CONFESSARSI: COME E PERCHÉ?
(Gazzotti Ezio)


autori
titoli

Indice:

Presentazione
I nodi da risolvere (cap. 1)
Quattro storie (cap. 2)
Un cammino di conversione (cap. 3)
Come confessarsi? (cap. 4)
Appendici

 

 

 

Presentazione

"Confessarsi: perché?": è una domanda ineludibile per un credente in Cristo. Nessuno può rispondere al nostro posto.
Il sacramento della Riconciliazione ha l’effetto di mettere in rilievo tutti i nostri attuali aspetti contraddittori:
• Sono calate le confessioni, eppure mai come in questo periodo c’è l’esigenza (quasi la mania) di manifestare il proprio vissuto (anche intimo) a psicologi, psicanalisti, direttori di riviste, maghi. Qual è la spinta che sta dentro? La voglia di esternare, di comunicare, di ostentare? Il desiderio di "pulizia interiore", di "redenzione"?
• Mai come oggi il peccato sta lì, davanti a tutti, con il suo carattere deflagratorio. Prende la forma di guerra, di violenza sui minori, di strage, di pulizia razziale. Mai come oggi è difficile dire: "Io ho peccato!".
• Ai tempi nostri, molto più che nel passato, ciò che avviene, in Asia, ha la sua risonanza immediata in Europa ed Africa. Si ha la netta sensazione di condividere fallimenti e successi. Mai come oggi, per quanto concerne il peccato, ognuno lo riduce a "faccenda privata".
• Mai come oggi, il sacramento dell’Eucaristia vede una partecipazione attiva, cosciente, adulta dei fedeli. La si vive come festa, come evento comunitario. Mai come oggi, c’è la difficoltà a "rivolgersi al prete" per confessarsi. Si riduce il pentimento ad un rapporto del singolo con Dio. Si fa enorme difficoltà, in questo Sacramento, a percepire il ruolo di mediazione della Chiesa.
Questo libretto spiega il "perché" e il "come" della celebrazione del sacramento della Riconciliazione. Procede per capitoli. Eccoli:
- I nodi da risolvere (cap. 1)
- Quattro storie (cap. 2)
- Un cammino di conversione (cap. 3)
- Come confessarsi? (cap. 4)
- Appendici.

Come apparirà chiaro, rispondendo alla domanda sul "perché confessarsi" si riscopre il cuore stesso della fede, l’Evangelo di Gesù. Si evidenzia la vera immagine di Dio e si ridà all’uomo la sua esatta dimensione.

Monza, Mercoledì delle Ceneri 1998

 

 

Capitolo 1°

Nodi da risolvere

Ci sono, a nostro parere, dei nodi da risolvere, a proposito della confessione. Li enunciamo specificandone i termini. Vedremo che, nel "confessarsi", ognuno di noi risponde a queste domande: Chi è Dio? Chi è l’uomo? La salvezza che cosa è? Come arriva a noi?

Senso di colpa e/o senso del peccato?

Ci può essere l’insensibilità etica assoluta. Allora ogni scelta vera e propria è eliminata. Tutto scorre e avviene nella più assoluta indifferenza. Il cuore è indurito; non percepisce appelli. Non capita nulla, non succede nulla.
Può nascere però, dentro di noi, in relazione ad alcuni gesti compiuti, il senso di colpa. Si esprime interiormente come disagio. Proviamo un vivo disappunto perché è caduta l’"immagine ideale" che ci eravamo fatta di noi stessi.
Percepiamo la voce di un controllore interno: il super-io. Esso ci fa sentire la distanza fra le pulsioni interiori e ciò che ci viene richiesto dalla legge. Le norme sembrano frenare la nostra sete di felicità.
Tutta l’attenzione è ancora concentrata su noi stessi. Di fronte alla trasgressione delle norme, poniamo in atto dei riti espiatori. La Confessione può rientrare dentro questa dinamica. Allora diventa gesto coatto, ripetitivo, tutto rivolto al passato.
Il senso di colpa può aprirsi invece al senso del peccato. Questo avviene con una modalità precisa: l’ascolto dell’Evangelo. Si evidenzia così un rapporto a due. Il singolo non occupa più tutto lo schermo. Arriva alle orecchie e penetra nel cuore la lieta novella: Gesù, Figlio di Dio, è morto a causa dei nostri peccati, a favore di noi peccatori (cf. 1Cor 15,3). Lo Spirito lo ha spinto a questo. Dio ha messo poi il sigillo di autenticazione su tutto, facendo risorgere Gesù.
Il senso del peccato è figlio della fede. È la scoperta di un amore divino, storico, gratuito. Esso è lì, ora, a portata di mano. La comunità di Gesù ce lo porge.

Errore e/o peccato?

Molte volte diciamo:" Ho sbagliato". È un segno di intelligenza. Riconosciamo il nostro errore. Esso può nascere dalla distrazione, dalla disinformazione. L’aspetto etico non è per nulla implicato. L’azione nostra ha avuto conseguenze sulle cose, sul lavoro, sulle attività.
Alcune volte invece, a proposito di una persona diciamo: "Mi sono sbagliato". In questo caso, sentiamo che è implicata una relazione. Avvertiamo che l’azione nostra ha avuto ripercussioni negative sulle persone. Tutto può fermarsi lì.
È un grande balzo in avanti il confessare: "Io ho peccato!". Lo si può dire udendo l’Evangelo di Gesù. Si percepisce allora un interlocutore più alto, divino. È il Padre di Gesù. Egli si è rapportato con noi in termini di alleanza. La croce ce lo ha rivelato come dedizione incondizionata (1Gv 4). Abbiamo tradito quell’alleanza. Abbiamo smarrito Dio come via, verità e vita. Ci siamo allontanati dallo spazio della vita. Possiamo e dobbiamo dire: "Contro te, contro te solo ho peccato!" (cf. Sal 50,6).
Ma c’è un’altra scoperta che è più alta ancora. Noi ci siamo allontanati dal Padre, ma lui resta lì alla finestra; ci attende. Sentiamo che è pronto a correrci incontro, ad abbracciarci (cf. Lc 15,11-24). Vuole darci lo Spirito Santo, creatore. Vuole provocare in noi un inizio. Desidera rigenerarci come nel giorno del Battesimo. Vuole donare a noi un cuore nuovo, uno spirito nuovo.
Perché non ci si confessa? Perché si riconoscono gli errori ma non i peccati. Ora gli sbagli nostri sono, in tanti casi, rimediabili. Il peccato non lo è: non possiamo ridarci Dio. È indispensabile la Riconciliazione come opera dell’Altissimo. È la sua suprema gioia. Lui ci riapre la casa. Ci corre incontro, ci bacia e ci riabbraccia (Lc 15,20).
Non è casuale che "siano in crisi" due sacramenti: la Riconciliazione e l’Unzione dei malati. Noi, culturalmente, ci pensiamo sempre "sani ed innocenti". La malattia ed il peccato, a nostro parere, esistono, ma sono sempre "degli altri".

