PADRE EMME
Storia di una vocazione, anzi di due (e di un’amicizia spirituale)
(Marchesini Aldo)


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titoli

 

 

Introduzione

Questa storia m’è rimasta nel cuore per anni, sempre con un gran desiderio di poterla scrivere per intero. L’iniziai con entusiasmo parecchi anni fa. Ne scrissi una decina di capitoli e poi mi arenai. Un po’ il molto lavoro e un ritmo di vita piuttosto di corsa, un po’ l’esigenza di far precedere allo scritto un certo silenzio interiore di contemplazione, mi costringevano a lunghi rinvii. Nel frattempo, però, sorgevano altre ispirazioni più brucianti (per racconti più brevi), che, via via, andavo mettendo per iscritto.
Ogni tanto, tuttavia, qualche capitolo riuscivo a buttarlo giù.
Arrivai così alle vacanze del 1997. Era necessario, per esigenza interiore, decidermi una buona volta a completare la storia! M’impegnai a fondo e, di fatto, riuscii a scriverla quasi tutta. Ma il finale era rimasto nella penna! Una volta in Mozambico sarebbe stato molto difficile concludere…
Ripresi il lavoro e la corsa, ma dopo pochi giorni mi colpì la notizia che il papa avrebbe proclamato S. Teresa del Bambino Gesù dottore della chiesa. La notizia mi riempì di giubilo, perché una tenera e lunga amicizia mi legava a questa santa. Sentii nascere in me un gran desiderio di poterle offrire un regalo personale per solennizzare il dottorato. Subito si concretizzò nella decisione di offrile la storia completa di padre Emme.
Mancava meno di un mese alla data annunciata! Ma non mi scoraggiai. "Sapevo" che gliel’avrei fatta!
Il tempo pareva si moltiplicasse per me e l’ispirazione era sempre all’erta. Scrissi ancora più di cento pagine di quaderno e riuscii a concludere proprio mentre le campane della parrocchia della "Sagrada Família" suonavano per la messa vespertina del 19 ottobre, terza domenica del mese e giornata mondiale delle Missioni, giorno scelto dal papa per conferire alla mia amica S. Teresina il dottorato!
Voglio qui ringraziarla, perché sono convinto che, dopo che scelsi qual era il regalo di dottorato che desideravo offrirle, il suo aiuto sia stato decisivo per farmi riuscire a finire per la data prevista.
Soprattutto, però, voglio qui dichiarare a tutti i lettori che questo racconto è dedicato a lei!

Aldo Marchesini

 

 

Capitolo 1

Mi si chiederà: chi è questo padre Emme? Rispondo subito che padre Emme sta per missionario. Perché mai questa scelta?
Questa che sto per raccontare è una storia vera, che non è accaduta ad una sola persona. Vorrebbe far conoscere il mondo interiore di chi ha avuto in sorte dal Signore la vocazione d’essere missionario. Il nostro giovane Emme, e più avanti padre Emme, presterà la sua interiorità, il suo corpo che si stanca, il suo cuore che si rattrista o si rallegra, il suo spirito che un po’ alla volta prende pieno possesso della vita, la sua fede grande e piccola al tempo stesso, insomma tutto se stesso, per dare consistenza alla proiezione di tante situazioni, desideri, slanci e difficoltà, che un missionario sentirebbe ritegno a raccontare, se proprio dovesse farlo in prima persona.
Vorrei chiarire ancora un punto: "storia vera" non vuol dire che tutto ciò che qui si racconta sia realmente accaduto; la verità si esprime anche attraverso parabole, desideri, pensieri, racconti ascoltati da altri e - perché no? - sogni ad occhi aperti e chiusi.
Chi legge non si sforzi di riconoscere questa o quella persona, ma abbia la benevolenza di seguire, comprendere e - me lo auguro - amare come un fratello, il nostro umile padre Emme.
Anche se è vero che ognuno di noi è amato da Dio prima d’essere concepito - amato in modo concreto e chiaro, con tutti i doni che gli serviranno per realizzarsi - tuttavia il Signore non toglie a nessuno il gusto e la fatica d’interpretare il proprio cuore, di chiedersi e richiedersi quale sarà la sua strada, di decidere, pentirsi, dubitare e consigliarsi, assaggiare e valutare, e alla fine offrirsi, per essere completamente se stesso di fronte a Dio e agli uomini.
Anche il nostro Emme, quand’era bambino, visse come tutti i suoi coetanei, preoccupandosi di giocare, andare a scuola, vivere nel cerchio della famiglia, sentirsi protetto dall’amore dei genitori, volendo bene a fratelli e sorelle, ai compagni di giochi e di scuola, ma anche litigando con loro.
Attraversò la fase in cui ciò che diceva il maestro era verità assoluta; quando tornava a casa, diceva: "Il maestro mi ha detto...". A volte qualcuno della famiglia discordava; allora nascevano i conflitti. Ma non duravano molto. La concretezza dei giochi con gli amici era superiore ai problemi teorici che si originavano dal confronto di due verità opposte.
Emme fu in tutto un bambino normale; cominciò ad amare il Signore, come tutti quelli che hanno una mamma, un babbo, dei nonni, zii e fratelli che vivono secondo la fede. Questa fu per lui doppiamente un dono: dono di Dio e degli uomini.
L’idea di farsi prete non gli passò mai per la mente; o meglio, qualche volta lo sfiorò, ma sempre come un’ipotesi per cui non si sentiva fatto e che non gli piaceva.
Ad onor del vero bisogna dire che neppure sentì mai il desiderio di fare da grande qualcosa di specifico, come tanti bambini pretendono. Non sognò mai d’essere dottore, inventore, ingegnere, professore, vigile urbano o calciatore. Era troppo occupato a vivere la sua infanzia e contento d’essere bambino.
Ma allora - direte voi - non sognò mai niente? Era proprio un bambino normale, se, privo di fantasia, non allargava la sua esperienza quotidiana con quella d’altre situazioni immaginarie? Avete ragione; una cosa gli piaceva tanto: leggere d’esploratori e d’avventure esotiche. Conosceva la Malesia, per esserci stato con Sandokan e Yanez, il polo nord, per aver accompagnato il capitano Hatteras di Giulio Verne, i fondi degli oceani, che aveva percorso con Nemo nel Nautilus. Aveva visto la Cina con Marco Polo, aveva circumnavigato il mondo con Magellano e Pigafetta, aveva seguìto Cristoforo Colombo nella sua mirabolante avventura. Sapeva di velieri come un capitano di mare: tribordo e babordo, trinchetto e pappafico, issare e ammainare, quadrato di bordo, cima e scotta. Aveva esplorato il passato leggendo libri d’archeologia come "Civiltà sepolte". Conosceva perfino qualcosa del fatato oriente arabo: Alì Babà e i quaranta ladroni, Aladino e la sua lampada, la Rosa di Bagdad, califfi e marajà. Era stato a Roma con i primi cristiani di "Quo vadis?" e aveva visto il piccolo Tarcisio, il soldato Quadrato, il comandante Sebastiano.
Se mai aveva sognato di fare qualcosa da grande, forse l’idea di divenire archeologo, esploratore o inviato speciale gli dava una vaga emozione. Ma la sua normalità arrivava a tal punto da capire che questi erano soltanto sogni e che non sarebbe mai stato possibile realizzarli partendo dall’ambiente in cui viveva, ordinato e senza stravaganze.
Emme dunque visse fino all’adolescenza senza aver mai neppure sospettato quello che gli sarebbe toccato di vivere più tardi. Due o tre volte però gli era capitato di fare un’esperienza strana, che aveva sempre custodito nella sua memoria e che un pudore invincibile gli aveva impedito di esternare. La prima volta fu quand’era ancora un bambino di dieci anni. Era andato in montagna con i suoi, d’estate, in vacanza. La casa era vicina alla parrocchia; in un giorno umido e ventoso, nel primo pomeriggio, quando per le strade non c’era nessuno, gli venne il desiderio di fare una visita in chiesa. Entrò e fu colpito dalla differenza tra l’esterno e l’interno.
Il Signore era lì, presente nel tabernacolo, Emme lo sapeva bene. Gli pareva che nella chiesa i muri, i banchi, le colonne, le finestre, il confessionale, gli altari laterali, la luce e perfino l’aria stessero a guardare il Signore, coscienti della sua presenza. C’era un’atmosfera di raccoglimento, in contrasto con la sensazione di dispersione che prevaleva all’esterno, accentuata dal vento impetuoso che sollevava polvere e foglie, dalle nuvole che correvano nel cielo e dai rami agitati degli alberi.
Quell’improvviso silenzio, quell’aria immobile che sostituiva di colpo il vento, quella sensazione - più forte del solito - della presenza del Signore colpirono la sua sensibilità di bambino. S’inginocchiò in uno degli ultimi banchi, per recitare i cinque Pater, Ave e Gloria in onore del Ss.mo Sacramento, più il sesto, secondo le intenzioni del sommo pontefice, come faceva quando con la famiglia entrava in una chiesa per una visita. Ma poco dopo si fermò; non gli riusciva più d’andare avanti. Era la prima volta che una preghiera costituiva per lui un ostacolo, anziché un aiuto per avvicinarsi a Dio. Gli pareva che lo distraesse, che gl’impedisse di fare attenzione al Signore nel tabernacolo. La cosa importante era l’incontro. Emme, per la prima volta nella sua vita di bambino, capì che non c’era bisogno di parole. Desiderava restare lì fino a saziarsi. Le altre volte, finiti i sei Pater, Ave e Gloria, la visita era terminata e si usciva dalla chiesa; quella volta, invece, non c’erano parole, il tempo pareva sospeso. Il vento soffiava impetuoso e le porte di fondo della chiesa ogni tanto battevano con forza, facendolo sussultare. Sentiva la paura insinuarsi in lui: quei colpi potevano essere segni del diavolo che non lo voleva in chiesa. Non aveva il coraggio né di voltarsi, né di muoversi. I rumori si facevano più insistenti. Pensò che sarebbe stato bello essere a casa in compagnia dei genitori e dei fratelli. Ma un sentimento d’onore si fece strada nel suo cuore di bambino: "La presenza del Signore mi protegge contro tutto. Resterò qui fino a che non sarò stanco".
Alcuni anni più tardi, quando Emme era sulla quindicina, ci fu un raduno di ragazzi nella sua città. Il tema e il motivo di quell’incontro ben presto gli si cancellarono dalla memoria, ma non l’impressione della prima notte che lui passava da solo fuori famiglia. Chi voleva, infatti, poteva pernottare nel vecchio collegio rimasto vuoto in quello scorcio d’estate. Un impulso, che non sapeva come fosse nato in lui, lo spinse a scegliere di restare anche la notte. La cameretta aveva un letto antico, con la testa e i piedi alti, in ferro battuto, e un pomello d’ottone in ognuno dei quattro angoli. Il pavimento era di mattoni rossi, leggermente irregolare, come quelli delle case di campagna d’una volta. Ci entrò ch’era già notte, dopo cena. La finestra era aperta; il davanzale basso era completato da una ringhiera di ferro con la vernice nera un po’ scrostata. S’affacciò e sentì il calore del sole, che aveva battuto tutto il pomeriggio, emanare tiepido dal ferro del parapetto, dai muri dell’edificio e dalla distesa dei tetti. C’era silenzio in quella parte della città; una serenità tranquilla riempiva l’aria e la stanza. Stette lì immobile, a farsi penetrare da quell’atmosfera, che aveva un fascino speciale. Qualcosa per lui era nuovo, ma un istinto gli diceva che gli sarebbe diventato familiare. Gli pareva d’essere entrato in un regno che era suo da sempre, sia pure senza che egli l’avesse mai visto né saputo. Rimase a lungo così, senza pensieri. Poi un sentimento di felicità umile e discreta prese forma nel suo cuore, fino a riempirlo. Senza pensare esplicitamente a Dio, Emme avvertiva che quell’esperienza aveva un legame profondo e misterioso con il Signore.
Un messaggio gli veniva dalla vita, e la vita, un giorno, gliel’avrebbe spiegato.

 

Capitolo 2

L’adolescenza fu l’età dei preludi. Emme visse una serie d’episodi che lo toccarono nell’intimo, suscitandogli stati d’animo che a poco a poco gli lasciarono una traccia, ma che ancora non avevano la forza di fargli progettare qualcosa di preciso per la sua vita.
Un giorno gli capitò d’andare a vedere un film dal titolo singolare: "La mano sinistra di Dio". Raccontava di un pilota americano abbattuto, durante la guerra, sulle montagne della Cina. Era stato salvato da alcuni briganti, che, organizzati in una banda, vivevano di razzie. Fu preso nel giro e, grazie alla sua abilità ed astuzia, divenne ben presto il luogotenente del loro capo; tuttavia era anche un prigioniero, poiché non gli era permesso d’andarsene. Così decise di fuggire sostituendosi ad un missionario, che quei masnadieri avevano ucciso mentre si recava a prendere possesso di una missione sperduta fra le montagne e rimasta senza sacerdote. L’arrivo al villaggio fu per lui l’inizio di un nuovo tipo di prigionia: nelle vesti di missionario cominciò ad assistere i malati, ad aiutare i poveri, ad ascoltare i problemi e i dolori della gente, a consolare, ad insegnare, ad amare e ad essere amato dal profondo del cuore. Solo accampando pretesti era riuscito a sottrarsi alla celebrazione della messa e all’amministrazione dei sacramenti. Ma dopo pochi mesi il capo dei briganti lo scoprì e venne con tutta la banda per riprenderselo e razziare ed incendiare il villaggio. Il finto missionario tentò allora il tutto per tutto, proponendo di giocare a dadi la sua libertà e la sorte del villaggio. Vinse. Il capo dei briganti mantenne la parola e se ne andò lasciandolo libero e non facendo del male ad alcuno. Quindi, con l’aiuto di un missionario protestante dei dintorni, riuscì ad avvisare il vescovo cattolico, che inviò un nuovo sacerdote, dandogli così la possibilità di ritirarsi senza dover rivelare ad alcuno il segreto della sua vera identità.
Emme rimase a vedere il film due volte.
C’era qualcosa in quella storia che lo emozionava. Era forse il fascino remoto della Cina? O forse la risonanza che si creava spontaneamente nel suo animo al racconto d’avventure lontane, di cui s’era nutrito abbondantemente nelle sue passate letture?
Un po’ senz’altro. Ma non era sufficiente a giustificare il piacere che provava ripensando a quella storia. Quanto più cercava di precisare cosa lo avesse affascinato, tanto meno gli riusciva di capire.
Se ne tornò a casa pian piano, senza veder nulla all’intorno, passando tra la gente che passeggiava in quella sera d’estate e lasciandosi cullare da quella piacevole impressione che non sapeva definire, con la segreta speranza che, non pensandoci direttamente, ne avrebbe capito prima o poi il motivo.
Mentre saliva le scale di casa, gli parve di cominciare ad intuire ciò che aveva centrato il suo cuore: era il vincolo reciproco che s’era stretto tra il finto missionario e la gente, un vincolo d’amore e di bontà, che aveva prima imprigionato, poi convertito il cuore dell’aviatore. Sì, era proprio questo che lo rendeva contento, ma forse anche la speranza che un giorno avrebbe potuto, lui pure, vivere qualcosa di simile.

 

Capitolo 3

Al liceo la classe che Emme frequentava era mista. Solo due sezioni erano di quel tipo e lui si sentiva molto fortunato di farne parte: era romantico avere delle compagne. I maschi erano meno turbolenti di quelli delle altre classi non miste, ma in compenso erano più vanitosi, e gli altri li prendevano in giro. Ne soffrivano un po’, non però più di tanto, convinti che quell’ironia nascesse da invidia. Il momento culminante era quando si facevano i campionati d’istituto. Era bello vedere le tredici ragazze della sua classe fare il tifo per loro, al margine del campo nelle partite di calcio o sulle basse gradinate dello stadio della Polisportiva nelle gare d’atletica.
Emme non era nato per essere un campione; amava molto lo sport, ma non aveva scatto né fiato. Nella sua classe c’era però il più bravo nella corsa campestre. Si chiamava Decio ed abitava in campagna. Ogni giorno veniva in città con il treno. Due volte la settimana andava ad allenarsi alla Polisportiva con i migliori del liceo, accompagnati dall’insegnante di ginnastica. Diceva sempre che vedere una ragazza sul percorso gli dava nuove energie; così ad ogni gara le compagne di classe si dislocavano ogni duecento metri, perché rendesse il massimo.
Quando ci furono i campionati provinciali, Emme, che era stato incaricato di organizzare la tifoseria dell’istituto, piazzò le tredici compagne una ogni venti metri, nell’ultimo tratto del percorso di gara, che si concludeva nello stadio, con l’ordine di gridare con quanto fiato avevano in gola "Decio, Decio, Decio...". Decio entrò sulla pista in terra battuta con quindici metri di distacco dal primo, che faceva parte della Nazionale nella categoria allievi. I compagni di classe non gliene avevano fatto parola prima della gara, perché la sorpresa fosse più stimolante. Quando vide, entrando in pista tutte le ragazze schierate che scandivano in coro il suo nome e saltavano agitando le braccia, fece uno scatto come se fosse stato frustato. All’ultima curva era già spalla a spalla con il primo e dopo una volata, rimasta nella storia dei campionati, lo precedette di un metro. Lo stadio sembrò crollare sotto i piedi e gli applausi della tifoseria, quando l’altoparlante annunciò che Decio aveva abbassato il record provinciale dei 1.500 m di corsa campestre di due secondi e sette decimi.
Una delle tredici compagne di classe abitava non lontano da Emme. Si chiamava Chiara; capitava spesso che facessero un lungo pezzo di strada assieme, tornando a casa. Nei primi due anni la conversazione riguardava per lo più la scuola e il mondo delle amicizie. Un fatto nuovo avvenne durante la gita scolastica organizzata dall’istituto in maggio. Quell’anno la meta era Siena. Emme e quasi tutta la sua classe vi parteciparono. In treno occupavano quattro scompartimenti vicini e passavano dall’uno all’altro, cambiando compagnia e conversazione. Avevano pensato di cominciare la visita dal duomo, il monumento più impegnativo: volevano gustarlo con calma, vedendone da vicino le bellezze segnalate in classe dall’insegnante di disegno. Chiara aveva portato con sé una guida e leggeva per tutti la spiegazione d’ogni particolare. Dopo il duomo, ci fu un po’ di discussione: alcuni volevano visitare i luoghi di s. Caterina; altri preferivano veder subito la piazza del palio. Dato che anche un altro ragazzo aveva con sé una guida, si divisero di comune accordo. Emme andò con Chiara ed altre due compagne a visitare la casa natale di s. Caterina, dove una del gruppetto, che ne aveva da poco letto una biografia, - si chiamava Caterina - si offrì di raccontarne la vita dettagliatamente. Tutti restarono colpiti. Dopo il pranzo al sacco nei giardini, la classe se ne andò a bighellonare in piazza del Campo, al tiepido sole di maggio. Chiara si sedette vicino ad Emme, con la schiena appoggiata alla fontana di Jacopo della Quercia e lo sguardo rivolto verso la grande torre del Mangia.
Gli disse che era rimasta affascinata dalla presenza spirituale di s. Caterina nella città; legava quei pensieri ad un filone di meditazione che affondava nel suo mondo interiore. Da più d’un anno si stava chiedendo se la sua vocazione non fosse quella di divenire monaca di clausura. Sentiva molta attrazione per le cose di Dio; le pareva che il Signore le vivesse accanto come una persona con cui scambiare pensieri. D’altra parte Chiara aveva quattro fratelli più piccoli, di cui uno di due anni; in casa aiutava molto ed era quasi una seconda mamma. Sentiva intensamente l’istinto materno; la vita familiare, di moglie e di madre, esercitava una notevole attrazione su di lei.
Perciò era come divisa in due. Confidò ad Emme che la visita di quel giorno a Siena aveva aggiunto un peso sulla bilancia dalla parte del convento. Quel discorso era nuovo per Emme, ma interessante, perché tutto ciò che aveva relazione con Chiara lo stimolava, anche se gli pareva che la sua simpatia per lei non era confondibile con un innamoramento: le voleva bene come se fosse sua sorella. Lei lo stava mettendo davanti ad una problematica, cui non aveva ancora pensato in termini espliciti: consacrarsi a Dio nella vita religiosa o sposarsi? Per quanto dal discorso di Chiara paresse evidente che la scelta dipendeva in fondo da lei, tuttavia Emme intuiva che a monte c’era una scelta che era stata fatta prima da Dio. Qui stava il nodo centrale della questione.
Fu così che, dopo un po’ di silenzio in cui entrambi guardarono le nuvole bianche scorrere in cielo dietro la torre, Emme citò la frase di Gesù: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi".
"A dire il vero, - continuò - non mi sono mai posto questa domanda, però penso che l’importante sia trovare un modo per sapere ciò che il Signore vorrebbe da noi. Tu, Chiara, hai fatto già qualcosa per capirlo?".
Sì; sentiva innanzitutto il bisogno di prendere coscienza di ciò che le accadeva. Per mesi aveva avvertito un forte pudore a parlarne con chicchessia: le pareva un argomento così delicato e fragile, che il farne parola avrebbe potuto sciuparlo. Sentiva il desiderio di restare ogni tanto un po’ sola. In casa era difficile con quattro fratelli piccoli. Ne aveva occasione solo quando si chiudeva in camera per studiare, ma il tempo era poco.
C’era un convento di monache di clausura in una stradina del centro storico ed un altro ai piedi dei colli. Aveva cominciato a frequentarli nelle ore in cui le suore cantavano l’ufficio. Si metteva in un banco vicino alla grata e cercava di lasciarsi penetrare non solo dalla melodia del canto e dal significato delle parole, ma anche e soprattutto dallo spirito che animava quelle preghiere.
Il convento ai piedi dei colli le piaceva di più, perché era annesso ad una chiesa del primo medioevo, con le colonne di pietra viva, il pavimento di mattoni e il tetto sostenuto da capriate di legno grezzo e scuro per i secoli. Aveva un altare di pietra al centro del presbiterio con un bassorilievo in marmo che raffigurava - in uno stile un po’ primitivo, ma espressivo - Gesù che chiedeva a Pietro: "Mi ami tu?". A Chiara piaceva molto quella scena.. Aveva l’impressione che le parole di Gesù, che s’intuivano pronunciate nel marmo, avessero continuato a restare presenti in quella chiesa da sempre e che vi sarebbero restate per sempre. Quel bassorilievo rendeva perenne la domanda che Gesù avrebbe rivolto a tutti gli uomini fino alla fine del mondo.
Anche a lei, Chiara, il Signore chiedeva: "Mi ami tu?".
Quando cominciava l’ufficio cantato, s’accendevano le luci e l’altare ne restava illuminato: quella scena sembrava diventare viva. A Chiara allora pareva che il canto fosse una risposta e un commento. Si sentiva ripiena di una gioia tenue e misteriosa, ma non era abbastanza per capire se il Signore la chiamava a consacrarsi a quella vita.
Era necessario parlarne con qualcuno. Ma con chi?
In casa non gli pareva opportuno: un istinto inspiegabile gliel’impediva. Forse in famiglia c’era troppa partecipazione affettiva, forse il confidarsi le avrebbe tolto la libertà d’azione; tutto quello che avrebbe detto o fatto, sarebbe stato visto alla luce di ciò che aveva svelato, e questo le avrebbe tolto la spontaneità e anche il gusto di avere un segreto da custodire tra lei e Dio.
Pensò di parlarne con la madre priora del monastero, ma anche lì sentiva un ostacolo. La superiora poteva essere influenzata dal desiderio inconscio che lei si facesse monaca proprio in quel convento.
Forse era meglio parlare con una suora giovane, che avesse vissuto la sua stessa esperienza di recente, tanto da ricordarne i particolari. Bisognava però risolvere un problema pratico: come fare per sceglierla e chiamarla in parlatorio? Lei non ne conosceva nessuna. E poi, sarebbe stata capace di mantenere il segreto, o la regola le avrebbe imposto di parlarne con la priora? S’imponeva un’altra soluzione.
Poteva rivolgersi a qualche sacerdote abbastanza vecchio da conoscere la sapienza di Dio e abbastanza concreto da capire il cuore di una ragazza giovane.
Alla periferia della città, ai piedi di una piccola altura, c’era un’antica abbazia dedicata alla Madonna del sorriso. La leggenda narrava che un contadino, in una sera d’inverno, aveva incontrato una povera donna che, protetta solo da uno scialle, camminava sotto la neve con un bambino in braccio. A quella vista il contadino si commosse, si tolse il pastrano e lo diede alla donna, che si fermò, lo ringraziò con un sorriso meraviglioso e scomparve.
L’abbazia aveva un chiostro che abbisognava di restauri, ma in cui si godevano un silenzio ed una serenità interiore notevoli. Chiara c’era stata qualche volta ed aveva notato la piccola comunità di monaci cistercensi, tutti anziani, così sorridenti ed affabili da attirare la simpatia e la confidenza di quelli che andavano lì a pregare o semplicemente a visitare la chiesa.
Uno di loro era incaricato del servizio della chiesa: faceva le pulizie, disponeva i fiori, lucidava i candelabri, ma soprattutto pregava e confessava. Quando la stagione era brutta e l’afflusso della gente scarso, si prendeva cura anche delle aiuole del chiostro. Aveva un modo di fare semplice e sereno, e un nome che evocava qualcosa d’antico e misterioso: padre Pacomio.
Fu dunque con lui che Chiara parlò.
Gli raccontò di come le pareva di avvertire la presenza di Dio accanto a sé, non solo quando pregava, ma anche quando camminava per strada, studiava, andava al cinema o ad una festa in casa di qualche amica. Sentiva che Dio le voleva bene; le sembrava che la invitasse a vivere tutta per lui: sarebbe stato più che un marito, le avrebbe riempito per intero il cuore e la vita. D’altra parte l’esperienza di casa, d’essere sorella maggiore, di fare quasi da mamma ai fratelli piccoli, e il desiderio di un amore coniugale pieno e felice come quello dei suoi genitori le facevano sentire quanto sarebbe stato adatto a lei sposarsi ed avere molti figli.
Padre Pacomio si riempiva di contentezza man mano che ascoltava il racconto di quella ragazza che non doveva aver compiuto i diciotto anni e che già s’era imbattuta nell’esperienza centrale della vita: trovarsi a faccia a faccia con il Dio vivo. Quanti pensieri e ricordi s’affollavano nel cuore di padre Pacomio! Riviveva l’esperienza di quando anche lui, da giovane, aveva provato gli stessi dubbi, la stessa volontà di capire, lo stesso pudore a parlarne, la meraviglia per gli orizzonti insoliti che gli s’aprivano davanti, lo stupore che tutto ciò accadesse proprio a lui, senza che ci avesse mai pensato prima, ma soprattutto l’impressione inconfondibile e certa di trovarsi di fronte ad una persona viva. Quante volte aveva udito quel racconto e sempre il suo animo s’era riempito di felicità e verità!
Disse a Chiara che lei aveva davvero incontrato il Signore, ma non sapeva ancora precisarle se fosse chiamata ad essere monaca o sposa; e questo perché - secondo lui - Dio non aveva voluto per il momento rivelarlo. Per ora l’aveva solo chiamata per nome, e lei s’era come svegliata a nuova vita. Ciò che importava era imparare a conoscerlo, a stare con lui, a coltivarne la vicinanza e l’amicizia. Man mano che l’intimità fosse cresciuta, lei avrebbe sentito il suo cuore purificarsi e capito da sola quale fosse l’invito del Signore: in che maniera avrebbe dovuto amarlo nella vita.
Chiara sentiva che quelle parole centravano la verità di ciò che stava vivendo e coincidevano con quanto anche lei aveva intuito, senza poter definire.
Chiese come poteva fare per ampliare la conoscenza del Signore e l’intimità con lui: pregando di più?
"Dio è amore - le rispose padre Pacomio - e solo amando lo conoscerai. Se pregando amerai, se servendo qualcuno amerai, se perdonando amerai, se aiutando in famiglia amerai, se studiando o divertendoti amerai, se facendo qualunque cosa amerai, in tutto ciò - senza eccezioni ed intervalli - imparerai a conoscerlo, perché lui stesso ti si rivelerà spontaneamente. Tu hai capito che è stato lui a fare il primo passo, e lui - lo capirai sempre più - non si pente".
Quello fu per Chiara il giorno più importante della sua vita: il cuore le si riempì di pace e al tempo stesso di speranza. Il Signore le aveva parlato, ma era ancora più bello sapere che le avrebbe parlato di nuovo; quell’attesa contribuiva a rendere più bella la vita.
Entrò nel santuario per ringraziare il Signore e la Madonna. Pregò a lungo davanti all’altare maggiore. Quando alla fine alzò gli occhi al quadro della vergine del sorriso, le parve che la Madonna sorridesse per lei.

