EDUCARE ALLA LIBERTÀ NELLA VERITÀ
Educazione morale nella catechesi dell’età evolutiva
(Fochesato Pietro)


autori
titoli

Indice:

Presentazione
Il catechismo per la vita cristiana
La condotta umana dal punto di vista morale
L’educazione morale
L’educazione morale cristiana

 

 

 

 

Presentazione

La domanda di onestà nei comportamenti individuali e collettivi sale forte dalla società italiana di questi anni. Si è anzi tentati di dire che mai come oggi è stata così prorompente; ma forse è una esagerazione.

La chiesa, dal canto suo, non si sottrae al suo compito e alla sua missione di evangelizzare i valori morali dell’onestà, della giustizia, della solidarietà, della carità.

Ma non da oggi. Lo fa da sempre. Tuttavia, più che rincorrere le richieste etiche del momento, ha scelto una politica di fondo: quella dell’educazione. "La formazione delle coscienze" è un obiettivo di tutta la sua azione pastorale.

In particolare è attraverso la catechesi – dall’infanzia all’età adulta – che la chiesa si propone di educare le coscienze ai valori e alle virtù morali.

In questo sussidio si è cercato di chiarire la cosa in modo sintetico.

In altri fascicoli si tenterà di puntualizzare più diffusamente gli obiettivi concreti che la catechesi italiana dell’età evolutiva si propone in ordine alla formazione morale delle coscienze.

Siamo lieti di dare ai genitori e agli educatori un piccolo contributo di chiarificazione per la formazione di buoni cristiani e onesti cittadini.

 

(I)
IL CATECHISMO
PER LA VITA CRISTIANA

 

IL CATECHISMO PER LA VITA CRISTIANA

1. IL CATECHISMO PER LA VITA CRISTIANA della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) è stato prodotto nel decennio ’70-80, a partire dal testo per i bambini per finire con quello degli adulti. In tutto 7 volumi: il catechismo dei bambini, i 4 dei fanciulli e ragazzi, quello dei giovani e quello degli adulti. La revisione dell’opera, annunciata fin dalla prima edizione, si è completata in questi anni ’90. È approdata ad 8 volumi complessivi, praticamente uno per ogni fascia di età: infanzia, prima e seconda fanciullezza, preadolescenza, adolescenza, giovani e adulti.

2. Il dato numerico e cronologico è già significativo per se stesso e segna ormai la distanza tra catechismo di S. Pio X e quello attuale. Ma il dato storico-culturale di fondo, che segna lo spartiacque tra il prima e il poi della catechesi attuale, è il concilio Vaticano II, le cui indicazioni costituiscono – come è noto – il primo grande catechismo del nostro tempo. Il rinnovamento effettivo della catechesi attuale, registrato pressoché in tutta la chiesa cattolica, è partito da lì. Anche la CEI nel redigere il suo Documento Base "Il rinnovamento della catechesi" ha mutuato dal concilio i criteri di fondo che supportano la catechesi italiana.

3. La titolazione al singolare "il catechismo", attribuito alla complessa opera, manifesta la volontà della CEI di perseguire un progetto unitario, relativo al cammino di fede che essa intende offrire d’ora in poi ai cattolici e a tutti gli italiani di buona volontà. Tuttavia la molteplicità dei testi, praticamente uno per ogni fascia di età – si diceva – denota invece la volontà di tenere ben distinte, anche se non separate, le tappe successive e maturative dell’itinerario di fede.

Il fatto poi che la revisione della seconda edizione dei testi porti ben rimarcata la dicitura "della CEI" denota l’appartenenza autorevole, magisteriale di questo catechismo. Si deve dedurre che l’intera opera, ufficiale, fa testo: i suoi contenuti sono genuini, tanto nella fede che nella morale.

4. Lo scopo di questo catechismo è dichiarato anch’esso esplicitamente ancora dal titolo: "Per la vita cristiana".

Esso dice la collocazione dinamica del libro: non è fine a se stesso, e non è destinato solamente alla catechesi in quanto tale. Invece concorre alla crescita della vita cristiana del popolo di Dio.

Vale a dire: il catechismo è finalizzato in primo luogo a favorire l’annuncio della fede, ma poi anche la celebrazione del mistero cristiano e infine la testimonianza della stessa fede nella vita quotidiana.

Questa scelta – al centro la vita cristiana – evidenzia la svolta della nostra chiesa nei confronti dei catechismi passati, soprattutto quello di S. Pio X, pur tanto meritevole. Ma d’ora in avanti tale focalizzazione diventa pure criterio di fondo per ogni settore della pastorale e cioè anche per la pastorale liturgica e per quella della testimonianza di carità e promozione umana.

Ora finalmente tutto ci sembra più chiaro: la complessa azione della chiesa – l’annuncio, la celebrazione, la testimonianza – viene ricentrata sul grande obiettivo comune: la crescita della vita cristiana del popolo di Dio.

5. In rapporto specifico con la catechesi, questa importantissima focalizzazione fa giustizia di tante discussioni passate, magari marginali, ma comunque piuttosto accese. Accenniamo, per esempio, alla questione della memorizzazione. Con il metodo praticato in passato, i nostri cristiani conoscevano a memoria le verità della fede; mentre oggi accade che non tutti le ricordino a dovere. In effetti la memorizzazione oggi è passata in secondo piano, sebbene non del tutto scartata, soprattutto con la seconda edizione dell’opera. Questa scelta ci pare dettata da fatto che occorre guardare all’uomo completo, di cui la memoria è fattore importante; ma c’è ben altro nel corredo psichico della persona da tenere presente!

Comunque tutti abbiamo conosciuto delle persone di eccellente memoria, quasi come dei robot, che hanno memorizzato non solo le preghiere quotidiane, i dieci comandamenti, i precetti generali e particolari della chiesa, ma addirittura pagine e pagine della Bibbia, ma niente affatto, o poco, onesti. Bravissimi ai quiz televisivi, ma scarsi sul fronte della testimonianza cristiana. Appunto perché non basta l’automatismo mnemonico per essere cristiani autentici, occorre la libera decisione e adesione a Cristo e al suo Vangelo.

Giustamente allora la catechesi attuale, per non fallire nel suo intento educativo di fondo, ha gerarchizzato gli obiettivi; prima di tutto la crescita della vita cristiana; poi, strumentalmente, in via subordinata, anche ovviamente la memorizzazione delle conoscenze.

 

IL CATECHISMO DELLA INIZIAZIONE CRISTIANA DEI FANCIULLI

1. Il catechismo della iniziazione cristiana della CEI comprende il testo dei bambini "Lasciate che i bambini vengano a me" (1973 I° edizione; 1992 revisione); i due per i fanciulli "Io sono con voi" (1974 I° edizione; 1992 revisione) e "Venite con me" (1975 I° edizione; 1991 revisione); quelli per i ragazzi "Sarete miei testimoni" (1975 I° edizione, 1991 revisione) e "Vi ho chiamati amici" (1973 I° edizione; 1991 revisione).

Si propone di accompagnare il cammino di fede dell’età evolutiva da 0 a 14 anni. Perciò intende iniziare questa giovanissima età all’acquisizione sapienzale del primo e globale annuncio cristiano, all’introduzione celebrativa dei misteri cristiani, soprattutto del battesimo, della penitenza, della confermazione e dell’eucaristia, nonché della preghiera personale e comunitaria; all’estrinsecazione delle prime forme di testimonianza della fede negli ambiti quotidiani di vita, famiglia, scuola, associazione, gioco.

2. Il catechismo dell’iniziazione cristiana si ferma alle soglie dell’adolescenza. Ci chiediamo: forse perché la chiesa italiana ritiene concluso lo sviluppo psichico o il processo formativo del ragazzo? Assolutamente no. Ritiene piuttosto conclusa una fase della crescita spirituale del ragazzo e ciò gli basta per dichiararlo iniziato dal punto di vista della via cristiana, più che dal punto di vista psicologico o culturale o sociologico. Ad ogni buon conto essa crede ai ragazzi, fa credito alla loro sufficiente maturità cristiana; e pertanto crede opportuno che anch’essi si prendano le loro specifiche responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini.

3. Il fatto poi che la chiesa italiana sia passata da un unico catechismo buono per tutti alla molteplicità dei testi, manifesta lo sforzo della chiesa nel venire incontro all’uomo concreto, in situazione anagrafica specifica, e, si suppone, in situazione esistenziale diversa.

Dal lato pedagogico non c’è chi non veda l’opportunità di una tale scelta, che sottende percorsi formativi diversificati, gradualità propositiva rispettosa dei ritmi di apprendimento e di crescita personale. E quindi attenzione e valorizzazione di metodologie e tecniche educative diversificate.

 

IL CATECHISMO DEI GIOVANI

1. Mentre in prima edizione il catechismo dei giovani era costituito da un solo testo "Non di solo pane" (1979), attualmente si compone di due volumi: il primo "Io ho scelto voi" (1992) destinato agli adolescenti dai 14 ai 18 anni; il secondo "Venite e vedrete" (1987) ha per destinatari i giovani dai 18 anni in su.

Strettamente parlando non sono strumenti pensati per la iniziazione cristiana, che si presuppone conclusa. Tuttavia questo non significa affatto che siano concepiti e strutturati al di fuori di una "linea formativa". Anzi lo sono dall’inizio alla fine. Si presuppone infatti che né i giovani, né tanto meno gli adolescenti, siano adulti e maturi. Come del resto è nella logica dello sviluppo umano.

Pertanto anche l’obiettivo globale di questi testi è mirato alla crescita strutturale della vita cristiana, della mentalità di fede. Vale a dire che anche questi strumenti sollecitano i giovani all’acquisizione dell’annuncio cristiano nella sua interezza; alla formazione completa della vita orante e sacramentale; alla capacità sempre più adulta di coniugare liberamente fede e vita, in una testimonianza coerente, sia in ambito ecclesiale che sociale.

2. Bene ha fatto comunque la CEI a distinguere – senza separare – i due strumenti catechistici "Io ho scelto voi" da "Venite e vedrete". Perché gli educatori alla fede, genitori, catechisti, animatori, sanno benissimo quanto siano diversi gli adolescenti dai giovani. Due mondi contigui da tanti punti di vista, ma tanto diversi nella maturazione psichica, negli interessi personali, nelle condotte individuali e collettive.

Anche nella nostra riflessione sull’educazione morale non ci possiamo fermare ai catechismi dell’iniziazione cristiana, ma si deve fare riferimento anche a quello dei giovani. La cosa ci sembra davvero doverosa, perché in campo educativo è impossibile credere che un quindicenne, un diciottenne attuale – salve rarissime eccezioni – sia psichicamente e socialmente adulto e maturo. Forse in passato, quando i ragazzi entravano direttamente nel mondo del lavoro e acquisivano immediatamente ruoli e attività da adulti, le cose stavano diversamente; ma oggi le circostanze della vita personale e sociale sono profondamente cambiate. Anzi il fatto che oggi ci troviamo di fronte a giovani venticinquenni, trentenni ancora alle prese con gli studi o ancora in cerca del primo lavoro, ci induce a credere che anche il processo formativo morale si estenda ben oltre l’adolescenza e abbracci tutto l’arco dell’età giovanile.

 

IL CATECHISMO DEGLI ADULTI

1. Il catechismo degli adulti ha avuto la sua prima edizione nel 1980 sotto il titolo "Signore da chi andremo?". La seconda edizione è stata realizzata nel 1995 con il titolo "La verità vi farà liberi".

È stato partorito per ultimo, perché doveva rappresentare lo strumento più completo per la trasmissione dei contenuti della fede e della morale, soprattutto in rapporto alla loro "struttura sistematica". È anche il più esteso, perché ormai tocca tutti i risvolti del vissuto umano degli adulti, della vita individuale, familiare, sociale, economica, culturale e politica. Come a dire: tutta la condotta umana, religiosa e morale.

2. Dal nostro punto di vista, e attesi i tempi che viviamo, può essere configurato come strumento della "formazione permanente" degli adulti cristiani. Della formazione permanente degli adulti si parla ovunque, praticamente in ogni professione; non si vede perché dovrebbe essere esclusa da questa prospettiva la religione e la morale. Dunque anche in questo catechismo si mira ad una catechesi permanente sul credo e sulla morale; ad una permanente formazione della vita sacramentale e della vita di preghiera; infine ad una formazione permanente circa l’impegno morale.

Vale a dire: formazione continua sulla vita cristiana. Che poi, come abbiamo più volte ripetuto, è l’obiettivo di fondo della catechesi. In effetti la chiesa e il mondo d’oggi hanno bisogno di persone adulte nella fede e nella morale.

3. Nella prospettiva da noi scelta – l’educazione morale nella catechesi dell’età evolutiva – il catechismo degli adulti viene accantonato. Ma può essere sempre tenuto sott’occhio, a completamento di una riflessione, di un traguardo significativo per la maturità cristiana anche in ambito morale.

 

NELLA STORIA DELLA SALVEZZA, DA PROTAGONISTI

Il catechismo della vita cristiana narra la storia della salvezza dell’umanità e invita tutti e ciascuno a parteciparvi da protagonisti. Questa meravigliosa storia infatti è iniziata fin dai primordi della umanità; ha conosciuto una grande sterzata qualitativa con Abramo e il popolo ebreo; ma una radicale rigenerazione con Gesù di Nazaret, figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Il nostro tempo è dentro questa storia umano-divina, ne è la continuazione. Essa poi toccherà il suo compimento alla fine dei tempi, con l’avvento glorioso del Signore Gesù.

"Il catechismo per la vita cristiana" racconta ripetutamente questa lunghissima storia usufruendo della Bibbia, sia dell’A.T. come del N.T.; della storia dei popoli, in particolare della storia della chiesa e dei suoi santi, perché tutti prendano coscienza della necessità e importanza di parteciparvi in prima persona. Questa stupenda storia della salvezza infatti rivela la continua presenza e l’azione infaticabile di Dio nel mondo, ma anche ciò che gli uomini stanno scrivendo di bello, di buono e di santo insieme con Lui. Il catechismo chiede non soltanto agli adulti, ama anche ai giovani e persino ai fanciulli che occupino il loro posto nella grande famiglia dei figli di Dio in cammino verso nuove terre e nuovi cieli e assumano un ruolo attivo nella costruzione del Regno di Dio.

