FEDE E VITA
(Pedron Lino)


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titoli

Indice:

Introduzione
Senso e non-senso
Morire e risuscitare
Il fulcro dell'insegnamento di Gesù: il discorso della montagna
Cristo è risorto dai morti e salito al cielo
La Chiesa, visibilità del dono di Dio
Cristo vero Dio e vero uomo rivela chi è Dio e chi è l'uomo
Il Vangelo: un appello alla fede e alla libertà

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

L’essenziale dell’essenziale della fede cristiana è che Dio è amore (1Gv 4,8) e per questo Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio (s. Ireneo). Se capitasse che un punto qualsiasi della dottrina cristiana apparisse senza legami con l’amore o in contraddizione con l’amore, saremmo in diritto di rifiutarlo (F. Varillon).

L’approfondimento del mistero di Dio e del mistero dell’uomo può avvenire solo alla luce di Gesù Cristo, pienamente Dio e pienamente uomo. Il Cristo (Dio diventato uomo perché l’uomo diventi Dio) è sacramento di Dio e sacramento dell’uomo. L’unità dell’uomo e di Dio nel Cristo è il centro che dà senso all’umanità. Bisogna ovviamente evitare qualsiasi confusione tenendo presente che un Dio che diventa uomo è Dio in senso più completo e che un uomo divinizzato è più pienamente uomo (E. Borne, La Croix, 27 giugno 1980). Ma non si può dire di aver scoperto il cuore stesso della fede se non si è intravisto in Gesù Cristo il Dio d’amore umile e vulnerabile. Egli non è il Dio della giustizia vendicativa che esigerebbe il sacrificio del Figlio, né il Dio del deismo paternalista che si accontenterebbe della mediocrità degli uomini.

Nelle pagine che seguono vogliamo enunciare l’essenza della fede senza ingombrare il cammino con questioni secondarie.

Definire l’uomo come essere divinizzabile (e questo è l’insegnamento costante di tutta la tradizione cristiana) significa dargli fiducia nel futuro: è una spiritualità di costruttori di civiltà. Non un ottimismo ingenuo e beato, ma una speranza che si basa fondamentalmente sull’inaudito dono della divinizzazione offerta a ogni uomo e a tutta l’umanità. Come si deve cercare di parlare bene dell’uomo, così si deve anche tentare di parlare bene di Dio. Allora forse si placherà questo dolore senza fondo e senza volto che si è levato sull’occidente dove si sostiene, nonostante il mistero di Cristo, che Dio si è allontanato dai nostri dolori per diritto di trascendenza. Bisogna cercare di parlare per questi uomini che vomitano se stessi per il disgusto di non essere amati (così credono) da colui che i cristiani continuano a chiamare l’amore stesso del mondo (G. Martelet, L’aldilà ritrovato, Queriniana 1977, pag. 181).

 

 

SENSO E NON-SENSO

La crisi che stiamo attraversando attualmente è benefica: è una crisi di crescita. Dobbiamo ad ogni costo uscire dal torpore perché i pigri non entreranno nel regno di Dio. La crisi presente non è solo ecclesiale; è una crisi di civiltà di cui la Chiesa, come è normale, subisce il contraccolpo.

Per dirla in breve, ciò che caratterizza l’attuale crisi di civiltà è lo scarto tra il crescente dominio dell’uomo sull’insieme dei mezzi (tecnici, economici, politici, ecc.) e un’assenza sempre più avvertita di scopi comuni. Attualmente c’è un’intelligenza, un progresso crescente sul piano dei mezzi e una sensazione di assurdo sul piano dei fini. Si va sulla luna, ma se ci si va per suicidarsi non serve proprio a nulla (Andrè Malraux). Si persegue il benessere, ma per fare che cosa? Per essere chi?

La domanda quindi che si pone a ogni uomo è la domanda del senso dell’esistenza: dove andiamo? Per essere chi? Per fare che cosa?

Come si fa a evitare di porsi il problema: chi vincerà alla fine, il senso o il non-senso? Tutto va sotto terra e rientra nel gioco della natura: i nostri cadaveri serviranno da concime per i legumi dei nostri nipotini come ha scritto Paul Valery in Il cimitero marino (Einaudi 1978, pag. 61).

Siamo circondati da persone che si impantanano nei sensi parziali dell’esistenza: l’amore, l’amicizia, la cultura, il progresso economico e sociale. Pascal direbbe: si divertono. In altre parole vivono in modo superficiale. Ma la vita, prima o poi, ci pone la domanda fondamentale e ineluttabile.

Il cristianesimo si presenta come una risposta a questo interrogativo che ci definisce come uomini. Essere cristiani significa credere alla risposta che Dio offre, in Gesù Cristo, a questo interrogativo umano. La fede cristiana fa di noi dei nemici dell’assurdo, del non-senso e ci fa profeti e testimoni del senso. Essere cristiani significa poter dare un secondo senso, molto più profondo, alle cose che già hanno un senso (l’amore, l’amicizia, la cultura, il lavoro, ...) e significa poter dare un senso a ciò che (almeno secondo noi) non l’ha (la sofferenza, l’ingiustizia, la morte, ...).

Distinguere tra indifferenza e dubbio

Dobbiamo capire coloro che sono i dubbiosi sinceri, quelli che sono in ricerca. L’indifferenza invece è tutt’altra cosa. Non voler sapere il fine dell’esistenza, divertirsi per sfuggire alla domanda sul senso della vita, soffocare la voce della coscienza: ecco l’indifferenza. Noi non sappiamo se qualcuno è veramente e totalmente indifferente. Ma se esiste un uomo totalmente indifferente, egli è inumano e disumanizzato.

Per quanto riguarda il dubbio, dobbiamo essere molto prudenti e comprensivi. Scrive Jean Lacroix: Se molti dei nostri contemporanei assumono nei confronti delle verità di fede una parziale o addirittura totale incertezza, questo avviene spesso perché non possono, in coscienza, fare diversamente. Ogni atto umano per essere tale, deve essere giustificato, soprattutto l’atto di fede. Dobbiamo avere l’intelligenza della nostra fede, dobbiamo capire, fin dove è possibile, quello che crediamo. La nostra ragione ha una parte importante nell’atto di fede.

Colui che si è impegnato onestamente nella riflessione religiosa e non riesce a vedere con certezza come poter credere, non solo non merita che gli venga scagliata addosso la pietra, ma ci fa dire: ha ragione. Un uomo non ha il diritto di affermare ciò che la Chiesa afferma se non vede, in coscienza, di avere il dovere di affermarlo.

San Tommaso d’Aquino ha scritto: Credere nel Cristo è in sé una cosa buona; ma è una colpa morale credere in Cristo se la ragione ritiene che questo atto sia cattivo; ognuno deve obbedire alla sua coscienza, anche se erronea (Summa Th.Ia IIa q.19 art.5). Sia chiaro che l’errore non deve essere volontario, nemmeno nel modo indiretto della negligenza colpevole. Io parlo di coloro che dubitano perché vogliono essere prima di tutto onesti, con il coraggio che l’onestà implica e richiede. Essi sono forse i dolorosi testimoni della mediocrità dei cristiani: mediocrità intellettuale e morale.

Coloro che dubitano per onestà di coscienza rifiutano di aderire alle verità della fede fino a quando non ci vedono chiaro: rifiutano di accontentarsi di una fede infantile, pre-critica, accolta a scatola chiusa per pigrizia e per evitare fastidi.

Il dubbioso sincero non è lo scettico che erige a principio la diffidenza (che è una malattia dell’intelligenza). E non è nemmeno l’uomo che ha paura di impegnarsi e che, a causa di questa paura, si rifugia nel dubbio sistematico e nell’interrogativo senza fine (che è una malattia della volontà). La fede è coinvolgimento, non solo un’opinione: non si crede all’esistenza di Dio come si crede o meno all’esistenza dei dischi volanti. Se Dio esiste è assolutamente essenziale impegnarsi con lui nel più profondo del nostro essere.

È evidente che attualmente ci sono molti malati dello spirito e della volontà. Il male più grande è di non prestare attenzione, di non lasciare uscire da se stessi l’interrogativo fondamentale sul senso ultimo dell’esistenza umana, o, se volete, di non cercare di individuare la dimensione essenziale della fede.

L’essenziale dell’essenziale

La grave mancanza del momento attuale è la incapacità di discernere la dimensione essenziale della fede, l’essenziale dell’essenziale.

Il cristiano dovrebbe essere capace di rispondere con una frase alla domanda: a che cosa credi, o, in chi credi?

Ciò che noi crediamo è la risposta che Dio dà all’interrogativo ineluttabile sul senso della vita. Questa risposta sta tutta intera in una frase sintetica diffusa nella Chiesa fin dai primi secoli: sembra che il primo ad averla usata sia stato s. Ireneo, vescovo di Lione, morto verso l’anno 200; e non ha cessato di essere ripetuta e commentata dai padri della Chiesa. Ve la cito in latino perché mantenga il suo tono di autenticità: Deus homo factus est ut homo fieret Deus, cioè Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. Questo è l’essenziale della fede!

Voi mi domanderete: Ma non è proprio questo il peccato originale, voler diventare Dio? Sì, il peccato originale consiste proprio nella pretesa di diventare Dio senza Dio, contro Dio e con le sole nostre forze. Ma l’essenziale della nostra fede è diventare Dio con Dio, secondo il progetto di Dio, accogliendo questo inaudito dono di Dio: la nostra divinizzazione. Diventare figli di Dio significa partecipare alla vita stessa di Dio. Un padre non dà ai suoi figli soltanto la vita, ma la propria vita. Quando diciamo che siamo figli di Dio, diciamo che Dio ci dà la sua stessa vita, ci fa partecipi della sua divinità, cioè che noi siamo divinizzati. È una cosa seria, è una cosa enorme! Il battesimo ci fa diventare figli di Dio nel senso forte e pieno della parola! Il battezzato è l’uomo che ha ricevuto l’ordine di diventare Dio (s. Basilio).

Il Cristo rivela chi è l’uomo e chi è Dio

Il senso ultimo dell’esistenza umana è diventare Dio. Non saremo eternamente Dio come Dio è Dio, non saremo infiniti, assoluti come lui, ma vivremo della sua stessa vita. Da qui la necessità di sapere in cosa consiste questa vita. La cosa ci riguarda direttamente. Dio non può rivelarci che la nostra vocazione è diventare ciò che egli è senza dirci chi egli sia; altrimenti ci prenderebbe in giro.

Che cos’è il mistero ?

La parola mistero esige di essere intesa correttamente. Di solito si pensa che il mistero è ciò che non si può comprendere. Si dice: Dio è un mistero, l’eucaristia è un mistero (per celebrare degnamente i santi misteri), il rosario è formato da quindici misteri, ecc. Ma se Dio mi parla è perché io capisca, se vado a messa ci vado per capire, se recito il rosario è per meditare, capire, assimilare i misteri della vita di Cristo e di sua madre. È curioso o, peggio, sciocco affermare che Dio mi parla, mi rivela la sua vita e che io, già per definizione, non posso capire nulla perché è un mistero. Sant’Agostino ci insegna che il mistero non è ciò che non si può comprendere, ma ciò che non si è mai finito di comprendere.

Anche una persona o un brano musicale sono un mistero: non si finisce mai di conoscerli completamente.

Dio ci fa penetrare nel suo mistero inesauribile. La nostra vocazione è diventare ciò che egli è. Bisogna dunque che sappiamo chi egli sia.

Il senso della vita è la nostra relazione con Dio, una relazione tale che vivremo eternamente della sua vita. Tutto nel cristianesimo esiste perché la nostra relazione con Dio sia possibile e vera. Tutto nel cristianesimo (dogmi, morale, sacramenti, preghiera,...) ha come unico scopo di garantire e di autenticare la verità della nostra relazione con Dio. Ma è evidente che, affinché la nostra relazione con Dio sia vera, bisogna sapere chi è l’uomo e chi è Dio. Non è possibile avere una relazione vera con qualcuno che non si conosce. È il Cristo (colui che si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio) che ci rivela chi è l’uomo e chi è Dio.

In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (cfr. Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (GS, 22).

