con quanto ha detto prima (v.20) e con quanto dirà dopo (v.27). Ma molto più semplicemente ci troviamo a leggere una confessione di fede più che una pagina di logica. Paolo coinvolge i Filippesi nei suoi pensieri e problemi personali, che lo assorbono ormai da lungo tempo, e non sono emersi solo mentre scriveva queste righe. Morire è la cosa migliore, rimanere è la più necessaria: questo è il risultato del suo ragionamento e così decide per ciò che è più necessario. Tutto questo non pregiudica affatto ancora la conclusione del processo, ma Paolo acquista comunque fiducia, una fiducia che non coltiva per sé, ma per la comunità (v.6). L’idea del rimanere viene ripetuta e intesa nel senso che i destinatari della lettera devono acquistare coscienza di questo fatto. Non si tratta qui di relazioni personali di natura privata, ma di progresso e di gioia nella fede. Il "progresso" riguarda naturalmente il vangelo, la fede, la vita comunitaria (v.12).

È significativo che Paolo non parli semplicemente della fede, ma della gioia della fede. Questa gioia che caratterizza la lettera A, è sempre una gioia fondata sulla fede dovuta allo Spirito Santo e che è tanto affine alla pace (Gal 5,22; Rm 15,13).

Se Paolo dice che rimarrà e continuerà a rimanere con la comunità di Filippi, ciò non significa una rinuncia a ulteriori piani missionari. Ma piuttosto si dovrebbe sentire sullo sfondo di questo ripetuto "rimanere" la speranza di vivere la parusia.

v. 26. Paolo distingue sempre nettamente tra il falso e il vero gloriarsi. Va escluso tutto quel gloriarsi con cui l’uomo porta avanti se stesso per affermarsi davanti a Dio: questa è la lotta di Paolo col giudaismo. Conta solo il gloriarsi in Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (Rm 5,11). Ci dobbiamo gloriare per l’azione salvifica di Dio per noi (Gal 6,14).

Si comprende così come tanto l’apostolo per la comunità quanto la comunità per l’apostolo possa essere motivo del gloriarsi (2Cor 1,14). Questo non si riferisce infatti all’uomo, ma a ciò che Dio ha operato in lui. Per questa ragione l’ "autogloriarsi" dell’apostolo non è mai fondato in se stesso, ma è radicalmente sempre a lode di Dio.

 

PARTE TERZA

I COMPITI DELLA COMUNITÀ
(1,27-2,18)

In linea di massima si può dire che le lettere di Paolo hanno una struttura bipartita: ad una parte più dottrinale segue una parte più parenetica. La lettera A si adegua a questo modello, in quanto inizia ora una sezione dal contenuto esortativo. Col "solamente" all’inizio del v.27 siamo già nel mezzo delle raccomandazioni alla comunità.

 

Lotta comune per la fede
(1,27-30)

27Soltanto però comportatevi da cittadini degni del vangelo, perché nel caso che io venga e vi veda o che di lontano senta parlare di voi, sappia che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del vangelo, 28senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo è per loro un presagio di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio; 29perché a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo; ma anche di soffrire per lui, 30sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e che ora sentite dire che io sostengo.

Ciò che caratterizza il brano è il tema: la comunità deve essere compatta se vuole affrontare con successo la lotta per la causa del vangelo. Essa è descritta come compagnia che si difende e attacca; il passo è dominato da termini del linguaggio militare: stèkein (stare saldi), sunazloùn (lottare), agòn (lotta).

v. 27. L’esortazione è generica, ma, proprio per questo contiene tutto: essi devono comportarsi in modo degno del vangelo di Cristo. Presentando qui come norma il vangelo di Cristo, non lo si intende certo come codice morale o libro scritto, ma come messaggio annunciato: essi devono vivere come gente convertita dal vangelo. L’imperativo politeùesthe deriva da polis e significa "essere cittadini di una città"; il verbo indica anche i diritti e i doveri del cittadino. Paolo ha scelto volutamente il termine politeùesthe per ricordare ai Filippesi quella nuova base di comunione che essi hanno raggiunta nella comunità mediante il vangelo. Essi devono comportarsi come si conviene a uomini riuniti in una nuova comunione, in una vita comunitaria degna del vangelo. Si pensa al comportamento della comunità nell’ambito pagano circostante. Il "vivere la vita di comunità in modo degno" significa stare saldi in un solo Spirito che anima la comunità e le dà la possibilità di stare salda. La lotta è sostenuta a causa della fede che nasce dal vangelo.

v. 28. Paolo ora diventa più concreto e parla di avversari che cercano di intimidire i Filippesi. La saldezza e unità della Chiesa rappresenta un segno per gli avversari: essi vi devono riconoscere la propria rovina e la salvezza della comunità da loro oppressa. I segni efficaci vengono da Dio; l’apostolo li può solo annunciare. Il segno della salvezza e dell’unità della Chiesa è l’opera di Dio e produce salvezza per i credenti e rovina per gli avversari.

v. 29. I Filippesi hanno ricevuto un grande dono: quello di credere in Cristo e quello di patire per lui. Solo nella fede, che è grazia, si può apprezzare il patimento per Cristo come dono.

v. 30. Paolo riporta il discorso sulla sua persona e lo fa in modo nuovo: egli ha in comune con loro la medesima lotta. I Filippesi devono prendere esempio nel loro patire guardando all’apostolo che un tempo videro nella tribolazione. Paolo parla in 1Ts 2,2 di patimenti e oltraggi sofferti a Filippi e At 16,11 ss. ne conservano il ricordo.

 

Esortazione alla concordia e alla stima reciproca
(2,1-4)

1Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti.
3Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.

Questa pericope va vista in stretto rapporto col successivo inno a Cristo. Essi si integrano reciprocamente: questa pericope prepara l’inno a Cristo, e l’inno a Cristo motiva essenzialmente l’esortazione.

v. 1. L’esortazione iniziata con 1, 27 è giunta a una svolta: finora si è parlato della necessaria unanimità nella lotta per la fede. Ora si esige la concordia dei membri della comunità tra di loro.

Paolo pone insistentemente quattro concetti davanti agli occhi dei Filippesi: esortazione in Cristo, conforto dell’amore, comunione dello Spirito, affetto tenero e misericordia.

La paraclèsis (esortazione) è l’appello accorato, la supplica insistente e le parole di incoraggiamento che portano consolazione. Paramùthion agàpes (conforto dell’amore). Il verbo paramutheìsthai implica "porsi a fianco di qualcuno e parlargli, dare buoni consigli, stimolare a qualcosa, allettare mediante la speranza, persuadere, convincere, consolare". Ancor più di parakalèin questo verbo indica l’immediatezza del discorso individuale, personale. L’amore tenero e misericordioso è quello di Dio che è donato agli uomini e determina il loro rapporto reciproco. Questa introduzione insistente sull’unione e l’amore reciproco non vuole mettere in dubbio l’amore, la partecipazione allo Spirito e la buona disposizione dei Filippesi. È motivata dall’imperativo che segue "rendete piena la mia gioia".

v. 2. L’imperativo riguarda la gioia che i Filippesi devono portare a compimento, comportandosi come se avessero un’anima sola.

L’esortazione al "medesimo sentire" si trova anche in Rm 12, 16. Il fronèin (sentire, pensare) si trova spesso in Paolo in contesti dove si tratta del retto o falso rapporto personale tra i membri della comunità (1,7; 4,2.10; Rm 12,3-16; 15,5). "Abbiate lo stesso amore" è un’espressione unica in Paolo e non mira all’uniformità del loro amore, ma all’identità d’indirizzo del loro volere. L’invito insistente alla concordia ha certo anche a che fare con Evodia e Sintiche (4,2), ma qui l’apostolo parla ancora per tutti in generale.

v. 3. La frase è caratterizzata da un contrasto. Si rigettano in forma esclamatoria due vizi che disturbano particolarmente la vita della comunità "spirito di parte" e "vanagloria". A questi si contrappone l’umiltà che porta a stimare gli altri più di se stessi. Per la sopravvivenza della comunità è indispensabile un comportamento ispirato a sentimenti di umiltà. L’esempio dell’umiltà cristiana negli scritti di Paolo è Gesù Cristo, come vedremo subito in 2,6-1.

v. 4. Anche questa esortazione risponde a un pensiero molto ripetuto da Paolo. Egli lo esprime in diversi contesti: si lamenta dei suoi aiutanti dicendo che "pensano ai propri interessi e non a quelli di Cristo Gesù" (2,21); trattando della carne sacrificata agli idoli che alcuni non osano mangiare, esorta a un reciproco rispetto con le parole: "nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma quello altrui" (1Cor 10,24), nella stessa misura in cui può affermare di se stesso che egli non cerca il proprio vantaggio, ma quello di molti, affinché "siano salvi" (1Cor 10, 33): è proprio dell’amore il non cercare il proprio interesse (1Cor 3,5). Qui l’accento è posto sull’ammonimento positivo che capovolge il rimprovero: ognuno pensi anche agli interessi degli altri!