Capitolo 4

Emme tornò da Siena un po’ cambiato. Ciò che Chiara gli aveva confidato di sé nella piazza del palio lo aveva coinvolto. Egli provava la sensazione di chi sa in mezzo a tutti gli altri che non sanno, tanto da sentire verso Chiara un impegno di solidarietà, d’aiuto, di simpatia, di disponibilità e quasi di protezione.
L’anno scolastico volgeva al termine. Era il penultimo del liceo. Occorreva studiare per gli ultimi compiti in classe e le interrogazioni finali, onde garantirsi la promozione. Le giornate erano occupate per intero e, ogni tanto, anche le notti. Quante volte Emme s’attardava sui libri fino alle ventiquattro ... Molti suoi compagni facevano lo stesso. Certi fine settimana si riunivano in tre o quattro, per ripassare una materia in vista d’una interrogazione decisiva. Eppure lo studio, anche se riempiva il tempo di Emme, non ne riempiva per intero lo spirito. Quasi inavvertito, un pensiero di fondo, non formulato, una specie di tensione dell’anima, si concretava di tanto in tanto nella domanda: cosa farò nella vita?
Fino ad allora aveva pensato di dedicarsi ad un’attività legata alle scienze esatte: matematica, fisica o chimica. Ora che si trovava quasi alle soglie di quella scelta, si rendeva conto di avere le idee poco chiare. L’anno successivo, dopo la maturità, a quale facoltà universitaria si sarebbe iscritto? Ad una facoltà scientifica, d’accordo; ma a quale concretamente?
Quanto più s’avvicinava il momento di prendere una decisione, tanto più egli si sentiva bloccato. Sarebbe valsa la pena vivere una vita intera legato a cose, numeri, formule, macchine, più che a uomini?
Questi erano i pensieri di Emme, quando una domenica, dopo una settimana di studio intenso, sentì il bisogno prepotente di uscire di casa e di dar sfogo alle energie compresse che gli pareva stessero per scoppiare. Avvisò i suoi che voleva fare un giro sui colli appena fuori della città e che sarebbe tornato per l’ora di cena. Papà e mamma ne furono soddisfatti: temevano che stesse esagerando con lo studio.
Ad Emme non era mai capitato di sentire dentro di sé un impulso così forte, quasi un’esigenza fisica. Ma al tempo stesso gli pareva che ci fosse una motivazione più profonda e misteriosa che gli sfuggiva.
Così, un po’ il piacere di bruciare le energie in eccesso, un po’ il desiderio di mettere a fuoco la causa della sua inquietudine, lo fecero camminare con lena verso i colli. A quell’ora di primo pomeriggio le vie della città erano quasi deserte. Rapidamente imboccò la strada che s’inerpicava tra le colline. C’era un gran silenzio ed Emme se n’accorse quando arrivò ad una curva dove si poteva godere uno splendido panorama della città. Si sedette sull’erba sotto un albero, vicino ad una siepe in fiore. Strappò un filo d’erba e se lo mise tra i denti. Non c’era proprio nessuno. Che bello starsene così, senza far niente, senza pensare, solo guardando! Che meraviglia lasciarsi penetrare dallo spettacolo della città con le sue torri, i tetti di terracotta, le chiese, i palazzi, il verde dei suoi giardini, il fiume che l’abbracciava e si perdeva nella pianura...
Avrebbe voluto non alzarsi più, stare fuori del tempo.
Dalla bellezza del panorama, che Emme godeva all’ombra fresca di un albero in una domenica di svago, i pensieri a poco a poco gli si spostarono verso ciò che stava dentro di lui.
Si chiedeva se avrebbe saputo tener stretta la gioia che in quel momento provava, facendone una proprietà di cui poter disporre a suo piacimento, su cui avere dominio, alla quale ricorrere anche quando il sole fosse tramontato, estraendola magicamente dal suo intimo in caso di necessità.
Gli pareva che ciò sarebbe stato possibile e se ne rallegrava. Gli venne di pensare ai monaci e alle suore di clausura: per loro forse ciò sarebbe stato impossibile. Essi dovevano rinunciare a tutto; per quanto Emme ne sapeva o, meglio, immaginava, non potevano gustare la bellezza delle cose, poiché avevano scelto di non possederle. Si ricordò di Chiara e sentì una stretta al cuore al pensiero che quella felicità le sarebbe stata necessariamente estranea. Cercò con lo sguardo la zona della città dove abitavano sia lui sia Chiara. A quell’ora lei forse stava studiando oppure era ai giardini con i fratelli. A tutto ciò avrebbe dovuto dire addio tra non molto, se fosse entrata in convento.
Ad Emme questo pareva in certo modo crudele. Perché mai Dio esigeva una simile rinuncia?
Non riusciva a capire bene. Se pure a lui fosse un giorno venuta la vocazione, probabilmente avrebbe potuto intendere meglio. "Ma per fortuna - pensò - la vocazione non l’ho".
Restò sotto l’albero ancora a lungo, godendo della vista e rimuginando quell’interrogativo senza risposta. Risolvette di metterlo da parte, senza tuttavia perderlo, fino a quando gli si fosse prospettata una soluzione accettabile.
S’alzò e continuò la camminata solitaria. Le giornate erano lunghe: Emme aveva ancora alcune ore davanti a sé. La strada girava tra i dossi delle basse colline e la città scomparve dalla vista. C’era un silenzio quasi totale, più sottolineato che rotto dai piccoli gridi delle rondini che volavano intrecciandosi in tutte le direzioni.
Ad un certo punto scorse un piccolo gruppo di case con un’abbazia di pietra grigia, piccola, in stile romanico semplice ed austero. Vi si diresse sperando che fosse aperta, per visitarla. La porta era semichiusa. Entrò e fu colto da una sensazione di presenza. Voleva vedere una chiesa e non s’aspettava d’incontrare qualcuno che l’attendesse. Sopra l’altare di pietra in mezzo al presbiterio pendeva un crocifisso in legno dipinto, con gli occhi aperti. Vide quegli occhi solo quando si fu abituato alla penombra e accostato all’altare. Il Cristo lo guardava silenzioso e sereno, nonostante la crocifissione. Emme non ne aveva alcun dubbio. Forse voleva dirgli qualcosa. S’avvicinò ancor di più. Le spesse mura di pietra non lasciavano entrare il minimo rumore. Quel silenzio pareva fatto apposta per udire una parola, anche se solo una parola interiore.
Ma il crocifisso non disse nulla. Emme rimase lì a farsi guardare e a guardare a sua volta. Capì che il Signore, di proposito, non voleva dirgli nulla. Quello sguardo silenzioso lo penetrava fino all’intimo. Emme non ebbe il coraggio di chiedere spiegazioni, di domandare: cosa vuoi, Signore? Ogni parola sarebbe stata fuori luogo; perciò rimase pure lui in silenzio, a guardare negli occhi il crocifisso. Non visitò la chiesa, non osservò l’architettura, non vide nulla; uscì camminando all’indietro.
Fuori il sole era già basso all’orizzonte. Quanto tempo era restato nell’abbazia? Non lo sapeva. Il ritorno fu rapido. Intanto il pensiero restava fisso a quell’esperienza inattesa; lo sguardo silenzioso del crocifisso l’accompagnava, lo stimolava, ma anche lo tranquillizzava. Gli tornò in mente Chiara, quando, seduta vicino a lui sui gradini della fontana in piazza del Campo, gli aveva raccontato d’essersi incontrata con il Signore e di come da allora la sua vita era cambiata. Cambiata non nelle cose che lei faceva e neppure nella maniera in cui le faceva. Era cambiata, perché una persona nuova era entrata nella sua vita e il suo cuore non poteva ignorarla né farne a meno. Tutto era uguale, ma tutto era compreso e vissuto in modo diverso.

Capitolo 5

Lo sguardo silenzioso del crocifisso riaffiorava spesso nel ricordo di Emme, assieme al sentimento doloroso che gli aveva stretto il cuore quando s’era chiesto se la beatitudine da lui provata nel contemplare dai colli la sua città, all’ombra di un albero su un prato smaltato di fiori, potesse essere gustata anche da Chiara, una volta varcata la porta del convento, e s’era istintivamente risposto di no. Nella vita consacrata non c’era posto per queste beatitudini: bisognava rinunciarvi. Un tale pensiero l’addolorava, senza che egli ne sapesse bene il motivo. Era perché il Signore gli si mostrava troppo esigente? O perché c’era di mezzo Chiara? Si stava forse innamorando di lei?
Emme era sincero con se stesso. Riconobbe che la domanda era pertinente. Certo Chiara non era per lui come le altre ragazze: gli aveva aperto il suo cuore e lui aveva potuto guardarvi dentro. Questo aveva approfondito di molto la loro amicizia: gli era stata aperta una verità e lui l’aveva contemplata, divenendone partecipe, come se fosse in certo senso sua.
Capiva che questo era l’essenza dell’amore: offrire senza difesa il proprio segreto. Chiara l’aveva rivelato ad Emme e questi si sentiva impegnato nel suo onore a rispettarlo. Forse era da qui che due potevano cominciare a volersi dare l’uno all’altra. Offrire reciprocamente il proprio segreto col desiderio di unire per sempre le proprie persone, la propria vita, il proprio destino. Di due segreti aperti poter farne uno solo, posseduto reciprocamente!
Ma il segreto di Chiara aveva qualcosa di sacro, che faceva nascere nel cuore di Emme un rispetto radicale. Quello di Chiara era un segreto di Dio. E intriso di Dio era pure il bene che Emme aveva cominciato a volerle, seduto sui gradini di quella fontana. Sperimentava per la prima volta nella sua vita un amore di qualità diversa, che non si sarebbe potuto alterare, pur se egli avesse conosciuto altre Chiare, e che non sarebbe mai più finito, perché c’era qualcosa d’eterno nella sua radice. Quell’amore avrebbe oltrepassato la barriera della vita terrena; in paradiso i santi dovevano amarsi in modo simile, egli lo intuiva. Forse - pensò - questa è un’esperienza concreta di come il regno di Dio comincia qui sulla terra e noi già lo sperimentiamo, senza accorgercene.
Il pensiero del paradiso e del regno gli richiamarono alla mente lo sguardo silenzioso del crocifisso. Gli riusciva difficile rifletterci su, elaborare pensieri al riguardo. Si limitò a ricordare quegli occhi, quel silenzio totale, immobile. Quale ne era il significato? Vi era associata una sensazione di piacere o di dolore? Qualcosa di nascosto non lo lasciava libero completamente di ricevere quello sguardo con riconoscenza ed abbandono. Eppure egli sentiva che il crocifisso gli voleva bene, un bene reale.
Un giorno, dopo aver studiato tutto il pomeriggio con il suo compagno di banco, era uscito con lui a fare due passi nei giardini pubblici; chiacchierando si sedettero su una panchina vicino al laghetto del parco, sotto un salice piangente. Rimasero un po’ in silenzio a guardare i cigni che passavano sotto il ponte; in quella pausa Emme pensò a Chiara: forse s’era seduta proprio lì con i fratellini, mentre lui contemplava la città dai colli, immaginando con un’ombra di tristezza che ancora per poco lei avrebbe goduto quelle bellezze, prima d’entrare in monastero. Il ricordo di Chiara gli aprì il segreto del perché lo sguardo del crocifisso non riuscisse a coinvolgerlo appieno. Forse il Signore voleva chiamare pure lui a seguirlo; questo gli risvegliava un dolore profondo, poiché provava un’avversione invincibile all’esser prete. La gioia che avvertiva nel contemplare la signorilità regale dei cigni e il riflesso del cielo incendiato di rosso sull’acqua del laghetto si tramutò di colpo in dolore. Avrebbe voluto nascondersi, ma ormai il Signore l’aveva guardato negli occhi: se ciò significava una chiamata al sacerdozio, per lui non c’era più scampo.
No, prete proprio no. Non gli piaceva, era un calice troppo amaro. Se il crocifisso lo amava, perché gli avrebbe dovuto chiedere qualcosa che gli ripugnava nel profondo del cuore?
Emme non trovava risposta. Intanto il suo amico aveva ricominciato a parlare; ma egli non riusciva a seguirlo. L’unica speranza che gli restava era nel silenzio del crocifisso. Il Signore aveva taciuto di proposito: di questo era sicuro. Se l’avesse voluto chiamare, gliel’avrebbe fatto capire con una parola interiore. Ma era rimasto in silenzio. Questo particolare gli dava un po’ di conforto. L’idea della vocazione era per il momento ancora infondata. Non doveva pensarci troppo, per non rischiare di far sorgere in Dio il desiderio di chiamarlo. Sarebbe stato imperdonabile che fosse proprio Emme a suggerirglielo...

 

Capitolo 6

Lo studio contribuì molto ad allontanare dalla coscienza di Emme il timore di aver ricevuto la vocazione attraverso quello sguardo silenzioso. Le interrogazioni e gli scrutini andarono bene. Anche Chiara fu promossa. Secondo la tradizione, alla fine dell’anno scolastico tutta la classe salutò con una cena i propri insegnanti. Decisero di ritrovarsi in una pizzeria del quartiere universitario, sotto i portici. Il locale era composto di molte sale, alcune più alte, altre più basse, da cui si vedeva il grande banco dove si facevano le pizze e il forno a legna che le cuoceva. Ma la caratteristica più simpatica del posto era che tutte le sere dalle 21 in poi c’era musica di pianoforte come sottofondo. I pianisti erano universitari che s’alternavano nei vari giorni della settimana; ogni sera lo stile e i pezzi cambiavano.
La cena riuscì bene. Ci furono discorsi e brindisi. Il professore d’italiano e latino compose lì per lì una poesia ermetica piena d’umorismo. A leggerla impiegò meno d’un minuto, a spiegarla quasi un quarto d’ora. La conversazione fu animata. Dopo i discorsi, mentre s’aspettava il gelato, si formarono spontaneamente piccoli gruppi in cui si facevano commenti e confidenze. Emme cominciò a conversare con Chiara, che era sua vicina di tavola. Le chiese se era stata di nuovo a parlare con padre Pacomio e se aveva fatto qualche nuova scoperta sulla sua vocazione.
Chiara gli rispose che era tornata due o tre volte al santuario, soprattutto per rivedere la vergine del sorriso e controllare se continuava a sorriderle o se era stata solo un’impressione di quel giorno. Appena entrata in chiesa, mentre ancora era in fondo e riusciva a stento ad intravedere il quadro, ebbe subito l’impressione che la Madonna le sorridesse e che stesse aspettando solo che Chiara la guardasse negli occhi. Ciò l’aveva riempita di gioia e incoraggiata a scavare più a fondo nei desideri della vergine e di Dio. Quel sorriso non solo le confermava che era amata, ma la spingeva dolcemente a voler bene agli altri. Dopo che padre Pacomio le aveva spiegato che, per conoscere meglio Dio e per coltivarne l’intimità, lei avrebbe dovuto cercare di fare ogni cosa con amore, Chiara aveva diretto positivamente il suo cuore a mettere amore in quello che faceva. Così tutto si colorava di preghiera e lo Spirito di Dio le diventava più comprensibile.
Arrivò il gelato e le conversazioni s’interruppero. Poco dopo Emme s’alzò e con il suo compagno di banco andò alla cassa per pagare il conto con i soldi raccolti in precedenza, senza che i professori se n’accorgessero. Prima d’uscire, si fermarono tutti alle spalle del pianista, aspettarono la fine del pezzo e l’accolsero con un applauso di simpatia, che fece visibilmente contento il suonatore. Emme incrociò lo sguardo di Chiara, mentre entrambi battevano le mani; si sorrisero d’intesa. Tutti e due avevano pensato la stessa cosa: stavano applaudendo con amore...

 

Capitolo 7

 

Era già quasi mezzanotte, quando Emme rientrò a casa. I familiari stavano dormendo. Faceva molto caldo e le finestre erano aperte. Uscì sulla terrazza. Dall’ultimo piano, dove abitava, si potevano vedere i colli e tanti tetti. La luna, quasi piena, illuminava tutto con un’atmosfera di pace. Emme s’appoggiò alla ringhiera e rimase in silenzio a contemplare quello spettacolo. Aveva bisogno di rimanere senza pensieri, di ascoltarsi, di ascoltare Dio, togliendo barriere d’ogni sorta. Gli tornò alla mente la notte passata fuori casa, quando s’era affacciato alla finestra sopra i tetti, in quel vecchio collegio. Si ricordò di aver avuto la sensazione inquietante di un messaggio, il cui significato era destinato a rivelarglisi più avanti.
Non riusciva a tradurre in concetti quello che provava, ma che importava? ... Anzi, era bello sentire e capire senza sapersi esprimere razionalmente. Per assaporare quella speciale esperienza aveva bisogno di fermarsi e di farsi colmare dalla gioia che viene dalla verità. La brezza della notte, carica del calore dei muri e dei tetti, lo accarezzava. Emme ripensava alla cena, a quello che Chiara gli aveva detto sull’amore che lei cercava di mettere in quanto faceva, perché voleva a tutti i costi conoscere Dio da vicino. Ripensava all’applauso in onore del pianista, accompagnato da quello sguardo d’intesa con Chiara, che l’aveva spinto a mettere amore in quel gesto. Ripensava all’impressione d’esser penetrato di colpo nel cuore di Chiara, di averla capita per un istante dal di dentro. Ripensò al crocifisso dell’abbazia fra i colli e al suo sguardo silenzioso. Ma questa volta non sentì timore, perché aveva la certezza che il Signore non voleva spingerlo a farsi prete. La sua ripugnanza per quella vocazione continuava profonda ed irrazionale. Chiara quella sera gli aveva fatto capire l’enigma del crocifisso con la semplicità e il candore del suo atteggiamento. Il crocifisso cercava Emme: null’altro. Non voleva spingerlo se non a continuare ad essere Emme. Non intendeva proporgli nessun tipo di vita, nessuna scelta, nessuna condizione speciale. Il crocifisso offriva solo se stesso. Ecco il perché del silenzio. Quello sguardo non aveva secondi fini. Emme capiva d’essersi sbagliato: non aveva saputo capire che Gesù lo amava d’un amore gratuito, disinteressato, che non chiede nulla e non spinge a nulla, pago d’esser inteso e ricevuto come tale dalla persona amata.
Emme si sentì riempire d’amore. Non fu rattristato più di tanto dalla vergogna d’aver supposto che il crocifisso volesse qualcosa da lui. Ora aveva capito che al Signore questo solo interessava e dava gioia: la sua comprensione.

 

Capitolo 8

Le vacanze estive cominciavano il giorno dopo. Emme, mentre si coricava un bel po’ dopo la mezzanotte, si rallegrò al pensiero che l’indomani avrebbe potuto dormire a sazietà. Invece alle sette si svegliò. Rimase a letto a pensare come avrebbe potuto occupare quel primo giorno di vacanza. Intanto si ricordò che alla fine di luglio sarebbe andato con un gruppo di giovani della diocesi sulle Alpi, al limite delle Dolomiti, per un "Campo Scuola", cioè per una vacanza di formazione.
Là avrebbe sicuramente avuto l’occasione di contemplare le stelle. Da molto si portava dentro questo desiderio, fin da quando frequentava le elementari. Raramente aveva avuto l’occasione di vedere un cielo non offuscato dalle luci della terra. Dalla terrazza di casa poteva rimirare la luna con sufficiente chiarezza, ma poteva vedere ben poche stelle. D’estate, quando andava al mare con i suoi genitori, notava che anche là c’era troppa luce; sulla spiaggia, dove a volte si sedeva dopo cena, l’oscurità non era sufficiente. Quando vedeva luci di imbarcazioni all’orizzonte, pensava che in mezzo al mare si doveva godere appieno dello spettacolo delle stelle risplendenti nel cielo e non capiva come quei naviganti notturni preferissero tenere accese le luci piuttosto che starsene sdraiati a contemplare il cielo in silenzio. In luglio sulle Dolomiti sarebbe stato facile trovare un posticino da dove le stelle potessero essere viste brillare in mezzo al buio. Quel pensiero lo rallegrò e contribuì assai a rendere felice il giorno che cominciava.
Mentre faceva colazione, la mamma gli chiese se la cena fosse riuscita bene. Emme raccontò tutto, ma non parlò della conversazione con Chiara e dello sguardo che s’erano scambiati. Saltò quel particolare istintivamente: gli pareva che non si potesse raccontare.
Ci ripensò per strada, mentre andava alla biblioteca civica, per cercare un libro sulle stelle. Si rese conto che alla mamma non aveva raccontato la cosa più importante, e si chiese il perché. Camminando sotto i portici, guardava le vetrine dei negozi senza vederle. Attraversò il mercato delle erbe, perché gli era venuto il desiderio di sentire di nuovo i profumi delle verdure e della frutta e di rivedere la gente che girava lenta. Tutti si toccavano, si scansavano, s’infilavano in mezzo, dicevano "scusi ... permesso", ma senza badarci. Il mercato gli piaceva proprio per questo: egli poteva osservare gli altri senza essere osservato. Si chiedeva chi fosse il vero intruso lì dentro: era lui che, estraneo alla vera finalità del mercato, gli offriva la sua coscienza? Oppure era la gente che, posseduta dallo spirito del mercato, ne era però inconsapevole?
Questa domanda, cui era difficile rispondere, s’accavallava alla prima che gli restava dentro e lo lasciava imbarazzato. Sentire un interrogativo che restava in lui come una molla in tensione gli dava l’impressione d’essere presente a se stesso, autocosciente e vivo.
Uscì dal mercato e si chiese con inquieta curiosità perché a sua madre avesse taciuto di Chiara. Da dove veniva quel blocco?
Certi segreti intimi non si potevano indifferentemente mescolare ad un racconto di cose esterne, fra un sorso di tè e l’altro. Sarebbe stato necessario chiarire le premesse: parlare di Chiara e di Siena, di padre Pacomio, di come si possa conoscere Dio amando, dello sguardo silenzioso del crocifisso. E poi ci voleva un’atmosfera adatta e, soprattutto, la certezza d’esser capito. Ora, i genitori avrebbero potuto comprenderlo, ma lui aveva imbarazzo a raccontare un segreto come quello. Gli sembrava che la sua libertà interiore ne sarebbe stata diminuita.
Emme era ormai arrivato nella piazza principale, circondata da palazzi vetusti. Quante volte c’era passato ... eppure non si stancava mai di guardarla. Che strano potere - diceva tra sé - ha il bello su di noi: per quanto sia antico è sempre nuovo e non sazia mai.
La biblioteca civica aveva più di cinquecento anni di vita. Esisteva già prima che fosse inventata la stampa. Si trovava all’interno d’un vecchio palazzo, solenne ed elegante. La sala di lettura era vasta, con una duplice fila di grandi tavoli di legno, pesanti, tarlati e lucidi, anche loro vecchi di secoli. C’era andato spesso per studiare e fare qualche ricerca, durante l’anno scolastico. Lo colpiva il silenzio solenne, la luce che veniva dalle vetrate alte e dal lucernario. Lì si sentiva a suo agio. Gli piaceva sedersi ad un tavolo lungo il muro, verso il fondo, da dove poteva abbracciare con un sol sguardo tutta la sala. Prendeva appunti ed ogni tanto si fermava a guardare la gente che leggeva, scriveva, andava al banco dei bibliotecari, riempiva i moduli di richiesta e ritornava dopo un po’ con i libri in mano.
Emme chiese al bibliotecario più anziano, che ormai lo conosceva, se aveva un trattato che parlasse di stelle.
"Vuole un libro di astronomia?"
"Sì ..."
Al pronunciare quella parola sentì una certa delusione dentro di sé. Le stelle erano state raggelate da quel vocabolo, che da poesia le faceva diventare scienza: misure, angoli, numeri, distanze ... Poco dopo ritornò al suo posto di lettura con tre tomi di carta patinata; nelle prime pagine c’erano le fotografie in bianco e nero di alcuni scienziati con i grandi baffi, il colletto inamidato, il fiocco nero e gli occhiali rotondi di metallo.
Al tavolo li sfogliò, ne lesse l’indice, guardò le figure, le mappe del cielo, le fotografie con migliaia di puntini bianchi, ognuno dei quali era una stella. Sarebbe stato bello potere leggerli. Gli pareva che si sarebbe potuto ricredere sull’astronomia, se avesse cercato di approfondire quell’argomento. Copiò qualche tratto della mappa del cielo e lesse il capitolo delle costellazioni. Ma il senso dell’inadeguatezza di proporzioni fra l’attrazione verso il sapere e il tempo a disposizione sempre così terribilmente scarso gli stringeva il cuore. Avrebbe voluto leggere tutto, sapere tutto, ma ciò era impossibile. Bisognava scegliere, e ad ogni scelta era legata l’amarezza della rinuncia. Quello che non veniva scelto costituiva la maggioranza delle cose; tale considerazione lo rattristava.
Gli venne in mente che l’anno successivo avrebbe dovuto decidere che cosa fare nella vita e a quale facoltà iscriversi. La domanda poteva anche essere ribaltata: cosa non fare nella vita? Quali facoltà non scegliere? Posto così, il dilemma gli pareva troppo crudele. Ci doveva essere un altro modo.
I libri d’astronomia restavano aperti e muti di fronte a lui. Guardava nel vuoto ed aspettava che una risposta s’accendesse nel suo spirito.
In quel grande silenzio interiore entrò in comunione con il silenzio fisico della biblioteca e cominciò ad avvertire il lento tic tac dell’enorme orologio a pendolo della sala. Il ritmo lento, solenne, imperturbabile lo rassicurò. Quell’orologio doveva aver battuto spazi lunghissimi di tempo un secondo alla volta. Era certamente più vecchio d’un secolo; molti dei lettori, che erano passati per quella sala, che avevano guardato l’ora e che come lui ne avevano sentito il ticchettio in un momento di sospensione, erano già morti. Il pendolo gli stava dando una lezione di saggezza e di pace. Non era vero che il tempo fosse drammaticamente breve e che fuggisse più rapido della vita. Fino alla consumazione dei secoli il tempo, per passare da un secondo all’altro, ci avrebbe messo sempre lo stesso intervallo. E per quanto lui, Emme, corresse a perdifiato nel futuro e bruciasse con ansia gli anni della vita intera, il presente sarebbe corso sempre con la stessa rassicurante lentezza. Rimase ad ascoltare il tic tac dell’orologio con crescente soddisfazione. Gli dava pace il pensiero che a riempire l’intervallo tra ogni ticchettio era ciò che lui, Emme, era e non ciò che non era. Quel che egli non avrebbe mai potuto fare o sapere o vedere, perché le scelte della vita l’andavano progressivamente rendendo impossibile, non intaccava la pienezza di quel presente riempito dal suo esistere.
Ricominciò a leggere e a prendere qualche appunto, cercando di mettere in pratica quanto aveva appena finito di capire. Manteneva la coscienza puntata sul presente, mentre leggeva, per gustarne l’intensità. Ma alla fine della pagina s’accorse di non aver capito nulla e dovette rileggerla. Questo piccolo insuccesso gli servì di lezione. La concentrazione sul presente non poteva essere realizzata con quella parte del suo spirito che leggeva e stava attenta.
Era un’altra regione del suo io che doveva intervenire. Quale fosse non avrebbe saputo dire, tuttavia capiva che quella parte non doveva restare in tensione: avrebbe dovuto mantenere la rotta della coscienza, ma senza intralciare l’attenzione o l’impegno necessari all’azione, essendo essa destinata ad agire più sul lato della volontà o dell’affetto, che su quello dell’intelligenza, e a generare felicità più che conoscenza.
Si rimise all’opera. Lesse un’altra pagina, questa volta con attenzione. La capì fino all’ultima riga. Non aveva avuto distrazioni. C’era però una differenza rispetto a quando leggeva prima che il pendolo gli parlasse: ora si sentiva più contento. Perché? Lesse un’altra pagina con attenzione. A metà si fermò: era felice. S’era interrotto, perché aveva scoperto da dove quella felicità nascesse.
Essa nasceva dall’amore. La felicità gli veniva dall’amare non già la pagina che stava leggendo e neppure l’argomento delle stelle, ma il momento presente. Lo amava tanto da non voler uscirne. Qualunque cosa avesse fatto, era sicuro che sarebbe stata bella, perché resa bella dall’amore che lo faceva restare nel presente. Facendo le cose con amore - concluse Emme - si riusciva a farle bene, con tutto il cuore.
Si fermò e cercò di nuovo di ascoltare il silenzio, per ritrovare il ticchettio del pendolo. Fu ancora colpito dalla sensazione della lunghezza dell’intervallo tra un battito e l’altro. Ascoltava in silenzio interiore con gli occhi chiusi. Ora amava anche il pendolo. Chi l’aveva costruito meritava d’essere in paradiso solo per quello. Aprì gli occhi: sentì che doveva amare anche le persone sedute in biblioteca. I muri con gli scudi araldici, i lampadari, i tavoloni solidi e lucidi, tarlati dai secoli, la stessa luce che scendeva dal soffitto, tutto era degno d’essere amato.
La sosta nel presente glielo faceva capire.
Stava guardando il bibliotecario che gli aveva cercato i volumi. Questi se ne accorse e gli fece un cenno come per chiedergli se fosse soddisfatto dei libri. Emme fu sorpreso che quel signore s’interessasse di lui. Non era l’unico, Emme, a voler bene agli altri in quella sala ... Capì che il bibliotecario l’aveva preceduto nell’amore. Doveva contraccambiare; perciò gli rispose con il capo e la mano, per manifestare che i volumi erano proprio quelli che cercava e, affinché il bibliotecario capisse meglio, gli fece un gran sorriso, che cercò di riempire con tutto l’amore che poteva.

 

Capitolo 9

Il pendolo suonò mezzogiorno con lenti, armoniosi e solenni rintocchi. La biblioteca restava aperta, ma Emme doveva avviarsi verso casa per il pranzo. Il bibliotecario gli chiese se aveva trovato quello che cercava; rispose di sì e che anzi sulle stelle c’era fin troppo: gli dispiaceva di non poter leggere tutto.
"C’è tutta l’estate!..." replicò sorridendo il bibliotecario.
Tutta l’estate... Ma non solo per conoscere le stelle! Emme sentiva che quella era l’estate della grande decisione, della scelta che avrebbe orientato il suo futuro. Voleva aver tempo sufficiente per riflettere. Le cose che aveva intuìto quella mattina in biblioteca sulla scelta, sulla rinuncia e sulla sapienza racchiusa nella comprensione del momento presente, avevano tutte bisogno di essere riconsiderate; dovevano maturare e dare un frutto. Si sentì confortato dal pensiero di avere un’estate intera davanti a sé.
Innanzitutto bisognava consolidare la scoperta di quella mattina: il presente. Mentre tornava a casa in tram, Emme s’esercitò a guardarsi attorno e a dar spazio in sé alla coscienza che ora si trovava seduto in un tram semideserto e passava per le vie della sua città. Non pensò al pranzo o a ciò che avrebbe potuto fare il pomeriggio, ma al pendolo e ai suoi lenti rintocchi, per aiutarsi a ritrovare il senso della maestosa calma con cui i secondi si succedevano. Raccolse il suo animo per mettersi a camminare accanto al tempo con la sua stessa velocità: come una barca che si lascia portare dalla corrente.
Si fece strada in lui la percezione interiore di star fermo: ecco che la coscienza di sé e della sua consistenza si rendeva evidente. Ora poteva alzare lo sguardo e - da dentro a sé - osservare, gustare ed assaporare quanto lo circondava: la luce, i colori, le persone, il sedile di legno, l’aria di piena estate che entrava dal finestrino.
Si sentì confortato da un sentimento di tranquilla sicurezza. Gli parve che le future scelte, anche se inseparabili dalla rinuncia a ciò che non era scelto, non potessero perturbare la realtà del suo essere, che sarebbe rimasto ben solido e fermo, qualunque fosse il settore dell’agire, pur tra gl’imprevisti della vita.
Intuiva che ci sarebbe stato posto - senza alcun dramma - anche per una scelta che si fosse più tardi mostrata controproducente, tale da dover essere abbandonata a favore di qualcos’altro.
Il pensiero che nella vita c’era spazio anche per gli sbagli lo rasserenò: poteva scegliere con più libertà ed audacia e, quindi, senz’ansia.

Quelle vacanze si prospettavano come le più belle ed interessanti della sua vita.

 

Capitolo 10

Tutti gli anni, per due mesi, Emme e la sua famiglia andavano in vacanza in un paesino di mare con un porticciolo, una spiaggia, un entroterra coltivato ad olivi e vigne e un cerchio di monti che precipitavano in mare ai due lati dell’abitato, formando un grazioso golfo dalle proporzioni perfette. Non mancavano vestigia antiche: un castello, resti di mura, la torre dell’orologio, una loggia con colonne di marmo grezzo verde scuro e un gioiello di chiesa romanica del dodicesimo secolo. C’era pure un vecchio convento di frati, vicino al cimitero, su un pendio che dominava il paese. Negli anni in cui Emme era un ragazzo, l’unico accesso comodo a quel paese era la ferrovia, i cui binari ad un certo punto passavano a ridosso della spiaggia, in cima ad un terrapieno rivestito di grandi pietre scure, tra le cui fessure spuntavano fili d’erba e qualche fiore. Era un posto tranquillo, dove ogni estate si ritrovavano sempre le stesse persone. Con gli amici, Emme andava a pescare con l’amo, in barca, di mattino presto, a fare gite sui monti vicini o a visitare i paesini di pescatori sulla costa. A volte, il pomeriggio, andava con la famiglia a sedersi sotto gli alberi ombrosi della pineta che sorgeva sul pendio del convento. Sul retro c’era un campetto dove era possibile giocare a pallone.Con il succedersi delle estati, era diventato amico dei frati e si trovava bene a chiacchierare con loro, quando qualcuno usciva a conversare con la gente seduta sulle panchine nello spiazzo antistante alla chiesa.
Fu così che una domenica pomeriggio si trovò lassù all’inizio dei Vespri. Emme non aveva mai partecipato al canto dei Vespri: in città non si usava. Fra Oreste, che era diventato suo amico, lo invitò a parteciparvi assieme alla comunità dei frati nel coro dietro all’altare maggiore. I Vespri erano cantati in latino, secondo la melodia gregoriana; Emme li poteva seguire su un librone rilegato, sulla cui copertina lesse, in lettere un po’ sbiadite dal tempo, "Liber Usualis". Fra Oreste, seduto accanto a lui, glielo aprì al punto giusto; subito dopo, l’organo dette l’intonazione e il celebrante cominciò il canto.
Emme non aveva mai sentito il gregoriano, ma ne rimase presto conquistato. Era una musica così diversa da quella che conosceva, che l’impressione del nuovo s’accavallava al piacere dell’ascolto. Nonostante non avesse alcuna formazione musicale, egli era spinto ad unirsi al coro dalla ripetizione dello stesso motivo ad ogni versetto, seguito con gli occhi sulle note del "Liber Usualis". Ogni salmo aveva un disegno melodico differente, ma tutti erano facilmente orecchiabili; e poi il fatto di trovarsi in mezzo al coro, che cantava a voce spiegata i salmi in onore del Signore e che gli dava l’impressione di sentirsi un fuscello trascinato dalla corrente, rendeva facile il canto anche per lui.
Emme trovava un po’ oscuro in certi punti il latino dei salmi, ma ne coglieva ugualmente il senso generale. Quello che incideva di più sul suo animo era la musica, che gli pareva essere la vera essenza di quella preghiera. Se ne lasciò trasportare e verso la fine, quando fu un po’ più familiarizzato, alzò gli occhi verso l’altare. Si vedeva soltanto la parte posteriore del tabernacolo; lì c’era il Signore ed Emme capì di stare cantando per lui.
Prima di riabbassare lo sguardo sul libro, ebbe l’impressione che il Signore fosse contento di vedere lì, in mezzo ai frati, lui che non era né frate né sacerdote.

