PROFILO SPIRITUALE DI LEONE DEHON 1843-1925
Fondatore dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (Dehoniani)
   (a cura di Pedron Lino)


autori
titoli

Indice:

Prefazione
Studi e viaggi
Vicario e fondatore
False partenze e risurrezione
Verso nuovi orizzonti
Problemi sociali
Tribolazioni
Estensione della congregazione e viaggi del fondatore
Quando i frutti sono maturi
Alcune statistiche
Nota biografica

 

Prefazione

L’interesse di una biografia sta nel fatto che rende presente la storia di una persona: ne prolunga l’esistenza raccontandola, e quindi dandole un nuovo spazio nel nostro tempo. La personalità di P. Dehon così ricca e contrastata, meritava largamente una tale impresa.

Quest’uomo, che ha vissuto l’ultima metà del XIX secolo e il primo quarto del XX, è infatti un testimone privilegiato, se non protagonista, della storia della Chiesa di questo lungo periodo. Nel seguire il suo itinerario, nel decifrare le sue evoluzioni, si scopre il sottofondo della nostra storia religiosa. Il P. Dehon aveva capito che, dopo la Rivoluzione francese, la Chiesa era ormai soltanto una porzione della società, e quindi anche tributaria della cultura e dello spazio umano nel quale voleva operare. La sua storia quindi è soltanto una delle componenti di un affresco più vasto.

L’interesse maggiore della biografia di P. Dehon consiste nel farci vivere queste interazioni multiple, che tessono gli spazi di una società e portano le speranze degli uomini. La chiaroveggenza di quest’uomo dall’intelligenza brillante, ha portato lui e diversi suoi discepoli ad occupare i grandi crocevia che segneranno le evoluzioni dalle quali uscirà il XX secolo. Situando la Chiesa entro questa evoluzione, egli contribuì a farla entrare nella modernità, che è la nostra storia e il suo presente.

Il P. Dehon è vissuto con la penna in mano. Cominciò a raccogliere annotazioni fin dalla sua vita di collegio, e smetterà soltanto con la sua morte. Il risultato sono due voluminosi documenti, di tipo diverso: in primo luogo Le sue memorie (Notes sur l’Histoire de ma Vie) (NHV) che coprono la prima parte della sua vita, dalla nascita fino al 1888. Si tratta di una retrospettiva alla quale l’autore cominciò a lavorare nel 1886 e che nel 1897 non era ancora terminata. Rifacendosi a documenti vari, il P. Dehon scrive, a volte riscrive, la sua esistenza, per darle una continuità e, quindi, anche giustificare le sue scelte più importanti.

In secondo luogo abbiamo il suo Diario personale (Notes Quotidiennes) (NQ) nel quale egli raccoglie annotazioni quotidiane, che descrivono quello che egli vive, i suoi stati d’animo, come pure le sue riflessioni di fronte agli avvenimenti. Essenzialmente questo Diario va dal 1886 al 1925. Del periodo che precede il 1886 resta soltanto qualche quaderno che copre il suo periodo di seminarista a Roma (1867-1870). È solo un caso che siano scomparse proprio le annotazioni del periodo prima del 1886?

Questi due documenti, Memorie e Diario, sono serviti come filo conduttore per redigere la presente biografia. Salvo indicazioni contrarie, i testi di P. Dehon citati nelle pagine che seguono sono tratti da queste due opere. Benché molto dissimili sia per lo stile che per gli obiettivi che perseguono, esse ci danno un riflesso molto interessante della complessa personalità di P. Dehon. Incrociando le due prospettive, potremo meglio renderci conto della sua grande ricchezza di vita e di pensiero. Stupisce infatti che, a tutt’oggi, essi non siano stati meglio sfruttati. Se questo breve profilo contribuisse a farli meglio conoscere anche al di fuori della cerchia dei suoi discepoli l’autore riterrebbe raggiunto il suo scopo...

 

 

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Studi e viaggi

1870, anno di transizione per la Francia e per l’Europa, come per la Chiesa cattolica. Nel luglio 1870 scoppia la guerra franco-tedesca, che rimodellerà la carta geopolitica dell’Europa e le cui conseguenze portano in germe i conflitti futuri, in particolare quello del 1914-1918. La vittoria militare apre la strada all’unità tedesca, sotto la dominazione della Prussia. In seguito al disastro di Sedan, che ha comportato l’allontanamento di Napoleone III, a Parigi viene proclamata la Repubblica.

Approfittando della caduta di Napoleone III, Vittorio Emanuele II invade i territori pontifici, che erano protetti dalle truppe francesi e fa di Roma la capitale prestigiosa del Regno d’Italia. Il papa si vede così privato di ogni potere temporale. Il papato ne sarà profondamente trasformato. Il papa dovrà porsi in maniera diversa nel consesso delle nazioni. Il suo ruolo sarà più spirituale che politico. Questi sconvolgimenti comporteranno profonde trasformazioni anche per la Chiesa.

A partire dall’8 dicembre 1869, si svolge a Roma il Concilio Vaticano I, che era stato convocato da Pio IX. Questo concilio approderà, nel luglio 1870, alla proclamazione dell’infallibilità pontificia. Tutto accade come se questo sovrappiù di aura spirituale dovesse compensare la perdita del potere temporale e anche riorientare la funzione pontificia verso una dimensione più pastorale. Il Vaticano I conferma la corrente romana che nel secolo XIX si era propagata nella Chiesa e accrescerà il potenziale di simpatia o addirittura di venerazione verso la persona del sovrano pontefice. Perdendo la sua funzione temporale, l’istituzione pontificia si concentrerà nella persona stessa del Papa, al punto da identificarsi a volte con lui. Chiaramente non tutti i cattolici seguiranno questa evoluzione.

Un Concilio è sempre un avvenimento nella Chiesa, specie per il fatto che l’ultimo risaliva al XVI secolo, al momento della Controriforma. In effetti, dopo il Concilio di Trento (1545-1563), la Chiesa non aveva più conosciuto un simile raduno. Questo ci fa capire la novità rappresentata dal Vaticano I nella seconda metà del XIX secolo.

Un giovane sacerdote, ordinato nel dicembre dell’anno precedente, partecipa come stenografo all’avvenimento. Per assicurare la trascrizione delle sedute solenni, infatti, era stato creato un piccolo gruppo di stenografi, sotto la direzione di Virginio Marchese, sacerdote di Torino, già stenografo del Senato italiano. La ventina di sacerdoti che componevano questo gruppo era presa nei diversi seminari romani. Uno dei quattro francesi, scelti tra gli studenti del seminario di Santa Chiara, si chiama Leone Dehon. Il Vaticano I sarà per lui un’esperienza indimenticabile, che darà una tonalità decisamente romana ed ecclesiale al suo profilo spirituale. Egli ragionerà e si impegnerà sempre in termini di Chiesa universale. Roma fa ormai parte della sua cultura al punto da diventare per lui una seconda patria.

Dall’ottobre 1865, Leone Dehon si trova al Seminario francese di Roma, dove si prepara al sacerdozio. Questa tappa è la conclusione di un cammino ricco di peripezie, come vedremo in seguito. Molto dotato, anche brillante - è già avvocato - il giovane avrebbe potuto abbracciare carriere più gratificanti. È con piena cognizione di causa che egli sceglie invece il sacerdozio. Con la dolce perseveranza delle persone convinte, egli supera ostacoli e difficoltà per raggiungere lo scopo a cui mirava fin dalla prima giovinezza.

Le radici familiari

Leone Dehon è nato il 14 marzo 1843 a La Capelle, un grosso borgo situato a nord del dipartimento dell’Aisne, non lontano dalla frontiera belga. È battezzato nella chiesa parrocchiale il 24 marzo seguente. Siamo alla vigilia dell’Annunciazione della Vergine Maria. Più tardi P. Dehon vi vedrà un segno provvidenziale, un’indicazione di quello che doveva divenire il cuore della sua spiritualità, l’Ecce venio, ecco io vengo del salmo 40, che descrive l’atteggiamento del credente che fa dono della sua volontà a Dio per amore. La Lettera agli Ebrei riprenderà questa prospettiva per definire l’atteggiamento stesso di Cristo, i suoi sentimenti, nell’avventura dell’Incarnazione. Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà (Eb 10, 5-7).

Nelle sue NHV, Dehon scriverà circa quarant’anni più tardi:

Il 24 marzo era la festa di un bambino martire, San Simeone. Erano però soprattutto i primi vespri della festa dell’Annunciazione. Sono stato felice più tardi di unire il ricordo del mio battesimo a quello dell’Ecce venio di Nostro Signore. Ho attinto una grande fiducia da questo accostamento.

Queste indicazioni ci sono preziose, poiché sottolineano le continuità di un’esistenza dalle molte sfaccettature, dagli innumerevoli impegni. L’atteggiamento di oblazione, di offerta di sé, che è la trama di fondo dell’Incarnazione, legherà insieme e darà una densità particolare alla vocazione religiosa di Leone Dehon.

Leone nasce in una famiglia di ricchi proprietari terrieri, specializzata nell’allevamento dei cavalli da corsa. La Capelle appartiene alla Thiérache, che è una regione essenzialmente agricola. Le sue principali ricchezze sono frutto dell’allevamento. La regione è suddivisa a scacchiera da grandi mercati, come Hirson, La Capelle, Le Nouvion, che costituiscono altrettanti crocevia di comunicazione. Siamo in una regione di passaggio, rivolta verso il nord della Francia, verso la Lorena, la Champagne, il Belgio. Essa sarà regolarmente attraversata dai diversi eserciti, che vi lasceranno rovine e desolazione.

La famiglia Dehon è originaria dell’Hainaut francese, più precisamente della signoria de Hon, presso Bavay, una città importante già all’epoca gallo-romana, proprio perché crocevia delle strade che solcavano il nord della Gallia. Nel XVIII secolo i de Hon si stabiliscono a La Capelle; con la Rivoluzione abbandonano il prefisso de, per diventare Dehon. Essi proseguono la loro attività di agricoltori e di allevatori di bestiame. Con l’arrivo della ricchezza, la famiglia occupa rapidamente una posizione sociale agiata e influente. Il nonno è sindaco di La Capelle al momento della nascita di Leone. È lui che firma il registro della nascita di suo nipote. Il padre di Leone, Alessandro Giulio, come suo fratello minore Enrico, occuperanno lo stesso posto. La posizione sociale della famiglia Dehon è saldamente assicurata a La Capelle, famosa nella regione per le corse dei cavalli. I Dehon possiedono naturalmente una scuderia.

Leone Dehon nasce dunque in un ambiente di piccola borghesia rurale, molto radicata in un territorio, occupata nelle cose della terra, ma aperta alle innovazioni. Possiamo vederne una prova nel viaggio che egli intraprende all’età di 12 anni con suo padre per visitare l’Esposizione universale di Parigi. Sarà il suo primo grande viaggio. Ne farà in seguito molti altri, vivendoli come altrettante lezioni di cose, secondo una sua espressione.

Tuttavia il giovane Leone, al contrario di suo fratello Enrico che segue le orme paterne, non è affatto attirato dalla vita e dalle occupazioni della terra. Pratica soltanto moderatamente l’equitazione, cosa che stupisce in un tale ambiente. In effetti è con sua madre, Stefania Vandelet, che il bambino intesse legami di segrete connivenze. Qui si gioca una parte decisiva del suo orientamento futuro, tanto sul piano culturale in genere che dal punto di vista religioso.

I Dehon sono cattolici per tradizione, ma poco praticanti. Il padre, Alessandro Dehon, dopo il periodo trascorso in collegio a S. Quintino, aveva abbandonato ogni pratica di vita cristiana. Della sua prima educazione religiosa, sia pure rudimentale, conserva il senso della giustizia, un atteggiamento di bontà e un rispetto sincero per la religione. Tuttavia si adatta agli usi dell’epoca, che vogliono che la religione non sia un’occupazione da uomini, ma un affare da donne. La Capelle era particolarmente segnata da questo modo di pensare. Per rispetto umano, gli uomini evitavano di entrare in chiesa.

Erano fortemente influenzati dalle idee scientiste, che giudicavano il cristianesimo come un insostenibile oscurantismo. Più tardi, il P. Dehon insorgerà contro questi preconcetti che allontanano gli uomini dalla Chiesa e che sfigurano il Cristo, presentandolo come l’apostolo timido dei bambini e dei malati. Non è più il leone di Giuda, non è più il pastore d’uomini, che riuniva tre o quattromila Galilei, senza contare le donne e i bambini. Come non ammettere che il Dehon pensa a suo padre scrivendo queste righe in La rénovation sociale chrétienne?

La vocazione di Leone resterà perciò, per suo padre, un enigma e un tema di grave conflitto. Tra padre e figlio si crea un’incomprensione duratura, quando non una sorda ostilità. L’ordinazione sacerdotale di Leone nel 1868 li riavvicinerà solo parzialmente, anche se il figlio ha la grande gioia di vedere suo padre riprendere timidamente la via della chiesa.

Le cose vanno in tutt’altro modo dal lato dei Vandelet, la cui educazione religiosa è ben curata. La madre di Leone è stata educata a Charleville, al pensionato delle Dame della Provvidenza di Mme de Gerlache, che poi si fonderanno con le Suore del Sacro Cuore di s. Sofia Barat. Dal tempo trascorso al pensionato, Stefania ereditò una pietà solida, illuminata, inventiva nelle sue diverse attività caritative. Soprattutto a partire dal matrimonio in casa Dehon, la sua vita è fortemente segnata dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù, di cui attinge gli elementi essenziali nel libro di preghiera il Manuale del Sacro Cuore. Questo libro la accompagnerà tutta la vita, e ne trasmetterà la sostanza al figlio Leone.

Si può dunque dire che è sulle ginocchia di sua madre che Leone scopre il Cristo mite e umile di cuore. È là che egli viene impregnato di questa devozione, tanto popolare nel XIX secolo. Attraverso di essa infatti si esprime essenzialmente la fede del popolo cristiano dell’epoca. Quando Leone è inviato al collegio di Hazebrouck, la madre fa scivolare nei bagagli il Manuale del Sacro Cuore. Più tardi P. Dehon dirà che questo libro è stato la sua vera guida ascetica, che lo ha formato alle grandi devozioni della vita cristiana. Se si aggiungono l’Imitazione di Cristo e l’Introduzione alla vita devota di S. Francesco di Sales, abbiamo i libri chiave della sua adolescenza, coi quali egli nutriva la sua vita cristiana. Bisogna felicitarsi di una tale scelta, che testimonia una sensibilità religiosa particolarmente illuminata, nutrita alla grande tradizione ascetica della Chiesa. Il terreno è ben preparato per l’opera spirituale di domani, centrata sulla persona di Cristo. Condividiamo in pieno il pensiero di P. Dehon quando rende omaggio a sua madre.

Mia madre è stata per me uno dei più grandi doni del mio Dio e lo strumento di mille grazie... Ella ha preparato indirettamente la mia vocazione.

Il collegio di Hazebrouck

Leone frequenta la scuola del paese come semiconvittore. Tutte le mattine, anche d’inverno, vi si reca alle sei in punto. Segue il catechismo del parroco Hécart, troppo vecchio per domare le birichinate del ragazzo di dieci anni. Molto dotato, vivo di spirito, capace di capire presto e bene, Leone si lascia andare. Non ha bisogno di studiare molto per riuscire. L’ambiente della scuola non lo spinge al lavoro. I genitori si preoccupano di questa situazione e decidono di inviarlo col fratello Enrico, maggiore di lui di quattro anni, al collegio di Hazebrouck, diretto da alcuni sacerdoti del nord. Vi entra il 1º ottobre 1854 e lo lascerà nel 1859, dopo aver conseguito il diploma a sedici anni.

Perché Hazebrouck? In un primo tempo il padre, che sogna brillanti carriere per i suoi figli, aveva pensato a Parigi. Su insistenza della madre, però, che vigila sull’educazione religiosa dei figli, i ragazzi sono affidati al pensionato di Hazebrouck. La famiglia infatti è in relazione con uno dei dirigenti, don Boute, il vecchio parroco della loro donna di servizio. La scelta è importante, perché permette a Leone di vivere in un ambiente cristiano omogeneo, dove nascerà e crescerà la sua vocazione. Lui stesso, del resto, non si inganna quando dice: È questa la grazia che guida la mia vita. Loderò Dio per questo tutta la vita. Leone Dehon, una volta lasciato il collegio, intratterrà una corrispondenza regolare con i suoi vecchi maestri, in particolare il direttore prof. Dehaene. Infatti la vita austera di questi sacerdoti insegnanti, come ne esistevano tanti all’epoca, tutti dediti all’educazione della gioventù, resterà per Dehon un modello e un compito che anch’egli realizzerà a sua volta. A contatto con questi sacerdoti, egli misura l’importanza del compito pedagogico. Per lunghi anni egli stesso vi si dedicherà anima e corpo, formando nello stesso tempo l’uomo e il cristiano.

La Chiesa di Francia, dopo la tormenta rivoluzionaria, investì massicciamente nell’educazione dei giovani, attraverso le scuole o gli oratori sia nel settore maschile che femminile. Per quanto riguarda gli uomini, Jean-Marie Lamennais, Marcelin Champagnat o don Bosco, per citarne soltanto alcuni, susciteranno innumerevoli vocazioni di religiosi insegnanti o educatori. Dopo la legge Falloux del 1850, più di 900 congregazioni femminili furono autorizzate ad aprire scuole. La Monarchia di luglio, come la legge Falloux che sopprimeva il monopolio delle università sull’insegnamento secondario, hanno facilitato in maniera singolare il compito della Chiesa, che subito si è gettata nella breccia. Gli istituti tenuti da congregazioni religiose si moltiplicarono tanto in campagna quanto in città. Agli occhi degli storici, questa irruzione massiccia di religiose istitutrici, senza dimenticare le infermiere, costituisce un vero evento di società. L’insegnamento divenne così il pezzo forte della Chiesa per la sua opera di evangelizzazione... per la riconquista del potere, affermeranno gli anticlericali, che cominciano a preoccuparsi per questa nuova appropriazione ecclesiastica. Abbiamo qui in germe i futuri conflitti della III Repubblica.

Hazebrouck è uno di quei collegi di origine municipale che passa sotto la direzione ecclesiastica. È qui che Leone sente la chiamata al sacerdozio. L’ambiente stesso preparava a questo, perché lo stile del collegio, sotto l’impulso del parroco Dehaene, tendeva a una pedagogia integrale che metteva l’accento sulla vita cristiana. Gli studi classici avevano il posto d’onore; il latino finiva per diventare per i più dotati, una lingua quasi corrente. L’austerità di vita che vi regnava doveva temprare i caratteri e fortificare le convinzioni cristiane.

Si mangiava pane nero sempre e diverse carni care alle campagne fiamminghe, ma poco appetibili per degli stomaci delicati. La regola era virile: alzata mattutina, poco riscaldamento, molto lavoro e poche vacanze. Gli studi erano duri. I migliori allievi di retorica erano ammessi senza neppure fare la filosofia.

La descrizione un po’ cupa, degna di un rapporto militare, non deve far dimenticare l’essenziale. Questo ambiente, ben radicato nelle forti tradizioni delle Fiandre, sarà portante e anche illuminante per Leone. Oltre ai suoi studi, egli si dedicava a diverse associazioni pie, in particolare alla Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli la cui origine era recente: risaliva al 1833. Proprio in quell’anno infatti Ozanam aveva riunito a Parigi i suoi primi compagni. Grazie alle attività della Conferenza, Leone inizia a scoprire la faccia nascosta della società di cui ignora tutto: ma in particolare la miseria e la povertà. Ricordando che è durante questo periodo che egli legge il Manuale del Sacro Cuore, l’Introduzione alla vita devota e l’Imitazione di Cristo, si è in diritto di affermare che proprio a Hazebrouck prendono piede i due grandi orientamenti della sua vita: una spiritualità del Cuore di Gesù e l’impegno sociale.

L’attrattiva verso il sacerdozio si precisa fin dal primo anno di collegio. La messa quotidiana e l’incarico come sacrestano vi contribuiscono per la loro parte. Leone data la sua decisione a rispondere a questa chiamata la notte di Natale del 1856. A partire da questo momento, il sacerdozio diviene lo scopo dal quale egli non devierà più; lui stesso rimane sorpreso: Ciò che stupisce, noterà in seguito, è che da allora la mia decisione non è mai stata seriamente scossa. Certo, l’adolescente conoscerà le difficoltà, le tentazioni legate alla sua età. L’opera della grazia però sarà più forte e permetterà di superare tutte le resistenze e opposizioni che troverà sul suo cammino. La decisione dell’adolescente è quindi irrevocabile ed egli saprà inventare le vie, a volte originali, per realizzare il progetto. Vediamo qui una personalità forte che si costruisce sulla base di forti convinzioni e di perseverante tenacia nelle scelte e nelle decisioni. Tutte qualità che sono indispensabili al fondatore di un ordine.

Durante le vacanze del 1856, Leone intraprende il suo primo grande viaggio in compagnia del nuovo parroco di La Capelle, don Demiselle, con il quale resterà sempre molto legato. Liegi, Aquisgrana, Colonia sono le principali tappe di questo giro turistico di diverse settimane. Da questo viaggio l’adolescente conserva l’abitudine di annotare con cura i luoghi visitati, le impressioni riportate, le riflessioni che gli vengono ispirate da quello che vede. Per Dehon il viaggio sfoglia il grande libro dell’universo, vi scopre la vita e le passioni degli uomini e vi contempla le mirabilia Dei. I suoi numerosi taccuini di viaggio ne portano la testimonianza.

Il sacerdozio che divide

L’agosto 1859 segna la fine di una tappa. Leone termina i suoi studi secondari. Il 16 agosto 1859 supera con successo la maturità classica. Si pone, a lui come ai suoi genitori, la questione del suo futuro.

Di ritorno a La Capelle, il neodiplomato mette al corrente i genitori della sua decisione di diventare sacerdote. L’annuncio rintrona come un colpo di fulmine.

Per i genitori, in particolare per il padre, è uno choc. Fino a quel momento non c’era stata alcuna intesa tra padre e figlio. Il padre, che era diventato una personalità locale, sognava per questo figlio una grande carriera di prestigio. La scelta di Leone, invece, rovina tutti i suoi progetti. Non la comprende e a maggior ragione non la condivide. Come potrebbe del resto? Il suo cristianesimo era troppo superficiale, per non dire essenzialmente sociologico. Non poteva accettare per suo figlio un’idea di sacerdozio che non corrispondeva in nulla alle ambizioni che egli accarezzava: quelle del successo, del prestigio e del potere. Si affrontano in questo caso due logiche che creano una profonda incomprensione tra il padre preoccupato della carriera e della posizione sociale, e il figlio che invece ricerca l’unione con Cristo, il dono di sé a Dio. Se il rapporto padre-figlio è spesso problematico, in casi come questo può diventare deviante: il padre non si riconosce più in suo figlio e quest’ultimo perde il riferimento paterno per qualcosa che gli sta più a cuore. Così si annoda un dramma segreto che tesse una tela di fondo di sofferenza, di frustrazione e infine di solitudine tra i due esseri, cari l’uno all’altro. Di suo padre, il figlio dirà con gravità: Veniva preso da una tristezza che non lo avrebbe lasciato più fino alla morte.

Il figlio dovrà dunque opporsi al padre per realizzare il suo progetto, per realizzarsi con questo progetto. Il progetto dehoniano, di cui vedremo progressivamente la complessità, comincia con una disobbedienza iniziale ai genitori. Il rifiuto di seguire il padre apre la via all’obbedienza a Dio, che sarà l’atteggiamento di fondo della spiritualità dehoniana. Leone non potrà mai contare su suo padre per essere sostenuto, accompagnato, incoraggiato. Certamente sua madre lo comprende e segretamente lo sostiene, ma senza opporsi apertamente a suo marito. Il sacerdozio di Leone Dehon è orfano, almeno di padre. Non ha ascendenti, ma avrà una numerosa discendenza. Al momento dell’ordinazione, il padre, Alessandro Dehon, si riavvicina timidamente alla pratica sacramentale, dando un’immensa gioia al figlio: aveva finito per abituarsi a ciò che non poteva accettare. La ferita si riaprirà al momento della fondazione della congregazione, che tronca di netto ogni possibilità di promozione anche ecclesiastica.

Per P. Dehon il sacerdozio non sarà mai visto, nemmeno lontanamente, come una carriera. Ai suoi occhi, soltanto la caricatura potrebbe vedere nel sacerdote un funzionario di Dio! Attraverso la sua storia personale, Dehon ha vissuto il sacerdozio come una realtà che non si sposa con le ambizioni personali o i successi sociali. Il sacerdozio rientra nel campo dell’avventura spirituale che non tollera la mediocrità, anche se non è esente da debolezze. Per tutta la vita, egli sarà accompagnato da questa convinzione, di cui la scuola francese e in particolare Bérulle gli forniranno in seguito l’argomentazione teologica. La preoccupazione della qualificazione sacerdotale, sia umana che spirituale, è una costante che ritroveremo in molte iniziative successive, e in maniera del tutto particolare nella fondazione di una congregazione.

Parigi

Di fronte al rifiuto del padre, il figlio momentaneamente si piega. Invece di entrare al seminario di s. Sulpizio di Parigi, come aveva intenzione di fare, si iscrive a un corso di preparazione al Politecnico, perché tale era la decisione paterna. Contemporaneamente, si iscrive al primo anno di diritto, senza tuttavia seguire regolarmente i corsi. Dopo aver conseguito con successo, nel luglio 1860, la maturità scientifica che gli apre l’ingresso al Politecnico, abbandona questa via per dedicarsi totalmente al diritto. La trafila giuridica gli sembra, in effetti, più in accordo con la sua cultura e la sua sensibilità personale. In essa egli vede anche una lontana preparazione al suo progetto sacerdotale, rinviato certo, ma non abbandonato.

Nell’agosto 1862, supera la licenza in diritto. Questo successo universitario gli apre la possibilità di iscriversi al foro. In novembre quindi presta il giuramento da avvocato e inizia la pratica presso lo studio di un procuratore legale. Poiché però non aspira ad esercitare, dedica quasi tutto il suo tempo a preparare una tesi di dottorato in diritto, che sostiene con successo il 2 aprile 1864.

Per obbedire a suo padre, Leone passò così quattro anni di studi a Parigi. Questo lungo soggiorno è stato particolarmente ricco e fecondo. Lo studio del diritto non lo occupava totalmente, poiché lo considerava non come preparazione a una carriera né come apprendimento di un mestiere. Era piuttosto un passaggio obbligato e attesa di qualcos’altro.

Lo studente di diritto si programma quindi un ritmo di vita che gli consenta di favorire la vocazione sacerdotale, suo ultimo obiettivo. Abitando in rue Madame, egli fa di s. Sulpizio la sua parrocchia, che frequenta attivamente, in particolare per la messa mattutina quotidiana. Qui spigola qualcosa dello spirito dell’Olier, il fondatore dei sulpiziani, di cui desiderava nutrirsi entrando al seminario di s. Sulpizio. Grazie all’insegnamento dei sulpiziani, raccoglie i primi elementi di spiritualità sacerdotale di cui farà più tardi la base della propria dottrina spirituale: l’unione a Cristo, ai suoi misteri, ai suoi sentimenti. Egli s’impegna inoltre in diverse opere della parrocchia, come la Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli. Su consiglio del suo padre spirituale, scelto tra i vicari della parrocchia, diverrà anche catechista dei diseredati e delle persone prive di istruzione, molto numerose nel quartiere.

Questa parte di Parigi infatti presentava un volto molto contrastato. Non si riduceva solo ai negozi di oggetti sacri di gusto scadente di cui si prenderà gioco rumorosamente Huysmans. Tra il Pantheon, il quartiere Mouffetard e s. Sulpizio si estendeva una zona di estrema povertà: una zona dove i mali e le miserie della società del Secondo Impero si concentravano e si ingigantivano. Traversando quelle vie strette, senza sole, nauseabonde, sovrappopolate, il giovane così distinto deve subire i sarcasmi e gli insulti di uomini e donne che, a causa delle loro condizioni di vita, hanno perduto ogni umana dignità. Egli misura così il fossato che separa le classi sociali, tocca con mano l’odio forte che il popolo in miseria nutre verso la borghesia, di cui egli fa parte. Questo quartiere gli offre in qualche modo il volto di una società del XIX secolo in via di industrializzazione e di impoverimento. Per rimediare a questi mali, lo studente si impegna in opere di carità. Qualche tempo dopo, vicario di s. Quintino, ricordando la sua esperienza parigina, ne misurerà i limiti. La carità non basta: i diseredati hanno innanzi tutto diritto alla giustizia sociale.

Leone Dehon mette a frutto il suo soggiorno a Parigi anche per aprirsi alla vita sociale e politica, per iniziarsi alle questioni estetiche. Frequenta assiduamente il circolo cattolico del quartiere S. Sulpizio, una delle numerose opere che fioriscono nella Francia del XIX secolo e che denotano la vitalità del cattolicesimo. Il circolo era un luogo di incontro e di scambio, frequentato da studenti e intellettuali cattolici. Vi venivano organizzate conferenze su questioni letterarie e su problemi di attualità. Il problema del gallicanesimo, la questione del liberalismo cattolico che la scuola di Lamennais aveva proposto con vivacità e che aveva suscitato tante speranze, era oggetto di dibattiti appassionati. Sono tutte questioni che Leone Dehon ritroverà più tardi. Attraverso le persone che incontra, Ozanam, il giornalista Veuillot, Dupanloup, l’oratoriano Gratry o il futuro deputato di Valenciennes, Thellier de Poncheville, egli scopre un volto del cattolicesimo francese di cui è lontano dal sospettare la ricchezza e la varietà.

L’incontro dell’amico

Attraverso il circolo cattolico, Leone fa la conoscenza di un giovane studente di archeologia, Leone Palustre, che più tardi si farà conoscere per le sue pubblicazioni e presiederà anche alla gestione della Società francese di archeologia. Un’amicizia profonda si allaccia tra i due, che scoprono di avere gusti comuni, al punto che giungono a prendere un appartamento in comune in rue Bonaparte, un appartamento da artisti, precisa il Dehon, dove si accumulano numerosi ricordi dei loro viaggi. Palustre darà infatti al nostro Leone un gusto dei viaggi che non lo lascerà più. Insieme scoprono Parigi, i suoi musei, i suoi monumenti. Lo apre inoltre al mondo delle belle arti, in particolare della pittura e dell’architettura, di cui Dehon ignorava quasi tutto. I due giovani condividono anche un ideale cristiano comune e mirano ciascuno a una propria consacrazione a Dio. Nel loro piccolo appartamento iniziano molto presto la giornata, con mezz’ora di lettura della Sacra Scrittura servendosi dei commenti del celebre esegeta benedettino don Calmet. Il particolare merita di essere sottolineato, poiché la pratica della Bibbia era poco corrente allora nel mondo cattolico. Dehon conserverà un senso molto acuto della Scrittura, che ritroveremo nelle sue opere di spiritualità.

Da aprile a luglio 1861 Leone Dehon è in Inghilterra per apprendere la lingua del paese. Vi ritornerà l’anno seguente con Palustre, per un giro turistico attraverso l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda. Approfitta del passaggio a Londra per visitare l’esposizione universale. Ottiene anche un’udienza dall’arcivescovo di Westminster, il Cardinale Wiseman, autore del celebre romanzo Fabiola, o la Chiesa delle catacombe. Il cardinale parlò molto di Roma, da dove era appena tornato. Nel 1863 Dehon intraprende un nuovo viaggio con Leone Palustre. I due amici percorrono la Germania del Nord, i paesi scandinavi e poi l’Europa centrale. Partiti il 12 agosto da Strasburgo, arrivano all’inizio di novembre a Vienna. Sono ricevuti dal conte di Chambord, pretendente al trono di Francia, che vive in esilio a Frohsdorf. Il 4 novembre, Palustre e Dehon sono invitati alla tavola del conte e della contessa di Chambord. Incontro commovente che rafforza i sentimenti monarchici dei due giovani.

Seguiranno altri viaggi, poiché Dehon vi ha preso gusto durante il periodo degli studi. Se il viaggio è un piacere, Dehon lo vive innanzi tutto come un mezzo di cultura, come gli scrittori e gli artisti. Vedevo nei viaggi una fonte inesauribile di studio. Vi scopre gli uomini nel loro spazio vitale, con i loro costumi e la loro storia. Riempirà taccuini interi di annotazioni che formicolano di dettagli e di aneddoti, al punto di apparire a volte come il ricalco di una guida turistica. Tuttavia non mancano le osservazioni più personali e le impressioni forti, che rivelano un carattere curioso, attento alle persone; ed esprime la sua ripulsa di fronte a situazioni insopportabili.

Così il mercato delle pulci di Dublino gli ispira sentimenti severi, poiché le vecchie cianfrusaglie dei ricchi inglesi, che lì vanno a ruba testimoniano lo stato di oppressione e di povertà dell’Irlanda. Egli insorge contro i casinò delle grandi città termali tedesche, come Ems, Wiesbaden, Homburg, dove si danno appuntamento la ricca borghesia e le famiglie principesche. La sete del guadagno avvilisce l’uomo che, prigioniero della sua passione per il gioco, offre uno spettacolo immorale e desolante.

A mio avviso è in questi viaggi che Leone Dehon acquisisce il senso della storia che segnerà così tanto il suo pensiero. Da questo punto di vista è certamente un figlio del suo tempo. Il secolo XIX è per eccellenza il secolo della storia, questo sesto senso dell’uomo secondo Nietzsche. È tipico vedere questa problematica all’opera in Dehon: situare storicamente per comprendere la complessità e le poste in gioco di una questione. Attraverso i viaggi - e tale è la storia - Dehon impara a conoscere l’uomo nella sua realtà quotidiana, in una infinita varietà. Come, dopo, non relativizzare i punti di vista, le affermazioni troppo unilaterali? Il viaggio è una scuola di tolleranza. Dehon sarà tutto, tranne che un ideologo chiuso nelle sue certezze. Egli diffiderà sempre dei nazionalismi gretti, sia del pensiero che del cuore.

Carenze intellettuali della Chiesa

Né questi viaggi, né gli studi distolgono Leone Dehon dalla sua vocazione. Sarei tentato di dire al contrario; questo tempo di maturazione lo conforta nella sua volontà di essere sacerdote. Progressivamente matura anche, durante la sua vita parigina, un progetto di grande portata. Lo studente di diritto, che frequenta le chiese parigine e incontra molti sacerdoti, constata una mancanza. La Chiesa è assente da quella che egli chiama la direzione intellettuale del paese. Il clero francese non si occupa del dibattito delle idee, perché non è preparato agli alti studi. La chiaroveggenza di Dehon è sorprendente su questo punto, poiché d’un tratto egli sottolinea una delle carenze della Chiesa francese del XIX secolo: il livello mediocre della preparazione del clero. Già all’inizio del secolo, i fratelli Félicité e Jean-Marie Lamennais, in Riflessioni sullo stato della Chiesa di Francia, deploravano la grande piaga che minacciava la Chiesa di Francia, ossia l’ignoranza. Per rimediarvi, essi avrebbero proposto la creazione di conservatori di scienze ecclesiastiche. Avrebbero pensato anche a fondare un istituto - la congregazione di San Pietro, il cui nome è tutto un programma - per la formazione di un clero illuminato e saggio, che sappia dibattere le idee del tempo, nella fattispecie l’Illuminismo. Tale progetto però, iniziato da Malestroit in Bretagna, non ebbe futuro a causa dell’evoluzione di Félicité e la sua rottura con la Chiesa.

Altre personalità, come Bautain a Strasburgo o Gratry a Parigi, vedevano la necessità di rinnovare la formazione sacerdotale. Ma nessun progetto riuscì, perché i vescovi temevano sia la scienza che la modernità e non li incoraggiarono. Si affidarono invece ai Sulpiziani, specialisti nella formazione dei sacerdoti, e costoro rifiutavano ogni novità per mettere l’accento sulle qualità di generosità e di pietà, a scapito della formazione intellettuale. Ci si contentava di insegnare una teologia da manuale, ripetendo l’apologetica di Bossuet, senza accesso diretto alle fonti scritturistiche. Il lavoro di edizione dei Padri greci e latini intrapreso da Migne è ignorato. Bisognerà attendere la creazione di università cattoliche nel 1875 perché la situazione cominci a muoversi e la Chiesa intraprenda il suo rinnovamento intellettuale. Notiamo qui che più tardi P. Dehon difenderà l’idea che il rinnovamento degli studi nei seminari esige che questi siano collegati con una università cattolica.

Certamente il giovane studente di diritto non ha, attorno agli anni 1860, una chiara visione di questa situazione. Egli ne sollecita però i punti maggiori e si augura di partecipare al rinnovamento della formazione del clero per aiutare la Chiesa a ritrovare il suo posto nel dibattito culturale. Egli si apre, riguardo a questo progetto, con due personalità dell’epoca. Innanzi tutto col padre Alfonso Gratry, che è impegnato nel ripristino in Francia dell’Oratorio. Leone Dehon leggerà diverse sue opere, in particolare le Sources, di cui apprezza le qualità pedagogiche.