 

QUESTIONE DI FEDELTÀ

1. Il criterio della fedeltà – a Dio e all’uomo - è fondamentale per la catechesi. Ma si può dire la stessa cosa per la liturgia e la testimonianza. Vale a dire: tutta l’azione pastorale della chiesa si muove alla luce di questo criterio. Del resto, che catechesi avrebbe, ma anche che tipo di celebrazione e di testimonianza si proporrebbe al popolo di Dio se non si facesse rigorosa attenzione a questa fedeltà? Non servirebbero comunque la vita cristiana, soprattutto la sua crescita e maturazione.

2. Per la catechesi – l’ambito a cui la nostra riflessione è più direttamente interessata – la fedeltà a Dio comporta l’interezza dell’annuncio, la completezza dei contenuti da comunicare nella fede, a cominciare dal Dio di Gesù Cristo, alla chiesa, alla vita di grazia, all’etica e all’escatologia cristiana.

La fedeltà all’uomo esige una grande attenzione al soggetto concreto storico; alle sue vicende e alle sue domande vitali di conoscenza sapienziale, di salvezza, di futuro trascendente.

In particolare – letto dalla nostra angolazione educativa – questo criterio esige somma attenzione alla crescita della persona, ai gradi diversi dello sviluppo della mente, della libera volontà, del cuore; la maturazione graduale degli interessi, delle domande esistenziali che l’età evolutiva pone. Perché, insomma, la risposta morale dei giovani sia "sensata", imbevuta di significato, deve essere ben motivata in loro, sia umanamente che cristianamente.

3. In fondo l’educazione morale può essere inquadrata dentro l’ambito della vocazione cristiana. Infatti Dio chiama da sempre la persona all’esistenza e poi alla sequela di Cristo, sia pure nella dinamica dei vari stati di vita (laicale, religiosa, sacerdotale); ma il soggetto vi corrisponde in proporzione che la comprende e vi aderisce liberamente. Così – moralmente parlando - Dio chiama da sempre alla bontà, alla giustizia, alla santità morale, ma il giovane vi corrisponde in quanto ne comprende almeno il senso, la portata per la sua vita e – con la grazia di Dio- vi corrisponde.

La catechesi resta comunque uno degli strumenti privilegiati per aiutare il giovane a cogliere questa continua e personale chiamata alla santità e corrispondervi fedelmente. Il bambino da bambino, il fanciullo da fanciullo, il ragazzo da ragazzo e il preadolescente in proporzione del suo grado di sviluppo, l’adolescente e il giovane secondo la maturità spirituale acquisita.

L’educazione morale dunque, sebbene si fondi sulla totalità e integrità del messaggio cristiano mediato dalla catechesi, richiesto dalla fedeltà a Dio; tuttavia tiene conto della gradualità dello sviluppo del giovane. Non nel senso che ad esso sia consentito "commettere peccati", o che ad esso si possa insegnare verità dimezzate; ma nel senso che la comprensione soggettiva di queste verità e la loro attuazione nella condotta quotidiana avviene per gradi diversi.

4. Il catechismo per la vita cristiana destinato all’età evolutiva per essere fedele a Dio si articola – come è noto – lungo le dimensioni biblica, liturgica, cristologica ecc.; ma per essere fedele all’uomo si muove lungo le dimensioni antropologica, storica, culturale ecc. Propriamente dentro la dimensione antropologica trova spazio appunto la dimensione educativa. E, in particolare, la preoccupazione di educare moralmente i giovani. Vale a dire: la linea antropologica perseguita dai nuovi testi catechistici CEI propone una grandissima attenzione alla gradualità delle acquisizioni dei valori, delle virtù morali, e delle capacità di rendere testimonianza della fede nella condotta individuale e sociale.

 

IL PRIMATO DELLA PERSONA

1. Una volta scelta anche la linea antropologica, "Il catechismo per la vita cristiana" si preoccupa di essere costantemente fedele all’uomo nella sua interezza personale e storica; e che proprio questo concreto uomo sia fedele alla chiamata di Dio. Che significa: accompagnare con simpatia la sua crescita psicofisica – la sua collocazione nella società e nella chiesa – e l’assimilazione dei valori umani e cristiani, onde poi testimoniarli coerentemente nella vita.

2. L’educazione morale, insistita nella catechesi italiana, parlando e accettando volentieri il primato della persona, intende dire che non si tratta tanto di portare avanti un discorso, una proposta maturativa che faccia perno sulle norme, sulle leggi morali, per rilevarne poi il dovere delle persone a metterli in pratica.

Invece intende portare a maturazione un discorso che pone l’accento sullo sviluppo della persona, sulla crescita delle sue capacità di capire la chiamata di Dio alla bontà e alla santità; e allo sviluppo della volontà a corrispondervi quotidianamente.

3. In termini ancora più espliciti, l’educazione morale cristiana – proposta nella catechesi CEI – si preoccupa che la persona in crescita maturi sempre più correttamente la coscienza morale, il giudizio morale, il carattere morale; e conosca e assimili sempre meglio i valori umani e cristiani, le virtù morali insite nella proposta cristiana; e, naturalmente, rispondendo alla chiamata di Dio, sappia decidere di testimoniare questi valori nella vita familiare, sociale, scolastica, ludica, lavorativa.

4. Non a caso quindi i testi catechistici evitano di partire dalla proposta morale comportamentale (= la buona azione), ma innanzitutto da una proposta di fede. Prima l’annuncio della verità religiosa, prima la conoscenza del messaggio di Cristo, della sua Parola; poi l’invito a metterla in pratica, alla testimonianza etica, come risposta personale al messaggio ricevuto.

Questo fatto mette in evidenza ancora una volta che il principio o criterio della fedeltà a Dio e all’uomo non viene enunciato solo teoricamente, ma è tenuto presente in ogni unità didattica. Ossia è un criterio che informa tutto il catechismo per la vita cristiana e perciò la catechesi in atto, cioè l’incontro catechistico vero e proprio. Così da non mettere mai a repentaglio la coniugazione annuncio - testimonianza; oppure di creare scollature tra fede e vita, tra teologia e morale. Perché resta sempre vero che il cristianesimo è innanzitutto una fede e da questa fede testimoniata, incarnata nasce e cresce una vera e autentica morale. Appunto la morale cristiana.

5. Il principio dunque del primato della persona applicato seriamente, dà ragione a ciò che Gesù stesso ha più volte sottolineato – per esempio alla samaritana del pozzo di Giacobbe, agli scribi e farisei – che, in rapporto al bene o al male, non c’è questione di legge, ma di mente, di volontà, di libertà. Perché è da lì che nascono i buoni o cattivi pensieri, i buoni o cattivi desideri, le buone o cattive azioni. In effetti l’educazione morale cristiana va al cuore dell’uomo, alla sua coscienza, alla sua interiorità. Dando il primato alla persona nell’educazione, la chiesa sa che una volta formata la coscienza dell’uomo, tutto il resto – il bene che si aspetta con l’aiuto di Dio – le viene dato di conseguenza.

 

BIBLIOGRAFIA

CATECHISMO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA PER LA VITA CRISTIANA (Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano)

0. Il rinnovamento della catechesi, documento pastorale per la catechesi.
1. La verità vi farà liberi, il catechismo per gli adulti.
2. Io ho scelto voi, il catechismo dei giovani/1.
3. Venite e vedrete, il catechismo degli adolescenti/2.
4. Lasciate che i bambini vengano a me, catechismo dei bambini.
5. Io sono con voi, il catechismo dei fanciulli/1.
6. Venite con me, il catechismo dei fanciulli/2.
7. Sarete miei testimoni, il catechismo dei fanciulli/3.
8. Vi ho chiamato amici, il catechismo di ragazzi.

 

 

(II)
LA CONDOTTA UMANA DAL PUNTO DI VISTA MORALE

 

LA CONDOTTA UMANA

1. L’uomo gestisce quotidianamente una gamma vastissima di attività, di comportamenti.

Innanzitutto produce dei pensieri, delle riflessioni, dei dubbi, delle piccole o grandi decisioni; si emoziona, ha paura, gioisce, coltiva desideri; genera atti di speranza, di amore o di odio. Qualche volta avverte dentro di sé la cupa forza della disperazione. Riempiremmo delle lunghe pagine se stessimo qui a descrivere la verità infinita delle attività interiori, spirituali di una persona.

È certo comunque che esse qualificano la medesima: ne rivelano la grandezza e il genio, ma anche la degradazione e l’abbruttimento. Si pensi, ad esempio, alle forme di rancore, di invidia, di gelosia coltivate nel cuore di certe persone.

2. Accanto a questa produzione interiore, l’individuo gestisce pure la condotta esteriore, visibile a tutti. Come, per esempio, il fatto di parlare, di scrivere, di camminare o di stare seduti, ridere o piangere, di guidare un automobile, di lavorare o di riposare. E così via.

Questi comportamenti, che costituiscono appunto la facciate esterna, visibile della condotta umana, sono collegati a doppia mandata all’attività interiore, psichica: al pensare e al decidere. Da queste funzioni attingono significato e importanza.

3. Per essere corretti nel discorso si dovrebbe aggiungere che tanto la condotta esteriore come quella interiore sono collegate a forze psichiche ancor oggi piuttosto sconosciute, generate dall’inconscio, dal profondo sud della psiche umana. Cogliamo i segni normali della loro presenza negli stati di emozione, di ansia o di euforia, di depressione o di esaltazione; mentre ne vediamo gli effetti più macroscopici nelle persone psichicamente disturbate. Avvertiamo comunque la loro presenza dinamica e la loro forza compulsiva in quanto generano condotte, diciamo così, un po’ strane, fuori della norma, come tic, manie, ossessioni, ecc... Ma a ricordarli tutti andremo troppo per le lunghe rispetto all’economia di queste pagine. Basti l’averne accennato.

4. Piuttosto diciamo che solo il pazzo o il malato psichico conclamato non sa coniugare la propria condotta interiore con quella esteriore e viceversa. Perché non sa quello che fa. Le sue funzioni gestiscono consapevolmente e responsabilmente i comportamenti esteriori.

5. Ma si dà il caso che anche le persone normali, a volte, non sappiano esattamente quello che fanno. Per esempio nel sonno o in tratti di tempo similari; oppure in certe forti reazioni di grande gioia, di grande paura, di profonda angoscia, di scatti improvvisi di collera. In casi simili l’io, con la consapevolezza e con le sue risorse decisionali, non reagisce così velocemente da gestire la propria condotta globale, ma anzi per molti versi la subisce. Così che la libertà – perciò la responsabilità - è profondamente inficiata e compromessa.

6. Comunque sia, ogni condotta generata da una persona appartiene a quella persona, È evidente però che un conto è il peso e la responsabilità relativamente alla condotta prodotta consapevolmente e in piena libertà, e un conto è la responsabilità in rapporto ad una condotta prodotta inconsapevolmente o senza un vero e proprio intervento decisionale libero.

7. Volendo specificare meglio le cose, diciamo che tutta la condotta umana, tanto quella interiore che quella esteriore, ha per supporto una triplice capacità psichica: quella di intendere, quella di decidere, quella di governare i comportamenti in libertà.

Naturalmente questi tre elementi, con le loro specifiche funzioni, fanno capo alla persona, che gestisce in proprio le une e le altre. Ne è l’origine, la fonte, la matrice di funzionalità e di verifica. Tuttavia il nucleo dinamico profondo della persona è l’io: esso è costituito dall’insieme delle capacità superiori umane. Presiede appunto, in qualità di grande istanza organizzativa della psiche, alle molteplici funzioni centrali; e quelle del pensare, del decidere, dell’esercitare la libertà sono le più eminenti e più qualificanti. Tant’è che ogni persona in rapporto ai propri singoli comportamenti è solito dire: io penso, io decido, io sono contento, io sto male, io lavoro, io riposo...

8. Gran dinamismo, grande stanza dei bottoni dunque questo io personale. Tuttavia se si volesse analizzare in profondità le cose, ci troveremmo di fronte ad una articolazione piuttosto complessa e pluriarticolata. Per nulla semplice rispetto a come siamo tentati di credere quando nel linguaggio quotidiano usiamo le parole intelligenza, volontà, libertà.

In effetti a costituire l’intelligenza di una persona concorrono capacità innate e acquisite con l’apprendimento; fattori verbali, numerici, spaziali, musicali, fantasia creatrice e così via. Per non parlare della memoria, delle capacità di ricordare, di associare immagini e concetti...

A costituire la volontà concorrono invece una serie di dinamismi decisionali che vanno dalla naturale voglia di fare al desiderio selezionato di agire per realizzare qualche cosa di utile per sé e per gli altri, alla spinta all’autodeterminazione superiore, illuminata dalla ragione e – per i credenti – dalla fede.

Infine a dare corpo alla libertà concorrono non solo possibilità di non essere gravato da condizionamenti interiori – tipo ossessioni, fobie, manie... – ed esteriori, come la violenza, la costrizione; ma possibilità positive di muoversi verso una direzione comportamentale o verso un’altra, verso certi obiettivi piuttosto che verso certi altri. Insomma possibilità di fare certe scelte piuttosto che altre. Naturalmente si tratta di dinamismi psichici collegati sempre con l’intelligenza, altrimenti non ci sarebbe esercizio di libertà umana, ma dominio dell’istintualità, successione di meccanismi automatici, reazioni comportamentali determinati da un ingranaggio biochimico, in esecuzione d’un programma più o meno già predeterminato.

9. Per semplificare le cose noi, dunque, facciamo riferimento all’osso della struttura psichica. Diciamo che esiste una persona dotata di intelligenza, di volontà, di libertà, che può gestire responsabilmente tutta la condotta personale, in vista del bene stesso della persona. Se una persona non è in grado – per un motivo o l’altro – di far funzionare l’intelligenza o la volontà o la libertà e perciò di produrre pensieri, decisioni, scelte libere, diciamo che quella persona non gestisce in proprio la condotta.