 

Versetto di collegamento
(2,5)

5Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

Si può capire questo versetto soltanto se lo si considera veramente come legame tra due sezioni: è orientato in avanti, verso l’inno di Cristo, e tuttavia vi riecheggiano ancora le esortazioni dei vv. 1-4 come prova il verbo fronèin (sentire). Le esortazioni rivolte alla comunità vengono congiunte con una motivazione essenziale che verrà esposta appunto nell’inno a Cristo. Il v. 5 prepara questa motivazione. L’imperativo: "Sentite tra voi questo" non si deve quindi intendere come ricapitolazione degli inviti precedenti all’unanimità, altrimenti si ridurrebbe ad una affermazione banale. Esso invece vuol dire: la norma del retto sentire è data dal sentire in Gesù Cristo. Il tema è sempre ancora il sentimento che deve regnare tra i Filippesi nei loro rapporti reciproci. Perciò è del tutto fuori strada l’interpretazione che legge: "Sentite in voi" o "Abbiate in voi".

Essa contraddice non solo al contesto, ma anche al carattere transitivo di fronèin; si tratta del loro comportamento reciproco, Quindi; "Sentite tra di voi" o "Abbiate tra di voi".

Allora non si potrà però più intendere "in Cristo Gesù" in senso esemplare, come se si rinviasse all’esempio di ciò che Cristo Gesù sente in sé. La traduzione migliore ci sembra questa: "Sentite tra di voi ciò che bisogna sentire per il fatto di essere in Cristo Gesù".  

L’espressione "in Cristo Gesù" significa "nell’ambito della signoria di Cristo" (Kaesemann), "il legame con Gesù Cristo ottenuto nella Chiesa" (Bonnard), "nella fede in lui" (E. Schweizer): è un trovarsi nella sfera d’influsso e di potenza del Cristo personale. Questo essere e vivere in Cristo implica un rapporto individuale e un rapporto sociale, e nessuno di questi due rapporti va trascurato, perché ambedue si condizionano a vicenda. L’essere in Cristo è materialmente identico con l’appartenenza al "corpo di Cristo" nel quale i singoli vengono incorporati mediante il battesimo. L’imperativo del v. 5 si richiama quindi a quell’essenziale rapporto con Cristo che i Filippesi hanno stabilito mediante la fede e il battesimo.

 

L’inno a Cristo
(2,6-11)

6il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

L’inno a Cristo è per molti versi problematico. Esso rappresenta un tutto chiuso in se stesso in forza del suo tema; tanto che lo si può perfino togliere dal contesto. Anche se Paolo assume nei suoi scritti formule di confessione di fede, o altre proposizioni già preesistenti, non si trova da nessuna parte un complesso unitario così esteso. Paolo inserisce questo inno a Cristo senza comporlo ad hoc. Ma non possiamo stabilire se lo abbia scritto lui stesso in un tempo precedente o lo abbia preso da qualche testo tradizionale della comunità. L’inno è stato inserito organicamente nel contesto ed è soprattutto il v.8 a creare questo nesso: "umiliò se stesso" richiama alla memoria l’invito all’ "umiltà di sentimenti" del v.3, mentre "diventò obbediente" riecheggia il "foste sempre obbedienti" del v. 12.

A) L’umiliazione.

v. 6. L’interesse dell’inno non è rivolto o incentrato su una definizione dell’essere di Cristo nel mondo di Dio, ma sugli eventi che hanno preso le mosse da quel punto. Il v. ci presenta i primi inizi di una riflessione sull’essere preesistente di Cristo: prima di esistere come uomo "esisteva di un’esistenza divina". Il Cristo celeste non credette di dover trattenere per sé la sua uguaglianza con Dio. Nella letteratura giudeo-ellenistica si parla ripetutamente con disprezzo di uomini che credono di essere simili a Dio: Filone definisce "amante di sé e ateo" chi pensa di essere simile a Dio (Leg. all. 1,49), Flavio Giuseppe vuole incutere spavento raccontando dell’uccisione di Gaio, il quale vaneggiava di essere un dio (Ant. 19,1 ss.). Se si confrontano questi giudizi impregnati di spirito biblico con Fil 2,6, si può pensare che "nell’uguaglianza con Dio" detta di Cristo, si voglia anche affermare che ciò gli appartiene e appartiene a lui solo di diritto. I Padri della Chiesa vedono qui espressa l’idea di una legittimità dell’essere simile a Dio.

v. 7. Il testo prende le mosse da Dio, ma pone l’attenzione sull’incarnazione e l’esistenza terrena del Cristo. Il pensiero si svolge in modo che la concretezza e la drammaticità vadano aumentando. "Alienò se stesso" viene spiegato con "esistenza di schiavo"; se il significato è ancora poco chiaro, con l’ulteriore precisazione "simile (o uguale) agli uomini", tutto il discorso arriva a una certa conclusione: il mondo di Dio è interamente abbandonato, l’inferiore mondo umano è definitivamente raggiunto. Cristo abbandonò ciò che possedeva. Dio divenne uomo. La separazione esistente tra il mondo di Dio e il mondo degli uomini potè essere superata solo con questo passo. L’inno non si preoccupa di discutere la questione delle "nature" di Cristo nel senso della dogmatica posteriore, ma vuole esprimere l’incarnazione dell’essere divino. Questa affermazione sarebbe sminuita dall’ipotesi di una pura variazione nel modo di manifestarsi. Egli esisteva dell’esistenza di Dio, ma svuotò se stesso e iniziò un’esistenza di schiavo. Avviene un mutamento fondamentale; alla determinante della divinità subentra la determinante della schiavitù. È sorprendente che non si parli immediatamente dell’essere uomo, ma dell’essere schiavo. Il Preesistente assume liberamente su di sé la schiavitù dell’essere uomo. Di solito si interpreta la doulèia come la schiavitù dell’umanità sotto le potenze di questo mondo (cfr. Gal 4,3-4; 8-9; Rm 8,21; Col 2,20; Eb 2,15); con l’espressione "divenne uguale agli uomini" si conclude la descrizione dell’incarnazione. Cristo si mise nella condizione comune degli uomini ed entrò nella loro storia. All’autore dell’inno interessa affermare la piena e totale incarnazione di Cristo, la sua conoscibilità, sperimentabilità, dimostrabilità, la sua concreta e reale esistenza di uomo.

v. 8. L’umiliazione di Cristo è la sua subordinazione all’ordine del mondo, il riconoscimento obbediente della nullità fondamentale della creatura umana. È il radicale limitarsi ad un’esistenza umana nel senso del concreto agire e patire storico, effettivo riconoscimento della casualità e limitatezza del vivere umano in tutta la sua dipendenza e condizionamento, nella sua provvisorietà e frammentarietà. L’entrare ubbidendo nel tessuto dell’esistenza terreno-contingente trova la sua espressione più efficace nella morte, perché questa documenta nel modo più evidente la limitatezza di tale esistenza. L’accettazione della morte significa l’estremo sì alla via assegnata, la quale giunge così al suo punto finale. In tale prospettiva la morte di questo essere non è vista in sé come un aspetto salvifico, ma come il punto più profondo di una vita umana percorsa nell’obbedienza. Nell’umiliazione l’essere divino si è rivelato come uomo, nella carne. Oltre che della morte si parla ora anche del suo modo particolare di morte sulla croce. Questa precisazione ha il valore di un’ulteriore accentuazione o di un’illustrazione. Bisogna osservare che la morte di croce è intesa come morte salvifica.

B) L’innalzamento.

v. 9. Il v. 9 segna la grande svolta. Dopo che colui che si è umiliato è giunto al punto più profondo della sua via e sembra che per lui sia finita, Dio interviene e agisce. Finora ha agito il Preesistente, che si è liberamente umiliato; adesso egli diventa oggetto dell’iniziativa divina. Il nesso tra la prima e la seconda parte è costituito da diò (per questo). Questo diò o diò touto è caratteristico dello schema biblico di umiliazione o di innalzamento (Is 53,12 (LXX); Sap 4,14; Ez 21,31; Lc 14,11; 18,14; Mt 23,12; Gc 4,6-10). L’innalzamento operato da Dio è cosi presentato come risposta e reazione di Dio all’umiliazione dell’uomo. Agendo Dio premia l’ubbidienza prestatagli: se si deve presupporre lo schema biblico, non si può escludere l’aspetto del premio. Il Cristo non fu innalzato allo stato di prima della sua umiliazione-incarnazione quando si trovava nella sua esistenza divina, ma il v. intende illustrare la sua posizione di sovranità acquistata, una posizione che tutto sovrasta. Il contenuto della seconda parte dell’inno è imperniato su questa idea centrale.

L’uperùpsosen (l’ha innalzato sopra) viene ripreso nel Nome che è "sopra" ogni nome. Questo nome che gli è ora attribuito, il nome di Kyrios, Signore Dio, gli spetta in forza di un atto di grazia divino. Theòs echarìsato autò to ònoma significa appunto: Dio gli diede come grazia il nome. Questo è l’unico passo nel NT in cui si parli di una chàris (grazia) data a Cristo.