Espone il suo progetto anche a Mons. Dupanloup, vescovo di Orléans, a cui fa visita regolarmente. Entrambi lo incoraggiano a proseguire negli studi, ma da buoni gallicani gli sconsigliano Roma per lo studio della teologia. Erano prevenuti contro la teologia romana, commenta sobriamente Dehon, che ammira queste grandi figure della Chiesa francese e si rammarica delle loro reticenze di fronte a Roma.

Egli, come per istinto, è sempre più incline a scegliere Roma per la sua formazione teologica, malgrado le riserve di cui abbiamo parlato. Lo studente diffida di primo acchito di questo gallicanesimo nel quale più tardi vedrà una delle cause dell’indebolimento della Chiesa francese.

Restava da convincere suo padre, che aveva imposto al figlio un corso di studi profani, nella speranza di vederlo abbandonare il suo desiderio di essere sacerdote. Dopo aver obbedito portando a termine gli studi giuridici, Leone ripeté a suo padre la sua intenzione. Il dialogo fu dei più difficili, poiché il padre non voleva neppure sentir parlare di sacerdozio per suo figlio e continuava a tergiversare.

Mio padre, scrive, mi aveva promesso di lasciarmi libero una volta diventato dottore: ma ora che il momento era arrivato, non voleva ancora arrendersi.

Un giro turistico di dieci mesi

La situazione è dunque bloccata, e non è in questione che il figlio si ribelli contro il padre. La mentalità dell’epoca non lo avrebbe permesso e i sentimenti di Leone non avrebbero potuto arrivare a tale eccesso. Palustre, che si trova a La Capelle al momento della discussione tra padre e figlio, propone una soluzione di attesa. Suggerisce un grande viaggio attraverso il Medio e il Vicino Oriente. Il padre, per guadagnare un anno e nella speranza che questo viaggio avrebbe operato l’auspicata diversione, dà il suo consenso e il denaro necessario alla sua realizzazione. Sarà il viaggio più lungo intrapreso da P. Dehon; durerà più di dieci mesi. Questo viaggio rappresenta un momento chiave nella formazione e nell’evoluzione di Leone. Egli lo vive come il coronamento dei suoi studi profani, e come un completamento della sua formazione classica, prima della sua entrata in seminario. Viaggio di studio, se mai ve ne fu uno, visto che i nostri amici portano con sé una vera biblioteca, che deve aiutarli a scoprire i tesori culturali delle città da visitare. Man mano che il viaggio procede essi rimandano indietro i libri di cui non hanno più bisogno, insieme agli oggetti ricordo dei paesi esplorati. Dehon e Palustre iniziano il loro viaggio a Strasburgo il 23 agosto 1864. Non è facile seguire i due viaggiatori in questa loro straordinaria avventura, malgrado i taccuini di viaggio perfettamente documentati che ci ha lasciato Leone Dehon. Nel contesto del XIX secolo infatti la carta politica di queste regioni non corrisponde a quella che conosciamo oggi.

All’epoca, due grandi imperi si contendevano l’Europa centrale, nonché il Medio e il Vicino Oriente. Da una parte troviamo la monarchia austriaca con a capo Francesco Giuseppe, che essi incroceranno il 6 giugno 1865 a Budapest in festa. L’impero, in via di liberalizzazione per divenire nel 1867 l’impero austro-ungarico, raggruppa un mosaico di popoli e di paesi. A sud, l’impero ottomano, in piena decomposizione, si estende ufficialmente da Costantinopoli all’Egitto, che gode di un regime di autonomia molto ampia.

Dopo aver traversato la Germania del Sud, la Svizzera e l’Italia del Nord, i nostri viaggiatori si fermano una decina di giorni a Venezia. Attraverso l’Adriatico raggiungono la Grecia, dove si fermano sei settimane.

Volevamo percorrere tutta la Grecia, spiega Leone Dehon, e ricercato il ricordo delle epoche eroiche, dell’età classica e dei secoli cristiani.

Alla fine del soggiorno confida:

Ho visto con piacere tutto quello che riguarda l’arte e la storia profane, ma mi sono intimamente commosso soprattutto quando ho incontrato qualche grande ricordo cristiano, come quelli di San Dionigi ad Atene, di San Paolo all’Areopago e a Corinto, di Sant’Andrea a Patrasso.

Una tale sottolineatura rende lo spirito del viaggio, svelando i centri di interesse e la preoccupazione maggiore del giovane.

Sulla nave che lo porta ad Alessandria, Leone entra in contatto con il mondo orientale. È uno choc. L’elemento particolare di questo viaggio è il figlio di un pascià che si sposta con un seguito di sessanta persone, donne, schiavi, eunuchi, bracchieri, falconieri. È il Medio Evo colto sul fatto, osserva Dehon aggiungendo non senza un sentimento di superiorità:

Appena usciti dai paesi cattolici si trovano lo schiavo, l’eunuco, l’harem, la pigrizia, la sporcizia, la maleducazione.

I due studenti soggiornano quasi tre mesi in Egitto, visitando tutti gli alti luoghi culturali. Faranno la conoscenza anche del celebre egittologo Mariette, creatore del grande museo del Cairo.

Leone però ha fretta di arrivare a Gerusalemme, lo dice chiaramente in una lettera spedita dal Cairo ai suoi genitori. La Terra Santa, dove soggiornerà un mese e mezzo, è infatti il vertice, forse lo scopo segreto del viaggio. In Palestina il pellegrinaggio ha la meglio sul turismo: i giovani seguono passo passo le tracce di Cristo. La salita a Gerusalemme viene fatta a piedi e ogni luogo visitato è accompagnato da una preghiera. Visitavo pregando, scrive per darci la tonalità del pellegrinaggio. Il tempo forte di questo soggiorno è la Settimana Santa del 1865, vissuta liturgicamente, dal giorno delle Palme fino al mattino di Pasqua, in un grandissimo fervore religioso.

I grandi giorni della Settimana Santa a Gerusalemme sono più commoventi di quanto sia possibile esprimere. Si seguono tremando tutte le tappe della Passione e della Risurrezione. A ogni ora del giorno, contemplando i misteri sacri, è possibile dirsi: è accaduto là.

Il ritorno avviene attraverso l’Asia Minore. Si fermano a Costantinopoli, la città più magnifica del mondo. Risalgono attraverso l’Ungheria e l’Austria, e qui i viaggiatori si separano. Palustre rientra direttamente a Parigi, mentre Dehon si reca a Roma, dove giunge il 14 giugno 1865. È il suo primo soggiorno romano: sarà decisivo.

Grazie ad alcune lettere di raccomandazione di Mons. Dupanloup, può incontrare diverse personalità ecclesiastiche. Ottiene anche un’udienza con Pio IX, con il quale si apre riguardo alla sua vocazione e alla sua esitazione sul luogo dei suoi studi teologici. Il consiglio del Papa peserà fortemente sulla bilancia. Sarà Roma e non S. Sulpizio di Parigi. Questa scelta segnerà la personalità religiosa del futuro fondatore dei dehoniani. Lasciando la città eterna, egli annota:

Avevo terminato a Roma quello che volevo fare. La mia vocazione era decisa. Era il coronamento del mio viaggio.

Bisognava ancora far accettare ai suoi genitori, in particolare a suo padre, la scelta di Roma per i suoi studi. Non sarà cosa facile, perché il padre non sempre condivide le prospettive di suo figlio. Curiosamente anche la madre, benché molto pia, non è completamente d’accordo con Leone. È dunque costretto e forzato ad imporre - il verbo non è troppo forte - ai genitori la sua decisione di andare a Roma. Una tale determinazione, in un giovane sensibile come Leone, lascia intuire la ferma convinzione che lo anima e che lo accompagnerà tutta la vita. Si può anche dire che è l’unica volta, nella vita di P. Dehon, in cui egli impone di forza una decisione importante. Questa determinazione non esclude tuttavia sofferenze e ferite dell’anima di fronte all’incomprensione dei genitori. Il solo sostegno che Leone incontra nella sua famiglia gli viene dalla sua nonna paterna, che egli chiama familiarmente mamma Dehon.

Le NHV, in una pagina sconvolgente quanto un racconto biblico di vocazione, ci lasciano indovinare qualcosa del combattimento che egli ha dovuto affrontare in quell’estate 1865.

Durante queste vacanze con i miei genitori ho avuto alcune scene molto penose. Mio padre soffriva crudelmente per la mia decisione. I miei successi negli studi lo avevano reso orgoglioso. Egli sognava per me una carriera onorata secondo il mondo. Aveva desiderato a lungo per me la Scuola politecnica. Ora che avevo studiato diritto, mi destinava alla diplomazia o alla magistratura. Mia madre, sulla quale avevo contato di avere un appoggio sicuro, mi abbandonò completamente. Era pia, mi voleva pio, ma il sacerdozio la spaventava. Le sembrava che non avrei fatto più parte della famiglia, che sarei andato perduto per lei.

Ho dovuto indurire il mio cuore per resistere a tutti gli assalti che ebbi a subire. Sono stato a volte duro con i miei genitori. Ho detto loro che ero maggiorenne e che volevo essere libero. Fu convenuto che mi avrebbero lasciato partire, ma scene di lacrime si ripeterono spesso.

La vocazione religiosa di P. Dehon viene dalle grandi profondità in cui si radicano tutte le cose decisive. Si comprende qui come essa sia stata a tutta prova, qualunque cosa potesse avvenire in seguito.

Roma, una seconda patria

Leone Dehon arriva al seminario francese di Santa Chiara in Roma il 25 ottobre 1865. Questo istituto era stato fondato nel 1853 su richiesta espressa di Pio IX, che voleva moltiplicare i seminari a Roma, per formarvi una élite di ecclesiastici. Santa Chiara era affidato alla congregazione degli spiritani, che ne assicurava la direzione e la gestione. Quando arriva Leone il superiore è padre Freyd, un solido alsaziano che avrà un ruolo importante nella sua formazione e nella sua evoluzione spirituale, in quanto sarà il suo direttore spirituale. Per Dehon, il padre Freyd rimane un modello di vita religiosa.

Dopo un ritiro predicato da padre Roubillon, assistente del generale dei gesuiti, Leone si dedica con ardore e applicazione ai suoi studi che lo avvicinano allo scopo. Segue i corsi al Collegio Romano, oggi la Gregoriana, fondato nel 1551 da Sant’Ignazio di Loyola e diretto, da allora in poi, sempre dai Gesuiti. Il Collegio Romano è stato riconosciuto università con i suoi diritti e i suoi privilegi da Giulio III nel 1552. Dehon vi studierà cinque anni. Inizia con un anno di filosofia, al termine del quale consegue il dottorato: viene infatti dispensato da corsi più prolungati in considerazione dei suoi studi precedenti. Studierà poi la teologia e completerà la sua formazione giuridica con lo studio del diritto canonico. Consegue un dottorato anche in queste due discipline. Quando Leone Dehon rientra da Roma nel 1871 è dunque quattro volte dottore: i tre dottorati ottenuti a Roma, ai quali va aggiunto quello di Parigi. Questa preparazione fuori dal comune spiega la ricchezza e la diversità dell’opera lasciata da P. Dehon.

Uno degli insegnanti della Gregoriana che lo segnerà di più sarà il suo professore di dogmatica, padre Giovanni Battista Franzelin. Questo gesuita avrà un ruolo importante anche nella preparazione del Vaticano I, essendo considerato uno dei teologi del papa. Pio IX, nel 1876, lo creerà cardinale. Per Dehon, Franzelin sarà un altro modello di sacerdote: professore erudito e profondamente religioso, che fa del dogma la base essenziale di ogni vita cristiana e la condizione di un’autentica fecondità pastorale e spirituale dei sacerdoti. Dehon farà propria questa prospettiva, e cercherà di metterla in opera a sua volta, come testimonia il brano seguente:

È all’abbandono del dogma che bisogna far risalire le rovine morali e spirituali della nostra povera società. Se la formazione dogmatica del sacerdote è forte, la sua azione moralizzatrice e sociale sarà potente, perché non mancherà di comunicare alla nazione convinzioni che comportano conseguenze pratiche. Perciò pensiamo che bisogna lasciare nella preparazione al sacerdozio una parte molto ampia, la parte migliore, al dogma, come si fa a Roma.

Scrivendo queste righe, P. Dehon pensa ai seminari francesi, che non hanno le stesse esigenze intellettuali. Egli vi vedrà una delle ragioni della poca efficacia pastorale del clero francese. È in questo senso che bisogna comprendere perché, per tutto quello che riguarda la formazione dei chierici, Roma rimane per lui un riferimento.

Il giovane di 22 anni che nell’ottobre 1865 arriva a Roma è letteralmente affascinato dalla città eterna, che considererà la sua seconda patria. Da amante dell’arte qual è, non finisce di fare l’inventario dei tesori artistici che Roma cela. Ritroverà anche l’archeologo Palustre, che vi soggiorna diversi inverni di seguito. Insieme essi scoprono, ammirano la Roma artistica. Quello che entusiasma maggiormente Dehon è però lo spettacolo della Roma pontificia. Fino al 1870, Roma è la capitale dello Stato Pontificio, di cui il papa è il sovrano assoluto. Soltanto il 31 dicembre 1870 Vittorio Emanuele entra a Roma e ne fa la capitale d’Italia, annettendo con ciò lo Stato Pontificio. Da allora il papa si considera prigioniero in Vaticano.

Dehon ha dunque conosciuto gli ultimi anni della città pontificia con la corte papale e i suoi fasti sontuosi, le sue grandi liturgie nelle principali basiliche e le indimenticabili benedizioni papali in piazza San Pietro, di cui egli non conosce niente di più grandioso. Tutto questo decoro lo impressiona e lo seduce, al punto da conservarne una viva nostalgia. Però se Dehon diviene, sul filo degli anni, sempre più romano, come riconosce lui stesso, è perché fa esperienza di una città che vive al ritmo della religione, e ha conservato in qualche modo il suo stile cristiano. Una lettera del 5 marzo 1869, inviata ai suoi genitori che hanno appena visitato la città eterna, svela chiaramente questi retroscena.

Avete capito che Roma è come un santuario dove Dio fa sentire in maniera tutta particolare la sua influenza soprannaturale, spandendo abbondantemente le sue grazie e istruendo attraverso l’esempio dei suoi santi.

Da questo punto di vista, Roma rimane per lui un modello, sociologicamente parlando, dell’articolazione del cristianesimo con una società, una sorta di concentrato di vita sociale cristiana che sparirà con la soppressione dello Stato Pontificio. In occasione di un soggiorno a Roma nel gennaio 1891, egli annota a questo proposito:

Soggiornando a Roma oggi si prova un disagio indicibile, che cresce di giorno in giorno. Roma non vede più il suo pontefice, non ha più feste, non ha più gioia. La sua vita sociale è quasi spenta.

Una spiritualità sacerdotale

Per Dehon, Roma è inseparabile dalla persona del papa. Ad ogni soggiorno a Roma egli si preoccupa di avere un’udienza dal papa, come vedremo in seguito. Questi incontri con il sovrano pontefice rappresentano, ai suoi occhi, momenti di grazia, tempi eccezionali. In tutta la sua esistenza, Dehon coltiverà una vera devozione nei confronti del papa, come si usava all’epoca.

Passare un quarto d’ora presso il Vicario di Cristo, scrive l’11 dicembre 1890, che grazia! Bisogna aver conosciuto queste sante e pure emozioni per comprenderle. L’udienza del Vicario di Cristo ha qualcosa delle impressioni di una prima comunione o di una prima messa, che sono udienze di Cristo stesso.

Se però per P. Dehon Roma rimane sempre un riferimento, è innanzi tutto perché qui egli ha potuto realizzare il suo sogno più caro, il sacerdozio. La sua vita di seminarista sarà, si potrebbe dire, abitata da questo progetto. Il testo stesso delle sue NHV è significativo da questo punto di vista. Ero finalmente nel mio elemento, ero felice. Era necessaria l’estrema sobrietà di questa annotazione sull’arrivo al seminario di Santa Chiara per esprimere la pienezza interiore del giovane. Il periodo del seminario rappresenta infatti per lui un periodo di grazia, di intensa maturazione intellettuale e spirituale.

Due gli obiettivi coi quali egli intendeva caratterizzare il suo sacerdozio, ma che non sempre, in seguito, potrà perseguire: la pietà e la scienza. I due termini (pietà e scienza) li traggo da una lettera del 12 novembre 1865: così il seminarista definiva le grandi esigenze del suo sacerdozio. Più tardi P. Dehon vi aggiungerà l’apostolato, particolarmente quello sociale. In questo modo si abbozza quella che chiamerò la trilogia dehoniana che, ai suoi occhi, deve strutturare la vita di ogni sacerdote: santo, sapiente, apostolo. Vi è disegnato il quadro della sua vita; egli vi ritornerà regolarmente, in particolare nelle sue opere sociali; un quadro che si completerà a seconda delle circostanze, spesso molto diverse. La sua solidità gli consentirà un’esistenza ricca, varia, a volte anche dispersa, ma che tuttavia rimane unificata attorno a questa triplice esigenza.

La ragione per cui Leone Dehon ha potuto superare le forti resistenze paterne per essere sacerdote è che egli ha un’alta idea del sacerdozio, che non si esprime in termini di funzione o di ministero, ma di vita. Egli vede e vive il sacerdozio come una vita di unione, il più possibile stretta, con Dio. Sotto la guida del suo padre spirituale, padre Freyd, Leone entra così nella problematica della Scuola francese, che al cristiano e soprattutto al sacerdote, propone di approfondire l’unione a Dio meditando i misteri della vita di Gesù. In questa contemplazione dei misteri, ossia dei grandi avvenimenti della vita di Cristo, il giovane seminarista scopre e accoglie l’amore di Dio per gli uomini. Questo cammino gli permette di integrare anche la spiritualità del Cuore di Gesù che eredita dall’ambiente, in particolare da sua madre. Assistiamo, così, alla nascita di un atteggiamento spirituale tipico che definirà progressivamente una sensibilità dehoniana, che da fondatore vorrà trasmettere ai suoi figli; e infatti scrive: È la vocazione delle anime votate al mio Cuore cercare sempre di scoprire il mio amore sotto la scorza di tutti i misteri.

Da questo punto di vista, Dehon si situa nella linea di Bérulle, di Olier e di s. Giovanni Eudes, tutti presi dall’idea di sacerdozio e che cercano di fortificare il sacerdote integrandolo in una congregazione religiosa o una società presbiterale. Nella logica della spiritualità della Scuola francese, Dehon fin dal seminario concepisce il sacerdozio in termini di vita religiosa, ossia di consacrazione a Dio. Con Bérulle, vede nel sacerdote innanzi tutto un consacrato, che agisce in persona Christi. E la consacrazione diventa la condizione della sua efficacia pastorale e missionaria. Nella misura in cui il sacerdote è un altro Cristo deve, secondo l’espressione di San Paolo, rivestire gli stessi sentimenti di Cristo. Dehon percepisce molto fortemente questa interiore esigenza di unione e di imitazione, che lo identifica maggiormente con colui al quale egli si dà e che vuole servire. Bruciavo dal desiderio di diventare un sacerdote santo, ci confida. È questa logica di santità che lo condurrà progressivamente alla vita religiosa. Essa è per così dire inscritta nella coerenza spirituale dell’inizio. In attesa di tale risultato, questa spiritualità prepara il giovane Leone al sacerdozio come a un incontro personale con Cristo.

Viene ordinato sacerdote in presenza dei suoi genitori, il 19 dicembre 1868 nella basilica di San Giovanni in Laterano, la madre di tutte le chiese. La sua gioia è tanto più grande in quanto suo padre partecipa all’impressionante cerimonia dell’ordinazione di circa 200 sacerdoti. Il giorno successivo i genitori assistono alla prima messa del figlio e ricevono la comunione dalla sua mano. L’emozione è al colmo, poiché il figlio è testimone del ritorno alla pratica religiosa di suo padre, cosa per la quale aveva tanto pregato e lottato.

Una frase delle sue NHV mi sembra riassumere bene i sentimenti del novello sacerdote. Vi si può anche scorgere il filo conduttore del suo futuro ministero sacerdotale. Mi sono rialzato sacerdote, posseduto da Gesù, completamente riempito di lui, del suo amore per le anime, del suo spirito di preghiera e di sacrificio.

Il concilio Vaticano I

Un avvenimento eccezionale segnerà il soggiorno romano di Leone Dehon, il concilio Vaticano I, che si apre l’8 dicembre 1869. Il nostro studente vive dall’interno questo avvenimento fondamentale della vita della Chiesa, in quanto fa parte del gruppo di venti stenografi incaricati di seguire le sedute solenni. Questo incarico sconvolge il ritmo dei suoi studi, ma gli fornisce l’occasione di un’esperienza unica. Attraverso l’estrema varietà del corpo episcopale, di cui 774 rappresentanti prendono parte al concilio, il giovane sacerdote scopre la saporita ricchezza della sua Chiesa. Il concilio gli offre una forte esperienza dell’universalità della Chiesa. Per lui la Chiesa non potrà mai ridursi agli interessi di un solo campanile. Egli, al contrario, ne ha una visione ampia, aperta, quasi mondialista, e Roma resta per lui il simbolo di questa universalità, lo specchio di questi mille volti dell’unico credo.

Il concilio dà allo stenografo la possibilità di stare accanto a uomini che per la loro funzione episcopale, si trovano di solito dietro la vetrata di una cattedrale. Egli misura la loro densità umana, con le loro debolezze e i loro limiti, ma anche con le loro convinzioni e passioni. Come d’abitudine, Leone Dehon tiene un diario, che è stato pubblicato nel 1962, all’apertura del Vaticano II. Questo diario del concilio è un prezioso documento: ci offre il riflesso di un grande avvenimento vissuto da un giovane sacerdote francese. Contiene una galleria di ritratti che sottolineano l’estrema diversità di questa assemblea di vescovi. Le osservazioni sulle persone sottolineano le poste in gioco dell’incontro, mettendo in evidenza la lotta ardente e spesso appassionata all’interno e all’esterno del concilio riguardo all’infallibilità pontificia. Non ci si stupirà di vedere Dehon schierarsi per la definizione di questo dogma. Egli sa però riconoscere il merito di oppositori come Dupanloup o Maret, che si trascinano dietro la maggioranza dell’episcopato francese. È grato al tedesco Strossmayer di aver dato tutta la sua ampiezza a un dibattito che, limitato agli schemi preparatori, rifletteva troppo unilateralmente il punto di vista romano. Fa eco al vescovo di Orléans: Bisogna fare un grande concilio. E da questo punto di vista si rammarica vivamente che gli oppositori alla proclamazione del dogma siano stati allontanati dalle commissioni preparatorie.

Si è cominciato subito con una visione un po’ ristretta, come in una classe di teologia. Una tale osservazione da parte di un romano convinto sottolinea una personalità che sa dar prova di apertura al di là delle proprie convinzioni.

Il concilio è un crocevia di uomini e di idee. Leone Dehon ne approfitta al massimo e incontra personalità che, a un titolo o a un altro, si trovano a Roma. Vedrà regolarmente il giornalista Louis Veuillot, che informa i lettori del grande quotidiano cattolico fondato da Migne, L’Univers, sui lavori del concilio. Dehon ammira il giornalista, di cui utilizza abbondantemente i commenti, dispiacendosi tuttavia per il partito preso o il tono polemico perfetto per i presbiteri, ma scioccante per i non iniziati, precisa. Ritrova anche Gratry, che ha conosciuto a Parigi. Fa conoscenza con padre d’Alzon, fondatore degli assunzionisti, che sogna di creare una università cattolica a Nîmes. Dehon condivide le sue preoccupazioni sulla formazione del clero e gli sottopone i propri progetti, che confida anche a Mons. Mermillod, il futuro animatore di quella che viene chiamata l’Unione di Friburgo, che sarà uno dei crogioli della dottrina sociale della Chiesa. Tra d’Alzon e Dehon, malgrado la differenza di età e di temperamento, c’è una larga identità di vedute, al punto che il giovane sacerdote si domanderà per un lungo periodo se non avrebbe dovuto entrare negli assunzionisti.

Roma, il concilio, i molti incontri danno a Dehon un’altezza di vista a partire dalla quale egli cerca di analizzare nel modo più giusto la situazione della Chiesa di Francia. Egli si stupisce in particolare della debolezza intellettuale e teologica dell’episcopato francese. Siamo davvero stati umiliati sotto questo punto di vista, commenta. Ai suoi occhi tale carenza è la conseguenza di una politica disastrosa dell’intelligenza condotta dall’episcopato francese. Lo spiega chiaramente nel suo diario.

La Francia, scrive, non aveva più università cattoliche. I nostri seminari erano pii, ma avevano organizzato piccoli corsi dopo la rivoluzione e si attenevano a quelli.

Ritroviamo così un tema caro a Dehon, che qui al momento del concilio Vaticano I ha modo di approfondire. Egli si rifà, in maniera più sfumata, al giudizio incisivo di Stendhal in Il Rosso e il Nero: A partire da Voltaire... la Chiesa di Francia sembra aver capito che i libri sono i suoi veri nemici. La sottomissione del cuore è tutto ai suoi occhi. Riuscire negli studi, anche sacri, sembra sospetto, e a buon diritto.

Il 18 luglio 1870, la costituzione Pastor aeternus, che definisce l’infallibilità pontificia, è votata alla quasi-unanimità. Su 535 votanti risultano solo due oppositori dichiarati. È vero che circa ottanta oppositori non si erano mossi per andare ad assistere a questa seduta solenne. Dehon però ha cura di annotare, con la più grande soddisfazione, che in seguito tutti gli oppositori accettarono il dogma, una volta proclamato.

Il 20 luglio, rientra in Francia in treno, in compagnia di Mons. Pie, vescovo di Poitiers, con il quale condivide lo stesso scompartimento ferroviario fino a Lione. Gli avvenimenti politici precipitano: la guerra franco-tedesca e la caduta dello Stato pontificio impediranno la ripresa del concilio. Il giovane sacerdote vivrà questi avvenimenti a La Capelle, miracolosamente preservata, benché si sentano i colpi di cannone. Le prime truppe prussiane si accamparono infatti a qualche chilometro da lì, a Hirson, Vervin, Guise. A La Capelle stessa, che vede passare una parte dell’esercito in rotta, dopo la disfatta di Sedan, si accampano circa seicento militari, originari delle Fiandre francesi. Dehon, sacerdote da due anni non vuole lasciare senza sostegno spirituale questi uomini lontani dalle loro case. Spinto dal suo zelo apostolico, diventa naturalmente il loro cappellano. Spinge la sua preoccupazione pastorale fino a fare ogni settimana delle brevi conversazioni religiose a questi soldati alquanto spossati.

Eccettuato quindi un piccolo ministero, Dehon consacra questi lunghi mesi di guerra alla lettura. Studia, secondo la sua espressione, gli spiriti che dirigono il nostro secolo...:, De Maistre, Montalembert, Ozanam, Lacordaire, ai quali aggiunge lo storico Guizot e il leader della scuola cristiano sociale liberale Charles Perrin. Si impregna delle sue analisi che lo aiuteranno a comprendere la questione sociale. Se ne separerà più tardi sul problema del liberalismo e dell’intervento dello Stato in campo sociale. Si resta colpiti dalla scelta di tali letture; che denotano un bisogno di capire la sua epoca, di aprirsi alle grandi questioni contemporanee. Gli studi non rinchiudono Dehon in un universo al di fuori del tempo e delle preoccupazioni degli uomini. Al contrario, sono per lui una leva per una migliore presenza all’interno del suo tempo: l’intelligenza è in questo caso al servizio dell’impegno.

Sacerdote per quale missione?

Dopo la firma dei preliminari per la pace il 26 febbraio 1871, Dehon decide di ritornare a Roma per concludere i suoi studi. Si mette in viaggio a marzo, ma si ferma qualche giorno a Nîmes per ritrovare padre d’Alzon e un condiscepolo di Roma, il sac. Desaire che si è unito agli assunzionisti. Parlano molto del necessario rinnovamento degli studi ecclesiastici, sul quale tutti e tre concordano. Ma questa riforma va intrapresa sotto la direzione di d’Alzon? A questa domanda Dehon, malgrado tutte le pressioni, non risponde, resta esitante, condivide l’analisi, denuncia le stesse difficoltà della Chiesa di Francia. È anche d’accordo sugli obiettivi da mettere in opera. Una lettera successiva, del 28 novembre 1874, li precisa.

L’insegnamento superiore mi sembrava essere il grande mezzo per rifare una società cristiana. Nella nostra città salviamo alcune anime, ma nell’insieme siamo dominati dalla corrente e lo studio universitario fa ogni giorno più male, del bene che noi riusciamo a fare.

E tuttavia Dehon esita. Prima di tutto sul progetto di università cattolica a Nîmes. Pensa che una tale operazione non possa riuscire se non con il concorso dell’episcopato, che si fa attendere. Inoltre si interroga sulla personalità di d’Alzon. Siamo evidentemente in presenza di caratteri molto diversi. D’Alzon è piuttosto un uomo d’azione, dal carattere vivace, intraprendente, al punto da diventare qualche volta confusionario, e può anche arrivare all’esagerazione. Dehon al contrario è piuttosto riservato, moderato nei suoi approcci e ancora esitante sulle grandi scelte dell’avvenire. La differenza di età, inoltre - d’Alzon è nato nel 1810 - non facilita la comprensione; Dehon è venuto a cercare consiglio e luce per i suoi impegni futuri. D’Alzon, molto preso dalle sue molteplici opere, cerca collaboratori della levatura di Dehon per assecondarlo. Non prende la distanza necessaria per il consiglio. Vuole piuttosto convincere e guadagnare l’interlocutore alla propria causa. Il bilancio che Dehon trae dell’incontro testimonia questa incomprensione tra i due uomini.

Padre d’Alzon sembrava capire e gustare i nostri progetti, ma in fondo rimaneva un uomo d’azione, oserei dire anche di agitazione, nel senso migliore del termine, piuttosto che un uomo di studio. Partii per Roma senza essermi liberato delle mie esitazioni.

La Roma laica

È con una certa apprensione che Dehon lascia Nîmes per Roma, dove arriva il 18 marzo. Si domanda infatti che cosa troverà nella capitale della cristianità il cui statuto politico è completamente cambiato. Il giorno dopo il suo arrivo, spedisce una lettera rassicurante ai suoi genitori. Dal punto di vista politico tutto è calmo. Roma, invasa dai piemontesi, che egli chiama la canaglia, non conosce alcun problema o disordine. Ognuno attende alle sue occupazioni. I corsi della Gregoriana si svolgono normalmente.

Dal punto di vista religioso però tutto è cambiato. Il brigantaggio italiano - traggo questa espressione da una lettera ai suoi genitori del 1 maggio 1871 - ha trasformato lo spirito della città diffondendovi i principi laici e rivoluzionari. Nella corrispondenza con i suoi genitori o con Palustre, a Dehon piace contrapporre il popolo romano ai piemontesi invasori, assimilati alla canaglia rivoluzionaria. Opposizione facile, probabilmente dettata più dai suoi sentimenti personali che dall’opinione dei romani. Il parallelo, che traccia in una lettera, tra l’occupante piemontese a Roma e l’occupazione prussiana in Francia mostra il suo partito preso. Il sac. Dehon, del resto è, persuaso che l’occupazione di Roma sarà di breve durata, che i suoi effetti nefasti saranno limitati.

Essi passeranno (i Piemontesi) come l’inondazione, si azzarda a pronosticare, e il fango che lasceranno verrà spazzato via.

Un altro parallelo, altamente rivelatore, compare nella sua corrispondenza dell’epoca. L’occupazione di Roma e la Comune a Parigi sono, agli occhi di Dehon, frutto di un’unica origine: la rivoluzione atea che preconizza uno stato senza Dio. Nei disordini e nella decadenza dei costumi non vede che una conseguenza obbligata dei principi rivoluzionari cosmopoliti diffusi dalle società segrete e dalla massoneria. L’analisi dehoniana in materia si limita al solo punto di vista morale religioso. Non comprende alcun altro aspetto del problema. Malgrado tutte le evoluzioni, egli conserverà questo riflesso come sfondo dei suoi giudizi, dal momento che rifiuta una società i cui valori di fondo non siano quelli stessi del cristianesimo. In questo senso non riconosce più nella capitale italiana la sua Roma della cristianità. Il rimprovero essenziale rivolto ai repubblicani riguarda meno la scelta di tale tipo di governo che i principi laici di separazione tra religione e stato. Egli riprenderà questo dibattito a proposito della Francia negli anni 1890, modificandone sensibilmente la problematica.

Alla fine di luglio 1871, Dehon ha terminato i suoi studi romani. Prima di rientrare in Francia ha fatto un ritiro sotto la direzione di padre Mauron, superiore generale dei redentoristi, per trovare una soluzione per il suo futuro. La questione è importante e il tempo stringe! Allo stato attuale della cosa, un duplice orientamento gli si propone: la vita religiosa che, come abbiamo visto in precedenza, derivava dalla sua evoluzione spirituale. Pensa inoltre da tempo a un progetto di studi ecclesiastici che entri nel rinnovamento dell’insegnamento e della formazione dei futuri chierici. Questo progetto è così maturo, così preciso che nel mese di agosto egli si reca a Lovanio per studiare da vicino il funzionamento dell’università e più in particolare quello del collegio teologico. Per Dehon questa doppia prospettiva ha la sua coerenza interna: è guidata da un’unica preoccupazione evangelica; deve dunque poter assicurare l’unità a una vita sacerdotale e religiosa. La questione determinante, che resta in sospeso e per la quale il giovane sacerdote cerca luce, è sapere se deve realizzare questo progetto sotto la guida di padre d’Alzon, i cui obiettivi, lo abbiamo visto, sono molto vicini. Sono uscito dal ritiro, dice, incline verso l’Assunzione, ma senza una determinazione molto netta. Insomma, egli non vede ancora chiaramente il suo avvenire. Aderisce globalmente all’opera di padre d’Alzon senza potersi veramente decidere a consacrarvi la vita. Di che ordine può essere questa resistenza?

Durante l’estate, le lettere di padre d’Alzon si fanno pressanti. Viene finalmente deciso che Dehon raggiungerà Nîmes all’inizio di ottobre. Man mano però che la scadenza si avvicina, egli è sempre più inquieto. Parla persino di angoscia all’idea di prendere in considerazione una simile decisione. In maniera evidente e nel vero senso della parola, Dehon sacerdote si sente male al pensiero di raggiungere Nîmes. Di fronte a una tale incertezza, a fine settembre egli invia un telegramma al suo padre spirituale di Roma, padre Freyd. Quest’ultimo gli telegrafa la risposta il 1º ottobre. Il dispaccio, del quale P. Dehon dice che ha fissato l’orientamento della sua vita, è redatto in questi termini: La sua esitazione è legittima. Farebbe meglio a liberarsi dall’impegno, se possibile. Bisogna dire che padre Freyd nutriva delle riserve sulla personalità di padre d’Alzon. Inoltre egli non vedeva la necessità di un insegnamento superiore cattolico in Francia. Segretamente temeva, infatti, una concorrenza per le università romane e per il suo seminario Santa Chiara.

Una decisione del vescovo quasi incomprensibile

In ogni caso questo telegramma libera letteralmente il giovane sacerdote, che vi vede un segno della provvidenza divina. Padre d’Alzon ne farà una lettura più amara, che non sarà priva di conseguenze sulle loro future relazioni e su quelle delle loro rispettive fondazioni. Dehon non va dunque subito a Nîmes. Si mette provvisoriamente a disposizione del vescovo di Soissons, attendendo di trovare una soluzione definitiva al suo futuro.

Il 3 novembre arriva la risposta del vescovado. Il sac. Dehon, senza ulteriori procedure, è nominato settimo vicario alla basilica di S. Quintino, che è l’unica parrocchia di questa grande città, la seconda per importanza del dipartimento dell’Aisne. Lo choc è duro. Questa nomina è agli antipodi dei progetti del giovane sacerdote: una vita consacrata agli studi per rispondere alle sfide dei tempi moderni. In effetti è difficile spiegarsi una tale decisione episcopale. Non soltanto essa non apporta alcuna innovazione dal punto di vista pastorale, poiché Dehon diviene un oscuro vicario di una parrocchia dalle dimensioni smisurate; ma essa anche non tiene nessun conto delle qualità eccezionali della preparazione fuori dal comune del giovane sacerdote. Eppure Soissons era una diocesi povera di uomini e di valori. Dehon non è del resto il solo a stupirsi di una tale nomina. Il suo condiscepolo di Roma, il sac. Bougouin, futuro vescovo di Périgueux, apprendendo la notizia, gli scrive la sua delusione:

S. Quintino era lungi dall’essere nelle vostre previsioni, come anche la vita che vi condurrete... Quello che provo è un sentimento di tristezza.

Dehon, tuttavia, vede in questa decisione incomprensibile una chiamata di Dio. Ed è come tale che la vive riprendendo l’atteggiamento stesso di Maria all’Annunciazione: fiat, sia fatta la tua volontà! Vediamo disegnarsi qui una sorta di riflesso spirituale che ritroveremo lungo tutta l’esistenza di P. Dehon: questa disponibilità a quel che succede, considerandolo misteriosamente guidato dalla provvidenza divina. Ne farà un tratto significativo della sua spiritualità, che chiama abbandono. Questo atteggiamento spirituale molto evangelico manifesta d’altra parte una qualità umana che, secondo il mio punto di vista, denota una sensibilità culturale particolare, intendo dire la fiducia nel futuro. Dehon è tra questi uomini dal temperamento di fondatore, che guardano sempre lontano, scrutando l’orizzonte per rimanere aperti al domani. Uomini simili fanno il futuro.