Invece quanto più una persona matura le sue facoltà psichiche accennate e porta allo stato ottimale le funzioni del pensare, del decidere liberamente, oltre ogni pressione interiore (paure, ossessioni, manie...) ed esteriore (costrizioni, violenza...), tanto più ha la possibilità reale di generare, guidare la condotta, i comportamenti interiori ed esteriori, verso scelte veramente umane, verso progetti esistenziali degni dell’uomo.

 

LA CONDOTTA UMANA E LA MORALE

1. I singoli comportamenti umani possono essere guardati da vari punti di vista. Così, ad esempio, l’atto del camminare di una persona può essere analizzato da un punto di vista estetico: l’esperto dirà che si tratta di un incedere lento o affrettato, goffo o raffinato. Lo stesso comportamento può essere analizzato dal punto di vista medico: l’operatore sanitario sa dire se l’andatura è corretta, è funzionale al peso del corpo, oppure denota qualche stortura, qualche cattivo funzionamento degli arti. L’analisi atletica invece può mettere in evidenza se la forza della muscolatura, lo slancio del podista sono proporzionali agli obiettivi sportivi.

2. Ma la stessa attività può essere osservata dal punto di vista morale: e allora quel gesto risulta buono o attivo, onesto o disonesto a seconda che esso è compiuto dalla persona a fin di bene- un bene per sé o per gli altri – oppure è compiuto per far del male.

3. Ora affermiamo una tesi di grande rigore, ossia che ogni condotta umana – s’intende gestita in modo cosciente – è contrassegnata dalla moralità, in quanto o si tratta di azione buona oppure di azione cattiva, di azione onesta o disonesta, giusta o ingiusta.

Pertanto mentre l’analisi estetica o l’analisi sanitaria o qualsiasi altra analisi della condotta umana si fa o non si fa, a seconda della presenza di particolari esigenze contingenti, l’analisi morale invece si fa sempre. Magari di riflesso, ma si fa. Perché non esiste comportamento che sfugga alla moralità: quindi all’intenzionalità e alla responsabilità personale, sia in rapporto alla bontà dell’atto, come in rapporto alla cattiveria del medesimo.

4. Nella storia dell’umanità ci sono sempre stati dei tentativi di sottrarre alla sfera della morale, al giudizio etico almeno una fetta dei comportamenti di uomini o di gruppi umani. Per esempio quando si invocava la ragione di stato: spesso si voleva appunto operare anche con mezzi ingiusti, con prepotenza e violenza, in vista – si diceva – del bene comune del popolo. Così quando si diceva o si sostiene ancora che la politica è politica e non ha nulla da spartire con le regole comuni dell’etica. E le conseguenze nefaste sono sotto gli occhi di tutti. Da parte di molta gente poi si vorrebbe sottrarre la sfera dell’attività economica dall’analisi del giudizio morale e della coscienza etica, con la scusa che l’economia ha le sue ferree leggi e che gli affari sono affari. Dimenticando appunto che anch’essa costituisce una buona fetta dell’attività umana, gestita appunto dalle persone.

Un ulteriore settore tipico di attività che taluni vorrebbero sottrarre alla morale è quello della ricerca scientifica e tecnica: ma si può fare scienza senza coscienza? La risposta è no. Semplicemente perché anch’essa è attività umana. Del resto mentre tutti osanniamo alla scienza per i suoi innegabili e meritevoli contributi allo sviluppo dell’umanità, deprechiamo gli effetti disastrosi di certe tecniche applicate in modo selvaggio e dissennato. Vedi, per esempio, lo sfruttamento inconsulto delle risorse naturali per il progresso a qualunque costo.

5. Insomma i furbi e gli scaltri di turno hanno cercato spesso di darsi una morale in proprio, una propria misura di moralità, di liceità o illiceità, con la quale etichettare i propri comportamenti.

A ben guardare, la filosofia degli scaltri in fondo appare un tentativo maldestro di manipolare il bene e il male, di confondere l’onestà con la disonestà. Di togliere di mezzo lo spartiacque tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, a seconda dei propri tornaconti.

In verità – se stiamo alla Bibbia – fin dall’inizio l’uomo fu tentato di dire al Creatore: io so ciò che è bene e ciò che è male; anzi decido io quello che è lecito e quello che non è lecito, senza appellarmi ulteriormente a Dio. Ma le conseguenze di questa autonomia assoluta non si fecero attendere, ci insegna ancora la Bibbia. L’uccisione di Abele da parte di Caino ne è la riprova.

6. Risuona dunque dentro la coscienza di ogni uomo una voce, un imperativo categorico: tu devi fare il bene, tu devi evitare il male, sempre, in ogni circostanza della vita, tanto nella condotta interiore che in quella esteriore, sociale, economica, politica.

Riconosciamo però che con i tempi che corrono non sempre è chiaro alla coscienza individuale il vero bene e il vero male, ciò che oggettivamente è onesto e ciò che è proprio chiaramente disonesto. Appunto perché le acque sono intorbidite, inquinate. Per cui ciò che è bene per alcuni, per altri è addirittura male. La ragione la scopriremo più avanti, parlando dei valori morali.

Per ora a questo punto evidenziamo la necessità di operare una chiarificazione costante per tutti. Ma tanto più quando si tratta di intraprendere la missione di educare i giovani nella dimensione morale.

 

GLI ELEMENTI PSICHICI CHE SUPPORTANO LA MORALITÀ

1. Mentre la condotta dell’animale non cade sotto l’ottica della morale, quella umana sì. Eppure anche l’animale gestisce una gamma di comportamenti interiori ed esteriori, come il desiderare e poi l’osservare attentamente le mosse di una eventuale preda e infine il catturare la stessa. Nessuno però sogna di processare, di condannare e di mettere in galera un cane perché reo di avere azzannato il proprio padrone. Qualcosa di qualitativamente importante determina questa diversità tra la condotta dell’animale e quella dell’uomo. In breve: l’animale agisce d’istinto, la sua condotta procede sotto la legge della necessità. L’uomo invece agisce con razionalità e libertà, perciò con responsabilità. Per cui è chiamato a rispondere della sua condotta. Buona o cattiva che sia.

2. Evidenziamo dunque gli elementi costituivi della psiche umana che determinano responsabilità e moralità della condotta umana. Innanzitutto quelli della sfera conoscitiva, a cominciare dalla capacità di intendere il bene e il male, che va sotto il nome di giudizio morale. L’io conoscitivo infatti è corredato anche della funzione di capire che la condotta umana, ogni comportamento eseguito consapevolmente, intenzionalmente, può essere onesto o disonesto a seconda che sia prodotto in armonia con la natura e la dignità della persona oppure in violazione di questa dignità. Ognuno capisce, per esempio, che piangere la morte di una persona cara è azione buona; piangere perché il proprio nemico non è ancora deceduto, è azione cattiva. Il primo comportamento viene giudicato positivamente e qualificato come atto di pietà; il secondo viene giudicato come cattivo, perché gestito con spirito di vendetta.

3. Questo giudizio morale, o anche questa capacità di disquisire teoricamente, a tavolino, per così dire, se un comportamento umano è moralmente buono o cattivo, spazia praticamente su tutti gli aspetti della condotta umana. Tant’è che, per esempio, siamo capaci di definire onesto, lecito un pensiero di stima verso un’altra persona meritevole; ma anche etichettare di immoralità un pensiero maligno verso il prossimo. Inoltre sappiamo giudicare buono il gesto di dare un bicchiere d’acqua all’assetato; ma buonissimo, eroico il gesto di dare la propria vita per salvare un’altra persona. Sappiamo giudicare come cattiva l’azione di dire una parolaccia al proprio padre; ma cattivissima, infame l’azione di avvelenare la propria madre.

Vale a dire: l’io personale è capace di distinguere non solo ciò che è bene da ciò che è male; ma anche distinguere i gradi diversi della bontà e della cattiveria, l’azione appena buona da quella ottima; l’azione appena appena cattiva da quella perversa, gravemente immorale.

4. Un secondo elemento essenziale della psiche umana per potere determinare la bontà o la cattiveria di un comportamento è costituito dalla coscienza morale. Infatti l’io personale è pure idoneo ad attribuire ad una azione concreta della persona gli attributi della bontà o della cattiveria. Mentre dunque il giudizio morale disquisisce teoricamente sul bene e sul male, la coscienza ha la funzione di palesare chiaramente alla persona se il comportamento che sta per porre in essere è buono o cattivo, ossia conforme o difforme alla natura e alla dignità della stessa persona. È la voce dell’anima – dice da sempre la gente – è la bussola dello spirito, è lo svegliarino che mette sull’attenti il soggetto pensante, richiamandolo a badare bene a quanto sta per compiere, in modo che tutto proceda secondo uno scopo lecito, con mezzi onesti, sia pure tenendo conto delle circostanze concrete nelle quali avviene. Indubbiamente la coscienza morale ci porta allo zoccolo duro, portante della morale del soggetto agente. In quanto sarebbe in fondo ben poca cosa essere sagaci disquisitori teorici del bene e del male ipotetico, se poi fossimo incapaci di discernere nella prassi personale se un comportamento è onesto o disonesto, morale o immorale. Indubbiamente seguire poi la propria coscienza, anche contro sollecitazioni diverse, tentazioni provocanti, è l’unica cosa veramente degna della persona umana, libera. Del resto risuona dentro ognuno di noi l’imperativo categorico: tu devi agire secondo la tua coscienza e mai contro di essa. È come un principio innato, come una norma suprema. Agire contro i dettami della coscienza è come agire contro se stessi, la propria dignità di soggetti liberi e responsabili. Un problema evidentemente resta sospeso: e se la coscienza non fosse retta, ben formata? Di questo si parlerà trattando della necessità dell’educazione della coscienza. Qui la si esamina ancora in termini generali.

5. Quando una persona si ferma a pensare e a riflettere sulla propria condotta passata e nota che alcuni segmenti di essa non sono stati buoni, non sono stati prodotti secondo una retta coscienza, sente il dovere di condannare tali comportamenti e le loro conseguenze negative. E anzi può capitare che il soggetto si proponga saggiamente di non comportarsi più in avvenire, in simili circostanze, come in passato, ma seguendo la propria coscienza. Si dice allora che la persona sente il rimorso per quanto e per come ha agito. Il rimorso è frutto della consapevolezza di non essersi comportati bene, ma in difformità rispetto alla coscienza retta. In esso confluiscono normalmente il desiderio di condannare il male fatto e la buona volontà, il buon proponimento di evitarlo per l’avvenire. E magari anche la volontà di riparare, per quanto è possibile, i danni causati.

6. Non è la stessa cosa il sentimento di colpevolezza che talvolta investe una persona come una tempesta, come una tormenta interiore. Il sentimento di colpevolezza è una forma patologica della funzione dell’io morale. Anzi è la sua degenerazione, fonte e matrice di scrupoli a non finire, che mettono la persona in stato di perenne agitazione. In effetti un individuo che soffre d’un sentimento di colpevolezza vive costantemente oppresso dall’angustia di essere responsabile di un male oscuro, compiuto in un passato più o meno remoto – forse nell’infanzia – di cui tuttavia non ha ben chiari i termini e la portata. Lo sente e basta. È un sentimento invadente e compulsivo. È come se la persona volesse camminare in avanti, ma è costretto a procedere con lo sguardo rivolto all’indietro.

Mentre dunque il rimorso scaturisce da una "razionale" consapevolezza di avere agito male in passato – per esempio, perché davvero si è recato offesa all’amico, insultandolo – il sentimento di colpevolezza scaturisce invece da un sentimento scontornato, generato dall’ansia, ma tormentoso e insinuante. Il primo è tipico dell’io razionale, degno di una persona che riflette e che sa quindi riconoscere i suoi errori, il secondo è tipico d’un io patologico, che va affidato alla psicoterapia.

7. Si è sempre detto che a supportare la bontà o la cattiveria di una condotta umana non basta intendere/sapere; occorre anche il volere/decidere, in esercizio di libertà. Per la sfera conoscitiva si sono già evidenziati almeno due punti nodali: il giudizio morale e la coscienza morale. Ora sviluppiamo i tratti caratteristici della sfera decisionale. Innanzitutto la volontà. Perché non è sufficiente che un individuo sappia che cosa è bene e che cosa è male per essere buono o cattivo. In effetti una persona può sapere benissimo la natura e il significato morale d’un comportamento omicida, come si fa ad uccidere; ma non per questo è un assassino. Così un soggetto può sapere benissimo come si fa un atto sessuale extra-matrimoniale, ma non per questo è un libertino. Altrettanto una persona può conoscere molto bene che cosa vuol dire essere santi e magari predicare la santità, l’eroismo, la capacità – come quella di Gesù – di dare la vita per gli altri; ma non per questo è santo, è un martire della carità cristiana. Le capacità decisionali di una persona supportano in modo sostanziale l’onestà o la disonestà di una azione. Se un individuo è incapace di volere, non gli si può attribuire – di per sé – alcun merito per un eventuale buon comportamento; ma nemmeno addebitargli un’azione immorale, che non ha personalmente deciso. Ed è vero invece che quanto più un soggetto è capace di decidere perché adulto, maturo, tanto più noi lo riteniamo responsabile del bene fatto e glielo ascriviamo a merito; e del male compiuto e glielo imputiamo a demerito e condanna.

8. C’è però un punto nodale che va evidenziato. In quanto non basta che la persona sia grande e grossa, ossia adulta e per sé capace di prendere decisioni. Occorre che questa capacità si attui, si eserciti in libertà. Perché, per esempio, può essere che un adulto - anche psichicamente – sia corredato normalmente di capacità decisionali; ma le decisioni prese – poniamo – in stato di ubriachezza, o sotto l’effetto di droghe, o la minaccia di qualche castigo, evidentemente tolgono o diminuiscono grandemente la capacità di agire responsabilmente; appunto alterano la sostanza della cosa: la libertà. Perché, in ultimo, è questo ingrediente sostanziale che determina davvero la bontà o la cattiveria di una azione. L’esercizio della libertà fuori dai condizionamenti sia interiori (fobie, angoscia, manie...) che esteriori (violenza, costrizione...) resta uno dei compiti e obiettivi massimi dell’uomo.