Chi è l’uomo ?

L’uomo è un essere divinizzabile. È la risposta più profonda, al di là di tutte le cose interessanti che le scienze umane possano dirci. E l’uomo è divinizzabile, semplicemente perché c’è un uomo che è Dio. Un uomo pienamente uomo: Cristo è pienamente uomo eccetto nel peccato. Ma è proprio perché non è peccatore che Cristo è pienamente uomo. Ciò che impedisce a noi di essere perfettamente uomini è il fatto di essere peccatori.

Se davvero c’è un membro del genere umano che è Dio, questo vuol dire che c’è in tutti gli uomini una capacità di diventare ciò che Dio è. Se un uomo è Dio, significa che tutti possono diventarlo. Il mistero di ogni uomo, il senso dell’uomo, il significato della vita umana è l’atteggiamento essenziale dell’uomo a diventare ciò che Dio è.

Il Cristo non è una parentesi della storia dell’umanità, una mosca bianca, un caso, uno scherzo di natura: è invece l’uomo in pienezza. Noi cristiani crediamo che solo Cristo ci dice chi è il vero uomo. Solo Cristo realizza in modo perfetto la definizione stessa dell’uomo: egli è l’Uomo (cfr. Gv 19,5), e questo uomo è Dio. Questo significa che noi saremo perfettamente uomini solo quando saremo perfettamente divinizzati. Cristo ci umanizza e ci divinizza, ci fa diventare veramente uomini e veramente figli di Dio. Non dobbiamo scegliere tra diventare pienamente uomini e diventare ciò che Dio è. Non esiste il dilemma: o l’uomo o Dio.

Se dovessi scegliere tra uomo e Dio, in modo tale che uno dei due dovesse essere escluso, sceglierei l’uomo. Questo sarebbe conforme alla mia dignità: sono un uomo e ho il compito di diventarlo. Diventare ciò che Dio è non vuol dire smettere di essere uomini, ma anzi è l’unico modo per esserlo realmente.

Che differenze ci sono tra Cristo e noi? Ce ne sono due. La prima è che, ciò che lui è, noi dobbiamo diventarlo; il fatto di non essere come lui fin dal momento del nostro concepimento, ma di doverlo diventare lungo tutta la nostra vita basta per stabilire tra lui e noi una differenza infinita che durerà per tutta l’eternità.

La seconda è che mediante lui, e soltanto mediante lui, noi diventiamo Dio. L’uomo che si deve costruire è il Cristo, norma assoluta, simbolo dell’umanizzazione compiuta. Noi diventiamo uomini solo in forza di lui.

Queste due differenze bastano a mantenere tra Cristo e noi una distinzione eternamente irriducibile. Gesù è l’unico uomo-Dio, ma tutti gli uomini sono divinizzabili, e noi diventiamo proprio ciò che egli è. Noi diventiamo per partecipazione ciò che Dio è per natura: partecipi della natura divina (2Pt 1,4).

Chi è Dio ?

Gesù ci rivela chi è Dio: Dio è amore. È evidente che, se c’è un uomo che è Dio, questo significa che Dio è amore. Si fa fatica a concepire l’incarnazione se Dio non è amore. Infatti la tendenza profonda dell’amore è di diventare l’essere amato: non solo di essere unito a lui, ma di essere uno con lui. È un movimento che esiste già nell’amore umano, ma che non è pienamente realizzabile.

La gioia d’amare è la più grande, è assolutamente unica, ma non è esente da sofferenza. Entrare nell’amore significa entrare nella gioia, ma anche entrare nella sofferenza, perché l’anelito profondo dell’amore non può essere realizzato in questa vita: non si tratta solo di fare sì che tu e io siamo uniti, ma che tu e io siamo uno, uno solo.

È quanto Dio realizza nell’incarnazione: egli diventa uno come me: in Gesù Cristo Dio non è soltanto unito all’uomo, ma è uno con lui. È l’amore che si è realizzato in pienezza. Quando la Chiesa mi dice che Cristo è Dio e uomo, una sola persona, io so già che Dio è amore. E tutta la Bibbia sviluppa questo punto.

Dalla potenza all’amore

Tutta la storia della rivelazione è la conversione progressiva da un Dio inteso come potenza a un Dio adorato come amore. In questa prospettiva dovremmo rileggere tutta la Bibbia e studiare la storia delle religioni. Questa storia di una progressiva conversione da un Dio che è solo onnipotenza a un Dio che è amore è, in fondo, la storia di ciascuno di noi. Dobbiamo continuamente convertirci a un Dio che è soltanto amore.

Dio non è altro che amore

Tutto sta in questo: non è che. Vi invito a passare attraverso il fuoco della negazione: solo al di là, infatti, la verità si dispiega in pienezza. Dio è l’onnipotente? No, Dio non è altro che amore. Dio è infinito? No, Dio non è altro che amore. Dio è sapiente? No. E a tutte le domande che mi porrete io vi risponderò: no e poi no. Dio non è altro che amore.

Affermare che Dio è onnipotente significa porre come fondamento una potenza che può esercitarsi anche attraverso il dominio e la distruzione. Ci sono degli esseri che sono potenti per distruggere: il diavolo è il primo e il più potente di questi. Molti cristiani mettono l’onnipotenza come sfondo e poi, solo in un secondo momento, aggiungono: Dio è amore, Dio ci ama. È falso! L’onnipotenza di Dio è l’onnipotenza dell’amore: è l’amore che è onnipotente.

Si dice: Dio può tutto! No. Dio non può tutto. Dio può soltanto ciò che l’amore può, perché egli non è altro che amore. E tutte le volte che usciamo dalla sfera dell’amore ci inganniamo su Dio e ci costruiamo un idolo.

C’è una differenza fondamentale tra un onnipotente che ci amerebbe e un amore onnipotente. Un amore onnipotente non solo è incapace di distruggere qualcosa, ma è capace di arrivare fino alla morte.

In Dio non esiste altra potenza all’infuori della potenza dell’amore e Gesù ci dice: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). Egli ci rivela l’onnipotenza dell’amore accettando di morire per noi. Quando Gesù fu arrestato nel Getsemani disse al discepolo che mette mano alla spada e colpisce il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio: Rimetti la spada nel fodero, perché quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? (Mt 26,52-53). Ma si è guardato bene dal farlo perché, in quel modo, ci avrebbe rivelato un falso Dio, ci avrebbe rivelato un onnipotente invece di rivelarci il vero Dio, colui che arriva fino a dare la vita per i propri amici. La morte di Gesù ci rivela la qualità dell’onnipotenza di Dio; non è un’onnipotenza di dominio, di sopraffazione, non è una potenza arbitraria. No, egli non è altro che amore, ma questo amore è onnipotente.

Tutti gli attributi di Dio (onnipotenza, sapienza, bellezza,...) sono gli attributi del suo amore. Ecco allora la formula che vi propongo: l’amore non è un attributo di Dio tra gli altri attributi, ma gli attributi di Dio sono gli attributi dell’amore. L’amore di Dio è onnipotente, sapiente, bello, infinito...

Che cos’è un amore onnipotente? È un amore che va fino all’estremo.

L’onnipotenza dell’amore è la morte: andare fino all’estremo significa morire per le persone amate.

Le caratteristiche dell’amore

L’amore è accoglienza e dono. Il bacio è un bellissimo simbolo d’amore perché è segno del dono e dell’accoglienza a un tempo. Il bacio è lo scambio dei respiri che significa lo scambio delle nostre profondità: io mi soffio in te, mi espiro in te e ti aspiro in me in modo tale che io sia in te e tu in me.

Amore significa rinunciare a vivere in sé, per sé e in forza di sé per vivere per l’altro (è il dono) e in forza dell’altro (è l’accoglienza). È tutto il mistero della Trinità. La vita di Dio è questa vita di accoglienza e di dono. Il Padre non è altro che movimento verso il Figlio. Il Padre è paternità in grazia del Figlio e per il Figlio. Il Figlio è per il Padre e in forza del Padre. E lo Spirito Santo è il loro reciproco bacio, il loro reciproco amore.

Dal momento che la vita di Dio è questa vita di accoglienza e di dono, e poiché io devo diventare ciò che Dio è, non posso volere di essere un uomo solitario. Se sono un uomo solitario non assomiglio a Dio. E se non assomiglio a Dio, non potrò condividere eternamente la sua vita. Questo è ciò che si chiama peccato: non assomigliare a Dio, non tendere a diventare ciò che egli è, dono e accoglienza.

Se Dio non è altro che amore, allora è povero, dipendente, umile. Quando vedo Gesù inginocchiato ai piedi degli apostoli intento a lavare loro i piedi, proprio in quel momento lo sento affermare: Chi vede me, vede il Padre, cioè: Chi vede me, vede Dio (cfr. Gv 14,9). Dio non si rivela a noi come l’essere infinito. Il Dio in cui noi crediamo è il Dio rivelato da Gesù Cristo: un Dio povero, dipendente, umile.

Povertà di Dio

Non esiste amore senza povertà. Approfondiamo questa meditazione a partire dalla nostra esperienza umana. Quando un uomo guarda la sua donna con uno sguardo d’amore in cui non c’è altro che amore cosa può dirle? Qual è la frase che può pronunziare per tradurre in linguaggio questo sguardo d’amore? Io non ne trovo che una: Tu sei tutto per me, tu sei tutta la mia gioia. È una parola di povertà: se sei tu a essere tutto, io non sono nulla. Al di fuori di te, io sono povero. La mia ricchezza non sta in me, ma in te. La mia ricchezza sei tu e io sono povero.

Se questo è già vero nell’amore umano, come lo è maggiormente quando si tratta di Dio. Dio è la povertà assoluta: in lui non c’è traccia di avere, di possesso. Eternamente il Padre dice al Figlio: tu sei tutto per me. Il Figlio risponde al Padre: tu sei tutto per me. E lo Spirito Santo è il dinamismo stesso di questa povertà.

È Dio il più povero di tutti gli esseri. O se l’espressione non vi piace, dite pure che Dio è ricco, ma aggiungete immediatamente: ricco in amore e non in avere. Ora essere ricco in amore ed essere povero è esattamente la stessa cosa. Dio è amore infinito e quindi Dio è un infinito di povertà, un infinito di altruismo e di dono. La proprietà è il contrario stesso di Dio.

Certo, nella complessità delle vicende umane, una certa dose di proprietà è necessaria: quaggiù l’essere senza avere è impossibile. Per questo la Chiesa insegna che c’è un diritto di proprietà: perché l’essere umano sia tale, è necessaria una certa quantità di avere. Ma in Dio non è assolutamente vero. E noi entreremo in Dio solo quando ci saremo spogliati di ogni avere. La povertà materiale di Betlemme e di Nazaret è solo il segno di una povertà molto più profonda: povertà immensa di Dio, infinita, assoluta, senza la quale non possiamo affermare che Dio è amore.

Come siamo lontani da certe immagini di Dio! Siamo cristiani seri: è qui il nucleo della nostra fede. Il cristiano serio è colui che afferma la povertà infinita di Dio.

Dipendenza di Dio

Amare significa dipendere: ti amo, ti seguirei in capo al mondo, voglio dipendere da te.

Se nell’amore umano amare significa voler dipendere, questo è vero a maggior ragione di Dio, in cui l’amore viene vissuto in pienezza. Se Dio non è altro che amore, egli è il più dipendente di tutti gli esseri, è un infinito di dipendenza.

Stiamo attenti a non cadere nell’ambiguità, perché ci sono due tipi di dipendenza. Cerchiamo di chiarirci con un esempio. È il bambino che dipende dalla madre o è la madre che dipende dal bambino? Sul piano dell’essere e della vita è il bambino che dipende dalla madre, ma sul piano dell’amore è la madre che dipende dal bambino. Quando lui sta bene è tutta la sua gioia, quando lui sta male o muore è tutto il suo dolore, tanto è dipendente dalla sorte di suo figlio.

Dio è il più dipendente di tutti gli esseri: dipendenza nell’amore, non nell’essere.

