FEDE E OPERE
(Pedron Lino)


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Introduzione

Crisi di fede... Ostacoli sul cammino della fede... Difficoltà nuove e vecchie nella presentazione del messaggio di Cristo...

Ogni generazione pensa che la propria situazione sia unica, eccezionale, difficile, drammatica... Ma la fede non è mai stata facile per nessuno. Cristo stesso si è trovato di fronte a dei discepoli increduli fino all’ultimo momento (Mc 16,11-14) e a un popolo di increduli che lo hanno rifiutato e ucciso.

Le cause della mancanza di fede possono variare con i secoli, le civiltà, le filosofie... ma nella coscienza di colui che è invitato a credere, gli ostacoli sono sempre gli stessi. La fede esige l’impegno di tutto l’uomo e può nascere solo in seno ad una comunità di credenti, nella Chiesa.

Convertire il cuore all’umiltà

La fede non nasce nell’intelligenza, ma è un dono di Dio che si radica nel profondo dell’uomo, nel cuore, dove Dio abita e parla. Infatti, nella sua interiorità l’uomo trascende l’universo: in quelle profondità egli torna, quando si volge al cuore, là dove lo aspetta Dio, che scruta i cuori, là dove, sotto lo sguardo di Dio, egli decide il suo destino (Conc. Vat. II GS 14).

Il cuore deve essere liberato dall’orgoglio, diventare trasparente e semplice. L’umiltà è l’unica strada per arrivare a Dio. La chiesa dei credenti non è formata da intellettuali sicuri della propria scienza, ma è una comunità di poveri in spirito (Mt 5,3), di umili di cuore.

Il vangelo è rivelato ai semplici, solo loro lo possono capire e vivere. In quel tempo Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te (Mt 11,25-26). Paolo scrive alla comunità di Corinto: Non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1Cor 1,26-29).

Certo, la fede non è riservata ai sottosviluppati mentali o ai bambini, ma è tutt’altro che il risultato di una ricerca o di una scoperta scientifica: essa è molto di più, trascende l’uomo e le sue capacità.

Per accogliere questo dono di indescrivibile ricchezza occorre farsi poveri svuotando il cuore dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita (Lc 8,14), diventare come i bambini (Mt 18,3) nella semplicità della mente e del cuore per essere disponibili a Dio che salva.

Fare la verità

La fede, nata nel cuore, si conserva e si sviluppa con le mani: è legata all’attività, all’esperienza della vita quotidiana dell’uomo, alle opere. Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?

Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede. Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore? Abramo, nostro padre, non fu giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio. Vedete che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede... Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta (Gc 2,14-26).

Deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché, se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla. Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana. Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo (Gc 1,21-27).

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli... Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia (Mt 7,21-24).

Come si vede è sempre il verbo fare, mettere in pratica che autentica la vera fede. L’esperienza insegna che l’alunno impara più facilmente attraverso metodi attivi. L’impegno cristiano, il fare, il mettere in pratica è il metodo attivo per imparare, assimilare e far crescere la fede. Il cristiano cresce nella fede facendo le opere della fede. Le statistiche sulla pratica religiosa hanno un semplice valore indicativo: indicano quanti fanno pratica religiosa domenicale, ed è già qualcosa!; sarebbe più interessante e più utile sapere quanti fanno vita cristiana 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, 12 mesi all’anno, una vita intera: ma questo lo sa solo Dio!

Non bisogna limitare l’educazione alla fede puramente all’insegnamento, alla catechesi. L’uomo non può penetrare nel cuore della verità e svilupparsi nella fede se non si impegna concretamente in un lavoro di servizio agli altri. L’autentica catechesi che conduce alla fede è quella che si accompagna ad una formazione alla responsabilità. Le lezioni, le prediche, tutte le forme di insegnamento non lasciano traccia di sé se non conducono all’azione che la fede esige. Il cristiano deve assumersi le sue responsabilità al servizio del bene comune, ma non per passione, attivismo o scalata alla poltrona, ma come esigenza della fede e a imitazione del Maestro: Quando dunque (Gesù) ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: "Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica (Gv 13,12-17).

La fede esige l’azione, ma non basta agire in qualche modo: bisogna agire per fede.