Il passaggio attraverso il ministero pastorale ordinario segnerà una tappa decisiva nella sua vita. A S. Quintino egli farà esperienza di un sacerdozio-missione, mentre fino allora lo aveva vissuto essenzialmente come cammino di santità.

 

 

2
Vicario e fondatore

Il 17 novembre 1871, il reverendo Dehon arriva a S. Quintino. È settimo e ultimo vicario della parrocchia della basilica, che comprende l’insieme della popolazione della città, valutata di 35.000 abitanti. Il nuovo vicario è immediatamente conquistato dalla bellezza di questa collegiate che risale al XIII secolo; la adotta immediatamente e ne fa la sua chiesa, di cui gli piace enumerare le bellezze. La chiesa gotica è stata eretta in onore del giovane romano Quintino, venuto nel terzo secolo con alcuni compagni ad evangelizzare queste regioni del nord della Gallia. Il giovane martire darà il suo nome all’agglomerato.

Una città operaia del XIX secolo

Antica capitale del Vermandois, costruita sulle due rive della Somme, S. Quintino ha conosciuto, a partire dal Medioevo, un’attività di fabbricazione di drappi e stoffe diverse. Alla vigilia della Rivoluzione, l’industria della tessitura del lino aveva raggiunto un’estensione considerevole. Si enumerano, all’epoca, per la città e i suoi sobborghi, circa dodicimila officine con sessantamila filatori. La Rivoluzione fermerà questo slancio, che riprenderà ma molto lentamente all’inizio del XIX secolo. Attorno al 1830, che segna l’inizio dello sviluppo industriale in Francia, all’industria tessile si aggiunge un’industria pesante di manifatture diverse che attirano le popolazioni delle campagne circostanti e accrescono considerevolmente la popolazione. Nulla però è previsto per accogliere e alloggiare gli sradicati, costretti a trovarsi, nei sobborghi malsani, qualche cosa che assomigli a un tetto e che Dehon paragona alle scuderie di Augias.

La durata del lavoro quotidiano, per questi operai, oscilla tra le dieci e le dodici ore; ed è pagato in base al prezzo corrente, come una volgare mercanzia. Ricordando che bisogna ancora aggiungere il tempo per raggiungere a piedi il laboratorio, si comprende come la vita di famiglia sia completamente sconvolta e il tempo libero quasi inesistente. Ritroviamo qui le caratteristiche di quel tipo di industria, sempre più in espansione, che separa l’attività economica dalla vita di famiglia. Queste condizioni di vita e di lavoro generano popolazioni segnate dall’insicurezza, da diverse e numerose malattie, da smarrimento e miseria morale. In breve s. Quintino offre l’esempio tipico di una città operaia del XIX secolo, la cui popolazione subisce in pieno le conseguenze di una industria nascente la cui principale, per non dire unica finalità, è il rendimento economico e il profitto.

Ciò che stupisce di più è che il giovane vicario, con il bagaglio culturale che sappiamo, adotta immediatamente questa città da cui tutto lo separa. Incontro se non insolito, certo eccezionale, tanto Dehon era per nascita, per cultura, per gusti, destinato ad altro universo. E tuttavia l’opera maggiore di Dehon nascerà nel cuore di questo incontro. L’opera da lui fondata è indissolubilmente legata a S. Quintino che, almeno in Francia, ha dato il nome ufficiale alla sua congregazione: Sacerdoti del Sacro Cuore di S. Quintino.

Fin dal suo arrivo a S. Quintino, Leone, accompagnato dall’arciprete, compie le visite protocollari presso i notabili: sottoprefetto, sindaco, magistrati. Parallelamente, però, il vicario, solo, questa volta, entra immediatamente in contatto con i membri della conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, di cui condivide lo spirito fin da quando era studente. Attraverso questi uomini, di una dedizione illimitata, scopre la misura della situazione reale del mondo popolare, operaio, a S. Quintino. Del resto questi stessi uomini diverranno il nucleo del patronato che egli fonderà di lì a poco.

Il settimo vicario

Mi sembra necessario presentare qui le molte sfaccettature che formano la personalità di quest’uomo che non potrà mai essere classificato entro una sola categoria semplificatrice. Ne seguiranno molte incomprensioni. Appena arrivato a S. Quintino egli studia la storia locale della città, si entusiasma per la bellezza architettonica della collegiata. Pone la più grande cura nell’installarsi comodamente e con gusto. Per dare armonia al suo interno - cosa che piace molto ai suoi genitori - sceglie soltanto mobili in vecchia quercia, fatti per la maggior parte su misura. È lo stesso uomo, che potrebbe essere ritenuto prigioniero di un universo un po’ elitario, ma che analizza con precisione la situazione sociale e religiosa della città. Egli denuncia le dimensioni enormi di una parrocchia distaccata dalla popolazione attiva, fortemente influenzata dalla propaganda rivoluzionaria, come confida al suo amico Palustre.

L’atmosfera del vicariato gli conviene, poiché vi si conduce una certa vita comunitaria. Si rammarica però che il ministero dei vicari si riduca unicamente ai funerali, alla catechesi e alla visita ai malati: un tipo di pastorale che non entra in contatto con la popolazione operaia e che, di conseguenza, risulta poco efficace. Il giovane vicario la denuncia senza mezzi termini.

In queste grandi parrocchie, nota, si entra in relazione soltanto con alcune famiglie scelte. Di fatto, ogni vicario frequenta qualche casa. Tutto il resto della città, purtroppo, vede il sacerdote solo di rado o non lo vede affatto. Non si faranno mai città cristiane con parrocchie di 30.000 abitanti. È contrario al buon senso. È necessario che il pastore conosca le sue pecore e che le pecore conoscano il pastore.

Una tale preoccupazione testimonia un orientamento che, col tempo, si rafforzerà al punto da diventare più tardi una rivendicazione di fondo, l’alleanza tra il popolo e la Chiesa. La constatazione fatta da Dehon è proprio la divisione, la rottura tra questi alleati naturali, secondo la sua espressione. Uno degli obiettivi maggiori del suo impegno, allora sarà proprio riconciliare popolo e Chiesa.

Fin dall’inizio dunque il ministero di Dehon prende una tonalità sociale. La sua pastorale non si riduce alla distribuzione dei sacramenti; essa si inscrive nelle componenti di una società della quale analizza alcuni malfunzionamenti umani sociali, religiosi e anche politici. C’è qui una prospettiva che merita di essere sottolineata e della quale troviamo una prima ma significativa manifestazione nella sua predica di Natale, che tradizionalmente compete all’ultimo vicario arrivato. Dehon definirà questa predica un vero sermone sociale che si sforzava di analizzare la situazione politica, sociale e religiosa della Francia. Vi deplora di certo la decadenza dei costumi e l’indifferenza religiosa, che mette in rapporto con la realtà sociale ed economica del paese. Vede soprattutto pesare sulla Francia la minaccia di un grande pericolo sociale al quale un rimedio può venire soltanto dal cristianesimo. Appena un mese dopo il suo arrivo a S. Quintino, il vicario Dehon sottolinea con forza la dimensione sociale della religione cristiana. Questa predica, del cui tono più tardi si rammaricherà un po’, qualifica subito il sac. Dehon nella città di S. Quintino, in particolare nella borghesia locale. Essa manifesta, inoltre, una sorprendente continuità nelle convinzioni di colui che un domani non molto lontano si farà propagatore delle idee di Leone XIII.

In quanto settimo e ultimo vicario, Leone Dehon è incaricato in particolare di un ministero giudicato ingrato e quindi poco ricercato: il catechismo nelle scuole primarie pubbliche. La legge Guizot del 28 giugno 1833 prevedeva esplicitamente un orario per l’istruzione morale e religiosa. Si è già sottolineato fino a che punto la Chiesa si era già servita di queste facilitazioni per diffondere il messaggio evangelico. Fin dal 1839 Dupanloup, ancora vicario di S. Sulpizio a Parigi, sottolinea l’importanza del catechismo e svolge una pedagogia adatta in Metodo generale di catechismo e dialoghi sul catechismo.

Fare il catechismo, afferma, non è soltanto insegnare ai bambini il cristianesimo, è allevarli nel cristianesimo.

Dehon, che frequenta il vescovo di Orléans e del quale dirà che ha scritto il miglior trattato di educazione, si è in qualche modo impregnato del suo pensiero e ne segue la logica. Fin dal suo primo anno di vicariato, prepara un centinaio di ragazzi alla prima comunione. Questa attività gli permette di entrare in contatto con gli ambienti popolari della città. Molto presto però costata che questo catechismo non è un cammino di perseveranza, insomma non educa alla vita cristiana. Questa constatazione, banale in sé, è decisiva nel cammino di Dehon. Egli sarà portato a fondare opere diverse, poi una congregazione religiosa per rimediare a questa triste realtà.

Si rivela qui una dimensione nuova della personalità di Dehon: è un educatore, preoccupato di formazione. Dei monelli degli ambienti popolari, spesso diseredati, che ha al catechismo, vuole fare uomini e cristiani formati, istruiti. A questo scopo, nel 1872, apre un patronato. Seguirà, nel 1877, la fondazione di una scuola secondaria, il collegio s. Giovanni. Più tardi Dehon educatore si interesserà anche della formazione dei seminaristi e dei sacerdoti, per sensibilizzarli alla dimensione sociale del ministero sacerdotale. E inoltre, attraverso i suoi scritti spirituali, attraverso le sue conferenze e i suoi ritiri accompagnerà donne e uomini sul cammino della perfezione evangelica. Per tutta la vita egli sarà impegnato, a vario titolo, nell’insegnamento e nella formazione, convinto che è a questo livello che si gioca l’avvenire, anche quello dell’evangelizzazione. Non è affatto indifferente quindi che anche la fondazione della sua congregazione sia maturata entro il contesto più vasto di un grande progetto educativo.

Il patronato di s. Giuseppe

Il catechismo della scuola conduce quindi Dehon alla fondazione del patronato, che diviene la sua prima grande opera a S. Quintino. Per non lasciare i ragazzi sulla strada e per dare loro un’educazione cristiana più avanzata ne riunisce una decina la domenica pomeriggio. Nasce così il patronato. Dapprima nel suo ufficio di vicario, poi nel cortile di un piccolo pensionato diretto da un membro della conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, il sig. Julien, che diviene il confidente e il braccio destro di P. Dehon. Nell’estate del 1872 si mette alla ricerca di un’area per un locale più adeguato, per sistemarvi l’opera s. Giuseppe, che fino al 1877 sarà il campo apostolico originale nel quale si impegna P. Dehon, mobilitando il meglio delle sue energie. Nella corrispondenza indirizzata ai suoi genitori ne parla regolarmente descrivendola come la sua opera per eccellenza.

Le opere per la gioventù in quell’epoca non erano una novità in Francia. L’iniziatore era stato un sacerdote di Marsiglia, don Allemand, che nel 1797 riunì attorno a sé alcuni giovani. Il suo successore, Timon-David, per assicurare la permanenza dell’opera, fondò anche una congregazione religiosa: i sacerdoti di Marsiglia del Sacro Cuore. Nello spirito di questa fondazione, il sacerdote aveva il compito di essere l’animatore diretto di queste opere per la gioventù. A Parigi, sulle orme della conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, qualche anno più tardi, con Le Prévost e Maurizio Maignen, nascerà invece un’altra tradizione. Al famoso patronato di Montparnasse, che Dehon visita nel 1873, responsabile e incaricato dell’animazione era un laico. A S. Quintino Dehon si ispira in certo modo ai due modelli. È lui l’animatore principale del patronato, ma il suo secondo sarà il sig. Julien.

Misurare e valutare questa fondazione a partire dall’immagine un po’ semplicistica o vecchiotta che potrebbe essere evocata dal termine patronato significherebbe fraintendere seriamente l’obiettivo di P. Dehon. Egli persegue un progetto educativo globale, che riguarda i giovani nella loro formazione umana e cristiana. Si tratta, per lui, di un ministero pastorale che gli permette di gettare una passerella verso tutto il mondo popolare operaio. Questa iniziativa si comprende all’interno della preoccupazione di evangelizzare un popolo diviso dalla Chiesa. In una lettera del 13 maggio 1873, indirizzata a padre Freyd, egli espone così la finalità del patronato.

Prima della nascita di quest’opera, a S. Quintino si sarebbero contati al massimo dieci giovani operai che facevano la Pasqua. Lei vede allora quanto grande è il male. Ci vorrà quindi del tempo e sforzi seri per ottenere numerose perseveranze.

Dopo questa lettera si comprende meglio l’attaccamento di P. Dehon a quest’opera che non vorrà abbandonare in alcun caso, neppure per entrare in una congregazione religiosa. Sarà dunque portato a diventare lui stesso fondatore sul posto.

Attraverso quest’opera di formazione della gioventù, Dehon mira a un progetto di rinnovamento della società. Spiega con la massima cura il suo progetto perché non lo si riduca a un semplice passatempo, ma se ne comprenda tutta l’importanza. In occasione dell’assemblea solenne del 13 giugno 1875, in presenza dei notabili della città, il vicario Dehon precisa:

Permettetemi innanzi tutto di ricordarvi brevemente il nostro scopo. Troppe persone fraintendono questo punto e immaginano che non abbiamo altra intenzione che quella di far giocare onestamente alcuni ragazzi la domenica. Noi miriamo più in alto. Il nostro scopo è la salvezza della società attraverso l’associazione cristiana.

Siamo dunque di fronte a un progetto educativo globale di cui si intuiscono i riflessi politici. Nella logica di questa globalità, Dehon appoggia progressivamente tutti i suoi sviluppi: discussioni religiose, corsi di economia sociale, biblioteca, cassa di risparmio, corale, alloggio per i giovani operai dei dintorni di S. Quintino e anche un inizio di agenzia di collocamento per i giovani operai in cerca di impiego. Come stupirsi allora che il patronato si ingrandisca rapidamente, fino a contare circa cinquecento giovani e il sac. Dehon a livello locale diventi una personalità, e il suo impegno sia unanimemente lodato.

Di fronte al successo dell’impresa, Dehon si vede obbligato, fin dal 1873, a strutturare, a dividere vari settori, in funzione di obiettivi più precisi. In quello stesso anno, per i membri più adulti del patronato, crea una sezione dei Circoli cattolici degli operai che A. de Mun e R. de la Tour du Pin avevano fondato nel dicembre 1871. In occasione del pellegrinaggio dell’Opera dei Circoli il 17 agosto 1873 al santuario mariano di Liesse, nei dintorni di Laon, Dehon, che vi partecipa con i membri del patronato, fa la conoscenza dei fondatori. Questi sono impressionati dalla personalità del vicario di S. Quintino e del suo impegno sociale sulla città. Cercano di guadagnarlo alla loro causa per farne un tramite essenziale per il nord della Francia. Una lettera di Albert de Mun spiega bene la posta in gioco:

Possiamo sperare di organizzare anche a S. Quintino, in questo centro popolare, in questa città di operai guardati con tanto sospetto dai timorosi, un comitato della nostra opera e fondarvi uno o più circoli cattolici? Solo lei, reverendo, può dircelo, e incoraggiarci e mettersi alla testa del movimento, decidendo se ci sia posto anche per la nostra opera accanto alla sua, o se le due opere debbano fondersi in una sola.

Dehon sceglie una soluzione originale. Decide di aggiungere al patronato una sezione opera dei circoli per i membri più grandi. Così, a partire dal 1873, l’opera S. Giuseppe raggruppa due attività: il patronato e un circolo cattolico di operai. Dehon non si fermerà qui. Nella logica del suo progetto di rinnovamento integrale, deve operare in tutti gli ambienti e a tutti i livelli della società. Nel 1875 fonda un circolo di studi religiosi e sociali, con una conferenza di San Vincenzo de’ Paoli diretta agli studenti di liceo della città, dove si formano i futuri leader locali. L’anno seguente si rivolge al patronato e ai padroni propone una riunione bimensile per aprirli alle questioni sociali e far loro prendere coscienza dei loro doveri nei confronti degli operai.

Con la crescita delle opere aumentano anche i problemi finanziari e le preoccupazioni per l’animazione dell’insieme. Essenzialmente è lo stesso Dehon che ne porta il peso, che quindi viene ad aggiungersi al ministero ordinario di vicario. Conduce una vita particolarmente attiva e, per fare spazio alla preghiera è obbligato ad alzarsi alle 4.30 del mattino. Si era abbonato a diversi giornali e riviste per nutrire la sua vita spirituale e intellettuale, come L’Univers, la Revue des sciences ecclésiastiques, il Messaggero del Sacro Cuore e molte altre. Ma a causa delle numerose occupazioni, gli resta poco tempo per la lettura. Se ne lamenta regolarmente, a volte anche con espressioni forti, perché la sua vita culturale e spirituale ne soffre. Evidentemente una vita di vicario parrocchiale come la conduce lui gli crea attorno un vuoto che crescerà di anno in anno, al punto da diventare un disagio che porterà a dolorose rotture.

Una sensibilità sociale

Nell’attesa, Dehon diviene un uomo dei congressi, delle assemblee generali. È fedele a questi appuntamenti, nei quali s’incontrano gli uomini di opere, che condividono le stesse convinzioni. Così egli raccoglie una quantità di informazioni, di iniziative di ogni genere, che agiscono da stimoli. Fino all’inizio del XX secolo, P. Dehon utilizzerà questa rete come mezzo di formazione e tribuna di espressione.

Dal 25 al 29 agosto 1875, partecipa a Nantes a un congresso delle Opere diretto da Mons. Ségur, figlio della celebre letterata, la contessa de Ségur. Il congresso raccoglie un numero considerevole di direttori di opere di tutti i generi. Da questo punto di vista è una vera vetrina della vitalità del cattolicesimo francese. Dehon fu particolarmente impressionato dal rapporto fatto da Leone Harmel sulla sua officina tessile di Val-des-Bois, vicino Reims. I due fanno conoscenza. Da quel giorno inizierà una lunga e fruttuosa collaborazione tra queste due figure del cattolicesimo sociale francese. Li ritroveremo spesso lungo queste pagine. A partire dall’anno seguente, Dehon partecipa all’assemblea generale dei Circoli cattolici degli operai, ai quali ha appena aderito. In seguito parteciperà al congresso organizzato dal giornale La Croix, a quelli dell’opera di Paray-le-Monial, nonché ai diversi congressi ecclesiastici e a quelli della democrazia cristiana. Egli vi trova ciò che il cattolicesimo francese ha di più attivo, di più impegnato, di più inventivo. Lui stesso, attraverso i suoi interventi, si fa un nome che lo condurrà a svolgere un ruolo dapprima sul piano locale, poi regionale e, a partire dal 1885, a livello nazionale.

P. Dehon approfitta di ciascuno dei suoi spostamenti per fare anche un po’ di turismo, visitando le bellezze della città ospitante o dei dintorni, non esitando, quando è necessario, di fermarsi lungo la strada o compiere un’ampia deviazione per scoprire un luogo o un monumento che ancora non conosce.

L’anno 1874 segna un vertice nell’attività del vicario della basilica, forse anche una svolta nella sua esistenza. Da un lato egli moltiplica le opere e trabocca di attività, ma senza trovarvi la soddisfazione che sarebbe in diritto di aspettarsi. Non è in pace con se stesso. Continua a sviluppare l’opera S. Giuseppe e partecipa alla creazione di un giornale locale di ispirazione cristiana, Le Conservateur de l’Aisne. Nella diocesi il nome Dehon comincia a circolare. Se ne parla citando le sue iniziative, prendendolo come riferimento. Il vicario ne approfitta per estendere la sua azione sull’insieme, guadagnando il vescovo al suo punto di vista.

Suggerisce al vescovo, Mons. Dours, di creare, come esiste in altre diocesi, un ufficio diocesano delle opere, che sarebbe al tempo stesso un organo di informazione e un’istanza di animazione e di coordinamento delle opere nella diocesi. Per Dehon questo sforzo di messa in comune dovrebbe far muovere gli uomini e le situazioni. Il vescovo accetta l’idea e nomina proprio lui come segretario dell’ufficio, ossia il suo factotum. Fedele al suo metodo di lavoro che inizia dall’analisi, Dehon lancia una grande inchiesta per fare in qualche modo il punto della situazione. A dicembre invia a ogni parroco della diocesi un questionario dettagliato, preceduto da una lettera esplicativa del vescovo.

Lo spoglio dell’inchiesta - aveva risposto un terzo dei parroci - gli dà una fisionomia della diocesi che lo spaventa un po’.

L’insieme delle risposte fu desolante, scrive. Le associazioni erano quasi inesistenti e da ogni parte si segnalava l’indifferenza o l’irreligiosità degli uomini.

Insomma, quello che aveva trovato a S. Quintino non era che il triste riflesso della situazione di questa povera diocesi, secondo l’espressione stessa di Dehon. Non è, del resto, lontano dal pensare che questa inchiesta suggerisca lo stato anche dell’insieme della Chiesa francese. Tutto gira attorno a una pastorale centrata sui sacramenti. Per questo la Chiesa è divisa dal popolo, in modo particolare dagli uomini. Come se la religione fosse buona soltanto per le donne e i bambini, situazione che ricorda a Dehon la sua famiglia, e della quale ha molto sofferto.

A seguito dell’inchiesta, egli si fa in quattro per incoraggiare le buone volontà, suscitare iniziative di ogni genere, in particolare la fondazione di opere che riguardino la gioventù e gli uomini. Invia informazioni e documentazioni. Per sensibilizzare l’insieme della diocesi lancia l’idea di un’assemblea generale delle opere della diocesi. Il vescovo riprende l’idea e l’assemblea si terrà a Notre Dame de Liesse il 10 e 11 marzo 1875. Più di 250 partecipanti hanno risposto all’invito. Dehon, che si è incaricato della preparazione dell’incontro, vi presenta un rapporto dettagliato sulle risposte dell’inchiesta. Questa assemblea sarà un grande momento per la vita della diocesi, in quanto susciterà molteplici iniziative. Essa però rappresenta una tappa importante anche nel cammino di Dehon: egli diviene una personalità nella diocesi. È stato, scrive modestamente, il momento migliore del mio ministero in diocesi.

Questa iniziativa, soprattutto per quanto riguarda i risultati dell’inchiesta, ravviva in lui le preoccupazioni e i progetti del periodo romano. Ritorna il problema della formazione e della qualificazione intellettuale e spirituale del clero. Volevo fare qualche cosa per il clero perché il migliore degli apostolati è la sua santificazione. A questa preoccupazione che percorre tutta la sua vita, Dehon dà in quell’epoca una prima risposta: la fondazione di un oratorio diocesano per sacerdoti. Con alcuni confratelli egli crea un’associazione per favorire la vita interiore dei sacerdoti e offrire loro, se non una vita comunitaria, almeno degli incontri regolari. Viene adottata la regola di vita di Bartolomeo Holzhauser, che nel sec. XVII aveva fondato in Austria una società di chierici secolari che vivevano in comunità. Aspettando di avere in diocesi un centro di vita comune, che era lo scopo a cui miravano, una decina di sacerdoti si raggruppava ogni mese attorno a Dehon per una giornata di raccoglimento, di ritorno alle origini spirituali, di messa in comune anche finanziaria.

Nel percorso di Dehon, abbiamo qui una tappa verso la vita religiosa, della quale egli non ha mai abbandonato l’idea. Ogni suo ritiro ne ravviva il desiderio, ne mostra maggiormente la necessità, senza che possa intravedere, per il momento, una realizzazione concreta. La stretta osservanza della regola di vita di Holzhauser lo mette, in un certo modo, in stato di attesa e di preparazione alla vita religiosa.

Verso la vita religiosa

A partire dal luglio 1873, il sac. Leone Dehon è cappellano di una piccola comunità di religiose, per la maggior parte alsaziane, che nel 1871 era fuggita dall’Alsazia per sfuggire all’annessione tedesca. Egli stesso aveva favorito il loro impianto nella città di S. Quintino. Per questo motivo diviene naturalmente il cappellano e il confessore della comunità delle Ancelle del Cuore di Gesù. Egli sarà soprattutto il direttore e il confidente della fondatrice, Madre Maria Ulrich, una donna autoritaria, dalle convinzioni solide e certe, dotata di un’energia rara e intraprendente. Questo incontro, lo vedremo, è decisivo, nel senso pieno del termine, per l’orientamento futuro della vita e dell’impegno di Leone Dehon. L’incontro intreccia gli elementi che condurranno alla fondazione di una congregazione. Alla sera della sua vita, nel luglio 1924, P. Dehon, ricordando questi avvenimenti a Suor Ignazia, commenta:

Ricorrono oggi cinquantadue anni che la vostra congregazione si è installata a S. Quintino. Da quella data è dipeso tutto il seguito della mia vita.

D’altronde, il fervore spirituale della comunità, un gruppo di élite, nota egli stesso, acuisce la sua nostalgia della vita religiosa, che diviene ora una questione lancinante e ancora più urgente, dato che non vede alcuna soluzione.

Dal 21 al 27 marzo 1876 fa un ritiro di elezione nella casa dei gesuiti di Laon sotto la direzione di padre Dorr, suo confidente dopo la morte di padre Freyd, il 6 marzo 1875. Spera che questo ritiro gli dia la luce necessaria per uscire da quello che sta diventando il suo tormento interiore. In un quadro contraddittorio, egli nota i vantaggi e le controindicazioni della vita religiosa e della vita sacerdotale, per giungere a questa conclusione piuttosto incerta:

Dunque, avrò di mira la vita religiosa, che abbraccerò preferendola alla vita secolare per praticare meglio i consigli di perfezione, e questo per la maggior gloria di Dio e la salvezza della mia anima. Ma vi entrerò soltanto quando potrò lasciare le mie opere senza scandalo e senza un grave danno per la salvezza delle anime.

La sua decisione - al futuro! - è chiara, esattamente come lo era alla fine del suo soggiorno a Roma: egli vuole essere religioso. L’argomentazione che invoca è classica e segnata dal marchio della spiritualità ignaziana. Tuttavia la realizzazione del suo desiderio è sempre incerta. Dirò anzi che essa è ancora più complessa e più ipotetica che in precedenza, poiché ora la condiziona ai suoi impegni apostolici. Fa dipendere il suo ingresso nella vita religiosa dall’evoluzione delle sue opere a S. Quintino. Qui, come con padre d’Alzon, si avverte l’esitazione, il dubbio. Ritroveremo questo stesso tratto di carattere in altre circostanze. Quando si presenta una scelta importante, Dehon tergiversa, esita, pesa a lungo i pro e i contro. Cerca il consiglio che guiderà la sua scelta e sosterrà la decisione presa. Se ne trae a volte l’impressione di un equilibrio complesso e fragile. Tuttavia quello che c’è di nuovo qui, rispetto al periodo romano, è che la sua scelta di vita religiosa è tributaria dell’impegno apostolico. Ecco qualche cosa di nuovo che qui si abbozza soltanto, ma che andrà consolidandosi. Dehon non pensa più la vita religiosa secondo lo schema monastico classico di ritiro dal mondo; la considera in un progetto apostolico che per il momento è espresso negativamente: non abbandonare le opere di S. Quintino; ma domani la complementarità sarà positiva.

Alla fine del suo ritiro egli rientra senza grande entusiasmo a S. Quintino per riprendere, scrive, la mia vita di vicario con un desiderio sempre crescente di vita religiosa. La sua attività apostolica diviene dunque la pietra d’inciampo della sua vita religiosa. Situazione estremamente insolita, ma che si comprende nella problematica dehoniana già sottolineata: una disponibilità agli avvenimenti come segni provvidenziali. Le sue opere a S. Quintino conoscono il successo che sappiamo. Inoltre il nuovo vescovo, Mons. Thibaudier, che arriva a Soissons il 20 aprile 1876, lo nomina canonico il 24 ottobre dello stesso anno, dopo la seconda assemblea delle opere della diocesi, preparata da Dehon. Questi vede in tale distinzione, al di là della promozione, un segno celeste in favore delle sue opere, che tracciano il filo conduttore delle sue decisioni.

Si ritrova lo stesso atteggiamento quando il canonico Hautecoeur gli propone di partecipare alla fondazione dell’università cattolica di Lilla. Dopo il voto della legge di luglio 1875, che promette la libertà dell’insegnamento superiore, Hautecoeur, incaricato di raccogliere un corpo insegnante, spinge Dehon ad entrare in questo progetto, che corrisponde così bene a quello che aveva intravisto a Roma. Con le sue quattro lauree, Dehon è particolarmente indicato per partecipare alla creazione dell’università. Del resto, egli è pienamente favorevole al progetto, ma esita a causa delle sue opere di S. Quintino. Hautecoeur ritorna più volte alla carica, fa intervenire alcuni amici comuni come il celebre industriale Féron-Vrau o il suo vecchio parroco di La Capelle, ma nulla da fare. Dehon è legato dalle sue opere. E nonostante i numerosi passi presso diverse congregazioni, come i lazzaristi, gli spiritani, i fratelli di San Vincenzo de’ Paoli, ecc., non trova nessuno per assicurare il cambio della guardia. Quindi rimane a S. Quintino.

Bisogna dire che Dehon non ha in testa un modello preciso di vita religiosa. Non è occupato nella scelta di una congregazione, come se nessuna fosse in grado di realizzare ciò che egli porta in sé. Egli prenderà in considerazione diverse congregazioni, come gli assunzionisti, poi gli spiritani, infine i gesuiti. Si ha però l’impressione che, ogni volta, la scelta sia fatta in funzione degli uomini che egli incontra ed ammira, come è accaduto con padre d’Alzon per gli assunzionisti, padre Freyd per gli spiritani, i Padri Modeste e Dorr per i gesuiti. Segno di indecisione? Certamente, ma che si inscrive in un percorso di fondo, già sottolineato, di attenzione agli avvenimenti e agli incontri, e di apertura alle sollecitazioni ed evoluzioni. In un certo senso, l’esistenza di Dehon è un crocevia di influenze. Ha bisogno di riferimenti teorici, ma affronta i problemi da un punto di vista concreto e pratico.

Alla fine ci sarà il contatto con la fondatrice delle Ancelle del Sacro Cuore, e sarà l’incontro decisivo. Dehon vi troverà un contenuto al suo progetto di vita religiosa: la spiritualità del Cuore di Gesù e l’idea di riparazione vittimale. Si lascerà convincere che deve essere lui stesso fondatore. Ritornando, al gennaio 1894 nelle sue NQ su questa tappa cruciale, egli riconosce:

Il Sacro Cuore di Gesù, lui stesso mi ha formato al suo amore a Roma. Sentivo una forte attrattiva per la vita religiosa, ma Nostro Signore si riservava di indicarmi più tardi la congregazione che voleva. Ho cominciato dunque con il ministero parrocchiale. Nostro Signore mi aspettava a S. Quintino per mettermi in contatto con le nostre Suore... Presso le nostre Suore ho trovato la mia via e Mons. Thibaudier ha approvato i miei progetti di fondazione.

Spiritualità del Cuore di Gesù e vita religiosa

Nel XIX secolo la devozione al Sacro Cuore, a seguito delle apparizioni a santa Margherita Maria, era diventata l’espressione per eccellenza della religiosità cristiana popolare. Si può dire che questo movimento, spirituale e devozionale a un tempo, aveva occupato il terreno cristiano. Era presente ovunque.

Questa corrente popolare si nutriva di una letteratura copiosa; si esprimeva attraverso pratiche tanto semplici quanto eloquenti, che risalgono a Margherita Maria: la comunione del primo Venerdì di ogni mese, l’ora santa, l’adorazione eucaristica, la consacrazione al Sacro Cuore, l’ammenda onorevole. Una tale devozione parlava al cuore, a tutto ciò che nell’uomo è affetto. Conobbe però anche gli eccessi e le esplosioni dell’affettività, in particolare nella rappresentazione iconografica o in alcuni discorsi pii. In Francia esisteva anche una cultura politica di questa corrente spirituale, che la collegava con la restaurazione monarchica e con la lotta antirivoluzionaria. Paray-le-Monial e Montmartre si presentarono spesso con i simboli di questa ambiguità.

Fin dal Medioevo questa spiritualità ha nutrito e fecondato la vita religiosa. Essa è, si potrebbe dire, la linfa segreta della mistica dell’assoluto di Dio, vissuto come amore reciproco. Si pensi a Matilde o a Gertrude per le donne, a Bernardo di Chiaravalle o a Bonaventura per gli uomini. Margherita Maria, che nel XVII secolo diede a questa spiritualità, vissuta fino allora principalmente nei conventi, il suo brio e la sua espressione popolare, ne è il simbolo esemplare. Le numerose fondazioni di istituti religiosi, più femminili che maschili, sottolineano questa segreta e misteriosa complicità tra vita religiosa e spiritualità del Sacro Cuore di Gesù. Secondo il Dizionario degli Instituti di Perfezioni, tra il XVII secolo e la fine del XIX, circa 190 congregazioni religiose sono state fondate sotto la denominazione del Cuore di Gesù. Prima che Dehon fondi la propria congregazione nel 1878, una decina di istituti maschili legati a questa spiritualità aveva già visto la luce in Francia dall’inizio del secolo.

La fondazione dehoniana è dunque soltanto una tappa di questa lunga storia che continua. Essa si inscrive in una corrente spirituale che segna profondamente l’evoluzione della vita religiosa e definisce la colorazione del cattolicesimo francese nel XIX secolo. Dehon riceve, lo abbiamo visto, da sua madre questa devozione organizzata attorno ad alcuni elementi spirituali. Nel 1875, però, non si può dire che egli viva di questa spiritualità. In sue annotazioni di seminario come nelle sue Memorie, le espressioni di questa spiritualità compaiono solo sporadicamente. È stato formato a Roma alla spiritualità della Scuola francese, una spiritualità cristocentrica che tende all’unione con Dio. Tale è, in quel momento, il suo orientamento spirituale. Nel 1873, dopo il congresso delle Opere di Nantes, Dehon scende verso i Pirenei e visita Bétharram. Ora, le sue annotazioni non citano affatto Michele Garicoïts che nel 1835 vi aveva fondato i Sacerdoti del Sacro Cuore. Qualche giorno più tardi è a Lione, Ars e Paray-le-Monial. Neppure in questo caso si trova qualche annotazione che possa lasciar intuire una sensibilità personale, un’attenzione particolare, esplicita, per questa spiritualità, mentre se ne troveranno tante più avanti.

Insomma, nel 1875 Dehon respira questa devozione come era nel clima del tempo, senza che si possa dire che essa sia la spiritualità che segna la sua vita interiore o che caratterizza la sua vita sacerdotale. È a contatto con le Ancelle del Sacro Cuore che entrerà personalmente in questa spiritualità al punto da farne progressivamente il centro della sua esistenza, il nocciolo della sua vita spirituale.

Ciò che è vero della spiritualità del Sacro Cuore lo è ancora di più dell’idea di riparazione, fortemente accentuata dalla corrente di Paray-le-Monial. Sulla scia delle apparizioni della Vergine a la Salette nel 1846, da cui si diparte un messaggio essenzialmente penitenziale, alcune correnti religiose renderanno popolare l’idea di riparazione vittimale.

Toccherà al padre Giraud, missionario di La Salette, essere il rappresentante significativo e il propagandista zelante di questa corrente. In particolare attraverso le sue tre opere fondamentali, che verranno lette da P. Dehon: L’unione a Nostro Signore nella sua vita di vittima; Lo spirito e la vita di sacrificio nello stato religioso; Prete e ostia. I titoli di queste opere rivelano una spiritualità segnata da un ascetismo molto avanzato, che si ritrova in molti dei circoli ferventi dell’epoca, in particolare nel caso delle religiose. Con Mons. Fava, vescovo di Grenoble, il padre Giraud cercherà invano di orientare i missionari di La Salette per questa vita vittimale. Entra inoltre in contatto con Carolina Lioger, che soggiorna molto brevemente presso le Suore Vittime di Marsiglia prima di fondare la propria congregazione: le Suore Vittime del Sacro Cuore, dette di Villeneuve-les-Avignon, per distinguerle dalle Suore Vittime di Marsiglia. Madre Veronica, che è il nome in religione di Carolina Lioger, desidera anche una congregazione maschile, e vedremo che avrà un ruolo nella fondazione di P. Dehon. È in effetti da Villeneuve-les-Avignon che verrà il padre Andrea Prévot, che può essere considerato il primo maestro dei novizi della congregazione.

Questa corrente vittimale ha ancora altre ramificazioni. Attraverso la mediazione delle Suore Ancelle del Sacro Cuore che vivono di questa spiritualità, Dehon ne scoprirà progressivamente le molte sfaccettature. Tuttavia nulla predisponeva Dehon ad entrare in questa corrente. Nelle sue annotazioni del ritiro di elezione del 1876, di cui si è già parlato, non vi è alcuna allusione alla riparazione vittimale. Si trova unicamente una vaga allusione al Sacro Cuore nella seguente risoluzione: Fare gli esercizi con tutta la precisione e l’applicazione possibile, pregare, invocare il Sacro Cuore di Gesù. Bisogna ricordare che per un ritiro che riguarda una scelta di vita, una tale annotazione non è molto significativa di un atteggiamento di fondo.