Condizionati e/o responsabili?

Psicologi e psicanalisti hanno scavato dentro di noi. Sono riusciti a documentare che non si nasce liberi, ma lo si diventa. La zona delle scelte nostre non è infinita. Ci sono dentro di noi condizionamenti, eredità, fatti inconsci. Siamo persone "a sovranità limitata".
Qualcuno ha tirato indebitamente queste conclusioni: non siamo mai liberi; in tutto e per tutto esistiamo come "predeterminati".
Svanisce così il riconoscimento della responsabilità. "Colpevoli" sono i genitori, gli educatori, il sistema politico ed economico.
Se uno accetta queste conclusioni, non diventa mai soggetto umano. Anche da "grande", vivrà una recessione alla fase infantile. Spenderà la sua esistenza incolpando gli altri. È logico che si "assolverà" sempre, perché mai riconoscerà i gesti come suoi.
Sappiamo invece che, pur tra mille condizionamenti, la persona può farsi largo, emergere, imprimere una direzione alla propria vita. Ci sono infatti zone in cui si esprime la nostra libertà. Alcune varianti dipendono da noi.
L’Evangelo è parola viva che arriva diritta alla coscienza. Ci fa sentire persone. Ci dice: "Il tempo è compiuto; il regno di Dio è qua, convertitevi!" (cf. Mc 1,15). Ci pone davanti alla scelta fondamentale, alla libertà più grande: qua e ora, è offerta da Cristo la salvezza. È operante nella Chiesa del Risorto. Ogni creatura ha l’opportunità di accoglierla. Per noi è sempre giubileo, cioè anno di grazia (cf. Lc 4,19).
Ci "convertiamo" confessando il peccato, riconoscendo che esso è nostro. Infatti è firmato da noi. Ma soprattutto celebriamo le meraviglie dell’Altissimo. Dio si è preso cura di tutti. Noi abbiamo dissociato i nostri destini da quelli degli altri. Diciamo come Caino: "Sono forse io il custode di mio fratello?" (cf. Gen 4,9). In questo Regno che tutti convoca e congiunge, noi non ci siamo presi cura degli altri. I vincoli della solidarietà si sono allentati. Gesù ha "risposto" di noi tutti al Padre e noi non vogliamo "rispondere dei nostri fratelli" (cf. Gen 9,5).
Perché non ci si confessa? Dal punto di vista culturale, in tanti casi, c’è un "io" che non accetta di nascere, crescere, proprio mediante tanti "tu". Non ha né occhi per vedere gli altri né orecchie per udirli; né mani per soccorrerli. Riconosce di avere traumi e condizionamenti ma non peccati. Pensa di "darsi" la salvezza rimirandosi nello specchio come Narciso. Non comprende che "insieme" ci si salva.

Il singolo e/o la comunità?

Come figli dell’epoca post-moderna, riduciamo a "faccenda privata" gli errori. Arriviamo a dire: è l’individuo che pecca; è lui che si pente; sta a lui convertirsi; è suo compito espiare.
C’è una immagine privatistica della storia stessa e della vita umana. Non abbiamo più la sensazione di essere dentro un unico fiume che scorre. È sparito l’orizzonte del "genere umano". È svanita la "storia sacra". Stando alla Sacra Scrittura, c’è una vicenda che Dio avvia, accompagna, salva. Si nasce da altri, si cresce mediante altri, ci si realizza "perdendo la vita" per gli altri.
Dio si rapporta con un popolo (prima Israele e poi la Chiesa) e fa storia con lui. Esso è una specie di "cantiere". È germe dell’umanità nuova in cui Dio, per mezzo di Cristo e in forza dello Spirito, sta lavorando.
La croce e risurrezione di Gesù non sono un analgesico offerto ai singoli: sono capolavoro di Dio per la "riuscita"; la salvezza del mondo stesso.
Ci muoviamo ed esistiamo come "corpo". Siamo come in una cordata. Ogni gesto va a rifluire sugli altri; diventa medicina o veleno. Possiamo costruire o demolire. Possiamo unire o dividere. Quando un membro soffre, tutto il corpo soffre.
Il peccato è un evento storico. Ha un carattere deflagratorio sui fratelli. Verso di loro noi non abbiamo un puro rapporto giuridico o sociale. Dio ci ha collocato in una relazione comunitaria organica. Il male ferisce anzitutto il fratello più piccolo e, attraverso di lui, giunge a Cristo (cf. Mt 25,40.45).
Per quanto concerne la storia, c’è stato, da parte dell’individuo, il procedimento che si segue per ricavare la foto di un defunto: si eliminano tutte le altre persone e si fa emergere una sola figura.
La liberazione dal peccato è come la guarigione: non la ottengo pensandoci sopra tra me e me; occorre che mi rivolga al medico e segua una cura. Chi si confessa, si rivolge a Gesù, supremo terapeuta (cf. Mc 2,7). Vuole assolutamente vederlo, incontrarlo. Allora fa come i Gentili: si rivolge ai discepoli. Essi lo conducono dal Cristo (cf. Gv 12,21-22; 1,35-50).
Il perdono che la comunità annuncia non è suo. Solo Dio può rimettere i peccati (Mc 2,6). La comunità proclama la redenzione operata dal Cristo, in forza dello Spirito. Dio ha assegnato a lei un servizio. Andando a confessarci, noi permettiamo all’Altissimo di riconciliarsi proprio con noi (2Cor 5,18-21). La salvezza ha una forma visibile, storica, ecclesiale, comunitaria. La Chiesa esprime Cristo. Agisce nel suo nome. Salvatore è Gesù e il prete ce lo attesta, ce lo annuncia. Ci mette in contatto con il Cristo Signore.

Confessione e/o conversione?