Essere il prossimo

La pedagogia della fede si verifica nell’ambito dell’amore fraterno seriamente impegnato. Quando Gesù disse: Fate questo in memoria di me (Lc 22,19) non ha inteso dire solamente di celebrare la messa, ma di ripetere tutti i gesti, i fatti di umiltà e di servizio che hanno preceduto, accompagnato e seguito la celebrazione dell’eucaristia: la lavanda dei piedi (Gv 13,1-17), il comandamento dell’amore fraterno (Gv 13,34-35), il dare la vita per gli altri (Gv 15,13)...

Il sacrificio di Cristo è unito indissolubilmente all’umiltà, al servizio, all’amore fraterno. Che significato può avere il dono di Cristo nell’eucaristia per colui che non si dona? A che serve spezzare e distribuire il pane eucaristico per colui che non spartisce nulla di sé e delle sue cose per farne partecipi gli altri? Non allontanare chi ha bisogno, condividi ogni cosa con tuo fratello e non dire che sono cose tue. Se siete comuni in ciò che non muore, quanto più nelle cose che finiscono (Didachè IV, 8).

Scrive san Giovanni Crisostomo: Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Infatti colui che ha detto "questo è il mio corpo" è il medesimo che ha detto "voi mi avete visto affamato e mi avete nutrito" e "nella misura in cui l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me". Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo quindi a onorare Cristo come egli vuole essere onorato... A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando lui muore di fame? Comincia a saziare lui affamato e poi, con quello che resterà, potrai ornare anche il tuo altare. Gli offri un calice d’oro e non gli dai un bicchiere d’acqua? Che beneficio ricava? Tu procuri per l’altare veli intessuti d’oro e a lui non offri il vestito necessario. Che guadagno ne hai?... Addobbando la casa bada di non dimenticare tuo fratello che soffre, perché questo tempio è più prezioso dell’altro (Omelie sul vangelo di Matteo 65,2-4).

Alla luce di queste verità dobbiamo rileggere gli insegnamenti del Signore (Lc 10,25-37; 16,19-31; e altri).

A chi gli domanda: chi è il mio prossimo? Gesù risponde capovolgendo il discorso: tu sei il prossimo di tutti coloro che hanno bisogno; prendi dunque un atteggiamento attivo, esci dal tuo guscio, dalla tua tranquillità incosciente, va’ e fa. Spiegato così il comandamento dell’amore del prossimo è sempre chiaro in tutte le circostanze. Tocca sempre a te muoverti e fare, pagando di persona e di tasca tua.

In definitiva non fai altro che restituire agli sportelli delle filiali della banca di Dio (gli uomini) i tesori di bene di cui Dio ti ricolma ogni giorno, ricordandoti delle parole del Signore Gesù che disse: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!" (At 20,35) e "gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10,8).

Farsi prossimo di qualcuno significa ritrovare tutta la nostra fede. Non è possibile essere prossimo senza vedere Cristo negli altri: Io ho avuto fame... (Mt 25,35).

Se qualcuno ha paura che l’amore per i poveri prenda troppo spazio nel cuore a scapito dell’amore per Dio, legga la parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro. Spesso si perde troppo tempo a farsi domande come questa: Da chi è formata la chiesa? Il vangelo parla chiaro. Sono nella chiesa i poveri come Lazzaro, coloro che sono prossimi agli altri come il samaritano, coloro che danno da mangiare, da bere, ospitalità, vestito, coloro che fanno visita ai malati, ai carcerati... Sono fuori i ricchi ingordi, i sacerdoti e i leviti frettolosi che lasciano crepare il prossimo sulla strada, quelli che vivono per se stessi e non per gli altri.

Essere prossimo esige atti concreti di impegno e di servizio che sono segni di fede, frutti della fede e nello stesso tempo nutrono la fede e la fanno crescere.

Essere prossimo verso tutti: ecco l’unico metro per misurare la nostra fede e il nostro amore per Dio.

Essere prossimo è l’unica strada per andare a Dio con la preghiera: Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono (Mt 5,23-24). Tutti coloro che hanno fame, sete, freddo... tutti quelli che attendono invano il vangelo della salvezza da noi cristiani seduti... tutti coloro che non abbiamo amato come Cristo ha amato noi... tutti costoro sono fratelli che hanno qualche cosa (molte cose!) contro di noi.