Umiltà di Dio

Dio è umile, il più umile di tutti gli esseri, perché l’amore non può guardare dall’alto in basso. Uno sguardo fatto cadere dall’alto non può essere uno sguardo d’amore. Bisogna riflettere su questo e rifletterci a lungo. Ci vuole tutta una vita per capire soltanto un poco cosa sia l’amore; ed è proprio questa la vita cristiana.

Quando Gesù lava i piedi agli apostoli, li guarda dal basso in alto; e proprio in quel momento ci dice di essere Dio. Non cerchiamo Dio tra le nuvole quando invece sta lavandoci i piedi. La lavanda dei piedi è certamente una lezione d’amore fraterno, ma più profondamente è una rivelazione di ciò che Dio è. Dio non può che mettersi in basso, altrimenti non possiamo dire che Dio è amore. L’umiltà di Dio è la profondità stessa di Dio.

Se mi chiedete: Dio è più grande di noi? Io vi rispondo: Certamente! Più grande in amore. Quindi, in umiltà Dio è più grande di noi.

Noi non riusciremo mai a essere umili come lo è Dio. Il Dio in cui crediamo è infinitamente umile; in altre parole, si è spogliato di qualsiasi prestigio. Dio è la pienezza dell’umiltà.

Il cuore della potenza e della gloria di Dio è l’umiltà, senza la quale l’amore non è vero amore. L’amore vero non cade mai dall’alto in basso perché l’amore non è dominio ma servizio.

Nel cuore stesso di Dio esiste una potenza di nascondimento di sé.

Ci vuole più potenza nel nascondersi che nell’apparire. Ora, se Dio è onnipotente, Dio è un’infinita potenza di nascondimento di sé. Siamo lontani da Giove, dal paternalismo e dal trionfalismo! È questo il Dio che Gesù Cristo ci rivela.

 

 

MORIRE E RISUSCITARE

La nostra vocazione è quella di essere divinizzati, divinamente trasformati. Per diventare ciò che Dio è, l’uomo deve essere radicalmente trasformato. Se la nostra vocazione è di essere divinizzati, è ineluttabile che il nostro destino si presenti in forma di morte e risurrezione.

Quando parlo di morte in tutto questo capitolo, non mi riferisco semplicemente alla nostra morte finale, all’atto di esalare lo spirito. Mi riferisco alla morte necessaria lungo tutta la vita, la morte a se stessi, la morte al proprio egoismo. Quando parlo di risurrezione non intendo il ritorno, dopo la morte, alla vita che si possedeva prima di morire. Risuscitare significa passare a una vita completamente diversa.

Il passaggio alla vita divina, alla vita stessa di Dio non avviene solo dopo la morte ma lungo tutta la vita e implica sempre una morte e una nuova nascita o risurrezione. Dobbiamo capire che una crescita non è mai un ingrandire, ma sempre una trasformazione. L’ingrandimento esiste solo nell’ordine dei minerali. Appena si ha a che fare con un organismo vivente, c’è trasformazione. Faccio un esempio. La donna non è una grossa bambina: una donna che fosse una grossa bambina sarebbe un mostro. Essa diventa tale solo trasformandosi, cioè morendo al suo stato di bambina per nascere allo stato di donna adulta. Tocchiamo qui qualcosa di fondamentale. Se chiedo a una bambina che cosa vuol diventare, lei risponderà spontaneamente: vorrei essere grande come la mamma. Senza pensare però che questo comporterebbe la rinuncia alle sue bambole, alla sua vita spensierata per passare a qualcosa di assolutamente nuovo, che non può avvenire senza sofferenza. Essa non sa che per diventare donna deve morire al suo stato di infanzia per nascere allo stato di adulta. Fissiamo subito una constatazione importante: l’uomo ha sempre la tendenza a proiettare nel futuro il presente così com’è, senza trasformazione.

La Bibbia ci presenta la vita eterna come un riposo; e noi tendiamo a immaginare la vita eterna sulla linea di quel riposo a cui aspiriamo nella vita terrena quando siamo stanchi: la vita eterna sarebbe un eterno dormire o un eterno dolce far niente.

Un altro modo di rappresentare la vita eterna è il banchetto, il pranzo di festa, perché nella vita presente, il pasto preso in comune è il segno della fraternità, della pace e della gioia. E noi siamo tentati di proiettare nel futuro della vita eterna il presente così com’è, magari sostituendo il pane di frumento con il pane d’oro (sarebbe un bel guaio!). Dunque la nostra immaginazione non cede alla tentazione tipicamente infantile di proiettare nel futuro il presente così com’è, senza trasformazioni.

Abbiamo quindi la tendenza a immaginarci la felicità del cielo come un ingrandimento di ciò che quaggiù chiamiamo felicità, mentre in realtà la felicità del cielo è la felicità stessa di Dio. Essere divinizzati, andare in paradiso non è come scalare una montagna, non è andare in un luogo: è partecipare alla vita divina. E Dio non è altro che amore; quindi la vita eterna consiste unicamente nell’amare, nell’uscire da sé, nel non pensare a se stessi, nel non chiudersi e ripiegarsi su se stessi, nel far passare gli altri prima di noi. Questa è la felicità del paradiso.

Bruco che diventa farfalla

La farfalla non è un grosso bruco, perché la crescita non è mai un ingrandimento. Ma se il bruco avesse una coscienza e io potessi parlargli, gli chiederei qual è il suo sogno. E il bruco mi risponderebbe sicuramente che vorrebbe essere il bruco più grosso di tutta la foresta, il re dei bruchi che, per le sue dimensioni e il suo peso, potesse imporre la sua volontà e regnare su tutti i bruchi della foresta.

Questo meccanismo viene chiamato volontà di potenza e non è altro che l’amplificazione di ciò che si è, senza trasformazione. Il bruco non sa che, per diventare ciò che è destinato a essere, deve liberarsi del suo corpo di bruco e deve rivestirsi di un corpo nuovo.

Esso esiste, infatti, solo per diventare farfalla: è questa la sua vocazione. Solo quando sarà diventato farfalla sarà veramente quello che deve essere.

Chicco di grano che diventa spiga

Gesù disse: "È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome". Venne allora una voce dal cielo: "L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò" (Gv 12,23-28).

Il chicco di grano che, sepolto nella terra, attraverso l’inevitabile morte, sta per diventare quello che deve essere, cioè spiga rigogliosa, ha la tentazione di rimpiangere il granaio in cui era tanto felice, ma di una piccola felicità egoista. In questo preciso momento dice quello che milioni di uomini dicono attorno a noi: se Dio esistesse, cose simili non dovrebbero succedere. Ma è proprio qui che siamo in presenza del vero Dio: il Dio che trasforma il chicco per farlo passare dallo stato di granello allo stato di spiga; e questo è possibile solo attraverso la morte.

L’unico Dio che esiste è quello che ci fa crescere, che ci trasforma, che ci fa passare da una condizione semplicemente umana a una condizione di uomo divinizzato.

È questa la storia di tutti noi, è questa la condizione umana.

Non esiste crescita senza trasformazione, non esiste trasformazione senza morte e una nuova nascita.

Stabilito questo, diciamo che ci sono nella storia dell’umanità tre tipi di morte e di nascita, tre tipi di trasformazione, tre pasque tipiche di morte e risurrezione.

Il termine pasqua deriva da una parola ebraica PSH che significa passaggio. Nella nostra vita ci sono due passaggi.

Il primo è la nostra nascita umana: siamo passati dal nulla all’esistenza intelligente e libera. Ma questo primo passaggio è soltanto la condizione per il secondo.

Il secondo passaggio è quello dall’esistenza umana all’esistenza propriamente umano-divina. È enorme passare dal nulla all’esistenza umana, ma è molto più ancora passare dall’esistenza umana all’esistenza umano-divina. Il primo passaggio avviene senza il nostro consenso; il secondo non può avvenire senza di noi, e si compie lungo tutta la vita.

Tre pasque

La pasqua è questo secondo passaggio (dall’esistenza umana a quella umano-divina) e ci sono tre pasque, tre passaggi trasformatori o trasfiguranti nella storia dell’umanità: la pasqua degli ebrei, la pasqua di Cristo e la nostra pasqua.

La pasqua degli ebrei

Ci viene raccontata nel libro dell’Esodo. Gli ebrei erano in Egitto una minoranza oppressa. Un giorno il faraone decise di aumentare i ritmi di produzione, cioè, più lavoro senza aumento di salario. Gli ebrei alzano il proprio grido a Dio ed egli ascolta il loro lamento.

Manda Mosè a farli passare (=pasqua) dalla schiavitù d’Egitto alla libertà della terra promessa. La Palestina è la terra che Dio aveva promesso ai loro antenati, la terra in cui saranno uomini liberi perché Dio vuole che i suoi figli siano uomini liberi: è la libertà ciò che definisce l’uomo.

Tra l’Egitto della schiavitù e la Palestina della libertà c’è un deserto immenso, il Sinai. Gli ebrei hanno l’impressione di camminare verso la morte, mentre in realtà stanno andando verso la vita. Anche il chicco di grano soffocato nella terra crede di morire, ma in realtà è in cammino verso la superba spiga che presto ondeggerà al vento.

Non si può essere trasformati senza passare attraverso la morte, attraverso il sacrificio della felicità egoistica. Bisogna rinunciare al proprio egoismo per conoscere la vera felicità, la felicità stessa di Dio alla quale siamo chiamati per l’eternità. Bisogna passare attraverso la morte per raggiungere la grande libertà divina. Non è possibile, senza essere trasfigurati, diventare uomini liberi della stessa libertà di Dio.

La pasqua di Cristo

Gesù vive sulla sua pelle quello che aveva vissuto il popolo di Israele. Lo rivive in primo tempo simbolicamente passando quaranta giorni nel deserto (quaranta giorni che richiamano i quaranta anni dell’esodo), e, poi, non più in modo simbolico ma in modo estremamente reale, salendo sul Calvario: egli va verso la morte; in realtà va verso la vera vita che è la vita risuscitata nel cuore della Trinità, la vita stessa di Dio. La prima pasqua, quella dell’Esodo, non era che un’immagine, una figura; quella di Cristo è la pasqua centrale della storia.

Cristo è l’uomo perfetto, colui che vive in pienezza il destino dell’uomo; è Dio stesso fatto uomo che muore per risorgere, cioè per passare da questo mondo al Padre (Gv 13,1). La risurrezione di Gesù non è il ritorno alla vita prima della morte, è il passaggio alla vita di Dio. Dopo la sua risurrezione Cristo vive nel cuore stesso della Trinità, le condizioni della sua vita sono le condizioni della vita divina. È diventato altro, non è più, come noi, legato a tutti i condizionamenti del tempo e dello spazio.

Riflettiamo bene: Cristo è diventato tutt’altro, ma non è un altro, è lo stesso. Un po’ come la Milano delle nebbie invernali diventa tutt’altra in primavera o in estate; trasfigurata dal sole, rimane pur sempre la stessa Milano. Il Cristo risorto non cessa di essere un uomo. Cristo, risuscitando, non si è spogliato della sua umanità, non ha rinnegato la sua carne. Cristo risorto è uomo-Dio per l’eternità.

Dopo la risurrezione la Trinità non è più Padre, Figlio e Spirito Santo; è il Padre, il Figlio incarnato, morto e risorto, e lo Spirito Santo. Risuscitato, l’uomo Gesù vive nel cuore stesso della Trinità. Dio si è fatto uomo per portarci con sé, perché per lui, con lui e in lui noi vivessimo, nel cuore della Trinità, della vita stessa di Dio. Bisogna assolutamente che gli uomini lo sappiano e che diventi questa la loro speranza.

La nostra pasqua

La terza pasqua della storia è la nostra: ognuna delle nostre decisioni è una pasqua di morte e di risurrezione.

Ciò che veramente conta nella nostra vita sono le decisioni. Ci sono le piccole decisioni che sembrano insignificanti: fare un piacere, rinunciare a qualcosa, fare la visita a un ammalato, alzarci per cedere il posto a un altro... È un sacrificio, è una morte, è morire al proprio egoismo. Ci sono le grandi decisioni che orientano tutta la vita: sposarsi, andare in convento... Tutte queste decisioni, piccole e grandi, sono morte e risurrezione. Cristo divinizza la nostra attività umana umanizzante, positiva, degna dell’uomo.

