LA LETTERA A FILEMONE
(Pedron Lino)


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Indice:

Introduzione

Lettura e commento del testo

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

1) Il destinatario della lettera

Paolo ha indirizzato questa lettera a Filemone che egli chiama suo diletto e suo collaboratore. Gli altri destinatari della lettera sono la sorella Appia, il compagno di lotte Archippo e la comunità che si raduna nella casa di Filemone.

Poiché la lettera ai colossesi dice espressamente che Onesimo (Col 4,6) e Archippo (Col 4,17) appartengono alla comunità di Colossi, si deve dedurre che Filemone, dalla cui casa lo schiavo Onesimo era fuggito, vivesse a Colossi. Filemone era evidentemente un benestante divenuto cristiano dopo aver incontrato Paolo (v.19). Egli aveva messo la propria casa a disposizione della comunità perché potesse riunirsi (v.2), dando così prova di amore concreto per i santi (vv.5.7).

2) L’occasione della lettera

Paolo scrive a Filemone perché vuole intercedere a favore dello schiavo di lui, Onesimo. Non fa cenno dei motivi che hanno determinato la fuga di Onesimo. Uno schiavo che si fosse procurata la libertà di propria iniziativa, poteva trovare asilo in un santuario, oppure nascondersi in una grande città e vivere di espedienti, ma se veniva ripreso doveva essere riconsegnato al padrone. Lì lo riattendeva il suo stato di schiavitù, ma gli poteva capitare anche di peggio, perché al proprietario era concesso di punirlo a proprio arbitrio o, se voleva, anche ucciderlo. Onesimo cercò scampo presso Paolo prigioniero.

Paolo si era preso cura di lui, l’aveva convertito alla fede cristiana (v. 10), si era guadagnato le sue simpatie e aveva avuto consolazione dal suo fedele servizio (v. 13). Non gli era però né possibile né lecito tenerlo con sé, perciò lo rimanda da Filemone consegnandogli una lettera con la quale intercede per lui presso il padrone, affinché questo lo riceva come un fratello diletto (v. 16), anzi come se si trattasse di Paolo in persona (v. 17). Paolo non dà ordini a Filemone, ma lascia a lui la decisione; gli ricorda solo il comandamento dell’amore e secondo questo egli dovrà agire.

3) La redazione della lettera

Paolo è prigioniero. La lettera non contiene nessuna indicazione sul luogo in cui l’apostolo è tenuto prigioniero. I più ritengono che fosse ad Efeso. Qui avrebbe scritto la lettera a Filemone, verso la metà degli anni cinquanta!

Fin dall’antichità la lettera a Filemone è stata attribuita a Paolo. Si trova già nel canone di Marcione ed è contenuta anche nel canone muratoriano. Poiché la redazione paolina di questa lettera non fu mai contestata, essa ebbe il suo posto nella raccolta delle lettere di Paolo.

 

LETTURA E COMMENTO DEL TESTO

 

Saluto iniziale
(1-3)

1Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timòteo al nostro caro collaboratore Filèmone, 2alla sorella Appia, ad Archippo nostro compagno d’armi e alla comunità che si raduna nella tua casa: 3grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

All’inizio, conformemente al formulario delle lettere di Paolo, ai nomi dei due mittenti seguono quelli dei vari destinatari. A tutti è indirizzato il saluto e l’augurio di grazia.

v. 1. Paolo non appone al suo nome alcun titolo ufficiale (come apostolo, servo di Cristo o altro), ma si presenta come "prigioniero di Cristo Gesù".

Così immediatamente, all’inizio della lettera, si accenna allo stato in cui l’apostolo si trova. Egli sta "nelle catene del Vangelo" (v.13) e considera la sua prigionia come la sorte riservata all’annunciatore del Vangelo, proprio in virtù della missione ricevuta.