 

Capitolo 11

Il canto dei Vespri in gregoriano fu una scoperta per Emme. Aveva bisogno di ascoltare altre volte quella musica e di cantarla, per comprenderla meglio. La domenica seguente andò di nuovo nel coro con i frati. Cominciò a cogliere alcune caratteristiche di quello stile musicale e a farsene un’idea più chiara. Vi tornò ancora; ma ogni volta, oltre al piacere per il gregoriano, provava qualcos’altro che lo toccava. Era un sentimento che nasceva dal fatto di cantare nel coro insieme con i frati. Non era come cantare in gruppo canzoni di montagna o i motivi di successo, che la radio trasmetteva tutti i giorni. I Vespri erano un canto non fine a se stesso, ma per il Signore. Ogni domenica che andava lì, il tabernacolo - anche se visto da dietro - diventava sempre più importante. Gli dava contentezza guardarlo e sapere che il Signore stava lì a ricevere quel canto. E poi c’erano i frati che con le loro voci possenti facevano vibrare gli scranni lignei del coro: bastava appoggiare una mano sulla parete che separava i sedili per accorgersene.
Emme avvertiva che quello non era solo un gruppo, ma qualcosa di più, una comunità. Un legame profondo univa quei frati, lo stesso che li univa al Signore. Non sapeva bene in che cosa consistesse, ma ne avvertiva il fascino. Una domenica si trovò a pensare che gli sarebbe piaciuto essere membro di una comunità, e non solo ospite.
Emme, però, non si vedeva frate.
Ma questo non gli pareva importante. Non pensava a quel convento, né a quei frati che conosceva per nome, ma alla cosa in sé, al canto dei Vespri in un giorno di festa come pratica abituale.
Gli venne in mente Chiara, quando gli raccontava che le piaceva andare in quella chiesa del convento di suore all’ora dei Vespri, e di mettersi vicino alla grata, per seguire meglio il canto. Cercò di immedesimarsi nei sentimenti di lei e di confrontarli con i suoi; forse c’erano degli aspetti in comune.
"E se anch’io avessi la vocazione?" pensò.
Quella volta non rimase turbato nel considerare tale ipotesi. Continuava a sentire ripugnanza verso l’essere prete; sinceramente non si sarebbe sentito d’intraprendere quel cammino solo per il gusto di cantare i Vespri in comunità. Però, anche se fare il prete non gli piaceva, almeno un aspetto di quella vita lo attraeva. Nella sua onestà ne prese atto.

 

Capitolo 12

Alla fine di luglio c’era il "Campo Scuola" in montagna, ai piedi delle Dolomiti. Lo organizzava la Diocesi per i giovani impegnati nell’assistenza ed educazione dei ragazzi più piccoli nelle parrocchie. Durava dodici giorni; erano previsti incontri, lezioni, gruppi di studio, dibattiti, oltre - naturalmente - alla preghiera comunitaria con messa, meditazione e canti. Non mancavano gli spazi destinati ai giochi e alle passeggiate. Vi partecipavano giovani d’ambo i sessi. Il campo era costituito da alcune costruzioni in stile tipicamente alpino, adattate ad accogliere gruppi di cinquanta persone. I muri erano spessi, le finestre piccole, con gli scuri di legno dipinto a colori vivaci. L’aspetto era così tipico, che le case ne avevano preso il nome: casa rossa, casa verde, casa arancione e casa marrone.
Per arrivare al campo, Emme era rientrato dal mare in città il giorno prima ed aveva fatto il viaggio in corriera con tutti gli altri partecipanti. Egli ne conosceva una decina, ma presto fece amicizia con il resto. Non tutti però erano su quel pullman: qualcuno che si trovava in vacanza sui monti vicini sarebbe arrivato con i suoi mezzi. Quattro erano giunti in mattinata e si presentarono subito, aiutando i nuovi venuti a sistemarsi e dando loro informazioni, come se fossero già veterani.
Emme fu assegnato alla "casa rossa", al primo piano, in fondo al corridoio. Le scale e il pavimento erano di legno e scricchiolavano piacevolmente sotto i piedi, benché un vecchio tappeto cercasse d’attutirne i rumori. Era una sensazione piacevole, che dava a quel soggiorno un tono rustico. Emme e i suoi due compagni di stanza fecero i letti in un istante con i lenzuoli che s’erano portati da casa; poi andarono ad ispezionare il bagno. Lungo la parete c’era una fila di quattro lavandini. Aprirono i rubinetti: l’acqua veniva con forza ed era gelata. Si sorrisero a vicenda, pensando alla sensazione che si doveva provare a lavarsi al mattino presto.
Scesero nel prato, per unirsi agli altri ed aspettare l’ora del primo incontro programmato per le cinque e mezzo. Sotto i pini c’erano delle panche e un tavolo rustico. Don Paolo, l’assistente del campo, disse che ancora doveva arrivare qualcuno. Una corriera stava salendo lungo i tornanti della strada che passava davanti alle case; si fermò e scesero due ragazze e un ragazzo, con zaino e sacco a mano.
Con grande sorpresa Emme vide che una di loro era Chiara. Non gli aveva detto nulla, quando s’erano salutati alla fine della scuola, ma solo che sarebbe andata in montagna in vacanza. Emme fu contento: l’arrivo di Chiara dava una nuova dimensione al campo. Le andò incontro per aiutarla a portare il sacco a mano; le manifestò la sua sorpresa a vederla lì. Chiara gli spiegò le strane coincidenze che l’avevano portata lassù. Assieme alla sua amica Rosa fu destinata alla "casa arancione", quella più in alto di tutte sul prato. Nella loro camera c’era un letto a castello. Chiara fece scegliere il posto a Rosa, che volle provare l’ebbrezza, a lei fino ad allora ignota, di dormire nella rete di sopra. Ringraziò del favore Chiara, che le rispose con un sorriso pieno d’affabilità.
In quel momento Chiara incrociò lo sguardo di Emme: comprendendo che lui aveva afferrato ciò che era sotteso a quel sorriso, si ricordò d’avergli raccontato di padre Pacomio. Allora ne fece un altro, d’intesa, solo per Emme.

 

Capitolo 13

La vita nel campo era bella. Qualcosa parlava al cuore di Emme, senza che egli capisse cosa fosse. Gli piaceva tutto. Gli piaceva il suono del giradischi, che al mattino lo svegliava, e la sensazione di purezza che provava quando apriva la finestra e sentiva sul viso l’aria frizzante, carica della fragranza dei boschi e della libertà della brezza che circolava nella valle. Poi si sporgeva dal davanzale per fissare gli scuri e sentiva il profumo delicato dei gerani umidi di rugiada. La casa si riempiva di vita e di suoni. I rubinetti lasciavano correre rumorosamente l’acqua gelata; nel corridoio s’incrociavano i ragazzi con i capelli arruffati e l’aria assonnata, l’asciugamano sulle spalle. Appena vestiti e pettinati, si precipitavano giù con il maglione pesante, a fare una corsetta sul prato ancora bagnato e riempirsi i polmoni di quell’aria fine, fresca e profumata di bosco.
Dopo la recita delle Lodi, don Paolo faceva un commento della lettura biblica, che si leggeva alla fine dei tre salmi. Emme gustava molto quelle meditazioni. Quante cose nascondeva in sé la parola di Dio! Don Paolo aveva il dono di farle capire con semplicità. Parevano cose evidenti, però ad Emme non erano mai venute in mente in modo esplicito; ascoltandole egli avvertiva che erano vere, perché si combinavano con ciò che già sapeva ed illuminavano quello che la fede gli faceva intuire.
Forse la novità costituita dall’essere fuori della famiglia con coetanei, forse la presenza più sensibile del Signore incontrato nella preghiera e nella meditazione, forse il sentirsi comunità, forse tutto questo insieme, erano per Emme motivo di potente attrazione, la stessa che al mare lo aveva spinto a risentire più volte il canto dei Vespri nel coro dei frati. Egli capiva di formare un’unità con gli altri ragazzi del campo, grazie al Signore, che, stando nel mezzo, era il motivo primo ed ultimo di tutto. Senza di lui non ci sarebbe stata comunità; senza la sua luce il campo avrebbe perso i suoi bei colori.
Ora che si trovava finalmente in montagna, Emme voleva vedere le stelle da un posto totalmente buio. La zona era favorevole; l’ampio orizzonte consentiva di vedere una porzione di cielo assai grande. Ma al campo c’era la luce. Bisognava allontanarsi un bel po’, oppure si doveva organizzare uno spettacolo comunitario del cielo stellato, spegnendo tutte le luci. Emme ne parlò con don Paolo, cui l’idea piacque. Era bene però definire un programma: qualcuno avrebbe illustrato il cielo e le costellazioni; poi sarebbe stato opportuno qualche canto e forse anche un paio di poesie appropriate, o una preghiera. Occorreva la collaborazione di molti, per realizzare una bella serata. A pranzo fu annunciato che la notte seguente ci sarebbe stato uno spettacolo sotto le stelle e si invitarono a farsi avanti collaboratori nella varie specialità. L’idea fu accolta con entusiasmo e molti si offrirono. Emme promise di presentare la mappa del cielo e parlare un po’ delle costellazioni, dei pianeti, della via lattea, delle galassie: era il frutto delle sue ricerche in biblioteca; Chiara s’impegnò a preparare una preghiera.
La sera seguente fu, per fortuna, serena. Dopo cena si portarono fuori alcune coperte da distendere sull’erba. Quando tutti furono seduti sul prato, il cielo era già buio, ma all’orizzonte si poteva ancora vedere il profilo dei monti. Pur rischiarato da una sottilissima falce di luna, che s’apprestava a tramontare, il cielo era già carico di stelle. Ci fu un mormorio d’ammirazione, quando le luci si spensero: la maestosa e silenziosa bellezza del cielo prese all’improvviso consistenza negli occhi e nell’animo dei presenti.
Emme doveva intervenire per primo ad introdurre lo spettacolo. Invitò tutti a contemplare il cielo in silenzio per tre minuti, lasciandosi penetrare dall’immensità e dal fascino della visione. Finalmente riusciva a vedere il firmamento da un posto immerso nell’oscurità, in modo che nulla potesse impedire alle stelle di mostrarsi nella loro verità. Il buio non bastava: occorreva pure il silenzio, per penetrare nella profondità degli spazi, per immaginare le distanze di milioni d’anni luce, per poter cogliere, insomma, la dimensione dell’immensità.
La felicità della contemplazione fece ricordare ad Emme ciò che aveva provato guardando la sua città dalle colline. Era vero quello che egli allora aveva intuìto: quel sentimento di gioia era entrato a far parte di lui e rimaneva disponibile per essere evocato e gustato ogni volta che ne sentisse il desiderio. Insieme con quel ricordo gli tornò alla mente la supposizione che simili gioie fossero negate a che si dedicava alla vita di preghiera in un monastero. Era stato il pensiero di Chiara che lo aveva condotto a quelle considerazioni; Chiara in convento non avrebbe potuto gustare il panorama della città ed avere accesso alla felicità corrispondente.
Ma ora Chiara era lì, sul prato, guardava e gioiva proprio come lui. Se da un convento non si potevano vedere panorami - ma non era detto - da qualunque convento però si sarebbe potuto contemplare il cielo e gioirne.
Solo ora notava che si usava lo stesso termine "contemplazione", per indicare la vita consacrata alla preghiera e la capacità di fermarsi davanti alla bellezza, di sospendere ogni altra attività, anche solo per un istante, per lasciarsene riempire e rallegrarsene. Anzi, forse quel tipo di vita creava una sensibilità interiore, che permetteva di scoprire con più facilità ciò che era degno d’essere contemplato.
Si ricordò di quando, in biblioteca, il lento tic tac del pendolo l’aveva fatto entrare nel mondo incantato del presente: la sala di lettura, con i suoi tavoloni, la sua luce, le sue decorazioni araldiche sui muri erano diventati oggetto d’attenzione da parte sua, ed ora capiva che lo erano stati anche di contemplazione. Non c’era bisogno di bellezze straordinarie o grandiose, che s’imponessero all’attenzione. Il mondo e la vita erano popolati da un’infinità di piccole cose, che racchiudevano in sé una dose di felicità aperta a chiunque avesse avuto la disponibilità d’animo di farci caso. Emme avvertiva che, per notare ciò che era fuori, occorreva un’attenzione più forte a ciò che era dentro.
I tre minuti di silenzio avevano creato un’atmosfera d’attenzione e di sensibilità. Emme parlò della nostra galassia, degli spazi siderali, ed insegnò a riconoscere alcune costellazioni. La sua esposizione destò interesse: la maggioranza ignorava molti di quegli argomenti. Ci furono alcune domande, cui seguì l’ascolto della sonata "Al chiaro di luna" di Beethoven. Quella musica pareva dar corpo ai sentimenti originati dalla contemplazione del cielo stellato e così difficili da esprimere a parole.
Fu poi la volta di Chiara, che lesse una preghiera scritta da lei e che s’ispirava al salmo 8: "Se guardo il cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?".
Emme seguì con attenzione la preghiera di Chiara ed ebbe l’impressione di essere l’unico che potesse capirla fino in fondo, oltre al Signore, cui era diretta. Solo chi, come lui, conosceva il segreto di Chiara, poteva intendere fino in fondo certe espressioni. Una cosa fu evidente a tutti: il cielo stellato era un cammino che facilmente portava il cuore di chi l’ammirava ad incontrarsi con Dio.
La serata era ormai giunta ad un livello tale d’intensità e di coinvolgimento, che tutti quella notte andarono a letto senza riaccendere le luci.

 

Capitolo 14

La serata sotto le stelle aveva fatto nascere qualcosa di non ben definito nel cuore di Emme, che sentiva il desiderio di pregare con la parte più profonda di sé, d’incontrarsi a tu per tu con Dio.
Quella notte a letto nel buio riprese a pensare con gli occhi aperti a quella sensazione indefinibile, che lo faceva sentire slegato dalle cose di tutti i giorni. Gli pareva che qualcosa di assoluto lo attraesse e gli facesse apparire insignificante tutto quanto.
In quei pensieri s’addormentò senza accorgersene.
Il mattino dopo non fece il solito giro, ma sentì il desiderio d’andare subito in cappella, per aspettare in preghiera l’inizio delle Lodi. Il sole, ancora basso, entrava quasi orizzontale e batteva su metà dell’altare, proprio sopra i fiori cambiati di fresco. La cappella era deserta. Emme chiuse la porta dietro di sé ed ebbe la sensazione di chiudere fuori il mondo; avvertiva un silenzio e un tepore che contrastavano con il fresco, la brezza e i piccoli rumori del mattino da lui percepiti attraversando il prato. S’inginocchiò per pregare, in fondo, tra due panche; gli venne in mente la frase di Gesù: "quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto". Emme sentì allora la presenza del Signore e subito si ricordò di quando, bambino, entrò nella chiesa del paese di montagna dove si trovava in vacanza; gli sovvenne anche la chiesetta dell’anno mille dietro i colli della sua città, dove aveva incontrato lo sguardo del crocifisso. Intuiva che c’era una relazione tra questi tre momenti: bisognava scoprirla. Intanto guardava verso il tabernacolo, che cominciava ad essere raggiunto ed illuminato dal sole. Quel raggio poteva essere la risposta ai suoi pensieri, come se il sole volesse aiutarlo a scoprire il senso delle cose. Non ci potevano essere dubbi: ciò che univa tutto era la persona del Signore, che aveva voluto tre occasioni di silenzio per manifestarsi presente in modo insolito.
Emme rimase lì a gustare senza pensieri quella presenza. Era tutto così semplice e bello... Tutte le verità, i problemi, i comandamenti erano divenuti trasparenti, ricapitolati nella persona del Signore, che gli voleva bene e gli faceva capire di essere contento nel vederlo lì, da solo con lui.
Il tempo e il mondo erano scomparsi dalla sua coscienza. Non si rattristò, quando la porta s’aprì e cominciarono ad arrivare alla spicciolata le ragazze e gli amici del campo. Dall’eternità, dov’era entrato, s’era staccata una goccia. L’eternità s’era chiusa di nuovo, ma quella goccia restava sua, faceva ormai parte di lui; Emme per nulla al mondo l’avrebbe lasciata evaporare.
Terminate le Lodi, Emme fu combattuto tra il desiderio di starsene a ripensare a quell’incontro in cappella e il dovere di partecipare alle attività del campo. Temeva che l’incanto si spezzasse.
Un pensiero lo liberò dal dilemma; c’era in programma per il pomeriggio una gita. Ne avrebbe parlato con Chiara. Chiuse la goccia d’eternità al sicuro, nel fondo del cuore, e si lanciò nel presente; il pensiero di poter confidare il suo segreto a Chiara, con la certezza che lei l’avrebbe capito e serbato con rispetto, gli tolse l’ansia che lo turbava.
La gita aveva per meta una malga al termine d’un altopiano ondulato con grandi prati e due laghetti. Il ritorno era previsto per l’ora di cena. Mentre lavavano i piatti, Emme disse a Chiara che le avrebbe voluto parlare a tu per tu e le chiese se poteva collaborare per creare una situazione favorevole. Chiara promise di fare del suo meglio.
L’occasione si presentò dopo circa un’ora di marcia, in cui il gruppo era rimasto compatto grazie al terreno pianeggiante. Quando cominciò la salita ripida per un lungo sentiero, il gruppo si frazionò. I ragazzi più esuberanti decisero di fare un allungo per la gioia d’arrivare primi e fermarsi poi a cronometrare i distacchi. Chiara lanciò un’occhiata d’intesa ad Emme ed entrambi s’accodarono accettando la sfida. Procedettero decisi, in silenzio, con passo accelerato. Rimasero in coda al drappello dei fuggitivi per dieci minuti, mentre il cuore cominciava a battere sempre più in fretta. Era necessario lasciar andare i più scatenati per conto loro, diminuendo un po’ il ritmo. Emme si voltò e vide che avevano già conquistato sugli altri un buon vantaggio, che continuava ad aumentare anche con il passo più lento. Trecento metri più in su aveva inizio l’altopiano; lui e Chiara avrebbero potuto procedere tranquilli fra il drappello dei battistrada e il grosso del gruppo, sgranato e frammentato.
Erano all’inizio di un’amplissima conca tappezzata d’erba con fiori bianchi e gialli riuniti in grandi chiazze. Sul fondo c’era una parete di roccia; ai suoi piedi, in posizione elevata, si vedeva la malga, ancora molto piccola per la distanza. Il sentiero costeggiava, un chilometro circa più avanti, un laghetto alpino e in fondo a destra, dove il prato cominciava a degradare verso un’altra vallata, se ne intravedeva un secondo, assai più ampio e lontano. Il pendio che saliva alla malga era punteggiato da numerose vacche da latte, che pascolavano tranquille sotto il sole.
Entrambi ammiravano quella bellezza senza dire parola, mentre il loro respiro si normalizzava e il cuore si calmava. Ad Emme tornò in mente la vista della sua città dall’alto dei colli, unita ad un senso di beatitudine appena incrinato dal pensiero sulla supposta rinuncia di Chiara a tutto ciò che era bello.
Quando gli parve che anche Chiara si fosse saziata di quel primo stupore di bellezza, Emme cominciò a parlarle di ciò che aveva sentito in cuor suo prima d’addormentarsi e delle sensazioni che l’avevano colto quella mattina, quando era rimasto da solo in cappella. Soprattutto gli stava a cuore comunicarle ciò che aveva inteso al di là di tutto: l’incontro con la persona del Signore, che senza parole, senza richieste, senza rimproveri, senza altri fini, gli si era fatto riconoscere presente, semplicemente contento di stare lì con lui. Quell’assenza di finalità specifiche lo sorprendeva un po’, essendo oltre ogni sua attesa. Fin da bambino s’era abituato ad associare l’idea di Dio con quella di bene e di male, di premio e di castigo. Poi, quando aveva cominciato a leggere qualche brano delle Scritture, gli era parso che quell’associazione dovesse essere rinforzata con l’idea del dovere. A molti profeti Dio era apparso ed aveva parlato, sempre per chiamarli a compiere un dovere. Con lui, invece, era accaduto qualcosa d’imprevisto: il suo era stato semplicemente un incontro di amicizia, senza chiamata e senza invio.
Chiara ascoltava con attenzione, s’immedesimava nel discorso di Emme, sentiva con forza l’evidenza della verità che c’era nelle sue parole. Ciò le dava una pienezza interiore, come quella che si prova quando si ascolta la domanda del professore su un argomento che si conosce alla perfezione e di cui si sa già la risposta, prima che sia completata la formulazione della domanda. Tuttavia non sapeva cosa rispondere ad Emme; per ora le bastava intuire la verità rinchiusa in quelle parole e sentirsene compenetrata.
Emme finì di parlare, quando il sentiero cominciava a costeggiare il laghetto. Lo spettacolo era così bello che meritava una sosta. Si voltò indietro e vide che il gruppo era seduto all’inizio del prato, per riposarsi dopo la faticosa salita. Dunque, anche loro due avevano agio di fermarsi e godere del panorama.
Si sedettero su due sassi un po’ fuori dal sentiero, vicino all’acqua. Chiara ripensava al particolare dei profeti, da cui Dio s’era fatto percepire presente, ma sempre per una finalità ben precisa. Non l’aveva mai notato. In effetti, a Mosè, a Samuele, a Isaia, a Geremia il Signore s’era mostrato per incaricarli di un compito. Chiara stava per esprimere la sua conferma di questo modo di fare di Dio con i profeti, ma quando girò il volto verso Emme per parlargli, le balenò un pensiero nuovo: "È vero - disse - che a molti profeti Dio apparve per chiamarli a compiere un dovere. Ma c’è un’eccezione. Fu quando fece visita ad Abramo sotto forma di tre pellegrini, nell’ora più calda del giorno. Fu solo per amicizia e per comunicargli che la promessa stava ormai per compiersi. Non può essere capitata un’esperienza simile anche a te, stamattina? E poi, ora mi viene in mente un’altra eccezione, la più importante: fu quando il Padre parlò a Gesù in preghiera, appena uscito dal Giordano dopo il battesimo. Gli disse soltanto: ‘Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’".
Tacque per un po’. Poi soggiunse: "Dopo la venuta di Gesù, forse è questo il modo di fare di Dio: apparire solo per dirci ‘che bello stare un po’ insieme...!’".
"Ora che mi ci fai pensare - replicò Emme - anche Gesù si comportò spesso in modo simile; per esempio, quando vide Zaccheo che lo osservava dall’alto di un sicomoro, alzò lo sguardo e gli disse: ‘Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua’".
"Allora - Chiara riprese - si può aggiungere un’altra eccezione, un po’ diversa, ma molto più commovente: fu quando Gesù nel Getsemani invitò Pietro, Giacomo e Giovanni a restargli accanto, perché si sentiva morire di paura".
Restarono in silenzio. Una parola in più avrebbe sciupato tutto.
In basso, il gruppo s’era rimesso in cammino. Chiara ed Emme lo aspettarono seduti dov’erano, sulla riva del laghetto, poi continuarono assieme agli altri fino alla malga.
Don Paolo celebrò la messa, prima di riprendere la via del ritorno. L’altare era una tavola della malga portata fuori nello spiazzo che dominava la vallata. Chiara fu scelta per leggere, dal libro dell’Apocalisse, la prima lettura, che terminava con le parole: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me".
Quando Chiara lesse questo passo, la sua voce ebbe un lieve sussulto e il ritmo rallentò. Ma nessuno se n’accorse. Nessuno, tranne Emme e il Signore.

 