9. A corollario di queste due dimensioni – conoscitiva e volitiva – è opportuno porre in evidenza una funzione particolarmente preziosa dell’io morale: l’intenzione. L’intenzione è la punta di diamante nella gestione della condotta umana. A costituirla concorre sia l’intendere come almeno in parte il volere. L’intendere, perché il soggetto mette a fuoco il significato, lo scopo, il fine di un suo comportamento, nonché la natura e la portata morale dei mezzi che vengono usufruiti; e infine gli effetti, le conseguenze prevedibili della condotta in questione. Ma anche il volere: perché l’individuo decide e sceglie in libertà proprio quel comportamento piuttosto che un altro, quello scopo piuttosto di un’altro, quei mezzi piuttosto di altri mezzi. L’intenzione dunque è la prova del nove dell’io responsabile. È la libertà umana in atto. E quanto poi sia importante non contaminare la propria condotta con intenzioni farisaiche, subdole, con doppia finalità – una buona e una maliziosa – ma agire con retta intenzione è l’esigenza estrema della persone corrette, perbene. Del resto la coscienza di ogni individuo ritrova – come è noto – la sua serenità interiore, oltre che la estrema difesa del proprio operato, dalla costatazione di avere agito appunto con retta intenzione.

 

LA PRESSIONE SOCIALE

1. Tuttavia la rassegna dei fattori soggettivi che supportano la moralità della condotta umana non è esaustiva; ad essa occorre aggiungere una serie di altri elementi, esteriori alla persona, e che in qualche modo interferiscono in essa. Si tratta di quegli elementi che concorrono a determinare quella che può essere chiamata la pressione sociale. Alcuni proverbi possono introdurre agevolmente il nostro discorso. Sono notissimi, per esempio, i detti popolari: dimmi con chi vai e ti dirò che sei; tale il padre, tale il figlio; chi va con lo zoppo impara a zoppicare; chi va con il lupo impara a ululare. Essi suggeriscono significativamente l’importanza di questa pressione sociale.

2. Il primo canale di interferenza dunque si riallaccia proprio all’ambiente socio-culturale. In effetti la società in cui l’individuo è inserito, i tempi storici, le situazioni sociali, gli usi e i costumi, le tradizioni, le regole sociali, soprattutto i modelli emergenti di comportamento, esercitano – come è noto – una forte pressione sui proprio componenti. Tanto che in un recente passato, soprattutto quello dominato dall’ideologia marxista, ma non solo, si arrivava ad espropriare quasi del tutto i singoli individui della loro responsabilità morale, per attribuirla alla società. Se succedeva qualcosa di male, la colpa era degli altri; se uno si drogava, la colpa era della famiglia, degli amici cattivi. Guai a mettere in campo la responsabilità soggettiva. La società con i suoi ingranaggi istituzionali, con i suoi modi di fare, di agire e di organizzare la vita, era responsabile di tutto: e del bene e del male possibile. Passata l’ubriacatura, si torna a più equi giudizi. A parte pertanto i massimalismi, le forme estreme, è certo che la pressione sociale culturale è indubbiamente forte. E tanto più quanto più la persona è debole: per età, per temperamento, per mancanza di formazione della coscienza personale, ecc.

3. Mentre l’ambiente sociale costituisce il referente generico a cui si rapporta il soggetto, la famiglia invece gli offre l’humus specifico per la sua formazione umana e morale.

Con il suo codice di comportamento – non scritto, ma vissuto – con le sue norme morali, con i suoi precetti e con i suoi divieti, soprattutto con i suoi modelli di condotta, la famiglia detiene il primato tra i fattori esogeni, esterni al soggetto, ma capaci di incidere efficacemente nella formazione del giudizio, della coscienza, del carattere morale dei suoi componenti. Il ragazzo, per esempio, giudica un comportamento buono o cattivo in base a quello che dicono o fanno i genitori. E il fenomeno è ancora più decisivo se abbassiamo l’età: per l’infante, in effetti, ciò che dice mamma, ciò che fa papà – fossero pure dei mascalzoni sul piano etico – diventa verità assoluta. Comunque è certo che i processi formativi di base, i processi di umanizzazione e di socializzazione primaria, incidono in modo determinante sulla strutturazione della personalità e sulla visione morale della vita. È difficile che un soggetto si distacchi radicalmente dal modo di giudicare ed agire etico dei genitori e della famiglia. Un minimo di conformismo resta sempre.

4. Un altro fattore particolarmente incisivo nella formazione umana e morale degli individui è il gruppo. La sua importanza è avvertita in misura significativa lungo le fasi evolutive che vanno dalla preadolescenza alla prima giovinezza. Ma non solo, perché anche sugli adulti il gruppo, specialmente quello di appartenenza sociale, esercita il suo rilevante influsso. È indubbio però che il gruppo amicale, associativo, anche lavorativo, tipico del mondo giovanile, acquista rilevanza del tutto particolare. Facendo presa sui bisogni emergenti di autonomia, di amicizia, di competenza operativa, esso genera una dinamica interna che coinvolte gli interessi, i valori, gli ideali dei giovani; quindi anche la condotta morale e i progetti di vita. Sono notissimi – in negativo – i fenomeni della bande adolescenziali soprattutto delle periferie urbane. Le bande giovanili impressionano l’opinione pubblica perché costituiscono generalmente l’avvio alla devianza e alla delinquenza minorile. Ma per i loro "iniziati" sono prima di tutto un grosso strumento di protagonismo, di desatellizzazione dagli adulti, di autorealizzazione. Ciò che fa problema, dal punto di vista etico, è il fatto che gli obiettivi, le mete di queste bande, i mezzi usati per perseguirli, non sono purtroppo sostenuti da valori morali autentici. Ciò che invece normalmente accade per quella serie infinita di aggregazioni adolescenziali e giovanili che si propongono scopi religiosi, caritativi, volontaristici, culturali, sportivi. Allora le funzioni positive del gruppo diventano trasparenti e incidono in modo significativo anche sulla formazione morale positiva.

5. Inoltre va rilevato il fattore scuola e la relativa scolarizzazione. Non c’è necessità di sostare a definire la sua importanza. Diciamo piuttosto che oggi sempre di più si tende a realizzare una scuola che non sia soltanto agenzia di informazioni, pur utilissime, ma soprattutto una comunità educante in senso globale. Ritorna la visione classica antica: non per la scuola impariamo, ma per la vita: per la vita individuale e collettiva, per l’impegno professionale, sociale, culturale, politico. Che è quanto dire: la scuola serve in quanto prepara dei soggetti morali, con scienza e coscienza, a svolgere seriamente e creativamente il loro compito morale nel lavoro, nella famiglia, nella società.

6. Infine va opportunamente rilevata l’importanza dei mass-media, specialmente degli audiovisivi, a cominciare dalla TV. Oggi la loro incidenza, specialmente sui delicati meccanismi psicologici anche inconsci dei minori, è fuori discussione. Perciò è giusto rilevarne l’influsso significativo anche sulla condotta morale, sul giudizio e sulla coscienza morale.

 

LA NORMA MORALE E LE LEGGI CIVILI

1. Il bene o il male nasce dal cuore dell’uomo, ossia dalle sue capacità di intendere e decidere liberamente. Perciò la moralità o la immoralità di una condotta non dipende primariamente dalla osservanza o meno di una legge civile, ma dalla norma morale insita nella coscienza. Se mai la legge civile manifesta, notifica anche alla società la bontà o la cattiveria di una condotta.

Così, se un individuo osserva le leggi del codice stradale, si comporta legalmente, appunto secondo la legge. Ma prima ancora secondo la coscienza. Se non osserva la legge del codice stradale, si comporta illegalmente; ma prima ancora non obbedisce alla coscienza che gli ricorda il dovere morale di osservarla.

2. Prima dunque di ogni norma giuridica, dettata dalla società per la società, sorta normalmente da libere e approfondite discussioni dei rappresentanti del popolo, della comunità civile, c’è la persona con le sue capacità di intendere e volere liberamente.

Appunto – come si è già detto sopra – la persona avverte in sé una norma interiore, non scritta nei codici civili, eppure cogente; una specie di sommo principio, di un imperativo categorico che dice: tu devi fare il bene, tu devi evitare il male. Che poi si traduce anche così: tu devi agire secondo coscienza, e mai contro di essa.

Orbene, questa suprema norma morale, insita in ogni individuo, presiede ad ogni comportamento umano, sia interiore che esteriore.

3. Invece le leggi civili non coprono tutta la gamma dei comportamenti umani, ma soltanto alcuni di essi, soprattutto dell’ambito sociale, ossia quelli che concorrono al bene comune di una società. Sarebbe davvero eccessivo se una comunità civile si mettesse a legiferare su tutta la condotta umana, persino sui pensieri e sui desideri della gente. Le società democratiche non ci pensano nemmeno.

4. È da dire tuttavia che il rapporto tra la norma morale e le leggi civili è strettissimo. Vale a dire che bisogna agire moralmente ma anche legalmente. In fondo la norma morale che vincola la coscienza soggettiva sta a fondamento anche delle leggi della comunità, del bene comune di un popolo. Così il fatto di pagare le tasse è un obbligo legale, ma prima è un dovere morale, perché ogni cittadino ha il dovere di coscienza di concorrere al bene comune.

Eccettuati casi rari – i cosiddetti grossi casi di obiezione di coscienza – per esempio contro la legge sull’aborto – le leggi civili vanno osservate lealmente.

Anzi è doveroso ricordare che tanto più va osservata una legge civile quanto più essa difende, promuove alti valori o diritti umani e civili, quali la vita umana, la libertà, la dignità, l’uguaglianza della persone, la giustizia.

 

I VALORI MORALI E IL SOGGETTIVISMO

1. Detto quanto andava detto sul corredo psichico della persona, necessario a supportare la moralità della condotta umana, resta ancora sospeso un importante capitolo, che ora ci sforziamo di illuminare. Perché a corollario di quanto abbiamo esaminato finora, emerge una domanda inquietante: come mai spesso la stessa condotta, lo stesso comportamento viene giudicato da alcuni come buono e da altri "così così", se non addirittura cattivo? Non siamo forse della stessa pasta, persone capaci di intendere e volere alla pari e alla stessa maniera, esseri razionali appunto?

È un grosso problema questo, che investe ogni settore della vita individuale e collettiva; ed è tanto più rimarcato nella nostra società democratica, complessa, pluriarticolata. Il fatto comunque ci inquieta e talvolta ci scoraggia, in quanto ci sembra di trovarci di fronte alla incapacità di accordarci persino sull’oggettività stessa del concetto di bene e di male. Ci pare, talvolta, di essere costretti a ripetere, insieme con il nostro artista filosofo, Pirandello: "così è… se vi pare". Vale a dire: se quel concreto comportamento a te sembra buono, ebbene è buono; ma se invece ti sembra cattivo, ebbene tale è. Insomma può essere che il bene o il male siano relativi e non oggettivi, ossia tali e quali per tutti?

2. Il relativismo morale, la difficoltà a trovare una unità di misura morale uguale per tutti, è sempre esistita nella comunità umana; ma certamente non in misura così rilevante e rimarcata come nella società occidentale degli ultimi secoli.

Cosa c’è dunque in questa società culturalmente complessa, che fa esplodere tanta diversità di giudizio etico, tanto soggettivismo morale?

Certamente il fenomeno può dipendere dal fatto che oggi si dà più importanza alla libertà individuale che all’obbedienza; più alla realizzazione di sé che all’autorità e alla legge; più all’indipendenza che alla sottomissione. E così via.

Relativamente ai giovani, il fenomeno può dipendere anche dal fatto che il loro giudizio morale, la loro coscienza, il loro carattere morale non siano coltivati a dovere. Per cui permane in molti di loro una immaturità endemica, un corredo psichico poco sviluppato in rapporto alla morale, insomma un io morale atrofizzato.

3. Ma in linea generale, il relativismo etico attuale sembra doversi ascrivere a tre grosse matrici concomitanti; la visione diversificata dell’uomo, soprattutto in rapporto alla trascendenza; la diversificazione dei progetti di vita; la diversificazione della scala di valori. Come si può intuire, una cosa richiama l’altra.

Innanzitutto la visione diversa dell’uomo. Negli ultimi secoli le varie filosofie occidentali hanno rielaborato interpretazioni dell’uomo e della sua condotta che si discostano molto dalla monolitica concezione religiosa dei secoli precedenti.

Così, mentre il cristianesimo concepisce l’uomo come essere libero, responsabile, aperto alla trascendenza, perché oltre ad essere figlio d’uomo è ritenuto figlio di Dio; altre filosofie invece lo concepiscono sì come essere libero e responsabile, ma totalmente abbarbicato nella storia, senza alcuna possibilità o volontà di rapportarsi a Dio. Tale uomo risponde solamente a se stesso, tutt’al più alla comunità di appartenenza e alla sue norme culturali, sociali e giuridiche, Comunque non ad un essere superiore, dichiarato inesistente. Su questa fondamentale distinzione, che purtroppo sancisce anche un sostanziale divorzio tra fede e ragione, le visioni dell’uomo si sono ulteriormente moltiplicate e frastagliate, fino a concepirlo da un lato come essere quasi divino, pensante, illuminato, proteso al progresso inebriante; e da un altro verso, come soggetto molto poco spirituale, totalmente immerso nella storia, nel sociale, nell’economia, nell’avere; per di più oberato dalle necessità materiali e poi dagli istinti, dai bisogni e dalla pulsioni della sopravvivenza.

4. La cosa più impressionante e più grave – almeno da un certo punto di vista – è però il fatto che queste filosofie teoriche sono diventate, nel tempo, ideologie, ossia dei progetti di vita onniassorbenti, quadri di riferimento teorici e pratici assai cogenti. Insomma una fede, un credo per cui battersi, cercando anche di imporlo agli altri, persino sui campi di battaglia. Per esempio, l’idealismo, il positivismo, il materialismo dialettico hanno prodotto appunto schieramenti prima culturali, poi sociali e infine politici: dall’idealismo lo stato etico, il nazismo e il fascismo; dal materialismo dialettico-storico, la società collettivista, marxista. Appunto con l’etica nazista o fascista o comunista.