Siamo uomini in divenire: sono le nostre decisioni che contribuiscono a farci diventare sempre più uomini. Ogni decisione umana umanizzante che ci fa morire al nostro egoismo è un passaggio alla vita divina: ciascuna di queste morti parziali è una nuova nascita. La decisione stessa ha iscritta in sé una struttura pasquale, una struttura di morte e di risurrezione.

Noi non pensiamo alla vita divina dopo la morte. La vita eterna, la vita divina non è soltanto la vita futura; è già presente. Si diventa ciò che Dio è, si va in paradiso, in forza di ognuna di queste decisioni umanizzanti.

Il Cristo risorto che è vivo-presente-attivo-trasfigurante-divinizzante nel cuore delle nostre decisioni umane umanizzanti conferisce loro una specificazione divina, un valore eterno.

Una Chiesa ha senso di esistere se rivela agli uomini che la loro vita non è soltanto una vita umana. La vita degli uomini ha una dimensione tipicamente umano-divina. Il Cristo quindi è presente nelle decisioni umanizzanti di coloro che non lo conoscono. Tutte le volte che un uomo prende una decisione per la verità, per la giustizia, per la libertà, in una parola per quelli che si chiamano i valori, il Cristo risorto conferisce alla sua decisione una dimensione specificamente divina. Egli può divinizzare solo le mie decisioni umanizzanti. Il peccato è ciò che Cristo non può divinizzare perché non è umanizzante; il peccato è sempre de-umanizzante, ci fa diventare meno uomini. Si può facilmente capire che cos’è il peccato solo se prima si capisce qual è la nostra vocazione. Il peccato infatti consiste nel disattendere a questa vocazione. È il rifiuto della nostra divinizzazione, e questo si traduce nell’egoismo sotto ogni forma, cioè nel contrario di quello che Dio è.

Questa è la pasqua della storia; e ci sono tante pasque nella storia quante sono le decisioni umane umanizzanti. Giorno dopo giorno, decisione dopo decisione, noi costruiamo un’eternità umano-divina, ma questa eternità è tale solo perché Cristo la costruisce con noi. Noi cristiani crediamo che questo sia il senso della nostra esistenza, e che questo senso venga vissuto nel compimento stesso della nostra missione umana. Se fossimo solamente uomini potremmo costruire solo l’umano, ma colui che si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio è nel profondo della nostra libertà e trasfigura divinamente la nostra attività umana umanizzante.

Vangelo significa buona notizia: Dio non è altro che amore e la grandezza dell’uomo è immensa perché la sua vocazione va infinitamente al di là di quello che l’uomo potrebbe immaginare con le sue sole forze: egli è capace di amare come Dio ama.

 

 

IL FULCRO DELL’INSEGNAMENTO DI GESÙ: IL DISCORSO DELLA MONTAGNA

Il discorso della montagna (Mt 5-7) è il messaggio centrale del cristianesimo. In esso il pensiero di Gesù viene sviluppato secondo una logica interiore che è quella del cristianesimo. Logica di stile di vita, logica della qualità della vita che Gesù ha instaurato: la logica dell’amore.

Il discorso è un appello all’esistenza filiale. Gesù invita gli uomini a condividere la sua esperienza di Figlio di Dio. Questo è molto importante se vogliamo liberarci da nozioni astratte e vogliamo capire che il discorso della montagna è un fatto di esperienza vissuto da Gesù che egli propone a noi.

Se l’insegnamento di Gesù è un invito a condividere la sua esperienza di filiazione e di amore vissuto prima di tutto come accoglienza (il Figlio riceve dal Padre), è necessario che gli uomini chiamati a proclamare la buona novella di un Dio che è Padre, condividano per primi l’esperienza del loro maestro. Ormai i dodici seguiranno Gesù dovunque egli vada. Marco specifica con grande cura: Ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare (3,14).

La dottrina di Gesù non è una filosofia ma un’esperienza di vita; gli apostoli di Gesù quindi non possono essere diffusori di una filosofia, di un sistema di pensiero. Potranno ripetere il suo messaggio solo se saranno in grado di testimoniare un’esperienza, l’esperienza di una certa relazione con Dio.

Evitare i controsensi delle beatitudini

Le beatitudini non sacralizzano la miseria, le lacrime, la persecuzione... Non andiamo a dire alla povera gente che non sa come fare ad arrivare alla fine del mese: Gesù ha detto che siete beati perché siete disgraziati! Se le beatitudini ci proponessero una consolazione volgare, il cristianesimo sarebbe una religione dolente e piagnucolosa. La verità è che piuttosto noi sogniamo una felicità di poco prezzo, fatta di gioie facili. Ed è questo sogno che Gesù ha condannato: la sua proposta è che il nostro desiderio di felicità venga esso stesso trasformato. Felici, beati coloro la cui anima è abbastanza elevata perché il desiderio essenziale sia vivere come figli del Padre che sta nei cieli!

La povertà, le lacrime, la fame, la persecuzione non sono dunque condizioni per essere felici della felicità portata da Gesù. La situazione di infelicità non è una specie di condizione preliminare, come se fosse necessario piangere e avere fame per conoscere la vera beatitudine. La miseria, la prigionia, la fame, le lacrime rimangono per Gesù le varie modalità dell’infelicità dell’uomo: se proclama beati coloro che ne sono colpiti, lo fa perché viene a liberarli... L’originalità del vangelo non consiste nell’affermare che ciò che era nero è improvvisamente diventato bianco, ma nell’offrire a tutti coloro che sono nell’infelicità una via d’uscita nuova e piena di beatitudine (p. Guillet).

Le beatitudini impegnano l’uomo in un processo di trasformazione dell’esistenza. Il nostro desiderio spontaneo e istintivo di felicità è conforme alla natura; deve essere trasformato per poter accedere alla vera libertà.

Le beatitudini sono dunque un appello. Non formulano una verità di ordine generale (gli infelici sono beati) ma impegnano in un atteggiamento, invitano a condividere l’esperienza propria di Gesù. Ed è proprio il seguito del discorso della montagna che espliciterà in che cosa consiste questo nuovo tipo di esistenza che risponde alla vera grandezza dell’uomo, e la cui conseguenza sarà la beatitudine: non più una felicità a poco prezzo fatta di gioie facili, ma la felicità degna dell’uomo, adeguata alla grandezza dei figli di Dio, la felicità di amare e non la felicità di essere ben pasciuti. Quale felicità volete? Di che natura e a quale livello? È tutto qui.

Ci sono infatti livelli diversi di felicità.

Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli

Non bisogna evidentemente tradurre i poveri di spirito! In spirito vuol dire: alla radice, nel cuore dell’essere. La povertà in spirito è interiore all’amore. L’amore senza povertà non è più amore: per questo Dio stesso è povero, egli è estraneo all’avere perché la sua modalità di esistere è amare.

Avere un’anima di povero significa essere spossessati di sé e quindi, da una parte, lasciarsi mettere in discussione e, dall’altra, affidare all’altro la propria felicità. Le due frasi che definiscono il povero sono queste: Io ti faccio credito (credo): è la fede, e Io ti affido la mia beatitudine: è la speranza. Radicato nella fede e nella speranza, il povero vive nella carità: può servire gli altri (amore) perché è privo di pastoie.

Da un capo all’altro della Bibbia il povero di Jahvé è il servo di Jahvé: è quindi nel Regno; beati coloro che hanno un’anima di povero perché a loro appartiene il regno dei cieli. Il Regno è la relazione di intimità con Dio.

La beatitudine della povertà domina tutto il Vangelo. Sarebbe impensabile se Dio stesso non fosse povero, cioè assolutamente estraneo alla dimensione dell’avere: Dio non ha nulla, Dio è tutto. Colui che è tutto non ha nulla. E tutto ciò che egli è, è un tutto donato: Dio non è altro che amore.

Beati i miti perché erediteranno la terra

La mitezza è la rinuncia a ogni diritto personale quando non ci sono di mezzo altri. La mitezza è legata alla calma e alla forza d’animo. È la carità non solo del carattere, ma anche dell’intelligenza.

Porta ad ascoltare gli altri e a capirli, anche quando il loro pensiero è diverso dal nostro o addirittura opposto. La mitezza evita gli atteggiamenti di ribellione e di crollo davanti agli imprevisti della storia e permette di inventare, giorno dopo giorno, la risposta agli appelli degli avvenimenti, molto spesso imprevedibili.

Beati gli afflitti perché saranno consolati

Un segreto istinto, un avvertimento segreto, un segreto rimorso ci dicono che c’è sempre una certa impurità nel successo, un po’ di volgarità nella vittoria, una certa impurità, un residuo di impurità nella fortuna; ed è quindi a buon diritto che i grandi segreti onori della storia, i supremi onori sono sempre stati resi storicamente alla sventura (Ch. Peguy).

In se stesso il successo è buono, perché è lo scopo stesso dello sforzo. Attraverso il successo, cioè attraverso la vittoria sull’ostacolo, prendiamo sempre più coscienza di noi stessi e della nostra capacità di creare sempre di più. Ma il successo non è buono se non in quanto è il più potente rivelatore dello scacco... Nel caso in cui il successo facesse dimenticare lo scacco, sarebbe la peggiore delle alienazioni. Gli uomini ai quali, come si dice, riesce bene tutto, e che hanno come unico ideale il trionfo, sono proprio quegli esseri superficiali che non avranno mai accesso a quell’esistenza autentica che viene invece presagita dai non integrati, dai diversi, dagli scoraggiati e dai falliti di qualsiasi tipo e che costituisce il loro tormento. Ed è meglio essere il barbone dell’angolo della strada piuttosto che un "arrivato" imbecille (Jean Lacroix).

Vediamo quindi in che senso Gesù dichiara beati coloro che piangono, annunciando che saranno consolati. L’uomo non è fatto per la morte ma per la vita. Sapere di essere figli di Dio costituisce la vera festa umana, l’unica che rimane. Gesù la offre agli uomini perché facciano questa esperienza della filiazione divina: vivere come figli che hanno un Padre.

La nostra vita non può andar male perché il Padre si occupa di noi.

Dobbiamo credere a questa verità fondamentale insegnataci da Gesù e farne esperienza. Ed è soprattutto nel momento della sofferenza che questa esperienza diventa più tangibile e profonda: è il momento della nostra insufficienza che reclama ad alta voce la provvidenza del Padre.

Beati coloro che fanno esperienza della propria insufficienza perché sperimenteranno la presenza provvidente e buona del Padre.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati

Avere fame e sete della giustizia è l’unico modo di essere giusti.

Qui si tratta solo secondariamente di giustizia sociale: si tratta prima di tutto di fedeltà. La fedeltà a se stessi consiste nel cercare senza tregua l’essere. Cercare è una delle parole-chiave della Bibbia. Cercate e troverete, Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato in sovrappiù. Ma essere soddisfatti sia del mondo che di sé significa negare che noi siamo un infinito. In un certo senso la Chiesa esiste per contestare tutte le società, qualunque esse siano, e tutte le politiche, perfino le migliori. Anche se con saggezza e discernimento, l’uomo non può mai essere pienamente soddisfatto quaggiù. Si può dire che l’uomo è un infinito che avverte il vuoto e che può essere riempito soltanto dall’Infinito vivente che si dona.

Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia

Il misericordioso è colui che ha il cuore misero e infelice. È colui che soffre della sofferenza altrui. Chi non sa soffrire con non può accogliere il dono di Dio perché Dio per primo, Dio in persona soffre con l’uomo. La sofferenza di Cristo, la sua passione e morte in croce sono il segno sensibile della profondità dell’amore in Dio, che possiamo sicuramente chiamare sofferenza, qualcosa di misterioso senza il quale l’amore non sarebbe tale e che unicamente ci può essere rivelato dalla sofferenza di Cristo.