Nel vissuto del penitente, talvolta esiste solo il rito sacramentale senza la conversione interiore. In questo caso, tutto si abbassa al livello di gesto rassicurante. È come andare a fare una "obliterazione del peccato". Non c’è la risposta ad un appello più alto, sovrumano. Il rito sacramentale resta dentro il nostro sforzo di "correggere i nostri difetti", di "migliorare la nostra condotta". È solo una specie di "controllo della regolarità della nostra marcia". Tutto si svolge nel microscopico orizzonte dell’intimismo.
Il sacramento, al contrario, è celebrazione della morte e resurrezione di Gesù. Pone al centro le meraviglie di Dio. Può e deve arrivare al termine di un percorso. Esso ha tutte le tappe precedentemente elencate: senso di colpa, riconoscimento del proprio peccato, appello a Dio.
Questo iter, per essere autentico, comporta soprattutto la "conversione". Essa è indissolubilmente legata alla Parola, all’Evangelo. È richiamo interiore, profondo, del Padre. Diciamo: "Io qui muoio di fame!" (Lc 15,17).
Sentiamo che Dio è vita, proprio quando ci siamo allontanati da lui. Il rito sacramentale è preceduto da altre espressioni penitenziali: la richiesta di perdono ai fratelli, il digiuno, la disponibilità alla riconciliazione, il riconoscimento visibile e tangibile (fatto al coniuge, ai figli) non solo dei nostri errori, ma anche dei nostri peccati.
Il sacramento diventa così "avvenimento" e "incontro". C’è un paradossale scambio: noi portiamo le nostre colpe e Dio ci dona in cambio se stesso. Permettiamo a Cristo di "far nuove tutte le realtà", a partire dalla nostra stessa persona. Accettiamo il giudizio salvifico di Dio sulla nostra debolezza. Sempre e comunque, anche nelle "Confessioni di devozione", l’insieme della nostra vita è redento. Ridiventiamo Cristo; lo Spirito opera questa meraviglia.
Solo a certe condizioni si può vivere (e gustare!) il sacramento. Prima viene la conversione e poi la Confessione.
Le situazioni possono essere molteplici. C’è la "prima conversione", quella che è capovolgimento, lieta scoperta del Signore Gesù, contatto originale e genuino con lui tramite la comunità. C’è la conversione provocata da fatti particolari della vita: nasce un bambino, ci si sposa, si ha a che fare con uomini spirituali, si vive un trauma, si incontra la sofferenza.
C’è la "conversione diuturna", impercettibile, faticosa, quotidiana.
Se non avviene alcun mutamento interiore, non bisogna dar la colpa alla Confessione-sacramento. È come chi se la prende con la montagna perché è troppo alta e, in realtà, è lui che ha il fiato corto.

 

 

Capitolo 2°

Quattro storie

Esplicitiamo ora, nel nostro itinerario, una fase costruttiva. Alcuni racconti ci fanno da guida. Sono eloquenti le stesse vicende.

Innamorati, ma distratti

Prima storia. C’erano, nella nebbiosa Padania, un uomo ed una donna. Il loro incontro aveva avuto effetti folgoranti. L’amore era nato a prima vista. Si incontravano sempre in una delle stazioni di Milano, in mezzo ai pendolari. Pochi attimi, ma intensi. Un bel giorno il lavoro (e quindi l’occasione di incontrarsi) finisce. Allora dicono: "Dobbiamo vederci da soli, per conto nostro!" Idea giusta ed opportuna! Ma l’affetto gioca, talvolta, brutti scherzi. Fissano la data; si dimenticano di precisare il posto.

L’uomo si presenta, tutto ben tirato, alla stazione Centrale di Milano. La sua amata lo attende, per ore, nella stazione di Porta Garibaldi. Non si erano scambiati il numero di telefono. L’incontro non avvenne mai.

Mi viene in mente questa storia pensando alla Confessione. Diciamo a questo proposito: "Sono disposto a confessare il mio peccato a Dio; non ho nessuna intenzione di enumerare le mie colpe davanti al prete". Il problema è lo stesso della storia sopra narrata: qual è il luogo fissato da Dio per l’appuntamento? Dio si è reso visibile in Cristo. Egli ha mostrato il perdono del Padre nelle parole, nei gesti suoi, ma soprattutto nella sua morte e risurrezione. Vale ora per noi ciò che l’angelo diceva alle donne: "Voi cercate Gesù di Nazareth? Non è qui. È risorto, Andate dai fratelli: là lo vedrete!" (Mc 16,7; Mt 28,5-7). La comunità è il luogo dell’appuntamento. Cristo si presenta puntuale all’appuntamento. Viene, effonde il suo Spirito, dice: "Pace". Mostra da dove nasce la remissione dei peccati: il suo costato trafitto. Come Tommaso anche noi, mediante la fede e i sacramenti, possiamo toccarlo (cf. Gv 20,19-31).

Perché mi confesso? Perché Dio è diventato uomo e si fa incontro a me, nel mio tempo, mediante gli uomini. Dio è disceso; si è fatto incontro. Gesù è il suo nome, la sua presenza. Lo si incontra e lo si vede dentro e mediante una comunità di peccatori. Essa ripete i suoi gesti. La salvezza non è vaga illusione. Non è un puro ripensamento o un ritorno sui propri passi. È accoglienza della Buona novella, è rito, è parola umana, è riconciliazione visibile. La Chiesa è come il buon samaritano. Si fa prossimo a noi, fascia le nostre ferite (cf. Lc 10,33-34).

Perché mi confesso alla Chiesa? Perché cerco il Cristo. Voglio ricevere il suo Spirito e vivere il passaggio da morte a vita. Mi interessa la sua "pace". C’è un luogo predisposto da Dio per me. Il Padre vuole che io vada dai fratelli, ascolti le Scritture, riceva il perdono mediante l’imposizione delle mani.

Se io pretendo di "confessarmi davanti a Dio" mi creo io un idolo. Resto dentro l’ambito di una sensazione. Con la comunità io arrivo invece all’esperienza. Ci sono infatti, nel percorso di conversione e nel rito sacramentale, tutti i segnali oggettivi che mi rivelano la presenza del Risorto: la comunità, il prete, le Scritture, l’invocazione dello Spirito (SC 7).

Dio ha fatto tanta fatica a venire sulla terra e a collocarsi al centro degli uomini; noi ora vogliamo ricacciarlo in cielo. Ci figuriamo un "Dio grande": non accettiamo che lui si riveli (e si nasconda) in un "modesto confessore".

La nave e la gru

C’era una volta una nave. Era grande, era bella, era piena di passeggeri. Scivolava sulle onde. Non faceva avvertire alcun sussulto. Un giorno arrivò nei pressi del porto.

Ad un certo punto, si udì come un boato. La nave aveva urtato contro il fondo. Le macchine andavano "avanti tutta", ma la nave non si spostava.

Si lanciò l’appello. Vennero allora due navi. Una si pose davanti ed una si pose dietro. Si sentì un brusco scossone. La nave si muoveva. Andò in avanti, adagio. Si accostò alla spiaggia. Poi si incagliò di nuovo. Non si riuscì a farla muovere.