Capitolo 15

Il ricordo dell’incontro solitario col Signore e il colloquio con Chiara riempirono di gioia interiore il cuore di Emme per i giorni seguenti.
Anche Chiara assaporava tutto ciò di cui avevano parlato nella gita e ripensava a come il Signore la stesse attraendo a sé con un’evidenza sempre più stringente.
Ringraziava il Signore perché non solo le parlava direttamente nel fondo del suo essere, ma si serviva pure di ciò che diceva ad Emme, per rinforzare e accrescere la sua presenza in lei. Che cosa meravigliosa essere amici per confidarsi i segreti dello spirito!
I giorni del campo scuola si avvicinavano alla fine e la vita di gruppo era ogni giorno più ricca e attraente.
Quando mancavano due giorni, don Paolo ricevette la visita inaspettata di un suo antico compagno di scuola che, dopo la vita militare, aveva pure lui sentito la chiamata di Dio ed era entrato in una congregazione missionaria.
Era stato già cinque anni in Papuasia, ed ora era in patria per visitare i suoi genitori anziani e riposarsi un po’. Le vacanze erano ormai alla fine e la settimana dopo sarebbe ripartito.
I suoi vivevano abbastanza vicino, perciò aveva deciso di fare una passeggiata e venire a salutare l’antico compagno di classe. Don Paolo lo presentò a pranzo. Si chiamava padre Luigi ed aveva un aspetto molto semplice e un viso simpatico e un po’ timido.
Un gran battimani gli diede il benvenuto e fu intonato un canto in suo onore. Poi ci fu la solita confusione di voci e di risate delle refezioni. Il suo arrivo stimolò la curiosità e il desiderio di conoscere qualcosa della sua esperienza di missionario. Emme fu colto un po’ di sorpresa dal nome di Papuasia e non sapeva bene dove localizzarla nel mappamondo. Si accese in breve una piccola discussione nella quale risultò evidente una grossa ignoranza verso i paesi lontani, situati nella parte opposta della terra. Emme ne rimase un po’ toccato. Prendeva coscienza di come stava vivendo in un piccolo mondo chiuso in se stesso senza quel respiro ampio che abbraccia tutta la terra.
Manifestò questi suoi pensieri ai compagni di tavola, che concordarono e decisero di andare a parlare con don Paolo e padre Luigi dopo il pranzo, per sollecitare un incontro il pomeriggio. Uscì fuori l’idea di fare un’intervista con delle domande ben preparate, per essere sicuri di riuscire a sapere qualcosa di tutti gli aspetti che stavano loro a cuore.
Detto fatto: presero un foglio e cominciarono a scrivere le domande.
Fu facile fare la lista, ma apparve subito un problema: il tempo necessario per rispondere sarebbe stato eccessivo. Bisognava semplificare, tuttavia era difficile scegliere fra tante cose interessanti. Poi Emme ebbe l’idea di far vedere le domande a padre Luigi: la sua esperienza poteva essere d’aiuto per indicare quelle che più si prestavano a comunicare la sua vita vissuta.
L’intervista ebbe un gran successo. Le domande erano state ben scelte e padre Luigi aveva avuto a disposizione un po’ di tempo per poter architettare le risposte in modo da essere conciso e il più possibile esauriente.
La parte dei giornalisti fu fatta da un ragazzo e da una ragazza, che nelle serate di festa avevano dato prova di avere talento. Un po’ per il loro brio e la loro disinvoltura e un po’ per il dono della chiarezza che padre Luigi aveva per natura, quell’incontro fuori del previsto riscosse un grande interesse.
Il tempo fissato di tre quarti d’ora volò in un attimo, ma dato che si era alla fine del campo e le ultime attività in programma erano essenziali per poter tirare le conclusioni, non fu possibile continuare oltre.
Emme aveva seguito con molta partecipazione: l’interesse che aveva avuto sin da piccolo per la vita missionaria s’era risvegliato e lo teneva in uno stato interiore di stimolante tensione. S’immaginava di poter essere anche lui missionario, e s’immedesimava col padre Luigi, seguendo i racconti come se fosse lui il protagonista. Tuttavia Emme si rendeva conto che non era principalmente il contenuto dell’intervista che aveva presa su di lui. Sentiva di subire un influsso indeterminabile da un qualche aspetto secondario che per il momento gli sfuggiva.
Poi alla fine, quando l’intervistatrice, che era Rosa, l’amica di Chiara, fece gli auguri di buon ritorno in Papuasia, Emme prese coscienza di qual era la causa di quell’impatto un po’ misterioso: era il fatto che padre Luigi sarebbe ripartito fra pochissimi giorni. Avrebbe lasciato di nuovo il suo paese, la famiglia, gli amici, la vita moderna, per tornare in missione, dall’altra parte della terra.
Quest’aspetto lo toccava particolarmente: la vita missionaria gli appariva per la prima volta alla coscienza come una cosa estremamente seria.
Non era un gioco bello e pieno di poesia soltanto - e quest’aspetto Emme valeva pensare che esistesse! - era anche, e davvero, una cosa estremamente seria, che cambiava profondamente la vita. Era una scelta, e come tutte le scelte era anche una rinuncia al non scelto e a tutte le cose belle che accompagnavano il non scelto.
Riconquistava consapevolezza più forte che mai quel filone di pensieri che gli erano diventati familiari e che accompagnavano la decisione che, insieme a tutti i suoi compagni di classe, avrebbe dovuto prendere nel seguente anno scolastico: quale professione scegliere, quali studi intraprendere, quale stato di vita seguire?
La persona concreta del padre Luigi, che stava lì davanti a lui, sotto i suoi occhi, - sorridente e contento, felice della sua vocazione, spingeva Emme in modo nuovo - e in certo modo violento - ad ammettere a se stesso che l’ultima parte della domanda - quale stato di vita seguire, - non era poi tanto fuori di luogo, anche se la paura di avere la vocazione continuava forte e oscura nel fondo del suo cuore.
Si dava conto che non avrebbe più potuto continuare per molto a rifugiarsi dietro un rifiuto di accettare di prendere in considerazione la possibilità concreta della vocazione, con la scusa che sentiva ripugnanza ad essere sacerdote. In fondo Chiara era contenta, anzi, nei giorni del campo gli era sembrata addirittura felice, riguardo all’indagare in se stessa per appurare se Dio la chiamava per sé. Lei non aveva paure o ripugnanze: cercava soltanto di capire quale fosse la volontà del Signore. La sua, ormai, era soltanto quella di obbedire.
Emme aveva bisogno di capire meglio in quel guazzabuglio di sentimenti in ebollizione e poco chiari.
Voleva, innanzi tutto, conoscere un po’ meglio ciò che realmente sentiva in fondo a sé padre Luigi a partire e lasciarsi alle spalle tanti affetti, tante persone care, e, in fondo, le proprie radici. Ma come fare? Il pomeriggio era pieno e il padre sarebbe ripartito subito.
Mentre però, era in questi pensieri, don Paolo annunciò che padre Luigi aveva cambiato programma e sarebbe ripartito solo la mattina seguente.
Così Emme gli si avvicinò e gli chiese se avrebbe potuto parlargli prima di ripartire. Non c’era altro tempo che quella sera dopo cena, e il missionario accettò volentieri.
Emme rimase a pensare come avrebbe potuto esprimersi per farsi capire; il fatto è che neppure lui sapeva bene ciò che aveva dentro e ciò che avrebbe voluto chiarire. Durante il pomeriggio ebbe molte distrazioni e non riusciva a seguire con la partecipazione di prima lo svolgersi degli incontri.
Gli venne in mente di consigliarsi con Chiara durante uno dei brevi intervalli, forse con lei gli sarebbe stato più facile mettere in parole i suoi pensieri. C’era proprio un’occasione tra i lavori di gruppi e la riunione plenaria. Il suo gruppo finì per primo e così si mise in posizione per avvicinare Chiara appena uscisse dalla stanza della riunione. La porta si aprì, ma Chiara non uscì. Emme si avvicinò per sapere qual era il motivo. Chiara era rimasta seduta al tavolo e stava scrivendo, insieme con un altro ragazzo. Evidentemente era stata scelta come segretaria e doveva preparare la relazione del gruppo. Niente da fare quindi! Ma la vista di lei non fu senza frutto. Appena la scorse tutto gli diventò chiaro di colpo.
Quel turbamento che aveva provato mentre gustava la vista della sua città da quel prato sui colli, all’insinuazione del pensiero di Chiara che, entrando in convento, avrebbe dovuto rinunciare a godere di tutto ciò che era bello, era lo stesso che provava ora a considerare la partenza di padre Luigi come una dolorosa rinuncia a tutto ciò che di bello lasciava dietro di sé. L’essere riuscito a precisare a se stesso dove stava il nodo di quella confusione di pensieri rasserenò Emme e lo mise in una disposizione interiore di serenità e di lucidità che gli fece bene. Sentiva che quel colloquio sarebbe stato importante per lui, ora che sapeva ciò che voleva chiarire.
Dopo cena piovigginava, ma non c’era nessun luogo raccolto nelle case, visto che, proprio per la pioggia, tutti gli ambienti erano occupati.
Padre Luigi chiese ad Emme se avesse paura della pioggia: lui in Papuasia c’era abituato; e poi, conversare sotto l’acqua, era molto intimo e contribuiva a rendere la conversazione più interessante. Tutt’e due avevano la giacca a vento col cappuccio, per cui non c’erano pericoli di infradiciarsi, così Emme accettò molto volentieri: la novità della cosa lo incuriosiva e lo eccitava.. Appena fuori si rese conto che l’unico inconveniente era che si bagnavano i calzoni, ma padre Luigi si mise a ridere: "In Papuasia quasi nessuno ha l’ombrello e nessuno si preoccupa di bagnarsi. Col tempo tutto poi si asciuga!"
A dir il vero Emme non ci aveva mai pensato, perciò rimase piacevolmente sorpreso a scoprire quella semplice filosofia così convincente. Si stava accorgendo che erano molte di più di quanto immaginasse le cose che non sapeva sopra i paesi che si trovavano dall’altra parte della terra!
Emme aveva pensato di entrare subito in argomento, ma quando stava per cominciare avvertì che era necessario fare qualche premessa.
Così cominciò a raccontargli brevemente chi era, che classe faceva, e come fin da piccolo avesse sentito il fascino delle Missioni, che forse però non si poteva distinguere da un’attrazione spontanea verso i paesi e i popolo lontani, o da una tendenza della sua fantasia a divertirsi leggendo storie d’esploratori, di civiltà antiche, o a rivivere le favole del lontano e misterioso oriente.
Sentì il bisogno di raccontargli anche del colloquio di Siena con Chiara e di tutto ciò che da lì era cominciato.
Padre Luigi ascoltava in silenzio mentre camminavano su e giù al buio sotto la pioggia. Pur senza vederlo in faccia, Emme capiva che ciò che raccontava era tutto recepito bene e con simpatia.
Si accorgeva però che l’argomento che originariamente aveva in mente, sapere ciò che padre Luigi provava a partire di nuovo per un ambiente così lontano e differente e sondare qual era il prezzo interiore del lasciare famiglia, amici, cultura, vita moderna - in una parola a lasciare le proprie radici - era stato un po’ accantonato e la conversazione era scivolata invece su ciò che più era vitale per lui in quel momento e che, con tutta evidenza, occupava il fondo cosciente e incosciente del suo animo: che probabilità c’era che gli stesse nascendo dentro la vocazione?
Padre Luigi aveva capito subito dov’era il punto centrale, ma non aprì bocca fino a quando Emme non ebbe terminato. Come poteva giudicare se ad Emme stava nascendo la vocazione per diventare sacerdote e missionario in così poco tempo, senza conoscerlo un po’ di più?
Era molto probabile che ciò stesse accadendo, di fatto, ma intuiva che non era ancora maturata a sufficienza l’accettazione di una simile vocazione da parte di Emme. Ritenne perciò prematuro dare qualunque parere.
Gli spiegò che in coscienza non poteva dirgli né sì né no. Tuttavia voleva confidargli ciò che sentiva lui ad essere sacerdote e missionario. Innanzi tutto voleva affermargli che, se il Signore lo chiamava, gliel’avrebbe fatto capire chiaramente al momento opportuno. Era capitato così a lui e ai suoi compagni sacerdoti e a quanti, anche in Papuasia, aveva conosciuto. Una volta che aveva raggiunto la certezza della vocazione, s’era buttato con tutto l’entusiasmo su quella via. Gli poteva assicurare che il Signore valeva molto di più di sette mogli e di settanta figli. Egli aveva capito così la frase di Gesù che assicurava che chi avesse lasciato per suo amore e per amore del Vangelo padre, madre, fratelli, sorelle, casa, figli, moglie e campi avrebbe ricevuto il centuplo di tutto ciò in questa vita: egli, Gesù, il Signore, sarebbe stato quel centuplo!
Se Emme avesse avuto la fortuna di avere la vocazione avrebbe potuto capire in prima persona a quali beni e a quali felicità avrebbe avuto accesso, insieme anche a motivi di sofferenza, ma sofferenza vissuta col sostegno del Signore.
Per farla breve, padre Luigi considerava la più gran gioia aver ricevuto la vocazione e avrebbe voluto porgergli gli auguri perché anche per lui, Emme, si avverasse la stessa cosa.
Forse Emme si chiedeva, aggiunse quasi leggendogli nel pensiero, che cosa provava a partire di nuovo per la missione, lasciando tutto il resto. Provava un gran desiderio di ripartire, grande com’era stato il desiderio e la fretta di partire per la prima volta. Non si guarda ciò che si lascia, ma ciò che si troverà e solo chi lo prova può capire com’è bello partire in compagnia del Signore Gesù, che al tempo stesso invia da qui, chiama da laggiù e accompagna nel viaggio e nella missione.
C’è solo un dolore che si prova a partire: la sofferenza dei genitori che ci vedono partire. Per loro il distacco è forte e soffrono parecchio, ma noi non abbiamo potere di impedire tale sofferenza.
Col tempo, però- aggiunse padre Luigi - anche loro partecipano della gioia della Missione e si accorgono che solo in apparenza quel figlio è perduto. In realtà la loro famiglia si allarga d’orizzonte, assume respiro intercontinentale, diventa in certo modo multinazionale e si aggiungono molti fratelli e sorelle al loro figlio: amici lasciati in patria che si fanno vivi, confratelli e suore della missione che vengono a trovarli quando sono in ferie, fedeli e gente in mezzo ai quali il figlio lavora, coi loro problemi, necessità, drammi e felicità.
"Insomma - concluse padre Luigi - se posso lasciarti un mio ricordo, ti lascio questa esortazione: non avere paura se il Signore ti chiamerà. Sarà l’avventura più bella che ti potrà capitare!".
Ormai s’era fatto tardi. Già tutti erano andati nei dormitori. Nella sala d’ingresso c’era rimasto solo don Paolo che stava recitando il breviario mentre aspettava che padre Luigi rientrasse.
Emme era contento e al tempo stesso un po’ turbato per quel colloquio: capiva che esso avrebbe avuto un peso importante nella sua vita. Ora le cose erano per lui molto più chiare e definite e quasi senza accorgersene ormai non aveva più paura di interrogarsi in modo esplicito riguardo alla propria vocazione.
Quando Emme entrò in camera trovò i suoi compagni già addormentati. Cercò di infilarsi a letto senza fare nessun rumore. Le persiane erano state dimenticate aperte e la luna crescente illuminava tenuemente la stanza.
Sporgendosi un po’ dal cuscino la poteva vedere, calma e serena in mezzo al cielo. Chissà se in Papuasia era ancora notte e se la luna era ancora visibile o era già tramontata?
Non ci aveva mai pensato: la stessa luna illuminava tutte le notti di tutte le latitudini e continenti. Forse qualcuno in Papuasia pensava la stessa cosa, qualcuno forse che era nella attesa che padre Luigi tornasse e che, in certo modo, la luna gli rendeva vicino.
Emme avrebbe avuto voglia di andare in cappella per pregare un po’ in silenzio e lasciare che tutto ciò che padre Luigi gliaveva detto si sedimentasse con calma. Ma era impossibile. D’altra parte aveva parecchio sonno e dalla stanza non poteva muoversi. Si ricordò di una frase che aveva sentito ripetere più volte e che doveva appartenere alla Scrittura, forse ad un Salmo: "Io dormo, ma il mio cuore veglia".
Affidò quindi al suo cuore il compito di vegliare e quanto a lui, si lasciò andare nel sonno.

 

Capitolo 16

Il giorno dopo era quello della partenza. La mattinata era riservata alla pulizia delle cose, del prato e a mettere tutto in ordine perché all’indomani veniva un altro gruppo.
La partenza era prevista per il pomeriggio e il programma prevedeva una sosta a Venezia con visita al Canal Grande, Piazza S. Marco e adiacenze.
Emme avrebbe preferito starsene un po’ in cappella a pregare, ma gli pareva che la solidarietà cogli altri nelle pulizie dovesse avere il sopravvento.
Avrebbe avuto anche desiderio di raccontare a Chiara il colloquio notturno con padre Luigi, ma doveva lasciare quest’incontro per il viaggio.
Padre Luigi era partito di mattino presto, prima delle lodi ed Emme era riuscito a salutarlo e a ringraziarlo.
Si fece dare l’indirizzo perché aveva voglia di mantenere i contatti e perché si sentiva un po’ in dovere di tenerlo al corrente dell’evoluzione delle cose.
Ma quando lo salutò colla mano, mentre usciva sulla strada, si rese conto che un legame ben più profondo s’era instaurato fra loro, un legame che non era solo fra loro due, ma fra loro due e il Signore.
Fra una cosa e l’altra la partenza ritardò di un’ora sul previsto, per cui si sarebbe arrivati a Venezia ormai di notte.
Emme riuscì a sedersi in corriera a lato di Chiara: l’aveva già preavvisata che aveva delle novità da raccontarle.
Appena seduti, Chiara si disse impaziente e contenta di sentire le novità. L’ambiente non era certo il più favorevole per una conversazione di quel tipo, con canti, giochi, interventi vari al microfono di questo e di quello.
Tuttavia, con molte interruzioni, Emme riuscì a raccontarle per filo e per segno tutto il colloquio. Chiara ascoltava con molto interesse e simpatia, e alla fine si disse contenta per Emme perché vedeva un po’ più chiaro come stavano le cose.
Gli disse pure di quanto fosse grata per aver voluto metterla a parte dei suoi segreti e che pure a lei faceva bene sapere della contentezza di padre Luigi per la vocazione ricevuta e per il ritornare missione.
Chiara intuiva la profonda verità di ciò che padre Luigi aveva raccontato: erano cose che capiva dal di dentro. Corrispondevano con l’esperienza che lei stessa stava facendo.
Da quando poi cercava di praticare il consiglio di padre Pacomio di mettere, cioè, tutto l’amore possibile in ogni cosa che faceva col desiderio di poter così conoscere un po’ di più e un po’ meglio Iddio che era amore, le pareva di capire molto di più le cose, le persone, gli avvenimenti. Aveva la sensazione che tutto fosse per lei molto più trasparente e semplice.
Arrivarono a Venezia che già era notte. Era una serata di piena estate, afosa e serena e la luna crescente era alta nel cielo. Era una notte incantata.
Il colloquio sulla corriera aveva riscaldato il loro cuore e aveva lasciato in loro una sottile vena di felicità.
Il gruppo scese rumorosamente dalla corriera, ma l’atmosfera magica e splendida di Venezia acquietò la confusione, per lasciare il posto ad un atteggiamento di rispetto e quasi di contemplazione. Quella bellezza serena convitava al silenzio e all’ammirazione.
S’infilarono per le calli e i campielli, attraversando ponti e sfiorando vecchi palazzi, accompagnati sempre dalla luna che li seguiva dal cielo e, al tempo stesso, li guardava sorridendo rispecchiata nell’acqua dei canali.
Che bello, che incanto!
Ad un certo punto sbucarono sul Canal Grande, all’imbocco del ponte di Rialto. Corsero su fino al centro dell’arcata per contemplare la vista dalle due parti. Il gruppetto di cui facevano parte Emme e Chiara si fermò e fece silenzio. Solo il silenzio permetteva di assaporare tutte le dimensioni di quello spettacolo: bellezza dei palazzi, incanto del Canale, fascino d’alcune gondole silenziose, luce di luna, cielo aperto, brezza d’estate...
Emme riandava col pensiero alle innumerevoli volte che aveva provato quella felicità che gli nasceva dentro a contemplare ed assaporare le cose belle.
Per l’ennesima volta gli riaffiorò alla mente il ricordo di quando dai colli della sua città si era immaginato che Chiara, se fosse entrata in convento, avrebbe dovuto rinunciare a quel tipo di felicità. Ma ora, col cuore e l’animo riscaldati dai sentimenti del racconto fatto in corriera a Chiara, intuiva per la prima volta con nitidezza che lei dal convento avrebbe anzi avuto accesso ad una comprensione più piena e più vera di quella felicità. E ne capiva anche il perché: la capacità di gioire era perfezionata dalla presenza, dalla comunione, dalla consapevolezza che l’autore d’ogni bellezza era lì a rallegrarsene insieme. Se Chiara fosse entrata in convento avrebbe potuto gioire con molta più intensità e molta più purezza di qualunque altro dei suoi compagni di classe.
Nessuno accennava ad andarsene o a parlare. Ma Emme non vedeva più ciò che guardava: seguiva i suoi pensieri. Si rallegrava per il rallegrarsi speciale che si dischiudeva a Chiara, ma non era Chiara che capiva queste cose, era invece lui, Emme, che se ne rendeva conto.
Guardò Chiara e gli parve di capire d’avere accesso a comprendere il suo cuore. Si chiese perché mai potesse avere questo privilegio. Sul momento non ne trovò risposta, ma più ci pensava, più capiva che era vero. Si rendeva conto che quest’accesso gli veniva offerto, che cioè, era un dono. Un dono reso possibile da un qualcosa che stava più a monte e che precedeva ogni cosa.
Mentre era in questi pensieri, lo sguardo gli si posò sulla luna, che splendeva nel cielo. Su tutta la metà della terra avvolta dalla notte, la medesima unica luna era vista da tutte le latitudini, da un numero senza conto di persone. Ed ognuno che la guardava aveva l’impressione che fosse tutta sua. La poteva ammirare e godere in pienezza, senza sentirsi impoverito in nulla dal fatto che tantissimi altri la sentissero loro per intero e se ne rallegrassero. Osservò Chiara: anche lei contemplava la luna e, forse, provava lo stesso stato d’animo di fronte a quella bellezza che si offriva gratuitamente a tutti, obbediente al Creatore che l’aveva appesa nel cielo per adornarlo splendidamente.
Era come la luna, sì, quel qualcosa che stava a monte e che gli permetteva di ricevere il dono di capire il cuore di Chiara! Qualcosa che, come la luna, poteva appartenere a tutti pur restando di ciascuno. Forse ciò era la sua pura e profonda amicizia con Chiara. Tuttavia quest’interpretazione gli parve ben presto insufficiente. L’amicizia c’entrava, senza dubbio, ma non bastava per spiegare le cose.
Emme pensava, e guardava la luna. Poi rimase a guardarla senza pensieri. Sentì la voce di Chiara che gli diceva: "Com’è bella, stanotte la luna!...". "Sì è bellissima!".
D’improvviso capì.
La luna li aveva spinti a comunicare ciò che riempiva il loro cuore in quel momento. Ma ciò che abitualmente li muoveva alla comunione delle cose più vere e segrete era la persona del Signore. Era di lui e di ciò che accadeva loro in relazione a lui che Chiara ed Emme erano soliti parlare.
Ecco, in che consisteva la premessa che rendeva possibile il dono dell’accesso al cuore di Chiara: il fatto che la loro era un’amicizia a tre! Non poteva pensare a Chiara senza pensare al Signore, non poteva voler bene a Chiara, senza volergliene nel Signore...
Il resto della serata fu preghiera. La passò insieme a Chiara e alla luna, in una presenza quasi sensibile di Dio. Fu preghiera silenziosa. Né Emme né Chiara parlarono più. Solo giravano, insieme al loro gruppetto, guardavano, pensavano e gioivano. E questo silenzio che anche Chiara stava vivendo con intensità, fu per lui la conferma più sicura che lei pure intuiva le stesse cose e le viveva in preghiera.
Emme ebbe quasi l’impressione di avere una certa parte nell’aver comunicato a Chiara lo spirito di preghiera per quella straordinaria serata e ne provava grande contentezza. Ma prima che ciò potesse trasformarsi in vanagloria arrivarono in Piazza S. Marco. Di fronte a quello splendore di bellezza, Chiara ebbe un gesto di gioia così inteso e rivolse un’occhiata di gratitudine e d’amore verso il Signore così palese, che Emme ne rimase contagiato e non poté fare a meno di ricordare ciò che Chiara gli aveva raccontato, riguardo alla risposta di padre Pacomio su come fare per conoscere di più il Signore: "Dio è amore e, se vuoi conoscerlo un po’ di più, devi sforzarti di mettere in ogni cosa, tutto l’amore che puoi".

 

Capitolo 17

Padre Pacomio aveva passato l’estate in convento, accanto al santuario della Madonna del Sorriso. Amava molto l’estate, sia perché amava il caldo e il tempo bello, sia perché d’estate capitavano gli incontri più interessanti e imprevisti. Il santuario era in una bellissima posizione, ai piedi dei colli, in un luogo un po’ elevato. Verso ponente il fiume che lambiva la città faceva una grande curva e s’allargava molto. Al tramonto, nei mesi d’estate, il sole si buttava sotto l’orizzonte proprio dietro alla curva del fiume e vi si rispecchiava, mentre era rosso e grande in modo spropositato. Era un incanto restare a guardare tale spettacolo, che si prolungava poi per molto tempo nel duplicarsi sull’acqua delle tinte più impensabili che il cielo potesse inventare, mentre tranquillamente imbruniva verso la notte.
Ma ancora più bello per padre Pacomio era assistere, prima dell’alba, al tramonto della luna nei giorni in cui si avviava ad essere piena, quando, nella loro perenne rincorsa, il sole e la luna si trovavano, rispetto alla terra, ciascuno dalla parte opposta del cielo.
La vita di preghiera contemplativa offriva a padre Pacomio un privilegio che pochi purtroppo sapevano apprezzare: alzarsi prima dell’alba e godere dell’incanto di quell’ora, la più casta e umile del giorno. Sembrava fatta apposta per pregare, per rallegrarsi interiormente di quel momento in cui la natura dava l’impressione di trattenere il respiro. E nelle notti buie prima dell’aurora, come brillavano le stelle! Quelle che si vedevano nelle prime ore d’oscurità erano già tramontate, di modo che quelle dell’ultima vigilia della notte gli apparivano sempre accompagnate da sorpresa e novità.
Quante volte si era domandato se quell’ora era così bella perché Gesù l’aveva benedetta per sempre coll’averla scelta per la sua preghiera solitaria, oppure se era uscita, già bella così, nel primo mattino della creazione, quando Dio aveva separato le tenebre dalla luce e, proprio per questa sua bellezza, Gesù l’aveva scelta per riempirla della sua preghiera.
Il santuario non era un gioiello d’arte tale da richiamare folle di visitatori, tuttavia era citato nelle guide e, durante i mesi estivi, non erano rari i turisti che venivano a visitarlo.
Molto più dei turisti, però, erano i pellegrini. Il fatto che aveva dato origine al santuario non era un’apparizione famosa o che avesse suscitato scalpore. Forse poteva essere appena una leggenda. Ma il sorriso che quella giovane mamma col bambino in collo, intirizzita dal freddo, aveva rivolto al povero contadino che gli aveva offerto il suo mantello era così consono al modo d’essere della Madonna, così semplice e umile, e così bello - senza neppure una parola - che s’imponeva da solo per la sua verità! Non tanto per la sua verità storica, quanto per la sua verità intrinseca, della cosa in sé: in quel sorriso c’era tutta la realtà del cuore della Vergine, madre del bambino.
I pellegrini erano attratti da quel sorriso silenzioso e quel silenzio invitava soavemente a rivedere la propria vita alla luce di quella sorridente gratitudine e umiltà, che convinceva più di molte prediche riguardo alla benevolenza e alla misericordia di Dio. Molti chiedevano di confessarsi o anche solo, semplicemente, di poter raccontare a qualcuno che ascoltasse con gli orecchi della sorridente Madre del bambino, i propri dolori, i propri crucci, le proprie angosce.
I monaci, in prevalenza già piuttosto avanti negli anni, erano lì quasi da una vita e avevano, come regola, di essere sempre a disposizione, per le confessioni o per l’ascolto, a tutte le ore del giorno. E padre Pacomio, che era uno dei più anziani, avrebbe potuto aggiungere: disponibili anche a tutte le ore della notte. Nella sua lunga vita gli era capitato già più volte di aver ricevuto visite di notte. Lungo la storia erano stati molti coloro che avevano sentito, come Nicodemo, il desiderio di aspettare il buio per andare a trovare Gesù. Ora tali visite notturne accadevano quasi sempre d’estate e, per padre Pacomio, erano una delle cose più belle che questi mesi portavano con sé.
Come ho già detto, padre Pacomio era già avanti negli anni ed era in quella età in cui quasi tutti coloro che andavano a trovarlo per parlare o per confessarsi erano visti con quella benevolenza propria dei vecchi, che si rallegra per la vitalità, l’energia, l’entusiasmo, il desiderio di far cambiare il mondo di quelli più giovani di sé, cioè, per padre Pacomio, di quasi tutti! Chiamava la sua età, età dell’oro, perché si hanno occhi per saper vedere le tante perle preziose che arricchiscono il cuore delle generazioni più giovani.
A forza di vivere in quel santuario padre Pacomio aveva imparato, dalla Vergine del Sorriso, non solo a saper sorridere a tutti, ma anche a saper riconoscere e rallegrarsi del sorriso, perfino il più nascosto, che albergava nel cuore quasi di ognuno.
Un’altra cosa bella gli accadeva assai spesso: quella di rivivere - ascoltando le persone - le esperienze, i sentimenti, i turbamenti, le ansie, le speranze, le delusioni, i sogni, gli entusiasmi che avevano di volta in volta turbato, rallegrato, illuso o entusiasmato il suo stesso cuore. Quante volte gli era capitato di commuoversi, specialmente con i più giovani, al rivivere i dubbi e gli entusiasmi propri di quell’età, quando tutto è ancora futuro, tutto è ancora da scegliere, da decifrare, da possedere. Il suo ministero gli aveva dato occasione di poter rivivere innumerevoli volte la sua stessa vita, non negli avvenimenti esterni, ma nelle verità dei segreti del cuore.
E fu proprio in una mattina verso la fine di quell’estate che padre Pacomio ricevette la visita di Chiara. C’era con lei un ragazzo, che desiderava fare la sua conoscenza e poter parlare con calma di certe cose che gli stavano a cuore. Chiara glielo presentò come un suo compagno di scuola e caro amico. Si chiamava Emme ed abitava nello stesso quartiere. Erano in classe insieme da quattro anni, ma era stato soprattutto nell’ultimo e poi nel campo scuola in montagna che la loro amicizia s’era approfondita.
Padre Pacomio si mostrò molto contento di fare la conoscenza di Emme e rimase piacevolmente impressionato, quando Emme manifestò l’intenzione di lasciarli soli per non distoglierli dal loro colloquio e gli chiese di scegliere un giorno e un’ora in cui potesse tornare per parlare un po’ insieme. Padre Pacomio propose, se fosse stato d’accordo, il giorno dopo, ma non lo lasciò andare senza avergli prima premurosamente mostrato da vicino il quadro della Vergine del Sorriso. Non fu necessario che Chiara ed Emme scambiassero alcuna parola davanti a quel quadro perché padre Pacomio intuisse quante cose Emme già sapeva del cuore di Chiara!

 

Capitolo 18

Il santuario della Madonna del Sorriso era un po’ distante dalla casa di Emme. C’era un tram che arrivava fino all’estrema periferia. Bisognava scendere al capolinea e dopo c’era ancora un buon tratto da fare a piedi. Mentre Emme camminava per la strada ombreggiata da tigli, platani e ippocastani secolari, cercava di riordinare i pensieri per esporre a padre Pacomio il più comprensibilmente possibile la confusione che aveva dentro. Non era facile esprimere a parole ciò che sentiva, ma gli pareva di essere molto aiutato in questo compito dalla mediazione implicita ed invisibile di Chiara. Era stata lei, nella gita a Siena, con le sue confidenze, che aveva dischiuso a Emme il mondo interiore di chi si sente chiamato a consacrarsi al Signore. Emme vi era entrato dapprima come spettatore rispettoso, ma poi sempre più coinvolto in prima persona, anche se sempre convinto di continuare nel suo ruolo di ospite o, al massimo, di accompagnatore.
Così pure era stata Chiara la persona, unica al mondo, con cui s’era confidato riguardo a ciò che avveniva nel suo cuore. Beh, a pensarci meglio, è vero, c’era stato pure padre Luigi, ma quel colloquio notturno, faceva parte di lui non tanto per il ricordo diretto che ne serbava, quanto per l’interiorizzazione che ne aveva fatto, quando l’aveva raccontato a Chiara nel viaggio di ritorno in corriera dal campo scuola.
Tutti i passi che aveva dato in quel territorio interiore del mondo della vocazione, li aveva dati in compagnia di Chiara e con lei li aveva esaminati e commentati.
Ora che si apprestava ad affrontarli di nuovo nel racconto che ne voleva fare a padre Pacomio, si sentiva incoraggiato e rasserenato dal fatto che c’era già un’altra persona al mondo che li conosceva e ne condivideva con delicata partecipazione affettiva le tappe, i contenuti e gli interrogativi. Pensava di avere fatto veramente bene a scegliere padre Pacomio, che già conosceva il mondo di Chiara e gli pareva che ciò lo ponesse nella condizione migliore per essere capito.
Mentre Emme parlava, padre Pacomio sentiva il cuore traboccare. Ogni volta che un ragazzo o una ragazza venivano a raccontargli che Dio era diventato un interlocutore vivo della loro vita e che la sua presenza si era fatta insistente al punto da provocare turbamento e far nascere la domanda: "Perché mai?", provava un sentimento complesso, fatto di rallegramenti, di allerta, di interesse, di partecipazione, di compiacimento per l’inesauribile iniziativa di Dio, che continuava a seminare giovinezza, novità, fantasia, speranza, in questo mondo, che un osservatore superficiale e disincantato avrebbe volentieri qualificato come decadente, corrotto e in via di disfacimento.
Riviveva la sua esperienza di quando era ragazzo e Dio aveva cominciato a visitarlo con una frequenza che lo aveva in certo modo allarmato. Che avventura straordinaria era cominciata nel cuore! Si sovrapponevano poi, alla sua, le innumerevoli varianti personali che aveva ascoltato nelle confidenze dei tanti giovani che nel corso della sua lunga vita erano andati da lui.
Quante volte aveva tentato di decifrare quel complesso così intricato di sentimenti, ricordi, impressioni, interrogativi, soddisfazione, sorpresa e compiacenza, per chiarirlo a se stesso e dargli un nome! Nessun nome gli pareva migliore di questo: "traboccare del cuore".
Emme avvertiva in modo indefinibile, ma indubitabile, quanto intensamente padre Pacomio partecipava alla sua vicenda interiore con simpatia e interesse. Ciò lo rincuorava e gli rendeva più facile il racconto.
Mentre raccontava, avvolto dalla benevolente accoglienza di padre Pacomio, Emme stesso si dava conto che molte cose stavano cominciando a diventare per lui più comprensibili.
Quando ebbe finito, padre Pacomio restò per un po’ in silenzio. Un silenzio carico di comprensione e di senso. Cercava di definire a se stesso ciò che aveva capito e desiderava poter dire a Emme una parola che lo aiutasse a sapersi orientare e a comprendere il linguaggio che Dio stava usando con lui.
Com’era solito fare, cercava nel suo cuore, più che nella sua memoria, un passaggio della Scrittura che si potesse applicare alla situazione concreta e che servisse come punto di riferimento per un’interpretazione e un orientamento.
"Mi sembra di poter paragonare il tuo caso - cominciò padre Pacomio - alla situazione raccontata da Giovanni nell’Apocalisse, nella lettera che Gesù gli detta per la Chiesa di Laodicea: "Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno udirà la mia voce e mi aprirà, io verrò da lui, cenerò con lui e lui con me!". Mi pare che tu sia al punto in cui hai sentito battere e hai aperto la porta e hai scoperto che è Gesù quello che picchia. Sei nel momento in cui hai riconosciuto che è lui, ma sei un po’ turbato e preoccupato perché temi che ti inviti fuori, a uscire e ad affrontare con lui le strade del mondo. Ora questo ti fa paura e il solo pensiero ti mette sulla difensiva.
Ma, invece- e mi sento di poterti rassicurare - l’intenzione di Gesù è un’altra: non vuole che tu esca, è lui che vuole entrare per sedersi a tavola e cenare con te. La cosa che penso che tu debba fare per ora è soltanto quella di farlo accomodare e di godere della sua compagnia e conversazione mentre cenate insieme. Non ha seconde intenzioni: è una visita di pura amicizia. Ha desiderio di approfondire e chiarire la conoscenza e l’affetto reciproco".
Queste parole entrarono come un balsamo nel cuore di Emme. Gli pareva di aver già cominciato a capire la stessa cosa, mentre raccontava la sua storia a padre Pacomio. Ed ora, che se la sentiva dire da un’altra persona, anzi da un uomo di Dio, una pace profonda lo investiva, una pace che aveva gli stessi colori della verità.
Gli venne una gran voglia di sostare in chiesa prima di incamminarsi verso casa, per andare a restituire il sorriso alla Madonna.
E quando, dopo aver ringraziato e salutato padre Pacomio ed avergli chiesto se poteva ritornare altre volte a parlare con lui, andò proprio sotto il quadro della Vergine per ricambiarle il sorriso, s’accorse, non senza una certa sorpresa e soddisfazione, che anche il bambino che lei aveva in braccio gli stava tranquillamente sorridendo.