Essere prossimo ci fa entrare nel cuore di Dio e partecipare al suo amore per l’uomo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16); Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). Dio ama l’uomo: questo è il messaggio del vecchio e del nuovo testamento; e questa certezza è la roccia su cui si edifica la nostra fede. Non si tratta di un amore vago e globale: Dio ama ciascuno personalmente.

Il buon Pastore chiama le sue pecore una per una, le conosce e offre la sua vita per loro (cf. Gv 10,1-18). Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me (cf. Gal 2,20).

Dio non ama solo l’anima dell’uomo, ma tutto l’uomo, tutti gli uomini.

Dio ha dato pane e felicità per tutti in abbondanza, ma ha affidato l’incarico della distribuzione agli uomini, associa l’uomo al suo amore per l’uomo: qui sta il bello e da qui nascono i guai. Se tutto filasse dritto come nel vangelo (cf. Mc 6,30-44; 8,1-9) saremmo tutti sazi e ne avanzerebbero delle sporte... Ma fin dall’inizio del cristianesimo l’amministratore capo della chiesa era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro (Gv 12,6); Anania e Saffira mentirono e si trattennero parte del prezzo del terreno (cf. At 5,1-11); poi sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana (At 6,1); e infine (lo diciamo per brevità) a Corinto in piena assemblea eucaristica ci sono divisioni, i poveri hanno fame e i ricchi sono ubriachi, chi ha molto fa vergognare chi non ha niente (cf. 1Cor 11,17-34).

Dio ha voluto fidarsi di noi, ci ha fatti responsabili, rispetta la nostra libertà, ma noi siamo amministratori infedeli (cf. Lc 16,1-8), ognuno ha in tasca disonesta ricchezza (Lc 16,9) che se non diventa serva degli altri diventa nostra padrona. L’ingordo e il morto di fame non possono avere la stessa ricompensa (cf. Lc 16,19-31).

Quando Gesù predicava queste verità i farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui (Lc 16,14). Oggi come allora!

Si direbbe che Dio accetti di amare e di aiutare efficacemente l’uomo unicamente per mezzo dell’uomo. L’amore è nel cuore di Dio, ma esso non raggiunge l’uomo se non per mezzo del cuore e delle mani dell’uomo.

Bastano i peccati di omissione per andare all’inferno (cf. Lc 16,19-31; Mt 25 tutto). Un tempo la gente non sapeva, non vedeva o sapeva e vedeva meno. Oggi i mass-media ci fanno sapere e vedere quasi tutto. Forse sarebbe comodo non sapere, non vedere, ma i tempi moderni ci hanno riversato addosso una responsabilità che ha i confini stessi del mondo. Se per un verso sarebbe comodo non sapere e non vedere, per un altro verso (quello della fede) è bello sapere e vedere.

Sapere e vedere significa conoscere personalmente i poveri, gli affamati, gli assetati, i nudi, i senza casa, i malati, i carcerati, i senza famiglia, i senza amore, i senza fede, i senza Dio. E non facciamo eccessivo uso della delega! Il Signore ci ha detto di andare, non di mandare gli altri. La cosa ottima sarà: andare noi e trascinare con l’esempio gli altri. Il perché è molto semplice.

Fare la carità vuol dire fare l’amore. Non si può fare l’amore per delega; non si può fare l’amore stando alla larga dalla persona amata. I poveri li avete sempre con voi (Gv 12,8) ha detto Gesù. Non mancano i poveri, sono alla nostra porta, forse in casa nostra. Noi siamo loro vicini col corpo, ma forse lontani col cuore. Noi non dobbiamo amare la povertà: non avrebbe senso. Noi dobbiamo amare i poveri perché sono Cristo. L’indifferenza, a questo punto, è un peccato grave.

Talvolta i cristiani si domandano: che cosa devo fare? In che proporzione devo distribuire i miei beni? Quale percentuale sul mio stipendio, sul mio bilancio?

La misura dell’amore è amare senza misura. Gesù Cristo non ha fatto tassazioni proporzionali. Il vangelo va più lontano e soprattutto su tutt’altra strada. Innanzitutto ci richiede di liberare il cuore dal gusto del denaro, di reputarci sempre servi e mai padroni, di condividere quanto siamo e quanto abbiamo...