Nell’attribuzione del nome si esprime l’antichissima credenza per la quale il nome è qualcosa di reale, "una parte della natura della personalità nominata, partecipe delle sue proprietà ed energie" (Bauer). Nell’upèr (sopra) sottolineato due volte c’è però una componente spaziale. Secondo la presupposta immagine del mondo, Cristo viene innalzato alla più alta sommità del cielo. I "nomi" sotto di lui, ora sottomessi alla sua signoria, comprendono tutti gli altri esseri. La seconda parte di questo inno rassomiglia al rituale di intronizzazione di un sovrano; innalzamento e attribuzione del nome corrispondono qui agli atti di presentazione e proclamazione.

v. 10. Ciò che segue porta decisamente l’impronta di una citazione di Isaia: "Volgetevi a me e lasciatevi salvare, voi dai confini della terra! Io sono Dio e non c’è altri fuori di me. Ho giurato per me stesso, dalla mia bocca uscirà giustizia, le mie parole non torneranno indietro: davanti a me si piegherà ogni ginocchio, ed ogni lingua confesserà Dio e dirà: giustizia ed onore giungano a Lui, e siano perduti tutti coloro che se ne separano. Dal Signore è proclamata giusta e in Dio è glorificata tutta la generazione dei figli d’Israele" (Is 45,22-25 LXX). In Isaia questo testo è riferito a Jahvè giudice.

Il nuovo orientamento di Fil 2,10-11 consiste anzitutto nel fatto che ora tutto è radicalmente riferito a Cristo: tutte le ginocchia si piegheranno "nel nome di Gesù". È vero che quanto avviene è essenzialmente legato a Dio, il quale presenta il nuovo Signore, ma l’intenzione del testo è che il mondo si piega di fronte all’eletto. "Nel nome" va inteso in senso stretto. L’espressione equivale a "invocando, nominando il nome di Gesù". Il nome di Gesù in questo punto dell’inno può servire soltanto a sottolineare la realtà umana di colui che è stato innalzato.

"I celesti, i terrestri e i subterreni" sono le potenze spirituali, sia quelle al servizio di Dio che quelle nemiche di Dio. La demonologia e l’angelologia giudaica sottolineò sempre la suprema sovranità di Dio su tutte le potenze create, mentre quella pagana parlò anche di potenze del destino, che dominano il cosmo e i suoi ordini. L’autore dell’inno pensa a queste potenze del destino, nemiche di Dio. La lettera di Ignazio ai Tralliani 9,1 conferma questa lettura: "Egli realmente fu crocifisso e morì alla presenza delle potenze del cielo, della terra e degli inferi". L’omaggio delle potenze è quindi qualificato come sottomissione, e l’inizio della sovranità del nuovo Signore come cambio di dominio. Al posto delle potenze che tengono schiavo il mondo è subentrato un nuovo dominatore del cosmo: quelli che finora hanno dominato si devono piegare davanti a colui che ha spezzato la loro signoria.

v. 11. Il gesto dell’inginocchiarsi e il riconoscere Gesù Cristo come legittimo Signore, formano insieme l’acclamazione di riconoscimento, il terzo atto dopo la presentazione e la proclamazione. Gesù Cristo non viene presentato come Signore della comunità cristiana, ma come Signore dell’universo; infatti solo la signoria sull’universo corrisponde all’onore prestatogli dalle potenze cosmiche del cielo, della terra e degli inferi. Il nome del Signore, collegato alla citazione dell’AT, va equiparato al nome di Jahvè nell’AT: Gesù Cristo è il Signore Dio Jahvè. Il Gesù Cristo innalzato possiede qualcosa in più rispetto alla sua preesistenza. Questo "più" non si nota però visibilmente ed immediatamente perché la sua manifestazione avviene soltanto nell’ambito delle potenze, non pubblicamente nel mondo, restando così ancora fondamentalmente latente per il mondo degli uomini. La Signoria di Cristo è colta soltanto nella comunità cristiana, che canta appunto questo inno, e sa che tutto si è già compiuto in Cristo. Essa però attende nella fede che la Signoria del Kyrios si manifesti pubblicamente al mondo. La seconda parte dell’inno attribuisce ad un altro quel nome di Kyrios che prima era indiscusso monopolio di Dio: si presenta così il problema del rapporto tra il Kyrios Ièsous e Dio. L’inno non si pone ancora questo problema, ma semplicemente mette al centro l’agire del Theòs che innalza. In Paolo però si desta la riflessione ed egli risolve la questione ponendo la signoria di Cristo in funzione della gloria del Padre. Testi come 1Cor 3,23; 11,3; Rm 15,7, dimostrano questo orientamento, più che evidente in 1Cor 15,24: "Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato potestà e potenza". E in Cor 15, 28 conclude questa questione; "E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti". Con la gloria di Dio Padre è raggiunta la finalità ultima di quell’evento salvifico che culmina nell’elevazione di Cristo a Kyrios, a Signore Dio.

 

Comune sollecitudine per la salvezza
(2,12-13)

12Quindi, miei cari, obbedendo come sempre, non solo come quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano, attendete alla vostra salvezza con timore e tremore. 13È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni.

v. 12. Questo v. rappresenta un nuovo punto di partenza; vengono ripresi e continuati gli ammonimenti dei vv. 1-4. Al centro sta sempre ancora l’intera comunità e la reciproca responsabilità dei membri perché l’amore fraterno non sia minacciato. L’inno a Cristo appena citato ha ricordato alla comunità l’avvenimento salvifico in cui essa è coinvolta sottolineando il fatto che Cristo ha assunto la bassezza dell’esistenza umana e si è fatto obbediente: poiché essi sono posti in Cristo Gesù, devono ora trattarsi reciprocamente con umiltà.

Paolo sottolinea anzitutto la loro obbedienza: non la esige direttamente, ma l’afferma e confermandola l’esige. Questa discrezione nell’ammonire caratterizza la lettera A. Nell’accennare a sé e alla sua lontananza attuale, è evidente che l’obbedienza è quella verso di lui e non c’è motivo per pensare che si tratti di quella dovuta agli episcopi e diaconi di Filippi.

L’imperativo introdotto con discrezione dice che essi devono operare la loro salvezza "con timore e tremore". Timore e tremore nei confronti di Dio e degli uomini; sono la trepidazione di uomini giunti alla presenza di Dio, di uomini nei quali Dio ha iniziato la sua opera. Per questo l’espressione rappresenta già un passaggio alla proposizione seguente. I vv. 12 e 13 costituiscono un’unità.

v. 13. Questa frase sembra capovolgere ciò che il v. 12 ha affermato; tuttavia questa tensione tra l’incoraggiamento ad operare e la constatazione che è Dio che opera non deve essere abolita. L’opera divina e umana si intessono, in modo però che l’agire divino rende possibile quello umano e inoltre lo esige. Le due proposizioni non si integrano a vicenda, ma si motivano reciprocamente: "Poiché Dio opera tutto, voi dovete operare tutto" (Bornkamm).

Nel v. 13 en emìn vuol dire "tra di voi" e si riferisce alla comunità: di nuovo si fa appello al loro comune volere e operare che li sostiene e li edifica reciprocamente. Tale volere e operare viene da Dio: volere e operare abbracciano tutto l’arco dei modi interni ed esterni del comportamento interpersonale (cfr. Rm 7, 15-21).

Un punto discusso della frase è l’asserzione finale "nella sua benevolenza". Se la si congiungesse con quanto segue si otterrebbe un senso più scorrevole, ma si priverebbe l’espressione di una sfumatura non indifferente: il v. 13 presenta Dio come benevolo operatore e custode della loro comunione.

 

La comunità nel mondo
(2,14-16)

14Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, 15perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, 16tenendo alta la parola di vita. Allora nel giorno di Cristo, io potrò vantarmi di non aver corso invano né invano faticato.

Anche se ora nelle riflessioni è coinvolto esplicitamente il "mondo", lo sguardo resta rivolto alla comunità; non si tratta, cioè del compito missionario della comunità nel mondo, ma della sua esistenza nel mondo.

v. 14. La comunità deve agire senza mormorazioni e senza diffidenze. La mormorazione costituì il pericolo del popolo di Dio nel deserto, in una situazione nella quale possedeva la promessa della terra, ma non vi era ancora giunto. A differenza dal greco profano, dove significa scontentezza per una meta non raggiunta, il termine gongùzein nella bibbia greca si riferisce all’atteggiamento dell’uomo che si allontana da Dio; il suo contrario è l’ascolto ben disposto della voce di Dio. Anche dialoghismòs è un termine proprio dello stile della bibbia greca, ove descrive spesso, come il mormorare e il brontolare, un atteggiamento di lontananza da Dio. Qui il termine significa la riserva del dubbio, della differenza: chi è animato da una tale riserva non è libero nel servizio di Dio e per la comunità. Le raccomandazioni di Paolo fanno capire che egli conosce la debolezza e l’incertezza nella fede dei destinatari della sua lettera.

v. 15. Al centro del v. sta una citazione di Dt 32,5. Essa proviene dal cantico di Mosè che inizia contrapponendo la fedeltà di Dio all’iniquità del popolo e chiama il suo popolo "generazione falsa e perversa". Il fine inteso da questo v. è che la comunità sia irreprensibile, incorrotta e senza difetti come devono essere i figli di Dio. Per l’azione della grazia di Dio, la comunità si distingue dal suo ambiente circostante. Questo rapporto è descritto nel confronto luce tenebre, tanto frequente nel linguaggio biblico (Is 60, 3). I cristiani sono i figli di Dio nel mondo. Essi sono paragonati a luce e a lampade che illuminano l’oscurità.

v. 16. Per essere la luce del mondo bisogna mantenersi saldamente attaccati alla parola di vita che è il vangelo. Solo qui Paolo definisce il vangelo "parola di vita", cioè parola comunicatrice di vita eterna. Proseguendo la frase, l’apostolo ritorna a se stesso: è da lui che hanno ricevuto la parola di vita, e questo spiega la sua sollecitudine per la comunità. Il vero motivo della gloria è fondato sulla grazia. Paolo è il servo di Cristo Gesù (1, 1) che nel giorno del giudizio dovrà rendere conto al Signore dell’opera di Dio (1, 6). Paolo prende la sua responsabilità molto seriamente perché teme la possibilità di aver corso o faticato invano.