La misericordia implica una preferenza per i piccoli, i deboli, i miserabili, i malati, quelli che sono soli (è una delle più grandi sofferenze umane), per coloro che vengono umiliati, a cui viene fatta violenza, per chi è vittima dell’ingiustizia, per chi è tormentato, inquieto. È proprio il tipo di esistenza che visse Gesù: lavorare per liberare quelli che sono schiavi di qualunque tipo di schiavitù perché non si può essere uomini liberi se non si opera per liberare i fratelli, perché si può accedere alla libertà solo passando all’amore. Non esiste la libertà al di fuori dell’amore. Essere liberi ed amare è la stessa cosa.

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio

Chi ha il cuore puro? Colui che non sporca il suo cuore né con il male che commette e nemmeno con il bene che fa. Non sporcarsi il cuore con il bene che si fa: ecco una dimensione divina, che può essere donata solo da Dio. Non essere proprietari del bene che si fa, questo significa essere puri, cioè semplici, senza ripiegamenti.

Essere puro è l’atteggiamento di chi non ritorna su se stesso, di chi non sbandiera le sue buone azioni.

La semplicità nel senso esatto della parola, è il contrario della duplicità: non guardarsi mentre si fa il bene, non mettersi davanti allo specchio, non avere due facce. Dio ama il nostro volto unico, irripetibile, non mascherato.

Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio

Bisogna essere in pace con se stessi per lavorare alla pace tra gli uomini. Essere in pace con se stessi significa essere interiormente unificati. E questo non contraddice la fondamentale insoddisfazione nei confronti di tutto ciò che è soltanto umano. La soddisfazione di sé sarebbe un falso principio di unità.

Per essere chiamati figli di Dio, figli del Padre, bisogna lavorare affinché gli uomini siano fratelli. Se il figlio non è veramente figlio, gli uomini non saranno per lui dei fratelli. E questo è possibile solo se, in pace con noi stessi, interiormente unificati, noi lavoriamo alla pace universale.

Beati i perseguitati per causa di Cristo

Gesù conclude: se entrate in questa esperienza sarete perseguitati. È inevitabile. Un cristianesimo che non incontra opposizione ha poche possibilità di essere autentico. L’idea di una verità che si manifesta nella sua umiltà, l’idea di una vita perseguitata è l’unica modalità possibile della trascendenza (il che significa che un Gesù che non fosse stato perseguitato non avrebbe potuto essere il testimone del Dio trascendente)... Manifestarsi come umile, come alleato del vinto, del povero, del perseguitato significa esattamente non rientrare nell’ordine costituito... L’umiliato è un elemento di assoluto disturbo: non appartiene al mondo... La persecuzione e l’umiliazione inevitabili sono modalità del vero (E. Levinas). Se non siamo in nessun modo perseguitati diffidiamo di noi stessi: rischiamo di vivere superficialmente o falsamente. Milioni di persone cercano di vivere contemporaneamente su due livelli: quello della sapienza di Cristo e quello della saggezza del mondo. E questo non è possibile.

Se scegliamo la sapienza di Cristo saremo perseguitati perché impediamo alla gente di girare a vuoto. In fondo c’è una beatitudine sola che riassume tutte le altre: beati coloro che fanno l’esperienza dell’esistenza vera. Fare questa esperienza significa provare a un tempo e inscindibilmente la felicità e la croce. Per accedere, infatti, alla felicità più alta, bisogna rinunciare a quella troppo facile, superficiale, a portata di mano. La felicità cristiana è la felicità di amare, cioè di uscire da sé, non pensare più a se stessi, non essere più ripiegati sul proprio io.

E questo richiede fatica e sofferenza. Infatti, spontaneamente noi pensiamo solo a noi stessi; spontaneamente, perfino nell’amore umano, l’altro è sempre un mezzo privilegiato per l’amore che portiamo a noi stessi. La croce è il superamento della felicità a poco prezzo e l’accesso alla grande felicità, l’unica degna in ultima analisi dei figli di Dio, che è la felicità di amare. L’accesso a questa felicità passa necessariamente attraverso il sacrificio.

 

 

CRISTO È RISORTO DAI MORTI E SALITO AL CIELO

L’amore è più forte della morte a condizione che sia prima di tutto più forte della vita. L’amore più forte della vita è il sacrificio fino alla morte; l’amore più forte della morte è la risurrezione. In altre parole il sacrificio che è una morte parziale, e la morte, che è il sacrificio totale, trasformano la vita secondo la carne e il sangue in vita secondo lo Spirito.

Il mistero pasquale - morte e risurrezione insieme - è un mistero di trasformazione, la trasformazione dell’uomo carnale in uomo spirituale e addirittura propriamente divino per partecipazione alla vita stessa di Dio.

L’amore è un desiderio di immortalità

L’amore autentico è incorruttibile, indistruttibile: esige di essere tale; è come un bisogno di infinito. Ma se l’amore esige l’infinito, è pur vero che è impotente a darlo. Dice all’essere amato: Non morirai, ma l’essere amato muore. Tende all’eternità, ma in realtà fa parte del mondo della morte, è chiuso come noi nel cerchio della mortalità, con la sua solitudine e la sua potenza di distruzione. Il paradosso è violento.

Sopravvivere per sé o in un altro?

A partire da questo paradosso possiamo capire cosa significhi il mistero cristiano della risurrezione. È il trionfo dell’amore sulla morte: è l’amore più forte della morte. Ma come può l’amore essere più forte della morte? Cos’è che mi può rendere immortale?

In fin dei conti è sicuro ch’io diventerò polvere; nulla può impedire che io sia votato alla morte. Non posso sopravvivere che in un altro.

Ma come si fa a continuare ad esistere in un altro, in altri? C’è più di una via possibile, e l’uomo le ha provate tutte. Soprattutto ne ha provate due.

Prima di tutto si vuole sopravvivere nei propri figli, nei propri nipoti. Proprio per questo i popoli primitivi hanno sempre considerato il celibato e la sterilità come una maledizione: non avere figli equivaleva all’impossibilità di sopravvivere; e avere molti figli vuol dire avere molte possibilità di sopravvivere, ed è quindi una benedizione.

Poi si cerca di sopravvivere nella memoria degli uomini, si aspira alla gloria.

In verità io posso sopravvivere in un altro se esiste un Altro che sia lui stesso eterno e che mi ami abbastanza per accogliermi in lui. Si può essere immortali solo in Dio, e se Dio è amore. Solo un Dio che mi ama ha la potenza di vincere la morte, di risuscitarmi. Soltanto il suo amore è più forte della morte.

Ed è necessario che anche in me l’amore sia stato più forte della vita.

Lo dice Gesù nel vangelo: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). È la definizione stessa della libertà. L’uomo fatto di carne e di sangue di che cosa è più schiavo se non di una volontà di vivere secondo la carne e il sangue? Essere pusillanimi significa sempre avere la preoccupazione sovrana di salvaguardare il proprio benessere, la propria fortuna, i privilegi, la posizione acquisita nel mondo, la salute, in una parola tutto quello che viene chiamato vita. Si è schiavi quando ci si aggrappa a ciò che si è e che si ha.

Soltanto in Gesù l’uomo è più forte della vita

Platone diceva: È degno di esistere soltanto colui che è degno di essere amato. È degno di essere amato solo colui che ama, perché soltanto costui è libero, soltanto costui è un uomo.

Ma nella storia dell’umanità soltanto uno fu assolutamente libero perché soltanto uno ha perfettamente amato. Uno solo è uomo in pienezza.

Noi ci sforziamo di amare; noi costruiamo faticosamente la nostra libertà; restiamo schiavi di molte cose e in molti modi; ci attacchiamo ai nostri averi e a tutto quello che pure sappiamo destinato a morire.

Siamo attaccati più che distaccati. In noi la vita mortale è più forte dell’amore. Soltanto in Gesù l’amore è stato più forte della vita. La sua morte è la morte di un uomo assolutamente libero, assolutamente distaccato da sé e da tutto, totalmente amante. Il Cristo non ha vissuto che per il Padre e in forza del Padre. È questo l’amore: vivere per un altro e in un altro. Ma vivere in un altro vuol dire morire a sé.

Dire che Gesù è risorto significa che per quest’uomo pienamente uomo in cui l’amore è stato più forte della vita, l’amore è per sempre più forte della morte. A questo punto, forse, siamo in grado di comprendere quanto abbiamo detto sopra: l’amore è più forte della morte, se prima è stato più forte della vita.

Il Cristo risorto fonda la nostra immortalità

Noi siamo peccatori, amiamo poco e male perché siamo terribilmente attaccati alla carne e al sangue. Se fossimo lasciati a noi stessi, sarebbe impossibile risorgere e, in ultima analisi, l’esistenza umana sarebbe assurda. Ma il Cristo risorto ci dice: Tu non morirai (cfr. Gv 6,40-58) perché Io ti amo divinamente (cfr. Gv 15,9).

C’è in noi qualcosa che è degno di essere amato e quindi di esistere eternamente. Inoltre Cristo perdona anche ciò che in sé e per sé non sarebbe amabile. E perdonare non significa passare un colpo di spugna; significa ricreare, rifare, risuscitare. Perdonandoci Cristo ci risuscita (cfr. Lc 15,32) e ci rende capaci di vita divina eterna. È lui, e lui soltanto che fonda la nostra immortalità.

La vita risuscitata è una vita trasformata, trasfigurata. In cielo noi rimarremo noi stessi, saremo proprio noi che vedremo Dio nella sua gloria e che vivremo della sua vita, amando come egli ama. Non saremo assorbiti, annichiliti, ma portati ad uno stato totalmente altro, rifusi, sottoposti a metamorfosi, trasfigurati. Non saremo degli altri, saremo proprio noi, ma diventati totalmente diversi.

Il nostro corpo non è destinato, per effetto della risurrezione che ci è promessa, a un nuovo inizio senza fine della sua esistenza terrena e carnale, più o meno sublimata solo in forza di proprietà miracolosa; la promessa per il nostro corpo non è una qualsivoglia rianimazione, ma una totale metamorfosi che deve farne, come dice san Paolo "un corpo spirituale" (1Cor 15,44) (H. de Lubac).

Il mio corpo individuale, il corpo collettivo che l’umanità si costruisce attraverso le generazioni, è provvisorio. Anche per l’universo c’è la promessa, nello Spirito Santo, della grande metamorfosi (cfr. Rm 8).

L’ascensione

L’elevazione in alto, o salita al cielo, simboleggia l’esaltazione, la glorificazione e la signoria di Cristo presente nell’universo.

Il cielo dove Gesù sale esprime con grande esattezza l’intimità con Dio.

Ciò che i cristiani chiamano cielo non è un luogo eterno, sopra-terrestre: è il contatto dell’essere dell’uomo con l’essere di Dio, l’incontro intimo di Dio e dell’uomo. Romano Guardini ha una frase che fa pensare: Solo il cristianesimo ha osato situare un corpo d’uomo nella profondità di Dio. Un uomo è nel cuore della Trinità. Un uomo è uguale al Padre e allo Spirito Santo. E se ci ricordiamo della promessa di Gesù: Vado a prepararvi un posto (Gv 14,2) e Voglio che là dove sono io siate anche voi con me (Gv 14,3), dobbiamo concludere: il cielo è il futuro dell’uomo, il futuro dell’umanità. Se c’è un uomo glorificato nel cuore della Trinità è perché tutta l’umanità sia eternamente in questo uomo, Gesù Cristo, nel cuore della Trinità.

L’ascensione è il segno che inaugura il cielo: l’uomo che entra definitivamente nella profondità di Dio.

L’ascensione è anche la partenza necessaria di Cristo (cf. Gv 16,7).

Una partenza che è piuttosto un modo nuovo di presenza, non più esteriore e determinata nello spazio e nel tempo, ma interiore e universale. Se Gesù non fosse salito al cielo, sarebbe ancora tra noi, ma al nostro fianco, esterno a noi!

Invece egli è salito al cielo per riempire tutte le cose (Ef 4,10).