Qualcuno ebbe una luminosa idea: "utilizziamo una gru; la facciamo accostare da riva". Si fece così. Arrivò una gru, gigantesca, forte. La nave venne imbracata. Si cominciò a sollevarla. Poi, all’improvviso, ecco uno schianto: la gru si era abbattuta sulla nave. C’erano tanti curiosi sulla riva. Per anni, anche i turisti videro la nave e la gru che formavano un unico groviglio di rottami.

Mi viene in mente questa storia pensando alla Confessione. Il problema, in tutti e due i casi, è "aggrapparsi", "essere risollevati". Non basta una forza di pari livello (un’altra nave, una gru) per disincagliare il peccatore.

Per guarirci dalle malattie basta il medico. Per risollevarci dalle turbe è sufficiente lo psicologo. Per rimettere i peccati ci vuole Dio. Solo lui ci cambia dal di dentro. Solo Gesù può regalarci il suo Spirito e creare in noi un cuore nuovo. Psicologi e psicanalisti ci guariscono; solo Dio ci salva.

Non esiste una salvezza self-service del tipo: io mi pento, mi riconcilio, offro anche una eventuale soddisfazione. In questo caso è il super-io che funziona da gru. Però ricade pesantemente su di noi. La Riconciliazione viene dall’alto. Dio la vuole; il Cristo la realizza. Ce la porge dentro e mediante una comunità. In quel "luogo" noi andiamo, manifestiamo la nostra malattia, incontriamo il medico. Ci aggrappiamo a lui. Egli ci risolleva, ci fa rinascere, ci fa risorgere.

Il peccato infatti non è una macchia esteriore. Non è pura trasgressione di una legge. Non si espia con riti umani o sensi di colpa. Il peccato si identifica con noi. È la condizione storica di divisione interiore, di durezza di cuore, di opacità della vista (cf. Rm 7). La sola unica, radicale terapia è la croce. Riconosciamo che Gesù ha preso su di sé il nostro peccato.

La riconciliazione non è il puro ritorno in sé. È l’aggrapparsi a qualcuno (Cristo) che è esterno, è Figlio di Dio, viene dal cielo.

La liberazione dal peccato non è pura pacificazione con noi stessi. È regalo sicuro, è salvezza storica, comunitaria, visibile. Non è una questione morale ma teologica. Abbiamo smarrito Dio. Tutta la nostra vita è salvata anche in una "modesta confessione".

Al centro del rito non stanno i nostri sbagli o errori o neanche i nostri peccati. Se questo orizzonte svanisse, non resterebbe più nulla. Al centro sta l’amore inesauribile, potente, eterno, fedele di Dio, che si è espresso nella Pasqua di Gesù (cf. Rm 8,37-38).

Tutto ha l’andamento di una festa per un ritorno (cf. Lc 15,11-32). Abbiamo smarrito la nostra famiglia, la Chiesa. Essa ci riammette. Avevamo ricevuto dalla comunità la vita, con il Battesimo. Essa, invocando lo Spirito, ce la restituisce. La nostra esistenza è tutta dentro il suo ambito. È lei che ci battezza, imbandisce per noi la mensa della Parola e del Pane. Da lei riceviamo il perdono di Dio.

Simone e Giuda

Questa storia è narrata nei Vangeli (Mc 14,66-72; Mt 26,69-75; Lc 22,55-56). Due personaggi sono posti a confronto all’interno della passione di Gesù.
Simone tradisce Gesù: lo rinnega. Afferma con giuramento di non averlo mai conosciuto.
Giuda vende il Signore. Lo fa forse per denaro o forse per motivi politici.
È difficile dire chi dei due (Simone o Giuda) abbia peccato di più.
La differenza sta nel "dopo". Giuda è tutto preso dal senso di colpa. Pensa che il suo peccato sia più grande dell’amore di Gesù. Il senso di colpa lo conduce a togliersi la vita. Tutta la sua attenzione è rivolta a se stesso, al suo peccato.
Simone incrocia lo sguardo di Gesù. Allora fugge e piange amaramente. Pietro è la figura del senso del peccato. Percepisce di avere tradito un amore. Sente che Gesù gli resta fedele. Riconosce la sua meschinità. Capisce che Dio può tutto. L’amore di Gesù è ben più grande del suo peccato. Sente che il Signore gli tende la mano. Egli è all’inizio di una vita nuova e divina.

Una festa o una improvvisata?

C’erano due famiglie mafiose. Si erano sempre odiate cordialmente. Ognuna di loro rispondeva, colpo su colpo, ogni volta che qualcuno dei "suoi" veniva ucciso.

Ma, un bel giorno, un ragazzo di una delle due famiglie incontra una ragazza dell’altra famiglia. Nasce subito un affetto profondo. Continuano a frequentarsi, nonostante l’opposizione dei genitori e nonni. Alla fine decidono di sposarsi. Dicono ai loro parenti: "La guerra è inutile; lascia sul terreno solo morti e feriti; non possiamo in eterno contrapporci". Il discorso piace: tutti sembrano convinti e persuasi.

Arriva il giorno delle nozze. È una festa solenne. Tantissimi sono gli invitati, spropositati i regali. I capi si scambiano i brindisi e gli auguri.

Ma capita un incidente. Un uomo fa un "complimento" non proprio educato ad una donna dell’altra fazione. Ella va a riferire tutto a suo marito. Egli si presenta, estrae la pistola. "Risolve" così, a modo suo, la faccenda. Nasce una colluttazione generale. I tavoli vengono rovesciati. Tutto finisce con una strage.

Mi viene in mente questa storia pensando alla Confessione. Talvolta si pretende che ci sia "la festa" e non si sono riconciliati gli animi. Si presume di chiedere perdono a Dio, ma non si pone prima alcun gesto concreto di scusa ai fratelli. Si va dal prete per non andare dalla moglie o dai figli o dai colleghi. C’è la Confessione, ma non esiste alcun segnale di conversione. Si vuole il Sacramento, ma non si vuole la Parola. Si carica tutta l’efficacia sul rito; non si perde tempo per sentire il Dio misericordioso che "si rivolge a noi" e parla nel cuore. Si sono infrante tante relazioni (con se stessi, con Dio, con il prossimo): si rimettono insieme le cose quasi si trattasse di cocci infranti.

Lc 15,11-32 narra il percorso verso la festa. Essa è grande, vera, autentica perché prima c’è tutto il percorso: l’andare via, lo smarrire il Padre, il provare il sapore della morte, il rientrare in se stessi, l’incamminarsi in direzione opposta, il sentire il visibile abbraccio di Dio, il vedere i fratelli nella gioia.