Oggi il povero Lazzaro è alla nostra porta. I paesi del terzo mondo sono alla porta dei paesi ricchi e attendono, coperti di piaghe, bramosi di sfamarsi di quello che cade dalla nostra mensa di ricchi.

Perfino i cani venivano a leccare le piaghe del povero Lazzaro. È più facile ottenere compassione dai cani che dai cristiani?

Se il mondo degli abbienti, che è pressappoco il mondo abitato dai cristiani, offrisse ai poveri anche solo il superfluo (spese per regali, veglioni, ferie, spese per vizi, per armamenti...) molti nostri fratelli potrebbero vedere la fine della loro miseria. E ciò non sarebbe ancora un’ubbidienza sufficiente a quanto il vangelo esige da noi; sarebbe solo un primo passo, impacciato e incerto, al quale dovrebbero seguirne tantissimi altri per camminare in progressione sulla via dell’amore.

Siamo terribilmente lontani dal traguardo indicatoci da Cristo: Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48).

Pregare per credere

La preghiera è necessaria per la nascita e la crescita della fede.

Occorre subito rispondere ad un’obiezione: Come posso pregare se non ho la fede; come posso indirizzarmi a Dio se non lo conosco e non sono ancora sicuro della sua esistenza?

Si può fare una preghiera sotto condizione: Mio Dio, se tu esisti, fa che io creda.

Per coloro che si pongono seriamente il problema dell’esistenza di Dio, la preghiera rappresenta una strada maestra per giungere ad una soluzione. Anzi è già un atto di fede: desiderare la fede è già un atto di fede, pregare per credere è già come credere: Tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato (Pascal).

Colui che prega per credere compie un gesto legittimo e intelligente perché cerca di prendere contatto con qualcuno che lo conosce personalmente e lo ama, il Padre, sempre in attività, amoroso e vigilante verso ogni uomo incredulo o credente: Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1Tm 2,3-4).

Credere dovrebbe essere la regola, l’atmosfera normale del battezzato, il suo respiro, la sua vita.

Non credere, credere in eclissi, esitare a credere è una anomalia, una malattia, una tentazione.

Il Signore stesso ha subito la tentazione. Per difendersi anche lui ha pregato il Padre e ha comandato ai suoi di pregare (cf. Mt 26,36-46; Lc 22,39-46).

Pregare e credere sono la stessa cosa. La necessità di pregare sempre, senza stancarsi (cf. Lc 18,1) è tutt’altro che dire preghiere in continuità: è una maniera di vivere le ore della propria giornata, far sì che la giornata sia un atto di fede permanente, una preghiera, un respiro dell’anima, un accordo profondo del cuore con l’amore di un Dio vivente nel quale siamo immersi: In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17,28).

Pensare per credere

L’atto di fede è un atto completo, che impegna tutto l’uomo con tutte le sue ricchezze spirituali, affettive e intellettuali. La fede non è solo impegno intellettuale, ma non può fare a meno della luce dell’intelligenza.

L’uomo che ha la fede deve leggere, riflettere, scrivere, ascoltare, dialogare. Il cristiano dalla nascita, per il fatto che ha ricevuto la fede comodamente nella culla, non è dispensato dalla ricerca seria e faticosa. Colui che vuole rimanere fedele a Dio, deve cercare le verità di Dio perché non si può amare ciò che non si conosce.

Chi crede che Dio è suo Padre, che Gesù è vivo e operante nel suo intimo per mezzo del suo Spirito può leggere, riflettere, dialogare, scrivere senza paura di perdere la fede, anzi con la sicurezza che la sua fede ne guadagna grandemente.

L’anti-intellettualismo è il segno di una paura istintiva e diffusa.

Oggi, i membri della chiesa devono, per evangelizzare seriamente, penetrare nella vita degli uomini, non a partire dagli atti pastorali tradizionali, pur aggiornati che siano, ma adeguandosi al nuovo modo di essere e di vivere che il mondo attuale presenta ed esige. Occorrono aggiornamento, riflessione seria e esigente, capacità di rinnovarsi continuamente: chi si ferma è perduto!

Non dobbiamo lasciarci vincere dal semplicismo (o peggio dalla semplicioneria), dalle quattro idee superficiali, storte e confuse: sarebbe la via più breve al settarismo.