Ancor meno dal momento che, in queste annotazioni di ritiro, quel richiamo si trova in un paragrafo che specifica ciò che lo attira ad entrare negli spiritani. Attrattiva, questa, che lo segue per diversi mesi, visto che nel febbraio 1877 egli accompagna il suo vescovo a Roma, e qui gli chiede di potervi soggiornare per un ulteriore periodo di studi, ma anche, aggiunge, con il secondo fine di andare da Roma al noviziato dei Padri dello Spirito Santo. Il vescovo rifiuta categoricamente. Ora, per quanto ne so, gli spiritani non vivono né la spiritualità del Sacro Cuore, né un’idea di riparazione. Non è la prova che, all’inizio del 1877, non era questo il movente decisivo per P. Dehon? E tuttavia qualche mese più tardi egli si ritira presso il convento delle Suore Ancelle per scrivere le prime costituzioni dei Sacerdoti del Sacro Cuore. Come comprendere questa brusca svolta? È importante qui seguire passo passo le tappe di questa straordinaria e rapida evoluzione che lo porterà alla decisione, a fine giugno, di una fondazione propria.

Un incontro decisivo

Deluso per non aver potuto ottenere dal suo vescovo l’autorizzazione di fermarsi a Roma, Dehon ritorna all’inizio di marzo a S. Quintino. Riprende le sue attività, ma con l’obiettivo di trovare molto rapidamente uno sbocco per il suo progetto di vita religiosa. Ripresi le mie catene, che mi sembrarono più pesanti che mai, e non pensavo più che a liberarmene. Tutto si risolverà nei tre mesi che seguono, visto che a fine giugno egli ha il consenso verbale del suo vescovo per fondare una società, consenso che sarà confermato in una lettera del 13 luglio. Mentre in febbraio è ancora deciso ad entrare negli spiritani, ecco che in giugno Dehon passa il Rubicone per diventare lui stesso fondatore! Come spiegare questa fretta di dare corpo al suo vecchio desiderio di vita religiosa? La spiegazione che lui stesso ce ne dà è un po’ corta, perché passa sotto silenzio le diverse mediazioni che hanno condotto alla decisione che sappiamo. Poiché non può svincolarsi dal suo ministero di S. Quintino, egli deduce: C’era una spiegazione logica: Nostro Signore chiedeva forse che fondassi io stesso quest’opera a S. Quintino.

Il ragionamento è in effetti logico. Conoscendo però, per altre vie, il temperamento esitante di Dehon, che cerca appoggi nel suo ambiente, difficilmente si può credere che egli abbia preso da solo questa decisione. Non vi è però alcuna traccia, come ne troviamo altrove, di sacerdoti o religiosi che siano stati consultati. Dehon lascia intendere che è arrivato da solo a questa conclusione. Tuttavia il testo stesso, citato sopra, lo tradisce. Ci parla di quest’opera di cui fino a questo punto non sappiamo nulla, mentre egli suppone che sia conosciuta. Per comprendere questo incosciente del testo, siamo rinviati di nuovo alle Suore Ancelle e alla loro fondatrice, Madre Maria di Gesù Ulrich.

Sappiamo che il reverendo Dehon è edificato da questa comunità di cui è cappellano. Egli quindi intende parlare dello scopo di quella stessa congregazione, fondata nel 1867. Benché essa sia unita, fortuitamente, al ramo francescano, di fatto vive la spiritualità del Sacro Cuore con una nota particolare di riparazione per i sacerdoti. Una congregazione quindi che si inscrive nella corrente vittimale, della quale sappiamo che professa un voto particolare: quello di essere una vittima, offerta in riparazione, in particolare per i sacerdoti che non sono all’altezza della loro vocazione. Sorprendente interpretazione femminile di un sacerdozio strettamente maschile, ma che arriverà, all’epoca, fino a una devozione alla Vergine-Sacerdote, che sarà riprovata da Roma!

Per forza di cose si stabilisce uno scambio tra la superiora di quella comunità e il cappellano, per metterlo in grado di accompagnare spiritualmente quelle religiose. La corrente passa così tra queste due persone, e dalle osservazioni alle confidenze, Madre Ulrich consegna al cappellano le chiavi della sua fondazione, assieme alle attese che vivono in essa. Dehon ammira la generosità del progetto. È testimone del fervore eccezionale delle religiose. Non si sente tuttavia coinvolto personalmente in questo progetto. Comprendevo e gustavo le vedute della cara Madre senza vedervi una vocazione per me. E aggiunge immediatamente in maniera incomprensibile: Provocavo le aperture della cara Madre sulle sue vedute a questo proposito, lei me le esponeva.

Abbiamo tutti i motivi per credere che in quel momento, ossia in marzo-aprile, siano intercorsi lunghi scambi tra Dehon e la superiora, che, come fondatrice dell’opera, viene chiamata la Chère Mère (la Cara Madre). Essa gli espone le finalità della sua vocazione e i suoi progetti per il futuro. Due lettere importanti della fondatrice ne definiscono i contorni, abbozzando progetti nei quali il cappellano deve avere la sua parte. Vale la pena a questo punto di citare a lungo una prima lettera, in data 21 aprile 1877, che si riferisce ad una conversazione precedente; vi mostra bene la filiazione con la Salette e parla in termini velati di un progetto che le sta a cuore. Rivolgendosi a Dehon, che ella chiama Venerato padre in Nostro Signore, Madre Ulrich scrive:

Lei sa meglio di me, padre, quanto la riparazione sia necessaria nel momento attuale e che il Cuore di Gesù la reclama perché noi otteniamo grazia e misericordia! Tale riparazione abbraccia molte opere... Tutte queste riparazioni sono necessarie e credo che la nostra comunità debba prendervi parte. Essa però deve avere uno scopo di riparazione speciale al Sacro Cuore, questo è già riconosciuto. Non è tutto, però. Nostro Signore è offeso senza dubbio da tutti i peccati che vengono commessi nel mondo, e tutti attirano la sua collera e irritano la sua giustizia, ma ve ne sono alcuni che arrestano ancora di più la sua misericordia, e così il trionfo della fede e della Chiesa. Sarebbe, ma no, ho paura di dirlo! Voi però non ignorate che Nostra Signora della Salette ne ha confidato il triste segreto a Melania per trasmetterlo al Sommo Pontefice. Ebbene, padre, devo confessarvelo, è quello il soggetto delle mie più dolorose illuminazioni (se posso esprimermi così). Nostro Signore chiede a questo scopo una riparazione, così come la chiede per offese che sono meno dolorose e dalle quali il suo cuore è meno ferito!

E alla fine la lettera aggiunge ciò che è essenziale per il nostro argomento:

Lasciatemi aggiungere, però, che, se non mi sbaglio, sarebbero necessarie anche anime sacerdotali per questa riparazione, ma Nostro Signore farà compiere la sua volontà a questo proposito a suo tempo. Lo spero e lo desidero per la sua gloria e il trionfo della Chiesa!

Questa lettera mostra innanzi tutto le devianze della spiritualità del Sacro Cuore nel XIX secolo. Tutto qui è centrato sulla riparazione, che è soltanto un aspetto della spiritualità del Sacro Cuore. Si fa dunque della parte il tutto, cosa che sconvolge l’architettura stessa di una spiritualità rivelatrice della bontà e della misericordia di Dio, e non delle sue lagnanze e dei suoi lamenti. D’altra parte, non è solo questione di riparazione in generale: la fondatrice parla di una riparazione speciale che deve essere lo scopo della sua comunità e alla quale ella vuole associare alcuni sacerdoti, in primo luogo il cappellano destinatario di questa missiva. Tuttavia non specifica in alcun momento la natura di questa riparazione speciale. Si esprime per allusione, riallacciandosi a La Salette e al segreto di Melania. Utilizza la perifrasi per non dover nominare l’oggetto e dà l’impressione di non andare a fondo del suo pensiero, come se non osasse confidarsi completamente con il suo corrispondente, come se non lo ritenesse sufficientemente ricettivo per recepire la totalità del messaggio che gli è indirizzato personalmente. Questo stratagemma è inteso ad attirare la curiosità di Dehon, per attirarlo dove Madre Ulrich vorrebbe vederlo arrivare?

Una cosa è certa, Dehon è in qualche modo agganciato da questa prospettiva che cerca di coinvolgere sacerdoti nel progetto. Si interroga e chiede altre spiegazioni alla fondatrice. Si informa anche per sapere se altre iniziative in questo senso siano già state poste in essere. Scriverà così il 21 maggio a padre Giraud, del quale conosciamo i progetti, per chiedergli se esiste una congregazione che abbia questo scopo di riparazione sacerdotale. Dehon si rivolge a lui perché sa anche che aveva tentato, senza successo, la fondazione di un istituto di sacerdoti vittime, all’interno del movimento spirituale di La Salette.

La riparazione sacerdotale

Oltre agli scambi verbali, una seconda lettera che vi fa allusione arriva il 25 maggio 1877. È chiaramente una risposta alle domande poste da P. Dehon. Tale risposta si appoggia su impressioni, illuminazioni ricevute dal cielo. Ritroveremo presto questo linguaggio, ancora più marcato, con un’altra religiosa, Suor Ignazia. Siamo nel periodo delle grandi apparizioni della Vergine a La Salette (1846), a Lourdes (1858), a Pontmain (1871). Tuttavia, per queste apparizioni ammesse dalla Chiesa, quanti altri hanno creduto di poter invocare queste letterature d’apocalisse che abbondano regolarmente nei momenti di crisi e di incertezza. E Dio sa se, per la Chiesa di Francia, la seconda metà del XIX secolo non fu un’epoca di grande turbolenza!

Ma seguiamo il filo di questa lettera:

Come vi avevo promesso, voglio comunicarvi, in modo chiaro quanto me ne darà la grazia Nostro Signore, le impressioni e le illuminazioni ricevute (e che si rinnovano senza sosta) sulla grave e importante questione della riparazione che il Sacro Cuore sembra chiedere al sacerdozio per le anime sacerdotali che non rispondono alla sublimità e alla santità della loro vocazione. Sapete, padre, che malgrado le mie ingratitudini e resistenze alla grazia, Nostro Signore ha voluto servirsi di me per la nostra comunità e indicarmi la missione speciale alla quale ha voluto chiamarmi.

Il corpo di questa lettera precisa e conferma in modo perentorio:

Per il sacerdozio è necessaria una riparazione sacerdotale, ed è necessario che essa si manifesti soprattutto attraverso la riforma alla quale tutti coloro che devono prendere parte a questa vita di riparazione lavoreranno, tanto per la loro vita interiore quanto per le loro opere.

E per finire, la superiora suggerisce, in termini appena velati che il destinatario della lettera potrebbe essere proprio l’uomo provvidenziale di questa opera nuova:

Speriamo dunque, padre, che Nostro Signore susciterà al tempo voluto l’apostolo che egli avrà scelto per questa missione così difficile, ma non impossibile; il tempo non può essere lontano, lo credo e lo chiedo alla sua misericordia.

Questa lettera mi sembra decisiva per l’evoluzione finale del P. Dehon. Essa lo interroga nel più profondo di se stesso. Lo mette in dirittura d’arrivo, potremmo dire, per trovare la soluzione al suo problema personale. In questo senso, essa costituisce l’ultimo anello della catena che pone termine alla angosciosa questione della vita religiosa, suggerendo una fondazione sul posto. A partire dall’8 giugno, il sac. Dehon ha un lungo incontro col suo vescovo, in visita a S. Quintino. Senza che si sappia esattamente il tenore di tale colloquio, si può presumere che vi fossero in questione i progetti e l’avvenire del nostro vicario.

Lo stesso giorno, in effetti, egli scrive a Madre Veronica Lioger, della quale sappiamo che aveva radunato attorno a sé alcuni sacerdoti che condividevano il suo ideale, e le pone la stessa domanda che aveva posto a padre Giraud su una eventuale congregazione di sacerdoti vittime.

Non abbiamo la risposta a questa lettera, ma essa deve essere insoddisfacente, perché il 22 giugno P. Dehon ritorna alla carica e rinnova la sua richiesta. L’interesse maggiore di quest’ultima lettera è tuttavia un altro. Essa testimonia un’evoluzione sensibile di Dehon in tre settimane. In effetti, tutto accade come se il 22 giugno egli avesse acconsentito al progetto di Madre Ulrich e fatto suo il desiderio di una congregazione di sacerdoti vittime. Egli scrive infatti a Madre Veronica:

Mi interessa moltissimo la società di sacerdoti di cui mi parlate. Ci sembrava che Nostro Signore la chiedesse qui. Questi sacerdoti sono già costituiti in comunità religiosa? Qual è la loro regola e quali le loro opere? Sono alcune questioni delle quali desidero ardentemente la soluzione.

Noto il sottile passaggio, nella lettera dall’io al noi, che in questo caso non può essere una formula di cortesia. Questo noi non può rinviarci che alla fondatrice delle Ancelle e a lui. Essi sono in effetti impegnati in due in questo progetto di sacerdoti vittime, persuasi come sono che Nostro Signore chieda quest’opera a S. Quintino.

La risposta di Madre Veronica Lioger arriva troppo tardi per influire in qualunque modo su una decisione già presa. In effetti il 25 giugno Dehon riceve il consenso verbale del suo vescovo per fondare una società di sacerdoti all’ombra di un collegio cattolico, del quale il vicario, fin dal suo arrivo a S. Quintino, aveva visto la necessità e l’urgenza. Il vecchio superiore della scuola dei Certosini di Lione, divenuto vescovo di Soissons, non poteva che acconsentire alla fondazione di un collegio. In altri termini, il passo di Dehon è abile, perché il collegio che un tale vescovo avrebbe senza dubbio approvato nascondeva un’altra fondazione, di cui tutto lascia pensare che il vescovo si preoccupasse meno.

Credendo alle sue Memorie, è il 27 giugno 1877 che il sac. Dehon prende la decisione esplicita di questa doppia fondazione.

Ambiguità e variazioni di prospettiva

È inevitabile chiedersi perché Dehon entra così facilmente e così rapidamente nell’ottica di Madre Ulrich. Niente lasciava infatti prevedere un simile orientamento. Se accetta questo progetto al punto di assumersene la responsabilità, è perché si tratta di un’opera sacerdotale. Ora, sappiamo tutto l’interesse che Dehon, a partire da Roma, ha per tale questione. La fondazione dell’oratorio diocesano nel 1875 ne è una testimonianza evidente e come una prova preliminare. Tenuto a restare a S. Quintino per la sopravvivenza delle sue opere, egli vede nel progetto della fondatrice delle Ancelle una continuità con i suoi modi di vedere. Mentre il suo progetto metteva l’accento sul rinnovamento intellettuale della formazione sacerdotale per una migliore intelligenza apostolica, la prospettiva nuova si concentra sulla riparazione e la santificazione del clero.

A un vecchio collega di Roma, Enrico Bougouin della diocesi di Poitiers, Dehon spiega il senso della sua fondazione. E riceve una risposta entusiastica, che situa l’opera dehoniana nella continuità della scuola francese al servizio del sacerdozio:

Il suo scopo è elevato, degno di essere appoggiato, perché è in gioco l’onore di Gesù, sommo sacerdote, e quello del nostro sacerdozio. Lei riprende, per il nostro secolo così povero, il pensiero di Olier, di padre de Condren e della loro scuola sulla santificazione del clero e date alla sua opera una forma speciale attribuendole la riparazione.

Dehon è convinto di inscriversi così in una tradizione che opera al consolidamento del clero. In rapporto alla prima espressione del suo progetto, egli pensa che vi sia una variazione di prospettiva, ma non di obiettivo. Nulla poteva essere meno evidente: lo si vedrà in seguito.

Innanzi tutto le ambiguità non vengono eliminate con il suo vescovo. Quest’ultimo ha, certo, dato il suo consenso per una società di sacerdoti, ma vieta di divulgarne la notizia. Quando la Semaine Religieuse di Soissons annuncia l’11 agosto 1877 la fondazione in città del Collegio S. Giovanni a S. Quintino, essa passa totalmente sotto silenzio il progetto di fondazione di una congregazione religiosa. L’obiettivo del vescovo rimane la fondazione di un grande collegio, con una società di sacerdoti che ne assicuri il funzionamento. Nel suo spirito, sono sacerdoti che devono restare al servizio della diocesi, pur avendo una regola di vita comune. In una lettera del 5 aprile 1880 che risponde ai timori di Dehon a proposito dei recenti decreti di espulsione dei religiosi insegnanti, emanati per l’iniziativa di Jules Ferry, il vescovo rassicura il superiore del S. Giovanni e nello stesso tempo svela i suoi secondi fini:

Non siete ancora una congregazione... siete in realtà soltanto una congregazione in formazione, all’interno di un gruppo di ecclesiastici e di laici che il vescovo di Soissons destina e prepara a dei ministeri speciali per la sua diocesi.

Questa lettera esprime al meglio, mi sembra, l’atteggiamento dei diversi vescovi di Soissons di fronte alla fondazione di P. Dehon. Essi vedranno soltanto uno strumento al servizio della diocesi e accetteranno, soltanto costretti e forzati, l’estensione della congregazione fuori della diocesi, nonché il suo riconoscimento da parte di Roma. Questo malinteso iniziale spiega le difficoltà ulteriori che verranno ricordate a tempo debito.

La fondatrice delle Suore Ancelle, del resto, percepisce bene questa ambiguità degli inizi. Fin dal 26 giugno, Dehon la mette al corrente del consenso tacito del vescovo. L’indomani ella invia al suo confessore una lettera di quattro pagine nella quale esprime la sua grande emozione nel vedere i suoi desideri esauditi. Sta però all’erta. Come per anticipazione, ella risponde al vescovo ricordando le vere priorità. Il collegio è il mezzo e non lo scopo in sé della fondazione. L’essenziale, ossia la riparazione sacerdotale, non deve in alcun modo soffrire delle modalità concrete della fondazione:

L’opera esteriore, che è chiamata anche a fare un gran bene, scrive la superiora, non deve tuttavia essere che un mezzo per arrivare a quest’opera interiore della riparazione sacerdotale, voluta dal Cuore di Gesù. È necessario che vi siano sacerdoti che vogliano offrirsi come vittime per i loro fratelli colpevoli. È necessario che questi sacerdoti siano allo stesso tempo apostoli, trascinando i loro fratelli a riformare tutto ciò che in loro può ancora dispiacere al Cuore del divino Maestro e impedire la loro santità. È dunque la riparazione per il sacerdozio e attraverso il sacerdozio e la santità dell’anima sacerdotale che si proporrà questa società di apostoli vittime. Le opere esteriori dell’insegnamento non saranno un impedimento quando sarà venuto il momento per la realizzazione di quest’opera.

Si rimane sorpresi dalla fermezza di questa lettera, dal tono comminatorio, al punto che ci si può chiedere, dei due protagonisti, chi sia veramente il direttore di coscienza. Leggendo questa lettera di Madre Ulrich a P. Dehon - gli archivi ne contengono circa duecento - si misura l’ascendente che la fondatrice aveva acquistato sul cappellano. Non ci si stupisce più, in queste condizioni, che ella abbia potuto condurre rapidamente il sac. Dehon a sposare i suoi modi di vedere del tutto particolari. Del resto, egli ne è ben cosciente. In una lettera tardiva, datata 20 dicembre 1924, egli ce la dipinge a tratti estremamente precisi e netti. Questo significa che egli li ha conservati bene in mente.

La fondatrice aveva, scrive P. Dehon, grandi virtù, virtù eroiche. Non era possibile dirigerla, poiché si considerava diretta da Nostro Signore. Non ascoltava il confessore, predicava persino ai vescovi. Mons. Deramecourt diceva: è una matriarca questa cara Madre. La sua foga la portava più a dirigere che a lasciarsi dirigere.

Una tale confidenza lascia perplessi, al punto da domandarsi chi sia il vero fondatore, chi porti l’idea fondante, chi se ne senta il garante. Raccogliendo l’insieme degli scritti che parlano di questo periodo cruciale, si vede come il contenuto che Dehon dà alle sue costituzioni sulla riparazione e l’immolazione, viene esclusivamente da Madre Ulrich, e poi da Suor Ignazia. In maniera evidente il tipo di sacerdote che qui è coltivato, virtuoso fino alla santità, generoso nel sacrificio di sé, eroico, in cerca di una perfezione irrealizzabile, corrisponde essenzialmente a quello che era preparato nei seminari francesi dell’epoca. Ora, è questo tipo di modello che Dehon denuncia fin da Roma, poiché manca di equilibrio. Esso si inscrive perfettamente nella continuità monastica da cui precisamente, lo abbiamo visto, Dehon vuole uscire. Trascurando la formazione intellettuale, esso non può produrre uomini che siano a pieno titolo nella società da evangelizzare. Allora Dehon è stato ingannato per mancanza di discernimento?

Quanto meno, egli si impegna su un’ambiguità che non sospetta e di cui non può misurare le conseguenze, che però appariranno progressivamente. Questa ambiguità sarà una vera spina nel fianco della sua congregazione che, a seconda delle circostanze e delle evoluzioni, sarà sballottata ora da una parte, ora dall’altra, senza arrivare veramente, per alcuni decenni, all’indispensabile punto di equilibrio.

Per il momento, il sac. Dehon entra nei modi di vedere della superiora in maniera ancora un po’ formale, poiché non ne conosce molto bene l’insieme della dottrina spirituale. Ne scoprirà progressivamente gli elementi attraverso i loro numerosi colloqui.

Egli è del tutto solo in questa folle impresa, appoggiato unicamente da alcune religiose di quasi clausura. I suoi genitori, di nuovo, non comprendono questa scelta e si inquietano per l’avvenire del figlio. Ma già la decisione è presa: dal 16 al 31 luglio egli si ritira presso le Ancelle per scrivere le prime costituzioni.

Il collegio S. Giovanni

D’altra parte, con lo stesso coraggio ed entusiasmo, egli si mette in cerca di un locale per il suo futuro collegio. Non si può che ammirare l’atto di fede di Dehon nel fondare nel 1877 un collegio cattolico. Dopo le elezioni del 1876, i Repubblicani sono in maggioranza alla camera dei deputati. Sotto la spinta di Gambetta in particolare, che il 4 maggio 1877 proclamava all’Assemblea Nazionale il clericalismo, ecco il nemico, si sviluppa una politica che cerca di allontanare la Chiesa dalla vita pubblica e da tutte le istituzioni sociali. Il primo successo saranno proprio i decreti del 1880, che interdicono l’insegnamento a circa trecento congregazioni.

Decidendo di fondare un collegio - il solo elemento conosciuto e pubblico del suo progetto - Dehon subirà in pieno la guerra scolastica e una buona parte della popolazione di S. Quintino, che prima lo appoggiava, si distaccherà da lui. Mentre l’opera S. Giuseppe, essenzialmente sociale, creava l’unanimità e conferiva al suo direttore stima e merito, con la fondazione del S. Giovanni, il Dehon avrà contro tutti i repubblicani laici.

Il 14 luglio egli compra una piccola pensione per studenti, la casa Lecompte, grazie segnatamente all’aiuto finanziario della Madre Ulrich. Eccolo dunque alla testa di un’opera supplementare che andava creata dal nulla. Lui che si lamentava di essere già esaurito, cosa ci guadagna a sovraccaricarsi così? Un esaurimento ancora più grave? La sua salute peggiorerà, inizieranno gli sbocchi di sangue, tanto da destare serie preoccupazioni per il futuro. Ma egli lavora tutta l’estate a questo progetto, con l’aiuto delle religiose, in modo che in ottobre possa aver luogo l’ingresso dei primi alunni al S. Giovanni. E poi fino al 1893 egli assicurerà la direzione di questo istituto scolastico, che sarà un riferimento importante tanto per la città di S. Quintino quanto per la diocesi di Soissons. Per svilupparlo vi investirà una parte della sua fortuna personale. Di conseguenza, il collegio diventa sua proprietà personale, cosa che gli permetterà di sfuggire ai rigori delle leggi sull’interdizione che colpiva i membri delle congregazioni religiose.

Agli occhi del fondatore dei dehoniani il collegio S. Giovanni rappresenta la grazia degli inizi. È stato infatti il primo rifugio dell’opera, secondo la sua espressione. È il tempo privilegiato dell’accoglienza e della disponibilità, in cui il futuro non si confronta ancora con alcuna tradizione (o eredità) più o meno pesante. Per P. Dehon comincia qui un nuovo periodo della sua vita che è un inizio assoluto: l’avvio di una congregazione religiosa dai contorni molto imprecisi. Quando nella notte del 29 dicembre 1881 una parte dell’edificio è in preda alle fiamme a causa di un’imprudenza di un educatore, P. Dehon è distrutto. È la grande prova. Però, malgrado la sua prostrazione, egli vi discerne un segno dal cielo che gli dà il coraggio di ricominciare.

Abbiamo creduto, nella semplicità della nostra fede, di poter considerare come un segno provvidenziale il fatto, notato da tutti, che le fiamme si sono fermate davanti alla statua del Sacro Cuore, rispettando completamente l’arcata che la proteggeva.

Come ho già sottolineato, P. Dehon è solo, nel cominciare la sua avventura. Sa però di poter contare sull’appoggio totale, anche materiale e finanziario, della comunità delle Ancelle del Sacro Cuore, che inizia a chiamare le nostre suore. Verrebbe da domandarsi, retrospettivamente, se egli avrebbe potuto intraprendere un’opera simile senza tale appoggio. La risposta, per il fondatore, non dà adito a dubbi. Meditando, qualche anno più tardi il mistero della Visitazione, egli paragona alla mediazione della Vergine la presenza delle suore al suo fianco. Ascoltiamo questo sorprendente parallelo:

Omnia per Mariam, tutto ci viene attraverso Maria. Questo mistero della provvidenza si realizza in maniera del tutto particolare per noi nella nostra opera. Le nostre suore con le loro preghiere, i loro sacrifici e anche i loro consigli sono gli strumenti di tutti i progetti dell’opera. Questa fede speciale è una condizione di conservazione e di avanzamento.

Leone Dehon è dunque solo a cominciare il 31 luglio 1877 il suo noviziato. Egli prende come nome di religione Jean du Cœur de Jésus (Giovanni del Cuore di Gesù). Non ha altro maestro dei novizi che Cristo stesso. Con il senno di poi possiamo aggiungere e Madre Ulrich, della quale sappiamo ormai il ruolo determinante che ha svolto tanto nella fondazione quanto nel suo cammino spirituale. Lui stesso non lo nasconde, del resto. Di questo primo anno dice:

È soprattutto nei miei colloqui con le nostre buone Suore che vivevo lo spirito dell’opera. Andavo spesso, malgrado le mie occupazioni, a celebrare la Messa da loro. Ero il loro confessore, il loro direttore. Mi intrattenevo spesso con la Cara Madre. I nostri pensieri sull’opera erano gli stessi. È così che mi ancoravo sempre più nelle mie risoluzioni e nella mia fiducia verso la volontà di Dio per la fondazione dell’Opera.

Questa citazione è abbastanza insolita e merita di essere sottolineata: per Benedetto, Francesco, Domenico, Ignazio, Alfonso de Liguori e tanti altri, vengono prima i collaboratori o i discepoli, e solo in un secondo momento la fondazione si struttura. Questo processo si inverte nel caso di Dehon; i discepoli verranno successivamente. D’altra parte, non è raro trovare nella storia della Chiesa situazioni simili a questa di Dehon e Madre Ulrich. Alcune donne hanno svolto ruoli non trascurabili accanto a fondatori, così Scolastica con Benedetto, Chiara con Francesco, o Giovanna di Chantal con Francesco di Sales. Nulla di sorprendente quindi, a condizione di delineare bene i ruoli e le influenze di ogni protagonista.

La congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore è dunque nata da un triplice incontro: P. Dehon, Madre Ulrich e mons. Thibaudier. Ognuno porta un progetto e questi tre progetti si incrociano nel 1877 a S. Quintino, in un primo momento senza preoccupazione di coerenza: il desiderio dehoniano di un sacerdozio consacrato nella vita religiosa, la prospettiva di una congregazione di sacerdoti vittime e, infine, il desiderio episcopale di un collegio cattolico. P. Dehon assume l’insieme con la generosità che gli è riconosciuta, senza cercare di unificare queste prospettive che vengono da orizzonti diversi, ma si intersecano tuttavia con il sacerdozio. Ogni progetto definisce in un modo o nell’altro un rapporto col sacerdote. C’è in effetti un filo che corre tra questi tre progetti, e che circola tra essi. A mio avviso, qui sta la ragione per cui Dehon vi si impegna risolutamente. Egli è convinto che potrà unificare spiritualmente queste diverse prospettive, di cui ancora non misura le divergenze. Una nota del 16 febbraio 1886 lo dimostra chiaramente:

Sacerdote del Sacro Cuore, sacerdote vittima, vero sacerdote, è tutt’uno. È questo che bisogna essere. Questa grazia è necessario che io ottenga per tutto il mio mondo.

 

 

3
False partenze e risurrezione

Fino a quel momento, la vita aveva sorriso a Leone Dehon. Aveva fatto studi brillanti e i suoi primi anni di ministero gli erano valsi successo e stima generale. Non sarà più lo stesso dopo la fondazione del collegio S. Giovanni e della congregazione. A causa di un sovraccarico di lavoro la sua salute è minacciata gravemente, al punto che chi gli sta accanto teme per la sua vita.

D’altra parte la natura stessa di questa fondazione situa P. Dehon al centro di un conflitto politico e culturale che divide profondamente la società francese dell’epoca. Aprendo una scuola cattolica, ha uno scontro frontale con una delle rivendicazioni maggiori della III Repubblica, ossia la laicità della scuola. Questa è voluta come un simbolo dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla cultura e alla promozione sociale, come garante di una società liberata dall’influenza della Chiesa cattolica. La laicità realizza il programma dell’Illuminismo, che rivendica l’autonomia del politico in rapporto al religioso. Così, per la natura della sua fondazione, Dehon vive e soffre la profonda frattura che divide la Chiesa del suo tempo da tutta una parte della società. Con il suo impegno sociale, egli cerca proprio di superare queste divisioni. Più tardi si impegnerà risolutamente per favorire l’accettazione della Repubblica, (il ralliement) da parte dei cattolici francesi, e così ridare una posizione sociale e pubblica alla Chiesa. Ecco un altro esempio delle incoerenze, delle tensioni, che costellano il percorso dehoniano. Non bisogna prenderle come vicoli ciechi o contraddizioni, ma come gli innumerevoli meandri di un’esistenza che si è trovata ad affrontare le grandi questioni di un’epoca ricca di contrasti e di continui contraccolpi.

Il 28 giugno 1878, festa del Sacro Cuore, Leone Dehon fa la professione nel piccolo oratorio del collegio S. Giovanni. Ai tre voti tradizionali aggiunge quello di vittima, nella logica del progetto di Madre Ulrich. Questo è veramente il giorno in cui nasce la congregazione. Porta il nome di Oblati del Cuore di Gesù. Si compone di un solo religioso: il fondatore, padre Jean du Cœur de Jésus. La cerimonia fu delle più discrete e il numero dei presenti ridotto a due suore Ancelle, due postulanti che non persevereranno e il sacerdote Adriano Rasset, suo primo e fedele discepolo, colui sul quale il fondatore potrà sempre contare. È nelle mani dell’arciprete della città, delegato del vescovo, che P. Dehon emette i suoi primi voti. Il vescovo, che comunque si trova a S. Quintino, non ha ritenuto opportuno riceverli lui stesso. Non è un indizio supplementare della distanza che il vescovo prende in rapporto alla fondazione della congregazione?

Per P. Dehon questa prima professione è un dono senza riserve, sul quale non ritornerà mai. La consacrazione è decisiva e definitiva. Tanto più che egli si sente incoraggiato, confortato nella sua via da avvenimenti eccezionali che si svolgono al convento delle suore. Una religiosa di grandissimo fervore, Suor Ignazia, dice di avere delle rivelazioni che incoraggiano e confermano la fondazione. Il primo messaggio porta la data del 2 febbraio 1878 e il suo contenuto, che è indirizzato al fondatore, è dei più espliciti. Voglio, sì voglio sacerdoti vittime. Diglielo (a P. Dehon). Farò tutto io. Lui deve solo essere docile alla mia voce e alla mia grazia. Il tono è dato e il fondatore è invitato alla disponibilità!

L’utopia degli inizi

La religiosa si apre, riguardo a questi avvenimenti, con la sua superiora, la quale poi ne parla a P. Dehon. L’uno e l’altra vi vedono un’approvazione celeste della loro fondazione, della giustezza dell’impresa. Si sentono entrambi fortemente incoraggiati nella via vittimale della generosità e del sacrificio. Si crea subito intorno a Suor Ignazia, che P. Dehon considera come una seconda Margherita Maria, un clima di emotività, di entusiasmo, di esaltazione. Si è persuasi che vi sia comunicazione diretta con il cielo, che Nostro Signore detti lui stesso le sue istruzioni riguardanti la fondazione dehoniana. Fenomeni inspiegabili accompagnano questi messaggi, redatti in tedesco perché Suor Ignazia è di origine e di cultura tedesca. Un’altra religiosa li traduce in francese. Ora accade, come per il curato d’Ars, che la penna della religiosa traduttrice le si pieghi tra le mani. Non si può che vedervi l’azione del demonio, che vuole impedire la comunicazione celeste.

In questo ambiente chiuso, fervente dal punto di vista religioso, Suor Ignazia è riconosciuta messaggera, alla quale si confidano domande e interrogazioni, dalla quale si attendono le risposte appropriate. La Superiora e P. Dehon volevano così tanto che la loro opera fosse divina, ossia direttamente ed esplicitamente voluta da Dio, che lui stesso, attraverso la sua messaggera Suor Ignazia, ne definisce il contenuto e le finalità.

Assistiamo qui a un formidabile fenomeno di livellamento, che amalgama soprannaturale e convinzione interiore al punto da confondere progetti religiosi umani, per quanto nobili ed eminenti, con il piano stesso della provvidenza divina. Segno di una fede autentica, profonda, ma anche di una credulità ingenua e sprovveduta. Come comprendere una tale sbandata? P. Dehon, che ha tanto cercato la sua via, consultato tante personalità religiose, bussato a tante porte, ha bisogno di rassicurazione e di autenticazione, come tutti i caratteri influenzabili. Vuole essere certo di essere nel vero, ossia di compiere la volontà di Dio.

Suor Ignazia è in qualche modo la voce che lo conforta nelle sue scelte. E lui accetta il messaggio della suora come autenticamente divino. A partire dalle istruzioni che gli vengono trasmesse, egli elabora un contenuto ascetico per la sua fondazione religiosa: e così in un documento redatto ad uso dei suoi religiosi, cioè il direttorio spirituale, egli potrà definire ciò che intende per riparazione, vittima, immolazione, dando in questo modo un’etichetta quasi divina a dei modi di vedere molto diffusi nell’ambiente devoto della corrente vittimale. Nel febbraio 1891 Dehon si trova a Roma; rinnova il suo ritiro annuale presso i Padri Passionisti. Ritorna indietro nella memoria e confida senza la minima esitazione:

Nostro Signore è diventato lui stesso il mio direttore da tredici anni. Lui ha fondato l’opera. Me ne ha dettato lo spirito e lo scopo attraverso la sua fedele serva, Suor Ignazia.

Evidentemente queste rivelazioni, che si scaglionano in diversi anni, contribuiscono a creare un clima di grandissimo fervore tanto presso le suore quanto nella giovane congregazione dehoniana. È più che l’euforia degli inizi. Ogni 2 febbraio è un anniversario importante per Dehon, un giorno di grazia in ricordo delle prime comunicazioni del 1878. Per lungo tempo egli conserverà la nostalgia di questo periodo, così eccezionale ai suoi occhi. Anche nell’aprile 1890 scrive:

Le feste di Pasqua non sono per me la risurrezione. Attendo sempre il ritorno delle grazie primitive e dell’antico fervore nell’opera.

Parallelamente nasce però un clima un po’ irreale, per certi versi ambiguo e malsano. Questo piccolo gruppo di alcune persone ha la tendenza a vedere e a volere la società, la Chiesa, a immagine e misura della propria soggettività. P. Dehon è persuaso di vivere, secondo la sua espressione, nel soprannaturale divino. Si stupisce che sia possibile non condividere le sue convinzioni. Si indigna che nella città di S. Quintino, nella quale questi avvenimenti hanno finito per essere divulgati, circolino voci e sussurri che mettono in causa l’autenticità dei fatti. Tanto più che tra l’agosto 1879 e l’aprile 1880 quattro giovani Ancelle muoiono inopinatamente e in maniera inspiegabile. Per Dehon sono vittime volontarie. All’esterno però ci si interroga, mettendo in questione lo stile di vita troppo austero del convento. La stampa, in particolare anticlericale, si mette di mezzo. La buona reputazione della comunità ne soffre e, di riflesso, quella del collegio S. Giovanni, dato che il suo direttore è coinvolto nella questione.