 

 

Capitolo 3°

Un cammino di conversione

Vogliamo fotografare le esperienze di Confessioni, come di fatto si presentano. Elenchiamo i "tipi", i "modelli", per esprimere poi una valutazione in base al dato biblico. Infine ipotizziamo i passi concreti per evolvere dai "tipi inadeguati" a quello più autentico. Poniamo il vissuto al centro, non una teoria. L’esperienza sacramentale è esaminata come fatto rivelatore. Dice quale Dio si ipotizza; quale uomo si è.
Tentiamo di collocare i vari "tipi" o "modelli" dentro la storia di una persona o di una comunità. Diamo poi le indicazioni concrete perché emergano i due interlocutori (Dio e l’uomo) e funzioni il rapporto di alleanza. I singoli "tipi" sono disposti secondo un ordine crescente. Il criterio è ciò che succede dentro la persona o la comunità. I "tipi" non esistono allo stato puro, in natura. Dopo la diagnosi, c’è la terapia. Si offre un percorso, attingendo alla Scrittura.

La disaffezione o l’abbandono del Sacramento

La gente non si confessa più. È una non-esperienza, presente anche tra i credenti-praticanti. Quali le cause di questa scelta?

a) Non si è rivelato come in questi gesti si avveri qualcosa di decisivo, di grande, di divino.

b) Non si è mostrato (non lo si è capito) lo stile di Dio che si incarna, si nasconde. Modeste realtà umane manifestano il suo intervento.

c) La religiosità è di tipo individuale, senza l’idea di un popolo dentro il quale si nasce alla fede. L’"io" si costruisce (così si pensa) a prescindere da tanti "tu". È murato in sé, non realizzato. Non ha né bocca, né occhi, né orecchie.

d) Questo "io" è innocente. Ha traumi, condizionamenti, contraddizioni, ma non "peccati". Due sacramenti si trovano coinvolti nella disaffezione che subiscono: la Riconciliazione e l’Unzione degli infermi. Il nodo da superare è lo stesso: è difficile dire "Io ho peccato", "Io sono malato".

e) L’istituzione (la Chiesa visibile) è percepita come tomba di Dio: annienta ogni aspetto liberatorio. C’è una esaltazione acritica della Chiesa-invisibile.

Quali sono i concreti passi in avanti da fare? Occorre che l’evangelizzazione racconti questo: Dio si è manifestato in un popolo, in una storia e, in modo ultimativo, in Gesù di Nazareth. Questa persona, ora risorta, fissa l’appuntamento per i suoi in una comunità di peccatori (Gv 20,19-23). Dice mediante l’angelo: "Andate ai fratelli, là lo vedrete" (Mt 28,7).
Con il linguaggio dell’agire simbolico, noi ora siamo introdotti nell’universo del Risorto. Da mani d’uomo siamo immersi nell’acqua e riemergiamo; riceviamo sulla fronte il sigillo dello Spirito; ci viene spezzato il Pane. Con le parole di un uomo, il Cristo ci riconcilia con il Padre.

La celebrazione dell’inconscio

Ci si confessa anche spesso. Il meccanismo è quasi automatico: c’è una legge; noi la trasgrediamo; si sente un senso di colpa. Nasce l’esigenza di un rito di espiazione. Si va in chiesa. C’è una radiografia severa dei pensieri, delle pulsioni e sensazioni, delle simpatie, antipatie. Somma importanza assume il rito. L’accusa è il culmine di tutto. Dio è visto come il supremo nemico di ogni pulsione di vita. Si può dire che qui c’è l’esperienza ancestrale, istintiva della "colpa", con la ricerca del capro espiatorio. Facciamo anche noi il percorso di Israele: Ozza tocca l’arca e Dio lo fulmina.
Ci sono aspetti positivi, su cui si può far leva: il disagio per ciò che uno ha fatto; l’esigenza del rito.
Quali sono i passi da compiere?

a) C’è un’educazione morale da compiere. Lo spazio dell’etica comincia quando l’uomo percepisce, distingue, valuta, agisce. Dalla centralità della legge si deve passare ai valori.

b) Una cosa è il senso di colpa ed un’altra è il senso del peccato. Il primo viene misurato spesso sulla gravità della sanzione. C’è ancora l’individuo curvo su di sé. Sente il peccato come sporcizia, macchia; insomma qualcosa di esterno. È infrazione della legge.
Il senso del peccato nasce dal "senso di Dio". È percezione di un rapporto gratuito, immediato, con lo sposo. È cosciente avvertenza di un amore tradito e del proprio fallimento. C’è la lucida percezione di una relazione, di un rapporto.

c) Dal punto di vista più profondo c’è l’annuncio grande da fare: la croce-risurrezione è evento liberatorio, espiatorio. Un amore preveniente l’ha generato. È lì per noi, disponibile nel sacramento. Il problema non è placare una divinità irata, ma sentire che il Padre ci fa risorgere. Lui fa festa (Lc 15,11-34).

Celebrazione della "perfezione" etica

Al centro sta l’ideale morale delle singole generazioni di cristiani. La fede cristiana viene identificata con un’etica molto esigente. Il confronto (esame di coscienza) avviene con la legge. Dio è visto come difensore della norma. È fondamento anche immediato dell’etica. La Confessione è "resa dei conti", udienza al "tribunale di Dio". La salvezza sta negli atteggiamenti dell’uomo: esame, accusa, pentimento. Lui si salva, si rinnova, si rigenera.
In questa visione, c’è qualche aspetto positivo che può diventare punto di forza: il senso della responsabilità dei propri atti; il peccato visto come gesto incoerente, anti-umano.
Che cosa manca? L’interlocutore Dio è molto in ombra. La fede è vista come un tentativo di dar scalata all’Altissimo. Invece il movimento del Dio della grazia e dell’alleanza è in senso diametralmente opposto.
Quali sono i passi in avanti da fare? Si tratta di narrare la storia dell’amore di Dio, in cui egli anzitutto rivela sé stesso. Suo volto umano è Cristo crocefisso. In lui, il Padre è diventato fonte di rigenerazione. Dio è più grande del nostro peccato. Non siamo importanti perché siamo esecutori della legge. Siamo belli perché Dio ci ama. Egli non pone alcuna condizione per renderci interlocutori, alleati, amici.
Si tratta anche di precisare che il peccato è perdersi, vagare, uscire dal giardino, fallire l’obiettivo. Una relazione è compromessa. C’è un effetto deflagrante sui fratelli.

Celebrazione della misericordia di Dio

In questa esperienza spuntano i due interlocutori: Dio Padre e l’uomo peccatore. Si tratta di condono, di remissione. Si "commemora" la croce. Si accolgono i frutti della passione. Si ritorna purificati. Tutti questi sono aspetti positivi.
Molto in ombra sta l’azione attuale di Gesù Risorto. C’è l’eclissi totale dello Spirito Santo.
Come fare un passo in avanti? Rivelare il Cristo risuscitato, vicino, presente; fare sentire che, oggi e qui, egli opera mediante lo Spirito, dentro un popolo. Egli crea un cuore nuovo in chi si fida di lui. Ci sono dei percorsi ecclesiali da fare per mostrare come vita, parola, pane, perdono ci giungano tramite una comunità. C’è un contesto: ciascuno vive della fede di tutti o muore per l’incredulità di tutti.