S. Tommaso d’Aquino aveva paura di un uomo lettore di un unico libro (timeo hominem unius libri). Lo stesso si deve dire dell’uomo che ha una sola idea. Bisogna dialogare con gli altri: anche il più povero non è mai così povero da non avere qualcosa da darci. I doni degli uni completano i doni degli altri.

Ciò che impedisce a un uomo di cadere nel banale, ciò che frena la sua usura, è la sua capacità di apertura culturale. Quest’ultima dipende essenzialmente da un gusto e un metodo di lavoro. Soprattutto nel mondo d’oggi è importante imparare ad imparare... Forse dovremo riabilitare il lavoro intellettuale e le qualità che esso sviluppa: l’amore della verità, il culto dell’esattezza, il rifiuto del pressappochismo, l’onestà intellettuale, il rispetto della competenza altrui, l’ostinazione nella ricerca per analizzare la realtà in movimento senza soccombere alle facili spiegazioni... Lo studio è l’impegno della fede, come la vita politica-sociale è l’impegno della carità (Menaranche).

Cristo non è una persona qualunque, quindi dobbiamo essere vigilanti come i cristiani dei primi tempi ad eliminare le caricature o le figure distorte del Cristo. Ma per fare questo occorre molto lavoro e molta riflessione: non conosciamo mai abbastanza il Cristo.

Grazie a questo lavoro quotidiano noi riusciremo a parlare con esattezza del Signore, senza ridurre le sue insondabili ricchezze (Ef 3,8) a qualche idea vaga, inconcludente e inutile per noi e per gli altri.

La lettura quotidiana della parola di Dio e del magistero della chiesa deve costituire la legge di ogni cristiano che voglia essere tale. Se manca questo impegno si rischia di diventare predicatori di notizie false e guide cieche (cf. Mt 23).

La chiesa è per il mondo, ma questo mondo corre in fretta verso il domani e occorre da parte di coloro che lo evangelizzano uno sguardo in prospettiva al fine di accordare l’evangelizzazione al mondo a cui essa è destinata.

Credere è un compito così serio che noi dobbiamo metterci il meglio del nostro cuore, lo sforzo più coraggioso della nostra intelligenza.

La fede non è un talento da sotterrare, ma un dono di Dio da far fruttificare con lavoro assiduo e paziente. Su questo saremo giudicati (cf. Mt 25,14-46).

Credere in solitudine o nella Chiesa?

La solitudine psicologica o affettiva è un grande male per l’uomo. Dio non l’ha creato per la solitudine (Gen 2,18), ma per la relazione fraterna, per l’amore, per il dono. L’uomo si realizza nell’apertura agli altri, nel dialogo, nello scambio, nel-la misura in cui si spende e si perde per gli altri (Mt 16,24-25).

L’uomo sofferente, dubbioso, in crisi, tenta sempre di isolarsi, di tagliare i ponti, di ripiegarsi su se stesso, di organizzare la sua solitudine come un castello di difesa. L’isolamento cercato per se stesso è fonte di soddisfazione malsana.

La fede è un’avventura comunitaria. Il destino eterno è iscritto in un destino comune popolato di tante persone: il Padre, il Figlio, lo Spirito, io, noi, gli altri, un popolo immenso (cf. Ap 7,9).

La salvezza è, per essenza, comunitaria: Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo conoscesse nella verità e fedelmente lo servisse (Conc. Vat. II LG 9).

Questo popolo, questa moltitudine di fratelli (cf. Rm 8,29) di cui noi facciamo parte, non è una collezione di individui, come avviene negli altri raggruppamenti e nelle altre assemblee umane: essa trova la sua consistenza e la sua garanzia in Cristo.

Nell’Incarnazione il Figlio di Dio si fa uomo, si allea con l’uomo, con tutti gli uomini. La salvezza (lo ripetiamo) è, per essenza, collettiva, comunitaria: noi siamo salvati in Cristo e insieme fra noi. Pertanto la nostra fede personale non può vivere ed espandersi se non in seno alla chiesa, nel cuore della fede della chiesa.

La fede di un cristiano non conta niente senza la fede della chiesa. La testimonianza del singolo cristiano non conta niente senza la testimonianza della chiesa.