Mons. Thibaudier, che in un primo momento mira al successo di S. Giovanni, comincia ad interrogarsi. Di fronte a Suor Ignazia, egli raccomanda la massima prudenza; rifiuta di pronunciarsi sulla natura dei messaggi, qualunque sia d’altra parte l’esemplarità di vita della religiosa. Resta infatti possibile quella che in una lettera egli chiamerà l’illusione di una bella, casta, ma fragile e vivace natura. E più gli avvenimenti si sviluppano, più la riserva del vescovo cresce. La sua reticenza è inversamente proporzionale all’entusiasmo di P. Dehon. Gli chiede anche di non riferirsi a queste rivelazioni per il governo della congregazione. P. Dehon non capisce più il suo vescovo. Tanto più che questi, in una lettera del 5 luglio 1881, dà come consegna stretta quella di vigilare in via prioritaria sul buon funzionamento della scuola:

L’opera capitale del momento deve essere il collegio S. Giovanni: questa è la missione che io do.

Il caso di Suor Ignazia sarà il primo punto di frizione tra Mons. Thibaudier e P. Dehon. È l’inizio di un germe di incomprensione. Eppure in un primo momento i due uomini si erano apprezzati. Appena arrivato in diocesi, Mons. Thibaudier (lo abbiamo detto in precedenza) aveva nominato Dehon, giovane vicario di trentatré anni, canonico onorario. Tutti comprendono che il nuovo vescovo apprezza l’impegno e lo zelo apostolico del giovane sacerdote, che appoggia le sue iniziative e conta un po’ su di lui per far uscire la sua diocesi da una pericolosa situazione di sonnolenza. Si noterà la stessa fiducia al momento della fondazione di S. Giovanni.

Nel caso attuale, i due uomini non perseguono esattamente lo stesso scopo, come abbiamo già sottolineato in precedenza. Tutto avviene come se il caso di Suor Ignazia fosse stato il rivelatore di tali ambiguità. Esso minerà, in ogni caso, la buona intesa e la fiducia tra di loro.

Nella posta scambiata, il vescovo richiama P. Dehon alla prudenza, per non nuocere alla buona reputazione del S. Giovanni e per non attirare l’attenzione dei pubblici poteri che, dopo la vittoria della sinistra nel 1879, hanno avviato una politica di lotta contro le scuole cattoliche e le congregazioni che le dirigono. Di fronte a questa offensiva laica anticlericale, che P. Dehon chiamerà la Kulturkampf francese in riferimento alla politica aggressiva di Bismarck nei confronti dei religiosi in Prussia, il superiore di S. Giovanni si interroga sulla condotta da tenere. Deve sottomettersi alle autorizzazioni amministrative richieste, in accordo con i decreti del marzo 1880?

Il vescovo, consultato, gli consiglia di non fare alcun passo. Questa politica del morto funziona e P. Dehon non viene infastidito. Evidentemente per le autorità locali il collegio S. Giovanni non è considerato una scuola di congregazione, ma un’opera diocesana. Non c’è mai stato ufficialmente un discorso di congregazione, per rispettare il desiderio di discrezione del vescovo in materia. Al di fuori della cerchia di alcuni iniziati, Dehon è il direttore del S. Giovanni. Il grande pubblico ignora tutto del fondatore di congregazione!

Per essere tuttavia pronto ad ogni eventualità, di fronte alle minacce politiche che aleggiano sulle congregazioni religiose, P. Dehon si preoccupa comunque di trovare una destinazione e un punto di accoglienza all’estero. Riflesso che è, evidentemente, frutto della sua formazione aperta sull’universalità ecclesiale. Nel dicembre 1882 apre una comunità nel Limburgo olandese, a Sittard. Il vantaggio è duplice, poiché questa casa, situata lungo il confine tedesco, avrebbe potuto accogliere anche cittadini di questo paese, cosa che non mancherà di accadere. A partire dal 1883, Sittard diviene il noviziato della congregazione, con disappunto del vescovo di Soissons, che non apprezza affatto questa uscita fuori dalla sua diocesi. Secondo lui infatti la società di P. Dehon deve rimanere diocesana. Ma allora, soltanto in teoria essa avrebbe uno statuto propriamente religioso? Così quando P. Dehon chiede al vescovo la possibilità di aprire una casa di studi per i giovani candidati a Lilla, questi dà il suo consenso a condizione di presentarli come chierici della diocesi di Soissons.

D’altra parte Dehon resta canonico ed è trattato come tale, benché religioso. Si ha come l’impressione che P. Dehon, almeno nei primi anni della sua fondazione, sia religioso a titolo privato. È la conseguenza della richiesta episcopale di non divulgare la fondazione della congregazione. Ed è sempre vero che Dehon è più conosciuto come attore e scrittore sociale che come fondatore di congregazione. Nei congressi e nelle assemblee che frequenta, è presentato come il Canonico Dehon e anche per molti storici egli resta, ancora oggi, il canonico Dehon e non si conosce di lui che la sua attività di prete democratico.

Più curiosamente, il P. Dehon stesso sembra obbedire, almeno all’inizio, a questo riflesso. Le sue prime pubblicazioni sono firmate sacerdote Dehon - come avverrà nel 1887 per L’Éducation et l’enseignement selon l’idéal chrétien - o canonico Dehon per il Manuel social chrétien (1894) e L’usure du temps présent (1895). Soltanto nelle pubblicazioni seguenti P. Dehon farà menzione della sua qualità di superiore generale dei Sacerdoti del Sacro Cuore. Non c’è dubbio che una tale oscillazione di termini e di denominazioni non ricadrà sulla natura stessa della fondazione dehoniana, la cui immagine di marca rimane imprecisa.

Queste fluttuazioni di linguaggio rivelano le esitazioni, i tentativi, le indecisioni degli inizi. Sarebbe illusione credere che tutto sia netto e preciso fin dall’inizio. Per Dehon il 1877 segna l’inizio di un’avventura della quale tutti i particolari non sono né intravisti né valutati nella giusta misura. Tutto è in cantiere e in speranza... Per molto tempo la vita e l’opera di P. Dehon saranno percepite in maniera scissa dai suoi contemporanei: ora direttore di un grande collegio, ora conferenziere e scrittore sociale, ora fondatore di congregazione e autore spirituale. Probabilmente è necessario coniugare questi diversi aspetti per penetrare il segreto di questa personalità e l’originalità della sua opera.

L’affare Captier

I primi compagni di P. Dehon sono, per la maggior parte, originari della diocesi di Soissons o del nord-est della Francia. Nel novembre 1880, il fondatore accetta come novizio un candidato originario di Saône-et-Loire, caldamente raccomandato da Suor Ignazia. Si tratta di padre Captier, 49 anni di età, che ha passato una decina d’anni con i Missionari del Sacro Cuore di Issoudun. P. Dehon non si informa affatto su questo candidato, che i suoi vecchi confratelli descrivono intelligente, ma esaltato, incapace di condursi e di condurre altri. Padre Captier aveva lasciato la sua precedente congregazione perché voleva creare un Ordine del Sacro Cuore, che ora crede di trovare nella fondazione di P. Dehon. Dopo un noviziato abbreviato, è nominato superiore della scuola apostolica di Fayet appena aperta vicino a S. Quintino, essendo uno dei rari religiosi ad avere il diploma accademico per diventare responsabile di una scuola.

Nel frattempo riprende il suo vecchio progetto e si mette a scrivere un direttorio per novizi, alcune costituzioni del suo Ordine del Sacro Cuore che ipotizza a tre rami maschili e diversi femminili e compone una moltitudine di preghiere e meditazioni. Tutta questa letteratura è segnata dal marchio della stravaganza, dell’esagerazione; anche perché si qualifica come ispirata da voci angeliche che egli pretende di udire. Così, quando è nominato responsabile della scuola, la battezza angelica. E in breve anche uno degli alunni pretende a sua volta di udire voci angeliche.

Ecco dunque P. Dehon preso in una rete di comunicazioni celesti che si amplificano e finiscono col mettere il vescovo in imbarazzo. È evidente che il comportamento quasi patologico di questo illuminato che era padre Captier fu la goccia che fece traboccare il vaso; ma non è meno vero che Mons. Thibaudier, fin dall’inizio, si interrogava sul caso di Suor Ignazia e sulla credulità di P. Dehon in materia. D’altro canto, sempre aveva espresso riserve sul quarto voto, quello di vittima, che P. Dehon voleva introdurre nelle sue costituzioni. Come definire il contenuto di un simile voto? E moltiplicando le raccomandazioni di prudenza e di pazienza, esorta il superiore a consultare Roma a riguardo. Lui stesso, da uomo saggio qual era, non voleva troncare la questione. Quando era ausiliario a Lione infatti era entrato in conflitto con Madre Veronica, fondatrice delle Suore Vittime, delle quali abbiamo già parlato. E Roma gli aveva dato torto. Scottato una volta, il vescovo preferisce, nel caso attuale, rimettersi direttamente alla Santa Sede. E dovendo recarsi a Roma all’inizio del 1882, chiede a P. Dehon di redigere una breve memoria sugli Oblati del Sacro Cuore, sotto forma di indirizzo al Papa per sollecitare la sua benedizione. Lui stesso vi aggiungerà una copia delle costituzioni, alcune comunicazioni celesti di Suor Ignazia e altre carte. In breve, egli raccoglie tutto un dossier, che più tardi P. Dehon giudicherà molto pesante e sproporzionato, e lo porta a Roma. Alla fine di marzo una risposta parziale arriva da Roma. Essa raccomanda la massima prudenza per quanto riguarda le rivelazioni di Suor Ignazia e chiede di rimettersi al solo giudizio del vescovo per il governo della congregazione, in attesa di un esame approfondito del dossier da parte del Sant’Ufficio.

Nel frattempo si aggiunge l’affare Captier, che non fa che appesantire il dossier. Il vescovo è sempre più inquieto e anche seriamente irritato, al punto da rendere tese le relazioni con il superiore del S. Giovanni, il quale a sua volta richiama fermamente il padre Captier alla misura. Diffidate del vostro giudizio e siate obbediente, gli scrive l’8 maggio 1883. Inutilmente. Il vescovo, dal canto suo, raccoglie un nuovo dossier con elementi inediti sul comportamento di padre Captier e lo invia all’arcivescovo di Reims, che mette all’opera una commissione per studiare i documenti. Di fronte alla complessità della questione, la commissione nel febbraio 1883 decide di inviare tutto a Roma.

Alla fine di giugno P. Dehon riceve una comunicazione che gli chiede di venire a spiegarsi al Sant’Ufficio. Un tale spostamento a quel punto dell’anno scolastico sembra impossibile al responsabile del collegio. Egli fa rinviare la data e si reca a Roma in settembre. Vi resterà un intero mese, a disposizione del commissario del Sant’Ufficio Mons. Sallua, che istruisce il suo dossier. In lunghi e numerosi colloqui, P. Dehon dispone di tutto il tempo per fornire tutte le spiegazioni richieste e difendere quello che ritiene essere giusto.

Ascoltiamolo descrivere lui stesso questo momento particolarmente doloroso della sua vita. Si sente nella posizione dell’accusato, mentre ritiene di essere nel suo buon diritto.

Andai molte volte dal commissario del Sant’Ufficio Mons. Sallua per rispondere ai suoi interrogatori. Giurai di mantenere il segreto, e suppongo che questo mi obblighi sempre. Non posso quindi annotare alcun dettaglio. Credevo alla realtà delle rivelazioni di Suor Ignazia. Difendevo il mio sentimento.

Questi numerosi interrogatori finiscono per risvegliare in Dehon qualche sospetto. Un dubbio comincia ad insinuarsi nel suo spirito. Tanto più che egli si rende conto che attorno a lui c’è molto riserbo sull’esito del suo caso. È particolarmente colpito dallo scetticismo di cui dà prova il superiore del seminario francese sugli avvenimenti del convento delle Suore Ancelle e su quelli di Fayet. Prende coscienza che la questione di tali rivelazioni alla fine rimbalza sulla stessa congregazione al punto che alcuni cominciano a interrogarsi sulla sua natura e sul suo buon fondamento.

Alla fine di settembre egli è invitato a tornare a S. Quintino e di attendere la decisione del Sant’Ufficio. Ritorno triste di chi si pone mille domande alle quali non può rispondere perché sa che la sua sorte dipende da un altro. Per l’anima sensibile che era in nostro fondatore, questo tempo di attesa fu tempo d’angoscia, un’angoscia che si nasconde dentro di lui per distillare il dubbio e la disperazione. Fin dal suo arrivo a S. Quintino, egli si apre a tale riguardo con il suo vescovo e si lamenta con lui di avere ingiustamente aggravato la sua posizione, aggiungendo al dossier la documentazione Captier, nonché lettere e pareri a lui sfavorevoli. È interessante conoscere la condizione di spirito del vescovo in quel momento preciso. Egli reagisce alla lettera di P. Dehon in una corrispondenza indirizzata all’arciprete di S. Quintino per discolparsi delle accuse che gli sono rivolte. Questa missiva testimonia, d’altra parte, che la situazione era molto deteriorata e che richiedeva una decisione urgente.

Il buon superiore mi scrive - senza amarezza, è vero - che l’ho un po’ attaccato. Non ho attaccato le loro persone, che stimo e amo molto; ne ho parlato in termini di alta stima e di grande affetto, e ho chiesto che si sia molto paterni verso di loro, ma ho detto e dovevo dire il mio pensiero sulle cose che, da cinque anni a questa parte, sono state oggetto per me di tanti dubbi, perplessità e riserve... Quello che desidero soprattutto è che abbiamo una linea di condotta chiara e che tutti siano incoraggiati al bene.

Consummatum est

È l’8 dicembre 1883 quando il P. Dehon apprende, tramite il suo vescovo, la decisione del Sant’Ufficio. La congregazione degli Oblati del Cuore di Gesù è sciolta e il superiore deve rimettersi totalmente, per il suo futuro, al suo vescovo. Oltre a ciò, la sentenza romana dichiara che le comunicazioni di Suor Ignazia non devono essere considerate rivelazioni divine. Vengono inoltre impartite disposizioni pratiche: P. Dehon non deve più avere rapporti con il convento delle Suore Ancelle e Suor Ignazia deve essere allontanata da S. Quintino.

Fu lo choc e la prostrazione. Per P. Dehon la decisione romana equivale ad un decreto di morte. È del resto significativo constatare che, per dipingere il fatto e indicare i suoi sentimenti, egli utilizza la parola di Cristo in croce, riportata da san Giovanni, il suo evangelista preferito: tutto è compiuto - consummatum est. È sotto questa definizione scritturale che la condanna è rimasta nella memoria della congregazione.

La sentenza romana lo lascia come morto, in una sorta di stato che scollega la personalità dalla realtà circostante. Con la sua sobrietà abituale e questa mescolanza di realismo, di piccoli dettagli che potrebbero far dimenticare l’abisso di sofferenza e il totale smarrimento, P. Dehon ci spiega:

Ho ricevuto questo decreto di morte nella bella festa dell’8 dicembre. Ero atterrato e distrutto. Mi ero dunque sbagliato. Che cosa ne sarebbe stato di me? Mi restava il collegio S. Giovanni, ma non erano in quello le mie inclinazioni e la mia vocazione. L’avevo fondato soltanto per velare il resto. Non potrei sostenerlo senza l’opera religiosa, perché i professori mi costerebbero troppo e non ne troverei. Verrei screditato. Ero coperto di debiti e senza rimedio. Come religioso avrei potuto questuare, ma come capo d’istituto non avrei più potuto farlo.

E aggiunge la sua fiducia straziante ma essenziale:

Dio sa quello che ho sofferto in quei giorni di morte. Senza una grazia speciale avrei perduto la ragione o la vita.

L’uomo è dunque, come dice lui stesso, letteralmente a terra. Il religioso tuttavia sopravvive. Inquadra questo racconto di tempesta e di tormenta conservandogli questa piccola virtù speranza, cara a Péguy, che non dispera di alcuna situazione. L’inizio del racconto parte dalla bella festa di Maria nella sua Immacolata Concezione. E alla infine evoca la grazia speciale di Dio che gli consente di evitare il risultato fatale.

Per tutta la vita P. Dehon tornerà sul fatto, rimuginandolo a volontà. Non comprenderà mai, in effetti, la condanna romana. Essa è, ai suoi occhi, ingiusta. Roma insufficientemente informata, confondendo il caso Captier con quello di Suor Ignazia, ha valutato male la situazione. Questa condanna, per il Romano convinto che è, è però un colpo terribile. Tanto più che questi fatti sembrerà che gli si incollino alla pelle, perché Roma ha la memoria lunga! Quando nel 1892 egli chiede di ritornare al nome originario o quando nel 1906 sollecita l’approvazione definitiva della sua congregazione, il Sant’Ufficio tira fuori di nuovo il caso e moltiplica le obiezioni. Questa condanna lo segna a vita.

Ero uscito dalla crisi distrutto, confesserà più tardi, e questo sarebbe durato tutto il resto della mia vita.

P. Dehon è lacerato nelle sue convinzioni, nella sua personalità profonda. Il suo avvenire, i suoi progetti, ai quali ha sacrificato carriera e onori, sono distrutti, e sulla sua esistenza cala la notte del dubbio e della disperazione. Gli avvenimenti gli impongono di fare il punto per rivalutare tutte le sue scelte e i suoi impegni. È in questo lavoro di rilettura del suo passato, che durerà anni, che P. Dehon opererà le necessarie chiarificazioni, che riequilibreranno la sua esistenza e salveranno la sua opera.

Ogni rilettura è giustificazione. Sarà proprio così per P. Dehon nelle sue monumentali Memorie (Notes sur l’Histoire de ma Vie), delle quali intraprende la redazione nel marzo 1886; un lavoro che coprirà più di dieci anni. Sono pagine di storia che ripercorrono il suo passato e quello delle sue opere. Attraverso esse, tuttavia, l’autore ricerca una terapia per superare lo choc della condanna romana. In centinaia e centinaia di pagine, che sono una miniera per lo storico, P. Dehon si spiega con se stesso. Questo dibattito, che non può che sfociare in un chiarimento, era necessario per assicurare il futuro.

Sappiamo che P. Dehon ha bisogno di essere confermato nelle sue scelte. Questo tratto del suo carattere lo chiude in una logica dell’autenticazione e del meraviglioso. E allora è in ambienti sensibili a tutto ciò che esce dall’ordinario, come associazioni o congregazioni riparatrici, o presso personalità reputate per il loro dono di chiaroveggenza come Don Bosco o la stimmatizzata belga Louise Lateau, che P. Dehon cerca appoggio e conferma delle sue intuizioni, delle sue scelte. Suor Ignazia appartiene a questa rete e adempie a questa funzione.

Si resta un po’ sorpresi da un certo candore di P. Dehon, una facilità a confondere meraviglioso e soprannaturale, come se il giurista preciso e minuzioso avesse, in alcuni campi, conservato un’anima di bambino. Mons. Duval, successore di Mons. Thibaudier a Soissons, in una sua lettera descrive in questi termini il P. Dehon: un uomo intelligente, attivo, un po’ portato al misticismo. Del resto il fondatore è perfettamente cosciente del suo gusto per il meraviglioso e il soprannaturale. Non percepisce tuttavia questo tratto come un difetto. Sa anche che gli si rimprovera di essere troppo credulo per i fatti meravigliosi. Di fronte a questa critica, P. Dehon si giustifica invocando sant’Alfonso de Liguori, fondatore dei redentoristi, al quale veniva rimproverato lo stesso difetto e che rispondeva:

Preferisco sbagliarmi credendo troppo ai miracoli e alle estasi piuttosto che non credervi; poiché la fede allarga il cuore dell’uomo alla dimensione dell’amore divino, mentre la prudenza umana in genere lo restringe.

La decisione di Roma apre questa morsa di meraviglioso e di soprannaturale che avrebbe condotto la fondazione a un vicolo cieco. In questo senso, si può dire che essa salva l’opera di Dehon e le apre un futuro. Roma lo fa due volte, fermando un’esperienza le cui basi erano troppo eccentriche e dando il 28 marzo 1884 l’autorizzazione per una nuova congregazione con un nuovo nome e sotto la direzione effettiva del vescovo del luogo. Quel giorno segna la data di nascita dei Sacerdoti del Sacro Cuore.

Può stupire il comportamento di Roma, che, dopo aver condannato, quattro mesi più tardi autorizza una nuova partenza. Che cosa può aver motivato... non questa inversione, perché la cosa interdetta rimane tale, ma questa indulgenza? Tutto lasciava supporre che, dopo la condanna, il caso Dehon fosse, agli occhi di Roma, definitivamente archiviato. Ma mons. Thibaudier era stato sorpreso dalla severità del giudizio. Conoscendo le persone in causa, egli sapeva il loro valore e la loro sincerità. Come aveva suggerito nella lettera citata, esse meritavano maggiore attenzione e riguardo. Egli, inoltre, si rimprovera la sua mancanza di discernimento e di fermezza. Se avesse seguito meglio il cammino di P. Dehon, forse si sarebbe potuta evitare la catastrofe. E infine si preoccupa del futuro di S. Giovanni. Per tutte queste ragioni egli intraprende subito dei passi a Roma per salvare il progetto dehoniano, ma su altre basi e secondo nuove prospettive. La cosa più straordinaria è che egli riesca a vincere la causa così rapidamente. È vero, d’altronde, che la più totale sottomissione di P. Dehon aveva impressionato sia Roma e che Soissons. E Mons. Thibaudier, come il suo successore Mons. Duval, nella loro corrispondenza, si compiacciono di sottolineare la perfetta obbedienza, la completa docilità di P. Dehon.

Il lavoro di rilettura

Ad ogni modo, dopo quattro mesi di tenebre e di vuoto, l’opera rinasce. P. Dehon chiamerà questa nuova partenza la risurrezione. Di certo apprende con gioia e sollievo la decisione di Roma, ma l’uomo resta ferito. Non c’è più l’entusiasmo, il fervore della prima partenza. Il testo stesso delle sue Memorie che descrive questo periodo respira la stanchezza, il poco entusiasmo.

La piccola opera riviveva. Era una nuova Betlemme. Diventavamo società diocesana, non eravamo mai stati altro in diritto, e avremmo sempre potuto in futuro, come ogni società diocesana, diventare una congregazione più estesa.

Per lui, in effetti, l’affare è lungi dall’essere sistemato. La ferita interiore dell’interrogazione, della messa in questione, non è meno viva. La rilettura dell’avvenimento e della sua vita interiore non è che agli inizi. Progressivamente una convinzione di fondo deriva da questo processo. Roma ha giudicato male la questione prestando fede a testi diversi, alcuni dei quali erano male intenzionati nei confronti dell’opera. Ora che egli si è interamente sottomesso alla decisione romana ne può contestare l’argomentazione, in particolare il suo punto centrale, ossia che la fondazione degli Oblati fosse basata sulle pretese rivelazioni di Suor Ignazia.

Alla data del 1 marzo 1886 nel suo Diario (NQ) si trova l’annotazione seguente:

Mi richiamo al giudizio del Sant’Ufficio. Esso ci suppone fondati su delle rivelazioni. Questo non è esatto. Esistevamo un anno prima. Nostro Signore ha permesso questo, fiat! È un’immolazione che conterà per l’opera. Essa è stata sul punto di affondare. Sarebbe bastato molto meno per scoraggiare i principianti. Se l’opera non fosse stata divina sarebbe perita senza scampo.

Testo significativo sotto molti aspetti; rivela moltissimo della personalità dehoniana. Accontentiamoci di indicare qui che alla data del 1º marzo 1886, ossia due anni e mezzo dopo la condanna romana, Dehon sembra aver ritrovato equilibrio e fede nella sua opera, grazie alla sua convinzione che vi fosse stato un errore di giudizio da parte di Roma. Ancor più significativo, il 3 marzo - non c’è alcuna annotazione il 2 marzo - egli ci annuncia la messa in cantiere di quelle che diventeranno le sue Memorie (Notes sur l’Histoire de ma Vie).

Comincio a scrivere alcune note sulla storia della mia vita, per stimolarmi alla riconoscenza verso Nostro Signore e al pentimento per i miei errori. Spero di trarne un gran bene e come un rinnovamento.

Tutto avviene qui come se queste Memorie fossero messe in cantiere per rinforzare, confermare e provare la sua convinzione interiore. Il lavoro di rilettura e di discernimento è compiuto perché Dehon ha acquisito una convinzione che lo libera dal dubbio. Secondo la sua abitudine, però, ha bisogno di scrivere. La scrittura partecipa qui alla terapia: essa le conferisce l’efficacia della durata. E tutto il suo discorso sviluppa la prospettiva seguente: ricusa l’interpretazione storica del Sant’Ufficio conservandone il significato spirituale.

Dal punto di vista storico, Dehon può effettivamente affermare che la sua congregazione esisteva prima che Suor Ignazia pretendesse di avere rivelazioni. La decisione della fondazione è presa nel giugno 1877, mentre gli avvenimenti al convento iniziano soltanto nel febbraio 1878. Se però l’idea di una fondazione è anteriore agli avvenimenti, il contenuto e le finalità sono largamente tributari dei testi e delle considerazioni di Suor Ignazia. Questi messaggi non sono del resto che uno sviluppo, un’amplificazione delle intuizioni e delle convinzioni di Madre Ulrich, che ha saputo farle condividere a P. Dehon, sulla riparazione, l’immolazione, la vita vittimale. Assistiamo qui a una perfetta circolarità di idee fra i tre protagonisti. P. Dehon più tardi non lo nasconderà. Così nel dicembre 1912 egli ammette: Viviamo dei modi di vedere di Suor Ignazia... le costituzioni, le preghiere, il direttorio, tutto ciò è impregnato dei modi di vedere in materia di orazione di Suor Ignazia. Un mese prima della sua morte, il 2 luglio 1925, la sua fiducia verso Suor Ignazia si fa ancora più precisa: Eravamo tre per la grande fondazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore: la Cara Madre, voi e io.

La sottile distinzione che P. Dehon opera richiamando una cronologia storica che distingue tra ciò che io chiamo l’idea di fondazione e il suo contenuto, gli permette di discolparsi dal punto di vista della storia e di conservare tutta la sua stima e la sua fiducia per Suor Ignazia. Fino alla fine della sua vita, P. Dehon sarà convinto che Suor Ignazia abbia avuto comunicazioni celesti, che egli non chiamerà più rivelazioni dopo la decisione romana, ma brevi locuzioni. La corrispondenza epistolare che egli intrattiene fino alla sua morte con la religiosa testimonia questa notevole fedeltà.

Compiuta la rilettura storica, Dehon è più che a suo agio per dare alla decisione romana tutta la sua ampiezza spirituale. Egli si accuserà per pagine e per anni di non essere all’altezza della missione che gli è stata affidata, e chi lo sarebbe? Sono i suoi errori, le sue debolezze, le sue infedeltà (continua a ripetere) che hanno distolto e continuano a distogliere l’opera dal suo fervore iniziale. Colpevolizzandosi spiritualmente, il P. Dehon si riabilita intellettualmente, in qualche modo. Ha sbagliato, ma non si è ingannato. L’interdizione romana poggia quindi su un errore di giudizio concernente i messaggi di Suor Ignazia e non su un errore morale.

La corrente vittimale di Villeneuve-lès-Avignon

Anche dopo la condanna romana, Dehon conserva la prospettiva dottrinale degli inizi, ossia la riparazione, la vita vittimale, l’immolazione. Questa tendenza sarà anche rinforzata nella congregazione rinascente dall’arrivo, tra la fine del 1884 e l’inizio del 1885, di tre discepoli di Madre Veronica, che aveva cercato di fondare una congregazione di sacerdoti vittime a Villeneuve-lès-Avignon. Questo arrivo sarà importante per l’evoluzione futura della congregazione. P. Dehon chiamerà due di questi compagni della fondatrice delle vittime di Villeneuve-lès-Avignon, i Padri Prévot e Charcosset, due colonne della nostra opera. Questi sacerdoti, che hanno una linea spirituale ben precisa, ossia la via vittimale, continueranno a vivere e a propagare la loro spiritualità iniziale, poiché ignorano le altre dimensioni del progetto dehoniano.

La personalità di padre Andrea Prévot, che P. Dehon considera il tipo del sacerdote vittima del Sacro Cuore, avrà sulle prime generazioni un’influenza considerevole. Egli entra nel maggio 1885 nella congregazione di P. Dehon e fa la professione già nel mese di settembre. Che iniziazione dehoniana ha potuto avere in un così breve lasso di tempo questo dottore in teologia, stretto consigliere di Madre Veronica, che aveva persino scritto delle costituzioni per un istituto di sacerdoti vittime? Ora è questo stesso uomo, dall’austerità di vita leggendaria, che l’anno seguente è nominato maestro dei novizi e lo resterà fino al 1909, formando così la prima generazione di religiosi. Formati però a quale scuola? Quella di P. Dehon o di Madre Veronica? Evidentemente la nota riparatrice e vittimale avrà la meglio sulla sensibilità dehoniana che, lo vedremo, si evolverà in maniera diversa. Il fondatore non è d’altra parte all’oscuro di questi spostamenti. In una lettera tardiva, che porta la data del 21 marzo 1923, P. Dehon scrive infatti: padre Prévot è stato più di me il fondatore della nostra congregazione.

Nella sua bontà naturale, P. Dehon lasciò fare, contando sull’azione della grazia del Signore, del quale egli non è che il servitore, per trovare il punto di unità del suo istituto. Per l’evoluzione della congregazione, quest’influenza preponderante di padre Prévot sarà però determinante. Il fatto più rilevante in questo campo - e questo ipotecherà il futuro - è che congregazione e fondatore non evolveranno allo stesso ritmo, per quanto possa sembrare paradossale.

La condanna romana, infatti, con tutto il riesame interiore che impone, produrrà un vantaggio certo: essa opera un riequilibrio nella problematica dehoniana, che non è più totalmente dominata dal progetto vittimale. Ha luogo, in qualche modo, una rimessa in prospettiva dell’insieme del progetto dehoniano. Ricompare così il tema della formazione del clero, che dal 1887 era scomparso dalle preoccupazioni di Dehon. Nel 1877 egli ci parla del suo desiderio di avere un nuovo La Chênaie, con l’umiltà e la docilità alla Chiesa, alludendo al progetto abortito dei fratelli Lamennais, di cui abbiamo già parlato.

Troviamo un altro indizio di riequilibrio nella frase con la quale, nel 1888, termina le Memorie (NHV):

Predicare le encicliche del Papa e le sue direttive, pregare per i sacerdoti, aiutarli, dedicarsi alla Santa Sede e al sacerdozio, fare l’adorazione riparatrice, andare nelle missioni lontane.

Questo testo, lo si deduce dalla sintesi che contiene, è più tardivo. Esso mostra l’evoluzione di Dehon, che si è aperto a nuovi orizzonti, e non è rimasto chiuso nella prospettiva vittimale. A questo punto il perno di tutta l’articolazione è ridiventato il sacerdozio, e non più la riparazione come in precedenza.

La disponibilità dehoniana: l’abbandono

Ciò che in questa terribile prova permetterà a P. Dehon di cavarsela e persino di avanzare è la sua più totale docilità, la sua completa obbedienza. Accettai tutto umilmente e mi rimisi nelle mani di Monsignore. Questo atteggiamento, lo abbiamo appena visto, non è capitolazione del giudizio e dell’intelligenza. Esso rinvia a un tratto maggiore della sua spiritualità, che egli chiamerà abbandono, e del quale dirà che dev’essere la grazia speciale dei devoti del Sacro Cuore di Gesù. Una disponibilità interiore a lasciarsi guidare dagli avvenimenti come indicatori, segni si direbbe oggi, della Provvidenza divina. Probabilmente è in termini di abbandono che egli comprende e vive la nozione di vittima, dandole in tal modo un’interpretazione originale. Estraggo due note del 1886 che traducono gli atteggiamenti tipici al riguardo:

Abbandono: è il frutto della fede e della fiducia in Dio. Nulla onora di più Nostro Signore ed è più adatto ad onorarlo e a soddisfarlo. Abbandono speciale per l’opera fondata...

Il santo abbandono: non è proprio di una vittima rimettersi totalmente, senza riserve o preoccupazioni per il futuro, a disposizione di Dio al quale si è offerta? Proprio in questo consiste l’ecce venio.

Si vede bene che in un linguaggio proprio del XIX secolo, spesso ingiustamente disprezzato, è la vena più autenticamente evangelica che si abbozza qui. Essa cerca di riunire il movimento stesso dell’incarnazione e l’atteggiamento di accoglienza della vergine Maria nel suo fiat. La lettura propriamente dehoniana approda perciò a una prospettiva di vittima d’amore, piuttosto che vittima di penitenza.

A questo riguardo, tuttavia, non vorrei fermarmi al solo campo spirituale. Questa docilità comporta anche una dimensione culturale, che chiamerò la curiosità dello spirito nell’accoglienza dell’avvenimento, della sua novità. In breve, al di là dell’atteggiamento spirituale, che sarebbe sbagliato isolare, percepiamo una tipologia dehoniana che associa cultura e spiritualità in un atteggiamento di fondo che descrive la sua personalità, ossia l’apertura di spirito e di cuore.

Lo sforzo di riequilibrio e la perfetta docilità del fondatore ridanno all’opera un nuovo soffio, meno esaltato, meno bruciante, ma più potente, in quanto viene da più lontano. Il fondatore esce dalla prova maturato e la fondazione consolidata. Roma considera questa evoluzione molto positiva e accorda il 25 febbraio 1888 quello che è chiamato in linguaggio romano il breve di lode, che è un primo riconoscimento di un istituto religioso. È incontestabilmente una manifestazione di stima nei confronti tanto del fondatore quanto della congregazione, che conta a quella data ottanta religiosi, divisi in otto comunità.

1883, 1884, 1888: tre date ravvicinate che punteggiano l’opera di Dehon: soppressione, risurrezione e primo riconoscimento; tre date che esprimono decisioni romane contrastate e contratte nel tempo, cosa abbastanza eccezionale, conoscendo le lentezze della Città eterna. Dehon riceve il breve di lode come un incoraggiamento ad andare avanti, a liberarsi del trauma causato dal consummatum est. Per l’opera questo segno di Roma indica una nuova partenza, secondo una prospettiva più classica, meno tributaria del misticismo torbido che aveva circondato gli anni della fondazione. Soprattutto agli occhi del fondatore, questo documento romano dà una nuova dimensione alla sua congregazione, se non dal punto di vista strettamente giuridico, almeno dal punto di vista esistenziale. In pratica, egli considera ora la sua congregazione come di diritto pontificio; in conseguenza di ciò il vescovo di Soissons non ne è più il superiore. A partire da questo momento, Dehon accentua quell’internazionalizzazione della sua congregazione, che era iniziata con la fondazione olandese di Sittard nel 1883. Nel novembre 1888 i due primi missionari si imbarcano per l’Equatore, in vista di operare una fusione, che non avrà luogo, con una congregazione recentemente fondata da padre Matovelle, i Sacerdoti Oblati dell’Amore Divino.

Questa volontà di internazionalizzazione, che è affrettata, in un certo modo, dalla politica anticlericale della III Repubblica, non è apprezzata dalla diocesi di Soissons. I vescovi avevano infatti la tendenza a vedere nella fondazione di P. Dehon un’opera strettamente diocesana. Molte difficoltà e conflitti nasceranno da questa incomprensione.

 

 

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Verso nuovi orizzonti

Dal 1878, l’attività di P. Dehon è assorbita dalla direzione di un grande istituto scolastico, che fin dalla riapertura del 1880 apre con 15 classi, nonché dal governo della sua congregazione. Ne abbiamo appena visto le peripezie della nascita. Dopo il breve di lode del 1888 il clima cambia. Il fondatore ritrova una certa serenità, poiché si sente confortato nel suo progetto dal documento romano. Egli dà una nuova ampiezza ai suoi impegni. La sua attività supererà i confini della diocesi e della regione, arrivando a coprire la Francia intera. La sua influenza varcherà anche i limiti della nazione. Il fondatore è come liberato dall’angoscia interiore a proposito della sopravvivenza della sua congregazione. Rassicurato da questo punto di vista, può dare la misura della sua personalità.

Il punto più significativo di questo movimento si trova in uno spostamento di accento, come se assistessimo a una ridistribuzione degli elementi costitutivi. Il periodo dal 1889 ai primi anni del XX secolo è segnato da un’intensa attività di tipo sociale e culturale. Il decennio precedente era stato occupato dalla sua fondazione. I temi che ricorrono costantemente nelle sue note di quel periodo appartenevano alla teologia ascetica e mistica e ruotavano attorno a problemi di riparazione. Ora c’è ricomposizione. Non che dopo il 1888 Dehon rinunci a quella problematica ma, si potrebbe dire, la inscrive in una prospettiva più vasta e quindi la relativizza. La sua visione ascetica entra in un campo pastorale e culturale. Per culturale bisogna intendere un’attività al servizio della società. In altri termini la sua spiritualità, sempre segnata dall’idea di riparazione, non verrà più vissuta fuori dai rumori del mondo, senza rapporto con i cambiamenti, i problemi, la dinamica stessa della società. Essa prende perciò una dimensione effettivamente apostolica.