Celebrazione della Pasqua di Cristo

Giunge a noi una storia che viene da lontano. Raggiunge il culmine l’opera divina di riconciliazione. Ciò che la Chiesa annuncia esteriormente, lo Spirito lo opera nel cuore. Attingiamo, come popolo, la vita nuova, lo Spirito al costato trafitto di Cristo (Gv 20,19-24). Proclamiamo, di fronte al mondo, la strategia vivente del Padre. Ci aggrappiamo come la donna peccatrice (Lc 7,38) ai piedi del Signore. Confessiamo le meraviglie del Dio di Gesù culminanti nella Pasqua.

Quale tipo di esperienza si fa?

Accoglienza

È il Padre che corre incontro, bacia, abbraccia, riabilita (Lc 15,10). Una comunità (una persona) visualizza questo atteggiamento di Dio.

Ascolto dell’Evangelo

Una parola buona, lieta risuona: Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo (cf. 2Cor 5,18-19). La Scrittura viene letta: converte: fa ritrovare la strada della vita. La Parola entra dentro. Ha funzione chirurgica. Dio ci apre gli occhi. Ci si pone di fronte alla croce. L’amore di Cristo brucia dentro (2Cor 5,14). Questa dedizione incondizionata di Dio commuove e crea un dinamismo infinito.

Confessione

È lode a Dio da parte di un popolo che resta sempre sorpreso del Dio sposo (Esd 8). La Pasqua di Cristo è al centro della festa. Uno è morto per molti, per noi (Rm 5,18), per i nostri peccati. C’è il riconoscimento esplicito, individuale di un nostro tradimento. C’è il pianto di Pietro e non il puro elenco di Giuda (Mt 27,4). Si narra - di fronte all’umanità - l’eterna fedeltà di Dio (Ne 10; Bar 1,15; 3,8; Dn 9,1-19; Sal 106; Mc 1,5; Mt 3,6; Lc 15,21; 1Gv 1,9-10; Gc 5,16). Al centro stanno le sue meraviglie (Sal 106).

Pace

È l’aspetto qualificante del Sacramento. L’evento risolutivo non è di tipo cultuale. Il dono di una vita (quella di Gesù) è per noi "pace". Si tratta del sacramento più problematico e più terapeutico. C’è il dono dello Spirito, la nuova creazione, l’esperienza di grazia ad alto prezzo (Bonhoeffer) che suscita una positiva e perenne inquietudine. Non c’è il tanto-quanto. C’è l’unilateralità impagabile, insuperabile di Dio (2Cor 5,19). Si fa l’esperienza di essere nuova creatura. C’è la riabilitazione e palingenesi.

Missione

Ci si sente in un universo rappacificato (Col 1,20). È un’esperienza di missione: "Come il Padre ha mandato me, io mando voi" (Gv 20,21). La comunità dei credenti svolge il servizio della riconciliazione (2Cor 5,18) che ha per interlocutore il mondo. Riconciliati riconciliamo. Uno diventa Cristo per l’altro (Lutero).

 

 

Capitolo 4°

Come confessarsi?

Della Confessione non bisogna disquisire troppo. Infatti si tratta di una esperienza da fare. La si vive sempre in modo inadeguato, rispetto a ciò che Dio vuole offrirci.
Si impara a confessarsi confessandosi. Non c’è altra strada. Raccontiamo qui il rito. Lo seguiamo, passo passo.

Ci rechiamo in Chiesa

Il perdono di Dio va cercato. Per noi è la realtà più importante, anzi essenziale. È quell’atto con cui il Padre dichiara che la nostra vita si riapre, con tutte le sue possibilità.
Cerchiamo il perdono là dove abbiamo avuto la vita, nella chiesa, nella comunità parrocchiale.
Ci vestiamo a festa, usciamo per questo di casa. È un gesto faticoso che ha una grande carica simbolica. È come dire: "Il perdono non me lo do io, esco da me stesso e allora lo ricevo!".
Andiamo al luogo dell’appuntamento, quello fissato da Gesù.
Ci possiamo recare in chiesa più volte prima della Confessione. Ci poniamo di fronte al Crocifisso. Vediamo quanto Dio ci ha amati.
Sentiamo il nostro peccato: abbiamo rifiutato quell’amore.
Lodiamo Dio per la sua fedeltà.
Ci rechiamo al fonte battesimale. Lì siamo nati alla vita vera. Lì è avvenuta la prima fondamentale liberazione dal peccato.
Andiamo al fonte per dire "grazie". Invochiamo lo Spirito affinché ci faccia tornare a quella stagione della vita in Cristo.
Poi, quando abbiamo deciso di confessarci, leggiamo, sempre stando in chiesa, un brano della Scrittura. Il rito (cf. Appendice) ci offre un florilegio.

Apriamo orecchie e cuore all’Evangelo

Sentiamo la buona notizia come rivolta a noi. Leggiamo più volte il brano, personalizzandolo. Diciamo, ad esempio: Per me Cristo è morto, per me è risorto (cf. 1Cor 15,3); Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Sentiamo rivolte a noi le parole di Gesù: Figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati (cf. Mc 2,5).

Ci inginocchiamo davanti al confessore

Gli uomini, di solito, non si inginocchiano davanti ad altre creature umane. Nella Confessione compiamo un atto insolito, inaudito. Esso rivela e nasconde un mistero grande: il prete è lì come ministro, come servitore. Egli è un peccatore come noi.
Presta la sua presenza, la sua voce al Cristo. Annuncia un perdono che non gli appartiene.
Noi siamo come i Gentili, che vogliono vedere Gesù (cf. Gv 12,21).
A noi interessa toccare il Cristo, attingere, come Tommaso, al cuore di Gesù che è diventato fonte di acqua viva. Vogliamo ricevere lo Spirito, sentirlo come "pace" di Dio nel cuore, nel profondo.
Esplicitiamo i nostri peccati. Siamo telegrafici in questo. Non sono la realtà suprema. Non è l’elenco minuzioso ciò che importa, ma la fede, la fiducia. Tra le nostre colpe e la croce di Cristo non c’è un pareggio. Lì c’è il sovreminente amore del Padre.
L’accusa dei peccati ha una funzione precisa: esprime chi siamo in quel momento.
È chiaro che le mancanze, in molti casi, saranno sempre le stesse. Non vogliamo essere "originali" neanche nell’accusa. Non presentiamoci come salvatori: siamo semplicemente dei salvati.
Cristo non ci chiede di non sbagliare mai. Ci conosce troppo bene. Ci domanda semplicemente questo: di chiamare "peccati" i nostri gesti contro Dio e contro il prossimo.
Il confessore ci aiuta a operare, in maniera più oggettiva, il confronto con la parola di Dio. A nome della comunità ci esorta, forse ci rimprovera, ci offre dei consigli.
Sentiamolo come "uno della nostra famiglia" in tutti i casi.