L’apostolo di Cristo deve patire come il suo Signore. Ma è proprio il suo patire pazientemente per il suo Signore che dà così grande peso alla sua parola rivolta alla comunità. Il destinatario della lettera si chiama Filemone. Egli è agapetòs, amato, e quindi, in qualità di cristiano, che vive e dimostra l’agàpe, non dovrebbe rifiutare lo stesso amore neppure nei confronti di uno schiavo che Paolo chiama "fratello diletto" (v.16). Filemone è inoltre chiamato collaboratore dell’apostolo. Come le persone incluse nella lista dei saluti (v.24) lui pure è, come membro attivo della comunità, partecipe del comune impegno di testimoniare il Vangelo con la parola e l’amore operoso.

v. 2. Con Filemone sono nominati Appia, Archippo e tutta la chiesa domestica, quali destinatari della lettera. Si ricordano i loro nomi perché la faccenda di cui Paolo deve trattare non è solo una questione personale da sbrigare privatamente con Filemone. La decisione che deve essere presa riguarda l’intera comunità cristiana.

v. 3. Il saluto è formulato nei termini con cui Paolo, ogni volta che inizia le lettere, augura alla comunità grazia e pace.

 

Ringraziamento e preghiera di supplica
(4-7)

4Rendo sempre grazie a Dio ricordandomi di te nelle mie preghiere, 5perché sento parlare della tua carità per gli altri e della fede che hai nel Signore Gesù e verso tutti i santi. 6La tua partecipazione alla fede diventi efficace per la conoscenza di tutto il bene che si fa tra voi per Cristo. 7La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, fratello, poiché il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua.

Paolo ringrazia Dio perché ha ricevuto buone notizie sull’amore e sulla fede del destinatario. La preghiera di intercessione è sempre strettamente congiunta al ringraziamento. Essa mira ad ottenere che la fede di Filemone si dimostri ulteriormente operosa.

v. 4. Come gli oranti nei salmi dell’AT, Paolo pregando dice: "il mio Dio". A Dio, non a un uomo, è diretto il ringraziamento, perché Filemone si è comportato da vero cristiano. Infatti è Dio che ha prodotto l’amore e la fede, e quindi a lui solo si deve ogni ringraziamento. L’apostolo ringrazia Dio ogniqualvolta, nella preghiera, pensa a Filemone. Nella preghiera, però, ogni ricordo si trasforma in ringraziamento e in supplica.

v. 5. Sulla condotta dei destinatari Paolo ha ricevuto buone notizie che lo inducono a ringraziare Dio.

La sostanza di ciò che ha udito è brevemente indicata come l’amore e la fede che Filemone ha dimostrato verso tutti i cristiani.

v. 6. Il ringraziamento diventa immediatamente preghiera di supplica: la partecipazione alla fede comune possa manifestarsi anche per l’avvenire. E questa fede deve essere operosa nelle opere dell’amore. Perciò se riconosce il bene che Dio ci ha dato e che quindi è in noi, Filemone potrà anche comprendere la volontà di Dio e conformarsi all’ammonizione dell’apostolo: "perché il tuo beneficio non fosse forzato, ma spontaneo" (v.14).

Ogni agire operoso della fede, che si attua nella conoscenza del bene di cui Dio ci fa partecipi, deve avvenire per l’amore di Cristo.

v. 7. Fin qui Paolo ha parlato del comportamento di Filemone con parole che potrebbero essere adoperate per ogni vero cristiano. Ora invece fa intendere che è venuto a conoscenza di un fatto specifico, per cui la comunità ha avuto un aiuto da Filemone. Questa notizia gli ha procurato grande gioia e consolazione. Paolo non spiega come ciò sia avvenuto. Dice semplicemente che per mezzo di Filemone "hanno trovato ristoro i cuori dei santi". Con l’impegno del suo amore, Filemone ha rafforzato la comunione fraterna; perciò ancora una volta è chiamato fratello. Poiché egli, con la sua disponibilità personale, ha riempito di gioia profonda i cuori degli altri cristiani, non potrà certo rifiutare la preghiera dell’apostolo in favore di Onesimo, che considera come il suo cuore.