 

Gioia comune
(2,17-18)

17E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi. 18Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.

Paolo ricorda nuovamente alla comunità la possibilità del suo martirio. L’esortazione dei vv. 14 - 16 terminava con la prospettiva del giorno del Signore e con la speranza di Paolo di poter essere ancora in vita nel giorno della parusia. L’altra via che porta a questo traguardo è per Paolo la morte. E questo motiva l’espressione avversativa del v. 17: "Ma quand’anche io sia versato in libagione..."

v. 17. Il motivo della gioia di Paolo e dei Filippesi non è l’eventuale morte dell’apostolo, ma il sacrificio e l’offerta a Dio della loro fede. Si deve interpretare la fede, in senso ampio, includendo tutto ciò che riguarda il loro agire e vivere nella fede, incluse le loro preghiere, i loro sforzi missionari e anche il sostegno dato a Paolo. A questo sacrificio e offerta a Dio compiuta dai Filippesi, Paolo aggiunge dall’esterno il suo martirio come libagione.

v. 18. Il motivo della gioia del v. 17 è la vita di fede della comunità alla quale si unisce anche Paolo. Ora invece si tratta della gioia tutta personale di Paolo, che invita i Filippesi a prendervi parte ("rallegratevi con me"), di una gioia legata alla sua condizione nella quale si prospetta il martirio. Se questo verrà, non dovranno scoraggiarsi, ma ricordarsi della sua gioia.

 

PARTE QUARTA:

PIANI, RACCOMANDAZIONI E RINGRAZIAMENTO
(2,19-3,1a; 4,2-7.10-20)

Al termine della lettera A, come spesso al termine delle sue lettere, Paolo si sofferma a parlare di cose personali, ma anche in questa parte conclusiva il suo linguaggio è sempre annuncio evangelico, parola pastorale.

 

La missione di Timoteo
(2,19-24)

19Ho speranza nel Signore Gesù di potervi presto inviare Timòteo, per essere anch’io confortato nel ricevere vostre notizie. 20Infatti, non ho nessuno d’animo uguale al suo e che sappia occuparsi così di cuore delle cose vostre, 21perché tutti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo. 22Ma voi conoscete la buona prova da lui data, poiché ha servito il vangelo con me, come un figlio serve il padre. 23Spero quindi di mandarvelo presto, non appena avrò visto chiaro nella mia situazione. 24Ma ho la convinzione nel Signore che presto verrò anch’io di persona.

La pericope riguarda un previsto invio a Filippi di Timoteo, che firmò come mittente questa lettera A, che è una specie di lettera di raccomandazione per Timoteo.

Le intenzioni manifestate presuppongono una vicinanza geografica a Filippi e valgono come indizio di una composizione della lettera durante una prigionia ad Efeso.

v. 19. Paolo non fa i suoi piani in base a riflessioni umane, ma nel Signore, nella coscienza del suo legame vivo col Signore Gesù. Il nome di Timoteo ricorre 24 volte nel NT. Secondo 1Ts 3,1-2, Paolo lo mandò da Atene a Tessalonica affinché consolidasse ed esortasse la comunità, per poi ritornare indietro. Secondo 1Cor 4,17; 16,10 egli si recò con incarico simile a Corinto, per ritornare poi ugualmente dall’apostolo dopo una breve permanenza.

Anche il viaggio a Filippi non deve durare a lungo perché Paolo vuole avere notizie della comunità.

Questo intento è congiunto a una nobile esortazione: le notizie portate da Timoteo devono incoraggiare Paolo.

v. 20. Paolo loda il suo collaboratore elogiandone soprattutto la sincerità dell’impegno missionario: è un uomo fidato che condivide appieno il pensiero e i programmi di Paolo.

Timoteo supera tutti gli altri collaboratori di Paolo e ha dato buona prova di sé soprattutto agli occhi della comunità di Filippi. Prendendosi a cuore gli interessi della comunità, Timoteo si preoccupa, in definitiva, degli interessi di Gesù Cristo (v.2).

La frase sottolinea quanto l’apostolo fosse legato a questo collaboratore per la sua buona condotta, e testimonia che sul piano cristiano non è determinante l’impegno concreto in sé, ma l’intenzione che lo anima. Prendersi sinceramente a cuore gli interessi degli altri è cosa degna di lode; è appunto tale qualità che viene qui attestata a lode di Timoteo (cfr. 1Cor 16,10).

v. 21. Questo v. sviluppa antiteticamente il v.20: come Timoteo si prende a cuore ciò che riguarda la comunità di Filippi, così "tutti" gli altri cercano i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo. Paolo parla dei suoi collaboratori stretti, quelli che ha a disposizione in quel momento. A differenza di Timoteo, gli altri collaboratori mancano di una dedizione pura e disinteressata. Paolo non li allontana da sé, ma il suo rapporto con loro è fortemente turbato. La collaborazione con l’apostolo richiede un impegno totale, anima e corpo.

v. 22. Il pensiero ritorna a Timoteo, la cui affidabilità viene ricordata alla comunità che lo conosce fin dalla sua fondazione: in ogni circostanza Timoteo aveva dato buona prova di sé. Paolo sottolinea la loro attività comune, il loro servizio per il vangelo. Il servizio di schiavo per il vangelo non umilia, ma nobilita. Per sottolineare l’unione con Timoteo, Paolo usa l’immagine di padre e figlio e la applica a sé e a Timoteo (cfr. 1Cor 4,17). La comunità dovrà prendere atto che Timoteo viene a Filippi come rappresentante di Paolo, dotato di piena autorità, e dovrà accoglierlo con la dovuta reverenza.

v. 23. Apprendiamo la ragione per cui la missione di Timoteo non è ancora possibile al momento in cui parte la lettera A: la situazione incerta dell’apostolo non permette di stabilire quale esito avrà il processo.

v. 24. Riappare la speranza che diventa confidenza e fiducia nel Signore che lo può salvare. Se ciò accadrà, Paolo stesso potrà presto mettersi in viaggio per Filippi.

 

Il ritorno di Epafrodito
(2,25-30)

25Per il momento ho creduto necessario mandarvi Epafrodìto, questo nostro fratello che è anche mio compagno di lavoro e di lotta, vostro inviato per sovvenire alle mie necessità; 26lo mando perché aveva grande desiderio di rivedere voi tutti e si preoccupava perché eravate a conoscenza della sua malattia. 27È stato grave, infatti, e vicino alla morte. Ma Dio gli ha usato misericordia, e non a lui solo ma anche a me, perché non avessi dolore su dolore. 28L’ho mandato quindi con tanta premura perché vi rallegriate al vederlo di nuovo e io non sia più preoccupato. 29Accoglietelo dunque nel Signore con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui; 30perché ha rasentato la morte per la causa di Cristo, rischiando la vita, per sostituirvi nel servizio presso di me.

Questa pericope ha al centro una persona della cerchia dell’apostolo, Epafrodito. Egli è membro della comunità di Filippi dalla quale fu inviato a Paolo per consegnare un’offerta per le necessità del prigioniero (4,18) e per restargli vicino.

La comunità voleva esprimere in questo modo la sua partecipazione in forma materiale e personale. Epafrodito diventa così il testimone eloquente dell’ottima intesa tra Paolo e i Filippesi.

v. 25. Paolo elogia Epafrodito come fratello, compagno di lavoro e di combattimento, sottolineando così il suo impegno attivo per la causa dell’apostolo e quindi per la causa del vangelo. Come portatore dell’offerta e rappresentante della comunità egli svolse un servizio straordinario: la sua funzione ha valore religioso e per questo può essere chiamato leiturgòs, liturgo.

v. 26. Paolo espone i motivi per cui si sentì spinto a rinunciare ai servizi di Epafrodito.

Il testo indica, sia pure con grande delicatezza, che Epafrodito ha interrotto anzitempo la sua permanenza vicino all’apostolo e quindi in un certo senso è venuto meno alla sua missione.

Vengono indicati due motivi: nostalgia e malattia. La sua debolezza viene interpretata, con carità cristiana, positivamente; la nostalgia diventa, nella interpretazione di Paolo, una nostalgia per tutti loro. E Paolo usa qui le stesse parole con cui descriveva la propria nostalgia della comunità in 1,8.

La malattia è presentata come preoccupazione della comunità. Forse i Filippesi avevano messo in dubbio la serietà della malattia di Epafrodito.

vv. 27-28. Di fronte a un tale sospetto, Paolo difende energicamente Epafrodito. La malattia fu seria, anzi tale da implicare un pericolo di morte; così quello che doveva essere un alleggerimento per l’apostolo, divenne un peso in più.

Se la malattia fosse stata mortale, l’apostolo avrebbe avuto una pena in più. Ma ciò non avvenne: Paolo lo attribuisce alla misericordia di Dio per Epafrodito, ma anche per se stesso.