Signore, guarda la fede della tua Chiesa

Signore Gesù Cristo... non guardare i nostri peccati, ma la fede della tua chiesa (Liturgia). La chiesa appartiene a Gesù Cristo; egli ne è il proprietario (Mt 16,18).

Qual è la natura del legame che unisce Cristo e la chiesa?

Cristo ha amato la sua chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola al fine di farsi comparire davanti la sua chiesa, tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata (Ef 5,25-27).

Cristo ama la sua chiesa di un amore coniugale. Intendiamoci bene. Non si tratta di partire da una esperienza umana di matrimonio per risalire al mistero di amore di Cristo e della chiesa. Il procedimento è inverso. L’unione di Cristo e della chiesa sta al primo posto: a partire dalla contemplazione di questo mistero di unione, mariti e mogli potranno comprendere meglio la santità e la grandezza della loro vocazione al matrimonio: Voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la sua chiesa e ha dato se stesso per lei... Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la chiesa, poiché siamo membra del suo corpo (Ef 5,25-30).

La Gerusalemme celeste, la chiesa dei salvati, ci è presentata pronta come una sposa adorna per il suo sposo (Ap 21,2).

La chiesa appartiene a Cristo e Cristo appartiene alla chiesa come una sposa appartiene allo sposo e viceversa. Questo amore coniugale non è disincarnato e tanto meno astratto: è un amore divino e umano.

L’eucaristia è il sacramento dell’amore coniugale tra Cristo e la sua chiesa: è Cristo che ama la chiesa e dà se stesso per lei (Ef 5,25), è lo sposo che nutre la sua sposa e la cura perché essa è la sua stessa carne (Ef 5,29).

Un amore coniugale completo si esprime incessantemente tra Cristo e la chiesa. Tale amore genera da venti secoli una moltitudine di cristiani ed è alimentato dall’eucaristia, atto coniugale di Cristo e della sua chiesa.

Ho notato sovente, leggendo libri di teologia e manuali di pietà, un certo pudore nel parlare dell’eucaristia. Abbiamo paura di parlare chiaro. Facciamo così sovente la figura di quei primi discepoli e uditori di Cristo che si scandalizzarono del discorso di Cafarnao (cf. Gv 6,22-66). Evitiamo di parlare del corpo di Cristo nell’eucaristia, non osiamo dire che noi mangiamo la sua carne e beviamo il suo sangue. Parliamo della presenza di Gesù nel sacramento, o semplicemente della presenza reale, un po’ come se fosse una presenza astratta. Anche il termine "santo sacramento" lo adoperiamo in maniera astratta. In fondo non desideriamo attribuire la nostra salvezza spirituale al corpo di un uomo, frutto del seno di una donna. Una vernice di puritanesimo ci separa dalle realtà salvatrici ma fisiche dell’eucaristia. Oh! Come siamo civilizzati, come siamo delicati. Maledetta questa civiltà e questa delicatezza che potrebbero separarmi da questo santo corpo che è la mia salvezza (Bruckberger).

Signore, amo la nostra Chiesa

La chiesa può essere il più grande ostacolo per la fede. La mancanza di accoglienza dei cristiani, il loro amore fiacco per Cristo possono essere ostacoli veri per il convertito che ha incontrato un Cristo travolgente e affascinante o per il non cristiano che cerca Dio con cuore sincero. Non mettiamo sotto accusa gli altri: la chiesa siamo noi, i difetti della chiesa sono i nostri difetti.

Molti criticano a sproposito perché vorrebbero la chiesa diversa da come l’ha voluta Cristo o addirittura la criticano per demolirla.

Ciò premesso, non facciamo come gli struzzi. Ai cristiani incombe il dovere di un rinnovamento e di una conversione continua e faticosa.

Non può esistere il cristiano seduto: chi si ferma è una controtestimonianza. Le nostre conquiste di ieri sono incomplete e già superate: sono nate vecchie e ora sono decrepite.

Noi amiamo la chiesa perché Cristo la ama. Cristo vede la sua chiesa con realismo, la ama così come è e la purifica perché diventi come dovrebbe essere. In altre parole, ama noi che siamo la chiesa; ci ama così come siamo, non malgrado i nostri peccati, ma a causa dei nostri peccati: egli è venuto a salvare il suo popolo dai suoi peccati (cf. Mt 1,21).