Il primo segno di questo cambiamento appare fin dal 1887, quando il fondatore risponde alle sollecitazioni numerose e ripetute di Leone Harmel. I due uomini, oltre alle preoccupazioni sociali, hanno in comune una profonda devozione al Cuore di Gesù. Impressionato dalla personalità e dall’impegno di P. Dehon, Harmel chiede dei religiosi dehoniani come cappellani della sua celebre officina-comunità di Val-des-Bois che, per l’epoca, è un riferimento di progresso sociale in armonia con lo spirito cristiano. È nel luglio 1887 che arrivano i primi dehoniani a Val-des-Bois. Vi rimarranno tre quarti di secolo. Il 7 luglio P. Dehon scrive questa osservazione: Mi aspetto da questa fondazione molti vantaggi per lo sviluppo dell’opera. In effetti è uno sviluppo inedito, che esce dai sentieri battuti della pastorale dell’epoca, e che non si inscrive affatto nella pratica di una consacrazione riparatrice vittimale. In tal senso, questo inserimento in un ambito professionale è significativo della volontà del fondatore di allargare i suoi campi e le sue prospettive. Esso però non risponderà pienamente alle attese di P. Dehon; resterà un’iniziativa isolata, riferimento più simbolico che reale per l’evoluzione dell’istituto.

Questa iniziativa testimonia una maturazione del progetto dehoniano, una sua evoluzione. Durante i primi dieci anni dell’istituto, nella logica della corrente vittimale, tutto avviene come se la fondazione dehoniana si riducesse a un certo tipo di vita interiore, con forti accenti di contemplazione. La si può riassumere con l’idea del sacerdote riparatore o vittima. Buona parte della prima generazione di religiosi si attiene a questa concezione. Al punto che tra il 1893 e il 1900 regnerà nella congregazione una vera tensione che porterà a reali minacce di scissione. Nel 1897 P. Dehon rinuncia a un viaggio in Congo per preparare un’installazione missionaria, temendo di trovare, al suo ritorno, la sua opera demolita, secondo la sua espressione. Una parte dei religiosi non comprende l’attività sociale del fondatore. Un piccolo nucleo, raccolto attorno a padre Blancal, che proviene dai Sacerdoti del Sacro Cuore di Tolosa, appoggiato di nascosto dal vescovado di Soissons che ricusa l’internazionalizzazione dell’istituto, conduce la resistenza contro P. Dehon.

In una memoria indirizzata allo stesso superiore generale, questo piccolo gruppo si fa portavoce di un’opinione più generale. Vi si percepiscono le gravi divergenze sulle finalità della congregazione. Due concezioni di vita religiosa si trovano di fronte, e ritornando indietro nel tempo ci si può chiedere come abbiano potuto coesistere.

Entrando nella Società del Cuore di Gesù, dice la memoria, abbiamo voluto aggregarci a una famiglia religiosa votata alla vita interiore... le cui due opere principali sono: l’adorazione del Santissimo Sacramento e la diffusione della dottrina d’amore, di misericordia e di sacrificio che deriva dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù, attraverso la predicazione di ritiri soprattutto nelle comunità religiose e di qualche missione di tipo particolare tra la gente semplice.

Qui appaiono in maniera estremamente chiara alcune conseguenze delle ambiguità dell’origine che abbiamo segnalato, e che chiudevano il progetto dehoniano in una cornice stretta e poco radiosa. La maturazione che ha seguito la condanna ha permesso a P. Dehon di uscire da questa vera e propria trappola, che rischiava di soffocare la sua intuizione. Non tutti però lo seguono, e le ambiguità continueranno ad ipotecare lo sviluppo e la coerenza dell’istituto.

Spiritualità del Sacro Cuore e laicità

Come molti cristiani del XIX secolo, Dehon ha una coscienza acuta del Regno di Dio, della sua urgenza. Siamo però in presenza di una coscienza tragica dell’evoluzione delle mentalità e delle società che lacera la coerenza spirituale e sociale che la cristianità era riuscita a creare. La società non soltanto si emancipa dalla tutela della Chiesa, ma pretende di evolversi e darsi norme al di fuori di ogni riferimento e obbedienza religiosa. La Chiesa assiste, impotente, a questa rottura che prende il nome di laicismo e che cerca di privatizzare il messaggio evangelico, rifiutandogli ogni pretesa a una dimensione sociale.

La Rivoluzione francese, che Mons. Ségur e padre Ramière, fondatore del Messaggero del Cuore di Gesù, e altri ancora, paragonano all’opera di Satana, dai più invece è vista come il simbolo della nuova società laica, atea. È in rapporto a questa società e per andarle incontro spiritualmente, poiché politicamente i cattolici sono divisi, che l’idea di riparazione assume tutto il suo significato. Una parte del cattolicesimo francese, in particolare un certo numero di congregazioni femminili, percepiscono la necessità e l’urgenza della riparazione in funzione di questa situazione socio-politica. La spiritualità del Sacro Cuore servirà da supporto a questa corrente. In questo senso si sviluppa un’abbondante letteratura, che mescola e confonde sensibilità politica, patriottismo e messaggio evangelico. Il cantico Salvate, salvate la Francia in nome del Sacro Cuore, che risuona in tutte le chiese, ne dà un tipico esempio. E i pellegrinaggi dei parlamentari a Paray-le-Monial, in particolare nel 1873, alimentano questa confusione.

Nell’opera voluminosa di P. Dehon si trovano degli sviluppi che rinviano, tratto per tratto, a queste caratteristiche. Da questo punto di vista egli appartiene, per la sua cultura e la sua sensibilità, al cattolicesimo francese del XIX secolo. Se ne differenzia tuttavia per uno spostamento di accento. I tratti, essenzialmente, sono gli stessi; nell’organizzarli, però, li distribuisce in maniera diversa, per cui ne risulta una configurazione originale. Probabilmente è il suo passaggio per Roma, dove si sente a casa sua, che gli dà questa libertà in rapporto al cattolicesimo francese.

Il Regno del Cuore di Gesù nelle anime e nella società

La prima grande iniziativa di Dehon in questa prospettiva è il lancio di una rivista nel gennaio 1889. Il titolo della pubblicazione, prevista come mensile, esprime lo stato d’animo del suo fondatore, tracciando il programma editoriale: Il regno del Cuore di Gesù nelle anime e nella società. L’urgente necessità del Regno è altamente proclamata nell’apertura del primo numero, intitolato Il nostro programma. Esso inizia con queste parole, prese a prestito da Margherita Maria: Regnerò... regnerò malgrado tutte le opposizioni. Abbiamo qui un mensile risolutamente aggressivo, guidato da una volontà ferma e decisa di riconquista cristiana, tanto sul piano individuale che sociale.

Sfogliando i numeri, si rimane colpiti dal messaggio di speranza che se ne trae e che è rivolto a tutti coloro che, in particolare nel clero, disperano e sono smarriti. Dehon vuole tracciare una prospettiva di futuro in questa società che abbandona i suoi riferimenti cristiani. Egli cerca di trovare un cammino di evangelizzazione di questa società, così come essa si costruisce. Bisogna quindi, in primo luogo, conoscerne gli elementi costitutivi, le linee di forza. Insomma, si impone un lavoro preliminare di analisi. Ogni fascicolo comporta, in questo spirito, una cronaca, redatta per la maggior parte dallo stesso Dehon, che relaziona e analizza gli avvenimenti di rilievo riguardanti la Francia e la Chiesa. Il fatto che sia P. Dehon in persona a redigere questa cronaca, anche quando si trova a Roma, mostra fino a che punto egli sia parte viva di questa società della fine del XIX secolo, delle sue evoluzioni, delle sue speranze come delle sue delusioni, ma in una visione più larga del solo punto di vista francese. Il resto del contenuto redazionale della rivista si divide tra articoli di spiritualità nella tradizione del Cuore di Gesù e articoli sociali.

A torto dunque questa rivista, che raggiunge i duemila abbonati, essenzialmente nel clero, è stata percepita troppo unilateralmente come una pubblicazione di spiritualità, come una sorta di doppione della rivista di Paray-le-Monial, che P. Dehon conosce bene: Il Regno di Gesù Cristo. È interessante vedere fino a che punto il suo fondatore rifiuta una tale analisi. Quando nel 1903 si vede obbligato a interromperne la pubblicazione, scrive: Era la sonda dei miei studi sociali; li inserivo in essa prima di pubblicarli in volume. Aggiungeva che questo orientamento, tipico di un nuovo modo di presenza della Chiesa in una società in via di secolarizzazione, gli ha fatto perdere molti abbonati della prima ora. Si vede così che nello spirito di Dehon il Regno si integra esplicitamente con la sua problematica sociale, fatta di impegno e di riflessione.

L’originalità dehoniana risiede precisamente in questa articolazione di campi che fino a quel momento si ignoravano. Da questo punto di vista Dehon appartiene alla generazione che assiste agli ultimi scricchiolii della cristianità prima del suo crollo. Egli conserva la devozione al Sacro Cuore, ma essa non saprebbe più significare l’omogeneità tra società e cristianesimo, come fu il caso dopo Margherita Maria. Non volendo farne né uno strumento di reazione né un ripiego impotente nell’interiorità soggettiva, gli dà un nuovo luogo di espressione, che sarà lo spazio sociale. Per Dehon, vita interiore e status sociale si riuniscono in questa spiritualità, come testimonia questa esortazione, che egli mette in bocca a Cristo, e che è rivolta a un partecipante a un ritiro:

Lasciar regnare il mio Cuore nella tua vita interiore e lavorare con la preghiera e con l’azione al regno del mio Cuore nella società, tale deve essere la risoluzione del tuo ritiro.

Ciò che, all’epoca, era troppo facilmente percepito e vissuto come una semplice devozione, diviene con Dehon un processo di rinnovamento del cristianesimo stesso e della società. Egli lotterà per strappare la spiritualità del Sacro Cuore alla sfera devozionale, se non addirittura intimista, nella quale si era rifugiata, e lavorerà allo stesso tentativo con Leone Harmel per quanto riguarda il Terz’Ordine francescano al quale appartiene. In entrambi i casi Dehon vuole articolare tra loro vita interiore e zelo apostolico. È questa prospettiva, questa preoccupazione che definisce lo scopo della rivista come è indicato in una frase di apertura particolarmente forte:

Il culto del Cuore di Gesù, scrive Dehon, non è per noi una semplice devozione, ma un vero rinnovamento di tutta la vita cristiana, e l’avvenimento più importante dopo la redenzione. Questo pensiero domina tutti gli sforzi del nostro apostolato ed è inoltre la ragion d’essere di questa rivista.

Rinnovamento nel senso di un fermento che deve trasformare tutta la società. In altri termini, per lui la spiritualità del Cuore di Cristo non si riduce a un semplice fervore spirituale; essa deve essere una dinamica di rinnovamento sociale, di giustizia sociale. L’accoppiamento classico in Dehon amore e giustizia si raccoglie nella formula che ritorna costantemente sotto la sua penna: il Regno sociale del Sacro Cuore. Non è lui l’autore della formula, che incontra nell’uruguayano Matovelle, del quale abbiamo già parlato, ma è lui che la renderà popolare in Francia nell’ultimo decennio del XIX secolo. L’idea che questa espressione implica, e che ha incontestabili connotazioni politiche, è che bisogna unire la dimensione d’amore ad ogni sforzo e ad ogni rivendicazione di giustizia, e che l’amore non può fare a meno della giustizia. Questa articolazione è in un certo modo il punto di equilibrio delle opere di Dehon. Nei suoi libri che trattano i problemi sociali, Dehon dedica quasi sempre un capitolo alla spiritualità del Sacro Cuore, per dare la radice mistica alla prospettiva sociale. E parallelamente, nella maggior parte delle sue opere spirituali, sviluppa anche considerazioni sul regno sociale del Cuore di Gesù per sottolineare la dimensione sociale di questa spiritualità.

Un doppio centenario

Infine, ultimo elemento di questa autopsia della rivista, la sua data di lancio: il 1889, primo centenario della Rivoluzione francese. Il governo di sinistra celebra, in tono minore per evitare ogni provocazione, più la Repubblica che la Rivoluzione. Sarà soprattutto l’Esposizione universale, con l’inaugurazione della Torre Eiffel, che darà tutto il suo lustro all’avvenimento. La manifestazione attira tutta l’Europa a Parigi, compresi i socialisti, che vi fondano la II internazionale. Saranno i cattolici invece a commemorare, ma in modo polemico, la Rivoluzione e i suoi misfatti. Al congresso eucaristico di Parigi del 1888 è lanciata l’idea di opporre al centenario della Rivoluzione quello del regno sociale del Sacro Cuore, a ricordo del secondo centenario della richiesta di S. Margherita Maria a Luigi XVI di consacrare la Francia al S. Cuore. Dehon riprende l’idea, ma in uno spirito meno polemico del Messaggero del Cuore di Gesù.

Il lancio della sua rivista si inscrive così nell’alone di un doppio centenario. Facendo l’analisi dell’ordine sociale posto in essere dalla Rivoluzione, Dehon propone infatti un altro progetto di società, la cui ispirazione va ricercata nel Vangelo. Egli si pronuncia contro le evoluzioni che iniziano con il Rinascimento, poiché non tengono conto delle attese e dei bisogni religiosi degli uomini. Per lui, respingendo il religioso nella sfera del privato lo si mortifica e non gli si danno i mezzi per svilupparsi. Egli rifiuta categoricamente questa tesi, frutto del liberalismo, mentre i socialisti invece lo adotteranno. Questo ateismo sociale, secondo la sua espressione, è il male per eccellenza della sua epoca. Da questo punto di vista Dehon appartiene alla corrente del cattolicesimo tradizionalista del XIX secolo.

D’altra parte, benché monarchico, sa però che la storia non si rifà. La sua intransigenza dottrinale deve adattarsi a uno stato di fatto. Qui appare di nuovo la personalità aperta, misurata di Dehon, che non si rinchiude nell’intransigenza di tanti dottrinari ciechi. Poiché di fatto la politica ha raggiunto la sua indipendenza rispetto al religioso, Dehon sposta gli elementi del problema e sostituisce il sociale al politico. Egli milita dunque per una presenza della Chiesa al livello della società. Invece del faccia a faccia sterile e costoso con lo Stato, egli preconizza un’azione al livello della società civile, in particolare attraverso la creazione di associazioni. Egli dice anzi che il XX secolo sarà il secolo delle associazioni. È tutto il senso del suo combattimento per la democrazia che deve riconciliare Chiesa e popolo, come vedremo più avanti.

È la stessa accortezza che Dehon mette al servizio di Leone XIII che, nella sua lettera del 16 febbraio 1892 In mezzo alle sollecitudini, chiede ai cattolici francesi di accettare la Repubblica. Per convincere i numerosi cattolici refrattari, Dehon analizza le evoluzioni e i mutamenti della società, distinguendo ogni volta i principi e lo stato di fatto, procedimento che richiama la distinzione tra tesi e ipotesi fatta da Mons. Dupanloup a proposito del Sillabo di Pio IX. All’occorrenza, Dehon ricorda che la Repubblica è solo una forma di governo tra le altre e che, in quanto tale, essa non ha niente di anticristiano. Fatta questa messa a punto, egli può attaccare la rivoluzione, di cui non viene richiesto il riconoscimento dei principi.

 

 

5
Problemi sociali

Nell’udienza che Leone XIII accorda il 6 settembre 1888 a P. Dehon, venuto a ringraziarlo per il breve di lode, il papa raccomanda al fondatore dei dehoniani di predicare le sue encicliche. Per lui così Romano e così dedito alla causa della Santa Sede, questa raccomandazione diviene un’ingiunzione. La pubblicazione, il 15 maggio 1891, dell’enciclica Rerum Novarum, salutata come uno dei grandi avvenimenti del secolo, fornisce al P. Dehon l’occasione di applicare la raccomandazione del papa, al punto che finirà per considerarsi, secondo la sua espressione, come il fonografo del sommo pontefice.

Questo documento salvatore di Leone XIII, come lo chiama P. Dehon, diventerà il suo riferimento per eccellenza, la garanzia della quale si fa forte per avanzare le sue teorie, per proporre le sue riforme, per suscitare un rinnovamento nel clero sensibilizzandolo alle questioni sociali. Egli sa infatti che l’appello al papa è il miglior argomento per far muovere la Chiesa francese. Nel maggio 1894 il sac. Six lancia a Lilla la rivista La democrazia cristiana, e anche di essa Dehon sarà un fedele collaboratore. Al momento del lancio scrive a Six: Siete nella vera via. Se qualche arretrato vi biasima, non avete la consolazione di essere incoraggiato dal papa?

L’interprete della Rerum Novarum

Nel 1894 Dehon pubblica il grande commento dell’enciclica: Il Manuale sociale cristiano, la cui prima parte è frutto del lavoro della commissione di studi sociali di Soissons, da lui presieduta. Quest’opera venduta in più di 10.000 esemplari con cinque edizioni, senza contare le traduzioni straniere, conoscerà un vivo successo. In molti seminari diviene l’opera di riferimento in materia di questioni sociali. Giorgio Goyau, lo storico accademico, dirà che quest’opera ha orientato la sua giovinezza. Fin dall’ottobre 1895, Mons. Isoard, vescovo di Annecy, benché poco incline alle riforme, invia una lettera al suo clero per raccomandare la lettura del Manuale sociale cristiano perché, spiega, quest’opera è tanto più preziosa in quanto l’enciclica di Leone XIII ha ricevuto commenti contraddittori, gli uni che vanno al di là delle dottrine dell’enciclica e favoriscono il lavoro fino al punto di essere ingiusti nei confronti del capitale, gli altri che restringono il più possibile le conseguenze di tali dottrine.

Ecco dunque P. Dehon considerato, da un vescovo poco sospetto in materia, come un riferimento di equilibrio e di moderazione. Discorso molto pertinente che esprime bene l’azione del nostro personaggio al livello della Chiesa francese. Dehon infatti non va considerato un semplice ripetitore delle parole del pontefice. Se egli diviene un interprete accreditato della Rerum Novarum, è perché ha contribuito non alla sua composizione, ma alla sua diffusione, comprensione e interpretazione. Dehon esplicita infatti il documento romano dandogli dei prolungamenti, se non addirittura dei complementi. Ad esempio sulla questione del salario familiare e, più ancora, per quanto riguarda l’intervento dello Stato nel delicato problema della determinazione dei salari. Il pensiero di Dehon è più fermo di quello di Leone XIII nel reclamare, sulla scia della scuola di Liegi, l’arbitrato dello Stato. Dehon infatti diffida del liberalismo di cui la scuola di Angers ha fatto la sua filosofia di base. Vi vede anche una delle cause del degrado morale e sociale della sua epoca.

Questa presa di posizione di Dehon gli varrà d’altra parte, una recensione critica del suo Manuale sociale cristiano in Le Journal des débats. Gli viene rimproverato di fare il gioco dei socialisti, pur combattendoli, in particolare per la tendenza ad esagerare l’intervento statale per instaurare un salario minimo. Ritorna dunque a questo punto il sospetto di socialismo che è stato già applicato a Dehon e che aleggerà sempre attorno al suo pensiero e al suo impegno sociale.

Comunque sia, P. Dehon appare sempre più, nell’ultimo decennio del XIX secolo, come un riferimento tanto per la sua competenza quanto per la sua moderazione e la sua misura nelle questioni sociali. Questi tratti definiscono lo sfondo di questo periodo segnato da un’intensa attività letteraria e da numerosi spostamenti per partecipare a congressi, raduni e incontri.

Citiamo qui, per ricordarli, i principali scritti che trattano questioni sociali, dopo il Manuale:

1895: L’usura nel tempo presente.

1897: I nostri congressi.

1897: Le direttive pontificie, politiche e sociali.

1898: Catechismo sociale.

1899: Ricchezza, mediocrità o povertà.

1900: La rinnovazione sociale cristiana.

1908: Il piano della massoneria.

A questa elencazione, che in se stessa vale l’albo d’oro e che molti invidierebbero, bisogna aggiungere gli innumerevoli articoli che egli scrive nelle riviste specializzate. Senza contare la propria rivista, P. Dehon dà il suo contributo ai principali periodici sociali cristiani dell’epoca: La chronique du Sud-Est, La démocratie chrétienne di Six, L’Association catholique, che è la rivista dei circoli cattolici dei lavoratori, La sociologie catholique, Le XXe siècle. L’analisi critica di questi articoli ci conduce alla cifra di 130. Certo, non è tutto di uguale qualità o della stessa lunghezza o importanza. Non si resta tuttavia meno ammirati di fronte a una tale produzione.

E si comprende facilmente che Max Turman, facendo nel 1900 il bilancio del Cattolicesimo sociale dopo l’enciclica Rerum Novarum, veda in Dehon uno dei grandi teologi che, con P. Pascal e i fratelli Blanc, hanno maggiormente partecipato alla elaborazione della dottrina sociale della Chiesa.

P. Dehon vede questa sua attività di scrittore come il necessario apostolato sociale attraverso i libri. Ai suoi occhi è il complemento indispensabile di un’altra attività fortemente accentuata, intendo dire la sua partecipazione attiva, spesso ricordata, ai congressi dei diversi movimenti e associazioni cattoliche. In un articolo del 1897 che analizza l’evoluzione sociale in Francia, egli ci confessa di aver assistito alla maggior parte di quelli che si sono tenuti quell’anno. Con grande scandalo, del resto, dei suoi religiosi, che hanno una visione più classica e sedentaria della vita religiosa e giudicano severamente le assenze ripetute del loro superiore. Se P. Dehon tiene tanto a questi incontri, è perché ritiene che siano i luoghi strategici dove si fanno le evoluzioni, dove nascono e si fortificano le sensibilità nuove. Egli vede questi spazi come la pietra di paragone del movimento delle idee, per riprendere la sua bella formula. Ed è un fatto che è in questi incontri, a volte anche tumultuosi, che ha preso corpo il cattolicesimo sociale come pensiero specifico.

In questa elencazione va fatta una menzione particolare delle grandi conferenze sociali che egli tiene a Roma durante l’inverno 1897. Sono organizzate dal suo amico Mons. Thiberghien, un uomo del nord che lavora alla Congregazione Orientale. Questo ecclesiastico, ben introdotto negli ambienti del Vaticano, vuole dare a P. Dehon l’occasione di farsi conoscere meglio a Roma. Grazie a queste conferenze, che attirano circa cinquecento uditori, tra cui molti prelati e alcuni cardinali, P. Dehon può sviluppare tutta una genesi della dottrina sociale che, ai suoi occhi, culmina nella democrazia cristiana. Con accenti inediti, il fondatore dei dehoniani sosterrà fortemente quello che chiama il dovere sociale del sacerdote, che non è opportunismo, ma un dovere stretto di giustizia e di carità nel compimento rigoroso del suo ministero pastorale. Queste conferenze attirano l’attenzione di Leone XIII, il quale, per sottolineare la sua soddisfazione e dare più peso alla parola di P. Dehon, lo nomina, quello stesso anno, consultore della congregazione dell’Indice. Questo gesto di grande fiducia imbarazzò un po’ P. Dehon, che avrà qualche difficoltà ad associare il rigore di questa istituzione con la sua bontà naturale e la sua apertura di spirito.

Dalle sessioni per seminaristi ai congressi ecclesiastici

Un tema ricorrente di questa attività editoriale e di conferenziere, che ne disegna come lo scopo ultimo è la preoccupazione del clero. È interessante vedere quale cura metta nel parlare del sacerdote, per incoraggiarlo a un’attività apostolica inedita, per aprirlo alle preoccupazioni concrete degli uomini di una società che si industrializza. Riassumendo nel 1918 il suo impegno sociale, ce ne dà l’ispirazione profonda: missione di propagare nel clero i principi e le opere della vita sociale cristiana. Utilizzando un’immagine choc dell’epoca, egli invita il sacerdote a uscire dalle sacrestie e lo spinge nella mischia sociale, a costo di fargli sporcare un po’ le mani e di fargli perdere la sua aura sacrale!

P. Dehon trova qui il primo terreno di applicazione del suo progetto di rinnovamento della formazione sacerdotale, che lo accompagna fin dal periodo romano e che la prospettiva riparatrice vittimale ha coperto per tutto un periodo, ma non cancellato. Se Dehon si lancia con tanto ardore e su una linea originale in questo combattimento è anche, e forse in primo luogo, per permettere ai suoi fratelli nel sacerdozio di trovare una propria identità all’interno di questa società laicizzata, mentre erano stati preparati a consolidare un cristianesimo piuttosto formale.

Questa preoccupazione lo porterà a partecipare ad una iniziativa di Leone Harmel, dandole una maggiore ampiezza: le sessioni di formazione di Val-des-Bois per seminaristi e giovani sacerdoti, alle quali dal 1897 si uniranno alcuni laici, come Georges Goyau o Marc Sangnier, fondatore del Sillon, che resteranno amici di P. Dehon. Questi incontri, vere università d’estate, sono a un tempo ritiri spirituali e sessioni di iniziazione alle scienze sociali e alle pratiche pastorali corrispondenti. Di queste riunioni che raccolgono sempre più gente e che sono l’abbozzo dei futuri congressi ecclesiastici, P. Dehon è una delle grandi figure insieme al canonico Perriot, superiore del seminario maggiore di Langres e al canonico Pottier di Liegi. Egli riveste in qualche modo il ruolo di padre spirituale della comunità. Lo chiamano très bon Père per non confonderlo con Harmel il buon padre.

Le preoccupazioni educative verso il clero da parte di Dehon trovano qui un terreno particolarmente favorevole. Di una sessione di settembre 1899 egli scrive: Abbiamo qui un’élite di giovani ecclesiastici. Queste riunioni di Val hanno un grande influsso sull’anima della Francia, perché danno una direzione al fior fiore della gioventù. Come in eco, ascoltiamo la confidenza di un partecipante, il sac. Leleu; ci dice ciò che questi giovani venivano a cercare in queste sessioni: Una dottrina, un esempio, un amore.

Il successo è tanto grande che nel 1895 è necessario emigrare a S. Quintino nel collegio S. Giovanni, perché il Val-des-Bois non può ospitare i circa duecento congressisti venuti da trenta diocesi di Francia. I congressi ecclesiastici di Reims (1896), poi di Bourges (1900) saranno il coronamento di questo movimento che apporterà una nuova dinamica al clero francese. Fatto significativo per il suo pubblico e per la sua autorità, è P. Dehon che assicura il discorso di apertura di questo congresso, nonché l’esame particolare di mezzogiorno. A Reims egli dichiara tra l’altro:

Ciò che ci manca di più per andare a portare il vangelo tra i nostri concittadini è saper superare le barriere che i pregiudizi hanno creato tra il popolo e noi.

A Bourges egli precisa il suo pensiero:

Il popolo oggi è il potere, è il futuro. Esso ha coscienza dei suoi diritti. Non può risollevare la sua situazione senza di noi, perché siamo i depositari degli insegnamenti sulla giustizia e sulla carità. Siamo i suoi alleati naturali. Bisogna che comprendiamo bene questo e che lui lo comprenda.

Non è un segreto per nessuno che queste assemblee di sacerdoti non avevano buona reputazione presso i vescovi, i quali temevano per la loro autorità e paventavano la confusione tra politico e religioso, poiché si intravede, sullo sfondo, l’influenza dei preti democratici. Vescovi come Isoard di Annecy o Turinaze di Nancy saranno particolarmente severi con questi congressi. La stessa diocesi di Soissons si fa critica; la Settimana religiosa denuncia infatti il grande pericolo di questi inviti rivolti ai sacerdoti: di essere sacerdoti secondo la nuova moda.

Per rassicurare i vescovi, Lemire, l’organizzatore principale, invocherà la presenza di Dehon con Perriot nel comitato organizzativo; questo fatto mostra che Dehon è un riferimento, un’autorità nella Chiesa francese.

P. Dehon è cosciente della responsabilità che porta e accetta in tutta semplicità di svolgere questo ruolo di garanzia per far avanzare ed evolvere idee e situazioni.

In ogni riforma sociale, egli ammette, vi sono esagerazioni ed entusiasmi. Da parte mia, ero troppo romano perché vi fosse pericolo di smarrirmi. Ho cercato di trattenere sulla china Marc Sangnier e il sac. Lemire. Ho segnalato a Bourges l’ardire del vicario generale di Albi.

P. Dehon fa allusione al discorso del sac. Birot riguardo all’amore, necessario nella sua epoca come condizione di ogni evangelizzazione. Questo discorso fu l’avvenimento del congresso di Bourges, e susciterà in seguito qualche polemica.

P. Dehon, che assicura ogni giorno l’esame particolare, ne riprende, l’ultimo giorno, la tematica interrogandosi:

Abbiamo amato la società contemporanea quanto basta per non tenerle il broncio?.

Tale questione sarà al centro dei dibattiti, in maniera particolare a Bourges. Essa rinvia alla preoccupante questione dello status della Chiesa nella società, frutto della Rivoluzione francese. Fin dal periodo in cui era vicario, Dehon era colpito dalla rottura esistente tra il popolo, la città industriale e la Chiesa; egli ne soffre e ne cerca le cause. Progressivamente arriverà alla conclusione che una semplice ridistribuzione dei beni attraverso la sola carità non getterà le passerelle desiderate. È infatti in gioco tutta una cultura, che tocca l’insieme della vita, della mentalità, dei valori.

In altri termini, l’impegno sociale di P. Dehon supera, e di molto, la sola preoccupazione caritativa o la generosità di fronte alle piaghe o le ingiustizie della società. Se durante il suo periodo di vicariato è impegnato sul campo, in seguito egli diviene un pensatore sociale che si preoccupa di analizzare la situazione per fornire risposte adeguate. In questo senso non è un pensatore solitario o puramente libresco. Egli si impegna partecipando ai grandi incontri e prendendo posizione. Come ammette lui stesso, la sua partecipazione al movimento sociale cristiano è una vocazione, una missione provvidenziale

La democrazia cristiana

Una lenta maturazione condurrà Dehon a vedere nella democrazia cristiana una soluzione al problema che abbiamo appena ricordato. Negli anni 1830, con Lamennais, Lacordaire, Montalembert, c’era stata una prima manifestazione di questa corrente. Essi reclamavano una totale libertà di azione per una Chiesa che doveva in cambio rinunciare a tutti i suoi legami organici con il potere politico. Ai loro occhi tale libertà era la condizione perché la Chiesa ritrovasse la sua vitalità. Condannato nel 1832 nell’enciclica Mirari vos, il gruppo si divide e l’idea è abbandonata.

Dopo l’enciclica Rerum Novarum del 1891 e nella scia degli innumerevoli circoli di studio sulle questioni sociali, rinasce la preoccupazione di situare la Chiesa nella società democratica e repubblicana, perché possa divenire fermento di giustizia sociale. Per distinguerla dal movimento del 1830, questa iniziativa nuova viene chiamata la seconda democrazia cristiana. P. Dehon ne è uno dei grandi propagatori, dato che con Six, Lemire, Gayraud, Garnier e alcuni altri riceve la qualifica di prete democratico.

P. Dehon aveva iniziato il suo impegno sociale a S. Quintino affiliandosi all’Opera dei Circoli cattolici dei lavoratori. Questo movimento sociale si appoggiava su una visione gerarchizzata della società di cui il modello politico soggiacente era la monarchia. Esso chiamava élite e imprenditori all’impegno e alla responsabilità per riformare la società e ridarle le sue assemblee e i diritti che aveva prima della Rivoluzione del 1789.

Questo movimento poggia dunque su una volontà di rompere con la società post-rivoluzionaria. P. Dehon, pur apprezzando lo zelo e l’impegno di questi cristiani, percepisce rapidamente i presupposti politici del movimento che, ai suoi occhi, ne limitano la portata e l’efficacia.

L’opera ha fatto un bene immenso, scrive. Essa ha contribuito in misura notevole al risveglio della vita cristiana. Se nel 1875 avesse potuto evolvere e accettare la repubblica, ci avrebbe dato una repubblica cristiana; ma non poteva, perché aveva reclutato il suo personale dirigente tra i più fedeli sostenitori dell’idea monarchica.

L’Opera dei Circoli, malgrado la sua incontestabile azione sociale, non ha potuto impedire che la frattura tra il cattolicesimo, la società del XIX secolo e il popolo si allargasse. P. Dehon pensa anche che il fatto che una certa élite cattolica non possa e non voglia accettare le strutture politiche (cioè quelle repubblicane) del paese, sia una delle ragioni che spingono il popolo verso il socialismo. Bisogna dunque, per fermare questa deriva, fare ritorno al popolo, riconoscendogli i poteri che gli ha dato la Rivoluzione francese. La seconda democrazia cristiana è, per lui, lo strumento di questa inversione. Certamente, l’evoluzione di Dehon in materia sarà lenta e soprattutto selettiva. Se infatti l’accettazione della repubblica come forma di governo non gli pone alcun problema, le cose vanno in tutt’altro modo per una certa pratica della libertà che, unendosi con il secolarismo e il Rinascimento, secolarizza la società.

Per Dehon la democrazia cristiana è la leva che permette di superare quel liberalismo nel quale soprattutto, egli vede il male della società civile. Tale corrente perturba infatti le relazioni sociali escludendo il religioso dalla sfera pubblica. La soluzione preconizzata da Dehon consiste nel riallacciarsi direttamente al popolo, proprio ciò che conta di fare la democrazia. La Chiesa deve uscire dal suo riserbo, non considerarsi più come una società strutturata su e da se stessa, ma accettare di essere un elemento di questa società democratica. Ecco il senso dell’andare verso il popolo che Dehon preconizza prima che il congresso di Bourges ne faccia la sua parola d’ordine. Per convincere i cattolici a fare tale passo, e accettare repubblica e democrazia, egli osa riprendere, come titolo di un articolo di La chronique du Sud-Est, la famosa formula agostiniana, per segnare la strategia di rottura: Passiamo ai Barbari.

Questa scelta risoluta, ferma, in favore della democrazia, non gli varrà che lodi. Ma in alcuni ambienti cattolici l’appello non passa. Il nome di Dehon suscita qua e là critiche, se non addirittura un rifiuto. Nel dicembre 1897 egli si trova a Nîmes per diversi impegni di predicazione. La sua azione viene disprezzata ed egli viene presentato come uno che si lascia trascinare dalle mode intellettuali: entra nel movimento. Al congresso del Terz’Ordine francescano a Roma nel 1900, nel quale egli milita con forza per un impegno sociale dei terziari, viene semplicemente trattato da rivoluzionario.

Quello che importa però, alla fine, al di là di tutte le contese di parte, è la volontà di essere con e per il popolo. Da questo punto di vista P. Dehon è un partigiano risoluto della democrazia cristiana. Egli partecipa attivamente ai suoi grandi congressi lionesi. Nel 1897 sarà anche eletto al comitato direttivo del movimento. Questo indica chiaramente il suo impegno. Tuttavia Dehon non vede, in un primo momento, la democrazia cristiana come un movimento politico, ma piuttosto come un impulso, una volontà di trasformare la società per farvi regnare la giustizia e la carità, secondo una formula che si ritrova spesso sotto la sua penna. L’espressione democrazia cristiana non è la sigla di una piccola cappella di iniziati, ma il simbolo di questo grande movimento di trasformazione che deve animare tutto il cattolicesimo per il bene del popolo.

Chiamatela democrazia cristiana, precisa Dehon, cristianesimo sociale, azione sociale cristiana, poco importa. Ciò che è necessario è andare verso il popolo con un programma, con delle opere.

Quando nel 1901 Leone XIII con l’enciclica Graves de communi limita la democrazia cristiana a questo impegno sociale, escludendo ogni progetto politico, Dehon è perfettamente a suo agio. Tuttavia si rammarica un po’ di questa presa di posizione, in particolare per le conseguenze di smobilizzazione che essa avrà nell’ambiente dei militanti. Egli dà una lettura positiva di questo documento che è generalmente percepito come una battuta d’arresto portata al movimento sociale. Ma per Dehon, fedele in questo alle sue convinzioni, il sociale non è trascinato dal politico. Esso rappresenta un campo autonomo. Per P. Dehon, Leone XIII non condanna in nulla la democrazia cristiana, la cui idea divideva il mondo cattolico; egli relativizza l’espressione e la sua portata politica, pur conservando, anzi accentuando l’esigenza sociale che simboleggia.

In nome di questa lettura dinamica, Dehon si adira contro tutti coloro che prendono a pretesto il documento pontificio per rifiutare l’azione dei cattolici sociali. Per lui la parola del Papa, è al contrario, un incoraggiamento ad andare avanti, a impegnarsi sempre più sul terreno sociale perché trionfi la giustizia per i diseredati. Da questo punto di vista la democrazia cristiana non è che l’applicazione del Vangelo. Essa non può dunque che essere il cuore della Chiesa, la sua ragione d’essere. Un tale approccio deve far tacere gli spiriti tristi con i quali Dehon se la prende. No, scrive nel 1902, la Democrazia cristiana non è, come alcuni pensavano ancora ieri, un semplice gruppo di giovani sacerdoti ardenti, avanzati, arditi e a volte temerari; la Democrazia cristiana è la Chiesa, nella misura in cui favorisce gli interessi del popolo attraverso la pratica della giustizia e della carità. La Democrazia cristiana è l’azione popolare cattolica.