Se egli rimandava a casa Epafrodito con particolare fretta, non devono aversene a male; devono invece rallegrarsi di rivederlo sano.

v. 29. Paolo contraddice chiaramente quelli che ritenevano Epafrodito un disertore, e li prega non solo di accoglierlo con gioia ma anche di onorarlo. Il suo ritorno è dovuto a circostanze delle quali egli non è responsabile. L’accoglienza deve venire nel Signore (cfr. Rm 16,2) così come si conviene fra credenti.

Anche altrove Paolo esige onore e stima per quelli che hanno assunto una responsabilità o un servizio per la comunità (cfr. 1Cor 16,16-18).

v. 30. Questo v. costringe però a pensare che Epafrodito fosse stato criticato a Filippi, forse anche con una certa vivacità.

Paolo invece gli tributa un grande elogio. Anche se il successo esterno può essere mancato, o se si poteva avere avuta addirittura un’impressione contraria, Epafrodito aveva comunque reso un servizio all’opera di Cristo. L’apostolo è così strettamente congiunto con la causa della fede, che si identifica con essa.

La giustificazione di Epafrodito è un capolavoro di Paolo. Si ha un esempio simile nella lettera a Filemone. Là si tratta del perdono da concedere a uno schiavo fuggito, qui dell’onore di un membro della comunità.

 

Raccomandazioni ai collaboratori Filippesi
(3,1a;4,2-3)

1aPer il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore.
2Esorto Evòdia ed esorto anche Sìntiche ad andare d’accordo nel Signore. 3E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle, poiché hanno combattuto per il vangelo insieme con me, con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita.

La maggior parte dei commentatori ha avvertito la frattura esistente nel v. 3,1. Ad un invito alla gioia, Paolo fa seguire l’improvvisa constatazione che per lui "non è tedioso scrivere le stesse cose". Questa affermazione si può solo riferire alla messa in guardia dagli eretici, che inizia con 3,2 ss. Abbiamo proposto già nell’introduzione la soluzione di considerare 3,1b l’inizio di un frammento di lettera che va fino a 4,1. Questa pericope continua il discorso di 2,2 ss. Si trovano qui i concetti che là erano dominanti: l’invito alla gioia, (2,2) il medesimo sentire (2,2) e l’esortazione (2,1). Solo che qui Paolo si rivolge a due donne, eminenti nella comunità per il loro impegno. La loro discordia va messa in rapporto con l’invito alla unanimità rivolto alla Chiesa, ma non va ritenuta in ogni caso come l’unico suo motivo. Il motivo per cui la raccomandazione alle donne non ricorre prima (vv. 2,1 ss.) è la consuetudine di Paolo di porre solo alla fine delle sue lettere consigli e disposizioni singole.

3,1a. Risuona di nuovo il motivo della gioia. Se è vero che Paolo invita alla gioia anche in altre lettere (2Cor 13,1 - 1Ts 5,1), l’imperativo di questa lettera ha un significato potenziato.

Il chàirete en Kyrìo è un invito a rallegrarsi nel Signore. Paolo pensa solo alla gioia che proviene dalla fede e dalla comunione con Cristo, a quella gioia "nel Signore" alla quale non partecipano i non credenti, ma che non è negata all’apostolo prigioniero. È quindi una gioia permanente, una gioia che sostiene l’esistenza cristiana.

4,2. L’esortazione è indirizzata a Evodia e Sintiche, due donne della comunità di Filippi di cui non sappiamo altro all’infuori del nome. Abbiamo qui un’altra testimonianza che le donne ebbero una loro importanza nella vita attiva delle più antiche comunità cristiane. In che cosa sia consistita la loro discordia non lo sappiamo. Ciò che conta è che Paolo le invita alla concordia e all’amore e non ha paura di correggerle in una forma personale citandole per nome in una lettera pubblica alla comunità.

v. 3. Si parla però di un altro membro eminente della comunità che dovrà fare da mediatore nella lite delle donne. Paolo unisce il dolce all’amaro, ricordando l’impegno che queste donne mostrarono un tempo per il vangelo, probabilmente al tempo della fondazione della comunità.

L’interpretazione più plausibile per quanto riguarda il nome Sùzugos (che la bibbia della CEI traduce come "compagno di giogo" - suo fedele collaboratore) è che si tratti del nome proprio di uno degli episcopi o dei diaconi della comunità.

Incaricando costui, aumenta in Paolo il ricordo degli altri collaboratori di Filippi, dei quali però nomina solo Clemente.

I loro nomi stanno nel libro della vita.

Questo concetto, che si radica nell’AT e che si ricollega ai registri ufficiali della tribù e della stirpe, vuole esprimere la volontà salvifica di Dio che elegge. Secondo Dn 12,1, nel tempo della tribolazione saranno salvati tutti quelli "che si trovano scritti nel libro" (cfr. Sal 69,29; 139,16; Es 32,32; Lc 10,20; Ap 3,5; 20,15; 21,27).

L’esortazione alla concordia e all’amore riceve quindi la sua motivazione essenziale e al tempo stesso è di nuovo aperta la strada alla gioia. L’accenno alla grazia del Dio che sceglie ed elegge serve di collegamento con il brano che segue.

 

Raccomandazioni finali alla comunità
(4,4-7)

4Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. 5La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! 6Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; 7e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.

v. 4. Paolo si rivolge di nuovo a tutta la comunità e riprende l’imperativo della gioia. La gioia è il tema costante della lettera A e vuole anche dare il tono a tutta la vita dei Filippesi.

Il "sempre" qui aggiunto, rispetto al v. 3,1a, vuol dire che la gioia non è motivata né motivabile naturalmente: essa ha le radici nella salvezza ottenuta in Cristo, come aveva già ricordato il v.3. L’imperativo ripetuto due volte ha una forza particolare soprattutto se si tiene conto che l’invito viene da un detenuto in attesa di giudizio. Se non lo dovessero più vedere, devono ricordare che la sua ultima raccomandazione è stata la gioia del Signore.

v. 5. La gioia però non è fine a se stessa, non può essere introversa ma deve aprirsi agli altri. In questo v. la bontà è intesa come il segno distintivo della comunità che deve giungere agli altri uomini come un appello e un segno. La comunità anticipa e rappresenta in questo modo il giorno del Signore.

La vicinanza del Signore allude alla parusia del Kyrios.

v. 6. Ogni preoccupazione si oppone alla gioia. Le preoccupazioni di cui si parla indicano, in senso generale, i problemi della vita quotidiana. Il contenuto è affine a quello di Mt 6,25. In ogni circostanza sono invitati a pregare Dio, ricordandosi prima di tutto di ringraziare per il bene già ricevuto.

v. 7. Una promessa di pace chiude le raccomandazioni. Pace va qui interpretata sul suo sfondo biblico ed equivale a salvezza. Questa pace è la salvezza operata in Cristo Gesù. Nel v.6 era descritto il volgersi della comunità a Dio, nel v.7 è sottolineato il movimento contrario: abbandonandosi a Dio con fiducia, possono contare sulla sua custodia; la sua "salvezza" custodirà i loro cuori e i loro pensieri.

L’idea del testo vuole mettere in rilievo la protezione dell’uomo "interiore". La pace di Dio "che sorpassa ogni intelligenza" si può interpretare in due modi: la pace di Dio è più grande di quanto l’uomo possa immaginarsi; oppure: essa sorpassa tutto ciò che l’intelligenza umana è in grado di raggiungere. La grandezza della pace di Dio fa tacere ogni inquietudine umana, non appena se ne prende coscienza. La promessa di pace potrebbe chiudere tutta la lettera, ma Paolo aggiunge ancora alcune righe di ringraziamento per il dono che la comunità gli ha fatto pervenire.

 

Il ringraziamento per l’aiuto finanziario
(4,10-20)

10Ho provato grande gioia nel Signore, perché finalmente avete fatto rifiorire i vostri sentimenti nei miei riguardi: in realtà li avevate anche prima, ma non ne avete avuta l’occasione. 11Non dico questo per bisogno, poiché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; 12ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. 13Tutto posso in colui che mi dà la forza. 14Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione. 15Ben sapete proprio voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa aprì con me un conto di dare o di avere, se non voi soli; 16ed anche a Tessalonica mi avete inviato per due volte il necessario. 17Non è però il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio. 18Adesso ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio. 19Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù. 20Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Questa pericope, per quanto riguarda il contenuto, si stacca dal resto. Tema dominante è il ringraziamento alla comunità per l’offerta già ricordata nel brano relativo a Epafrodito (2,25-30). Ciò che caratterizza questa parte della lettera è la sua oggettività apostolica. Paolo ringrazia in modo che non appare come l’unico beneficato, ma fa capire ai Filippesi che anche loro traggono beneficio da questo aiuto dato all’apostolo. Il ringraziamento diventa insegnamento, esortazione, ed i rapporti umani sono riempiti di un senso cristiano.