Il tramonto delle grandi ideologie, di cui tanto si parla oggi, in questo scorcio finale di secolo, non sembra avere favorito il ritorno ad una concezione più unitaria dell’uomo. Anzi pare abbia mescolato ulteriormente le carte, soprattutto in campo etico.

5. Infine il passo dalle ideologie alle scale di valori è molto stretto. A concezioni diverse dell’uomo – si è detto – progetti vitali diversi; a progetti, ideologie diverse, scale di valori diverse. In effetti chi attribuisce all’uomo un compito da svolgere nelle vicende umane, individuale e collettivo, ma anche una missione trascendente, perché si sente chiamato a realizzare un progetto d’origine divina, cerca di incarnare un gruppo di valori morali, fondati soprattutto sul credo religioso. Chi invece attribuisce all’uomo un compito puramente umano da realizzare nella storia - poniamo come responsabile espressione di assoluta libertà, di autorealizzazione, di sublimazione di sé; oppure come impegno per il progresso anche (o soprattutto) della collettività umana; o, ancora, come esaudimento, soddisfazione dei propri bisogni, pulsioni vitali – evidentemente cercherà di vivere e testimoniare una scala di valori in conformità a questo progetto laico.

Si constata così nel mondo d’oggi una contemporanea presenza di una morale religiosa e di una morale laica; la quale poi si frastaglia in morale radical-libertaria, in morale liberal-borghese, in morale socialista, ecc...

6. La conclusione generale è che in una società complessa, in una cultura frantumata i quadri di riferimento sono altrettanto diversificati. In campo strettamente etico si constata la moltiplicazione delle scale di valori e una perdita della comune unità di misura del lecito e dell’illecito. Appunto il relativismo morale, il soggettivismo etico. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi dei tutti.

 

LA RELIGIONE E LA MORALE

1. Per determinare i contenuti della morale i credenti si affidano alla ragione e alla religione.

Alla ragione: perché essa è lo strumento tipicamente umano, senza del quale non esiste l’uomo (e quindi nemmeno il problema morale), se mai il robot. E per ragione evidentemente si intende quanto si è detto in precedenza circa il corredo psichico e quanto si potrebbe dire sulla cultura, sulla riflessione plurisecolare prodotta a vari livelli, anche scientifici, relativa all’uomo, alla sua condotta, ai suoi diritti e doveri.

Alla religione: perché, a partire dalla fede, i credenti sono convinti che in ultima analisi le motivazioni supreme dell’agire morale riconducono a Dio. E anzi, edotti della precarietà e fragilità umana, costatano che è necessario attingere da Dio forza e grazia per mettere in pratica le indicazioni della morale.

2. Invece i non-credenti si fidano solo delle proprie capacità razionali e dell’apporto motivazionale prodotto dalla specifica cultura o ideologia di appartenenza. E bisogna riconoscere che questa riflessione ha sortito via via anche buoni effetti. Si pensi, ad esempio, ai vari codici deontologici rielaborati lungo i secoli nella cultura occidentale, fino all’attuale Carta internazionale dei diritti umani e civili sancita dall’ONU. Ed è vero anche che per moltissimi comportamenti quotidiani, sia i credenti che i non-credenti benpensanti invocano gli stessi principi pratici. Ma per volare in alto nella condotta morale, il fatto di dare credito soltanto alle risorse umane, al buon senso, alla coscienza o al senso del dovere, pare cosa davvero defatigante. Per esempio, come possono i laicisti accettare di essere poveri in spirito, puri di cuore o anche praticare il perdono, come suggeriscono le Beatitudini evangeliche, senza l’aiuto di Cristo stesso?

Resta vero infine che il grosso tallone d’Achille per la morale autonoma dalla religione è la carenza di motivazioni e valori universali, assoluti, oggettivi.

3. I credenti dunque oltrepassano questa impostazione razionalista e si situano nella dimensione dialogica spirituale della fede, riconoscendo che l’uomo non può agire in autonomia assoluta da Dio, ma anzi in stato di dialogo permanente con Lui, da cui ogni progetto di condotta e di salvezza prende corpo.

Il credo religioso infatti incide profondamente sulla concezione della morale; anzi la permea da capo a fondo. In quanto, oltre a determinare nei credenti una teologia su Dio, concorre a determinare anche una antropologia, una visione dell’uomo. Ne traccia la missione nella storia, ne suggerisce le mete supreme e addita lo sbocco finale di questa missione nello scenario escatologico delle nuove terre e dei cieli nuovi.

Così il credo religioso è anche molto esigente: domanda che il credente traduca la sua fede nelle opere, il suo credo nella testimonianza di vita, la sua teologia in una morale coerente. In modo che tutta la sua condotta – dal pensare, all’amare, all’agire – sia contrassegnata dalla fede e dalla speranza che sono in lui.

4. Volendo precisare brevemente il quadro di riferimento della morale cattolica, diciamo che essa si nuove lungo l’asse di due parametri convergenti: da Dio all’uomo, dall’uomo a Dio, passando per l’amore.

a) Innanzitutto da una concezione di Dio come Trinità – Padre, Figlio, Spirito santo – scaturisce per l’uomo una morale di comunione, di adorazione, di intimità con Lui. Per l’uomo il bene consiste dunque nell’amare Dio, fonte e culmine, alfa e omega della comunione. E quanto più si vive in unione a Dio, si agisce in comunione con Cristo, tanto più si progredisce nel bene, nella santità morale. Di contro, il male, il peccato consiste nella rottura di questa comunione.

b) Da una visione cristiana dell’uomo poi deriva l’etica dell’amore al prossimo, in quanto figli di Dio, fratelli di Cristo. Per l’uomo il bene allora consiste nell’amare il prossimo come se stessi per amore di Cristo. E quanto più si rispetta, si serve, si solidarizza con il prossimo, tanto più si realizza la bontà, la santità morale. Il male invece consiste nel rigettare il prossimo. E quanto più si agisce contro il prossimo – derubandolo, sfruttandolo, dicendogli il falso, odiandolo – tanto più si vive nel male, nel peccato.

Chiaramente il credo della religione cattolica determina una morale a valori gerarchizzati: al vertice l’adorazione e la comunione con Dio, l’Assoluto; e poi via via la gamma di valori riguardanti la vita dell’uomo, il prossimo; i beni spirituali e culturali; infine le risorse economiche e materiali, poste al servizio dell’uomo.

5. Praticamente poi la morale cattolica fa riferimento concreto ai suoi codici deontologici, sanciti nel libro sacro, la Bibbia. In particolare alle dieci tavole della legge mosaica e al discorso della montagna di Gesù.

a) Il codice mosaico esprime la volontà di Dio sulla condotta dell’uomo, ritenuto partner sempre valido di un patto reciproco, un’alleanza contratta per sempre. L’interlocutore divino stabilisce chiaramente anche lo spartiacque tra il bene e il male; tra un comportamento lecito e un comportamento illecito, posto in essere dall’uomo contro il patto sottoscritto.

b) Gesù, accettando e riproponendo integralmente la legge mosaica come legge d’amore, ha messo a nudo anche i limiti interpretativi degli scribi e farisei; e anzi ha aperto gli orizzonti sconfinati della morale, della bontà e della giustizia, nelle "Beatitudini".

Le beatitudini (beati i poveri in spirito...) additano agli uomini anche le vie morali alla santità, ricordando, in un certo senso, che l’evitare il male, il peccato è solo il primo passo, essenziale, per battere la lunga strada del bene.

È da notare infine che la morale cristiana non propone in ultima analisi una morale della legge, ma un discepolato di Cristo, l’imitazione di Cristo, il primo protagonista del Nuovo Patto della Nuova Alleanza tra Dio e l’uomo. La condotta dell’uomo trova in quella di Cristo il parametro vertice con cui misurarsi, l’ideale supremo appunto da imitare.

6. La chiesa cattolica, mutuando fedelmente e coerentemente da queste fonti sacre, da questi codici ispiranti il contenuto della sua morale, li ha via via applicati e tradotti all’esperienza storica della comunità umana.

In particolare, per questo servizio dottrinale bimillenario, la chiesa cattolica si è avvalsa di alcuni strumenti specifici: la Tradizione (dall’insegnamento degli apostoli a quello dei Padri della chiesa ecc.), il Magistero (encicliche...), i Concili Ecumenici (sessioni morali...), l’insegnamento autorevole dei teologi moralisti (S.Alfonso M. De Liguori...).

Ma nello sforzo di arrivare puntualmente a tutti con il suo insegnamento la chiesa cattolica, soprattutto nei tempi moderni, ha prodotto anche strumenti alla portata di tutti: i catechismi. Essi esplicitano in modo adeguato anche l’insegnamento morale della chiesa.

Ultimo, nella storia recente, "Il catechismo della chiesa cattolica", emanato da Giovanni Paolo II nel 1993, che (con l’enciclica Veritatis splendor dello stesso papa) offre ancora una volta alla chiesa e al mondo attuale la morale cattolica di sempre, sia pure applicandola alle condotte umane, soprattutto se problematiche, degli uomini del nostro tempo.

Per la chiesa italiana "Il catechismo per la vita cristiana" con i suoi molteplici volumi, offre ai suoi destinatari – famiglia, giovani, adulti – le linee direttrici di una formazione anche morale.

 

BIBLIOGRAFIA PER L’APPROFONDIMENTO (sulla struttura psicologica)

• Costruttori del futuro, Pavlidou Eleni – Ed. Paoline, Alba (CN)
• La coscienza morale, Gabriel Madinier, ELLE DI CI (TO)
• La rinascita dell’etica, Mario Bizzotto, ELLE DI CI (TO)
• Libertà e legge, Guido Gatti, ELLE DI CI (TO)
• Una religione vale l’altra?, Sergio Bocchini, ELLE DI CI (TO)
• Psicologia e sviluppo morale della persona, Manenti AlessandroBresciano Carlo, EDB
• Morale e psicologia. Sintesi o collaborazione?, Pianazzi G. – Ed. LAS, Roma

 

 

(III)
L’EDUCAZIONE MORALE

 

L’EDUCAZIONE MORALE: DI CHE SI TRATTA

1. "L’educazione, comunque possa venire interpretata nella sua natura specifica, nel suo concetto formale, afferma uno studioso, si collega necessariamente con quanto di più umano è nell’uomo, cioè con il significato globale della sua vita, la direzione del suo agire, il senso unitario che dà senso a tutti i fini particolari: in una parola, con il significato "morale" del suo essere e del suo operare" (Pietro Braido, Filosofia dell’educazione). Letto in questa prospettiva, il destino dell’uomo viene interpretato come un "compito morale", come progetto che l’individuo è chiamato a porre in essere personalmente prima, ma poi insieme con altri uomini, usufruendo e mettendo in azione razionalità, volontà e libertà, in vista dell’assolvimento positivo di questo compito. Che è quanto dire: la realizzazione di se stesso, proprio come uomo, essere pensante, libero, proiettato verso il futuro, anche trascendente.

2. Così l’educazione morale è pertanto il procedimento complesso e dinamico con il quale si forma l’uomo in quanto tale. Tanto che si potrebbe parlare semplicemente di educazione senza ulteriori qualificazioni. In effetti non c’è educazione dove non ci sia in prospettiva l’attuazione della moralità.

"La moralità infatti, afferma ancora lo stesso autore, non è una qualità che si aggiunge alle azioni umane, nel senso che esse, già qualificate in se stesse come umane, in quanto intelligenti e libere, debbano qualificarsi come morali riferendosi ulteriormente ad una legge, ad una norma. È l’agire umano in quanto tale che è morale. In altre parole, l’agire morale è il modo proprio dell’agire umano, è il tipico modo con cui l’uomo realizza per sé la legge di ogni essere, l’agire per il fine, principio e termine di ogni essere, e, quindi, anche di ogni attività umana" (Pietro Braido, Educare I).

Da questa chiave di lettura si evince che l’educazione, ogni dimensione dell’evento educativo o è morale oppure non è nemmeno educazione. Pertanto essa non si pone in parallelo con altre attività particolari con le quali l’uomo raggiunge degli scopi particolari: ad esempio l’educazione fisica, l’educazione intellettiva, estetica, sociale... Quella morale è il fine della stessa educazione; mentre le altre dimensione educative specifiche sono ritenute semplicemente dei mezzi che realizzano questo fine. In altre parole l’educazione morale è il centro di convergenza e di irradiazione di tutto e di ogni processo educativo.

3. In definitiva poi possiamo dire che l’educazione morale tende a forgiare nella persona l’abituale capacità di agire liberamente con rettitudine etica, come a suo scopo maggiore. Il che significa che ogni dimensione della struttura psichica umana, sia interiore che esteriore di un educando, deve concorrere a formare appunto il soggetto maturo, libero, intraprendente, onesto.

4. Ma ricordando subito che la nostra visione dell’uomo non è quella dei non-credenti, ma quella della religione cattolica, si deve aggiungere che anche l’educazione morale va opportunamente qualificata. Vale a dire che nell’ottica cattolica la formazione morale si avvale di tutte le indicazione derivanti dal credo specifico: per cui il fine ultimo di questa educazione mira a forgiare nei giovani l’abituale capacità di agire liberamente in modo virtuoso, illuminati e sostenuti dalla fede.

Per dirla in parole usate dalla catechesi attuale, l’educazione morale tende a formare dei cristiani adulti e perciò capaci di tradurre la fede nella vita quotidiana, la speranza nell’impegno creativo e responsabile, l’amore nella carità operosa. Per dirla invece con parole usate dalla catechesi tradizionale, l’educazione morale tende a formare cristiani che, sorretti sempre dalla fede, sono capaci di agire normalmente con prudenza, con giustizia, con fortezza e temperanza. Nella tradizionale dottrina cattolica – per altro riportata anche negli ultimi catechismi – le quattro virtù cardinali sono grossi contenitori, dentro i quali si collocano quali ancelle, più o meno minori, altre virtù morali, come la pazienza, la mansuetudine, lo spirito di sacrificio e così via. Ma in fondo la pratica delle varie virtù morali concorrono all’obiettivo ultimo dell’agire umano e pertanto dell’educazione morale: che l’educando maturi una abituale, permanente capacità di agire liberamente, in modo virtuoso, per amore di Dio e di Cristo.