 

Preghiera in favore di Onesimo
(8-20)

8Per questo, pur avendo in Cristo piena libertà di comandarti ciò che devi fare, 9preferisco pregarti in nome della carità, così qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù; 10ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, 11Onesimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me. 12Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore. 13Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo. 14Ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo. 15Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; 16non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore. 17Se dunque tu mi consideri come amico, accoglilo come me stesso. 18E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. 19Lo scrivo di mio pugno, io, Paolo: pagherò io stesso. Per non dirti che anche tu mi sei debitore e proprio di te stesso! 20Sì, fratello! Che io possa ottenere da te questo favore nel Signore; da’ questo sollievo al mio cuore in Cristo!

Se uno schiavo fuggiva, poteva essere ricercato con mandato di cattura. Se veniva preso, doveva essere ricondotto dal padrone, che lo poteva punire a sua discrezione.

In tal caso, l’interporsi di un uomo che fosse conoscente o amico del padrone aveva un’importanza decisiva per lo schiavo.

Anche Paolo intercede per uno schiavo fuggitivo e dice al padrone di esercitare l’amore e la fede cristiana. Egli sceglie le parole con accuratezza e costruisce la parte centrale della lettera in modo tale che il destinatario venga condotto pian piano al nocciolo della richiesta. Solo dopo aver accuratamente preparato il terreno, Paolo formula la richiesta (vv.17-20).

v. 8. L’apostolo potrebbe far uso del suo diritto legittimo di esigere ciò che Filemone deve fare. Con il termine parresìa è intesa la franchezza con cui Paolo tratta gli uomini.

Questa franchezza si fonda su quella che egli ha di fronte a Dio (2 Col 3, 12; Fil 1,20). A che cosa miri concretamente Paolo, emerge da ciò che segue. Filemone deve agire, nei riguardi del suo schiavo Onesimo conformemente a ciò che è proprio di un cristiano.

v. 9. Ma Paolo non vuole costringere ad ubbidire alla sua parola, ma desidera che Filemone, con libera decisione, compia un atto d’amore. Con questa parola non si allude né all’amore di Paolo né a quello di Filemone, ma semplicemente all’amore nel quale i cristiani si incontrano e intrecciano relazioni.

Nel presentare la sua domanda Paolo accenna alla situazione in cui si trova. Egli scrive a Filemone come un uomo carico di anni e prigioniero per amore di Gesù Cristo.

v. 10. La richiesta riguarda il figlio suo, che egli ha generato in prigione. Paolo premette questo fatto della conversione al cristianesimo prima di menzionare quel nome, Onesimo, che sicuramente Filemone non ricordava volentieri. Ora però egli non gli può più portare astio, se Paolo considera Onesimo come suo figlio. L’immagine di padre e figlio è usata per significare il rapporto fra maestro e discepolo, tra l’apostolo e il fedele convertito a Cristo. Questo figlio di Paolo è perciò fratello di Filemone (v. 16) il quale precedentemente era stato generato da Paolo alla fede in Cristo (v.19).

v. 11. Ammesso pure che Onesimo sia stato in passato uno schiavo inutile per il suo padrone, ora è diverso: egli è sommamente utile sia a Paolo che a Filemone.