L’ascensione di Gesù è il rispetto della nostra libertà

L’ascensione è una partenza di Cristo nel senso che non ci è più possibile interrogarlo perché ci dica che cosa dobbiamo fare. È vero che possiamo e dobbiamo interrogare nella preghiera colui che è in noi. Ma egli non ci risponde togliendoci la responsabilità delle nostre decisioni e delle nostre azioni. Lo Spirito Santo non è colui che detta decisioni, è colui che le ispira. Dio si rifiuterà sempre di scrivere in prima persona la nostra storia. Se lo facesse non ci amerebbe perché permetterebbe che noi restassimo bambini, minorenni, minorati. Ci si esprime scorrettamente quando si dice che Dio ha un progetto sull’uomo. La verità è che Dio non ha un progetto sull’uomo, ma che l’uomo è il progetto di Dio. È una cosa completamente diversa.

Dio ci vuole uomini, cioè adulti responsabili, che costruiscono liberamente la propria libertà, che scrivono con le proprie mani la loro storia. La partenza di Cristo - la sua ascensione - è essenzialmente la manifestazione del suo rispetto per la nostra libertà. Non possiamo contare su di lui per avere le soluzioni già confezionate. Non siamo dispensati da essere uomini, e non si è uomini se ci si limita a eseguire delle consegne ricevute. Spetta a noi, in piena responsabilità, prendere le decisioni adatte per la costruzione di un mondo più umano, ma Cristo è presente con il suo Spirito in ognuna di queste decisioni umanizzanti per conferire loro una dimensione divina. Cristo è presente e attivo per divinizzare ciò che noi umanizziamo, per farci passare, giorno dopo giorno, dalla terra al cielo (inteso come l’intimità di Dio). Sta qui la dimensione essenziale della fede.

 

 

LA CHIESA, VISIBILITÀ DEL DONO DI DIO

Il motivo per cui tanti nostri contemporanei pongono la domanda: Non è possibile aderire a Cristo senza passare attraverso la Chiesa? Sta nel fatto che la Chiesa appare come un ostacolo alla fede. Vorrebbero davvero amare Cristo e il suo vangelo, ma al di fuori del sistema, delle istituzioni pontificie, diocesane, giuridiche, morali, sacramentali, ecc. che pesano sulle spalle di molti come un giogo.

Non si va a Dio, è Dio che viene a noi

È possibile andare a Dio senza passare attraverso la Chiesa? è una domanda mal posta. Nelle religioni che non sono il cristianesimo il problema in effetti è quello di andare a Dio, di tentare di elevarsi verso Dio. Ma se l’originalità propria del cristianesimo è la divinizzazione dell’umanità, il problema non è di andare a Dio: è Dio che viene a noi. Non esiste un cammino dell’uomo a Dio: c’è un cammino di Dio all’uomo, e si chiama Chiesa. La Chiesa è il cammino di Dio verso l’uomo. Egli non vuole divinizzare gli individui isolatamente gli uni dagli altri, ma l’umanità intera. Dio si dona, e la Chiesa è la visibilità di questo dono di Dio nella storia, è la porzione di umanità che accoglie visibilmente il dono di Dio. Prima di essere istituzione, la Chiesa è accoglienza di Gesù Cristo e comunione di coloro che accolgono Gesù Cristo.

Questo è fondamentale. Nel vangelo Gesù non dice mai: salite a Dio, ma: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23).

L’abitazione di Dio è in mezzo agli uomini. Amare la Chiesa vuol dire amare il movimento di Dio verso di noi: vuol dire amare la fretta con cui il Signore accorre verso di noi (cfr. Lc 15,20) per prenderci con sé e farci vivere della sua vita.

Appartenenza invisibile alla Chiesa

Cosa ne è di coloro che non conoscono la Chiesa? Sono salvati? Il problema è sapere per quale motivo rifiutano la Chiesa. È probabile che molti di loro la rifiutano per delle buone ragioni: non vi vedono la manifestazione visibile di Gesù Cristo, ma un’organizzazione decadente, arretrata, alleata con le potenze di questo mondo, ecc. In breve, non vedono nella Chiesa altro che una caricatura.

Noi cristiani, noi Chiesa, siamo spesso poco o nulla credibili e dobbiamo recitare il mea culpa.

Sicuramente milioni di uomini che non conoscono la Chiesa o non vogliono sentire parlarne per i motivi sopra detti, appartengono invisibilmente alla Chiesa, cioè sono salvati, nella misura in cui obbediscono alla propria coscienza. Soltanto Dio può sapere se qualcuno appartiene o meno invisibilmente alla Chiesa. S. Agostino ha scritto: C’è chi si crede dentro ed è fuori; e c’è chi si crede fuori e invece è dentro.

Si può comunicare con Dio solo attraverso Cristo, e si comunica con Cristo soltanto attraverso la Chiesa. È vero che la Chiesa ha i suoi difetti e i suoi peccati, ma senza la Chiesa come faremo a sapere che Dio è amore e si è incarnato? Sopprimete la Chiesa: nel giro di pochi anni più nessuno saprà che il senso della vita è condividere per l’eternità la vita stessa di Dio. Certo, la Chiesa è sempre da riformare, ma questo non impedisce che l’insegnamento sull’essenza profonda delle cose, cioè che c’è un uomo-Dio e che in lui siamo pienamente umanizzati e divinizzati, passi attraverso la Chiesa; e non solo l’insegnamento, ma la vita stessa di Cristo, per mezzo dei sacramenti.

La Chiesa non è dunque una necessità pedagogica transitoria, paragonabile a quella dei genitori da cui ci si stacca man mano che si cresce. Al contrario, più si avanza nella vita e più la Chiesa è vicina, perché è proprio in forza di lei che si avanza; è lei che ci fa progredire. Faccio un paragone: l’uomo è polarizzato o calamitato da Dio che viene e ci attira a sé. La forza di attrazione è la Chiesa; lasciare la Chiesa è lasciare il campo magnetico.

La Chiesa si presenta come la realizzazione dell’unione dell’uomo con Dio e degli uomini tra di loro. Essa ci dice: tu sei divinizzabile, tu sei attratto da Dio nel più intimo del tuo essere, il tuo itinerario personale verso Dio procede di pari passo con la tua unione con gli uomini. Il nostro rapporto con Dio non è separabile dal nostro rapporto con gli uomini: quest’ultimo si radica e si fonda nel primo.

La Chiesa quindi è la figura storica della natura stessa dell’uomo.

Sfigurata da tutte le infedeltà dei cristiani, essa suscita delusione nella misura in cui non è segno di Cristo.

La Chiesa: mistero d’amore

Per penetrare il mistero della Chiesa fino alla sua realtà più profonda (che è Cristo risorto che ci dona il suo Spirito d’amore) dobbiamo renderci conto che non c’è differenza tra la frase fondamentale di Gesù: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13,35) e quello che diciamo nel Credo: Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica. L’amore infatti è un termine molto vago, che può essere usato e abusato con superficialità. Ci si può sempre ingannare su che cosa sia il vero amore. Sono queste quattro attribuzioni o caratteristiche della Chiesa che ci dicono in quale modo essa deve essere animata dall’amore e in che modo deve lavorare per radunare gli uomini nell’amore.

Dire che la Chiesa è una, santa, cattolica ed apostolica significa che essa è un mistero d’amore.

Una

Soltanto l’amore unisce e unifica. Non esiste comunità autentica senza il cemento dell’amore.

Quando Cristo ci dice: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi vuol dire: amatevi dello stesso amore di cui io vi ho amato e vi amo. E questo amore non è un sentimento ma una persona viva, lo Spirito Santo che, nella Trinità, costituisce l’unità del Padre e del Figlio, è il loro legame d’amore. Il disegno di Dio è che il mondo intero sia a immagine della Trinità, che gli uomini siano una cosa sola nell’amore, a immagine dell’unità nella Trinità. E questa unità tra gli uomini non è ancora realizzata.

Santa

Il termine santo non significa in primo luogo la santità delle persone umane, ma quella di Cristo. La Chiesa è santa perché il Cristo presente in essa è santo.

I santi sono coloro che vivono della vita divina. Questo è infatti il cuore della nostra fede: tutti gli uomini sono chiamati a condividere per l’eternità la vita stessa di Dio, ad amare come egli ama.

La santità della Chiesa è la potenza di santificazione o di divinizzazione che Dio esercita malgrado i peccati degli uomini. Dire che la Chiesa è santa significa che in lei c’è a un tempo la fedeltà di Dio e l’infedeltà degli uomini, e che Dio resta fedele nonostante la nostra infedeltà.

Non esiste contraddizione tra la santità della Chiesa e la nostra mediocrità. Al contrario, la santità della Chiesa spicca nel fatto che essa non ha paura di essere insozzata dal contatto con i peccatori (che siamo noi). Dall’inizio alla fine della sua vita pubblica Gesù ha frequentato i peccatori; ha mangiato con loro, si è sentito a suo agio in loro compagnia. Non c’era in lui nessun atteggiamento brusco o di esclusione: Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori (Mt 9,13); Sono venuto a cercare e a salvare chi si è perduto (Lc 19,10). Se la Chiesa escludesse i tiepidi, i mediocri e i peccatori, nella pretesa di diventare un ghetto di puri, smetterebbe immediatamente di essere santa. Una Chiesa priva di misericordia non potrebbe essere segno di un Dio che è infinita misericordia. Per noi uomini non esiste imperfezione maggiore del ritenersi perfetti.

Se diciamo che la Chiesa non è santa, questo significa semplicemente che noi non siamo santi.

Cattolica

Questa parola significa universale. La Chiesa ha il compito di rendere visibile l’amore di Dio a tutti gli uomini, di tutti i tempi e di tutti i paesi. Come Cristo è il sacramento di Dio, cioè Dio stesso reso visibile, così la Chiesa è il sacramento di Cristo per tutti gli uomini.

Non crediamo che l’universalità della Chiesa sia geografica. La Chiesa è cattolica nel senso che è capace di unire in Gesù Cristo tutte le nazioni, le razze, le culture e le civiltà. La Chiesa era già cattolica il mattino della pentecoste, quando tutti i suoi membri riempivano a stento una piccola stanza, lo era quando le onde ariane sembravano sommergerla, lo sarebbe ancora domani nel caso che massicce apostasie le facessero perdere quasi tutti i suoi fedeli (H. de Lubac).

La Chiesa è cattolica perché lei soltanto può rivelare agli uomini il senso della loro vita. È una capacità, dono dello Spirito, di rispondere ai bisogni veri di tutti gli uomini. Per appartenere alla Chiesa un uomo non deve rinunciare a nulla di quanto è veramente umano, al contrario! La Chiesa è cattolica, cioè capace, malgrado i suoi errori e i suoi peccati, di accogliere tutte le ricchezze umane affinché siano divinizzate in Cristo.

Apostolica

Quando diciamo che la Chiesa è apostolica vogliamo esprimere il fatto che, nonostante le differenze spesso anche considerevoli sul piano delle forme e delle modalità esteriori, la Chiesa di oggi è la stessa di quella degli apostoli. È fedele a Cristo che l’ha fondata, attraverso tutte le vicissitudini e tutti i cambiamenti della storia. È la continuità, dagli apostoli ai giorni nostri, di un servizio all’umanità che è l’educazione all’amore. I dodici apostoli (numero simbolico che corrisponde alle dodici tribù d’Israele, cioè a tutto il popolo di Dio) erano già la Chiesa.

Dopo l’ascensione il Cristo è invisibile ma continua ad essere presente e attivo. Ci raggiunge oggi invisibilmente mediante il suo Spirito e visibilmente attraverso i successori degli apostoli e i sacramenti.

La Chiesa è una comunità di amore che ha necessariamente degli aspetti di società (diritti, doveri, autorità): siamo ancora sulla terra, in un mondo di peccato, e non ancora nella gloria e nella perfezione del paradiso. Ma tutte le attuali discussioni rischiano di venire falsate se si considera la Chiesa unicamente come una società o una istituzione come le altre. I problemi di struttura sono reali e vanno studiati molto da vicino, ma devono essere inseriti nel loro rapporto con l’assoluto dell’amore di cui la Chiesa è la visibilità nella storia.