 

DIMENSIONI E OBIETTIVI

Stabiliti significato e fine ultimo dell’educazione morale, occorre dire per quali vie si accede a questo ideale. Perché la piena maturità morale non è frutto di improvvisazione. Anzi per arrivarci ci si impiega una vita: certamente tutto l’arco dell’età evolutiva, dall’infanzia alla giovinezza adulta.

Ricordando poi che la natura non fa salti e meno che meno nell’educazione, dove si esige piuttosto, oltre l’aiuto di Dio, gradualità, infinita pazienza e costanza, è necessario tracciare le linee maestre del percorso formativo, le tappe intermedie necessarie al raggiungimento di quella meta ambita.

1. Per comodità didattica, le vie maestre del percorso formativo morale possono essere ricondotte a tre: la dimensione dello sviluppo psichico individuale; la dimensione dell’inserimento sociale e infine quella dell’acquisizione dei valori.

a) Lungo la traiettoria della maturazione psichica l’educazione morale si propone di sviluppare a livelli sempre più elevati il concetto di sé, in quanto essere umano e cristiano; la presa di coscienza relativa al proprio compito esistenziale e morale, davanti a Dio e agli uomini. Insomma una conoscenza sempre più interiorizzata della propria vocazione concreta, come progetto di vita cristiana assunta responsabilmente e tradotta con l’aiuto della grazia nella condotta quotidiana. Naturalmente questo grosso obiettivo destinato a coinvolgere sempre più intensamente l’io personale e le sue funzioni, riguarda giustamente lo sviluppo della persona in quanto tale. E, a dire il vero, resta ancora una meta alquanto teorica e generica. Va opportunamente chiarita dalla mediazione di altri obiettivi parziali, ma molto importanti.

Innanzi tutto occorre sviluppare gradualmente – tenendo conto dell’età (anagrafica e psichica) – il giudizio morale, la capacità di giudicare il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, il lecito e l’illecito in modo sempre più corretto.

Poi occorre sviluppare gradualmente la coscienza morale, purificandola ed elevandola sempre più nelle sue funzioni applicative, di modo che ogni settore della condotta quotidiana sia da essa gestita e governata con sempre maggiore rettitudine, oggettività, profondo senso del dovere; e, aggiungiamo, un corretto senso del peccato.

Passando alla sfera decisionale, l’educazione morale si propone di sviluppare la volontà, ossia la capacità di prendere decisioni illuminate e lecite, in dimensioni sempre più vaste della condotta, fino alle grandi decisioni vitali, come le scelte di vita: religiosa, coniugale, professionale...

Sempre in questo ambito, l’educazione morale si propone di liberare la libertà, nel senso di elevare sempre di più la capacità soggettiva di agire liberamente, autonomamente dai condizionamenti interiori ed esteriori, ma responsabilmente in rapporto ai valori morali e cristiani assimilati.

Oltre a questi settori molto specifici, l’educazione morale tiene conto degli altri aspetti della personalità in crescita. In particolare del carattere morale. L’educazione morale si preoccupa infatti che l’educando si formi via via un "buon carattere morale", cioè una tendenza permanente a schierarsi per il bene, per la giustizia, per la verità con ottimismo, con fiducia e speranza cristiana nonostante le difficoltà della vita, le tentazioni inevitabili e persino il peccato.

Infine l’educazione morale è preoccupata che tutti questi elementi siano ben integrati l’uno all’altro, di modo che la crescita globale sia via via più armonica, le varie funzioni dell’io morale più equilibrate. In una parola: che la persona con l’aiuto della grazia sia sempre più capace di agire con rettitudine, in modo virtuoso.

b) Lungo la traiettoria dell’inserimento sociale, l’educazione morale mira a sviluppare gradualmente nei giovani la capacità di assumere sempre più responsabilmente il proprio posto nel mondo, nella vita associata: famiglia, società, chiesa... In modo più specifico si prefigge innanzitutto che l’educando pervenga ad una progressiva identificazione dell’immagine di sé con la personalità di base cristiana, dato che la sua condotta dipende molto da come percepisce la realtà che lo circonda. In altre parole: gli educatori cristiani si preoccupano che il ragazzo conosca sempre di più la sua identità di figlio di Dio, e gusti l’appartenenza alla comunità cristiana e sempre più si appropri dei modelli esemplari di condotta ivi riscontrati.

Inoltre si prefigge che il ragazzo colga ed accetti sia le proprie qualità positive come i propri limiti, pervenendo ad una oggettiva e adeguata autovalutazione, anche con l’ausilio della convivenza con i propri coetanei e con gli adulti. In termini evangelici: che scopra i talenti ricevuti in dono da Dio e li metta a frutto anche in ambito sociale.

In terza istanza il percorso specifico prevede l’obiettivo che l’educando assuma sempre più responsabilmente tutti quei ruoli postulati dalle varie esigenze emergenti dagli ambiti di vita nei quali viene a collocarsi (famiglia, scuola, gruppo, associazione...).

Infine propone che il giovane acquisti una posizione attiva, critica e propositiva allo stesso tempo, nei riguardi dello sviluppo e progresso culturale, scientifico, economico... della comunità sociale. E naturalmente si prepari adeguatamente a gestirlo da cittadino, da professionista, da politico onesto, sollecito del bene comune.

In ultima analisi dunque: che si inserisca sempre più nella chiesa e nel mondo, liberamente e responsabilmente, da cristiano di condotta esemplare.

c) Nella dimensione dinamica dell’assimilazione dei valori morali – forse la più importante delle tre, riassuntiva di tutte – l’educazione morale si propone la graduale accettazione dei valori umani e spirituali proposti dalla fede e dalla morale cattolica, fino ad arrivare ad una elevata gerarchizzazione dei medesimi e alla testimonianza credibile nella condotta quotidiana.

A questo riguardo la proposta evangelica parte dall’acquisizione del bene in quanto tale e quindi al rigetto rigoroso del male; ma poi si fa sempre più esigente, suggerendo la pratica dei valori proclamati nelle Beatitudini. Si delinea cioè lungo questa traiettoria valoriale una sequela di Cristo sempre più elevata, anche sul piano etico, fino ad un discepolato radicale. L’educazione morale cattolica – non certo minimista – a questo proposito mira ad aiutare l’educando a pervenire gradualmente all’assunzione dei modi di pensare, di agire, di donarsi di Cristo stesso, sia in rapporto a Dio che in rapporto al prossimo. Che è quanto dire: la perfezione della carità, cuore e vertice dei valori morali in gioco.

Comunque anche in questa dimensione – una volta stabilita la meta globale – l’educazione morale si prefigge alcuni altri obiettivi intermedi.

Innanzitutto quello di sviluppare gradualmente l’apprezzamento, il gusto sapienziale della verità, della bellezza, della bontà, ovunque si trovino: nelle persone come nel creato, nelle imprese spirituali, culturali, scientifiche, come nelle condotte esemplari dei santi, dei grandi uomini, ma anche della gente più umile e semplice. Fino alla scoperta più coinvolgente e al gusto di Dio, valore vertice, somma bontà, bellezza e verità.

 

FOCALIZZARE GLI OBIETTIVI

Chiarite le direttrici propositive entro le quali si muove l’educazione morale, occorre evidenziare ulteriormente la necessità di concretizzare gli obiettivi concordati nel percorso formativo in atto. Perché è evidente che un conto è stabilire delle mete morali per un bambino di quattro anni e un altro conto è progettare delle mete per un fanciullo di otto anni, per un preadolescente di dodici anni, o per un adolescente sedicenne.

Per non battere l’aria a vuoto, il percorso educativo presuppone la conoscenza, da parte degli educatori, dello sviluppo già raggiunto dall’educando nello stadio evolutivo precedente. Da questo presupposto si può ripartire appunto per concretizzare le mete possibili future. A mo’ di esempio: volendo stabilire un percorso formativo adatto ad un fanciullo di dieci anni, è appunto necessario conoscere i ritmi di crescita biologica, psichica, culturale... di quell’arco di età. In particolare la maturazione acquisita nel giudizio morale, nella coscienza, nella volontà, nella responsabilità di gruppo, nella capacità di praticare le virtù morali.

Dopo di ché si possono ipotizzare e tracciare alcuni obiettivi concreti, realistici e ideali nello stesso tempo, sia nel settore psichico che nella dimensione sociale, e nell’assunzione dei valori e pratica virtuosa.

In specifico: per un fanciullo di dieci anni, ci si può chiedere: quali mete si possono ipotizzare relativamente allo sviluppo ulteriore del giudizio morale, della coscienza, dell’autonomia decisionale?; per l’inserimento più maturo nella famiglia, nella scuola, nel gruppo amicale, ecclesiale? Quali valori e virtù esperimentare?

Le risposte, tradotte poi in condotte concrete (esperienze pratiche, di vita quotidiana) nascono da una attenta analisi della situazione globale dei ragazzi in questione. Senza di essa si rischiano ipotesi educative buone per tutte le stagioni della vita e quindi fasulle. È come pretendere di fare indossare lo stesso vestito all’infante e ai nonni! Se invece l’educazione morale vuole essere molto rispettosa dello sviluppo individuale della persona, avverte subito che è quanto mai controproducente e ingiusto pretendere da un ragazzo decenne una coscienza da tredicenne, un giudizio morale da quindicenne, un impegno sociale da diciottenne, un corredo di virtù da ventenne. Diciamo piuttosto: ad ognuno il suo; ad ogni età le sue mete; ad ogni gamba il suo passo. Il di più stroppia; anche se, da un altro punto di vista, resta sempre vero che la grazia di Dio può produrre miracoli di bontà anche nei giovanissimi.

 

MEZZI E STRUMENTI FORMATIVI

Non finisce qui, a questo importante richiamo, il discorso formativo. C’è ancora da chiedersi: con quali mezzi e strumenti realizziamo, attuiamo un concreto, possibile percorso formativo?

Muovendoci – come più volte dichiarato – in una prospettiva di fede, evidenziamo subito le risorse della religione cattolica allo scopo formativo: la grazia di Dio, alla quale ricorrere mediante la preghiera e la pratica dei sacramenti, specialmente l’eucaristia e la riconciliazione. La grazia di Dio è dono, luce e forza: ma è anche missione, compito che impegna il giovane a generare e gestire condotte oneste, degne d’un credente.

Sul piano umano poi, la prima risorsa senza della quale nulla procede, è appunto l’educando stesso, con il corredo psichico di cui si è dotato, la sua personalità globale, la sua crescita umana e cristiana; l’attuale capacità di assumere ruoli e compiti nella vita associata (familiare, ecclesiale...); lo sviluppo valoriale e virtuoso già acquisito. Guai, del resto, se manca al giovane la disponibilità a crescere, a migliorarsi in campo morale. Gli educatori possono strillare quanto vogliono, possono essere coercitivi, impositivi a più non posso; ma è pura illusione pensare che l’educando proceda in avanti verso la piena maturità morale, virtuosa.

Da un’altra angolazione, è già implicito nel discorso che si sta facendo l’importanza, anzi la necessità della copresenza degli educatori adulti. Non si dà in pratica un vero processo di umanizzazione e di socializzazione senza l’intervento degli educatori. Come il cucciolo d’animale, pur sorretto da capacità istintive innate, apprende tuttavia comportamenti vitali corretti dalla frequentazione del branco, così il figlio d’uomo, pur corredato da natura di enormi potenzialità psicofisiche impara un corretto vivere umano e cristiano dalla convivenza con gli adulti, acquisendo i modelli di comportamento diffusi nella comunità umana ed ecclesiale. Appunto educandosi.

Osservato tuttavia il fenomeno educativo dal punto di vista degli educatori, dalla loro preoccupazione a far crescere bene i giovani, allora si scopre subito – soprattutto oggi – quanto sia difficile, faticoso assolvere adeguatamente il loro compito, meglio la grande missione educativa.

Purtroppo alcuni genitori – succubi forse della cultura in voga – sono tentati di fare in fretta, di ottenere tutto e subito. In pratica, che i figli capiscano al volo il loro insegnamento sul bene e sul male; che poi in quattro e quattr’otto siano buoni, onesti, laboriosi, generosi, caritatevoli. Dimenticando che nell’educazione le cose non vanno assolutamente così.

Perché la crescita umana e morale procede per tentativi ed errori: i figli in pratica una volta sono generosi e due volte egoisti; un giorno sono remissivi con i coetanei o con il prossimo, ma un altro giorno covano vendetta.

All’estremo opposto ci sono genitori schierati – spesso però solo a parole – in favore della completa libertà dei figli. Ma è una posizione ideologica: quella di credere alla radicale bontà umana, di roussoniana memoria, destituita di ogni fondamento scientifico e comunque smentita dall’esperienza universale. Basterebbe ricordare soltanto quello che già da tempo ha scoperto la psicanalisi sulla così detta innocenza dei bambini. Lo sono, del resto, da un punto di vista, ma i loro capricci, le loro gelosie, le loro piccole vendette sono sotto gli occhi di tutti. E i genitori giustamente se ne preoccupano per educarli. Certamente la saggezza educativa dei genitori nasce dall’intelligenza e dall’amore; si perfeziona con la pazienza e la costanza; si raffina con la preghiera, lo spirito di sacrificio e la coerenza di condotta. Ma, senza andare oltre in questo discorso che ci porterebbe lontano, qui si voleva soltanto evidenziare un dato di fondo: la necessità della presenza genitoriale nella formazione morale.