 

Capitolo 19

L’anno scolastico ricominciò come sempre, con un po’ di nostalgia per le vacanze che finivano e con quella carica di giovanile energia, che sboccia e cresce rigogliosamente al solo ritrovarsi insieme con tanti amici, dopo un periodo di separazione.
La classe di Emme si riunì al completo: tutti erano stati promossi. Aumentava però di due unità. Il primo ripetente era un ragazzo, che aveva il temperamento da artista e dipingeva molto bene, ma che, come a volte accade ai pittori, si lasciava trasportare più dall’estro e dall’ispirazione che dagli impegni di frequenza e di studio. Il secondo invece era stato bloccato dalla malattia. Aveva perso più di tre mesi di scuola a causa di una leucemia che era stata diagnosticata all’inizio della primavera. La chemioterapia aveva, alla fine, avuto la meglio e i medici davano speranza che potesse farcela, con una terapia di mantenimento, frequenti controlli e una vita regolata come un orologio.
I due nuovi arrivati furono accolti nel gruppo con molta amicizia e ben presto furono integrati in tutto e per tutto. Entrambi, poi, seppure con molta diversità, avevano una personalità spiccata e ciò contribuì parecchio e far crescere lo "spirito della classe".
Erano tutti, in blocco, diventati i "seniores" dell’Istituto e ciò dava a loro la prerogativa di essere guardati con una certa riverenza dai più giovani e, da parte dei professori poi, ricevevano, non senza un’evidente soddisfazione, quel certo rispetto e quella considerazione che si è soliti offrire ai figli maggiori.
Si era all’inizio dell’ultimo anno, durante il quale era necessario fare la scelta del proprio futuro. Da ciò che avrebbero deciso in quell’anno sarebbe dipeso, praticamente tutto i resto della loro vita. Ciascuno, è chiaro, avrebbe potuto ancora cambiare rotta negli anni futuri, ma ciò solo al prezzo di perdere, in certo modo, un tempo importante ed arrivare, con ritardo sugli altri, alla meta desiderata.
Anche se non sempre in forma esplicita, questa consapevolezza, tuttavia, guidava i pensieri di ognuno e si ripercuoteva, anche inconsciamente, nel modo di fare e di essere degli alunni dell’ultimo anno.
Emme, poi, sentiva in modo particolarmente acuto questa situazione perché, durante quella memorabile estate, aveva preso coscienza che la vita non era solo professione e che, anche al di fuori di una possibile vocazione di consacrazione a Dio, esistevano dimensioni di impegno e di scelte che raggiungevano il centro della sua persona e modellavano fin dalla radice lo stile di vita, gli atteggiamenti e perfino i pensieri di ogni momento.
L’incontro con padre Pacomio gli aveva dato molta pace interiore e l’aveva tranquillizzato in relazione a quell’ansietà che lo prendeva ogni volta che, per esprimerla con l’immagine usata dal padre, aveva paura che quel Gesù che batteva alla porta, lo facesse per farlo uscire con lui sulla strada e non soltanto per farsi invitare ad entrare per trattenersi a cena.
Anche a Chiara era piaciuto quell’esempio ispirato dal brano dell’Apocalisse. Emme gliel’aveva raccontato, per quel desiderio, che cresceva col crescere dell’amicizia con lei, di confidarle il suo mondo interiore.
A dire il vero anche Chiara lo applicava a sé, ma in un modo differente da quello di Emme. Quando lei era andata alla porta ed aveva visto Gesù che bussava, non le era passato per la testa neppure per un momento di poter essere invitata ad uscir fuori per la strada con lui.
La vita che l’attraeva era quella contemplativa e il poter interpretare questo suo desiderio come un bussare del Signore che chiedeva di entrare e fermarsi, appena per il gusto di stare insieme, non solo la soddisfaceva, ma le pareva che fosse la grande verità della sua vita. Sentiva tutto ciò ogni giorno più intensamente e non sapeva più dire quando e in che modo le fosse nato dentro. Com’erano azzeccate quelle parole: "Io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me"! Era proprio in questo che le sembrava consistesse il centro della vita contemplativa!
Aveva seguito - con l’entusiasmo caratteristico dell’inizio e poi con la paziente perseveranza delle cose che devono durare per sempre - il consiglio di padre Pacomio, di mettere amore in tutto quello che faceva, perché Dio è amore e solo così si può imparare a conoscerlo come veramente è. Ed ora capiva che fare tutto con amore coincideva col fare entrare Gesù e farlo sedere a tavola per cenare insieme.
Poco dopo l’inizio delle lezioni Emme compiva gli anni e Chiara, per la prima volta da quando erano compagni di scuola, pensò di fargli un regalo. La loro amicizia era speciale, differente da tutte le altre che aveva, e lo speciale le pareva consistesse nel fatto che il loro mondo, la regione dello spirito nella quale si incontravano, si vedevano e si parlavano era la stessa in cui si incontravano, si vedevano e parlavano col Signore. La sua presenza era evidente e contribuiva non poco a far nascere nel loro cuore quella semplice e pura gioia che accompagnava ogni loro incontro e colloquio.
Ci voleva un regalo adatto, per il compleanno, un regalo più spirituale che materiale. Decise di comprare uno di quei biglietti d’auguri con disegni simpatici sul frontespizio e due pagine bianche all’interno. Fece con l’inchiostro di china colorato una specie di cornice e poi vi scrisse con lettere eleganti e ricercate la frase citata da padre Pacomio: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno udrà la mia voce e mi aprirà la porta, io verrò da lui e cenerò con lui e lui con me". Lo mise in una bella busta e lo consegnò ad Emme, la vigilia del suo compleanno, al momento di separarsi dopo il solito tratto di strada fatto insieme dal ritorno da scuola. "Questo è il mio regalo per te. - gli disse - Aprilo solo domattina quando ti alzerai, nel giorno proprio del tuo compleanno".
Quando Chiara entrò in casa e andò in camera per lasciare i libri, vide che aveva lasciato sparsi sul tavolo dei fogli che le erano serviti per fare varie prove di calligrafia per il biglietto d’auguri ad Emme. L’ultimo era rimasto in cima agli altri e conteneva solo le parole "cenerò con lui e lui con me". Si fermò un istante a guardarlo e rimase colpita da un particolare cui non aveva fino ad allora badato. Il testo le pareva contenesse una ripetizione ridondante: dopo aver detto cenerò con lui, aggiungeva e lui con me. Nel linguaggio di tutti i giorni lei, o chiunque altro, parlando con un interlocutore, avrebbe detto soltanto "cenerò con te", oppure "ceniamo insieme". Perciò quel cenerò con lui con l’aggiunta "e lui con me" la colpivano.
Non poteva essere una semplice svista di stile. Quella era parola di Dio e Chiara pensava che se san Giovanni, ispirato dallo Spirito Santo aveva scritto così, ci doveva essere un motivo. Provò a paragonare l’effetto che le faceva leggere soltanto "cenerò con lui" e subito dopo "cenerò con lui e lui con me". In effetti quell’aggiunta dava un significato più intimo. Per assaporarlo meglio provò a ripetere la frase come se fosse diretta a lei stessa: "Cenerò con te, Chiara, e tu con me". Sentiva che c’era un’intimità più profonda, era vero! Sentì il bisogno di sedersi e di ripeterla. Aveva l’impressione che Gesù stesso fosse entrato nella stanza e le dicesse per davvero quelle parole. Com’era contenta che il Signore desiderasse cenare con lei! Lo sentiva come un suo desiderio, suo di Gesù, che, per poterlo realizzare, faceva il primo passo: bussava, entrava e dichiarava di voler fermarsi per la cena. Ma aggiungendo poi "e tu con me", le faceva capire che avrebbe desiderato che anche lei avesse un egual desiderio, che ci teneva che anche a Chiara importasse cenare con lui, e che per Chiara lui fosse importante, una persona amica e cara con la quale fosse bello cenare con intimità e conversare a tu per tu.
Più si ripeteva quella frase nel cuore e sulle labbra, più capiva che altro non era che una delicata maniera per chiederle di essere riamato. In fondo non c’era poi tanta differenza con le parole dirette a Pietro sul lago di Tiberiade: "Pietro, mi ami tu?".
Mentre questo pensiero le attraversava la mente, si ricordò dell’altare in pietra nella chiesa delle monache dove andava ogni tanto ad assistere al canto dei Vespri. Rivedeva nella memoria quella scultura che raffigurava Gesù che chiedeva a Pietro "mi ami tu?". Sentiva il canto, riviveva lo spirito di preghiera, riviveva la silenziosa attrattiva che l’attirava ad unirsi alle suore dal di fuori delle grate e la domanda che da tempo rivolgeva a se stessa: "Sarà la mia strada?".
"Cenerò con te, Chiara, e tu con me". Non era forse una risposta al suo interrogativo? Chiara era rimasta sorpresa dalla direzione che avevano preso i suoi pensieri a ripetere quella frase come diretta a sé.
Era troppo bello considerare quel "cenerò con te, Chiara, e tu con me" come la risposta vera al suo chiedersi se Gesù la chiamasse sul serio a farsi monaca di clausura.
Per di lì s’inclinava il suo cuore, ma ciò le dava il timore di potersi lasciar portare dall’eccesso d’entusiasmo e considerare sufficientemente chiarita la volontà del Signore, solo per quell’impressione che aveva avuto al ripetersi "cenerò con te e tu con me!".
Pensò che non era prudente trarre subito conclusioni, ma non poté fare a meno di registrare nella memoria e, soprattutto nel suo cuore, quell’episodio come uno straordinario contributo per far pendere ulteriormente la bilancia per il sì.

 

Capitolo 20

La mattina del suo compleanno Emme si svegliò che era ancora buio. La prima cosa di cui prese coscienza fu la contentezza del suo cuore. Subito si ricordò che quello era il giorno in cui era nato, e che compiva i diciotto anni, che era festa in famiglia e che avrebbe ricevuto gli auguri di tutti e pure qualche regalino.
Ma sentiva che c’era anche un altro motivo di gioia, che, in quella mattina, si aggiungeva agli abituali. Non ci volle molto per individuarlo: era il "regalino" di Chiara. Aveva lasciato la busta sul tavolo, per poterla trovare subito appena sveglio. L’aprì e lesse il contenuto.
Al primo sguardo capì che quel biglietto conteneva gli auguri di due persone, ed esprimeva il bene che gli volevano.
La prima evidentemente era Chiara e l’essenza del regalo consisteva nel voler fargli sapere che aveva inteso come quella frase citata dal padre Pacomio fosse stata ricevuta da lui come venuta dal Signore stesso e come gli avesse dato serenità interiore e pace e quanto ella se ne rallegrasse. E poi c’era il biglietto, scelto fra mille e l’eleganza della cornice e delle lettere usate. Ogni particolare sottolineava la verità di quel regalo: "Io, Chiara, sono contenta per la tua contentezza".
La seconda persona che gli mandava, per quel mezzo, gli auguri, era il Signore in persona. In fondo la frase era sua, ed era perché era lui a dirla, che essa era tanto importante per Emme. Poco importava che gli arrivasse per via indiretta: quante volte il Signore non aveva usato, per recapitare un suo messaggio, un angelo o un profeta?
Emme si rallegrò a questo pensiero. Aveva già trovato, senza fatica, un modo simpatico per ringraziare Chiara: dirle che era stata per lui come un angelo o un profeta!
La contentezza del mattino l’accompagnò per il giorno intero e, fra tutti i regali ricevuti, la frase di Gesù era stato il più significativo e importante.
Riuscì a trovare l’occasione per ringraziare Chiara a quattr’occhi, e lei gli raccontò delle ripercussioni che il particolare "io cenerò con lui e lui con me" avevano provocato nel suo animo. Si trattava ora di vivere, di mettere in pratica ciò che quelle parole avevano significato per ognuno dei due.
Emme, in particolare, aveva perso la paura di essere invitato ad uscire fuori con Gesù, cioè, in altre parole, di ricevere la vocazione. Aveva cominciato a fare entrare Gesù e a farlo sedere alla sua tavola, e gli piaceva stare insieme con lui, cenare con lui e anche, per restare nella metafora, trattenersi dopo cena a conversare.
Coi primi mesi di scuola era ripresa anche la vita parrocchiale ed Emme e Chiara, nonostante fosse l’anno della maturità, avevano accettato di continuare a seguire i gruppi delle medie.
All’inizio delle attività il parroco aveva rinnovato l’invito a tutti coloro che ricoprivano un posto di responsabilità in parrocchia, di partecipare alla messa ogni giovedì. Era, come diceva lui, "l’incontro del giovedì" e chi non poteva essere presente in parrocchia avrebbe potuto partecipare in qualunque altra chiesa, secondo gli orari e la zona del lavoro o della scuola.
Emme solo poche volte aveva accolto l’invito negli anni passati, ma dopo il colloquio col padre Pacomio, qualcosa era cambiato in lui, e gli parve bene seguire l’esempio di Chiara che, da un anno o due era assidua a quell’incontro.
I mesi passavano ed ormai era arrivato l’inverno.
Emme era ritornato una volta o due a trovare padre Pacomio e si era consolidata in lui la pace interiore e la contentezza che gli veniva dallo stare insieme al Signore. Sparito il timore di poter avere la vocazione, si trovava bene a far entrare Gesù in casa sua e cenare con lui. Ripensava con soddisfazione ora - e con gratitudine - a quello sguardo che il crocifisso della chiesetta del mille, sui colli, gli aveva rivolto qualche mese prima.
La persona di Gesù, così com’era raccontata nei Vangeli e così come la trovava nella preghiera, nell’incontro del giovedì, o come gli veniva in mente all’improvviso durante il giorno, nei posti più imprevedibili: a scuola, o in tram, o in biblioteca, o per la strada conversando con gli amici, o perfino mentre si faceva la barba, guardandosi allo specchio, gli diventava sempre più familiare e amabile.
Stava nascendo un’amicizia personale con la persona di Gesù.
L’aiutava molto in questo la vicinanza di Chiara e le confidenze che ora si scambiavano con molta più facilità e libertà interiore.
A Chiara pareva di diventare sempre più sicura che Gesù le stesse, in certo modo, facendo la corte e la invitasse soavemente - lasciandola tuttavia in totale libertà - ad offrirsi a lui per sempre in nozze spirituali.
Il sentimento, anzi la certezza dell’assoluto rispetto di Gesù per la sua libertà, le pareva essere la garanzia più sicura che l’autore di quest’attrazione a consacrarsi totalmente scaturisse direttamente da lui.
Ne aveva parlato col padre Pacomio più volte, dandogli la gioia di scoprire come lei, istintivamente, pur così ancora giovane e ingenua, avesse saputo individuare con sicurezza una delle caratteristiche più vere del modo di fare di Dio: lasciare all’amato la certezza di coscienza di restare totalmente libero.
Ciò costituiva per padre Pacomio una certa garanzia che Chiara stesse ricevendo una vera vocazione: quel capire al volo le cose di Dio non le poteva venire che dall’averlo incontrato davvero nel suo cammino.
Anche Emme, seppure senza darsi conto del come e del perché, capiva che nella vita di Chiara c’era sempre più forte ed evidente un non so che di relazionato strettamente con Dio. Stava cominciando a convincersi anche lui che Chiara avesse sul serio la vocazione ed ogni volta che ci pensava gli pareva che fosse una gran bella cosa e ne provava contentezza.
Da quando s’era tranquillizzato che il bussare di Gesù alla sua vita era una questione di pura amicizia, senza seconde intenzioni, il giro di pensieri sulla vocazione aveva smesso di provocargli disagio e ansietà. Una volta che tale realtà non lo riguardava più direttamente, era anzi bello fermarsi a pensare sulla scelta che Gesù faceva di qualcuno e di come lo attrasse in un’intimità di amicizia sempre più profonda e gratificante.
Questo era almeno ciò che gli pareva di capire vivendo accanto a Chiara in classe e in parrocchia. Sì - si diceva - per Chiara era davvero una bellissima avventura interiore quella che stava vivendo. Se ne rallegrava, era contento per lei e, per il bene che le voleva, quella cosa bella che le stava capitando, era bella anche per lui.
Avere la vocazione doveva essere molto bello - concludeva - ma, per esserlo, bisogna averla per davvero...

 

Capitolo 21

Arrivò il mese di dicembre. Le prime nevicate furono abbondanti e tutta la città si coprì di bianco. La neve portava sempre con sé un qualcosa che disponeva l’animo ad un misto di allegria e di sensibilità più gentile. Questo era, almeno, ciò che avvertiva Emme.
La prima domenica di dicembre coincideva con l’inizio dell’Avvento.
Quell’anno il vescovo aveva invitato tutti i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie a venire in cattedrale per la messa vespertina del sabato sera, per iniziare l’Avvento insieme a loro.
L’invito fu ricevuto con un po’ di sorpresa e con molto entusiasmo dai bambini e dai ragazzi. Il parroco si fece in quattro per la propaganda nelle famiglie e, visto che il gruppo era consistente, mobilitò anche alcuni genitori perché aiutassero Emme e Chiara e gli altri incaricati ad accompagnare i piccoli.
Il freddo era pungente e cadeva un nevischio gelido che ogni tanto invadeva i portici, trasportato da folate di vento. Nonostante il tempaccio, però, nessuno restò a casa - anzi! - quelle condizioni rendevano l’avventura ancor più interessante e bella. Quando arrivarono, la cattedrale era già tutta illuminata e il riscaldamento produceva un tepore che dava un gradevole senso di benessere, ingigantito dal fatto che si passava in meno di un attimo dal disagio della strada all’accogliente atmosfera della chiesa. La grandezza delle sue dimensioni e la solennità delle colonne attutiva ogni rumore e invitava impercettibilmente al silenzio e al rispetto. L’enorme organo, pur suonando pianissimo, ne riempiva colla sua delicata potenza ogni minimo recesso.
I bambini rimasero incantati da quelle impressioni così belle e inusuali, e lo mostrarono col loro comportamento silenzioso e disciplinato. Le varie parrocchie arrivavano a poca distanza una dall’altra ed ognuna aveva già il suo settore riservato, cosicché tutto si svolse nel modo più ordinato che si fosse potuto immaginare.
Anche Emme e Chiara e i genitori rimasero colpiti dalla sacralità e dalla solennità della loro cattedrale: sembrava che in quella sera ci fosse un non so che di nuovo e affascinante. La messa cominciò e i canti, eseguiti a voci spiegate da quella moltitudine di bambini, riempivano di giovinezza esuberante quelle vetuste strutture secolari.
Il vescovo aveva un dono speciale per saper parlare ai piccoli e l’omelia, intercalata da domande e risposte in coro e - ad un certo punto - perfino da un battimani, riscaldò i cuori non solo dei ragazzi, ma anche di tutti gli adulti presenti.
Ogni tanto Emme dava uno sguardo a Chiara, all’altra estremità del gruppo, per cercare di capire i suoi sentimenti. L’atmosfera di preghiera e di sacralità erano quasi palpabili ed Emme pensava che Chiara si doveva sentire particolarmente toccata, poiché egli immaginava che in convento, nella vita consacrata alla preghiera e alla liturgia cantata e solenne, si dovessero vivere molto frequentemente sentimenti ed esperienze simili a quella.
Che bella vocazione doveva essere quella contemplativa! - pensava Emme tra sé -. Tuttavia avvertiva che le monache di clausura non potevano direttamente gustare l’altra dimensione che gli riempiva il cuore in quel momento: l’esperienza concreta del contatto immediato con gli altri membri della Chiesa, l’esperienza della vicinanza fisica, che dava un aspetto ben concreto e palpabile alla fede del far parte del Corpo concreto di Cristo.
In fondo anche l’essere un fedele laico era una bella vocazione! Questo pensiero lo rallegrò molto, sia perché era davvero una bella cosa in sé e sia perché - ma questo pensiero restò un po’ imbrigliato nel subconscio - lo metteva in certo modo al riparo dal ricevere la vocazione d’essere sacerdote.
Con questa contentezza nel cuore seguì il resto della messa. Poche volte gli era capitato di partecipare alla liturgia con tanta intensità.
Venne il momento della Comunione. Chiara andò per prima con le bambine e restò presso i gradini del presbiterio anche quando fu l’ora dei maschi. Emme invece era rimasto nella navata ad accogliere quelli che voltavano e per farli rientrare con ordine, ciascuno al proprio posto.
La loro parrocchia era tra le ultime ed Emme, quando arrivò all’altare, fu l’ultimo di tutti e ricevere la Comunione.
Si girò per ritornare al suo posto e fu esattamente in quell’attimo in cui si voltava, in cui non era più all’altare e non era ancora ritornato tra l’assemblea - l’unico istante in cui si trovava da solo - che sentì in sé una parola, senza voce né suono, ma senza ombra di dubbio, che gli diceva con tutta semplicità: "Un giorno sarai sacerdote!".
Era l’ultima cosa che si sarebbe potuto aspettare, eppure non sentì nessuna emozione, non fece nessun gesto esteriore, né gli sussultò il cuore. Non provò paura, né sgomento, né ripugnanza, né - e ciò lo sorprese molto - nessuna meraviglia.
La cosa non poteva essere accaduta più semplicemente, né più chiaramente. Durò soltanto il tempo che era necessario a una persona per poter pronunciare quelle quattro parole. Poi silenzio. Silenzio interiore e silenzio esteriore.
Emme ritornò al suo posto come se nulla fosse accaduto. E, di fatto, non era accaduto nulla, né nel sentimento né nell’emozione. Si meravigliava di se stesso e si chiedeva che potesse essere una cosa così: la più inattesa, la più insperata e al tempo stesso la più temuta della sua vita.
"Un giorno sarai sacerdote". Cosa voleva dire in concreto? Che aveva ricevuto la vocazione? Che gli era richiesto di far qualcosa di specifico? Che doveva dirlo a qualcuno, fare dei passi? Non c’era risposta per ora. Doveva soltanto riconoscere che si era sentito dire "Un giorno sarai sacerdote", e null’altro più.
Emme rimase molto concentrato nel ringraziamento dopo la Comunione. Gli era rimasto solo il ricordo di quelle parole: nessun entusiasmo, nessuna gioia particolare, ma neppure alcuna paura o ripugnanza.
Gesù si era seduto a tavola con lui ed ora gli chiedeva di sedersi lui pure a tavola. Aveva voglia di fare insieme una cena e di conversare a tu per tu.
Poteva star certo che il discorso sarebbe continuato, ma soltanto a suo tempo. Per il momento era sufficiente così.

 

Capitolo 22

Durante i percorso per ritornare in parrocchia Emme non parlò con nessuno, al di fuori delle poche parole richieste dalle circostanze del cammino. Salutò Chiara con una stretta di mano e un "ciao, a domani!".
Non gli era neppure passato per la mente di parlarne con lei. Sentiva che quello era un segreto che doveva rimanere tale fino a quando avesse capito che era giunto il tempo di confidarlo a qualcuno.
Neppure a padre Pacomio gli pareva che fosse bene raccontarlo. Doveva prima capire un po’ di più cos’era realmente successo e quale fosse il significato per lui.
La cosa che più lo colpiva era la mancanza di reazioni emotive. Né gioia, né paura e neppure - a pensarci bene - vera sorpresa. Appena l’impressione di una cosa inaspettata.
E poi, nonostante fosse stata un’esperienza chiarissima in sé, la sentiva come enigmatica. Qual era il suo significato? Non ne aveva idea.
L’unica cosa da fare era quella di prenderne atto e di restare pazientemente in attesa.
Gli venne in mente l’episodio della Vergine di Nazareth di nome Maria, che, quando ricevette il saluto dell’angelo, restò perplessa e si andava chiedendo che cosa mai significassero quelle parole. Davvero non rimaneva che aspettare. Anche per lui, come per Maria, il tempo e gli avvenimenti avrebbero portato la risposta.
Quella notte Emme dormì tranquillo, come se niente fosse accaduto. Quando si svegliò, il primo pensiero, tuttavia, fu il ricordo della sera anteriore in cattedrale.
Andò a farsi la barba e, mentre si radeva, guardandosi nello specchio, disse a mezza voce, rivolto verso la sua immagine: "Un giorno sarai sacerdote".
La prima reazione che ebbe fu quella che salì dai recessi più nascosti del suo cuore. Era sotto forma di domanda:
- "Queste parole sono l’equivalente della vocazione o no?".
Qui stava il nocciolo vero della questione. La notte gli aveva portato consiglio, ed ora gli pareva di vedere tutto più chiaro. Più chiaro, o forse, anzi, più confuso, perché a quella domanda aveva timore di dare una risposta.
Da un lato avvertiva che non c’era molto da interpretare sul significato della frase. Più chiaro di così come poteva essergli annunciato il suo destino? Chiunque avrebbe concluso che era una vocazione addirittura formale.
Eppure Emme non ne era sicuro. E ciò che lo faceva dubitare era il fatto che non c’era in lui nessuna corrispondente attrattiva. Anzi, continuava tuttora a sentire ripugnanza per essere prete.
Sentiva istintivamente di aver ragione: non c’era alcun motivo di allarme. Prendere la decisione di lasciare da parte qualunque altro progetto di vita e di dire in casa, al parroco, a padre Pacomio e alla stessa Chiara che voleva entrare in seminario a causa di aver sentito quella parola interiore, gli pareva un po’ esagerato.
Se quelle parole erano il segno vero della sua vocazione a farsi sacerdote, il Signore avrebbe dovuto riempirgliene di desiderio e attrazione il cuore.
Fintanto che quel cammino continuava ad essere per lui causa di ripugnanza, avrebbe mantenuto la decisione pratica di considerare quelle parole come non probative di vocazione.
Il venerdì seguente era la festa dell’Immacolata e, dato che nel calendario non c’era la festa della Madonna del Sorriso, s’era consolidata la tradizione, al santuario, di fissare la celebrazione per l’Immacolata.
Il sorriso del vecchio contadino che le donava il suo mantello era stato offerto d’inverno, sotto la neve, e per l’8 dicembre s’era appunto d’inverno e spesse volte pure nevicava.
A Chiara venne in mente di invitare Emme ad andare alla festa del santuario per rallegrarsi con la Madonna e per fare gli auguri a padre Pacomio. Ad Emme parve un’ottima idea, poi- chissà - forse qualcosa si sarebbe potuto chiarire per intercessione della Vergine del Sorriso.
Fin dal primo mattino era cominciato a nevicare. Quando il tram arrivò al capolinea, dei pochi passeggeri rimasti, solo Emme e Chiara si diressero verso il santuario. C’era un grande silenzio tutto intorno, reso più evidente dai fiocchi di neve che scendevano lentamente senza alcun desiderio di smettere.
Si incamminarono sotto i rami secchi degli alberi secolari, riparandosi con l’ombrello.
Dopo una breve sosta all’inizio del viale per lasciarsi penetrare gli occhi e il cuore da quello scenario d’incanto, Chiara ruppe per prima il silenzio. Non c’era nessuno lì intorno. Raccontò ad Emme della felicità interiore che l’accompagnava praticamente sempre e che era cominciata in occasione di quel biglietto di auguri con la frase di Gesù, che gli aveva regalato per il compleanno. Le pareva che la gioia che le dava l’aver penetrato il significato di quel "cenerò con lui e lui con me" fosse un segno di conferma e di incoraggiamento per il suo sentirsi attratta dalla vita contemplativa. Sentiva però il bisogno di confidare ad Emme il dubbio che quella contentezza interiore potesse ingannarla sulla verità della vocazione.
Gli chiedeva un parere: se non fosse imprudente dar ascolto a una gioia così insolita come intensità e così prolungata come durata.
"Non può bastare l’attrattiva e il sentimento - diceva Chiara -, c’è il rischio di entrare in convento per cercare consolazione e felicità e non per rispondere ad un invito la cui iniziativa parta dal Signore. Oh, come sarebbe bello poter sentire la voce di Gesù che mi dice: "Chiara, tu sarai suora", senza tutta questa gioia che mi confonde un po’ le idee. Penso che avrei molto meno rischi di sbagliare. Tu cosa ne dici, Emme?
Il cuore di Emme sussultò a sentire la domanda. Si chiese se era lui ad aver sentito quelle parole in cattedrale per poter illuminare Chiara, o se era Chiara che aveva ricevuto quella gioia interiore per rispondere ai suoi interrogativi.
Si fermò e si girò verso di lei per guardarla negli occhi. Avrebbe voluto raccontarle tutto, ma un istinto interiore glielo impediva. La riflessione al riguardo non era ancora sufficientemente matura per poter farne parte a chicchessia.
"È difficile darti una risposta - si limitò a dire -. Bisogna rifletterci su un po’, prima. Comunque penso che non sia poi tanto facile per nessuno capire quando gli è arrivata davvero la vocazione".
"Hai ragione - disse Chiara -, è un po’ complicato..."
Continuarono in silenzio fin quasi al santuario. Poi Chiara si girò verso Emme.
"Cosa ne dici se ne parlassimo al padre Pacomio insieme?" "Perché no? - risposte Emme - Oggi, con questa neve, deve arrivare poca gente e dopo la messa, forse, potrebbe avere tempo."
Appena entrati in chiesa s’incrociarono, neanche a farlo apposta, con padre Pacomio, che stava uscendo dal confessionale per andare in sacrestia per la preparazione immediata della messa.
Gli andarono incontro e gli fecero gli auguri di Buona Festa. Il vecchio monaco rimase sorpreso e un po’ commosso che questi due giovani, ancora ragazzi, avessero avuto un pensiero così gentile ed avessero sfidato quella nevicata per arrivare sin lì, all’estremo limite della città, per festeggiare la Madonna e fargli gli auguri.
Venite - disse - vi voglio mostrare da vicino i paramenti ricamati con filo d’oro quasi duecento anni fa e il calice, che è una vera opera d’arte. Li usiamo solo per la festa d’oggi, per Natale, Pasqua e Pentecoste. E dopo andiamo insieme sotto il quadro della Madonna del Sorriso. Anche lei avrà piacere di ringraziarvi da vicino per essere venuti ad augurarle Buona Festa di persona.
Tutto sembrava vibrare di gioia nel santuario, non solo padre Pacomio e il padre Priore, che avevano trovato in sacrestia. Le candele, i muri, le colonne, l’altare, i tappeti e tutte le cose che si usano definire inanimate, sembravano essere vive, dotate di uno spirito, lo spirito della festa.
Tutto ciò fece venire in mente a Chiara un salmo che aveva cantato più volte nei vespri domenicali con le monache di clausura, dove si diceva:
"Quando Israele uscì dall’Egitto,
i monti saltellarono come arieti,
le colline come agnelli di un gregge.
Perché voi, monti, saltellate come arieti
e voi, colline, come agnelli di un gregge"?
Le pareva che tutte le cose del santuario facessero le prove in vista dell’esultanza che avrebbe percorso la creazione intera nel giorno in cui la Gerusalemme celeste sarebbe scesa dal cielo fulgente e gioiosa come sposa adornata per il suo sposo!
In fondo, Gesù non era già risorto e la nuova creazione non era già cominciata?
Ma più di tutto splendeva di gioia il sorriso della Vergine Maria e del suo bambino, avvolti nel mantello del vecchio contadino.
Tutto era in unisono con la gioia del suo animo, ma, invece di darle totale libertà ed esultanza, quell’impetuoso torrente interiore ed esteriore le metteva addosso un po’ di paura. Era il timore che tutto ciò potesse essere una tentazione - una tentazione ben strana in effetti, ma tuttavia vera tentazione - per distoglierla dal suo vero cammino.
Aveva paura che seguire quella gioia potesse essere seguire se stessa e non seguire Gesù.
Guardava la Vergine del Sorriso. Chiedeva luce e sapienza a lei. Lei, così sorridente, non avrebbe potuto ingannarla: quegli stessi occhi che ora sorridevano tanto, erano stati già pieni di lacrime, quando la spada le aveva trapassato l’anima.
Anche Emme guardava la Madonna negli occhi e pregava in silenzio. Un silenzio di pensieri. Non sapeva neppure bene cosa stesse chiedendo. Gli pareva di portare in sé una verità, che però gli era nascosta, che avrebbe voluto conoscere, ma che, al tempo stesso, aveva paura di conoscere per davvero. Lui stesso era la sua preghiera. Non c’era alcun bisogno di parole per farla!
Padre Pacomio li guardava entrambi e, da vecchio conoscitore del cuore umano, non aveva bisogno di una grazia speciale per immaginare cosa stesse passando nell’animo di quei due ragazzi.
Mentre si accingevano a scendere dalla scala dietro l’altare anche lui rivolse uno sguardo alla Vergine. Uno sguardo di amichevole intercessione in favore di ciò che essi avevano chiesto.
Una volta in sacrestia, Chiara chiese al padre se dopo la messa avesse un po’ di tempo, perché avevano bisogno di parlargli tutt’e due insieme.
"Molto volentieri!" rispose loro affabilmente.
La messa solenne fu celebrata dal padre Priore, con l’assistenza del padre Pacomio e di un diacono. Emme e Chiara vi parteciparono dal primo banco.
Più volte padre Pacomio li guardò dall’altare, ogni volta rinnovando la sua supplica per poter avere dallo Spirito Santo sapienza e intelligenza per il colloquio che li attendeva.
Alla fine della Messa padre Pacomio venne a prenderli dai banchi e li condusse in una stanza con una finestra e una porta a vetri che davano sul chiostro.
Chiara espose per filo e per segno tutta la storia, con una semplicità e un candore che facevano giubilare il cuore di padre Pacomio. La giovinezza dello Spirito Santo usciva da tutti i pori di quel racconto e il padre quasi la vedeva coi suoi occhi.
Chiara raccontò della frase di Gesù nell’Apocalisse, del regalo per il compleanno di Emme e del particolare del "lui con me", che tanto l’aveva colpita, della gioia che non l’aveva più lasciata e del timore che si potesse ingannare a trarne conclusioni.
E infine ripeté le parole dette ad Emme nel viale quella mattina, che cioè sarebbe stato più sicuro se, invece di tanto giubilo interiore, avesse potuto sentirsi dire: "Chiara, un giorno sarai suora".
"Emme però non ne era tanto convinto - concluse Chiara - ed è rimasto molto perplesso. Così abbiamo deciso di sentire il suo parere".
Emme aveva seguito l’esposizione con molta partecipazione interiore. Mentre Chiara parlava, quelle quattro parole ricevute in cattedrale gli stavano fisse nella mente, come se facessero da sfondo alla storia che Chiara raccontava.
Seguì un silenzio abbastanza prolungato, com’era solito accadere quando si parlava con padre Pacomio. Emme si chiedeva se avesse dovuto raccontare ciò che aveva vissuto in cattedrale e delle ripercussioni sul suo cuore. Se doveva rivelare il suo segreto, quelle erano certamente le due persone che lo potevano ricevere e capire e, d’altronde, non avrebbe potuto presentarsi un contesto più opportuno.
Proprio mentre padre Pacomio stava per chiedergli cosa ne pensasse, Emme lo precedette e cominciò a raccontare ciò che gli era accaduto, premettendo che era la prima volta che ne parlava a qualcuno e che non aveva ancora finito di meditarci su, visto che non era passata neppure una settimana.
Oltre a quelle parole "un giorno sarai sacerdote", Emme ci tenne particolarmente a sottolineare quanto importante fosse anche l’interpretazione che lui ne aveva dato: che quelle parole, cioè, non erano equivalenti a vocazione. Ci mancava un qualcosa, che non aveva ancora ricevuto e che le confidenze di Chiara gli avevano fatto capire che non poteva consistere nella gioia e nell’attrattiva del cuore, come aveva peraltro cominciato a pensare mentre rifletteva in casa.
Il racconto di Emme illuminò il cuore di Chiara anche se le chiudeva una possibile soluzione. Era evidente che la verità stava più in là ancora.
Padre Pacomio cercò istintivamente con gli occhi il grande crocifisso appeso alla parete di fronte al chiostro. Il candore della neve proveniente dall’ampio giardino illuminava più del solito il volto di Cristo coronato di spine, che aveva da poco consegnato lo Spirito. La sua parola attraversava i secoli e col passare dei millenni non aveva perso la sua caratteristica di essere più penetrante di una spada a due tagli.
Padre Pacomio aveva citato le sue parole, consegnate nell’Apocalisse: "Io sto alla porta e busso. Se qualcuno udrà la mia voce e mi aprirà...". Ed ecco che, com’era capitato al contadino della parabola, che dopo aver seminato se n’era tornato a casa, senza curarsi più di nulla e che, senza sapere come, aveva visto la seminagione trasformata in messe, così ora anche a lui capitava di vedere le prime spighe nate dal seme di quella parola!
Com’era stato buono il Signore, che gli aveva concesso di vedere coi suoi occhi e di udire con le sue orecchie, quali frutti la Parola stava facendo crescere. Si sentiva indegno di quella grazia e pregava il Signore di mettergli sulla bocca ciò che voleva che dicesse loro.
Guardava il crocifisso, scandalo e stoltezza per il modo di pensare del mondo, eppure sapienza e forza di Dio per coloro che credono. Davvero nessuno avrebbe potuto porre un limite alla continuamente sorprendente libertà di Dio!
Ciò che era bastato per convincere Geremia e Amos ad essere profeti non era prova sufficiente per Emme, e ciò che tanto aveva desiderato Giona, senza riceverlo mai, era addirittura considerato come possibile tentazione da Chiara. Chi avrebbe mai potuto dare consigli all’Onnipotente?
Fu dopo questi pensieri, che padre Pacomio sentì che era giunto per lui il momento di parlare.
Com’era sua abitudine anche questa volta chiese ispirazione a un passo della Scrittura.
"Vi voglio raccontare l’episodio del profeta Elia - cominciò padre Pacomio - di quando Dio gli comandò sul monte Sinai di aspettare il suo passaggio. Ci fu un vento così violento tale da smozzicare le rocce, ma Dio non era nel vento. Poi ci fu un terremoto, ma non era neppure lì. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Eppure, proprio su quello stesso monte, qualche secolo prima, lo stesso Iddio aveva usato questi tre elementi per simbolizzare la sua presenza personale e dare un segno a Mosè e al popolo d’Israele che era veramente lui in persona a consegnare i comandamenti e a stringere l’alleanza.
Ma Elia, da vero uomo di Dio, sapeva distinguere quand’era lui che gli parlava e quando no. Capì quindi che ciò che era servito per Mosè e il popolo ebreo, non serviva a lui in questo caso.
Rimase così in attesa, sulla roccia del monte. Sapeva che prima o poi Iddio gli avrebbe parlato. Dopo ciò il testo ebraico, tradotto alla lettera, dice che ci fu "una sottile voce di silenzio". Allora Elia riconobbe la presenza di Dio, uscì dalla grotta e si fermò in ascolto.
Mi pare che questo racconto possa servire anche nel nostro caso. Avete entrambi avuto esperienze interiori che, per altre persone, erano stati segni della presenza di Dio. Eppure la vostra coscienza vi dice che per voi non sono sufficienti per essere ritenuti messaggi che manifestano il volere del Signore su di voi.
Non lasciatevi stancare dall’attesa. Anche se non vi ha parlato, credo però che sia un avviso che ha qualcosa da dirvi. Lasciate con tutta serenità e fiducia l’iniziativa a lui.
Se vi chiamerà al suo servizio abbiate la certezza che in quel momento ve lo farà capire: non avrete più dubbi.
Ricordatevi del profeta Elia: quando venne la più enigmatica di tutte le forme di comunicazione - una voce sottile di silenzio - proprio in quella riconobbe, senza dubbi, la presenza di Dio. La libertà e la fantasia del nostro Dio non hanno ostacoli o limiti!
Ma il potere di farsi capire, certamente, non gli manca.
Ecco perciò il mio consiglio: rimanete in ascolto senza ansietà o preoccupazioni. Tutti i dubbi vi saranno chiariti, quando il Signore riterrà che sia venuto il tempo. Per il momento credo che ciò che gli sta a cuore sia intrattenersi con voi, approfondire l’amicizia. Per questo ha bussato ed è entrato, perché desiderava cenare con voi e che voi cenaste con lui. Accettate questo invito!
Padre Pacomio disse queste ultime parole con un sorriso che gli veniva dal profondo del cuore. La sua paternità spirituale gli dava gioie per le quali non sarebbe mai riuscito a ringraziare abbastanza!
Seguì un certo silenzio, in cui sia Emme che Chiara assaporarono le parole di padre Pacomio. Sentivano, intuivano che erano vere. La loro verità coincideva con quella che avevano dentro ed ora, che la sentivano esposta, la riconoscevano come tale.
Fuori continuava a nevicare e, sempre sotto la neve, dopo aver ringraziato e salutato padre Pacomio, Chiara ed Emme si incamminarono sul viale che li riportava in città. La Madonna del Sorriso aveva gradito la loro visita e non li aveva certo rimandati a mani vuote.