I vocaboli achreston/euchreston, inutile/molto utile, hanno un’assonanza con christòs, che veniva pronunciato spesso come chrestòs. Col darsi a Cristo Signore, Onesimo non è più lo schiavo inutile, ma il fratello molto utile, di grande valore.

v. 12. L’apostolo rimanda Onesimo dal suo padrone. Così si adegua alle prescrizioni della legge. Ma Paolo manda Onesimo da Filemone assicurando espressamente che questo schiavo gli è caro come il proprio cuore. Quando Onesimo arriverà dal suo padrone, è come se fosse lui, Paolo, ad arrivare. Come potrebbe Filemone rifiutarsi di accordare allo schiavo ciò che egli deve a Paolo, vecchio e sofferente?

v. 13. Paolo espone molto brevemente le circostanze che lo hanno determinato a scrivere la lettera e a rimandargli Onesimo. Egli vuole astenersi da qualsiasi decisione che contrasti con quella di Filemone, legittimo padrone dello schiavo.

v. 14. Senza il suo consenso l’apostolo non vuol fare nulla. Filemone infatti deve decidersi all’opera buona liberamente e non per costrizione. Egli viene sollecitato ad operare per quell’amore che sa trovare la giusta strada per compiere il bene. Ma questo non può avvenire costringendo Filemone ad agire contro la propria volontà: l’amore può operare solo nella libertà.

v. 15. Paolo insinua che forse lo schiavo è stato separato per breve tempo dal padrone proprio per essere ora riaccolto da lui definitivamente. Con la forma passiva del verbo echorìsthe (= fu separato) si vuole propriamente spiegare come in tutta questa vicenda incresciosa per Filemone, si possa nascondere un disegno di Dio. La separazione è stata di breve durata, il nuovo rapporto sarà eterno.

v. 16. Filemone e Onesimo stanno ora l’uno di fronte all’altro come fratelli in Cristo. Chiamando Onesimo "fratello diletto", Paolo fa sì che d’ora innanzi sia la fraternità a costituire il rapporto tra lo schiavo e il suo padrone cristiano. Se Onesimo come schiavo è proprietà del suo padrone, questo ordinamento terreno è ora superato dall’essere uniti nel Signore.

In tal modo il rapporto tra padrone e schiavo ha subìto una trasformazione radicale. Di conseguenza può anche darsi che Filemone conceda a Onesimo la libertà: Paolo lascia a lui la decisione. Ma Filemone è in ogni circostanza vincolato al comandamento dell’amore, la cui forza rinnovatrice diviene efficace nella comunione fraterna con lo schiavo che ritorna.

v. 17. Solo ora Paolo rivolge a Filemone la preghiera di accogliere Onesimo come accoglierebbe Paolo. Se dunque Filemone considera amico intimo Paolo, si comporti di conseguenza, accogliendo Onesimo. Dicendosi koinonòs Paolo non si presenta come partner che ha interessi comuni come socio in una impresa commerciale, né soltanto si riferisce a un rapporto di amicizia umana, ma riconduce la loro koinonìa all’appartenenza, profondamente vincolante, allo stesso Signore, la quale stringe in una comune attività fondata sulla fede e sull’amore. In forza di questo vincolo Paolo formula ora la sua supplica, nella quale non solo mette una buona parola per Onesimo, ma addirittura si identifica con lui. La dimostrazione d’amore che Filemone riserverà a Onesimo varrà come se fosse rivolta a Paolo.

v. 18. Certo, bisogna ricomporre l’ordine leso dalla fuga dello schiavo. Se Onesimo ha danneggiato il suo padrone in qualcosa, o gli è diventato debitore, sarà l’apostolo a pagare per lui. Filemone può registrare sul conto di Paolo il debito insoluto.

v. 19. Di proprio pugno Paolo rilascia la dichiarazione di rispondere del debito. Ma se proprio si vuole parlare di debito, anche Paolo potrebbe aprire una contropartita e ricordare a Filemone di essere lui in debito con Paolo. Egli infatti è stato guadagnato alla fede cristiana dall’apostolo. È evidente che qui non si tratta di opporre debito a debito.