In appoggio alla famiglia – oggi più di ieri per come la vita sociale si è parcellizzata e anche specializzata – si rendono necessari gli educatori: nella scuola, nella chiesa, in ambito associazionistico, lavorativo, sportivo... Insieme con i genitori, primi responsabili, essi concorrono a sostenere i giovani nel raggiungimento degli obiettivi morali ricordati. Forse si può opportunamente aggiungere per tutti, genitori ed educatori, quanto emerge dall’esperienza universale; che nell’educazione contano le parole, le spiegazioni, le classiche prediche; ma molto di più i fatti, i buoni esempi, le condotte morali esemplari. Anzi aggiungiamo: è più incisiva ancora la personalità, il tipo di carattere degli educatori. È dimostrato infatti che a personalità educative autoritarie corrispondono spesso ragazzi remissivi, obbedienti, ma infingardi, vendicativi e altro ancora; ad educatori lassisti corrispondono educandi incoerenti e confusionari, soprattutto in ambito morale; a personalità nevrotiche corrispondono spesso ragazzi psichicamente e moralmente disturbati. Mentre invece a persone equilibrate, ottimiste corrispondono ragazzi più sereni e più impegnati anche sul piano formativo.

 

SELEZIONARE GLI STRUMENTI

Relativamente agli strumenti da usufruire nell’iter formativo si possono fare alcune classificazioni e distinzioni. Innanzitutto sono strettamente necessarie all’educazione morale le attività, i comportamenti stessi degli educandi, come gli impegni di generosità, le attività dei doveri quotidiani (pregare, studiare...), le azioni buone verso i familiari, i coetanei, ecc...

Tanto meglio se combinate – quando è possibile – con i comportamenti degli adulti: fare insieme con gli educatori delle azioni di carità, di giustizia, di solidarietà, di ammirazione del creato e del suo Creatore: significa offrire agli educandi la possibilità di fare dei tratti di strada insieme, quasi a dire loro che la crescita morale è possibile ed è degna dell’uomo.

Questi strumenti "personali", generati dall’educando stesso e intesi anche come esercizi pratici, non vanno considerati come elementi a se stanti; ma vanno finalizzati all’acquisizione degli atteggiamenti morali (a modalità permanenti di condotta interiore). In altre parole, all’acquisizione delle virtù morali. Così un atto singolo di generosità verso il prossimo, ripetuto e rapportato ad altre condotte generose, viene finalizzato all’acquisto della fraternità permanente, all’amore duraturo verso il prossimo. Insomma repetita iuvant: a forza di ripetere le cose, a forza di esercitarsi l’atleta diventa un campione, un giovane virtuoso, moralmente adulto.

Giovano poi all’educazione morale alcuni strumenti specifici, dei quali facciamo solo un accenno fugace.

Innanzitutto, per esempio, giovano al rinforzo dello sviluppo del giudizio morale le spiegazioni, gli approfondimenti, la catechesi su ciò che è bene e su ciò che è male; il confronto dialogico su condotte morali o immorali di personaggi noti, illustri della storia civile o religiosa, o della cronaca.

Invece per stimolare opportunamente lo sviluppo della coscienza possono giovare l’esame di coscienza propositivo, momenti di meditazione personale, sulla propria condotta rapportata ai grandi modelli cristiani; i rimproveri (equanimi) e i castighi (come estremo rimedio); le lodi e i premi morali (senza adulazioni controproducenti), ecc...

Per incentivare lo sviluppo della volontà e della libertà possono essere quanto mai utili la gestione dei piccoli doveri quotidiani, il richiamo ai propri compiti o lavori indilazionabili, la gestione di determinate iniziative a cui restare fedeli, nonostante l’inevitabile costo e fatica. Per la stimolazione a sviluppare un buon carattere morale possono essere utili i richiami alla coerenza, alla oggettività, all’ottimismo; i suggerimenti al superamento dello scoraggiamento e del pessimismo sterile.

Per lo sviluppo delle capacità di inserimento nelle comunità sociali, possono giovare molto il conferimento di piccoli ruoli e impegni relativi; e naturalmente il richiamo oltre che alla fedeltà alla parola data, anche alla responsabilità della gestione della condotta sociale (gioco, lavoretto, compito scolastico...).

Infine allo scopo di aiutare l’assunzione dei valori/virtù – oltre agli strumenti fin qui ricordati – possono giovare molto le esperienze forti e significative, da cui i giovani traggono il gusto e la gioia interiore di assaporare la bellezza del bene per se stesso, acquistato personalmente con l’aiuto di Dio.

Infine un accenno anche alla strumentazione esteriore al soggetto educando: l’ambiente umano (familiare, scolastico, sportivo, ecclesiale...) moralmente sano, le buone compagnie, le buone letture e così via. Anche i mass-media possono stimolare opportunamente la crescita morale dei giovani, in modo specifico quando trasmettono comportamenti esemplari di giustizia, di bontà, di solidarietà. Più difficilmente possono raggiungere questo obiettivo quando trasmettono violenza, aggressività o altre condotte immorali; a meno che non siano contrastati dall’approfondimento e dal dialogo sincero con gli educatori.

 

SVILUPPO – EDUCAZIONE – MATURITÀ

1. La pianta del fico era molto familiare a Gesù; talvolta ne ha tratto spunti per alcuni insegnamenti. Un giorno disse appunto questa parabola: "Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: padrone, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai" (Lc 13,6-9).

Secondo Gesù dunque la pianta una volta interrata attecchisce. Per svilupparsi, diventare alta e grossa... si sviluppa anche. Ma può crescere gobbuta, selvaggia e arrivare persino a produrre frutti selvatici. Oppure non produce affatto, come quel fico sterile che lo stesso Gesù, affamato, fece seccare di botto (Mt 21,18-20). Al contrario può produrre frutti abbondanti e prelibati, comunque buoni: dipende molto anche dalla concimazione, dalla potatura, dalla cura amorosa dell’agricoltore.

2. Fuori metafora: anche la pianta umana, una volta inseminata, nasce, si sviluppa, diventa anagraficamente adulta. Ma un conto è lo sviluppo di un giovane abbandonato a se stesso, alle sue forze prorompenti, senza cura, senza l’aiuto educativo; e un conto è lo sviluppo del giovane che cresce sostenuto dagli adulti, premurosi, e saggi, che gli offrono il sostegno di una educazione intelligente. Nel primo caso siamo di fronte ad una persona sviluppata, ma in modo selvaggio, probabilmente sterile in capo morale; nel secondo caso invece c’è una personalità sviluppata anagraficamente, ma anche "educata", che al tempo opportuno può produrre frutti di alta qualità morale.

Calando ulteriormente il concetto nel nostro discorso educativo, diciamo che può esservi un giovane psichicamente sviluppato, sia nel giudizio, come nella coscienza e nel carattere. Ma non è detto che abbia raggiunto un giudizio morale corretto e obiettivo, una coscienza illuminata da valori autentici, un carattere morale ben orientato verso il bene.

3. Così dunque il termine ultimo del processo formativo, tanto auspicato, è la piena maturità morale, che sopra abbiamo definito: l’abituale capacità di agire liberamente in modo virtuoso, illuminati dalla fede e sostenuti dalla grazia di Dio.

Dalla persona moralmente matura poi ci si attendono solo frutti buoni; di onestà, di giustizia, di santità. Purtroppo non è così. La cosa è sotto gli occhi di tutti. Del resto – dice la Bibbia – anche i santi, i giusti peccano. Nasce pertanto una curiosa domanda: come mai le persone perbene non si comportano sempre onestamente? Come mai anche le persone moralmente mature peccano?

Si potrebbe dire che il fatto ci inquieta anche. Perché, mentre siamo più tolleranti e misericordiosi con gli immaturi, i giovani, non lo siamo altrettanto con gli adulti maturi. Proprio loro, diciamo, che hanno una coscienza formata e sono persone normalmente di condotta virtuosa, peccano?

Questo fenomeno fa parte del mistero insondabile del cuore umano; più precisamente dell’uso della propria libertà. Il gioco della libertà è sempre aperto in tutte le stagioni della vita. È la carta vincente in mano all’uomo, sia per la vittoria del bene che per il trionfo del male, sia per i giovani che per gli adulti. E Dio, dopo tutto, la rispetta.

 

BIBLIOGRAFIA PER L’APPROFONDIMENTO

• Educare, I, Pietro Braido, Pas-Veriag, ZURIGO
• Educazione morale etica cristiana, Guido Gatti, ELLE DI CI (TO)
• Integrazione fede e vita, Luciano Meddi, ELLE DI CI (TO)
• Educarsi al quotidiano, Antonio Martinelli, ELLE DI CI (TO)
• Revisione di vita. Cos’è, come si fa, Andrea Gasparino, ELLE DI CI (TO)
• Camminare nella libertà dell’amore, Majorano Sabatino, Ed. Paoline Alba (CN)

 

 

(IV)
L’EDUCAZIONE MORALE CRISTIANA

 

NELLA CATECHESI ITALIANA DELL’ETÀ EVOLUTIVA

 

LE TAPPE DELLA FORMAZIONE MORALE NELLA CATECHESI ITALIANA DELL’ETÀ EVOLUTIVA

A. NELL’INFANZIA

1. Il catechismo dei bambini si rivolge evidentemente agli adulti, agli educatori. Dice loro: "Lasciate che i bambini vengano a me". E in effetti il testo si snoda entro questa duplice proposta: agire in modo tale che i bambini vadano con fiducia incontro alla vita, facendo da subito l’esperienza base "di essere amati"; e, in contemporanea, facciano pure l’esperienza di sentirsi accolti amorevolmente da Dio. Solamente degli adulti, educatori sensibili, possono facilitare questa duplice esperienza. Da parte loro i bambini sono pronti da sempre, perché impastati di duttilità, di malleabilità. Come possono apprendere indifferentemente la lingua italiana o la giapponese, l’inglese o il cinese a seconda della lingua parlata dai genitori; così possono essere avviati all’esperienza positiva o negativa della vita umana e religiosa. Il testo insiste continuamente affinché gli educatori si rendano conto dell’importanza basilare di questa primordiale esperienza. In effetti, "l’esperienza di essere amati" comporta pure il fatto di sentirsi accolti proprio come persone, maschio o femmina, sano o persino handicappato. Perciò la percezione di sentirsi degni di stima, importanti e quindi improponibili ad ogni baratto con altri affetti. Da qui possono scaturire gioia e voglia di vivere, di diventare come mamma e papà; inoltre sicurezza, curiosità, slancio vitale verso la crescita.

È vero: anche paura di perdere questo affetto e tutto il resto. Tuttavia, se in dose supportabile, essa può essere utile al miglioramento di sé.

A sua volta la primordiale scoperta del "Dio dei nostri padri" può e deve essere una percezione d’amore. Intuizione che il bambino si trova alla presenza di un Dio che accoglie i genitori, gli educatori; che entra in comunione con loro, soprattutto nella preghiera e nelle feste della comunità ecclesiale. Il fatto di scoprire la presenza misteriosa, ma buona di Dio Padre provvidente, infonde anche nel bambino gioia, serenità, i primi germi di fede per fidarsi e affidarsi a Dio.

Di converso, la paura di perdere il suo amore e la sua benevolenza, può generare la primissima volontà a vigilare contro la disobbedienza a Dio. Perché, in fondo, un equilibrato timore di Dio, una giusta paura di perdere " il suo amore", non è da buttare via, non guasta l’equilibrio personale.

2. Il testo tuttavia ha come destinatari veri i bambini stessi; nel senso che si invitano i genitori e gli educatori a farsi promotori di una catechesi vera e propria, sia pure occasionale, cogliendo cioè le opportunità offerte dalla vita familiare e dalla vita ecclesiale (liturgica). Questi incontri catechistici familiari permettono ai bambini di accostarsi per la prima volta "alla storia della salvezza" come ad una storia di famiglia, che li coinvolge alla pari dei genitori e degli educatori.

Ed è nella conoscenza graduale degli eventi fondamentali della salvezza e dei suoi protagonisti che i bambini scoprono pure i comportamenti esemplari, virtuosi – di fede, di bontà, di santità – con i quali confrontarsi e sui quali modellarsi nella condotta quotidiana. L’educazione morale in effetti – come del resto ogni altra dimensione educativa – non aspetta, per esempio, l’età dell’uso della ragione per mettersi in moto, ma fidando sulle germinali capacità intuitive dei bambini stessi, già esce in campo aperto, entra cioè nelle condotte infantili e le stimola a modellarsi sui buoni esempi "dei padri della fede".

3. Diciamo ancora più esplicitamente: l’educazione morale dei bambini mira fin da subito a radicare le strutture psichiche basilari della morale, ma anche ad avviare la primissima assimilazione dei valori morali e la testimonianza nella vita familiare.

a) È molto attenta alla implantatio germinale della coscienza morale. E poi: che essa sia corretta, serena. Mediante un accostamento continuo a comportamenti modello; ma poi con opportuni richiami, divieti, piccole norme familiari, i bambini vengono stimolati alla assimilazione del "codice parentale" e a metterlo in pratica.

Si forma così una coscienza morale tipica, chiaramente non autonoma dagli adulti, appunto infantile, eterodiretta; eppure base dello sviluppo futuro della medesima.

L’educazione morale mira anche a impiantare le capacità decisionali positive, la buona volontà, con opportuni richiami: per esempio, a superare i capricci ecc. e ad essere buoni e bravi "come" mamma e papà.

b) L’educazione morale tende pure a far fare ai bambini le prime esperienze positive della scoperta dei valori: il bello, il giusto, il gratuito, l’amore, la gioia; ma anche quello del proprio dovere "di bravo bambino".

c) Il grande strumento nelle mani dell’educatore è l’obbedienza.

Mentre nell’età più adulta, soprattutto giovanile, si parlerà sempre di più di obbedienza alla propria coscienza (formata), ai principi morali assimilati; al bambino invece si parla di obbedienza ai genitori, perché custodi del bene e del male. Ma quanto provvidenziale per apprendere bene il mestiere di uomo/donna con condotte già moralmente corrette. Certo, si tratta di manipolare anche uno strumento delicatissimo: tutti possiamo capire dove porta una obbedienza cieca, fondata solo sulla pura conformità al volere degli altri, siano pure i genitori. In effetti la catechesi intende promuovere una obbedienza illuminata dalla ragione e dalla fede.

d) Intorno ai tre anni si avvera un giro di boa nella crescita infantile; anche l’educazione morale è attenta a dare l’avvio all’allargamento della coscienza, della volontà, delle capacità affettive; nonché dell’assimilazione dei valori morali e delle possibilità dei bambini a rendere piccole testimonianze di bontà, di generosità, di amore, di altruismo.