 

Capitolo 23

Il tempo d’Avvento era molto favorevole per mettere in pratica il consiglio di padre Pacomio di accettare l’invito di Gesù a sedersi e cenare con lui. Era necessario conoscerlo più a fondo, al di là di qualunque preoccupazione riguardo al proprio futuro.
Entrambi capivano che ciò che veramente contava era la persona di Gesù. Era lui che poteva riempire il cuore e la vita e non tanto una dottrina o la scelta di un’attività piuttosto che un’altra, riguardo agli anni che restavano da vivere.
Le monache, dove Chiara ogni tanto andava a cantare l’Ufficio, avevano organizzato una celebrazione domenicale solenne dei Vespri dell’Avvento, invitando a turno diversi sacerdoti per fare una meditazione di approfondimento sullo spirito di quel tempo liturgico.
La domenica dopo l’Immacolata, Chiara vi andò. Desiderava approfittare delle belle occasioni che la Provvidenza le metteva sul cammino, in ordine a conoscere meglio il Signore e a volergli più bene.
Le parole del predicatore le scesero nel cuore e le pareva di apprezzare in modo quasi fisico l’appartenenza alla Chiesa, che dice al suo redentore: "Vieni!". Voltandosi indietro verso il passato, si sentiva in unità con tutti quelli che avevano atteso e desiderato il Messia con lo stesso sospiro della generazione di oggi: "Vieni!". Chiara sentiva il privilegio e la gioia di appartenere alla parte che aveva conoscenza e coscienza di ciò che significava quel "Vieni!". Ma non c’era dubbio per lei che quell’invito sgorgasse dal cuore stesso dell’umanità nel suo complesso, anche da coloro che nulla sapevano del Messia e di Gesù.
Il giorno dopo, in classe, ne parlò con Emme con tanto apprezzamento ed entusiasmo che rimase combinato che, la domenica seguente, sarebbero andati insieme.
Per Emme era una novità, perché forse era entrato in quella chiesa del monastero una sola volta, molti anni prima. Chiara gli mostrò ciò che aveva scoperto dell’architettura e dei quadri, ma soprattutto le stava a cuore fargli vedere da vicino la scultura di Gesù che chiedeva a Pietro "mi ami tu?".
Emme sapeva già tutto riguardo a ciò che quel bassorilievo significava per Chiara e al vederlo da vicino gli parve di chinarsi per scrutare un po’ più profondamente il cuore di lei.
Quanta verità si celava dietro alla facciata delle cose, e che potenza aveva l’amicizia per portarla alla luce!
Mancava ormai poco all’inizio dei Vespri e i banchi si stavano riempiendo.
Le luci ci accesero e la scultura sotto l’altare apparve in tutta la sua bellezza. Emme capì com’era vero ciò che le aveva detto Chiara, che cioè la parola di Gesù era rimasta imprigionata nel marmo per riecheggiare per sempre, attraverso i secoli: "Pietro, mi ami tu?".
Ma quale fu la loro sorpresa quando videro che il sacerdote che presiedeva i Vespri quella sera e che avrebbe fatto la meditazione, era il padre Pacomio in persona!
Cominciò il canto, con quella bellissima melodia gregoriana che aveva conquistato Emme nel convento dei frati, al mare. La musica e le parole erano le stesse, ma che differenza fra la potenza e il vigore del canto che faceva vibrare gli scranni del coro e la dolce soavità femminile con le esili voci delle suore che elevavano a Dio la loro lode.
Come era vero che nella casa di Dio c’erano molte mansioni, e che tutte erano ugualmente belle, nella loro diversità!
Padre Pacomio cominciò la meditazione dicendo che per capire più a fondo lo spirito dell’Avvento bisognava al tempo stesso scoprire qual era il tipo di preghiera che era più in sintonia con il mistero che si celebrava, e praticarlo con intensità. La preghiera praticata avrebbe aiutato potentemente a vivere in pienezza l’Avvento.
Nella sua lunga vita aveva avuto modo di viverlo parecchie decine di volte e di meditarci su assai ripetutamente.
La conclusione a cui era giunto era che l’Avvento non era altro che il corrersi reciprocamente incontro dell’amato e dell’amata, dello Sposo e della Sposa, di Cristo e della sua Chiesa e quindi di Cristo e di ciascuno di noi.
Ora, in tale situazione di intenso desiderio di incontro gli pareva che la preghiera più intonata fosse la contemplazione, la preghiera cioè del guardarsi, del pensarsi, dell’immaginarsi, dell’anelito di raggiungersi, la preghiera del silenzio carico di desiderio e d’amore.
Emme e Chiara ascoltavano con avidità quelle parole. Com’erano vere e come cadevano a proposito per entrambi!
Anche se s’erano già seduti a tavola con Gesù, per cenare con lui, erano tuttavia ben lontani dal conoscerlo così com’era. Restava loro un lungo tragitto per corrergli incontro, e la preghiera della contemplazione parve anche a loro che spontaneamente scaturisse da una profonda esigenza di verità, verità dell’essere ancora lontani, verità del desiderio di conoscersi, verità dell’attrazione per donarsi.
Nei giorni che seguirono, Emme e Chiara conversarono spesso sull’argomento della contemplazione. Non conoscevano molto al riguardo, ma non erano digiuni del tutto su questa maniera di pregare. Padre Pacomio aveva insistito molto sul fatto che la contemplazione era una preghiera semplice, fatta per poter essere pregata da tutti, che non bisognava lasciarsi impressionare dal nome un po’ altisonante. E per convincere meglio aveva a quel punto riportato l’episodio del Santo Curato d’Ars che un giorno entrando in chiesa trovò un anziano contadino seduto in fondo ai banchi. Gli chiese che preghiera stesse facendo e quegli rispose: "Io guardo lui, e lui guarda me". Padre Pacomio aveva pure suggerito di guardare indietro nella propria vita: sarebbe stato facile scoprire qualche esperienza già vissuta di contemplazione.
Era in genere nel ritorno da scuola che c’era l’occasione favorevole per parlare indisturbati. Passavano in mezzo alla gente, si fermavano ai semafori, attraversavano sulle strisce, a volte salutavano qualche conoscente, ma il filo della conversazione resisteva a tutte le distrazioni. Cercavano di mettere in pratica le idee e le piccole scoperte venute alla luce a forza di parlarne. Mai avevano vissuto un Avvento così bello!

 

Capitolo 24

Venne Natale, colle vacanze scolastiche e l’intimità della famiglia. A Emme piaceva molto restare a guardare in silenzio il presepio. Le statuine colla loro estatica immobilità sembravano mettere in pratica la preghiera di contemplazione e lo aiutavano col loro esempio. Maria e Giuseppe, così vicini a Gesù Bambino, erano il suo modello preferito.
La corsa dell’Avvento incontro al Signore s’era in parte arrestata col Natale ed ora l’oggetto della contemplazione era Gesù arrivato, vicino, anche se il suo mistero non finiva mai d’essere sondato e conosciuto.
In parrocchia c’erano state diverse iniziative coi ragazzi, che avevano impegnato abbastanza il tempo libero sia di Emme che di Chiara.
Le vacanze finivano con l’Epifania ed Emme pensò che sarebbe stato bene ringraziare il Signore per tutti gli avvenimenti e le scoperte di quell’ultimo mese. Pensò quindi di andare alla messa durante il triduo di preparazione all’Epifania. Era un’iniziativa nuova in parrocchia, che il parroco aveva lanciato per cercare di valorizzare il significato così bello e profondo della decisione di Dio di manifestarsi al mondo intero, anche a coloro che non avevano mai sentito parlare di lui. Dato che non si andava ancora a scuola, era facile poter partecipare a tutti e tre i giorni.
L’orario era di sera, per permettere anche a coloro che lavoravano, di poter partecipare.
Emme entrò un po’ prima e si mise nei banchi di fondo. Si celebrava nella cappella dei giorni feriali, più piccola, ben riscaldata e illuminata. A Emme piaceva rimanere indietro, perché poteva abbracciare la comunità dei partecipanti con un solo sguardo e ciò lo aiutava ad avere una coscienza più sentita di essere Chiesa.
Non aveva detto nulla a Chiara perché, dopo l’Avvento, con la pratica della preghiera silenziosa, sentiva più spesso il desiderio di un incontro da solo a solo con il Signore, anzi, gli pareva quasi, in quei giorni, di aver ricevuto un invito interiore per venire da solo, come se il Signore gli avesse voluto dire qualcosa in privato.
Cominciò la messa, ci fu l’omelia, e il sacerdote si avvicinò all’altare per l’offertorio.
Quando il celebrante alzò la patena accadde ad Emme una cosa simile a quella della prima domenica d’Avvento, quando sentì quelle quattro parole senza voce: "un giorno sarai sacerdote".
Anche ora, senza alcun preavviso, qualcosa accadde nel suo animo, come un tocco venuto da fuori, che gli apriva la coscienza a intendere, senza alcuno sforzo, ciò che veramente stava accadendo. Il pane era offerto e poi il vino. La Chiesa intera era lì. S’era data convegno da tutta la terra ed ora si offriva in quelle offerte che esprimevano simbolicamente la sua realtà. Non erano idee né parole, era un capire, che gli manifestava apertamente ciò che la liturgia suggeriva col suo rito.
Venne il prefazio, il Sanctus e poi il canone col racconto di Gesù, che nell’ultima cena consegnava il suo corpo e il suo sangue, ordinando di continuare per sempre a farlo, in memoria di lui.
Tutto era chiaro, evidente, grandioso. Agli occhi di Emme il mistero era diventato trasparente: lo capiva, senza sapere in che modo. I veli erano caduti.
Si sentì come afferrato nello spirito, abitato, posseduto dal Cristo, che si voleva servire di lui per celebrare l’Eucaristia. Non ebbe visioni, né trasporti interiori, né udì parole, né gli parve di essere all’altare, ma, pure restando al suo posto nei banchi di fondo, si sentì preso, trasformato. Il Signore lo aveva scelto per il servizio dell’Eucaristia.
La messa continuò, ci fu il Padre nostro, poi le preghiere ed infine la Comunione. Emme andò alla balaustra e ricevette la Comunione. Per la prima volta, nella sua vita, capiva cosa volesse dire.
Era una comprensione diretta, senza mediazione di parole, semplice, semplicissima, proprio come la verità.
La Messa finì, le luci si spensero, ma Emme aveva bisogno di restare un po’ più a lungo inginocchiato nei banchi.
Si chiedeva cosa gli fosse veramente successo. Aveva avuto una luce di comprensione, certamente. Ma il centro di tutto, ciò che lo toccava nel profondo e gli riempiva l’anima, il cuore, la memoria e tutto se stesso era l’evidenza, ormai senza dubbi, che il compito della sua vita avrebbe dovuto essere celebrare l’Eucaristia, offrendo il suo corpo, la sua persona, tutto se stesso a Cristo Gesù perché potesse realizzare il santo mistero per mezzo suo.
Si chiedeva se fosse felicità quella che gli riempiva il cuore...
Com’era stato possibile aver avuto tanta paura e per tanto tempo di una cosa così entusiasmante?
Tornò a casa con il cuore in festa. Ma era presto per parlarne con qualcuno; doveva ancora restare un segreto tra lui e Dio.
Gli pareva che fosse un segreto di Gesù, più che un segreto suo. Per questo non gli sembrava corretto - per ora - poterlo rivelare.
Il giorno dopo, quel ricordo fu il primo pensiero che gli attraversò la mente.
Non vedeva l’ora che si facesse sera per ritornare a messa, quasi per avere una conferma che ciò che aveva capito e ciò che gli era accaduto fossero una realtà e non un sogno o un’illusione.
Si mise allo stesso posto nei banchi e quando il celebrante cominciò la messa i veli caddero di nuovo e tutto si ripeté come il giorno prima. Coglieva con evidenza come Gesù in persona stesse realizzando il mistero che il sacerdote celebrava, e come lui stesso, Emme, vi fosse coinvolto totalmente.
Per questo era venuto al mondo, e la sua vita esisteva per essere assunta da Cristo Gesù in modo da poter dare a lui la possibilità di celebrare il memoriale della sua passione, morte e risurrezione, attraverso la persona di Emme, dovunque lo avesse inviato, fino agli estremi confini della terra.
Non era un invito. Non si sentiva domandare: "Ti piacerebbe essere sacerdote? Te la sentiresti di accettare che io ti usassi per celebrare l’Eucaristia e per predicare a tutte le nazioni?".
No: era una scelta, era una verità che esisteva da sempre, era la "sua" verità, che, finalmente, si rivelava con chiarezza. Gli tornarono in mente le parole di Dio a Geremia e a tanti profeti: "Fin dal seno materno io ti ho scelto".
Come avrebbe potuto dissentire? Come agli apostoli, così Gesù diceva anche a lui: "Seguimi". E, allo stesso modo che agli apostoli, non gli passò neppure per la mente la possibilità di non volere. Anzi, un desiderio intenso gli ardeva nel cuore, sentiva il bisogno di dire sì, di lasciare tutto e di seguirlo. Ma non così semplicemente, per pura obbedienza passiva. Sentiva nascere dal fondo di se stesso le medesime parole del profeta Isaia, quando gli apparve la gloria di Dio nel tempio: "Eccomi, Signore, manda me!".
La festa dell’Epifania fu per Emme uno dei giorni più belli della sua vita.
Tutte le paure e le ripugnanze erano sparite. I dubbi e le domande sul suo futuro, sulla vocazione, sul significato della sua vita erano risolti.
Si rendeva conto che le espressioni come avere o non avere la vocazione perdevano di significato di fronte alla semplicità della realtà in sé. La vocazione non era una "cosa", ma una persona: Gesù; non era un’attività ma comunione con lui.
Apprezzava quasi in modo fisico, in sé, la presenza di Gesù. Una presenza intensa, consapevole, che gli dava una gioia differente da tutte quelle che aveva provato fino ad allora. Eppure non gli pareva che fosse un sentimento. Era una gioia che abitava in un’altra regione dell’essere, più profonda e centrale di quella emotiva.
Gli pareva di capire cosa volesse dire san Paolo con le parole: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me".
La messa dell’Epifania fu aperta e trasparente come quelle dei giorni anteriori. Il mistero celebrato in quel giorno, della manifestazione di Gesù ai Magi, simbolo e primizia di tutte le nazioni che avrebbero creduto in lui, gli fece specialmente approfondire un particolare, che non gli era ancora affiorato in modo molto esplicito alla coscienza: l’invio a tutte le nazioni, senza limiti di spazio, fino agli estremi confini della terra.
Il Signore gli allargava il cuore, perché abbracciasse, come il suo, il mondo intero. Quell’attrazione che aveva sempre avuto per tutto ciò che era conoscenza di popoli lontani, storie d’esploratori e di viaggi, notizie di civiltà esotiche o scomparse, ora acquistava significato ai suoi occhi: era come una preparazione remota, un seme antico, che stava a testimoniare, una volta di più, che la scelta era già stata fatta mentre era ancora nel seno materno.
Diventare sacerdote e missionario, ecco qual era il compito dei prossimi anni.
Alla messa c’era anche Chiara, ma non era ancora il momento di parlarle. All’indomani, tornando da scuola, le avrebbe raccontato tutto. Avrebbe certamente esultato di allegria con lui!
E poi sarebbe dovuto andare anche da padre Pacomio per dirgli tutto per filo e per segno. Anche se non aveva più dubbi, era tuttavia necessario incontrarlo. La sua saggezza e la sua conoscenza delle cose di Dio avrebbero potuto aiutarlo ancora molto.
Il giorno intero passò nella gioia spirituale, a ripensare e ad assaporare ciò che gli era accaduto.

 

Capitolo 25

Il giorno seguente ricominciavano le lezioni ed era in fondo piacevole riprendere la vita della scuola dopo un intervallo così lungo come le vacanze di Natale.
E poi c’era da raccontare a Chiara tutta la storia e anche questo era molto bello.
Ma quando Emme si svegliò il mattino presto, e il pensiero ed il cuore corsero a ciò che aveva vissuto, non vi trovarono più nulla.
Nel suo cuore non c’era più la gioia; la presenza di Gesù s’era come spenta, dileguata nel nulla. L’Eucaristia, il sacerdozio, l’invio alle genti, la certezza della vocazione erano ridiventate cose opache. La ripugnanza per il sacerdozio era rispuntata alla stessa maniera di prima.
Insomma, quei quattro giorni era come se non li avesse mai vissuti.
La sorpresa, per Emme, fu pari al dolore. Tutte le luci s’erano spente di colpo, in una maniera imprevedibile.
Giunse a chiedersi se non si fosse ingannato, se non fosse stato un sogno o un’interpretazione distorta di impressioni soggettive. Ben avrebbe voluto che si fosse trattato di un sogno: con la ripugnanza che aveva ripreso a sentire, sarebbe stato certamente meglio non aver avuto, nel frattempo, certezze. La sua libertà di dire no sarebbe stata ancora intera.
Ma tutto poteva ammettere, tranne che di essersi ingannato, di aver avuto un’illusione. Il Signore gli aveva parlato davvero, gli aveva aperto gli occhi davvero, lo aveva associato a sé realmente, l’aveva chiamato, ed Emme aveva, pieno di gioia, già risposto: "Eccomi, manda me!".
Cercò di rianimarsi pensando che potesse essere un momento passeggero, una nuvola buia che gli oscurava momentaneamente il cielo. A scuola avrebbe visto Chiara e il parlarne con lei gli sarebbe stato certamente di aiuto.
Riuscì a raccontarle tutto nel ritorno a casa, mettendo particolare enfasi nel fatto che aveva veramente capito, senza ombra di dubbio, che il Signore l’aveva chiamato.
Quello che padre Pacomio aveva loro detto, che, cioè, quando fosse giunto il momento, non avrebbero potuto più dubitare, era pura verità.
Non poteva immaginare, però, che una certezza tanto grande potesse essere di così breve durata.
Ora, invece, era altrettanto grande la certezza che l’essere prete gli procurava ripugnanza, un non gradimento, che giungeva al punto di pesare di più, nel suo cuore, del ricordo di quella gioia. Tale situazione interna, oltre tutto, lo metteva a disagio di fronte a Dio, lo faceva domandarsi fino a che punto fosse senza colpa dar più retta all’opposizione del presente che all’accettazione del passato.
Chiara, che aveva ascoltato con giubilo la prima parte del racconto, al punto che l’aveva interrotto per congratularsi con Emme, era rimasta senza parole all’udire l’evoluzione e, per quanto si sforzasse, non le veniva in mente nulla che potesse essere di consolazione.
Le riuscì soltanto di dire, al momento del separarsi: "Non ti scoraggiare, Emme, la preghiera ci aiuterà".
Continuando da sola verso casa, Chiara notò di aver detto "la preghiera ci aiuterà" e non "ti aiuterà", come invece, aveva pensato di dire. Quel ci al posto del ti, le faceva capire quanto grande fosse l’amicizia per Emme e come sentisse perciò, premente, l’impegno di pregare anche lei, e non solo per lui, ma per tutt’e due, perché ciò che accadeva ad Emme non era un episodio appena della vita di lui, ma toccava e coinvolgeva pure la sua.
Si chiedeva che cosa avesse vissuto Emme per poter cogliere, seppure per un breve momento, la certezza della vocazione. Una parte importante nell’esperienza che le aveva raccontato era quella gioia profonda, impalpabile e non descrivibile a parole, perché diversa da ogni altro tipo di giubilo spirituale, che aveva costituito l’atmosfera interiore nella quale era accaduto il resto. Era, e lo aveva intuito in modo indubitabile, quella stessa che pure lei, Chiara, sentiva riempire ogni angolo del suo essere e che le durava da tempo.
Nel colloquio con padre Pacomio era stato chiarito che, per lei, ciò non significava di per sé vocazione. Ed ora si rendeva conto che anche per Emme non era stata questa l’esperienza che gli aveva dato la certezza.
Riandava col pensiero al suo racconto. Se ben aveva inteso, la certezza gli era venuta da una specie di comunicazione diretta da cuore a cuore, da tu a tu, senza parole, senza definizione di questo o di quello, ma caratterizzata da un’evidenza interiore di verità che non lasciava dubbi. La persona di Gesù aveva comunicato con la persona di Emme e un contenuto di verità era passato da coscienza a coscienza e, una volta entrato nella coscienza di Emme, l’aveva riempito dell’evidenza inconfondibile della verità e con la gioia inesplicabile della comunione.
Anche se parole non era state dette, né udite, la certezza era sostenuta da una parola, che ora Chiara quasi si sentiva di poter tradurre nel linguaggio di tutti i giorni: "Sono io che ti chiamo. Sii una cosa sola con me. Vieni!".
Anche lei, Chiara, avrebbe dovuto aspettare un’esperienza sovrapponibile a questa, per raggiungere la certezza di sentirsi chiamata ad essere suora? Chi l’avrebbe potuto dire? Certo la libertà di Dio non aveva limiti, ma il criterio di padre Pacomio le sembrava sempre più vero: "Quando il Signore ti chiamerà, te lo farà capire chiaramente".

 

Capitolo 26

I giorni passavano tutti uguali e tutti, ugualmente, dolorosi. Se era ben vero che per quei pochi giorni Emme aveva vissuto una felicità mai provata prima, era anche vero che non gli era mai capitato un disagio spirituale così intenso e di così prolungata continuità.
A Chiara bastava scambiare una sola occhiata con Emme per ricevere tutte le informazioni che desiderava, ed ogni giorno, dagli occhi di Emme, le veniva la stessa risposta.
Dopo due settimane di situazione immutata, Emme si decise ad andare a trovare padre Pacomio. Era uno splendido giorno di gennaio, terso e gelido. La campagna splendeva, sotto il tenue sole, con chiazze bianche qua e là, resti delle ultime nevicate. Cielo, campi, colli, tutto invitava alla letizia e alla pace. Ma il cuore di Emme, pur rallegrandosi di tanta bellezza, non riusciva ad essere contento. Gli pareva di essere come quegli alberi spogli, secchi e intirizziti che popolavano la campagna, insensibili alla gioia dell’ambiente. C’era una forza invincibile che li tratteneva in quello stato di rigidità: la forza dell’inverno. Finché esso non fosse passato, tutta la possibile bellezza di cui si rivestiva la natura, sarebbe stata senza effetto su di loro. Emme li guardava con simpatia. Li sentiva come fratelli nel loro stato di spoliazione e intirizzimento.
Per loro c’era la certezza della primavera, che non distava ormai più di due mesi. Ma per sé, c’era speranza di una primavera?
Quando Emme entrò in chiesa, padre Pacomio stava confessando. C’erano parecchi fedeli nei banchi. Dovevano essere dei pellegrini venuti al Santuario della Madonna del Sorriso con la corriera, che aveva visto in sosta a lato del chiostro. Si sedette in fondo, nei banchi. Quell’attesa imprevista lo rallegrò. Sentiva che gli faceva bene avere un tempo per poter pregare, prima di parlare con padre Pacomio.
Guardò il tabernacolo, dove ora tutto taceva. Guardò il quadro della Madonna del Sorriso, col bambino in collo. Era ben illuminato e anche dal fondo si riusciva a vedere che stavano sorridendo. Eppure quel sorriso non lo consolava.
Quella vista gli richiamava il ricordo di Chiara. Era stata lei ad averlo condotto lì e ad averlo fatto diventare di casa. Ripensò alle parole che gli aveva detto alla fine del suo racconto: "Non ti scoraggiare, Emme. La preghiera ci aiuterà". Era proprio il momento di metterle in pratica.
"La preghiera ci aiuterà", gli aveva detto Chiara. Gli aveva fatto particolarmente bene quel "ci aiuterà" in luogo di "ti aiuterà". Sapeva che poteva contare su di lei, che si sarebbe impegnata e che avrebbe unito, nella supplica di intercessione, la prova che lui stata vivendo al desiderio di luce definitiva a cui lei anelava. Ciò lo rincuorava, al ricordo delle parole di Gesù: "Se due di voi sulla terra si riuniranno nel mio nome per chiedermi qualcosa, io li esaudirò".