Riceviamo l’assoluzione

Il rito arriva al suo culmine. Il confessore proclama ciò che succede: oggi e qui, Dio ci riconcilia per mezzo di Cristo e in forza dello Spirito.
Si tratta di un "sigillo sacramentale" posto sul nostro percorso penitenziale.
La mano che il prete stende su di noi è simbolo dell’abbraccio del Padre.
Dio ci riaccoglie come figli e ce lo fa dire da un uomo. Lo Spirito ci riapre il futuro. Il passato è sepolto. Avviene in noi la Pasqua. Passiamo con Gesù da morte a vita.
La parola della Chiesa è sulla linea del primo annuncio "Veramente il Signore è risorto" (cf. Lc 24,34) e noi in lui, riviviamo.
Sperimentiamo la sproporzione tra il nostro peccato e la potenza vincente della croce. Noi abbiamo offeso Dio. Gesù diventa nostro intercessore. Dice: "Padre, perdona..." (Lc 23,34).

Accettiamo l’opera di penitenza

Per grazia veniamo salvati. È Gesù che ha preso su di sé il peccato del mondo e il nostro. È lo Spirito che ci rende capaci di muoverci lungo la linea della vita.
Il confessore ci dà un’opera di penitenza: essa non è né un pedaggio né la "pena corrispondente al delitto". È il segnale positivo che è già operante in noi la Pasqua. Può darsi che si tratti di una preghiera, di un gesto. Se non è adeguato, scegliamo noi un’opera che vada nella linea opposta al nostro peccato:
• se siamo stati negligenti nell’ascoltare Dio, fissiamoci dei tempi precisi per pregare;
• se non abbiamo vissuta correttamente la professione, decidiamo luoghi e modalità per qualificarci;
• se abbiamo calunniato, ricostruiamo ora la fiducia attorno agli altri;
• se ci siamo comportati da padroni, identifichiamo ora alcuni "umili servizi".

Confessiamo le meraviglie del Padre

Tutto il rito, così come si svolge oggi, è espressione di lode a Dio. Ecco le azioni che egli compie: parla, tocca il cuore, converte, fa ritornare, accoglie, abbraccia, perdona, riammette alla festa.
Possiamo allora comporre una litania. La forma può essere questa:

Grazie Padre perché ti rivolgi a me,
mi dai un cuore nuovo,
mi liberi dalla colpa,
mi risani nel profondo,
mi ridoni fiducia...

Restiamo tutto il giorno in clima di lode. Non lasciamoci dissipare. Il "perdono di Dio" è un regalo troppo grande. Se lo interiorizziamo, i suoi frutti appariranno sul nostro volto e nelle nostre parole.

 

 

Appendice

Dal rito della Riconciliazione

Padre santo,
come il figliol prodigo
mi rivolgo alla tua misericordia:
"Ho peccato contro di te,
non son più degno d’esser chiamato tuo figlio".
Cristo Gesù, Salvatore del mondo,
che hai aperto al buon ladrone
le porte del paradiso,
ricordati di me nel tuo regno.
Spirito Santo, sorgente di pace e d’amore,
fa’ che, purificato da ogni colpa
e riconciliato con il Padre,
io cammini sempre come figlio della luce.
Signore Gesù, che sanavi gli infermi
e aprivi gli occhi ai ciechi,
tu che assolvesti la donna peccatrice
e confermasti Pietro nel tuo amore,
perdona tutti i miei peccati,
e crea in me un cuore nuovo,
perché io possa vivere
in perfetta unione con i fratelli
e annunziare a tutti la salvezza.

Il sacerdote, secondo l’opportunità, legge o dice a memoria qualche testo della sacra Scrittura, in cui si parla della misericordia di Dio e viene rivolto all’uomo l’invito a convertirsi. Per esempio:

Is 53, 4-6

Egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori,
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo, che ci dà salvezza,
si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.

Ez 11, 19-20

Darò loro un cuore nuovo
e uno spirito nuovo metterò dentro di loro;
toglierò dal loro petto il cuore di pietra
e darò loro un cuore di carne,
perché seguano i miei decreti e osservino le
mie leggi e li mettano in pratica;
saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio.

Mt 6, 14-15

Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe,
il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi;
ma se voi non perdonerete agli uomini,
neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Mc 1,14-15

Gesù si recò nella Galilea
predicando il vangelo di Dio
e diceva: "Il tempo è compiuto
e il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete al vangelo".

Lc 35-38

Amate i vostri nemici, fate del bene
e prestate senza sperarne nulla,
e il vostro premio sarà grande
e sarete figli dell’Altissimo;
perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come è misericordioso
il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati;
non condannate e non sarete condannati;
perdonate e vi sarà perdonato;
date e vi sarà dato.

Gv 20, 19-23

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi". Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi".

Rm 5, 8-9

Dio dimostra il suo amore verso di noi
perché, mentre eravamo ancora peccatori,
Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue
saremo salvati dall’ira per mezzo di lui.

Ef 5, 1-2

Fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.

Col 1, 12-14

Ringraziamo con gioia il Padre
che ci ha messi in grado di partecipare
alla sorte dei santi nella luce.

 

Preghiera del penitente e assoluzione

Il sacerdote invita il penitente a manifestare la sua contrizione; e il penitente lo fa recitando l’atto di dolore o qualche altra formula simile, per esempio:

1ª formula

Mio Dio, mi pento e mi dolgo
con tutto il cuore dei miei peccati,
perché peccando ho meritato i tuoi castighi,
e molto più perché ho offeso te,
infinitamente buono
e degno di essere amato sopra ogni cosa.
Propongo, col tuo santo aiuto,
di non offenderti mai più
e di fuggire le occasioni prossime di peccato.
Signore, misericordia, perdonami.