 

 

CRISTO VERO DIO E VERO UOMO RIVELA CHI È DIO E CHI È L’UOMO

I cristiani si assumono il rischio di testimoniare Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, e questa affermazione costituisce la dimensione essenziale della loro fede. Di conseguenza la teologia (scienza di Dio) e l’antropologia (scienza dell’uomo) devono resistere alla tentazione di chiedersi a tavolino chi è Dio e chi è l’uomo, ma al contrario devono trovare la loro origine nella cristologia (scienza di Cristo). Non dobbiamo pensare chi è Dio e chi è l’uomo secondo noi, ma prendere atto che esiste Dio, esiste l’uomo, ed esiste un uomo-Dio. E la vocazione di ogni uomo è diventare ciò che Gesù Cristo è. Gesù Cristo non è un’eccezione dell’ umanità: l’esistenza dell’uomo-Dio riguarda l’umanità tutta intera. S. Paolo chiama Cristo il nuovo Adamo proprio per dire che in lui è radunata tutta l’umanità. Egli è la testa di un corpo di cui noi siamo le membra.

Il mistero di Dio Trinità e il mistero dell’uomo-Dio Cristo Gesù illumina tutti i cammini dell’esistenza umana. Dal momento che sappiamo chi è Dio (anche se è una realtà molto misteriosa) sappiamo anche quello che dobbiamo essere noi: tutta la nostra vita consiste nel cercare di assomigliare a Dio (cfr. Ef 5,1). L’essenza della rivelazione cristiana sta nell’affermazione che Dio è amore; di conseguenza devo sforzarmi veramente di amare, di diventare io stesso amore.

Chi è la persona umana? È l’essere che si realizza donando e che, non cercando se stesso, si trova in un altro. La vita ci viene donata affinché tendiamo verso gli altri, perché ci doniamo loro come fanno le tre persone divine tra loro. Tendere verso gli altri non per conquistarli, possederli o annetterli a noi, ma per arricchirli e farli crescere.

Sant’Agostino diceva: Non dobbiamo amare gli uomini come i buongustai amano la selvaggina; voler assimilare gli uomini, infatti, non vuol certo dire amarli. Non bisogna amarli per sé, ma per loro.

Per amare come si amano le tre persone divine bisogna essere se stessi, il più profondamente e il più consapevolmente possibile. Bisogna volere che gli altri siano se stessi il più profondamente e il più consapevolmente possibile. E non volerlo soltanto con il pensiero, con il desiderio, ma operare perché essi lo siano. E quello che vale per gli individui vale per le nazioni, le razze, le civiltà. La vera unità non è l’ uniformità, ma la ricchezza di un pluralismo reso saldo dall’amore. Una sinfonia è composta da una pluralità di note che hanno valore solo nel rapporto delle une con le altre. Ma ogni nota deve rimanere se stessa e volere che le altre continuino a essere se stesse perché, se scomparissero, l’accordo non sarebbe più profondo, ma più povero.

L’amore trinitario ci obbliga ad escludere la volontà di potenza e il desiderio di annessione, ma ci costringe anche a escludere la volontà di debolezza e la fiacchezza dell’essere annessi.

Sia che si tratti della nostra vita personale più intima o dell’esercizio della nostra libertà ai vari livelli della famiglia, della professione, dello stato o della società internazionale, tutto si riduce a questo: non ingannarsi sull’amore. Per insegnare agli uomini cosa vuol dire amare, quali sono le condizioni, le conseguenze e le implicazioni dell’amore, e quali possono esserne anche le falsificazioni e le illusioni, la Chiesa interroga lungo i secoli lo Spirito Santo che ha ricevuto in dono. Lui solo conosce il segreto di Dio. Ci dona l’energia di vivere come vive Dio, di amare come ama Dio. Questa è la più alta forma di esistenza a cui è possibile accedere per l’uomo, a patto che l’accolga come un dono e non rifiuti di pagare il pedaggio di mortificare l’egoismo del suo io.

Dio crea l’uomo creatore

È proprio sul mistero della creazione che si gioca attualmente buona parte dell’ateismo. Gli atei non negano tanto la trascendenza in quanto tale, ma un Dio creatore in forza del quale, dicono, non possiamo essere davvero uomini liberi, proprio perché ci ha creati. Saremmo, in un certo senso, degli oggetti nelle mani di un creatore, fantocci tra le mani degli dei, come dice un personaggio di Platone. E questo è, evidentemente, in contrasto con la dignità dell’uomo.

La rivelazione non si basa su verità fatte per soddisfare la curiosità degli uomini. Il cristianesimo non è una filosofia, la rivelazione non si colloca sul piano della spiegazione delle cose; illumina il nostro cammino verso Dio, il che è completamente diverso. La rivelazione ci dice qualcosa di Dio e qualcosa dell’uomo nella misura in cui questo è necessario alla verità della nostra relazione viva, reale con Dio.

È quindi assolutamente indispensabile capire la differenza tra spiegazione e significazione. La fede non si pone mai sul piano della spiegazione scientifica e filosofica, ma sempre sul piano della significazione, cioè del senso della nostra esistenza. Questa distinzione è assolutamente essenziale, e il torto di molti consiste nel richiedere alla religione informazioni che appartengono alla scienza. Non è la religione che mi dice che l’acqua gela a zero gradi o che la terra ruota intorno al sole. Il cristianesimo non è fatto per spiegare il mondo.

L’esperienza di un amore liberatore

La prima rivelazione nella Bibbia non riguarda il Dio creatore, ma il Dio liberatore. Nel cuore della Bibbia sta l’esodo, cioè il mistero della liberazione di Israele. E nel cuore della nostra fede cristiana sta l’accesso alla libertà stessa di Dio, la nostra divinizzazione: noi siamo sulla terra per diventare per partecipazione ciò che Dio è per natura. Nella Bibbia Dio non dice prima di tutto al popolo ebreo: Sono io che ti ho creato, ma Sono io che ti ho liberato e ti ho fatto uscire dalla schiavitù della casa d’Egitto. Solo tardivamente gli Ebrei si sono posti il problema della creazione.

Il bambino abbandonato sul seno di sua madre non si chiede come prima cosa in che modo è venuto al mondo, ma cerca di liberarsi dai morsi della fame, e sua madre gli appare prima di tutto non come colei che lo ha generato, ma come colei che si prende cura di lui. Soltanto a poco a poco, prendendo distanza dal seno materno, il bambino che diventa adulto si pone il problema della sua origine e del suo fine.

Così la fede d’Israele non è andata dalla dottrina alla vita ma dalla vita alla dottrina; e l’esperienza iniziale d’Israele, l’esperienza fondante, è la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Ricordiamo che questa liberazione è avvenuta nel XIII secolo prima di Cristo ed è anteriore di almeno cinque secoli rispetto al racconto della creazione. È l’alleanza che conferisce significato alla creazione: la fede nel Creatore è il riconoscimento di una potenza di liberazione che risale fino alle origini e che è coestesa all’universo intero (P. Ganne).

L’amore liberatore che è all’origine della storia degli ebrei è anche all’origine di tutto ciò che esiste. Il Dio di cui Israele ha sperimentato l’amore liberatore lungo tutta la sua storia, proprio questo Dio è il creatore del mondo. Nessun pericolo quindi che Dio appaia come una potenza di dominazione o come un costruttore. All’origine di tutto c’è lo stesso amore di cui Israele ha fatto l’esperienza nel corso della sua storia. Troviamo una conferma di quello che stiamo dicendo, leggendo attentamente questo versetto di Isaia: Dice il Signore che ti ha riscattato e ti ha formato fin dal seno materno: "Sono io, il Signore, che ho fatto tutto, che ho spiegato i cieli da solo" (Is 44,24). È dinamismo: colui che ha liberato Israele è colui che ha fatto tutto; il creatore e il liberatore. È evidentissimo il legame tra creazione e liberazione. E ci sono molti altri passi analoghi.

 

 

IL VANGELO: UN APPELLO ALLA FEDE E ALLA LIBERTÀ

Il vangelo prima di essere un messaggio è una persona, Gesù Cristo.

La parola vangelo significa buona novella. Questa buona novella non è prima di tutto quello che Cristo ci dice, ma chi egli è. È la buona novella dell’incarnazione: Dio ama talmente l’uomo che diventa l’uomo. Amare significa voler diventare colui che si ama, fare uno solo con lui. Non è possibile a un Dio amare davvero l’uomo se non diventando lui stesso un uomo.

Cristo rivela chi è Dio

La buona novella è prima di tutto la rivelazione del Padre che ci viene data in Gesù Cristo. Il vangelo è prima di tutto la risposta alla domanda che in ogni tempo gli uomini si sono posti: chi è Dio?

Gesù Cristo ci dice prima di tutto chi è Dio e in funzione di questa rivelazione dell’identità di Dio, rivolge un messaggio agli uomini per dire loro: esaudite il desiderio di Dio, vivete in conformità con quanto sapete di Dio. Gesù ha detto: Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14,9). Non bisogna mai dimenticare questa frase quando si legge il vangelo. Cristo è prima di tutto l’immagine del Padre, è il prisma di Dio. Come il prisma scompone in un certo numero di colori la luce bianca del sole, così Cristo traduce, esprime Dio in gesti umani, in parole umane, in atteggiamenti umani. Per sapere chi è Dio devo guardare i gesti di Gesù, meditare i suoi atteggiamenti, ascoltare le sue parole.

Amare gli uomini dell’amore stesso di Dio

Il vangelo non è altro che l’enunciazione delle condizioni dell’accoglienza del dono di Dio: ci insegna come dobbiamo essere per accogliere Dio che si dona a noi. Si tratta di assomigliargli: Dio non vuole altro. Si tratta di imitarlo: Siate imitatori di Dio (Ef 5,1). Si tratta di diventare liberi di amare come Dio ama, di essere divini come Dio è Dio, di diventare ciò che egli è. È questo il significato della frase principale del discorso di Gesù dopo la cena: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv 13,34). Se riflettiamo un attimo ci accorgiamo che, in ultima analisi, quando oltrepassiamo gli strati superficiali della nostra attività o del nostro spirito, abbiamo la scelta tra due opzioni: bisogna credere che l’essere è materia, oppure che è spirito, oppure che è amore e comunione. Se crediamo che l’essere è materia siamo materialisti, se crediamo che è spirito siamo razionalisti. Ma se crediamo che l’essenza dell’essere è amore e comunione, allora siamo cristiani. Perché solo Gesù Cristo ci dice che Dio è amore e comunione.

L’amore non è sentimento: è volontà e atto. Volontà e atto di donare se stessi. Una delle tentazioni del tempo presente è di pretendere di amare gli uomini senza amare Dio. È una reazione normale contro un’epoca in cui si pretendeva di amare Dio senza amare gli uomini. È verissimo che non si ama Dio se non si amano gli uomini in verità, in volontà e in atto. Il test dell’amore di Dio è l’amore reale che abbiamo per gli uomini, nostri fratelli. Se qualcuno dice di amare Dio e non ama i suoi fratelli, è bugiardo (1Gv 4,20). Nulla di più vero. Solo che oggi noi rischiamo di dimenticare che se non si ama Dio, l’amore degli uomini non può essere puro. Senza l’amore di Dio, l’amore degli uomini rischia fortemente di essere soltanto un’estensione dell’amore di sé (H. de Lubac). Se siamo abbandonati a noi stessi, è quasi impossibile amare con purezza gli altri. Solo Dio ama assolutamente e ci concede di amare come egli ama. Il nostro egoismo morirà definitivamente solo quando entreremo in paradiso.

L’eucaristia ricapitola tutto

L’eucaristia è la ricapitolazione di tutto. È l’unità di Dio e dell’uomo nel Cristo: del passato, del presente e del futuro; della natura e della storia, dell’accoglienza e del dono, della morte e della vita.

Unione a Cristo che si dà in nutrimento

L’eucaristia è il sacramento di Cristo che si dà in nutrimento agli uomini per trasformarli in se stesso e costituire così il suo corpo mistico che è la Chiesa. Il progetto fondamentale di Dio è unire a sé tutti gli uomini nell’amore e far loro condividere la sua stessa vita. Dio ha condiviso la nostra umanità perché noi possiamo condividere la sua divinità. In altre parole, la nostra umanità è finalizzata alla nostra divinizzazione, la creazione è per l’alleanza.