Si è giustamente parlato di un "grazie senza gratitudine" (Dibelius). Ciò che sorprende è che non si rimane solo al livello di una "ricevuta", ma si passa sul piano della predicazione. L’apostolo mostra qui la sua eccezionale capacità di muoversi nella sfera profana senza cadere nel profano, ma illuminandola con la parola della fede. Nei vv. 12 -13 Paolo si serve addirittura di una forma poetica improvvisata per l’ occasione: una breve poesia con la quale ci viene concesso di gettare un rapido sguardo nel destino dell’apostolo.

v. 10. Paolo non parla di ringraziamento e di dono, ma della sua grande gioia e del loro pensiero per lui.

Come già in 3,1;4,4, la sua gioia si attua nel Signore ed è impregnata della loro unione comune con Cristo. Nel loro reciproco "pensarsi" essi sono aperti gli uni verso gli altri: essi partecipano della grazia (1,7), egli riceve il loro aiuto. I Filippesi, dopo aver desiderato a lungo di potergli nuovamente far pervenire un aiuto economico, hanno avuto finalmente l’occasione per farlo. Paolo fa capire che non ha accolto il loro aiuto con degnazione né tanto meno con avidità, ma con gioia per il loro affettuoso pensiero.

v. 11. Alla dura scuola della sua professione apostolica Paolo ha imparato ad adeguarsi a tutti i tipi di condizioni, ad essere autarchico. L’autarchia rappresentava una virtù fondamentale della filosofia morale stoica: essa significa essere autosufficiente, indipendente da qualsiasi bene esteriore.

Paolo ha riconosciuto in linea di principio che i predicatori hanno il diritto di vivere del loro lavoro e si richiama anche a una parola del Signore (1Cor 9,4-18).

Egli non si serve però di questo diritto e ritiene ciò un onore di cui nessuno lo può privare. Accettando il sussidio dei Filippesi egli fa una chiara eccezione che va considerata un atto di riconoscimento per questa comunità.

Ciò che lo spinse a rinunciare al diritto di essere mantenuto fu soprattutto il timore che la predicazione del vangelo ne potesse avere un danno, che al vangelo di Cristo fosse frapposto un ostacolo (1Cor 9,12). Un timore tanto giustificato perché allora vagavano schiere di predicatori di ogni tipo, spinti spesso da motivi egoistici. Nonostante il particolare rapporto con i Filippesi Paolo vuol affermare anche in questo caso la sua indipendenza:

"un apostolo non è un impiegato della Chiesa" (Peterson).

L’ "autarchia" va vista in rapporto all’indipendenza della sua azione apostolica.

vv. 12-13. Paolo parla per esperienza. Egli conosce le più diverse condizioni di vita ed è in grado di affermare la sua indipendenza. Si riesce a capire l’intenzione del discorso, solo se si rispettano le antitesi: essere povero/essere ricco, essere sazio/avere fame. L’indipendenza dell’apostolo poteva essere minacciata da due lati: dalla fame e dalla sazietà. Non si sa quale delle due cose costituisca il maggior pericolo per l’autarchia. In questo rimbalzare tra bisogno e sazietà, fame e abbondanza, l’apostolo sente che non la propria forza, ma la forza di Cristo attinta dalla fede lo sostiene e gli consente quel distacco dalla condizione di vita che era necessario per l’attuazione della missione.

v. 14. Si riprende l’indirizzo personale abbandonato al v.11. Semplicemente e concretamente Paolo dice che hanno fatto bene a prendere parte alla sua tribolazione.

v. 15. L’apostolo si sofferma a guardare con riconoscenza a tutte le volte che i Filippesi l’hanno aiutato. Paolo ora parla come un uomo d’affari: le parole usate sono termini correnti della contabilità. È certamente un dare e un avere tutto particolare, quello che li unisce: su una colonna sta scritto pneumatikà (beni spirituali) e sull’altra sarkikà (beni materiali) (cfr. 1Cor 9,11).

Di fronte alle altre comunità Paolo può vantarsi di portare loro gratuitamente la predicazione (1Cor 9,18). Il "dare e avere" dei Filippesi verso Paolo è un onere e un onore alla stesso tempo.

v. 16. Viene nominata espressamente Tessalonica perché è lì che i Filippesi hanno inviato il loro primo aiuto, al quale poi ne sono seguiti altri. La notizia di questo aiuto inviato all’apostolo a Tessalonica non contrasta con At 17,2, ma crea qualche difficoltà con 1Ts 2,9 dove Paolo ricorda il proprio lavoro manuale durante la sua prima attività apostolica in quella comunità, svolto "per non essere a carico di nessuno". Si deve tener presente che, di fronte ai costi delle iniziative missionarie di Paolo e dei suoi collaboratori, il contributo finanziario della comunità di Filippi non poteva bastare.

v. 17. Paolo precisa con tutta chiarezza ciò che gli sta a cuore: non il dono materiale, ma il guadagno spirituale. Ora questo torna a vantaggio dei Filippesi i quali sono così, in definitiva, quelli che ricevono il dono.

Il senso profondo che sta dietro questo v. pieno di termini commerciali, si rileva dalla parola karpòs che ha il significato escatologico e indica il raccolto dell’ultimo giorno. Essi dovranno infatti allora essere ricolmi del "frutto di giustizia" (1,11). Non è naturalmente il dono materiale a portare frutto spirituale, ma la fraterna intenzione cristiana dalla quale il dono proviene.

v. 18. Si continua nell’ambito di una terminologia commerciale. Apècho significa "accuso ricevuta": Paolo conferma per iscritto la ricevuta dell’offerta di denaro. Egli assicura che le sue necessità sono state coperte abbondantemente: i Filippesi non devono leggere tra le righe un suo desiderio di ulteriori sussidi. Di nuovo ricorda Epafrodito, il loro inviato; come già in 2,25 e 30, l’apostolo eleva il loro servizio sul piano sacro: la loro fu un’offerta spirituale, che essi, in definitiva, offrono a Dio. Nell’AT si parla del "profumo soave" a proposito dell’olocausto (Es 29,18; Gen 8,21; Lv 1,9-13; Ez 20,41); l’immagine è dettata dalla concezione primitiva che l’odore del sacrificio arso col fuoco allieta Dio.

v. 19. Il discorso sfocia in preghiera che è al tempo stesso promessa e lode. Il nesso viene presentato dal termine chrèia (necessità di cui si ha bisogno): come la comunità venne incontro ai bisogni dell’apostolo, Dio prenderà a cuore le necessità della comunità. Qui vengano intesi i beni spirituali, ma soprattutto i beni materiali. Dio li farà partecipi della sua doxa in Cristo, sia adesso che in futuro. Doxa indica qui la vita donata per mezzo di Gesù Cristo. La grandezza del dono di Dio è proporzionale alla sua grandezza: il suo dono è la doxa, la gloria del paradiso.

v. 20. La dossologia costituisce il punto d’arrivo dell’aspirazione e dell’azione del credente. Il nostro Dio e Padre è colui al quale appartiene la doxa; ciò non significa che essa gli possa venire assegnata o addirittura conferita, ma che gli viene riconosciuta con lode. La successione degli eoni, determinata dalla doxa di Dio, trascende ogni comprensione umana e fa capire con tutta chiarezza che l’uomo non può apportarvi niente di suo, ma solo riconoscere e lodare. L’amen non equivale a un punto fermo finale, ma rafforza quella confessione di fede con cui la debolezza umana si aggrappa alla grandezza di Dio.

 

Saluti e benedizione
(4,21-23)

Le conclusioni delle lettere di Paolo contengono accanto alla benedizione liste di saluti, ove sono indicati di regola i destinatari e i mittenti dei saluti. Nel finale di questa lettera non ci sono nomi. La conclusione liturgica acquista così ancora più rilievo.

v. 21. Al primo posto stanno i saluti ad ogni singolo della comunità. In quanto santi essi sono in Cristo e ricevono i saluti per la loro comunione in Cristo. In secondo luogo l’apostolo trasmette i saluti dei fratelli, cioè dei suoi più vicini collaboratori senza però nominare nessuno.

v. 22. In terzo luogo abbiamo i saluti di tutti i santi, cioè dei membri della comunità locale di Efeso.

Questa consapevolezza dei cristiani di essere santi scaturisce dalla coscienza di essere uniti nella fede in Cristo. "Quelli della casa di Cesare" sono coloro che prestano servizio all’imperatore nelle diverse parti dell’impero, dal più alto ufficiale fino all’ultimo schiavo. Paolo incontrò certo alcuni di loro nel pretorio (1,13) durante le udienze del processo.

v. 23. L’esistenza cristiana della comunità determina la conclusione: vista nella sua unità, essa appare anche nella benedizione diretta al loro spirito (singolare).

La benedizione diventa così, ancora una volta, una latente esortazione all’unità e all’unanimità, un invito a diventare coscienti di essere un solo spirito (1,27). Il "loro spirito" richiama alla coscienza la loro esistenza cristiana.

 

 

LA LETTERA POLEMICA
(3,1b-4,1.8-9)

Articoliamo lo scritto nei seguenti punti:

1) Messa in guardia dai cani (3,1b-4a):

2) I vanti di Paolo nel passato (3,4b-7):

3) L’esempio dell’apostolo (3,8-11);

4) Non ancora al traguardo (3,12-16);

5) In cammino verso la meta (3,17-21);

6) Saldezza nel Signore (4,1.8-9).