2ª formula

Ricordati, Signore, del tuo amore,
della tua fedeltà che è da sempre.
Non ricordare i miei peccati:
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore. Sal 24, 6-7

3ª formula

Lavami, Signore, da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Sal 50, 4-5

4ª formula

Padre, ho peccato contro di te,
non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.
Abbi pietà di me peccatore. Lc 15, 18; 18, 13

5ª formula

Padre santo, come il figliol prodigo,
mi rivolgo alla tua misericordia:
"Ho peccato contro di te,
non son più degno d’esser chiamato tuo figlio".
Cristo Gesù, Salvatore del mondo,
che hai aperto al buon ladrone
le porte del paradiso,
ricordati di me nel tuo regno.
Spirito Santo, sorgente di pace e d’amore,
fa’ che, purificato da ogni colpa
e riconciliato con il Padre,
io cammini sempre come figlio della luce.

6ª formula

Signore Gesù, che sanavi gli infermi
e aprivi gli occhi ai ciechi,
tu che assolvesti la donna peccatrice
e confermasti Pietro nel tuo amore,
perdona tutti i miei peccati,
e crea in me un cuore nuovo,
perché io possa vivere
in perfetta unione con i fratelli
e annunziare a tutti la salvezza.

7ª formula

Signore Gesù,
che volesti esser chiamato
amico dei peccatori,
per il mistero della tua morte
e risurrezione
liberami dai miei peccati
e donami la tua pace,
perché io porti frutti di carità,
di giustizia e di verità.

8ª formula

Signore Gesù Cristo,
Agnello di Dio,
che togli i peccati del mondo,
riconciliami col Padre
nella grazia dello Spirito Santo;
lavami nel tuo sangue da ogni peccato
e fa’ di me un uomo nuovo
per la lode della tua gloria.

9ª formula

Pietà di me, o Signore,
secondo la tua misericordia;
non guardare ai miei peccati
e cancella tutte le mie colpe;
crea in me un cuore puro
e rinnova in me
uno spirito di fortezza e di santità.

Oppure:

Signore Gesù, Figlio di Dio,
abbi pietà di me peccatore.

Il sacerdote tenendo stese le mani (o almeno la mano destra) sul capo del penitente, dice:
Dio, Padre di misericordia,
che ha riconciliato a sé il mondo
nella morte e risurrezione del suo Figlio,
e ha effuso lo Spirito Santo
per la remissione dei peccati,
ti conceda, mediante il ministero della
Chiesa,
il perdono e la pace.
E io ti assolvo dai tuoi peccati
nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Il penitente risponde:
Amen.

Rendimento di grazie e congedo del penitente

Dopo l’assoluzione il sacerdote prosegue:
Lodiamo il Signore perché è buono.

Il penitente conclude:
Eterna è la sua misericordia.

Quindi il sacerdote congeda il penitente riconciliato, dicendo:
Il Signore ha perdonato i tuoi peccati.
Va’ in pace.

In luogo del precedente rendimento di grazie e congedo il sacerdote può dire:
La passione di Gesù Cristo nostro Signore,
l’intercessione della beata Vergine Maria e di tutti i santi,
il bene che farai e il male che dovrai sopportare
ti giovino per il perdono dei peccati,
l’aumento della grazia e il premio della vita eterna.
Va’ in pace.

Oppure:

Il Signore, che ti ha liberato dal peccato,
ti doni l’eredità del suo regno.
A lui gloria nei secoli.
Amen.
Va’ in pace.

Oppure:

Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa
e perdonato il peccato.
Rallegrati nel Signore e va’ in pace.

Oppure:

Va’ in pace
e annunzia le grandi opere di Dio,
che ti ha salvato.
(Dal Rito della Penitenza)

Ed. Libreria Editrice Vaticana, Roma 1980

 

 

Appendice 2ª

Dalla riflessione al lavoro

Osservare

Tanti i modi di confessarsi. Altrettante possono essere le realtà messe al centro dal penitente:
Il senso di colpa. Proviamo disagio perché è caduta l’immagine ideale che ci eravamo fatta.
La legge. Noi l’abbiamo infranta. Ora dobbiamo espiare la colpa.
La perfezione etica. Immaginiamo di essere come degli scalatori che devono arrivare sempre più in alto. La Confessione diventa un "controllo della regolarità della marcia".
Il Dio giudice. Noi abbiamo offeso l’Altissimo. Siamo pentiti. Ci presentiamo a lui. Ci assolve.
La Pasqua del Signore. Celebriamo la morte di Cristo, proclamiamo la sua risurrezione. Riceviamo la "pace" che nasce dal cuore del Signore (Gv 20,19-31).

Ci chiediamo:
a) Esistono questi modi di vivere la Confessione?
b) Qual è, a nostro parere, quello più evangelico?
c) Qual è quello praticato da noi?

 

Valutare

Le affermazioni centrali della fede sono queste:
• Il Figlio di Dio si è fatto uomo. È morto a causa dei nostri peccati ed a favore di noi peccatori. Ha distrutto la nostra morte. Ha ridato a noi la vita.
• Ora egli fissa l’appuntamento in una comunità. Essa ci porge il suo perdono. Andando dai fratelli, noi, come Tommaso, possiamo toccare il suo cuore, dal quale esce lo Spirito, "pace" di Dio.
• Nella Confessione, celebriamo la Pasqua di Cristo. Riceviamo l’abbraccio visibile del Dio invisibile. Torniamo alla "Casa del Padre". Lo Spirito crea in noi un cuore nuovo.
La riconciliazione che Dio offre ha una forma visibile, tangibile, comunitaria, ecclesiale.

 

Agire

Ipotizziamo un iter nel quale facciamo questi passi:
- dal dire: "Ho commesso degli errori", all’affermare: "Ho peccato!";
- dal percepirci "innocenti", alla riscoperta della nostra responsabilità,
- dalla mentalità individualistica, alla riscoperta della "storia grande" di Dio;
- dal puro "rientrare in se stessi", all’udire la Parola dell’Evangelo;
- dal mettere al centro i nostri peccati, al celebrare le meraviglie del Dio di Gesù.

 

 

Per approfondire

AA.VV., La celebrazione della penitenza cristiana, Ed. Marietti, Casale Monferrato 1981.
AA.VV., Confessarsi perché, Convegno COP, Rivista Orientamenti Pastorali/5, EDR, Roma 1997.
AA.VV., La "difficile riconciliazione". Il "contesto" del Sacramento", ed. Ancora, Milano 1996.
Collo C., Riconciliazione e penitenza, EP, Cinisello Balsamo 1993.
Falsini R., La penitenza. Rito e catechesi, Ed. OR, Milano 1990.
Moioli G., Il peccatore perdonato, Ed. Piemme, Casale Monferrato 1997.
Sorci P., Rinnovare la penitenza. Rito della penitenza, EP, Cinisello Balsamo 1986.
Van Schoote S.P. - Sagne J.C., Miseria e misericordia, Ed. Qiqayon, Magnano (VC) 1992.

 

 

 

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