L’alleanza è infatti la realtà principale della Bibbia con le sue varie tappe da Noè fino a Gesù Cristo, che consacra il calice della nuova ed eterna alleanza. Questa alleanza non è un’unione giuridica ma un’unione d’amore. Ecco perché da un capo all’altro della Bibbia circola il simbolismo del matrimonio. E la tradizione ha sempre unito in modo molto stretto il sacramento del matrimonio al sacramento dell’eucaristia.

Dio crea l’umanità per sposarla, e la sposa incarnandosi. La sposa nel senso più forte, cioè diventa con l’umanità una sola carne. Dio vuole essere con l’umanità intera una sola carne: questo è il segno ultimo delle cose. Sappiamo che il voto supremo dell’amore matrimoniale è la fusione senza confusione, nella quale ognuno vuole continuare a sussistere solo per lasciarsi consumare dall’altro, diventando - in certo senso - il suo nutrimento, la carne della sua carne.

Il simbolismo del bacio è molto eloquente: è l’inizio del gesto di mangiare. Si vorrebbe mangiare l’altro e lasciarsi mangiare da lui per essere carne della sua carne. L’uomo e la donna non riescono a realizzare il voto del loro amore perché i loro corpi - strumenti della loro unione - sono nello stesso tempo anche ostacolo all’amore totale. Il loro voto non si compie perché comporta una morte alla natura e alla storia. Bisogna morire a questa natura che ci fa rimanere esterni gli uni agli altri, tanto che anche i momenti di unione più intima non sono la fusione veramente totale e durano solo un istante. Diventare veramente la carne dell’altro, di colui che amo, implica la morte. In questa vita il voto profondo dell’amore non è mai realizzato in pienezza.

Entrare nell’amore significa entrare nella gioia, ma anche nella sofferenza: è l’inevitabile sofferenza dell’incompiutezza dell’amore. Il voto supremo dell’amore non può essere esaudito sul piano dell’esistenza naturale; la natura dell’uomo vi si oppone.

Cristo è morto al mondo delle limitazioni corporali senza cessare di essere per l’umanità lo sposo che si dona. Per questo al di là della morte porta a compimento il voto supremo dell’amore. Cristo che muore e risorge si fa lui stesso nutrimento per diventare veramente la carne dell’umanità, molto più radicalmente di quanto possa fare un abbraccio che unisce due corpi solo per un istante. Dio, nell’eucaristia, sposa veramente l’uomo. Alla base del mistero eucaristico c’è questa idea di nutrimento: è assolutamente essenziale. L’eucaristia non è quindi solo un pasto che si prende insieme e in cui ci si unisce gli uni con gli altri. È soprattutto l’unione di ciascuno a Cristo che si offre in nutrimento. E solo di conseguenza Cristo unisce tra loro quanti si comunicano. La realtà più fondamentale dell’eucaristia è quella di una fusione completa tra sposi. Per capire questo bisogna essere convinti che l’incarnazione di Dio non termina con Cristo, ma riguarda l’umanità intera. Fino a quando immagineremo che l’incarnazione sia Dio che si unisce a un uomo chiamato Gesù, non capiremo nulla. Il nucleo essenziale delle cose è che Dio unisce a sé, o sposa, l’umanità tutta intera mediante Cristo. Dio si è fatto uomo perché tutti gli uomini siano divinizzati. L’eucaristia è l’universalizzazione dell’opera di Cristo, la comunicazione al mondo intero dell’opera di Cristo. Elemento originario e fondante della eucaristia non è semplicemente la presenza di Cristo. Cristo non è lì tanto per esserci. È presente per darsi a noi come nutrimento affinché l’unione tra lui e noi sia totale. L’eucaristia non è solamente una presenza, è una unione.

Presenza reale

La presenza di Cristo nell’eucaristia è una presenza reale. È addirittura la più reale di tutte le presenze perché realizza la presenza di Cristo nei nostri atti liberi: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita in lui (Gv 6,54): è quanto c’è di più reale. Il sacramento eucaristico significa che Cristo si offre in nutrimento per unirci a sé, unendoci gli uni agli altri in un modo che sarebbe per noi impossibile attuare. Questa energia che ci unisce implica ed esige la sua presenza reale. Cristo è presente non come qualcuno che cade dal cielo ma come frutto della trasformazione divinizzante che egli opera in questo mistero centrale della nostra fede: l’eucaristia. Cristo trasforma e divinizza il pane e il vino e attraverso la comunione con essi, diventati il suo corpo e il suo sangue, divinizza l’uomo.

Sacrificio

L’eucaristia è il sacramento di un sacrificio. Il sacrificio è l’atto con cui ci si riferisce a Dio (sacrum facere = fare una cosa sacra, riferita a Dio). È quanto c’è di più alto nell’esistenza umana perché ci mette in contatto con Dio. Il sacrificio non è prima di tutto una privazione, ma l’orientamento positivo di tutto il nostro essere verso Dio. E darsi a Dio è l’unico modo di essere veramente se stessi. Dio è amore. L’uomo è pienamente tale se è per Dio.

Nella storia del mondo, se facciamo eccezione per il caso particolare di Maria, c’è un solo uomo la cui vita tutta intera, in ogni suo atto, è stata un sacrificio: Gesù Cristo. Egli è puro e solo riferimento a Dio, al Padre. Nel suo essere profondo egli è il solo che non abbia mai posto un atto libero per sé, per egoismo; tutti i suoi atti liberi sono stati amore. Nemmeno la più piccola traccia di ripiegamento su se stesso, di volontà di sé, di sguardo su di sé, di movimento di egoismo. Tutto l’essere di Cristo è un essere sacrificale: è un puro e assoluto riferimento al Padre.

Il sacrificio di Cristo culmina nella sua morte sulla croce. Soltanto la morte può esibire la prova che non si vive per sé. Sappiamo bene che è sempre più o meno per vigliaccheria che noi cerchiamo di sfuggire alla morte, anche a quelle morti parziali che chiamiamo mortificazioni, diminuzione degli agi, la rinuncia a certi privilegi, in una parola a tutto quello che ci strappa al nostro egoismo e alla nostra pigrizia. La vita esiste solo per essere data (Ch. Peguy).

L’eucaristia è il sacrificio di Cristo, è l’amore che non è altro che amore, che dunque arriva fino alla morte, da cui scaturisce la nuova nascita, la risurrezione. Delle due una: o l’amore è più forte della morte, oppure la morte è più forte dell’amore. Il mistero pasquale significa che l’amore è più forte della morte. E ciò è vero per Cristo ed è vero per noi se siamo uniti a lui come membra al capo. Basta avere il cuore aperto e correttamente orientato per capire che una vita non è autentica se non è una vita sacrificata, cioè un passaggio a Dio. È di questo che l’eucaristia è segno.

Azione di grazie

Eucaristia significa azione di grazie. Il senso fondamentale di grazia è gratuità, dono. Il vero dono è gratuito. Il dono supremo è il perdono, cioè il dono perfetto; da qui l’espressione fare grazia o graziare. Rendere grazie significa riconoscere che tutto è grazia: ed ecco la gratitudine. Se tutto è grazia, tutto deve essere ritorno di grazia, rendimento di grazie.

Nel vangelo Cristo ci mostra la natura intera che deve essere ricevuta dalla mano del Padre, come dono del Padre. Il vangelo ci insegna che dobbiamo vivere l’amore prima di tutto in forma di accoglienza perché tutto è donato. Il mondo ci è donato, è messo nelle nostre mani. Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno (Mt 6,31-32). I pagani sono proprietari delle cose: le acquistano e le possiedono. I cristiani gestiscono le cose: le accolgono dalle mani del Padre. Per questo i pagani sono inquieti e i cristiani sono (o dovrebbero essere) sereni. Il mondo moderno è logorato nella misura in cui la sua fede non è viva, in cui si dimentica che tutto viene da Dio e che, se davvero Dio è nostro Padre, noi abbiamo il dovere di essere calmi e sereni, perché pieni di fiducia in lui.

Gesù ha verso la natura uno sguardo trasparente, sereno, perfino davanti alla fame e alla morte che sono situazioni limite. Per lui domandare e render grazie si confondono: domanda in forma di azione di grazie, tanta è la sicurezza che il Padre si occupa dei suoi figli, a condizione che essi abbiano la sincera ricerca del regno di Dio: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33).

Davanti alla situazione limite della fame, Gesù non dice: Padre ti chiedo di moltiplicare i pani nelle mie mani, ma prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che erano seduti (Gv 6,11). Gesù ringrazia prima che i pani siano moltiplicati, tanta è la sua sicurezza di essere esaudito. E davanti all’altra situazione limite che è la morte di Lazzaro, Gesù dice: Padre ti rendo grazie che mi hai ascoltato... E detto questo, gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori! (Gv 11,41-43). Gesù ringrazia quando Lazzaro è ancora morto nella tomba.

Bisogna cogliere il legame tra l’eucaristia-azione di grazie e l’eucaristia-nutrimento. Il nutrimento è il nostro rapporto essenziale con la natura. Il pane è il simbolo di tutto ciò che Dio ci dà per vivere. Il pane e il vino sono il nutrimento elementare dei paesi mediterranei e dello stesso paese di Gesù. Sottraendo al mio nutrimento un po’ di pane e alcune gocce di vino, io esprimo che è la natura tutta intera che deve fare ritorno al Padre. L’eucaristia è dunque l’azione di grazie sotto le specie del nutrimento.

Se tutto è grazia, tutto deve essere azione di grazie! E per esprimere questo tutto non c’è niente di meglio che il pane e il vino che sono i simboli più concreti del lavoro e della vita dell’uomo. Dio dona e noi ridoniamo ciò che ci viene donato. Notate che noi non dobbiamo donare, ma ridonare, perché ciò che abbiamo è già dono. Dare è un atto di proprietari. Noi non siamo proprietari di nulla, siamo solo gestori di beni. La carità senza azione di grazie non sarebbe una vera carità cristiana: sarebbe un atteggiamento da proprietari.

Il pane e il vino eucaristici sono il ritorno a Dio di tutta questa natura che Dio dà all’uomo perché egli viva. Senza l’eucaristia la nostra vita è falsata, è una vita da padroni. Ma la vita eterna è l’assenza totale di proprietà. Con l’eucaristia la nostra vita è vera, è una vita di riconoscenza, cioè di conoscenza riflessa del vero.

Sacramento della comunità umana da costruire

Cristo ci offre un nutrimento per riunirci in comunità fraterna.

Cristo ha istituito l’eucaristia, segno della nuova alleanza, e nello stesso tempo ha enunciato l’unica clausola di questa nuova alleanza: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. La clausola dell’unione a Dio è l’unione fraterna degli uomini tra loro. S. Agostino diceva: Quando mangiamo il corpo di Cristo, incorporiamo in noi l’umanità intera.

Una comunità non è soltanto una collettività. Esiste solo se ci sono legami reciproci di amore e di amicizia; se ciascuno è più per gli altri che per sé. Chi ci rende uno è Cristo. È la condivisione dello stesso pane che ci ricorda che dobbiamo condividere con gli altri tutto quello che ci è possibile condividere: il denaro, il tempo, la cultura,... La condivisione del corpo di Cristo è l’unico pasto che esprime la riconciliazione universale. L’eucaristia ci ricorda, giorno per giorno, che al di fuori della morte e della risurrezione di Cristo non è possibile nessuna fraternità universale.

L’eucaristia è il sacramento per eccellenza. È il Cristo sacrificato che, in quanto uomo, è tutto teso verso Dio e che, in quanto Dio, è tutto teso verso l’uomo. Cristo è l’abbraccio di questi due slanci.

L’ostia consacrata è a un tempo il dono dell’uomo a Dio (cioè il sacrificio) e il dono di Dio all’uomo (cioè il sacramento). Alla fine di tutto questo c’è la nostra definitiva divinizzazione, l’oggetto della nostra speranza: la nostra piena e totale libertà nella gioia.

Gesù ha pregato per noi: Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria (Gv 17,24). E nella prima lettera di Giovanni 3,2 leggiamo: Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. E tutto questo soltanto Gesù Cristo ce lo può dare.

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