 

Messa in guardia dai cani
(3,1b-4a)

1bA me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose: 2guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere! 3Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, 4sebbene io possa vantarmi anche nella carne.

v. 1b. Il contenuto del v.1b ha chiaramente senso soltanto come introduzione alle esclamazioni seguenti. Vi risuonano la sollecitudine dell’apostolo per la sicurezza della comunità e la consapevolezza di dar loro fastidio affermando questa sua preoccupazione.

v. 2. La comunità deve stare in guardia da quelli che propagandano la circoncisione. Paolo li chiama cani. È l’unica volta che Paolo usa tale invettiva. Nel giudaismo questa invettiva indica gli ignoranti, i senza Dio, i pagani.

v. 3. Nel primo cristianesimo è applicata ai non battezzati e agli eretici. A costoro, Paolo risponde; "Noi siamo la circoncisione!". La spiritualizzazione del rito corporale, già preparata dall’ AT (Ger 4,4; Dt 10,16; Ez 44,7) e sviluppata con coerenza da Paolo (Rm 4,11-12; Col 2,11), sembra qui spinta all’estremo: la circoncisione diventa la caratteristica del nuovo popolo di Dio, il quale non viene costituito mediante la circoncisione fisica, ma per mezzo della fede e della nuova creazione (Gal 6,15). Il concetto viene nuovamente illustrato con un riferimento allo Spirito di Dio e alla gloria. Lo Spirito di Dio ha fatto nascere la nuova realtà, per mezzo suo si compie il nostro servizio. La polemica che anima queste righe conduce ad una nuova antitesi, si ha una contrapposizione tra il gloriarsi in Cristo Gesù e la fiducia nella carne. Il gloriarsi vero e valido non può basarsi su qualità terrene o vantaggi acquisiti, ma soltanto sul Signore (2Cor 10,17-18; 1Cor 28,31).

La carne in cui confidano gli avversari di Paolo è la circoncisione e la legge.

v. 4a. Paolo avrebbe motivi a sufficienza per confidare, come gli avversari, nella carne.

 

I vanti di Paolo nel passato
(3,4b-7)

4bSe alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: 5circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; 6quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.
7Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo.

v. 4b. Si riprende il v. 4a. Paolo si misura con i suoi avversari e afferma in partenza di essere loro superiore in quelle qualità di cui tanto si vantano.

vv. 5-6. Al primo posto delle qualità carnali che Paolo può vantare sta la circoncisione, un segno di elezione che egli pure possiede e che non si è procurato successivamente, ma l’ottavo giorno, come prescrive la legge (Gen 17,12). È quindi già provato che il suo giudaismo è originario e non acquisito. Questo fatto viene ribadito e sottolineato tre volte. A differenza di "giudeo", che per i pagani è un termine che suona disprezzo, "Israele" e "israelita" hanno sempre una tonalità religiosa, linguistica e culturale. Lo stesso va detto di "ebreo". "Ebreo" viene usato per indicare il grande passato d’Israele. Paolo si chiama "ebreo" solo qui e in 2Cor 11,22 e, ambedue le volte, nel quadro di una polemica col fronte avversario. L’appartenenza alla tribù di Beniamino conferma pure che Paolo è un "giudeo purosangue". Il re Saulo, di cui l’apostolo porta il nome, era della tribù di Beniamino. Paolo si è mostrato degno di tale eredità. Egli divenne fariseo e si professò quindi per quella corrente che era caratterizzata da una radicale obbedienza alla Torà (At 23,6; 26,5). Può sembrare strano che in una lettera destinata ad una comunità cristiana egli si glori delle sue passate persecuzioni contro la Chiesa, ma questo serve solo allo scopo di dimostrare la radicalità e sincerità dei suoi sentimenti giudaici.

L’irreprensibilità nei confronti della legge è già implicita nella sua appartenenza al gruppo dei farisei.

v. 7. Questo "ma" costituisce la svolta. Paolo allude qui all’esperinza di Damasco. Per Paolo si trattò di una svolta radicale, di un capovolgimento dei valori: quelle cose che aveva considerato fino allora come guadagno, gli erano state in realtà di danno; egli si rese conto del suo errore.

 

L’esempio dell’apostolo
(3,8-11)

8Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo 9e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. 10E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, 11con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

Il pensiero procede dal passato al presente. Il giudizio di allora è valido e confermato anche al presente. La sua valutazione vuole coinvolgere anche quelli che l’ascoltano. Al centro si trova la conoscenza di Cristo, presentata come l’unico bene degno di essere ricercato e sviluppata nelle sue implicazioni particolari. In un rapido inciso abbiamo una brevissima discussione sulla giustizia che viene dalla legge e quella che viene dalla fede, un cenno che sarebbe del tutto incomprensibile se Paolo non si fosse espresso altrove più diffusamente.

Si conclude guardando alla risurrezione dai morti alla fine dei tempi. Si segue così fino alla fine una serie di pensieri ordinata quasi cronologicamente: dal passato giudaico, al presente improntato alla conoscenza di Cristo, fino al futuro che porta il compimento.

vv. 8-9. Si parla di nuovo di valutazione, di perdita e di guadagno. Con "tutto" si intendono quelle cose che fanno da ostacolo alla conoscenza di Cristo. La conoscenza di Cristo passa al centro delle considerazioni: essa viene presentata come il sommo valore. Il tenore personale e professante delle affermazioni si manifesta anche quando Paolo parla di Cristo "mio Signore".

La conoscenza di Cristo non si esaurisce nell’esperienza di Damasco, ma determina ancora adesso la sua esistenza ed è intesa come una forza che plasma efficacemente la sua vita presente (v.10).

Paolo diventa sarcastico quando valuta il suo passato giudaico con il termine skùbala paragonato alla conoscenza di Cristo. Skùbala significa immondizia, lordume, sterco... L’unico vero valore immutabile è Cristo.

L’ "essere trovato in Cristo" sta a significare l’impegno e la perseveranza della comunione in Cristo fino al giudizio finale. L’occasione per parlare della "giustizia" sembra data dal v.6 dove Paolo si era presentato irreprensibile per quanto riguardava la giustizia della legge. Tale giustizia è ora chiaramente smascherata come falsa poiché non è che una giustizia propria (Rm 10,3) e si contrappone alla giustizia che viene da Dio. La legge come fonte di giustizia fu l’inganno del passato insieme con la fiducia nella carne. Come i suoi compagni farisei, Paolo aveva creduto di poter andare tranquillamente incontro al giudizio forte di quella sua irreprensibilità nella legge.

Egli ora sa che quella giustizia non era "da Dio" e che la giustizia "da Dio" è solo quella che viene dalla fede in Cristo. Il che significa che Cristo è l’oggetto della fede. La fede non è una prestazione offerta a Dio al posto delle opere della legge in grado di costringere Dio a giustificare l’uomo.

La giustificazione è solo opera di Dio e la fede non è disgiunta dalla grazia, ma abbracciata da essa: la fede è un dono di Dio. Se Paolo accenna soltanto in un inciso così rapido al grande tema del suo messaggio della giustificazione, ciò significa che i Filippesi erano stati ammaestrati diffusamente sull’argomento da lui personalmente.

vv. 10-11. Cristo è nuovamente proposto come il grande valore della vita nuova. Viene illustrata quella conoscenza di Cristo Gesù che supera ogni cosa e solo alla luce del v.10 si comprende il contenuto materiale della gnòsis (conoscenza).

Conoscere Cristo è il fine vero e proprio, ulteriormente precisato come un conoscere la forza della sua risurrezione e la comunione ai suoi patimenti.

"La forza della sua risurrezione" è un’esperienza fondata sulla conversione a Cristo e sul battesimo.

È il perdono dei peccati, la vita nuova dello Spirito, la conoscenza di essere stato salvato da molti pericoli mortali.

Questa consolante esperienza di vita non va separata da quell’altra che determina con uguale necessità l’esistenza cristiana: la comunione ai patimenti di Cristo.

Il cristiano è chiamato a comprendere e ad accettare i patimenti, le umiliazioni e le situazioni precarie come norma della sequela di Cristo.

L’apostolo ha sempre interpretato le sue tribolazioni alla luce della passione e morte di Cristo: si gloria di portare nel suo corpo la sofferenza mortale di Gesù (2Cor 4,10).

Egli cerca di spiegare e comunicare alle sue comunità questa legge della vita cristiana, affinché anch’esse partecipino degli stessi patimenti (2Cor 1,7). Il compimento dell’assimilazione al destino di Cristo si raggiunge soltanto con la risurrezione corporale dei morti.

 

Non ancora al traguardo
(3,12-16)

12Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. 13Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, 14corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. 15Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. 16Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea.

Paolo parla ancora di sé, ma il suo discorso riguarda tutti. Le ultime frasi di questo brano (vv. 15-16) fanno capire che la comunità è già infettata dagli eretici e rivelano che l’apostolo non è sicuro che tutti i Filippesi siano d’accordo con lui.

v. 12. Questa frase ha senso solo se a Filippi ci sono alcuni che ritengono di avere già raggiunto il traguardo. Ci si pone la domanda di quale sia precisamente questo traguardo che si pretende di aver raggiunto. I verbi non hanno oggetto e per questo si è pensato alle cose più diverse: la risurrezione dai morti (Lutgert), la conoscenza di Cristo (Michaelis), Cristo (Dibelius), il premio della vittoria (Bonnard, Beare, Delling), o qualche "oggetto cui è connesso il concetto della perfezione escatologica o individuale" (Lohmeyer). Di fatto questo oggetto è taciuto. L’attenzione cade sull’antitesi fra divenire ed essere, conquistare e possedere. Paolo dice chiaramente a questi eretici che si credevano già perfetti: "Io non sono già perfetto". Il traguardo resta un punto ancora da raggiungere per tutti, anche per Paolo (1Cor 4,4). La corsa verso il traguardo non esprime uno sforzo frenetico, con cui ci si illuda di farcela da soli, ma la reazione all’opera di Cristo Gesù e motivata da lui. Paolo fu raggiunto da Cristo sulla strada di Damasco e fu posto su una pista perché corresse con il massimo sforzo per inseguire Cristo.