Da questo amore di Gesù per la sua chiesa nasce il nostro amore per la nostra chiesa. Noi siamo membri della chiesa, responsabili della sua crescita, della sua credibilità, ma non siamo proprietari della chiesa. La chiesa è di Cristo. Il legame che ci unisce alla chiesa è lo stesso che ci unisce a Cristo. Per essere chiesa dobbiamo sentirci posseduti da Cristo.

Chi si erige a giudicare, ma non sente profondo il senso di appartenenza a Cristo e alla chiesa, è un giudice iniquo. Francesco d’Assisi ha visto i difetti e le pecche della chiesa non meno di Martin Lutero e di tanti altri. Lui l’ha amata molto, nonostante tutto, gli altri meno o poco o nulla. Un malato ha bisogno di cure e di amore, non di percosse o del colpo di grazia. I motivi per credere, sperare e amare la chiesa sono sempre più numerosi delle tristezze e dei rimpianti che possono venire dalla chiesa.

Cristo ama la sua chiesa oggi e si dà ad essa oggi. Anche noi amiamo questa chiesa concreta, la chiesa di oggi, non quella di ieri o quella di domani.

L’amore di Cristo per la sua chiesa non è sentimentale o platonico. Non è l’amore oleografico dei fidanzatini. È l’amore sperimentato e sofferto di duemila anni di matrimonio, amore collaudato, paziente, indulgente.

Per amare la chiesa ci vuole molta fede. Questa fede suppone l’indulgenza verso le persone e i loro difetti, un minimo di conoscenza di sé e una buona dose di umiltà.

Non è onesto scaricare sulle spalle degli altri le nostre carenze, dispensandoci dal dovere della conversione e aggredendo gli altri.

Le nostre colpe sono nostre; le colpe degli altri sono nostre.

Umiltà vuol dire mettersi al centro della chiesa non al margine o al di fuori, prendendo le debite distanze. Chi giudica la chiesa non conosce la teologia e meno ancora il vangelo e soffre di una grande carenza spirituale e affettiva. Tutti i settarismi nascono da qui.

Quante sofferenze e quanti scandali nella chiesa a causa degli estremisti di ogni genere che scomunicano i propri fratelli in nome di un frammento di verità usato come arma per percuotere e uccidere! Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra (Gv 8,7).

Mettersi al centro della chiesa, responsabili, solidali, senza veli, con umiltà: solo così possiamo permetterci di parlare con coraggio per una critica costruttiva, ricordando sempre l’insegnamento del vangelo: Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato... con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio (Lc 6,36-38); Andate a imparare che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori (Mt 9,13); Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa (Mt 12,7).

Stando all’esterno non è difficile giudicare e condannare, ma c’è il rischio, anzi la certezza, di perdere di vista il dovere di convertirsi, incominciando da se stessi. Chi si mette al centro, dentro, può contribuire, come antenna che capta la voce dello Spirito, a quel continuo rinnovamento che assicura l’eterna giovinezza della chiesa.

La strada della fede concreta e pratica non è facile e tranquilla. Vivere nella chiesa è un’esperienza esaltante e scomoda ad un tempo. Per quelli di casa, più che per gli estranei, la chiesa mostra il suo volto senza trucco: il volto dei cristiani peccatori e di questi il primo sono io (1Tm 1,15). Eppure dobbiamo rimanere fedeli nonostante i nostri peccati.

La chiesa non può stare tutto il giorno allo specchio. Essa esiste per il mondo, per portargli la salvezza, prendendo parte al suo destino: come il lievito, ha la funzione di fare fermentare la pasta (Mt 13,33).

La chiesa è un gran libro aperto: nella vita dei suoi membri è trascritto, su carne viva, il vangelo. Ma, non dimentichiamolo, il vangelo degli umili e dei piccoli, non quello dei sapienti e degli intelligenti (Cf. Mt 11,25). L’intelligenza senza l’umiltà è la forza più distruttrice del mondo.

Conclusione

Il giusto vive mediante la fede (Rm 1,17); vive di fede come si vive di pane, di aria; vive di una fede pratica, fatta di opere.

La fede opera nella carità: senza le opere è morta.

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