Un’alternativa

Per alcuni questa interpretazione dehoniana inglobante sembra volere evadere le questioni sollevate dalla lettera di Leone XIII. È vero infatti che essa lascia intatta la questione di sapere se la volontà di trasformazione sociale può disinteressarsi dell’impegno politico. Dehon tuttavia, in quanto pensatore più che politico, situa la sua riflessione a un altro livello. Il suo pensiero, nutrito da una frequentazione assidua della storia e stimolato dai confronti che può fare con i paesi vicini che conosce bene come l’Italia, il Belgio, ma anche la Germania, in fondo pone il problema della modernità, pur senza pronunciare il termine.

La riflessione sociale dehoniana si inscrive nella durata storica e a livello europeo; essa riformula la questione dell’eredità degli illuministi, che porta alla secolarizzazione. Egli non può ammettere una strutturazione della società nella quale siano esclusi il religioso in generale e più in particolare la Chiesa.

Il vero interrogativo che corre lungo tutta la sua riflessione riguarda dunque lo status della religione e della Chiesa nella nuova società. E riassume tutta la questione in un’alternativa che non può non suscitare uno choc: Socialismo o Democrazia cristiana?. E aggiunge immediatamente: È il grande problema del XX secolo. Per socialismo Dehon intende essenzialmente il collettivismo comunista. Le due figure che simboleggiano questa alternativa sono per lui Karl Marx, del quale ha letto Il Capitale, e Ketteler, il vescovo di Magonza che ha incontrato a Roma in occasione del Vaticano I.

Due concezioni della realtà si oppongono qui, due prospettive si confrontano nel nome degli interessi del popolo: socialismo o democrazia cristiana? Entrambi i sistemi rinviano a un autogoverno del popolo. Da una parte però abbiamo l’utopia dell’uguaglianza collettivista, dall’altra la congiunzione della carità e della giustizia in vista dell’uguaglianza alla quale il popolo aspira. Dehon vede in questa alternativa la questione vitale... quella che occupa tutti gli spiriti popolari. È il campo chiuso della crociata moderna. La visione era e rimane profetica, in quanto continua ad attraversare la nostra storia, pur prendendo nuove forme di espressione. Rimane tuttavia, lancinante, l’interrogativo: quale democrazia al servizio del popolo?

Si indovina la risposta di Dehon. Egli la esprime in termini stimolanti in un testo del 1903 redatto per onorare la memoria di Leone XIII e che ci appare oggi come un testamento socio-culturale:

Questo secolo sarà democratico. I popoli vogliono una grande libertà civile, politica e comunale. I lavoratori vogliono una parte ragionevole dei frutti della loro fatica.

Tuttavia questa democrazia sarà cristiana o non lo sarà. La natura umana è tutta impregnata di egoismo. Tutte le civiltà pagane hanno visto la debolezza oppressa dalla forza. Soltanto il Vangelo può far regnare la giustizia e la carità.

Ogni tentativo di riforma sociale al di fuori del cristianesimo naufragherà nell’egoismo e nel regno della forza. Le nazioni oscilleranno fra la tirannia di uno solo e quella di un’oligarchia...

Il XX secolo farà tentativi disastrosi e ritornerà al Vangelo per non perire nell’anarchia.

 

 

6
Tribolazioni

Mentre P. Dehon estende il suo impegno sociale sul piano nazionale, a S. Quintino a partire dal 1889 la sua situazione peggiora. A questa data il vescovo Thibaudier che, malgrado qualche controversia, nutriva la più grande stima per il superiore del S. Giovanni, lascia la sede episcopale di Soissons per Cambrai. Egli rimane amministratore della diocesi, governata però di fatto da due vicari generali, i sacerdoti Mignot e Cardon. Questa partenza lascia libero corso ai rancori, alle gelosie e altre meschinerie di una parte del clero contro Dehon e la sua opera. Gli intrighi si intrecciano a partire dalla curia diocesana, in modo del tutto particolare attorno a uno dei vicari, il sac. Mignot, vecchio collega al vicariato della basilica, che non ha sopportato la rapida promozione di P. Dehon.

Tutti i pretesti sono buoni per destabilizzare Dehon a S. Quintino. Il 1º luglio 1889 P. Dehon nota con la sua usuale sobrietà:

Una vera tempesta si solleva contro l’Opera. Tutto potrebbe essere inghiottito. È una prova più dolorosa di quella del consummatum est. Che fare? Sono annientato.

Decisioni episcopali affrettate

Senza che si possa sapere con precisione quale sia l’oggetto della crisi, la sua gravità viene misurata attraverso le decisioni prese da Mons. Thibaudier in settembre. In base a rapporti molto sfavorevoli a Dehon, il vescovo si risolve brutalmente a due decisioni che colgono di sorpresa il superiore del S. Giovanni, come se Mons. Thibaudier volesse fare piazza pulita per il suo successore! Pur conservando il titolo di superiore, Dehon deve, almeno in parte, passare la mano a un intrigante, il sac. Mercier, che prenderà rapidamente il suo posto nella responsabilità riguardo al collegio e P. Dehon non alloggerà più al collegio: allontanamento doloroso, e non fa che preparare una rottura che avverrà qualche anno più tardi.

Il vescovo però ha preso anche un’altra decisione ben più importante, che inchioda di nuovo il fondatore al legno della croce: gli chiede di fondere la sua congregazione con un altro istituto più antico. Per P. Dehon questa decisione, del tutto inattesa, somiglia a un nuovo consummatum est. Questa decisione episcopale gli risulta tanto più incomprensibile in quanto la sua congregazione conta un centinaio di religiosi. Dehon è doppiamente ferito; nel suo intimo e nella sua reputazione sociale: la sua capacità di dirigere la scuola è messa in questione, dopo quindici anni di governo effettivo; la sua fede nella sua opera è distrutta. E tuttavia per quanto possa costargli, Dehon obbedisce e trova nella sua spiritualità oblativa la disponibilità per la sua sottomissione. Pronuncio il mio fiat dopo le prime emozioni.

Per il S. Giovanni la decisione episcopale è messa rapidamente in atto.

Riguardo alla fusione della sua congregazione, il fondatore inizia alcuni passi. Si rivolge dapprima ai Padri di Betharram, poi ai Padri dello Spirito Santo, che educatamente rifiutano ogni idea di fusione o di assorbimento, avendo ogni congregazione la sua specificità. P. Dehon si rende conto che l’ordine episcopale è irrealizzabile, almeno nell’immediato. Mons. Thibaudier, che vuole assicurare un inizio d’anno normale al S. Giovanni, ne conviene facilmente. La cosa si ferma lì. Tuttavia la crisi latente tra l’autorità episcopale di Soissons e P. Dehon resta intatta. Essa deriva infatti, in sostanza, dal non detto delle origini della congregazione. Per la curia episcopale l’essenziale dell’opera di P. Dehon è il collegio S. Giovanni, il cui status non è ben definito, in quanto è bene personale di Dehon. Inoltre con l’estensione e l’internazionalizzazione della congregazione la diocesi teme che il S. Giovanni le sfugga. Per i diversi vescovi la scuola deve restare un’opera diocesana, così come la congregazione di P. Dehon deve rimanere al servizio della diocesi di Soissons.

Diffidenza delle autorità diocesane

Il primo riconoscimento romano del 1888 che, praticamente, fa della fondazione di P. Dehon una congregazione di diritto pontificio, è mal ricevuto. Bisognerà attendere il 1906 per il riconoscimento definitivo. Il Sant’Ufficio apre regolarmente il fascicolo delle rivelazioni di Suor Ignazia e i vescovi di Soissons sono restii ad appoggiare la richiesta del fondatore. Essi non contano infatti sull’estensione della congregazione, alla quale accordano poco futuro. Si accontenterebbero facilmente - per evidenti ragioni! - di una piccola istituzione locale che restasse a loro disposizione. La lettera con la quale il 25 gennaio 1892, il vescovo Mons. Duval risponde a una richiesta del Sant’Ufficio è istruttiva a tale riguardo:

Io penso che quest’opera, scrive il vescovo, nonostante la reale dedizione del fondatore e di alcuni membri, non abbia le condizioni di vitalità necessarie per assicurare la durata in perpetuo. Per queste ragioni ritengo che non vi sia luogo ad accordare, per il momento, il privilegio di un’approvazione prima che l’opera abbia mostrato ciò che vale e i vantaggi che può procurare alla Chiesa. Soltanto il tempo potrà farla conoscere.

Un tale apprezzamento non incoraggia Roma a dare una risposta positiva all’opera del fondatore.

All’arrivo di un nuovo vescovo, nel marzo 1898, P. Dehon ritorna alla carica e gli chiede di appoggiare la sua richiesta di un riconoscimento definitivo della sua congregazione. Il fondatore si compiace di informare il nuovo vescovo dello stato del suo istituto: 220 religiosi di cui 70 sacerdoti, suddivisi in più di dieci comunità su diversi continenti, considerando che vi sono già alcuni dehoniani in Brasile e in Congo. Ma, dopo aver ottenuto dei consigli sul posto, Mons. Deramecourt prende coscienza delle forti reticenze che si manifestano nei confronti dell’istituto di P. Dehon. Per avere la coscienza pulita si rivolge anche a Mons. Mignot, ex vicario generale della diocesi, divenuto nel frattempo vescovo di Fréjus. Quest’ultimo risponde che condivide il suo imbarazzo e che conosce tutte le reticenze che circondano la fondazione di P. Dehon e conclude:

Al vostro posto risponderei che, nella diocesi, i pareri sono talmente divisi al riguardo di un’opera che non ha ancora raggiunto la sua solidità, che credete di dover attendere ancora un po’ prima di dare la vostra approvazione esplicita.

Cosa che il vescovo fece, non accordando la sua approvazione. E P. Dehon poté archiviare la quarantina di lettere episcopali favorevoli al suo istituto.

Egli quindi dovrà lottare contro la diffidenza delle autorità diocesane per la stessa sopravvivenza della sua congregazione. Così come deve difendersi per evitare che il S. Giovanni cada in mano alla diocesi. Non raggiungendo i suoi scopi riguardo al collegio, Mons. Duval cerca di allontanare il superiore in carica, raccomandandogli, paternamente, di viaggiare! Consiglio paradossale, perché d’altro canto rimprovera al fondatore la gestione della sua congregazione, male organizzata, dice e troppo sparsa.

A partire dal 1890 Dehon trascorre una parte degli inverni a Roma, cosa che senza dubbio non gli dispiace. Sarà il tempo della lettura e della scrittura. È a Roma che, nel 1894, si mette a leggere Marx. Egli non dimentica i classici come Dante, che riassume a lungo nelle sue annotazioni. Si tiene al corrente della letteratura contemporanea, a partire dalla voluminosa compilazione di Jeanson-Félix del quale, fra l’altro, copia il giudizio su Nietzsche prima di aggiungere: Gli è mancato un grano di umiltà per riconoscere che la forza e la scienza umane sono soggette a defezioni: Omnia vanitas.

Un passo falso del vescovo

Tuttavia questo modus vivendi imposto da Mons. Duval nuoce al buon andamento del S. Giovanni. Il sac. Mercier non ha l’autorità sufficiente per far regnare coerenza e armonia all’interno del corpo insegnante, composto in parte da religiosi dehoniani, in parte da sacerdoti diocesani. Intrighi di ogni specie si moltiplicano anche all’interno del gruppo dei religiosi, alcuni dei quali si schierano dalla parte dell’episcopio. P. Dehon viene denigrato e si arriva a mettere in dubbio il suo onore e i suoi costumi. Una voce subdola gli rimprovera comportamenti discutibili nei confronti di qualche alunno. Certo, Dehon, alto, slanciato, dall’aspetto dignitoso e riservato, sapeva anche mostrarsi paterno con gli alunni che lo veneravano, secondo una testimonianza quasi unanime degli anziani del S. Giovanni. Non è per caso che anche là il P. Dehon venisse chiamato Très bon Père!

Nel luglio 1893 Mons. Duval, che si trova lontano dalla diocesi, sulla base di denunce calunniose, invia una lettera severa a P. Dehon e gli ordina di lasciare S. Quintino:

Non potete più stare a S. Quintino, bisogna ad ogni costo organizzare immediatamente la vostra partenza. Scegliete in Olanda o in America il luogo del vostro soggiorno. Nascondete lì la vostra vita. I migliori dei vostri sacerdoti faranno fronte ai bisogni del S. Giovanni e alla direzione della vostra congregazione. Tre anni fa vi avevo vivamente consigliato di assentarvi per qualche tempo. Oggi vi ordino di partire.

Si resta stupefatti per la brutalità di questa lettera che invoca uno scandalo che però non viene specificato. Si tratta di posta personale, che non richiede la prudenza degli scritti pubblici. Rientrato a Soissons in agosto, il vescovo si rende conto di aver agito con precipitazione e leggerezza. Non vi è forse un indizio di secondi fini, cioè riportare l’opera di Dehon a quello che, sempre secondo lui, avrebbe dovuto essere: un’istituzione puramente diocesana?

Il vescovo ritira dunque la decisione presa un mese prima, ma manifesta la stessa ostilità nei confronti di P. Dehon. Le misure che prende lo testimoniano: Dehon resta il responsabile legale dell’istituto S. Giovanni, ma senza alcuna responsabilità concreta nella vita del collegio.

Inoltre, in attesa del futuro capitolo, chiede che sia l’assistente che tratta gli affari correnti ad occuparsi del governo della congregazione. Questo sospetto del vescovo è tanto più sorprendente in quanto, d’altra parte, egli affida alla saggezza di P. Dehon alcuni sacerdoti in difficoltà. Che cosa indica questa incoerenza?

Ancora una volta P. Dehon è crocifisso, ma si china e obbedisce. Malgrado la sua calma apparente, è scosso nella sua fede, non vedendo più molto bene quale potrebbe essere il suo avvenire. Per cui nell’ottobre 1893 decide di fare un ritiro di trenta giorni. In un quaderno a parte egli annoterà la sostanza delle sue meditazioni e riflessioni. La fiducia che esprime il primo giorno la dice lunga sui suoi stati d’animo a seguito della prova che subisce:

Che grazia è per me questo ritiro! Andavo alla perdizione. Sono diventato una terra riarsa.

Come quest’altra nota centrata sulla Passione:

La morte di Cristo è la mia vita. Il suo sangue mi inebria d’amore e la sua passione è la fonte di ogni grazia e di ogni forza.

Questi trenta giorni di meditazione e di preghiera ridanno a P. Dehon la fede nella sua opera. Questo tempo sarà decisivo per il suo orientamento futuro. Egli vi ritrova l’equilibrio e la pace interiore. Alla fine del ritiro può fare un bilancio positivo:

Questo ritiro segna una grande tappa della mia vita. Esso deve essere decisivo per la mia vita e per la mia salvezza.

Si rimette dunque all’opera, rinnovando la sua offerta e la sua totale disponibilità a Cristo per l’opera di cui sa di essere responsabile.

Mi do tutto intero a Nostro Signore per servirlo in tutto e fare in tutto la sua volontà. Sono pronto a fare e a soffrire quello che egli vorrà con l’aiuto della sua grazia.

Così inizia il patto che egli pronuncia alla fine di questo ritiro. Dopo questo ritiro il fondatore ha ritrovato una certa serenità. Ne avrà bisogno, perché intrighi, sospetti e denunce continueranno più di prima e creeranno gravi dissensi all’interno della congregazione, come abbiamo già sottolineato. Gli oppositori, raccolti attorno a padre Blancal, approfitteranno dei capitoli generali del 1893 e del 1896 per tentare, invano, di destituire P. Dehon dalla sua carica di superiore generale. Conducono una campagna attiva presso il vescovo perché intervenga nel procedimento delle elezioni al capitolo.

La diatriba assume a volte il tono di una vera campagna di intossicazione il cui tono, di una rara violenza, non cessa di sorprendere. Può esserne prova questo estratto di lettera, indirizzata a Mons. Duval il 30 settembre 1896 da un certo padre Delgoffe. Dopo aver rilevato che P. Dehon non aveva obbedito all’ingiunzione episcopale di lasciare S. Quintino, egli aggiunge:

Piaccia a Dio che quest’uomo nefasto scompaia subito e che non si parli mai più di lui, né nella nostra società, né nella nostra diocesi.

È nella logica di questa diatriba che si situa il tentativo di scissione di cui si è parlato in precedenza. Queste contese personali, come le campagne di calunnia contro la persona di P. Dehon, lasceranno tracce nella prima generazione di religiosi dehoniani. Esse offuscheranno, in alcuni, la figura spirituale del fondatore, di cui non si comprende né si condivide lo stile di vita aperto, l’apertura di spirito per tutto ciò che l’uomo ha creato di grande e di bello, il suo interesse per i problemi sociali. Per questi religiosi, che vivono la santità unicamente come contro corrente delle realtà umane, il comportamento di Dehon è forse quello di un uomo di intelligenza superiore, ma non quello di un modello religioso. Essi non potevano comprendere l’originalità di Dehon che cerca di vivere l’unione con Dio in un universo secolarizzato, cosa che non richiede il rifiuto o il rigetto, ma l’audace innovazione dei veri mistici. Per i grandi maestri spirituali infatti la santità è un cammino che si guadagna su se stessi e non contro la società.

Con il suo senso particolare dell’umano, P. Dehon ha compreso che a S. Quintino la sua persona è fonte di conflitti e di divisioni, tanto al S. Giovanni quanto alla casa religiosa del Sacro Cuore. Uomo di pace e di concordia, egli cerca dunque di farsi discreto. Sapendo di essere persona non più gradita in città, si dedica più liberamente sia al governo della sua congregazione sia ad attività editoriali, nonché alla partecipazione ai congressi, come abbiamo visto in precedenza.

Insomma i disaccordi e le contese condurranno Dehon, a partire dal 1893, a prendere le distanze e dedicarsi di più sia alla guida della sua congregazione sia alla riflessione sullo stato della società, della cultura nella Chiesa. Egli infatti appartiene a quella generazione d’uomini per i quali l’avvenire non si profila mai in stretta continuità col passato. Quindi si impone sempre il dovere dell’inventiva.

Gli scritti spirituali: una summa del Sacro Cuore

A partire dal 1890, P. Dehon diviene uno scrittore particolarmente fecondo. In un capitolo precedente abbiamo sottolineato l’essenziale della sua opera socioculturale. Bisogna aggiungervi una non meno importante attività di opere spirituali. Segnaliamo qui due biografie dallo stile molto agiografico, come voleva la sua epoca. Una è dedicata al suo primo compagno e fedele discepolo, presente al momento dei suoi primi voti, padre Alfonso Maria Rasset, deceduto nel 1905. L’altra evoca la figura di una giovane religiosa delle Ancelle del Sacro Cuore, Suor Maria di Gesù, morta a 23 anni nel 1878 dopo aver offerto la sua vita per la salute e l’opera di P. Dehon.

Per l’essenziale, i suoi scritti spirituali e ascetici riguardano la devozione al Cuore di Gesù. Egli voleva scrivere una summa di questa spiritualità, riunendo tutto ciò che questa corrente aveva prodotto nel corso dei secoli. Effettivamente egli scriverà molto su questo argomento, con alterne fortune. La lista delle sue opere è in se stessa eloquente:

 

Il ritiro del Sacro Cuore, 1896.

Mese di Maria, sulle litanie della Santa Vergine, 1900.

Mese del Sacro Cuore, sulle litanie del Sacro Cuore, 1900.

Vita d’amore verso il Sacro Cuore, 1901.

Corone d’amore verso il Sacro Cuore (tre volumetti), 1905.

Il cuore sacerdotale di Gesù, 1907.

La vita interiore (due volumi), 1919.

L’anno col Sacro Cuore, 1919.

Studio sul Sacro Cuore di Gesù o contributo in preparazione di una summa dottrinale del Sacro Cuore, 1922.

La linea direttrice di questa lunga elencazione è impressionante. È evidente che Dehon ha fatto della spiritualità del Cuore di Gesù la sua dimora interiore. Egli vi attinge il nutrimento per alimentare la sua vita mistica. Una tale costanza, al di là della sua espressione letteraria, rinvia a uno stile di vita, a un modo di essere. Scrive quello che vive. Da questo punto di vista, ogni opera diventa un ritiro spirituale. Egli vi descrive la sua relazione con Dio, con Cristo, come un legame d’amore, una storia di tenerezza tra due persone. È proprio nella prospettiva dell’amore che Dehon percepisce e vive il suo cristianesimo. Questo canto d’amore è come il respiro della sua anima in mezzo a difficoltà di ogni sorta.

Per Dehon l’amore divino è al primo posto. Dio-Amore chiama l’uomo. Bisogna dunque mettere in risalto questo amore divino in ogni esortazione spirituale. Egli si separa, su questo punto, dalla problematica degli esercizi ignaziani, che si concludono con una contemplazione per stimolare all’amore. Dehon ritiene che ogni passo spirituale debba cominciare dall’accoglienza dell’amore di Dio. Tutte le sue opere perseguono un unico scopo, mostrare l’immenso amore di Dio per l’uomo. Egli ci invita, seguendo l’evangelista Giovanni, a guardare Colui che hanno trafitto. Questo sguardo è infatti il migliore stimolo a rispondere all’amore di Dio.

Spiritualità e apostolato

L’accoglienza di questo amore gli dà d’altra parte la forza, probabilmente anche la lucidità di pensare una società basata su giustizia e carità, secondo la sua formula preferita. È a questo livello che bisogna stabilire un legame tra l’opera spirituale e le opere sociali, legame di cui la rivista Le Règne fornisce la dimostrazione esemplare. Si potrebbe, in un primo tempo, essere tentati di porre l’accento sulla rottura che si constata nella cronologia degli scritti. L’ultima grande opera sociale compare nel 1900, mentre l’essenziale della produzione spirituale è pubblicato dopo il volgere del secolo.

Questa strana successione cronologica effettivamente fa parte dei tempi di attività; essa distingue alcuni tipi di impegno in funzione delle responsabilità, degli avvenimenti e delle età della vita. Tuttavia non traduce una rottura di prospettiva, un cambio di orientamento. Al contrario, durante il suo periodo di grande attività sociale, si rilevano regolarmente nel suo Diario, alcune annotazioni che ricorrono come un leitmotiv:

Ho sete di vita interiore, di purezza, di unione con Nostro Signore, di spirito di immolazione e di amore.

La spiritualità riparatrice, l’oblazione di sé che P. Dehon sviluppa nel corso delle sue opere traduce la convinzione forte che l’efficacia dell’apostolo è prima di tutto nella vita interiore.

Ritroviamo qui la trama di fondo dell’ideale dehoniano, radicato nella Scuola francese, che specifica, identifica il sacerdote dalla sua statura spirituale, piuttosto che dalle sue attività. Dehon lo traduce in questa nota che potrebbe essere utilizzata come motto esplicativo della sua personalità e della sua opera:

Dio non se ne fa nulla del nostro sapere e delle nostre opere se non ha il nostro cuore.

Se Dehon ha tanto cercato la vita religiosa non è per abbandonare il terreno apostolico. Al contrario, egli trova la radice spirituale che dà all’apostolo le armi del suo combattimento per il Vangelo. Nel suo ritiro del luglio 1910, egli sottolinea bene questo legame quasi dialettico tra vita interiore e apostolato.

Una persona occupata deve più di un’altra mantenersi fedele agli esercizi di pietà, mettersi profondamente alla presenza di Dio quando inizia; mettervisi di nuovo in alcuni momenti della giornata: è la sua parte necessaria di vita interiore che non deve sacrificare. L’apostolato deve essere un irraggiamento di grazia e di santità.

L’unione con Dio

P. Dehon nota che è soltanto nell’esercizio dell’unione con Nostro Signore che egli trova questa profondità. Più avanza nella vita, più questa convinzione si fortifica e si ripete. L’esigenza di unione e di comunione con Dio mi sembra essere la nota fondamentale, la più costante dell’atteggiamento spirituale di P. Dehon. Gli altri tratti della sua spiritualità, come l’oblazione, l’adorazione, la riparazione ne sono componenti, momenti diversi per raggiungerla. Bisogna dunque comprenderle in rapporto a questa esigenza di fondo e riferirle a questa continuità. Volerle trattare singolarmente, in maniera isolata, come si è fatto troppo spesso con la riparazione, significa imboccare una strada senza uscita. Ci si priva infatti della chiave di interpretazione che costituisce l’unità e la continuità della vita spirituale di Dehon. Lui stesso, del resto, è esplicito su questo punto quando scrive:

L’esercizio dell’unione con Nostro Signore è preferibile a tutti gli altri esercizi e ci aiuta più di tutti gli altri... Voglio legarmi ad esso definitivamente. Non farò nulla se non in questa unione con Gesù, attraverso Gesù, in Gesù.

Questa insistenza di P. Dehon su questo punto traduce forse nel modo migliore l’obiettivo profondo della sua fondazione religiosa. La spiritualità del cuore di Gesù gli fornisce lo spazio e il mezzo di questa unione-comunione. Per non fraintendere questa letteratura, troppo facilmente denigrata, bisogna accettarla per quello che è: una guida spirituale che tende a provocare un cammino interiore. Non bisogna cercarvi sviluppi teorici; si tratta più modestamente di un mettersi in strada per andare sempre più verso Dio e in Dio. La stessa forma letteraria da lui adottata esprime questa preoccupazione pratica. Dehon adotta il genere letterario della meditazione per ogni giorno. A partire da un testo della Scrittura egli propone, spesso in tre punti, un’esortazione a vivere in Dio. La meditazione termina con una breve preghiera.

Attraverso le sue innumerevoli meditazioni, Dehon svolge l’insieme dei misteri della vita di Gesù, i fatti e i gesti del suo percorso terreno. La contemplazione non si ferma però allo svolgimento di avvenimenti, è importante andare al cuore del mistero per sentirvi, percepirvi l’amore di Dio. Tale è il metodo spirituale che Dehon sviluppa nei suoi scritti ascetici e che descrive in questi termini: Cercare di scoprire l’amore sotto la scorza di tutti i misteri. Egli prende il Vangelo, secondo la sua bella immagine, scritto all’esterno e all’interno, e penetra fino al suo cuore che è il Cuore di Dio.

La sua opera spirituale è una descrizione della sua esperienza personale, del suo vissuto mistico, così come l’opera sociale esprimeva le sue iniziative e il suo comportamento di fronte alla società del XIX secolo. In questo senso, Dehon è un uomo pratico che cerca di far condividere ai suoi confratelli le sue convinzioni, le sue analisi, le sue intuizioni, in breve tutto ciò che forma il suo itinerario personale.

Si può dunque dire che egli resta fedele alla sua preoccupazione pedagogica. Nel caso di Dehon, infatti, si presume che i suoi primi lettori siano i sacerdoti, le persone consacrate. In questa attività editoriale egli continua il suo impegno al servizio della formazione sacerdotale. La spiritualità del Cuore di Gesù gli sembra la corrente spirituale più adatta a questa missione. Infatti basandosi su Gv 15,15, passo in cui Cristo chiama i suoi apostoli non più servi ma amici, P. Dehon in quello che chiama il suo testamento spirituale afferma che se il cuore di Cristo appartiene a tutti, ha delle tenerezze particolari per i sacerdoti che gli sono consacrati.

Due solchi, un’unica origine

Se vi sono delle frasi, nella bibliografia di Dehon, che accentuano ora un aspetto, ora un altro, in profondità la vena è unica. Dehon è animato da un solo spirito, quello dell’amore divino, che egli modula secondo due grandi orientamenti: l’esigenza sociale culturale e la spiritualità di oblazione riparatrice.

Egli stesso paragona la sua opera a due solchi che hanno la stessa origine.

Sono stato condotto dalla provvidenza a scavare molti solchi, ma due soprattutto lasceranno un’impronta profonda: l’azione sociale cristiana e la vita d’amore, di riparazione e di immolazione al Sacro Cuore di Gesù. I miei libri, tradotti in diverse lingue, portano ovunque questa doppia corrente uscita dal Cuore di Gesù. Deo gratias!.

P. Dehon ha 67 anni quando ci consegna questa analisi che propone una vera interpretazione della sua esistenza e della sua opera. A quell’età egli può valutare l’opera, percepirne la profonda unità. Confidenza tanto più preziosa in quanto è rara in un uomo che ha la tendenza a colpevolizzarsi, ad accusarsi facilmente di tutti i peccati del mondo. A questo punto egli getta uno sguardo più sereno, che lo rassicura sulla solidità dell’opera. Ha però cura di richiamarne il doppio respiro: la preoccupazione degli uomini nell’impegno sociale e la vita di unione e di oblazione al suo Signore. L’originalità dehoniana risiede in questa articolazione che coniuga l’amore verso gli uomini e l’amore verso Dio.

Un simile messaggio è fondamentale per la Chiesa, in particolare in un periodo difficile come è stato quello di P. Dehon. Il riflesso spontaneo poteva essere allora quello di ripiegarsi su se stessi, di curare la propria identità, di assicurare le proprie difese interiori. L’atteggiamento dehoniano non obbedisce a questo riflesso protettivo. Al contrario P. Dehon pensa, ama la Chiesa nella sua relazione con gli uomini inestricabilmente legata alle loro culture, alle loro aspirazioni, alle loro passioni. Egli non concepisce la Chiesa in se stessa e per se stessa. La sua battaglia mira all’unione, alla riconciliazione tra il popolo e la Chiesa.

La vita religiosa, ai suoi occhi, è parte in causa dell’avventura umana. Essa non si raggiunge dunque in comunità di certo ferventi, ma ripiegate su se stesse. La vita religiosa deve dare un soffio di ardore, di coraggio all’annuncio della Buona Novella. È del resto uno dei rimproveri costanti che faranno al fondatore i vescovi di Soissons e una parte dei suoi religiosi: intraprendere troppo. Nel suo rapporto alla Santa Sede nel 1892, Mons. Duval scriveva infatti: L. Dehon, quando ha alcuni soggetti, li invia a fondare nuove case... Una tale dispersione nuoce alla solidità della sua opera.

Non sembra che la sua stessa congregazione abbia sempre compreso bene questo orientamento fondamentale che unifica la doppia preoccupazione di cui abbiamo parlato in precedenza, mettendo l’accento sulla trasmissione del messaggio. La corrente vittimale riparatrice, però, insiste sulla sua conservazione. Emergono di nuovo le ambiguità delle origini.

 

 

7
Estensione della congregazione e viaggi del fondatore

I primi anni del XX secolo sono segnati in Francia da una politica anticlericale che andrà fino all’espulsione dei religiosi e alla confisca dei loro beni prima di arrivare, nel 1905, alla legge detta di separazione della Chiesa e dello Stato.

Fin dal 1901 le congregazioni, per non essere costrette a lasciare il territorio, sono tenute a chiedere un permesso di soggiorno. Come gli stranieri! Dehon si sottomette a questa esigenza umiliante. Questa politica assurda divide i francesi. Nelle elezioni del 1902 ha luogo una rimonta delle destre, senza tuttavia impedire la vittoria del blocco delle sinistre. Con l’arrivo, come capo del governo, dell’ex seminarista Émile Combes si assiste a un anticlericalismo di Stato, secondo la definizione di uno storico. Le scuole delle congregazioni religiose vengono chiuse, le richieste di permesso di soggiorno che vengono presentate sono respinte in blocco, ad eccezione di cinque istituti, per la maggior parte missionari.

La congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore è toccata da questa politica. L’opera di P. Dehon a S. Quintino è in pericolo. Tanto che alcuni religiosi, per sfuggire all’espulsione, chiedono di passare al clero secolare, come farà il superiore dehoniano del S. Giovanni. Il fondatore è colpito profondamente da un tale comportamento.

Per me, scrive, era ancora una fase del Consummatum est. Il S. Giovanni era stato la culla dell’opera, vi avevo vissuto vent’anni, e dopo ventiquattro anni viene secolarizzato, aspettando forse di chiudere! Era una ferita che non si sarebbe chiusa e che mi avrebbe causato molte notti d’insonnia.

Nell’attesa, P. Dehon si prepara all’esilio. Molti amici offrono i loro servigi per aiutarlo, per difendere la sua causa, come i deputati Gayraud, Grousseau o de Mun. Numerosi vescovi gli scrivono in segno di solidarietà. Anche L’Osservatore Romano, il giornale del Vaticano, pubblica il 18 maggio 1903 un articolo intitolato: Le vittime di Combes: P. Dehon e i suoi.

Per preservare il futuro, a partire dal 1902, P. Dehon dispone tutto per trasferirsi a Bruxelles, senza tuttavia abbandonare S. Quintino. Farà la spola tra le due città, che per fortuna non distano troppo l’una dall’altra. Dehon ha infatti deciso di resistere e di intentare un procedimento contro la decisione governativa di dispersione. Il giurista si risveglia in lui. Protesto e manterrò la mia protesta fino alla prigione se necessario, proclama.

La sua argomentazione si appoggia sul fatto che la sua congregazione non è stata definitivamente riconosciuta. Essa non è che una congregazione in via di preparazione, dirà. Non si può dunque sciogliere ciò che non esiste. Nella logica di questa argomentazione egli presenta una richiesta di autorizzazione per una nuova congregazione. Comincia allora un lungo procedimento nel corso del quale lui stesso, già avvocato, arringa ricordando i Diritti dell’uomo e il fatto che nessuno può essere importunato per le sue opinioni religiose. Il tribunale di S. Quintino è impressionato da questo grande vecchio intransigente. Inoltre P. Dehon conduce in città una vera campagna per mezzo di volantini e manifesti pubblicitari nei quali ricorda i suoi diritti.

Egli perderà chiaramente il suo processo. La Casa del Sacro Cuore viene confiscata in quanto bene appartenente a una congregazione. Gli vengono lasciate solo le dipendenze. Sarà Nazareth, commenta P. Dehon. Tuttavia la sua campagna di spiegazione nella città di S. Quintino ha portato i suoi frutti. Al momento della messa in vendita della casa non si presenta nessun acquirente. Egli potrà dunque ricomprarla a un prezzo moderato. Però nel frattempo la casa si era gravemente degradata.

In questo periodo difficile P. Dehon è quasi solo a S. Quintino. Non vi abita più che padre Blancal, l’oppositore di sempre, che è troppo malato per essere trasferito. Nella sua bontà P. Dehon lo cura e lo prepara a morire. Pur avendo tanto sofferto dei suoi intrighi che arrivavano a fomentare la scissione, egli parla nelle sue note del buon padre Blancal, che conta tra i buoni fondamenti dell’opera. Testimonianza eloquente della grandezza d’animo del fondatore.

Anche se il processo lo occupa, P. Dehon dispone di molto tempo libero. Ne soffre, perché si trova come disoccupato. I suoi libri, le sue note, gli archivi sono stati trasportati a Bruxelles. Allora, ci confida, per distendersi e tenersi in esercizio, sega del legname un’ora al giorno, cosa che, precisa, gli riesce bene!

L’esilio

Una delle prime conseguenze di questa politica antireligiosa sarà, nel dicembre 1903, la sospensione della rivista Il Regno del Cuore di Gesù nelle anime e nella società. P. Dehon è troppo solo a S. Quintino e gli sembra impossibile dirigere la rivista da Bruxelles. Del resto, tutta l’opera dehoniana lascia la Francia, ma non è per questo decapitata, essendo già ben impiantata all’estero, dove prosperano una ventina di comunità.

Nel 1906 le statistiche ci indicano trecento religiosi. È vero però che così la congregazione, di origine francese, lascia il paese per il quale Dehon ha tanto operato spiritualmente, contribuendo al suo rinnovamento cristiano. Questo esilio sarà una delle grandi sofferenze della sua vecchiaia. Quando i politici cambieranno, la congregazione avrà difficoltà a reimpiantarsi in quella che era stata la sua terra d’origine. E, fatto ancora più paradossale, P. Dehon, di cui sappiamo ora la notorietà e l’autorità, sparirà progressivamente dalla coscienza di questa Chiesa di Francia, al punto da diventare un grande dimenticato della sua storia: sorte ingiusta per questa bella figura che l’ha servita così intelligentemente, così appassionatamente.

Dopo il 1905 P. Dehon ha ancora soggiorni regolari a S. Quintino, nella Casa del Sacro Cuore riorganizzata. È però da Bruxelles che dirige la congregazione che si estende all’estero. Continua a fare, d’altra parte, lunghi soggiorni ogni anno a Roma. Vi organizzerà regolarmente incontri sociali internazionali, in particolare con il grande maestro dei cattolici sociali italiani, Giuseppe Toniolo, che è divenuto suo amico, e sarà lui a scrivere la prefazione alle traduzioni italiane del Manuale sociale cristiano e anche del Catechismo sociale.

Il 21 febbraio 1904 P. Dehon ha la gioia di avere la sua prima udienza con Pio X, eletto papa il 4 agosto dell’anno precedente. Gli parla lungamente della situazione della Francia e della sua congregazione, che vorrebbe vedere riconosciuta definitivamente. Il papa lo incoraggia a intraprendere i passi necessari per ottenere tale riconoscimento. P. Dehon raccoglie le lettere episcopali favorevoli. La sua richiesta tuttavia non avanza, poiché il Sant’Ufficio, che ha riaperto il fascicolo del 1883, solleva obiezioni. È allora che il cardinale Rampolla, un vecchio amico di Dehon, nel quale si era visto il successore di Leone XIII, gli consiglia di rivolgersi direttamente al papa.