Anche i Filippesi furono raggiunti da Cristo quando accettarono la fede e il battesimo. Il loro battesimo corrisponde all’evento di Damasco per Paolo.

v. 13. Ancora una volta Paolo nega energicamente di aver raggiunto il traguardo. Ciò che veramente conta è di non stare a riflettere su quanto è stato ottenuto, tranquillizzandosi con sentimenti di compiacenza guardando indietro, ma si corra incessantemente verso il traguardo. Nella situazione dei Filippesi, Paolo vuole solo impedire che ci si illuda di aver già fatto tutto, mentre la corsa della vita cristiana dura quanto la vita terrena.

v. 14. Viene indicato il traguardo concreto della vita cristiana. Si passa dall’immagine alla realtà: il premio consiste nella chiamata alla vita che si compie nel mondo di Dio. Il mondo celeste è la seducente promessa; colui che chiama è Dio; la possibilità della chiamata è offerta in Cristo Gesù. La corsa dell’apostolo si svolge con lo sguardo fisso a questa attesa.

v. 15. Il tono del discorso cambia. L’invito "riflettiamo attentamente su ciò" è rivolto ai "perfetti". Non si è d’accordo sull’interpretazione del termine tèleioi (perfetti) a cominciare dal decidere se sia inteso ironicamente o seriamente. Noi lo prendiamo in senso ironico. Paolo invita queste persone a riflettere attentamente, e si associa con loro nella riflessione.

E siccome c’è da aspettarsi che essi non si lasceranno persuadere di colpo e del tutto, egli allude a rivelazioni divine da cui potrebbe venire un’influenza decisiva. Anche qui abbiamo un tono ironico: "Dio vi rivelerà anche questo!". Il criterio per la retta valutazione di una dottrina non è costituito da una rivelazione, alla quale una persona qualsiasi si possa richiamare, ma dalle istruzioni dell’apostolo con cui deve concordare. Se le indicazioni della rivelazione concordano con quelle dell’apostolo, allora essi dovrebbero ascoltarle.

v. 16. La polemica viene terminata con sorprendente rapidità e Paolo rinuncia ad una contestazione più particolareggiata degli avversari. Tira le somme e passa oltre. Bisogna mantenere saldamente quanto è stato raggiunto e vivere conformemente. La situazione era questa; la coscienza della perfezione poteva far credere a questi "perfetti" di essere già arrivati al traguardo e in questo modo perdevano anche quello che avevano raggiunto faticosamente. Questo orgoglio poteva anche indurli ad allentare l’impegno morale. "Viviamo conformemente a quanto abbiamo raggiunto" non significa fermarsi a qualche posizione soggettiva di chi si sente già a posto, ma vivere con impegno a quel livello cui si è giunti grazie all’impegno missionario di Paolo, correndo verso l’ulteriore mèta della vita eterna.

 

In cammino verso la mèta
(3,17-21)

17Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: 19la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. 20La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose.

Questa pericope è strettamente connessa con la precedente e sintetizza in modo positivo tutti gli elementi che riguardano la minaccia alla comunità. Come poco prima, l’apostolo guarda al traguardo, alla venuta del Signore Gesù Cristo dal cielo.

v. 17. Paolo dà un comandamento chiaro: la comunità deve imitare lui e i suoi esempi: egli si presenta come il tupos, il modello. L’esempio che l’apostolo dà non è fine a se stesso, ma è riferito a Cristo: "Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo" (1Cor 11,1).

v. 18. Coloro che si comportano da nemici della croce di Cristo si trovano nelle comunità cristiane: non si parla qui dei giudei, dei non credenti o dei pagani. Ci sono in tutte le comunità cristiane esempi di bene e di male. Lo scandalo e il disprezzo per la croce, propagati per diversi motivi da predicatori cristiani ambulanti, è giunto anche a Filippi ad è comprensibile che Paolo ne parli in termini piuttosto violenti. Ci furono molti modi di disprezzare e mettere in ombra la croce e ai diversi nemici della croce si aggiungono pure quelli di Filippi. La parola della croce non è un discorso che resta teorico e dottrinale, ma implica sempre un giudizio che coinvolge la vita cristiana.

v. 19. Con termini violenti si presentano la natura e il destino dei nemici della croce. Quando si dice che il ventre è il dio di questi eretici, si vuole sottolineare che i loro sentimenti sono interamente carnali; non perché costoro siano libertini in campo morale, ma perché hanno avversione verso la croce; essi sono totalmente immersi nel carnale, nel terreno. "Guardano a cose terrene" riprende questo pensiero, ma costituisce già il passaggio all’antitesi seguente che parla del cielo e descrive ancora una volta l’atteggiamento giusto. Gli avversari di Paolo si vantano di essere ormai perfetti, di essere giunti al traguardo, di aver raggiunto uno stato divino. Paolo li bolla come adoratori del ventre e destinati alla perdizione.

vv. 20-21. A differenza dei sentimenti terreni e carnali degli avversari della croce, i sentimenti della comunità devono essere rivolti alle realtà celesti.

I Filippesi sono pellegrini sulla terra: il loro stato, la loro cittadinanza è nei cieli, perché sono destinati a possedere la patria celeste. Il Salvatore che attendiamo dai cieli porterà la redenzione al suo fine ultimo. Costui è il Signore Gesù.

La salvezza definitiva portata dal Salvatore atteso dal cielo opera la trasformazione del nostro corpo.

Il termine sòma (corpo) non va inteso nel senso della dicotomia greca come la parte corporea dell’uomo, distinta dall’anima, ma indica l’intera esistenza terrena che è determinata dalla corporeità, e precisamente da una corporeità di basso profilo. "Il corpo della nostra umiliazione" è l’esistenza precaria dell’uomo, la sua esistenza corporale terrena incamminata verso la morte; essa sarà trasformata in un "corpo della gloria", il cui modello è il corpo glorioso di Cristo. L’esistenza umana creata nella corporeità terrena è chiamata al mondo incorruttibile di Dio.

Cristo non appare soltanto come colui che prepara la strada per entrarvi, ma è egli stesso a operare la trasformazione. Poiché il "corpo della gloria" abbraccia l’intero essere umano, e non solo la parte corporea, si deve dire che la trasformazione dell’uomo è completa, totale, sostanziale: è una nuova creazione (Mt 19,28; Rm 8,19-22; Ap 21,5; 2Cor 5,17; Gal 6,5; Gc 1,18). Il fondamento solido su cui si fonda la salvezza definitiva è l’onnipotenza di Cristo.

 

Saldezza nel Signore
(4,1.8-9)

1Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!
8In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. 9Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!

Paolo vuole sottolineare che la comunità si attenga saldamente e in ogni circostanza a ciò che ha imparato e ricevuto da lui. È un’esortazione senz’altro pertinente visto lo sconvolgimento della dottrina e della fede operato dagli eretici a Filippi.

v.1. In forma appassionata Paolo supplica i Filippesi a restare saldi nel Signore. Questa invocazione intensa rispecchia l’intima commozione dell’apostolo che teme per la sua amata comunità e le si rivolge con toni affettuosi. L’imperativo è rivolto naturalmente a coloro che gli sono rimasti fedeli. Essi sono la sua gioia e la sua corona. La corona era portata sia dal sacerdote che offriva il sacrificio che dal vincitore nello stadio (1Cor 9, 25) e dall’imperatore che visitava province e città.

Paolo accenna così all’ultimo giorno quando la comunità sarà appunto il suo motivo di vanto e la sua corona. La stessa tensione escatologica è però contenuta anche nell’imperativo "state saldi" perché la saldezza nel Signore si deve prolungare e affermare fino alla fine.

v. 8. Nella conclusione si dice positivamente ciò che veramente conta. Questo v. contiene un catalogo di virtù che rientravano nel contesto della filosofia morale stoica. Paolo si serve di ogni mezzo utile per rendersi comprensibile. È chiaro tuttavia che in un contesto cristiano un formulario filosofico morale acquista già un senso diverso, elevato alla morale cristiana, preceduto com’è dal comandamento "restate saldi nel Signore".

v. 9. Paolo richiama infine gli insegnamenti che egli stesso aveva impartito alla comunità con la parola e l’esempio. Significativo è il nesso tra parola e persona: Paolo conferma la parola e offre se stesso come esempio da imitare (3,17).

L’imparare richiama la didachè (Rm 16,17; Ef 4,20; Col 1,7), l’accogliere richiama la tradizione.

Paolo è il cristiano doc nella dottrina e nella vita. Questa imitazione fedele dell’apostolo è garanzia della presenza del Dio della pace con tutti noi.

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