La misericordia di Dio, che un tempo rese Filemone cristiano ora ha reso cristiano anche il suo schiavo Onesimo. Perciò il padrone deve accogliere lo schiavo come un fratello.

v. 20. Per dare vigore alla sua richiesta, Paolo aggiunge un’ultima frase con cui parla nuovamente a Filemone come a un fratello, esprimendo il desiderio di essere consolato da lui nel Signore. Paolo, alla fine delle due brevi frasi del v. 20 pone le espressioni "nel Signore" e "in Cristo". In Cristo Signore i rapporti tra gli uomini sono radicalmente rinnovati, così che schiavo e padrone sono, in Cristo, identici (Gal 3,28; 1Cor 7,21-24; 12,13). Paolo fa intendere a Filemone di essere certo che egli soddisferà la sua richiesta e accoglierà Onesimo come accoglierebbe l’apostolo stesso.

 

Chiusura e saluti
(21-25)

21Ti scrivo fiducioso nella tua docilità, sapendo che farai anche più di quanto ti chiedo. 22Al tempo stesso preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito. 23Ti saluta Èpafra, mio compagno di prigionia per Cristo Gesù, 24con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori.
25La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito.

Con poche frasi Paolo conclude la lettera. Alla certezza che Filemone farà più di quanto Paolo gli ha chiesto, segue l’annuncio di una sua visita. Viene infine una breve lista di saluti e l’augurio di grazia.

v. 21. Paolo ha presentato a Filemone una richiesta e volutamente si astiene dall’impartire un ordine con l’autorità del suo ministero. Tuttavia le parole di Paolo hanno un carattere vincolante in quanto il destinatario è sottomesso al comando dell’amore. Perciò da parte di Paolo è lecito attendersi che la sua richiesta venga esaudita.

Paolo ribadisce questa fiducia assicurando di aver scritto facendo assegnamento sull’ubbidienza di Filemone. Poiché questa fiducia è fondata nella fede comune, l’obbedienza potrà essere la sola risposta adeguata del destinatario alla parola dell’apostolo.

Egli deve agire con amore cristiano e quindi obbedire alla parola di Paolo che gli rammenta il comandamento dell’agàpe. Paolo si dice convinto che Filemone farà ancor di più di ciò che l’apostolo gli ha detto.

Egli non indica in che cosa consista questo "di più". Non fa alcuna allusione alla libertà che potrebbe essere concessa allo schiavo. È lasciato a Filemone di decidere in che modo rendere efficace l’agàpe nei confronti del fratello che ritorna.

v. 22. Paolo aggiunge che Filemone dovrebbe preparargli un alloggio perché fra breve spera di fermarsi da lui. Con l’annuncio della sua visita, l’apostolo conferisce particolare efficacia alla sua richiesta in favore di Onesimo.

Infatti lui stesso verrà e si renderà conto di ciò che sarà accaduto. La supplica che la comunità rivolge a Dio per l’apostolo prigioniero ha una grande efficacia perché il grido della comunità giunge a Dio. Paolo spera di essere liberato non tanto per se stesso, ma per la comunità presso la quale vorrebbe trovarsi.

v. 23. Con i saluti Paolo cerca di consolidare i legami con Filemone. Epafra, che Paolo chiama "mio compagno di prigionia in Cristo Gesù", nella lettera ai colossesi è indicato come fondatore della comunità di Colossi (Col 1,7-8; 4,12-13).

v. 24. Marco, Aristarco, Dema e Luca sono presentati come cooperatori di Paolo (Col 4,14). Contrariamente alla lista dei saluti espressi nella lettera ai colossesi con ricche puntualizzazioni, qui mancano dati aggiuntivi sulle persone nominate. È ricordato solo che sono al fianco di Paolo come cooperatori.

v. 25. L’augurio di grazia, con cui Paolo aveva salutato Filemone e la comunità della sua casa all’inizio della lettera, è espresso di nuovo alla fine. Anche qui l’augurio si estende a tutta la comunità che accoglie, con Filemone, la parola e la preghiera dell’apostolo. La comunità vive della grazia di Dio e continuerà a sussistere solo se con essa rimane la grazia del Signore Gesù Cristo.

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