In un’udienza del 14 febbraio 1906 il fondatore presenta nel dettaglio la sua richiesta. Il Santo Padre lo ascolta attentamente e gli promette di parlarne personalmente all’assessore del Sant’Ufficio; ha dunque parole molto incoraggianti. Di fatto le cose si sistemeranno rapidamente, dato che in una nuova udienza del 9 aprile P. Dehon può ringraziare Pio X per il suo intervento. L’approvazione definitiva della congregazione sarà effettivamente acquisita il 4 luglio 1906. Il fondatore scrive nelle sue note questa semplice frase: Quanto è buono Nostro Signore ad accettarci malgrado tanti anni di debolezze e di miserie!.

Gli ultimi sei mesi dell’anno sono occupati da un lungo viaggio in Brasile, dove visita i suoi religiosi che vi sono installati dal 1893. Conduce inoltre con sé quattro giovani missionari tedeschi, cercando di estendere la sua congregazione. Dal Brasile si reca in Uruguay, poi in Argentina. Questo viaggio del fondatore sarà spiritualmente fecondo, poiché cento anni dopo l’arrivo dei primi religiosi dehoniani, circa quattrocento discepoli sono presenti in America latina. Secondo la sua abitudine, Leone Dehon osserva e prende nota. Nel 1908 pubblicherà il resoconto di questo viaggio con il titolo Mille leghe nell’America del Sud.

Appena ritornato nel gennaio 1907 da questo lungo viaggio, riparte per Roma per lavorare in maniera particolare all’impianto della congregazione in Italia. È in effetti in quell’anno che, oltre alla residenza di Roma, si apre la prima comunità in Italia, fatta eccezione per Roma, nella diocesi di Bergamo. Oltre le necessarie visite protocollari che deve compiere per il governo del suo istituto, P. Dehon legge e scrive molto. Promuove anche incontri e conferenze, svolgendo un po’ il ruolo di mentore per i non romani. Organizza così, in febbraio, una conferenza di Marc Sangnier sul ruolo sociale della Chiesa. E ci tiene a presentare lui stesso il fondatore del Sillon al pubblico romano per attenuare i sospetti che cominciano a pesare su di lui.

Dehon dà pubblicamente il suo sostegno all’oratore, affermando in particolare che ha due nobili amori, quello di Cristo e quello del popolo. Si sarebbe potuto credere di ascoltare un autoritratto di Dehon fatto da lui stesso. Atto coraggioso e altamente simbolico di una grande fedeltà a un’idea-forza, ossia il naturale legame tra Chiesa e popolo, idea combattuta dai conservatori e che inquieta la gerarchia cattolica. Di fronte alle critiche che minano la credibilità del Sillon, Leone Dehon, secondo la sua pratica corrente, suggerisce a Sangnier di appellarsi al papa. Da parte sua poi egli con Leone Harmel difende l’operato e il progetto di Marc Sangnier. Tuttavia la Roma di Pio X non è più quella di Leone XIII. E nel 1910 il Sillon è condannato.

Il fondatore dedica una parte dell’anno a visitare le comunità che si rafforzano, lavorando nello stesso tempo a nuovi progetti di estensione. Così nel luglio 1907 si reca in Finlandia per studiare un eventuale impianto. Questo viaggio, secondo un’abitudine ormai ben consolidata, sarà pretesto anche per un po’ di turismo, perché Leone Dehon non dimentica mai l’aspetto culturale.

All’andata visita la Prussia e la Danimarca. Il ritorno avverrà via San Pietroburgo, Mosca, Cracovia e Praga. Per questo viaggio in terra luterana P. Dehon ha dovuto, senza scrupoli eccessivi, cambiare la sua cara talare con il clergyman. Nelle sue note aggiunge questa osservazione, indicativa di un’attenzione alle evoluzioni e ai mutamenti: forse lo porteremo presto anche in Francia. Al suo ritorno dalla Finlandia P. Dehon rende conto del suo viaggio al suo consiglio, che decide una fondazione a Helsinki. A partire da quel giorno è la congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore che, per l’essenziale, rappresenta la Chiesa cattolica nella Finlandia luterana.

Confermandosi l’estensione della congregazione, il capitolo del settembre 1908 decide di dividere dal punto di vista amministrativo l’istituto, che conta a quella data 293 membri, in due province. Una provincia orientale che copre la Germania e l’Austria e una provincia occidentale per il resto, ossia Francia, Olanda, Belgio e Italia. Nell’ottobre 1908 il fondatore può vedere un segno evidente della vitalità della sua opera. L’11 ottobre assiste alla consacrazione episcopale del primo dehoniano, padre Gabriel Grison, originario della Meuse. Dopo un primo ministero in Equador, nel 1897 questo sacerdote era partito, ancora giovane, per il Congo dove darà il primo vicario apostolico di Kisangani. Per P. Dehon è la festa e il coronamento di molti sforzi per ottenere un territorio di missione. Con grande gioia e orgoglio presenterà lui stesso il nuovo vescovo al papa Pio X che gli offre la croce pettorale. Tre giorni dopo la consacrazione ottiene una nuova udienza e il papa vedendo Mons. Grison mormora a P. Dehon: che bel giovane vescovo abbiamo fatto!

I soggiorni romani di P. Dehon si prolungano spesso, dato che sta volentieri a Roma. Ne approfitta per leggere e tenersi al corrente dell’attualità letteraria e filosofica. È da lì che seguirà da vicino la questione del modernismo, nella quale egli avverte in germe la crisi della convinzione e della certezza. Egli vede la causa di questa preminenza accordata alla volontà sull’intelligenza nell’influenza del neokantismo, che condanna senza comprenderne le motivazioni segrete. Dehon preconizza un ritorno a quella che chiama la filosofia del buon senso che sarebbe, secondo lui, quella di Aristotele e di san Tommaso. Avrà, nello stesso senso, dei giudizi severi su Nietzsche e su Bergson che conosce, a dire il vero, solo attraverso commenti superficiali.

Viaggio intorno al mondo

Il 1910 sarà ancora un grande anno, quello del suo viaggio intorno al mondo. A decidere sarà il congresso eucaristico di Montréal, che avrà luogo in settembre. I suoi amici canadesi, in particolare l’arcivescovo del Quebec, Mons. Begin, vecchio condiscepolo di Roma, lo invitano calorosamente a fare il viaggio. Mons. Thiberghien, l’amico di Roma che è membro del consiglio dei congressi eucaristici, insiste. P. Dehon, di cui è nota la passione per i viaggi, si lascia convincere. È vero però che si pensa anche a un impianto in Canada. Appena la decisione di andare a Montréal è presa, si aggiunge segretamente un progetto di passare in Asia partendo dalla costa occidentale degli Stati Uniti. Nella prima lettera che, dalla nave, il 17 agosto 1910 Dehon invia al suo corrispondente di S. Quintino, gli annuncia che rientrerà soltanto a gennaio e aggiunge: Non ditelo troppo presto.

Questo viaggio di più di sei mesi, nelle condizioni che si possono immaginare all’inizio del XX secolo, sarà una vera impresa per un uomo di 67 anni. Questo giro lo condurrà dagli Stati Uniti al Giappone, in Corea, in Cina, nelle Filippine, in Indonesia, dove visita il grande tempio buddista di Borobudur, in pieno restauro. Da lì si reca a Ceylon, poi in India.

Il viaggiatore, ci si rende conto, raccoglie annotazioni che, in parte, pubblicherà. Accanto a dettagli insignificanti, il lettore troverà una grande quantità di osservazioni etnologiche, geografiche, religiose o in senso più ampio culturali. In Giappone, ad esempio, egli evoca con una sorprendente preveggenza il così detto pericolo giallo di cui si parla molto al momento. Per lui, se esiste, non è in nessun modo politico, ma di ordine economico!

In India, Leone Dehon è impressionato da Benarès, la città santa per eccellenza. Benché abbia la tendenza a disprezzare tutto ciò che non è cristiano, qui egli condivide.

È ancora più santa per gli Indù della Mecca per i Musulmani, di Gerusalemme o di Roma per i Cristiani... Questa città è veramente straordinaria. Altrove la religione non è che una parte della vita pubblica. A Benarès non si vede altro, essa riempie tutto, prendendo all’uomo ogni minuto del suo tempo.

Leggendo questa pagina così partecipata su Benarès sembra di ritrovare lo studente del 1865 che scopre con meraviglia la Roma dei papi di cui conserva, in qualche modo, la nostalgia.

Il ritorno avviene attraverso il Canale di Suez. Da Port Said fa una deviazione verso Gerusalemme, dove arriva il 21 febbraio 1911. Vorrebbe rifare il pellegrinaggio chiave del 1865, ma il tempo manca. Osserva tuttavia che da quell’epoca ormai lontana i conventi a Gerusalemme si sono moltiplicati. Questo soggiorno è eccessivamente breve per i suoi gusti. Osserva però: Bisogna partire, in Europa trovano che io sia stato assente già molto tempo. Ed è vero che le critiche non mancheranno. Egli si spiega giustificando l’interesse culturale di tali viaggi, pur riconoscendo che c’è stato talvolta qualche eccesso.

Rapporti stretti con i papi

Arrivato a Marsiglia il 2 marzo, si reca direttamente a Roma, dove rende conto del suo lungo viaggio, prima ai cardinali della curia, poi agli organismi centrali delle congregazioni di cui ha visitato le missioni. Lo scambio avverrà però soprattutto con Pio X in una lunga udienza del 11 marzo. Con il papa, Dehon evoca le possibilità di evangelizzazione e le difficoltà con le quali si scontrano le missioni. Il colloquio si protrae in maniera inusitata. In anticamera ci si stupì, noterà Dehon, poi venne riconosciuto che si trattava di un’udienza eccezionale.

Si può essere sorpresi di queste lunghe e numerose udienze che P. Dehon ebbe con Pio X, un uomo che non conosceva prima della sua elezione e con il quale non ha le complicità intellettuali o le visioni di futuro sulla Chiesa e le società come con il suo predecessore Leone XIII. È a un altro livello che si crea la stima reciproca, meno di ordine culturale che propriamente spirituale. In ogni caso, tra i due uomini, per il resto molto diversi, si allaccia una relazione di vera fiducia, che sarà preziosa per il fondatore quando sarà in preda alle difficoltà con gli organi del Vaticano per quanto riguarda la sua congregazione. Per il suo settantesimo compleanno, P. Dehon riceve gli auguri di Pio X, accompagnati da una benedizione apostolica speciale.

Le relazioni saranno ancora più strette con Benedetto XV, che P. Dehon conosce dal 1894, dal tempo in cui mons. Della Chiesa era segretario del cardinale Rampolla. Si trattava di un amico che condivideva l’ideale e le vedute del fondatore dei Sacerdoti del Sacro Cuore. P. Dehon lo chiamerà d’altronde il papa del Sacro Cuore, poiché aveva una profonda devozione al Cuore di Gesù. Fin dalla sua elezione alla sede arcivescovile di Bologna, Della Chiesa aveva accolto una comunità dehoniana nella sua città. Così è fondato il primo studio teologico dei dehoniani in Italia, dal quale nascerà la prestigiosa e molto conosciuta casa editrice: E.D.B. (Edizioni Dehoniane Bologna).

Nel 1917 Benedetto XV ottiene per P. Dehon, che è sofferente, a Bruxelles occupata, un salvacondotto per essere rimpatriato attraverso la Svizzera, paese neutrale. I due amici si ritrovano il 3 gennaio 1918 in un’udienza privata che è, confida P. Dehon, una chiacchierata amichevole in confidenza. Ad ogni soggiorno romano, Dehon fa visita a Benedetto XV al suo arrivo e alla partenza dalla Città eterna. Si misurano così i legami di amicizia che univano questi due uomini che comunicavano nella spiritualità del Cuore di Gesù. In uno di questi incontri - non si possono chiamare altrimenti quelli che il protocollo chiama comunemente udienze - nascerà l’idea di edificare a Roma una grande chiesa dedicata al Cuore di Gesù; P. Dehon suggerisce inoltre a Benedetto XV in una di queste conversazioni, di far costruire nella basilica di San Pietro un altare al Sacro Cuore in mosaico.

P. Dehon si rivela, durante tutta la sua vita, un romano convinto. Dà prova di un grande attaccamento alla persona dei papi. Questi glielo ricambiano, manifestandogli stima e fiducia, in particolare con la sua nomina a consultore dell’Indice sotto Leone XIII. È di vera amicizia che bisogna parlare con Benedetto XV. L’attaccamento di Dehon ai papi, tuttavia, non sarà mai servilismo. Dehon non è uno che appoggia incondizionatamente. Egli saprà infatti formulare alcune critiche a Benedetto XV a proposito delle sue nomine episcopali. E, lo sappiamo, nel caso delle pretese rivelazioni di Suor Ignazia, Dehon conserverà la sua libertà di giudizio anche di fronte alla condanna romana. Si può del resto notare lo stesso atteggiamento da parte di Dehon, nei confronti dei vescovi di Soissons, fatto di deferenza e allo stesso tempo di dignità personale. Di fronte alle loro esigenze, egli sa ricordare i diritti e i meriti della sua congregazione.

 

 

8
Quando i frutti sono maturi

P. Dehon si trova a S. Quintino quando scoppia, nell’agosto 1914, la prima guerra mondiale. Comincia allora per lui un lungo periodo che lo tiene prigioniero in questa città. S. Quintino si troverà infatti rapidamente nel cuore dei combattimenti omicidi. Fin dal mese di agosto la città è occupata e resterà, per tutta la durata della guerra, sulla linea del fronte. Per questa ragione nell’ottobre 1914 essa riceve la visita dell’imperatore Guglielmo II che viene a incoraggiare le sue truppe. Durante i quattro anni di ostilità, S. Quintino è sottoposta a un’economia di guerra con tutto il suo seguito di mali e di sofferenze di ogni tipo. Fu poi totalmente distrutta nel 1917 dopo l’evacuazione dei suoi abitanti in Belgio. Quando nell’aprile 1919 Dehon ritorna nella sua città martire, è uno spettacolo da fine del mondo quello che scopre. Le sue NQ ne fanno eco:

L’impressione mi fece cadere le braccia. Non ho mai visto niente di simile nella mia vita... È un ammasso di rovine luride e tristi. Ci sono 4.000 o 5.000 abitanti, come superstiti dopo un naufragio. La città ne contava circa 40.000 prima delle ostilità.

Una ospitalità generosa

Malgrado tutto quello che una guerra come quella del 1915-1918 ha potuto comportare in termini di estorsioni e di umiliazioni, nelle note di Dehon si trovano soltanto di rado lamentele contro l’occupante, salvo qualche critica riguardo ai saccheggi. Egli sa di avere figli da entrambe le parti del fronte. Il suo comportamento abituale resta quello della bontà e dell’accoglienza. La casa del Sacro Cuore è sovrappopolata, poiché confratelli e sacerdoti dei dintorni di S. Quintino vi si sono rifugiati. Malgrado questi disagi, il superiore vi accoglie i sacerdoti e i religiosi tedeschi che stazionano in città. La nostra casa del Sacro Cuore è come la foresteria dei religiosi tedeschi. Dehon spinge l’onestà fino a sottolineare la pietà di questi sacerdoti, mobilitati come infermieri.

Anche se l’accoglienza è imposta dall’occupante, il superiore sa renderla cortese e umana. Egli sa però anche accogliere spontaneamente, con grande scandalo dei confratelli francesi che non approvano l’atteggiamento ospitale del superiore. Due testimonianze sottolineano la delicatezza di P. Dehon a questo riguardo. Un giovane dehoniano tedesco, Franz Dalinghaus, trovandosi in quei mesi nei dintorni di S. Quintino, si arrischia ad arrivare fino alla casa del Sacro Cuore per vedere il fondatore. I confratelli francesi ignorano ostentatamente il militare tedesco. Notando questo atteggiamento ostile, P. Dehon invita il giovane militare a condividere il pasto della comunità e lo pone, bene in vista, alla propria tavola. Altra testimonianza, quella del francescano Raymond Dreyling che, in quanto cappellano militare a S. Quintino, frequenta spesso la casa del Sacro Cuore. Dopo la guerra, egli renderà pubblicamente omaggio in questi termini: Durante tutta la guerra ho incontrato un solo francese che di fronte ai tedeschi ha sempre saputo conservare il dominio di sé e il senso della dignità, è stato P. Dehon.

Queste testimonianze sono in se stesse eloquenti. Manifestano la grandezza d’animo di colui che vedeva nella guerra una chiamata alla conversione interiore.

Per P. Dehon la distruzione di S. Quintino significa anche la distruzione della sua opera, almeno delle sue radici. Dopo la tormenta praticamente non resta più niente del S. Giovanni, né della casa del Sacro Cuore. L’opera dehoniana perde le sue prime fondazioni. I luoghi e i riferimenti delle origini sfumano, a beneficio di spazi spirituali dove domina lo sguardo interiore, quello stesso che Dehon ha rivolto al mondo e a Colui che hanno trafitto, sguardo che egli lascia a coloro che ascoltano il suo messaggio.

Nel 1925, dopo il suo decesso a Bruxelles, P. Dehon è sepolto nel cimitero di S. Quintino e ora la salma riposa in una cappella della chiesa parrocchiale di S. Martino. Per la congregazione, S. Quintino ritrova la sua funzione genealogica. Essa diviene la città-fonte dove il viaggiatore dei deserti spirituali delle nostre città moderne ama fermarsi per attingere alle acque della vita.

Prigioniero a S. Quintino, P. Dehon, che aveva l’abitudine dei viaggi e delle visite, si sente in ozio. È isolato dalle altre comunità della congregazione. La posta infatti non gli arriva più. Dopo il suo rimpatrio nel 1917, scoprirà che tutta la sua corrispondenza era bloccata a Château-Thierry. Non sa dunque praticamente nulla della sua opera. Teme per la sua sopravvivenza, perché la maggior parte delle comunità si trova nei paesi in conflitto.

Dehon vive questa situazione come una oppressione morale; usando le sue stesse parole. Essa affatica il vecchio di 75 anni, la cui salute peggiora. Soffre di nuovo violenti sbocchi di sangue, come quelli che aveva avuto nel 1878 al momento della fondazione. Per sciogliere questa oppressione che lo prostra, si occupa a coltivare il giardino attorno alla casa del Sacro Cuore. Cura fiori e arbusti per il piacere e il riposo degli ospiti e per assicurare un bell’ornamento alla cappella.

Il tempo dell’interiorizzazione

Le circostanze gli impongono dunque una sorta di ritiro. Ed è come tale che egli vive questa guerra troppo lunga. A più riprese ne parla esplicitamente nelle sue note. Per occupare i suoi ozi forzati si immerge nella lettura. Gli autori spirituali e ascetici gli forniscono il nutrimento per queste giornate senza gloria. Sarebbe troppo lungo citarli qui, perché sono numerosi, in funzione proprio del tempo libero di cui P. Dehon dispone. Egli, nel Diario, ne riassume gli argomenti con cura minuziosa; non esita a copiare pagine intere. Il Diario di questo periodo risulta perciò più voluminoso.

Oltre alla scelta degli autori e alle preferenze letterarie, queste pagine ci rivelano moti dello spirito che mostrano il dinamismo interiore dell’anziano superiore. Così, nel 1915, egli scopre Elisabetta della Trinità, della quale legge la biografia. È una meraviglia che lo introduce nel cuore del mistero trinitario.

Conservo da questa lettura, confessa, una devozione meglio compresa verso la Santissima Trinità.

Si trovano effettivamente, a partire da questa data, nelle sue note, riferimenti sempre più numerosi alla Trinità. Prova che ciò che in precedenza era soltanto un dogma, diventa ora una parte viva della sua vita interiore. Qualche giorno prima della morte, trascriverà questa preghiera:

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo: gloria al Padre che è mio Padre e mio Creatore; gloria al Figlio che si è fatto mio Fratello e mio Salvatore; gloria allo Spirito Santo che è la mia guida e l’anima della mia anima.

Evidentemente con questo tempo di guerra inizia un lungo ritiro spirituale che lo condurrà dolcemente, passo passo, fino alla morte e al suo incontro con il suo Signore. Si ha l’impressione che il processo di interiorizzazione si acceleri in lui. Vive sempre più all’interno di se stesso per incontrarvi il suo Dio al quale ha sacrificato tutto, per rivisitare la propria storia, di cui si sforza di misurare il valore. A partire da questo momento, e fino alla sua morte, nel 1925 P. Dehon rilegge tutto il suo passato. Lo riafferra, bisognerebbe piuttosto dire, visto che vi ritorna costantemente e lungamente nel corso dei suoi ultimi sei anni.

Il fondatore si china sulla sua opera

Il processo è abituale per l’anziano: il passato più lontano diviene il presente più vicino. In questo caso, però, vista la posta in gioco della storia e la sinuosità del percorso, questo meccanismo, tutto sommato anodino, rivela la preoccupazione maggiore dell’uomo che si volge verso il suo passato: la solidità e l’autenticità spirituale, persino divina, dell’opera che lascia. Sì, P. Dehon ritorna costantemente sull’origine dell’opera, sulle sue fasi iniziali, sui suoi protagonisti, in particolare su Suor Ignazia e i suoi messaggi che egli sostiene essere, almeno in parte, di origine divina. Leggendo il Diario di quest’ultimo periodo si resta colpiti da questa volontà, instancabilmente ripetuta, di sapere la sua opera, la congregazione, di origine divina. Tutto accade come se solo a questa condizione il fondatore, alla sera della sua vita, avrebbe potuto conservare la fiducia. È talmente cosciente delle mancanze, delle debolezze, della differenza esistente tra quello che progettava e quello che ha realizzato; per cui era necessario che l’opera fosse divina perché potesse mantenersi e crescere.

Il 14 marzo 1916, giorno del suo compleanno, scrive in questo senso:

Entro oggi nel mio 74° anno. La mia impressione è di un vero annientamento, per il ricordo degli errori della mia vita. Rileggo i salmi della penitenza, esprimono bene i miei sentimenti.

Il tratto è, evidentemente, amplificato, eccessivamente ingrandito. Si ricollega però all’atteggiamento, abituale dei santi, di sapersi, di sentirsi a un’infinita distanza dal Santissimo. Ciò che è in causa qui è meno l’uomo nella sua confessione di colpevolezza che Dio al lavoro di santificazione nell’umano. Ogni congregazione religiosa non è, in fondo, che un cammino di santità. Ecco ciò che cerca di verificare il fondatore.

Se P. Dehon invecchiando ritorna senza sosta sulle origini della congregazione, non è certamente per disinteresse verso il presente. Tutto il contrario. Si tratta di fissare l’origine per mantenere la dinamica creatrice. Egli ne decanta le debolezze personali, i limiti storici e gli apprezzamenti soggettivi, per mettere a nudo il nocciolo duro, cioè l’opera della grazia divina, che è garanzia di futuro. Se il fondatore si accusa in maniera così eccessiva è perché crede ancora più fortemente alla sopravvivenza della fondazione.

Una pagina del 1921 suggerisce chiaramente questo meccanismo di oscillazione tra la debolezza umana e la vitalità divina.

La mia famiglia spirituale si sviluppa costantemente, malgrado le mie debolezze e i miei errori. Mi ha colpito la lettura del salmo 24. Davide si umilia, riconosce i suoi errori, ma i doni di Dio sono senza pentimento, la stirpe di Davide regnerà sul mondo attraverso Cristo... Anche a me Dio ha conservato la mia missione, nonostante la mia indegnità, ed ecco che la famiglia del Sacro Cuore si estende su tutta la terra.

P. Dehon conosce effettivamente la gioia di vedere la sua opera ingrandirsi ed estendersi. Nel 1904, la congregazione conta 250 religiosi e 30 novizi si preparano ad entrarvi. Nel 1910, dopo la divisione in due provincie, ha 326 religiosi, ripartiti in 16 comunità in Europa, Brasile, Congo e Camerun. Quando il fondatore muore nel 1925 esistono 4 province: Francia-Belgio, Germania, Olanda, Italia; la Spagna è in preparazione. Ci sono inoltre religiosi dehoniani in Svezia, Finlandia, Austria. Nuovi campi si sono aggiunti fuori dall’Europa, come il Canada, gli U.S.A. o l’Indonesia. In totale 700 religiosi e 80 novizi.

Qualche mese prima di morire, P. Dehon può così scrivere, in forma di bilancio:

Ho desiderato nella mia giovinezza essere missionario e martire: missionario lo sono attraverso i miei cento sacerdoti ai quattro punti cardinali; martire lo sono stato attraverso le grandi croci fino al consummatum est. Nostro Signore aveva accettato il mio voto di vittima.

Una fine di guerra movimentata

A partire dal febbraio 1917, sotto la spinta dell’offensiva alleata, i tedeschi accorciano le linee del fronte. In conseguenza di questo fatto, S. Quintino si trova negli avamposti. Le autorità di occupazione decidono l’evacuazione della popolazione civile verso il Belgio. Il 12 marzo, P. Dehon malato è evacuato in furgone a Enghien, dove i gesuiti lo accolgono fraternamente e lo curano con la più grande dedizione. Qualche giorno dopo il suo arrivo, precisamente il 17, apprende della morte in esilio della fondatrice delle Suore Ancelle. Nelle sue note egli lo commenta come segue:

La cara Madre muore in esilio, conformemente alla sua vita di vittima. Le sue opere e le nostre sono distrutte e in rovina a Fayet e a S. Quintino. È la vocazione di Giobbe. Fiat! Fiat!.

Un mese dopo P. Dehon ottiene dagli occupanti l’autorizzazione a recarsi a Bruxelles. Rieccolo in comunità. Si informa dello stato della congregazione e misura i guasti materiali e spirituali causati dalla guerra. È però troppo esaurito fisicamente e moralmente per riprendere una vera attività di governo. Ha bisogno di riposo. È allora che gli arriva, nell’ottobre 1917, la chiamata del suo amico Benedetto XV a raggiungerlo a Roma, come abbiamo visto in precedenza. Prima di partire Dehon pranza con il cardinal Mercier, che gli affida alcune commissioni per gli ambienti romani. Ecco che a 75 anni P. Dehon riprende il suo bastone da viaggiatore. Attraverso la Svizzera, rientra nella Francia non occupata e da lì parte per Roma. Soggiorna tre mesi al seminario francese Santa Chiara, dove aveva iniziato nel 1865 la sua preparazione al sacerdozio. Si indovinano i ricordi che risalgono a quell’epoca. Il fondatore è però troppo occupato per passare il suo tempo in vani rimpianti. Oltre le molteplici visite, in particolare al papa, di cui abbiamo già parlato, egli aggiorna la sua voluminosa corrispondenza, una parte della quale si era accumulata a causa della guerra. Visita poi alcune comunità dehoniane in Italia e rientra nella Francia ancora in guerra. Si ferma prima a Paray-le-Monial, poi soggiorna a Lione. Da lì si reca a Moulins per far visita al vescovo, Mons. Pénon, un vecchio discepolo di padre Andrea Prévot, che condivide l’ideale dehoniano. Ovunque Dehon, malgrado la sua età e la stanchezza, predica ritiri e momenti di raccoglimento: dà il ritiro al seminario maggiore di Moulins. Al momento dell’armistizio, 11 novembre 1918, si trova ancora a Lione.

La basilica di Cristo Re a Roma

Dopo aver ottenuto il visto, riparte per Roma. Sosta a Bologna, dove la comunità festeggia i suoi 50 anni di sacerdozio. Arrivato a Roma, si affretta a incontrare il papa. È in uno di questi incontri che matura il progetto, già ricordato, di una grande basilica in onore del Sacro Cuore nella città eterna.

Di ritorno nella sua comunità di Bruxelles nell’aprile 1919 dopo una lunga erranza - lui stesso utilizza il termine osservando nelle sue note: Ero errante da sedici mesi - il superiore prepara il primo capitolo generale del dopoguerra. Bisognava ridare vita a ciò che era stato disperso o distrutto. Nell’ottobre dello stesso anno egli assiste, a Parigi, alla consacrazione della basilica del Sacro Cuore di Montmartre, alla presenza di un centinaio di vescovi. Questa imponente cerimonia ravviva in lui il progetto romano, che matura rapidamente. In effetti, l’8 febbraio 1920 il cardinal Gasparri ne formula la richiesta in nome del papa. In una lettera del 16 marzo 1920, P. Dehon annuncia a Suor Ignazia che il papa gli chiede di erigere a Roma una basilica alla regalità universale del Sacro Cuore. La stessa corrispondenza ci comunica che Benedetto XV ha immediatamente dato duecentomila franchi.

La prima pietra dell’edificio è posta il 18 maggio 1920. Il fondatore, all’età di 77 anni, è presente, circondato dal suo amico cardinale Begin del Québec e da alcuni altri cardinali e vescovi. È una giornata memorabile per l’opera, annota. Ed è un fatto che P. Dehon si investa totalmente di questo progetto, usando le sue ultime forze per raccogliere i fondi necessari.

I tempi di guerra, che accumulano rovine e fallimenti, non sono affatto propizi a una grande generosità. P. Dehon, che passa la maggior parte del suo tempo a redigere lettere di richiesta - nel luglio 1920 ne invierà fino a quattromila - ne fa l’amara esperienza. Costatando il poco successo dei suoi passi, si lamenta della difficoltà dell’impresa. Suo fratello Enrico, venendo a conoscenza di questa nuova iniziativa esclamerà: Mio Dio, in che cos’altro si imbarcherà?.

A dispetto di tutti e di tutto, P. Dehon persevera per portare a buon fine il progetto, inizialmente per amicizia nei confronti di Benedetto XV, ma anche e forse soprattutto per l’onore della congregazione, come ripete a più riprese. Si augura infatti che il suo istituto, come tutti i grandi ordini, abbia la sua basilica a Roma. Credo che sia necessario vedere, in questa volontà, la manifestazione sempre più netta di una coscienza acuta di fondatore. Vuole essere certo che la sua opera è all’altezza di quelle che il tempo ha consacrato; quanto meno cerca i mezzi per raggiungere tale obiettivo dandosi una prospettiva di futuro, di durata attraverso questa costruzione, segno di permanenza della sua congregazione. Ecco perché quest’ultima grande impresa è qualcosa di importante per il fondatore; essa esprime, nella pietra, la sua volontà di vedere la sua congregazione durare. Simbolicamente ne fa un monumento che la storia deve conservare.

Una lettera dell’11 settembre 1920 stabilisce chiaramente il legame che il fondatore stabilisce tra l’edificazione di questa basilica e la sua congregazione:

Pregate e fate pregare per quest’opera di Roma, raccomanda, è importante per la congregazione. Saremmo molto umiliati se non dovessimo riuscire. Sarà molto duro, i tempi sono così difficili.

P. Dehon non vedrà la realizzazione dei suoi progetti, ma l’opera sarà condotta a buon fine e la basilica sarà inaugurata nel giugno 1934. Essa viene dedicata al Sacro Cuore di Cristo Re ma alla gente è più nota come basilica di Cristo Re.

Il fondatore avrà anche la gioia di vedere le costituzioni della congregazione definitivamente approvate il 5 dicembre 1923.

Per lui questo riconoscimento rappresenta il tempo della pienezza, poiché, secondo le sue stesse parole, l’opera è ormai completa. La sua preghiera diviene un’azione di grazie; culmina nell’Eucaristia e nell’adorazione e non cessa di ringraziare per l’opera compiuta malgrado tutte le sue debolezze e mancanze.

La liturgia celeste

La morte non sorprende P. Dehon. Avanzando nell’età, egli si prepara con una grande emozione, mescolata a volte a un certo sentimento di timore all’idea di questo passaggio che lo metterà di fronte a Colui del quale ha voluto compiere la volontà fondando la congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore. Gli ultimi mesi della sua esistenza accentuano l’attesa. Vive già l’incontro futuro che gli permetterà di ritrovare tutti quelli e quelle con cui ha lavorato. Una lettera del 25 maggio 1925 esprime questa sorta di liturgia celeste che occupa le sue giornate:

Nello spirito vivo ormai soltanto nell’altra vita, vivo con la Santissima Trinità, con il Sacro Cuore, con Maria e Giuseppe, con i miei patroni e amici del cielo. Mi ricordo di tutte le persone pie che ho conosciuto in vita mia, penso di rivederle presto.

L’attesa diviene qui anticipazione di quello che spera. Questa comunione intima partecipa già del mistero stesso del Regno. Assisto, confida, alla grande messa perpetua del cielo.

La mistica dehoniana, tuttavia, per quanto sia intensa nella ricerca di Dio, non è mai indifferente alle cose umane, non dimentica le lotte, le sofferenze, le speranze degli uomini. Gli ultimi mesi dell’esistenza di P. Dehon sono a immagine della sua vita. Morirà come aveva vissuto, con Dio, con gli uomini.

Si sarebbe potuto credere che man mano che la sua meditazione si intensificava, che si preparava alla morte, le preoccupazioni della città degli uomini si sarebbero sfumate. Non è affatto così. Qualche settimana prima della sua morte egli riporta questo fatto del tutto sorprendente per un vecchio di 82 anni che resta straordinariamente attento all’attualità:

Acquisto i giornali per la comunità, mi sembra una buona cosa che siamo al corrente della storia contemporanea e che abbiamo qualche argomento di conversazione.

Che giovinezza di spirito, che pensiero per il futuro in quest’uomo avanzato nell’età, ma preoccupato del presente!

Le ultime righe delle voluminose Notes Quotidiennes prima che la penna gli cada di mano sono un richiamo alla sua azione sociale. Che simbolo! Come se questo punto finale segnasse il compimento dell’opera.

Ricevo buone lettere da M. Victor Borne di Lione, mi ricorda le mie campagne ardenti nella Democrazia Cristiana per l’azione sociale cattolica in Francia. Per qualche anno ho fornito l’articolo di testa di questa eccellente rivista. Era una delle forme della mia campagna sociale, benedetta da Leone XIII.

Nel luglio 1925, un’epidemia di gastroenterite imperversa a Bruxelles. P. Dehon, che non esita a far visita ai suoi confratelli malati, è anche lui colpito dall’epidemia. Non cambia però nulla delle sue abitudini e assiste regolarmente alle pratiche religiose della comunità. Nella notte tra il 9 e il 10 agosto una complicazione cardiovascolare mette in pericolo la sua vita. Nella mattinata dell’11 agosto il padre assistente lo prepara alla fine ormai prossima e, in presenza di tutta la comunità, gli amministra il sacramento degli infermi. P. Dehon rinnova i suoi voti religiosi e chiede perdono alla comunità per i suoi errori e le sue mancanze.

L’agonia inizierà l’indomani mattina, 12 agosto, interrotta soltanto da queste parole, pronunciate a fatica guardando l’immagine del Sacro Cuore che ha sotto gli occhi: Per lui ho vissuto, per lui muoio. Saranno le sue ultime parole. Si spense verso le 12.10.

I funerali vennero celebrati il 19 agosto 1925 a S. Quintino. Il suo corpo vi riposa nella chiesa di S. Martino, che lui stesso aveva fatto costruire. Così ciò che era iniziato a S. Quintino ora si radica.

La storia però non si ferma lì.

La vitalità di un’opera spirituale non conosce infatti le frontiere che limitano la nostra esistenza terrena. La vita, l’opera di P. Dehon continuano a ispirare. Esse irradiano il mistero d’amore di Cristo simboleggiato dal suo Cuore che parla così tanto! È questo il segno che la santità di Dio anima e trasfigura chi sa lasciarsi prendere da un tale dono, per diventare, sull’esempio di P. Dehon, vero servo di Dio.

Al processo di canonizzazione il compito di andare oltre...

 

 

ALCUNE STATISTICHE

I membri della congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, in data 31 dicembre 1997, erano:

18 vescovi

1658 religiosi sacerdoti

29 religiosi diaconi

371 religiosi scolastici

219 religiosi fratelli

91 novizi

Totale 2396

Distribuiti per continenti, si hanno questi risultati:

In Europa 1315

In America Latina 475

In Africa 251

In Asia 182

In Nord America 163

Per i lettori italiani potrà essere utile sapere che i Sacerdoti del S. Cuore (o Dehoniani) in Italia sono presenti con queste cifre: 272 religiosi sacerdoti; 8 religiosi diaconi; 17 religiosi scolastici; 22 religiosi fratelli; 7 novizi. Totale 326.

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

Albert DUCAMP, Le Père Dehon et son oeuvre, Ed. Bias, Paris, 1936.
Robert PRÉLOT, L’oeuvre sociale du chan. Dehon, Ed. Spes, 1936. - Trad. it.: il sacerdote e il mondo moderno nella vita di P. Dehon, Ed. Paoline, Modena, 1953.
Aurelio BOSCHINI, Apostolo del Sacro Cuore, Postulazione scj, Roma, 1953.
Giuseppe FREDIANI, Un apostolo dei tempi nuovi: P. Leone G. Dehon, Postulazione scj, Roma, 1960.
Primo CORBELLI, Por una civilización del amor. Perfil de un profeta: padre León Dehon, Buenos Aires, 1985.
Henri DORRESTEIJN, Vita e personalità di P. Dehon, EDB, Bologna, 1978.
Yves LEDURE, Une religion du cœur. Le Père Dehon, La tradition vivante, C.I.F. Editions, 1987.
Giuseppe Manzoni, Leone Dehon e il suo messaggio, EDB, Bologna, 1989.
Yves LEDURE (a cura), Leone Dehon e la Rerum Novarum, EDB, Bologna, 1992.

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