 

Capitolo 27

Il tempo passava lento ed Emme si approfondiva nella preghiera. Ma non chiedeva nulla, sentiva che non c’era bisogno di chiedere nulla. Il Signore sapeva tutto, così come lui e come Chiara. Non c’era bisogno di formulare la richiesta. Bastava attendere, stare lì nella presenza e aspettare che si compisse il tempo.
Quella preghiera silenziosa e prolungata gli faceva bene, gli dava pace e lo conformava ad accettare la sua situazione di sofferenza. Anche se nessun’idea gli attraversava la mente, era consapevole che ne stava traendo giovamento per riuscire ad esporre bene le cose al padre Pacomio.
Le confessioni finirono al momento giusto, proprio quando Emme si sentiva ormai preparato per il colloquio.
Padre Pacomio si diresse subito verso di lui appena uscì dal confessionale. Lo aveva intravisto da dietro la tendina ed aveva intuito che c’era qualcosa di nuovo e di doloroso che gli voleva dire.
Lo condusse nella stessa stanza che dava sul chiostro e che aveva il grande crocifisso alla parete.
Emme gli raccontò tutto con grande sincerità e senza voler far pendere la bilancia di ciò che aveva vissuto da nessuna parte. Ma inevitabilmente si dilungò di più, e con più enfasi, sul dolore che la sorpresa di quel silenzio e oscurità gli aveva procurato e col quale non riusciva ad abituarsi.
Padre Pacomio ascoltò con tutta l’attenzione e coinvolgimento di cui era capace. Mentre udiva la seconda parte sentì nascere in sé un’angustia che lo faceva soffrire: gli pareva che stesse rivivendo davanti a sé lo stesso dramma del giovane ricco del vangelo a cui Gesù aveva lanciato il grande invito: "Va’, vendi tutto e seguimi!". La ripugnanza che Emme sentiva, teneva il posto della responsabilità per le ricchezze che opprimevano il giovane ricco.
Padre Pacomio era sicuro che nei giorni del triduo dell’Epifania, Gesù avesse realmente chiamato Emme. Ma ora si rendeva conto che la prova della notte oscura era veramente intensa ed esponeva Emme a girare le spalle e andarsene, accompagnato dalla sua tristezza.
Esitò un istante, interrogandosi se avrebbe fatto bene a spalancare ad Emme la porta della verità. No, non poteva dirgli che si trovava nella posizione del giovane ricco. Gli pareva che avrebbe aumentato l’angustia di Emme: quel paragone poteva essere un argomento che ponesse Emme nella posizione di sentirsi in certo modo forzato ad accettare, pur di fuggire dal peso di essere in colpa. Nelle cose di Dio, quando comincia ad entrarvi la paura e lo scrupolo, si sciupa tutto.
Padre Pacomio rimase in silenzio parecchio tempo. Aveva bisogno di pensare a cosa dire ad Emme, per incoraggiarlo, senza intaccare in nulla la sua libertà. Cercava qualche passo della Scrittura che si adattasse alla situazione. In tanti anni aveva scoperto quale forza avesse in sé la parola di Dio: la sua straordinarietà consisteva nel fatto che era parola viva, capace di agire nel più intimo del cuore. Invece di sforzarsi di pensare si rivolse con fiducia allo Spirito Santo, colui che aveva ispirato la Parola e la manteneva viva con la sua azione.
"Vedi Emme - cominciò padre Pacomio - mi pare che ti stia capitando qualcosa di simile a ciò che provavano gli apostoli sul monte Tabor. Gesù si trasfigurò davanti a loro. Pietro, Giacomo e Giovanni videro la sua gloria, ebbero un’esperienza di estasi: videro Mosè ed Elia che conversavano con Gesù e per ultimo furono avvolti nella nube della presenza del Padre e udirono perfino la sua voce. Quando avesti quella grazia di poter capire il mistero dell’Eucaristia e ti sentisti compenetrare dal sacerdozio di Gesù, fu un’esperienza simile a quella degli apostoli, quando Gesù si trasfigurò davanti a loro e si mostrò nella sua verità nascosta.
Per te e per gli apostoli fu un’avventura così bella che tu e loro avreste voluto che non finisse mai. Ma quando la voce del Padre finì di parlare, e alzarono gli occhi, non videro che Gesù, con l’aspetto di tutti i giorni. Il Gesù senza gloria e senza manifestazioni speciali era lo stesso della Trasfigurazione. Così anche per te. Il Gesù che ora ti costa seguire è lo stesso che ti si è manifestato glorioso nel suo sacerdozio. Perciò coraggio, Emme, non ti lasciare abbattere dal grigiore e dalle difficoltà interiori, anche se le senti gravi e dolorose".
L’interpretazione della cosa fatta da padre Pacomio piacque molto ad Emme e contribuì a rasserenarlo. Tuttavia non gli era ancora possibile vincere la difficoltà nel sentire avversione a dedicare la sua vita ad essere sacerdote. C’era qualche aspetto nascosto che ancora non poteva capire. Ma quale? Emme non lo sapeva e, cosa che lo faceva soffrire ancor di più, non aveva idea di come si potesse rendere in parole il suo malessere interiore e la formulazione dei suoi blocchi di ripugnanza.
Emme cercò di dire tutto a padre Pacomio. Questa volta il padre non rispose con un passo della Scrittura. Anche per lui c’era silenzio da parte di Dio.
"Non ti scoraggiare Emme - gli disse alla fine - la preghiera ci aiuterà!".
Il cuore di Emme sussultò a sentire dalla bocca di padre Pacomio le stesse parole che gli erano state dette da Chiara. Non solo esprimevano la stessa idea ma erano proprio identiche e, soprattutto, anche questa volta c’era quel "ci aiuterà" al posto di "ti aiuterà". Non poteva credere che fosse una pura coincidenza. Ci doveva essere per forza un’intenzionalità, e questa non poteva che venire dal Signore, l’unico che poteva aver toccato il cuore di padre Pacomio allo stesso modo di quello di Chiara.
Per Emme, ciò voleva dire che la sua situazione interessava personalmente a Gesù. Era un grande conforto e soprattutto una grande speranza. Una grande speranza ben più che un grande conforto. La sua mente, la sua fede erano illuminate, ma il suo cuore non mutava ancora di registro. Si rafforzava l’opinione di essere stato chiamato. Quei giorni e quelle messe erano un ricordo vivo e assoluto. Non ne poteva dubitare. Eppure l’aspetto razionale della cosa che conservava nella memoria, non mutava la ripugnanza che sentiva al solo pensiero di essere sacerdote.
Tuttavia il dato centrale era che padre Pacomio aveva detto: "La preghiera ci aiuterà". Poteva contare su tutta la potenza di intercessione di quel santo monaco. Ma ciò che soprattutto lo confortava era che quel "ci" esprimeva la sua solidarietà di fronte a Dio, come conseguenza della potenza e dell’unzione con cui lo Spirito Santo imbeveva l’amicizia spirituale che legava reciprocamente Emme, Chiara e padre Pacomio. Chiara non era più sola in quell’amicizia in Dio che riempiva il cuore e lo spirito di Emme. Fin dall’inizio egli aveva intuito che il bene che voleva a Chiara e che Chiara gli voleva era di una qualità speciale, spirituale, non possessivo, aperto e libero. Non era fatto per legarsi, ma per slegarsi, per essere sempre più liberi per crescere nella vita interiore verso Dio e verso tutti gli uomini. La presenza di Chiara nel suo mondo interiore era uno stimolo a volere più bene al Signore e agli altri. Ed ora, con quel "ci", padre Pacomio rendeva manifesto che Emme era nel suo cuore come lo era Chiara, proprio allo stesso modo come anche Chiara lo era in quello di Emme ed Emme in quello di Chiara. Erano diventati tre, anzi quattro, col Signore. L’aumento del numero portava felicità e moltiplicava l’apertura e la benevolenza.
Mentre percorreva il viale in senso inverso per tornare a casa, era ormai sicuro. La campagna non splendeva più sotto il sole e gli alberi intirizziti s’intravedevano appena nell’aria gelida. Verso occidente il cielo era ancora luminoso ed aveva un colore tra il verde e l’azzurro, così insolito ed affascinante che Emme si fermò per poterlo gustare con calma. Era completamente solo in quell’angolo di campagna. Era così bello ciò che contemplava, che gli dispiaceva non aver nessuno accanto per guardarlo insieme.
Era solo ad osservare la luce che si ritirava dietro l’orizzonte colorandosi di fantasia, ma non era solo nell’oscurità interiore che stava attraversando. Chiara e padre Pacomio erano con lui. Si erano offerti spontaneamente di accompagnarlo. "La preghiera ci aiuterà" gli avevano detto. Non volevano quindi essere da soli nel restargli vicino. Volevano farlo in compagnia di Gesù. Era la compagnia di cui aveva bisogno! Era questo il grande conforto che aveva ricevuto nella visita alla Madonna del Sorriso.
Ormai il cielo era tutto buio ma Emme non era più solo ad entrare nella notte...

 

Capitolo 28

La mattina seguente Chiara aspettò Emme lungo la strada per sapere subito com’era andata la visita a padre Pacomio e al Santuario della Madonna. Fu una bella sorpresa per Emme. Non se l’aspettava, anche se sapeva quanto stesse a cuore a Chiara la sua vicenda. Quando sentì la domanda di Chiara, la prima cosa che gli venne in mente fu "la preghiera ci aiuterà". Quell’interesse che aveva mosso Chiara ad andargli incontro era senz’altro un frutto della preghiera a cui Chiara s’era impegnata.
Emme le raccontò tutto, nei particolari. Ma la prima di tutte le notizie fu quella di informarla che padre Pacomio aveva detto le stesse parole sue: "Non ti scoraggiare, Emme, la preghiera ci aiuterà".
Questa coincidenza sorprese profondamente Chiara, che si rallegrò di quella sovrapposizione di parole. Che bello che sia lei che padre Pacomio avessero detto la stessa espressione! "All’insaputa l’uno dell’altro", avrebbe voluto continuare.
Ma si fermò nel corso del pensiero: se avesse continuato sentiva che avrebbe fatto un torto al Signore. Non si poteva dire "all’insaputa" quando la stessa ispirazione faceva pronunciare le stesse parole di conforto. Era, per Chiara, come se quelle parole le avesse dette il Signore, lo stesso Signore nel quale si radicava la loro comunione reciproca. Era la sua presenza che rendeva possibile la comunione di pensieri e di sentimenti. Le tornò alla mente una frase di s. Paolo che l’aveva colpita un giorno, durante la meditazione: "In Lui viviamo, ci muoviamo, ed esistiamo". L’aveva fino ad allora intesa come riferita all’esperienza personale, propria di ciascuno. Come se ognuno, per conto suo, vivesse in Dio, in Lui si muovesse ed esistesse. Ma ora capiva che la verità di quelle parole oltrepassava la sua stretta interpretazione. La comunione, l’amicizia, la condivisione di tanti pensieri, di tante convinzioni, di tante scelte, di uno stesso modo di sentire, sia con Emme che con padre Pacomio, era possibile perché erano anche pensieri, convinzioni, sentire del Signore. La persona di Gesù era il luogo dove si dipanava il giorno per giorno della loro reciproca amicizia e comunione.
Emme le confidò che l’incontro con padre Pacomio gli era servito molto: ormai era convinto che il Signore l’aveva chiamato veramente, per accomunarlo nel suo sacerdozio, per poter celebrare attraverso di lui l’Eucaristia fino ai confini della terra. Era una vocazione sacerdotale e missionaria insieme. Era stata un’esperienza che il padre Pacomio aveva indovinato a paragonarla con quella degli apostoli sul Tabor. S’era lasciato trasportare anche lui, Emme, dall’entusiasmo della grazia ed aveva detto dal fondo del cuore "Eccomi, manda me!"
Ora però che tutto era finito e che al posto dell’entusiasmo c’era la ripugnanza, Emme stava vivendo un vero e profondo dolore spirituale. La sua onestà interiore e la verità delle cose gli esigevano di portare avanti il suo "Eccomi, manda me!". Ma con quella ripugnanza nel cuore, così radicata, anche se in un certo modo insensata, era troppo duro continuare. Confidò a Chiara che il suo malessere lo faceva così soffrire che avrebbe preferito non essere andato al triduo dell’Epifania e non aver ricevuto nessuna luce e nessuna chiamata. Però non aveva il coraggio di dire di no! Ormai s’era impegnato... Gli restava un’unica speranza per alleviare il dolore: entrare in seminario, compiere la parola, e poi, lì, scoprire che quella, di fatto, non era la sua strada, magari sentendoselo dire dai suoi superiori.
Che gioia sarebbe stata: avrebbe onorato la verità e al tempo stesso avrebbe ritrovato la libertà!
Quelle parole trafiggevano il cuore di Chiara. Non sapeva bene quale ne fosse l’ultima causa, ma sentiva che c’era sia la pena per la sofferenza di Emme - che l’amicizia faceva sentire un po’ come sua - sia il dolore per quello che Emme le aveva detto: che avrebbe preferito non aver avuto quell’esperienza. Forse era questa la cosa che la faceva soffrire di più. Quella era stata una grazia, una predilezione d’amore. Certamente anche Gesù doveva essere rimasto addolorato.
Chiara si chiese se avrebbe fatto bene a dirlo ad Emme oppure no. Forse poteva ferirlo e farlo sentire incompreso. Chiese aiuto allo Spirito Santo perché la illuminasse e subito le venne in mente il vecchio consiglio di padre Pacomio di fare tutto col massimo amore, per poter conoscere meglio Dio, che era amore. Questo consiglio faceva ormai parte di lei, tanto era stato l’entusiasmo e l’impegno nel metterlo in pratica. Capì che era importante il modo e le parole da usare, ma quanto al dirlo, sì, doveva farlo, per l’amicizia e il bene che voleva ad Emme. L’aiutarsi nel cammino della verità era una delle manifestazioni più belle dell’amicizia.
Così Chiara, quasi facendosi tenere per mano dallo Spirito Santo, disse ad Emme che non doveva lasciar crescere nel cuore alcun rammarico per aver vissuto un’esperienza così profonda ed intima con Gesù. Era stato un atto di grande amore del Signore verso di lui e, rammaricarsene, sarebbe stato come disprezzarlo, distorcerne il significato.
Quelle parole caddero bene nello spirito di Emme. Ne riconobbe subito la verità e ne apprezzò l’amore che gliele aveva fatte dire.
Che cara amica era mai Chiara! Una vera sorella, sincera e delicata. Emme la ringraziò. Non s’era accorto di quell’aspetto e senz’altro metteva da parte il dispiacere di aver ricevuto quella grazia. Tuttavia, anche riconoscendo la verità, non riusciva a provarne gioia. Delle corde spirituali e invisibili lo trattenevano e si sentiva come prigioniero di una forza che non sapeva definire e che lo bloccava di fronte all’accettare l’invito di Gesù.
Rassicurò Chiara che avrebbe fatto di tutto per recuperare la gioia di quando aveva detto: "Eccomi, manda me!". Se non altro avrebbe coltivato la gratitudine per quell’amore che aveva mosso Gesù a rivelarsi a lui. Non sarebbe stato comunque una facile impresa spirituale, perché il sentimento che prevaleva nel suo cuore era, nonostante tutto, ancora il dolore.
Quest’ultima espressione fece ritornare un velo di tristezza sul volto di Chiara che si stava già rasserenando. Emme se ne accorse e, guardandola negli occhi le disse con un sorriso: "Non ti addolorare Chiara, vedrai che la preghiera ci aiuterà!".

 

Capitolo 29

L’anno scolastico proseguiva, settimana dopo settimana. Lo studio occupava quasi la totalità delle energie della classe: l’esame di maturità si avvicinava e la preparazione doveva cominciare da lontano. Al tempo in cui Emme e Chiara erano ragazzi quell’esame era ancora una delle tappe eroiche della vita studentesca.
L’impegno scolastico fu di aiuto ad Emme per riuscire a trovare un equilibrio interiore. L’attenzione era occupata fino in fondo - e per molte ore al giorno - nello studio.
Lo stato interiore della sua anima s’era come stabilizzato. Conservava il ricordo vivo, sicuro e chiaro di ciò che aveva provato e capito nel triduo dell’Epifania. Un ricordo, però, che non gli dava più gioia alcuna, ma che era conficcato in lui come una spina. Non voleva tuttavia considerarla spina, perché, come Chiara gli aveva fatto notare, se lo avesse fatto avvedutamente, sarebbe stato un disprezzare ciò che in realtà era un dono d’amore. Più probabilmente la spina della sofferenza era quella ripugnanza - o non attrattiva - per un genere di vita e un ruolo che, nella sua immaginazione, si presentavano a lui come amarezza..
"Ma perché doveva essere così?" - si domandava Emme. Forse la causa era in qualche episodio della sua infanzia, annegato nel subconscio? O era conseguenza dell’ambiente antireligioso di buona parte della società che lo circondava? Chi lo sa? Emme non se lo riusciva a chiarire. Aveva l’impressione che per la maggioranza dei suoi compagni doveva essere come per lui: nessuna attrattiva per una vita da prete nella società presente. Però per loro non costituiva una sofferenza o un problema. Ma per lui sì, ed era cominciato ad essere una spina, che non smetteva mai di pungere e di far soffrire, da quando aveva ricevuto la vocazione. Per questo gli pareva che la spina fosse la vocazione e non la ripugnanza per quel genere di vita a cui era stato chiamato.
Gli piaceva però ricordare col pensiero, specie nel tempo dedicato alla preghiera, a quella frase che tanto l’aveva consolato e illuminato: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno sentirà la mia voce e mi aprirà, io entrerò e cenerò con lui e lui con me".
Cercava, Emme, di trattenersi a cena col Signore. E ciò lo consolava e gli dava pace, ma non gli dava la libertà! Si sentiva prigioniero di uno stato d’animo che, anche nei momenti più belli della preghiera, riappariva di colpo e lo riportava alla sua condizione di recluso.
Il ricordo di Chiara e di padre Pacomio lo aiutava molto. "La preghiera ci aiuterà!": quelle quattro parole gli davano conforto, innanzitutto il conforto del Signore - è vero - ma poi, e soprattutto, il conforto sensibile dell’amicizia: una luce calda e benefica che rallegrava il suo cuore di carne.
Anche per Chiara lo studio occupava sempre più l’orizzonte della giornata. Ma ogni giorno vedeva Emme, e anche senza parlarne esplicitamente, riusciva a capire cosa stesse provando nel suo intimo. Ormai vedeva che la situazione s’era stabilizzata e che il dolore interiore era stato accettato come situazione persistente e facente parte del contesto vitale. Si chiedeva spesso se la sua preghiera per lui avesse dato o stesse dando qualche aiuto; tutti i giorni si ricordava di intercedere per Emme. L’interesse per questa causa, che ormai aveva preso a cuore, e per la quale si sentiva impegnata fino in fondo, la spingeva a moltiplicare le occasioni di preghiera esplicita in favore di Emme.
Cercava di farlo con amore, come aveva imparato a fare tutte le cose, anzi un amore speciale, potenziato dall’amicizia. I mesi passavano, uno dopo l’altro, ma Chiara non rallentava l’impegno.
Quasi senza darsene conto passava sempre più spesso dalla preghiera di intercessione, molto frequente, ma sempre molto breve, a quella di presenza, di silenzio, di stare insieme al Signore, di adorazione e di disponibilità.
Una delle cose che aveva imparato frequentando il Santuario della Madonna del Sorriso era stata la preghiera dell’Angelus. Le era capitato più volte di trovarsi a parlare con padre Pacomio proprio quando le campane suonavano l’Ave Maria della sera. La prima volta il padre le aveva chiesto se sapeva recitare l’Angelus e, dato che non lo sapeva, lo recitò insieme con lei. Chiara se ne innamorò subito e fece il proposito immediato di recitarlo tutti i giorni. La frase che più le piaceva era: "Ecco l’ancella del Signore, si compia in me la tua parola". Le veniva in mente spesso, anche durante il giorno, nei momenti più impensati. A Chiara pareva che quell’espressione della Vergine Maria fosse l’equivalente dell’intenzione d’amore che padre Pacomio le aveva suggerito di mettere in ogni sua azione, se voleva conoscere in fretta Dio che è amore. Com’era bello sentire che la Madonna l’aveva preceduta in quel desiderio di fare tutto per amore! "Ecco l’ancella del Signore, si compia in me la tua parola".
La sua preghiera di unione e di contemplazione era semplicemente interiorizzare le parole di Maria, farle sue, pronunciarle senza voce, e perfino senza pensiero. S’erano trasformate in un modo d’essere che imbeveva di sé la preghiera e che aveva la tendenza a oltrepassarne il tempo esplicito, per invadere la vita.
Dedicava questa preghiera al Signore in nome di Emme, perché gli fosse concesso di poter tornare a dire nell’entusiasmo della grazia: "Eccomi, manda me!".
Chiara non era ancora sicura di avere la vocazione. Ne aveva il desiderio, ne aveva la gioia, ma non ne aveva la certezza della verità. Nonostante così spesse volte la gioia di Dio le traboccasse dentro, sapeva per istinto che non era ancora vocazione. Sentiva di non essere stata ancora chiamata da Gesù.
Un po’ alla volta si fece strada la convinzione che se Gesù non la chiamava, lei avrebbe dovuto in qualche modo sollecitarlo. Non le sarebbe, tuttavia, mai riuscito di chiedere che lui facesse la sua volontà, sua di Chiara. Aveva bene in testa chi era lei e chi era il Signore. La sua preghiera non voleva piegare Gesù alla sua volontà, voleva soltanto offrire se stessa a lui. "Ecco l’ancella del Signore: si compia in me la tua parola!". Capiva che era nel dono sincero di sé, nel suo "consegnarsi" al Signore, che avrebbe, un giorno raggiunto la perfezione dell’amore.
Un sabato pomeriggio, dopo una settimana di compiti in classe, Chiara si sentì particolarmente stanca di studiare. Le venne il desiderio di andare al monastero delle suore per pregare. Aveva voglia di ristorarsi nella preghiera, senza limite di tempo.
La chiesa del monastero non chiudeva mai, perché c’erano sempre suore in preghiera dietro la grata. Vi arrivò nel primo pomeriggio e si mise nei banchi davanti. Stette in ginocchio in silenzio, a adorare il Signore, finché i ginocchi cominciarono a farle male. Si sedette e continuò. Ogni tanto le affiorava alle labbra: "Ecco l’ancella del Signore, ecco l’ancella del Signore, ecco l’ancella del Signore...". Lo ripeteva quasi senza accorgersene, mentre il senso di quelle parole impregnava sempre più il suo essere. Non aveva nessun termine di tempo. Che bello poter pregare così ogni tanto, pensava tra sé. Le luci del coro si accesero per il canto dell’ora nona. Le suore cantarono, finirono, si ritirarono.
Il pomeriggio si snodava lento nella chiesa. Qualche fedele entrava, pregava, usciva. Ogni tanto qualcuno accendeva una candela...
Chiara restava in preghiera. Non pensava, stava lì in offerta, davanti al Signore. Passarono così due o tre ore. Ormai Chiara si sentiva sazia di orazione. Tuttavia non si alzò. La consolazione e la carica interiore si stavano spegnendo. Fece per alzarsi, ma poi le venne il desiderio di vedere cosa le sarebbe successo a restare in preghiera senza più lo stimolo dell’entusiasmo e della consolazione. Restò lì.
Cominciarono le distrazioni, non aveva più voglia di pensare. S’inginocchiò, ma la situazione non migliorò. Si sedette di nuovo. Sembrava che il tempo si fosse fermato: non passava più. Era entrata nell’aridità. Le parve che stesse cominciando un’occasione straordinaria per scendere di un gradino nel mondo della preghiera. Si sentì stimolata ad insistere quando trovò un nome bello per quel modo di pregare: preghiera di resistenza.
Si sentiva unita a tutti coloro che gemevano in una situazione di noia e di insoddisfazione. Avrebbe voluto sostenerli, ma anche lei si sentiva estremamente debole e fragile, senza nessun gusto a restare lì. Era un po’ partecipare, anche se da molto lontano, alla resistenza di Gesù, inchiodato sulla croce. Come doveva essere passato lento il tempo per lui! Il pensiero di Gesù in croce venne a darle forza. Ma ben presto anch’esso diventò un peso. La coscienza di se stessa, povera, inerme, fragile, annoiata, sospesa nel tempo e nella solitudine di quella chiesa, la invadeva sempre di più. Attraverso se stessa le pareva di capire Gesù che si stava spegnendo, nella solitudine.
Le affiorò di nuovo alla mente: "Ecco l’ancella del Signore". Che nuovo significato aveva ora sulle sue labbra e nel suo cuore! Com’era purificato da tutto quell’entusiasmo che forse era un po’ frutto di un orgoglio non avvertito, che si rallegrava di riuscire ad offrirsi al Signore! Ora invece era un gemito semplice e umile di chi non si sentiva più nessuno.
Ripensò a Gesù in croce e, senza accorgersene, ripeté con lui le ultime parole: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!". Le disse come parole di resa e di abbandono, quasi di sconfitta, ma - al dirle - capì che erano, invece, ciò che Iddio stava aspettando da sempre da lei.
Quasi d’improvviso cominciarono i vespri. Ormai era sera e bisognava ritornare a casa, ma Chiara pensò che era una bella occasione, per concludere quella straordinaria preghiera, cantare i vespri con le suore. Mentre cantava sentiva vivere in sé le parole di Gesù: "Padre nelle tue mani affido il mio spirito".
La musica gregoriana e le parole dei salmi parevano a Chiara l’espressione sonora della consegna dello Spirito al Padre da parte di Gesù, e lei, Chiara, vi si era coinvolta con tutto il suo esistere.
La presenza di Gesù entrava nei più riposti meandri del suo essere; la sentiva, l’avvertiva, anche se non sapeva né come, né dove, né quando. Era lui che agiva, era lui che sapeva e voleva. A Chiara non restava che aprirgli la porta, farlo entrare, sedersi e cenare con lui...
Uscì dalla chiesa ch’era ormai scuro. S’era alzato lo scirocco, carico d’umidità e di calore. Volava fra i rami degli alberi, già verdi di foglie nella primavera inoltrata e li faceva vibrare. Soffiava con delicatezza sul suo volto come una carezza impregnata di umido tepore e di profumi arcani. Chiara ne restò affascinata. Dopo ciò che aveva vissuto nella preghiera in chiesa e nel canto dei vespri, lo scirocco le parve come un messaggero venuto da lontano, apposta per lei, per consegnarle un segreto. Aveva il fascino di uno sconosciuto - che però la conosceva bene - e sul suo animo ebbe un effetto paragonabile a quello di uno struggente commento musicale alla scena principale di un film. Senza parole, senza immagini, con la sua misteriosa magia, esaltava l’intensità e la poesia del momento. Lo scirocco non la lasciò un istante. L’accompagnò fedele in tutti i suoi passi, per le vie del centro, nelle soste ai semafori, sotto i portici, sul marciapiede che costeggiava il giardino pubblico, fin sui gradini di casa. Al punto che, quando la porta si aprì per entrare, a Chiara venne il desiderio di rivolgersi a lui quasi fosse una persona, per ringraziarlo e salutarlo.

 

Capitolo 30

Dopo cena Chiara si mise a studiare. La preghiera le aveva scaricato la tensione e si sentiva di nuovo piena di energia. Una nuova qualità di gioia si era aggiunta a quella antica e consisteva nell’avere un mucchio di cose, tutte belle e tutte un po’ misteriose, avvenute in chiesa o per la strada, che aspettavano di essere riprese nel suo animo, meditate e decifrate. Un compito che l’attraeva e l’allietava al solo pensiero di poterlo svolgere.
Ma ora bisognava studiare, finché era sabato. L’indomani, domenica, avrebbe avuto più libertà e tempo per dedicarvisi. Studiò fin verso mezzanotte e lei stessa si meravigliò di come quelle ore le fruttavano, senza distrazioni, nonostante le belle cose da esaminare.
Ma quando andò a letto e s’addormentò, il suo cuore, senza più impedimento, ritornò agli avvenimenti del pomeriggio, alla preghiera di resistenza, alla comunione con Gesù crocifisso, al suo desiderio di abbandonarsi e offrirsi, insieme con lui morente, nelle mani del Padre.
Nel sogno pareva a Chiara di trovarsi in un luogo al tempo stesso familiare e sconosciuto, in compagnia di un essere misterioso che ora le pareva un angelo, ora un soffio di vento umido e tiepido - ma sempre persona - che le colorava il sogno di felicità e di profumo. Riviveva tutto il tempo del pomeriggio. Lo scorreva avanti e indietro: gli avvenimenti, i sentimenti, gli stati d’animo, la preghiera, le parole di Gesù e le sue, il canto dei vespri. Ma oltre a tutto questo c’era un’altra presenza, molto più profonda, che avvertiva essere la più importante, la più bella, quella che riempiva di significato il sogno e dava ad esso un senso di pienezza che non sapeva spiegare. Il suo cuore la capiva e ne aveva coscienza. Nel sogno non c’era bisogno che l’intelligenza la decifrasse e le desse un nome. Tutto era così chiaro e evidente!...
Il sogno si spense, ma la felicità ch’esso aveva acceso in lei continuò tutta la notte, fino al risveglio. Il cielo cominciava appena a schiarirsi, quando Chiara aprì gli occhi. S’era dimenticata di chiudere gli scuri e la stanza era tenuemente illuminata.
In casa tutti ancora dormivano in quel mattino presto di domenica. Ne approfittò per restare a letto con gli occhi aperti a riflettere. Si sentiva felice di una felicità nuova per lei, che non sapeva decifrare. Da dove le poteva venire? Riandò con la memoria al sogno della notte. Lo rammentava solo parzialmente, tuttavia ne aveva coscienza come di una cosa molto bella. Cercò di non forzare i pensieri e la ricerca, ma di lasciarsi riattraversare passivamente dal loro contenuto. Mentre cercava di lasciar cadere le redini dell’attenzione, sentì riaffiorare alla memoria la preghiera del pomeriggio del giorno prima. Il contenuto del sogno riprese nuovamente consistenza, offrendosi a Chiara per essere riesaminato e meditato.
Riaffiorò il protagonista misterioso che il cuore aveva riconosciuto subito, ma di cui non era giunta informazione all’intelligenza. Chi era? Chiara si aggiustò nel letto per prepararsi meglio alla decifrazione del mistero. Aveva ancora davanti a sé tutto il tempo che voleva.
I ricordi della preghiera di resistenza e dei vespri si sovrapponevano e si intrecciavano con quelli del sogno. C’erano lei e Gesù che s’erano progressivamente avvicinati fino a pronunciare insieme quelle parole che erano state le ultime sulla croce: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito". Rivisse lo stato d’animo con cui le aveva dette, di abbandono e di estrema povertà e bisogno, e ricordò come avesse percepito chiaramente che ciò era quello che il Padre stava da sempre aspettando da lei. La sua offerta e la sua umiltà si confondevano con quelle di Gesù che, pur essendo Figlio, si era voluto fare obbediente fino alla morte e alla morte di croce!
Il suo cuore sussultò a rivivere quel momento: esso stava riconoscendo il misterioso protagonista del sogno! Era il Padre, Dio altissimo, l’Amore amante; colui che riceveva nelle sue mani lo spirito di Gesù e di Chiara. Chi più grande di lui? Chi più ultimo e definitivo? Se lui accettava l’offerta di sé che Chiara gli faceva, chi avrebbe potuto rimandarla indietro?... E se lui l’accettava, mostrando di averla desiderata e attesa a lungo, non aveva tutto ciò il significato di chiamare Chiara al suo servizio?
Ecco la grande verità! Ormai era evidente alla sua coscienza. Non c’era più alcun dubbio. La sua preghiera era stata esaudita e il Padre le aveva fatto capire senza più esitazioni qual era la sua volontà su di lei.
Ricordò le parole di padre Pacomio: "Se Dio ti chiama, te lo farà capire chiaramente a suo tempo, senza ombra di dubbio".
La felicità che dalla notte le riempiva il cuore e che le pareva tanto nuova, di una qualità sconosciuta, si rendeva ora comprensibile. Era la felicità della sposa che si sente scelta e amata dallo Sposo!