B) NELLA FANCIULLEZZA

1. Il catechismo dei fanciulli continua la stessa linea formativa, anche se si fa molto attento ad applicare i suoi obiettivi alle aree allargate di esperienza di vita del fanciullo: dall’area familiare a quella scolastica, amicale, ecclesiale-catechistica, associazionistica, ludica.

Nell’educazione propriamente morale, mentre continua la stimolazione alla crescita armonica della coscienza morale e del senso del dovere (per esempio, relativamente ai propri impegni scolastici), si accentua l’attenzione – soprattutto intorno ai sette/otto anni – sulla formazione del giudizio morale. Visto che lo sviluppo intellettivo in questa fase specifica si correda di alcune funzioni ragionative notevoli, si costata anche la necessità di stimolare opportunamente le stesse funzioni a commisurarsi con il bene o con il male presente nelle condotte umane proprie e degli altri.

Lo sviluppo del giudizio morale ci pare un momento cruciale della educazione morale in questa fase evolutiva; comunque il più caratteristico. A sua volta la capacità decisionale viene incrementata mediante la stimolazione continua all’attuazione dei propri doveri; ma anche alla assunzione di liberi impegni, di iniziative (di generosità, di carità…) scelte spontaneamente, ma doverosamente poste in essere. Vista poi l’accresciuta capacità di comprendere i contenuti morali del cristianesimo – l’amore a Dio e ai fratelli – l’educazione morale mira anche a far comprendere e vivere il significato morale e religioso del peccato, per altro mai disgiunto dalla reale possibilità della riconciliazione con Dio e con il prossimo. Cade quindi opportunamente tutta l’attività educativa di preparazione al sacramento della penitenza, "luogo spirituale dell’incontro gioioso tra Dio e i suoi figli perdonati".

2. Lungo invece la traiettoria dell’assimilazione dei valori morali la catechesi propone tutta una serie di stimolazioni affinché la scala valorativa sia meglio compresa, ma anche assimilata.

Pertanto è pressante l’invito ai comportamenti esperenziali del bene, del giusto, della gioia di dare, di amare, dell’essere generosi, altruisti. Ma il tono della proposta si eleva alquanto, quando si invitano i fanciulli ad assumere gli atteggiamenti buoni, ossia a praticare le virtù (della generosità, della solidarietà, dell’amore), superando quindi lo scoglio dell’una tantum, del fare "ogni tanto" la buona azione. Ormai anche i fanciulli, soprattutto quelli della fanciullezza più avanzata, sono capaci, con la grazia di Dio, di praticare veramente le virtù morali. Del resto tutta la serie di fanciulli santi, che la storia della chiesa ricorda, ne sono la riprova.

3. La linea della testimonianza trova grandi spazi di attuazione, oltre che nella famiglia, anche nella scuola, nei gruppi amicali ed ecclesiali, associativi ecc... Le motivazioni sono rafforzate dal senso di appartenenza, dalla forza dell’amicizia, dai bisogni crescenti di competenza e di riuscita. Tutti questi fattori psichici sono ottimi alleati dell’educazione in questione; soprattutto se usufruiti dagli educatori in modo intelligente ed equilibrato.

La motivazione religiosa di fede a questa testimonianza concreta va dalla capacità imitativa dell’amico Gesù, alla volontà di confrontarsi con le grandi figure cristiane, all’obbedienza allo Spirito che guida anche i fanciulli alla santità.

C) NELLA PREADOLESCENZA

1. Il catechismo dei ragazzi caratterizza la sua proposta propriamente religiosa fondandola sulla necessità della testimonianza della propria fede nella chiesa e nel mondo che circonda i ragazzi stessi; mantenendo per altro e irrobustendo l’amicizia personale con Gesù e con i propri coetanei.

Dal lato antropologico – nella linea cioè della fedeltà al vissuto dei ragazzi dai 10 ai 14 anni – la catechesi fa leva sulle tendenze e sui bisogni emergenti dell’età; per esempio, il bisogno di agire, di fare, di essere in movimento personale e gruppale; e poi su quello di avere un’amicizia, dapprima generica e allargata, e poi selezionata, anche con l’altro sesso.

2. L’educazione morale conta molto sia sulla forza del messaggio religioso in quanto tale, sia su questi grandi interessi tipici dell’età. Riporta dunque l’attenzione ancora una volta sulla possibile crescita del giudizio morale, della coscienza, nonché sulle capacità decisionali circa la condotta di sempre, ma a partire da queste nuove aree di interessi particolarmente significativi. E pertanto trova una manna, un fenomeno provvidenziale il fatto che i ragazzi desiderino agire, fare, impegnarsi in qualche attività. Appunto perché lo strumento educativo per eccellenza, alleato degli educatori e degli stessi ragazzi, è costituito appunto dai comportamenti, dalle iniziative personali e gruppali. L’educazione morale, in un certo senso, non ha bisogno di inventare nuove e chissà quali attività: sono infatti gli stessi ragazzi che sono sempre in attesa dei cimentarsi in qualche iniziativa. Si tratta di stare al loro passo, di camminare insieme con loro; semmai guidarli e illuminarli circa le mete da raggiungere. Soprattutto motivarli più correttamente sul piano spirituale ed etico. Piuttosto, essendo ancora soggetti incostanti e sottoposti spesso a stanchezze, anche fisiche, l’educazione morale è molto attenta a stimolarli non solo a fare, ma ad acquisire condotte virtuose, modi stabili di agire. Insomma è molto attenta a rinvigorire il senso del dovere. Di modo che i valori morali siano non solo sperimentati ogni tanto, ma rivissuti, approfonditi e assimilati in modo significativo e continuativo. Per cui anche la testimonianza resa nel gruppo amicale, associativo, ma anche familiare, scolastico... superi lo spazio del puro momento esecutivo e diventi dimensione permanente, virtù sociale, giustizia, carità, perdono, collaborazione, solidarietà e così via.

3. L’educazione morale relativa a questa età mira anche ad approfondire la dimensione del male, ovunque si trovi, nella propria condotta come in quella degli altri, nella società. Promuove quindi l’acquisizione del senso autentico del peccato personale e sociale: rottura dell’amicizia con Dio e con il prossimo; e naturalmente di purificazione e redenzione, nonché della vera possibilità di riconciliazione (amicale) sia con Dio che con il prossimo.

D) NELLA ADOLESCENZA

1. Il catechismo degli adolescenti propone il primo vero abbozzo di un progetto di vita personale cristiano, sviluppato poi più adeguatamente nell’arco della giovinezza. La proposta cristiana si radicalizza, nel senso che tende a proporre ideali molto elevati – facendo anche leva sull’idealismo adolescenziale – da vera e propria sequela, discepolato di Gesù Cristo. E pertanto l’annuncio catechistico batte a lungo il chiodo dell’aprirsi totalmente al Cristo e ai fratelli.

Dal canto loro gli adolescenti per la prima volta finalmente incominciano a intravedere il proprio io ideale, umano e cristiano; e possono confrontarlo con l’io reale, coglierne lo scarto e impegnarsi per superarlo. È evidente l’importanza pedagogica di sostenere la percezione realistica del sé attuale; ma forse – e ancora di più – sostenere la speranza di vera possibilità di migliorarsi e di perseguire l’ideale accarezzato.

È pure abbastanza noto il fatto che a questa età gli adolescenti sono attratti dal desiderio di dare l’addio al passato infantile; e pertanto la smania di rendersi autonomi dagli adulti, per marciare verso una grande autonomia operativa.

Il passaggio è spesso contrassegnato dalla voglia di trasgressione delle regole di buon comportamento della società adulta (familiare, sociale, ecclesiale…). Sicché il vissuto adolescenziale presenta delle fasi alterne, alternanti: una volta tutto slanci di bene, di radicalismo evangelico; un’altra volta tutto rancore verso tutti e contro tutti; per poi ricadere su se stessi, sulle proprie paure, angosce, profondi sensi di colpevolezza, goffaggine nelle richieste di perdono, ecc...

2. L’educazione morale tiene conto di questo vissuto adolescenziale particolarmente conflittuale, delle nuove aree di interessi; mentre propone una grande attenzione sia sul piano della formazione psichica personale, come dell’assimilazione dei valori umani e cristiani, nonché della testimonianza dei medesimi nella vita quotidiana.

Pertanto è molto attenta allo sviluppo del giudizio e della coscienza morale, delle capacità decisionali, del corretto uso della libertà individuale, sia in ambito familiare che gruppale, amicale, del tempo libero.

In particolare si propone una grande attenzione allo sviluppo positivo del "carattere morale", significativamente emergente a partire da questa età: in modo che l’orientamento abituale della condotta sia suffragato da razionalità, ottimismo spirituale; sia supportato giornalmente dall’esperimentazione dei valori umani positivi e dei valori evangelici. E che naturalmente siano anche testimoniati virtuosamente nel quotidiano.

L’attenzione alla formazione di un buon carattere morale è centrale in questa fase dello sviluppo. Perché indubbiamente esso costituisce quell’elemento che d’ora in avanti dà volto, segna per sempre la personalità morale degli individui.

E) NELLA GIOVINEZZA

1. Il catechismo dei giovani mira decisamente a proporre ai suoi destinatari dei contenuti del credo e della morale cattolica in modo chiaramente più sistematico. Avvalorando così la tesi di una ormai matura capacità dei giovani di "sistemizzare" le conoscenze, di gerarchizzare i valori, di determinare le priorità delle condotte attorno al progetto concreto di vita. La dottrina della chiesa sul credo, sui sacramenti, sulle stesse norme morali riceve così un allargamento significativo e spazi di applicazione esistenziali molto vasti.

Si propone inoltre di mediare in maniera adeguata anche le grandi decisioni vitali dei giovani: la scelta professionale, lo stato di vita (laicale, religioso, sacerdotale…); e, in particolare, l’orientamento fondamentale del senso della vita – se religioso, o ateo, o indifferente – che da qui in avanti qualificherà sempre più marcatamente i vari soggetti.

Se da un punto di vista generale si può parlare di continuità dello sviluppo umano e spirituale dei giovani in correlazione con l’adolescenza appena varcata, da un altro lato si assiste ad una ristrutturazione pressoché globale della personalità e del suo orientamento ideologico. E quindi di un nuovo stile personale nell’assumere il proprio posto nella società e nella chiesa, vicino oramai a quello degli adulti.

2. L’educazione morale è preoccupata che le scelte di vita concreta siano fatte in conformità agli orientamenti della fede e della morale cattolica. Perciò è molto attenta a stimolare la formazione del giudizio e della coscienza morale ben orientata secondo i valori evangelici. Contemporaneamente mira a sostenere le capacità decisionali – il carattere morale – a scelte di lunga gittata, capaci di coagulare e organizzare non solo dei comportamenti ogni tanto buoni e onesti, ma costantemente buoni, giusti, onesti, ossia virtuosi: costantemente orientati al bene, anche se defatiganti. Appunto una scelta opzionale di fondo. Di modo che ormai il connubio fede e vita, valori religiosi e morali, mentalità e condotta quotidiana sia trasparente e permanente.

3. L’educazione morale è per sua natura ottimista e carica di speranza, anche di fronte ai casi di giovani più renitenti e più depravati. L’esperienza insegna che anche per questi giovani c’è possibilità concreta di conversione e di redenzione. Certo l’asso nella manica dell’educazione cattolica sta nella certezza dell’aiuto di Dio e della sua grazia. Per questo si impegna a fondo per una formazione paziente, misericordiosa, tanto realista quanto idealista, chiarificatrice, amante della verità. Ricordando che la verità morale, anche se a volte percepita dai giovani come particolarmente dura, li rende a lungo termine, liberi e adulti. L’ambizione massima comunque è quella di portare i giovani alle soglie della piena maturità morale; che resta sempre l’abituale capacità di agire liberamente, in piena coscienza, in modo retto, virtuoso, illuminati dalla fede e sostenuti dalla grazia di Dio.

 

CONCLUSIONE

L’educazione sottende chiaramente un cammino, una evoluzione positiva, cioè una crescita. Anche l’educazione morale prevede un itinerario maturativo che inevitabilmente non può essere che personale. Non è sufficiente infatti che i genitori, gli educatori siano onesti, buoni, santi. Come, per esempio, per imparare a nuotare non è sufficiente che il maestro di nuoto insegni ai suoi allievi i comportamenti corretti del corpo in acqua; ma occorre che l’allievo entri nelle vasche d’acqua e si eserciti nel nuoto; così bisogna che gli educandi si impegnino, con tutta la buona volontà nell’esercizio dell’onestà, della giustizia, della carità.

Se le cose vanno per il giusto verso, si evolvono cioè in modo ottimale, l’arco dell’età evolutiva – dall’infanzia alla giovinezza – è appena sufficiente per far sì che le persone approdino alla piena maturità morale. Ma è un compito, una missione senza paragone: tant’è suggestivo e meritevole...

Ne vale la pena tentare. D’altra parte, mai come oggi il mondo, la nostra società italiana, invoca persone oneste, uomini operatori di giustizia, di solidarietà, di amore.

Che è poi la proposta cristiana di sempre.

 

BIBLIOGRAFIA PER L’APPROFONDIMENTO

• La morale nella catechesi, AA.VV., Ed. Paoline, Alba (CN)
• Morale e catechesi, Giannantonio Bonato, ELLE DI CI (TO)
• Educazione morale nella catechesi, Andrea Fontana, ELLE DI CI (TO)
• I comandamenti: segnali stradali verso la libertà, ELLE DI CI (TO)
• Coscienza e norma morale nei catechismi italiani, Svanera Oliviero, EDB (BO)
• La vita nuova in Cristo, Sabatino Majorano, EDB (BO)

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