 

Capitolo 31

Anche Emme era stato colpito dall’arrivo dello scirocco quel sabato sera. Le folate irregolari, inquiete, cariche d’umidità e più calde dell’aria circostante, quell’impercettibile profumo e quella sensazione di essere accarezzato sul volto e di essere ricercato, inseguito e festeggiato dal vento venuto da lontano, stimolavano la sua fantasia. Lo scirocco gli pareva quasi un personaggio misterioso, un angelo o un genio o un ambasciatore, che gli portasse un dono o un messaggio che veniva da molto lontano. Il suo caldo alito gli parlava di equatore e di deserto, l’umidità di cui era intriso gli raccontava gli oceani che aveva attraversato, le improvvise folate che gli giravano intorno e che agitavano i rami degli alberi gli evocavano danze e tamburi.
L’impressione finale, riassuntiva di tutto, era un messaggio - senza parole e in certo modo irrazionale - ma che aveva una forte suggestione sull’animo di Emme.
"Vieni! Vieni Emme! Vieni! - gli sussurrava lo scirocco girandogli intorno - ti porterò con me, là da dove sono venuto…".
Emme si chiedeva se ciò fosse una pura autosuggestione o se quel messaggio gli venisse per davvero dall’esterno. E se veniva dall’esterno, chi era a inviarglielo? Era l’amore che aveva fin da bambino per i paesi lontani e per i viaggi esotici, che si risvegliava da qualche regione del suo subcosciente, oppure era un suggerimento dello Spirito, che si serviva dello scirocco per fargli giungere una parola di Gesù, così come si era servito di lui, tanti secoli prima, per dare a Gesù l’occasione dell’esempio del mistero del vento, mentre parlava a Nicodemo in quella notte famosa?
Non voleva passare per un visionario, ma il suo cuore s’inclinava nettamente per la seconda ipotesi. In fondo in fondo, per dire il vero, la ripugnanza che sentiva riguardo alla vocazione era per il sacerdozio in sé, ma non toccava la modalità di esserlo come missionario. Anzi, se un giorno fosse davvero diventato prete, avrebbe voluto esserlo in missione.
Questi pensieri erano ancora attuali nel suo animo, mentre andava in parrocchia, il mattino dopo, per partecipare alla messa. Ci mancava quasi un’ora, ma voleva arrivare presto per avere l’occasione di pregare un po’ in silenzio, mentre la chiesa era ancora vuota. Rimase perciò sorpreso quando, appena entrato, vide Chiara inginocchiata nel primo banco. Sul principio pensò di non disturbarla, ma poi la familiarità e l’amicizia ebbero il sopravvento e si diresse verso di lei per salutarla ed augurarle buona domenica.
"Speravo proprio che arrivassi presto! - gli disse subito Chiara - Sono contenta che il Signore abbia esaudito il mio desiderio. Ho grandi novità da raccontarti. Siediti qui, tanto non c’è nessuno in chiesa; e poi sono cose che mi piace dirti davanti al Signore". E cominciò a raccontargli tutto, scendendo nei particolari, così com’era solita fare. Come la capiva bene Emme! Erano tutte cose che lui pure conosceva, non per averle vissute in prima persona, ma perché gli pareva di averle sapute da sempre, o per lo meno da quando aveva cominciato a conoscere più da vicino sia Chiara che il Signore.
Anche lui, poi, rimase particolarmente toccato quando Chiara le raccontò di Dio Padre, di come fosse lui il grande protagonista di quell’incontro e del sogno. Non vi aveva fatto del tutto mente locale, ma pure lui, quando Gesù l’aveva chiamato, aveva intuito che il Signore non si poneva come il punto finale di tutto. Il Gesù che lo aveva chiamato era il Figlio del Padre, il Figlio amato, che dal Padre era uscito e al Padre ritornava, e che voleva condividere con lui non solo il sacerdozio nel suo esercizio, ma anche nella sua ultima realtà, quella dell’uscire dal Padre e a lui ritornare.
Pareva a Chiara di avere da raccontare per chissà quanto tempo, ma in meno di un quarto d’ora aveva già raccontato tutto. Era facile e breve raccontare le cose a chi le capiva al volo!
Non c’erano molti commenti da fare. C’era solo da rallegrarsene e meditare l’avventura in cuor loro, per finire di comprenderla e interiorizzarla.
A Emme, tuttavia, parve opportuno approfittare dell’occasione per raccontarle dell’impatto che aveva avuto su di lui l’arrivo dello scirocco e dei pensieri che questi aveva fatto nascere in lui. La loro vita sembrava essere entrata nell’epoca dell’ascolto e delle decisioni, e molti elementi avevano effetti in comune per ciascuno dei due.
Mancava ancora abbastanza tempo all’inizio della messa: che bello poter avere davanti a sé un po’ di tempo vuoto da riempire di preghiera!

 

Capitolo 32

Il raggiungimento anche da parte di Chiara della certezza di aver ricevuto dal Signore la vocazione fu un po’ come girare una pagina nella storia della loro vita. Il fatto centrale era già avvenuto per entrambi. Ora si trattava di viverne la realizzazione.
Per fortuna avevano con loro tutta la saggezza e l’amicizia di padre Pacomio. Inutile dire che andarono a trovarlo insieme un’altra volta, per metterlo a parte delle ultime novità. Il padre commentò dicendo che al Signore piaceva tanto fare cose nuove, mai viste prima, ma piaceva pure - e non certo di meno - ripetere con modalità sempre nuove, modi di fare antichi, come, per esempio, chiamare due a due. Aveva chiamato Andrea e Pietro, poi i due figli di Zebedeo. Due pure erano i discepoli di Giovanni a cui fece l’invito dicendo loro: "Venite e vedrete". Raggiunse per strada i due discepoli che si dirigevano a Emmaus, e si manifestò a entrambi nella frazione del pane. Per non parlare poi di san Francesco e santa Chiara, di san Benedetto e santa Scolastica, di santa Teresa d’Avila e di san Giovanni della Croce, e così via.
Insomma, per farla breve, aveva concluso padre Pacomio, Gesù doveva probabilmente star parlando di sé quando disse che ogni maestro ben istruito nel regno dei cieli era come un padre di famiglia che tira fuori dal suo tesoro, cose vecchie e cose nuove!
L’estate si avvicinava a grandi passi e con essa il tempo degli esami. La maturità da superare stimolava energia e impegno ogni oltre immaginazione. Ben pochi dei compagni di classe di Emme e di Chiara avrebbero mai pensato di essere capaci di studiare tanto!
C’era poi anche la decisione di quale facoltà scegliere, e ciò non era pensiero da poco. In quell’anno si sarebbero giocati il resto della vita e quello non era un passo da farsi a cuore leggero.
Per Emme e Chiara la situazione era speciale. Per lei tutto sembrava semplice. Il Signore l’aveva chiamata dopo un lungo periodo di corteggiamento; s’era preparata, aveva pensato, chiesto consiglio, aveva pregato, aveva messo tutto l’impegno per conoscere più da vicino il buon Dio, sforzandosi di fare, come lui, tutto col massimo amore possibile. Aveva varcato la soglia dell’amicizia spirituale, sia con Emme che con padre Pacomio, aveva assaporato quell’amore - per certi versi così simile e pure al tempo stesso così differente dall’amore fraterno e dall’amore sponsale - che è proprio dell’amicizia spirituale: casto e puro, semplice e sincero, che faceva aprire il cuore fino all’ultimo segreto, facendo gustare l’esperienza della libertà e del dono di sé; un amore che non faceva prigionieri, ma che spalancava il cuore a tutti gli altri. Per lei avrebbe dovuto essere facile realizzare il suo desiderio. Doveva parlare ai genitori e poi chiedere alle suore della comunità del monastero di riceverla tra loro.
Per Emme, invece, non era per nulla semplice e scontato ciò che l’attendeva. Riconosceva, sì, che il Signore l’aveva chiamato, ma nonostante tutto l’impegno messo, nonostante la preghiera di Chiara e di padre Pacomio, nonostante la gioia che aveva provato per la vocazione di Chiara, e nonostante la contentezza e la soddisfazione che la felicità interiore di Chiara gli dava, il persistere della ripugnanza per essere prete lo tratteneva dal decidersi a rompere gli indugi e parlarne ai genitori.
Il dolore interiore, che ogni giorno lo accompagnava, lo manteneva nel dubbio riguardo al da farsi. Istintivamente avrebbe preferito prendere tempo, frequentare qualche anno di università, magari laurearsi. Forse le cose si sarebbero chiarite. Forse il blocco si sarebbe dissolto, oppure sarebbe arrivato alla conclusione che il persistere di quella situazione era un segno che probabilmente non era vera vocazione, ma solo una grazia di pura comprensione del mistero, un dono che avrebbe dovuto accompagnarlo sempre nella sua vita cristiana. Un dono insomma, altrettanto gratuito, ma solo da guardare con gli occhi dello spirito e non da trasformare in carne della sua carne e diventare concreto e fisico come la sua vita. Il dilemma era grande e solo nella preghiera trovava un po’ di conforto. Era vero ciò che gli avevano detto Chiara e padre Pacomio: "la preghiera ci aiuterà". Ma l’aiuto che gli stava dando era, per ora, solo parziale. Aveva però ancora un mese o due davanti a sé e ciò lo sollevava un po’. Per il momento la parola d’ordine era: attendere!
Anche se gli esami erano vicini, sia Emme che Chiara non avevano tralasciato di andare a visitare padre Pacomio. Il buon padre li ricordava spesso e si sentiva impegnato fino in fondo ad accompagnarli con l’interesse e con la preghiera, perché ricevessero forza e perseveranza in questo passaggio delicato che consisteva nel fare i passi necessari per tradurre nella vita ciò che il Signore aveva fatto loro capire.
Ripercorreva una volta di più, accompagnandoli, ciò che a suo tempo aveva vissuto quand’era lui pure un ragazzo ed aveva dovuto passare dalla fase, in certo modo passiva, di ascoltare e di ricevere in dono, a quella attiva di mettere in moto questo dono.
Anche per Mosè, Isaia, Geremia, Samuele, Ezechiele e tanti altri profeti, il difficile era cominciato dopo essere stati chiamati. Giona, addirittura, aveva tentato di fuggire, pur di non caricarsi degli inconvenienti della vita da profeta.
Ogni volta che recitava l’Angelus, padre Pacomio pensava a Chiara e lo recitava insieme con lei, oltre che con la Vergine Maria. Emme invece, lo ricordava specialmente nella messa. Era per andare a celebrarla fino agli estremi confini della terra, che Gesù l’aveva chiamato.
Dopo tanti anni di sacerdozio, a padre Pacomio pareva di essere ancora fermo sulla soglia della comprensione di cosa fosse celebrare l’eucaristia. Era tutta una vita che ogni giorno la celebrava. Ne aveva fatto oggetto di meditazione, di studio, di preghiera, ne aveva parlato innumerevoli volte nella catechesi, nelle conferenze, nei ritiri, perfino in confessionale. Non avrebbe potuto mai esaurirne il contenuto, e tanto meno avrebbe potuto ringraziare Iddio adeguatamente per il dono ricevuto di essere stato chiamato a celebrarla ogni giorno nella sua vita.
Emme: specialmente lui gli stava a cuore! Ma sapeva che la grazia che aveva ricevuto, di comprendere qualcosa del mistero nascosto della messa, era un gesto di predilezione così straordinaria, che certamente Gesù non avrebbe lasciato che colui che amava tanto si confondesse...

 

Capitolo 33

Tra scritti e orali l’esame di maturità durava quindici giorni. Due settimane lunghissime, di tensione e di fatica, ma anche - in certo modo - di eroismo, e quindi pure di grande soddisfazione e gioia oltre che di paura. L’eroismo sempre mescola insieme tutte queste componenti!
Per le vacanze di quell’anno non erano previsti campi scuola. Si era già alla fine di luglio e le famiglie di Emme e di Chiara stavano solo in attesa di loro per andare un po’ in villeggiatura tutti insieme. Emme sarebbe andato al solito paese di mare e Chiara, invece, fra i monti.
C’era un po’ di emozione in tutti e due quando si salutarono prima di lasciare la città. Entrambi avevano mantenuto intatto il loro segreto.
Nel mese che li aspettava avrebbero dovuto parlarne in casa e affrontare i passi necessari che stavano in attesa di loro.
Per la prima volta, nella storia della loro vocazione, avrebbero dovuto fare un passo importante isolatamente, senza poter contare sull’aiuto e la presenza dell’altro. E ciò dispiaceva abbastanza fortemente ad entrambi.
Il viaggio in treno fu abbastanza penoso per Emme. Andava verso il mare, in vacanza, ma il suo pensiero era ben lontano dalla vacanza!
Ormai aveva deciso. Non ce la faceva più ad aspettare che la sua situazione interiore si sbloccasse. Non poteva continuare a portare un peso così grosso chiuso nel cuore.
Doveva per forza entrare in seminario e provare la vita da prete, l’ambiente del sacerdozio, vedere le cose dal di dentro, nella pratica di ogni giorno. Non riusciva ad eliminare quella segreta speranza che il Signore si accontentasse della sua onestà e coraggio di essere entrato in seminario e lo liberasse da ogni impegno, facendogli dire dal rettore e dal direttore spirituale che non aveva la vocazione e che continuasse ad amare il Signore e servirlo nel suo Regno da semplice laico.
Un altro dolore da affrontare era quello di parlare ai genitori della sua vocazione, di com’era sorta, di convincerli che era vera, che era suo desiderio essere sacerdote per sempre e che con tutto il cuore voleva essere missionario. Soprattutto avrebbe dovuto convincerli che essere sacerdote era il suo ideale e che tutto il resto non gli interessava. Era vero, verissimo, ma quanto immensamente incompleto! La ripugnanza, il dolore interiore non poteva manifestarli. Dovevano essere portati segretamente per ora, e questo peso era veramente molto grande. Non sapeva come fare per entrare in argomento, quale momento scegliere, quanto aspettare ancora...
Ci pensarono i genitori a toglierlo d’imbarazzo, perché il giorno dopo il loro arrivo al mare gli chiesero, con estrema semplicità e immediatezza, che dicesse cosa gli sarebbe piaciuto fare nella vita, dopo la maturità.
Se n’era parlato già altre volte, durante il liceo, ma ora era giunto il momento di decidere. Loro erano disponibili ad accontentarlo e ad aiutarlo nei suoi desideri.
Fu molto più facile del previsto per Emme spiegare che negli ultimi mesi aveva capito che il Signore lo chiamava al sacerdozio e alla vita missionaria e che, dopo aver molto riflettuto ed essersi pure consigliato con padre Pacomio, aveva deciso che voleva entrare in seminario.
Certamente la notizia non fu senza un profondo effetto emotivo sui genitori. Vedere un figlio scegliere quella via non poteva lasciare indifferente nessun padre e nessuna madre, anche se credenti e favorevoli. La mamma tuttavia non ne rimase sorpresa per completo. Da certi modi di fare e dal comportamento degli ultimi mesi, dalle visite frequenti a padre Pacomio, al santuario della Madonna del Sorriso, aveva cominciato a sospettare che ci fosse un motivo di vocazione all’origine di tutto ciò.
C’erano ancora molti giorni per parlarne con più calma e così la prima rivelazione del segreto si estese con naturalità a un periodo più prolungato, per approfondire tutti gli aspetti conseguenti. Bisognava invece informare subito il resto della famiglia e così, a tavola, Emme fu invitato a dare l’annuncio alle due sorelle e al fratello.
Ormai era un avvenimento familiare, anche se non sapevano la verità tutta intera. Emme si sentì molto consolato e alleggerito per aver reso pubblico il suo desiderio di andare in seminario.
Tutta la famiglia era disposta ad accettare la sua decisione. I genitori, entrambi persone di fede ed abituate a rispettare il pensiero degli altri, seppure con emozione e con una certa apprensione, aiutarono molto a far tornare il sereno nel cuore di Emme. Qualunque cosa potesse succedere, ora Emme sapeva per certo che i suoi lo avrebbero aiutato. Capiva anche senza parlarne, che con la stessa benevola comprensione avrebbero accolto pure un suo possibile ripensamento e interruzione di quel cammino. Gli esami erano finiti, la notizia era stata data e bene accolta. Ora Emme poteva finalmente allontanare la tensione e riposarsi dalla fatica dei pesi accumulati. Ben più di metà della sua sofferenza era stata superata!

 

Capitolo 34

La prima cosa che Emme fece appena ritornato in città fu quella di cercare Chiara.
La trovò in chiesa alla messa vespertina. Fu lei la più pronta a parlare e subito gli chiese di raccontargli cos’era successo durante quel mese di ferie.
Emme le raccontò tutto dicendole che al mare, dopo aver dato la notizia aveva passato due settimane disteso e rasserenato, ma che, ora, ormai nell’immediata vigilia dell’entrata in seminario, quell’angustia lo aveva di nuovo visitato ed i giorni passavano dolorosamente. Ciò nonostante era deciso ad andare avanti. Nessuno ancora s’era accorto della sua sofferenza e ciò la considerava una grazia del Signore. Non voleva che nessuno la scoprisse.
- "E tu - chiese a Chiara - quando entri in convento?".
Lei gli sorrise un po’ misteriosamente ed esitò a rispondergli. Non entrava in convento per il momento. I suoi genitori non volevano. Dicevano che era troppo giovane e che non conosceva ancora nulla della vita. Non erano contrari in principio, né avrebbero voluto porre ostacoli a Dio, ma per loro, entrare così, subito, sarebbe stata una leggerezza. Volevano che facesse per lo meno un anno di università, che conoscesse un po’ di più il mondo degli adulti e la vita della gente.
Questa notizia inaspettata ferì in certo modo l’animo di Emme. Se anche lui avesse incontrato qualche ostacolo! Sarebbe stato un ostacolo esterno, non cercato né voluto, e quindi buono da presentarlo a Dio per allontanare la partenza.
Ma subito scacciò questo pensiero: era una tentazione di disonestà interiore. No, aveva fatto bene a decidere di partire! Era quello che doveva fare. La vocazione l’aveva ricevuta, anche se ora continuava a non piacergli. Non i suoi sotterfugi l’avrebbero liberato, ma la verità, e la verità esigeva che obbedisse e partisse. Era ora compito del Signore risolvere la situazione e condurre gli avvenimenti.
"Non ti rammaricare!" - disse Chiara, vedendo che Emme era rimasto pensieroso alla notizia dell’impedimento dei suoi genitori - Forse i miei hanno ragione. Ma l’attesa non mi scoraggia. Saprò aspettare, e un anno passerà in fretta! Continuerò a vivere come ora. La verità della vocazione mi accompagna sempre, e quella felicità interiore di cui parlammo al padre Pacomio, ti ricordi? Beh - disse con un sorriso un po’ imbarazzato al pensiero della ripugnanza di Emme – non mi lascia mai! Come vorrei poter dartene un po’... Chiederò alla Madonna del Sorriso che mi insegni a tagliarne una fetta per poterla dare a te!"
"Com’è bello avere un’amica!"- pensò Emme. E ne ringraziò il Signore.

 

Capitolo 35

L’ultimo giorno di ottobre era un lunedì ed era la data fissata per entrare in seminario. Anzi non era propriamente in seminario che Emme aveva deciso di entrare, ma al noviziato dell’Istituto religioso a cui appartenevano il parroco e il cappellano della sua Chiesa. Era stato padre Pacomio a consigliare Emme sul da farsi. Visto che sentiva il desiderio d’essere missionario e che gli pareva che la personalità di Emme lo portasse a preferire uno stile di vita comunitario, gli aveva parlato abbastanza dettagliatamente della differenza tra la vita in un istituto religioso e la vita di sacerdote diocesano, affinché potesse scegliere con la libertà che viene dal conoscere le cose.
Se voleva essere missionario era certo più facile poterlo fare come membro di una congregazione religiosa che avesse delle missioni a lei affidate, che come sacerdote diocesano. C’erano anche dei missionari tra i diocesani, è vero, ma erano assai più rari e spesso dovevano accontentarsi solo di un servizio di alcuni anni.
Per Emme non fu difficile comprendere, dato che in città, oltre alla sua, c’erano diverse altre parrocchie rette da religiosi ed anche nell’Azione Cattolica aveva avuto modo di conoscere padri appartenenti a varie congregazioni. E poi, meglio che l’esempio di padre Pacomio e della sua simpatica comunità, chi poteva fargli capire cos’era la vita religiosa?
Il primo passo per entrare in una congregazione era fare il noviziato, cioè un periodo di formazione spirituale intensa, di un anno, in cui si riceveva una catechesi molto profonda sui voti di povertà, castità e obbedienza, sulla vita comunitaria, sulla spiritualità e il carisma proprio di ciascuna famiglia religiosa.
Tutte queste cose era il padre Pacomio che gliele aveva spiegate. Anzi, visto che pure Chiara sapeva ancora ben poco di cosa volesse dire essere suora di clausura, aveva pensato di spiegare a tutt’e due insieme, in modo da creare anche una certa occasione per scambiare opinioni, commenti e chiarire dubbi e perché.
Fu bello quel periodo di poche settimane, costellato da tanti incontri a tre nella solita stanza che dava sul chiostro, col grande crocifisso alla parete. L’amicizia tra Emme, Chiara e padre Pacomio ebbe occasione di approfondirsi ancor di più, e l’impegno di aiutarsi reciprocamente nella preghiera fu vissuto con molta convinzione.
Anzi in uno degli ultimi incontri si stabilì un vero e proprio appuntamento nella preghiera, di loro tre più il Signore. Accadesse quel che accadesse, ogni giovedì nella messa si sarebbero ritrovati in spirito. Un impegno per la vita. Quindi si sarebbero incontrati, nel Signore, provenienti da qualsiasi parte della terra dove si fossero venuti a trovare. E anche dopo che il primo fosse morto, avrebbero continuato a riunirsi ugualmente: la comunione dei santi aveva il privilegio di non dover osservare il confine che separa la vita dalla morte!
Il noviziato era in un’altra provincia ed Emme vi sarebbe andato in treno, in compagnia della mamma e di una sorella.
La partenza da casa fu una pagina di storia familiare di intensa commozione. Emme era il primo figlio che usciva di casa e per entrambi i genitori fu un’esperienza in certo modo lacerante. Non era soltanto un posto vuoto a tavola, era un figlio che usciva dal nido, il nido che loro avevano costruito e custodito con tanta cura e affetto.
Era la prima partenza. Altre, a suo tempo, avrebbero dovuto seguire. Qualcosa finiva per sempre, in quell’ultima cena alla domenica sera, in famiglia, ma solo il babbo e la mamma lo potevano capire e se ne scambiarono il dolore e la commozione quando i loro sguardi s’incrociavano nella preghiera prima dell’inizio.
Ma era la legge della vita e molte gioie sarebbero più tardi nate dal quel dolore. Era così, era sempre stato così, era bene che fosse così! Ma anche il lasciarsene commuovere era bene che continuasse sempre ad accadere.
Per Emme, invece, fu più dura la partenza alla stazione. Lasciava la sua famiglia, gli amici, la sua città, la parrocchia, la vita che amava, quella vita di tutti i giorni che aveva vissuto sempre con gioia. Amava tutto ciò, l’amava molto, e inoltre gli costava rinunciarvi.
Vi rinunciava volontariamente, perché era lui che l’aveva deciso, anche se con sofferenza. Partiva addolorato, ma erano le sue gambe che lo portavano. Lui aveva fatto le valigie, lui era passato a salutare i parenti più stretti e gli amici più cari. Aveva fatto lui la coda per comprare il biglietto ed ora era accanto al binario ad aspettare il treno.
Andava verso una vita il cui pensiero lo faceva soffrire, ma vi andava volontariamente, nascondendo caparbiamente un segreto che non poteva rivelare per nessun motivo al mondo.
Perché faceva tutto questo? Per una verità di cui non poteva avere nessun dubbio, ma di cui non viveva in lui nient’altro che un semplice ricordo. Più nessuna attrazione, nessun gusto. Aveva un nodo che gli chiudeva la gola. Se qualcuno gli avesse rivolto la parola non sarebbe riuscito a rispondere.
Anche la mamma e la sorella erano commosse ed Emme ne ringraziò il Signore: la loro commozione offriva un buon nascondiglio al suo segreto.
Ma proprio in quel momento si sentì chiamare. Era Chiara, che voleva salutarlo e dare un bacio d’affetto e comprensione alla mamma e alla sorella. Chiara capì tutto con un solo sguardo. Delicata e sensibile com’era, capì che non c’era bisogno di dire nulla. Baciò in silenzio la mamma e la sorella di Emme e a lui strinse la mano e disse appena "ciao". Ma lo guardò negli occhi e gli sorrise.
Emme capì che, salendo sul treno, avrebbe lasciato alle spalle tutto, ma non Chiara. Anche se quello fosse stato l’ultimo sguardo che si fossero potuti scambiare sulla terra, sapeva che Chiara non sarebbe restata sul marciapiedi insieme alla città. Faceva, in qualche modo, ormai parte di lui e l’avrebbe accompagnato per sempre. Gli occhi di Emme si aprirono e vide che Chiara non era venuta da sola a salutarlo: portava con sé tutto il passato, tutto ciò che Emme aveva vissuto ed era parte della sua persona. Lasciava la città e i suoi abitanti, ma solo nella loro materialità ed esteriorità. Il loro spirito, il loro significato, la loro essenza, ciò di loro che Emme aveva assimilato e con cui aveva costruito se stesso, erano indivisibili dal suo io e l’avrebbero accompagnato ovunque. E l’amore dato e ricevuto ne faceva garanzia dentro di lui...

 

Capitolo 36

Passò un mese, e Chiara s’era data da fare per scegliere la facoltà a cui iscriversi. Certificati, file, visite di curiosità a biblioteche e vetusti istituti avevano occupato in gran parte il suo tempo.
Tutti i giovedì era stata fedele all’appuntamento di preghiera. Per due volte, visto che le lezioni cominciavano solo nella seconda metà di novembre, era andata addirittura a messa al santuario della Madonna del Sorriso. Aveva così scoperto che padre Pacomio aveva preso per sé la messa vespertina del giovedì, e ciò fece capire a Chiara quanto ci tenesse, nonostante la differenza d’età, alla loro amicizia a tre - anzi a quattro, col Signore! -
In quello sguardo scambiato con Emme sui binari, Chiara aveva letto quanto grande fosse il silenzio di Dio nel suo cuore e quanto grande fosse il rispetto di Emme per la verità. Certamente quella partenza doveva essere molto preziosa agli occhi del Signore.
Chiara aveva mantenuto la promessa e tutti i giorni pregava la Madonna del Sorriso perché le concedesse di mandare ad Emme una fetta della sua felicità. Chissà se l’aveva esaudita? Capiva che non era solo una questione di sofferenza o di fette di felicità, era una cosa ben più grande. Era una vita di due, di Emme e di Gesù che doveva diventare un’unica vita, vita di uno solo, vissuta in due. Doveva avere pazienza finché non si fosse compiuto il tempo stabilito.
Era immersa in questi pensieri, una sera, mentre rincasava, quando, aprendo il portone vide che nella cassetta di famiglia c’era una lettera, arrivata nella distribuzione del pomeriggio. Aprì lo sportello e vide che era per lei. Lacerò la busta con curiosità: era di Emme! Corse su in fretta ed entrò in camera, per leggerla con tutta l’attenzione e la calma necessarie.
Carissima Chiara,
lascia che vada subito a ciò che interessa: il silenzio del Signore è finito! È successo la settimana scorsa. E sai che giorno era? Giovedì! Grazie, Chiara, ti sono riconoscente per la parte che certamente vi hai avuto, e lo sono anche a padre Pacomio! Sono convinto che il Signore ha scelto apposta il giorno del nostro incontro a quattro, per agire.
Ti voglio raccontare com’è andata. Al pomeriggio di giovedì scorso dovevano cominciare gli esercizi spirituali di apertura del Noviziato. Il padre maestro ci aveva mandato a fare una passeggiata sui monti qui sopra, per scaricare tutte le energie e cominciare con più concentrazione il ritiro di una settimana.
Io feci una gran sudata nella salita e, appena ci fermammo, il tempo si rannuvolò e cominciò a soffiare un vento gelido che mi penetrò nelle ossa.
Mi era rimasto un freddo anormale addosso, ma non ci avevo dato troppo peso.
Alle quattro c’era la conferenza di apertura del corso di esercizi e alle sei la messa vespertina. Oh, a proposito, un predicatore veramente in gamba! All’aspetto assomigliava un po’ a padre Pacomio e alla maniera di parlare sembrava di ascoltare padre Paolo. Lo stesso dono della parola: chiara e accattivante.
Beh, alle sei, all’inizio della messa, avevo cominciato ad avere qualche brivido. Durante l’omelia sentivo di stare bene solo da seduto.
Mi alzai per il prefazio. Supplicavo il Signore di aver pena di me, di fare qualcosa per liberarmi: l’angustia interiore non mi aveva lasciato un momento, da quando ero arrivato qua.
Ci inginocchiammo per la consacrazione, ma ormai la febbre doveva essere abbastanza alta. Facevo fatica a respirare e cominciavo a vedere tutto annebbiato.
Ero sul banco davanti al padre maestro. Mi girai per dirgli che mi sentivo poco bene e gli chiesi il permesso di sedermi. "Siedi, siedi!", mi disse con grande premura.
Mi volsi di nuovo verso l’altare e mi sedetti, spossato. In quel gesto c’era tutta la mia verità, la mia stanchezza, la mia tristezza. Ma nel sedermi volli mettere in quel movimento il significato di ritirare ogni mia resistenza ed ogni mia possibile nascosta opposizione, quasi che il peso che mi opprimeva da mesi fosse frutto del mio io. Mi abbandonavo senza più riserve né difese alla sua volontà, qualunque essa fosse. In quel momento il celebrante stava dicendo le parole della consacrazione.
Le sentivo nitidamente, e appena cominciò a dire: "Questo è il mio corpo..." ebbi la sensazione nettissima di essere io sull’altare a dire quelle parole. Anzi più esattamente, che fosse Gesù che le diceva usando la mia bocca.
Quella comprensione di cos’era la messa - che mi aveva colpito nel triduo dell’Epifania - era tornata e durò esattamente fino alla comunione. Tutti i dubbi erano cessati, tutta la ripugnanza finita, ed un giubilo assai più grande di una delle tue "fette di felicità" mi aveva riempito l’anima e il cuore.
La luce della comprensione fu passeggera, ma la certezza della vocazione e la gioia sono rimaste fino ad ora.
Nonostante la sofferenza di tutti questi mesi non avevo mai ritirato ciò che avevo detto a gennaio: "Eccomi, manda me!". Ora mi era restituito l’entusiasmo che l’aveva accompagnato e insieme c’era una certezza nuova, unita ad una convinzione che durerà per sempre: la certezza che la chiamata di Dio è senza pentimento, e che perciò anche la mia risposta da lì in avanti avrebbe avuto il dono di essere senza pentimento!
È passata più di una settimana. Gli esercizi sono finiti. Ormai so che non tornerò più indietro. Questa è davvero la mia strada. Il Signore mi ha restituito tutto ciò che mi aveva momentaneamente ritirato.
Da quel giorno mi sto chiedendo come potrei fare per ringraziarlo in modo degno.
E sai Chiara qual è la risposta che mi viene ogni volta in mente? Prova a indovinare!
È sempre la stessa e dice così: "La preghiera ci aiuterà!".
Sì, la preghiera ci aiuterà a ringraziarlo, e ci metteremo non meno che tutto il resto della nostra vita!
Grazie anche a te, carissima Chiara!
Ti saluto nel Signore.

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